Maria Rosaria Marella
Condivido i contenuti e i toni dell’intervento di Azzariti, Burgio, Lucarelli e Mastropaolo pubblicato sul manifesto del 5 gennaio, a partire dal fatto che hanno scelto di rivolgersi soprattutto a chi, il corpo docente, è stato largamente assente dalle mobilitazioni dei mesi scorsi, ma nell’università pubblica ha responsabilità didattiche, scientifiche e di gestione e dunque può, come gli autori auspicano, mettere in scacco la legge Gelmini, ad esempio facendo ricorso alla giustizia amministrativa in difesa della libertà di ricerca e insegnamento e presidiando i processi di elaborazione degli statuti d’ateneo.
Al di là delle vie istituzionali che l’articolo ha il merito di segnalare e promuovere, credo che a chi lavora nell’università spetti ora il compito di operare interstizialmente fra le pieghe della legge e oltre la legge stessa e sperimentare pratiche quotidiane di sabotaggio dell’ideologia che la ispira. Penso infatti che gli ultimi quattordici mesi di discussioni e mobilitazione non siano trascorsi invano e sebbene non siano valsi a fermare l’iter di approvazione del Ddl, abbiano comunque portato a riflettere tutti gli attori dell’università sulle mancanze del sistema in cui operiamo e sul modello di università che vorremmo. Naturalmente non dobbiamo illuderci che i professori universitari, in particolare gli ordinari, che tanto hanno latitato in questa vicenda, siano oggi pronti a contrastare il peggio che ci pioverà addosso con l’attuazione della legge. Avendo vissuto questa fase soprattutto a contatto con i soggetti in mobilitazione, ho poi scoperto con sgomento non solo che molti colleghi erano d’accordo con lo spirito della riforma – il che è legittimo, ovviamente – ma che tante altre, che pure per cultura e formazione sono per la difesa dell’università pubblica, ignoravano persino il contenuto del Ddl. Possiamo sperare che il tedio e l’indignazione che ciascuno proverà nel subire centinaia di astruse norme attuative risvegli sia pur tardivamente le coscienze. A chi non ha preso parola e a chi ha lavorato perché l’orrore del Ddl Gelmini divenisse l’occasione per aprire un grande dibattito pubblico sull’università e la ricerca in Italia, dobbiamo ora chiedere un impegno quotidiano per svuotare quanto possibile la riforma “dal di dentro”, farne un’opportunità per affermare il carattere di bene comune dell’università pubblica.
Didattica. Con la presentazione del Ddl Gelmini si è ricominciato, soprattutto da parte degli studenti, a discutere del 3+2 e dei guasti che il sistema dei crediti ha prodotto sul piano del metodo, dell’organizzazione della didattica e dell’apprendimento. Chi vive nell’università sa bene che quanto ha avuto origine dal cd. processo di Bologna, proprio lo scorso anno duramente contestato dagli studenti di tutt’Europa in occasione del suo decennale, si è tradotto in una tremenda standardizzazione dei contenuti dell’insegnamento e in un devastante impoverimento del rapporto studenti-docenti in termini di produzione di sapere critico. Ora la c.d. riforma non interviene direttamente sulla didattica ma, ripeto, può essere colta come l’occasione per abbandonare la rassegnazione con cui abbiamo sinora subito come mali necessari la parcellizzazione dei saperi e la riduzione dell’insegnamento a somministrazione di nozioni professionalizzanti, scandito secondo tempi da catena di montaggio. Mali che una normativa secondaria in corso di approvazione si accinge a aggravare, imponendo la riduzione dell’offerta formativa per i corsi di laurea che secondo il ministero hanno vocazione professionalizzante (giurisprudenza, ad esempio) e con ciò accentuando la standardizzazione dei saperi. È tempo invece di riprendere la sperimentazione della didattica ed è qualcosa che possiamo fare individualmente, ma soprattutto nei corsi di laurea. In primo luogo il sistema dei crediti dev’essere in qualche misura neutralizzato, compatibilmente con le tabelle ministeriali, uniformando il più possibile il numero dei crediti assegnati agli insegnamenti, così da sconfiggere l’insulsa gerarchia fra saperi imposta col 3+2. In secondo luogo, ciascun insegnamento può riorganizzarsi al proprio interno in modo da ridurre lo spazio per la didattica c.d. frontale e privilegiare quella seminariale per favorire lo scambio con gli studenti e la produzione di sapere dal basso. Infine la didattica può essere rivitalizzata nel metodo e nell’organizzazione ricorrendo il più possibile ai crediti liberi, già sfruttati strategicamente dagli studenti per le attività di autoformazione. Grazie a questo centinaia di esperienze di autoformazione sono fiorite in tutti gli atenei italiani, nel segno della contaminazione, dell’interdisciplinarietà e della condivisione con le realtà presenti sul territorio. Ottime pratiche per un’università bene comune.
Ricerca. La legge Gelmini – si è detto a ragione – vuol privatizzare la ricerca prodotta dall’università pubblica, sostanzialmente regalandone i frutti ai privati che siederanno nei consigli d’amministrazione degli atenei. È possibile che molto di questo progetto, riproduzione del tutto fuorviante del modello statunitense, resti sulla carta e che, almeno nelle discipline umanistiche, si conserverà l’esistente. Del resto la ricerca di base in genere è già stata di fatto privata di fondi mentre quella scientifica, almeno in alcuni settori, è già da tempo orientata dal mercato. A tutto questo è possibile e doveroso contrapporre la pratica del comune, condividendo i risultati delle ricerche che svolgiamo individualmente e come dipartimenti, attraverso la creazione di repositories liberamente accessibili secondo lo schema dell’open access o ricorrendo a licenze creative commons.
Valutazione. Resta il nodo della valutazione, il tratto della riforma forse più ideologico ma paradossalmente più condiviso fra gli accademici. Anche chi in passato ha gestito i concorsi in modo non impeccabile, essendosi autoassolto aderisce ora alla retorica del merito e s’impegna nell’elaborazione di criteri “obiettivi” di valutazione. In questi mesi a chi mi parlava di merito ho consigliato la lettura del bell’articolo di Marco Bascetta “Un merito senza talento” (il manifesto, 2 dicembre 2009) condividendone in tutto l’analisi: la valutazione del merito è intrinsecamente gerarchica, crea standardizzazione e ammazza il talento, nega il carattere collettivo della produzione del sapere. A questo si aggiunga l’arbitrarietà dei criteri di valutazione, alquanto palese nelle materie umanistiche e le storture create da una competizione fra ricercatori e fra strutture del tutto artificiosa. Per chi pensa che l’università e il sapere sono beni comuni resistere alla retorica del merito e della valutazione della ricerca è indispensabile. Necessario allora non contribuire a legittimare questa logica e ove possibile neutralizzare gli strumenti di valutazione.
