Simona De Santis
ROMA – La maestra Anna Maria Curreli, 43 anni, conosce bene i suoi bambini. Li capisce dallo sguardo. Nella sua classe, su 21 alunni 9 – il 42% – sono stranieri. «Sono la loro insegnante dalla prima elementare – spiega – ora siamo in terza: facciamo un grande lavoro con le colleghe, affinché nessuno dei bambini rimanga indietro con il programma». Scuola elementare «Guglielmo Oberdan» in largo Ravizza, quartiere romano di Monteverde. «Ma non è per niente facile, soprattutto nei primi anni; i bambini stranieri hanno problemi dal punto di vista linguistico, a casa parlano la lingua del paese d’ origine – continua Anna Maria Curreli, che insegna italiano – ma con strategie d’ insegnamento “personalizzate” abbiamo ottenuto buoni risultati. Penso che l’ integrazione e l’ educazione all’ altro, si raggiungano meglio in una classe composita». Un tetto massimo del 30% di bambini per classe, quindi, può funzionare? La maestra riflette: «La nostra classe è già sopra al limite previsto del 30%, e funziona. Ma è difficile dirlo, non si può generalizzare». Detto questo: «Non so se l’ applicazione di una quota porterà veri benefici, servirebbero magari maestri di supporto specializzati in tecniche di mediazione culturale». Perché, ammette Anna Maria, ogni bambino ha una propria storia. E particolari esigenze. «C’ è Marcos, d’ origine brasiliana, che ha frequentato la scuola in Costa d’ Avorio – racconta Anna Maria -. È arrivato da noi recentemente, è normale che abbia più difficoltà dei compagni: va seguito con attenzione». Alla Oberdan, si tengono corsi aggiuntivi per i piccoli stranieri con difficoltà di apprendimento. «Prepariamo le lezioni usando i linguaggi visivi, disegni, giochi. Che aiutano a ragionare e a ricordare meglio le parole». Ma fondamentale però, resta «l’ armonia della classe»: «Mark, Ronnel e Andreha sono i nostri tre alunni filippini – aggiunge l’ insegnante – e almeno una volta l’ anno tornano nel loro paese per far visita ai parenti. Al ritorno, raccontano le esperienze di viaggio e portano regali ai loro amichetti: ricordo una volta delle merendine con l’ aglio che, nonostante tutto, furono divorate!». A far da collante, anche le attività extrascolastiche: teatro, musica e campi scuola. «Abbiamo la piccola Julia, che frequenta la nostra scuola e la scuola di lingua polacca. I bambini stranieri, talvolta, hanno più responsabilità e una partecipazione più attiva dei coetanei italiani. Le famiglie, poi, si affidano molto alle insegnanti». In un decennio, la scuola di Anna Maria ha cambiato faccia: «Ora è una fatica maggiore – sospira Anna Maria – ma non la viviamo come un problema: a noi interessa che i bambini imparino, poi ognuno ha la sua tempistica. Se l’ insegnante ha modo di seguire dall’ inizio i propri alunni, può scongiurare la formazione di classi a due velocità». Qualche inciampo, però, si è presentato. «Monteverde non è quartiere con particolari problemi – ricorda – ma all’ inizio qualche genitore italiano era perplesso: si pensava che i tanti bimbi stranieri potessero rallentare le lezioni. Invece, non è stato così. E ora siamo un esempio di integrazione. Tra mille difficoltà».
Vita Cosentino
Da Parigi arriva la notizia che nelle scuole verranno avviati “corsi d’autorità”, rivolti a chi insegna, per stabilire insieme il comportamento da tenere in classe. L’iniziativa parte dall’Università de tous les savoirs, ha il benestare del ministero dell’Educazione, e il metodo è lo scambio di esperienze: dieci incontri di tre ore di discussione libera “per scambiarsi consigli su come evitare le chiacchiere continue in classe, interessare gli studenti, canalizzare la propria collera davanti a un allievo insolente” (City 18-12-09). Sempre la stessa fonte ci informa su come viene declinata l’autorità nelle parole di Sebastien Clerc, un prof di liceo della banlieue parigina che, assieme al filosofo Yves Michaud, ha lanciato l’idea. Dice: “La cosa più importante è il modo di tenere una lezione, perché uno studente rispetterà di più un professore che lo aiuta a comprendere, che stimola la sua curiosità”.
In Italia, al presente, tutt’altra zuppa. A fronte degli stessi problemi di studenti che non studiano e invece fanno baccano, la Riforma Gelmini pensa di far tornare “la serietà” a scuola ripristinando il voto in condotta che incide sul rendimento, la bocciatura, la valutazione numerica anche in prima elementare.
Nel confronto ci appaiono due ben diverse concezioni dell’autorità. Quella italiana è concepita come autorità gerarchica e si esercita attraverso tutto un armamentario di potere teso a incutere paura e soggezione attraverso la punizione. Il modello è l’autorità paterna che subordinava moglie e figli/e nella famiglia di una volta. Quella francese sembra aver preso atto che quella famiglia e quella società sono finite e viviamo in un’epoca postpatriarcale in cui l’autorità gerarchica è sentita più come un abuso che un uso di autorità. Però non butta a mare la parola, ma comincia a riempirla di altri significati.
Se questo emerge dal confronto attuale, bisogna però ricordare che la riflessione attorno a un’idea positiva dell’autorità è cominciata in Italia molto prima che in Francia. Non è opera di un filosofo ma di un gruppo di filosofe, quelle della comunità Diotima dell’Università di Verona, in stretto
contatto con il movimento politico delle donne. Hanno cominciato a distinguere l’autorità dal potere, a recuperarne l’origine femminile da augeo, accrescere, a farne la qualità di una relazione non paritetica, ma fondata sulla fiducia e la libertà. Il dibattito è stato intenso e ha prodotto molte pubblicazioni, cito per tutte “Oltre l’uguaglianza, le radici femminili dell’autorità” (Liguori 1995).
Nelle scuole in particolare queste riflessioni hanno circolato parecchio, con gruppi di autoaggiornamento, a discutere liberamente attorno a un tavolo, proprio come vogliono fare in Francia, per iniziativa di due movimenti nati all’interno delle sue stesse mura: la Pedagogia della differenza e il Movimento di autoriforma della scuola. Io stessa ne ho scritto più volte, mettendo in luce una possibile combinazione – il massimo di autorità con il minimo di potere – che ha aiutato ad abbandonare certi rituali scolastici da microfisica del potere per giocarsi di persona con le proprie passioni e competenze.
Come si vede in Italia non ci mancano le buone idee. Quello che continua a mancare è che il mondo politico e intellettuale nel suo insieme si decida a prendere in considerazione davvero ciò che di meglio ha da offrire l’elaborazione politica e culturale delle donne.
Anche questo si aggiunge a un clima inquietante di compressione della libertà nel nostro Paese.
Una compressione che non riguarda solo l’informazione, ma anche l’istruzione, insomma tutti i canali che influiscono sulla formazione delle opinioni e del pensiero.
Di seguito si riassume la vicenda per chi già non la conoscesse.
Vi invito ad aderire alla petizione divulgare il più possibile l’iniziativa.
La situazione è seria e preoccupante, specie per chi ha ancora a cuore la qualità dell’istruzione pubblica.
Annalisa
*Milano *, 24/11/2009 Una firma per Renata Puleo e Simonetta Salacone
Riceviamo dal Cesp – Centro Studi per la Scuola Pubblica di Bologna e volentieri ci prestiamo a diffondere l’iniziativa.
Il 17 settembre nel centro di Kabul è stata provocata un’esplosione e sono rimasti uccisi sei soldati italiani e venti civili afghani.
In quest’occasione Mariastella Gelmini ha inviato una circolare <http://comitatoscuolapubblica.files.wordpress.com/2009/11/minuto_silenzio_circolare.pdf> a tutte le scuole comunicando la giornata di lutto nazionale deliberata dal Consiglio dei Ministri. La nota ministeriale, intitolata “Commemorazione dei sei soldati italiani morti a Kabul”, non si limitava però alla doverosa informazione; ad essa era aggiunto un “invito” rivolto ai dirigenti a “promuovere nelle scuole occasioni di riflessione e di solidale partecipazione, osservando alle ore 12,00 di lunedì p.v., in concomitanza con i funerali solenni, un minuto di silenzio”.
Un invito strano, contraddittorio, poiché un conto è riflettere e un altro è partecipare ad un rito civile attraverso un minuto di silenzio. Evidentemente si tratta di due pratiche diverse.
*La prima, quella della riflessione, nella scuola pubblica del XXI secolo presuppone un dibattito approfondito che tenga conto della libertà di pensiero di tutti i soggetti coinvolti nella riflessione e del loro grado di maturazione psicologica e intellettuale*; inoltre non può prescindere della complessità della situazione internazionale in cui è maturato l’evento che ha coinvolto i 6 militari e i 20 civili, che non a caso ha prodotto negli ultimi anni una bibliografia vasta e differenziata.
*La seconda pratica, quella del minuto di silenzio, evidentemente fa parte di quei riti di “religione civile della politica” che costituiscono una delle principali forme della metamorfosi del sacro nel mondo contemporaneo*. Il mondo moderno mentre si secolarizzava ha visto prodursi nella politica una propria autonoma dimensione religiosa, costituita di riti e miti funzionali a mantenere un controllo sulla società. Anche questo aspetto è ben studiato in corposi volumi e trova numerose esemplificazioni nel recente passato anche nazionale.
Come si possano combinare questi due aspetti è difficile comprenderlo: o si rinuncia al libero esame per aderire al rito, oppure si discute, si dibatte e si esercita la ragione storica, politica, antropologica per provare ad afferrare la complessità del reale. Metterli insieme, quasi che il silenzio del funerale solenne aiuti a comprendere l’evento, rimanda forse ad un’idea mistica di ragione; oppure, più semplicemente, al bisogno della sfera politica di utilizzare la scuola come veicolo per un rito di adesione comunitaria alla nazione.
In realtà, quando è uscito il testo della circolare, la formula dell’ “invito” sembrava perlomeno limitare la volontà di intervento del Ministero.* Gli “inviti” si possono accettare oppure declinare.*
La scelta tra silenzio e riflessione ha fatto propendere molte scuole per la seconda e in questo modo si sono aperti percorsi di confronto e approfondimento che durano ad oggi e che sono una prova di grande rispetto per tutte le vittime, italiane e afghane, di quel luogo di guerra. Tante altre scuole dell’infanzia ed elementari hanno comprensibilmente ritenuto di non aprire neppure l’argomento, facendo già altri interventi di educazione alla pace calibrati sulle sensibilità e sull’età dei bambini e della bambine. *Da nessuna parte, a quello che so, si è neppure lontanamente pensato che questo invito fosse in realtà un ordine, che l’ordine fosse esteso ai docenti e addirittura agli studenti di qualunque età. *Infine, in molte scuole la circolare non è neppure arrivata in tempo, vanificata dall’ inadeguatezza dell’amministrazione.
Eppure, alcuni giorni dopo, abbiamo saputo che la macchina delle sanzioni disciplinari del ministero si era messa in moto. Ad oggi, in tutta Italia, sono due le dirigenti per cui sono scattate le contestazioni d’addebito. Entrambe romane, tutte e due hanno sempre mantenuto un’alta qualità professionale negli istituti in cui lavorano. Ciò di cui sono imputate è non aver obbligato docenti e discenti al minuto di silenzio. Non era un obbligo, ma il non averlo considerato tale è motivo di sanzione. Dobbiamo dedurne che gli inviti che ci giungono dall’alto devono essere considerati ordini?
*E perché proprio loro? Qui è difficile dimenticare che entrambe hanno sempre dichiarato le loro critiche ai progetti di riforma che attualmente stanno devastando la scuola italiana. Come si fa a non pensare che il ministero voglia punire chi ha esercitato il diritto di critica?*
Per questo vi invitiamo a raccogliere le firme su questo appello, in difesa delle due dirigenti, ma anche in difesa di una scuola della libertà di pensiero, della libertà di critica, dell’indipendenza dalla sfera politica.
Gianluca Gabrielli
Scarica il testo della petizione da firmare
http://comitatoscuolapubblica.files.wordpress.com/2009/11/minuto_silenzio1.pdf
su www.retescuole.net
Il Modulo con le firme raccolte (anche una sola) deve essere inviato per Posta Prioritaria all’indirizzo del ministero e in fotocopia all’indirizzo dei COBAS delle scuola: Viale Manzoni 55 -00185 Roma .
Questo secondo invio è particolarmente importante perché venga centralizzata la iniziativa, si conosca il numero di firme raccolte, si possa organizzare la difesa nel caso di tentativi di repressione e/o limitazione delle libertà da parte del Ministro o di qualche direttore di Ufficio Scolastico Regionale.
*questa è una mailing list di docenti, genitori e ATA. *
Gemma De Magistris
Martedi pomeriggio aula di filosofia laboratorio multiculturale partito clandestinamente per ora.
Primo incontro: “Ci presentiamo, proviamo a raccontarci partendo da noi”
Un piccolo estratto:
K (17 anni): Vivo in due realtà. a scuola sono una persona, a casa un’altra; non so più cosa sia giusto o sbagliato.
T (16 anni): Giusto o sbagliato per te?
N (17 anni): Non è facile dirlo; io sono a casa in questo paese forse perché sono nata qui. Quando vado nel mio paese d’origine recito; anzi da un po’ non recito più, mi ribello.
K: Io non voglio ribellarmi però l’ho fatto. L’anno scorso avevo il velo, perché nella scuola di via Quaranta era come una divisa. Che senso avrebbe avuto toglierlo all’uscita? e le compagne cosa avrebbero pensato? Ho continuato per abitudine, poi l’estate scorsa mi sono accorta che non mi ci vedevo più perché non significava nulla indossarlo.
L: E a casa? tua madre?
K: Un tradimento, ma io non voglio tradire nessuno però… me ne andrò, tornerò nel mio paese cioè in quello dei miei genitori.
T: Ti sentiresti a casa? voglio dire non puoi semplicemente vivere? no esistere. Prof. mi aiuti a dire che sentirsi a casa significa stare bene in un certo posto in un certo momento. Per esempio ora sto a mio agio qui con voi in questa aula nostra.
