Lettera firmata Carcere di Spoleto
Siamo la seconda classe dell’ Istituto d’ Arte “Leoncillo Leonardi” del carcere di Spoleto. Quella con più ergastolani di tutte. Lo sappiamo cosa penserà la professoressa Daniela, che siamo anche la classe più indisciplinata, anarchica e politicizzata. Fra Dante e Boccaccio, abbiamo parlato dei nostri problemi, dei nostri sogni e della nostra rabbia. Il carcere ha il difetto di tirare fuori dalla gente il loro lato peggiore, ma lei ha scoperto che spesso i buoni fanno i cattivi per nascondere di essere buoni e che molti nella vita non hanno avuto la possibilità di scegliere. Da asini ci ha trasformati in studenti e adesso qualcuno si monta pure la testa, Salvatore vuole studiare filosofia! Per fortuna è finito l’ anno scolastico, perché con lei abbiamo rischiato di diventare buoni, e in carcere se si diventa buoni si soffre di più. Probabilmente non ci vedremo mai, noi abbiamo un posto fisso, molti per tutta la vita, lei invece è precaria. Noi non la dimenticheremo, non lo faccia neanche lei.
Tommaso Pincio
Anche il Giappone ha una regina del delitto. Il suo nome è Natsuo Kirino, o per meglio dire è così che si fa chiamare. Lo pseudonimo è stato per lei una scelta quasi obbligata. All’ inizio della sua carriera si nascondeva addirittura dietro un nome maschile per evitare di essere censurata. Una dozzina d’ anni fa suscitò un accesso dibattito con Le quattro casalinghe di Tokyo, (Neri Pozza) sanguinaria epopea di un’ operaia che, colta da un raptus, strangola il marito e convince tre colleghe ad aiutarla a disfarsi del cadavere. Gli uomini giapponesi si sentirono minacciati. Un giornalista radiofonico si rifiutò persino di intervistarla. «Stentavano a credere che una donna potesse scrivere un romanzo tanto aggressivo», ricorda l’ autrice. «E ancor di più li scioccava che la donna in questione fosse sposata e madre di una bambina. L’ avesse scritto un uomo nessuno si sarebbe stupito, lo avrebbero considerato pura fiction. Ma siccome si trattava di una donnae lo stile era piuttosto realistico, i lettori ne furono sconvolti». In effetti, parlare di crime story è riduttivo. Qualcuno ha allora proposto un’ etichetta alternativa: noir femminista. Ma la verità è che Natsuo Kirino si è inventata un genere tutto suo per scandagliare la faccia nascosta del Giappone contemporaneo. Prima di iniziare un romanzo si reca nel quartiere in cui ha deciso di ambientarlo, apre i cassonetti della spazzatura e studia quel che la gente butta via. La sua scrittura cruda e ipnotica si nutre di odori e dettagli; fotografa l’ esistenza di individui messi a dura prova da un sistema che chiede tutto e concede pochissimo, soprattutto alle donne, considerate, a seconda dei casi, macchine da figli, mano d’ opera a basso costo, carne di cui approfittare. Costrette in un angolo, però, anche le creature più docili e sottomesse possono fare cose impensabili. Ecco allora assassini che non ti aspetti: casalinghe depresse, segretarie molestate, liceali incattivite. Liceali sì, perché la violenza dipinta dai media sarà pure una metafora della frustrazione, ma il numero dei crimini orribili aumenta e l’ età di chi li commette è sempre più bassa. «Adesso sono i ragazzinia uccidere. Gli adulti giapponesi sono sbalorditi e non sanno che fare. È la realtà in cui viviamo». E Real world (Neri Pozza, pagg. 270, euro 15,50) è per l’ appunto il titolo del romanzo in cui la scrittrice fa i conti con gli adolescenti di oggi e le loro ansie. Il bisogno di sentirsi veri e autentici. L’ imperativo di diventare qualcuno in una società che ti impone di restare nei ranghi di una massa anonima e indistinta. «Il senso di crisi che ci affligge è qualcosa che nemmeno mia madre può comprendere», confessa Toshiko. Le sue sono le paure di una ragazza che sta per terminare il liceo. L’ età adulta è ormai dietro l’ angolo, e deve decidere cosa fare della sua vita. Iscriversi all’ università o trovare un lavoro? Sposarsi, restare vergine o amoreggiare? Ma di tutto ciò non vuole saperne. Lei e le sue amiche si sono date un nome fasullo che forniscono ogni qualvolta devono compilare un modulo. Lo fanno per non «finire in qualche database, tenute sotto controllo dal mondo degli adulti», che vedono come un pianeta ostile abitato da creature aliene e rapaci, un branco di squali pronto a divorale in ogni senso, fisico e morale, sessuale ed economico. Così, quando un vicino di casa di Toshiko, pure lui adolescente, fracassa senza motivo apparente la testa della madre con una mazza da baseball, le quattro ragazze anziché inorridire simpatizzano con l’ imberbe omicida e cercano di proteggerlo dalla polizia. Una di loro, l’ intellettuale del gruppo, medita addirittura di scrivere una sorta di manifesto avanguardista che esalti l’ insano gesto. Privo di qualunque possibilità di riscatto o redenzione, nichilista fino al midollo, Real world è narrato dalla viva voce dei suoi smarriti protagonisti, ognuno dei quali rivela un lato sporco che ha evitato di confidare agli amici, condannandosi a una solitudine senza sbocchi. Alla fine, nel loro coalizzarsi contro gli adulti, i ragazzi di Natsuo Kirino si ritrovano segretamente opposti l’ uno all’ altro, coinvolti senza volerlo in un gioco al massacro non troppo lontano da quello del controverso romanzo di Koushun Takami cui l’ autrice tributa un significativo cammeo. Uscito in Giappone nel 1999 (e tradotto ora per Mondadori, pag. 600, euro 9) Battle Royale è un tenebroso incrocio tra Il signore delle mosche e 1984. Vi si immagina una tirannica Repubblica della Grande Asia dell’ Est nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale. A capo del regime poliziesco si trova l’ Egemone, un grande fratello dagli occhi a mandorla che ha ideato un Programma speciale allo scopo di reprimere il bullismo. Ogni anno una classe di studenti quindicenni viene confinata in un’ isola deserta. I ragazzi dovranno uccidersi a vicenda finché non rimarrà un solo sopravvissuto. Com’ è facile intuire, la malsana competizione non ottiene i risultati sperati poiché fa della violenza uno spettacolo e del vincitore una celebrità. Un destino analogo è toccato in fondo pure alle intenzioni di Takami. Pensava di fustigare i valori nefasti di una società che educa alla competizione più feroce, ma ha finito col partorite un cult assoluto, il libro più venduto di tutti i tempi in Giappone (tra i successi del genere anche quello di Kenzo Kitakata, autore di Tokio noir, pubblicato da Newton Compton). Del resto, questo è il dilemma: è o non è un paese per giovani? E non vale soltanto per il sol levante, ma per tutti i paesi del mondo reale.
Tommaso Pincio
Secondo un vecchio aforisma cinese la più grande delle forme è quella
che non ha confini, e il rumore più intenso è quello che non emette
alcun suono. Ne potrebbe discendere che la storia più grande è quella
che non ha parole per essere raccontata. Ed è proprio una grande
storia, un epico romanzo di sublime fattura sui tormentati eventi
della Cina del secolo scorso, quella narrata da Zhang Jie in Senza parole
(Salani, traduzione di Maria Gottardo e Monica Morzenti, pp. 315,
euro 16,80). Al centro una figura di donna, una famosa scrittrice di nome
WuWei, che dopo una giovinezza appassionata ed esuberante diventa la
secondamoglie di Hu Bingchen, un funzionario di partito più vecchio
di lei costantemente preoccupato di barcamenarsi nelle intricate lotte
di potere del periodo maoista. Dopo anni di amore, Wu Wei sarà costretta
ad ammettere che «anche lui, come gli altri uomini, è un calcolatore».
In nome delle apparenze, infatti, Hu Bingchen penserà bene di non
restare accanto a un’eccentrica intellettuale sospettata di essere
borghese e tornerà dalla prima moglie, abbandonando Wu Wei a una
precoce follia senile.
Il romanzo, – come spiega l’autrice in questi giorni a Venezia per il
festival «Incroci di civiltà» e ospite dell’Istituto Confucio – non è
una storia d’amore, bensì di destini.
Nata Pechino nel 1937, Zhang Jie sembra non aver perso nulla
dell’elegante bellezza della gioventù. Uno sguardo intelligente e
luminoso, zigomi alti, una grazia naturale neimodi. Dopo un’infanzia
difficile, si è laureata in economia e ha lavorato in ambito
governativo fino al 1969, quando, in piena Rivoluzione Culturale, fu
spedita in esilio forzato in campagna. Più volte candidata al Nobel,
Zhang Jie è oggi la scrittrice più apprezzata in Cina.
Senza parole procede per continui scarti, andando avanti e indietro
nel tempo, lungo quattro generazioni. Incontriamo così la figlia
illegittima di Wu Wei e sua madre Ye Lianzi, a sua volta nata da Mohe
morta dissanguata di parto dopo la settima gravidanza. Attorno a loro
una miriade di altri personaggi, uomini che, a differenza delle
donne, si mostrano spesso più interessati al potere, al gioco, alla politica
che non alla dimensione più autentica e spirituale della vita. «Ci
sono cose così profonde che non possono essere dette: è questo il senso
del titolo. Ho sentito che non avevo la forza né la possibilità di
esprimere il dolore di tutte queste esistenze, di queste vite. Le
parole sono inadeguate a rendere conto dell’epica tragedia della Cina
del ventesimo secolo. Nessuno scrittore può dire il dolore del mondo:
per questo il mio libro è senza parole».
Il suo romanzo è il più premiato dei romanzi contemporanei del suo
paese. È stato spesso accostato a capolavori come Cent’anni di
solitudine e Il dottor Zivago.
Ci vogliono dieci anni per forgiare una spada perfetta, dice un
proverbio cinese. Lei ne ha impiegati due di più per portare a
compimento Senza parole.
Sì, ci sono voluti dodici anni di ricerche e scrittura. Sono stata
più volte a Yan’an viaggiando in camion insieme a mucche, capre e
galline. Ho trovato la figlia di uno degli uomini dei servizi segreti
che negli anni Quaranta si occupavano delle presunte spie presenti
nel partito. Parlando con lei sono venuta a conoscenza di storie che
all’epoca si ignoravano. In quel periodo tutti andavano a Yan’an
convinti che il comunismo avrebbe salvato ilmondo e dissidenti erano
considerati antirivoluzionari. Ho visitato molti posti e ho raccolto
un’enorme quantità di materiale, pile di carte da cui ho ricavato
quattro volumi che in seguito ho pensato di ridurre a tre quando mia
figlia mi ha detto che al giorno d’oggi nessuno leggerebbe libri
tanto voluminosi. Alla fine, il lavoro di studio e ricerca mi ha talmente
stremato che ho bruciato tutte queste carte.
E cosa può dirmi della stesura, è stato altrettanto faticosa? La sua
scrittura sembra tesa a cercare un equilibrio ideale tra la sintetica
levità della poesia e n’introspezione psicologica di stampo più
romanzesco.
Anche la stesura ha richiesto molto, perché in vari passaggi del
libro ho cercato di giungere a un certo lirismo, a una semplicità
della frase che impone impegno e fatica.
Quando mi chiedono di esporre la storia di Senza parole mi irrito
perché per me è difficile dire che storia si tratti. Ho tentato di
unire l’indagine della vita interiore con la poesia e trovo banalizzante concentrarsi sulla trama. Ho riflettuto sulla posizione di ogni singola parola e ringrazio le traduttrici italiane che si sono adoperate magnificamente per restituire nella
vostra lingua questi sforzi. Quanto alla struttura narrativa, ci
tengo a dire che non preparomai un piano di lavoro. I fatti da raccontare
sono tutti nella mia testa. Forse sono un po’ sciocca, perché ho una
pessima memoria. Una volta mi è successo di gettare una grossa somma
di denaro che mi ero dimenticata di avere messo all’interno di un
vecchio giornale. I dettagli dei miei romanzi, però, li ricordo tutti perfettamente.
Salta evidente una forte distinzione tra i personaggi maschili,
sempre preoccupati di salvare la faccia e quasi mai autentici, e
quelli femminili che invece rifiutano di piegarsi alle menzogne dettate
dalla convenienza.
Le donne che descrivo sono assai particolari. In realtà, non tutte le
donne sono così. Forse i personaggi cui ho dato vita sono
l’incarnazione della mia speranza riguardo le donne.
Mi pare di riscontrare un tema simile anche nel suo racconto
d’esordio, L’amore non deve essere dimenticato, la cui voce narrante
è una donna che sfida le convenzioni e decide di non sposarsi a dispetto
della disapprovazione sociale, perché memore delle sofferenze di sua
madre unita a un uomo che non l’amava.
A mio avviso si tratta di una figura diversa, la sua scelta non era
altrettanto forte. E in ogni caso, come ha scritto un giovane critico,
i miei romanzi sono assai diversi e io confido che sia davvero così
perché odio gli scrittori che ripetono se stessi e mantengono uno stile
costante, riconoscibile fin dalla prima frase. Per melo stile è come
giocare a nascondino: se ti nascondi sempre nello stesso posto è troppo
facile trovarti. Può darsi che pecchi di presunzione, ma mi sforzo di
fare cose diverse. Ho scritto romanzi di rottura prima ancora
dell’avanguardia emersa negli anni Ottanta.
La prima pubblicazione di una sua opera risale però soltanto alla
fine del decennio precedente, quando lei aveva già compiuto
quarant’anni. C’è una ragione particolare per questo esordio un poco tardivo?
Prima della morte di Mao era possibile scrivere solo rispettando i
suoi dettami letterari. Si doveva raccontare del lavoro nelle campagne,
adottare uno stile realista, mentre io ero interessata a un diverso
genere di introspezione psicologica che all’epoca era precluso.
L’amore non deve essere dimenticato uscì nel 1978. Alcuni lo criticarono
perché vi lessero una difesa dell’amore fuori del matrimonio. Tuttavia il
racconto divenne molto popolare tra i giovani e vinse un prestigioso
premio nazionale.
In Senza parole, il lento avanzamento verso di Wu Wei verso la follia
viene messo in relazione con la pittura, in particolare dal marito, il
quale sostiene che «l’improvviso insorgere della passione per la
pittura nel mezzo della vita di una persona è segno di insanità
mentale». So che pure in un suo recente romanzo, Dipinto di Z, non
ancora tradotto in italiano, si parla di un quadro che fa da perno alle
vicissitudini della Cina.
Mi piace dipingere; paesaggi specialmente. Quanto al romanzo cui fa
riferimento, il punto da cui sono partita è la Storia. Io non credo
nella Storia. Non mi fido di essa, perché la Storia è in primo luogo
dei vincitori, e in seconda istanza di chi la scrive. La Storia implica
sempre e necessariamente un punto di vista, un’estetica, un giudizio,
una fede, un qualche tornaconto che finisce col determinare la versione
dei fatti. Da giovane ho dovuto leggere molto Marx e la principale cosa
che ho assorbito del suo pensiero è che bisogna dubitare di tutto.
Mentre ero impegnata nelle ricerche per Senza parole mi sono resa conto
che anche su eventi recenti i racconti divergono e non c’è possibilità
di accordarsi in merito ai vari dettagli. Ovviamente nemmeno io posso
ritenermi nella posizione di dare un giudizio obiettivo, ma quantomeno
posso mettere in guardia il lettore, fargli guardare la Storia da più
punti di vista. Nel Dipinto di Z racconto di un’imperatrice della
dinastia Jin che è stata aspramente criticata. In effetti non si può
negare che si sia sporcata le mani, ma il potere è sempre sporco e lei
non era peggiore di tanti altri. Io stessa mi sarei comportata come lei
qualora mi fossi trovata al suo posto. Fu costretta dal destino a fare
certe scelte e viene da domandarsi perché ad altri imperatori maschi,
certo non migliori di lei, non sia stato riservato un trattamento
altrettanto severo.
Forse perché era donna.
È la risposta che mi sono data anch’io, ma non mi ritengo una
scrittrice femminista. Sotto questo aspetto vengo talvolta fraintesa.
Non credo sia bene che noi donne si perda troppo tempo a lamentarci
perché gli uomini ci trattano male. Io voglio andare avanti con le mie
forze, non mi piace l’idea che siano gli altri a darmi la parità.
