(a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008)
scelte da Marirì Martinengo
Queste riflessioni sono in sintonia con la nostra pratica di storia vivente e ne dicono alcuni aspetti.
In questa certezza ci sostengono anche le riflessioni e le pratiche delle donne che pensano la storia e la memoria: perché possa avvenire la grazia di un bagliore, vanno mobilitati persino i fili abbandonati delle nostre tradizioni, i traumi, le zone opache di cui non vorremmo sapere. Inaspettatamente, l’esperienza del divino non conduce sul terreno delle dicotomie (laicità e fondamentalismo, integralismo e relativismo dei valori, ecc.) dei dibattiti correnti, ma apre a un’eccedenza che disloca il linguaggio, la tradizione, attraverso l’esperienza femminile della relazione con il divino.
[Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, La cosa da pensare, p. 13]
Di questo lato inconscio dell’esperienza si può fare leva politica di modificazione della realtà. Uso il termine politica non a caso. È stata la politica delle donne che negli anni Settanta – durante il femminismo – ha reso l’interrogazione dell’esperienza personale chiave di una modificazione corale, non solo personale, della realtà. È in questo senso che la voglio riprendere. Anche perché ho sperimentato il fallimento dei tentativi solo individuali di salvare la vita quotidiana dalla sua insensatezza sempre latente.
[Chiara Zamboni, La notte ci può aiutare, p. 61]
Vivendo il tempo nuovo con la capacità attiva dell’intelligenza lucida per comprendere quel che accade, e contemporaneamente mettendo a frutto l’ascolto del lato passivo della nostra esperienza, avendo cioè attenzione al lato meno visibile, inconscio dei vissuti. Con la fiducia che da essi si possano risvegliare sensi imprevisti e, per così dire, dormienti, sui quali puntare a nostra volta e consapevolmente per una modificazione del reale.
[Chiara Zamboni, La notte ci può aiutare, p. 66]
Elena Del Drago
Nel 1923 la ormai quasi centenaria artista francese cominciò a tenere un diario, che presto si affiancò al disegno e poi alla scultura. Finalmente tradotto dalla Quodlibet Distruzione del Padre Ricostruzione del padre, Scritti e interviste 1923 – 2000, è un immane corpo di pensieri, notazioni, persino proverbi, tutti generati da ossessioni e immagini familiari, mai metabolizzati. In questi giorni, Louise Bourgeois è anche presente al Castello di Ama con un’opera in marmo RICAPITOLAZIONI PER UN TRAUMA REMOTO
Un secolo di vita e di arte, di pulsioni, di moti di fastidio alternati a grandi passioni e altrettanti odi passano nella produzione teorica e letteraria di una delle più grandi artiste viventi, Louise Borgeois, finalmente tradotta in italiano da Quodlibet con il titolo Distruzione del Padre Ricostruzione del padre, Scritti e interviste 1923 – 2000, (traduzione di Marcella Majnoni e Giuseppe Lucchesini, pp. 442, euro 32,00). La pubblicazione puntuale di questo libro suona come una manifestazione di ottimismo, tanto più significativa in quanto l’editoria artistica italiana pecca solitamente di pigrizia nelle traduzioni di testi anche fondamentali. Gli scritti si succedono in ordine cronologico e cominciano molto presto, nel 1923, quando Louise Bourgeois inizia a tenere un diario personale, dove segna i suoi pensieri, i suoi appuntamenti, i fatti quotidiani: una pratica che l’accompagnerà durante il corso della vita intera.
È un immane corpo di pensieri quello che si offre al lettore, plasmato a partire da quando, poco più che adolescente, Louise Borgeois cominciò il suo viaggio nella scrittura (nel libro vengono riprodotte anche alcune pagine scritte con una grafia ancora infantile) e approdato al testo intitolato I cinque ebbene, pubblicato in occasione della grande retrospettiva alla Tate Modern nel 2000.
La parabola di una entusiasta
I primi scritti ci addentrano nell’entusiasmo giovanile dell’artista, testimoniando dei suoi slanci per uno stile definito, che si esprime in ambito ancora tutto pittorico. Soprattutto attraverso il carteggio con l’amica artista Colette Richarme filtrano i dubbi e la tristezza legate all’abbandono dell’Europa e della famiglia nell’imminente scoppio della seconda guerra: poco prima, infatti, Louise aveva incontrato Robert Goldwater, il celebre storico dell’arte americano con cui aveva scelto di trasferirsi a New York. È qui che ha inizio la vita adulta dell’artista, ed è qui che si avvia quella «decostruzione e ricostruzione del Padre» intorno alla quale ruota il suo intero percorso.
«Mi chiamo Louise Josephine Bourgeois. Sono nata il 24 Dicembre a Parigi. Tutto il mio lavoro degli ultimi cinquant’anni, tutti miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero e non ha mai perso il suo dramma». Grazie alla sua capacità analitica e sintetica al tempo stesso, Louise Borgeois individua, dunque, nei primi anni familiari quella fascinazione e quel trauma per esorcizzare i quali lavorerà una intera vita: tutto sembra nascere da un tradimento, e dal conseguente senso di colpa. L’amatissimo padre comincia a interessarsi di altre donne, poi stabilisce una relazione speciale con la tata assunta proprio per allevare Louise e i suoi fratelli. La madre, vera anima dell’attività familiare che consisteva nel restauro degli arazzi, secondo le migliori convenzioni borghesi fa finta di niente, avallando così un ménage familiare doloroso, soprattutto per Louise che non perdonò mai suo padre né se stessa per quella rottura dell’incanto infantile. Nel 1982, in un progetto per Artforum intitolato Child Abuse l’artista rivelava il tarlo responsabile del suo lungo percorso attorno al corpo, alla sessualità, agli organi genitali trasformati in totem simbolici di una paura sempre presente, di una ferita rivelatasi come irreparabile.
Nell’impaginazione riprodotta nel volume della Quodlibet si vedono due fotografie speculari: in quella a sinistra Louise Bourgeois bambina è con la tata, amante del padre; in quella a destra, che ha per sfondo il medesimo paesaggio, è con il padre. Molto chiare le parole che accompagnano le immagini: «Qualcuno di noi è ossessionato a tal punto dal passato che ne muore. È l’atteggiamento del poeta che non trova mai il paradiso perduto, ed è proprio la situazione degli artisti che lavorano per una ragione che nessuno capisce fino in fondo. …Tutto quello che faccio è ispirato dai primi anni di vita. La donna in bianco è L’Amante. Fece ingresso in famiglia come precettrice, ma andava a letto con mio padre ed è rimasta con noi dieci anni». Dunque, la distruzione e ricostruzione del padre diventa un passaggio necessario per liberarsi dal trauma che peraltro non si fa rimuovere se non attraverso l’esercizio della scrittura e del disegno prima e poi della scultura, che condensa riflessioni ed emozioni in una forma rivelatoria. Il passato domina il pensiero di Louise Bourgeois scritto dopo scritto, intervista dopo intervista.
Con l’occhio alle spalle
L’Album del 1944, edito nella versione originale da Peter Blum, finisce così: «Ogni giorno bisogna abbandonare il proprio passato. E accettarlo. E se non si riesce ad accettarlo, allora bisogna fare lo scultore! In qualche modo bisogna provvedere. Se rifiutate di abbandonare il vostro passato allora dovete ricrearlo. È ciò che faccio da sempre.» Ruotano dunque intorno a una sorta di peccato originale tanto la produzione teorica di Louise Bourgeois quanto quella scultorea: ogni lavoro, ogni installazione ambientale – dal celeberrimo, monumentale, ragno intitolato Maman, alla Femme Couteau, affilata e pericolosa, a Fillette, il pene con il quale volle farsi ritrarre da Robert Mappelthorpe, fino agli antropomorfici Cumuls – tappe che si propongono come momenti di un percorso all’indietro, capace di ricongiungersi a situazioni familiari terribilmente dolorose e altrettanto formative. Sono opere che rimandano anche alla incomunicabilità e a quella solitudine che gli scritti di tanto in tanto quasi rivendicano: se comunicare fino in fondo si rivela impossibile, tanto vale rinunciarvi in partenza. Ma il libro non si limita a proporre e dare forma al solo universo privato di Louise Bourgeois, perchè sono molti i grandi artisti che lo attraversano, e che lei si trovò, suo malgrado, a frequentare quando era a New York: tra questi Marcel Duchamp e Andrè Breton, troppo presi da se stessi per devolvere la loro attenzione al lavoro di una artista che non intendeva accreditarsi attraverso le armi abusate della femminilità.
Louise Bourgeois non esita a dichiararlo in diverse interviste: il suo non è un femminismo ideologico, è piuttosto la coscienza della difficoltà che le donne devono affrontare per trovare un proprio equilibrio, che il passaggio da compiere sia quello della maternità o che sia la necessità di dividersi tra affettività e autorealizzazione. Ma proprio l’esperienza della maternità funziona da motore centrale per la riflessione e l’esperienza che dell’arte fa Louise Bourgeois: a un tempo costrizione e rifugio, bozzolo di dolore e massima espressione di sé, è il più fondamentale dei passaggi esperenziali, il paradigma della specificità femminile. L’artista ci torna su a più riprese, mostrando un desiderio di essere madre assoluto eppure frustrato dalla paura di non essere fertile: così forte questa paura da spingerla, appena sposata, ad adottare, con immani difficoltà, un bambino. Ma più tardi, due figli le nasceranno da gravidanze che Borgeois esaminerà in opere di una forza straordinaria e con materiali molto espressivi: in The Woven Child, per esempio, viene materializzata attraverso il cucito e dunque il ricordo, la forza viscerale dei potere/dovere di generare. Quella di Louise Bourgeois è una maternità sempre legata al senso di abbandono, altro sentimento protagonista del libro, che riaffiora qua e là nel corso della sua intera esistenza, prima stimolato dallo scoppio della guerra, poi dalla morte della madre. E c’è poi quella impossibilità di credere fino in fondo in se stessa: «Ho sempre avuto dei complessi di colpa nel promuovere la mia arte, al punto che prima di ogni mostra avevo sempre qualche tipo di malore, così decisi che era meglio lasciar perdere. In fondo mi pareva che la scena artistica appartenesse agli uomini e che in qualche modo invadessi il loro dominio. Perciò il lavoro, una volta finito, veniva nascosto… D’altra parte non distruggevo niente. Conservavo ogni frammento».
Verso il vivere comune
Sono parole che permettono, tra l’altro, di comprendere l’accumulo impressionante di materiali artistici elaborato su svariatissimi supporti, e la produzione smisurata di una scrittura che soltanto di recente ha trovato una sua organizzazione. Con il passare degli anni, infatti, gli scritti di Bourgeois sembrano lasciare le pastoie della quotidianità, ma anche il risentimento per un vissuto infantile sempre più lontano, e passano a raccontare con grande profondità di sentimenti il vivere comune.
Un testo scritto nel 2000 per accompagnare la grande installazione della Turbine Hall e intitolato I do, I Undo, I Redo, il gigantesco ragno con il quale Luoise Bourgeois è diventata in qualche modo popolare, sottolinea, per esempio, in cosa consista per lei il concetto del fare: «Fare è uno stato attivo. È un’affermazione positiva. Ho il pieno controllo e procedo verso uno scopo, una speranza o un desiderio. Non c’è paura. Nei termini di una relazione, va tutto bene, tutto è tranquillo. Sono la buona madre. Sono generosa e premurosa – sono colei che dà, colei che provvede. È il “Ti amo”, qualunque cosa accada.»
