a:
sindaco@comune. pesaro.ps.it
marco.siqnoretti@comune.pesaro.ps.it

 

Siamo state/i destinatari, insieme a dirigenti, insegnanti, alunni e genitori, del saluto beneaugurale di apertura del nuovo anno scolastico, che il Sindaco e l’Assessore ai Servizi educativi hanno rivolto a tutta la scuola pesarese.
Tuttavia in quella lettera nessuna parola o pensiero è riservato a noi: siamo state/i del tutto ignorati, come fossimo invisibili o inesistenti. Siamo il personale che una volta (con una definizione tutta negativa) veniva chiamato non-docente, oggi A.T.A.: amministrativi, tecnici, ausiliari.
Sappiamo quanto la nostra funzione di servizio all’apprendimento e all’insegnamento, svolta con differenti compiti e qualifiche, sia preziosa e indispensabile alla comunità scolastica: nei rapporti con gli alunni e nella gestione amministrativa. La stessa amministrazione comunale ne è consapevole, tanto che nei vari protocolli d’intesa per l’accoglienza, per la gestione delle mense, ecc, prevede esplicitamente la nostra presenza nelle commissioni o a supporto dell’operatività quotidiana.
Non possiamo immaginare che gli amministratori ci pensino irrilevanti per una scuola di qualità, né che fingano per noi un ruolo totalmente passivo di esecuzione, privo di ogni autodeterminazione e creatività: non è più possibile né compatibile oggi con l’attuale società che si regge sullo sfruttamento delle capacità relazionali e sulla capacità personale dei singoli di far fronte agli imprevisti quotidiani. Singoli che sono in gran parte donne.
Anche tra noi la gran parte del personale è femminile: è dunque anche grazie alla nostra dedizione che la scuola riesce a sopravvivere nonostante le falle istituzionali (tagli ai finanziamenti e agli organici).
Se gli amministratori non si rivolgono anche a noi come soggetti attivi e responsabili, pensiamo siano affetti da una forma di cecità o di miopia.
Siamo purtroppo abituate al fatto che molti eventi, ritenuti importanti, siano sottolineati dalle autorità con modalità del tutto retoriche. Ci piacerebbe invece vedere negli amministratori una maggior attenzione e aderenza alle condizioni reali, che sappia tener conto della complessità dell’esistente, dei bisogni di tutti, nonché della presenza e del ruolo svolto da tutti coloro a cui un messaggio viene rivolto.
Cordiali saluti.

ANNA PAOLA MORETTI
GIGLIOLA ANGELINI
VIVIANA ANTOGNOLI
RITAMORETTI
RINA BARTOLUCCI
RAFFAELLA CATALANO

Emma Giannì (Insegnante precaria )

Dopo due anni di proteste, sta iniziando il terzo: la riforma avanza, i tagli aumentano e l’organizzazione scolastica è sempre più critica e instabile.
Docenti offesi nella loro professionalità, colpiti nel loro lavoro; collaboratori scolastici trattati da parassiti e sminuiti nella loro funzione, come solo chi non ha mai vissuto la scuola dall’interno può fare. Classi intasate contro ogni normale criterio pedagogico, dove gran parte dell’ora passa solo per chiamare l’appello, controllare le “giustifiche” e avere un minimo di contatto umano con i propri alunni. Il resto dovrebbe essere dedicato alle spiegazioni, alle conversazioni, allo studio,alle verifiche, agli approfondimenti,ai rinforzi per i più deboli. Prime vittime sono i docenti e il personale Ata (collaboratori e amministrativi), non meno meritevoli, ma semplicemente precari, con contratti a tempo determinato anche da 20 anni.
Il bisogno di esternare la propria rabbia è grande. Il problema diventa pratico quando “gridare” il proprio disagio significa spostarsi di parecchio e per parecchie ore allontanandosi dalla famiglia e a spese proprie. Ci vuole una manifestazione, facilmente raggiungibile. Un punto simbolico ma anche pratico perché la situazione della scuola si avverte di più al sud, soprattutto in Sicilia. Ho individuato lo stretto di Messina raggiungibile in circa 4 ore e mezza dalla provincia siciliana più distante ma anche da Napoli e Bari. Ho immaginato un “incontro”, un’unione tra la mia terra e il resto d’Italia, per dimostrare che non siamo solo numeri in elenco, che siamo tanti, in carne e ossa, precari e di ruolo e tanti genitori dei nostri alunni, e tanti alunni che lottano per la loro scuola e per la qualità della scuola; perché anche loro sono preoccupati delle ricadute che anche a lungo termine che produrrà la “riforma epocale”! Io lo chiamo un disastro epocale, perché nessuno verrà mai risarcito dei danni che ha causato e che ancora causerà.
Inizialmente la mia proposta non ha sortito grande effetto. Ci si preoccupava di un possibile fallimento, ma cosa avevamo da perdere? Niente. Siamo andati avanti con Fabiola e Maria Rita, testarde, e a poco a poco altri comitati e coordinamenti provinciali si sono accodati. Alcuni sindacati hanno dato la loro adesione, ma la manifestazione è stata interamente organizzata da noi tre, con il contributo prezioso e concreto di Didier. La cosa è cominciata a montare. L’iniziale previsione di 700 partecipanti è cresciuta gli ultimi due giorni, fin poi arrivare alle 2.500 presenze (secondo la questura).
Successo clamoroso. Articoli sulla manifestazione più o meno veritieri in ogni giornale e Tg. Giuro, non me lo aspettavo! È una soddisfazione vissuta a metà visto che comunque anche quest’anno non avrò una mia classe. Dopo 23 anni di precariato, negli ultimi sei mi ero guadagnata un incarico annuale, una sorta di “precariato stabile” che comunque mi avvicinava al ruolo. Uso il passato perché secondo la Gelmini non sono meritevole, non posso pretendere di lavorare nemmeno da precaria, non posso pretendere quello che lei chiama un “privilegio” che mi sono guadagnata con anni di studio, di impegno, di aggiornamento, di servizio. Mi degna di elemosina con l'”ammazza precari”.
Perdo il mio lavoro solo per “esigenze di cassa”, non mi si riconosce la mia esperienza di educatore, di formatore in nome del risparmio e della razionalizzazione. La situazione dei precari della scuola è la stessa dei lavoratori di Termini Imerese, ma la qualità della scuola è un problema che investe l’Italia intera, perché nella scuola si formano le personalità che abiteranno questa bella terra, e tutti meritano di essere seguiti con attenzione, qualsiasi strada prenderanno. Anche nel profondo sud, dove troviamo strutture fatiscenti, tetti rotti, palestre inagibili, condizioni di lavoro al limite della decenza. Lo so bene io che di scuole ne ho conosciute tante essendo stata assegnata ogni anno in una scuola diversa. In provincia di Agrigento la legge e la normativa su igiene e sicurezza è spesso un optional con piccole aule dove i banchi son stipati, addossati alla cattedra tanto che, a volte, bisogna scavalcarli per raggiungere l’uscita! Eppure si formano classi anche con 35-40 alunni… Nel frattempo, in un paese dove il ministro della pubblica istruzione parla di efficientismo, c’è un piccolo tesoro di provincia, la mia, Agrigento che da alcuni anni non ha il suo dirigente scolastico provinciale, ma svolge la sua funzione ad interim il dirigente dell’Usp di Caltanissetta.

Laura Minguzzi

Tre anni! Dopo tre anni – mi sono detta – la misura è colma e poi vado in pensione e voglio proprio che tutta la scuola ne parli!
Avevo scelto il Parini nella domanda di trasferimento, perché volevo finire la mia carriera scolastica in bellezza. Un mito degli anni sessanta il Parini e quasi un ritorno al principio questo mio movimentato fine di carriera. Come ogni nuovo inizio ero piena di idee e di entusiasmo. L’ansia dell’ignoto si accompagnava al desiderio di conoscere un nuovo contesto e di farmi conoscere attraverso mie proposte. La prima occasione l’ho colta durante l’autogestione autunnale promosso dai vari collettivi studenteschi; ho invitato Marina Santini affinché facesse conoscere la sua ricerca storica sul femminismo della differenza a Milano, a partire dagli anni Sessanta. Così davanti all’assemblea in aula magna abbiamo proiettato immagini sul femminismo, i luoghi, i testi, le parole chiave e le esperienze politiche più significative per me, per lei, di quegli anni. In una classe in particolare, con cui io avevo una forte empatia, per cui ho raccontato a loro di quel periodo storico, senza reticenza e portando in cattedra emozioni e sentimenti che raramente capita di far vedere a scuola.
L’anno dopo con due giovani supplenti di storia e filosofia ho colto la seconda occasione: rappresentare a scuola uno spettacolo su Simone Weil. Mi aveva colpito il fatto che alcuni studenti insistessero nel sostenere che non solo non conoscevano nessuna filosofa ma che secondo loro non ne esistevano. Fu tutta una corsa ad ostacoli, ogni giorno se ne presentava uno. Locali inidonei, inagibili, aula magna affittata a esterni… Discussioni, conflitti, ansie, sorprese. Tra le sorprese: alcuni studenti hanno continuato poi ad approfondire lo studio del femminismo, del linguaggio della differenza e mi hanno chiesto una bibliografia di Luce Irigaray per la tesina della maturità. È stata una gran soddisfazione.
E poi, l’incidente. Ho sentito che la battaglia era necessaria, contro la sottrazione di senso e di valore a ciò che in tre anni avevo costruito. Avevo osservato i comportamenti dei e delle colleghe negli ultimi mesi, avevo ascoltato e letto i vari atti amministrativi che limitano sempre di più la sovranità del corpo insegnante, avevo percepito un montare sproporzionato di forze negative, che mettevano a rischio la mia stessa incolumità umana e professionale. Un crescendo, uno tsunami di atti burocratici, solitudini, mancanza di parole e scambi, rassegnazioni, silenzi… un prevalere di ciò che rende la scuola insopportabile, compra-vendita di compiti, opportunismi, bugie, malattie psicosomatiche, ansia da prestazione, do ut des, ipocrisie, lettere di avvocati, pressioni indebite, ingerenze eccessive di mamme e papà, trivialità e misoginia, gesti arroganti e violenti di maschi che restano impuniti. La mia è stata una rivolta. Il preside mi offende davanti ai genitori di uno studente a cui ho dato una nota e io ho deciso di non tacere. Ho scritto una lettera aperta e l’ho fatta circolare a scuola. È stata una scrittura collettiva, liberatoria, quasi dadaista: chi mi consigliava di togliere una frase, chi di aggiungerne un’altra, chi di querelare il dirigente, chi di lasciar perdere, alcune colleghe mi raccontano casi analoghi, una bidella di essere stata occasionale bersaglio di male parole.
Il linguaggio usato dal dirigente è, guarda caso, sempre connotato sessualmente. La mia lettera aperta, dopo avere provocato un ampio dibattito a scuola, esce sul quotidiano la Repubblica (in due puntate, l’11 e il 15 giugno) e poi su facebook. Il dirigente si spaventa e convoca d’urgenza un consiglio di classe straordinario dove obtorto collo mastica qualche parola di scusa nei miei confronti. Per confutare la mia accusa di comportamento triviale e misogino si esibisce in una sorta di panegirico della famosa statua medievale di Uta di Ballenstedt collocata nel Duomo di Naumburg in Turingia, margravia assunta come icona tedesca della perfezione, dal medioevo transitando dal nazionalsocialismo fino al socialismo reale ecc. ecc. Noi riuniti, cogliamo l’intenzione metalinguistica del discorso: finché non ci saremo trasformati in statue è impossibile un dialogo, uno scambio sensato con chi dovrebbe rappresentare l’istituzione scolastica.

 

Epilogo. L’ultimo giorno di scuola arriva Beatrice, sorella minore dello studente da me punito, anche lei mia allieva. Mi vuole salutare, mi manda via mail la foto di classe e un augurio di buone vacanze, col suo comportamento dissociandosi dal fratello, mettendo in risalto la sua differenza. Vuole farmi comprendere che lei ha capito e che per lei l’anno passato insieme ha lasciato un segno.

Paola Rudan

FRANCESCA ALICE VIANELLO, MIGRANDO SOLE. LEGAMI TRANSNAZIONALI TRA UCRAINA E ITALIA, F RANCO ANGELI, PP. 192, EURO 21

Le donne che migrano sole rovesciano l’ordine patriarcale. Migrando, sanno di venire meno all’immagine della madre legata al focolare domestico e di sottrarsi alla presenza di un uomo forte. Le donne che migrano sole, lasciando i propri mariti e figli nel paese di provenienza, sanno di essere loro le più forti. «Noi siamo più forti»: è proprio questo che dice A. F., migrante incontrata a Venezia, in una delle molte interviste che conferiscono al lavoro di Francesca Alice Vianello una rara profondità.
Migrando sole è il risultato di una ricerca empirica sulla mobilità transnazionale delle donne ucraine. Un fenomeno sempre più rilevante ma ancora poco conosciuto, che l’autrice indaga intrecciando l’attenzione alle biografie delle donne incontrate con un tentativo efficace di trarre da uno studio di caso indicazioni più generali per comprendere i movimenti transnazionali delle donne e le trasformazioni che producono. Si tratta di una ricerca di frontiera, perché svolta sui pulmini che collegano il nordest e il suo oriente, nei parcheggi dove la domenica le migranti si incontrano, in Ucraina, per considerare gli effetti delle migrazioni delle donne sui figli, le figlie, il tessuto sociale. Una ricerca di frontiera perché condotta da una donna che ha accettato di muoversi per essere in grado di comprendere la lingua e il linguaggio parlati dalle donne incontrate.
Le migranti ucraine (il campione considerato è ampio, relativamente uniforme rispetto alla provenienza sociale – urbana, con alti livelli di istruzione – e differenziato soprattutto in termini generazionali) fanno esperienza non solo di quella che Sayad ha definito «doppia assenza», ma anche e soprattutto di una «doppia presenza». È questo rovesciamento proposto dall’autrice che rende meglio la specificità sessuata di questo studio di caso. Si tratta di una riconfigurazione su scala transnazionale del doppio ruolo – produttivo e riproduttivo – rivestito dalle donne: nel momento in cui migrano sole, le ucraine si trovano a indossare i panni del breadwinner (madri goduval’nytsi) conquistando attraverso il denaro un potere inedito all’interno della famiglia e producendo così tensioni e conflitti anche radicali nei rapporti di genere.
Al contempo, come madri esse sono obbligate a ripensare il proprio modello di maternità, adattandolo alla dimensione transnazionale con strategie che vanno dalle frequenti telefonate ai pacchi dono, dalla retorica del sacrificio materno per i figli al valore simbolico attribuito alle rimesse, una vera e propria «sentimentalizzazione del denaro» cui Francesca Alice Vianello dedica, in prospettiva storica, un’analisi approfondita.
La «doppia presenza» delle donne migranti non è letta attraverso uno sterile binomio Ucraina/tradizione – Italia/modernità. Al contrario, si mostra la presenza transfrontaliera di queste due dimensioni considerando, in particolare, il modo in cui l’uscita delle donne ucraine dalla tradizionale divisione sessuale del lavoro sia riaddomesticata tramite la loro segregazione lavorativa come «badanti». Nonostante tutto, la migrazione rappresenta per queste donne un’esperienza sovversiva, che indica nuovi orizzonti di possibilità modificando, ad esempio, il calendario socioculturale che scandisce la loro biografia, aprendo le porte di una «nuova giovinezza», diventando un’opportunità sempre perseguibile di appropriazione di potere anche laddove gli attraversamenti della frontiera costituiscono altrettanti momenti di proletarizzazione.
Lungo queste linee di indagine l’analisi di Francesca Alice Vianello si sviluppa per giungere a proporre alcuni tipi ideali di migranti ucraine – in transito, permanenti, sospese – che, senza alcuna rigidità, mirano a mettere in luce la dimensione soggettiva, la capacità di elaborare strategie diverse a seconda del mutamento delle prospettive personali, delle relazioni famigliari, delle condizioni lavorative. Non vi è, in questo approccio, alcuna forzata esaltazione della migrazione delle donne come processo emancipatorio in sé dato, ma al contrario la capacità di cogliere tensioni e contraddizioni, possibilità e limiti, restituendo la rilevanza sociale e la costitutiva politicità dell’esperienza personale e del suo racconto. In questo senso, Migrando sole non è solo un contributo estremamente rilevante per comprendere la dimensione ormai compiutamente transnazionale della riproduzione sociale, ma mostra con chiarezza la necessità imprescindibile di uno sguardo sessuato alle migrazioni contemporanee: perché le donne ne sono protagoniste e perché, anche migrando, le donne cambiano il mondo.