Naturalmente, pretendo rispetto. Ma vorrei tornare sul tema della
Storia, che è l’argomento centrale anche del mio nuovo romanzo, la cui
uscita in Cina è prevista per il mese prossimo. Si intitola Le anime
sono fatte per fluttuare e vi compare un personaggio effettivamente
esistito ma al quale ho dato un nome fittizio. Si tratta di un
missionario a suo tempo accusato di aver distrutto la cultura Maya
perché bruciò alcuni libri. In realtà, la cultura Maya sopravvive
grazie a quel che resta delle sue architetture. Mentre i testi in
questione, di produzione azteca, furono dati in parte alle fiamme
perché considerati barbari e insopportabili per la morale cattolica in
quanto vi comparivano scene di sesso con animali. Accusare questo
missionario di avere distrutto un’intera cultura è perciò ingiusto.
Un romanzo lontano dal suo paese, dunque.
È ambientato in un’isola, dove però si incontrano due cinesi, due
viaggiatori, persone opposte fra loro. Da un lato c’è una donna in
cerca del proprio patrigno che vuole uccidere perché in passato ha
avuto una relazione con lui. Scavando al fondo del suo animo, scopriamo
comunque che la donna è ancora attratta dal suo patrigno e pertanto si
ritrova combattuta tra passione amorosa e morale. L’altro viaggiatore è
un matematico impegnato nello studio dei numeri Maya, nella fattispecie
di un calcolo che dovrebbe fissare, seppure erroneamente, la fine del
mondo. Se la donna è rosa dalla vendetta e dai suoi sentimenti
contrastati, l’uomo è invece immerso nella astratta serenità dei
numeri. Sono come due mondi, uno il contrario dell’altro, la notte e il
giorno, due modi di vedere le cose, di raccontarle. Due storie, in pratica.
Giulia Siviero
Afferma il filosofo: “Penso dunque sono”. Dimenticando di “essere” perché sua madre l’ha messo al mondo. Ma il filosofo riflette meglio su ciò che gli è conforme, lasciando nell’impensato e senza riconoscimento ciò che, invece, gli sfugge. E non si dubiti dell’importanza della filosofia se, fin dai tempi delle caverne (platoniche), ha tracciato e indicato non solo la via delle idee, ma anche quella dell’intera tradizione occidentale in tutte le sue forme. La disattenzione con la quale è stata tralasciata la nascita dall’orizzonte del pensiero – e quindi la differenza sessuale osservabile sempre e ovunque perché inscritta nei corpi quando si viene al mondo – ha portato alla costruzione di un sistema in cui vi è un unico soggetto presente, e presente a sé stesso. L’uomo, con le sue pretese di universalità e di sedicente neutralità, si è posto al centro definendo la donna in negativo come assenza e mancanza (di un pene, di una razionalità, di un autocontrollo ecc.). Ed ecco che tutto ciò che si organizza in discorso, arte, religione, famiglia, linguaggio, tutto ciò che è a noi legato e ci costituisce, è stato organizzato in opposizioni duali divenute, ben presto, una gerarchia naturale.
Sono passati più di trenta anni da quando Luce lrigaray è stata sospesa dall’insegnamento all’École freudienne di Parigi. Per aver messo a nudo, con il suo primo lavoro, Speculum, la “cecità” della tradizione psicanalitica e di quella filosofica e per aver denunciato, contribuendo a una svolta rilevante nella storia del pensiero femminista, i meccanismi di occupazione abusiva di uno dei due sessi sull’altro. La teoria della differenza sessuale è ora venuta al mondo, ma i tempi sembrano essere ancora scardinati. Da allora, Luce lrigaray non ha mai smesso di scrivere riuscendo a raccogliere e a rendere feconda l’eredità di quel primo e imprescindibile momento di critica e di de-costruzione. Il suo ultima lavoro si intitola Condividere il mondo (Bollati Boringhieri, pp.144, € 14,00) e i toni, non più liberatori, si sono fatti composti e saldi. Al centro, resta il pensiero della differenza sessuale (o, meglio, della differenza “sessuata” che parte dal corpo che qui, ora, sempre siamo) e dell’origine materna come “reale corninciamento” in vista non più, e non solo, della liberazione femminile, ma della costruzione di una civiltà della condivisione multi-culturale e multietnica. “Di questa nostra cultura scrive lrigaray – percepiamo ormai i limiti (…). Il suo carattere particolare si svela anche attraverso la scoperta di altre civiltà (…) Il nostro mondo che credevamo unico si rivela un’ evoluzione parziale e incompleta dell’umanità”.
La differenza fra culture, nella prospettiva della filosofa francese, comincia con la differenza primaria tra uomo e donna e proprio il corpo, inteso come corpo sessuato determinante la concreta soggettività, diviene quel punto da cui ripartire per “incontrare l’altro”. L’altro in quanto tale, è stato escluso dall’elaborazione del pensiero occidentale, “il cui scopo principale scrive lrigaray – è stato quello di permettere all’uomo di differenziarsi da un’origine materna, omologata al mondo naturale”, sigillata all’infanzia e, quindi, al mondo pre-razionale. Il soggetto maschile, quindi, dopo aver costruito un sistema a sua immagine e dissomiglianza, ha operato una non innocente sostituzione: al posto della “sua originaria dimora placentaria” ha ri-creato artificialmente per sé un luogo ‘più vero’ in cui trovare rifugio. Oggettivare il mondo attraverso il gesto di proiettare la propria soggettività, ha però significato bloccare la dialettica tra tempo e spazio. Precisamente, ha portato alla conversione del tempo (inteso come poter essere) in uno spazio chiuso, unico e anticipante. Vivendo in una neutra indifferenziazione, l’uomo ha iniziato a parlare la lingua del “si” pubblico e collettivo voltando le spalle all’origine e disimparando che la madre è sempre, e innanzitutto, un “chi” irriducibile a chiunque altro. Nell’oblio di questa prima relazione, si è persa la relazione stessa e il mondo è stato riempito da un eterno monologo ripetitivo di sé con sé medesimo, secondo una logica gerarchica del più e del meno. Tale operazione simbolica, infine e infinitamente, è stata replicata nello svolgimento della storia e l’originaria dipendenza dall’altro è stata rapidamente trasformata in disuguaglianza, in pretesa di dominazione, di colonizzazione e di integrazione. Quest’ultima, annota Irigaray, non sarebbe infatti che una sorta di ospitalità in una casa in cui noi siamo dei padroni assenti: “Accogliamo o ospitiamo l’altro a causa di qualche pater o mater-nalismo politico-culturale, qualche idealismo o ideologia sociale, qualche comandamento religioso o morale. Ma l’accoglienza che gli riserviamo non si rivolge realmente a lui, né lo lascia veramente libero”. I valori coltivati in questa casa parlano di padronanza, “con la loro espansione-estensione che necessariamente comporta competizioni, conflittuali e bellicose, fra medesimi”. E se le donne, a causa della loro morfologia “segnatamente sessuale e del modo in cui essa determina il rapporto con l’altro”, sono portatrici di un privilegio rispetto agli uomini, per lungo tempo loro stesse sono state ad un gioco (simbolico) in cui le regole erano prescritte da altri, non riuscendo a trasformare in pratica e in pensiero il legame con la loro madre (tematica che, d’altra parte, sta al cuore del pensiero della differenza sessuale in Italia, erede privilegiato delle riflessioni di Luce Irigaray).
Mettere al centro l’elemento della relazione e della dipendenza; mettere al centro ciò che sulla e della dipendenza, del suo rifiuto e della sua accettazione, ne sanno le donne, è la scommessa filosofica e politica di Luce lrigaray. Per inventare una logica sconosciuta e dis-conosciuta dalla tradizione occidentale: quella a due soggetti. Che sappia custodire le differenze, che lasci spazio all’accoglienza e al silenzio. Ecco, allora, che il flusso del divenire si ri-apre, che il tempo e lo spazio si mantengono in un processo dialettico, che le parole ritrovano un senso. Dai monologhi alla polifonia.
Concita De Gregorio
Il pericolo è, come ha denunciato il presidente Napolitano, che le differenze divengano non un arricchimento ma un «fattore di esclusione». Di certo non aiuta un premier che – incurante non solo della storia ma anche della realtà – si dice contrario a un’Italia multietnica. Cioè all’Italia che già ciascuno di noi incontra nella vita quotidiana. Oggi più che mai è importante vigilare, stare attenti. Da martedì prossimo (e poi tutti i martedì, giovedì e sabato) L’Unità avrà un osservatorio permante sul razzismo. Il «Filo rosso» di oggi lo scrive la persona che lo coordinerà, Luigi Manconi.
«Era il 1987 quando – con Laura Balbo, attuale Presidente di International Association for the Study of Racism – iniziammo a interessarci di immigrazione straniera nel nostro paese. La questione era allora ed è oggi la seguente: la società italiana è consapevole e attrezzata rispetto ai processi di cambiamento che si sono messi in moto (e che continueranno, e hanno una dimensione «globale») nella fase delle migrazioni internazionali? A metà degli anni Ottanta gli immigrati regolari in Italia erano circa 500mila, alla fine del 1993 sfioravano il milione. Circa un decennio fa raggiungevano quasi il milione e mezzo. Da allora il ritmo di crescita è stato più rapido: oggi i regolari sono intorno a quattro milioni più, presumibilmente, un milione di irregolari.
Il nostro ritardo nell’affrontare i problemi produce effetti allarmanti: 1) il rischio di ridurre l’immigrazione tutta, nella percezione diffusa, a «questione criminale»; 2) la cancellazione, o comunque la sottovalutazione, della presenza straniera come risorsa positiva e fattore di sviluppo; 3) l’introduzione di norme illiberali, capaci di far arretrare il sistema di diritti e di garanzie.
Due esempi: la qualificazione dell’immigrazione irregolare come reato e l’aggravante «per clandestinità», con la quale non si va a colpire un comportamento criminale bensì la mera condizione di migrante non in regola e di profugo non riconosciuto.
Opporsi a tutto ciò richiede che si lavori in una prospettiva di medio e lungo periodo. Ciascuno di noi può fare qualcosa e, da qui, nasce il progetto che verrà ospitato da L’Unità: un Osservatorio «Italia-razzismo» sui fatti dell’immigrazione e sui complessi effetti che ne derivano per la società italiana: nei diversi settori del mercato del lavoro, nei diversi contesti territoriali, nelle diverse culture e nei diversi gruppi sociali. Dati, informazioni, statistiche e vita reale. Parleremo di quelle 240.594 imprese individuali promosse da stranieri, ma anche di quei 1.500 nuovi cittadini italiani, nati in altri paesi, che costituiscono una percentuale non insignificante dell’esercito italiano. E parleremo della vita quotidiana, di «loro» e di «noi»: rapporti, interazioni, anche amicizie, oltre che stereotipi, discriminazioni, conflitti. Lo faremo anche con un sito internet: Italiarazzismo.it, attivo fra dieci giorni e una mail a cui inviare segnalazioni, consigli, critiche: abuondiritto@abuondiritto.it.
Lavorano con me: Laura Balbo, Rita Bernardini, Andrea Boraschi, Valentina Brinis, Valentina Calderone, Francesco Gentiloni, Ernesto M. Ruffini, Romana Sansa».
Paola e Marina
Direttrici dei servizi generali e amministrativi, di scuole pubbliche
Senza finanziamenti la scuola pubblica collassa.
Purtroppo i tagli non riguardano solo gli organici del personale, ma drasticamente anche i finanziamenti dovuti; nel 2009: zero euro per il funzionamento amministrativo e didattico, zero per le ore di sostituzione dei colleghi, riduzione del Fondo di Istituto per i compensi accessori al personale, il budget per gli stipendi dei supplenti assolutamente insufficiente e con possibilità di reintegro solo fino al 50% della misura iniziale.
L’azzeramento di queste risorse è del tutto arbitrario rispetto al Decreto Ministeriale n. 21 del 1/3/2007, che fissava la consistenza della dotazione ordinaria riconosciuta a ciascuna scuola, e il problema più grave è quello delle supplenze.
Succede che molte scuole già ad aprile (o anche prima) hanno consumato tutto il budget annuo degli stipendi, compresa l’integrazione del 50%. Ma le supplenze continuano anche nei mesi successivi e i supplenti rimangono senza stipendio e senza certezza di quando lo riceveranno. Certo rimane il loro diritto: questo principio non è in discussione, ma come si fa concretamente a pagarli è un problema da riguardare con attenzione.
Le scuole che si sono trovate in difficoltà, hanno chiesto al ministero un’integrazione straordinaria di fondi, interpellando anche gli Uffici scolastici regionali; hanno ricevuto solo risposte evasive e tranquillizzanti, ” perché vi preoccupate”, ” Pagate, se avete cassa, per non accendere contenziosi”, e addirittura nessuna risposta da parte del ministero.
Bisogna però precisare che il Regolamento di contabilità non consente una spesa maggiore dell’ entrata del capitolo (è anche una logica di buon senso), perciò a budget finito non sarebbe possibile pagare i supplenti neanche se si ha disponibilità di cassa: è necessario che il ministero disponga un nuovo stanziamento. In assenza di questo ogni anticipazione di cassa diventa rischiosa, perché va a mangiare risorse destinate ad altro e senza possibilità di reintegrarle. Ma sempre più il Ministero conta su quella…. finanza creativa che sono gli anticipi di cassa, che, come dimostra l’economia mondiale, non funzionano all’infinito.
Le scuole infatti devono ricevere dal ministero somme ingenti anche per gli anni passati. Il debito maturato dal ministero nei confronti delle scuole è stato recentemente quantificato nella seduta parlamentare dell’8 aprile 2009 (Risoluzione in commissione n. 7/00145): debito 560 milioni di euro, ripianato solo per 200 milioni!. Le scuole devono continuare a metterle in bilancio quali crediti attivi, per permettere un (sulla carta) pareggio di bilancio. Ma il ministero non le sta accreditando, anzi è successo che alcuni Uffici scolastici regionali hanno comunicato alle scuole che dei crediti non sono più esigibili: “radiate i residui attivi”.
Nel momento in cui fosse generalizzata la parola d’ordine “radiate i residui attivi”, la scuola pubblica si troverà in bancarotta.
Nulla trapela sugli stanziamenti occorrenti, soprattutto per le supplenze temporanee del 2009.
In questi giorni, proprio in seguito alle sollecitazioni pervenute dalle scuole, il ministero ha inviato una comunicazione (prot. 3545 del 29/4/09) oltremodo preoccupante, perché nel segnalare che va comunque assicurato il diritto allo studio con “l’ordinato svolgimento delle attività di istruzione, formazione , orientamento”, nulla dice sui finanziamenti necessari a sostenerlo.
Realisticamente andrà a finire che per pagare gli stipendi dei supplenti si attingerà al Fondo di istituto (con il quale sono retribuite le numerose attività aggiuntive richieste al personale) ed anche, soprattutto per le scuole superiori, ai contributi delle famiglie, che da anni, da volontari che erano (legge Berlinguer sull’autonomia) sono diventati di fatto obbligatori e vengono ogni anno alzati per rimpinguare le casse. La cosa è assolutamente impropria, una distrazione di fondi, che va a ledere il diritto di altre lavoratrici e lavoratori e anche quello delle famiglie all’istruzione pubblica. Tuttavia è quello che realisticamente si può prevedere avverrà.
La priorità del pagamento degli stipendi è fuori discussione: lo stipendio è fonte primaria di sostentamento, da garantire in primis. Ma con cosa sarà fatta l’anticipazione di cassa?
Nella cassa della maggior parte delle scuole, di certo in quelle degli istituti comprensivi, ci sono soltanto i soldi del Fondo di istituto 2009, gli unici che il ministero sta accreditando. Perciò pagare le supplenze vorrà dire compromettere il pagamento tempestivo dei compensi accessori spettanti per l’a.s. 2008/2009, compensi già contrattati con le RSU, per un lavoro ormai già svolto.
Inoltre un’anticipazione di cassa effettuata in fiducia della provvidenza, se questa poi non si manifesterà, diventerà di fatto una erosione totale dei 4/12 del Fis accantonati, come da regola, per il quadrimestre settembre-dicembre dell’a.s.2009/2010.
E’ iniquo che si mettano in concorrenza lavoratori che hanno uguali diritti.
