di Roberto Galaverni

Come parla di poesia Amelia Rosselli? È presto detto: con grande attenzione, intransigenza, precisione. Lo conferma la lettura di un libro importante: È vostra la vita che ho perso. Conversazioni e interviste 1964-1995, a cura di Monica Venturini e Silvia De March, con una prefazione di Laura Barile (Le Lettere, “fuoriformato”, pp. 394, € 35,00). In realtà, a parte un solo frammento del 1964, il volume raccoglie interventi che vanno dalla metà degli anni settanta alla morte della scrittrice. Un ventennio che arriva a cose ormai fatte: dopo il terzo libro di versi del 1976, Documento, la Rosselli accetterà pochissimo da se stessa. Sono tuttavia anni di contatto continuo con la poesia, di lavoro su testi già scritti, di traduzioni e auto-traduzioni, di concentra-zione e di ascolto, non importa se più o meno corrisposto. A ogni pagina traspare, inconsumabile attraverso gli anni, la fedeltà a una vocazione poetica che è stata anche una scelta. Perché di questo si tratta: una vocazione alla poesia “istintiva”, perfino “biologica”, ma poi una scelta, un impegno fin da subito estremamente consapevole, anche del proprio rovescio autolesionistico. II titolo stesso del libro allude all’intrico perverso di magnanimità e d’ingratitudine esistenziale proprie di una decisione così senza mezze misure, così integrale, così assoluta. “Ho scelto di non sposarmi per non distrarmi da lei”, dice la Rosselli. E lei, ovviamente, è la poesia.
Forse anche per la similarità delle domande poste dagli intervistatori, torna attraverso gli anni un giro fisso di ricordi, temi e argomentazioni che fin dall’inizio e poi sempre più appaiono inevitabili. La Rosselli sembra possedere addirittura una memoria espressiva di natura formulare, dove le definizioni riescono tanto più invariabili quanto più rispondono al rischio di un fraintendimento della sua vicenda biografica, della sua disposizione creativa, della sua poesia. Se penso, ad esempio, al proliferare imprevedibile della conversazione di Zanzotto, dentro e fuori, di qua e di là, di su e di giù, e insomma dovunque si possa andare, qui al contrario ci si trova in un viaggio sopra biliari fissati come una volta per sempre. La Rosselli parla di poche cose, ma queste sempre e in tutto decisive. Essenzialità, chiarezza, se possibile verità. La Rosselli non distoglie lo sguardo di lì, non si allontana da quei suoi nuclei basici. Per questo – ed è la cosa che più si può apprezzare nel tono e modo delle sue parole – non è mai facilmente conciliante con i suoi interlocutori. E invece: concentrazione, esattezza, severità, calore, ecco come parla la Rosselli. Così, molto spesso la sua risposta procede attraverso la negazione diretta, il rovesciamento o la rettifica delle premesse implicite della domanda che le viene posta. Evidentemente, questo tono non può essere separato dalla qualità del suo pensiero. Sono le verità – le verità non trattabili – che una giovanissima ragazza approdata a Roma nell’immediato dopoguerra aveva saputo conquistarsi da sé, ripartendo come da zero quando tutto, forse anche i ricordi, sembrava essergli stato dato e poi subito tolto ancora prima di partire.
Non per questo le cose mancano. Gli snodi cruciali -i lutti, la diaspora – della storia familiare, i riferimenti alla vita privata alla sua “vita balorda”, come la chiama), le difficoltà economiche, la malattia, l’insonnia, le ossessioni e il senso di persecuzione, gli snidi musicali, le letture, gli amici, i giudizi sui poeti (sì a Montale, Penna, Saba e Pavese, molto meno credito alla neoavanguardia, troppo accademica e pedante, con l’eccezione sempre ribadita di porta) le riflessioni sui propri libri, la metrica, le scelte linguistiche e espressive dei lapsus… E poi le osservazioni sull’isolamento e la solitudine, intese sì come una ritorsione della vita e del destino, una condizione difficile che si deve subire, ma poi anche come qualcosa di elettivo e d’irrinunciabile, proprio perché coincidente con lo spazio stesso del respiro della poesia. Ed è proprio sulla poesia, sui procedimenti creativi, sul rapporto tra vita e scrittura che vengono fatte le considerazioni più importanti. L’argomentare della Rosselli possiede un impianto teorico semplice e rigoroso. Qui davvero più che mai non tollera che si diano equivoci. Tutti gli interventi raccolti nel libro in fondo gravitano attorno alla rivendicazione della globalità, dell’autonomia, della libertà, del valore attivo delle sue scelte e
dei suoi risultati di poesia. In questo senso, la Rosselli rifiuta qualsiasi incasellamento o rappresentanza meccanica di una parte definita, a partire dalla propria. Di qui l’insistenza sulle risultanze filosofi-che e conoscitive della sua poesia, sull’estraneità alla presa diretta dell’autobiografia e della confessione, sull'”uscita dall’io”. Il suo fondamentale “contenutismo”, come lo definisce con un termine che non ama, allude proprio alla volontà di superare la dimensione privata per accedere a un'”esperienza” non soltanto personale o soggettiva. “La poesia”, dice la Rosselli, “non deve essere confessione, ma ricerca di verità”. O ancora: “la nevrosi non si può farla dilagare in forma di libro da far comprare. È inutile esprimerla come sostanza della poesia”. Ecco allora il costante, ferreo, pervicace riferimento al distacco della conoscenza, alle procedure di composizione poetica, alle scelte del codice metrico, all’oggettivazione linguistica e espressiva, o se si preferisce all'”attenzione a non sbrodolare”…
Questa raccolta di interviste sembra rispondere anzitutto a quanti hanno cercato indebitamente nella Rosselli la legittimazione di una poesia intesa ora come libera verbalizzazione di una presunta, santissima verità psichica e ombelicale, ora come presunzione di un contatto magico, sacerdotale con qualcosa di altrimenti insondabile e indicibile, cadendo così in uno dei più infestanti – se preso per questo verso – “poetesi” della nostra poesia degli ultimi decenni. Non sono una “sibilla”, non sono una “veggente” dice la Rosselli. “Non c’è nulla di profetico nei miei versi […]. Ho costruito la mia poesia anche con l’ispirazione, ma non con le “facoltà magiche”. Ho fatto studi di psicologia, perfino di alchimia, e non ci sono cascata”. Sembra di sentire perfino le parole dì un’intervista del grande Auden, il più intelligente dei poeti: “Potevo scegliere diversi modi di drenare una miniera, ma non mi era permesso usare strumenti magici”. Per chi voglia essere un poeta – è la stessa Rosselli a dirlo – “non v’è differenza”,
E questo vale anche in relazione alla questione essenziale della “femminilità” (o, sul piano sociale e politico, del femminismo), su cui la Rosselli torna molte volte, a ribadire che si tratta di una premessa, di una componente, di una motivazione importante ma mai coincidente con un tutto – la sua volontà di essere poeta, la sua poesia – che non ne discende direttamente, quanto la comprende in sé rimanendo comunque una cosa diversa. Così quello che scrive della sua amata Sylvia Plath credo che valga anche, se non di più, per lei, la Rosselli: “non è mai stucchevolmente femminile, non rappresenta mai l’anima femminile come genere in sé. Quando sceglie qua e là metafore e temi di questa natura lo fa per ricordare al pubblico il suo sesso. Ma quando non ci bada non si indovinerebbe mai. Ha una sua virilità femminile”. Come la Rosselli sapeva che una buona causa non basta a scrivere una buona poesia, così era anche consapevole di essere un poeta, un poeta senza aggettivi, un poeta e basta; e come tale voleva essere letta e compresa. La poesia della Rosselli non è – la parola dunque è sua -una poesia di “genere”.

 

di Franca Fortunato

Nell’ascoltare il racconto di Anna Maria Scarfò alla trasmissione “Chi l’ha visto?”, ho sentito un grande dolore e una grande gioia. Dolore per quella violenza sul suo corpo e per una comunità di donne che non ha saputo o voluto aiutarla. Gioia perché, paradossalmente, quella violenza l’ha resa inviolabile nel cuore e nella mente, dandole la consapevolezza della sua grandezza e della miseria di chi ha abusato di lei, convinto della propria impunità perché uomo, detentore di un “diritto predatorio naturale”. Alle donne che hanno partecipato alla manifestazione, contro quella che hanno definito “gogna mediatica”, dico di voler prendere sul serio le loro parole quando hanno affermato di non voler “chiudere gli occhi di fronte ai problemi che ci sono stati e che ci sono”, ma al contrario di voler “rivedere nella giusta luce, un problema complesso nelle sue tante sfaccettature”. Parole a cui devono seguire, se sincere, comportamenti e atti concreti come il chiedere scusa ad Anna Maria per non aver saputo aiutarla e starle vicina, condannare e non stigmatizzare gli stupratori, a maggior ragione se mariti, figli, fratelli, amici o conoscenti, prendere coscienza che il problema della violenza sul corpo delle donne è nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle relazioni e nell’immaginario sessuale che gli uomini hanno costruito sul loro corpo e sulla loro sessualità. Non ci si nasconda dietro all’appartenenza alla comunità, ma ci si apra alla riflessione, alla discussione e al conflitto, perché tocca agli uomini mettere in discussione un sistema di valori, un modello di relazioni e di mascolinità, che hanno ridotto la sessualità maschile alla dimensione del consumo e del dominio. Il problema della violenza maschile sulle donne non è un problema di Taurianova o della Calabria da cui difendersi, riguarda tutte le zone del nostro paese, la provincia come le grandi città, tutte le classi sociali e i livelli d’istruzione. Un uomo che, insieme ad altri, da anni lavora su se stesso per rendersi libero dal modello di mascolinità tradizionale e dare un senso “altro” al suo essere uomo, Stefano Ciccone, nel suo libro “Essere maschi- tra potere e libertà” così scrive: “Lo stupro ci parla della rimozione della soggettività femminile e di un arbitrio maschile che si impone con la violenza; al tempo stesso apre uno squarcio su un immaginario che rappresenta un corpo maschile come strumento di violazione da imporre con la forza e una sessualità maschile disgiunta dalla relazione, un piacere ridotto a consumo, (…) una sessualità scissa dai sentimenti e dalle relazioni, un desiderio maschile ridotto a “bassi istinti”, e lo stesso corpo che diventa “basso”, sporco, da imporre con la violenza o con il denaro. Se guardiamo al significato simbolico, ai modelli relazionali e all’immaginario, lo stupro è solo l’estrema forma di violenza in uno scenario di relazioni tra i sessi in cui gli uomini ricorrono alle molestie e ai ricatti sessuali sul lavoro, all’arbitrio e all’abuso del potere per imporre alle donne o per ottenere da loro un rapporto sessuale. Uomini politici, imprenditori, impresari cinematografici che impongono o scambiano rapporti sessuali per concedere opportunità di lavoro o di carriera, esprimono un disprezzo per le donne ridotte a oggetti di consumo, ma anche per il proprio corpo e per il proprio desiderio, agiti in un deserto relazionale, che necessitano della mediazione del potere come mezzo di scambio. Costringere una donna a un rapporto sessuale, comprare sesso lungo un viale di periferia, vivere la sessualità come per sua natura predatoria e come portato di un bisogno fisiologico “basso”, è segno di una desolante miseria. Non basta che gli uomini dicano che sono contro la violenza, non basta stigmatizzarla, ridurre in una prospettiva di civilizzazione dei costumi quella che invece è una domanda di senso sulle relazioni tra le persone e degli uomini con se stessi. Riuscire a leggere la miseria che ne emerge e proporre a noi e agli altri uomini un’altra vita, un’altra qualità possibile delle relazioni e della sessualità è il modo per uscire dalla violenza”. È di questo che bisogna parlare e, prima di tutto, lo devono fare gli uomini.