di Luisa Muraro


Da una giovane pop star ormai famosa, Lady Gaga, e destinata a raggiungere Madonna, anche lei di origine italiana e di formazione cattolica, strana coincidenza, io ho ascoltato il detto più luminoso e breve di ciò che ha significato il femminismo nella mia vita e non soltanto nella mia. Quel suo detto lo interpreto, anzi, come un lampo di luce sul significato del femminismo della differenza.
La pop star – donna o uomo ma capace di giocare con la sua differenza sessuale – è un’artista che si inventa un personaggio per un pubblico il più vasto possibile. La sua arte, pur radicata nella società dello spettacolo, brilla nell’atto in cui vince i conformismi di quella società e così offre un specchio libero e ultrasfaccettato all’immaginario di un pubblico che possono essere milioni di persone, diverse l’una dall’altra. Nel dicembre 2009 Lady Gaga ha recitato al cospetto della regina d’Inghilterra vestita e truccata che sembrava una principessa da cartoni animati: l’ombra pop di Lady Diana… Con i mezzi della sua arte, che in pratica sono il successo, più una somma di abilità come cantare, danzare, recitare, più una buona dose di inventiva, la pop star porta la cultura popolare diffusa a esprimere sé stessa per qualcosa che non si sapeva o che si sapeva confusamente.
Parlando della sua parabola di ragazza non proprio bella, neanche tanto popolare tra i coetanei, e ora ai vertici del successo, Lady Gaga (Stefani Joanne Angelina Germanotta, il nome anagrafico) ha dato questa veramente geniale spiegazione: “Io sono sempre stata famosa, solo che nessuno se ne accorgeva”.
Questo non è un semplice motto di spirito, questa è l’espressione paradossale di una verità che viene al mondo. L’ho riconosciuta dopo averla già incontrata nel pensiero della differenza, in due diverse versioni: l’incipit del Sottosopra rosso sulla fine del patriarcato (che finisce nell’atto in cui finisce il suo credito nella mente femminile); e quel detto della comunità filosofica Diotima secondo cui l’inizio della libertà nella vita di una donna coincide con la scoperta che c’è sempre stata libertà nella vita delle donne.
Il detto di Lady Gaga è più breve e acuto nell’esprimere la stessa scoperta. E cioè che la storia fattuale non ha il potere di dettare la misura di quello che siamo, perché la oltrepassa un’altra misura, nascosta nei desideri della persona singola; quello che la storia fattuale è chiamata a fare è di far scoprire, a noi e agli altri, la segreta grandezza di quello che siamo e possiamo essere. Non senza il lavoro della necessaria mediazione: Lady Gaga è una grande lavoratrice, anche nel senso banale della parola.
A questa idea della storia si può collegare un fenomeno facilmente osservabile. Oggi, al protagonismo dei potenti e delle masse è subentrato un protagonismo di persone comuni, che produce fantasie, inganni, individualismi, per cui lo si copre di facile riprovazione. In realtà, questo slancio di persone che non hanno titoli per prevalere sugli altri (e neanche voglia) ma non vogliono fare massa perché si sentono di esistere in prima persona e chiedono di essere riconosciute come tali, è carico di potenzialità positive. Il fatto che tali potenzialità siano usate dal potere e sviluppate malamente nella cultura dominante, è solo una ragione in più per una politica che le prenda in considerazione e da esse si faccia indirizzare. Il movimento femminista della seconda ondata, non è questo che ha fatto in pratica (autocoscienza, partire da sé) e in teoria (politica del desiderio, pensiero della differenza)? Si tratta, in sostanza, di riscattare il desiderio di protagonismo dalla prigione delle fantasie e di tradurlo nella realtà, senza rimpicciolirlo.
Sono sempre stata grande come i miei desideri, solo che nessuno se ne era reso conto. È ora di saperlo, è ora di provarlo. Diventare famosa (o famoso): sinonimo-pseudonimo di un agire politico finalizzato a ottenere dalla storia fattuale la verifica della grandezza delle persone in prima persona, secondo una nuova concezione della politica e della storia che il femminismo ha anticipato.

 

(www.libreriadelledonne.it, 17/7/2010)

 

di Gian Maria Annovi

Un dialogo con Marina Abramovic dopo la retrospettiva al MoMa di New York. Per tre mesi l’artista, in una nuova performance realizzata per la mostra, è rimasta seduta nel museo, in silenzio e senza interruzioni, disposta a guardare negli occhi chiunque si volesse sedere di fronte a lei.
Ormai quarant’anni fa, in una delle sue prime performance, Marina Abramovic si spazzolava i capelli fino a farsi male, ripetendo che l’arte deve essere bella (Art must be beautiful, 1975). Già allora era implicito che nel suo lavoro di performer il corpo dell’arte e il corpo dell’artista, con la sua concreta presenza fisica, non sono facilmente separabili e che è attraverso quest’ultimo che si devono mettere in crisi le convenzioni e gli assunti più comuni. Senza il rigore assoluto con cui Abramovic ha esplorato i limiti del corpo e della mente, il mondo dell’arte contemporanea non sarebbe quello di oggi e la performance art verrebbe forse ancora considerata come una forma d’arte minore ed effimera.
Riconoscendole questo ruolo centrale, il Museum of Modern Art di New York le ha appena dedicato una mostra retrospettiva, la prima in assoluto per un artista performativo. Curata da Klaus Biesenbach e intitolata The Artist is Present, oltre a ripercorrere quarant’anni di lavoro artistico, a partire dalle opere degli anni ’70 realizzate in coppia con l’artista tedesco Ulay, e in parte riprodotte impiegando giovani performer, Abramovic ha anche creato appositamente un nuovo lavoro che ha catalizzato in maniera inaspettata l’attenzione del pubblico e dei media americani. Nell’orario di apertura del MoMa e per i tre mesi di durata della mostra – 736 ore e 30 minuti, per l’esattezza – Marina Abramovic è rimasta seduta, senza interruzioni e senza parlare, in un’ampia area del museo, disposta a guardare negli occhi chiunque volesse sedersi di fronte a lei. Al termine di questa performance davvero epica, che si è conclusa il 30 maggio, abbiamo intervistato l’artista mentre si trovava nella sua casa di campagna vicino a New York, dalle cui finestre dice di osservare, di tanto in tanto, i cervi di passaggio.
Il titolo della sua mostra, con il suo richiamo alla presenza, mi pare si possa leggere anche come un’affermazione circa il ruolo dell’artista in questa società sempre più virtuale. È così?
Assolutamente sì, soprattutto se parliamo di performance. Quando il curatore della mostra mi ha suggerito questo titolo ho subito capito che non avevo alternativa: dovevo veramente essere presente. E così ho lavorato a una performance minimale, fatta quasi di nulla, il più immateriale possibile. Il pubblico viene sempre visto come gruppo e mai come somma di individui reali, ma creando una zona in cui lo spettatore è invitato a partecipare individualmente, a sedersi di fronte a me, si è stabilita una situazione completamente personale, una relazione concreta tra pubblico e artista. È per questo che tanta gente ha pianto ed ha mostrato le sue emozioni. È stato incredibile.
Come si è preparata per questa performance?
Ho iniziato la preparazione fisica sette mesi prima, modificando radicalmente la mia dieta. Sono stata in India, in una clinica ayurvedica, per purificare la mente e il corpo e ho fatto moltissimi esercizi. Avevo quasi la sensazione di essere un astronauta in partenza per lo spazio. Pensi che c’è gente che si è perfino chiesta come urinassi mentre stavo seduta per ore: semplicemente non lo facevo. Dopo aver performato per quarant’anni credo mi si possa riconoscere di essere almeno in grado di saper controllare il mio corpo.
Vederla al MoMa, in silenzio su quella sedia, mi ha fatto venire in mente uno dei personaggi di Teorema di Pier Paolo Pasolini. Conosce questo film?
Non solo lo conosco ma è il mio film di Pasolini preferito. Ne conosco ogni singolo fotogramma. Per tutta la mia vita ho sognato di rifarlo. Laura Betti, che raggiunge uno stato di illuminazione spirituale e inizia a levitare, è assolutamente meravigliosa. È un film interessantissimo, vorrei davvero farne un remake un giorno o l’altro.
Pensavo proprio alla radicalità del personaggio della cameriera interpretato da Laura Betti. Non a caso la levitazione è un’idea che anche lei ha esplorato in molte delle sue performance. Anche nel suo lavoro, oltre all’attenzione sul corpo, c’è una forte componente spirituale, persino mistica.
Nella maniera più assoluta, anche se nel mondo dell’arte la gente non ama parlare di spiritualità. È una forma di strano tabù. Per questo non parlo mai direttamente di misticismo anche se è un’esperienza che ho sperimentato su di me: quando la gente mi si sedeva di fronte durante The Artist is Present, era come se il loro spirito si aprisse, vedevo la loro luce mentre tutto intorno spariva. Dopo un po’ anche loro non erano più consapevoli dei suoni che li circondavano e io stessa non ero altro che uno specchio, tanto da svanire del tutto nella loro percezione. Riuscire a fermarsi e riflettere sulla propria vita è di certo un traguardo spirituale.
Che cosa ha significato lavorare con la perfomance in uno spazio istituzionale come il MoMa, dove pubblico e performer sono costantemente controllati?
Prima di tutto sono stanca che la performance art venga considerata una forma d’arte alternativa. Della mia generazione nessuno fa più performance: sono rimasta solo io. Sentivo il dovere di fare della performance una forma d’arte mainstream e quando ho ricevuto l’invito dal MoMa ho subito capito che quella era la mia grande opportunità, tanto che ho deciso di dare tutta me stessa, per tre mesi. Tre mesi d’inferno, ma ce l’ho fatta. È vero, queste grandi istituzioni hanno delle regole, moltissime regole. Quello che posso dire è che durante la mia performance la security mi ha facilitato, aiutando il pubblico a concentrarsi, a concentrarsi su se stessi. Ma a parte questo, bisogna essere disposti al compromesso, che non deve però mai essere totale.
Può spiegare meglio cosa intende?
Per Imponderabilia, per esempio, il pezzo che feci originalmente con Ulay a Bologna, l’idea della performance era che l’artista costituisse l’ingresso del museo: al MoMa l’attenzione è invece stata tutta sulla nudità dei performer che stavano uno di fronte all’altro obbligando il pubblico a passare in mezzo a loro. Così, rispetto alla versione di Bologna, hanno voluto un’apertura più larga. I performer coinvolti nell’opera, però, hanno cominciato di propria iniziativa ad avvicinarsi di più, in modo da ricreare ugualmente la stessa situazione. Credo davvero che cercare di far diventare questa disciplina parte del circuito artistico istituzionale possa aiutare le generazioni di artisti più giovani. Per questo considero la mia mostra al MoMa molto importante per il significato attuale della performance art. E la ragione della sua importanza è che quando entriamo in un museo non abbiamo mai nessuna esperienza personale. È questo il motivo per cui uno straordinario numero di persone ha partecipato, ha atteso, ha pianto: sembrava una specie di Lourdes. Questa è la cosa che ha completamente shockato il museo.
Nel caso di Imponderabilia, la stampa americana si è scatenata dopo che diversi membri del pubblico sono stati allontanati per aver toccato i performer nudi. Crede che questa reazione abbia a che vedere con un recente cambiamento nel modo di rapportarsi al corpo?
No, non credo, è davvero un problema dell’America: gli americani hanno un atteggiamento malato verso la nudità. Quando Janet Jackson ha mostrato accidentalmente un capezzolo in tv, se n’è parlato di più che della guerra in Iraq. È una maniera come un’altra di deviare l’attenzione generale. Sono rimasta sconvolta dal basso livello con cui i media si sono occupati della mia mostra: sembrava che volessero mantenere la gente nella stupidità. Era tutto un parlare di nudità, di erezioni… ma non uno che abbia colto l’aspetto poetico di Imponderabilia. Un’opera, vorrei ricordarlo, del 1977.
Tra i critici d’arte, qualcuno si è invece scandalizzato per la sua idea di re-performance. Perché ha deciso di riproporre, usando giovani artisti, cinque delle sue performance storiche accanto alle foto e ai video delle opere originali?
È molto semplice. All’inizio, negli anni ’70, nessuno, me compresa, pensava neanche lontanamente non solo di riperformare ma nemmeno di ripetere una performance. Era un assoluto tabù: non si prova, si fa la performance, non si ripete. Ma poi negli anni ’80 e ’90 molti giovani artisti hanno iniziato a scoprire alcuni pezzi ormai storici e a farli propri. E altrettanto giovani critici, senza alcuna cognizione della storia dell’arte, li elogiavano come se fossero nuove creazioni. Come quando anni fa una ragazza ha dormito per giorni in una galleria di Londra…
Sta alludendo a Tilda Swinton alla Serpentine Gallery?
Esatto, una banalità assoluta. Ci sono molti altri artisti che hanno dormito in pubblico a partire dagli anni ’70 e nei contesti più diversi: ma a questo non si accenna nemmeno. E poi se si guarda Mtv, la danza, il teatro, hanno tutti preso elementi e immagini della performance art cambiandone il contesto. È una cosa che mi fa infuriare: se usi un brano musicale o una citazione da un libro devi dire chi è l’autore. Puoi prendere Bach e creare del techno-Bach, ma non puoi evitare di dire che è Bach. La performance, invece, nessuno la rispettava, era una terra di nessuno, perché veniva considerata una forma d’arte alternativa. Ed è per questo che, nel 2005, ho riproposto sette performance storiche di vari artisti al Guggenheim di New York.Secondo me l’unico modo in cui la performance può sopravvivere è proprio la re-performance, perché la rende viva e non solo una cosa morta nei libri. Ma in tal caso bisogna stabilire delle regole: innanzitutto chiedere all’artista il permesso, in secondo luogo pagare i diritti direttamente all’artista o alla fondazione che lo rappresenta, nel caso sia morto, poi occorre comprendere il pezzo originale, farlo proprio ma sempre facendo riferimento all’autore. Durante la mia mostra, un gruppo di artisti senza curatore è venuto a dirmi che stavano per farmi l’onore di riperformare, senza però avermi chiesto alcun permesso, diversi miei lavori, compresi Rhythm 0 e Rest Energy. Ma io non do il permesso di rifare tutti i miei pezzi, e soprattutto non darei mai il permesso di rifare quelli più pericolosi, come Rhythm 0! In un certo modo ho aperto un vaso di Pandora. A suo tempo l’ho fatto con le migliori intenzioni ma la situazione ora è fuori controllo. Devo capire come educare meglio queste nuove generazioni a rispettare la tradizione.
Come mai i suoi primi lavori erano più legati all’idea di pericolo mentre oggi si concentra invece su tempo, autocontrollo e presenza?
Prima di ogni altra cosa mi sono sempre concentrata sul corpo. Non sarei mai arrivata dove sono ora, se non lo avessi fatto. È stato uno sviluppo logico. Nel mio lavoro dovevo conoscere il corpo, comprenderne i limiti, controllare il dolore. E a dire la verità anche se le mie prime performance erano più pericolose erano molto più semplici dei lavori di lunga durata che sto facendo ora, per i quali occorre davvero un’incredibile forza di volontà. Quello che ho appena fatto al MoMa per tre mesi, ad esempio, è estremamente difficile. Ho guardato 1565 paia di occhi: sono cose che ti cambiano profondamente. La vita non mi ha mai cambiato, è stato il mio lavoro a cambiare la mia vita.
Come vede il futuro della performance art e quali sono i suoi progetti attuali?

Penso che di recente la performance abbia avuto un grande revival tra le giovani generazioni di artisti. Sto lavorando alla creazione del mio Institute for Performing Arts, che voglio aprire nel 2012 a Hudson, New York. L’istituto avrà una scuola, ma anche una commissione di artisti per far realizzare opere di lunga durata. Tutto quanto verrà prodotto dovrà essere di almeno sei ore di durata, non meno. Sarà il primo luogo al mondo dedicato solo a opere di lunga durata, perché è questa la forma d’arte che ha oggi il maggiore potenziale trasformativo. E poi vorrei dedicarmi all’educazione del pubblico. Nessuno lo ha mai fatto veramente. La gente guarda l’arte attuale come faceva nel XIX secolo. Invece quello che succede oggi, come ha detto Damien Hirst nella sua ultima mostra, è che siamo veramente alla fine di un’era, la fine dell’epoca del consumismo materialistico. La gente è stanca della cultura materialistica, è persa in un mondo tecnologico, ha bisogno di qualcosa di diverso e la performance non è solo una forma d’arte, ma un grande strumento per ritrovare se stessi.