Una perfezione formale che ricorda i dipinti antichi, per soggetti scomodi, difficili da digerire. Dal sadomaso ai surfisti, ai paesaggi selavatici dell’Alaska. E’ il sogno americano di Catherine Opie, fotografa, attivista e gay. Oggi in mostra al Guggenheim di New York.
di Barbara Casavecchia
Onesta. Per Catherine Opie, la chiave del suo lavoro di artista e fotografa è tutta lì, in quella parola acqua e sapone, scomodissima. Come il raccontarsi senza trucchi, mettendosi in gioco. Ancora più scomoda, quando sei una giovane e robusta leather fyke (lesbica in pelle) californiana, tatuata, combattiva, abituata a non nascondersi e a giocare con le proprie fantasie, in versione sadomaso o Daddy/Boy, tramite il proprio aler ego Bo. “L’unico modo in cui puoi evitare che la gente usi chi sei contro di te, è essere onesta e aprirti per prima, parlare di te prima che parlino di te”, scriveva in Sister Outsider Audre Lorde per sua stessa definizione “nera, lessbica, madre, poetessa e guerriera”, tra le ispiratrici di quella terza ondata che a fine anni Ottanta ha cambiato radicalmente il femminismo, americano e non. Opie sembra averla presa alla lettera, scegliendo come arma l’autoritratto. Di schiena, con inciso a bisturi sulla pelle nuda il disegno di una casetta con camino, un filo di fumo, il sole e due ragazze che si tengono per mano (Self-Portrait/Cutting, ’93). Di fronte, un cappuccio S/M sul viso, le braccia coperte di piercing, la parola Pervert incisa sul petto (Self-Portrait/pervert ’94)- la stessa che s’intravede ancora tra i suoi seni, mentre allatta il figlio, (Self-Portrait/Nursing. ’04).
Immagini difficili da ignorare, ma anche da digere o rigettare al primo sguardo, per via di una perfezione formale ispirata a Mapplethorpe (Opie ne ha curato una mostra a Washington, quattro anni fa) e alla pittura antica: un linguaggio familiare, comprendibile, elegante che cattura subito gli spettatori. Dal suo debutto alla newyorkese 494 gallery nel ’91,
la sua popolarità è cresciuta stabilmente, consacrata da mostre, premi come il Citybank e l’Aldrich Award, dall’insegnamento a Ucla. Ora, a chiudere il cerchio, arriva una massiccia retrospettiva al Guggenheim New York, a cura di Jennifer Blessing (dal 26/9 al 7/1, www.guggenheim.org) che ne ripercorre l’intera carriera, senza censure.
Opie ha iniziato a fotografare a nove anni, quando viveva a Sundasky, Ohio. A tredici si è trasferita con tutta la famiglia a Rancho Bernardo, un suburb benestante di San Diego, poi a San Francisco, per frequentare l’Art Institute, e infine a Los Angeles, dove si è diplomata a CalArts – e oggi vive con la sua compagna, Julie Burleigh, la figia di lei e il proprio figlio di sei anni Oliver. I suoi primi lavori li ha pubblicati sulla rivista porno-femminista On Our Backs, ma a farla conoscere è stata la serie Being and Having, tredici ritratti ravvicinati su sfondo giallo, dedicati al altrettante “baffute”, dall’identitità volutamente ambigua.
Con gli anni, non ha abdicato al ruolo di testimone, lanciandosi in un viaggio on the road da novemila miglia per documentare senza clamori il privato di tante famiglie lesbiche (Domestic ’98), con larco anticipo sulla versione televisiv, sdoganata e glaumourizzata a puntino, di una fetta di quel mondo: The L Word – che le ha reso omaggio invitandola a comparire in un episodio, quando un suo vernissage fa da sfondo all’incontro tra le protagoniste. Però Opie ha continuato a esplorare includendo panorami urbani, ritratti di surfisti e giocatori universitari di football, scenari rurali in rovina, paesaggi grandiosi dell’Alaska, avventurandosi Into the Wild. A scandagliare, insomma, i confini mutevoli del sogno americano. La cui formula magica, anche sotto l’ombra minacciosa e sessuofoba di Sara “Barracuda” Palin, sembra restare ostinatamente: Yes, I can.
“COSA NON SONO: MONODIMENSIONALE”
Il Guggenheim ha intitolato la sua mostra American Photographer. Si riconosce in questa definizione?
“All’inizio mi ha sorpreso, poi ho capito che avrebbe funzionato. Mi piace il cortocircuito implicito di quel titolo. Io parto sempre da una riflessione sull’identità, quindi sono felice che il pubblico possa interrogarsi su senso di un aggettivo come “americano”. Per me, ben lontano dalla retorica conservatrice, infarcita di nazionalismo e patriottismo, con cui ci hanno storditi negli ultimi anni. E speriamo che le atrocità dell’amministrazione
Bush finiscano presto!”.
Stile a parte, è difficile associare le immagini shock e autobiografiche dei primi anni Novanta all’epica del football giovanile…
“E’ stato uno sviluppo consapevole, il mio modo per misurarmi con la dimensione documentar. Molti sono rimasti spiazzati quando, dopo il successo di Portraits alla Biennale del Whitney del ’95, mi sono messa a fotografare in bianco e nero le freeway di Los Angeles, vuote, alle cinque del mattino, con minuscole stampe al platino. Il fatto è che non volevo essere fraintesa. Quei lavori legati alle modificazioni del corpo e alla mia appartenenza alla comunita queer di San Francisco, avevano attratto molta attenzione, ma anche troppe etichette facili. Se c’è una cosa che non sono è monodimensionale. Così, anziché puntare su soggetti queer, ho cercato di espandere uno suardo queer.
Sul tema è tornata di recente, con In and Aurond Home (’05), una serie incentrata sulla sua famiglia e il quartiere dove abita, South Central, una delle aree più difficili di Los Angeles.
“E’ il vecchio adagio sul politico e personale. Rispetto a ciò che sostiene la destra conservatrice, a che punto siamo con l’affermazione che la mia famiglia non può essere una famiglia, o rispettata come tale? Certo, adesso io sono professore a Ucla, ho una compagna fantastica, un figlio, una bella casa, sto vivendo il mio American Dream. A cosa succede dentro e fuori dalla mia porta? Dovrei diventare compiacente? Credo che, come artista, sia mia responsabilità non farlo.
E’ una serie molto intima, spesso tenera, come la foto di suo figlio in tutu rosa davanti allo specchio.
“Se ne è detto e scritto di tutto, ma per me è soprattutto un congegno che svela come vediamo i bambini – che io adoro – proiettando su di loro le nostre fantasie. Con la serie Children del ’04 ho ritratto in studio un gruppo di preadolescenti, al massimo tredicenni: alcuni li conoscevo, altri no. Ho cercato di lasciarli essere chi volevano, provando a far emergere in superficie il nocciolo, un po’ della persona che saranno da adulti”.
L’altro cardine del sul lavoro è la dimensione urbana; con le sue geografie, come nelle American Cities, che porta avanti da un decennio.
“La mia tesi al CalArt, Master Plan (”88), era un’analisi dell’area in cui sorge l’università: Valencia, una delle planned communities (comunità progettate) più grande degli Usa, con un breviario di regole e divieti alto come una Bibbia. Ho scattato oltre ducento foto, molte sulle case-modello in mostra. Mi interessava capire cosa significasse andare a vivere in un posto così, protetto, recintato, un mondo perfetto che ne esclude tanti altri. Come si costruisce la propria identità e visibilità pubblica, la propria “facciata”. American Cities è iniziato con la serie dei Mini-Malls, architetture banali, anonime, caratteristiche di Los Angeles che tutti cercano di ignorare e che invece, con le loro insegne, segnalano l’aspetto multiculturale della città”.
Le sue immagini sono sempre molto belle. Colori saturi, composizione ineccepibile,simmetria, pose classiche. Sembrano quadri.
“E’ una scelta precisa. Quando lavoravo ai primi ritratti, ho capito che se avessi creato una piattaforma estetica al mio lavoro, la gente avrebbe reagito in un modo diverso. Alle foto di Being and Having avevo messo una cornice in legno. Con i Portraits, immortalavo i miei amici con lo stesso sfondo damascato e lo sguardo che Enrico VIII ha nei dipinti di Holbein, per ammantare di regalità una comunità che di solito viene patologizzata. A me, più che l’idea della bellezzaa in sé, con tutti i suoi luoghi comuni, interessa come ridefinirla, tradurla in seduzione, per coinvolgere lo sguardo più a lungo. Così il cervello si mette in moto. No, non elimino niente, sopratutto ora che la fotografia viene definita in base alla sua capacità di manipolare la realtà. Ci sono autori come Struth o Gursky che fanno di tutto per perfezionare un’immagine, e sono certa che se Canaletto vivesse oggi, sarabbe un mago di Photoshop. A me invece, interessa il contrario: escludo nei miei “panorami” tutto quello che c’è davvero, lì, in quel momento. Del digitale mi piace la fluidità: per un progetto recente in Alaska, ho comprato una Hasselblad da 39mila
megapixel, che mi permette di lavorare senza cavalletto. Mi piace di essere tornata alle radici, quando scattavo per strada. Così possso starmene straiata su una spiaggia, davanti al Pacifico, a guardare i surfisti che aspettano per ore l’arrivo di un’onda. Anche l’oceano è uno spazio pubblico, anche quella è una comunità che lo occupa seguendo le proprie regole”.
Giulia Siviero
Dopo le prime tre pagine, già si è capito. Consolatori? Eccentrici persecutori piuttosto. Un venditore di libri che si diletta di satanismo, una nonnina che passa il tempo a trafficare diamanti (complici delle pagnotte di pane fresco comprate sotto casa), un giovane cronista con la mania “di notare i dettagli più strambi” e di vedere cose che “un buon cattolico non dovrebbe vedere”. E infine, Caroline: protagonista femminile che, in preda a una crisi mistica, “ama più Dio” del proprio fidanzato e dalle pagine del libro strizza l’occhio a lettori e lettrici, consapevole di essere semplicemente un personaggio. Ecco I consolatori (presunti) del romanzo d’esordio di Muriel Spark, edito ora, e per la prima volta in Italia, da Adelphi (pp. 246, € 19,00).
Quando un editore londinese, negli anni cinquanta, ne acquistò le bozze, attese un anno intero prima di darlo alle stampe. Perché “troppo difficile” per il pubblico del tempo. Ne ricevette il dattiloscritto anche Evelyn Waugh che a un’amica, di queste “geniali” pagine, riferì: “La protagonista è una scrittrice cattolica che soffre di allucinazioni. Il libro uscirà presto e sono sicura che tutti penseranno che l’abbia scritto io. Vi prego di smentire”.
Finalmente pubblicato nel 1957, il romanzo non diede a Muriel Spark la fama, che giunse solo qualche anno dopo con Gli anni fuggenti di Miss Jean Brodie (impedibile, Adelphi, 2000). Tra l’uno e l’altro, l’autrice scozzese ne pubblicò altri quattro. E così via di anno in anno, fino alla morte, avvenuta nel 2006 vicino ad Arezzo dove visse per ventisei anni. Muriel Spark è una di quelle scrittrici che produssero moltissimo senza mai deludere ed è lecito affermare, ora che ne leggiamo l’opera prima, che fin dall’inizio avesse già in mente tutto. Proprio come sostiene Martin Stannard nel suo Muriel Spark. The biography (Weidenpheld & Nicolson, pp. 658, £ 25,00) da poco uscito in Inghilterra dopo che la stessa Spark ebbe passato al setaccio pagina per pagina: il cambiamento, nota il biografo, appartiene più alla vita privata dell’autrice che ai suoi romanzi. Ed è vero. Ne I consolatori è possibile trovare già tutto: ecco, dunque, il racconto di personaggi comuni che vivono secondo ordinarie logiche di follia: di un gruppo di persone, in cui ognuna spia l’altra; e ancora: la dimensione meta-letteraria, il diritto e il rovescio dell’anima umana tratteggiata nel suo lato oscuro, quello in cui si annidano i mostri, i mali che si sprigionano nei modi e nei momenti più inaspettati. Infine, su tutto, un acuto senso dell’osservazione, un ritmo agile e un tono sarcastico e dissacrante. Che la fa essere così tagliente, soprattutto, verso i cliché e le credenze più minute del cattolicesimo. Dall’interno, visto che al cattolicesimo lei, figlia di un padre ebreo e di una madre cristiana, decise di convertirsi nel 1954. Scelta che fu fondamentale nel farla divenire una scrittrice di romanzi. Perché, per scrivere romanzi, “è necessario guardare all’esistenza umana nel suo insieme”. E, aggiungeva John Updike riferendosi proprio alla Spark, avere “risorse, coraggio, grinta, da modificare la macchina della narrativa”.
da Il Quotidiano della Calabria
Le donne e gli uomini della rete delle Città Vicine esprimono la loro sofferenza dinnanzi alla morte dei sei militari italiani avvenuta a Kabul, ennesimo scempio di giovani vite di uomini, prevalentemente del Sud, che spesso scelgono la carriera militare per sfuggire alla disoccupazione e all’insignificanza del senso del maschile in questo preciso momento storico.