Stefano Rossetti

Nell’oceano di balle governative sulla scuola, che molti giornali diffondono, «l’Unità» spicca per la serietà delle fonti e delle testimonianze. Vorrei aggiungere ad esse quest’ordine del giorno, che il Collegio Docenti dellamiascuola, il Liceo Curie di Pinerolo ha approvato il 23 febbraio, quasi all’unanimità ( 2 voti contrari su 80, nessun astenuto ).
«A fronte di un’operazione propagandistica del Governo riguardo ad una presunta «svolta epocale» nella scuola italiana, manca in realtà completamente qualunque chiarezza legislativa e normativa e, ad oggi, non risultano ancora promulgati né pubblicati i provvedimentiministeriali di riordino della scuola secondaria e, di conseguenza, non possono essere assunte le delibere istituzionali che sarebbero necessarie per formulare una proposta didattica coerente e ponderata.
Mancano completamente le indicazioni didattiche e culturali necessarie per formulare obiettivi credibili eprogrammi coerenti, svuotando così completamente il ruolo professionale degli insegnanti e privando gli studenti e le famiglie dei necessari elementi di giudizio per le loro scelte.
Emerge con chiarezza da quanto diffuso dagli organi d’informazione che il riordino della scuola secondaria risponde unicamente a criteri di riduzione dei costi, con conseguente forte ridimensionamento dei posti di lavoro e netto impoverimento dell’offerta formativa. Da questa situazione caotica e disorientante risulta in modo molto chiaro la volontà del Governo di vanificare il ruolo formativo e culturale della scuola pubblica che, fino ad ora, era un diritto garantito dalla nostra Costituzione.
In queste condizioni noi, insegnanti del Liceo Scientifico Statale M. Curie di Pinerolo ci impegniamo comunque di fronte a studenti e famiglie a garantire la continuazione del nostro lavoro attingendo dalla nostra esperienza e continuando a mantenere alta la tradizione della nostra scuola».

Flora Crescini

Quando ho una sera libera, mi piace andare in piazza del Duomo, per due ragioni: la libreria Feltrinelli è aperta sino alle ore 23 e il Duomo di sera è bellissimo.
Osservo la gente che, come me, passeggia, il clown sui pattini a rotelle, il tenore che canta O sole mio… Ci sono molti bar in piazza e in galleria, ma, poiché fanno prezzi alti, molte persone siedono sui gradini della cattedrale.
Si tratta per lo più di extracomunitari (sudamericani e africani); giungono, come me, in piazza, comprano un panino e una bibita e mangiano all’aria aperta, scambiando quattro parole.
Una sera sono in piazza e vedo, seduto sui gradini, un sudamericano che apre una scatola di tonno. Lo osservo e noto che, dopo aver mangiato il tonno, abbandona la scatola sui gradini. Il compagno, alzandosi, urta col piede la scatola, che si capovolge e lascia colare l’olio.
Penso a mia madre – anziana – che è appena stata dimessa dall’ospedale, perché si è rotta una clavicola, la immagino vicino a quei gradini, che, a passi incerti, cammina. E mi monta la rabbia dentro.
Sto per raggiungere il sudamericano e per dirgliene quattro. “Come tu ti sei seduto su questi gradini, così anche gli altri hanno il diritto di sedersi e di camminarci sopra, senza scivolare”, sarebbe la frase meno adirata che gli direi. Mentre lo sto raggiungendo, penso anche che questa persona appartiene a una razza diversa; ma la spiegazione che mi do non spiega granché.
Mi fermo un istante e mi viene in mente tutta la pazienza che mia madre ha avuto nell’insegnarmi a mettere in ordine le cose, a tenere conto degli altri. Una pazienza di anni. E penso anche a tutta la bontà che ha avuto nel correggermi. A oltranza.
Raggiungo il sudamericano e gli dico: “Senti, forse sarebbe meglio che togliessimo la scatola e che con i fazzoletti di carta assorbissimo l’olio che è caduto sui gradini; così nessuno rischia di scivolare. Facciamolo insieme”. Mi guarda un po’ sbalordito e accetta di fare quanto gli ho proposto. Alla fine ci salutiamo, scambiandoci i nostri nomi.
Credo che parlare di razzismo sia una scorciatoia mentale. Penso che la parola da mettere in campo sia la parola educazione. L’unica che non ci fa fare esoneri morali, perché chi giudica si impegna. E nemmeno, forse, errori politici, perché ci fa essere parte amante in un mondo che, se lo si lascia stare, non fa trarre alcun profitto.

Valeria Andreoli

I “No, io non sono razzista, ma quelli lì proprio non li voglio”. Lo pensavano tutti l’anno scorso nel quartiere Forlanini, una piccola area della periferia milanese stretta tra la tangenziale est e il cavalcavia ferroviario. Perché l’anno scorso al Forlanini è arrivato il Male.
È un quartiere di edilizia popolare sorto negli anni Sessanta e abitato per lo più da pensionati, quegli stessi operai e impiegati arrivati quarant’anni fa e che nel tempo hanno riscattato la propria casa. Le strade sono silenziose e pulite, i giardini condominiali ampi e ben curati. Ma la scorsa primavera, per oltre un mese, questa manciata di vie è stata spazzata da un’ondata di furti con scasso, più di uno al giorno: le porte venivano forzate senza troppa fatica (non sono tantissime, quelle blindate), gli appartamenti passati al setaccio e i cassetti svuotati di collanine e contanti. Mai in passato era successo qualcosa del genere, e per questo motivo il Male non poteva che provenire dall’accampamento di immigrati sorto di recente lungo il vicino viale Forlanini, a ridosso dei muri semidiroccati di una caserma abbandonata.
Si raccolsero firme per chiedere che l’accampamento venisse sgomberato. Io aderii senza indugio, per paura e anche per solidarietà con la mia vicina, una vedova ottantenne la cui casa era stata derubata un pomeriggio in cui lei era andata dal parrucchiere a fare la piega. Persino il Corriere della Sera raccontò dei furti e del terrore della gente, ma non fece alcun accenno al problema dell’accampamento.
Qualche tempo dopo successe quello di cui hanno parlato tutti i giornali e le televisioni: lo sgombero di via Rubattino e dell’area dell’ex caserma. Mi vergognai come raramente mi è successo nella mia vita: lessi di famiglie sbattute in mezzo alla strada, di bambini strappati alle scuole, di pianti e scene di disperazione. Perché “sgombero” non è trasferimento in un’area più adatta né sistemazione presso strutture adeguate; è come un colpo di scopa, via, sciò, fuori di qui.
Eppure pensavo di essere nel giusto, quando firmai quella petizione; l’accampamento di viale Forlanini non ospitava roulotte e camper, ma un carnaio osceno di stracci e lamiere ondulate, che in pochi giorni era passato da qualche decina di senza tetto a svariate centinaia di diseredati – che seppi, poi, essere reduci da sgomberi in altre zone del nord Italia.
Un contadino che vive della frutta e verdura coltivata in una cascina all’interno del parco Forlanini mi raccontò di come l’area dell’ex caserma stentasse ormai a contenere quell’umanità derelitta, mi disse della sporcizia e dell’odore, dei furti nei suoi campi, “ma io la sera faccio un giro col fucile in spalla, così vedono bene cosa li aspetta”.
Poi sono venuti gli sgomberi, e con un bel colpo di ramazza il nostro quartiere si è liberato dei furti.
Ma ora mi chiedo: in quale altra periferia cittadina, proprio in questo momento, si stanno raccogliendo le firme per allontanare gli immigrati ammassati in un prato lì vicino? Dove, qualcuno sta dicendo “no, io non sono razzista, ma…”?

Teresa Pansera

Il mio pensiero parte da circa sei anni fa quando, tornata a Milano dopo quindici anni vissuti sull’isola d’Elba, riprendo possesso dei miei 30 mq. tra l’inizio di via Padova e viale Monza e ci vado a vivere con mia figlia adolescente.
Il caseggiato ha tanti mini e mono locali che, quando me ne andai da Milano, erano abitati da vedove e signorine dai 70 anni in su, quasi tutto femminile. Al mio rientro scopro che quasi tutte le signore sono morte e le case sono abitate da tanti stranieri di tutte le etnie. Presto comincio a fare i conti con: sputi sulle scale, schiamazzi notturni di ubriachi, urla notturne delle prostitute, montagne di mobili e vari elettrodomestici abbandonati in cortile, raccolta differenziata non rispettata, tanta povertà.
Ritorno indietro di 50 anni quando accompagnavo mia mamma infermiera, allora si abitava in periferia, a fare iniezioni nelle case di persone veramente povere oserei dire disperate e mia mamma non voleva essere pagata. Io bambina vedevo quel degrado e vivevo i due locali dove abitavo come una reggia, un privilegio.
Mi sono subito data da fare, ho parlato con le persone italiane della casa le quali sostenevano “Io non sono razzista, ma…”. E la mia risposta è stata: “Ma… diamoci da fare! non permettiamo che il loro malessere che così si esprime ci sovrasti, parliamo con loro, coinvolgiamoli, non parliamo colpevolizzandoli, accusandoli”.
Ho incominciato con il chiamare l’Amsa per portare via le montagne di rifiuti ingombranti e insieme li abbiamo spostati fuori dal portone. Sono andata di casa in casa a portare il regolamento condominiale spiegando l’importanza di avere un ambiente sano e pulito e chiedendo loro di dare il loro contributo.
Lentamente le cose sono migliorate, anche gli italiani pur dandomi della pazza dovevano riconoscere che parlare e fare era meglio che lamentarsi e accusare.
Poi però mi sono resa conto che le persone cambiavano di frequente e bisognava sempre ricominciare da capo.
Ho poi partecipato a una fiaccolata che aveva nelle sue intenzioni dichiarate quella di smuovere le istituzioni per far cessare lo spaccio in zona. Del caseggiato siamo andati in quattro italiani, ma improvvisamente durante il tragitto sono incominciati slogan contro gli stranieri e contro il degrado che questi portano. Dagli slogan mi sono accorta che ero circondata da leghisti e siccome mi sono messa a discutere con un urlatore di slogan mi sono subito trovata circondata e additata come ribelle, non stavo al loro gioco. Tra insulti e imprecazioni me ne sono andata dal corteo.
I miei tentativi di convivere con immigrati sono falliti davanti ai “troppi fattori negativi”, cito dall’articolo di Luisa Muraro “L’accusa di razzismo: scorciatoia mentale, esonero morale, errore politico” (Via Dogana n. 92). Più che falliti mi hanno sfinita e gratificata. Quando me ne sono andata tutto è tornato com’era. Ho capito l’utilizzo dell’accusa di razzismo come scorciatoia, esonero, errore. In questa analisi mi sono ritrovata e finalmente ho fatto ordine tra i miei pensieri, i miei agiti, e gli indottrinamenti, ciò che decidono di farmi vedere e pensare. Leggendo l’articolo mi sono accorta della trappola nella quale è facile cadere e in parte anch’io sono caduta: “È errore politico, le popolazioni si sono opposte a ciò che è stato deciso sulla loro pelle senza che avessero avuto la possibilità di decidere di scegliere”. E ancora: non c’è solo il profitto capitalistico e, come Simone Weil sostiene, ci sono degli obblighi che abbiamo verso gli esseri umani.
Ciò mi porta a pensare quanto il senso politico del vivere è stato perso riducendolo a scorciatoie, furberie, appartenenze elettive, schieramenti.
Se da un lato l’analisi fatta da Luisa con argomentazioni nelle quali ritrovo le mie esperienze e i miei vissuti mette ordine e chiarezza nei miei pensieri, dall’altro lato il dire altolà ricominciamo da Rosarno mi catapulta sotto la mole mastodontica della politica e da questa mi sento schiacciata. In questi ultimi anni mi sono aggrappata agli “obblighi umani” a scuola come nella casa in cui abitavo.