W: Ma per presentarmi alle persone devo sempre dire per forza sono peruviana, italiana o…?
X: Conosco la mia lingua materna, mangio cinese e italiano, io so cosa sono ma chi sono no.
L: Non è l’origine, la lingua, la cultura; io sono nata a Milano e sono di qui ma non è questo che voglio dire di me. Prof. mi aiuta a definirmi?
Mi fermo qui. L’incontro doveva durare due ore. Si è fatto buio e non ce ne siamo accorte. Avevo diligentemente preparato quaderno e penna per appunti, il foglio è bianco. Automaticamente ho preferito fissare dentro di me non solo le parole ma i gesti, gli sguardi, le espressioni, i toni di voce, la timidezza.
Le congedo e mi aspetto un ciao veloce, gli zaini presi in fretta.
Sbagliato: accostano le sedie, controllano l’acqua nelle piante, sistemano l’aula e poi si salutano tutte con un abbraccio o un bacio. Ma non si conoscevano fino a 2 ore fa, non sono della stessa classe!!
Si avvicinano, una mi chiede di poter cominciare a leggere “Libere di esistere”, poi mi ringraziano e una richiesta: “Possiamo mettere giù quello che abbiamo detto? possiamo farlo a casa così la prossima volta ripartiamo da qui? perché continuiamo, vero, prof.?”
Preciso che il laboratorio è venuto anche questa volta per insistenza delle ragazze e non ho promesso crediti e nessuna ricompensa.
Nel 2010 a Venezia Kuzuyo Sejima sarà la prima “direttora” di una Biennale. Un traguardo che premia talento e ostinazione di tante colleghe. Come Zaha Hadid, leader di una tribù. Che disegna bellezza.
di Susanna Legrenzi
Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa, messi insieme, fanno lo studio Sanaa, antenne a Tokyo, fogli di cartone come attrezzi del mestiere, architetture peso piuma a spasso per il mondo, dal New Museum di New York al recentissimo Rolex Learning Center di Losanna, al microbico complesso Moriyama house, eccellente pugno di “scatole” bianche collegate dalla natura nel cuore di cemento della capitale giapponese. Sejima e Nishizawa fanno notizia da anni. Kazuyio, in solitaria, è balzata agli onori delle cronache da quando è stata nominata direttore della Biennale d’architettura di Venezia, inaugurazione 29 agosto 2010. La scelta premia non solo il talento indiscusso dell’ archistar giapponese, già Leone d’oro nel 2004, ma in qualche modo glorifica una nuova generazione di Maestri. Di lei un lider maximo come Toyo Ito ha detto: «È un architetto che usa la massima semplicità per collegare il materiale e l’astratto». Sejima, nel presentare la sua idea di Biennale, azzarda che: «Si potrebbe sostenere che l’architettura contemporanea sia un ripensamento e forse un alleggerimento dei confini”. Il tema è alto. E forse non è un caso che a sollevarlo sia una donna in grado di tornare a parlare, dopo tanto sfoggio di progettazione muscolare, della centralità dell’uomo rispetto all’architettura e dell’importanza delle relazioni tra persone. Certo, Sejima non è l’unico talento femminile nella galassia dell’architettura contemporanea. Ciò nonostante, in molti hanno sottolineato in rosa la sua nomina, designando come antesignana del gruppo l’anglo-irachena Zaha Hadid, primo Premio Prizker in gonna (pantalone), che nelle scorse settimane ha ufficialmente battezzato la sua più lunga e laboriosa creatura, il Maxxi di Roma, undici anni di cantiere, un budget di 150 milioni di euro, il primo museo italiano a “tenere” le prime pagine della stampa internazionale. DelI’eterno femminino Hadid conserva ciò che i media disegnano su di lei: kajal agli occhi, passione per 1’acqua, guardaroba destrutturato.
Mentre è molto più difficile stabilire o meno se esista una componente di genere nella sua idea di progettazione che spazia da stazioni per funicolari (leggi Hungerburgbahn Innsbruck) alla sede della Bmw di Lipsia. Sempre a Roma, è in fase di completamento un altro grande cantiere museale, il Macro nato dalla riconversione dell’ area dell’ex fabbrica della Birra Peroni a firma anche questa volta di una archistar, la francese OdiIe Decq, Legion d’onore e Cavaliere delle arti e delle lettere in Francia, fermissima nell’affermare che: «Committenti e architetti hanno spesso paura di osare, di assumersi dei rischi». «Mi sono sempre chiesta» ha dichiarato Decq «perché ci sono tante donne negli studi di architettura e così poche che fanno le loro cose. Mi sono posta molte domande. Innanzi tutto le donne hanno la possibilità di scegliere. Gli uomini non possono scegliere: non esistono se non attraverso la realizzazione professionale». Realizzazione che hanno senz’altro rincorso e conquistato due veterane della progettazione al femminile come le irlandesi Grafton, autrici dell’ultimo ampliamento dell’Università Bocconi di Milano, severa lezione di stile in una città che stenta a decollare nel verso giusto. Famose più nella cerchia ristretta degli addetti ai lavori, le Grafton da tempo sono specializzate in “campus” universitari che per i media della fama a 15 caratteri per titolo sono forse meno appetibili delle grandi concert hall.
Non è il caso di Maya Lin, l’architetta cinese con dimora “Iuessei” che con la sua opera prima ha raggiunto da subito fama planetaria. Ci riferiamo al Vietnam Veterans Memorial di Washington, più semplicemente The Wall, Il Muro, nel 2007 al decimo posto nella List of America’s Favorite Architecrures dell’ American Institute of Architects, marmo nero levigato con incisi i nomi di 58.202 veterani morti o scomparsi durante la guerra del Vietnam. Quando Lin prese l’incarico era una giovane studentessa di Yale. Ad Art in America, che le chiese se pensava che il Memorial avesse una sensibilità femminile, rispose: “In un mondo di monumenti fallici che vanno verso l’alto, certamente il mio Memorial ce l’ha”.
Il resto è storia. All’appello delle architette non può, infine, mancare Elisabeth Diller, ora alle prese con il restyling del Lincoln Center di New York, il più importante centro di cultura del mondo.
A pochi è sfuggito il fatto che, durante la conferenza inaugurale del museo Maxxi di Roma, Diller (che per estesa fa Diller&Scofidio + Renfro) abbia in qualche modo rivaleggiato con Hadid, presentando il suo rivoluzionario concept di museo, un’idea così in corsa nel futuro da lasciare almeno una piccola ruga sulla superficie levigata della grande opera della collega angloirachena. Un’Eva contro Eva che sembra ribadire come anche nell’universo di genere, sebbene siano signore, le “cortesie” tra ospiti non sempre sono scontate .
Un incontro con la fotografa di Marrakesh Lalla Essaydi. Le sue immagini lavorano intorno all’identità femminile «dipingendo» storie e diari sulla pelle con l’henné. «Il mio lavoro ribalta lo stereotipo dell’harem e delle donne arabe viste solo come oggetto sessuale.”
di Manuela De Leonardis
Due appuntamenti per Lalla Essaydi (Marrakech 1956, vive tra il Marocco e New York) a Paris Photo 2009. Elegantissima e impeccabile, l’artista ha presentato – per la galleria newyorkese Edwynn Houk – il suo primo volume monografico, Les Femmes du Maroc (2009) con testo di Fatima Mernissi, di cui è una fedele lettrice (uno dei suoi libri preferiti è Sheherazade Goes West: Different Cultures, Different Harems). Tra le foto esposte anche Grande Odalisque (2008), moderna interpretazione dell’opera di Ingres. Il corpo della modella – una ragazza araba, come sempre nelle opere di Essaydi (anche il drappeggio, nonché l’ambiente in cui è collocata la scena), sono ricoperti di calligrafia araba tratteggiata con l’henné. L’opera, parte della collettiva Ingres et Les Modernes (approdata al Musée Ingres di Montauban), è stata acquistata dal Louvre per la sezione di arte contemporanea.
Il booksigning di Nazar. Photographs from the Arab world, nello stand dell’Aperture Foundation è il secondo appuntamento. L’artista, dopo Parigi, tornerà a Marrakech ad ultimare il lavoro per Biennale di Alessandria (dal 17 dicembre al 31 gennaio 2010). Non ama parlare dei progetti futuri, ma non fa mistero sulla location: l’harem del meraviglioso palazzo Dar Al Basha a Marrakech, dimora del pascià El Glaoui.
Si è laureata alla Museum School of Fine Arts di Boston, arrivando alla fotografia dopo un percorso «pittorico»…
Sì, mi sono laureata nel 1996, poi ho preso un diploma di specializzazione e un master, terminando gli studi nel 2003 alla Boston Museum School e Tuft University. Da allora continuo a usare fotografia, installazione, pittura e film, in base all’idea del progetto. Ma, in realtà, mi sento pittrice anche quando fotografo, perché per ogni scatto occorre una preparazione che può richiedere fino a sei mesi. Applicare l’henné è quasi come usare i colori ad olio, mentre la sensazione tattile e l’intimità che si viene a creare con le donne con cui lavoro è più vicina alla performance.
Utilizza la pellicola o il digitale?
Fotografo con il banco ottico. Negli Stati Uniti uso anche il grande formato 20×24, mentre in viaggio ricorro al 9×12. Nelle stampe, fatte in camera oscura, il bordo nero della pellicola dove compaiono anche i numeri, è la prova del processo tradizionale. Non uso il digitale né il computer.
Il suo lavoro ruota intorno al concetto di identità femminile nel mondo arabo…
Il mio lavoro parte dalle mie esperienze personali perché credo che l’arte debba nascere dal cuore. In Converging Territories i soggetti ritratti appartengono alla mia famiglia, oppure sono amiche, per cui non solo condividiamo la stessa conoscenza, ma anche gli stessi spazi…
Proprio in «Converging Territories» le donne, in abiti tradizionali, sono fotografate all’interno di spazi spogli che rispecchiano un gran senso di solitudine. La location è un’antica dimora che appartiene alla sua famiglia…
La casa, bellissima, è a 12 km da Marrakech. La prima volta che ho mostrato negli Stati Uniti alcune fotografie degli interni, la gente è rimasta così affascinata da chiedermi se fosse in vendita. Da giovane, quando facevo qualcosa di sbagliato – sia io che alcune cugine – sono stata mandata in questa casa per «riflettere». Una volta fu quando i miei genitori scoprirono che ero stata in un locale pubblico, dove c’erano alcolici e musica. Mi avevano portata lì i miei fratelli per il mio quindicesimo compleanno ma, nonostante fossi in famiglia, io venni punita e loro no. Mi contrinsero a rimanere da sola per un mese, con l’unica presenza dei domestici. La casa era bella ma io ho avuto paura. Quando, anni dopo, ho iniziato a lavorare al progetto Converging Territories non avevo le idee chiare su come procedere. Decisi di trascorrere alcuni giorni da sola. Questa volta mi trovavo lì per scelta e ho sentito che dovevo scrivere il mio diario. Con dei grandi teli bianchi ho coperto i particolari delle decorazioni, i mosaici, i colori delle stanze, perché la bellezza del luogo non distraesse l’osservatore e ho iniziato a scrivere su quei tessuti che sono diventati il mio diario. Tutto il lavoro è una sorta di libro in cui i corpi delle donne sono pagine, paragrafi e capitoli.
Per la scrittura usa l’henné, impiegato dalle donne per tatuare mani e piedi in particolari occasioni come le nozze…
Come ho già detto, non c’è nessuna manipolazione digitale, il lavoro è realizzato in maniera tradizionale, dopo mesi di preparazione. La prima fase è la scrittura su metri e metri di tessuto, facendo attenzione perché l’henné asciugandosi si scrosta. Poi, bisogna scrivere sul corpo delle donne il giorno stesso in cui si scatta l’immagine. Le modelle stanno sedute ore e ore in posizioni scomode. Sono giorni di lavoro intenso che cominciano alle sei del mattino per finire alle tre del pomeriggio…
Il suo lavoro, in cui la scrittura è associata al corpo femminile, è in qualche modo ispirato a quello di Shirin Neshat, benché l’artista iraniana utilizzi il farsi?
Intanto ci tengo a precisare che l’arte calligrafica, in Marocco, non era un’arte vietata alle donne, ma fino a poco tempo fa non esistevano corsi di studi accademici per loro. Personalmente non l’ho mai studiata, è una disciplina molto complicata e occorrono anni di apprendimento. Nelle mie immagini considero la calligrafia come il disegno, e come si può vedere dalle prime opere a oggi la scrittura è diventata più elaborata e fitta. Ma è scrittura, non vera calligrafia. Quanto a Shirin Neshat, ho sempre ammirato il suo lavoro, anche per via della potenza dei soggetti. Bisogna però tenere presente che il Marocco e l’Iran sono due paesi musulmani completamente diversi. Naturalmente sono felice se c’è chi trova una connessione tra il mio lavoro e quello dell’artista iraniana, ma ci sono comunque delle divergenze, intanto perché non sono una militante, poi perché il mio lavoro, provenendo dalla pittura, è meno diretto.
In alcune opere cita capolavori del passato, l’odalisca di Ingres, le donne d’Algeri nei loro appartamenti di Delacroix, il mercato degli schiavi di Gerôme… In che modo ribalta la visione di questi pittori occidentali che hanno immaginato l’oriente, creando modelli stereotipati?
Molti orientalisti non sono mai stati in Medioriente e Nordafrica. Uno dei pochi viaggiatori è stato Delacroix, l’unico ad entrare in un harem. Gli altri hanno usato modelle occidentali che indossavano abiti che qualcuno portava dall’oriente, ricreando in studio scene finte in cui dare sfogo a un immaginario erotico. Nell’epoca vittoriana c’erano solo due possibilità: moglie e prostituta. L’immagine dell’harem che è diventata uno stereotipo non corrisponde certo alla realtà, almeno in Marocco. Con il mio lavoro intendo proprio ribaltare la rappresentazione delle donne arabe come oggetto sessuale. Tanto per cominciare, pur ispirandomi ai modelli dell’orientalismo, le mie donne guardano dritte negli occhi dell’osservatore.