Inoltre distrarre il Fondo di istituto dalla sua originaria destinazione significa non riconoscere il lavoro aggiuntivo, sempre di più richiesto e svolto dal personale, e distruggere l’autonomia degli istituti. E contare sul contributo delle famiglie per ripianare i debiti del ministero, significa distrarre fondi destinati alla realizzazione della progettualità e dell’autonomia delle singole scuole, per pagare tutt’altro. La scuola pubblica viene di fatto distrutta.
Il governo deve rivedere la distribuzione delle risorse nazionali complessive, per garantire alla scuola pubblica almeno di sopravvivere.
Se poi i dirigenti scolastici, per non rischiare in proprio, dal prossimo settembre non disporranno più supplenze nei casi di assenza dei docenti, visto che anche le sostituzioni interne sono inibite (fondi zero), la soluzione praticata diventerà quella di spalmare gli alunni qua e là con lo sdoppiamento delle classi. Didattica addio. Avremo solo uno zoo con guardiani.
Nelle scuole si stanno sprecando molte energie aggiuntive per gestire questa situazione; c’è dunque un aggravamento del lavoro amministrativo, che per la gran parte è lavoro femminile. Gli straordinari sono all’ordine del giorno e diventa sempre più difficile conciliare il lavoro con i tempi di vita. Altro che pubbliche impiegate fannullone.
Come abbiamo raccontato, la questione non riguarda solo noi: riguarda tutti.
di Comunità di storia vivente
Premessa essenziale
Nel 2005, anteponendo la pratica alla teoria (secondo il mio consolidato modo di procedere), senza pensarci più che tanto, ho pubblicamente esposto il grumo oscuro nascosto dentro di me (Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”, ECIG, Genova 2005).
Milagros Rivera Garretas, in grazia della relazione che ci unisce, ne ha distillato la teoria: un frammento di simbolico (redenzione e riscatto in luogo di contrapposizione violenta) e un modo innovativo di “fare storia”.
A partire dalla mia affermazione “C’è una storia vivente annidata in ciascuna/o di noi”, contenuta nel libro citato (p. 21) ho proposto alle componenti della Comunità di chiamare la nostra nascente pratica storia vivente (l’indagine interiore come motore di un modo di scrivere la storia da parte di donne, lo svelamento del soggetto che fa la storia, lo stesso soggetto come documento principale cui attingere).
Da qui (fine 2006) si è verificata una svolta nel nostro lavoro di gruppo.
Già dal 1988 come Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica avevamo fatto insieme un lavoro politico di storia, fondato su relazioni di affidamento e di disparità (vedi ad esempio il libro Libere di esistere, SEI, Torino, 1996 e il successivo ipertesto http://www.donneconoscenzastorica.it/testi/libere/apertura.htm; il convegno alla Casa della Cultura di Milano nel settembre 2001 Cambia il mondo cambia la storia. La differenza sessuale nella ricerca storica e nell’insegnamento, Atti a cura di Marina Santini, supplemento al N° 60/2002 di Via Dogana).
Con l’invenzione della pratica della storia vivente ci siamo incontrate periodicamente per arrivare alla scrittura femminile della storia che ha approfondito la relazione tra di noi, grazie alla narrazione di episodi che fanno ingombro dentro ciascuna di noi. In questi anni, durante i nostri incontri, ciascuna di noi ha cercato di scandagliare la propria interiorità, estraendo ed esponendo cose che non aveva mai detto forse nemmeno a se stessa, nodi irrisolti della propria storia. Abbiamo parlato, ci siamo ascoltate, non abbiamo scritto….
Operiamo in mediazione vivente ossia siano in presenza fisica, corporea dell’altra, corpi viventi che si parlano e si modificano dallo stare in presenza reciproca (parafrasato da Luisa Muraro, Al mercato della felicità, Mondadori, Milano 2009, p. 38). La modificazione avvenuta in alcune di noi ha effetti visibili: lo svelamento di quello che si nasconde in noi ci rende già oggi più libere e più capaci di aderire al vero. Anche la nostra parola pubblica diventa più forte.
Abbiamo adottato un tempo dilatato, fluido in modo tale che ciascuna abbia agio di scendere nella propria interiorità, di risalirne e di riannodare l’antico al presente mettendo tutto in parola, con un via vai che prefigura quello che pensiamo possa essere il tempo della storia.
Ci diamo il tempo largo del racconto e dell’ascolto. Il racconto è inizialmente della singola, esso però diventa a più voci, nel momento in cui l’una o l’altra, sentendolo risuonare dentro di sé, in analogia o per contrasto, lo colleghi al proprio vissuto del passato e/o del presente.
Alcuni racconti che riteniamo significativi sia per la singola che li ha espressi sia per le altre, vengono ripresi negli incontri successivi, rielaborati e analizzati da angolature diverse, spogliati del superfluo, raffinati e portati ad un livello tale da renderli validi per tutte e tutti.
Abbiamo anche promosso alcuni incontri al Circolo della rosa – Libreria delle donne di Milano in cui, a partire dal problema della scrittura della storia, abbiamo dialogato con alcune storiche e parlato pubblicamente della pratica della storia vivente.
Alla fine del 2008 Laura ci ha indicato l’articolo di Federica Dragoni María Zambrano: la donna e la Storia (DWF Femminismi d’Europa, 2008, 2) che ci ha fornito elementi di teoria zambraniana che appoggiano il cammino intrapreso.
Il progetto redazionale, che ha reso possibile tracciare la storia degli ultimi due anni della nostra Comunità – storia delineata attraverso la raccolta e la selezione dei testi che seguono – è stato ideato e realizzato da Marina Santini e da Luciana Tavernini.
Comunità di storia vivente
Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini, Luciana Tavernini
Appello: alla vigilia del G8, tutte/i a Vicenza
Alla vigilia del G8 e dell’arrivo in Italia di Obama i No Dal Molin invitano tutte e tutti a Vicenza per liberare il Dal Molin dalla nuova base di guerra
Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo […] un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione. [Incipit alla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America]
Vogliamo essere indipendenti nel costruire il futuro del nostro territorio; vogliamo che quest’ultimo sia sensibile alle opinioni di gran parte dell’umanità che rifiuta e, troppo spesso, subisce la guerra come strumento di controllo e oppressione. Vogliamo costruire l’Altrocomune come pratica di autogestione e autonomia dei cittadini, fondandolo sulla disobbedienza alle imposizioni e sulle pratiche condivise; vogliamo riprenderci la nostra terra come luogo del vivere bene collettivo e non come oggetto di scambio tra governi.
Dall’8 al 10 luglio, alla Maddalena, si terrà il vertice del G8; in un’isola volutamente scelta perché inaccessibile a ogni voce di dissenso, capi di stato e di governo si riuniranno per decidere le sorti del nostro futuro, senza di noi. Tra essi, ci sarà il Presidente statunitense Obama: come si giustificano le sue promesse sulla fine dell’arroganza militare statunitense quando a Vicenza fa base la guerra al Dal Molin?
La vicenda vicentina rappresenta, da questo punto di vista, una delle tantecontraddizioni nella politica estera statunitense che promette legalità, rispetto e trasparenza, ma pratica illegalità, sopruso e imposizione. Come annunciato da importanti esponenti dell’amministrazione nordamericana, il Dal Molin sarà oggetto di discussione del summit al G8, non per restituire la democrazia a coloro a cui è stata negata, bensì come oggetto di accordo segreto e scambio tra governi per la ridefinizione, a partire da Africom, della presenza militare statunitense in Italia.
Vicenza, patrimonio Unesco, è assoggettata alle servitù militari; la città che ha espresso la propria netta opposizione e ha ricevuto per questo la solidarietà di ogni angolo d’Italia, ha visto il bavaglio stringersi sulla sua bocca: palesi illegalità progettuali hanno accompagnato il tentativo di “sradicare alla radice il dissenso locale” prima impedendo alla città di esprimersi, poi perseguendo centinaia di cittadini con condanne pecuniarie e procedimenti penali.
Ma Vicenza è anche uno dei tanti luoghi di costruzione di quel mondo che non accetta il diktat di quanti, riuniti per pochi giorni nelle regge imperiali, vorrebbero scrivere a tavolino la nostra storia. Quello del movimento vicentino non è un romanzo romantico e triste; le donne e gli uomini di questa città vogliono riscrivere la storia reale, stracciando le pagine su cui politici e militari hanno già disegnato il suo futuro di asservimento e tacita accettazione.
Il 4 luglio, giornata in cui gli statunitensi festeggiano la propria indipendenza dall’impero britannico, vogliamo decretare la nostra indipendenza dall’impero militare statunitense, liberando la terra dalla presenza di una nuova base di guerra.
Nei tre anni di mobilitazione trascorsi abbiamo imparato che un sol giorno non cambierà le sorti della nostra città; ma sappiamo anche che la strada che abbiamo davanti non può che portarci a nuove sfide: per questo, alla vigilia del vertice del G8 e dell’arrivo in Italia di Obama, chiediamo alle donne e agli uomini che vogliono opporsi alla militarizzazione e alla guerra di tornare nelle strade di Vicenza e iniziare a costruire, dal basso e collettivamente, l’indipendenza dell’Altrocomune, ovvero un territorio libero e inospitale alla presenza militare perché vissuto e realizzato da un arcobaleno di diversità che, nel costruire un mondo di pace, liberano il territorio dalle servitù militari e dalle devastazione ambientale.
4 luglio 2009 a Vicenza, restituiamo il Dal Molin ai cittadini Indipendenza, dignità, partecipazione: la terra si ribella alle basi di guerra.
Per informazioni e adesioni: comunicazione@nodalmolin.it
www.nodalmolin.it
P.S. proprio nei momenti in cui diffondiamo l’appello è stata diffusa la notizia di un possibile spostamento del G8 all’Aquila.
Ho conosciuto Costanza Prinetti in Libreria, era con sua madre, nostra amica, Marisa Caramella, e tra le chiacchiere ho saputo un po’ quello che faceva. A lei piaceva l’idea di accompagnare il lavoro del nostro sito con le sue immagini, a noi, di imparare a guardare la realtà con i suoi occhi diversi, nella sua lingua. Un incontro che comincia e spero sia interessante per tutte.
Costanza Prinetti sta per terminare il terzo e ultimo anno della Scuola del Fumetto di Milano. Dopo essersi laureata nel 2005 al Dams, in Storia delle Teoriche del Cinema, ha cominciato a lavorare per varie case editrici traducendo dall’inglese romanzi e fumetti. Recentemente ha pubblicato alcune vignette e sta ultimando il progetto scolastico di fine anno, un libro di 24 pagine scritto e disegnato da lei.
IL COLORE……..ROSA

COSTANZA
Maria Cristina Mecenero
FPrendere la parola pubblicamente è un atto politico. Un potente atto politico. So che qualcuna, qualcuno, arrivata all’aggettivo politico avrà fatto un balzo all’indietro e, dati i tempi, oltre che aspettarselo, c’è anche da comprenderlo e solidarizzare. E allora subito spiego che intendo “politico” nel senso originario di questa parola: connesso con i motivi o le vicende della vita pubblica. Connesso, legato, dipendente, unito: siamo unite a ciò che capita anche sulla scena parlamentare e se la maggioranza di governo, come è accaduto alla fine di ottobre 2008, promulga una legge che stabilisce una nuova governance della scuola, noi siamo implicate due volte, la prima come cittadine, la seconda come maestre. La legge 169 ci sta chiedendo di partecipare a un nuovo assetto di scuola primaria. Per essere più precise, ci obbliga, dato che una legge corrisponde a un dovere. Ciò che è capitato per la scuola primaria – e cioè un cambiamento deciso dall’alto, senza avere interpellato le esperte del settore, ovvero noi che ci lavoriamo, senza avere consultato la comunità pedagogica – sta capitando in altri ambiti, nelle scuole dell’infanzia comunali di Verona, per esempio, che l’amministrazione ha ipotizzato nel mese di marzo 2009 di privatizzare, senza alcuna consultazione dei genitori, e cioè la cittadinanza, e delle maestre, e cioè la “manovalanza”. E nella scuola dell’infanzia comunale di Milano, in cui dall’anno prossimo potrebbero non essere più garantite le compresenze. A livello ministeriale la richiesta è di innalzare il numero di alunni per sezione e di accorciare l’orario del servizio, in tutti gli ordini di scuola. Fin qui lo stato delle cose, per ragioni di cassa, finanze in crisi, dicono.
E noi? A partire da settembre 2008, quando lentamente, ma fin da subito, è cominciata la mobilitazione, le maestre hanno agito. Ci sono maestre che hanno scritto sui giornali, ai dirigenti, al ministro, al Presidente della Repubblica. Ce ne sono state altre che hanno raccontato nelle assemblee con i genitori – raccontato con il cuore in mano, direbbe qualcuno che le ha sentite e che è rimasto colpito, e ha commentato: non si sente mai parlare così della scuola primaria. Raccontavano con quel loro linguaggio che non è intellettuale, non è accademico, non è neanche gergo, perché anni di esperienza con le bambine e i bambini insegnano a dire con semplicità cose grandi e complesse, porgendole affettuosamente. Una comunicazione efficace, grazie anche all’impegno messo verso quella che è stata recepita come una chiamata a cui rispondere: fare arrivare il senso di un’esperienza che da anni si fa, facciamo, e che non è conosciuta, no, e lo abbiamo capito bene adesso che madri e padri hanno ammesso: “Non avevamo compreso”. Non avevano inteso, loro, non avevamo spiegato, noi, certe esperienze. E, per esempio, tra queste, le compresenze, momenti che permettono la scuola attiva e l’individualizzazione dell’insegnamento, e che disegnano, insieme ad altro, il grande orizzonte della condivisione della responsabilità con altre insegnanti di una stessa classe o sezione.
In questi mesi tra noi c’è stata chi parlava nelle strade, con la gente che incontrava nel quartiere, con il panettiere (e anche all’impiegato di banca, alla farmacista) al quale consegnava, pure, un testo scritto di proprio pugno, in cui spiegava perché non condivideva l’idea del maestro unico, perché non voleva non tanto un cambiamento nella scuola, ma quel cambiamento prospettato. Che presagisce una scuola ben diversa da quella a cui aveva dedicato energie e passione. C’è chi, intanto, chiedeva ai vicini di casa e ai conoscenti di vedere un film-documentario, “L’amore che non scordo” (TvDays, 2008), girato proprio su quelle esperienze che la legge non avrebbe più garantito. Se trovava sostenitori di quella che è stata chiamata impropriamente Riforma Gelmini, parlava e continuava lo scambio anche tramite mail. Senza arrabbiarsi e senza demordere: imprestava il dvd del film, ascoltava i pareri, argomentava, lo ricollocava.
L’azione più politica si realizza nel discorso: è una delle pensatrici più grandi del ‘900 a dirlo, Hannah Arendt (Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 1991), la quale ci segnala che “trovare le parole opportune al momento opportuno, indipendentemente da quanto esse vogliano informare o comunicare, significa agire” (pp. 20). Ecco, allora, sottolineiamo questo: chi ha preso parola in questi mesi, chi lo farà nei prossimi, sta compiendo un’azione politica, per un desiderio, che cioè qualcosa che ha in comune con altre, altri – una certa idea di scuola, una certa idea di relazione con l’infanzia – sia duraturo, permanga nella nostra società e continui a essere condiviso. Siamo sempre di più a credere al valore che ha avuto – e ha – stare in una ricerca di parole, dialogo, comunicazione, e, al contrario, al pericolo che corriamo ogni volta che finiamo per essere più realiste del re, politiche senza volerlo, e applichiamo ciò che ci viene richiesto, pensando che tutto sia già stato deciso, detto, prescritto. E invece non lo è mai del tutto, altrimenti sarebbe come dire che il mondo, la società, la vita è arrivata ad assumere una forma fissa, uguale e unica per il resto del tempo.
” (…) la realtà è sempre affidata alle parole e ai rapporti fra i viventi come un tessuto al telaio, e noi stiamo costantemente facendola o disfacendola a seconda di come siamo fra noi e del linguaggio che parliamo” (Al mercato della felicità, Mondadori, Milano, 2009, pag. 37) scrive la filosofa Luisa Muraro, che suggerisce di non fare la mossa sbagliata di misurare il proprio desiderio con il “reale realizzato”. Il reale, infatti, ci ricorda l’autrice, non si esaurisce mai nella realtà che viene rappresentata, ma presuppone sempre il possibile e l’impossibile. A chi si occupa di accompagnare la crescita, la prospettiva dischiusa da una simile visione non è sconosciuta, infatti l’apprendimento, l’evoluzione del sapere e dell’essere, si giocano dentro questo territorio (non si sa mai cosa fiorirà, da ciò che coltiviamo nelle relazioni educative, come fiorirà e quando).