Stiamo assistendo a un dissennato disegno di progressiva demolizione della scuola pubblica.
Il governo taglia i finanziamenti alla scuola pubblica, mentre assistiamo ogni giorno al moltiplicarsi di episodi di corruzione e sperpero del danaro pubblico, sperpero che viene effettuato anche dal ministero dell’ istruzione, con il lancio di piccoli progetti imposti e non necessari (cui le scuole ricorrono per ottenere briciole di finanziamento in più), con corposi progetti di formazione del tutto inutili, con il finanziamento mai lesinato alla scuola privata.
Il taglio delle risorse è un dato macroscopico e ben visibile, ormai denunciato da più parti: sindacati, movimenti di genitori e insegnanti, qualche consiglio di istituto, coordinamenti dei dirigenti scolastici in varie regioni.
La sottrazione di risorse alla scuola pubblica sta vanificando il diritto costituzionale all’istruzione (a prescindere dal censo) e la gratuità della scuola pubblica. Nei bilanci scolastici ormai metà delle entrate sono di provenienza privata, ossia provengono dai genitori degli alunni, chiamati a versare contributi volontari e non, per sostenere il funzionamento didattico (carta, fotocopie, pennarelli, allestimento di laboratori didattici di vario tipo), nonché per l’ampliamento dell’offerta formativa (visite di istruzione, attività sportiva, presenza di esperti in vari progetti) .
Come amministratrici direttamente coinvolte siamo in grado di vedere anche altri aspetti più nascosti e altrettanto insidiosi e poiché non vogliamo assistere al degrado senza assumerci la responsabilità di una denuncia, lanciamo un allarme che riguarda la trasparenza della gestione pubblica e la possibilità di mantenere le scuole come presidi contro l’illegalità.
Nel corso del 2009 il ministero dell’istruzione, dopo aver inizialmente attribuito alle scuole una dotazione finanziaria inadeguata e insufficiente a coprire i fabbisogni, ha poi versato fondi alle scuole in maniera del tutto arbitraria. Ci sono state scuole che hanno ricevuto consistenti finanziamenti aggiuntivi per funzionamento o supplenze, ed altre nulla. Si sono anche verificati casi in cui alcune scuole hanno ricevuto erroneamente un finanziamento duplicato e altre finanziamenti superiori ai parametri stabiliti dalla contrattazione sindacale nazionale.
Da qualche anno le scuole non ricevono più le tabelle dimostrative della ripartizione dei finanziamenti (in ambito nazionale, provinciale o regionale), così che ogni confronto e controllo è diventato impossibile.
Tuttavia le notizie circolano e le scuole si parlano, perché nel disorientamento causato dalla perdita di punti fermi e di elementi basilari del diritto conosciuto, il confronto tra colleghi rimane l’unica vera risorsa, anche se non sempre è facile, perché a volte prevale l’adesione a coltivare il proprio orticello, beati di essere stati beneficati, anche se non si sa a quale titolo. E’ un altro degli effetti indotti dalla volontà di porre le scuole in concorrenza tra loro.
Il ministero ha dichiarato di aver aiutato le scuole in disavanzo di cassa e che continuerà su questa linea anche nel 2010. A nostro avviso non è un criterio accettabile.
Occorre dire che la carenza di soldi in cassa ha cominciato a fare la sua comparsa solo da quando il ministero ha negato le risorse necessarie e pertanto, in primis è dimostrativa solo di questa volontà punitiva. Ma poi, può essere ottenuta in modi che non hanno nulla a che vedere con una corretta gestione e si può arrivare al paradosso di premiare l’illegalità.
Se nelle casse delle scuole ci sono in gran parte fondi non statali e il ministero privilegia la cassa che piange, può sorgere la tentazione di non inserire in bilancio questi fondi, di nasconderli, lasciandoli gestire furori bilancio, in modi non ortodossi. Ma questa scelta alimenterà il lavoro nero: prestazioni di contratti d’opera non più assoggettati a ritenuta d’acconto, acquisto di beni e prestazioni non assoggettati ad Iva, con un effetto moltiplicatore dell’ evasione fiscale e contributiva.
Nella circolare di predisposizione del programma annuale 2010 (e poi anche negli incontri successivi con i sindacati) il ministero chiede alle scuole di “impegnare le spese” anche quando non sono ancora erogate, il che vuol dire iscrivere poste soltanto presunte. Nasce così la possibilità di porre a bilancio spese che non hanno i necessari documenti giustificativi a supporto, solo per dimostrare che i fondi sono tutti impegnati. Quello del ministero è un invito a redigere i bilanci al di fuori di ogni principio contabile.
Che amarezza, per chi ha creduto che la trasparenza fosse un valore non solo da dichiarare , ma da praticare costantemente nella quotidianità e si è prodigata per questo!
A seconda della convenienza il ministero ci indica di volta in volta di seguire criteri opposti, competenza e cassa, e ci tira dentro questo balletto col rischio di venire anche accusate di distrazione di fondi e di essere additate come incompetenti.
In questa situazione è facile che prevalga il senso di sconforto per l’inutilità dei nostri sforzi di continuare a garantire, con responsabilità, un servizio pubblico diretto a cittadini e non a clienti, così come crediamo accada purtroppo anche a molti insegnanti.
Abbiamo bisogno di luoghi di per parlarci, per fare della narrazione della nostra esperienza di lavoro un momento di presa di coscienza e di trasformazione.

 

Paola e Marina
Direttrici amministrative di scuole pubbliche

Gemma De Magistris

La pratica di relazione è una cosa semplicissima o terribilmente complicata? Un po’ me lo sono chiesta durante la redazione allargata di Via Dogana di domenica 14 marzo cui ho avuto la fortuna di partecipare, ma in realtà riguarda il mio quotidiano, il modo di interpretarlo e sentirlo sensato. E poiché nella mia vita una parte forte è occupata per scelta libera e perfino gioiosa, nonostante i tempi duri, dal lavoro che faccio cioè l’insegnante (e non stupisca l’accostamento insegnante e gioioso), la relazione messa in concreto è preziosissima e molto più rara di quanto si potrebbe credere. E cedo allora alla tentazione di raccontare una cosina che avvalora il mio solito “a scuola succede anche questo”.
Uscita didattica: proiezione nell’ambito del festival del cinema africano.
Preparazione classe e burocrazia, ma per un inconveniente tecnico non posso accompagnare io la classe che pure sta lavorando con me in un percorso. Mi rivolgo un po’ imbarazzata a una collega, ma con una ambizione: non voglio che mi sostituisca perché non posso esserci e basta, voglio invece capire se questa occasione può diventare punto di partenza per una relazione personale ed educativa che entri nel vivo della didattica. […] In cambio di questo lavoro si può anche guadagnare e la collega che ha preso il mio posto, infatti, mi scrive: “Stasera voglio ringraziarti per aver pensato a me per accompagnare la nostra classe… è stato un regalo, forse addirittura qualcosa di cui avevo bisogno! Il film, l’ambiente, il tema proposto, il piccolo dibattito successivo con il protagonista della storia, la mattinata trascorsa a cercare di capire, di leggere una realtà, di ricevere dei messaggi…”
Dunque relazioni doppiamente in pratica: noi due colleghe e noi due colleghe insieme con la/le nostre classi.
Cara Clara anche questa piccola cosa può avere il senso di una relazione che si fa pratica? È possibile utilizzare questo dire per me più difficile, quando dalla pratica di relazione parte il movimento? Perché di questo si tratta. Di spostarsi restando nello stesso luogo ma agendo in altra maniera.

Laura Minguzzi

a proposito della notizia data dal Manifesto, mercoledì 17 febbraio 2010, pagina 8: Francia. Insegnanti scioperano contro i tagli
(Anna Maria Merlo, Parigi)

Caro Ministro dell’Educazione Luc Chatel,
scrivo a suocero perché nuora intenda, c’est-à-dire la ns. ministra Mariastellà Gelmini che pare seguire le sue orme e fare la sourde-oreille di fronte ai problemi della scuola, come lei Oltr’Alpe. Mi riferisco a quanto accaduto al liceo Adolphe-Chérioux di Vitry-sur-Seine, e alla sua risposta alle proteste di maestre e insegnanti contro i tagli alla scuola pubblica. A Vitry il 2 febbraio un allievo è stato aggredito a scuola, il 15 un altro allievo è stato accoltellato e in gennaio un terzo è stato ucciso all’interno di un liceo a Créteil, vicino a Parigi. I professori sono scesi in piazza e ci torneranno presto. L’escalation di violenza nelle scuole della banlieue è dovuta a cause interne, i tagli del personale di sorveglianza, cioè meno bidelli e bidelle nei corridoi – meno 16.000 quest’anno e si arriverà a meno 40.000 – per risparmiare. Monsieur Chatel, come Madame Stellà, non vuole sentire parlare di nuove assunzioni e ha proposto una “Giornata di riflessione e di lavoro sulla violenza nelle scuole”. Vuole convocare “i rappresentanti degli enti locali e i sociologi, perché analizzino la questione con un po’ di distanza”. Ma perché non porsi vis-vis? dicono gli-le insegnanti francesi. La realtà da vicino è che con i tagli ci sono classi sovraffollate (40 allievi in classe è la norma), opzioni importanti come l’insegnamento di più lingue straniere abolite (è rimasto solo l’inglese), i programmi sperimentali per aiutare allievi in difficoltà rimessi in causa per mancanza di fondi… Tutto ciò, insieme al ricorso alla videosorveglianza, con la conseguente diminuzione del numero di adulti-e nella scuola, ha fatto esplodere la violenza.
È venuto a mancare, insomma, il lavoro di mediazione delle relazioni umane, la mediazione vivente che contiene, argina, indirizza e guida le giovani menti.
Cari ministri e ministre d’Oltr’Alpe e de chez nous, perché ve ne state tanto lontano dalla realtà nei vostri osservatori, nei vostri ministeri e comunicate in langue de bois a chi vi chiede non indagini, analisi ma ascolto e soddisfazione alle richieste e soprattutto fatti concreti, cioè moneta sonante, investimenti di denaro che prevengano la violenza e ridiano speranza e significato allo stare a scuola, allo studio e alla vita di relazione? Sappiamo che per le cose che ritenete importanti i soldi siete sempre pronti a trovarli e a farli fruttare.

Laura Minguzzi, insegnante di francese

Dal manifesto del 23 febbraio 2010



EFFETTO Fioroni:

mi spiace che questa grande artista non abbia saputo riconoscere che il “Valore Aggiunto” che attribuisce oggi alle artiste è stato conquistato proprio dal movimento femminista, non è capitato per caso Zina

 

di Elena Del Drago


Un grande libro curato da Germano Celant e uscito di recente per Skira è l’occasione per ripercorrere con l’artista la parabola della sua vita. Dalla lezione di Toti Scialoja ai quattro anni di soggiorno parigino, al ritorno a Roma. Nel 1969 un trasferimento cruciale nella campagna veneta insieme al suo compagno Goffredo Parise. Era la stagione in cui lui scriveva i Sillabari e lei raccoglieva nei boschi materiali per la sua arte, che è fatta di pittura, scultura, ceramica, parola, suggestioni derivate dal lavoro e alla vita di Giosetta Fioroni è dedicato un recente volume monografico curato da Germano Celant e edito da Skira (pp. 456, euro 140), che ripercorre come un album di famiglia ampi frammenti di storia dell’arte italiana del Novecento. Seguendo il percorso biografico dell’artista, dalla nascita fino al 2006, scorrono davanti al lettore, insieme ai cambiamenti di interessi, di stile e di linguaggio, quelli del mondo dell’arte frequentato da Giosetta Fioroni, prima a Roma, città allora strettamente legata alle vicende statunitensi, poi Parigi. Sfogliando, infatti, questo ampio catalogo ci si trova di fronte a un lavoro coerente e personalissimo – dalle prime tele neoespressioniste ai celebri argenti, dai teatrini alle ceramiche – che lascia intravedere anche lo sviluppo artistico e letterario del nostro paese: sebbene portatore di una cifra soggettiva preponderante, il lavoro di Giosetta Fioroni è a tratti attraversato dalla condivisione di amicizie profonde: con Toti Scialoja, per esempio, punto di riferimento indiscusso della giovinezza, con Tano Festa, con Franco Angeli, con Mario Schifano, vicini in un momento di grande energia convogliata nella Scuola di Piazza del Popolo, con Goffredo Parise compagno di vita, e poi con tanti scrittori, fotografi, intellettuali.