Soffriamo anche per lo spreco di vite umane degli abitanti di un paese come l’Afghanistan e di una città martoriata come Kabul dove donne, uomini e bambini coinvolti in un disastro bellico che si mostra estraneo e indifferente al trascorrere quieto dei giorni normali, perdono la vita in modo cruento.
Rifiutiamo in quanto donne e uomini che da decenni elaborano e praticano pensieri e pratiche di pace, le logiche che impongono linguaggi, commerci, azioni virili e guerrafondai con la scusa di voler esportare democrazia e civiltà che, sappiamo bene, si costruiscono con le mediazioni e le relazioni umane laddove esiste una volontà sincera di collaborazione e comunicazione con l’altro.
Se il sindaco Alemanno invita i romani ad esporre, il giorno dei funerali dei sei militari uccisi, ai balconi e alle finestre il tricolore italiano, noi, della rete delle Città Vicine, sicure/i del coro di donne e di uomini che si unirà alla nostra proposta invitiamo le/gli abitanti di tutte le città d’Italia ad esporre invece ai balconi e alle finestre la bandiera della pace per dire che ogni vita umana ha un senso e nella direzione di un agire amorevole, di comprensione e ascolto delle altre e degli altri.
Serena Fuart
Ed. Zona 2009
Donne che divertono e si divertono mentre fanno divertire. Un gioco di parole per raccontare una serie di scritti, poesie, aforismi, cabaret composti da donne di tutte le età e regioni di Italia per dei momenti di risate che riescono a far evadere lo spirito. Si chiama ‘Pink Ink – scritture comiche molto femminili’ questa raccolta di scritti a cura di Daniela Rossi con consigli di Alessandra Berardi, Lorenza Franzoni e Laura Lepetit.
Le scritture comiche sono tutte femminili e divertono con una comicità fresca, aderente al vissuto di ogni donna. Non mancano però gli spunti di riflessione. I testi fanno divertire anche in modo satirico tirando in ballo problemi seri come la guerra, politica, amori finiti e altri argomenti ancora. Ci si diverte, si evade, ma si può anche riflettere, quindi. L’idea di questo testo nasce da un concorso creato da Daniela Rossi, rivolte a donne di tutte le età e parti d’Italia. Come dice l’introduzione del testo ‘Il concorso riguardava la scrittura comica e tutte hanno dichiarato di aver scritto per divertisi’. E hanno trasmesso questo buon umore. Il testo si divide in tre sezioni: poesie, racconti e teatro di Cabaret. Si legge tutt’ad un fiato. E si ride di cuore.
Giovanni Tesio
“Con Antonia Pozzi abbiamo ormai scavalcato un anniversario (i settant’anni dal suicidio avvenuto a soli 26 nel 1938), ma giunge in ogni caso utile la riproposta di Tutte le opere (non proprio tutte, in verità) per ribadire l’altezza poetica a cui è pervenuto un itinerario fatto di «fragilezza ardente», di vita aggrappata a spazi esili, di solitudini interiori, di rigore intellettuale e morale, di terre promesse, di soglie smarginate, di gioie tempestose, di anafore sentimentali, di tragico destino (una testimonianza «a latere» si segnala nel volume di Marco Dalla Torre, Antonia Pozzi e la montagna, Àncora Editrice).
Proprio a cominciare dalla Pozzi, ciò che imprime un fascino speciale alla poesia femminile è la testimonianza di un verso radicato nel reale, la continua ricerca di un senso che si incardina anche nel significato, nella sua leggibilità, nella sua comunicabilità, nella corrispondenza e utopistica coincidenza della necessità di dire e della parola capace di articolarne la voce. Come testimoniano alcuni altri libri appena pubblicati, che appartengono a poetesse diverse, ma tutte avvinte alla morsa delle cose, al dominio di una scrittura limpida e concreta. Ciò che accade puntualmente con i versi di Maria Luisa Spaziani «Vorrei mordere il tempo come il pane, / lasciarci il segno dei miei denti»), tratti dal libro appena uscito, L’incrocio delle mediane. Poesia di voce netta, di taglio classico, di misura bilanciata, di equilibrio ironicamente regolatore, fino alla metastasiana (e pascoliana o caproniana) leggerezza di questa icastica quartina siderale: «San Lorenzo piangente / su pianure infinite. / Tutta la notte il cielo/ sfoglia le margherite». Pur lavorando di schiettezza e trasparenza («Se la forza della semplicità va diritta al cuore», come dice un primo verso) alle virgiliane «lacrimae rerum» (ricordo anche un racconto di Verga) allude il titolo del libro di Gabriella Sica, Le lacrime delle cose, costruito con parole libere, come scrive Paolo Lagazzi, «dalle oscurità e dalle costrizioni mentali del modernismo simbolista». E del resto, è la stessa Sica della Poesia per Cecilia a innescare domande affannose e cruciali, sicuramente retoriche: «Amare tanto amare troppo amare il reale./ Questo l’odioso torto? Questi gli imperdonabili errori?». Incontri, abbandoni, strazi, tempi, spazi, viaggi, occasioni in un libro unitario, che dalle deliziose «Poesie piccolette» fino alle più elaborate costruzioni (in versi anche lunghi) dei componimenti di dimensione maggiore si tiene alla saldezza degli incontri: tanto con i vivi quanto con i morti, a cui sono dedicate le terzine di un canto fermo e commovente. «Poesie piccolette» (di casta e smaliziata innocenza) sono da sempre quelle di Vivian Lamarque, che ci fa ora la sorpresa di un recupero curioso, collocabile come scheggia (minore, ma non impazzita) nella tradizione dei Tessa e dei Loi: la raccoltina La gentilèssa, scritta per altro – la stessa Lamarque ammette – in un milanese «alquanto improbabile» (come registra l’intervista rilasciata a Barbara Tolusso pubblicata in coda al libro, l’autrice è nata in Trentino ma milanesi erano i genitori adottivi). Adesione a una lingua di cose, a un mondo d’infanzia e di casa, che parla di fatti piccoli e grandi, di luminii e sconforti, di luoghi della Milano «brütta bèlla» perché legata all’amore e al disamore, ai sogni di sempre, ai desideri fatti di tutto e di niente. Da Novella Cantarutti a Nelvia Del Monte, da Assunta Finiguerra a Bianca Dorato, da Franca Grisoni a Ida Vallerugo, ancora voci «dialettali», infine, nell’antologia Cinquanta poesie per Biagio Marin, a cura di Anna De Simone. Al di là della resistenza del mezzo, un florilegio che conferma sia la qualità di tanta poesia «al femminile» sia la sua propensione realistica, che è poi – prima di tutto – energia di radicamento nella parola e nel cuore.”
Massimo M. Greco
Converrebbe anche ai maschi cominciare a mettere in discussione la propria identità. Alcuni hanno cominciato a farlo, sull’esempio delle femministe, mediante l’autocoscienza di gruppo e l’approccio autobiografico. Un resoconto in prima persona delle difficoltà incontrate quando i maschi cercano di parlare di se stessi.
“Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza”, Theodor W. Adorno.
Scrivo sui generi partendo da me stesso, dai vissuti con uomini e donne importanti nella formazione delle mie intenzionalità. Cercherò anche di seguire il consiglio di Robert Musil in L’uomo senza qualità: “Quei pensieri che fanno giganteschi passi sui trampoli e toccano l’esperienza solo con minuscole suole, destano a maggior ragione il sospetto di illegittimità”.
Autobiografie maschili
Le mie considerazioni nascono dal confronto con donne e uomini che hanno messo a tema la decostruzione dei significati che la tradizione attribuisce al maschile e al femminile. Su questi argomenti ho lavorato su di me, con gli altri e con le altre, soprattutto mediante l’autocoscienza di gruppo e l’approccio autobiografico.
La prima è una pratica che deriva dal femminismo e prevede la condivisione e il confronto in gruppo a partire da sé e dal proprio vissuto. Il secondo si rifà all’approccio autobiografico come metodologia di autoformazione: la scrittura di sé, individuale ma condivisa in gruppo, è orientata in questo ambito alla riflessione sui generi.
Negli ultimi decenni è diventata sempre più urgente la richiesta femminile di una decostruzione del modello maschile tradizionale, per lasciare spazio agli altri modi d’essere nel mondo. Questo genera in me ansie e resistenze: la costruzione della mia persona come “genere maschile” non è stata completata, oppure è stata ridotta a rovina, oppure abito il genere maschile come fosse rudere (sono di Roma…), oppure sono come quelle ville sull’Appia Antica costruite con il gusto della commistione fra architetture antiche e moderne.
Comunque sia, come si sosterrà questa struttura se leverò quella colonna antica, ereditata dai miei padri, che sembra reggere (così mi hanno convinto educazione, modelli e censure) l’integrità della mia persona?
Le dimensioni della violenza
Sul tema della violenza maschile contro le donne, insieme ad altri uomini, da soli e in gruppo, abbiamo preso posizione e ci siamo confrontati (vedi box), partendo dall’idea che il problema della violenza non riguardasse figure devianti, ma uomini che si muovono all’interno di categorie del maschile generalmente condivise.
Mi preme ora non tanto riportare le proposte emerse da queste iniziative, quanto una perplessità che sento nel constatare come, nonostante le attività avviate, ancora non si veda un coinvolgimento maschile forte, una messa in gioco di energie tali da avviare un processo di vera trasformazione.
Avverto insomma una resistenza maschile, nella coscienza e nelle emozioni, che sabota in me un maggiore impegno e in altri la disponibilità all’ascolto.”Violenza degli uomini contro le donne” evoca gravi abusi ma anche piccole prevaricazioni e di questi diversi ordini logici bisogna tenere conto, per non calibrare le proposte di cambiamento solo sugli stati d’eccezione.
E’ necessario poi riflettere anche sugli atteggiamenti che, come uomini, possiamo più o meno consapevolmente assumere verso il non-maschile, ovvero verso quelle condizioni in cui è proprio un maschio a compiere l’apostasia della religione tradizionale maschile, nei comportamenti (l’omosessuale, l’effeminato) o addirittura nel corpo (il travestito, il transessuale).
Quindi, la violenza si realizzerà in una dimensione materiale o immateriale: ad essere violata potrebbe essere l’integrità dell’altrui corpo, ma anche il suo campo d’autodeterminazione e libertà. Corpo, linguaggio, politica, prassi, cultura, spazi leciti e non leciti: le dimensioni dove rintracciare la mancanza di equità sono molteplici e intrecciate.
L’immobilità identitaria
Chiamati a interrogarsi sulle radici della violenza, alcuni uomini ne individuano il fondamento nella tradizione culturale, altri nel corredo biologico, altri ancora si tengono in equilibrio fra natura e cultura. Tutti quanti corriamo così il rischio di irrigidirci in un’immutabilità identitaria: testimoniamo senza accorgercene un’impotenza irriflessiva e non cogliamo l’opportunità di un apprendimento trasformativo.
Così, invece di stimolare un ripensamento, il discorso sulla violenza maschile diventa il solo ambito entro il quale come maschi riusciamo a fare ammenda. Quando però si cominciano a mettere in discussione le strutture profonde che stanno dietro la violenza, cade il senso di approvazione, autorevolezza e persino legittimazione politica da parte di non pochi uomini.
Come osserva Stefano Ciccone in Oltre la miseria del maschile: “Un uomo che sceglie di investire nella riflessione sulla propria identità sessuata appare ancora oggi, soprattutto nel nostro Paese, un po’ strano, mentre se questa scelta è dettata da una presa di responsabilità nei confronti della violenza o dell’oppressione verso le donne, la sua autorevolezza e la sua virilità ne vengono incrinate”.
Partecipare a un gruppo d’autocoscienza insomma sull’identità maschile vorrebbe dire apparire nel senso comune non-proprio-uomo. A nostro parere invece, biasimare la violenza senza mettere in discussione l’identità maschile non può bastare.
Riconoscersi oppressi
La richiesta delle donne di ripensare i ruoli è vista come unilaterale, senza coglierne l’aspetto di reciproca opportunità.Neghiamo così a noi stessi la possibilità di riconoscerci come oppressi, esiti di una pedagogia del maschile che ci costruisce con violenza morale e fisica.