Sandra Petrignani

«Io ho, poi, guardato ancora una volta dal treno, anche tu ti sei voltata a guardare, ma io ero troppo lontano»: è il 9 dicembre del 1957. Paul Celan scrive questa lettera a Ingeborg Bachmann e dice tutto del loro rapporto, la sintonia, la vicinanza e l’impossibilità di stare insieme. Lui è «troppo lontano» perché è lontano da tutto, ferito in modo inguaribile. Non c’è amore, amicizia, matrimonio che possa sanare la sua colpa: è sopravvissuto allo sterminio degli ebrei. Suo padre, sua madre sono morti in un lager. Lui è riuscito a fuggire e ha lasciato per sempre la terra delle origini, la Romania. Al tempo di quella lettera Ingeborg e Paul sono già due fra i più grandi poeti della loro generazione. Lei ha 31 anni, lui ne ha appena compiuti 37. Sono insieme per la seconda volta nella vita, anche se Paul, cinque anni prima, a Parigi, dove si è definitivamente trasferito, ha sposato la pittrice Gisèle de Lestrange da cui ha avuto un figlio. La prima volta era stato nel ’48 a Vienna. Ingeborg aveva poco più di vent’anni, era una giovane donna romantica (ne resta testimonianza in un’altra breve raccolta di lettere al suo primo amore, Lettere a Felician, edita da Nottetempo come l’appena uscito Troviamo le parole, epistolario fra Ingeborg Bachmann e Paul Celan). Ma il loro è un amore impossibile, «uno dei più drammatici capitoli della storia della letteratura» scrivono i curatori Hans Höller e Andrea Stoll e, per quel che riguarda la Bachmann, una storia d’amore «non ancora ricostruita con rigore e coerenza in tutto il suo spessore storico-letterario» proprio alla luce dell’enorme influenza che su di lei esercitò la poesia di Celan (e fu vero anche il contrario: se non riuscirono ad amarsi sulla terra, il legame fra i due si sviluppò sotterraneamente in un riconoscibile contrappunto che affiora nelle opere). Forse nuova luce verrà da un convegno e da una mostra documentaria e fotografica che si terranno nei pomeriggi di oggi e domani a Roma in Villa Sciarra-Wurtz, al Gianicolo. Spiega Ginevra Bompiani, editore della Nottetempo, che farà domani un intervento al convegno: «Hanno sicuramente pesato moltissimo l’uno nella vita dell’altro, e non solo da un punto di vista letterario. Però erano due personalità molto fragili, che non riuscivano a sostenersi reciprocamente. E infatti poterono avere relazioni più durature lui con Gisèle, lei con lo scrittore Max Frisch, che erano caratteri ben più saldi». Non è un caso che, quando quelle storie finirono, Paul Celan si suicidò gettandosi nella Senna (il 20 aprile 1970) e Ingeborg Bachmann (1962) cominciò a inanellare ricoveri in una serie di cliniche per malattie psichiche sviluppando per il resto della sua vita una forte dipendenza da alcol e psicofarmaci. RELAZIONI, DISCUSSIONI, MALEDIZIONI Avendo conosciuto a Roma la Bachmann negli anni sessanta, Ginevra Bompiani ha molti ricordi personali della scrittrice austriaca. «La sua fragilità, l’assoluta inadeguatezza per la vita pratica ti colpivano subito in lei. Ma insieme era circondata da un’aura che, anche a non aver letto un rigo della sua opera (non era ancora tradotta in Italia), coglievi al volo. Era delicata, timida, ma anche molto socievole. Un giorno andai a trovarla nel suo appartamento di via Giulia, con Giorgio Agamben (era la fine di gennaio del ’67), e la trovammo stravolta: «Un mio amico ha tentato di suicidarsi» ci disse. L’amico era Paul Celan. Prima di tentare il suicidio aveva aggredito e tentato di uccidere Gisèle (e avrebbe provato a rifarlo anche due anni dopo). Paul e Ingeborg non si sentivano più dal ’63, quando la grave paranoia che lo affliggeva aveva coinvolto e distrutto anche i rapporti più profondi. Un’assurda vicenda di plagio, di cui era stato ridicolmente accusato, e alcune recensioni negative in cui aveva scorto l’eco dell’antisemitismo, erano nel suo delirio diventati il segno di un generale complotto contro di lui. Il fatto che amici come Ingeborg, Frisch, Heinrich Böll e altri cercassero di farlo ragionare e non prendessero sempre e comunque le sue difese si trasformò ai suoi occhi nella prova di un imperdonabile tradimento ai danni della Poesia e della Memoria per inseguire il successo personale. E i ripetuti tentativi della Bachmann di giustificarlo e schierarsi sia pure debolmente dalla sua parte, dovettero gravare pesantemente persino sulla relazione con il compagno, Max Frisch, minandone una sempre complicata convivenza. Di tutto il caotico intrigo di relazioni, discussioni, tentativi di recupero, maledizioni, allontanamenti si coglie un poderoso, avvincente riflesso nel libro Troviamo le parole. E qualcosa anche in un altro libro, tradotto da poco dalla Guanda, La follia dell’assoluto. Vita di Ingeborg Bachmann, di Hans Höller, che più di una biografia, è una precisissima ricostruzione dei temi principali dell’opera di Bachmann nel loro rapporto con i fatti della vita. Fatti sentimentali, politici, storici. Il peso che sugli scrittori tedeschi e austriaci del dopoguerra ebbe il cosiddetto «complesso dei padri» compromessi col nazismo, il profondo senso di colpa di essere, sia pure innocenti, eredi di una tradizione «colpevole». Una generazione che cercò di ritrovarsi, senza sempre riuscirci e pagando un prezzo in molti casi altissimo, nella lingua tedesca comune. Scriveva Paul Celan nel 1958, in un discorso a Brema, in occasione di un premio letterario: «Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua». E, come sostiene Höller, anche la Bachmann cercò sempre «di salvare una patria nella parola». A costo di perdere se stessi. Nella notte fra il 26 e il 27 aprile ’70, Ingeborg si addormentò con la sigaretta accesa e prese fuoco. Aggravò l’incidente gettandosi nella vasca da bagno riempita d’acqua fredda. Si spense il 17 ottobre. Morte accidentale o forse, una specie, anche il suo, di dilazionato suicidio.

Ida Dominijanni

Patologie dell’individuo contemporaneo fra ossessione dell’Io e ossessione del Noi, eccesso di informazioni e difetto di esperienza. «La cura del mondo» di Elena Pulcini per Bollati Boringhieri, una iniezione di vulnerabilità sulle pretese del soggetto sovrano
Che la paura si presenti oggi come uno dei sentimenti più sintomatici dell’uomo globale è cosa nota: abbiamo paura di tutto e del contrario di tutto, degli attacchi terroristici e della guerra, dei cambiamenti climatici e delle epidemie, della morte e delle tecnologie che allungano la vita, dell’invasione dei migranti e della crescita zero degli occidentali, delle crisi finanziarie e delle banche centrali, della marea nera e di restare senza benzina. È altresì noto però che la paura è uno dei sentimenti su cui la politica fa leva, promettendo sicurezza e conquistando per questa via, più o meno meritatamente, coesione e consenso sociale. Ma qui le cose si complicano subito, perché non sempre la politica aziona questa leva allo stesso modo, e dal modo in cui la aziona dipendono in parte la sua qualità e la sua efficacia. Sì che se lo Stato moderno nasce precisamente sull’istanza di governare la paura, trasformandola da passione disordinante dello stato di natura in elemento ordinatore della società, quello che oggi abbiamo di fronte a noi – ma anche dentro di noi – è uno scenario in cui la politica, più che governare la paura, ne è governata: ne subisce le ondate paranoiche e risponde con ondate securitarie altrettanto paranoiche, che a loro volta non la riducono ma la alimentano, senza che ne derivi ordine bensì disordine. D’altra parte, chi a questi automatismi securitari giustamente si oppone, cade sistematicamente nell’automatismo opposto, che consiste nel sottovalutare o negare la paura sulla base di un ottimismo illuministico e di un dover-essere razionalistico che a loro volta non risolvono ma rimuovono il problema, aggravandolo. Uno dei molti meriti dell’ultimo libro di Elena Pulcini, La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale (Bollati Boringhieri, pp. 300, euro 25) consiste nello smontare entrambi gli automatismi, mettendo la paura al centro dell’analisi dell’antropologia politica contemporanea e invitandoci a guardarla come una risorsa emotiva dell’azione politica: «Con la paura bisogna fare i conti, evitando ogni operazione di rimozione o di ottimistica sottovalutazione, che avrebbe l’unico effetto di provocarne un oscuro e inconsapevole potenziamento. Conoscere, e soprattutto ri-conoscere la paura, costituisce non solo il primo passo per ammettere l’importanza determinante delle passioni nella motivazione degli uomini all’agire, ma anche la chance per scoprirne, insieme con la funzione cognitiva, l’irrinunciabile funzione produttiva e mobilitante. Disconoscerla significa al contrario inibire o alterare quel processo emotivo e cognitivo che prelude alla valutazione e all’azione, e che consente di far fronte alla minaccia attraverso risposte costruttive, adeguate al perseguimento del bene degli individui e della collettività».
L’operazione proposta dall’autrice è sorretta da una puntuale analitica della paura nel mondo globale, non priva di sorprese e spiazzamenti. La politica postmoderna della paura è diversa da quella moderna, infatti, anche perché diversa risulta, nei due scenari, la stessa configurazione della paura: a turbare le nostre esistenze non sono più paure circoscritte di incognite definite, bensì una gamma di paure indeterminate relative a rischi indeterminati, impersonali e remoti come quelli che abbiamo elencato all’inizio; e anche quando la fonte dell’ansia risiede nell’altro, questo altro non è più percepito come un simile minaccioso ma riconoscibile (l’homo homini lupus hobbesiano), bensì come un alieno sconosciuto e incontrollabile.
Si tratta dunque di uno stato di angoscia generico e endemico, che si trova davanti una politica impotente a fronteggiarlo e produce meccanismi di difesa regressivi: di diniego e autoinganno di fronte ai rischi globali (è più facile illudersi che il global warming sia un’invenzione che rassegnarsi a consumare meno per ridurlo), proiettivi e persecutori di fronte all’«invasione degli alieni» (è più facile fare degli immigrati un nemico pretestuoso che misurarsi con i problemi reali della convivenza multiculturale). Due diverse «patologie del sentire» – assenza di paura nel primo caso, eccesso nel secondo – che alludono entrambe a una incapacità di vivere davvero la paura, di sopportarla, di farsene mobilitare per reagire con misura ed efficacia al profilo effettivo di ciò che si percepisce come un pericolo o un rischio: una incapacità a sua volta sintomatica di una schizofrenia tipica della tarda modernità, quella «fra il conoscere e il sentire», tanto più diffusa quanto più cresce la mole di informazione di cui disponiamo. Ma se la diffusione delle paure nasconde questa sorta di generalizzata anestesia, la terapia non consiste tanto nel liberarsi dalla paura, quanto al contrario nell’imparare a sentirla e a farne esperienza.
Pulcini individua in questo «risveglio emotivo» della paura un passaggio cruciale per sbloccare le patologie del soggetto contemporaneo e trasformarne radicalmente lo statuto. Prima di vedere come, bisogna tornare sull’impianto generale del suo lavoro. Pur mettendo a fuoco il nesso fra paura e responsabilità, La cura del mondo è infatti un libro sul soggetto dell’era globale, che a differenza di molte altre pure illuminanti analisi della globalizzazione non si limita a enunciare la necessità di ripensare le trasformazioni dell’io all’interno delle trasformazioni del mondo contemporaneo ma affronta di petto questo compito, forte di una solida competenza (della stessa autrice un volume importante sull’individuo moderno, L’individuo senza passioni, Bollati Boringhieri 2001 e, con Mariapaola Fimiani e Vanna Gessa Kurotschka, Umano post-umano. Potere, sapere, etica nell’età globale, Editori riuniti 2004) e di una capacità rara di intrecciare lo sguardo filosofico, sociologico, psicoanalitico (e relative bibliografie). I capitoli centrali dedicati alla paura funzionano dunque da snodo fra la prima parte del libro, che decostruisce le patologie del soggetto postmoderno, e la terza, che in quelle stesse patologie individua le condizioni per l’emergere di una nuova forma della soggettività.
La figura dell’Io però non è scollata dalla cornice del mondo: al contrario, la riflette fedelmente. E le patologie dell’individuo contemporaneo riflettono fedelmente le trasformazioni della cornice. Se la globalizzzazione è contrassegnata da una costitutiva ambivalenza fra unità e molteplicità, universalizzazione e localizzazione, omologazione e fissazione identitaria, questa stessa ambivalenza si riproduce, argomenta Pulcini, sia nella struttura antropologica dell’individuo sia nelle forme del legame sociale: «individualismo illimitato» e «comunitarismo endogamico» sono le due patologie del soggetto che corrispondono a questa conformazione del globale (e che la postmodernità globale eredita peraltro largamente dalle aporie della modernità). Per un verso, «l’Io globale si configura come un Io apatico e vorace allo stesso tempo, insicuro e onnipotente, parassitario e acquisitivo; ma soprattutto caratterizzato da un sostanziale atomismo, che possiamo riconoscere nell’indifferenza dello spettatore, nel parassitismo del consumatore e nell’onnipotenza solipsistica dell’homo creator». Per l’altro verso, a compensazione di tanto individualismo emergono in questo stesso Io nuovi bisogni di confinamento, appartenenza, identificazione e, come abbiamo visto, immunizzazione in comunità più o meno protettive, esclusive, regressive. Ossessione dell’Io da una parte, ossessione del Noi dall’altra: tertium non datur?
Mosso da un pessimismo radicale sul futuro di una specie irresponsabilmente sorda ai rischi per la sua sopravvivenza provocati dalla sua stessa hybris, il ragionamento di Pulcini si apre tuttavia a un felice superamento di questa alternativa, inscrivendosi in quella prospettiva filosofica femminista che da tempo indica nel soggetto relazionale la fuoriuscita dalle secche dell’individualismo moderno e postmoderno: né l’ipertrofia dell’Io né l’ipertrofia del Noi, ma un io (minuscolo) consapevole di essere costitutivamente legato e interconnesso agli altri, simili e diversi, disposto alla contaminazione e alla costruzione di legami solidali. Si capisce a questo punto perché la paura giochi un ruolo chiave nell’accesso a questo statuto della soggettività: ascoltarla, senza né negarla illuministicamente né farsene immobilizzare, significa aprire le porte all’esperienza e al sentimento della vulnerabilità, che è a sua volta la porta d’accesso alla consapevolezza della nostra relazionalità costitutiva (Judith Butler e Adriana Cavarero sono su questo punto i riferimenti più vicini a Pulcini) e dell’obbligazione di ciascuno alla cura dell’altro e del mondo (Carol Gilligan, e, della stessa Pulcini, Il potere di unire. Femminile, desiderio, cura, Bollati Boringhieri 2003).
In questione, nel solco dell’offensiva culturale e filosofica che il miglior pensiero femminile conduce da anni, sono il soggetto sovrano e l’ossessione identitaria che dalla tradizione moderna trapassano, in forme appunto patologiche, nel presente post-moderno. Per Pulcini non si tratta tuttavia di pensare solo la relazione e il soggetto-in-relazione, bensì di aprire l’immaginazione politica al concepimento di una nuova «forma del mondo», cogliendo nelle stesse condizioni oggettive dell’età globale le premesse per il superamento delle sue patologie. Se è vero, com’è vero, che l’interconnessione tipica del mondo globale non è solo un dato economico o sociale o politico ma «ci pone definitivamente di fronte alla verità ontologica dell’essere-con, mettendo a nudo la costitutiva socialità dell’essere e costringendoci a pensare l’esistenza come il nudo “essere gli uni con gli altri”», da questo sintomo ontologico bisogna partire per concepire il mondo non come una somma di individualità irrelate o di comunità in lotta fra loro, bensì – alla Arendt – come spazio dell’in-fra e dell’essere in comune, o – alla Nancy – come comunità e partizione. Che altro non significa che dare finalmente una piegatura di senso a quel processo di globalizzazione che pretende di dispiegarsi sopra le nostre teste e le nostre passioni come un puro fatto.