 


Il libro curato da Germano Celant mette in evidenza un elemento ricorrente in tutte le fasi del suo lavoro: la capacità di proiettare la sua cifra biografica in un contesto pubblico com’è quello determinato dal linguaggio dell’arte.
Questo è, in effetti, l’aspetto che Celant ha voluto privilegiare per la monografia, che dunque comincia con il 1932, la data della mia nascita, perché ha ritenuto che l’elemento biografico sia rintracciabile lungo tutto lo svolgimento del mio lavoro.

 


Lei si sente d’accordo con questa impostazione o la legge come una interpretazione critica?
Se penso all’inizio del mio lavoro, che mi sembra lontanissimo, mi accorgo che molto presto la mia pittura e la mia vita privata si sono fusi in un unico problema centrale, sin da quando, giovane sposa di ventidue anni, mi sono trasferita a Parigi. Poco dopo quel matrimonio è finito.

 


Seguiamo un ordine cronologico, e partiamo dunque dall’insegnamento di Toti Scialoja e dalla sua fascinazione per l’espressionismo astratto, per Gorky, in particolare, al quale lei ha anche dedicato un’opera…
Toti Scialoja per la mia scelta di divenire pittore è stato assolutamente cruciale: mia madre era marionettista e mio padre scultore e la loro influenza ha contato certamente tanto, ma è stato l’incontro con lui a svelare questo mio interesse. Scialoja era un ottimo pittore, un grande poeta, ma soprattutto aveva una capacità straordinaria di comunicare ai giovani le potenzialità emotive intrinseche al rapporto con l’arte. Questa emozione in divenire, che si trasformava in esperienza per alcuni, in riflessione per altri, Scialoja la sapeva raccontare benissimo. Era andato negli Stati Uniti molto presto, agli inizi degli anni ’50, e ne tornò con opuscoli, foto, notizie. Anche la grande impressione derivata dal lavoro di Gorky ce la seppe trasmettere con speciale efficacia. L’Accademia delle Belle Arti era allora un luogo di abbandono, e Scialoja, per poter tenere il suo corso, aveva accettato di chiamarlo Scuola Libera del Nudo. Diventammo amici e lo ritrovai anche a Parigi.

 


Quanto è stato importante il passaggio a Parigi per lo sviluppo del suo lavoro, e che ricordi ne ha?
Ho vissuto stabilmente a Parigi dal ’58 al ’62 e sebbene l’esperienza dell’arte fosse già in via di trasferimento, erano ancora attive presenze molto importanti come quella di Yves Klein. Del suo lavoro mi interessavano gli aspetti performativi più che i Monocromi. Nella galleria Iris Clert assistei alla celebre performance in cui Klein dipingeva le modelle nude con il suo blu contenuto in grandi secchi per poi spingerle con violenza sulle tele bianche: per quel periodo era un gesto rivoluzionario e in più rappresentava un perfetto mix di arte e pittura che mi ha sempre interessato.
Torniamo alle sue diverse tecniche pittoriche: agli inizi degli anni ’60 lei ha cominciato la serie degli argenti. L’argento raffredda, ferma il segno, ma nella sua interpretazione non ha affatto quella valenza industriale, quella vocazione seriale, che invece era tipica della Pop art…
No, all’inizio non aveva affatto questa accezione. Nel ’62, a Parigi, Scialoja e Burri montarono una mia mostra in cui l’argento funzionava da fondale magmatico da cui uscivano segni riconoscibili – il cuore, il telefono, una mano, il segno di un braccio, numeri, come a formare una mappa riconoscibile, che proprio in quel periodo si trasformò, diradandosi. In seguito cominciai a proiettare alcune immagini sulla tela bianca – volti, paesaggi, bambini – e quindi a dipingerli, e l’effetto cambiò drasticamente: quello che era stato una sorta di amalgama, legato all’espressionismo astratto, divenne una pittura vicina a quella metafisica, oppure a certe esperienze di Morandi, piuttosto che alla Pop art, alla quale fu assimilata.
La sua pittura si allontana non solo dalla Pop Art, ma soprattutto da quel certo cinismo che caratterizza, per esempio, il lavoro di Warhol. È d’accordo?
Sì, ricordo che Warhol si vantava di non avere toccato mai i colori. La sua era serigrafia, trattava solo passaggi di colore. Io invece proiettavo elementi qualsiasi sulla tela poi però dipingevo in modo amanuense.
L’elemento della manualità divenne centrale quando lei cominciò a costruire i suoi teatrini e le sue ceramiche, ma era già presente nella sua pittura. Tra l’altro il suo lavoro si segnalava anche anche per uno speciale rapporto con i media…
Il cinema mi ha sempre interessato, ma l’ho sempre inteso solo come un input. Ho cercato di rubare sguardi, volti, elementi per raccontare una emozione, in modo molto distante dagli artisti Pop, che lo hanno reso un simbolo riconoscibile, universale. Il mio atteggiamento, invece, risentiva ancora di una visione romantica.
Romantica? È un termine che suona singolare, oggi.
Si, il mio è stato un percorso sentimentale, legato all’espressività e al fare romantici, e a distanza di tanti anni tutto ciò è diventato persino più evidente. Mi piacerebbe essere stata in grado di rivoluzionare i dati ricevuti dalla tradizione, ma la mia reazione è stata più apparente che reale. Molti della mia generazione si rifacevano più alla pittura metafisica che a quella astratta, venuta in seguito, e io stessa feci un piccolo tentativo di avvicinare il mio lavoro alla Neo Figurazione, che ho sempre aborrito. Mi sembra che il catalogo di Celant chiarisca bene questo punto.
Vogliamo parlare anche della sua riflessione sul corpo femminile?
Non sono stata mai una femminista convinta, ma mi ha sempre interessato capire il peso della femminilità nella società in cui vivo, e come i sentimenti femminili agiscano in senso simbolico su un contesto che cambia così rapidamente.
E il movimento femminista si è reso conto del suo lavoro?
No, non credo. Personalmente ho sentito le rivendicazioni femministe come riduttive di un ruolo che si pretendeva alieno da quello maschile. Quando le donne hanno cominciato a condividere la competitività del mondo del lavoro c’è stato qualcosa di quel decennio che è rimasto sordo. Se guardiamo al mondo dell’arte, per esempio, tutto è completamente cambiato. Una volta partecipai a una mostra collettiva alla Galleria di Cardazzo a Milano: venne un collezionista al quale il mercante propose alcuni lavori. Il collezionista li selezionò e lasciò da parte i miei perché dalla firma capì che erano di una donna. A spiegazione di questa scelta sostenne di non poter investire su una artista, perché presumibilmente si sarebbe sposata, avrebbe fatto dei figli e avrebbe smesso di dipingere. Adesso invece, essere una artista donna costituisce un valore aggiunto.
Lei è d’accordo con la considerazione di Celant che vede il ’69 come un anno spartiacque nel suo lavoro?
Sì, perché in quel momento, ancora una volta, la mia vita personale prese il sopravvento: lasciai Roma con il mio compagno, Goffredo Parise, per andare in Veneto, in campagna. Lì lui scrisse i suoi Sillabari e io cominciai a ricercare materiali. Mi piaceva moltissimo, raccoglievo tutto: penne, piume, sassi, terra, spaghi…
Qual è il suo rapporto con Louise Bourgeois: glielo chiedo perché in entrambi i vostri lavori c’è un rapporto fortissimo con la biografia…
Ho conosciuto tardi Louise Bourgeois, ma il suo lavoro mi interessa moltissimo, credo che abbia compiuto una ricerca eccezionale: anche lei racconta la sua vita intrecciando memorie e scene di infanzia.
Questo libro l’avrà portata, tra l’altro, a ripercorrere la sua esperienza dell’arte fino ai nostri giorni. Qual è secondo lei il momento in cui ha raggiunto la sua massima felicità espressiva?
Per me l’anno più emozionante è stato senz’altro il ’70, quello vissuto con Parise nella campagna veneta. Come ho scritto nel catalogo, il suo racconto titolato Ozio è autobiografico ed è ambientato lì. Vi si legge di un uomo lunatico, che trascorre il tempo senza fare niente, ma proprio in quel non fare niente il lettore coglie il sentimento bellissimo di una vita fantastica. Anche per me quel periodo è stato molto ricco di suggestioni, e per molto tempo ho continuato a realizzare lavori ispirati a quella casa veneta e a quei luoghi.

Le vostre maestre: Irene Gasparini, Flaviana Robbiati, Stefania Faggi, Ornella Salina, Maria Sciorio, Monica Faccioli

Ciao Marius, ciao Cristina, Ana, ciao a voi tutti bambini del campo di Segrate. Voi non leggerete il nostro saluto sul giornale, perché i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. E’ proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola e che hanno continuato a mandarvi nonostante la loro vita sia difficilissima, perché sognano di vedervi integrati in questa società, perché sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacità e la vostra dignità. Vi fanno studiare perché sognano che almeno voi possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri. Sappiamo quanto siano stati difficili per voi questi mesi: il freddo, gli sgomberi continui che vi hanno costretti ogni volta a perdere tutto e a dormire all’aperto in attesa che i vostri papà ricostruissero una baracchina, sapendo che le ruspe l’avrebbero di nuovo distrutta insieme a tutto ciò che avete. Le vostre cartelle le abbiamo volute tenere a scuola perché vi aspettiamo sempre, e anche perché non volevamo che le ruspe che raderanno al suolo le vostre casette facessero scempio del vostro lavoro, pieno di entusiasmo e fatica. Saremo a scuola ad aspettarvi, verremo a prendervi se non potrete venire, non vi lasceremo soli, né voi né i vostri genitori che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare. Grazie per essere nostri scolari, per averci insegnato quanta tenacia possa esserci nel voler studiare, grazie ai vostri genitori che vi hanno sempre messi al primo posto e che si sono fidati di noi. I vostri compagni ci chiederanno di voi, molti sapranno già perché ad accompagnarvi non sarà stata la vostra mamma ma la maestra. Che spiegazioni potremo dare loro? E quali potremo dare a voi, che condividete con le classi le regole, l’affetto, la giustizia, la solidarietà: come vi spiegheremo gli sgomberi? Non lo sappiamo, ma di sicuro continueremo ad insegnarvi tante, tante cose, più cose che possiamo, perché domani voi siate in grado di difendervi dall’ingiustizia, perché i vostri figli siano trattati come bambini, non come bambini rom, colpevoli prima ancora di essere nati. Vi insegneremo mille parole, centomila parole perché nessuno possa più cercare di annientare chi come voi non ha voce. Ora la vostra voce siamo noi, insieme a tanti altri maestri, professori, genitori dei vostri compagni, insieme ai volontari che sono con voi e a tanti amici e abitanti della nostra zona. A presto bambini, a scuola.