Abbiamo infatti imparato perfino a incorporare i presupposti del maschile tradizionale, cioè a costruire il nostro corpo e le sue relazioni con il mondo in maniera tale che non fossero espressione di esperienze ed emozioni, ma solo strumenti.
Ci appelliamo alla Natura, ma forse difendiamo solo la nostra sicurezza psicologica e l’omertà delle emozioni, quando pensiamo che l’uomo vero non piange, non sente la stanchezza, controlla il suo eros ed è impenetrabile alle emozioni come una macchina da guerra.
In realtà, ciò che questi dispositivi culturali difendono, e quindi confermano, è una precarietà e un’insicurezza nell’essere corpo maschile. Anche quando siamo politicamente corretti, ci riserviamo spazi e comportamenti dove approfittare dei privilegi ereditati, per sfuggire a quel senso di incompletezza che, se pure attiene alla condizione umana, si articola in modo peculiare quando la si sperimenta dal punto di vista maschile.
La sacralità della Tradizione
Alcune volte una sensazione implicitamente mistica mi anima quando sono sulla difensiva su certi argomenti che riguardano il maschile. Difendo una tradizione che non può essere messa in discussione, e che vivo in modo rassicurante come un fluire metafisico e archetipico perché riferito ad un Uomo come è stato e come sarà sempre.
Trascendente e non verificabile, questo tabù è capace di sedare le angosce della libertà, dell’autodeterminazione, del cambiamento e della conseguente assunzione di rischio.Sto leggendo Adorno e con la spericolatezza del dilettante lo introduco nel discorso.
In Minima moralia l’esponente della Scuola di Francoforte individuava lucidamente una delle contraddizioni della società del Novecento: con la scusa di una natura indeformata, “là dove finge di essere umana, la società maschile educa nelle donne il proprio correttivo e rivela, attraverso questa limitazione, il suo volto di padrone spietato”, tornando così “a rigettare la dedizione femminile nella situazione della vittima sacrificale da cui ha liberato le donne”. Donna e uomo perdono così non solo “la possibilità oggettiva” ma anche “l’attitudine soggettiva” alla realizzazione di sé e al raggiungimento del piacere, che “appartiene solo al regno della libertà”.
Quella reciproca “dedizione illimitata di sé” di cui parla Adorno, alla base del piacere, è ostacolata tanto nella donna, quando è oppressa, quanto nel maschio, quando opprime, e viceversa.Perché la donna viene usata ancora oggi come vittima sacrificale dell’uomo? Quale è il sacrum facere nelle relazioni fra uomini e donne? Cosa c’è di sacro, maledetto e benedetto insieme, nei generi sessuati? Non so trovare risposte, ma mi domando quanto la violenza prevaricatrice maschile sia inevitabile e costitutiva del sacro.
Dietro potrebbe esserci un irrigidimento, una difesa, una paura del singolo, ma anche uno strumento politico per ottenere, in nome della salvaguardia del sacro, l’indiscutibile e conveniente statuto d’essere difensori d’una qualche verità, in questo caso della supremazia dell’Uomo sulla Donna.Il sacro è stato da sempre colonizzato da poteri che ne hanno usurpato il nome, che si sono autocertificati come unici garanti dell’esperienza religiosa caratterizzandola con simboli, codici e finalità moralisti, obbligati e indiscutibili.
Contro la violenza di questi poteri, anche nell’ambito delle relazioni fra i generi alcune voci chiedono l’abolizione del sacro , come se il sacro appartenesse in sé ed esclusivamente ad una civiltà da cambiare. Individuo anch’io l’artificiosità di molte fabbricazioni culturali attorno all’esperienza del sacro, ma pongo alla base della mia ricerca l’idea che il sacro non sia un attributo di qualcosa di esterno a noi, ma un’emozione interiore individuale, quand’anche raccontabile e condivisibile.
Esso entra in gioco quando si vuole proteggere qualcosa a cui si attribuisce grande valore, carattere di fondatività e estrema fragilità, in questo caso l’idea tradizionale del maschile. Allora l’interrogativo diventa come conservare la libertà di emozionarsi sacralmente senza procedere violentando la libertà dell’Altro, e con quali pratiche di libertà esprimere di volta in volta armonia e conflitto, predominanza e arrendevolezza, talento e incapacità.
Caterina Ricciardi
“Con gesto regale, aprì i lembi dell’impermeabile scarlatto. Era in piedi davanti a me nuda, o quasi. Sopra i capezzoli aveva due minuscole lattine di pomodori, legate con un cordino verde dietro la schiena. Tra le due lattine pendeva una piccolissima uccelliera con dentro un canarino desolato. Un braccio era coperto dal polso alla spalla da anelli di celluloide per tende, che poi confessò di aver rubato nel reparto di arredamento dei grandi magazzini Wanamaker. Si tolse il cappello che era stato decorato in modo grazioso ma poco appariscente con carote dorate, barbabietole, e altri ortag-gì”,Così, alla Arcimboldo, il pittore americano George Biddle descrive la baronessa von Freytag-Loringho-ven, nata Elsa Plòtz, in un paesino tedesco al confine con la Polonia. Nel 1904 si era avviata per le strade del mondo, posando nei cabaret di Berlino come “statua vivente”, e fermandosi in seguito li dove le avanguardie artistiche fremevano: Parigi, Londra, New York, e ancora Parigi, dove la baronessa, malata di sifilide, morirà in circostanze misteriose ne! 1927. A proporne una biografia romanzata è Rene Steinke con Sante Gonne La . vita della Baronessa Elsa (trad. di Delfina Vezzoli, Alet, pp. 393, € 18,00), uscita negli Stati Uniti nel 2005, più o meno in concomitanza della biografia ufficiale scritta da Irene Cammei, e di un’edizione della lacunosa autobiografia di Elsa curata da Paul Hjartason e : Douglas Spettigue. Nel giro di pochi anni si è dunque riscattato dall’oblio uno dei personaggi più enigmatici de! primo Novecento internazionale, una sorta di vistosa Contessa Casati ma molto più spregiudicata nella sfida alle convenzioni, negli oscuri commerci sessuali e nella piena identificazione del corpo e del narcisismo intellettuale femminile con il performativo artistico di quegli anni, il Dada ,in particolare, e il proto-Pop, offer-: to a Elsa anche da quelle boutique di massa che erano i neonati grandi magazzini americani. Nel 1913 emigra a New York, dove resterà 10 anni, battendo le strade dei Village nei suoi travestimenti punk, vivendo dì stenti e stratagemmi, posando nuda, fumando peyote, frequentando Djuna Barnes, Emma Goldman, Stieglitz e Man Ray, corteggiando Duchamp. Obliterando il suo io tedesco. Elsa si lascia stordire dalla città in movimento verso il futuro, e verso l’alto, incantata dalle meraviglie di uptown, il lusso del Ritz e del Biltmore, e le insegne luminose di Times Square che impara a tradurre in poesia dada, o pop, come in un dipinto di Charles De-muth: “Niente di così pepsodent-lenitivo / Cara Mary – la menta con / II buco – Oh salvagente! / Aderisce bene – delizia del palato / Continua azione germicida – / Guerra Mondiale Postum Lister/ Una dovìzia di Vicks confezione famìglia!”. Arte povera sì, ma derivata da quella nuova Musa del capitalismo che si avviava a diventare la pubblicità. Elsa l’aveva capito, introducendoci, provocatoriamente con i suoi versi, nell’esordiente e intersemiotica avanguardia newyorkese.
L’opus magnum della Prato prima delle forbici di Natalia Ginzburg
Andrea Cortellessa
A ventisei anni dalla morte, si può dire finalmente compiuta la restituzione di Dolores Prato alla nostra letteratura. Con essa, in vita, l’autrice marchigiana (ma per caso nata a Roma nel 1892) non ebbe commerci semplici; il suo esordio cadde infatti, a ottentotto anni!, solo nel 1980, da Einaudi: con la versione dell’opus magnum, Giù la piazza non c’è nessuno, assai ridotta da un editor d’eccezione quale Natalia Ginzburg.
Seguì una piccola leggenda nera: l’anziana scrittrice fece sapere che i tagli (equivalenti a quasi due terzi del testo) avevano gravemente snaturato la sua opera. Ogni lettore poté farsi un’idea quando nel ’97 Giorgio Zampa (dopo aver curato da Adelphi l’edizione di un più breve “seguito” di Giù la piazza, Le ore) riuscì a pubblicare, da Mondadori, il dattiloscritto completo.
A mia volta, lettore finora solo parziale dell’opera, m’ero fatto del lavoro della Ginzburg una pessima opinione; ma, reduce ora da un’impegnativa lettura integrale, mi sento di almeno in parte rivalutarlo. L’opportunità di ridurre il corpo di Giù la piazza, nell’ipotesi (poi scarsamente concretizzatasi) di raggiungere un pubblico relativamente ampio, appare infatti evidente; così come sacrosanta quella di consentire, poi, una lettura integrale di quello che resta uno dei capolavori della prosa italiana del Novecento. Lettura che solo ora torna possibile: grazie all’iniziativa di Quodlibet, che ha scelto di riprodurre il testo fissato da Zampa (nel frattempo, l’anno scorso, scomparso a sua volta).
Considerazioni più sottili, semmai, vanno fatte sul come vennero operati i tagli. Il che ci introduce nel più spinoso dei problemi: che cos’è, in effetti, Giù la piazza non c’è nessuno? In copertina c’è infatti scritto “romanzo”, e proprio questa fu l’ipotesi di lavoro (e la scommessa persa) della Ginzburg: ricondurre il più possibile al canone narrativo tradizionale un testo che si ribellava, invece, alla radice.
La più acuta lettrice della Prato, Monica Farnetti, ha sottolineato un aspetto fondamentale da ultimo in uno dei saggi compresi nel bel volume Tutte signore di mio gusto. Profili di scrittrici contemporanee, La Tartaruga, pp. 332, € 17): se materia specifica della narrazione è il tempo, nel testo della Prato trionfa invece la categoria dello spazio. Più che come romanzo e autobiografia, Giù la piazza non c’è nessuno va allora letto come “Atlante delle emozioni” (per dirla con Giuliana Bruno): dettagliatissima cartografia sentimentale di un luogo “mitico”, la cittadina di Treja, dove Dolores, abbandonata dai genitori e cresciuta da una zia anaffettiva e da un ingegnosissimo zio prete, crebbe nei suoi primi dodici anni.
Di Treja la scrittrice vuole “ritrovare”, nella memoria, tutto. Ogni strada, ogni bottega, ogni caso sono trasfigurate in capitoli di stupefacente virtuosismo descrittivo, che interdicono ogni reale sviluppo narrativo; il tempo è un eterno imperfetto che sospende ogni sensazione in un’aura di microscopica, dorata eternità. L’unica “storia” che si sviluppa, o meglio che si trova già all’inizio dispiegata in Giù la piazza, è la travagliata presa di parola (una parola nutrita, sin dal titolo, da fervidi succhi popolari) da parte dell’autrice-protagonista. Evidente a questo punto il debito con Proust, così come l’apparente vicinanza a una proustiana di lungo corso quale la Ginzburg (che dovette ispirare l’idea di affidarle l’editing) nonché, da essa, la sua effettiva distanza (che quell’editing orientò in direzione incongrua) Esemplare il confronto tra l’incipit di Giù la piazza, “Sono nata sotto un tavolino”, e del testo “parallelo”, Lessico famigliare: “Nella mia casa famigliare”. Tanto il luogo che il linguaggio sono nella Prato all’insegna dell’inappartenenza, laddove la Ginzburg ne rivendica fieramente il possesso.