Maschileplurale

Vogliamo rivolgerci agli uomini, e in particolare a tutti gli uomini italiani che attendono con trepidazione l’inizio del campionato mondiale di calcio in Sudafrica.
Migliaia di ragazze africane strappate nei mesi scorsi alle loro case e alle loro famiglie con la violenza, o con l’inganno e il ricatto, vengono messe per strada dalle organizzazioni criminali nelle città sudafricane che ospiteranno nei prossimi giorni le partite del mondiale.
Si tratta di un impressionante traffico di esseri umani, provenienti dai paesi limitrofi al Sudafrica come il Mozambico, finalizzato allo sfruttamento forzato della prostituzione, dell’accattonaggio, della pedofilia e del turismo sessuale.
Come denunciano molte organizzazioni internazionali (U.E., Amnesty) fenomeni analoghi caratterizzano da alcuni anni tutti i grandi eventi sportivi internazionali. Si calcola che ben 40.000 ragazze, tra le quali molte minorenni, furono trasferite con la forza in Germania dai paesi dell’est-Europa in occasione dei mondiali di calcio del 2006.
Anche in Italia ogni anno molte ragazze africane, sud-americane, est-europee etc., arrivano sulle nostre strade come schiave. Il meccanismo è lo stesso: vengono minacciate di morte insieme alle loro famiglie e costrette a prostituirsi per pagare il debito contratto con chi aveva promesso loro l’illusione di un lavoro in un paese più ricco, e quando si rifiutano o, non potendone più, cercano di scappare, vengono picchiate e stuprate anche fino alla morte. Cinquecento sono state le donne, vittime di tratta, assassinate in dieci anni nel nostro Paese.
A milioni (4 secondo alcune statistiche, 10 secondo altre) noi maschi italiani continuiamo ad andare a puttane. Facciamo finta di non accorgerci che gran parte delle volte davanti a noi non c’è una persona che dispone liberamente del proprio corpo e della propria vita e che potrà spendersi quei soldi che le diamo come meglio crede, e così andiamo ad alimentare il mercato e il traffico di esseri umani, di organi, di armi e droga, rendendo sempre più violente e invivibili le nostre città e le nostre stesse vite. Un prezzo davvero troppo alto da pagare e far pagare!
Ma davvero disporre del corpo di una donna non libera è un’esperienza appagante? Davvero abbiamo una percezione così misera dei nostri corpi e della nostra sessualità? Siamo sicuri che solo con il denaro, il potere, la violenza possiamo ottenere quello che cerchiamo e desideriamo nella relazione con una donna (o un uomo o una trans) e con il suo (loro) corpo?
A chi andrà in Sudafrica per i mondiali o a chi pensa di festeggiare una notte magica di vittoria o sfogare la rabbia di una sconfitta con un vero e proprio stupro a pagamento nelle strade delle nostre città, a noi, agli uomini tutti, chiediamo di aprire gli occhi e vedere quali sono le condizioni di vita che spingono tante donne e uomini a fuggire dal proprio paese illudendosi di trovare fortuna in un paese più ricco e trovando, invece, troppo spesso l’orrore, lo sfruttamento, la disperazione, la morte.
A tutti vogliamo dire che si può andare in Sudafrica (o godersi il mondiale in TV o per strada) e tornare a casa alla fine di una giornata di lavoro, di una partita, di un viaggio, senza diventare criminali o complici di tutto questo. Semplicemente rimanendo umani.

Poliziotto, avvocato, ministro: infine giallista. La scrittrice scandinava racconta la sua nuova (imperfetta) detective

Tiziana Lo Porto

Nel 1993, quando esordì, la norvegese Anne Holt aveva alle spalle una laurea in legge, due anni di lavoro in polizia, un’avviata carriera da avvocato e una da giornalista. Di lì a poco sarebbe diventata ministro della Giustizia per un anno (dal ’96 al ’97 per l’esattezza). Per poi tornare a scrivere, sfornando in meno di una ventina d’anni due serie di otto e quattro romanzi, e diventando una delle gialliste più conosciute e vendute al mondo (4 milioni di lettori nei 25 paesi in cui è tradotta). Dodici polizieschi in tutto, di cui La dea cieca (appena uscito per Einaudi Stile Libero, nella traduzione di Giorgio Puleo) è il fortunato esordio: nel 1994 sorprese e conquistò lettori e critica, aggiudicandosi il prestigioso Riverton Prize come miglior romanzo poliziesco norvegese dell’anno, e dando poi vita, nel 1997, a una seguitissima serie televisiva. A fare da musa a quest’opera prima è la dea bendata – nell’iconografia ufficiale – per non essere influenzata dalle parti. Anche a rischio di non poter vedere. Affascinata dalla giustizia (a dirla con Cechov, “agitata dalla sua assenza”), Anne Holt è arrivata alla conclusione che scriverne può rivelarsi molto più utile che praticarla in tri- bunale. Nel gennaio del 2000 ha sposato la sua compagna Tine Kj¾r. E con la loro bambina, Johanne, le due donne vivono a Oslo, città in cui ha ambientato decine di scene del crimine. In Italia la fortuna di Anne Holt è cominciata un paio di anni fa con Quello che ti meriti, il primo libro della serie che ha per protagonisti la coppia di investigatori Johanne Vic e Yngvar Stubø. Un successo immediato, così come lo sono stati gli altri due volumi della serie, Non deve accadere e La porta chiusa. Con La dea cieca è partita la pubblicazione in Italia anche della seconda serie, quella sull’investigatrice lesbica Hanna Wilhelmsen. È lei la protagonista del romanzo, “una donna straordinariamente bella, da poco promossa al grado di detective”. Hanne Wilhelmsen è una poliziotta modello, che ha come unico punto debole quello di essere innamorata di un’altra donna, Cecilie, con cui convive da quando aveva diciannove anni. Hanne entra in scena lentamente, lasciando che il lettore si attardi prima su altri personaggi: il cadavere di un uomo assassinato e ritrovato nella prima pagina del libro, un presunto assassino fermato dalla polizia e in attesa di processo, una donna che trova il morto e viene poi scelta come avvocato difensore del presunto assassino, l’ex della donna che è anche uno dei poliziotti che indagano sul caso, un avvocato penalista assassinato dopo il ritrovamento del primo cadavere. Hanne Wilhelmsen intuisce che i due omicidi sono collegati, e imbocca la pista del mondo degli avvocati, e quella della droga. Impossibile non restare affascinati dalla Wilhelmsen, che è istintivo accostare alla sua creatrice, Anne Holt. La scelta di un nome così simile al suo è del tutto casuale? “Sì, direi che è solo una coincidenza. Di solito non perdo molto a tempo a decidere come debbano chiamarsi i miei personaggi. Cerco di trovare nomi che siano il più comuni possibile. Lei non si immagina quante Hanne Wilhelmsen ci siano in Norvegia”. Come la sua Hanne, lei ha lavorato nella polizia. Anche lei è stata ostacolata dalla sua famiglia quando ha deciso di diventare detective? “No, anzi, ho costruito Hanne Wilhelmsen come la mia antitesi”. E lo è rimasta in tutti gli otto libri della serie? “Sì, anche se negli anni Hanne è cambiata in molte cose. Nella Dea cieca aveva poco più di trent’anni, era molto intelligente, molto forte e bella. Teneva tutti a distanza, ma era comunque capace di avere degli amici. Man mano che la serie è andata avanti, è diventata più introversa, più sfiancata e ostile”. Anche Oslo è cambiata? “Sì, leggendo l’intera serie di Hanne ci si rende conto di quanto in questi anni Oslo si sia evoluta dal punto di vista tecnologico. Ma il primo e più importante cambiamento è stato il suo diventare una città multiculturale. Negli ultimi romanzi della serie mi sono ritrovata ad affrontare il razzismo e altre tematiche imposte da questa sua nuova natura. E se la serie fosse nata oggi, la questione razziale sarebbe stata di sicuro il tema dominante”. A inizio anni 90, ha scelto invece la giustizia come tema principale… “Sì, anche se non la definirei esattamente così. Più che altro è una specie di idea dominante, un chiodo fisso da cui è nato il libro. Quando ho scritto La dea cieca mi stava a cuore più che altro la possibilità di inventare personaggi che avrei continuato a usare nei romanzi successivi. Poi però ha messo momentaneamente da parte la Wilhelmsen e ha avviato una serie in cui, a investigare, è la coppia Vik & Stubø. Si era stancata di Hanne? “Non direi. Nel 2007 ho anche pubblicato un romanzo (La porta chiusa, n.d.r.) in cui si incontravano tutti e tre: Hanne, Vik & Stubø. E l’anno dopo sono tornata a scrivere una storia in cui è Hanne Wilhelmsen a investigare (1222, ancora inedito in Italia, n.d.r.). Quando ho inventato Vik & Stubø l’ho fatto solo perché volevo scrivere storie che non erano adatte a Hanne. Così come ci sono vicende da raccontare che sono più vicine a Hanne, che a Vik & Stubø”. In cosa è diversa Hanne da Vic & Stubø? “Loro sono senz’altro più felici, più soddisfatti delle loro vite. Wilhelmsen avrebbe bisogno di un aiuto psicologico, ma non osa chiederlo. Ha troppa paura per farlo”. È facile raccontare un personaggio irrisolto come lei? “Quando scrivi un poliziesco di solito hai a che fare con personaggi irrisolti: la sfida sta nell’evitarlo, è la cosa che dà più soddisfazione. Il poliziesco è un genere in cui i protagonisti di solito sono tormentati: rompere questa regola, come ho fatto con Vik & Stubø, è stato difficile quanto intrigante”. Nei suoi romanzi ha affrontato più volte il tema della famiglia. Ha denunciato i limiti di quella tradizionale e l’assenza di un nuovo modello che ne prenda il posto. Pensa sul serio che sia possibile costruire una famiglia funzionale? “Nessuna famiglia è perfetta, e solo affrontandone le imperfezioni si può costruire un altro modo di vivere i rapporti tra marito e moglie e tra genitori e figli. Purtroppo non ho la ricetta per una nuova famiglia. Se l’avessi la scriverei, la pubblicherei, la venderei: allora sì che diventerei ricca!” Lei è cresciuta nella piccolissima città di Lillestrøm. Ma per sua figlia ha scelto Oslo. Secondo lei una capitale può garantire un’infanzia migliore? “Da bambini si può essere felici in cittadine minuscole, grandi metropoli o aree rurali. La cosa importante, ancora una volta, è la famiglia in cui cresci. Io, per esempio, posso dire di avere avuto un’infanzia felice. L’infanzia è un momento della vita che lascia inevitabilmente cicatrici e ferite. È così per tutti. A me ne ha lasciate pochissime”. Di recente ha detto di amare gli Stati Uniti, più di una volta li ha definiti il paese più interessante, affascinante al mondo. Durante l’ultima campagna presidenziale americana ha sostenuto la candidatura di Barack Obama. Dopo la sua elezione non ha avuto la tentazione di trasferirsi lì con la sua famiglia? “Ho vissuto in America per diversi periodi nella mia vita, anche se negli otto anni di amministrazione Bush mi sono ben guardata dal metterci piede. Con Obama ho ripreso a amarla. Da quando ho una figlia, però, non ho mai pensato di lasciare la Norvegia per sempre. È un buon paese dove crescere, sia per una bambina sia per u- na figlia di genitori dello stesso sesso”.

Franca Fortunato

Samantha è una delle tante donne della ex Jugoslavia che, dopo aver coltivato il sogno di venire in Italia per migliorare la propria vita, una volta approdata nel Bel Paese, clandestinamente, all’età di 16 anni, finisce nel vortice della prostituzione, della violenza, dello sfruttamento, dei ricatti, per opera di chi, con l’inganno, le aveva promesso soldi e felicità. Oggi, a 40 anni, dopo essersi liberata dei suoi sfruttatori, ammalatasi gravemente di tetraplegia per via dell’alcol, segue un percorso riabilitativo nella Casa accoglienza “Il Rosa e l’Azzurro” di padre Piero Puglisi. È qui che la incontriamo insieme ad Eleonora Rotella, la donna a cui ha affidato la storia della sua vita e che ne ha fatto un libro, pubblicato dalla casa editrice Città del Sole, dal titolo “Kurve nel labirinto. Storia di una donna vittima della tratta”. Samantha, che oggi gode di un permesso di soggiorno per motivi di salute, è una donna piccola ma forte, nel suo corpo e nella sua anima porta ancora i segni del dolore e delle ferite ancora aperte. Si commuove e piange quando parla di sé, della sua vita, di sua figlia, ma è determinata nel voler restare in Italia e rifarsi una vita. Da lei e dalla sua amica Eleonora abbiamo ascoltato la genesi di un libro, nato dall’incontro tra due donne, dove l’una si fida dell’altra e affida a lei la storia dolorosa della sua vita e l’altra ne fa un libro, comprendendo il valore di una donna che cerca la sua strada attraverso il dolore e la sofferenza.
Come è nata l’idea del libro?
“L’idea – dice Eleonora – è nata per caso, dalla mia considerazione sul tipo di vita che lei aveva condotto. Lei mi disse: “Io racconto e tu scrivi”. Le avevo detto di raccontare la sua storia, al di là del libro, perché poteva servire come lavoro su di sé. Se poi fossimo state brave nello scriverlo e lo avessimo pubblicato, i diritti di autore sarebbero andati a lei.”
Come vi siete incontrate voi due?
“All’ospedale in neurologia nel 2008 – dice Samantha – dove ero arrivata senza nessuno accanto. Non avevo casa, niente. Ero disperata. Dopo alcuni giorni mi sono fidata di Eleonora, la mia assistente sociale, perché era l’unica persona che mi stava accanto e mi dava una mano. Mi sono affidata a lei, le ho detto di non lasciarmi sola perché sapevo che non ce l’avrei fatta. Ho messo la mia vita nelle sue mani. In 40 anni mai ero stata ascoltata, capita. Ho trovato in lei una donna con cui non avevo paura ad esprimermi, a raccontare tutto quello che avevo passato e a essere giudicata. Io sto pagando ancora per i miei errori. Adesso c’è una grande amicizia tra noi e per me è una grande cosa. Dopo due mesi e una settimana di ricovero in neurologia, sono entrata a Fondazione Betania. Pesavo allora 30 chili. Eleonora mi ha seguita, per via del libro. Era l’unica che aveva scommesso su di me. Non camminavo e lei mi diceva che potevo farcela.”
Come mai si è fidata della donna che l’ha portata in Italia e l’ha sbattuta sulla strada a fare la prostituta?
“Ero in una situazione difficile. Mia madre, a cui ero molto legata e ancora oggi mi manca tanto, era morta per alcolismo, avevo perso casa. Avevo 16 anni. Ero in collegio e mi sembrava di stare in un carcere. Frequentavo una scuola di sartoria dove insegnavano la tecnica del disegno per creare modelli. Andai via dal collegio. Ero molto attratta da come si viveva in Italia, dove si respirava un’aria di benessere. In televisione non si vedeva né miseria né povertà. Una sera in discoteca conobbi una ragazza nomade e poi sua sorella, che era tornata dall’Italia carica di oggetti d’oro e diceva di lavorare in un negozio. Andai a vivere a casa loro e, a un certo punto, la sorella della mia amica mi propose di seguirla in Italia ed io lo feci. Pensavo di venire a lavorare anch’io in un negozio.”
Come è riuscita a liberarsi dei suoi sfruttatori?
“Con me vivevano altre ragazze e una di loro, un giorno, tornò piangendo dicendo che aveva raccontato tutto alla polizia. E così abbiamo denunciato tutti coloro che vivevano del nostro lavoro, nonostante ci avessero minacciate di morte. Avvisati, alcuni sono riusciti a scappare, ma 15 di loro sono stati arrestati. Ho continuato a prostituirmi per conto mio, ma poi mi sono ammalata. Ero caduta nel tunnel dell’alcolismo.”
Leggere la sua storia pensa possa essere utile ad altre?
“Penso di sì. Nella prostituzione io sono cascata come una mela marcia e tutt’ora ci sono molte ragazze, vittime della tratta e della violenza. In Jugoslavia non c’è prostituzione, anche se siamo poveri. Ci sono solo poche adulte che lo fanno per scelta. Chi sfrutta la prostituzione all’estero cerca sempre ragazze in difficoltà, che potranno mandare qualche soldo a casa.”
Il libro è possibile trovarlo nelle librerie?
“Non si trova in libreria – dice Eleonora – perché abbiamo deciso di venderlo direttamente per poter dare il 30% del ricavato a Samantha. Abbiamo attivato a tal fine un numero telefonico che è 3383498682. Pensiamo di presentarlo un po’ ovunque. La prima presentazione la faremo il prossimo 14 Maggio a Fondazione “Città Solidale” con padre Puglisi.”