Antonella Cattorini Cattaneo

Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi. La più ampia raccolta di poesie finora pubblicate e altri scritti, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino. In omaggio il dvd Poesia che mi guardi di Marina Spada ( prodotto da Renata Tardani per Miro Film , Luca Sossella Editore, Bologna 2010). Euro 20,00

“Le mie parole sono le immagini , immagini per non sentirmi estranea, per darmi un motivo nel mondo. Leggo le parole dei poeti per capire il mio cuore e quello degli altri”.
Con questa frase di Antonia Pozzi, mentre scorrono immagini della Milano di oggi, si apre il film a lei dedicato dalla regista Marina Spada, ora in vendita abbinato ad un libro che comprende la più ampia raccolta di scritti di e su Antonia, finora pubblicati.
In queste brevi righe è possibile rintracciare il filo conduttore del lavoro della Spada che ha sfidato un’ affermazione del regista E.Rohmer, recentemente scomparso: “L’unica cosa che non è filmabile è la poesia”. Dopo tre anni di lavorazione ha infatti messo a punto una pregevole sintesi cinematografica di brani visivi e letterari per ricordare e far rivivere la poetessa lombarda nata a Milano nel 1912 e lì morta per sua mano nel 1938, a 26 anni. Una vita giovane che nel film è ricostruita e scoperta da quattro giovani veicolando immagini e poesie, servendosi di differenti mezzi comunicativi. Dai più tradizionali e vicini alla stessa Pozzi che amava fotografare e farsi riprendere in filmini amatoriali, alle più attuali pagine web e poi ai volantini, ai manifesti pubblicitari che circoleranno nell’intera città e, naturalmente, al cinema.
Nel lavoro della Spada il tema della comunicazione è centrale e sostenuto proprio dalla poesia, capace di superare barriere spazio-temporali e vincere i limiti delle tradizioni e delle mode. Antonia Pozzi, con la sua faticosa esperienza esistenziale visse fino in fondo questa scelta artistica soffrendo le molte incomprensioni della sua famiglia alto-borghese e, in parte, del gruppo di intellettuali che frequentava. Ovvero gli allievi del filosofo Antonio Banfi, docente di Storia della filosofia e di estetica presso la Regia Università di Milano e con il quale ella si laureò con una tesi su Flaubert.
Le sue scelte di vita e la sua scrittura furono poco accolte o addirittura negate da chi viveva accanto a lei in quegli anni e a fatica rinunciava a scelte espressive e culturali estranee al regime fascista. La sua linea comunicativa era invece diaristica, relazionale, inquieta e corporea. La Spada ho colto molto bene quest’ultima dimensione della poesia di Antonia Pozzi affidando ad uno studente universitario di Medicina,”contagiato” come gli altri protagonisti, dal “virus poetico”, tale affermazione: “Secondo me i medici hanno bisogno dell’aiuto dei poeti. In fondo il medico e il poeta fanno lo stesso lavoro, guardando al di là della superficie, sotto la pelle delle cose”. Anche sostando sulle fotografie della Pozzi che in parte scorrono nel film ( si veda anche il bel catalogo ANTONIA POZZI, Nelle immagini l’anima, Antologia fotografica a cura di L. Pellegatta e O.Dino, Ancora, Milano, 2007), è possibile rintracciare l’attenzione vivissima alle cose, ai corpi naturali, come le amatissime montagne, i paesaggi della Valsassina, i lavoratori e lavoratrici della terra, i bambini. Non fu solo la scuola di Banfi, studioso della fenomenologia husserliana , a farle apprezzare e descrivere le cose che sono. E’ infatti possibile scorgere nelle sue parole e nelle sue immagini il realismo della più ricca tradizione lombarda e la cura tutta femminile della corporeità. Graziella Bernabò nel suo saggio parla infatti della grande capacità letteraria della Pozzi di utilizzare il linguaggio metonimico vicino al sentire corporeo della donna e così di restituire l’immaginario femminile sia nella sua vena più malinconia sia nella fiera consapevolezza della sua identità. Con la Bernabò è suor Onorina Dino, responsabile dell’Archivio Antonia Pozzi di Pasturo a curare questa raccolta di poesie, pagine di diario e lettere di Antonia. A loro si deve anche la selezione di alcuni scritti critici e la bibliografia molto nutrita e in costante aggiornamento on line da Tiziana Altea sul sito www.antoniapozzi.it
Diverse voci di donne – la regista, la produttrice , le curatrici della raccolta letteraria e alcune firme dei saggi critici – e opere sotto un titolo solo-un verso della poetessa – idealmente unite a lei e a molte altre nella ricerca di immagini e di parole per darsi ” un motivo nel mondo”.

Da Il paese donne donne

Riflessioni per un intervento alla Scuola di scrittura pensante di Luisa Muraro

di Sara Gandini

Lo scambio, la scrittura via Internet ha rappresentato nella mia vita una grande possibilità per fare politica in relazione. Io sono arrivata alla Libreria delle donne di Milano, il luogo a cui dedico la mia passione politica da 10 anni, grazie a poche sapienti parole di una professoressa che ha saputo incuriosirmi, spiazzarmi, mettere in discussione le mie certezze riguardo al femminismo e, da sapiente ragna, attirarmi nella rete della Libreria.

Poche parole lucenti, da parte di una donna autorevole, mi hanno messo in moto. E qui subito esce la questione: lo scambio via internet necessita una comunicazione veloce e bisogna imparare a scegliere con cura le parole. Ma anche ad usare “i silenzi”: quando e se rispondere, come dare valore alla non-risposta, alla sottrazione, come esserci con autorevolezza… Il contesto era quello della Rete civica di Milano che si basava su conferenze, scritte, pubbliche.

Nei social network la scrittura pubblica si intreccia con quella via mail. Uno degli aspetti che più mi ha attirato della scrittura per mail è quello della comunicazione in una relazione duale, caratterizzata da uno spazio intimo.
Si tratta di un linguaggio meno formale e più vicino ad un flusso di pensieri, di associazioni. Si tratta di una comunicazione spesso molto personale. Il fatto che la comunicazione dipenda dallo schiacciare un pulsante permette un’immediatezza difficile in altri ambiti.

La velocità dello scambio via mail e avere di fronte un video, e non l’altra persona, comportano la possibilità di essere più impulsivi, di prendere coraggio per vincere timidezze e paure, di scambiare a livello profondo, di abbassare le difese e conoscere le persone in una dimensione quasi magica, con una modalità che raramente si vive di persona.
La tensione a scrivere per l’altro, avendo di fronte un video, è segnato dalla possibilità di lasciarsi trasportare dallo sguardo dentro di sé e di mostrarsi con meno remore.
Alcuni di questi scambi sono stati per me grandi occasioni di conoscenza di me stessa, prima di tutto, per esplorare le mie contraddizioni, per mettermi in discussione.

In questo tipo di scrittura molte regole della lingua scritta saltano, come l’uso delle maiuscole ad esempio, e si comincia anche ad inventare modi più creativi di usarle. Per esempio urlare usando solo maiuscole.
Internet può portare anche a disimparare a scrivere perché si usano frasi brevi, spesso vicine al parlato, ma nella mia esperienza la necessità di dover comunicare, e farlo al meglio, mi ha spinto a mettere molte energie nella scrittura, a porre attenzione a quali modalità risultavano più aggressive, più comunicative, più efficaci.
L’urgenza di comunicare, di entrare in relazione è stato un in sé un impulso non da poco.

Per essere efficaci le nuove realtà di internet come Facebook permettono di intersecare strettamente il linguaggio scritto con immagini, video, musica. Le immagini interagiscono molto di più con la scrittura, che quindi può diventare più essenziale. L’esigenza di comunicare le emozioni, gli stati d’animo ha portato ad usare sempre più gli smileys: faccette disegnate attraverso la punteggiatura che rappresentano un modo per far entrare il corpo nella comunicazione. Oramai usare smiley è diventato essenziale per interpretare correttamente, perchè il linguaggio è molto vicino a quello parlato, ma senza l’aiuto della voce, della tonalità.

L’assenza del corpo pone la questione del neutro, di come segnare la differenza sessuale. Nei social network si adottano una serie di parole come amministratore, fondatore, responsabile, tradotte dall’inglese e solo al maschile, che fanno problema per chi vuole segnare il mondo con il taglio della differenza sessuale. E qui ci vogliono invenzioni, neologismi come il nostro WebMater per il sito della libreria delle donne.

È importante inventare dei modi per rinominare, per segnare, per significare… senza fare battaglie inutili con i vari amministratori come quelli della grande macchina di Facebook (FB). Nel gruppo Libreria delle donne che ho creato su FB ad esempio ho deciso di aggiungere io, al nome della amica con cui gestisco il gruppo, una specifica “fondatrice e amministratrice” che spicca vicino alla specifica di FB tutta al maschile, e segna simbolicamente molto di più di qualsiasi battaglia formale sulle regole.

Facebook è un social network che si basa sul mettere al centro del mondo la propria soggettivita’ (libro di facce), sull’idea di mettere la foto del proprio viso come firma su ogni cosa che si scrive. Altro aspetto cu sui si fonda basa è l’amplificazione all’infinito di “amicizie” che in realtà sono semplici contatti con persone sconosciute.
Quindi, in realtà, si tratta di un soggetto che parla di sé a sconosciuti, al mondo, con il rischio, la tentazione che attira molti, dell’esaltazione dell’ego e allo stesso tempo della dispersione nel nulla, negli infiniti modi che propone per annullare la mente in giochini alienanti, in test sciocchi su chi si è o su chi si vorrebbe essere, su quale animale o personaggio storico ci rappresenti.


Nascono ogni giorno mille cause da sostenere
, mille appelli sui più svariati problemi socio-ecologico-politici, ideali per mettere a posto la coscienza di chiunque senza approfondire nulla. E così l’essere qualcuno o qualcosa, l’importanza di un evento, di una causa, dipende dal numero di firme: il numero di facce che sottoscrivono.

Il rischio è che l’aderire alle mie cause, fan club, gruppi diventi il proprio logo (vedi No logo della Klein), che la propria esistenza simbolica dipenda dal mettere la propria firma ad una certa causa gruppo: NoTAV, No Berlusconi…, per cui sei qualcuno in quanto appartieni sostieni determinati gruppi.
Inoltre c’è il rischio di semplificare il mondo stravolgendolo, così ad esempio la lotta contro la violenza maschile si trasforma in “eviriamo tutti i pedofili”…

Per partecipare a questi social network ci si deve iscrivere ma in realtà nessuno controlla e le persone hanno cominciato a giocare con le identità, iscrivendosi con altri nomi, mettendo qualsiasi tipo di immagine al posto della foto del proprio viso…
Scegliere chi si vuole essere, poter creare personalmente mille gruppi, test, cause, poter pubblicare tutto quello che si vuole implica che Internet sia un luogo libero come può sembrare? No.

Questa enorme macchina, con milioni di utenti, ha certamente aspetti inquietanti. Infatti può addirittura capitare che cancellino il proprio profilo da un momento all’altro per delazione di un qualche utente, senza che si possa fare nulla.
A me è capitato che mi cancellassero una foto di Francesca Woodman, perché infastidiva una donna che l’ha segnalata.
Si trattava di una foto di una donna incastrata tra le radici di un albero, la scusa è che si vedeva il seno di questa donna, in realtà è una foto inquietante e deve avere infastidito.
Così senza discutere è stata cancellata, nonostante ci fosse un gruppo su Facebook dedicato a questa fotografa in cui ci fossero mille altre foto sue con lei nuda.

Ho tentato di discutere con i gestori di Facebook e mi è sembrato di discutere con un qualcuno senza forma, che rispondeva con frasi standard, seguendo regole insensate, desideroso solo di evitare discussioni. Così ho deciso di ribellarmi a mio modo e ho rimesso la foto e non è più successo nulla.