* Ordinaria di diritto privato, università di Perugia
da Il manifesto
Domenica 16 fiaccolata del movimento contro l’allargamento della base Usa Dal Molin di Vicenza, nato quattro anni fa. «Gran parte del territorio – dice Olol Jackson al manifesto – è stata riconquistata dai cittadini e restituita alla città. Il Parco della Pace rappresenta tutto questo» Orsola Casagrande «Il ricordo più nitido che ho di quel 16 gennaio 2007 è il viso della suora che mi stava accanto mentre occupavamo i binari della stazione di Vicenza». Olol Jackson, uno dei volti più conosciuti del movimento No Dal Molin, ripercorre questi quattro anni di lotta contro il progetto degli Stati uniti (avallato e sostenuto, anche economicamente, dai governi italiani di destra e di sinistra) di costruire una nuova base militare nella città veneta. «Sono passati quattro anni – dice – e il volto di quella suora mi è rimasto impresso perché in qualche modo rappresenta la sintesi di un sentimento comune che ha visto tutti i settori della società vicentina uniti nel dire no alla base statunitense. Quel 16 gennaio di quattro anni fa – insiste – c’erano tutti sui binari. C’era la suora, c’erano gli studenti, c’erano avvocati, impiegati di banca, casalinghe, operai, giovani e vecchi». Una lotta di popolo, di una città che si era sentita violata. «Sì – dice Olol – la città si è sentita offesa. E si è ribellata. La lotta contro il Dal Molin è la rivendicazione di una comunità sul proprio territorio. L’offesa è stata grande anche perché l’annuncio del sì del governo Prodi agli USA è arrivato dall’estero – aggiunge Olol – e ha dimostrato la pavidità di un governo, per di più di centro sinistra, che non ha nemmeno avuto il coraggio di venire a dialogare con i cittadini di Vicenza». Quattro anni. Quanta acqua è passata sotto i ponti. E pure sopra, visti i disastri dell’alluvione di qualche settimana fa. Catastrofe naturale, ma solo in parte, come sottolineano esperti che stanno monitorando l’impatto del cantiere al Dal Molin sul sistema idrogeologico dell’area. «Bugie – dice Olol – continuano a raccontarci che la falda acquifera non risentirà dei lavori del cantiere. Ma sappiamo che già gli equilibri del territorio sono stati toccati. Ce lo dicono gli esperti, non pericolosi sovversivi. E se vogliamo dirla tutta – insiste – forse si spiega meglio, dopo gli esiti dell’alluvione, la lettera del commissario per il Dal Molin Costa all’allora ministro degli interni Parisi. Costa diceva che non era importante fare la Valutazione di Impatto Ambientale». Domenica, quattro anni dopo l’editto di Prodi, Vicenza scenderà in piazza nuovamente. Una fiaccolata che non sarà «una ricorrenza funebre – come dicono al Presidio Permanente – quelle vanno bene per chi non ha più niente da dire». Al contrario la fiaccolata vuole essere un ritrovarsi dei vicentini pacifico e ricco di contenuti, pieno di quella stessa dignità e orgoglio che «avevamo inaspettatamente incrociato quattro anni fa, capace di far sentire ancora forte la propria voce, tutt’altro che sconfitta». In troppi infatti hanno liquidato e chiuso il «capitolo Dal Molin» sostenendo che i «ribelli» avevano avuto il loro «contentino» (leggi il Parco della Pace) e quindi avevano finito di protestare. «Troppo facile, – dice Olol – noi siamo realisti. Vediamo tutti il cantiere che avanza. Ma bisogna anche essere onesti intellettualmente. E allora Vicenza non ha perso. Torniamo indietro nel tempo, a quattro anni fa – dice ancora Olol – e pensiamo ai progetti che gli Usa avevano sventolato. La base si sarebbe dovuta estendere su tutta l’area del Dal Molin. Guardiamo al progetto oggi». Una fetta molto più piccola di quell’area è sotto bandiera statunitense. «Una grande parte di territorio – dice Olol – è stata riconquistata dai cittadini e restituita alla città. Il Parco della Pace è questo. Teniamo presente chi avevamo di fronte. Gli americani, il governo italiano, le amministrazioni. Per questo il Parco della Pace è una vittoria. La sfida naturalmente – aggiunge Olol – è farlo vivere, mantenere quello spazio di libertà conquistato e renderlo luogo di fermento e attività». La fiaccolata di domenica avrà tre parole d’ordine: verità, trasparenza e giustizia. «Sono le tre coordinate – dice ancora Olol – che rappresentano la nuova fase del movimento No Dal Molin. Quello che avevamo intuito, e cioè che il progetto avrebbe impattato negativamente sulla falda acquifera, oggi è una realtà. Verità dunque, perché la città ha diritto di sapere. Abbiamo mandato a casa un’amministrazione comunale che aveva messo sotto le scarpe la trasparenza. Che invece è il perno nel rapporto tra cittadini e amministratori». Lo dovrebbe aver imparato il centro sinistra (cancellato dal parlamento e da tante amministrazioni). Eppure non ci sono segnali in questo senso. «Il problema – dice Olol – rimane proprio questo: come si riconnettono fili che sono ancora oggettivamente spezzati? Noi siamo sempre stati disposti al dialogo, anzi lo chiedevamo. Chi ha rifiutato il confronto con i cittadini sono stati altri». Vicenza oggi, quattro anni dopo, è certamente cambiata, segnata da questa lotta. «Era una città che non si conosceva – dice Olol – che si sfiorava ma non comunicava. Il No Dal Molin, il presidio sono diventati occasione di costruzione di nuovi rapporti, di una presa di consapevolezza del territorio, non in senso locale e nimby. Al contrario pensare locale per agire globale. Perché il problema base militare parte dal locale ma è un problema globale come è evidente». Vicenza che è stata instancabile nella campagna delle firme per l’acqua. Una nuova attenzione ai beni comuni, un senso di appartenenza in senso solidale e anti Lega. Domenica dunque il movimento No Dal Molin celebrerà una sorta di nuovo inizio. Ripartendo dal Parco della Pace.
di Alberto Leiss
“Un lavoro realmente libero, ad esempio il comporre musica, è al tempo stesso la cosa maledettamente più seria di questo mondo, lo sforzo più intenso che ci sia”.
Così Marx, nei “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”, dove poi afferma che un tale lavoro liberato deve avere un carattere universale e scientifico, essere un’attività che “regola tutte le forze della natura”.
La citazione vale a evocare una tematica che mi sembra ancora attuale: quanto del nostro desiderio di libertà e di felicità passa attraverso il lavoro, e le sue relazioni con le nostre vite e con il mondo? Quanto pesa l’”alienazione” del lavoro nelle tante possibili accezioni contemporanee?
Ma non intendo addentrarmi in questa indagine di carattere analitico e teorico. Voglio invece provare a indirizzare un messaggio principale a me stesso e agli uomini della sinistra e del sindacato:
le analisi del femminismo che discutiamo oggi da un lato indicano il lavoro come fondamento di un’azione politica per il cambiamento, ma contemporaneamente pongono l’esigenza di ripensare alla radice la nostra idea del lavoro.
Penso che questo costituisca una nuova occasione politica per la sinistra. Un’occasione da non perdere, anche considerando il fatto che già una volta, alla fine degli anni ’80 e poi durante la “svolta” che mise fine al Pci, l’incapacità della sinistra di cogliere il diverso punto di vista offerto dal femminismo ha costituito una perdita grave, un motivo profondo di distacco dalla realtà, che pesa molto negativamente tuttora.
(Lo dico anche autocriticamente: amiche che oggi sono qui presentarono allora un documento congressuale con al centro il tema della libertà al quale, sbagliando, non aderii).
Si tratta, credo, di spingerci oltre le elaborazioni parziali del pensiero maschile sul lavoro che sono state prodotte negli ultimi decenni: la fine del lavoro, il lavoro cognitivo e immateriale, il lavoro autonomo di seconda generazione, la condizione precaria, la moltitudine, il nostalgici ritorni alla idea di “classe operaia”, oppure l’idea moderata di un interesse condiviso tra imprenditori e lavoratori.
Ci sono pezzi importanti di verità in ognuno di questi tentativi di trovare nuovi assi interpretativi del ruolo e della condizione del lavoro, ma non si vede – credo – la trasformazione principale.
Se guardiamo alla realtà di fatto e – come non si stanca di ripeterci Aldo Tortorella – all’esigenza di un ripensamento dei fondamenti della nostra cultura politica, dobbiamo cogliere come mutamento principale la rottura della separazione tra tempo del lavoro e della produzione e tempo della vita e della riproduzione: un fatto oggettivo, ma anche e forse soprattutto un dato soggettivo, che si radica nel desiderio femminile di lavorare nella produzione e nel mercato e di non rinunciare alle relazioni e agli affetti, al cosiddetto “lavoro di cura”.
A questo si lega il fatto che finalmente – anche per merito di Ars (ricordo l’idea di lanciare un movimento nel nome del Lavoro e della Libertà che risale a anni fa, quando segretario della Fiom era Claudio Sabatini) – nella sinistra è stata riammessa la parola Libertà. Ma se la pronunciamo oggi dobbiamo sapere che questa parola significa soprattutto riconoscere che cosa cambia per tutti con l’avvento della libertà femminile.
In un recente articolo, rivolto anche alla Fiom, Sergio Bologna esortava – provocatoriamente – a concentrarsi sulla “banalità del lavoro”, osservando per esempio la dissipazione di tante energie originata dal fatto che i giovani colti che escono dalle università non trovano adeguato impiego – una “bolla formativa” – e che non c’è il necessario rispetto per la dignità di chi lavora.
Ma che cosa so io, direttamente, del lavoro?
Ho avuto la grande fortuna di fare per tanti anni un lavoro che non consideravo alienante e alienato, scrivendo per un giornale del tutto particolare come l’Unità, e pensando di svolgere così anche una attività politica, sia pure professionalmente mediata.
Una condizione ideale dunque, nel rapporto – potrei dire citando Arendt – tra lavoro, opera, azione nella “polis”.
Quella dimensione politica a un certo punto è venuta completamente meno. Resta il fatto che per me la professione giornalistica ha comunque un contenuto etico e politico che deve essere ripensato. Oggi assistiamo a un paradosso: grazie al web e alle tecnologie moderne, alla diffusione globale della cultura, le informazioni si moltiplicano e sono alla portata di molte più persone, ma il linguaggio dei media tradizionali si impoverisce e diventa volgare, aggravando la loro crisi. Mentre solo una nuova e superiore qualità del prodotto, e quindi della competenza di chi lo elabora, potrebbe riaprire un circolo virtuoso con i pubblici.