Circolo della rosa 8 maggio 2010

Introduzione all’incontro a cura di Laura Minguzzi

Questo incontro è dedicato a Irene Kriwcenko e alla discussione con le autrici, ospiti del Circolo, del libro La deportazione femminile, Da Kharkov a Pesaro, una storia in relazione. Le autrici sono Maria Grazia Battistoni, Rita Giomprini, Anna Paola Moretti, Mirella Moretti.

La prefazione è curata da Daniela Padoan, nostra ospite. Il libro è stato pubblicato da Iscop, Istituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino. Un libro sulla memoria, ci sono bellissime foto, una sorta di album di famiglia di Irene Kriwcenko, della città ucraina di Kharkov, sua città natale, che si trova nel nord-ovest dell’ Ukraina, ai confini con la Russia e la Bielorussia. Foto degli anni 40, tempo dell‘occupazione nazista e foto attuali fatte da una delle autrici, Mirella Moretti. Foto della città di Magdeburgo, del ponte sul fiume Elba, della fabbrica dove Irene ha lavorato, come lavoratrice coatta per i nazisti a Buckau nel Magdeburgo, ex DDR.

Mappe del suo peregrinare, dalla’Ucraina alla Germania e finalmente ad Aqualagna, quando dopo avere conosciuto Ivan, nell’ospedale del campo di lavoro, si sono sposati e si è trasferita in Italia e ha vissuto una nuova vita, in una famiglia italiana, la sua e quella di Ivan. Un libro ben scritto e di questo vorrei felicitarmi con le autrici, un felice esito di scrittura, di piacevole lettura, nonostante l’argomento, ben strutturato, e si sente, amato e a lungo covato con amore e cura per le parole, per i luoghi e per le protagoniste e i protagonisti, per la più parte donne, lavoratrici coatte dell’Est. Come indica anche il bollino Ost in copertina Ostarbeiter.

In viaggio con la storia è il titolo della nostra serata e infatti il mio interesse per questo libro nasce dalla mia storia personale, dai miei studi e dal mio amore per la lingua russa, per la storia del mondo, oramai ex-comunista, di cui l’Ucraina fa parte. Questa estate ho fatto un viaggio per conoscere in carne e ossa alcune donne di Kharkov, per l’appunto, la stessa città di Irene, una magica coincidenza, conosciute attraverso il sito della Libreria con cui sono tuttora in relazione virtuale attraverso il loro sito di storia delle donne.

Nel numero 92 di Via Dogana racconto, nell’articolo dal titolo Ritorno nel mondo ex-comunista, questa mia esperienza di scambio e di ricerca con giovani e meno giovani donne ucraine di oggi.

Nel libro che avete scritto si sente il vostro coinvolgimento nel racconto delle peripezie di Irene, il nucleo vitale, il cuore pulsante della storia, e anche del libro che salta all’occhio anche per la vostra scelta di un carattere di stampa diverso. Prima e dopo questo centro pulsante c’è un immenso e prezioso lavoro di ricerca storica da parte del gruppo di ricerca che ha scelto di mettere in luce la differenza femminile nella deportazione e nei campi di lavoro e di concentramento. Tante sono oggi le testimonianze in commercio, i dati, le statistiche. Ma il taglio di questo lavoro è originale e merita una attenta lettura e un confronto, anche per capire come le nostre ricercatrici per passione hanno affrontato le complesse questioni del rapporto fra memoria, storia e storiografia. Quest’ultima continua ad essere improntata a criteri oggettivi. Noi, del gruppo di storia vivente da anni lavoriamo su questo, cioè sul partire da sé e non pensare solo a sé e qualche guadagno di libertà e visibilità l’abbiamo portato a casa, soprattutto negli ultimi anni, da quando ci siamo messe in gioco in primis nella ricerca e abbiamo posto in primo piano la nostra libertà, come garanzia di una narrazione storica libera, non oggettiva e non manipolabile.

Il cambiamento entra nella narrazione storica e viceversa, le vicende delle donne e degli uomini di cui sto narrando come un effetto boomerang modificano il mio sguardo. E’ un movimento che fa cadere i ruoli fissi, prestabiliti: da una parte la testimone, la testimonianza e dall’altra la ricercatrice, la storica. Mi pare che nell’introduzione Padoan, parli di questo.

Irene aveva necessità di raccontare la sua storia, un bisogno irrinunciabile dell’anima e Anna Paola, Mirella, Maria Grazia, Rita hanno raccolto questo anelito, hanno deciso di conoscerla, voluto incontrarla, hanno rischiato lo scambio, la messa in parole dei suoi ricordi. Una grande disponibilità all’ascolto e al lavoro di verifica, di discussione, di confronto fra di loro e di nuovi orizzonti che si aprono e altri che si richiudono. Porte che si aprono e altre che si chiudono. Altri contatti, altre relazioni, altri dubbi e problemi. Per me il motore primo che rende viva la storia è la relazione politica e io ho sentito che nel vostro libro Irene è il motore primo che rende interessante e viva la storia della deportazione femminile. Le invenzioni, le astuzie messe in atto per salvarsi (si inventa una madre tedesca), attraverso la lingua quella tedesca, la russa, l’ucraina, a seconda delle situazioni, le amicizie femminili, il lavoro, rendono conto di un desiderio di libertà femminile che è sia un rischio che un guadagno allo stesso tempo. Per esempio il conflitto col marito ad Acqualagna, quando decide di andare a lavorare all’università di Ancona, come insegnante, traduttrice, per amore verso la lingua russa, per le soddisfazioni che questo le dava e per il bisogno di non rimuovere, di non cancellare il suo passato, la sua storia è una sfida al contesto ristretto e provinciale degli anni ‘60, che obtorto collo accettava e spesso ostacolava sia l’emancipazione che la liberta femminile.

Lui ha cercato di ostacolarla e voleva che dimenticasse la lingua russa, il suo passato.. E Irene non è tenera col marito un ex- ufficiale dell‘IMI (Internati militari italiani) lavoratore coatto dopo l’8 settembre 43, quando dice che loro erano trattati meglio.

Domande poste alle autrici: Cosa ha prodotto in voi l’incontro fra la soggettività di Irene e il vostro desiderio di ascoltare la sua storia e inserirla in un orizzonte grande? Qual è la motivazione che vi ha spinto a fare questa ricerca e qual è il guadagno di libertà che ne è venuto a voi? Di solito la storiografia sta dalla parte del potere e si rafforzano a vicenda mentre chi ama la storia e narra la memoria sta dalla parte di chi fa politica e non ha potere, semmai desiderio di protagonismo..
Di come hanno lavorato, delle difficoltà, dei piaceri e dei guadagni. Donne presenti nella storia, e presenti anche nella storiografia. Per questo occorrono mediazioni. E qui vorrei da subito avanzare un interrogativo. Potrebbe essere il vostro approccio, la storia in relazione, una mediazione efficace per interrompere, ribaltare la modalità ripetitiva con cui oggi si comunica, si racconta il periodo storico che voi trattare e il tema della deportazione femminile?

di Alessandra De Perini


Il Circolo della rosa di Milano non è solo uno spazio pubblico, ma un’impresa di donne dove circolano danaro, idee. informazioni, relazioni, all’interno delle quali avviene uno scambio non solo politico e simbolico, ma economico.

L’aspetto economico del Circolo per molto tempo è stato messo in ombra, ritenuto secondario o banalizzato. Recentemente, durante un incontro al Circolo, Lia Cigarini ha chiesto di cominciare a riflettere sull’aspetto economico della politica delle donne. Loredana Aldegheri della Mag di Verona, presente in quell’occasione, mi ha chiesto di intervistare Laura Minguzzi, attuale presidente del Circolo, con cui sono in relazione politica e di amicizia, per saperne di più su come si articola la soggettività economica del Circolo.

Il Circolo si trova oggi in un ampio spazio, contiguo alla Libreria delle donne, ne è infatti una filiazione, ed è stato fondato nel 1990 da un gruppo di donne, alcune della Libreria e altre dell’UDI. All’epoca era collocato al terzo piano di una palazzina Liberty, in Carrobbio. Quando hanno preso la decisione di fondare il Circolo, queste donne hanno fatto dei conti precisi, calcolato costi, elaborato dei preventivi di spesa e sicuramente hanno valutato la qualità delle relazioni tra loro. Un’impresa politica ed economica di donne inizia, infatti, con una scommessa che nasce da relazioni solide, di fiducia.

Il Circolo non ha legami con le istituzioni, non gode di finanziamenti pubblici, punta fin dall’inizio sull’autonomia finanziaria come base imprescindibile di partenza.

Alle origini dell’impresa c’è stato un atto di generosità da parte di alcune socie che hanno donato fondi. Quel “dono” aveva il significato di scommettere sulla riuscita del progetto ed era dettato dalla convinzione che il Circolo rispondesse al bisogno profondo che molte donne sentivano di un luogo che fosse punto di riferimento quotidiano per incontrare altre donne, uno spazio sempre aperto, dove darsi appuntamento, prendere l’aperitivo, leggere i giornali, scambiare idee, godere con agio della libera conversazione (sul modello dei vecchi “salotti” delle “preziose” del secolo XVII che consideravano la conversazione un’arte raffinata).

Il Circolo è partito con 90 socie, poi, dopo alcuni anni, la frequenza cominciò a diminuire e si trovò sempre più in perdita per le troppe spese fisse. Alcune socie cominciarono allora a versare soldi in più per sostenere non solo politicamente, ma anche economicamente l’impresa. Una volta trasferite nella nuova e attuale sede di Via Calvi 29, le cose andarono meglio: l’affitto era minore e, insieme alle bollette, era diviso a metà con la Libreria. Si discusse a lungo su come utilizzare l’eredità di Bibi Tomasi (1) che, alla sua morte, aveva lasciato una cifra considerevole alla Libreria. Alla fine si decise di ristrutturare lo spazio per riprendere l’attività del Circolo. Stefania Giannotti e Corrado Levi (2) curarono la ristrutturazione. Sono stati così costruiti due bagni e il salotto, dove si fanno gli incontri e si gusta il buffet dopo le discussioni, è stato recentemente insonorizzato e fornito di ventilatori al soffitto per affrontare il caldo dell’estate. La sala del Circolo dà su uno spazio esterno che è stato arricchito di piante sempreverdi, di vasi fioriti e tavoli, in modo da consentire, quando è primavera o fa bel tempo, a chi lo desidera, di uscire in uno spazio esterno al Circolo che non è la strada. Il Luogo doveva essere bello e confortevole: questi i criteri che hanno orientato le scelte dell’arredo, dei tessuti delle poltroncine, dei quadri alle pareti, dei tavoli e delle sedie. La vetrina, curata da Donatella Franchi (3), è stata consacrata all’esposizione di opere di giovani artiste per promuoverne la conoscenza e l’apprezzamento al largo pubblico.

Il Circolo è il frutto di una pratica politica non separata da una pratica economica che mira anzi a ridefinire il valore del denaro. Le relazioni che sostengono il circolo sono relazioni politiche, in cui si contratta tra donne e si riconosce la necessità di consultarsi continuamente con l’altra, prima di prendere decisioni importanti.

Nel 2000 Renata Sarfati, allora presidente del Circolo, propone a Laura di assumersi la responsabilità dell’impresa economica del Circolo. Aveva visto in lei entusiasmo, partecipazione continua alle iniziative e voglia di mettersi in gioco. Laura accettò e da quel momento tornò a sperimentare una modalità di fare politica che aveva conosciuto da bambina, quando frequentava con suo padre la “Casa del popolo” e a volte vi si recava con sua madre per ballare. Anche al Circolo della rosa, infatti, si fa una politica legata al vivere quotidiano, non separata dai rapporti, dal piacere legato alla convivialità, allo scambio che prosegue a tavola dopo le discussioni politiche.

Attraverso il Circolo promuovere libertà femminile: questo è il progetto in cui Laura si riconosce che consiste nel far crescere desideri, ascoltare le donne che frequentano le iniziative, far da levatrice nel cercare mediazioni, individuare le relazioni giuste per realizzare i propri desideri.

Chi frequenta il Circolo diventa “socia” o “socio” con una quota partecipativa annuale di 260 euro. La quota è elevata perché il Circolo, per le spese ordinarie e straordinarie di manutenzione, non gode di finanziamenti pubblici. Quei soldi vanno considerati un investimento sul proprio desiderio. Il danaro, secondo Laura, è funzionale alla politica delle donne e non viceversa. Il danaro non è il fine dell’impresa, ma solo un mezzo per realizzare desideri, progetti. Il gesto di farsi socia, è un atto politico molto importante, perché consente di realizzare un’impresa femminile grande e di darle continuità nel tempo. Investire nel luogo, dare contributi in termini economici all’impresa comune significa rendere possibile la sua esistenza e riconoscerne l’importanza. Che ci sia o non ci sia non è indifferente. Quel luogo fa vivere meglio, più intensamente, ti arricchisce, ti dona preziose occasioni di incontro e di scambio, spesso anche conflittuali. Per Laura è importante non accontentarsi di andare alle riunioni, di partecipare alle iniziative, limitandosi a prendere idee ed energia, ma impegnarsi a far circolare, insieme alla propria esperienza, alle idee, alle reti di relazione, anche soldi e beni materiali. Mettersi in gioco nella politica delle donne, essere generose, significa anche questo: mettere in campo non solo ciò che si può, ma “di più”, perché è proprio questo “di più” che fa crescere la vera ricchezza della politica delle donne, che consente di partecipare al progetto con la fiducia che, se si dà generosamente, prima o poi vi sarà restituzione, in termini di visibilità e di credito. Le paure, espresse a volte da alcune, che il luogo sia separato dal resto della città, non abbastanza riconosciuto, secondo Laura, vanno tenute in conto, ma poi è l’atto di impegnarsi concretamente, che fa superare le paure e regala preziosi momenti di essere.

Il Circolo, di fatto, è nel mondo, parte viva della città, centro di incontri e cambiamenti, di attività, ricerche e iniziative pubbliche che hanno risonanza a livello non solo cittadino, ma internazionale. Ad ogni iniziativa pubblica sono presenti 50 o 60 persone, più donne che uomini.

Da alcuni anni Laura cura il rapporto con il gruppo di cucina relazionale “Estia”, fondato nel 2004 da Ida Faré, urbanista e docente al Politecnico di Milano che, insieme con Clelia Pallotta, Rossella Bertolazzi, Stefania Giannotti, Anna Maria Rigoni e Laura Sarfati preparano ricchi aperitivi e buffet. Ida Farè ha portato la novità dei cibi completamente freschi e di stagione. Stefania e Ida hanno introdotto al Circolo un discorso politico sul “cucinare in relazione” e sul valore simbolico dell’alimentazione, legato al rapporto con la madre, alla cura di sé e della vita di relazione. Mentre si cucina si parla, avvengono cambiamenti soggettivi, si prendono delle decisioni importanti, si hanno delle intuizioni e idee impreviste. In cucina è stato installato un microfono in modo da consentire alle socie impegnate a preparare i cibi di ascoltare la discussione pubblica che avviene nel salotto.