Si può agire politicamente in prima persona e indipendentemente dai politici di professione, senza avere come riferimento schieramenti o partiti, da un lato, e senza essere passive esecutrici dall’altro: è questo uno dei nodi che va ridiscusso, rilanciato. Possiamo abitare la nostra funzione pubblica, consapevolmente e con coraggio. Manuela, una collega, ha scritto: “Ripensando alla mia personale relazione con i genitori, ricordo alcune esperienze particolarmente significative. La prima è riferita agli anni in cui ho lavorato alla scuola Montessori di Milano, dove ogni mese i genitori avevano un’opportunità di assistere a una ordinaria giornata scolastica dei loro figli. La scuola si apriva all’utenza dalle ore 9 alle ore 15 e 30. Le mamme e i papà potevano entrare in tutte le classi della scuola ed osservare le diverse attività. I piccoli gesti quotidiani, le sollecitazioni comuni, le stimolazioni dell’ambiente, le relazioni tra bimbi e con gli adulti che di loro si occupavano quotidianamente, provocavano uno sguardo, a volte meravigliato, sul valore dell’esperienza scolastica delle bambine e dei bambini. Il riconoscimento, l’apprezzamento, anche la gratitudine erano effetti assicurati da un’iniziativa coraggiosa, e anche molto semplice, della scuola montessoriana. Sono sicura che quei genitori avrebbero difeso la “loro” scuola con passione se qualcuno avesse osato minarne la qualità”.
Lavorare per ciò in cui si crede, richiede fatica, lo sa bene chi lavora con l’infanzia. C’è però una fatica ulteriore, a cui non possiamo sottrarci, che nel diffuso senso comune si pensa evitabile e, anzi, provoca rabbia il fatto di essere costrette a dedicarvi energia: dare senso, condividere il senso delle cose che facciamo con la comunità dei genitori, degli adulti che si interessano di scuola, delle insegnanti stesse, cioè fra noi colleghe di una stessa scuola e con altre più o meno vicine. Eppure non abbiamo scampo, il senso non è mai dato una volta per tutte e ciò che è stato conquistato non lo è per sempre, ci sono guadagni in bilico che spetta anche a noi aiutare a permanere: qualsiasi cosa facciamo o sperimentiamo può avere un significato solo nella misura lo si condivide.
Dare parola alle maestre, stare loro vicino e fare sì che il terreno da cui si attinge per pensare e modificare le scuole sia quello delle donne, e degli uomini, che lavorano nelle istituzioni scolastiche insieme a quello dei bambini e delle bambine: è soprattutto attraverso questa chiave che può passare il cambiamento della politica istituzionale scolastica. Per ora non è una postura delle istituzioni stare in ascolto. E abbiamo ben chiaro che la questione – che è poi questione dell’infanzia (quali investimenti di amore e di cura stanno facendo da anni i nostri politici, di ogni schieramento, per le bambine e i bambini?) e della comunità di adulti-insegnanti che si fanno carico dell’infanzia (e quali mosse per sostenere e aiutare chi lavora con loro?) – non è veramente stata mai affrontata in questi mesi in un dibattito di valore e collettivo.
Noi, gruppo di insegnanti della primaria che si è costituito come redazione, siamo volute partire da chi i piedi nel piatto ce li ha, e come: “La parola alle maestre”, infatti, è il nome che abbiamo dato a un’iniziativa pubblica, attraverso un invito a tutte le maestre della scuola primaria e della scuola d’infanzia che ne avevano desiderio, a scrivere lettere e articoli a partire da sé e dalla propria esperienza costruita negli anni, lavorando insieme. I testi vengono pubblicati in un sito, http://www.forumscuole.it/parola-alle-maestre. A ottobre scrivevamo: “Non siamo abituate a prendere parola nelle grandi assemblee. Per lo più siamo donne timide e riservate e molte di noi non hanno nemmeno completa consapevolezza di quanto di straordinario fanno ogni giorno. Ma le politiche di questo governo e la nostra consuetudine al dialogo e alla collaborazione ci hanno spinto ad agire in prima persona. C’è un nuovo sentire che emerge: siamo fiere e orgogliose di quello che abbiamo realizzato in anni e anni vissuti nella scuola e siamo determinate a non lasciarcelo strappare. Abbiamo ricevuto tantissime lettere e siamo molto contente, dello sforzo di parola di ciascuna di noi per dire e testimoniare il nostro impegno civile, umano e culturale per la scuola di tutti e per tutti”.
E’ di questi tempi, nel nostro paese, avere poco senso della prospettiva e nessuna capacità di leggere i segnali che ci arrivano dall’ambiente, che sia quello naturale o quello sociale, non fa differenza. Nessun senso della prospettiva, nessuna capacità di leggere il reale: sono queste due mancanze che quando entrano in scena in educazione, ma non solo, generano preoccupazione. E a ragione.
Così, è evidente a qualcuno, non a tutti, che se si sottrae terreno di una parte dell’abitato, ciò che è continguo può improvvisamente sprofondare: siamo connessi, una farfalla sbatte le ali qua, e di là cosa succede? Chi fa politica dovrebbe saperlo più di tutti gli altri, eppure, in questi nostri tempi, nuovi e disordinarti, capita che a saperlo sia più la società civile, o per lo meno una parte, che chi sta in posizioni di potere. C’è per esempio una maestra che, nel sito, scrive: “Di disagio, estraneità, isolamento, debolezze sociali, la scuola attraverso l’impegno personale di tante e tanti insegnanti si è presa cura, con risultati a volte eccellenti, a volte no, e quale sarebbe l’alternativa? In Italia a parte qualche gruppo di matrice cattolica, chi altro andrà a riempire quel’tempo’ che il Governo vuole sottrarre alla scuola? Il bidello? La neolaureata assunta dalle cooperative, così viene pagata meno? Nella scuola dove insegno ci siamo occupati di tanti problemi, avendo alunni da un Istituto, dal campo nomadi, da centri d’accoglienza. Forse non abbiamo fatto abbastanza, eppure senza quelle dighe (fragili? forti?) con cui abbiamo tentato di arginare le emergenze, esse sarebbero ora più gravi. Certo i tagli porteranno velocemente entrate allo Stato, ma quanto costerà poi rimediare a questioni abbandonate a sé stesse e che non si sistemeranno da sole? Non paghiamo già provvedimenti precedentemente presi per mettere subito una toppa e lasciare ai posteri di curarsi della falla? La società va in pezzi, e la presa in carico di questa rovina continueremo a rinviarla come un’eredità molesta di cui nessuno vuole assumersi il peso? (…)Non sento mai parlare però (eppure ne ho conosciuti tanti) di tutta quella parte, nemmeno così sparuta, che esercita questo mestiere per passione, facendosi molte ore gratis et amore dei, occupandosi di quartieri degradati, togliendo i ragazzi dalla strada, contrastando la malavita, mostrando un’alternativa e battendosi tutta la vita proprio contro le cose di cui poi, e ingiustamente, viene accusata. Quanto il Governo vuole tagliare andrebbe invece potenziato: contrastare proprio nella scuola la semplificazione, il pensiero unico, quell’anestesia colorata che sono i programmi televisivi, mostrare una postura alternativa a quella supina, passiva, che dopo forma il gregge, il branco, far fiorire la curiosità che è libertà, vastità di pensiero. Forse noi insegnanti non l’abbiamo fatto abbastanza, ma chi altro in Italia l’ha fatto?”.
Le parole delle tante maestre che hanno scritto in questi mesi per dire che non erano d’accordo con l’idea del maestro unico, dell’abolizione delle compresenze, delle classi ponte, sono parole di una lingua che tiene insieme vita e pensiero, affetto e ricerca. Scrive Stefania: “Da 23 anni sono una maestra elementare, da tre ho iniziato il lungo percorso di adozione e forse, tra poco, sarò anche mamma. Probabilmente il bambino o la bambina che entrerà nella nostra famiglia sarà già grande e frequenterà la scuola, parlerà un’altra lingua e il colore della sua pelle sarà diverso dal nostro. (…)
Ora penso alla scuola che potrebbe trovare e prevale la preoccupazione e il timore che possa venir meno la carica emotiva presente nella spontaneità del primo incontro e nell’autenticità del primo contatto. Insieme alla sua immagino la solitudine di tanti bambini che arrivano da un altrove; penso che lui o lei, oltre agli ostacoli che dovrà superare per accettare due nuovi genitori, si troverà in un ambiente che sottolinea a tutti i costi ciò che è diverso, senza valorizzare ciò che è comune: l’essere bambini che guardano ciò che li circonda, fiduciosi che qualcuno li possa accompagnare”.
Scrivere le nostre ragioni è agire. Bisogna approfittare di questo momento e dire ciò che sappiamo della scuola, dei bisogni delle bambine e dei bambini. Noi lo sappiamo di più dei politici e anche degli esperti perché viviamo accanto all’infanzia da tempo e abbiamo dedicato alla relazione con essa pensiero e energia. Su questa rivista l’editoriale di dicembre 2008, intitolato “Contro le maestre, contro le madri, contro le bambine e i bambini. Una riforma contro l’opera femminile”, è a firma di una maestra della scuola dell’infanzia, Laura Forlin: editori e giornalisti che ci lasciano spazio stanno agendo anch’essi per la scuola che vogliamo, dobbiamo averlo chiaro e sentire che queste vicinanze sono preziose, vanno riconosciute e fatte entrare in risonanza con i gesti dei genitori che stanno inventando e organizzando occasioni di festa, protesta e riflessione sul mondo dell’educazione.
Per molte è più facile narrare oralmente, alcune la sanno fare con arte, per altre è una sfida e un desiderio scrivere: è importante ora avere come bussola che attraverso il linguaggio possiamo dare luce a ciò in cui crediamo e a ciò che abbiamo imparato dall’infanzia. L’esperienza non basta, dice Muraro, “bisogna averne l’idea, altrimenti la diamo via per niente; e neanche l’idea basta, bisogna tradurla in pratica di vita, farla diventare usanza (…) (pag. 9)”. Se non esageriamo il potere del potere (pag. 24) – il potere delle istituzioni, del ministero, del dirigente scolastico – e se introduciamo nel gioco degli scambi di idee, il nostro sapere attraverso gesti, parole, stiamo già salvando le nostre realtà dal caos e dalla prospettiva della ripetitività senza speranze. E poi chiediamo, chiediamo a gran voce di dibattere alla giusta altezza il cambiamento della scuola; scrive Vita Cosentino: “L’altro nodo politico è che le maestre non possono essere lasciate sole: ci vogliono mediazioni sempre nuove se si vuole custodire questo tesoro da loro creato per la società tutta” (“C’è di meglio che tirare bulloni”, n. 88, marzo 2009, “Via Dogana”, pag. 6).
Concludo con le parole di un’anonima collega che ci ha scritto; non ha voluto dire il suo nome, ma ha voluto dire il suo pensiero. Noi che l’abbiamo raccolto ora diciamo che è sottoscritto da molte di noi, le maestre di questa perturbata, e perturbante società italiana:
“In realtà, e per riassumere, siamo quelle che vi hanno insegnato a scrivere e a leggere. Quelle che sono stati spinte verso la diversità, in trincea – e sia benedetto il Signore – quando ancora gli “altrimenti abili” erano definiti handicappati. Quelle che gli stranieri li hanno alfabetizzati fin dal giorno dopo il loro arrivo. (…) Quelle che non hanno potuto stare a guardare ma sono state trascinate dietro, accanto, a volte avanti dai cambiamenti della società. Io sono stata maestra unica, ho fatto il doposcuola, il tempo pieno, le attività integrative, il modulo, l’insegnante prevalente … Ho valutato con numeri, lettere, annotazioni e commenti. Dai ministri che hanno l’età degli ex-alunni voglio rispetto, considerazione e ascolto perché nel rispetto della storia della scuola c’è il rispetto della storia del paese e della sua cultura. Non siamo tutti “comunisti”, noi maestre. E’ un falso elettorale, un pregiudizio, una notizia generica, maligna e approssimativa. Intellettualmente disonesta. Abbiamo “servito” sotto ministri per lo più democristiani, in una struttura rigida che induce all’obbedienza e alla mediazione ben oltre le consuetudini del “mondo”. Ma siamo vigili e vive, non abituate a raccontarci, ma attente alle sfumature. Vediamo molto, sappiamo molto delle storie quotidiane delle famiglie e della gente. Abbiamo contribuito a “fare gli italiani”, non contribuiremo a disfarli”.
Al Modern Museum di Istanbul una rassegna dal titolo «In Praise of Shadows», curata da Paolo Colombo, propone la storia dell’animazione attraverso silhouette ritagliate in carta o «puppet» di artisti. In campo, i divertissement su Mozart di Lotte Reiniger e le donne di Kara Walker.
di Arianna Di Genova
Fuori, i battelli scivolano lungo le acque tranquille del Bosforo, «inquadrati» perfettamente dai grandi finestroni del moderno museo di Istanbul. Dentro, nel grande edificio-scatola, d’improvviso la luce del giorno scompare e i visitatori vengono catapultati in un mondo di ombre, silhouettes e sagome che raccontano esili trame di favole e le traformano in pièce teatrali o brevi video capolavoro.
In Praise of Shadows (a cura di Paolo Colombo, catalogo Charta, fino al 6 maggio ancora a Istanbul, poi emigrerà verso Atene a partire dal 23 maggio dove resterà aperta fino a luglio) è una mostra-gioiello che invita a un vagabondaggio fra diverse epoche, abbracciando gli esordi del teatro delle ombre in Turchia (usanza particolarmente diffusa nell’impero Ottomano, ma già in voga nel XVI secolo e forse anche prima, secondo quanto affermano alcuni scrittori turchi) con il suo personaggio «mitico» Karagoz che dette anche il nome alla popolarissima forma di spettacolo. L’itinerario espositivo prende l’avvio dalla Storia dunque per addentrarsi verso i lidi del contemporaneo, passando per gli esperimenti arditi di cineasti di avanguardia: sono otto gli artisti proposti nel percorso (circa 90 le opere). Può accadere quindi di camminare rasentando le pareti e immergersi negli scontri razziali narrati da Kara Walker (californiana, classe 1969): le sue drammatiche figurine ritagliate in cartoncino più di una volta hanno rievocato i soprusi subìti dai lavoratori africani, soffermandosi in particolare sulle violenze sessuali. Walker ha affidato alle sue fragili donne su carta black anche il ricordo dell’«Emancipation Proclamation» con la quale, nel 1863, Lincoln aveva posto fine alla schiavitù in America. In Burning African Village, la tragedia vissuta prende una forma tridimensionale in 22 parti, come se si srotolasse, davanti agli occhi dello spettatore, un libro pop up. L’effetto è travolgente.
La tesi di Colombo, curatore della mostra di Istanbul, è che con le «shadows» dei marionettisti prima e degli artisti poi si entra in punta di piedi nel foyer del pre-cinema: l’omaggio più intenso è infatti quello tributato a Lotte Reiniger.
Nata a Berlino nel 1899, questa artista che fin da bambina si impegnava meticolosamente a ritagliare silhouettes di carta, un giorno venne notata da un produttore in cerca di novità che le propose di fare un film d’animazione utilizzando le sue eleganti figurine. Cresciuta tra gli umori dell’Espressionismo tedesco, pronta ad accogliere le creature fantastiche fra le sue mani, nel 1919 Lotte presentò al pubblico il suo primo lavoro cinematografico, L’ornamento del cuore innamorato, coronato da un immediato successo. A Istanbul si possono vedere alcuni suoi corti: Carmen (1933), una esilarante reinvenzione della storia della bella gitana (qui non muore ma se la gode col torero), Papageno (1935), un mondo di lussureggiante natura in perenne metamorfosi tratto dal «Flauto Magico» di Mozart e il lungometraggio The Adventures of Prince Ahmed. Frutto di tre anni di lavoro (tra il 1923 e il 1926), realizzato con la collaborazione del marito Carl Koch e le scenografie di Walter Ruttmann, lascia scorrere l’universo incantato delle Mille e una notte, con grandi doti affabulatrici. Fra i maestri della stop motion c’è anche Ladislas Starewitch. Polacco, nato nel 1882, è stato un artista a tutto tondo: sceneggiatore, scenografo, tecnico del suono e delle luci, aveva una piccola equipe di lavoro composta dalle sue due figlie, Irene e Nina. E nel ricreare con originalità le favole di La Fontaine influenzerà, in seguito, un genio come Tim Burton.