A partire dal 2000 ho cambiato lavoro. Sempre occupandomi di comunicazione politica, ma operando nella amministrazione pubblica. Qui ho visto la forza di una presenza femminile molto diffusa e nettamente maggioritaria al livello impiegatizio, ben presente tra i quadri dirigenti, nettamente minoritaria al livello degli esecutivi politici.
E modelli diversi di comportamento: attenzione femminile al senso e alla qualità del lavoro, ma difesa dei tempi da dedicare ai figli, oppure adesione ai modelli maschili (competitività, orari prolungati, logiche di potere) per fare carriera, con diverse contraddizioni. Mi limito a osservare quanto sia poco sensata una politica che dice di voler migliorare l’efficienza della amministrazione pubblica ma che nulla sembra vedere di questa realtà concreta e conflittuale.
Quanto al mio rapporto con il sindacato – a parte le vicende del sindacalismo tra i giornalisti – ricordo una intensa esperienza negli anni ’80, a Genova, teatro di una drammatica deindustrializzazione.
Un caro amico della Fiom e poi dirigente della Cgil, Franco Sartori, molto popolare nel Ponente industriale investito dalla crisi, tentò di uscire dalla difensiva, di contrattaccare oltrepassando le dimensioni della fabbrica e della categoria, aprendo una contrattazione territoriale, incontrando il movimento delle donne di Cornigliano, che si battevano per l’ambiente contro l’inquinamento prodotto dall’Italsider ma non volevano penalizzare il lavoro operaio (erano per lo più mogli, parenti, amiche dei siderurgici).
Una battaglia che ha contribuito a alcuni risultati nel tempo: oggi l’ex Italsider, l’Ilva, è più piccola e più pulita, la città ha guadagnato spazi e aria pulita, in una storica villa settecentesca che era stata inglobata dalla fabbrica opera un distretto di piccole aziende che producono film e video, c’è la sede della Filmcommission regionale.
Ma quella strategia aperta al territorio, all’ambiente e al protagonismo femminile, in sostanza a un nuovo desiderio, è stata sconfitta nel sindacato.
Mi chiedo se molte resistenze maschili, a sinistra, a vedere la nuova realtà delle vite al lavoro di donne e uomini non siano riferibili al grande vuoto lasciato dal tramonto dell’idea della “coscienza di classe” modellata sulla figura sociale dell’operaio industriale maschio. Un’idea forte, perché portatrice di una visione comunitaria universale e di una realistica declinazione del conflitto tra lavoro e capitale. Ma tuttavia un’idea parziale.
Ora c’è la libertà femminile. La rottura, di tempo e di luogo, della separazione tra vita riproduttiva – lavoro di cura, e lavoro produttivo – prodotto. La stessa dinamica del conflitto e del riconoscimento non si esaurisce nel classico rapporto tra “servo” e “padrone”, ma passa attraverso la relazione e la differenza tra uomo e donna non solo nella sfera privata ma anche in quella pubblica.
Torno all’analisi della “banalità” del lavoro, raccogliendo qualche spunto dalle persone più giovani che ho vicino.
Trentenni che studiano e che lavorano, in modo precario naturalmente. Che rifiutano l’idea di una vita prevalentemente dedicata a un solo scopo. Che sono consapevoli delle ingiustizie e delle irrazionalità secondo cui è oggi organizzata tanta parte del lavoro (i “call center”, un “terziario” più al servizio delle aziende e della loro opacità che degli utenti e clienti. Oppure le scarse opportunità e le logiche “baronali” che offre il mondo accademico), ma stentano a trovare forme di elaborazione e di reazione collettive. Mi è stato detto: a condizioni economiche accettabili meglio fare la cameriera (la battuta nel film “Boris”: in Italia la ristorazione è l’unica cosa che funziona) o lo spazzino. Almeno è chiaro che sono cose utili.
Dunque resta una tensione al senso del “valore d’uso” che dovrebbero rappresentare prodotti e servizi, il desiderio di una vita piena, con al centro lo scambio relazionale, sia nel mondo del pubblico e del lavoro, sia nella sfera “privata”.
Ma esistono le “condizioni” per un “contrattacco” capace di far leva su questa dimensione del desiderio dei soggetti?
O la forza del comando del capitale globalizzato inchioda chi ha meno potere sulla difensiva?
Siamo testimoni, nel mondo, di reazioni e rivolte – forse rivoluzioni? – impreviste, impensate. E’ stata anche questo la rottura prodotta dai voti operai a Pomigliano e Mirafiori. Maurizio Landini ha detto giustamente: una cosa inattesa prodotta dalle persone, non da una organizzazione: per un attimo sono tornati anche nel mondo dei media gli operai in carne e ossa, le loro mogli che chiedevano a Marchionne di venire a provare i turni alla catena, i loro figli che erano aiutati dai nonni per una breve vacanza al mare.
Il coraggio di reagire al ricatto non per un sole dell’avvenire, ma per la dignità e il senso di sé dell’oggi, per una vita decente subito.
Ricordo un antico scritto di Lea Melandri, che invitava la sinistra e non fare dell’operaio un feticcio ideologico, ma di riconoscere i suoi desideri e la sua umanità fin nei soprammobili un po’ kitsch del suo tinello.
Qualcosa si muove anche tra gli studenti, il mondo del lavoro precario e autonomo.
Vorrei dire che la confusione è grande sotto il cielo, la situazione è eccellente. Se la politica, soprattutto a sinistra, saprà superare il suo malumore e malamore, appassionandosi ai cambiamenti davvero “epocali” che stiamo vivendo. Indignarsi non basta, ce lo ha ricordato Ingrao. Bisogna fare leva su ciò che c’è di positivo.
Dal femminismo italiano – penso al “sottosopra” “Immagina che il lavoro”, e a quello precedente, “E’ accaduto non per caso” – viene un insegnamento prezioso. Il desiderio va riconosciuto e nominato nell’oggi delle nostre relazioni. Il mercato, come luogo di scambio, non va eliminato o demonizzato, ma trasformato portandoci sentimenti e passioni, non solo lo scambio monetario, e combattendo le logiche strumentali e di potere.
Non si tratta dunque di negare il conflitto, e la sua durezza, ma di tentarne declinazioni diverse, più aderenti alla ricchezza delle nostre vite.
Per aiutare questa azione è necessario creare nuovi luoghi di scambio e di elaborazione. A Milano sta crescendo la proposta di una “Agorà del lavoro”, in cui possano ritrovarsi uomini e donne, gruppi che già operano su questi temi.
Chiudo con un’altra citazione di Marx, molto famosa: i filosofi – recita l’ultima tesi su Feuerbach – finora hanno interpretato il mondo, il punto è cambiarlo. Ma a parte il fatto che oggi è sicuramente necessaria una nuova reinterpretazione del mondo, sospetto che l’unico modo sensato di cambiarlo davvero sia quello di nominare il mutamento reale e il desiderio che lo spinge, trovare le nuove parole che ancora ci sfuggono.
Gian Piero Bernard
del Circolo La Merlettaia di Foggia
Web, home page di tiscali, qualche giorno fa. Sulla destra c’è un riquadro, una galleria di immagini pubblicitarie: San Valentino: sexy lingerie per sedurlo. A chi pensiamo siano destinate queste foto? Agli uomini, sia se sono un invito a comprare questi prodotti per le loro mogli compagne amanti, sia se sono rivolte alle donne per piacere agli uomini. Al centro è l’immaginario maschile, anzi un certo immaginario maschile. Anche le pubblicità che mostrano corpi maschili mi sembrano prigioniere dello stesso immaginario: bellezza senza emozioni, modello unico cui aderire, esibizione di corpi oggettivati.
E qui comincia la complicità. Perché gli uomini che non si riconoscono in quell’immaginario non lo dicono e non ne mostrano un altro? Questo mi fa pensare che sono i maschi ad avere un rapporto problematico con il corpo, sia esso quello di una donna, sia quello di un altro maschio o il proprio. Molti, nello scambio di piacere, danno danaro perché non sanno dare in cambio sentimenti. Spogliano la donna della sua soggettività perché vederla intera vorrebbe dire offrirsi interi e accettare la propria fragilità. Si preferisce un gioco separato in cui non valgono le regole della vita. Uno scambio mercificato lascia l’illusione di essere padroni del gioco e può succedere che l’altra stia a quel gioco e tenti di diventarne padrona a sua volta. Non è successo questo con i festini nelle ville del potere?
Per questo accettare che i corpi siano messi in mostra ci fa accettare un linguaggio che associa il piacere alla riduzione dell’altra ad oggetto, una pratica che è quotidiano apprendistato, nutrimento pervasivo di un unico immaginario. Per questo poi non ci si indigna quando il corpo diventa merce sessuale: in fondo lo si è già accettato. Ancora una volta c’è complicità.