Perché rimango in FB nonostante questi aspetti così inquietanti?
Perché ho conosciuto un sacco di donne, e alcuni uomini, che non avrei mai incontrato senza Facebook e con cui ci scambiamo documenti, poesie, articoli e filmati.
Donne e uomini interessanti che magari non incontrerò mai fisicamente nella mia vita, perché abitano lontano, perché fanno altre vite, ma da cui imparo e con cui sento affinità, un filone di ricerca simile. FB permette di scambiarsi materiali, informazioni e non dover dipendere dai media classici, permette di fare cultura e da la possibilità di sentirsi soggettivi vivi e creativi.
Ricordo ad esempio gli scambi partiti da un poesia della Cvetaeva, della Szymborska o le discussioni nate dai testi della Lonzi: che senso hanno le loro parole al giorno d’oggi? ci parlano ancora? ha senso parlare di uomini o donne, di differenza sessuale? Un mondo di riflessioni, di scambi che nasceva da parole lontane che ritornavano a significare.
Ovviamente la mia identità, la mia vita sociale, la mia politica non dipende da Facebook ma se si impara ad usare questi mezzi (che non sono solo mezzi) con intelligenza forse un’altra politica è possibile 😉

Gemma De Magistris

Su Milano City leggo che il preside di un liceo romano ha pensato di fornire agli studenti una tessera con chip per registrare presenze e ore di entrata e uscita.
Qualche rigo più sotto: il ministro Brunetta ha annunciato il ricorso agli sms (certo più economici di tessere, badge e chip) per migliorare le comunicazioni con i cittadini. Anche i genitori saranno informati di assenze o cattivi voti dei figli ricorrendo alla rete o agli sms. L’articolo aggiunge che circa 500 scuole in Italia utilizzano registri elettronici in modo che ogni genitore può collegarsi con il sito della scuola e, tramite password, conoscere voti, assenze, comportamento e in seguito chissà.
Come madre provo un primo senso di sollievo: vigilanza assicurata, non avrò più bisogno di chiedere alle mie figlie come va, tanto lo saprò collegandomi con la loro scuola. Come docente di una scuola superiore penso: “Sarà tutto più semplice, inserisco ogni 4 (magari anche un 8) in rete ed è tempo risparmiato per tutti”.
Ma si insinua lentamente dentro di me un senso di disagio: senza davvero volerlo, da mamma-docente comincio a sentirmi un po’ delatrice.
Insegno da circa 30 anni, sono madre da 20. In tutto questo efficiente sistema di comunicazioni in tempo reale, dove vado a collocare i nostri ragazzi e le nostre ragazze, questi sconosciuti lazzaroni, fragili e perfino un po’ disperati se devo credere all’altro articolo presente nella stessa pagina? Secondo un’indagine Gallup, i giovani italiani risultano in coda per aspettative e speranze.
Ma come faccio passare nelle mie classi la fiducia se dopo un’interrogazione mi precipito al computer invece di incastrare la mia studentessa, che di certo conosco anche un po’, per chiederle se non ha studiato, se non ha capito, se non ha voglia? Certo è faticoso per me che chiedo, per lei o lui che qualcosa risponde, o bofonchia magari mandandomi tacitamente o meno al diavolo. Un sms al cellulare della mamma, un numero nel registro elettronico e sono libera da ogni responsabilità.
Come cercare strategie, correggere metodi, trovare insieme strumenti per partire da sé e imboccare il sentiero parmenideo del sapere per desiderio?
Peccato che io abbia a che fare con persone, ognuna di loro con problemi, caratteri, potenzialità, e dinamiche familiari diverse… Davvero un peccato perché questi metodi così efficienti mi trasformano in una burocrate privandomi di ogni possibilità di relazione. ?Siamo proprio certe, care colleghe e colleghi, cari dirigenti scolastici, cari genitori di volere davvero annullare una comunicazione basata sul tono di voce con cui viene annunciato un votaccio o anche un bel voto, il linguaggio di questi corpi in crescita goffi, di quei toni spavaldi e timorosi insieme, di quegli sguardi che vogliono rassicurare e forse (certo non sempre) chiedono?
Il buon vecchio Aristotele, forse nemmeno tanto buono, sosteneva che per una “amicizia” (relazione, accettazione dell’altro per se stesso) occorreva la consuetudine della frequenza. Le mie studentesse riflettendo su questo spesso affermano: “È vero prof., con un sms o con una mail manca qualcosa!”
Ma allora perché non risparmiare sul serio energie, parole, e molti soldi?
Perché non fare una scuola senza scuola? In poche ore mi collego, invio appunti, qualche nota, numeri di pagine e poi, sempre on-line, interrogo, valuto e comunico alla famiglia.
Ma cosa stiamo facendo? Ma questo mondo lo vogliamo abitare insieme mostrando che ci sono altre strade che non il muto e tetro esercizio del potere?

Viola Papetti

Non si può dire che la veste tipografica di questa antologia Corporea Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, con l’indispensabile prefazione di Liliana Borghi (Le Voci della Luna Poesia, Segni/4, pp. 204, € 12,00) sia vanitosa, e ostenti la patinata eleganza che sempre ricopre il femminile. Anzi, sono quasi irritanti nella loro ambiguità le immagini derivate da nove opere di Francesca Romana Pinzari: grigie, nere, rossastre parti di un corpo femminile seminudo, non si capisce se abbracciato o torturato, intercalate fra poesie, in inglese e in italiano, di scrittrici famose negli ultimi quarant’anni, da Margaret Atwood a Alice Walker.
Pagine dai margini ristretti, suppongo per economia, ma che danno anche un’idea di forzata costrizione entro gabbie, piccole carceri individuali da cui la scrittura fuoriesce come un urlo educato alla forma, uno strappo che però non lacera il foglio. Non rinunciano a prendere parola, per quanto il prezzo sia alto e lo sforzo al limite, come nel caso di Judith Wright, australiana, poco conosciuta da noi, qui con un’unica poesia “Naked girl and mirror / Ragazza nuda e specchio”.
il corpo delle donne è capace anche di scherzare, ma in genere si sente in fuga, tende a svincolarsi dalla proprietaria. “Questa non sono io. Una volta ero senza corpo” lamenta Wright, e con lei molte di noi. Anche Margie Piercy in “My Mother’s Body / il corpo di mia madre” dice l’estrema angoscia di non riconoscersi se non nel corpo di un’altra, inevitabile, ostile. La figlia è derubata dalla madre, la madre dalla figlia. Che sia il doppio culturale del sé femminile, o un doppio biologico, installato al principio e alla fine della vita della figlia (e alla fine di quello della madre) la minaccia è distruttiva. “Questo corpo è il tuo corpo, ceneri ora / e rose, ma vivo nei miei occhi, nei miei seni, / la mia gola, i miei fianchi. Tu fai scorrere in me / un sapore di sale negli affluenti del mio sangue, / / mi canti nella mente come vino. Ciò che / non hai osato in vita l’hai osato nella mia”.
Questa piccola antologia fa pensare a un arco teso per uno sforzo quasi impossibile, anche se necessario. Il percorso del pensiero femminista non è né facile né facilmente accessibile, e direi però che la poesia meglio di altri generi letterari può rendere i picchi improvvisi, e i ristagni paludosi. O un’estetica nuova ispirata da corpi che non obbediscono ai canoni correnti, vedi “Homage to My Hips / Tributo ai miei fianchi” di Lucille Clifton: “questi fianchi sono fianchi larghi / hanno bisogno di spazio per / andarsene in giro…”, e di Tania Rochelle “My Ass Says Hello / il mio culo saluta”: “da li dove, improvvisamente riempie tutto lo specchio. Vuole portarmi a comprare taglie comode, mi / prega di smetterla con il jogging, ‘Basta nat-chine / e lattughine!”. Negli interstizi della psiche angosciata la parola nuda della poesia penetra come una fredda lama, e scosta il groviglio delle emozioni. Si può parlare di acne, anoressia, bulimia, mastectomia, menarca, gravidanza, parto… con impudicizia. Sotto il titolo “Desiderio” c’è una scelta volutamente limitata di poesia erotica femminile perché già in parte tradotta in una antologia del 2006, Gatti come angeli (a cura di L. Magazzeni e A. Sirotti). Superfluo osservare che è una spiritosa, amabile, commedia a due, sia la coppia etero o omo, sia che si tratti di sedurre un architetto troppo impegnato nel suo lavoro ( Laux), o incastrarsi opportunamente per dormire abbracciati (Stevenson), o mantenere simbolicamente luminoso (qui l’altra assente è rappresentata dal suo giro di perle) il desiderio algido di lei (Duffyl). Sharon Olds, americana, è la più intima con la parola e con il racconto dell’eros, quella che fa sentire il respiro e la febbre e il grido dell’orgasmo anche se è così sofisticata da imitare la sillabazione fratturata e ansimante dell’Hopkins degli ultimi sonetti. Olds è una mistica di passioni e invasioni non divine, ma corporee. “The Factors / I vasai” rinnova il linguaggio erotico e la narrazione dell’atto. “Non si può chiamarla / pazienza, quando ti inginocchi, ti giri, / ti alzi, tirandolo, spingendolo fuori / l’amore prodotto in ognuno / metà d’un dio, che chiama / l’altra metà, dentro l’altro, / vieni, vieni, sì o mio tesoro, mio / carissimo, vieni”. In “When it comes / Quando arriva” si chiede cosa pensino gli uomini quando arriva il sangue mestruale: “… noi guardiamo il sangue versarsi lento dal nostro sesso, / come se la terra sospirasse lievemente, / e la sentissimo e la vedessimo, / come se la vita gemesse un poco, di meraviglia, e noi fossimo lei”. L’intelligenza del corpo che sa e produce meglio dello spirito è esaltata anche da Stevenson, Feinstein, Clanchy… a guardare bene in tutte. E da lì infatti muove il nuovo linguaggio delle donne. Che però si appanna quando deve parlare dei non nati, il loro “barlume” di moscerini, piccoli fantasmi dolorosi che si aggirano di notte nei sogni della non madre. Invece il colloquio con il proprio corpo diventa più abituale con la malattia e la vecchiaia. La poesia accenna un sorriso nel sonetto alla vagina di Joan Larkin, e nel giocoso, felice progetto covato da Jenny Joseph, di trasformarsi in vecchia stracciona. Diventa dura, prosastica, quando affronta il tema dello stupro, sfugge si direbbe. La ‘cosa’ in questione non si lascia facilmente mettere in bella forma. “Certi giorni quando ci baciamo / chiudiamo gli occhi. / Certi giorni quando chiudiamo gli occhi / ci baciamo. / Certi giorni non leggiamo il giornale” (Mary Dorcey, “A Woman in Another War / Una donna in un’altra guerra”. Ho tralasciato di parlare di due autrici ben note in Italia, Adrienne Rich e Margaret Atwood, per dare spazio ad altre poco o niente conosciute. Forse Carol Ann Duffy, di luminoso, scintillante wit, meriterebbe un libro in italiano tutto suo. Ottimo il lavoro delle traduttrici quasi sempre anche curatrici (Magazzeni, Mormile, Porster, Robustelli), a cui vorrei aggiungere un particolare apprezzamento per Elisa Biagini che da tempo e in più occasioni si è fatta traghettatrice di questa poesie.