Ombre in teatro e ombre che prendono carne e si fanno «puppet». Così la finlandese Katariina Lillqvist gioca con l’animazione, dedicando anche omaggio in salsa grottesca a Tadeusz Kantor, mentre i pupazzi di Nathalie Djurberg (svedese, classe 1978), poco oltre, si lanciano in performance sessuali brutali e danno segni di follia che investono il corpo e la sfera affettiva.
Si può chiudere la passeggiata a côté del Bosforo con il sudafricano William Kentridge, che spazia dall’animazione all’opera reinterpretata attraverso figurine e ombre. In mostra, il video Shadow Procession, già presentato alla Biennale di Istanbul del 1999. Con un ritmo modulato dalle improvvisazioni vocali del musicista di strada Afred Makgalemele, fluiscono le ombre degli esuli, uomini mutilati, minatori: una umanità in cerca di speranza si lascia alle spalle una città distrutta e fumante. Ma il cupo dramma della prima parte del video verrà interrotto e sconfitto da una specie di farsa dove personaggi immaginari, quali la donna-caffettiera, ruberanno la scena agli sfuocati perdenti.
CGIL
Federazione Lavoratori della Conoscenza Cgil
La Costituzione della Repubblica italiana e lo Stato affidano alla Scuola, ai suoi dirigenti e ai suoi docenti il compito di garantire il diritto dei minori all’istruzione.
L’articolo 34 della Costituzione recita:
La scuola è aperta a tutti
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie e altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.
L’ONU con la “Convenzione sui diritti dell’infanzia” affida agli stati nazionali lo stesso compito.
L’articolo 28 della Convenzione sui diritti dell’infanzia recita:
1) Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo all’educazione, e, in particolare, al fine di garantire l’esercizio di tale diritto in misura sempre maggiore e in base all’uguaglianza delle possibilità;
a) rendono l’insegnamento primario obbligatorio e gratuito per tutti;
b) incoraggiano l’organizzazione di varie forme di insegnamento; secondario sia generale che professionale, che saranno aperte a ogni fanciullo, e adottano misure adeguate come la gratuità dell’insegnamento e l’offerta di una sovvenzione finanziaria in caso di necessità;
c) garantiscono a tutti l’accesso all’insegnamento superiore con ogni mezzo appropriato, in funzione delle capacità di ognuno;
d) fanno in modo che l’informazione e l’orientamento scolastico e professionale siano aperte e accessibili a ogni fanciullo;
e) adotta misure per promuovere la regolarità della frequenza scolastica e la diminuzione del tasso di abbandono della scuola.
L’articolo 29 alla lettera d) sottolinea:
preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona.
La Costituzione italiana e la “Convenzione sui diritti dell’infanzia”, a quaranta anni di distanza, usano lo stesso linguaggio e sono sostenute dalla stessa etica, rispetto ai diritti dei minori e ai doveri dello stato.
Oggi, al contrario, nel nostro Paese il governo Berlusconi si appresta a esigere che docenti e dirigenti scolastici ignorino il Dettato costituzionale e I diritti sull’infanzia!
Infatti il Disegno di legge sulla sicurezza, approvato in questi giorni al Senato e in discussione alla Camera dei deputati, istituendo il reato di soggiorno illegale per i migranti irregolari, implica che tutti i pubblici ufficiali, e perciò, in quanto tali, anche i docenti e i dirigenti scolastici, se a conoscenza del reato, sono tenuti a denunciarlo.
La CGIL e la FLC Cgil chiedono a tutti i docenti e dirigenti scolastici e alle loro associazioni professionali di non subire questa iniqua imposizione, che li costringerebbero a tradire la Costituzione italiana e il proprio ruolo di garanti dei diritti dei minori che vivono nel nostro paese, di qualsiasi colore, popolo o religione essi siano.
Straniera invece che estranea. E’ così che molte si sono pensate e dunque si sono mosse.
Giorno dopo giorno degli ultimi mesi, o di un tratto, si sono avvertite estranee o “in esilio nel proprio paese”. Estranee perchè separate dalla vita pubblica, anche quando questa appariva sempre più impoverita e poco attraente, e forse proprio in questa scarsa attrattività si è misurata una distanza. I legami vissuti e costruiti negli anni e poi ancora nei mesi precedenti non sono del tutto recisi, appaiono invece congelati o appassiti, non sono percorsi da comunicazioni reciproche, domande e attese di conversazioni collettive.
Estranee in un paese soffocato , rinchiuso su di sè, provinciale nelle sue fonti di conoscenza , becero nella stampa di opinione. Un paese dove quella che appariva la sinistra sembra capace solo esistere per frantumare i suoi apparati e liste elettorali, intenta a misurare le proprie incapacità, coccolare la propria impotenza, ribadire l’agonia senza riuscire a prendere atto dei fatti.
Poco inclini alla tenacia necessaria per sopportare i movimenti carsici del femminismo, come tenere aperto l’interrogativo per ricostruire quei luoghi e quelle pratiche dell’agire una differenza condivisa con le altre?
Estranee anche ad alcune passioni in cui avevano cercato di mettere radici negli anni precedenti: un amore, una professione. Quest’ultima non semplicemente è stata una passione travolgente per molte, continua tutt’oggi ad essere il luogo dove scegliere di insediarsi per alcune. Una passione le cui radici nell’attualità non permettono illusioni: in modo evidente si deteriorano le condizioni materiali delle esistenze delle singole e di tanti , sempre più sono individualizzate le vite e la ricerca di soluzioni. Passione difficile e sofferente.
Estranee senza essere prive di legami, avendo tessuto dialoghi e relazioni prima di tutto con le altre, tante e diverse è vero si è detto, eppure la possibilità di relazioni fattive si assottigliano e i legami affettivi, lontani dalla scena pubblica, sono costretti a nutrirsi di sogni ristretti ogni giorno di più alle consuetudini degli affetti. Le conversazioni confermano che tutto sembra essere già stato detto, le diagnosi sembrano srotolarsi senza fine, i danni elencati sempre uguali, il timore dei pensieri paralizzati alberga in agguato dietro le spalle. Le diagnosi e le ricette terapeutiche , emesse o invocate che siano, diventano fievoli e come echi rimbombano. Le parole che hanno composto mappe concettuali utilizzate come utensili familiari suonano vuote quando pronunciate.
La percezione di ritrovarsi estranee piace pochissimo, troppo assomiglia alle pagine finali di un romanzo di Roth, quando narra di un ufficiale che “ si sentiva la persona più superflua sulla terra”.
Non sembra accettabile la prospettiva del diventare “superflua”, assomiglia troppo a una resa se collocata nello spazio storico, ad un profondo senso di estraneità verso se stesse se vissuta a contatto con la propria , e delle altre, soggettività.
E allora sembra possibile dar corso alla decisione o anche al desiderio di diventare straniere, nella mente e nei fatti delle vite quotidiane.
Andando altrove, nelle città dell’Europa tecnologicamente avanzata, dalle università che appaiono strutturate per studiare e ricercare e dalle reti amicali cosmopolite, nelle città e nelle vicende delle Stati Uniti, che fanno scrivere a molti in questo ultimo anno che vorrebbero “ cambiare la sponda del vecchio continente per quella al di là dell’Atlantico” , nelle vie e nelle strade dell’India e nelle città e nei villaggi delle varie Afriche, e comunque altrove, e intanto via.
Straniera in modo evidente, per la lingua che pronunci in modo diverso, per il colore della pelle e i modi di conversare. Straniera infine e soprattutto perchè questo è uno status di cittadinanza che ti riporta a ossevarne i contorni , i pieni e i vuoti. Straniera perchè i limiti delle tua decisionalità sono dati, perchè dove sei non puoi votare, perchè il livello delle tue responsabilità è ristretto, e forse la responsabilità più attraente e percorribile è l’osservare. Straniera in un luogo fisico storico, un altrove calpestabile, per non sentirti straniera a te stessa, nel tempo che accelerato scorre, estranea nella tua terra e nel suo tempo.
Quelle che vanno non lo fanno sull’onda di un muoversi comune con altre o altri, la partenza e l’arrivo sono individuali, casomai solitari. Quelli di oggi sono spostamenti distanti dalle esperienze di chi cambiò paese (e alcune bandiera) per dar corpo e esistenza a forme di solidarietà e curiosità con luoghi, storie e scelte politiche di movimenti e popoli .L’esperienza di cui narra Luisa Passerini non si sta riproponendo.
Nelle partenze più o meno solitarie allora si può tornare a leggere i classici, i testi lontani dalla cronaca in compagnia dei quali provare a esplorare un senso profondo del mondo interno di chi si trova ad essere straniera senza che “straniero a se stesso” dia voce e corpo ad una condizione fissa e ipostatizzata .” Non siete voi che mi avete fatto un torto, sono io che sono partita”. Così Julia Kristeva in un testo già del 1988 offre una conversazione per niente consolatoria, tanto erudita quanto aspra ed aperta al contempo a suggerire che “i primi stranieri ( nel mondo greco) sono le straniere Danaidi” ed anche che “l’inquietante estraneità e lo strano ( sta) dentro di noi”, intrecciando saperi psicoanalitici e letterari con le domande della sua contemporaneità storica. Con la lettura dei saggi di Edward Said “ Nel segno dell’esilio” , in cui cita la parole di Adorno “ fa parte della morale del presente non sentirsi mai a casa propria” e ancora ricorda, nel vivere e nello scrivere che l’esiliato sperimenta “ non abbandono trionfante o vittimistico ma senso di perdita”, e su quel senso di perdita invita “ a coltivare una soggettività scrupolosa e cioè nè indulgente nè introversa”.
Invita a provare e a cogliere il senso e a farne esperienza del “vedere il mondo intero come una terra straniera- offre anche la possibilità di una particolare originalità di sguardo” , potrebbe essere questo il senso del diventare straniera: coltivare la propria soggettiva speranza che lo sguardo non sia più così appannato, offuscato.
Straniera necessitata a riconoscere limiti, confini dell’agire ( anche dell’agire di harendtiana ispirazione), desiderio ed esercizio di responsabilità, anche se limitatissima . e tu che sei una straniera privilegiata, perchè partita per scelta da un paese del G8, per quanto impoverito, disastrato e disastroso,e dunque assumi più la figura dell’espatriata che non quella dell’esiliata e della migrante, sperimenti quali forme della responsabilità puoi esercitare. Responsabilità verso chi? Chi ti pone domande?
Coltivare il desiderio non semplicemente del ritorno a casa rinnovati lo sguardo e il sentire quale femminea fotocopia di Ulisse, ma la sconsiderata speranza di apprendere anima e corpo forme e domande di cittadinanza, apprendere a radicare questa passione in altre terre, altre strade. Osare altrove con altre, uguali e diverse, ad abitare il mondo esterno. e come già Kristeva immagina “ riuscire a vivere con gli altri, a vivere da altri”
Niente di più e niente di meno che appunti deliranti per le amiche a casa, nelle loro molteplici plurime identità, loro che hanno fuggito “ il trionfalismo proprio di una sola identità”, loro che non hanno rinunciato a “ ricostruire “ alcune dei pensieri per il futuro, un’altra una rappresentanza politica, altre l’ostinata cura quotidiana della qualità del lavorare, un’altra il consolidare esperienze e saperi di pratiche femministe perchè non vadano dispersi.
da il manifesto
Trenta minuti di domande. La commissione Usa vuole capire che cosa sta realmente accadendo a Vicenza. Ieri la consigliera comunale Cinzia Bottene è stata ascoltata dalla commissione Usa che dovrà decidere tra l’altro anche dei finanziamenti per la costruzione della nuova base militare al Dal Molin. Bottene ha avuto modo di esporre le numerose contrarietà legate al progetto. Grande impressione, ha rilevato la consigliera comunale, hanno destato in particolare alcuni punti della relazione, per esempio la vista della foto che riguarda l’area destinata alla nuova base e le foto della falda acquifera. I deputati hanno ammesso di non avere realizzato in precedenza che la base militare verrebbe costruita praticamente in città, cosa inconcepibile e inammissibile negli stessi Usa. Molto scalpore ha destato anche il fatto che manchi la valutazione di impatto ambientale che anche negli Usa, assolutamente obbligatoria anche negli Stati uniti. Il presidente a nome della commissione ha dato disposizioni di contattare il Pentagono per sapere se le oggettive ragioni illustrate erano state prese in considerazione e che spazio c’è per un’eventuale riconsiderazione del progetto. Cinzia Bottene ha affermato che si tratta di «un grande risultato, frutto di tre anni determinata opposizione e guardiamo fiduciosi alle decisioni che verranno prese». Interessante ancora una volta notare come le relazioni dirette con gli Stati uniti siano state allacciate e portate avanti soprattutto dalle donne. Una delle novità del movimento no Dal Molin è stata proprio quella della determinazione delle donne che oltre ad avere un proprio spazio anche all’interno del presidio sono state portatrici anche di un nuovo modo di «fare» politica.
Intanto mercoledì sera si è svolto un campeggio anomalo a Vicenza. Centocinquanta persone hanno infatti piantato le loro tende di fronte alla caserma Ederle. L’iniziativa era stata lanciata per sostenere la delegazione vicentina che ieri è stata ascoltata dalla commissione Appropriations Subcommittee on Military Construction, Veterans Affairs and Related Agencies della Camera del Congresso degli Stati uniti. «Siamo qui – hanno detto i manifestanti – per passare la notte nelle nostre tende e difendere il territorio vicentino dall’espansionismo statunitense che vorrebbe militarizzare l’intera città; vogliamo restarci fino a domani, quando la nostra delegazione sarà ascoltata da una commissione del Congresso statunitense dove esporremo le nostre ragioni». Perché da mercoledì sera si è aperta «una nuova campagna di mobilitazione contro la base statunitense», hanno detto i no Dal Molin. Ieri, mentre la delegazione veniva ascoltata negli Usa, i no Dal Molin hanno diffuso l’appello per la manifestazione nazionale del 4 luglio. Che sarà preceduta da una serie di altre iniziative. I no Dal Molin invitano tutte e tutti a Vicenza alla vigilia del G8 e dell’arrivo in Italia del presidente Obama.
da il manifesto
Un accordo «storico» sulla definizione dei confini è stato firmato dal presidente della Bolivia Evo Morales e quello del Paraguay Fernando Lugo, a Buenos Aires. Lo riferisce il quotidiano argentino Clarin secondo cui i due presidenti hanno formalmente sottoscritto un rapporto stilato nel 2007 dalla Commissione mista, che sancisce la definizione della frontiera in comune, oggetto negli anni Trenta di un conflitto, «la guerra del Chaco» che provocò oltre 100.000 morti.
Il documento è stato consegnato ai due capi di stato dal presidente argentino, Cristina Kirchner, garante dell’accordo, in una cerimonia svoltasi alla Casa Rosada a Buenos Aires. «Questo atto rappresenta un ulteriore passo nel processo di integrazione regionale, e conclude un cammino storico verso la fratellanza, la cooperazione e la democrazia, che oggi vive la nostra gente» ha detto il ministro degli esteri argentino Jorge Taiana, mentre il suo omologo boliviano David Choquehuanca, ha ricordato che «c’è stato un tempo nella storia, in cui i confini sono serviti per dividere», ma ora «i limiti sono concepiti per incoraggiare l’integrazione». Secondo gli storici, il conflitto per il controllo del Chaco boreale, considerato strategico per i due paesi, è stato incoraggiato dalle società petrolifere erroneamente convinte, all’epoca, che la zona attraversata dal fiume Paraguay fosse ricca di riserve di idrocarburi. Il trattato di pace «Amicizia, libertà e confini» firmato nel 1938 tra Bolivia e Paraguay, che pose fine al conflitto in atto tra il luglio del 1932 e il giugno del 1935, prevedeva la creazione di una commissione mista per definire la frontiera tra i due paesi.
di Valentina Parisi
«Un pellegrinaggio attraverso il paese degli spazi locali», così il critico Vitalij Patsyukov ha definito, con una formula tortuosa ma calzante, l’ampio ciclo fotografico Russkie (Russi), realizzato di recente da Anastasia Khoroshilova ed esposto fino al 2 maggio alla galleria Impronte di via Montevideo 11 a Milano. Luoghi remoti, talvolta geograficamente isolati, ma sempre e comunque rischiarati dalla presenza umana, quelli che la fotografa ha attraversato per dimostrare il carattere plurale dell’identità russa, al di là delle odierne derive nazionalistiche e populiste. In questa ottica, il titolo della mostra assume una sfumatura chiaramente paradossale, quasi provocatoria.