Per il buffet si paga un prezzo assai modico (le ospiti pagano un po’ di più) e il vino è a parte. Non c’è obbligo di scontrino, dal momento che si tratta di una associazione affiliata alla Libreria che ha la forma giuridica della cooperativa, la “Sibilla Aleramo”. Le quote del Circolo servono così per l’affitto dello spazio, le bollette della luce e gas, il rimborso spese per le ospiti, le spese per le iniziative pubbliche del Circolo, come la proiezione di film a regia femminile proposti dall’associazione “Lucrezia Marinelli” (4) o da Donatella Massara, che ha curato vari cicli di film e documentari, come “I mercoledì di Immagine-storia” rarità a regia femminile sulle vite di donne importanti per la scienza, l’arte ecc, ma sconosciute (4bis) o dal Trust “Nel nome della donna”, fondato da Fiorella Cagnoni insieme ad altre (5), oppure mostre fotografiche e d’arte o incontri con scrittrici, giornaliste, pensatrici, studiose straniere.

Il Circolo nasce ispirandosi ai “club” privati inglesi e, all’inizio, era aperto solo alle donne. Dal 1999 sono ammessi anche soci maschi (prima gli uomini erano solo “ospiti”): sono amici, colleghi, mariti, compagni, figli delle socie, uomini quindi “mediati” da donne che se ne fanno garanti, uomini che sanno la differenza, disponibili ad imparare dalle donne la politica delle relazioni, interlocutori attenti e intelligenti del pensiero femminile.

La vita del Circolo si articola in questo modo: la riunione per decidere il calendario bimensile delle iniziative del circolo, curato da Luciana Tavernini e Marina Santini (i programmi del circolo vengono pensati con attenzione particolare all’attualità, non con il sentimento di riempire uno spazio vuoto), il gruppo di “Storia vivente” il “Gruppo lavoro”, il “Gruppo dell’Autoriforma della Scuola” frequentato da numerose maestre e insegnanti, il gruppo della redazione del Sito della Libreria, ideato da Laura Colombo e Sara Gandini (6), che si incontra tutti i giovedì da vari anni, il gruppo di cucina relazionale “Estia”.

Tutta la vita del Circolo passa per le relazioni. L’investimento vero è sui desideri e i guadagni sono politici, prima che economici. Qui è in gioco la capacità di far vedere a chi entra per la prima volta la differenza di un luogo come questo, nella sua capacità di orientare lo sguardo, di dare forma ad uno scambio simbolico che passa per il cambiamento di sé. Laura non nasconde anche la fatica di questa pratica.

Le relazioni che reggono il circolo sono relazioni di disparità, nel senso che ognuna si avvantaggia del “di più” dell’altra, nessuna cerca di sostituire l’altra e ci si consulta prima di prendere una decisione. La pratica della disparità fa risparmiare tempo ed energie, aiuta ad affrontare gli inevitabili conflitti e, in tanti anni di vita del Circolo, si è rivelata la forma più adatta per realizzare una buona economia e dare continuità nel tempo al Circolo.

Il luogo è aperto alle donne di tutte le età e provenienza politica e culturale, non è connotato ideologicamente, secondo i soliti schemi perché è e vuole continuare ad essere un luogo di libertà femminile, investe sulla libertà che nasce dalle relazioni tra donne e sugli scambi di qualità: un “circolo virtuoso” per l’appunto.

Chi diventa socia o socio del Circolo sostiene, in termini di tempo, di disponibilità all’ascolto, a mettersi al lavoro praticamente, a dare danaro, la politica della differenza; punta su un capovolgimento di civiltà, sulla ricerca di un simbolico di origine femminile che vale per tutti, si riconosce in quell’amore che non è solo un sentimento, ma una forza che agisce a livello profondo ed è in grado di orientare e governare il mondo.


Note


1) Bibi Tomasi

Scrittrice italiana (1925 – 2000). Inizia a scrivere racconti e poesie a partire dall’esperienza di amore e dal dolore della perdita; dopo la guerra, diventa giornalista; nel ’70 incontra il femminismo nascente e nel 1974 firma con Liliana Caruso I padri della fallocrazia, uno dei testi fondamentali del femminismo italiano; è una delle fondatrici della Libreria delle donne di Milano, di cui per trent’anni è stata instancabile animatrice, coltivando relazioni e consigliando, durante il turno del giovedì, i libri che più amava.


2) Corrado Levi

Amico e socio della Libreria delle donne di Milano, artista e curatore di mostre, è autore di numerose pubblicazioni sull’architettura che, insieme all’arte, all’insegnamento, alla scrittura e alla politica, considera una chiave per intravedere nel mondo contemporaneo spiragli di libertà. Ha curato la quarta vetrina del Circolo della Rosa fino ad oggi, promuovendo giovani artiste ed artisti o invitando al Circolo grandi artisti e artiste italiane e straniere. Da quando si è trasferito a Marrakesh, regala saltuariamente alle socie e ai soci del Circolo gradevoli ore di intelligente conversazione e profonde osservazioni su mostre, eventi e personaggi dell’arte. Recentemente ha pubblicato una raccolta di articoli intitolata È andata così. Cronaca e critica dell’arte (1970 – 2008).


3) Donatella Franchi

Artista bolognese, associa, da molti anni, la pratica artistica alla pratica politica delle relazioni. Il suo ciclo di lavori, Cartografia dei Sentimenti, ispirato alla Carta del Paese di Tendre di Madeleine de Scudéry, è stato esposto in varie città italiane, a Washington (Istituto Italiano di cultura, 2001) e a Barcellona (convento di San Agustìn, 2004). La sua ultima opera è Viatico, 2008, ispirato al lavoro di cura per la propria madre. Ha partecipato a diverse rassegne di libri d’artista, la più recente è The Book as Art: Twenty Years of Artists’ Books from the National Museum of Women in the Arts, October 27, 2006 – February 4, 2007,Washington. Alcune sue opere fanno parte della collezione della Rhode Island School of Design (Providence, U.S.A.) e del Washington Museum of Women in the Arts. Organizza incontri seminariali e produce scritti aventi per tema il cambiamento di prospettiva che il pensiero delle donne, a partire dagli anni ’70, ha generato nelle pratiche artistiche e nella storia dell’arte. Ha scritto Louise Bourgeois: il coraggio di attendere, Via Dogana, n. 65, 2003; con Barbara Verzini: Il pensiero della ferita nella Body Art, in La Magica forza del negativo, Liguori 2005; Lavinia Fontana, pittora bolognese tra Cinquecento e Seicento, in Pensare il mondo con le donne, a cura di Franca Cleis e Osvalda Varini-Ferrari, associazione Dialogare – Incontri, Lugano 2007. Ha curato Matrice, pensiero delle donne e pratiche artistiche, Quaderni di Via Dogana, Milano 2004, La donna-ago, in Il pensiero dell’esperienza, a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008.


4) Lucrezia Marinelli

Associazione di donne unite dalla passione per il cinema delle registe; ha realizzato un Centro di Documentazione con videoteca e archivio di schede biofilmografiche aggiornate costantemente; ha pubblicato un Dizionario delle registe di tutto il mondo dal 1996 ad oggi. Le donne dell’associazione, in particolare Nilde Vinci, Laura Modini, Zina Borgini sono contattate come consulenti da biblioteche, istituzioni, scuole, centri sociali e sindacati per la realizzazione di singole proiezioni o rassegne cinematografiche.


4bis) Donatella Massara, i ha curato oltre a Immagine storia del 2007 varie proiezioni di film a volte  sottotitolati, per esempio, Il principe Achmed di Lotte Reininger,  le proiezioni dei film di Milly Toya, The Beauty Academy of Kabul, oppure Venuz- boys, L’altro ieri di Gabriella Romano etc, ha organizzato il Ciclo “Di madre in figlia come le registe
guardano alla relazione”, con Laura Modini, nel 2006 http://www.donneconoscenzastorica.it/film/occhio/dimadreinfiglia.html e le proiezioni del Festival itinerante a Milano Esperienza di libertà femminile, nel 2008.


5) Fiorella Cagnoni

Nel 2004 insieme a Giovanna Foglia, Serena Foglia, Rosamaria Lettieri, ha costituito il Trust “Nel Nome della Donna”, fondazione di diritto inglese che finanzia progetti di libertà femminile, tra i quali il Festival itinerante del 2008 abbinato al Concorso Internazionale del Cinema Indipendente delle donne con a tema “Esperienze di libertà femminile”. Scrittrice nota per il genere “giallo”, cura la collana di letteratura femminile “La Chiocciola”.


6) Laura Colombo e Sara Gandini

Informatica l’una e ricercatrice l’altra, appartengono alla generazione delle trenta/quarantenni che spendono la loro passione politica nella libreria delle donne di Milano. Sono le “Webmater” del sito della Libreria e considerano il Web uno strumento importante per entrare in relazione e fare politica. Laura Colombo ha scritto “Tecnologie e relazioni: un matrimonio possibile?” (in Duemilaeuna – Donne che cambiano l’Italia, Pratiche Editrice 2000)

 

di Sara Gandini

“Sì, ma quanti siete? e quanti sono gli uomini di cui parli?” Questa è la domanda che spesso mi viene fatta quando racconto del nostro gruppo, Intercity-Intersex. L’idea che la sottende è che la forza necessaria al cambiamento è inevitabilmente associata ai grande numeri. Ma Simonetta Patané in La tentazione del volo sul numero di Via Dogana 92, “Cambiare l’immaginario del cambiamento”, osserva che il movimento delle donne non si è mai lasciato sedurre dalla forza del numero rappresentato in un soggetto unico: la costruzione di un soggetto collettivo richiede “necessariamente l’omologazione dei partecipanti ad un’unica identità, la semplificazione delle idee, l’impoverimento della creatività delle pratiche”, perdendo la sperimentazioni di nuove relazioni sociali, pagando un prezzo troppo alto, insensato.
In realtà la Solnit in Speranza nel buio. Guida per cambiare il mondo ci insegna che la politica, la rivoluzione, nasce dall’immaginazione. Bisogna cambiare l’immaginario del cambiamento perché “al cuore del processo di cambiamento c’è la restituzione alle persone della loro capacità creativa e la riattivazione del loro potenziale di intervento nel mondo.” Non si tratta quindi di costruire un nuovo ordine, ma di saper immaginare, saper vedere, saper mostrare, cosa sta capitando di nuovo, le esperienze innovative che già si stanno muovendo su un altro piano, perché quello che distrugge le potenzialità è il misconoscimento. L’importante, come dice la Patané, è la presa di coscienza di dove realmente si sta e rendere visibile una realtà che pure essendo “qui e ora” è già altrove.
Per questo voglio raccontare una storia di donne e uomini, appassionati di politica, che hanno cominciato a riflettere sulle relazioni fra i sessi, sulle relazioni di differenza. In particolare voglio mettere al centro la forza trasformatrice di alcune parole, come eros, attrazione, immaginario, e le difficoltà incontrate nella nostra esperienza, in modo diverso, da parte di uomini e donne.
Il nostro punto di partenza è stato la consapevolezza che il mondo è radicalmente cambiato grazie all’avvento della libertà femminile. Come ricorda Traudel Sattler nell’articolo Farsi contagiare sul “Via Dogana” n.92, “il movimento delle donne ci ha portavo tanti vantaggi: luoghi autonomi, ricchezza di pensiero, agio”. Il pensiero delle donne “ha autorizzato molte donne a muoversi liberamente nel mondo e questa libertà guadagnata ha fatto sì che oggi le donne le trovi dappertutto”. Hanno acquisito una forza, una competenza che viene sempre più riconosciuta in ogni campo, come si può vedere dai 5 Nobel vinti dalle donne quest’anno in diversi ambiti, dalla letteratura, alla medicina, all’economia. È una forza che viene da lontano, precisamente dalla scelta separatista che le donne hanno operato negli anni 70, un taglio simbolico che ci ha permesso di guadagnare forza, consapevolezza, e quindi di aprire spazi di libertà prima impensati per le donne. Ma ora, quella parola libera conquistata, le donne la vogliono scambiare.
Partendo dal desiderio di ragionare su cosa vuol dire essere uomini e donne che vivono in un’epoca caratterizzata dall’avvento della libertà femminile, dalla caduta del patriarcato, abbiamo costituito un gruppo di uomini e donne, che ora rappresenta un punto di riferimento per il mio pensiero politico. Ci siamo chiamati ironicamente Intercity-Intersex, e siamo in qualche modo figli del femminismo. Si tratta di uomini e donne che si sono scelti, partendo dal desiderio esplicitato dalle donne del gruppo. Perché, come dice Silvia Motta, una delle autrici del sottosopra Immagina che il lavoro, oggi le domande vengono dalle donne, ma le risposte le vogliamo cercare con gli uomini.
L’attrazione, l’eros, il desiderio di relazione sono stati nominati fin dall’inizio come aspetti su cui vogliamo puntare. Non vogliamo ricadere nel discorso della necessità della relazione di differenza, in altri termini nel discorso che il rapporto con gli uomini sarebbe necessario per costruire una convivenza più civile, non segnata dalla violenza. Si tratterebbe di una necessità finalizzata a un obiettivo nobile ma, se non sorretta da un reale desiderio di incontro con l’altro e di scambio, diverrebbe di corto respiro.
Siamo uomini e donne, venuti dopo il femminismo, con chiari debiti rispetto alle donne che hanno fatto il femminismo, ma siamo convinti che il discorso sulla separatezza avesse senso negli anni 70. Quella scelta ha premesso di far nascere un’energia desiderante che ora corre vorticosamente nel mondo, come dice Marina Terragni nell’articolo La mia amica di destra sul “Via Dogana” n. 92. Ora vogliamo giocarci il desiderio di relazione tra uomini e donne, senza rinunciare a mettere al centro ciò che i corpi ci insegnano.
Abitiamo in diverse città e da alcuni anni abbiamo deciso di trovarci a discutere regolarmente, inizialmente nelle nostre case e ultimamente in luoghi più ampi, pubblici, in cui poter accogliere anche altre persone con cui affrontare nodi politici che riguardano le relazioni fra i sessi. Dopo diversi anni di scambio tra noi, il desiderio che ora ci unisce è quello di cui parla la Patané: “creare luoghi in cui la scena pubblica possa essere sempre più a misura delle relazioni”.
La pratica del partire da sé, la pratica di relazione, la cura della relazione sono le cifre del nostro gruppo. Al centro c’è il desiderio di scambio in presenza, tra uomini e donne, il piacere dello stare assieme, prendendo il coraggio di mostrare scacchi, contraddizioni, per trarne un sapere che vada oltre noi. Abbiamo tutti percorsi simili caratterizzati dalla ricerca di sé, la pratica di parola, la narrazione dell’esperienza, ma vogliamo anche considerare altre pratiche come quella di trovarci in luoghi belli, che ci fanno stare bene, e dedicare del tempo a noi, alla cura delle relazioni, anche al di fuori dei momenti di scambio più tipicamente intellettuali.
L’idea di questo gruppo nasce da alcune donne, come dicevo, e non è un caso. Come dice Chiara Zamboni nel suo libro Pensare in presenza, nella politica delle donne il piacere della presenza ha avuto effetti sulle pratiche. “Le donne desiderano partecipare ad un percorso politico dove il contagio, il contatto, la compresenza e le narrazioni di contesti vissuti sono essenziali. Si tratta di un godimento d’essere che crea effetti a catena nelle pratiche politiche inventate dalle donne, che alcuni uomini hanno cominciato a comprendere, ad apprezzare.”
“Il bisogno di scambiare con altri sentimenti, racconti, sogni, guadagni di verità” lei dice “si ricrea sempre di nuovo, quando nasce il desiderio di sottrarsi al simbolico dominante e di orientarsi nel pensiero e nell’azione politica. Così è stato per ogni vera rivoluzione, in particolare per la rivoluzione femminista, per la quale la parola viva scambiata tra donne è stata formativa di un modo di vivere, di pensare e di fare politica.”
Chiara inoltre – e questo è un aspetto a cui tengo molto- punta l’attenzione sull’importanza del godimento, dell’eros, anche in politica. “Godere della presenza” lei dice “accompagna un’apertura involontaria agli altri, a cui partecipiamo con tutti i nostri sensi. E’ data dal fatto che il lato inconscio del corpo ha con le persone e le cose legami molteplici, pulsionali, di affettività corporea.”
E anche per Carla Lonzi il piacere femminile è fondamentale per avere un proprio principio di realtà. La libertà, lei dice, trova la sua voce nel piacere, nel desiderio femminile. Rinunciare al proprio piacere vuol dire ridimensionare il desiderio.
Ma puntare sul desiderio porta subito ad un’empasse nel rapporto con gli uomini. Si tratta di uomini che ragionano sulla loro parzialità, partendo da gruppi di riflessione maschili, come MaschilePlurale, che discutono sui condizionamenti e sulla forza di un immaginario colonizzato da stereotipi che vengono da lontano. E questo è un passaggio imprescindibile ma porta con se il fatto che il desiderio è sentito dagli uomini del gruppo non come un terreno di liberazione. C’è, da parte maschile, un ritirarsi rispetto alla potenza del desiderio femminile e un problema rispetto all’esplicitazione del desiderio, legato al fatto che il desiderio viene percepito dagli uomini come condizionato da un immaginario che altri hanno costruito. Qualcosa di indotto, non libero, segnato da modelli imposti. C’è la consapevolezza che spesso si tratta di un desiderio che nasce o vive a prescindere dalle relazioni, e qui è evidente il nesso con la violenza e con la prostituzione. Questo comporta la difficoltà a portare un desiderio potente, vitale nella relazione.
Alessio miceli sul n. 91 della rivista “Via Dogana” intitolata Caos postpatriarcale, parla del desiderio sessuale maschile come storicamente segnato dalla dimensione del potere. Nell’immaginario sessuale maschile la dimensione del potere porta la relazione a prendere la forma di una lotta, per la conquista del controllo dell’altra. Forse questa necessità di controllo risponde alla grande paura maschile di perdersi nell’altra, paura che però uccide il desiderio sessuale, che fa intralcio a un incontro libero. C’è una impronta oscura, lui dice, legata alla madre. Un senso di pericolo, come un rischio di invischiamento e di fagocitazione.
Di seguito racconta l’importanza che ha avuto nella sua vita la nominazione, il racconto di ciò che ci capita nell’incontro con l’altro. Alessio dice: “trovare le parole per dire di me nella tensione del desiderio è stata ed è tuttora una chiave di volta. I contesti di parola e di relazioni incontrati sono stati fondamentali, ma mi sono reso conto che rimanevano poco visibili finché non li ho cercati davvero.”
Rimane una domanda aperta. Mi chiedo se, una volta fatto il lavoro di decostruzione dei codici coi quali uomini e donne crescono, non si rischi poi la paralisi, l’anestesia del desiderio. La necessità di stare in una posizione critica comporta il rischio che gli uomini si perdano quell’attrazione fra i sessi che trasforma le relazioni. Per gli uomini essere dentro ad un certo ordine, far parte del genere che da sempre ha dominato, porta ad essere sempre decostruttivi. Con il rischio di ritrovarsi poi una fragilità di fondo, un’insicurezza ontologica. Le paure rispetto al desiderio, rispetto a tensioni inconsce, non completamente elaborate fanno indietreggiare rispetto alla potenza dell’eros e alla capacità di vedere cosa capita quando corpi di uomini e donne si incontrano.
Stefano Ciccone, autore di Essere maschi. Tra potere e libertà, afferma che non si tratta di disciplinare il desiderio, ridursi alle buone maniere, ma di capire cosa ci attrae veramente dell’altro sesso. Salvare la tensione tra gli uomini e le donne si può: a patto di avere un nuovo modo di guardarsi. Di un nuovo immaginario.
Ma evidentemente la sfida non è semplice. Anche nel nostro gruppo si è visto quanto l’eros circolante possa far paura, possa essere destabilizzante. Ci sono state persone, sia uomini che donne, che hanno raccontato la difficoltà di stare in un contesto in cui la pratica di relazione sia evidentemente influenzata dall’attrazione fra i sessi, dal godimento data dalla presenza dei corpi, e da come queste tensioni influenzino anche nei loro lati oscuri. Infatti all’inizio, quando le donne del gruppo hanno cominciato a nominare questa componente, gli uomini viceversa descrivevano le nostre relazioni come relazioni fra fratelli e sorelle, togliendo evidentemente il potenziale eversivo a questa energia.
Le donne in quei contesti sono più consapevoli, più forti, meno spaventate, e questo grazie alla loro storia, al sapere acquisito con il femminismo. Il desiderio femminile, così come è emerso col pensiero delle donne, è prevalentemente vissuto come potenza, forza trasformatrice, perché c’è la consapevolezza che il desiderio vivo, più autentico, nasce nelle relazioni tra donne. Il mondo ora è pieno dell’energia desiderante delle donne, come l’ha chiamata Lia Cigarini. In Farsi contagiare Traudel Sattler ricorda che bisogna semplicemente lasciar vibrare dentro di sé questo desiderio di protagonismo, cercando di sospendere gli atteggiamenti giudicanti che bloccano il circolo dell’energia desiderante e portano su posizioni di reattività.
In alcuni scambi con il nostro gruppo Intercity-Intersex, abbiamo sperimentato la possibilità di fare in modo che i conflitti non diventino distruttivi, di lasciare un tempo sospeso, di non giudizio, di incomprensione. Un tempo che possa far capitare qualcosa. Un tempo aperto ad un futuro imprevedibile. Questo è stato possibile prima di tutto grazie alla forza questi uomini hanno acquisito con le relazioni, gli scambi, e la consapevolezza acquisita tra loro, tra uomini. La vitalità del conflitto dipende infatti anche dall’autonomia relazionale, dalla capacità di dare consistenza al proprio essere. E questo crea curiosità, desiderio di scambio, e permette di far circolare l’autorità anche fra i sessi.
Anche, e soprattutto, nei conflitti non si può prescindere dal desiderio di relazione, se si vuole vivere un conflitto non distruttivo. E anche in questo contesto è fondamentale lasciare spazio all’attrazione per l’altro e permettere all’eros di poter giocare un ruolo anche nei conflitti. L’eros è l’essenza delle relazioni e lasciandogli spazio può capitare qualcosa di nuovo, di interessante anche nei contesti più impensati. Si tratta di una forza che rende inventivi, che contagia. L’esperienza dell’erotismo è legata alla necessità dello scambio con l’altro, al sentimento del non bastarsi, e permette di fare aperture che non hanno a che fare con la razionalità. Le aperture seguono altre strade, sono date dalla curiosità, dal desiderio di capire, di conoscere dove l’altro sta andando, di sbilanciarsi sull’imprevisto.
Braidotti in Soggetto nomade afferma che per poter divenire, serve il coraggio di sognare ad occhi aperti e non lasciarsi immobilizzare nel cemento armato del principio di realtà. È il nostro desiderio infatti a nutrire la realtà e a farla essere. Sappiamo quanto il femminismo abbia insistito sul fatto che il desiderio possa essere leva di trasformazione politica. Perché desiderare l’impossibile, ciò che non ha misure già date e già codificate nei linguaggi dominanti, comporta la modificazione. E tutta la nostra esistenza cambia e si orienta.