Ciò che rende affascinante quanto stremante la lettura di Giù la piazza è la densità parossistica delle “epifanie”. E’ come se campanili e madeleines, nella Recherche, ricorressero ad ogni pagina: non solo non è possibile la narrazione lineare, ma neppure quella musicalmente organizzata che Proust ha insegnato al Novecento. Per capire in quale direzione avesse lavorato la Prato è illuminante la lettura, per il resto non molto più che un gradevole intrattenimento, del primo suo libro, scritto nel 1948 ma pubblicato, a pagamento, solo nel ’63; e che viene pubblicato ora, per la prima volta nella ne varietur dell’autrice, da Avagliano. Si tratta infatti di un “vero e proprio romanzo” (come lo definisce, con opinabile soddisfazione, la curatrice): nel quale sono bensì presenti, ma solo in nuce, gli elementi che faranno l’unicità dell’opera maggiore (la stasi di esistenza coartate nell’attesa di eventi impossibili, la passione ossessiva per il loro luogo di reclusione, l’estasi sensoriale che quelle esistenze riscatta); e nel quale gli elementi simbolici-chiave (che intitolano fra l’altro le sue due versioni La rosa muscosa e appunto Campane a Sangiocondo) sono ripresi pari pari dall’opera, e dall’anedottica, proustiane; così come scolastica appare la conduzione per leitmotiv. Si pensi a cosa era stato invece capace di fare, con l’icona delle campane e del loro suono, un proustiano sui generis come il Gadda della Cognizione del dolore…
E’ possibile che in tempi come i nostri, di soffocante conformismo neoromanzesco, arrida maggiore successo alla Prato “tradizionale”, l’apprendista di Campane a Sangiocondo, che a quella audace e “impossibile” in Giù la piazza non c’è nessuno. Ma è una buona notizia che ciascun lettore – come a suo tempo, con eroica intransigenza, l’autrice – possa oggi, tra le due, fare la propria scelta.
Dolores Prato
Giù la piazza non c’è nessuno
A cura di Giorgio Zampa, con una nota di Elena Frontalini
Quodlibet, pp. 704, € 28
Dolores Prato
Campane a Sangiocondo
A cura di Noemi Paolini Giachery
Avagliano, pp. 309, € 15
Sono Lucia Muraro, vivo in un paese del Veneto e sono vicina agli ottanta anni.
Ecco il racconto di quel giorno fatto alla mia cara sorella Luisa.
Eravamo a gennaio, erano le otto del mattino. Dieci giorni prima era mancata la nostra carissima mamma e i miei pensieri in quei giorni andavano continuamente a ritroso nel tentativo di avvertirne ancora la presenza.
Il sole era apparso all’orizzonte di fianco alla collina. Salii le scale di casa dove c’era la mia stanza da letto e mentre stavo riordinando sentii un rumore, giù, in una delle stanze del piano terra. Mi affacciai sul vano delle scale chiamando mia sorella che abita nella casa accanto e che spesso mi viene a trovare. Non ci fu nessuna risposta, ma questa volta udii il calpestio inequivocabile di qualcuno che si era introdotto in casa.
Mi lanciai di corsa giù dalle scale e feci in tempo a scorgere due figure di donna vestite di nero che fuggivano dalla porta della cucina. Le inseguii fino al cancello che erano riuscite ad aprirsi e che richiusero di colpo prima che le raggiungessi. Notai allora che entrambe indossavano un mantello a ruota e che una delle due aveva tra le braccia un fagotto, forse un bambino.
Tornai di corsa sui miei passi, rinunciando all’inseguimento. Corsi nello studiolo e aprii il cassetto dove da sempre tenevamo i soldi. Era in ordine, ma quando aprii la busta contente i soldi, vidi che erano spariti. Ebbi un tuffo al cuore! Andai al telefono e chiamai il numero dei vigili urbani denunciando il fatto e descrivendo loro l’aspetto delle due donne che mi avevano appena derubata. La Vigile che aveva risposto alla mia chiamata era di pattuglia su di un’auto. Dopo solo cinque minuti mi richiamò dicendomi che le due zingare erano state individuate e che un collega vigile sarebbe venuto da me a prendermi per il riconoscimento!
Quasi non credevo a quello che mi si diceva. Il dispiacere che avevo provato pochi minuti prima quasi scomparve: anche se l’eventualità di tornare in possesso dei miei soldi era praticamente nulla. Questo è assodato: c’è sempre un complice che si incarica della refurtiva un istante dopo. Ma il fatto di aver rintracciato quelle due, in quel momento mi diede una grande soddisfazione.
Io ho sempre fatto l’elemosina alle zingarelle che suonano al campanello di casa… senza mai farle entrare naturalmente! Una precauzione adottata da tutti nel paese. In realtà è una continua sfida tra le zingare estremamente abili nei furti e la gente che cerca di dribblarle, spesso senza successo.
In quel giorno, in quei momenti, sentivo che la mia era una rivincita, visto che io avevo sempre trattato loro umanamente. Mi aspettavo, ne ero certa, che le due ladruncole fossero due ragazze dell’accampamento che si trovava a due chilometri da noi e che spesso passavano a chiedere l’elemosina.
Quando finalmente mi avvicinai con la Vigile alle due vestite di nero e col mantello a ruota, vidi che realmente una delle due teneva tra le braccia un neonato. Erano loro le ladruncole! La Vigile mi disse che dovevo dire se le riconoscevo, nel caso contrario dovevano lasciarle andare. Le due tuttavia non erano le ragazze che mi aspettavo di vedere. Erano delle sconosciute: minute di corporatura, molto giovani, pallide, impaurite. La rabbia si trasformò in pena. Dissi che non le riconoscevo… e le lasciarono andare.
Per un po’ rimasi a osservarle mentre si avviavano verso la strada che porta a Vicenza. Sperai che avessero avvertito quel mio sentimento di un momento prima.
Fernando Lelario
Tornavo da Bologna in treno e ad un certo punto del viaggio ci siamo trovati di fronte io e un giovane. Mi ero dedicato alle mie letture evitando di partecipare al chiacchiericcio banale intorno a me. Il treno inizialmente affollato si era andato svuotando dopo Rimini. Anche il giovane di fronte a me, che sino ad allora aveva lavorato sul suo PC, si è interrotto e, dopo aver chiuso il portatile, sembrava in attesa di scendere alla prossima fermata. Non ricordo come abbiamo iniziato a parlare, mi ha detto che era un artigiano, che da Torremaggiore era andato a Fano a lavorare. Ha parlato della solita incertezza del lavoro e delle tasse sproporzionate che ti strozzano. Mi ha detto la rabbia che prova quando i clienti dopo aver stabilito un certo prezzo, a lavoro ultimato non vogliono pagare quanto pattuito, cercando di ottenere ulteriori sconti e riduzioni. Ho osservato il suo viso: sicuramente più giovane dei miei figli, lineamenti regolari, un’aria ingenua, non ho avuto difficoltà a pensare che le cose che dice devono essergli successe. L’ho invitato a non scoraggiarsi suggerendogli di provare ad associarsi, lui elettricista, con altri giovani, idraulici, muratori, imbianchini, in modo da contare di più, sicuramente associandosi, anche riguardo alle tasse avrebbe avuto dei benefici. Ho avuto l’impressione che valutasse la realizzabilità dell’idea, nel frattempo il discorso si è indirizzato su Berlusconi e il suo apparato mediatico che disinforma e si regge solo sulla pubblicità e le falsità. Trovare un giovane che si lamenta per le tasse, ma è antiberlusconiano mi ha rallegrato il cuore. Intanto dietro di me sull’altra fila era seduta una ragazza giovanissima con un jeans rotto in vari punti, secondo i dettami della moda, dai quali si intravvede una mutandina forse fucsia. Non ci ho fatto caso più di tanto, anche se è passata spesso parlando ad alta voce al telefonino.
Il ragazzo di fronte a me invece deve averla notata più attentamente e con un’aria assertoria che non chiede la mia complicità, vista la differenza di età, inizia il solito discorso secondo il quale alla fine sono le donne che se la cercano la violenza, perché vanno vestite in modo da mostrare tutto, gambe, sedere, tette; per esempio quella ragazza che passa continuamente ha il jeans rotto anche sul davanti proprio in corrispondenza ……… Sono trasalito, anche perché non avendo notato questa rottura, per un momento mi sono chiesto se sono io che ormai non noto più certe cose o se è l’immaginazione del ragazzo che vede più di quanto effettivamente fosse mostrato. In ogni caso come smontare il suo teorema sulle donne che “se la cercano”? Parlargli della libertà femminile sarebbe apparso ideologico. Lui sostiene di non essere moralista, ma quello che gli da fastidio è la provocazione e certi comportamenti liberi delle donne sono una provocazione per il maschio, la sua virilità viene messa alla prova e se poi non riesce a controllarsi in fondo è giustificato. Gli ho detto di non essere d’accordo e per provocarlo ho convenuto con lui che certi modi di vestirsi, certi atteggiamenti femminili possono anche significare che le donne “ci stanno”. Ma a questa espressione davo una doppia valenza, sacra e profana. “Ci stanno” nel senso che esistono, vivono riempiono lo spazio, con la loro presenza, il loro corpo, le loro differenze, belle e seduttive, che ci affascinano e ci riempiono di desiderio. Questo però non gliel’ho detto. Non ho avuto fiducia della mia capacità di essere chiaro e comprensibile. Ho posto invece l’accento sul fatto che forse le donne a modo loro comunicano semplicemente la loro disponibilità a giocare il gioco della seduzione con il mondo, non necessariamente con un maschio, sicuramente non con qualsiasi maschio, un loro rifiuto non può e non deve essere mai forzato. L’amore non è mai violenza, forzatura, sottrazione, è invece la saggezza di ritirarsi di fronte a un rifiuto, mostrando capacità di ascolto. Avrei voluto approfondire la differenza fra virilità, come appariva dalle sue parole, e capacità di amare, siamo però giunti a San Severo e il ragazzo mi ha salutato con una stretta di mano, mi auguro dovuta al fatto di condividere alcune cose dette e di aver fatto spazio a qualche dubbio. Vi era comunque nel suo sguardo un senso di sete, un desiderio di sentire cose non scontate, di imparare. D’altra parte chi potrebbe insegnargli una visione diversa del mondo femminile? I padri sommersi dalla volgarità della televisione? Forse le madri? Anche se la mia di fronte a un abbraccio della mia compagna, mi confessava con rimpianto che lei simili gesti nei confronti di mio padre non li aveva fatti mai, “altri tempi allora”, aveva aggiunto.
Preso da questi pensieri arrivavo a Foggia, insieme a me è scesa una donna molto bella con una scollatura profonda (che metteva in risalto un bel seno) e un passo deciso, l’avevo già notata alla stazione di Bologna per la sua eleganza e il suo portamento, non ho potuto fare a meno di guardarla con ammirazione. Abbiamo fatto un pezzo di marciapiede insieme quando dal gruppo di persone in attesa le sono corsi incontro un bambino e una bambina. Lei si è inchinata e li ha abbracciati teneramente mentre dietro ai bambini vi era un signore che sorrideva. Mi sono affrettato verso l’uscita anch’io con un sorriso sul viso, per aver riconosciuto in lei una donna che “ci stava” nel senso che si mostrava nella sua differenza.
Elena Del Drago
“Autosabotage”, tre spari alla tempia intervallati dalla lettura di un testo. Tania Bruguera rilancia la sua provocazione di una ricerca politica annunciando il progetto di fondare un partito. “Mi interessa creare opere che abbiano un valore al di là del solo ambito estetico. In questo caso volevo racchiudere in un’azione il mio pensiero, ho pensato alla roulette russa”
Una pistola puntata alla tempia per tre volte durante una conferenza, tre spari intervallati dalla lettura di un testo preciso, lucido, politico. Invitata da Jota Castro all’interno del Fear Society, Pabellon de la Urgencia, di gran lunga uno dei più interessanti della Biennale veneziana (che fino a novembre presenterà diverse azioni di grande attualità in questa Italia della paura), Tania Bruguera, artista cubana che già in altre occasioni aveva mostrato al mondo la radicalità della sua arte, non ha deluso il pubblico attento intervenuto per l’occasione. Anzi, lo ha letteralmente terrorizzato, atterrito, mettendolo di fronte alla propria passività: nel caso in cui la sorte avesse previsto una pallottola per Tania Bruguera gli spettatori sarebbero stati responsabili nel migliore dei casi, (per l’amore dell’arte?) del ferimento di una donna.
La performance è molto forte da un punto di vista emotivo quindi lei la considererà riuscita. Ma spero che questa sia l’ultima volta che si sottopone ad un tale rischio.