Che cos’hanno infatti in comune il giovane monaco buddista in scarpe da tennis e le donne ciuvasce ritratte nei loro costumi tradizionali che ci fissano imperturbabili da queste foto? Oppure gli artisti di un circo sperduto in una steppa dell’Asia centrale e le esponenti femminili di tre generazioni, riunite intorno a una culla in un angolo imprecisato della repubblica tatara?
Nella sua sfaccettata complessità, la Russia documentata dalla Khoroshilova sembra l’erede diretta di quell’entità sovranazionale che fu l’Unione Sovietica, oppure – per utilizzare una metafora ricorrente nella sua opera – un arcipelago formato da isole assai più distanti di quanto la contiguità spaziale non farebbe ipotizzare, forse addirittura ignare della loro reciproca esistenza. Di certo, a tenere insieme mondi così diversi è il metodo adottato dall’artista nei confronti dei suoi soggetti, che si traduce in una cifra stilistica ben riconoscibile, definita da Viktor Misiano come «grado zero della fotografia». I «russi» della Khoroshilova fissano invariabilmente l’obiettivo, quasi a voler instaurare, con i loro sguardi carichi di fiduciosa aspettazione o scetticismo, un dialogo col fotografo che, inevitabilmente, si rifrange anche sullo spettatore. Indifferente al fascino della tranche de vie inseguita dallo scatto del reportage, la Khoroshilova si rifiuta di cogliere di sorpresa i suoi modelli, anzi permette loro di adottare le pose rigide, ma psicologicamente rassicuranti tipiche delle foto di gruppo. Oppure chiede loro di scegliere lo sfondo su cui vorrebbero figurare, consentendogli di portare con sé, nell’universo ideale dell’inquadratura, gli abiti e le cose che meglio definiscono la loro personalità – quasi stessero partendo per un viaggio.
Incastonati come in una nicchia nello spazio «locale» che li racchiude, i soggetti di Russkie non sono dunque mai soli, ma accompagnati dalla presenza di animali totemici spesso esotici come il falco o il dromedario, strumenti musicali non meno inconsueti, oggetti-attributi ora buffi (come il cocomero di plastica esibito per qualche ignoto motivo da una vecchietta), ora spiazzanti (come nel caso di una donna di mezza età, seduta da sola su una panchina accanto al ritratto di una danzatrice classica).
Forse, il fascino di questo ciclo (e, insieme, la valenza etica del «pellegrinaggio» della fotografa) risiede proprio nel rispetto profondo con cui la Khoroshilova si accosta agli abitanti della campagna e della provincia russa. Sospesi tra l’immensità degli orizzonti che domina alcuni esterni e lo spazio delimitato, ristretto ma mai angusto, degli scorci domestici, i protagonisti di Russkie, con i loro sguardi colmi di compassata dignità, sembrano voler lanciare allo spettatore un appello alla comprensione reciproca cui è davvero difficile sottrarsi.
di Barbara Casavecchia
Al muro è schierata una miriade di piccoli corpi grigi decapitati, in piedi, braccia lungo i fianchi, impercettibilmente diversi. Sono i Bambini con cui Magdalena Abakanowicz accoglierà i visitatori: 90 figure in ceramica vulnerabili e minacciose, perché «tutte le moltitudini sono senza testa. Hanno reazioni pericolose, da organismi senza cervello». Tra fantasia e inquietudine, del resto, e sfruttando in modo originale i media più diversi, dalla morbidezza arrendevole dei tessuti alla durezza dell’ acciao corten, si è sempre sviluppata la ricerca di Abakanowicz. Che ha una biografia da romanzo d’ appendice. Classe 1930, figlia di un’ aristocratica polaccae di un nobile russo di origini tartare (discendente del mongolo Abaka-Khan, pronipote di Gengis), cresce in campagna tra domestici e precettori, fino all’ invasione nazista del ‘ 39. Si rifugia a Varsavia (dove vive tuttora), e con l’ avvento del regime comunista nasconde le proprie origini per accedere agli studi. All’ Accademia, la sua passione «politicamente scorretta» per l’ arte astratta viene punita con sfilze di zero in pagella, e la sua mostra d’ esordio (nel 1960) viene chiusa a poche ore dall’ inaugurazione. Scomoda anche la posizione del marito Jan, che diventerà leader di Solidarnosc. Eppure, nulla di tutto ciò le ha impedito di rimanere legata al proprio paese, di perseguire con ostinazione la carriera, di insegnare (all’ Accademia di Belle Arti di Poznan e all’ UCLA), di viaggiare ed esporre in tutto il mondo. La mostra alla Fondazione Pomodoro ripercorre liberamente mezzo secolo di carriera di Abakanowicz, che ne ha curato personalmente (insieme ad Angela Vettese, direttrice della Fondazione, sotto la cui egida sembrano in crescita le «quota rosa»: a fine anno, sarà la volta di un’ antologia della spagnola Cristina Iglesias) la scelta delle opere e l’ allestimento, perché «la scultura per me non è un bell’ oggetto da guardare, ma l’ esperienza di uno spazio da sperimentare»- da cui il titolo: Space to Experience. In un angolo, campeggia la spettacolare installazione Embriology (creata per il Padiglione Polacco alla Biennale di Venezia del ‘ 79), un agglomerato di oltre 600 «gusci» cuciti a mano con fibre di iuta, garza, cotone, canapa; dall’ alto pendono gli Abakans neri e rossi, le sue opere più note (che nel ‘ 65 le valsero il Grand Prix alla Biennale di Sao Paulo e la ribalta internazionale), sculturebozzoli avvolgenti, sensuali, che tesseva a mano «per via delle circostanze: all’ epoca avevamo diritto solo a due stanze». In ordine sparso, le 11 figure de La corte di Re Artù in acciaio inossidabile fuso a vista, destinate a una piazza di Varsavia. E ancora, due enormi Teste in acciaio: una porta il sigillo della fonderia bolognese Venturi Arte, dove negli anni ‘ 80 Abakanowicz ha scoperto la tecnica del bronzo, preparando la sua gigantesca Katarsis per il parco della scultura della Fattoria di Celle, in Toscana. Come è approdata a Milano? «Ho conosciuto Arnaldo Pomodoro anni fa, per caso, come succedono quasi tutte le cose. Ma abbiamo continuato a rimanere in contatto, a parlarci e confrontarci,e alla fineè arrivata questa mostra. Che per me è la testimonianza di quanto sia necessario comunicare, sempre, a dispetto delle distanze geografiche e culturali. Perché l’ arte è un linguaggio al di là delle parole.» Fondazione Pomodoro via Solari 35, inaugurazione domani ore 18.30, fino al 26 giugno.
Anna Adamolo
Crisi sociale, movimenti, ideologie
L’Onda Anomala è il fenomeno sociale più importante che si sia visto in Italia negli ultimi anni. È partito dal terreno della scuola, dalle proteste contro la cosiddetta “riforma Gelmini”, ma il suo valore non appare limitato a quel campo: sembra il sintomo di un nuovo processo di mobilitazione sociale globale. Il disagio materiale, culturale e morale che parte dai problemi della scuola, comincia a riguardare problemi più vasti: quelli del lavoro, della redistribuzione della ricchezza, dello stile di vita, della democrazia e dell’uguaglianza.
Il movimento attraversa strati sociali e generazionali diversi: studenti universitari e medi (certo sinora la componente maggiore), insegnanti e genitori della scuola primaria e secondaria, docenti e ricercatori universitari precari. Quest’ultima componente dimostra che si stanno ponendo le basi per una ribellione generalizzata contro le nuove indecenti forme del lavoro nel capitalismo cosiddetto “cognitivo” o “immateriale”. Che un grande movimento del lavoro precario possa sorgere o no, in Italia e in tutto l’Occidente, è ovviamente una questione aperta. Ma almeno le basi e le premesse, con l’esplosione dell’Onda, sono state poste.
Il movimento riparte dalla scuola perché le scuole, in Occidente, sono rimaste quasi gli unici luoghi di socializzazione, in cui la gente entra in contatto reciproco al di fuori del controllo televisivo sull’immaginario. Ma si allarga perché assistiamo al fallimento di trent’anni di politiche neoliberiste, di finanziarizzazione dell’economia e di privatizzazione di tutto il privatizzabile. La forza e la furbizia del capitalismo sono grandi, ma sono grandi anche le forze che esso stesso genera, nel proprio seno, contro se stesso. Le cause che diedero avvio al Sessantotto si ripresentano insomma, dopo quarant’anni, in forma diversa ma con la stessa sostanza. E con una capacità anche maggiore, a quanto sembra, di sfuggire alle trappole dell’ideologia e di muoversi con intelligenza sui terreni dell’immaginario, del linguaggio, dell’uso delle tecnologie.
“In tantissime manifestazioni organizzate dall’estrema sinistra e dai centri sociali, così come mi ha confermato il ministro dell’Interno, ci sono dei facinorosi.” Così l’attuale premier Silvio Berlusconi commentava le prime manifestazioni contro la riforma Gelmini dell’inizio di ottobre 2008. Quello che dovrebbe più meravigliare (e far riflettere) nelle prime reazioni di quei giorni non sono tanto le spensierate dichiarazioni di intervento delle forze armate, quanto piuttosto la facilità con cui il pubblico (televisivo, ma non solo) ha spostato l’attenzione dai reali motivi che hanno portato centinaia di migliaia di persone a scendere in piazza, a una spiegazione “ideologica”, basata sull’individuazione di rassicuranti categorie in cui ingabbiare i manifestanti.
Queste definizioni hanno attecchito nell’opinione pubblica con estrema facilità, e sono diventate spesso il centro di attenzione di diversi dibattiti. Questo può stupire solo chi consideri l’ideologia come un travisamento esteriore e superficiale dei fatti, che sarebbe relativamente semplice combattere e smantellare soltanto ristabilendo una mitica verità. Le cose, ahimé, non sono così semplici. Se l’opinione pubblica cade così facilmente preda di una spiegazione grottesca e semplicistica di complessi movimenti sociali (“ci sono dei facinorosi che seminano zizzania e coltivano il malcontento”), è perché l’ideologia ha un radicamento e una forza (per usare una terminologia marxiana) strutturali, e non solo sovrastrutturali .
Ciò è stato esposto in modo più chiaro da Guy Debord già negli anni sessanta del secolo scorso: “L’ideologia è la base del pensiero di una società di classe, nel corso conflittuale della storia. I fatti ideologici non sono mai stati delle semplici chimere, ma la coscienza deformata della realtà, e in quanto tali dei fattori reali che esercitano di ritorno una reale azione deformante; a maggior ragione, la materializzazione dell’ideologia che è conseguente al successo concreto della produzione economica resasi autonoma, nella forma dello spettacolo, confonde praticamente con la realtà sociale un’ideologia che ha potuto ritagliare tutto il reale sul suo modello”. [ La società dello spettacolo , 212].
Questa capacità del capitalismo di “ritagliare il reale sul modello di una ideologia”, che Debord chiama “materializzazione dell’ideologia”, è ancora più evidente se ci mettiamo dal punto di vista della biopolitica, cioè della diretta gestione della vita da parte del potere politico, che diventa così un biopotere. All’interno di questa prospettiva la pratica di identificare diversi gruppi di persone attraverso categorie oggettivanti diventa necessaria per controllare processi produttivi e sociali. Nella sfera politica la presenza di soggettività diverse risulta inutile, per cui non ha alcuna rilevanza che a manifestare siano state le persone più diverse tra loro. Viene costruita un’utile figura trasversale che non ha niente a che vedere con le singolarità, ma è una piatta generalizzazione della folla. Che cosa vogliamo dire con questo? Che accanto, e oltre, a meccanismi economici, a strumenti politici, a strutture militari (che indubbiamente hanno un ruolo, e di primo piano), è un dispositivo linguistico che garantisce l’adesione dei cittadini ai “valori di fondo” della società. Nel presupposto (quanto mai ideologico) che il linguaggio descriva fedelmente, ricalchi, rappresenti la realtà senza alcuno scarto.
Certamente, quando la situazione si fa più tesa, quando la realtà rivendica la propria autonomia imboccando strade non previste (quando il meccanismo economico va in crisi davvero, per esempio), allora anche il dispositivo linguistico si inceppa, allora appare illusoria e infondata la pretesa che il linguaggio sia una fedele descrizione della realtà: le dichiarazioni dei politici, i giornali, le televisioni, gli articoli degli intellettuali e gli spettacoli dei comici di regime appaiono d’improvviso smorti e fuori fuoco. Si apre la possibilità di giochi linguistici difformi, di comportamenti diversi, di pratiche davvero non conformiste. Appare un’Onda Anomala, e al suo interno, come giochi di spuma, figure capaci di parlare parole diverse, di utilizzare linguaggi e tecnologie per scopi diversi da quelli per i quali erano stati concepiti. Appare, per esempio, Anna Adamolo.
Anna Adamolo: storia di una nuova identità collettiva
Anna Adamolo ha fatto la sua prima apparizione sulle pagine del social network Facebook, in cui si presentava come alternativa alla legge 133 della riforma Gelmini. Le immagini, simili a quelle di una qualsiasi campagna elettorale, ritraevano una donna sulla cinquantina con occhiali dalla montatura viola. A un primo sguardo poteva sembrare uno tra i tanti candidati politici, ma agli utenti contattati veniva fatta una richiesta particolare: “Se diventi amico di Anna Adamolo, ti chiediamo di cambiare il tuo nome, il tuo profilo o il tuo stato mettendo il suo nome e il suo logo al posto del tuo”. Parallelamente era nato un blog ( http://annaadamolo.noblogs.org/ ) nel quale era possibile scaricare materiali e leggere quali fossero gli obiettivi di questa operazione. Anna Adamolo, anagramma di Onda Anomala, si proponeva come un nome collettivo attraverso cui poter raccontare la propria storia o rivendicare azioni di protesta contro i provvedimenti del Governo.
In quello stesso periodo giornali e televisioni avevano dimostrato un particolare interesse per il social network Facebook in relazione all’intervento di diversi gruppi politici su quella piattaforma. In particolare era stata rilevata la presenza di gruppi numerosi contro il decreto o contro la stessa Gelmini, e di gruppi meno folti a favore di essi. Parecchi giorni prima della comparsa di Anna Adamolo era stato creato il primo account a nome Mariastella Gelmini, uno dei tanti a nome di personaggi famosi o politici, ma il primo ad avere il nome dell’ormai famosissimo ministro.
Si può intuire che gli utenti aderenti all’account (gli “amici” nel gergo di Facebook) condividessero in maggioranza le posizioni politiche del ministro. I diversi messaggi apparivano più o meno simili a questo: “purtroppo, ancora una volta, è come ha detto il Presidente Berlusconi: gli studenti si fanno manipolare!”: gli utenti riproponevano insomma le stesse forme di categorizzazione propagandate dal governo. Era evidente come le definizioni date dall’ ideologia fossero diventate realtà per tutti i soggetti legati a quel determinato credo politico.
Anna Adamolo nasceva come risposta a quei meccanismi, si proponeva come immaginario non normalizzato in grado di esprimere le diverse soggettività al di là degli strumenti di materializzazione dell’ideologia utilizzati dal potere istituzionale ed economico. Le intenzioni del progetto si sono fatte più chiare il 14 Novembre 2008, quando “oltre trecentomila studenti, arrivati a Roma con treni e autobus da tutta Italia, si sono messi in marcia, dalla Sapienza, per il corteo nazionale lanciato dalle università in mobilitazione. L’obiettivo era stato pubblicamente annunciato da più di una settimana: accerchiare Palazzo Chigi, per gridare ‘in faccia’ al governo illegittimo lo slogan di queste settimane: ‘Non pagheremo noi la vostra crisi'”. (dal sito www.uniriot.org ).