Gemma De Magistris
Tra i miei libri da 3 settimane c’è “Una terrazza proibita” di Fatema Mernissi. Me lo ha prestato una mia studentessa egiziana, Koloud.
Ci teneva a farmelo leggere, voleva che ne parlassimo. Ma il libro non posso restituirlo perchè K è partita e non può tornare.
Padre poco interessato, madre colta, e con grosso rifiuto per ogni abitudine occidentale. 2 sorelline.
K frequenta la scuola di Via Quaranta, indossa il velo, ubbidisce. Poi cresce, comincia a desiderare di scegliere. Arrivano forti tensioni e qualche livido. Chiede aiuto all’istituzione scolastica. Sceglie l’istituto, quindi l’allontanamento dalla famiglia, da madre e sorelline.
Trova sostegno ma è persa, disorientata. Mi chiede aiuto in questo modo: “Quando mi guardo nello specchio non mi vedo, non ci sono. È normale? Mi spieghi prof., ho paura”.
Per me è difficile. Sono stata scelta ma non ho le competenze tecniche, cerco di farle spazio. Ascolto, osservo, abbraccio perché anche di questo ora c’è bisogno e nel frattempo parliamo di Diotima e di amore.
Nuovo anno scolastico: K decide di rientrare a casa, senza velo e cercando di mediare. Mi incalza: il “nostro” laboratorio lo facciamo partire? Poi deve andare ad Alessandria d’Egitto: la nonna sta molto male, ufficialmente in fin di vita. Mi lascia le riflessioni, il suo libro, gli spunti degli incontri pomeridiani. “Torno tra pochi giorni, subito dopo Natale compio 18 anni e…”
Ma K per ora non può tornare, la nonna sta benissimo e alla ragazza è stato ritirato il passaporto appena atterrata in Egitto. Altro non si riesce a sapere. La classe si mobilita: MSN, facebook, in questo caso va tutto bene perché vogliamo sapere cosa sta succedendo.
Ogni ipotesi è plausibile. Siamo molto tristi nel laboratorio, in classe, tra colleghe. Il libro è sul mio comodino, le sue parole nel vostro sito, le assenze sul registro.
Non riesco a togliermi dalla testa lo specchio vuoto e il tradimento di cui aveva detto. Mi torna così strano parlare di scelta nella mia lezione. Non sono attrezzata.
Ecco, cara Clara, dove l’inadeguatezza e lo smarrimento fanno ostacolo.
di Lea Vergine
Trisha Brown l’ho vista per la prima volta nel 1973 alla galleria milanese di Franco Toselli. Si trattava di un’azione senza alcun tipo di accompagnamento sonoro se non quello delle rincorse, dei salti, della frizione dei corpi, direi tonfi sordi più che suoni… era il periodo in cui la Brown raccontava: «…negli ultimi cinque anni sono stata associata all’interpretazione di sistemi tecnici che permettessero agli esseri umani di camminare sulle pareti, di scendere da una costruzione di sette piani, di sembrare liberi di cadere oppure di essere sospesi nello spazio neutrale, opere in cui le preoccupazioni principali sono l’anti-gravità e il movimento che si registra in circostanze straordinarie. La mia opera corrente – Accumulazione– comprende esclusivamente movimenti, non frasi, non musica. La struttura dell’opera è rigida, il movimento predeterminato…». La giovane donna americana, con una maglietta e un pantalone di maglina grigia, a volte largo sul corpo e a volte aderente come il suo corpo in sequenze allora scandalose e, comunque, ai (imiti dell’assurdo per l’ossessione di sfidare le leggi di gravità; e l’equilibrio s’affermava e si rompeva di continuo. C’erano tutti i caratteri per inserirla nel libro II corpo come linguaggio. La body e storie simili.
Ma da dove arrivava Trisha Brown? Senza risalire alia danza libera di Isadora Duncan e di Loie Fuller è d’obbligo ricordare quella modern dance per cui ebbe meritato successo la celeberrima coreografa Marma Graham. Dopo l’altrettanto straordinario Mercé Cun-ningham, da poco scomparso, con la sua new dance esplode, di seguito, la post-modern dance con Trisha Brown e Simone Forti, Jo-an Jonas, Yvonne Kainer e, se non sbaglio, sporadicamente anche Meredith Monk.
Giustamente nel depliant di presentazione si legge che la Brown inventa «un nuovo linguaggio contrapposto alle stilizzazioni del balletto moderno… la sua danza è un flusso inarrestabile di corse sospese, cadute improvvise, slanci giocosi, prese schivate; il movimento è in costante attività, in una estrema fludità di tutte le parti del corpo»; e si ricordano tappe significative della sua carriera quando crea nel 1978 Water’moiore nel 1983 Set and Reset, dove «il corpo disarticolato si lancia in diverse direzioni e tutto è strutturato nello spazio da forme su cui la coreografa ha lavorato nel decennio precedente; la linea, l’onda, l’eco, il doppio, lo specchio, lo sfasamento, l’armonia». Nel 1986 è invitata a curare la coreografia di Carmen, regista Lina Wertmuller, in scena al San Carlo di Napoli. Dal 1981 aveva utilizzato composizioni musicali come quelle di Laurie Anderson e lavorato in collaborazione con artisti minimal quali Donald Judd. Nel 1995 lavora su Bach e poi su Anton Webern. Si segnala, nel 1998, per un Orfeo di Monteverdi nel quale «fa danzare i cantanti e volare i danzatori». E poi ancora mette in scena Salvatore Sciarrino e, inoltre, si dedica anche al disegno. Un uragano…
Per il Festival Red (Reggio Emilia Danza) si è assistito, nella enorme sede per tre piani della Collezione Maramotti a Reggio, alla prima esclusiva in Italia, realizzata con la collaborazione della Max Mara e dell’Associazione Teatrale Emilia Romagna, di sei coreografie della Brown (dal 1970 al 1973), i famosi Early Works eseguiti da sette ballerini (si può definirli cosi?) della compagnia di danza da lei fondata. Negli spazi Maramotti, dove è visitabile gratuitamente la prestigiosa collezione suggerita e, talvolta, scelta da quello straordinario poeta e studioso che è stato ed è Mario Diacono, si sono rivisti, dopo circa quarant’anni, i lavori un tempo interpretati personalmente dalla Brown.
Scenografia quindi particolarissima: di qui una tavola con frutta di Mario Merz e di là il gigantesco libro-scultura di Anselm Kiefer, da una parte Matthew Bamey e dall’altra Mimmo Paladino, Gerhard Richter e Claudio Parmiggiani fino agli ultimi acquisti Kelley Walker e Jessica Stockholder.
Due esecutori, imbracati in una serie di panni inseriti su di una gratìcola di corde, si abbandonano inerti tenuti dalle stoffe; altri sembrano esercitarsi lungo un asse di legno; sotto la barca di Parmiggiani alcune fanciulle ripetono movimenti sincroni, sdraiate per terra; e così via. Ma questi piegamenti, torsioni, contorcimenti, gesti tra dottrina Zen e palestra, sembrano non scioccare più nessuno. Perché? Ci si chiede se anche per la Brown, carismatico e sulfureo personaggio, come per Carmelo Bene, per fate un esempio nostrano, l’emozione, lo sbigottimento, Hfrisson non scaturissero dalla loro stessa presenza. Come qualche cosa che, senza l’autore, cambia, perde tensione e resta irripetibile.
C’è però un pezzo intitolato Spanish Dame con la musica di Bob Dylan che dura quattro minuti: le interpreti sia addossano le une alle altre sino a fermarsi davanti a un muro. Difficile da comunicare detto così. Ma ecco che in quest’ultimo pezzo, misteriosamente, l’idea che sottende la rappresentazione riesce a destare la partecipazione appassionata del pubblico.
Due ore dopo, al Teatro Valli, ogni remora si dissolve, ogni sensazione di esercitazioni inerti o dì déjà vu scompare. Sarà il palcoscenico (la giusta distanza nonostante tutto), le luci, la musica, chissà! I tre brani appartengono all’ultima produzione della Brown. Rapiti dalle creature platoniche tutte tese in movimenti scolpiti nella più effimera delle materie quale lo spazio, gli spettatori ristanno a mirare la cerimonia visiva che ha un’evidenza e un’intensità specifca dal momento che presenta una danza assolutamente non convenzionale anche rispetto alla produzione contemporanea.
Queste chimere corporee, queste tante «figure del corpo», sono figure musicali il cui accumulo, e poi scioglimento, dà la significanza che sono, del corpo, a volte metafora, a volte annullamento o scomparsa. Si determina una simultaneità visionaria contratta, una «meravigliosa serenità» che è come un desiderio mentre i gesti dei danzanti, spesso simili ai «gettati» strumentali, assumono rilievo rispetto ad ogni altro elemento.
Susanna Nirenstein
Questa è una storia vera. Vera, poetica e sorprendente. Al centro, una ragazzina di umilissime origini con una smodata passione per la “caccia” ai fossili che in genere vende per aiutare la famiglia: siamo all’ inizio dell’ Ottocento, sulle coste del Sussex, e Mary Anning, questo è il suo nome, scopre sulle scogliere i resti preistorici di quelli che verranno chiamati ictosauri e plesiosauri, ossa pietrificate di grandi dinosauri che dimostreranno la teoria dell’ estinzione delle specie e, dunque, apriranno le porte al pensiero di Darwin.
I visitatori dei Musei della Scienza anglosassoni forse avranno visto il suo nome su qualche vetrina: riconoscimenti che furono difficili da ottenere perché nel mondo di allora le doti scientifiche femminili semplicemente non erano ammissibili. Mary è una piccola donna con un’ energia e un occhio speciale. Colpita da un fulmine quand’ era bambina, si aggira determinata per spiaggee rocce con un piglio selvaggio. L’ unica ad avvicinarla e a stringerci una salda amicizia è Elizabeth Philpot, educata trentenne di ottima famiglia già considerata zitella per sempre, invaghita come Mary Anning di quelle Strane creature, titolo del romanzo che Tracy Chevalier, la best seller della Ragazza con l’ orecchino di perla, le ha dedicato (Neri Pozza pagg. 288, euro 16,50).
Questa è la storia vera di un universo femminile dotato di una vita intellettuale anticonformista propria, che attraversa le classi, e nel romanzo non disdegna affatto uomini e amori (personaggi realmente esistiti) nonostante non possa, per consuetudine sociale, riceverne gioie e favori determinanti. Una storia con cui Tracy Chevalier, anche se ogni tanto si abbandona a un tono da fiaba, ha voluto ancora una volta rendere omaggio a eroine che vogliono sottrarsi al loro destino e spiccare in volo.
Mary Anning
Quando ha scelto di raccontare Mary Anning?
«Ho scoperto Mary in un piccolo museo di dinosauri dove ero andata con mio figlio. Non ne avevo mai sentito parlare, ma mi ha attratto immediatamente. Mi è piaciuto molto anche il fatto che fosse stata colpita da un fulmine da bambina. Lì, fin da subito, ho saputo che ne avrei scritto».
Quando si viene informati, alla fine del libro, che questa è una storia vera e non una favola, il romanzo diventa molto più coinvolgente. Perché non lo ha scritto all’ inizio?
«Avrei allontanato il pubblico dalla fiction, gli avrei fatto pensare di star leggendo una biografia. Non volevo distinguere così marcatamente realtà e racconto. Penso che la maggior parte dei romanzi siano simili- ti assorbono così tanto che il loro mondo immaginario finisce per esistere davvero. Ecco, vorrei che il lettore creasse quel nuovo universo dentro di sé, e poi, alla fine, scoprendo che Mary e Elizabeth sono esistite, semplicemente confermasse le sensazioni già avute».
Cosa l’ attraeva maggiormente in Mary? Che fosse una ragazza povera con una forte passione intellettuale? Che le sue scoperte abbiano provato la teoria dell’estinzione delle specie?
«Due elementi: era una donna e apparteneva alla classe operaia. Ero comunque affascinata anche dal fatto che fosse una figura femminile eccezionale e volesse un riconoscimento nel mondo degli uomini. Certo, l’ impatto del suo lavoro sul mondo scientifico fu fondamentale, tanto più che ancora oggi ci sono molti creazionisti (specie in America) che rifiutano Darwin».
Nel dibattito di allora che cosa l’ ha colpita?
«Nel XIX secolo i fossili trovati da Mery Anning costrinsero le persone a mettere in dubbio l’ assunto comune che il mondo fosse stato creato da Dio seimila anni fa, in sei giorni. Fecero capire che la Bibbia non poteva essere presa alla lettera, ma doveva essere interpretata: la terra era molto più vecchia, e tante specie si erano estinte».
Cambiamo argomento. Jane Austen ha scritto molto di donne povere, sole e coraggiose dell’ Ottocento. Ma alla fine le sue eroine si sposano sempre. Qui, invece, le protagoniste rimangono tutte zitelle. «Mary Anning e Elizabeth Philpot – l’ altro personaggio principale – furono donne che non si sposarono in una società che da loro si aspettava solo questo. Senza matrimonio non c’ era né sicurezza né autorità. Una zitella non era nessuno. Jane Austen dà ai lettori l’ happy end che desiderano; nella realtà, invece, molte – e la stessa Austen – restavano sole, senza denaro, completamente dipendenti dagli altri membri della famiglia. In un certo senso Strane creature analizza quel che succederebbe alle misses della Austen se non trovassero un uomo da sposare. Avrebbero altre opzioni? Credo che Mary e Elizabeth le abbiano trovate: i fossili, e se stesse, l’ una per l’ altra. La loro amicizia è molto importante nel romanzo».
Dall’ altra parte qui tratteggia uomini sempre lontani, chiusi, senza alcuna percezione dell’ altro. Li vede così?
«Non sempre, ma in questo libro sì. Questa è una storia sulle donne che devono trovare una propria strada: gli uomini rimangono ai margini».
Lei scrive spesso di incontri, amicizie, amori tra persone che appartengono a classi diverse. Penso anche a La ragazza con l’ orecchino di perla o a Quando cadono gli angeli.
«Non ci avevo mai pensato. Il fatto è che scrivo spesso di individui (in genere donne) che non sono felici della loro condizione sociale e cercano un’ altra vita. Un atteggiamento che comporta l’ attraversamento di frontiere sociali ed economiche».