Si, certamente. Ho eseguito la stessa performance a Parigi, lo scorso marzo, in occasione di un seminario al Jeu de Paume, però questa volta ho promesso: non ce ne sarà un’altra. Credo comunque che ne sia valsa la pena. La prima volta, a Parigi, avevo davanti a me un pubblico molto ristretto, così quando Jota Castro mi ha invitata ad intervenire in questo padiglione mi sono chiesta quale progetto potesse rispondere adeguatamente ad un evento come la Biennale, alla quale ho già presentato dei lavori due volte.
Effettivamente questa è la sua terza partecipazione alla Biennale di Venezia, dopo la magnifica installazione del 2003 che immergeva lo spettatore nel profumo del tè per parlargli di colonizzazione.
Nelle occasioni precedenti ho vissuto esperienze molto belle ed interessanti, ma ho anche avuto l’impressione che i lavori venissero visti fuori dal loro contesto. In questo caso, invece, volevo che il pubblico si fermasse a riflettere seriamente sul significato della nostra arte. Così mi è venuto in mente di riproporre questa performance che indaga su quanto deve fare un’artista che si voglia oggi definire politico.
La performance si intitola “Autosabotage”. Quali sono le regole etiche ed artistiche che dovrebbe seguire un autore impegnato?
Non uccidersi! Ma piuttosto portare alle estreme conseguenze le proprie scelte.
Ci sono, a suo parere, degli artisti che con intenti sociali perseguono la loro ricerca in modo così rigoroso come la sua performance suggerisce?
Ne sono convinta. Non voglio fare nomi ma conosco molti artisti che sviluppano le proprie idee senza compromessi, e ne pagano le conseguenze. Naturalmente non credo che ci sia un unico modo di costruire un discorso politico, ognuno può trovare il proprio. L’arte offre possibilità eterogenee, personalmente sono interessata solo all’esperienza reale, a quanto riguarda la realtà, a un tipo di lavoro che sia efficace anche al di là dell’ambito estetico. Un’opera insomma che interagisca con il pubblico non in modo statico, ma che faccia riflettere, creando delle situazioni.
L’idea del padiglione mi sembra adatta in rapporto alla sensazione di panico che pervade il nostro presente.
Credo però che questa diffusa sensazione di paura ce la stiamo lasciando alle spalle. Almeno nelle forme che hanno dominato l’era Bush di guerre e rifiuto del dialogo. Oggi prevale una tipologia di paura differente: abbiamo l’angoscia economica e il panico utilizzato dai governi per controllare le masse secondo una tecnica antica ma mai dismessa. Il problema è comprendere come la gente possa imparare a non essere spaventata.
È vero che sta progettando di fondare un nuovo partito politico?
Si, a Parigi, un partito per gli immigrati. In questo modo il mio lavoro artistico sarà davvero calato nella realtà. Perché agirà non solo sul piano simbolico, cercando di far pensare le persone, ma prenderà anche provvedimenti reali.
Insomma si vuole trasformare anche lei in un politico…
Spero di no, non mi piacciono molto. D’altra parte utilizzo gli strumenti della politica e del potere per il mio lavoro da tempo, come in questa performance, che credo sia riuscita anche da un punto di vista estetico: sa immobilizzare, scuotere, sedurre la gente.
Quanto è importante in questa performance il rapporto col pubblico e quanto invece è uno sforzo intimo?
Devo confessare che in questo caso è stato soprattutto un gesto egoista. Volevo racchiudere in un’azione ciò che penso. Se dico alle persone di farsi carico completamente delle proprie idee, devo farlo anche io, in prima persona. E per mostrarlo non potevo che scegliere un’azione, sono una performing artist e questo è il mio modo di comunicare. Poi mi sono chiesta qual è il gesto definitivo per un essere umano e mi è venuta l’idea della roulette russa.
Ma non le è sembrata eccessiva come scelta?
Si, soprattutto oggi che l’ho messa in atto. Nei giorni scorsi avevo fatto delle prove, puntato la pistola in aria, e quando la stavo per dirigere verso la mia tempia mi sono chiesta: “Ma perché sto facendo tutto questo”?
Vito Teti
Cara professoressa Fortunato, ho letto anch’io con grande interesse il suo intervento (apparso giovedì su “Il Quotidiano”) sugli esami di maturità, nel quale interagisce con quanto avevo scritto su questo giornale il 25.06.2009 e di questo la ringrazio. Come altre volte, nel suo scritto pone questioni importanti e solleva problemi sui quali occorre riflettere pacatamente e a lungo. Sono d’accordo con lei: il problema è il “senso” che dobbiamo dare alla scuola, il “senso” che la scuola ha o dovrebbe avere. Penso che la salvezza di questa società senza punti di riferimento, devastata dalla televisione dei reality, oppressa dalle censure, dominata dalle disparità sociali, ingannata da un grande incantatore, consista proprio nel tornare a riporre speranze e risorse nella scuola. Penso che siano i docenti, i maestri, gli uomini di scuola quelli che hanno l’immane compito di fornire non solo istruzione, ma anche – come lei dice – amore, passione, ai ragazzi. La scuola dovrebbe farsi carico di alimentare nei giovani quella “coscienza critica” e “libera” che purtroppo né le famiglie (per mille ragioni) né la televisione riescono a creare. Il problema allora non è, come scrivevo, quello di brandire il merito come una “clava”, come una “minaccia”, ma di riconoscere nel merito un diritto, un’opportunità, un’occasione per i tanti che possono contare soltanto sulle proprie capacità e non sulle parentele, sulle eredità, sulle clientele. Odio i cinque in condotta, le punizioni, le bocciature. Una volta, tanti anni addietro, all’Università di Catanzaro, Facoltà di giurisprudenza, ho assistito all’esame di un docente, che ha bocciato tutti i 64 studenti che facevano l’esame. Si capisce che uno che boccia tutti i suoi allievi boccia sé stesso, rivela e manifesta le sue incapacità, l’odio per la scuola e per il sapere. Queste forme di rigore estremo poi in realtà coprono spesso compiacenti adesioni alle poche, ma influenti, raccomandazioni. Per questo, all’inizio dei miei corsi, invito gli studenti a non farsi raccomandare, a “raccomandarsi” da soli, a presentarsi con la loro sensibilità, i loro problemi, le loro passioni, le loro capacità e i loro limiti. Il merito non può essere separato dal “metodo”, dal modo di insegnare e di rapportarsi agli studenti, dalla capacità di vedere nello studente non qualcuno da “torturare”, da “fare cadere”, ma un interlocutore, un soggetto che ci può trasmettere e comunicare cose fondamentali. Apprendo, quotidianamente, molto dai miei studenti, nonostante il modello di università che si sta creando stia portando in direzione di rapporti sempre più fugaci, veloci, formali. Tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno fatto una bella gara per sminuire il ruolo del docente. Dalla scuola materna all’università. Sono d’accordo con lei quando scrive che oggi si tratta di salvare la relazione docente e allievo e la competenza simbolica delle/i insegnanti fino a ieri tacitamente ammessa, per esempio con il sacro principio della libertà didattica. Chi può salvare tale relazione se non le docenti, i docenti, le famiglie, la scuola? Chi s’interroga, davvero, su questa relazione? Quali forze politiche si sono fatte carico di questi problemi? Il quadro resta davvero sconfortante. Le donne, le insegnanti, le maestre, come lei scrive, hanno portato un metodo che ha prodotto un taglio rispetto a quelli del passato. Tra aspirazione e realizzazioni però c’è una qualche contraddizione. C’è qualcosa che non va. Lei immagina che la società patriarcale sia finita: io purtroppo no. E anche a costo di dire cose poco gradevoli, o politicamente scorrette, mi chiedo – ovviamente senza sterili generalizzazioni – se per caso alcune donne invece di lavorare per la “femminilizzazione” di cui lei parla spesso non abbiano finito con l’interiorizzare e il perpetuare i peggiori comportamenti maschili. Conosco tantissime realtà dove le donne, come lei scrive, “sia come insegnanti sia come allieve, sanno creare l’amore, creazione spirituale come l’arte, come la scienza”. Conosco però insegnanti, donne e uomini, che vivono il loro ruolo nella scuola come una “punizione”, come un “passatempo”. Ho “frequentato”, di recente, per ragioni personali alcune scuole elementari e materne: ho visto insegnanti conflittuali, litigiose più dei loro pochi colleghi, del tutto lontane da quella pratica dell’amore in cui lei ed io crediamo. Il ministro che dovrebbe occuparsi della scuola è una donna i cui meriti scientifici e politici non sono tanto chiari. Da uomo, che pensa di avere una parte “femminile” non secondaria, sono molto deluso dal silenzio “femminile” sull’uso che delle donne, del loro corpo, della loro anima, sta facendo il potere, non il Potere con la p maiuscola, ma questo signore che ci governa qui ed ora. Abbiamo tanto faticato per metterci in discussione, per cercare di capire e di vivere in maniera diversa il “femminile”, ma qualcosa sta accadendo e ci disorienta. Non ultimo, il continuo insistere mediatico con immagini di escort bambine, proiettate verso livelli progressivi di mercificazione.
C’è una “mortificazione” delle donne nella scuola e nella società e non si capisce quanto invece sarebbe decisiva una lettura al “femminile”. Ne sono tanto convinto che nella mia cattedra, l’unica collaboratrice quasi stabile che mi accompagna nelle mie ricerche e nella didattica, Alfonsina Bellio, si occupa di femminile, di mistiche, sante e veggenti, di “donne che parlano con i defunti” e che indicano altre idee e immagini del corpo, della divinità, della morte, del femminile. Un femminile spesso nascosto nelle pieghe della storia, che, se ascoltato, sa proporre modelli di riferimento solidi. Mi sembra che siate sulla stessa lunghezza d’onda e con voi tante altre donne, in vari posti delle regione, che insegnano, realizzano, con amore e competenza, eccellenti progetti didattici e formativi e hanno cura degli allievi. Sarebbe bello (se lo ritenete opportuno posso fare da tramite) che vi incontraste, magari stabiliste dei contatti, e immaginaste un bel progetto su queste tematiche e su queste problematiche per le scuole della nostra regione. Un progetto regionale sul/col/per il femminile, trasversale e costruttivo, non “contro” ma “a favore di”, “verso”, che potrebbe coinvolgere tutti i saperi, quelli tradizionali femminili e quelli filosofico-scientifici al femminile, in un percorso letterario-artistico-antropologico-linguistico-scientifico, con attenzione mirata alle donne calabresi, che molto, nel tempo, hanno dato e stanno dando. Qualche scuola ha già lavorato in questa direzione, in maniera a volte isolata, sarebbe ora il caso di fare rete. In questo momento c’è un vicepresidente della giunta regionale, con la delega all’istruzione, che si sta spendendo molto per la scuola, per gli studenti, per la formazione, proviamo a sollecitarlo anche in questa direzione. Incontriamoci, donne e uomini animati da passione e volontà. Continuo, nonostante tutto, a pensare che il problema sia “politico” e che ci sia bisogno di buone pratiche politiche, di progetti e di programmi condivisi, di un “fare” secondo valori e con una finalità, con quella richiesta di “senso”, di cui lei parla con grande efficacia e sensibilità, e con la cura motivata, prima che dalla ragione, dalle emozioni.
Laura Modini
2009, marzo, martedì ore 23.
Sono stata al cinema con delle amiche e faccio ritorno a casa.
Parcheggio la macchina davanti al portone perché ho il posto riservato per invalidi. Spengo il motore, raccolgo lo zaino e con la solita fatica di sempre esco dalla macchina. Prendo le due stampelle, inforco lo zaino sulle spalle e chiudo la portiera della macchina. Come sempre metto le chiavi nella tasca della giacca e posiziono le stampelle alle braccia per camminare. All’improvviso per istinto giro la testa e vedo un ragazzino. Mi volto completamente e lo guardo interrogativa. Lui ricambia lo sguardo sorpreso.
“Cosa vuoi?” dico.
Un attimo di incertezza e poi con titubanza lui mi chiede: “Dove è la fermata della metropolitana?”
“Lì davanti a te”, rispondo, guardandolo poco convinta, qualcosa non quadra.
D’istinto metto la mano in tasca, cerco le chiavi ma non le trovo. Controllo lo zaino se è chiuso. Tutto nel giro di pochi secondi e il ragazzino è davanti a me. Mi guarda poi si sposta sul marciapiede e fa per andarsene.