Ecco, quello su cui vorrei che il dibattito continuasse è una riflessione a partire dalla consapevolezza che non ci è lecito comprare corpi, sia di donne che di uomini, e che il cambiamento di civiltà che deve ripensare tutta la sessualità e il rapporto col corpo, con i sentimenti e col danaro può partire da qui: vi sono azioni che non sono lecite.
Ciò a cui molti di noi stiamo lavorando è alla costruzione di rapporti sociali positivi a partire dalle relazioni singolari con le donne che frequentiamo, dovunque noi siamo. È l’attenzione alle relazioni concrete la nostra risorsa contro la riproposizione della miseria maschile che tanti avvenimenti ci sbattono in faccia. Come far diventare questo una politica efficace che apra conflitti sul piano dell’immaginario e sottragga terreno ai processi di mercificazione? A me è successo che mi ha mosso molto più la gioia che ho sentito per la creatività, la presa di parola, l’azione politica fuori dagli schemi delle donne che non la vergogna e il dolore per la violenza maschile, che pure c’è. C’è una fiducia nelle donne che ci può dare nuova parola e c’è l’esempio di una libertà femminile che non prevarica. Questo mi insegna che è possibile una diversa libertà, una diversa gioia anche per me, per noi maschi.
di Luigi Cavallaro
“COSA RESTA DEL PADRE?” DI MASSIMO RECALCATI
Quarant’anni fa, la rivoluzione giovanile e quella femminista criticarono in modo radicale l’equivalenza freudiana tra il Padre e la Legge. Il nostro tempo sembra aver sancito la loro vittoria: la rappresentazione edipica del Padre è declinata e pochi dubitano del fatto che viviamo in una società “post-patriarcale”,all’insegna dell'”anti-Edipo”. Non sono più i figli che domandano di essere “riconosciuti” dai genitori, ma questi ultimi a cercare insistentemente l’amore dei loro figli.
E nemmeno sono più i figli a identificarsi con il padre o la madre, ma padri e madri a investirli di attese narcisistiche di realizzazione. Contrariamente a quanto avevano pronosticato i protagonisti delle rivoluzioni anni ’70, l’avvento di una società non più attraversata dall’interdetto non ha tuttavia coinciso con l’approdo nella Terra Promessa.
Gli adulti non riescono più a sostenere il peso del conflitto che un “no” comporta, e proprio per ciò tendono a dire sempre “sì”, magari trincerandosi dietro il carattere democratico del “dialogo”. La famiglia tende a strutturarsi secondo le esigenze del dio-bambino e della sua “volontà” ormai assoluta, il che a sua volta genera nel bambino (e poi nell’adolescente) una iperattività il cui aspetto patologico si coglie nell’infittirsi delle psicopatologie legate al ritiro narcisistico in un godimento pulsionale monadico, asessuato e sterile.
Specularmente, sul piano macrosociale, la caduta dell’interdetto si manifesta nella forma di un “perché no?”, che accompagna qualsiasi comportamento individuale o collettivo. La dissoluzione della Legge della castrazione simbolica, che secondo Freud aveva il compito di mettere in relazione il desiderio del soggetto con l’esperienza del limite, ha indotto a credere che l’animale umano sia “libero” per natura: senza vincoli, senza limiti, agito solo dalla suavolontà di godimento.
Soprattutto, ha indotto a credere che l'”oggetto ” che causa il desiderio possa confondersi con una semplice “cosa “, o meglio con una montagna di cose (o magari, per dirla con Marx, con “una immane raccolta di merci”). Ne è venuta una crescente difficoltà nel consegnare senso alle proprie esistenze, di cui testimonia l’imperversare delle depressioni e di quelle sindromi che traggono dalle psicosi la ben nota caratteristica del rifiuto della realtà.
Rispetto a questo quadro, già analizzato in molti suoi lavori precedenti, la tesi che Massimo Recalcati argomenta nel suo ultimo libro,Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna (RaffaelloCortina, pp. 189, euro 14) è doppiamente scandalosa. Non solo perché egli torna esplicitamente a dire che l’effetto più eclatante del venir meno della Legge è l’annullamento del desiderio, che sottratto a ogni limite si manifesta in forma puramente dissipativa, cioè come pulsione di morte. Ma soprattutto perché lo fa denunciando con chiarezza quella paradossale convergenza che si realizzò, proprio negli anni ’70, tra il moto della contestazione giovanile e il definitivo affermarsi di ciò che Lacan chiamava “il discorso del capitalista”.
La parola del padre, spiega Recalcati, è “trauma”. Ma è un trauma benefico, perché definisce un limite invalicabile e spezza il circuito incestuoso del legame immaginario tra madre e figlio, donando al tempo stesso al figlio la facoltà di desiderare. L’esilio dalla Cosa (dal seno materno), che è un portato ineliminabile della castrazione simbolica esercitata dal padre, è dunque al contempo posizione del limite e, proprio per ciò, strutturazione del desiderio: chi non incontra limiti, infatti, non ha logicamente la possibilità di “desiderare”.
È in questo senso che la funzione del padre consiste nel realizzare l’alleanza del desiderio con la Legge.
La separazione dei quali, precisa Recalcati, assume le sembianze speculari di Kant e di Sade: “Da una parte, l’esaltazione del dover essere come imperativo morale che annichilisce la dimensione virtuale del desiderio; dall’altra lo sprigionamento di una volontà di godimento che rifiuta ogni limite e che finisce per mescolarsi con una tendenza pura e rovinosa alla morte”.
Non c’è allora da stupirsi che l'”anti-Edipo” abbia potuto affermarsi nel segno del trionfo del “discorso del capitalista”. Sulla scorta dei suggerimenti di Recalcati, proverei a dirla così. Gli anni ’70 sono anni in cui va in crisi quel “limite” reciproco che nelle società industriali avanzate si era costituito fra “narcisismo” e “socialismo”: un limite che, dopo la tragica esperienza dei totalitarismi e della guerra mondiale, era stato articolato grazie a quei peculiarissimi “oggetti transizionali” che furono i partiti e, in genere, le organizzazioni collettive. Situati in quel “territorio intermedio tra la realtà psichica interna e il mondo esterno come viene percepito tra due persone in comune” (Winnicott), essi avevano assunto di fatto il Nome-del-Padre dopo che già Freud, rivelando la struttura dell’Edipo, aveva annunciato la dissoluzione del Padre-Norma del capitalismo fin de siécle.
Tuttavia, nelle aule universitarie occupate come nelle sale di contrattazione delle Borse valori, la critica al limite dato assunse inopinatamente la forma di una critica del limite in quanto tale. In gioco, evidentemente, c’era – e non poteva non esserci – una particolare declinazione della Legge della castrazione simbolica, che in quell’epoca vedeva dominare il “socialismo” sul “narcisismo”, l’uguaglianza sulla libertà, lo stato sul mercato. Ma la critica condotta all’insegna del “Vietato vietare!” si dimostrò un grimaldello efficacissimo nel ribaltarla completamente, invertendo le gerarchie di dominio e subordinazione. Al punto che, se oggi Recalcati può convincentemente parlarci di un nuovo “totalitarismo dell’oggetto”, è perché il trionfo della triade “narcisismo-libertà-mercato” ha riconfigurato il nostro movimento sociale nella forma di un “movimento di cose” (Marx), al quale siamo tornati ad essere assoggettati.
Si capisce che, in questo contesto, ogni discorso sulla crisi della funzione paterna finisca con l’essere – come scrive Recalcati – “irrimediabilmente datato e irrimediabilmente urgente”. Fermo restando che “il Padre non è più una questione di genere o di sangue” e “qualunque cosa” (come aveva detto l’ultimo Lacan) potrà esercitarne la funzione, il problema sta proprio in quella funzione: è possibile, e come, una nuova alleanza fra il desiderio e la Legge?