Marisa Guarneri

Un racconto per voi!

Ho conosciuto una giovane donna, che veniva da Benin City. Detto questo, detto
tutto.
Ombrosa, sfuggente, silenziosa, con contatti poco chiari, bellissima.
Con molta fatica ha messo in ordine i suoi documenti, permesso di soggiorno,
ecc.
L’ho rivista con un sorriso splendente, chiacchierona e allegra, sempre
bellissima.
Cosa è avvenuto?. Le è stata concessa la dignità insieme a quelle carte.
Marisa.

Katia Ricci

In questa settimana due notizie che vengono dalla scuola si sono imposte drammaticamente. Notizie che causano dolore e indignazione: un ragazzo di 18 anni si è suicidato, gettandosi nella tromba delle scale dell’Istituto tecnico industriale di Cerignola. Certo non è colpa della scuola, ma è segno di un profondo disagio. Come ci si può accorgere dei segni di sofferenza di un ragazzo in un’aula sovraffollata?
Nove bambini nella scuola elementare di Montecchio Maggiore in provincia di Vicenza a mensa hanno aspettato invano il piatto di pasta che i loro compagni mangiavano e hanno ricevuto, invece, un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua. Possiamo solo immaginare come si siano sentiti umiliati. E perché è successo? Perché i genitori non erano in regola con la retta. Come è stato possibile che si sia arrivati a questo in Italia, nella scuola elementare pubblica che era il fiore all’occhiello di tutta la scuola italiana, studiata e ammirata in tutto il mondo?
Che cosa succederà quando perderanno il posto i mille lavoratori della FIAT e di altre aziende? Quando non potranno più pagare le rette? Che cosa riceveranno i loro figli a mensa, anche loro pane e acqua? Eppure il comune di Montecchio si trova nel ricco e sviluppato Nordest. Ma di quale sviluppo parliamo?
A quale livello di inciviltà si è arrivati per lasciare bambini senza minestra? A quale livello di inciviltà si è arrivati se si è dimezzato il sostegno per ragazzi disabili? È civiltà e amore per l’infanzia smistare i piccoli tra le classi per mancanza di supplenti?
Questi sono solo alcuni dei risultati alla fine del primo anno di riordino, per così dire, della scuola voluto da Tremonti-Gelmini. Di questo e della situazione della scuola pubblica tra Stato e Regione si è parlato nell’incontro con Alba Sasso, presidente dell’Agenzia Regionale per il diritto allo studio della regione Puglia, mercoledì 24 marzo presso la Biblioteca provinciale di Foggia. “Ogni cambiamento che avviene nella scuola è espressione diretta di quello che avviene nella società – ha detto Alba Sasso- e oggi sembra che venga avanti la società del più forte e la scuola per il più forte”. Molta acqua è passata sotto i ponti dall’ultima vera riforma della scuola quella del 1962, per l’elevamento del livello culturale della popolazione. “Molti errori – ha proseguito Alba Sasso – sono stati fatti anche dalla Sinistra, che ha inizialmente assecondato il processo di aziendalizzazione della scuola. Ma con il governo di centro destra e con la ministra Gelmini, eterodiretta da Tremonti, è cominciato un vero e proprio attacco alla scuola pubblica. Inizialmente c’è stata una campagna becera contro gli insegnanti che sono troppi, sono fannulloni e hanno troppe vacanze, di qui il passo successivo sulla necessità di risparmiare”. Poi si è tagliato alla cieca, senza tener conto dei bisogni delle famiglie, degli insegnanti e degli studenti. La parola d’ordine è stata tagliare, fare a pezzi la scuola pubblica a vantaggio di quella privata.
In particolare per ora è stata la scuola primaria a subire i tagli più pesanti a causa dell’introduzione del maestro unico. Settemila bambini in più sono stati stipati in 1.684 classi in meno. Si è arrivati a 35 alunni per classe. Nella scuola media le cose non vanno meglio: ci sono 18.000 ragazzi in più e 220 classi in meno. Con un taglio di 18 mila cattedre. Nelle scuole superiori sono sparite 10 mila cattedre. Amiche ci dicono che sono state costrette a insegnare in una classe in più, contribuendo alla perdita di posti di lavoro, altre che fanno supplenza a quattro classi unite insieme quando ci sono insegnanti assenti perché non vengono più pagati i supplenti. In tanti istituti, quando mancano insegnanti, vengono nominati supplenti non per tutte le ore e così alcune classi hanno supplenti, altre ne sono prive perché le scuole non hanno soldi per pagarli. Ormai è diventata una barzelletta il fatto che le scuole non hanno soldi per comprare la carta igienica e a Roma i genitori degli studenti di una scuola per protesta l’hanno invasa di rotoli di carta igienica. Immaginiamoci che cosa succederà quando la cosiddetta “riforma” sarà completata. Per non parlare della sparizione o della riduzione di materie come la Geografia, la Storia dell’Arte, l’Italiano, la Matematica, ecc. e dell’azzeramento di tutte le sperimentazioni, senza che sia stato fatto un bilancio di quello che hanno portato alla scuola italiana. “Ma come si può pensare che l’istruzione migliorerà, se diminuiscono ore di insegnamento e indirizzi di studio? – ha detto Alba Sasso – C’è una logica in questo?”
Tra i danni, bisogna annoverare anche il venir meno del dibattito sul progetto educativo, su quali sono le linee dell’istruzione, su che cosa è essenziale nella scuola. Che fine fa la centralità della relazione tra docenti e studenti? Che razza di relazione ci può mai essere in classi sovraffollate? Eppure alle spalle le associazioni di insegnanti hanno un’elaborazione importante, hanno cercato di trovare un linguaggio nuovo per parlare dei bisogni, dei desideri e delle necessità di docenti e alunni, senza appiattirsi su acronimi impossibili, PON, POF, crediti, debiti, scuola azienda, manager, ecc. Hanno cercato di mantenere sempre aperto un canale e uno scambio tra scuola e società. Non dimentichiamo che l’Italia è stata la terra di fior di pedagogisti, laici e cattolici, da Maria Montessori a don Milani, da Lombardo Radice a Danilo Dolci. In Italia c’è stata l’esperienza delle 150 ore per accrescere il livello culturale dei lavoratori, l’esperienza dei maestri di strada per il recupero dei ragazzi che abbandonavano la scuola, fino ad arrivare alla elaborazione di insegnanti di tutta Italia, uniti nel movimento di Autoriforma della scuola, che mette al centro la relazione viva tra docenti e studenti. Non ripartiamo, dunque da zero. Bisogna opporsi alla distruzione della scuola pubblica, riprendendo una battaglia politica e culturale, che è una battaglia di civiltà contro la barbarie di chi non ha vergogna a lasciare i bambini non paganti senza minestra. “Un aiuto – ha detto Alba Sasso – viene dalle misure adottate dalla Regione, che per quest’anno ha stanziato venti milioni di euro per riassumere 2.500 insegnanti precari espulsi dalla scuola. Ma non è stato un modo per fare assistenzialismo, perché sono stati finanziati progetti contro la dispersione scolastica: un esempio di come si possa unire la buona amministrazione con la buona politica”.

Luisa Muraro

Razzismo, da sempre una parola sbagliata, dopo il nazismo è diventata terribilmente pesante. Però noto che in Italia ci siamo messi a usarla con molta facilità e che l’antirazzismo è una bandiera che tutti vogliono sventolare, a destra e a sinistra. Domando: è quello il problema che abbiamo? Sarà questa la sua soluzione?
Quando Jerry Masslo fu ucciso perché nero, nel 1989, più di un milione di persone manifestò il suo sdegno. Che cosa ci è capitato da allora, dobbiamo chiederci. Io dico che un popolo non diventa razzista in così poco tempo. Quello che è capitato, da allora, non riguarda la cultura del popolo italiano, ma la storia mondiale. Ed è che da un paio di decenni continuano ad arrivare emigranti poveri da quattro continenti: Europa dell’est, Asia, America latina e Africa. Che cosa ha messo in movimento questa fiumana di bisognosi? Gli esperti e i responsabili non rispondono, perché dovrebbero parlare dei disastri dell’economia e della politica a livello globale. E dove vanno a sistemarsi? Qui la risposta è semplice: vanno dove c’è lavoro faticoso e pagato male, sconosciuti e non attesi in mezzo a una popolazione con cui spartiscono le strade, le scuole, il quartiere. E a quel punto comincia, per tutti, il difficile compito di conoscersi, di adattarsi, di trasformarsi e costituire piano piano un nuovo tipo di società.
In alcuni paesi europei i governi fanno qualcosa per aiutare questo processo, qui da noi molto viene lasciato alla buona volontà della popolazione. Che c’è ma qualche volta finisce o non basta, e scoppiano incidenti. Lo chiamate razzismo? Comodo, per quelli che hanno la coda di paglia. Ma stupido, se quello che vi sta a cuore è arrivare a una pacifica convivenza, perché quella parola troppo pesante porta rabbia, sospetti, sensi di colpa, che rischiano di restare come sassi sulla strada delle persone di buona volontà.

 

 

A Terni L’omaggio a «Tinissima». Bella e comunista, e ai suoi scatti crudi e sensuali
Il percorso La storia di un’artista che abbandonò la macchina fotografica per la rivoluzione
Nacque a Udine nel 1896, emigrò in America a 17 anniTinissima la chiamava sua mamma, e «Tinissima» è il titolo della mostra a Terni che celebra
Tina Modotti, attrice, rivoluzionaria,fotografa, spia, crocerossina, attraverso le sue fotografie.