Ho capito, mi ha preso le chiavi! Lo fermo e subito gli dico: “Hai preso le chiavi?”
“Io, no!” E alla chetichella se la sta svignando.
Tutto è chiaro, appena fossi salita in casa mi avrebbe preso la macchina, la mia macchina… le mie gambe.
Non posso permettere questo, per me sarebbe un grosso disastro: nella mente si affacciano tutti i problemi che ne derivebbero: impossibilità di movimento, denuncia, attesa, una macchina nuova, soldi…
Ormai il ragazzino se l’è svignata, non lo vedo più. Rimango lì impalata davanti alla macchina, a fianco del portone di casa e sulla strada qualche passante frettoloso, del resto sono le 23.30.
Cosa faccio: chiedo aiuto? Sì, ma nessuno mi ridarà la macchina, la sola cosa che conta per me.
Non so decidermi. Se ora andassi via, domattina non troverei certo la macchina!
Sono bloccata e non so decidermi a salire.
Passa così una mezz’ora. Ormai stanca, stremata ma ancora non domata, non voglio mollare, non posso!
Un chiacchiericcio mi fa alzare gli occhi: dall’altro lato della strada due giovani uomini e quel ragazzino chiacchierano animatamente a voce alta.
Lo chiamo, li chiamo. Stranamente attraversano la strada e tranquillamente vengono verso di me. Certo, io non faccio paura: due stampelle, in piedi con grande difficoltà, facilmente da mettere a KO.
La mia mente lavora e butto lì una proposta: “Tu hai le chiavi della macchina e io senza la macchina non posso muovermi. Ne ho bisogno, vedete, non posso camminare. Cosa volete? Soldi? Va bene, se mi restituite le chiavi vi do dei soldi”.
Il capo dei tre dice sorridendo: “Quanto mi dai?”
In me è tutto chiaro, posso contrattare.
Rispondo: “Quello che ho nel portafoglio.”
“Quanto hai?”
“Non lo so, 30, 50 euro, non lo so.”
“Va bene, fammi vedere.”
Apro lo zaino, prendo il portafoglio e davanti a loro lo apro e tiro fuori tutto quello che c’è, non vedo neanche quanto, ma loro sì, hanno visto una banconota da 50 euro e altre da 20 e 10. Sorridono tutti contenti.
Passo i soldi al capo e allungo la mano in attesa della chiave.
Il ragazzino nicchia, non vuole mollare il trofeo.
Mi sto disperando. Ma, a questo punto il capo alzando la voce lo redarguisce duramente nella loro lingua e gli ordina di darmi la chiave.
Finalmente vedo apparire nella mano del ragazzino la mia benedetta chiave che viene posata con rabbia nella mia.
Chiudo la mano a pugno e li guardo tutti e un sentimento sale da tutta la mia stanchezza, una grande tristezza e dico due o tre volte: “Guardate che state facendo del male solo a voi stessi, non a me”.
Loro invece mi guardano soddisfatti e mi girano le spalle attraversando la strada.
Io, serena, stanca, sorpresa di come sono andate le cose, entro finalmente nel portone.
Sono le 24.
Franca Fortunato
Ho letto con interesse quanto scritto da lei professore sul Quotidiano del 25.06.2009 a proposito degli esami di maturità. Vi ho trovato innanzitutto i miei esami che anch’io, come lei, ho sostenuto al liceo “Morelli” di Vibo Valentia nel 1969 (ero nella sezione C), l’anno della prima riforma degli esami. Eravamo in pieno ’68 e io da studentessa non ne capivo molto, ma sentivo che qualcosa di importante stava accadendo nella mia vita e in quella di tante ragazze come me. Eravamo la prima generazione di donne che in massa siamo entrate nella scuola, autorizzate dalle nostre madri che, non avendo potuto studiare, avevano voluto con forza che lo facessimo noi, per renderci indipendenti e padrone della nostra vita. Quegli anni li ricordo come anni di grandi discussioni, di lotte, manifestazioni e cortei per le strade della città al grido “ateneo” e “antiautoritarismo”. Certo, professore, converrà con me che il ’68, al di là delle superficiali liquidazioni da parte di chi nulla sa e nulla vuole sapere di quegli anni, fu un grande movimento creativo e ha toccato l’intera vita sociale, non solo la scuola. Mi chiedo e le chiedo, che rapporto esiste fra quel tempo e oggi? La continuità – come scrive Luisa Muraro in “Buone notizie dalla scuola”- riguarda la presa di coscienza e di parola, soprattutto di persone giovani e di classi popolari, quasi la conclusione della fine del patriarcato nei rapporti fra le generazioni e fra le classi. Fra i sessi era vicina ma ancora da venire. Nel Sessantotto si è lottato nella scuola per salvare, tenere vivo e liberare il desiderio d’imparare, mentre, da anni, molte di noi lottiamo per tenere in vita l’antico desiderio di insegnare, messo in discussione, non dal mancato riconoscimento del merito, ma dal processo di ristrutturazione del sistema scolastico, che va sotto il nome di autonomia aziendale e mercificazione del sapere. Oggi si tratta di salvare la relazione docente e la competenza simbolica delle/i insegnanti fino a ieri tacitamente ammessa, per esempio con il sacro principio della libertà didattica. Si tratta di ripensare il senso, la qualità, l’essenza del mestiere di insegnante. E qui vi è una grande contraddizione. Se è vero, come è vero, che questo mestiere è fatto e scelto da molte più donne che uomini, a voler pensare la scuola, invece, in questi anni, sono stati uomini per i quali l’organizzazione gerarchica, il merito, gli incentivi sono gli strumenti per migliorare i risultati del sistema. Ma non è così. Nella scuola, professore, – come scrive la filosofa spagnola Marìa Milagros e come mi dice la mia esperienza di docente – le donne vi hanno portato un metodo che ha prodotto un taglio rispetto a quelli tradizionali. Si tratta dell’insegnare guidate/i dall'”intelletto d’amore”, espressione delle mistiche medievali e di Dante Alighieri, un modo di conoscere, una rivoluzione epistemologica perché l’altra/o non sono ridotti né a oggetti né a opposti ma costituiscono il termine di una relazione viva. C’è una scuola modificata dalla presenza delle donne, sia come insegnanti sia come allieve, le quali creano l’amore, creazione spirituale come l’arte, come la scienza. La femminilizzazione dell’insegnamento, professore, è un di più, che “sta facendo della scuola uno dei luoghi di incontro e convivenza dove sono possibili le relazioni creatrici di cultura e civiltà”, le insegnanti sono diventate “signore del gioco” nell’aula e le alunne, più degli alunni, oggi danno scopi propri agli studi obbligatori. Questa è la buona scuola, messa in discussione e in pericolo, come sta avvenendo con la scuola elementare. Anche i programmi tante di noi abbiamo cambiato alla luce della differenza sessuale e sarebbe ora venissero recepiti anche dai programmi ministeriali. Le faccio solo un esempio. Il libro di storia – come scrive Milagros – rappresenta, ancora, una minaccia per le giovani perché “non è l’amore ciò che rende visibile, dovuto tra altre ragioni, all’assenza delle donne e delle loro creazioni, le quali non possono essere presenti nelle grandi gesta di guerra che finora sono state l’asse della narrazione storica”. Oggi esistono libri scritti da donne in cui si può leggere una storia a partire dalle relazioni e dall’amore. Insomma, non credo che il merito sia la questione da impugnare nella scuola, ma il suo senso, perché ne va del piacere di insegnare e di imparare e della civiltà di tutta una società. Ma chi è disponibile a riflettere su tutto questo? Molte/i preferiscono le scorciatoie, i cinque in condotta, le bocciature, le punizioni, quasi ad alzare barriere difensive. E lei?
Luca Fazio
Cari genitori, ceto medio ormai ex benestante,
insomma la maggioranza, quelli che due mesi al mare per ossigenare la creatura con nonni a carico non se li possono permettere, ecco una storia di ordinario sfruttamento (schiavitù light) che vi riguarda molto da vicino, e che per questo dovrebbe suscitare sdegno e indignazione – e magari guadagnarsi qualche copertina estiva a colori tipo…gli schiavi che raccolgono pomodori sotto il sole del bel paese a … facciamo 3,70 euro all’ora!
Bene.
Sapete quanto guadagnano gli educatori che ogni giorno, per otto ore al giorno, si intrattengono con i vostri bambini nei centri estivi, un servizio essenziale che il Comune di Milano affida in gestione ad alcune cooperative?
Guadagnano 3,70 euro all’ora (al lordo, e comunque a raccogliere pomodori si guadagna di più), e lavorano nelle decine e decine di scuole elementari di Milano che tutte le mattine fino alla fine di luglio offrono questo servizio. E non è un lavoro semplice, perché i bambini necessitano di mille attenzioni e perché i genitori sono molto esigenti nel valutare il contesto sociale, educativo e didattico del centro estivo dove “parcheggiano” (non sia mai detto) gli eredi.
Le gare d’appalto le vincono sempre le stesse cooperative (Ireos, Dedo, Cime, Azzurra), dire “al ribasso” forse non rende l’idea. Anna, 40 anni, logopedista, ogni estate si prende cura dei bambini, e quest’anno lavora con un portatore di handicap. Lo fa perché quello sarebbe il suo vero lavoro e per arrotondare lo stipendio (durante l’anno fa l’impiegata). La sua non è una rivolta, ha solo deciso di rendere pubblico lo scandalo di una paga che la maggior parte dei lavoratori (spesso sono ragazzi e ragazze che non si possono permettere alcun tipo di trattativa) accetta perché tutto sommato “questo è meglio di niente”.
Anna ha telefonato alla Cgil, ma non le hanno dato retta. Poi ha provato a rivolgersi a Telefono Precario (www.telefonoprecario.it) […]. “Io sono scandalizzata – dice Anna – ci dovrebbe essere un minimo sindacale, e poi vorrei proprio sapere se è vero che il Comune di Milano paga le cooperative con tutti quei mesi di ritardo”.
Perché fatto il danno, c’è anche la beffa: 29,60 euro al giorno per un lavoro prestato a giugno verranno retribuite a novembre. Da qui la richiesta, minima, formultata da Telefono Precario: “Considerata la vergognosa tabella contrattuale applicata alle lavoratrici, alle cooperative chiediamo che le competenze siano pagate a fine rapporto, cioè a luglio”.
Cara Michelle Obama,
siamo le donne del movimento “No Dal Molin” della città italiana di Vicenza, nota nel mondo per le sue bellezze artistiche e per Palladio. Ci rivolgiamo a te come donna autorevole, appassionata di politica, rispettosa della madre-terra, e sostenitrice dell’impegno del marito, presidente degli Stati Uniti d’America. Ci rivolgiamo a te sapendo che affidiamo le nostre parole e la nostra speranza in ottime mani. Pensiamo che nel mondo si stia assistendo a un grande e augurabile fenomeno: la crescita della presenza delle donne nella politica. Pensiamo che questa sia una grande occasione per il rinnovamento positivo della storia e dei valori a cui si ispirano i popoli e le nazioni. Noi vogliamo favorire questo fenomeno.
La nostra città ospita da sessant’anni una caserma statunitense e altri siti militari americani nelle colline circostanti. Ora sull’ultima area verde rimasta in città, l’aeroporto Dal Molin, il governo italiano acconsente alla costruzione di un’altra grande base militare americana, su richiesta del governo Bush che voleva collocare a Vicenza un’armata definita dai militari statunitensi “pugno di combattimento”, pronto ad essere impiegato in operazioni di guerra decise dagli USA.
L’area destinata alla costruzione della base si trova sopra la più importante falda acquifera del nord Italia e la realizzazione delle fondamenta richiede la perforazione degli strati di un territorio dall’equilibrio geologico delicatissimo, con rischi enormi non solo per l’ambiente circostante, ma per la riserva d’acqua a cui attingono gli abitanti di tutta la nostra regione. Una minaccia gravissima per la salute umana e del territorio.
Da tre anni migliaia di donne e uomini ci battiamo per la difesa della terra, per la salvaguardia dell’acqua e per esprimere una cultura della pace. Diciamo che non è indice di civiltà e di rispetto costruire una base militare dentro una città molto abitata. Vogliamo difendere la Costituzione Italiana che ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali, mentre il progetto della base è coerente con la strategia della guerra globale enunciata da Bush.