Ha ragione Recalcati a suggerire che l’obiettivo dev’essere quello di ricostruire un legame fondato su una “tensione positiva” tra “narcisismo ” e “socialismo”, capace di “integrare l’erranza sul comune fondamento dell’appartenenza”. Ma se dobbiamo tornare a ricercare il nostro fondamento nell'”appartenenza “, nella communitas, dubiterei invece che la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra possa presentarsi – come pure scrive Recalcati – nella preservazione di un “vuoto di sapere”. Un padre che voglia dare testimonianza del proprio desiderio, seppure nella
forma di un “sapere” che “non racchiude e non risolve mai adeguatamente il mistero dell’esistenza e della sua contingenza illimitata”, non dovrebbe piuttosto farlo sullo sfondo di una relativizzazione, cioè di una storicizzazione, del suo sapere circa il “limite”? Dicendo insomma non già: “so di non sapere “,ma semmai: “tutto ciò che è reale nella storia umana diventa col tempo irrazionale”, come si espresse un volta il vecchio Engels? Non è così che la questione dell'”eredità ” del padre può porsi nella forma di una “riconquista”, come suggeriva Freud e come Recalcati non manca di ricordarci? Perché mai, se no, scenderemmo in piazza a difendere la Costituzione.
di Arianna di Genova
L’arte che apre il nuovo decennio ha la caratteristica del fascino discreto: è introversa, così nostalgica da abbandonare, in alcuni casi, la sua permanenza nel terzo millennio per tornare nel passato recente, sfruttando una macchina del tempo che innesca la retromarcia e finisce a capofitto nel cuore del Novecento. In questo 2011, infatti, sono molti i musei internazionali che dedicano retrospettive e monografiche alle avanguardie storiche, quasi che l’arte contemporanea avesse bisogno di una ulteriore ri-classificazione, oppure di una pausa di riflessione, una specie di silenzio formale dopo tanto battage pubblicitario, scandalistico e «televisivo». All’intenso puzzle della rivisitazione del XX secolo aggiunge una pedina non indifferente anche la crisi economica, costringendo diverse istituzioni (il Macba di Barcellona, ma gli stessi musei americani per non citare i «cugini» italiani) a un riallestimento delle collezioni per nuclei tematici o a far emigrare intere sale altrove, in una serie incrociata di prestiti e di mostre-pacchetto con una girandola di tour forzati, che sfiora il surreale.
da Huffington Post
New York Culture
8 dicembre 2010
Donne artiste il meglio dell’arte 2010 a NYC
di G. Roger Denson
critico, saggista e nomade culturale
Traduzione di Cristina Cellottini per il sito della libreria delle donne di Milano
Marina Abramovic, Laurie Anderson, Pina Bausch, Elisabeth Kley, Deborah Kass, Shirin Neshat, Shifting the Gaze, e The Visible Vagina.
Da almeno un decennio, molto probabilmente da due, è ampiamente evidente che non solo ci sia una un’avanguardia nell’arte contemporanea, ma che sia quasi esclusivamente di donne. Se l’arte delle donne provoca le più forti reazioni, pro e contro, è soprattutto perché le donne hanno fatto del sesso e del genere non solo il soggetto e il contesto della loro arte, ma il mezzo che si adatta a soddisfare le nuove realtà e identità sociali.
Sicuramente le opere più d’impatto esposte a New York nel 2010 sono state in maniera schiacciante i lavori delle donne e rispecchiando le prospettive femministe sulla sessualità e il genere, al punto che posso citarne in ogni categoria contemporanea, l’opera delle donne spiccava imperiosamente.
Note sugli eventi liberamente scelti, riassunti e tradotti.
Migliore mostra personale al Museo di Arte Moderna: Marina Abramovich, L’artista è presente.
La retrospettiva di Marina Abramovich al Moma è una delle retrospettive sulle opere di un’artista a metà carriera più ambiziose allestite in un museo. I lavori presenti, oltre cinquanta che abbracciano quattro decadi, intimidiscono più dell’opera complessiva stessa. La mostra è costituita soprattutto da rappresentazioni, opere sonore, video, e installazioni. Alcune sono state ricostruite e rappresentate ex novo da attori durante tutta la durata della mostra. Le opere più stimolanti sono proiezioni degli anni Settanta riprodotte tramite digitalizzazione di nastri che si erano parzialmente danneggiati e cancellati col tempo.
Ma la parte alla lunga più interessante del lavoro retrospettivo dell’Abramovich è la narrazione sul suo ritorno alla terra natale, la ex Yugoslavia. La deturpazione subita dalle regioni, teatro di guerra etnica e religiosa, la porta a considerare i rapporti nei rituali balcanici premoderni, contrassegnati dalla parità sessuale e di genere. Una installazione multicanale mostra l’ “Epica Erotica dei Balcani” (2006) che descrive un mondo naturale in cui recitano fedeli parzialmente vestiti che compiono rituali e celebrano il culto per la divinità. Il riferimento è allo stupro di guerra e alla tortura sessuale utilizzato nei Balcani contro le donne. I rituali richiamano una innocenza perduta e pone la domanda sul destino di una società che ha perso il radicato sistema di credenze mitico-spirituali.
Migliore mostra collettiva al Museo ebraico: Spostare lo sguardo: Pittura e femminismo.
Lee Krasmer, moglie di Jackson Pollock, fu una femminista militante nel mondo dell’arte figurativa. Rimane un riferimento per aver trasceso e ridimensionato i limiti etnici e di genere quando essere donna e ebrea comportava un ostacolo alla legittimazione culturale. Le sue opere compaiono insieme ai lavori di Joyce Kozloff, Nicole Eisenmen, Vivienne Koorland e Sue Williams.
Migliore mostra collettiva in contemporanea alla galleria Noland e alla galleria Naumanny: La vagina visibile.
È stata una mostra che sfida il disprezzo e la vergogna in cui era stata ridotta storicamente la vagina come qualcosa di sporco, repellente e anche dannato per gli uomini. Le opere raccolte che ricoprono un periodo di sessanta anni e sono state prodotte da un esteso numero di artisti uomini e donne, glorificano la vagina in ogni modo immaginabile, da quello più delicato a quello più ironicamente osceno e pornografico.
È difficile pensare ad una raccolta più ambiziosa e diversa di ritratti della vagina, che pongono metaforicamente sullo stesso piano il sacro e il profano del piacere, ingresso nel mondo e passaggio per il paradiso.
Per il sottoscritto la parte più ispirata è stata la mostra alla Galleria David Nolan dove si sono curate e allineate su una parete le opere di maggior peso per il femminismo: le vagine di gomma di Hanna Wilke, i collage di clitoridi di Kiki Smith, una sezione della leggendaria rappresentazione del 1974 di Carolee Scheemann, e la letterale Slit of Paint di Mira Schor.
Il miglior spettacolo di video arte al Teatro Harvey e all’Accademia di Musica di Brooklyn (BAM): Laurie Anderson, Delusion.
Delusion di Laurie Anderson, è un paesaggio onirico di ricordi centrato sulla madre dopo la sua morte, può essere considerata la sua produzione più rapsodica dal punto di vista visivo, tematico e musicale. Il montaggio teatrale di ritagli di pellicola, di proiezioni fotografiche e dipinti, un violino elettro-melodico che vertiginosamente scivolano verso picchi mistici.
Verso la fine dello spettacolo la Anderson, nei panni della predicatrice carismatica e con una recitazione ventriloqua, ci trasporta attraverso una
visione sciamanica delle nostre madri. E questo avviene quando parla del principio buddista della madre non-nata e al tempo stesso bambina, principio di tutti i fenomeni e dell’umanità.
Mentre ci spiegava come funzionava, mi ritrovai ad essere un bambino di tre anni mentre mia madre teneva tra le braccia un orsacchiotto gigante. Quando rinvenni ero spiaciuto di non aver sentito il seguito di ciò che aveva detto ma poi scoprii che ognuno aveva avuto la visione della propria madre, perciò non avevo perso la descrizione della Anderson ma l’avevo vissuta.
Miglior Spettacolo di teatro danza all’Accademia di Musica di Brooklyn (BAM): Vollmond (Luna Piena) di Pina Bausch.
Con l’ultimo lavoro la Bausch, morta lo scorso anno, ha coronato una carriera di intransigente autenticità ed innovazione. I movimenti idiosincratici eseguiti dai ballerini non hanno uguali nella coreografia contemporanea. Ma è soprattutto la visione della Bausch che ha l’effetto di attivare i neuroni dello spettatore con stimolazioni teatrali che fanno sentire i propri corpi come se fossero coinvolti nel processo creativo della danza.
Miglior film d’esordio al Teatro Lincoln Center Walter Reade: Donne senza uomini di Nirin Neshat, Serie Nuova Regia.
Il film presenta la nuova fase di un’artista che riesce a mitigare l’antagonismo tra Occidente e Iran. In Donne senza Uomini, rispetto al precedente film, si ammorbidiscono i toni sulla divisione di genere imposta dalla legge della Sharia. Il film è ispirato al romanzo di Shahmush Parsipur (Zanan Bedun-e Mardan in Farsi) e mostra le donne nel periodo prerivoluzionario senza il chador. Neshat ha messo alla prova se stessa cercando di immaginare gli apparenti legami di donne plasmate dietro porte chiuse.
Miglior mostra personale alla galleria Paul Kasmin: Deborah Kass, Più dipinti piacevoli per tempi spiacevoli.
L’astratta iconografia di Kass richiama l’arte di Andy Warhol, Ellsworth Kelly, Frank Stella, e Bruce Nauman. Se in superficie la sua opera appare come un rigurgito di Pop-art ad una più attenta visione si rivela come l’autoritratto di una donna che coraggiosamente confessa il proprio desiderio e ambizione di diventare un’artista di grande talento come gli uomini della storia moderna.
di Rossana di Fazio
È davvero bello e sorprendente frequentare piazza Duomo in questo freddissimo inverno.