Luca Sossella Editore 2010

Poesia che mi guardi. La più ampia raccolta di poesie finora pubblicate e altri scritti, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino. In omaggio il dvd Poesia che mi guardi di Marina Spada ( prodotto da Renata Tardani per Miro Film , Luca Sossella Editore , Bologna 2010). Euro 20,00

“Le mie parole sono le immagini , immagini per non sentirmi estranea, per darmi un motivo nel mondo. Leggo le parole dei poeti per capire il mio cuore e quello degli altri”.
Con questa frase di Antonia Pozzi, mentre scorrono immagini della Milano di oggi, si apre il film a lei dedicato dalla regista Marina Spada, ora in vendita abbinato ad un libro che comprende la più ampia raccolta di scritti di e su Antonia, finora pubblicati.
In queste brevi righe è possibile rintracciare il filo conduttore del lavoro della Spada che ha sfidato un’ affermazione del regista E.Rohmer, recentemente scomparso: “L’unica cosa che non è filmabile è la poesia”. Dopo tre anni di lavorazione ha infatti messo a punto una pregevole sintesi cinematografica di brani visivi e letterari per ricordare e far rivivere la poetessa lombarda nata a Milano nel 1912 e lì morta per sua mano nel 1938, a 26 anni. Una vita giovane che nel film è ricostruita e scoperta da quattro giovani veicolando immagini e poesie, servendosi di differenti mezzi comunicativi. Dai più tradizionali e vicini alla stessa Pozzi che amava fotografare e farsi riprendere in filmini amatoriali, alle più attuali pagine web e poi ai volantini, ai manifesti pubblicitari che circoleranno nell’intera città e, naturalmente, al cinema.
Nel lavoro della Spada il tema della comunicazione è centrale e sostenuto proprio dalla poesia, capace di superare barriere spazio-temporali e vincere i limiti delle tradizioni e delle mode. Antonia Pozzi, con la sua faticosa esperienza esistenziale visse fino in fondo questa scelta artistica soffrendo le molte incomprensioni della sua famiglia alto-borghese e, in parte, del gruppo di intellettuali che frequentava. Ovvero gli allievi del filosofo Antonio Banfi, docente di Storia della filosofia e di estetica presso la Regia Università di Milano e con il quale ella si laureò con una tesi su Flaubert.
Le sue scelte di vita e la sua scrittura furono poco accolte o addirittura negate da chi viveva accanto a lei in quegli anni e a fatica rinunciava a scelte espressive e culturali estranee al regime fascista. La sua linea comunicativa era invece diaristica, relazionale, inquieta e corporea. La Spada ho colto molto bene quest’ultima dimensione della poesia di Antonia Pozzi affidando ad uno studente universitario di Medicina,”contagiato” come gli altri protagonisti, dal “virus poetico”, tale affermazione: “Secondo me i medici hanno bisogno dell’aiuto dei poeti. In fondo il medico e il poeta fanno lo stesso lavoro, guardando al di là della superficie, sotto la pelle delle cose”. Anche sostando sulle fotografie della Pozzi che in parte scorrono nel film ( si veda anche il bel catalogo ANTONIA POZZI, Nelle immagini l’anima, Antologia fotografica a cura di L. Pellegatta e O.Dino, Ancora, Milano, 2007), è possibile rintracciare l’attenzione vivissima alle cose, ai corpi naturali, come le amatissime montagne, i paesaggi della Valsassina, i lavoratori e lavoratrici della terra, i bambini. Non fu solo la scuola di Banfi, studioso della fenomenologia husserliana , a farle apprezzare e descrivere le cose che sono. E’ infatti possibile scorgere nelle sue parole e nelle sue immagini il realismo della più ricca tradizione lombarda e la cura tutta femminile della corporeità. Graziella Bernabò nel suo saggio parla infatti della grande capacità letteraria della Pozzi di utilizzare il linguaggio metonimico vicino al sentire corporeo della donna e così di restituire l’immaginario femminile sia nella sua vena più malinconia sia nella fiera consapevolezza della sua identità. Con la Bernabò è suor Onorina Dino, responsabile dell’Archivio Antonia Pozzi di Pasturo a curare questa raccolta di poesie, pagine di diario e lettere di Antonia. A loro si deve anche la selezione di alcuni scritti critici e la bibliografia molto nutrita e in costante aggiornamento on line da Tiziana Altea sul sito www.antoniapozzi.it
Diverse voci di donne – la regista, la produttrice , le curatrici della raccolta letteraria e alcune firme dei saggi critici – e opere sotto un titolo solo-un verso della poetessa – idealmente unite a lei e a molte altre nella ricerca di immagini e di parole per darsi ” un motivo nel mondo”.

La storia La confessione di un magazziniere di 60 anni: ero ossessionato, i carabinieri mi hanno bloccato mentre andavo dalla mia ex con un coltello
Nella mente dello stalker: vivevo per ucciderla
Minacce per anni. «Ogni volta che penso a lei vado dallo psicologo»

di Mottola Grazia Maria

MILANO – «”Morta lei, starai bene”: le parole che sentivo nel sonno, come un altro me stesso che mi diceva quello che dovevo fare». E seguendo quella voce da incubo Angelo (nome di fantasia), 60 anni, magazziniere di Milano, si trova con un coltello in mano, lungo la strada diretta a casa dell’ ex fidanzata, deciso a eliminare lei, amata-odiata, «unica fonte del mio dolore». «Mi fermarono i carabinieri, fu come svegliarmi da un brutto sogno, al momento non mi spiegai come avessi fatto ad arrivare fin lì». Ma oggi Angelo lo sa. Dopo un percorso di anni (ancora non è finito), con l’ aiuto dell’ Osservatorio nazionale sullo stalking (www.stalking.it), l’ uomo ha ricostruito le tappe di un’ ossessione assurda che poteva sfociare in tragedia. «Conobbi Maria (nome di fantasia) in azienda, aveva qualcosa di speciale, anche lei era molto attratta da me». Una storia di pochi mesi: lui sposato con un figlio; lei, quasi trent’ anni di meno, con qualche problema di salute. Per questo Maria si trasferisce al Sud, nel paese natale. Angelo la sostiene, e la relazione continua al telefono: «Ero sicuro di lei, mi chiamava in continuazione, l’ aiutai a comprare una macchina». È Angelo a consegnarle l’ auto in paese: «Fu l’ occasione per stare tre giorni insieme, ma alla stazione successe l’ inverosimile». Maria, senza spiegazioni, come spesso accade, lascia intendere che la liaison non avrà seguito: «Ci sentiamo a Natale, non prima». Angelo incassa, poi si sente male. «Era come se mi fosse crollato il mondo addosso, finii all’ ospedale, la cercai al telefono, lei non rispose». Quella frase alla stazione fa scattare il delirio. «Da quel giorno non fui più lo stesso, stavo male, sentivo un bisogno irresistibile di chiamarla». Così Angelo da innamorato si trasforma in instancabile persecutore: «Lei aveva tirato su un muro, ma ogni volta che trovavo il telefono spento, mi saliva la rabbia e una forza incontenibile mi spingeva a cercarla con ogni mezzo. Ero diventato uno stalker». Quaranta telefonate al giorno con quattro cellulari diversi, centinai di messaggini, fax: per farle sapere che non intende sparire. Non solo: «Verrò da te per vedere il tuo nome scritto sulla tomba»; poi: «Stai attenta a quando attraversi la strada»; e ancora: «Non vedo l’ ora di sapere che sei morta», «La tua vita non vale nulla, ogni giorno che passa è un giorno in meno che vivrai». Le frasi più ricorrenti. Con uno scopo: «Volevo farle capire quanto male mi aveva fatto e quanto io volevo fargliene». Ma il conflitto non manca: «A volte rileggevo quelle parole, e mi vergognavo di me stesso, allora le inviavo nuovi messaggi: “Scusami cucciola, sei la cosa più importante della mia vita». Angelo si pente, ma dura poco. Dopo quattro mesi, Maria lo querela per molestie (non esisteva la legge sullo stalking). I carabinieri di Milano convocano Angelo, gli spiegano che è meglio lasciar perdere. Ma la denuncia ha l’ effetto contrario: «Per me fu come una sfida, presi un treno la sera stessa». Inizia così un pendolarismo settimanale che dura quasi due anni: «Sentivo il bisogno di vederla, la seguivo a 40 metri di distanza, mi accontentavo che sapesse che c’ ero». Placare l’ ansia, ridurre la sofferenza, provare soddisfazione nel farla soffrire: Angelo vive per questo, per farle sapere che lei, con la sua querela, non è riuscito ad allontanarlo. Intanto iniziano i problemi fisici: l’ uomo perde 30 chili, non regge più la tensione. Decide così di trasferirsi nel paese di Maria. «Desideravo respirare la sua aria, solo così mi sentivo tranquillo». Ma gli incubi continuano, di notte «la voce» gli parla di progetti di morte. «Cercai di farla finita più di una volta, per smettere di soffrire. Ma confidavo anche nella sua morte». «Via lei, via il dolore»: l’ ossessione prosegue, Angelo sta per toccare il fondo. Ma in qualche modo cerca aiuto e parla con il padre della ex fidanzata: «Ebbi da lui il nome di Massimo Lattanzi, presidente dell’ Osservatorio sullo stalking, così è iniziata la mia ripresa». Angelo inizia una sorta di terapia: di fatto quando vuole vedere Maria, chiama Lattanzi e ne parlano insieme. «Se non lo avessi incontrato, sarebbe finita male, e solo in un modo». La morte di Maria e forse anche la sua: «Dico solo che quando si fanno certe cose, si è costretti ad agire così, è un impulso irresistibile. Io ci sono caduto dentro e conosco il meccanismo, per fortuna sono stato fermato in tempo». E Maria?: «Grazie alla mediazione dello psicologo siamo in rapporti civili, a volte ci sentiamo. Se un’ altra donna mi abbandonasse? Non rifarei le stesse cose: nessuna sarà mai importante come Maria, lei era l’ altra metà della luna, l’ unico grande amore. Ancora oggi penso a lei».
Grazia Maria Mottola gmottola@corriere.it

Stalking La parola ‘ ‘ Stalking è un termine inglese che significa perseguitare. Il reato è stato introdotto in Italia con il decreto legge del 23 febbraio 2009. Chi importuna una persona, provocandole ansia e paura, può essere condannato a pene da 6 mesi a 4 anni e al «divieto di avvicinamento»

 

Luigi Berlinguer

Da anni tante amministrazioni di centrosinistra praticano politiche educative
di integrazione. Diritto fondamentale è garantire a tutti – non uno di meno –
l’accesso all’istruzione. Forse c’è un’astuzia di stampo leghista nell’idea del
tetto del 30% di alunni immigrati per singola classe e qualunque misura che
cerchi (subdolamente) di ghettizzare quei bimbi va combattuta: l’esito,
brutale, sarebbe una Rosarno sotto altra forma. La composizione eterogenea di
una classe scolastica è una forma peculiare di biodiversità educativa. È
moralmente e civilmente educativa e produce risultati didattici più efficaci.
Condizione della qualità e del successo didattico è l’integrazione dei diversi
alunni, la costruzione di un gruppo che fonda un equilibrio più avanzato capace
di esaltare il metodo didattico. Le classi non si possono comporre a caso
perché non si può abbandonare a se stessi i bambini in un’aula senza pretendere
reali risultati educativi. Lo squilibrio numerico può essere fatale. Ma se un
bambino immigrato conosce perfettamente l’italiano, vive la nostra ‘cultura’,
non va inserito in una quota di ‘diversità’. Ritengo, non da oggi, che esistano
due diritti inalienabili: il diritto all’accesso all’istruzione e quello al
successo educativo. Chi si ferma al primo aspetto è culturalmente arcaico,
oppure ha una vocazione propagandista sulla scuola ‘aperta’ (ma senza modelli
educativi efficaci). L’equilibrio si trova proprio nella programmazione della
composizione delle classi come da anni fanno le scuole di Imola o di Vicenza
(due esempi tra i tanti). Per come è stato prospettato, il tetto del 30% ha una
sua rozzezza numerica, perché la realtà delle scuole è diversificata. È giusto
rivendicare flessibilità, ma il Pd deve soprattutto pretendere investimenti.
Integrare costa. Costa la mediazione linguistica, costano i corsi di italiano
aggiuntivi, costa il sostegno al diritto allo studio. Sono questi gli
anticoprpi alle classi ghetto. La battaglia politica non più rinviabile è
quella per la piena cittadinanza dei bambini immigrati nati e cresciuti in
Italia in una politica d’integrazione pilastro della qualità stessa
dell’istruzione. Nella circolare del ministro Gelmini si afferma – lo ha
scritto il costituzionalista Michele Ainis – lo ‘ius soli’ sullo ‘ius
sanguinis’. Significa che gli alunni che sono nati in terra italiana sono
italiani e non c’è barba di uomo bianco leghista del Nord o barbaro di Rosarno
che possa contrapporre tetti dal sapore xenofobo. Cittadinanza, diritto di
voto, temi del nostro dibattito pubblico si fondano sullo ‘ius soli’. È
un’occasione ed un’opportunità che va colta da parte dei riformisti per
incalzare la destra. Per ottenere risultati senza stare pregiudizialmente alla
finestra inneggiando al tanto peggio tanto meglio.