Lei è rimasta per tutti l’ autrice dell’ Orecchino di perla. Le pesa? Paragona sempre i risultati dei suoi nuovi libri a quelli del romanzo su Vermeer? Ha capito quali furono le ragioni profonde di quel successo?
«È meraviglioso essere stata un best seller, ma sì, è anche un peso. Tutto quel che faccio viene confrontato all’ Orecchino di perla, e non solo da lettori e editori, ma da me stessa. Quanto ai motivi del successo, penso abbia qualcosa a che fare con l’ eccezionalità di Vermeer, come se il suo appeal si fosse riflesso sul mio libro».
Lei è americana, eppure ambienta tutti i suoi romanzi in Europa. Come mai?
«Ho vissuto in Inghilterra 25 anni, ma mi sento ancora americana. Credo mi piaccia il mio essere una outsider. Mi tengo da una parte e guardo quel che succede, senza sentirmi responsabile. È un’ ottima posizione per uno scrittore». Scriverà mai una storia contemporanea? «Ho pensato più volte di farlo, poi ho cambiato idea. Invece sto scrivendo un altro romanzo storico, ma questa volta, finalmente, si svolge in America! Parlerà di una famiglia quacchera del XIX secolo che aiuta degli schiavi a scappare dal Sud verso il Nord e la libertà».
Tracy Chevalier
Strane creature
Neri Pozza pagg. 288, euro 16,50
Nadia Fusini
Ho degli amici – uno scrittore, l’altra poeta – che scrivono, ma non leggono libri. Quelli degli altri, intendo. Dicono che a loro non interessa. Forse lo fanno per via di quella che Bloom chiama l’ansia dell’influenza. O forse, evitano così certi confronti. Sono tutte buone ragioni. Io però amo gli scrittori che leggono. Non immagino neanche che si possa vivere né scrivere senza leggere. Che è la stessa idea che muove a leggere e a scrivere Elisabetta Rasy, la quale ha raccolto in volume le sue letture. Letture che pratica da anni, essendo oltre che scrittrice, una avida lettrice. Lo ha fatto e lo fa anche per mestiere dalle pagine culturali di diversi giornali. Ma lo fa soprattutto come una pratica di meditazione: coltiva così non solo l’anima, la mente, il gusto, la coscienza. Anche lo stile.
Sotto il titolo di Memorie di una lettrice notturna, raccoglie alcuni suoi incontri con i libri che ha letto, osservando un solo criterio: che siano donne ad averli scritti. Include un breve cammeo di un’artista non della penna, ma del pennello, Frida Kahlo. E un solo uomo, Ovidio. Si doveva tale riguardo a chi ha scritto le Eroidi, “un perfetto esempio di scrittura femminile”, secondo Rasy. Dal che si deduce che la differenza sessuale non è qui giocata nel senso né biologico né ideologico. Ma si è disposti all’ascolto della medesima se e quando si manifesti nella parole.
Daniela Daniele
Incontro con la scrittrice italoamericana, che racconta il suo ultimo romanzo, Vivere un segreto, uscito per Mondadori. Concepito a ridosso dell’11 settembre, quando ogni velleità pacifista era destinata a restare frustrata, il libro è ambientato nel Midwest all’epoca di Reagan, e mette in scena la generazione dei reduci degli anni Settanta
In L. A. Girl, il libro con il quale si è fatta conoscere al pubblico italiano, Dana Spiotta raccontava il manierismo e le ipocrisie del mondo del cinema a partire da un ristorante alla moda dove, tra impeccabilità del catering e video porno, si consumava la decadenza di fine millennio. Alla sua seconda prova, l’autrice lascia il trionfo delle superfici hollywoodiane, dove spogliarsi davanti a una telecamera è più facile che mettere a nudo se stessi, per addentrarsi in contesti americani più periferici e irrapresentati, in quelle regioni della soggettività che sono esclusivo appannaggio della letteratura.
Eat the Document, uscito negli Stati Uniti nel 2006 e tradotto da Delfina Vezzoli per Mondadori col titolo Vivere un segreto, è la storia della generazione invisibile dei reduci degli anni Settanta, spersi nelle province del Midwest in una condizione di disperante isolamento, mentre continuano, a modo loro, una rivoluzione tradita. C’è Mary che, a dispetto delle amiche, si rifiuta di addossare al fidanzato la responsabilità dei suoi atti di sabotaggio, Nash che ospita nella sua libreria dell’usato le confuse riunioni di giovani cyberpunk coperti da borchie e tatuaggi, e la sofferta alienazione di Harry. I personaggi vengono ritratti negli anni reaganiani della crisi della controcultura, e danno vita a un libro che – come spiega l’autrice – è stato concepito dopo l’11 settembre, in un periodo frustrante anche per chi tentava di mantenere vivo l’impegno pacifista. Accanto al silenzio dei movimenti di protesta, il romanzo coglie, però, la curiosa pazienza con cui Jason, il figlio di Mary, ricompone – nel silenzio dell’assonnata cittadina del Midwest dove vive con la madre – la storia dei conflitti sociali in cui lei era stata coinvolta. Non è l’ideologia a ricollegarlo a quel turbolento passato, bensì la passione per vecchi vinili, pellicole graffiate e la musica di quegli anni perduti – il titolo originale del romanzo, Eat the Document, evoca il film underground tratto da una famosa tournée di Bob Dylan.
Spiotta lascia che sia la fascinosa obsolescenza di questi oggetti desueti a trasmettere la forza residuale di un’eredità politica e culturale che, anche nelle sue forme più estreme, riconduce alla storia del dissenso negli Stati Uniti. Non trovano giustificazione, invece, gli aspetti settari e intolleranti, quelli con cui per esempio tratteggia, in chiave satirica, la comune di «Mother Goose», dove – accanto a relazioni alternative – si sperimentano forme di separatismo radicale e di «franchising» della controcultura che, come aveva già prefigurato il trascendentalista Nathaniel Hawthorne nella Casa della gioia, in parte giustificano la disaffezione e il disincanto dei più giovani. «Sì, nel libro racconto delle comuni degli anni Settanta come parte di una lunga storia di utopie iniziata nella metà dell’Ottocento, utopie sulle quali il mio paese ha costruito la sua democrazia. Io non parteciperei mai a questi esperimenti comunitari: sono una italo-americana e la famiglia soddisfa ampiamente il mio bisogno di condivisione di spazi pubblici e privati; ma ne parlo perché vedo persistere il desiderio di costituire stili di vita e ambienti ispirati a una maggiore eguaglianza e progetti di economia no-profit ed eco-compatibile. Anch’io, per quanto resti legata a Los Angeles, dove ho lavorato anche come sceneggiatrice, a un certo punto mi sono trasferita in una città più piccola, lontana dai ritmi e dalle relazioni stressanti imposti dall’imperativo della produttività, alla ricerca ossessiva di scenari inediti e di novità assolute da consumare velocemente. Oggi, invece, l’America ha bisogno di riflettere sul suo passato, e sul modo in cui ha costruito, a partire da varie forme di dissenso, la sua democrazia. A Seattle, che è una città radicale molto importante nella mia formazione, ho fatto ricerche sulla storia perduta dei lavoratori, dei wobblies.
Nel romanzo lei si è ispirata a Katherine Ann Power, una attivista vicina alle Pantere nere che si è consegnata alla giustizia dopo più di vent’anni anni di clandestinità. Durante la campagna elettorale, Obama è stato accusato di aver collaborato a Chicago con militanti che nel ’68 erano stati coinvolti in atti di sabotaggio contro banche e multinazionali, costruendo una rete internazionalista che apparentemente offrì anche aiuti materili per aiutare Cuba a consolidare le condizioni della sua indipendenza. Lei che ne dice?
Obama ha potuto facilmente difendersi dall’accusa di connivenza con il terrorismo degli anni Settanta perché generazionalmente estraneo a quelle forme distruttive di attivismo, ma mi pare importante che sia stato il primo presidente ad avere saputo collaborare con un mondo underground erroneamente identificato con la violenza politica. E che ha dato, invece, un forte contributo al volontariato e a estendere il diritto all’istruzione. Credo che la storia dell’underground dovrebbe riportare alla luce questi aspetti positivi e solidali della nostra storia politica, perché fanno parte di un patrimonio che la sinistra non deve dimenticare, se non vuole rifare gli errori del passato. Oggi come ieri, questi movimenti ci parlano del Vietnam e di altre guerre sbagliate, e delle persone che hanno fatto di tutto per fermarle, pagando per questo il prezzo dell’isolamento e della morte sociale. Addossare a loro tutte le responsabilità politiche di una sconfitta culturale significa, per la sinistra, persistere nei propri limiti, e perpetuare una chiusura difensiva che arriva a forme di ostruzionismo moralista e a nuove forme di integralismo.
La critica del «New York Times» Michico Kakutami l’ha definita l’erede di DeLillo, un autore al quale lei spesso allude, fino a parafrasarlo, nella sua narrativa.
DeLillo resta per me un modello, è riuscito a resistere alla tendenza dell’industria culturale di trasformare gli scrittori in prodotti di consumo. Diversamente da Pynchon, fermamente determinato a non concedersi al di fuori della veste editoriale, DeLillo ha raggiunto un equilibrio invidiabile tra il bisogno di difendere la solitudine che gli è necessaria per scrivere e quello di comunicare in pubblico le proprie idee, mostrando che, anche in una fase di forte mercificazione della cultura, lo scrittore americano può continuare ad esprimere i suoi dubbi sul presente e sui limiti della politica, senza lasciarsi sommergere dalla vulgata.
Nel romanzo si avverte la difficoltà, da parte della sinistra, di trasmettere i propri valori alle nuove generazioni: il figlio della militante vicina alle Black Panthers non pare condividere l’estremismo della madre, per esempio. E mi pare che questa mancata condivisione possa anche funzionare come un commento sulla diversa natura dei movimenti odierni, che mostrano meno tolleranza verso la violenza e più dimestichezza con le tecnologie.
I figli dei militanti degli anni Sessanta riscoprono la storia dei loro padri su Internet e attraverso i prodotti della controcultura. Nel romanzo, Jason ricostruisce il vero nome della madre grazie a un film underground che la ritrae sorridente durante un concerto. È come se le nuove generazioni, tecnicamente molto avvertite, recuperassero i valori del passato attraverso il culto feticista di oggetti e tecniche spesso oscuri e rudimentali.
Nel romanzo, la disgiunzione del punto di vista della madre da quello del figlio sottolinea la loro appartenenza a due diverse stagioni politiche, come se a legarli fosse una dialettica sotterranea, segnata da una distanza ideologica e culturale.
Il mio intento era quello di raccontare l’inevitabile silenzio che divide una madre dal proprio figlio, dal momento che, per forza di cose, gli anni che non hanno condiviso automaticamente escludono il figlio da una parte consistente della vita della madre, spesso destinata a rimanere un segreto per lui. Nel racconto, il silenzio tra i due è accentuato dal fatto che gli scenari a cui il figlio è anagraficamente estraneo coincidono con gli anni vissuti in clandestinità dalla madre, per cui la dimensione privata degli affetti diventa per lei uno spazio che paradossalmente l’aiuta ad affrancarsi dagli errori del passato. È come se la maternità la proteggesse dalla parte di sé che non si esprime nel rapporto col figlio, accentuando un silenzio di cui, però, alla fine, lui la incolperà.
Natalia Aspesi
Con il massimo tempismo, Cesare Lombroso torna tra noi: la nuova casa editrice, “et al.”, ripubblica il suo celebre e funereo La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, scritto assieme al giovane Guglielmo Ferrero (assatanato disprezzatore delle donne, che poi divenne suo genero sposando la figlia Gina), testo fondamentale e monumentale (640 pagine, euro 32) della misoginia positivista, uscito per la prima volta e con gran successo internazionale nel 1893 dall´editore torinese Roux. Sarebbe esagerato dire, data la quantità di bizzarrie, e offese e deliri che accumula occupandosi delle donne, che pare scritto oggi, ma insomma… Oggi, il tempo delle volgarità verso le donne non asservite, delle escort invitate in politica, delle minorenni in carriera orizzontale, dell´esposizione mediatica dei corpi femminili, del favore erotico dei potenti verso le donne destinate al loro servizio, della sudditanza adorante di molte al maschio-padrone, del consolidarsi di un muro maschile che non sa più indignarsi e reagire al dileggio, alle provocazioni, al disprezzo verso le donne: come se la maschera civile e democratica stesse cadendo e finalmente si potesse tornare a quel convulso e arcigno ordine patriarcale che tra fine Ottocento e primi del Novecento riuscì, con gran sollievo maschile a sancire scientificamente e quindi inappellabilmente, (allora) l´inferiorità delle donne.
Questa nuova e integrale edizione italiana è arricchita dalla dottissima prefazione della storica Mary Gibson e della criminologa Nicole Hahn Rafter tradotta dal testo pubblicato dalla Duke University Press. Rallegra subito qualche simpatica contumelia verso le donne che, non essendo apertamente criminali e nemmeno prostitute (in questo caso doppiamente criminali, tenendo conto anche che l´adultera è una specie di prostituta), vengono definite “normali”. Anche in questo caso però, la donna che si immagina sposa e madre esemplare «ha molti caratteri che l´avvicinano al selvaggio, al fanciullo, e quindi al criminale: irosità, vendetta, gelosia, vanità». La sua atavica perversità anche se inavvertibile, si accentua in certi periodi: «Durante le mestruazioni nulla è più frequente che la menzogna, unita con la cattiveria e l´astuzia, le sleali maldicenze, le delazioni calunniose, le trame perfide, l´invenzione di favole (citato da Icard)».
Quanto all´aspetto tendente alla degenerazione anche nella donna onesta, «sopra 560 donne in un pubblico passeggio, io ne rinvenni: 37 con nei e barba, 34 con mandibole voluminose, 9 con il tipo completo degenerativo». E così per un terzo dell´elefantiaco studio, più tutto il resto dedicato alle criminali e alle prostitute-nate o occasionali, con una mole immensa di citazioni, parametri, scoperte, riferimenti antropometrici, vaneggiamenti. Prima di tutto basta guardarle e misurarle, questa mascalzone, del resto come i maschi nella sua precedente opera L´uomo delinquente (1876): per esempio il pelo. «In 234 prostitute trovammo la distribuzione virile del pelo nel 15%, mentre nel normale era il 6% e nelle criminali il 5%. Viceversa la peluria che va al 6% nelle prostitute russe e nel 2% nelle omicide, manca nelle oneste e nelle ladre».