Nella desolazione in cui ci getta la cronaca politica – politica?! curioso come nei momenti cruciali ogni confine concettuale tenda a sparire, un bene direi – , Piazza Duomo, nel lato piazzetta Reale offre, perfino a tarda sera, una visione che ha dell’incredibile. Centinaia di persone in fila, la maggior parte giovanissime: due lunghissime direttrici, una per le mostre di Palazzo Reale, l’altra per entrare al museo del Novecento. Dalla sua apertura, a dicembre, questo museo rappresenta una festa per la città, di cui a godere sono anche i passanti, per il bel lavoro degli architetti Fabio Fornasari e Italo Rota che hanno trasformato l’arengario nel più bell’involucro metafisico che si sia visto, dal quale come da una lampada, sorgono luci colorate e il guizzo di neon di Lucio Fontana, che compongono una sorta di rima e contrappunto con le luci del duomo e della piazza.
Una festa. Senonché su quattro piani di Museo e centinaia di opere, dipinti, sculture, sono presenti nella collezione solo due artiste: Carla Accardi (con tre opere) e Grazia Varisco (idem). Ho notato una menzione a Margherita Sarfatti, animatrice culturale della Milano degli anni ’30.
Questo stato di cose è probabilmente dovuto al fatto che le collezioni del Museo derivano da collezioni esistenti e donazioni fatte a suo tempo al comune di Milano.
Antonietta Raphael, Concerto.
Ma io penso che oggi non si possa aprire un museo del 900 senza porre nella dovuta evidenza la presenza femminile nelle arti, presenza che nel corso del Novecento assume proporzioni che non si possono sottovalutare.
Tanto più che proprio Milano ha ospitato esposizioni fondamentali nella ricostruzione di questo percorso: L’altra metà dell’Avanguardia (a cura di Lea vergine) del 1980, o più recentemente L’arte delle donne (2007-2008), per non dire delle innumerevoli monografiche dedicate ad artiste di primo piano al PAC, a Palazzo Reale, alla fondazione Prada… Insomma Milano conosce da vicino le artiste e il loro lavoro e così, certamente, Marina Pugliese, autorevole direttrice del Museo attentissima alle questioni centrali della fruizione artistica. La quale sarà certo sensibile al fatto che ogni museo propone un sistema di riferimento, un discorso, un percorso che è anche un sistema di valori da mettere o rimettere in circolazione.
Se non si poteva fare altrimenti, avendo ben poco nelle collezioni disponibili (per un vizio d’origine evidentemente), era necessario porsi il problema di questo vuoto, renderne ragione, magari lasciando alle artiste “un posto a tavola” che resti al visitatore ben chiaro: “qui dobbiamo metterci…. Marina Abramovic, Louise Bourgeois, o Toyen, Rebecca Horn, Louise Nevelson e se dovessimo restare in Italia (chissà poi perché) Leonor Fini, Maria Letizia Giuliani, Antonietta Raphael Mafai, Norma Mascellani (ma in mezzo agli altri per carità, non come ghetto di quota rosa). Sono nomi che scelgo, volutamente, un po’ a caso, perché sono tantissimi, nonostante siano spesso sconosciuti al grande pubblico, che infreddolito nelle lunghe file esprime una necessità oltre che una curiosità, di entrare in una relazione viva con artefatti, materiali, idee, qualcosa di cui ha bisogno per delineare la propria sensibilità e condividerla e dialogare…Questo perché è chiaro che un intervento così significativo nella vita culturale della città ha delle implicazioni vaste, di lunga portata, di cui stiamo pagando le le conseguenze…
Chissà se la proposta del posto vuoto piacerà a Pugliese e ai curatori. Altrimenti avremo allestito un magnifico contenitore nel quale si custodisce un vizio sostanziale, una svista, o piuttosto una rimozione che, si spera, giunti da un po’ nel nuovo Millennio dovremmo proprio essere in grado di riconoscere e sanare.
di Alessandra Piolotto
Il progetto “ospiti inattesi” nasce dall’Associazione Big-Bang come una strategia alternativa dell’abitare lo spazio conviviale per eccellenza quale la casa, occupandola poeticamente per il tempo limitato di un “invito” con ciò che è specchio dell’ artista, dissacrandola a volte con ironia pungente, ricreando altre volte la poeticità del nume domestico.
Luogo fisico, ma anche mentale, lo spazio dell’abitare è anche veicolo d’identità capace di rivelare il nostro vivere e il nostro inconscio, di comunicare aspirazioni e desideri, esigenze ed emergenze, visioni del mondo. E’ spazio intimo, matrice contenitore, espressione di sé.
Come un’invasione pacifica di spazi, l’intrusione ironica e inattesa degli “Ospiti” crea una contronarrazione dell’ambiente scelto, sia esso una casa, uno studio, pur mantenendo l’apertura al convivio, attraverso una relazione attiva con le persone intervenute all’incontro, indispensabile all’arte perchè essa stessa realizzi il suo significato.
Con una temporanea appropriazione indebita di spazi abitativi non esattamente nati per accogliere una mostra , l’ospite inatteso attua un processo di sottrazione di elementi dallo spazio, che non è rinuncia, ma intento di individuare una, molte possibili alternative che favoriscano il dialogo con il mondo dell’arte.
La casa può essere una comunità di persone cui ci si sente legati da vincoli di appartenenza, ma che non per forza deve risiedere nello stesso spazio geografico.
Il progetto nasce con l’intento di creare, per il tempo dell’incontro, una piccola comunità che si sceglie naturalmente, che si confronta e relaziona intorno ad uno spazio dove gli interventi degli artisti oltre a dialogare reciprocamente sono il collante comunitario, se sono vere le parole del filosofo e sociologo francese Edgar Morin, “gli altri abitano in noi come noi abitiamo negli altri”.
L’obiettivo è che questo invito verso l’inatteso “altro”, che potenzialmente siamo tutti noi, diventi in itinere un appuntamento fisso con una sua circolarità virtuosa di scambio, estendibile senza limiti di tempo o confini di spazio a tutte le situazioni che si prestino ad accogliere “ospiti inattesi” e a diventarlo successivamente, attraverso un’operazione di scambio d’ospitalità.
La natura del progetto porta inoltre ad auspicare l’apertura di un dibattito, che travalichi l’evento espositivo e che serva da piattaforma per una discussione anche + ampia , transnazionale.
L’internazionalità dell’appuntamento-evento è un punto fondamentale, in quanto la rete globale che si verrebbe a creare oltre ad essere potenzialmente infinita, potrebbe dare opportunità di costruzione e scambio tra artisti.
La nostra è una volontà di indagare come il riconoscimento e la consapevolezza della costruzione dell’ ”altro” e dell’ “io” nei processi identitari si rifletta nella pratica artistica contemporanea a prescindere dall’ambiente geografico e dalle specifiche biografie, ruotando intorno al concetto di identità nomade.
Scambievolmente siamo l’immagine riflessa dell’uno e dell’altro, come suggerisce Jacques Lacan, che usa in maniera indistinta l’ ”altro” per indicare sia il nostro alterego, che l’alterità in quanto tutto ciò che è altro da noi. Se l’ “altro” sono “io” , l’ “altrove” potrebbe allora essere qui, proprio a partire dallo spazio domestico per eccellenza.
In una fase di continue trasformazioni globali e locali che mettono in discussione i processi di conoscenza, le responsabilità individuali, le scelte e pratiche politiche, la possibilità di poter avviare dei processi indipendenti culturali e di scambio, potrebbe essere una risposta a un momento di criticità.
Recentemente ho letto che l’ideogramma cinese della parola “crisi” coniuga i due simboli che indicano “pericolo” e “opportunità”, utile e poetico allo stesso tempo.