Già nei giorni precedenti Anna Adamolo era comparsa alla stazione di Milano durante le proteste dell’onda anomala milanese per ottenere treni speciali per la manifestazione di Roma. In quell’occasione erano stati distribuiti falsi sconti per raggiungere la capitale.
Al mattino del 14 le maggiori testate giornalistiche italiane ricevevano centinaia di email molto particolari. Queste provenivano dal dominio ministeroistruzione.net ed erano impostate graficamente come un comunicato stampa ufficiale del ministero. Nel testo c’era scritto: “Sono Anna Adamolo […] Oggi studenti, docenti, genitori, lavoratori e cittadini occupano al mio fianco il sito del Ministero dell’Universita’ e Ricerca”. Poche ore più tardi i siti della Repubblica, dell’AGI (Agenzia Giornalistica Italiana) e di altri quotidiani titolavano: “SCUOLA: HACKER NEL SITO DEL MINISTERO ISTRUZIONE”, riportando il link del sito “hackerato” cioè www.ministeroistruzione.net . Probabilmente era sfuggito loro il senso di un’altra frase scritta nell’email poco più sotto: “Oggi costruiamo simbolicamente su Internet un nuovo Ministero, il Ministero che vorremmo avere in Italia, in cui le voci dei precari e delle precarie, degli studenti e delle studentesse, dei professori e delle professoresse, di tutti i cittadini, vengono ascoltate”.
Non un “ministro ombra”, quindi, ma un “ministro Onda”. Naturalmente non si trattava di un’azione di defacement del sito ufficiale, ma di un’azione di hacking dei sistemi di informazione. Il sito ufficiale era stato clonato su un altro dominio scelto appositamente perché potesse essere confuso con quello ufficiale. Dopo pochi secondi di permanenza sul sito compariva un video a tutto schermo con immagini di manifestazioni dei giorni precedenti. Su un sottofondo sonoro inaspettatamente calmo una voce femminile iniziava a parlare dicendo: “Sono Anna Adamolo. Voglio portare tutte queste voci dentro questo palazzo”. Quella voce moltiplicata riportava le diverse esperienze dei manifestanti e infine affermava: “La politica adesso la facciamo noi”. Gli utenti erano poi dirottati su di un altro sito in cui ancora adesso è possibile ascoltare le telefonate e leggere le email inviate da chi sente di essere Anna Adamolo. Alcune di queste email sono state recentemente pubblicate nel libro “sono anna adamolo. Voci e racconti dall’onda anomala”, delle edizioni NdA.
Contemporaneamente all’invio delle email ai giornali era stato diffuso un messaggio in rete in cui si chiedeva agli utenti di internet di contribuire a un’azione di googlebombing linkando nel proprio sito o blog l’url www.ministeroistruzione.net con le parole “ministero dell’istruzione”. Un paio di settimane dopo l’obbiettivo venne raggiunto, e il “nuovo” sito del Ministero figurava ai primi posti nelle ricerche su Google, superando il sito ufficiale.
Nello stesso giorno della manifestazione di Roma, dichiarando una simbolica occupazione da parte dell’Onda Anomala, l’account Facebook di Mariastella Gelmini veniva modificato sostituendo al nome del Ministro quello di Anna Adamolo (prova evidente che l’account non era stato creato dalla Gelmini, ma era un fake). Questo accadeva mentre decine di ragazzi sfilavano in corteo verso Palazzo Chigi indossando degli occhiali di cartone viola scaricabili dal blog e disegnando con gli spray sui muri di Roma il logo del nuovo Ministro Onda.
Un movimento che sin dall’inizio ha rifiutato qualsiasi referente al di fuori di se stesso, colpiva così ironicamente le diverse parti politiche, e giocava con i meccanismi di rappresentanza trasformando ogni singolo soggetto delle proteste in ministro.
Nelle settimane successive le iniziative a nome Anna Adamolo si moltiplicavano. Il ministro Onda compariva in carne e ossa irrompendo sul palco del Piccolo Teatro Studio a Milano per sostituirsi al Ministro Gelmini ormai assente da qualsiasi occasione ufficiale. A Bologna distribuiva buoni sconto per il 70% su tutti i libri, validi dalle 17 alle 19 del giorno stesso nella Feltrinelli di piazza Ravegnana per promuovere sapere libero per chi produce sapere e reddito per tutte e per tutti.
In questa complessa operazione sono stati coinvolti gruppi artistici come Les Lien Invisibiles e I/o cose, e la coppia di grafici ParcoDiYellowstone. Il progetto AHA: Activism-Hacking-Artivism ha supportato l’operazione nelle sue diverse fasi, coinvolgendo direttamente diversi membri della relativa mailing-list aha@ecn.org. Inoltre fondamentali sono stati i diversi gruppi e collettivi studenteschi, primo tra tutti il collettivo Aut Art dell’Accademia di Brera, ma anche il collettivo di Scienze Politiche di Milano, il collettivo bolognese di autoformazione, Chainworkers, Diversamentestrutturati di Milano, il coordinamento degli studenti dell’Università di Ferrara, i collettivi studenteschi di Trento e molti altri. Si è trattato di una fitta rete di collaborazioni in cui sono state condivise esperienze e competenze per realizzare un progetto su scala nazionale.
Anna Adamolo fra hacking, artivismo e guerriglia linguistica
L’esperienza di Anna Adamolo rappresenta una linfa nuova all’interno del panorama dell’attivismo italiano e, allo stesso tempo, converte in azione impulsi del dissenso consolidati da decenni di pratiche hacktiviste. Anna Adamolo gioca con il linguaggio, ma anche con il concetto di identità collettiva, divenendo un’icona per chi cerca di ri-scrivere i codici del reale attraverso il détournement dei simboli. Una tradizione che in Italia nasce già negli anni novanta con il multi-individuo Luther Blissett e, dieci anni prima prima a livello internazionale, con la open-pop-star Monty Cantsin, entità plurima dell'(anti)movimento neoista. A differenza di Monty Cantsin, individualità usata come nome d’arte dagli esponenti del Neoismo, e quindi ricollegata più a determinati soggetti che a una collettività allargata, Anna Adamolo è la voce di un network. Un network di persone che coinvolge giovani studenti e ricercatori, lavoratori precari e professori, tutti coloro che vogliono essere Anna Adamolo per rendere attività concreta un’utopia politica, culturale e sociale.
La componente di networking è quindi centrale in Anna Adamolo e la sua rete si ispira a quella anonima intrecciata dai Luther Blissett, con obiettivi comunque diversi. Pur rappresentando una pluralità di individui, i Luther Blissett agivano trasversalmente a qualsiasi movimento politico, insinuandosi come virus nei bug del sistema mediatico e nelle derive delle leggende metropolitane. Anna Adamolo invece nasce all’interno del movimento dell’Onda Anomala, non ha volto ma ha tanti volti che si radicano direttamente in battaglie politiche e sociali. Volti che prendono forme molteplici, ma che lottano per un obiettivo comune. Anna Adamolo interpreta Monty Cantsin e Luther Blissett giocando con il linguaggio e con i labirinti della politica, trasformando in possibilità aperte la burocrazia dello Stato. La sua risposta è la creazione di una “intima burocrazia” (Craig J. Saper, 2001) re-interpretando creativamente gli elementi strutturali della vita quotidiana, come anni addietro hanno fatto la Mail Art e altre pratiche di avanguardia. I simboli dell’istituzione sono sovvertiti, da website ufficiali ai timbri del Ministero dell’Istruzione, per renderli qualcosa di condivisibile e creativo. Segni e marchi di una rete di soggetti che muta e che auto-deterimina le sue regole dell’agire, che vuole costruire autonomamente la sua formazione e il proprio futuro.
Anna Adamolo diventa il nodo simbolico di un movimento precario che già in passato ha inciso la sua radicalità attraverso messaggi visivi e ha trasformato la pesantezza della politica tradizionale in una spirale di ironico attivismo: San Precario, il Santo dei precari, e Serpica Naro, la stilista dell’immaginario, insegnano. Il messaggio è finalmente arrivato a una comunità di soggetti numerosi, che vanno oltre il movimento hacker, quello attivista e le pratiche di guerriglia marketing, e si apre a tutti coloro che vogliono trasformare il nostro presente. In questo senso, Anna Adamolo è stata la vera rivoluzione semiotica, perché ha cercato con successo di raggiungere anche chi, per la prima volta, ha deciso di misurarsi con le alternative possibili scendendo in piazza e agendo attivamente nella rete.
Conclusioni: per un nuovo linguaggio e una nuova politica
Sembra evidente, da quanto scritto sinora, che l’operazione Anna Adamolo sia un episodio significativo di una tendenza non nuova (fu già evidente, nel corso del Novecento, dal Dada berlinese agli slogan del Maggio 68 parigino), ma riproposta con nuova forza e nuova consapevolezza dall’Onda Anomala. La possiamo sintetizzare così: non c’è rivoluzione o cambiamento possibile su ogni piano dell’attività umana se la rivoluzione o il cambiamento non riguardano prima di tutto il linguaggio. La ragione principale di questa asserzione è stata esposta nel modo più chiaro da Giorgo Agamben: “Poiché è chiaro che lo spettacolo è il linguaggio, la stessa comunicatività è l’essere linguistico dell’uomo. Ciò significa che l’analisi marxiana va integrata nel senso che il capitalismo (…) non era rivolto solo all’espropriazione dell’attività produttiva, ma anche e soprattutto all’alienazione del linguaggio stesso, della stessa natura linguistica e comunicativa dell’uomo, di quel logos in cui un frammento di Eraclito identifica il Comune. La forma estrema di questa espropriazione del Comune è lo spettacolo, cioè la politica in cui viviamo . [Giorgio Agamben, “Glosse in margine ai Commentari sulla società dello spettacolo “, SugarCo, Milano 1990, pp. 242-243]
La forza di Anna Adamolo, come quella di ogni nome collettivo, di ogni operazione consapevole di net art, sta nella capacità di azzerare il legame fra linguaggio e mondo operato dalla tradizione e dal potere, e di creare le condizioni per la creazione di un mondo nuovo. Ogni volta che una persona, un essere umano, si collega al sito www.ministeroistruzione.net e lascia un messaggio che inizia con “sono Anna Adamolo…”, agisce sul terreno linguistico più scivoloso possibile, ma anche su quello più potente. Gli enunciati del tipo “sono XY”, “mi chiamo XY”, sono la forma più chiara e più pericolosa dei cosiddetti “enunciati performativi”, cioè di quelle asserzioni che compiono un’azione nel momento in cui sono proferite, e che la linguistica del Novecento ha studiato con le varie teorie degli “atti linguistici” (da Wittgenstein ad Austin a Searle).
Proprio per questo le operazioni di nominazione (dall’anagrafe al battesimo) sono riservate nelle nostre società ai poteri ufficialmente costituiti, dallo stato alla chiesa. È di nuovo Agamben che chiarisce la sfida linguistica che ci propone la società dello spettacolo, la società del capitalismo globale e onnipervasivo: “Ciò che impedisce la comunicazione è la comunicabilità stessa, gli uomini sono separati da ciò che li unisce (…). Nella società spettacolare (…) il linguaggio non soltanto si costituisce in una sfera autonoma, ma nemmeno rivela più nulla di tutte le cose (…). L’età in cui stiamo vivendo è anche quella in cui diventa per la prima volta possibile per gli uomini far esperienza della loro stessa essenza linguistica – non di quello o quel contenuto di linguaggio, ma del linguaggio stesso, non di questa o quella proposizione vera, ma del fatto stesso che si parli”. [Giorgio Agamben, op. cit., pp. 245-246]
Proprio la complessità del fatto linguistico, il suo nuovo intreccio con i meccanismi economici, produttivi e mediatici, ci offre però la possibilità di operazioni di rimessa in discussione radicale dei dispositivi di dominio che il capitalismo ci fa apparire come naturali e scontati, a partire proprio da quelli linguistici. Recuperare la “facoltà di linguaggio” significa quindi in primo luogo sottrarsi all’alienazione del linguaggio che perpetua e rende possibili quei dispositivi.
Ecco perché Anna Adamolo non è solo un interessante e utile contenitore per tutte le proposte dei movimenti (dall’autoformazione nelle scuole e nelle università al reddito sociale garantito), ma è anche un tentativo di costruire un nuovo linguaggio dell’azione collettiva, della politica, a partire dal suo terreno più delicato e profondo, quello dei dispositivi di comunicazione. È un lavoro lungo e complesso, che però l’Onda Anomala (e Anna Adamolo con lei) ha già cominciato.
Apparso sulla rivista Duoda con il titolo www.libreriadelledonne.it: hacer red en la red, trad. Gemma del Olmo Campillo, “Duoda, estudis de la diferència sexual” n. 36, 2009. Il testo si può scaricare dal sito RACO (Revistes catalanes amb Accés Obert)
http://www.raco.cat/index.php/DUODA/article/view/139430
La Libreria delle donne di Milano, storica realtà del femminismo italiano, nel 2001 ha incontrato il web e qualcosa è capitato. Il desiderio di praticare la differenza sessuale nella realtà della rete ha dato inizio a questa avventura, e un gruppo di riflessione composto da giovani donne1 ha legato questo desiderio a una riflessione e a una pratica di scambio. Siamo partite da ciò che abbiamo ereditato: la Libreria come progetto politico e dono prezioso da curare, custodire. Un dono che desideravamo fare nostro contaminandolo con nuove pratiche e nuove modalità di espressione. Abbiamo visto nel sito una possibilità di raccogliere questa sfida, innanzitutto per la familiarità che abbiamo con lo strumento informatico, la sua contiguità con la nostra vita quotidiana. Così ci siamo messe in gioco in prima persona, tentando una mediazione con chi era estranea a questo mezzo.
Il nodo era una riflessione sul linguaggio: le modalità espressive del saggio politico o dell’articolo sono diverse da quelle di internet; l’interattività chiede presenza intellettualmente attiva, e la velocità di comunicazione ha grandi potenzialità ma anche molti rischi, prima di tutto per una certa superficialità, perché spesso si tende a dare risposte affrettate a ciò che capita, perdendo di vista il senso di quello che succede, che viene dalle riflessioni e scambi approfonditi con altre e altri.
Noi siamo convinte che internet e la rete rappresentino una modalità di comunicazione che ha modificato la pratica e il linguaggio della politica, anche la politica delle donne. La rete ha il grande vantaggio che facilita la possibilità di fare politica in prima persona, pensiamo alla grande quantità di siti, mailing list, liste di discussione, blog, comunità di condivisione dei saperi (wiki). La modalità tradizionale dei volantini, riunioni, convegni è stata modificata profondamente da questi nuovi linguaggi, che permettono un’immediatezza e una velocità di scambio delle informazioni che per certi aspetti agevola la comunicazione, specialmente per le più giovani. Il linguaggio che si usa in internet è particolare: sta a mezza via tra il linguaggio parlato e quello scritto, i neologismi abbondano, l’interazione avviene attraverso la scrittura ma è come se si parlasse, perché c’è la percezione della medesima immediatezza. Pensiamo anche alla grafica, utilizzata normalmente negli scambi in rete: la stessa frase può contenere colori e caratteri differenti, può essere caratterizzata da tratti emotivi con le “faccine” (smiley) che esprimono gioia, tristezza, disappunto, divertimento. La maggiore facilità nella comunicazione è data da un tempo di interazione più dilatato rispetto allo scambio di persona, dove si può riflettere maggiormente, dove c’è più tempo per gestire l’emotività, ma allo stesso tempo è uno scambio molto più veloce di quelli epistolari, precedenti l’avvento di internet.
Un altro rischio della rete è la mancanza di fisicità. La sfida – all’inizio della nostra impresa – ci è sembrata molto alta, perché ci stavamo avventurando in un mondo che pare caratterizzato da un linguaggio universale e neutro e da una comunicazione priva di corpo, elementi che avrebbero potuto annullare la differenza sessuale, il nostro essere donne.
Per questo è nata una redazione composta da donne diverse per età e per storia, con differenti sensibilità e modi di vivere il presente2. Da questa passione è sorto il sito, di cui siamo le webmaster o meglio, come diciamo noi, le webmater. Discutiamo sugli articoli da selezionare, li commentiamo senza accontentarci di risposte immediate, inseguendo un senso non scontato: il senso libero della differenza, che spiazza, sposta ogni significato comunemente dato. Tentiamo di far affiorare, dalle nostre pagine web e dalle migliaia di pagine altrui che incontriamo, un’interpretazione inedita degli eventi. Nel farsi di questa esperienza c’è un continuo attraversare la soglia: essere dentro il medium, la tecnica, l’organizzazione; e guardare la passione politica che ci muove per vederne la fecondità.