Cesare Lombroso, medico, psichiatra, antropologo, criminologo, cosmopolita e colto, nato a Verona da famiglia ebrea nel 1835, era cresciuto nel fervore del Risorgimento, da giovane si era arruolato volontario nella seconda guerra d´Indipendenza, in opposizione alla chiesa cattolica era un fervente sostenitore dell´evoluzionismo darwiniano, si era battuto per alleviare la spaventosa miseria del proletariato meridionale, aveva aderito al socialismo. Mentre stava scrivendo La donna delinquente, quasi tutte le sera, a Torino, Lombroso e la famiglia cenavano con la rivoluzionaria e femminista russa Anna Kuliscioff. Era quindi un progressista sincero, purché il progresso non si applicasse alle donne, arrivando anche a sostenere la tesi che, se la criminalità femminile è molto meno diffusa di quella maschile, dipende dal fatto che le donne sono più deboli e stupide degli uomini. La donna criminale ebbe un immediato successo anche all´estero. Proprio in quegli anni la violenza misogina si era fatta impressionante e praticamente tutte le forme della scienza, compresa la nuova sessuologia, parevano impegnate a stabilire l´inferiorità e la pericolosità delle donne, che avevano cominciato a reclamare diritti, istruzione, voto, parità giuridica, lavoro. I testi in questo senso sono montagne: e non sono pochi gli studiosi ad arrivare a conclusioni queste sì criminali, come Paul Adam che in un articolo pubblicato nel 1895 sulla Revue Blanche scrive che l´erotismo della donna è già evidente nel comportamento della bambina. Infatti le bambine tra gli 8 e i 13 anni «provano un perverso piacere mentre per pochi centesimi guardano uomini di mezza età che mostrano le loro nudità».
La paura da parte di Lombroso e dei tanti maschi col potere di far passare per scienza i loro incubi socio-sessuali, si stava spostando dalla prostituta nata, creatura aberrante e criminale, alle donne che smettevano di essere “normali” per sovvertire ogni ordine civile con le rivendicazioni femministe. Può sembrare strano che nei decenni successivi L´uomo delinquente dopo essere stato contestato e sbeffeggiato, scomparve quasi del tutto, mentre La donna delinquente continuò ad essere apprezzato e diffuso nelle università. Il fascismo se ne servì, con i suoi nuovi scienziati, per ribadire l´inferiorità della donna, il suo ruolo esclusivamente familiare e per escluderla dalla vita pubblica e dal lavoro fuori casa. Dagli anni ‘70 le studiose femministe della criminalità femminile, scelsero di ignorare Lombroso, se non per l´uso che ancora dominava nelle aule di giustizia, tra periti, avvocati e giudici. E oggi? Ci resta a conforto la fisiognomica: guardare in televisione certe facce, certi zigomi, certe calvizie, certi lobi dell´orecchio, certi deformazioni craniche, fa venire i brividi, ma può servire a metterci in guardia.
Maurizio Bono
C’è un complotto internazionale, il rapimento su suolo norvegese, durante una visita di Stato, del presidente degli Stati Uniti. Ma dietro c’è il giallo delle ragioni private che concorrono a rendere possibile l’atto terroristico. E infine, a tenere insieme le scene in esterno da spy story e le ombre tutte interiori di vittime, investigatori e sicari, un po’ di fantapolitica appena distopica: il presidente Usa è una donna (un personaggio scherza: “Avrei scommesso che ci sarebbe stato prima un presidente nero”). Scelta necessaria, perché il centro del terzo romanzo di Anne Holt, a sua volta donna un po’ speciale (è stata anche ministro), è l’idea che femminile è la dimestichezza con sensi di colpa e segreti, quasi sempre legati ai bambini: amati o disamati, annientati o protetti fino all’annientamento degli altri. Di donne speciali vive il romanzo: con madam the President, Joanne Vik (metà forte della coppia con l’investigatore Stubo) e Hanne Wilhelmsen, ex detective ora in sedia a rotelle felicemente sposata con una donna (siamo in Norvegia, anche Holt lo è). Intorno, molti uomini si danno da fare abbastanza inutilmente. Recitando intanto uno scontro di civiltà che non potrebbe che avvenire a Oslo: agenti Fbi palestrati e armati contro riflessivi ma testardi locali, fieri di un paese in cui alla festa nazionale (tutto inizia il 17 maggio) non sfila l’esercima ma una folla di bimbi in costume.
Giuseppe Rizzo
Chioma fulva mezza rasata, occhialino professorale e sorriso con fossette laterali, la Draghessa di internet è lei. Ama farsi fotografare con rettili o volpi sulla spalla e farsi chiamare «Lizard wrangling», titolo del suo blog, cioè «lucertola dispettosa». Winifred Mitchell Baker, californiana, a fine anni Settanta studentessa a Berkeley, oggi a 55 anni è una delle donne più in vista della Silicon Valley, per la rivista “Time” tra i 100 personaggi più influenti del mondo. Meglio, come donna tecnologica è la più in vista, dopo che Carol Bartz è stata rimossa dalla carica di amministratore delegato di Yahoo.
Mitchell «Lizard» Baker è ancora solidamente in sella della «corporation» del draghetto, o meglio a capo della Mozilla Foundation, proprietaria del browser Firefox, impegnata attualmente nella promozione di un nuovo sistema operativo – Firefox Os – che si prefigge di far dialogare le App tanto su prodotti Apple quanto su smartphone e tablet che utilizzano Android. Questo obiettivo per lei è quasi una crociata, si tinge di riflessi utopici da open source, da rottura di steccati, pur sempre nel recinto più vasto dei sistemi proprietari. «Noi siamo una struttura non-profit», chiarisce sempre, anche se una non-profit da 50 miliardi di dollari. «E vogliamo aumentare la libertà, non il controllo sul web». Insomma si comporta da guru, da Draghessa, appunto.
Lei è una delle donne più importanti della Rete. Sente questa responsabilità? In che cosa essere donna in una posizione chiave della Silicon Valley può fare la differenza?
«Le diversità sono importanti anche a livello di leadership. Se tutte le persone che creano la tecnologia di base di internet fossero uguali o anche molto simili, il risultato del loro lavoro rispecchierebbe questa prospettiva condivisa e quindi non potrebbe rappresentare tutti noi. Credo che il mio ruolo nel settore sia importante proprio perché penso alla tecnologia, alla società o al guadagno personale in modo diverso da molti miei coetanei. E questo, almeno in parte, è perché sono donna. Ciò che per altri è ovvio per me può essere solo convenzionale e non particolarmente buono. Cerco questo senso delle diverse possibilità nel nostro lavoro a Mozilla. D’altra parte questa è la filosofia prevalente dentro Mozilla, nel cui nucleo guida ci sono molte persone eccezionali. Non ho mai avuto grandi difficoltà a guidare Mozilla come donna. Il mio partner iniziale è stato Brendan Eich – creatore del linguaggio che va sotto il nome di Java script che gestisce molta parte del web – e con lui non ho mai avuto problemi di genere. Lo stesso vale per molti altri collaboratori, che sono contenti di avere una donna come presidente».
Non so quanti anni abbia suo figlio ma non le pare che i cosiddetti nativi digitali rischino di diventare una nuova specie di centauri, metà adolescenti e metà divano, visto come tendono a mediare qualsiasi relazione tramite il web? Non la spaventa questo?
«La vita virtuale e quella reale, fisica, sono sempre più interrelate. A volte le attività online mediano altre relazioni. Ciò è qualcosa di nuovo per molti di noi. D’altra parte ricordo che anche quando ero adolescente i miei genitori, della generazione precedente, erano preoccupati dall’uso che facevamo della tecnologia. Quanto tempo hai passato al telefono? Quanto tempo stai sprecando davanti alla tv?
Rapporti complessi con la tecnologia, che in parte amiamo e in parte ci mettono a disagio, non sono una novità. A mio parere però i veri nativi digitali saranno la generazione che crescerà facendo internet e sapendolo utilizzare nel modo migliore. Internet non è come la tv o come ascoltare un programma radio. È profondamente personalizzabile e può essere perciò vissuto in modo differente da ognuno. Capire come farne una esperienza che si adatta al proprio ambiente, a livello locale, è giusto il segno di riconoscimento di un nativo digitale. A Mozilla abbiamo un progetto che si chiama Webmaker (http://www.mozilla.org/en-US/webmaker/) che nasce dall’idea di far capire come creare cose online sia ormai diventato una competenza essenziale, come imparare a leggere, scrivere e fare di conto».
Ci aiuti a fare uno sforzo di immaginazione, lei che ha avuto un ruolo tanto importante nel passaggio al web 2.0. Come sarà il mondo di internet tra dieci o vent’anni?
«Dieci o vent’anni sono un tempo troppo lungo nella vita di internet. Ma nei prossimi cinque anni ci troveremo di fronte certamente a una ulteriore esplosione di dati. Vivremo in un mondo di informazioni. E vivere immersi in questi dati solleva questioni alle quali abbiamo bisogno di dare una risposta, come chi ha il controllo di questi dati, come ordinarli e filtrarli, e se ciò ci fa sentire più liberi o più manipolati. La mia paura più grande per il futuro della Rete è che si rischia un sistema fortemente centralizzato in cui poche imprese e governi controllano gran parte di ciò che accade online. Mozilla lavora per costruire un internet aperto, in cui ogni individuo abbia il massimo del controllo sulla sua vita. Gli ambienti informatici attuali, specialmente di telefonia mobile, non sono il mondo che vorrebbe Mozilla. Possono essere eleganti ma non sono aperti, distribuiti, ambienti in grado di utilizzare le potenzialità che il web ci ha mostrato. Così noi stiamo cercando di nuovo di cambiare il futuro di internet, ad esempio attraverso Firefox Os, il sistema operativo mobile che stiamo costruendo, e spero che guardando indietro tra cinque anni potrò dire che ci siamo riusciti».
Come coniugare l’esigenza di non essere più tracciabili sul web, non parlo solo di privacy, con le esigenze di sicurezza che i governi hanno o quelle degli investigatori di contrastare la criminalità?
«Dobbiamo affrontare questo problema come facciamo nella vita. Le nostre società per secoli si sono confrontate con il problema di come bilanciare la libertà personale con l’interesse pubblico. Ogni stato-nazione prende decisioni per tutelare la libertà e prevenire il crimine. Io però temo che le democrazie occidentali stiano cambiando, involontariamente, questo equilibrio».
Esistono già tutta una serie di App che autolimitano la nostra connessione, con una sorta di disconnessione a tempo. Perché non riusciamo più a staccarci da soli?
«Ogni nuova tecnologia dirompente porta con sé timori che possa cambiare il nostro comportamento o disumanizzarci, basta pensare a “Tempi moderni” di Chaplin. Stiamo capendo meglio come funziona il cervello umano e presto ne sapremo di più anche sul comportamento. Nel frattempo possiamo sviluppare strumenti che aiutino la gente a capire il proprio comportamento. A Mozilla abbiamo degli esperimenti in corso. Quando riusciremo a capire meglio l’uso individuale della tecnologia e perché potrebbe rivelarsi difficile disconnettersi avremo maggiori possibilità per cambiare le nostre abitudini».
Lo strapotere di Google viene da più parti criticato perché di fatto orienta l’accesso alle informazioni. I risultati della ricerca tengono conto di filtri su cui l’utente non ha alcun controllo e che molti contestano. Come superare questi paletti?
«Noi crediamo che un internet aperto che permette alternative per gli sviluppatori e per gli utenti sia il modo migliore per prevenire gli abusi».
La Apple non vi permette di accedere al suo sistema mobile e non siete gli unici con questo problema. Come giudica questa chiusura e non può rivelarsi un boomerang?
«Le tecnologie che si possono usare sulla piattaforma iOs sono limitate da Apple. Per questo motivo non siamo in grado di offrire tutto Firefox su iOs, ma solo parti di esso attraverso le tecnologie controllate da Apple. Al momento non abbiamo intenzione di farlo perché pensiamo che questa miscela tecnologica non farebbe né la nostra né la felicità degli utenti. Tuttavia continuiamo a sorvegliare le possibili interrelazioni tra Firefox e gli utenti iOs. La tendenza di oggi, capitanata da Apple, dei singoli produttori è di controllare sempre di più le decisioni sulla tecnologia da utilizzare, le pratiche commerciali, i prezzi e la capacità dei programmatori di dialogare con i propri clienti. È molto inquietante. Se dovesse diventare il modello prevalente perderemmo molto di ciò che di buono ci ha portato il mondo del web».