Il potere del progetto è anche saper sfruttare l’opportunità offerta dalla crisi per immaginare altre topie, dove è possibile incontrare l’inAtteso.
di Paola Nicita
Lo sguardo sull’ altro,a volte diventa lo sguardo dell’ altro: e così tra conoscenza e incontro il pensiero assume le nuove forme di uno spostamento, inteso come modifica soggettiva e al contempo analisi globale. “Chassis – Croisès” prende spunto da una figura di danza, quella per l’ appunto in cui dama e cavaliere scambiano i loro posti – e dunque modificano la percezione di sé e dell’ altro – per approdare a un discorso sulla semantica nel progetto allestito al Centro d’ arte Piana dei Colli, a Villa Alliata Cardillo, curato da Giulia Ingarao e Marìa Jesus Martinez Silvente. Un progetto espositivo che ha visto una forte volontà collaborativa per chiamare in causa le artiste selezionate: da Palermo arrivano Anne-Clémence de Grollée e Marjolein Wortmann, da Amsterdam Esther Burgher e Patricia Haersenhout, da Siviglia Ruth Moràn Mèndez e da Malaga Laura Brinkemann Reimann. Il percorso espositivo – allestito da Agnese Giglia- propone una sequenza di stanze, una per ciascun artista, doveè leggibile il lavoro sia nella sua singolarità che nel suo raccordarsi in un unico filo. Le artiste hanno scambiato le loro residenze: una modalità abbastanza diffusa, ma che qui ha fatto leva anche su un aspetto maggiormente personale. Iniziamo dalla fine, con uno dei progetti, quello di Patricia Kaersenhout, che sembra più efficacemente concretizzare la riflessione su una serie di concetti, dall’ identità al neocolonialismo, passando per una frammentarietà dell’ esistenza che a ben vedere assurge ad emblema di una condizione umana nutrita, per sua stessa natura, di spostamento, di mancanza di basi e certezze. Kaersenhout, nata in Olanda da genitori provenienti dal Suriname, propone “Zio Tom Project”, una serie fotografica realizzata a Palermo, in cui il celebre libro “La capanna dello Zio Tom”, è emblema di cancellazione dei visi delle persone che l’ artista ritrae con una fotografia. Altri lavori prendono in prestito gli emblemi del colonialismo, quelle perline di vetro e specchietti che venivano scambiati con gli indigeni per pietre preziose, per restituirli al loro ruolo decorativo. Anne-Clémence de Grolèe si appropria delle icone legate all’ Olanda, mucchee tulipani, le lega alle nuove architetture contemporanee che hanno alterato il celebre landscape tutto verde e bovini, e le rimaneggia in una direzione inedita e al contempo familiare, frutto – anche qui – di una summa di identità, come del resto accade anche nelle gouaches di “Flyng Dutch Cows”. Identità che si moltiplicano e a volte si annullano, ed ecco le fotografie con i tulipani “seriali”, uguali a se stessi, pronti a trasformarsi in codici a barre, in cerca di altre identità. Le suggestioni del paesaggio di Mondello e Sferracavallo sono gli spunti emotivi dai quali trae ispirazione il lavoro di Ruth Moràn Mèndez, che assembla una serie di fogli minuziosamente percorsi da segni minuti, quasi tracce di una memoria pulviscolare, astratta eppure insolitamente pregnante nella definizione di paesaggi d’ anima. La madre, nelle declinazioni più insolite, dal sacro al profano, è la presenza costante delle opere di Majolein Wortmann, che la Settimana santa di Siviglia e la festa della Madonna del Capo incrocia strappi di manifesti e inserisce decorazioni, tornando poi a riproporre quelle “vestagliette” da lei reinventate che sono un po’ la divisa da ordinanza delle donne del sud, tutte casa, lavoro e chiesa. Esther Burger recupera frammenti di libri e stoffa, li accosta per dar vita e nuovi racconti, ricoprendole con strisce sottili di silicone trasparente, per uno sguardo “disturbato”: la visione è tremula anche nel video e nelle immagini di Laura Brinkmann, che gira per i mercati siciliani e spagnoli, dando vita ad immagini fuori fuoco che ancora una volta narrano l’ inconsistenza del visibile.
Gemma De Magistris
Sembra che il comune di Milano abbia avuto bisogno di una lunga e complicata riflessione per decidere se mantenere o meno in Via Padova le decorazioni in varie lingue.
A scuola ci siamo arrivati più in fretta.
Entro in una mia classe cui riconosco buone capacità organizzative e desiderio di collaborare e lancio la proposta: prima reazione entusiasmo, in fondo si tratta di colorare cartoncini e riempirli con un breve testo augurale.
Ma le cose cambiano in fretta: molte studentesse e studenti “stranieri” scoprono di parlare la lingua madre ma non sono certi di saperla mettere per iscritto; allora l’incontro diventa fondamentale. Incontro fra di loro, scambio e aiuto da casa.
La classe che coordina si occupa degli aspetti tecnici, procura cartoncini, ritaglia, dà forma, distribuisce. I ragazzi delle varie classi delle due torri si incontrano, le connazionali collaborano, chiedono consigli.
Poi nell’aula di filosofia arrivano i cartoncini con gli auguri ma ognuno/a arriva anche con una piccola storia: i toni sono eccitati, le parole hanno perso timidezza.
“Ho preparato gli auguri con mia madre, ho sentito la zia che è in Egitto, nelle Filippine, in Ucraina……ho contattato i miei cugini dicono che bella idea, ho pensato che un disegno sarebbe stato carino…..” Le studentesse più piccole delle classi prime bisogna stanarle in classe, hanno preparato ma non hanno il coraggio di portare giù i cartoncini. Ma li hanno lì. Poi un espositore di legno, e circa 15 ragazze e ragazzi si interrogano sulla maniera migliore per ricoprirlo. Ogni biglietto viene ammirato, si cerca di capire la lingua, si incastrano le forme, si tenta una piramide. Tanti tentativi e ognuna e ognuno ascolta, dice la propria, poi chiede consiglio. E sono di classi diverse. Non si conoscevano.
Osservo, non mi pronuncio, dichiaro la mia incapacità, autorizzo a decidere e penso: “questa è l’ora di filosofia, ho interrotto il programma, rimandato Cartesio e il cogito a dopo Natale, ma stanno imparando e, in una maniera che non si può dire ma solo intuire, stanno facendo filosofia”.
E in questo momento (didattico??) la riforma Gelmini è da un’altra parte.
Nell’atrio della nostra scuola c’è un espositore con tanti cartoncini colorati che augurano buon Natale, buon anno, in circa 40 lingue. Non c’è testo che lo accompagni, non attira tanto l’attenzione ma i ragazzi e le ragazze ne sono fieri, lo hanno mostrato ai genitori a scuola per i consigli di classe. E si sono incontrati. Il mio guadagno per il tempo, l’energia, i minuti sottratti a Cartesio?
Come una piccola o grande ricchezza che non so dire.
Presentazione del libro di artista di Donatella Franchi e della nuova vetrina del Circolo della rosa e della Libreria
di Serena Fuart
Trasformare in arte il rapporto con la propria madre. E’ il tema su cui si è discusso il 2 ottobre alla Libreria delle donne nel corso della serata dedicata al libro d’artista” A Clotilde” di Donatella Franchi da cui ha avuto origine e spunto l’allestimento della quarta vetrina della Libreria delle donne e del Circolo della rosa a cura di Franca Bertagnolli.
“Mia madre è sempre stata una lettrice – si trova scritto nel libro di artista -Me la ricordo da giovane, sempre con un libro in mano, e negli ultimi anni della sua vita, china sui libri che teneva in mano delicatamente, come corpi vivi. Erano il suo legame con la vita, con la propria storia.
Sono vissuta accanto a mia madre nell’ultima fase del suo viaggio. Per superare l’angoscia che la sua fragilità e la sua dipendenza a volte mi procuravano, ho cercato di mettere a fuoco i gesti con cui si esprimeva, e così il libro è diventato l’oggetto mediatore tra noi due: quel suo tenere ostinatamente in mano un libro ha cominciato ad assumere per me un significato, un valore, che ho potuto restituirle, che mi ha aiutata a rincontrarla, a ricreare il rapporto con lei. Le sue mani che sfogliano le pagine con delicatezza, o su di esse riposano, mi sono apparse proiettate nella luce della grande tradizione artistica dei ritratti, dove il libro tra le mani investe i personaggi di una pensosità solenne, un’intimità con se stessi, a volte una malinconia assorta, come quella che fin da bambina spiavo sul volto di mia madre lettrice”
Come scritto nel libro Donatella racconta: “Mi sono ritrovata a prendermi cura di mia madre. Era anziana e soffriva di una forte depressione. Per non essere risucchiata da questo rapporto l’ho trasformato in una pratica artistica. Mia madre amava molto leggere e trascriveva le poesie. Le ho chiesto anche se poteva raccontare episodi della sua vita. Ha insegnato durante il fascismo, ne avrebbe avute di cose da dire. Ma non ha accettato il mio invito. Mi è sempre piaciuta la sua calligrafia, la vibrazione dei segni tracciati, la loro inclinazione e movimento. Le ho chiesto così di trascrivere dei testi poetici che la coinvolgevano in modo particolare, scelti tra i libri che possedevamo entrambe. La maggior parte è tratta dalla prima traduzione italiana di Emily Dickinson, autrice da me molto amata, che mia madre mi ha fatto conoscere. Quasi duecento poesie sono state rilette a voce alta e trascritte, in un certo senso riscritte da lei, con la sua calligrafia vibrante, una scrittura da scriba, su dei foglietti di carta di riso che io le porgevo. La calligrafia è così diventata traccia del suo corpo. Una lunga scia di foglietti di carta che scandisce un cammino. Ho modellato alcuni di questi foglietti dando loro la forma di un paio di scarpe leggere e ho chiamato questo lavoro comune Viatico Il significato originario della parola “viatico” è : “Quanto occorre per il viaggio”.