Questa strategia è già stata sconfitta negli Stati Uniti con l’elezione di Barack Obama e con la vittoria del partito democratico. Voi avete affermato la forza del cambiamento contro la politica di guerra di Bush, avete ribadito la priorità di valori come la libertà, il rispetto dei diritti umani, il dialogo e la condivisione, rigettando una politica di potenza unilaterale. Noi crediamo in voi e nel vostro impegno e infatti il nostro movimento vi ha sostenuto durante le elezioni americane. Abbiamo spedito anche migliaia di cartoline a Barack Obama chiedendogli di intervenire per fermare la costruzione della nuova base militare a Vicenza. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
Abbiamo pensato, da donne a donna, che tu possa sostenere le ragioni della nostra lotta perché ci battiamo condividendo i principi a cui si richiama la politica della nuova Amministrazione Obama che vuole collegarsi alla grandezza delle origini della democrazia americana.
Il progetto della base militare “Dal Molin” viola le norme europee che prevedono in casi come il nostro la consultazione dei cittadini e la valutazione dell’impatto sull’ambiente. L’una e l’altra ci sono state negate.
Noi donne ci opponiamo alla base militare perché amiamo i nostri figli e il nostro territorio e vogliamo salvaguardare il loro futuro, perché vogliamo per loro una città e una terra corrispondenti al nostro desiderio di convivenza pacifica e a un concetto di autentica dignità umana.
Noi vogliamo una città dove non siano presenti gli strumenti della feroce violenza militare.
Ti chiediamo di intervenire, in nome di quei valori di libertà e di pace che troppo spesso sono stati aggrediti e violati.
Da donne che lottano a donna che lotta ti chiediamo di intervenire con l’autorità che lo stesso Presidente Obama ti riconosce. Ti preghiamo di intercedere in nome della sapienza politica femminile molto più evoluta della politica che usa solo la forza e la violenza per imporsi.
In nome di questo ordine superiore, in nome della cultura della pace e delle differenze, in nome della speranza, dell’amore per il futuro dei nostri figli, ti chiediamo di essere la nostra portavoce presso l’Amministrazione Obama affinché venga sospesa la costruzione della base militare americana a Vicenza e la vostra Diplomazia venga a parlare con il nostro sindaco, con il nostro movimento e conosca così la realtà, la verità e vengano rispettati i diritti umani.
Ti alleghiamo anche il timelineof major events marking the No Dal Molin movement,foto di vicenza e ti invitiamo nella nostra città: saremmo felici di farti vedere la sua bellezza, la bellezza del nostro movimento. Saremmo molto onorate se tu accogliessi il nostro invito come una tra le donne più autorevoli del mondo e come compagna di lotta che condivide i nostri valori.
Con affetto e stima, riponiamo in te e nel lavoro del presidente Obama fiducia e speranza.
Le donne del presidio “No Dal Molin”
Anticipiamo dal volume edito da Quodlibet (pp. 442, euro32, da mercoledì nelle librerie), «Album», scritto nel 1994.
Esce finalmente anche in Italia il volume che raccoglie i diari e gli scritti della grande artista francese: «Se non si riesce ad abbandonareil passato allora bisogna ricrearlo. È quello che faccio da sempre»
di Louise Bourgeois
Molte persone sono ossessionate a tal punto dal passato che ne muoiono.
È l’atteggiamento del poeta che non trova mai il paradiso perduto, ed è in
effetti la condizione di quegli artisti che lavorano per una ragione che
nessuno riesce davvero a cogliere. Amenoche non cerchino di ricostruire
qualcosa del passato. È che il passato per alcuni ha unatale presa, una tale bellezza…
Mi chiamo Louise Josephine Bourgeois. Sono nata il 24 dicembre del 1911, a Parigi. Tutto il miolavoro degli ultimi cinquant’anni, tutti i miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia, non ha mai perso il suo mistero e non ha mai perso il suo dramma.
Lei amava mio padre. Così, come ho detto, scapparono insieme. Semplicemente se ne andarono.Dunque non erano sposati. Vivevano insieme, e naturalmente ebbero un figlio. Mio padre era piuttosto macho, e sfortunatamente per lui nacque una bambina. Sono sicura che
mia madre ne fu imbarazzata, anche se era una convinta femminista. Ma
l’imbarazzo non durò a lungo, perché la bimba morì.
Si sbrigarono a fare un altro figlio e – mioDio! – era di nuovo una bambina.
Era Henriette. Poi ebbero un’altra bambina, di nome Louise. Ero io! Così, capite, il mio arrivo rappresentò un’acuta delusione e mia madre deve aver pensato: «Come faccio a tenermi quest’uomo, dopo avergli dato tre figlie fem-
mine una dietro l’altra?».
Non le mancava l’immaginazione e disse: “Non vedi questa bimbetta? Le daremo il tuo nome. Non vedi che è il tuo ritratto sputato?”.
E mio padre rispose: “Ma sì, hai ragione. È molto carina ed è identica a me”. E così me la sono cavata, vedete, ma lui mi fece capire che dovevo realizzare il suo sogno di avere un discendente di successo.
Avrei dovuto farmi perdonare il fatto di essere femmina. Mio fratello è nato dopo, naturalmente. È stato lui, in un certo senso, a determinare i miei gusti in fatto di uomini, nel senso che m’innamoro di buoni a nulla che si aspettano il mio aiuto; in effetti, tutti gli uomini della mia famiglia si aspettavano che le donne li guardassero con ammirazione e lavorassero per loro. Erano uomini molto affascinanti. In famiglia le forti erano le donne.
Mio padre voleva davvero bene a suo fratello, Désiré. Sono molto diversi: Désiré era più grande e aveva già due figli. Era stato arruolato nell’esercito. Désiré fu ucciso nella prima settimana di guerra. Questo fatto ha trasformato mio padre. Non so bene come, decise di andar volontario. Beh, comunque partì.
Non appena partì, mia madre diventò isterica. Prese a seguirlo di accampamento in accampamento e mi trascinava. con lei.
Lui venne ferito e finì a Chartres, nell’ospedale locale.
Ecco l’amante che si pavoneggia, tutta in bianco. Comparve subito dopo la guerra, arrivò nel 1922. Fu introdotta nella famiglia come istitutrice per Pierre e me. E andava à letto con mio padre. Il fatto è che Sadie viveva in casa. E c’è rimasta per dieci anni – gli anni formativi, per mia sorella e per me. Nella mia vita, la storia di Sadie è importante quasi quanto quella di mia madre. La motivazione del mio lavoro è la reazione negativa verso di lei.
Ciò dimostra come sia proprio la rabbia a spingermi a lavorare. Non sono molto brava a parlare dell’amante perché ora, a distanza di mezzo secolo, ho superato l’influenza che ha avuto su di noi e posso pensare a lei con più equilibrio. Dunque, non riesco ad appassionarmi troppo alla questione, né a esserne turbata.
Sadie, era stata assunta per insegnarmi l’inglese. Pensavo che mi avrebbe voluto bene. Invece mi ha tradita.
Ora mi chiederete: Come mai in una famiglia della media borghesia l’amante faceva parte dell’arredamento? Beh, la ragione è che mia madre lo tollerava! Ed è questo il mistero.
Non sono stata tradita solo da mio padre, dannazione, ma anche da lei. Fu un doppio tradimento. Mi spiace infiammarmi tanto, ma ancora ne subisco l’effetto. Ancora.
Mio padre mi ha tradito perché non è stato quel che avrebbe dovuto essere. Prima di tutto ci ha abbandonato per andare in guerra e poi si è trovato un’altra donna e l’ha portata in casa. È solo un fatto di … regole del gioco. E in una famiglia le regole del gioco prevedono un minimo di conformismo.
Allora, da tutta questa chiacchierata ciò che viene fuori è che io rifiuto di lasciar andare questo periodo. Perché, sebbene fosse molto dolorosa sotto certi aspetti, era la vita stessa.
Nel 1955 o 1956 sono tornata. Volevo rivedere la casa. E l’ho trovata. Era completamente diversa … Aveva cambiato carattere … Ci vivevano quindici o venti famiglie diverse.
Non dico che fosse triste – era solo diverso. Sono tornata con i miei figli e … mi sono sentita meglio. Volevo vederla, avevo bisogno di rivederla, l’ho visitata e mi sono sentita meglio. Ecco tutto. Vedete, la vita va avanti e non possiamo farci nulla.
Oggi nel mio lavoro c’è una forte motivazione sentimentale, ma è trattenuta da una sorta di riserbo formale. Le due cose devono andare insieme. La motivazione è sentimentale e omicida, o comunque la si voglia chiamare, ma la forma deve essere assolutamente rigorosa e pura.
Non è una motivazione conscia. È una motivazione inconscia. Dopo aver finito un lavoro, ci si dice: «Ah, I mio Dio! Ecco cosa intendevo!».
Non si può fermare il presente.
Ogni giorno bisogna abbandonare il proprio passato. E accettarlo. E se non si riesce ad accettarlo, allora bisogna fare lo scultore! In qualche modo bisogna provvedere. Se rifiutate di abbandonare il passato allora dovete ricrearlo.
È ciò che faccio da sempre .
Leonetta Bentivoglio
La copertina del volume sfoggia un rosa carico. Rosa confetto o rosa degli accessori delle Barbie. Troneggia il viso di una bambola con chioma biondo platino e labbra smaltate dello stesso rosa. Nauseante eccesso di finzione, marzapane stucchevole, doccia di profumo di violette. Il culto plastificato della velina trionfa sul fallimento delle pretese del vecchio femminismo. Queste immagini non affiorerebbero se a firmare il romanzo Sorella, mio unico amore non fosse l’ americana Joyce Carol Oates, cantastorie di un’ America gotica al di là della patina lucente. L’ autrice di Una famiglia americana, Blonde, L’ età di mezzo e La figlia dello straniero sa narrarci con una cattiveria senza scampo un mondo fatto di donne in preda a sogni insulsi, maschi alcolici e incestuosi, perversioni nascoste nel garbo zuccherino di villette a schiera, Grand Guignol suburbano mascherato dalla grottesca avvenenza dei riti consumistici. Esasperando ancora tale prospettiva, Sorella, mio unico amore racconta, per voce del mesto fratellino Skyler, la vicenda di Edna Louise, bambina dotatissima per il pattinaggio: già a quattro anni vince ogni gara ed è una stella. Suo padre e sua madre, Bix e Betsey Rampike, paiono stagliarsi dai più volgari reality televisivi: l’ uno è un borioso fusto palestrato avido di automobili, giochetti erotici e ragazze compiacenti; l’ altra è una bellona svuotata di ogni senso esistenziale e logorata dall’ ansia di trattenere il coniuge in perenne fuga. È lei, questa strega grandi curve, a ribattezzare col nome di Bliss la pupetta-prodigio, investendola delle sue ambizioni frustrate. La trucca come la più smerciabile adulta, ne fascia il sederino con ammiccanti slip, consegna la sua infanzia a sguardi morbosi. E Bliss finisce uccisa nella notte oscura. Nella trama tutto riconduce alla storia vera di JonBenet Ramsey, reginetta di bellezza di sei anni che nel 1996 venne trovata massacrata nella cantina della sua casa bamboleggiante e oscena come le mises della vittima. Gli indiziati principali dell’ omicidio, rimasto insoluto, erano i genitori, che per anni si professarono innocenti spargendo fiumi di lacrime e ricordi nei talk show delle tivù statunitensi. A quella morte la fiction della Oates offre una soluzione tanto contorta nelle cause quanto prevedibile nell’ identità del colpevole. E il plot riempie un esagerato numero di pagine ossessive, che ci frastornano anche con interventi grafici sul testo, pieno di cancellature, lettere in stampatello, corsivi e spazi bianchi: vezzo caro alla scrittrice americana, usato per esempio ne La madre che mi manca, che enfatizzava in farneticazioni anche visibili il dolore della protagonista, colpita dal trauma di un delitto proprio come Skyler. Diseguale, prolissa, debordante, ma di ferocia mirabile nelle sue vette di delirio pulp, Joyce Carol Oates si conferma intrepida e spietata nella sua condanna della famiglia “disfunzionale” di un Occidente folle e pronto a dare un prezzo a tutto.