(L’Unità, 5 novembre 2012)
Da Venezia a Parigi, da Vancouver a Torino, Mona Hatoum, artista palestinese, traduce in minacce quotidiane i drammi del mondo
di Adriana Polveroni
Mona Hatoum, artista palestinese nata a Beirut nel 1952, è una donna tosta. Senza dubbio intransigente, ha uno sguardo che pare osservare da una “giusta distanza” il suo passato, il mondo dove vive, anche la sua arte, che, sebbene fedele a precisi criteri, in 30 anni è anche molto cambiata. La fedeltà risiede nel mantenere ferma la tonalità ambigua che pervade le sue opere e nell’attenzione all’idea del conflitto. Che è soprattutto intimo, e si è espresso all’inizio attraverso il corpo (i video tratti dalle performance anni ’80), poi in allestimenti in cui protagonisti sono diventati gli oggetti. Banali, come scolapasta e grattugie, ma ingranditi a tal punto da apparire alieni. Oppure alterati dalla presenza di altri oggetti fuori luogo: zerbini di benvenuto puntellati di aghi, cucine ingabbiate da filo spinato. Come se per comunicare occorresse varcare quelle maglie in filo spinato, appoggiare i piedi su tappeti chiodati: e i rapporti normali diventano molto rischiosi, evocando costantemente la possibilità che il familiare si trasformi in qualcosa di minaccioso, diventi, da rassicurante, perturbante. Dove, in filigrana, si legge l’instabilità, la fragilità della nostra epoca. Sentimenti vivi e pungenti come gli aghi dei suoi tappeti. Ma Mona Hatoum, con piglio assai più leggero (lei la chiama la “componente surrealista” del suo lavoro, accanto “al minimalismo, al concettualismo, a molta arte a me contemporanea”) racconta anche di corpi, o parti di essi, defunzionalizzati. Apparentemente buffi, ma altrettanto perturbanti: collane di capelli, graziosi triangoli pubici fatti di peli appoggiati su una sedia che paiono fare il verso a Magritte. Mette in opera dei cortocircuiti dai quali emerge lo straniamento, un senso di non appartenenza sempre più diffusi anche per i flussi migratori caratteristici del nostro mondo. Lo fa con eccentriche combinazioni che rielaborano il sentimento dell’esilio, vissuto per lei assai acceso, visto che nel ’75 quand’era casualmente a Londra, non poté più far ritorno a Beirut perché intanto era scoppiata la guerra civile. Da tanti anni la Hatoum ha rovesciato la condizione di esiliata “in positivo”, diventando cittadina del mondo, invitata da musei, istituzioni internazionali. Si è appena conclusa una sua mostra alla Querini Stampalia di Venezia, ne ha due in corso alla Fondazione Merz di Torino e alla galleria Continua di S. Gimignano e il 24/10 inaugura una personale in un museo privato a Vancouver, la Rennie Collection. A novembre sarà in residenza al Mac/Vai, vicino a Parigi, e nel 2010 ne avrà un’altra, a lei molto gradita, al Beirut Art Center.
La sua storia personale spesso si sovrappone al suo lavoro. Che legame c’è veramente tra queste due realtà?
“Si tende a leggere il mio lavoro artistico attraverso la lente del mio passato: ma è una regola che vale per tutti, chiunque interpreta il mondo a partire dalla propria esperienza. Non esiste qualcosa come una realtà oggettiva. Non c’è dubbio che l’esperienza modelli il mio modo di vedere il mondo, ma a me non interessa illustrare tali processi, né razionalizzarli. Il dato biografico entra nel mio lavoro in maniera inconscia”.
Sono passati anni da quando è andata via da Beirut: qual è oggi il suo approccio alla realtà politica della Palestina?
“Nella mia vita quotidiana c’è sempre la presenza della Palestina: non è sempre esplicita, mi sento più coinvolta dalla dimensione psicologica che da precisi fatti storici accaduti”.
Si sottolinea spesso la componente femminista del suo lavoro, la cultura post-coloniale, in qualche modo la globalizzazione. Ma, soprattutto, nell’immaginario artistico contemporaneo lei incarna l’essere straniera. Si riconosce?
“L’essere straniera è qualcosa che si avverte sempre nel mondo in cui si vive: si percepisce nel mio lavoro, credo, ma non solo perché “tutto il mondo è una terra straniera”, come dice il titolo di un libro di Edward Said che mi ha influenzato molto. La psicologia dell’esilio produce una sorta di dislocamento e può capitare che il significato d’un oggetto non sia più chiaro, o che oggetti molto familiari diventino minacciosi, forse perché c’è un trauma associato a essi”.
Si riferisce alla casa, all’esperienza domestica?
“Sì, anche. La casa, che è il luogo dove si svolgono soprattutto le funzioni materne, quindi un luogo protettivo, si può trasformare anche in una trappola, in una prigione”.
Pensa alla cultura araba, dove la donna vive in uno stato di sottomissione?
“Niente affatto, tale realtà riguarda tutte le donne, e forse più in Occidente che altrove, perché lì la tecnologia può essere molto pericolosa. Invece spesso sento dire: “questo non ci riguarda”, come se la violenza, l’essere controllati appartengano al mondo arabo. In Occidente l’architettura per le classi meno abbienti esercita un controllo programmatico. In Palestina no, l’architettura è più fluida, anche organica, non agiscono dispositivi di regolamentazione”.
Lei ultimamente mette il corpo, con il quale ha lavorato molto, più in secondo piano. Come mai?
“Il corpo che più mi interessa coinvolgere nel mio lavoro non è il mio, ma quello dello spettatore: l’interazione col pubblico, dove ciascuno ha reazioni diverse, mi attrae di più”.
Uno dei suoi temi forti è l’ambiguità, la casa-trappola va in tale direzione. Ma colpiscono molto le immagini belliche che emergono da una lanterna magica, le granate che ha realizzato in vetro di Murano con colori trasparenti, belli.
“Volevo far vedere qualcosa di affascinante, sensuale: e che si riconoscesse la vera natura dell’oggetto solo in una fase seconda guardandolo attentamente, il che non si fa spesso”.
Pensa che la guerra, la violenza possano essere attraenti?
“No, almeno per chi si trova dalla parte sbagliata. Penso che al fondo della guerra ci siano sempre ragioni economiche”.
A proposito di soldi, come giudica gli artisti che vanno nei territori di conflitti, o disagiati, e scattano foto, girano video che poi rivendono a caro prezzo nelle fiere mondiali?
“Penso che il messaggio sia in fondo la cosa meno importante nel lavoro artistico: quello che conta di più, secondo me, è il linguaggio”.
Al museo di Capodimonte gli scatti dell’artista tedesca danno una diversa prospettiva a luoghi e monumenti
di Adriana Pollice
«Utilizzo la luce naturale, non mi piace portarmi dietro fari e attrezzi da set cinematografico. In alcuni ambienti si possono aprire o chiudere le tende, ma il lavoro sulla luce lo faccio in studio» racconta la fotografa tedesca Candida Höfer di fronte l’immagine, grande quanto un quadro rinascimentale, della sala del teatro Mercadante ripresa dal palcoscenico, di un bianco innaturale in contrasto con il rosso dei velluti. Uno dei sedici scatti fatti a Napoli e in mostra al museo di Capodimonte fino al 15 novembre, «ma ne ho fatti molti altri, tanti altri posti mi sarebbe piaciuto ritrarre. La scelta dei luoghi e il lavoro in studio hanno richiesto circa due anni». L’indagine fotografica sugli spazi pubblici, chiese, biblioteche, alberghi, teatri dell’opera, luoghi di incontro e scambio fra gli individui di una stessa comunità, intrapresa dall’artista allieva di Berndt e Hilla Becher in giro per il mondo, aggiunge le architetture partenopee al suo atlante. Sembra di rivedere delle eco della serie portoghese «ma lì le geometrie erano più rigorose – spiega l’artista – Quasi sempre le mie immagini sotto fatte dall’alto, quando non era possibile abbiamo montato una sorta di balconata. Preferisco concentrare la mia attenzione in un punto preciso dello spazio, focalizzare l’immagine, poiché nei luoghi si svolgono molte attività diverse, si è circondati da molte stratificazioni artistiche e tutto questo finisce per confondere l’osservatore, distogliendolo dalla funzione primaria del luogo stesso».
La Biblioteca nazionale, la chiesa della Certosa di san Martino, le sale di Capodimonte, il Lazzaretto dell’ospedale di Santa Maria della Pace sono ritratti in un vuoto di persone, che in una città come Napoli implica una radicale trasformazione rispetto all’immagine usuale. Una sorta di still life dei volumi architettonici: «Molti non riconoscono gli interni dei monumenti della loro stessa città quando sottrai gli uomini e le donne che li vivono. Spesso mi dicono che le mie foto sono melanconiche ma a me non sembra, credo invece di ridare valore ai luoghi restituendo centralità alla funzione per cui sono stati ideati e costruiti». La sala Causa che ospita gli scatti, così, si trasforma in una quadreria contemporanea dove gli spazi ritratti rivelano, attraverso l’obiettivo della Höfer, una differente identità: la chiesa ottocentesca di San Francesco di Paola, abbagliata dal bianco della luce, rivela le geometrie neoclassiche, lo scalone monumentale della Reggia di Portici si trasforma in un gioco di prospettive disegnate dai colori pastello: «Il mio lavoro riguarda la trasformazione di spazi in immagini. Amo fotografare spazi aperti al pubblico dove le persone si incontrano, comunicano, si rilassano. Cioè che mi interessa è la sovrapposizione delle epoche storiche che possono essere lette contemporaneamente, seguendo però il rigore delle loro geometrie».
Ritorna «I loro occhi guardavano Dio» di Zora Neale Hurston. L’autrice, paladina delle battaglie femministe e dei diritti dei neri, fu paradossalmente accusata di razzismo proprio dalla comunità afroamericana – Tacciata di descrivere gli uomini di colore simili agli stereotipi dei bianchi, la protagonista cercava libertà, non facili ideologie
Elisabetta Rasy
Nel 1973 Alice Walker, che non era ancora l’autrice del bestseller Il colore viola ma una poetessa e giornalista militante per i diritti delle donne e degli afroamericani, comprò una lapide per una tomba anonima e abbandonata del cimitero di Fort Pierce in Florida e ci scrisse un nome: Zora Neale Hurston. Cominciò così la resurrezione di questa scrittrice che dopo essere stata la prima allieva nera del sofisticato Barnard College, una figura di spicco del movimento della «Harlem Renaissance» negli anni Venti, un’ importante antropologa della scuola di Franz Boas e un’autrice di successo, nel 1960 era morta povera e sola nell’ospizio dove era ricoverata, già in parte sprofondata in quell’oblio che divenne assoluto dopo la sua fine.
Quando poi Walker nel ’75 pubblicò un saggio su di lei, Zora divenne un punto di riferimento per Toni Morrison e le altre scrittrici afroamericane degli ultimi decenni del Novecento: le furono dedicate biografie, saggi, film e fu inclusa nella lista dei cento neri più importanti del secolo.
Ma Hurston non era stata sempre ammirata e apprezzata dagli intellettuali con cui aveva diviso il cammino, e la sua vita era stata segnata da polemiche e scomuniche. Soprattutto il suo romanzo più importante, I loro occhi guardavano Dio (che ora viene riproposto nella accurata versione italiana di Adriana Bottini) fu accusato di scandalosa scorrettezza razziale.
Era nata nel 1891 in Alabama, figlia di un contadino- predicatore che poi si trasferì con la famiglia in Florida. Si era guadagnata non senza fatica un’istruzione superiore, arrivando persino a togliersi tutti insieme dieci anni d’età nel 1920 per ottenere una borsa di studio all’università di Baltimora. Il suo però non è il profilo di un’accademica né di una integrata soddisfatta, e neanche quello di un’edificante progressista in lotta per i suoi fratelli perseguitati. Zora ama il jazz e il folclore nero, cui dedica le sue ricerche e di cui teme si perda l’eredità, viaggia in continuazione tra i Caraibi e l’America del Sud mentre scrive saggi e racconti per «Fire!!», la rivista di Langston Hughes, è moglie per qualche anno di un jazzista, poi, quasi cinquantenne, per qualche mese di un ragazzo di ventitré anni, e sa addentare le complicazioni della vita senza perdere il suo smagliante sorriso.
Ma quando nel 1937 esce I loro occhi guardavano Dio, un protagonista del movimento afroamericano di quegli anni, lo scrittore Richard Wright, l’attacca senza esclusione di colpi: il libro di Zora Neale Hurston tradisce le regole dell’impegno, i suoi neri somigliano troppo alla versione che ne danno i bianchi, la loro lingua è troppo pittoresca, soprattutto troppo spesso non collimano con l’immagine che la correttezza politica richiede, perché non sono solo dei derelitti sfruttati né degli eroici combattenti per i propri diritti.
Richard Wright aveva ragione, i personaggi della Hurston non sono né miserabili né militanti, ed è proprio per questo che a settant’anni dalla nascita il suo romanzo continua ad affascinare, non ha perso intensità e non è invecchiato. E soprattutto non è invecchiata la protagonista Janie che, come scrive Zadie Smith nella prefazione all’attuale edizione italiana, è assai diversa non solo dagli stereotipi più antichi delle figure femminili nere, ma anche da quelli contemporanei: «Oggigiorno le protagoniste di colore sono sin troppo spesso infallibilmente forti e sentimentali; sono sessualmente voraci e prive di paura; prendono le sembianze irreali di madri della terra, regine africane, dive, spiriti della storia; sfilano maestose e imponenti attraverso le pagine di romanzi intrisi di un lirismo da biglietto di auguri.
Hanno poco della complessità, dei difetti e delle indecisioni, della profondità e della bellezza di Janie e del romanzo della Hurston».
La Janie de I loro occhi guardavano Dio non è impegnata, non ha ideologie, la sua naturale ribellione nasce da un’umile fame di felicità. È figlia di un bianco che ha violentato una schiava nera, ma entrambi sono svaniti nel grande buco del passato e sua nonna la alleva con un unico obiettivo: farle sposare un marito abbiente.
Janie di matrimoni ne farà tre, non per potersi sedere su una sedia a dondolo nel portico come un tempo facevano solo le padrone bianche, ma perché è convinta che ci sono due cose essenziali che ognuno deve fare nella propria esistenza: «avvicinarsi a Dio e scoprire cos’è la vita». Con il suo terzo uomo, un ragazzo che ha la metà dei suoi anni e non possiede nulla salvo la gioia di vivere, Janie toccherà il suo orizzonte, in un crescendo che culmina nel grande uragano con il quale si conclude, anche simbolicamente, la vicenda. Ed è spostandosi nelle regioni del femminile che Zora Neale Hurston disegna pionieristicamente una comunità nera complessa anziché compatta e cambia le carte sul tavolo della lotta al razzismo: perché le donne nere, come spiega la nonna a Janie, sono i muli del mondo, sotto i bianchi ma anche sotto gli uomini neri, e non basta la politica a redimerle: sta al loro coraggio e alla loro intraprendenza, in altre parole al loro spirito più profondo e più singolare, lottare per non soccombere.
Zora Neale Hurston, «I loro occhi guardavano Dio», traduzione di Adriana Bottini, introduzione di Zadie Smith, postfazione di Goffredo Fofi, Cargo, Roma-Napoli, pagg. 266, € 17,50.