La posta in gioco ci è apparsa alta e continuiamo a ritenerla tale: è possibile mettere in gioco la nostra pratica politica in internet? Una comunicazione priva di corpo annulla la differenza sessuale, il nostro essere donne in quel luogo?
La redazione ‘carnale’ del sito della Libreria è il luogo in cui affrontiamo l’impresa forte di fare politica in rete senza annullare la differenza sessuale, senza rinunciare al senso critico necessario di fronte alla velocità delle informazioni e senza rinunciare alla corporeità. La virtualità non basta. Dal movimento politico delle donne sappiamo che portare il proprio corpo e stare in presenza è fondamentale per la passione politica, e la pratica dei piccoli gruppi o della piazza è arricchita dalla presenza della rete.
Nel lavoro concreto e costante della redazione abbiamo compreso che la struttura a rete della comunicazione digitale è particolarmente adatta alla politica delle donne, perché non prevalgono ruoli istituzionali e di potere e perché si ha la possibilità di entrare in relazione con donne di città diverse. Ma anche qui c’è un rischio, quello della pluralità e dell’uguaglianza. Se si segue la “tentazione” della parità la proposta politica si sfilaccia, si va verso un pluralismo forzato e si può ambire alla creazione di un contenitore asettico senza un senso politico. Invece la sfida dovrebbe essere la creazione di uno spazio di incontro/conflitto in cui ci si possa mettere in gioco. Noi crediamo che la pluralità sia ricchezza, a patto che si presenti con un taglio. In altri termini, la potenziale ricchezza può manifestarsi solo se è possibile un netto confronto tra differenti soggetti politici, e se la posta in gioco è una sfida all’esistente. Nella costruzione del nostro spazio virtuale questa è una faccenda che cerchiamo di tenere all’attenzione, perché sappiamo bene che c’è una grande difficoltà a nominare la cosa che più preme e fare delle scelte radicali sul taglio da dare. Il mito della democrazia paritaria sembra incarnarsi nella rete. Seduce con la promessa che ogni cosa ha diritto di essere nominata, che per ogni diritto bisogna fare battaglia, e fa perdere la capacità di scegliere, cosa che inevitabilmente lascia fuori altro.
Abbiamo verificato negli anni che la scelta della radicalità in ciò che diciamo e mostriamo nel sito attira lettrici e lettori, che a volte si trasformano in “scrittrici e scrittori”, nonostante il mercato di internet con l’offerta infinita di informazioni, siti, blog e portali vari. Abbiamo sperimentato che è fondamentale che ci sia un taglio, il taglio della differenza sessuale: saper guardare il mondo, un mondo anche virtuale, in cui uomini e donne si muovono con curiosità e ambizioni differenti.
Il sito della Libreria delle donne di Milano è divenuto nel tempo un luogo prezioso, insieme virtuale e virtuoso. È una miniera di idee facilmente attingibile, e questa ricchezza è accompagnata dal nostro costante lavoro di redazione: ecco le due facce del sito, una elettronica e l’altra carnale. La redazione si riunisce settimanalmente presso la Libreria delle donne di Milano, e le donne della redazione si incontrano in carne ed ossa per discutere e decidere gli aggiornamenti e i nuovi progetti sul sito. Il lavoro tecnico è svolto da alcune donne della redazione, ma molte altre contribuiscono con scansioni, letture, commenti, idee. Attraverso il lavoro di redazione, lottiamo contro la tendenza schiacciante della politica europea e americana di ingabbiare il femminismo in un problema di parità fra donne e uomini. Invece noi desideriamo far brillare l’originalità e la differenza dell’essere donna (che forse un giorno farà brillare gli uomini). Nel fare il sito ci muove il desiderio e il piacere delle relazioni tra di noi, e precisamente dalle nostre relazioni ha origine la nostra sfida: praticare la differenza sessuale nella realtà della rete. Il lavoro del sito è indirizzato a donne e uomini non competitivi verso l’altro sesso, che vogliono vivere il mondo con originalità personale capace di diventare politica, ossia cambiamento del mondo (e di sé). Ecco un frammento del nostro Chi siamo: “La Libreria è un luogo di discussione, o meglio è essenzialmente un luogo politico, per come noi abbiamo inteso la politica. Niente a che vedere con istituzioni, partiti o gruppi omogenei. La chiamiamo politica del partire da sé; nasce dalla riflessione sull’esperienza che ciascuna fa, dello stare insieme in un’impresa di donne ma anche nel mondo e si basa sulla relazione”.
Ora facciamo un passo indietro per riprendere il filo dell’idea originaria del sito e raccontare qualcosa che riguarda più da vicino noi due che scriviamo. Come abbiamo già detto, il progetto del sito, fin dal suo inizio, è stato strettamente intrecciato alla Libreria delle donne, o meglio, alle domande che ci siamo poste su quello che la Libreria rappresenta per noi, sull’eredità di questa esperienza politica femminista, su quello che noi vogliamo assumere e portare nel mondo con la nostra voce. Dobbiamo tornare all’inizio di questo millennio, quando, insieme ad altre venute dopo la rivoluzione del femminismo, ci siamo ritrovate – a partire dal numero di Via Dogana Le ereditiere3 – a discutere sull’eredità del femminismo e della politica delle donne. Il senso di questa eredità non è lo “scambio tra generazioni”, ma un movimento di continuità/discontinuità di esperienze tra noi e le donne che ci hanno precedute. Ci sono alcune conquiste teoriche che le donne della Libreria hanno fatto partendo dalla loro esperienza (il partire da sé e la pratica di relazione, per esempio) che sono strumenti fondamentali anche per la nostra possibilità di comprendere noi stesse, gli altri e il mondo – ossia per fare politica. Tuttavia c’è anche un’esperienza nostra, che ci preme portare nella politica. Di più, vogliamo portare anche quello che non ci torna delle pratiche che altre hanno saputo trovare, perché condividiamo lo stesso presente insieme a quelle che ci hanno precedute, ma è uno spazio allo stesso tempo differente, in quanto colto ed esperito da prospettive e punti di accesso diversi.
Ragionando su quello che rappresentava per noi questa eredità, abbiamo capito che ci interessava aprire un’ulteriore porta, uno spazio aperto all’altro, all’esterno, all’imprevisto, nel grande universo della rete. Volevamo darci la possibilità di sperimentare il presente in prima persona, per trovare una misura che fosse anche nostra. Così è nato il sito, la cui pratica costante ha portato a una differenziazione con la Libreria: questa è il luogo storico creato e pensato da alcune che hanno pratiche trentennali e una grande esperienza politica, il sito è invece qualcosa che ci appartiene più direttamente, pur essendo legato alla Libreria. Il collettivo del sito è composto anche da alcune donne che hanno fondato la Libreria, ma è indubbio che noi abbiamo rilanciato il nostro sapere e il nostro desiderio in una sfida tutta nostra. Solo quando abbiamo dato inizio a qualcosa abbiamo guadagnato una competenza sulla nostra esperienza, abbiamo imparato a parlare, a raccontare i nostri bisogni, le nostre priorità, a tentare risposte originali, semplicemente abbiamo imparato a partire da noi. Per noi ha significato guadagnare in prima persona la consapevolezza che l’origine non è l’inizio: l’origine che le donne grandi rappresentano per noi, non è l’inizio della cosa che interpella solo noi, le nostre contraddizioni più intime, le nostre speranze e progettualità, il bisogno di creare a nostra volta. Non è facile entrare in un movimento che esiste già, in una riflessione già creata e strutturata. Il sito ha rappresentato la nostra sfida per la politica. E’ una sfida che riguarda – oltre al desiderio di far politica – anche le nostre relazioni con le donne venute prima, con le quali lavoriamo e ci confrontiamo costantemente nel portare avanti questa impresa, affrontando anche le ombre che le relazioni di disparità si portano dietro, rispetto alla relazione con la madre. Quello che possiamo dire oggi è che far leva principalmente sulla nostra relazione ha cambiato la geografia delle relazioni in quel contesto, ci ha dato più forza e permesso maggiore libertà.
Certamente la nostra competenza tecnica è essenziale al progetto. Ma è soprattutto la nostra relazione duale a essere fondamentale. “Relazione duale”, detto in parole semplici, significa riconoscimento reciproco della capacità, della forza, della possibilità di pensare insieme. Lì al sito, più cresceva la relazione tra noi due, più eravamo forti e questo ha aperto nuovi giochi, anche con le donne che sono venute prima di noi. La cosa scardinante è che mettiamo in primo piano la relazione tra noi due, che siamo figlie del femminismo, e la mettiamo davanti anche a una presunta relazione privilegiata con quelle venute prima, con le madri del femminismo. In questo modo si ridisegna uno nuovo gioco di figure simboliche in cui cerchiamo di far circolare l’autorità fra di noi, senza per questo togliere luce alla madre. Questo ci ha permesso di poter affrontare anche i conflitti con le figure autorevoli con più forza e signoria. Abbiamo trovato essenziale evidenziare una certa discontinuità, la possibilità di avere uno spazio separato, altro. Il fatto che la cosa importante sia la nostra relazione è visibile, e fa accadere delle cose là dove siamo. È una questione di autorità e di competenza simbolica: per il sito è successo che, avendo noi le competenze per realizzarlo, l’autorità si é giocata in modo diverso. E questo è potuto accadere perché tra noi due c’è un gioco di sostegno reciproco, di rilancio, di scambio, di riconoscimento delle capacità e dell’autorità dell’altra. Nutriamo le relazioni con quelle venute prima con la relazione tra noi, anche se a volte è faticoso ed è una lotta continua. Inoltre il sito crea una mediazione perché è la cosa oggettiva che c’é fra noi tutte che lavoriamo alla redazione. Avere questa mediazione permette di rilanciare il conflitto sulle questioni politiche che ci premono e di avere una misura nelle situazioni più difficili, quando il conflitto può diventare uno scontro distruttivo.
Concludendo possiamo dire che il sito rappresenta per noi un laboratorio politico, innanzi tutto per quello che accade tra noi, ma anche per la possibilità di aprirci ad altri linguaggi e nuovi modi di fare politica. Inoltre la possibilità di non identificare completamente il sito con la Libreria delle donne – nonostante il legame stretto tra le due realtà – , ha rappresentato per noi un’occasione di libertà e la possibilità di far politica in prima persona.
- Facevano parte di quel gruppo Francesca De Vecchi che in quegli anni era libraia alla Libreria delle donne, Tiziana Vettor, Sara Gandini, Laura Colombo, Laura Milani ed Elisabetta Marano. ↩︎
- Dalla fine del 2001 la redazione del sito comprende anche donne che hanno fatto la storia della Libreria come Luisa Muraro, Clara Jourdan, Vita Cosentino. Nel corso degli anni molte donne e qualche uomo hanno frequentato la redazione, e negli ultimi mesi altre giovani donne, Laura Milani, Valeria Spirolazzi, Serena Fuart e altre, lavorano con noi agli aggiornamenti del sito. ↩︎
- Via Dogana, Le ereditiere, n. 44-45, settembre 1999. ↩︎
Questione di Cuore, l’ultimo film di Francesca Archibugi, è un’opera delicata e ironica allo stesso tempo.
Il film ci racconta in modo lieve una bella amicizia maschile, ma non solo.
Alberto – sceneggiatore di successo, in crisi con la sua compagna – e Angelo – giovane carrozziere, sposato, con due figli e in attesa del terzo – appartengono a mondi molto diversi ma, instaurando una relazione autentica al di là dei pregiudizi e luoghi comuni, finiranno col ritrovarsi sul piano umano molto vicini.
A partire da questo tema si intrecciano tanti altri (la solitudine e l’isolamento, la crisi della coppia, il rapporto conflittuale con i figli, la violenza metropolitana…) e a fianco ai protagonisti si delineano con grande intensità belle figure femminili, nonché quella del figlio bambino e della giovane figlia adolescente indispensabili all’intreccio della narrazione.
Raramente al cinema è stato trattato in modo così delicato il tema di un’amicizia maschile, che non nasca da scopi materiali o strumentali: a unire i due protagonisti è l’aver condiviso l’esperienza della malattia – “una questione di cuore” a un passo dalla morte – e quindi aver assunto consapevolezza della propria fragilità e paura di fronte a un futuro incerto e sfuggente. Un legame così autentico da non essere capito all’inizio dalle rispettive compagne e familiari, perché difficile da capire in una società che ci abitua alla fretta e alla superficialità, ma la sua forza si fa pian piano strada, fino ad essere accettato e condiviso dalla moglie di Angelo e poi pian piano anche dai due figli.
Molte le belle sequenze: una è quando Alberto è sinceramente affettuoso con la moglie dell’amico e Angelo vede la scena da dietro un albero. Non scatta la gelosia, il possesso. Angelo osserva e il suo sguardo triste e malato, sembra prendere atto della caducità della vita e dell’insensatezza di voler essere sempre gli unici ad aver diritto di affetto e tenerezza verso chi ci è caro. Angelo sa anche della gravità del suo male e pensa di lasciare in eredità all’amico la famiglia amata, come fosse sua proprietà, ma Alberto si sottrae a questo gioco patriarcale e sceglie di vivere liberamente la sua vita con tutte le sue crisi e i suoi tentativi di amare diversamente.
Anche l’amicizia tra Alberto e il figlio piccolo di Angelo è rappresentata dalla regista con un espediente geniale. Lo sceneggiatore insegna al ragazzo l’arte di osservare, perché dall’osservazione delle persone si possono capire molte cose che apparentemente sembrano inspiegabili e mettendo insieme questi elementi si possono creare storie affascinanti, gli occhiali da sole gialli, che i due inforcano, sono un filtro simbolico attraverso cui si scopre che la realtà cambia a seconda del modo in cui ci poniamo nell’osservarla.
Pure la figlia di Angelo, la più restia, la meno disponibile, già furiosa per l’arrivo di un altro fratello, con i problemi dell’adolescenza e il desiderio di autonomia e ricerca di affetto allo stesso tempo, in un bel dialogo con Alberto capisce che non sempre è possibile trovare una risposta alle proprie domande e che bisogna accettare anche questo.
Esilarante la scena in cui i due protagonisti si ritrovano a dormire una notte nello stesso letto, e la tenerezza che si instaura tra i due li fa ridere di gusto sull’eventualità di essere presi per omosessuali. Ma la regista non mostra solo una bella amicizia fra maschi, delicato è anche il sentimento di amicizia che si instaura tra Alberto e la moglie di Angelo e alcuni momenti di intimità che si verificano tra loro non sfiorano mai il morboso o il triviale.
Brava in questo film l’Archibugi a mostrarci due personaggi maschili che comunicano senza mai parlare di calcio, senza mai essere complici contro le donne, con uno sguardo di attenzione e attrazione, che non svilisce né offende le donne. La regista però va oltre: rifiutato lo schema semplicistico del passaggio di consegne tra i due maschi, sceglie la possibilità della libertà di relazioni nuove. Nella scena finale, dopo la morte di Angelo, vediamo allineati nel letto dello sceneggiatore, la sua compagna, la moglie e la figlia che dormono. Alberto, come nella scena iniziale, sempre inquieto e alla ricerca di se stesso, si alza si affaccia al balcone dove vede i gabbiani volare e sente alcuni colpi di pistola, questa volta però si ritrova vicino il figlio piccolo di Angelo, spaventato e angosciato. Alberto lo abbraccia, cerca di calmarlo, non ci riesce, allora gli mette gli occhiali da sole e lo invita a guardare fuori forse un poliziotto spara ai gabbiani. Il piccolo guarda fuori, si calma, questa realtà misteriosa lo prende, perché il poliziotto spara ai gabbiani? Questa è la domanda!!!!!!
Francesca Archibugi ci regala un Antonio Albanese veramente grande, che riesce a capire e aiutare con grande sensibilità gli altri e che attraverso loro riesce ad accettare la sua fragilità maschile.
Insomma un bel film sul rapporto tra sessi e tra esponenti dello stesso sesso quasi una storia fuori dal mondo, eppure così ben radicata in quel mondo pieno di civiltà e umanità in cui pure viviamo.
Fernando Lelario, associazione La Merlettaia, Foggia