 

Di Sandra Petrignani

Le fotografie di Tina Modotti che ritraggono dettagli di fiori, primissimi piani di calle, rose, lilium, rimandano ai quadri dell’americana Giorgia O’Keefe, successivi di qualche decennio,: ne hanno la stessa indecente sensualità, un carnale amore per la natura e la vita. E’ la sorpresa più grossa che mi riserva la mostra Tinissima, aperta fino al 4 aprile a Terni, Palazzo di Primavera. Non avevo mai visto queste fotografie. I primi piani di mani sì, li conoscevo, li vedi una volta e non li dimentichi più, mani stanche e impolverate di operai, di contadini, di vecchi, mani umili, delicate e forti insieme. Poi ci sono i bambini, quanti bambini seri negli scatti della Modotti, pensierosi dentro i loro stracci. Uno per tutti: un piccoletto di sei anni all’incirca, interamente coperto da una sciarpa sporca e con un cappelletto di paglia storto in testa, solo e preoccupato, contro lo sfondo di aridi cactus giganti a sottolineare la durezza della sua ancora breve esistenza.
Non basta qualche lieve sorriso sulle labbra di donne fiere, quella che porta una bandiera rossa tanto più grande di lei, quelle che avanzano con cesti e vasi sul capo, una concentrazione sofferta sui loro volti come su quello dell’autrice: gli occhi fondi e neri di Tina, il disegno amaro della bocca, quasi presaga di un destino difficile, luttuoso, calunniato. Quante vite ha avuto Tina Modotti? Attrice, fotografa, rivoluzionaria, spia, crocerossina. «Mi considero una fotografa, e niente altro» aveva detto di sé. Ma per affermare che non c’era niente di artistico nel suo lavoro, perché la parola arte la metteva a disagio, le dava «una sensazione sgradevole».
Non le piaceva l’aura di eccezionalità intorno agli artisti, lei era dalla parte della vita, con le sue tragiche ingiustizie. E quella scelse a un certo punto, buttando la macchina fotografica alle ortiche e votandosi totalmente alla rivoluzione comunista, che l’avrebbe tradita. Friulana di Udine, nata nel 1896 da famiglia modesta, comincia a lavorare in una filanda a tredici anni, a diciassette s’imbarca per San Francisco per raggiungere il padre emigrante. Fa la modella, l’attrice, diventando una diva del cinema muto. Poco più che ventenne sposa un artista e poeta bohèmien dai folti riccioli, che morirà in Messico per un’improvvisa malattia cinque anni.
Intanto Tinissima, nome che le dava la madre da piccola giocando a rendere superlativo il diminutivo di Assuntina, ha già conosciuto il grande fotografo statunitense Edward Weston, con cui intreccia un rapporto nutritivo e passionale. Lui, famoso seduttore, capitola per Tina, ne è gelosissimo, ma la asseconda nel sogno anticonformista del libero amore. E intanto la fotografa mentre prende il sole, completamente nuda, sensualissima, sulla terrazza della loro casa di Città del Messico, dove si sono trasferiti, dove frequentano Diego Rivera, Frida Khalo e gli altri comunisti rivoluzionari. E’ proprio Tina durante una festa in quella sua casa ospitale, luminosa, detta «la nave» per l’atipica forma angolare, a presentare Frida a Diego, di cui probabilmente la bella italiana, presente in tanti murales dell’artista messicano, è una delle numerose amanti.
Per la seconda volta nella vita Tina diventa famosa, una fama che non vuole e anzi cerca di sfuggire, una fama di scandalo oltre tutto: le foto che Weston le ha scattato le creano intorno un’aura pericolosa, da femme fatale che non è. E’ anzi, a detta di chi l’ha conosciuta, una donna modesta e tranquilla, dolce, ma intransigente. Una che parla poco e guarda molto, direttamente e attraverso l’obiettivo che Weston le ha insegnato a usare. Era un fotografo lo zio friulano Pietro Modotti e il padre, Giuseppe, aveva aperto uno studio fotografico a San Francisco. Tina era dunque in qualche modo predestinata alla fotografia.Ma poi conosce il grande amore, il giornalista rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella con cui passione e politica si mescolano in un incontro incandescente. E’ il 1928, la favola dura pochissimo. Il 10 gennaio dell’anno successivo Mella viene ucciso, mentre cammina di sera abbracciato a Tina. Vittima del governo cubano a cui si opponeva? Stroncato da un sicario di Stalin, che non ammetteva deviazioni anarchiche? Qui il destino di Tina s’incrina per sempre, da ora in poi sarà una marionetta della storia che la gioca in diversi scenari di cui lei non sembra più avere il controllo. Viene accusata del delitto di Mella per motivi passionali. Diego Rivera si batterà come un leone per dimostrare la sua innocenza. Ma la vita di Tina è spezzata. L’anno successivo abbandona il Messico. Sulla nave verso l’Europa c’è anche l’ambiguo Vittorio Vidali, un attivista staliniano dai molti scheletri nell’armadio. Forse ha perfino ucciso lui Mella, forse, per aver via libera con Tina. Ma Tina non sospetta niente, è sola.
Tenta di resistere alle insistenze di Vidali di trasferirsi in Russia. Va da sola a Berlino, dove già aleggia un clima prenazista. Qui potrebbe diventare una fotoreporter, questo le viene proposto. Ma lei scrive a Weston: «Non sono adatta, non sono così aggressiva. La mia fotografia ha bisogno di tempi lenti, di calma». E’ la rinuncia definitiva alla macchina fotografica. Ed è probabilmente la scelta peggiore che fa: accetta di entrare nel Comintern, diventa una spia per il Soccorso Rosso Internazionale di Vidali. Nel ’33 è a Parigi a soccorrere i rifugiati politici, nel ’36 volontaria nella guerra di Spagna, fa la cucina, cura i feriti. Vede con i suoi occhi gli orrori di cui si macchiano «i suoi». Forse finalmente le crolla il velo su Vidali, al quale la storia s’incaricherà di attribuire fino a 400 omicidi di anti-staliniani. Nel 1939, irriconoscibile, invecchiata, stanchissima Tina Modotti torna in Messico, il paese delle illusioni, dove aveva conosciuto una breve felicità. Esce dal silenzio soltanto per dichiarare il suo dissenso sul patto di non aggressione fra Stalin e Hitler. Forse firma così la sua condanna a morte. Tre anni dopo muore misteriosamente in un taxi.
Per un infarto, hanno detto. Ma c’è chi sostiene che Vidali si trovava anche lui di nuovo a Città del Messico. Sarebbe morto dopo molto tempo, nel 1983, senatore della Repubblica italiana, portando nella tomba i suoi segreti. Un bel film-documento realizzato da Silvano Castano per Cinemazero e la Cineteca del Friuli, utilizzando i materiali degli Archivi Modotti di Pordenone, è in vendita nella sede della mostra di Terni.

20 Marzo 2010

 

E’ stato presentato il 17 marzo ‘Pink Noir. Delitti per signora’ a cura di Daniela Rossi, alla libreria delle donne nel corso di un incontro che ha previsto la discussione sul testo e uno spettacolo a cura delle attrici di Riso Rosa (Associazione che promuove la comicità scritta e interpretata da donne): Luisa Sax e Lorenza Franzoni. Era presente anche Francesca Avanzini, che ha scritto un bellissimo testo nell’introduzione ‘Le madri del noir’

Ha introdotto la discussione Serena Fuart:

 

“Un testo che a me è piaciuto tantissimo, l’ho letto più di una volta.

Si tratta di una raccolta di racconti noir scritti in occasione del concorso Pink Ink Noir e poi pubblicati in questo testo. Come scrive nell’introduzione Daniela Rossi “Noir, giallo, rosa sono tutte le sfumature dei delitti per signora che si è proposto di scoprire Pink Ink Noir, concorso di racconti solo per donne: umorismo nero, gotico, thriller, poliziesco e horror. Tutto è permesso”
Sempre Daniela Rossi scrive che la giuria di questo concorso “è composta dall’autrice di fumetti Pat Carra, dalla giornalista e scrittrice Geraldina Colotti, dall’agente di polizia e curatrice del premio di noir “Fedeli” Simona Mammano, dallo scrittore di gialli Valerio Varesi e dall’autore/scrittore Giuseppe Cederna…”

Io l’ho letto più di una volta senza per questo perdere la suspence, i brividi e l’ironia che questo libro ha in sé.

Scrive Daniela Rossi quant’è interessante scoprire come scrivono le donne. E questo un punto che ho trovato importante e su cui vorrei magari discutere. Esiste una specificità femminile nel scrivere testi noir?
In questo libro le autrici sembrano perfettamente a loro agio nel padroneggiare il genere, lo fanno con talento e ironia: scene agghiaccianti, delitti e intrighi non impediscono di sorridere. Si, perché le storie raccontano una realtà agghiacciante e divertente allo stesso tempo.

Si inzia con i fumetti straordinari di Pat Carra, quattro fumetti dalle sfumature noir, poi si prosegue con le novelle.
Per quanto riguarda il genere noir ho trovato una definizione di noir su Wilkipedia: “Solitamente si considera il noir differente dal giallo perché lo scopo del libro non è soltanto di raccontare e risolvere un crimine. Alla fine del romanzo il lettore deve riflettere, rispetto a ciò che ha letto, sulla realtà che gli sta intorno, deve analizzare il mondo che lo circonda in base alle informazioni che riesce a raccogliere dalla storia. La soluzione del crimine passa quasi in secondo piano. Se parliamo del giallo classico all’inglese che dava per scontata l’esistenza di una certa società, il noir tende ad avere più un antieroe come protagonista, invece dell’eroe consolatorio del giallo. Schematizzando, questo e la differenza tra i finali li rende due generi diversi tra loro per quanto facilmente miscibili. Il finale del giallo classico è consolatorio, la soluzione del giallo riporta allo status quo, al ristabilimento dell’ordine. Il finale di un noir è poco consolatorio, a volte capita addirittura che non esista un finale o che non ci sia soluzione al romanzo. Il punto di vista della storia è l’altra differenza importante: il giallo è la storia raccontata dai buoni. Il noir è la storia raccontata dal punto di vista criminale. Il tutto con le debite eccezioni e articolazioni”.
Le autrici se la sbrogliano molto bene con il genere, non risparmiando nessuna scena cruenta, non avendo nulla da invidiare agli scrittori maschi, anzi!. E lo fanno con ironia. Se leggendo vengono i brividi, si sorride anche.
Sanno perfettamente tenere il fiato in sospeso e cimentarsi a produrre scene grottesche e raccapriccianti senza tralasciare i particolari.

Ma quello che mi è piaciuto è che in questi scritti le donne non sono vittime o esserini indifesi da proteggere. Al contrario sono quasi tutte volitive, furbe, vincenti anche se magari dopo aver ucciso vengono arrestate. Sono vincenti comunque perché hanno portato a termine una missione che si erano prefisse. Sono gli uomini nella maggior parte dei casi ad essere vittime o raggirati senza troppi ripensamenti. Le protagoniste sanno dove vogliono arrivare e lo fanno con astuzia senza sensi di colpa.
Ecco anche un punto che mi ha colpito. La maggior parte delle protagoniste non ha sensi di colpa, al contrario, come detto hanno il loro obiettivo e sanno dove vogliono arrivare lucidamente. E questo mi ha sollevato.
In poche novelle sono gli uomini a uccidere come ‘La cosa buia’ di Beatrice Massaini.
Si parte inoltre sempre da una realtà femminile concreta. Una realtà che riguarda le donne ovviamente che sono le indiscusse protagoniste Si vedono i contesti di tutti i giorni, ognuno può immedesimarvisi pienamente. Niente astrattismi, o realtà parallele, i racconti si radicano nel presente della nostra società mettendone in risalto tutte le sfaccettature.
Si parla del marito violento per esempio in Fatalità di Giulia Maraccini, oppure del playboy che ha ferito i sentimenti di una ragazza a tal punto da farla diventare anoressica in ‘Assassionio sul Po’ di Rosanna Figna, oppure si parla di una madre gelosa della figlia in’La serial killer’ di Caterina Casini e Giovanna Ciorciolini e via dicendo”.

Insieme a Daniela Rossi si è trattato poi del tema che esiste una specificità femminile nel scrivere noir: ad esempio questo partire da questioni molto concrete che si radicano nella quotidianità della vita, il fatto che il finale, a differenza dei noir maschili, sia, a volte consolotario. Come ha detto poi Daniela Rossi, le donne parlano molto di sentimenti e molto anche di cibo. In certe novelle ci sono addirittura delle ricette.

Poesie noir di Luisa Sax recitate nella serata

Una poesia trovata nel cassetto
Della serial killer
Lola Fagòla

Col delitto mi diletto
Qual è il calibro perfetto?

 

La pistola mi consola
Ed il taglio della gola

 

Io ti scanno per benino
E ti brucio nel camino

 

Io ti strappo il cuoricino
E lo getto al cagnolino

 

Ti taglio in più pezzetti
E ti porto ai cassonetti

 

Non mi sentirò mai sola

 

Se starai sotto la mia

Aiuola.

 

 

Un fatto di cronaca rosa

Una sposina tailandese
Subì per un mese
Le folli pretese
Di un marito scortese

Poi, nottetempo, una decisione prese:
recise

Quindi lego’ l’oggetto
Del marito scorretto
Ad un palloncino
Che il vicino di casa
Vide volare nel cielo infinito

Povero marito:
chissa’ quanto

penera’….

 

 

OMAGGIO AI NOMI FEMMINILI

 


MANOLA TI ANELA…

LIDIA TI INSIDIA…

ROSA TI SPOSA…

MAFALDA TI SCALDA…

GIOVANNA T’INGANNA…

MARTA TI SCARTA….

ELVIRA TI EVIRA

E PIU’ NON TI TIRA

 

 

I versi assassini

 

In Versilia,
verso sera,
Una poetessa versatile

 

Amante dei di-versi

 

Versò dei versi
In un taccuino
Poi tergiversò
(Versandosi del gin)

 

Al mattino

 

La trovarono riversa…
e… che la testa si era persa…

 

per terra raccolsero
un anonimo foglietto che recitava:

 

,…eravamo i suoi versi……
ci voleva perversi……..

 

ma quella sera, il terzo capoverso,
un introverso,
con un versaccio la stese riversa
ed ora imperversa su tutte le versioni

 

Aiutateci versiamo in cattivo stato!!

 

P:S:
Tutti i suoi versi giudicati controversi
Dal prosaico Professor Roversi
Furono ridotti a striscioline
Nel tritacarte.

 

A titolo cautelativo aggiungiamo
Che una manciata di iperversi
Immessa clandestinamente nella rete
Da una segreta amica di penna della poetessa
Vaga per il web seminando versacci
nei i migliori siti di poesia on line.
Attenti a ciò che scaricate!.

 

 

In Memoria
(dalla cronaca nera
del Corriere della Sera)

 

Trovarono una donna
seminuda
impiccata alla canna del cesso
di un bar di Milano

 

Portava due anelli nei seni
Le mutandine nere di pelle
E i tacchi a spillo

 

Scrissero che
fu il sadico gioco
di una deviata:
raggiunto l’orgasmo,
in piedi sul water,
con il cappio al collo,
mise un piede in fallo,
scivolò sul tacco a spillo

 

e rimase impiccata.

 

Morale:
non usate i tacchi a spillo
se indossate il cappio al collo.

 

Biografia artistica di Luisa Sax

Negli anni 80 sassofonista delle Clito, il primo gruppo punk-rock di “rrragazze” italiano, ha abitato per molti anni nella casa occupata di sole donne di via Lanzone a Milano.
Si è esibita in varie performances anche nello storico locale femminista Cicip e Ciciap , in seguito si è dedicata principalmente alla poesia e canzone comica, in molte occasioni col gruppo di Riso Rosa e anche in vincenti esibizioni di slam poetry.
Ha frequentato la misconosciuta poesia sonora col gruppo di poeti sperimentali Baobab, attualmente è soprattutto videomaker con una notevole produzione di videopoesie e videoaforismi comici selezionati a molti film festival italiani e stranieri.
E’ stata invitata varie volte a rassegne di teatro, cinema e cultura LGBT
Ha pubblicato poesie su varie riviste, tra cui Linus, e Towanda! racconti comici su “Noi Donne” e alcuni suoi testi sono presenti su libri collettivi di poesia, teatro aforismi e Haiku al femminile.

Si considera, suo malgrado, una donna di lettere a 360 gradi, infatti oltre ad essere una poetessa è anche una portalettere di mestiere.

Il sarcasmo e l’humor nero sono le sue più apprezzate doti artistiche (non a caso, per chi si intende di astrologia, ha tre pianeti in casa ottava, mercurio in gemelli e l’ascendente scorpione).