La manifestazione del 4 luglio ha segnato uno spartiacque netto nella storia del movimento No Dal Molin. A seguito delle discussioni sulle pratiche politiche delle diverse anime che compongono il presidio si sono evidenziate delle differenze di posizione che nel tempo sono divenute ineludibili a proposito dei principi del pacifismo e della nonviolenza a cui il Gruppo Donne si richiama come soggetto politico.
Una parte delle donne che hanno partecipato a quella manifestazione non ha condiviso la logica dello scontro che è stata affermata allora come una necessità dettata dalle circostanze.
Ci richiamiamo al Manifesto ‘nostro iniziale’ e al documento Chi siamo, che compare sul sito e che definisce la nostra posizione per ribadire un’adesione irrinunciabile al principio della nonviolenza e insieme la scelta prioritaria di valorizzare la specificità del nostro essere e del nostro agire come donne.
Rinnoviamo il desiderio di stare nella doppia posizione del pensare e dell’agire, di produrre pensiero sul nostro percorso e di riflettere sul percorso dell’intero movimento, di lavorare sul linguaggio.
Ribadiamo il nostro NO alla costruzione della base e il nostro impegno a operare non solo contro una visione politica e una strategia militare, ma soprattutto per la costruzione di un modello alternativo di città, di società, per l’affermazione di una diversa visione del mondo.
Dichiarare come prioritaria la centralità dello sguardo femminile sul mondo, la scelta della nonviolenza, l’attenzione al linguaggio ci caratterizza come gruppo e rappresenta una posizione politica precisa, che va nominata e perseguita autonomamente.
Per questo scegliamo di differenziarci e di continuare il nostro percorso politico altrove, da una posizione di piena libertà.
Antonella Cunico
Lucia Catalano
Anna Faggi
Annalisa Faverin
Ersilia Filippi
Paola Morellato
Mauretta Rigo
Paola Rigoni
di Federica Dragoni con introduzione di Federica Giardini
La Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica (Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini Luciana Tavernini) di Milano, continua la pratica dell’approfondimento della storia vivente, una storia che indaga sul vissuto interiore di ciascuna, passato o presente, e lo porta in superficie, convinta che dalle profondità del nostro essere vengano suggerimenti per un modo di “fare storia” a misura di donne e insieme in grado di registrare vita e pensiero di donne e uomini. Il mondo -parole e immagini che pulsa e si agita nelle nostre viscere, quasi sempre privo di voce- orienta anche su modalità temporali consone al sentire umano e all’esperienza quotidiana.
I testi di riferimento del nostro studio sono Donne in relazione di Maria Milagros Rivera Garretas (Liguori, Napoli 2007) e La voce del silenzio di Marirì Martinengo (ECIG, Genova 2005).
L’articolo di Federica Dragoni, Maria Zambrano: la donna e la storia, (presentato da Federica Giardini) apparso sull’ultimo DWF Femminismi d’Europa (2008, 2, pp. 69-67) conferma, con l’autorità della filosofa spagnola, la nostra ricerca e ci inserisce in una genealogia storiografica che “getta uno sguardo sull’interezza del vivere umano e sul valore stesso dell’esperienza”(p. 60).
È stata la stessa Federica Dragoni a proporre un lavoro su María Zambrano, una scelta che già diceva della finezza e attenzione con cui stava affrontando il suo percorso di studi. Qualità che ha continuato ad esercitare nelle ricerche, ha trovato la folla di testi disponibili dell’autrice e sull’autrice e ancora chiedeva indicazioni per meglio ripartire una bibliografia così articolata. Queste qualità le ritrovo ancora oggi, nel lavoro di scoperta e discussione che stiamo svolgendo insieme ad altre sulla forza ripensata per parte di donne. In Zambrano Federica ha trovato le parole per dire il valore politico di una certa inclinazione femminile all’attenzione, una postura che non si priva del vuoto del silenzio, conoscendone l’efficacia quando si sa fare osservazione della realtà. Ma, e anche, Zambrano che pensa la Storia, questo il tema della sua ricerca. È un tema di grande cogenza per il nostro presente, che chiama a un incontro di pensieri. Per almeno due motivi. La questione della storia per parte di donne appartiene, è il caso di dirlo, alla storia di DWF, incarnata dal lavoro che Annarita Buttafuoco pubblica sulla rivista tra il 1975, data di Il tempo ritrovato. Riflessioni sul mestiere di storica (1, 1975), e il 1993. Un lavoro, il suo, che si prolunga nel dibattito che da qualche anno insiste sulla questione se fare storia, e come, di quel periodo che, a partire dagli anni Settanta, sembra aver tracciato un solco profondissimo – nei due sensi dell’intensità ma anche dell’andamento lungo e sotterraneo – il periodo dei femminismi, del movimento e pensiero delle donne (v. Il femminismo degli anni Settanta, curato da Teresa Bertilotti e Anna Scattigno, Viella 2005). La complessità della questione è che non si tratta di un tempo che si fa ridurre negli argini della disciplina storica, un tempo incarnato in corpi e menti vive, che continua a scorrere al di sotto delle scansioni degli accadimenti istituiti, ma che continua pur sempre a scorrere e, dunque, con le sue metamorfosi deve fare i conti. Una delle linee di tensione, assieme a quella dell’utilità, rimessa in discussione, di una “storia separata”, è quella che corre tra il fare storia e le genealogie femminili, essendo queste l’incarnazione di legami simbolici che molto si affidano alla memoria, un’attività singolare che procede per elezioni e che tende a “ridare la vita che era stata attraverso la nostra stessa vita”, come dice Anna Rossi Doria – che tuttavia polemizza con il concetto di genealogia – nel suo testo introduttivo a A che punto è la storia delle donne in Italia (Viella 2003). Insomma, sembrerebbe che le genealogie – con la loro inclinazione all’anacronismo, al legare donne attraverso epoche tanto diverse, insieme al rimando che contengono a un tempo, quello della relazione tra madre e figlia, che contempla anche la ripetizione e non solo scansioni e avvicendamenti – portino il pensiero sul tempo, lontano, altrove, dalle esigenze della storiografia, della scrittura della Storia. Sembrerebbe quasi che la genealogia praticata per parte di donne operi piuttosto nel verso di una singolare destorificazione. Altro e tangente è il pensiero sulla storia aperto da quei non-soggetti di storia che sono le culture altre dall’Occidente: da Gayatri Chakravorty Spivak a Jack Goody, passando per Dipesh Chakrabarty, ritroviamo in queste voci la domanda su come fare storia rompendo il “sogno di potere di chi desidera chiudere il tempo fermandolo in un eterno presente”, come dice il testo poco sotto, quello dell’Occidente realizzato e dei suoi soggetti istituiti, monumentali. Il percorso che Federica Dragoni traccia attraverso l’opera di María Zambrano si presta a nutrire il pensiero sul fare storia, nel senso del nostro agire presente e nel senso dell’uso di una diversa ragione, capace di “distribuire luce nelle viscere”. (Federica Giardini) Leggere María Zambrano è in un primo momento disorientante perché ci troviamo di fronte ad una diversa modalità di fare filosofia volta a recuperare ed unire armoniosamente sentire e ragione, vita e pensiero. Quest’ultimo si rivela sempre frutto della concreta esperienza vissuta, del sentire che l’ha accompagnata e al contempo della riflessione teoretica sulla medesima. La ricchezza dell’opera zambraniana è data in tal senso dalla forza di un pensiero inteso essenzialmente come esercizio attento di ascolto, decifrazione e disfacimento della trama compatta del reale al fine di rivelarne i fili sommersi, nascosti o semplicemente dimenticati dal tempo. Seguire María Zambrano in questo cammino significa addentrarsi in un pensiero sempre incarnato in una soggettività concreta, in cui alla “pura forza definitoria del concetto” (Prezzo 1999, p. XIII) spesso si sostituisce la semplice e immediata chiarezza di un’immagine, di un simbolo, di una metafora che non definisce né spiega nulla, ma restituisce la realtà nel suo iniziale schiudersi al tempo, in quell’istante aurorale che Zambrano tenta costantemente di recuperare e far rivivere. Per questo, accostandoci a quella che è la riflessione zambraniana sulla Storia, credo sia importante partire da un’immagine, forse la più suggestiva tra quelle concepite da María Zambrano: l’Aurora, ora della fedele riapparizione della luce al termine della notte che inaugura ogni nuovo giorno. Come l’Aurora la Storia è per Zambrano continua nascita dell’uomo al tempo, ambito privilegiato di rivelazione dell’umano (Zambrano 2000b, pp. 29-30), “alba interminabile” che deve seguitare a compiersi in un cammino di costante apertura alla Speranza. Studiare la storia viene così a significare la possibilità di gettare uno sguardo sull’interezza del vivere umano e sul valore stesso dell’esperienza perché, scrive la filosofa andalusa: “sotto ai fatti storici continua a scorrere la corrente della vita che ha dato loro respiro” (Zambrano 2006, p. 90); il pensiero di Zambrano sulla storia è così un pensiero capace di indagare il concreto rapporto che l’uomo e la donna hanno costruito con il tempo e il suo scorrere a partire dalle diverse possibili modalità di abitare tale dimensione. A tal proposito c’è un’osservazione importante da fare: Zambrano lega costantemente assieme la storia collettiva con quella individuale, macrostoria e microstoria, creando un fecondo nesso e un continuo scambio tra “storiografia” e “biografia”. Questo è un elemento importante da considerare quando si indagano gli elementi che, nella lettura zambraniana, connotano la storia come tragedia e sacrificio che sembra non possa aver fine. Se la cifra essenziale della Storia è infatti l’apertura al tempo e alle sue trasformazioni, in un orizzonte di cambiamento, fluidità e incompiutezza, quando la volontà dell’uomo decide di fermare il tempo la storia si dà come fatalità, cerchio magico in cui la vita che è libertà, eccedenza, danza, non può più scorrere. Come la Storia di un popolo si fa tragedia quando si trova bloccata entro il sogno di potere di quegli individui che desiderano chiudere il tempo, fermandolo in un eterno presente – questo è ciò che accade negli assolutismi di ogni epoca – così la vita individuale si trasforma in inferno quando si dimentica di rinnovarsi ogni giorno in un doppio movimento che, per Zambrano, costituisce la trama ultima della storia: voltarsi indietro per recuperare il proprio passato, “sciogliere le amarezze trattenute nella memoria, mettere allo scoperto le piaghe nascoste” (Zambrano 2000a, p. 65) per poi protendersi verso il futuro, verso l’aurora di una nuova nascita. Il tempo non si dà come linea retta che punta decisa verso il futuro in un moto lineare e continuo, ma è propriamente “curvilineo” e “molteplice” (Marruz 2007, p. 17); come ricorda Marruz procede in avanti per poi inabissarsi nuovamente in un passato che talvolta torna prepotentemente a far sentire la sua voce. Questo è lo stesso movimento discontinuo della vita, un trascorrere che non può essere riassorbito in alcun movimento dialettico capace di ricomporre passato, presente e futuro in un’unità, poiché la vita è trascendenza inesauribile, continua eccedenza. A partire da questa peculiare modalità di intendere il tempo, per Zambrano si può cogliere la radice tragica di tutta la cultura occidentale. L’incapacità dell’uomo di tracciare un limite alla propria ansia di “fare” storia lo porta a credere di poter realizzare un Regno di perfezione in grado, paradossalmente, di far terminare la storia stessa perché “cominci la vita” (Zambrano 2001, p. 289), di bloccare il tempo, ricreando l’atemporalità di quel paradiso che l’uomo pone come sua origine. La violenza tragica della storia sta allora nel sogno di potere di personaggi – non più persone – che non accettano di attraversare le molteplici dimensioni del tempo, ma scelgono di creare un ordine nuovo attraverso l’uso di una Ragione in grado di sottomettere e ridurre ad unità la molteplice frammentarietà del reale; per questo, scrive Zambrano “l’assolutismo è un’immagine della creazione, ma al contrario. Creando fa il nulla: annulla il passato e nasconde il futuro. Un vero e proprio nodo che si vuole fare nel tempo. Per questo è un inferno” (Zambrano 2000b, p. 104). Qui l’individuo cessa di essere persona dotata di libertà per farsi personaggio, maschera tragica bloccata entro una storia apocrifa, fasulla da cui si può uscire solo accettando di ripercorrere gli inferni dimenticati del proprio tempo, svegliandosi dall’incubo introducendo quella discontinuità che caratterizza l’istante aurorale della nascita. Essere autenticamente persona significa infatti per Zambrano riscattare la tragicità della storia scendendo nelle entrañas, nelle viscere del tempo, del proprio tempo, aprendole nuovamente alla vita e al suo scorrere. La tragedia greca e, nello specifico, la triste vicenda di Edipo, diventano in tale prospettiva ambito privilegiato di riflessione per la filosofa andalusa che vede all’origine della tragedia un “mancato movimento”, un’incapacità di proseguire nel tempo la propria nascita. Edipo diventa emblema di colui che, ignorando la propria origine, l’oscuro mistero della propria provenienza, rimane attaccato a quella cecità iniziale che caratterizza il primo darsi dell’uomo al tempo; egli è invece chiamato, come ogni uomo e donna a compiere un movimento, a iniziare un cammino di distacco dal fondo oscuro da cui proviene – anche se quest’ultimo non potrà mai essere abbandonato del tutto – perché radice della stessa esistenza umana. Edipo al contrario non compie alcun movimento, non riesce a giungere a una visione reale della propria storia perché non accetta la “passione della luce” (Prezzo 2006, pp. 39-42), il lento cammino da compiere per completare la nascita e arrivare ad essere pienamente persona, diventando così personaggio prigioniero di una storia che si fa cerchio magico, pura fatalità in cui può commettere solo errori: egli si rivela infatti incapace di comprendere il vero senso dell’enigma postogli dalla Sfinge. La risposta che egli dà, “l’uomo”, mostra infatti una conoscenza dell’universale, ossia del che cos’è l’uomo, senza però realmente conoscere chi egli sia, poiché ignora la sua origine. La sua conoscenza, simile a quella proposta successivamente dalla filosofia, è quella astratta, disincarnata e pretenziosamente universale che non fa i conti con il vissuto individuale da cui il singolo uomo proviene; in tal senso Edipo diventa in parte emblema della stessa vicenda dell’uomo occidentale: sogno di pieno possesso della realtà, di divinizzazione del personaggio “che assume la tragedia di dover essere re, con tutto quanto simboleggia senza essere nato prima di tutto come uomo; di dover essere saggio immerso nella cecità; di dover scoprire la natura delle cose, senza nemmeno conoscere se stesso” (Zambrano 2002, p. 106). Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un profondo intreccio e intima connessione, messa in atto da Zambrano, tra storia individuale, la vicenda propria di Edipo, e la stessa storia collettiva della cultura occidentale che chiede di essere trasformata, da storia tragica in storia propriamente etica, finalmente umanizzata, in grado di accogliere in sé la Speranza. Anche a partire da questa brevissima esposizione su alcuni centrali elementi che caratterizzano la concezione zambraniana della storia, si intuisce come sia presente per la filosofa andalusa un doppio ordine, livello, che costituisce il darsi stesso della storia. La sua diversa modalità di fare filosofia arriva infatti a disfare quello che è stato il percorso dominante del pensiero occidentale: se quest’ultimo ci ha restituito l’immagine di una storia perfettamente visibile, comprensibile e razionale, come un grande arazzo in cui ogni filo si intreccia perfettamente con l’altro formando un disegno completo in ogni sua parte, Zambrano va invece a studiare il retro di questa immagine. Il suo sguardo dall’altro lato mira infatti a rinvenire i fili sommersi che non sono visibili nel disegno finale, ma che pure hanno svolto un ruolo importante nella sua costruzione. Questa attenta azione implica spesso la necessità di disfare parti del disegno per mostrare come ne sia stata possibile la realizzazione, i sacrifici e le vittime che vi si celano dietro. Il suo intento è pertanto quello di illustrare il rovescio di una Storia completamente e chiaramente visibile, lineare, volta verso un continuo progresso, per tracciare invece la storia delle viscere, di tutto quello che in questo cammino è rimasto celato, inespresso, privo di voce, divorato dalla furia di una ragione discorsiva che non ammette ombre. Trasformare la storia viene così a significare per Zambrano, la possibilità di creare un nuovo movimento capace di segnare un passaggio tra queste due diverse dimensioni, quella “sotterranea” e quella superiore, propriamente storica, che tuttavia si regge sulla precedente (Boella 1997). Perché il movimento sia possibile occorre che vi siano delle aperture, delle “porte” in grado di mettere in comunicazione queste diverse realtà aprendole ad un tempo nuovo. In tal senso è centrale la proposta zambraniana dell’uso di una diversa ragione, insieme materna, mediatrice, poetica in grado di rischiarare, di “distribuire luce nelle viscere” (Boella 1998, p. 87), districandone gli oscuri nodi. La natura “mediatrice” di questa ragione permette di svolgere un ruolo maieutico sulla storia, in grado di “trattare con il tempo”, di “mediare” con esso per portarne nuovamente alla luce i fantasmi dimenticati. E in questo lento cammino di nuova apertura del tempo, Amore Memoria e Pietà si delineano come potenze mediatrici il cui comune tratto è dato dalla trascendenza da intendersi, secondo la formulazione zambraniana, come continuo movimento che porta ad un “oltre” raggiunto paradossalmente addentrandosi maggiormente nelle profondità di quel viscere celeste che è il cuore umano, perché non c’è paradiso che si apra per l’uomo che non passi per una discesa agli inferi della sua anima. Scrive infatti Zambrano che “ogni inferno terrestre è viscere di un cielo ultraterreno” (Zambrano 2006, p. 71). La storia della donna viene sicuramente per Zambrano a iscriversi in questo lato viscerale e sommerso che deve oggi poter essere riscattato e portato nuovamente alla luce, per arrivare così a tracciare “una storia delle viscere della storia” (Zambrano 2000b, p. 75) in grado di raccontarci un diverso modo di abitare il tempo. Quella che Zambrano definisce “la radice guerriera di tutta la cultura occidentale” (Zambrano 1997, p. 68) ossia la volontà prettamente maschile di dar vita ad un ordine finalizzato a sottomettere l’intera realtà entro il proprio sogno di potere, non è stato condiviso dalla donna che rappresenta invece una concreta differenza e una singolare modalità di stare nel tempo e di abitare la storia. La donna segue un diverso percorso, trovandosi spesso a sostare in una zona di confine nel tempo storico in cui manifesta la sua più profonda attitudine, quella di “essere per l’amore” (ivi, p. 70; Buttarelli 2004), figura aurorale capace di riunire in sé, tramite il suo agire silenzioso, mondi e logiche diverse. La sua forza sta infatti per Zambrano nella natura “mediatrice” che la contraddistingue e che la porta a vivere intensamente la realtà in cui si trova, accettando di patirne anche le prove più dure rimanendo fedele al proprio sentire che sempre la guida. La relazione che si crea tra donne e storia è così singolare perché la donna appartiene alla storia, al proprio tempo, ma al contempo lo trascende, agisce in esso in nome di una diversa logica di Amore e di Pietà, di quella pietà che è in primo luogo per Zambrano capacità di “trattare adeguatamente con l’altro” (Zambrano 2001b, p. 188), con quella realtà stessa che ci si offre, in termini orteghiani, come resistenza. Ancora una volta risulta maggiormente efficace far ricorso ad una delle metafore chiave con cui Zambrano esprime la presenza e l’azione della donna nel suo tempo: l’acqua, elemento capace di dar nuovamente vita ad una storia irretita nel sangue e nella fatalità. L’acqua diventa simbolo della concreta possibilità di aprire un varco nella compattezza granitica di una Storia che si fa simile ad un sogno in cui il tempo è sospeso e in cui non sembra darsi nessuna uscita; l’acqua ha infatti in sé la forza di aprire nuove vie di passaggio grazie ad un agire paziente e costante nel tempo. È grazie all’acqua che Antigone, nella suggestiva rilettura zambraniana, inizia a riscattare la storia di sangue della sua famiglia, disobbedendo al decreto di Creonte lavando il corpo di Polinice. Il sangue raggrumato sul corpo senza vita del fratello diventa infatti emblema di una storia in cui la vita non può più scorrere, storia sanguinosa che continua a chiedere sangue e sacrifici e di fronte alla quale Antigone porta quel “filo d’acqua” capace di dar nuova vita al passato della sua famiglia, bloccato in una spirale di violenza. L’Antigone zambraniana è immagine femminile di un diverso modo di vivere la storia, perché creatura che con il suo gesto pietoso offre un sacrificio in grado di farle compiere un viaggio, mossa da Amore e da Pietà, per le zone infernali della storia umana, senza rimanere prigioniera in esse, ma trascendendole, riscattandole, dandogli un tempo e una luce nuova. L’Antigone zambraniana infatti non muore suicida nella sua tomba, ma continua a vivere in un tempo liminale, di confine tra la vita e la morte, in cui dialoga con tutti i personaggi della sua storia, entra in relazione con i diversi vissuti familiari che, amorosamente, districa e dipana assumendoli su di sé. Sono le creature come Antigone, la passione che esse incarnano, che attraversano ogni tempo e ricordano, con il loro sacrificio, la doppia struttura della storia, il suo essere metaforicamente formata dall’incrocio di due legni al cui centro, “patiscono il loro supplizio le vittime propiziatorie della storia umana” (Zambrano 2001a, p. 80). Sono queste vittime al centro della croce che permettono alla storia di muoversi, di non rimanere bloccata, di non consolidarsi in una realtà fissa e immutabile. Riconoscere il valore ultimo di questa storia viscerale, fatta di passione, deve per Zambrano poter portare a reintegrare questa essenziale esperienza nella superficie degli eventi, rivelando come il sacrificio della voci sommerse di tutti i tempi abbia contribuito ad aprire la possibilità dello schiudersi di una nuova vita storica (Boella 1997). Solo scoprendo il senso ultimo del sacrificio nella storia, dandogli un senso, la storia può aprirsi nuovamente alla speranza; solo gettando uno sguardo nella profondità degli eventi, riconoscendone le vittorie e i fallimenti, si intuisce come la storia non sia solo costruita ed edificata dalle grandi azioni dell’uomo, ma anche dalla passione di chi ne rimane ai margini. La donna per lungo tempo è stata nella storia una forza nascosta, sotterranea, viscerale, ma insieme creatrice e particolarmente attiva proprio in quei tempi di crisi che richiedono una trasformazione, un mutamento, una nuova apertura ad un presente in grado di ospitare in sé la novità della speranza. La donna può così agire nel proprio tempo orientandolo e guidandolo al cambiamento; in tale prospettiva la forza femminile sta, in parte, proprio nella sua mai completa visibilità, nell’essere quell’elemento viscerale della storia che compie un movimento di salita e comparsa al tempo per poi tornare nuovamente nei suoi inferni sotterranei, in fedeltà a quell’ “altro mondo” che sorregge e vivifica l’intera struttura del reale. La ragione poetica proposta da Zambrano può giungere a riscattare queste silenziose storie di donne che, legate fedelmente all’anima e al proprio sentire, non hanno partecipato all’avventura maschile dello spirito, della conquista della realtà. La riscoperta di questa differenza femminile di abitare la storia diventa così, per Zambrano, cifra ed emblema di una nuova e diversa possibilità di fare filosofia capace di concepire il sapere come frutto di un cammino personale nella concretezza della propria esperienza. Un sapere finalmente incarnato, capace di congiungere insieme sentire e ragione, anima e spirito, viene così ad essere al contempo il cammino indicato dalla filosofia per fare della storia una continua aurora, nascita perenne dell’uomo al tempo nella ricerca di una nuova libertà. Per questo la stessa invisibilità della donna sul piano storico, pubblico e politico deve per Zambrano poter essere riscattata al fine di portare nuovamente alla luce la ricchezza simbolica ed espressiva di un universo che spesso ci ha lasciato testimonianza di una “diversa maniera di creare” (Laurenzi 2005, p. 22). La donna ha infatti scoperto una differente modalità di partecipare alla creazione, alla libertà, seguendo la silenziosa via dell’Amore che la rende creatura aurorale, perché capace dell’ “offerta consapevole di sé che prelude l’atto creatore” (Dobner 2005, p. 9). Se l’origine della violenza europea è da rintracciarsi per Zambrano nella decisa adorazione di quel Dio veterotestamentario capace di creare il mondo dal nulla, la donna invece ci restituisce con il suo agire, un diverso modo di intendere la creazione. La donna non crea dal nulla, scegliendo di edificare un mondo perfetto, ideale, utopico, ma costruisce ponti di speranza partendo dalla concretezza della realtà in cui si trova a vivere, rimanendo fedele a quella materia dura e resistente che può essere trasformata e vivificata solo se la si percorre dall’interno. Allora, lo stare nella passività, atteggiamento che Zambrano lega all’esistenza della donna, diventa il primo passo da compiere per poter realmente creare una storia nuova; infatti, se “il primo modo di fare i conti con una realtà umana è sopportarla, subirla semplicemente” (Zambrano 2000b, p. 8), questa è la via in grado di portare successivamente l’uomo a prendere piena coscienza di essa. Partire dalla passività per poi giungere a trasformare, attivamente, la propria storia in cammino aurorale che ogni giorno si schiude, senza mai consumarsi, promessa di una verità che non si realizza mai del tutto; cammino di apertura a quella Speranza che si fa così emblema stesso dell’agire della donna nella storia: C’è una speranza, infatti, che non spera nulla, che si alimenta della propria incertezza: la speranza creatrice, quella che estrae la sua stessa forza dal vuoto, dall’avversità, dall’opposizione, senza per questo opporsi a nulla senza lanciarsi in alcun tipo di guerra. È la speranza che crea restando sospesa, senza ignorarla, al di sopra della realtà, quella che fa emergere la realtà ancora inedita, la parola non detta: la speranza rivelatrice, che nasce dal congiungersi di tutti i passi già indicati, perfezionati e accordati all’estremo, che nasce dal sacrificio che nulla spera di immediato ma che è gioiosamente consapevole del suo certo, superato, compimento. È la speranza che cresce nel deserto che si libera dell’aspettarci in quanto nulla si aspetta a tempo determinato, la speranza liberata delle infinità senza termine che abbraccia e attraversa l’intera estensione delle epoche. (Zambrano 1992, p. 118)
Riferimenti bibliografici
Opere di María Zambrano:
Zambrano, María (1992) I beati (1990), Milano: Feltrinelli
Zambrano, María (1997) All’ombra del dio sconosciuto. Antigone, Eloisa, Diotima (1995), Milano: Pratiche editrice
Zambrano, María (2000a) Delirio e destino (1989), Milano: Raffaello Cortina
Zambrano, María (2000b) Persona e democrazia. La storia sacrificale (1958), Milano: Mondatori
Zambrano, María (2001a) La tomba di Antigone (1967), Milano: La Tartaruga
Zambrano, María (2001b), L’uomo e il divino (1955 ), Roma: Edizioni Lavoro
Zambiano, María (2002), Il sogno creatore (1965), Milano: Mondadori
Zambrano, María (2006) La Spagna di Galdós. La vita umana salvata dalla storia (1960), Genova-Milano: Marietti Letteratura critica:
Boella, Laura (1997) La passione della storia, in aut-aut, n. 279, pp. 25-38 Boella, Laura (1998) “María Zambrano”, in Cuori pensanti, Mantova: Tre Lune
Buttarelli, Annarosa (2004) Una filosofa innamorata. María Zambrano e i suoi insegnamenti, Milano: Mondadori
Dobner, C. (2005) Dalla penombra toccata dall’allegria. María Zambrano la donna «filosofo», Roma: OCD
Laurenzi, Elena (2005) Il sapere dell’anima. María Zambrano e José Ortega y Gasset, in Il pensiero di María Zambrano, a cura di L. Silvestri, Udine: Forum, pp. 11-27
Marruz, F. G. (2007) La spada intatta di María Zambrano, Genova – Milano: Marietti
Prezzo, Rossella (1999) Il cominciamento, introduzione all’edizione italiana a M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Milano: Raffaello Cortina, pp. VII-XXIV.
Prezzo, Rossella (2006) Pensare in un’altra luce. L’opera aperta di María Zambrano, Milano: Raffaello Cortina