 

di Maria Laura Giovagnini


MILANO – The Artist is Present s’intitola la mostra al MoMA. E, se l’artista in questione è Marina Abramovic, potete giurarci: è presente davvero. Cosa sarà mai rimanere 7 ore al giorno seduta a guardare negli occhi i visitatori per una che, davanti al pubblico, si è denudata-tagliata-fatta tagliare- gettata fra le fiamme-lasciata avvinghiare da 5 pitoni affamati?«E invece no: sarà questa la performance più radicale della mia vita» ci sorprende lei. «Ognuno può fermarsi di fronte a me quanto vuole: tre minuti o tre ore. In silenzio. Il contatto visivo non è facile, intimidisce parecchio».

 


Più che mostrarsi nudi?
«Certo. Puoi leggere così tanto, puoi vedere così tanti dolori attraverso gli occhi! All’inizio – negli anni Settanta – le mie performance erano più drammatiche, più fisiche, duravano un’ora o due. Progressivamente si sono allungate: più tempo ci metti, più radicalmente trasformano te e chi osserva. La finzione si dissolve, tutto diventa realtà. Questo ti rende vulnerabile e la vulnerabiltà provoca una risposta emotiva dal pubblico ».

 


È questa risposta emotiva lo scopo dell’artista, oggi?
«Sì, però non una risposta emotiva fine a se stessa. Abbiamo perso i nostri templi, il museo è diventato il nostro nuovo tempio: qui dobbiamo elevare lo spirito, non buttarlo giù. Ecco perché quel che chiedo a me stessa è radicale: devo essere un esempio, la gente guarda a me come a uno specchio. La mia preparazione è rigorosissima: non parlerò per tre mesi, tornerò a casa senza comunicare, senza usare il telefono».

 


E la sua vita privata?
«Ora non c’è nessun uomo, sono concentrata sulla performance. Ma sono sicura che quando finirò, il 31 maggio, inizierà un capitolo inedito della mia vita. E sarò di nuovo aperta per una relazione».

 


Nel frattempo abolito anche il sesso?
«Il sesso va di pari passo con l’amore, è qualcosa di fantastico solo se c’è amore. Attualmente non si ha un atteggiamento sano verso il sesso, che poi sarebbe: averne bisogno come del cibo. E questo non è che una riprova di quanto la società sia malata. In America spesso ci si astiene perché le persone sono travolte dal lavoro, non hanno tempo: magari bevono o prendono pasticche o droghe… Quando la relazione fra il corpo, il sesso e il cibo è disturbata, diventa tutto non naturale».

 


Lei ha una relazione sana col suo corpo, dopo avergli inferto tante cicatrici?
«Sto bene, sono probabilmente più sana – con tutte le cicatrici – di altri che non ne hanno neppure una. Perché io affronto le mie paure e le scaccio. Quando capisci che puoi controllare il fisico, sei davvero libero».

 


Sarà dunque esente dalle preoccupazioni delle mortali: chili in più, rughe.
«Nel lavoro non importa se il corpo è vecchio o giovane, malato o sano. Nella vita privata, no: sono una che entra e esce dalle diete e non mi nego trattamenti – rigorosamente non invasivi – che mi facciano sentire meglio. A novembre compio 64 anni…assaporo ogni attimo».

 


Sessantaquattro? Stupefacente!
«…e a 64 anni voglio fare soltanto cose che abbiano senso, che mi rendano l’esistenza più felice e più semplice. Non si può assecondare ciò che ci viene imposto dall’esterno. Devi effettuare una sorta di montaggio della tua vita, tagliare le parti non importanti. Un lama tibetano mi detto di cercare una cosa chiamata holy selfishness, un san(t)o egotismo: se non pensi prima a te stessa e a quello che è bene per te, non puoi fare il bene degli altri. Se sei un’artista, poi, rischi di arrivare a bruciarti. Io voglio proteggermi. Anche dalle tentazioni del mercato, che ti spingerebbe a produrre, produrre. Per che cosa? Meglio avere meno e più qualità che collezionare progetti uguali – in definitiva – a quelli che hai già realizzato. Non intendo ripetermi».

 


Perché ha scelto proprio questa forma d’arte? Insolita per una cresciuta nella Jugoslavia di Tito.
«Insolita? Volevano mettermi in manicomio! Mio padre e mia madre, due eroi nazionali (erano alti membri dell’esercito, ndr), la società, i miei colleghi: nessuno capiva. È una forma d’arte così alternativa… E così difficile da spiegare. Quel che provo nelle performance è un’energia, un’esperienza del momento così forte che non potrei mai ritornare nel chiuso di uno studio ».

 


Ha lavorato nel chiuso di uno studio?
«Ho sentito di voler diventare artista a 6 anni e il mio debutto, a 12, è stato con una mostra di pitture (ispirate ai miei sogni) ma sono stata fortunata: ho capito ben presto che era il corpo lo strumento più giusto per esprimermi e non ho mai abbandonato questa strada. Sono una dei pochi della mia generazione che ancora la segue e continua a essere sempre innovativa, pure rispetto ai giovani. È un lavoro gratificante: ti cambia, ti fa capire i tuoi limiti fisici e mentali. Sto attraversando uno dei miei periodi migliori: ne assaporo ogni attimo».

 


Essere pacificata giova all’arte? O, sfortunatamente, è meglio il dramma?
«Non si preoccupi, la sofferenza è sempre qui (ride). Però devi imparare un po’ a distaccarti, a guardarti da fuori… Più vivi nel presente, più sei felice».

 


Il buddismo l’ha proprio permeata.
«Oh sì, credo nel buddismo tibetano. Sono andata in India per la prima volta nel 1980: l’incontro con il Dalai Lama e con il suo maestro ha cambiato la mia esistenza. Mi è servito per capire la vita. E la morte. Dobbiamo essere “amichevoli” verso la morte. Io non voglio andarmene arrabbiata e insoddisfatta, ma con consapevolezza, senza paura. Nel sufismo si dice che la vita è dormire e la morte è svegliarsi: spero di essere pronta a svegliarmi».

 

da ARTKEY MAGAZINE del 10.02.2010
Un’esistenza vissuta a sfidare i limiti del corpo. Marina Abramovic, The artist is present, Moma NY
Autore: Giulio Cattaneo

E’ ormai da 37 anni che Marina Abramovic (Belgrado, 1946) incanta il pubblico di tutto il mondo con le sue performance estreme; era il 1973 quando, da poco specializzata all’Accademia di Zagabria, portò in scena Rhythm 10, in cui utilizzando dieci coltelli e due registratori, eseguì un gioco russo nel quale ritmici colpi di coltello sono diretti tra le dita aperte della mano. Per ogni errore, ogni taglio quindi, l’artista ricomincia con un nuovo coltello fino ad esaurirli. Dopo essersi ferita dieci volte riavvolge la registrazione, ascolta i suoni e tenta di ripetere gli stessi movimenti, cercando di replicare gli errori, mescolando passato e presente. “Una volta che sei entrato nello stato della performance”, spiegherà successivamente, “puoi spingere il tuo corpo a fare cose che non potresti assolutamente mai fare normalmente”. Un’esistenza vissuta a sfidare i limiti del corpo, tra la vita e la morte, ma anche riflettendo sulle tradizioni dei popoli balcani e sui problemi legati ai conflitti armati. Marina Abramovic ha fatto del suo corpo, della sua vita, l’arte stessa. Ha vissuto nella performance diventando essa stessa opera d’arte e segnando in maniera profonda e innovativa l’evoluzione artistica degli ultimi trent’anni. Sarà con la stessa intensità e con la forza delle prima performance che si presenterà anche all’immensa personale che il Moma le sta preparando. The Artist is present, a sottolineare ancora una volta che Abramovic è la sua arte, il suo corpo è la sua tela; ma anche ad indicare che con la più lunga e costante performance mai realizzata e portata avanti, sarà presente nel museo con il suo nuovo lavoro durante tutta la durata della mostra, dal 14 marzo al 31 maggio prossimi. L’evento, senza precedenti, rappresenterà la sua più grande fatica, diventando la più lunga performance della sua carriera; tale intervento artistico infatti la vedrà impegnata 7 ore al giorno per ben 3 mesi, per circa 600 ore totali di performance. “Le performance richiedono un’energia sterminata e, invecchiando, il corpo è in difficoltà” spiega Abramovic, “eppure le mie azioni diventano sempre più lunghe e difficili con il passare degli anni. Perché con la forza della mente si può fare qualunque cosa: non serve un allenamento olimpionico, ma volontà e disciplina”. Abramovic sarà presente, durante gli orari di apertura al pubblico, seduta in assoluto silenzio ad un tavolo nell’atrio del museo. Gli spettatori avranno la possibilità di sedersi di fonte a lei per tutto il tempo che riterranno necessario, diventando così parte integrante e necessaria della performance, nonostante l’artista rimarrà in silenzio. Fondamentale anche in questo caso la presenza del pubblico che mai come nella performance riesce ad entrare esso stesso nell’opera d’arte, a stretto contatto con l’artista. Come non ricordare uno dei suoi primi lavori, Rhythm 0, presentato a Napoli nel 1974, in cui abbandonò il suo corpo alle torture che liberamente il pubblico poté infliggerle con una serie di oggetti messi a disposizione; finì in rissa quando le fu messa in mano una pistola carica con il dito premuto sul grilletto.
La mostra ospitata al Moma traccerà tutto il percorso artistico dell’Abramovic proponendo una cinquantina di lavori tra cui installazioni, video e fotografie delle sue performance. Più interessante sarà però vedere, al sesto piano del palazzo, riproposti per la prima volta cinque dei suoi lavori più famosi. L’artista stessa ha selezionato i trentacinque attori che, durante tutta l’apertura della mostra, reinterpreteranno le performance.
Si parte con Imponderabilia (1977), dove un uomo e una donna nudi stanno uno di fronte all’altro accostati ad una porta, rendendo così difficoltoso il passaggio del pubblico che dovrà relazionarsi ai due attori scegliendo da che parte passare; Relation in Time (1977), in cui i due attori sono seduti di spalle, nudi, ed uniti tramite i capelli intrecciati tra loro; Point of Contact (1980), dove i due attori guardandosi negli occhi si sfiorano gli indici delle mani puntati uno addosso all’altro; Nude with Skeleton (2002–05), natura morta contemporanea in cui uno scheletro è disteso sopra il corpo dell’attrice che lo anima con il movimento creato dal suo respiro; Luminosity (1997), in cui grazie al gioco di luce ed ad un piccolo sellino da bicicletta l’attore sembrerà sospeso nel vuoto, in un continuo stato di precarietà ed equilibrio.
Imponderabilia, Relation in Time e Point of Contact erano state create con l’artista/compagno Ullay (Germania, 1943), suo partner dal 1977 al 1988. I due decisero di chiudere la relazione con una performance lungo la Grande Muraglia Cinese; lui partendo dal deserto del Gobi, Marina dal Mar Giallo. Dopo una camminata di duemila e cinquecento chilometri si sono incontrati e si sono detti addio: “È stato un momento molto doloroso della mia vita. Dopo il quale ho avuto una crisi molto forte sia come artista sia come donna. Ma un artista lavora sempre con le sue tragedie, la sua pena. In un certo senso, abbiamo bisogno della drammaticità per fare progetti”. Una vita dedicata alla performance non potrà che prevedere anche una morte legata all’arte, programmata e studiata, in un certo senso anche esorcizzata. E’ uno dei progetti che Marina sta preparando; tre cerimonie contemporanee in tre città: Belgrado, città natale; Amsterdam, città adottiva e New York, dove è stata e sarà ancora una volta consacrata. Tre orchestre, tre cortei, tre bare, tre sepolture, il tutto accompagnato da colori sgargianti e dalle note di My Way di Sinatra. Il tutto nel frattempo sarà presentato, nel 2011, a teatro con Bob Wilson, nell’opera Vita e morte di Marina Abramovic.