“Le sue mani che sfogliano le pagine con delicatezza o su di esse riposano, – dice Donatella mentre le immagini che le ritraggono venivano proiettate – mi sono apparse proiettate nella luce della grande tradizione artistica dei ritratti, dove il libro tra le mani investe i personaggi di una pensosità solenne, un’intimità con se stessi, a volte una malinconia assorta come quella che fin da bambina spiavo sul volto di mia madre lettrice…”
Molto forte l’emotività, scatenata da queste affermazioni, che ha presto conquistato il pubblico.
A presentare il libro Katia Ricci, di cui riporto integralmente le parole della sua preziosa presentazione.
Il lavoro artistico di Donatella si inserisce “nella tradizione di quelle artiste che hanno trasformato il desiderio e la necessità di crescere i figli o prendersi cura di persone care o far fronte a una situazione
difficile in un atto creativo, in un’opera d’arte, anche con nuove invenzioni e pratiche artistiche, andando al di là del mero dato quotidiano e dando corpo, visibilità e senso ad esperienze di vita – introduce Katia.
“Tra i tanti esempi di artiste che mettono al centro della loro ricerca il desiderio di trasformare in arte ogni aspetto della vita e della quotidianità, Sonia Delaunay e la contemporanea Sophie Calle, che ha rappresentato la Francia alla 52esima Biennale di Venezia nel 2007. L’artista è presente anche nel Padiglione Italia con una toccante opera sulla morte della madre”
“La prima volta che ho visto le immagini di Donatella e l’installazione con le fotografie e i foglietti di carta di riso su cui la madre aveva ricopiato le poesie delle poete più amate, sono stata maggiormente influenzata dal soggetto e, pertanto, le ho viste in un modo più emotivo, immediato”
Katia racconta di aver vissuto quel lavoro a partire dalla sua esperienza e dalla conoscenza di Donatella “Il lavoro mi aveva preso perché avevo vissuto da poco tempo la malattia e la morte di mia madre prima e di mio padre poi. In seguito l’ho rivisto con altri occhi, come un’opera d’arte, qual è, con maggiore distanza, lasciandomi catturare dalla potenza delle immagini, che racchiudono una vita e raccontano una storia: il rapporto della madre con il libro, la ricerca di libertà e di senso attraverso la parola poetica, il percorso di Donatella nel suo rapporto con la figura materna, fino alla piena accettazione della madre come donna. Non è un caso che nella dedica la chiami semplicemente con il suo nome, Clotilde. L’opera esprime gratitudine e riconoscimento verso la madre di una figlia che si interroga sulla relazione con lei, dandole, attraverso l’arte, una dimensione universale. Vedo quest’opera come un atto d’amore e di restituzione. Ad una seconda visione, dunque, ho potuto vedere le immagini senza l’urgenza delle emozioni delle vicende biografiche e avere quella necessaria distanza che mi ha permesso di leggerle come testi su cui appaiono segni del rapporto di Donatella con la madre, del mio con Donatella, del mio con la lettura, ecc …, e da cui emerge qualcosa di lei e di me al tempo stesso”.
Katia parla poi dello splendido lavoro di Donatella “… ci rende partecipi di una parte intima della sua vita, la riflessione sulla vecchiaia della madre, ma di cui, in realtà, fissa non tanto la vecchiaia, quanto la vitalità perché mette in evidenza la passione della madre per la poesia e l’arte che è la sua stessa passione. In più il libro fotografato è una raccolta di Emily Dickinson, che suggerisce un’altra grande passione di Donatella e della madre per la libertà femminile. E’ un’opera che, dunque, mi suscita un senso di vitalità ed energia, pur avendo come soggetto la vecchiaia, per la capacità di Donatella di aver trasformato un’esperienza difficile e dura in bellezza. Può far malinconia a chi rimane legato al soggetto, sovrapponendo il proprio sé all’opera e impedendo che l’opera suggerisca angolazioni e aperture”.
Katia inizia a raccontare basandosi sulle immagini che scorrevano sullo schermo rappresentanti la madre che legge. In particolare le sue mani, affusolate e delicate, tipiche di un’intellettuale, posate delicatamente sul libro nel momento della lettura. Dalle immagini si può anche vedere il vestito di velluto rosso che la donna portava .
“Guardandole in sequenza – dice Katia -, le immagini mi appaiono divise in 4 momenti: scelta del libro (E. Dickinson, sulla cui copertina è il particolare di una mano che regge un libro in un dipinto… ), lettura, scrittura e riflessione. Poi ci sono le due immagini iniziali, quella da giovane e quella da centenaria della madre seduta davanti alla finestra con un libro tra le mani, secondo l’iconografia della lettrice, diffusa nell’arte dell”800-‘900. La madre che legge mi ha fatto venire in mente il ritratto che Mary Cassatt fa della propria madre, il legame che visualizzò tra la figura materna, il pensiero e la creatività, mettendo in mostra lo scambio, a livello di pensiero tra lei, artista e la madre che legge il giornale, a quei tempi simbolo della cultura appannaggio degli uomini. Le immagini si dispongono in una sequenza che racconta l’importanza
della lettura per Clotilde, il conforto che ne riceveva, il placarsi delle ansie, il continuo desiderio di capire attraverso la gestualità: l’aggrapparsi, quasi, delle mani alla pagina, il prendere il libro con entrambe le mani come per abbracciarlo e porgli domande, l’abbandonare le mani sul foglio, in una pausa di riflessione, il lasciarsi andare alle sensazioni della lettura e il riposare in se stessa. Il libro è un veicolo della ricerca di senso e di trascendenza rispetto ai nudi fatti della quotidianità. Le mani, nonostante l’età, sono ancora belle e pulsanti sotto la pelle, le vene sembrano disporsi come rami di un albero della vita, cariche di linfa, come quella della parola poetica. Lo spazio fortemente compresso in cui Donatella ritrae le mani focalizza l’attenzione sull’attività che Clotilde compie, suggerendo a chi vede che lì è racchiuso il senso che l’artista attribuisce al suo rapporto con la madre, facendo vedere a chi osserva la stessa cosa che lei stessa sta vedendo, infatti l’occhio della fotografa coincide con quello di chi vede la fotografia. Lo sguardo si posa direttamente sulle mani, eliminando tutto per evitare distrazioni su elementi estranei. Importante l’uso del dettaglio, secondo un’inquadratura cinematografica (ricordiamo che in Hitchcock il dettaglio conteneva e anticipava il senso dell’intera narrazione).
Katia parla poi della rappresentazione delle mani che, nella tradizione artistica in ogni epoca e cultura, “simboleggia la comunicazione, non verbale evidentemente, che esprime un carico di senso, anche in mancanza della parola. Questo libro d’artista va in giro per il mondo, non è sempre accompagnato dalla presenza dell’artista o da chi può parlarne . Sono mani affusolate, diafane, delicate, belle, mani da intellettuale, che ha amato la cultura e le arti. Toccano con attenzione, con la consapevolezza di maneggiare qualcosa di importante, di sacro. Si intravedono le maniche di un abito di velluto rosso, segno di signoria, regalità nell’iconografia artistica e di rispetto per il valore sapienziale della poesia e del libro.
“Non è un caso che Donatella interponga tra le fotografie dettagli di opere di Lavinia Fontana e Sofonisba Anguissola di mani con libri, che evidentemente sono libri di preghiere e che, nel caso di Lavinia Fontana, si rifanno all’iconografia di sant’Anna che insegna e mostra alla Madonna il libro di preghiere. Dunque un’iconografia di un rapporto sacro tra madre e figlia e con il libro, che si inserisce in una genealogia femminile. Una tale rappresentazione della madre fissa un momento di armonia non solo e non tanto con il proprio sé profondo, ma con il mondo rappresentato dal libro (ricordiamo che si tratta di una raccolta di poesie di Emily Dickinson, che rimase gran parte della sua vita in una stanza da cui osservava e dava senso al mondo attraverso la parola poetica). Una figlia osserva e filtra l’immagine della madre attraverso la mediazione dell’arte e della stessa inclinazione per il bello. Le immagini rappresentano anche il momento in cui la madre ricopia le poesie, come a farle proprie. In questo caso l’inquadratura si apre un poco per far vedere i foglietti e le maniche per poi restringersi nell’ultima fotografia, in cui le mani si posano l’una sull’altra in una situazione di riposo e di riflessione. Lo spazio molto ristretto mi fa pensare alla volontà di comunicare un bilancio di vita, dopo aver sfrondato tutto ciò che è superfluo per arrivare all’essenza, a ciò che è irrinunciabile e che è fissato per sempre. L’arte è terapeutica nel rappresentare il rapporto tra il sé profondo dell’artista e quello della madre. Il mondo che sembra assente è invece presente sotto forma dell’arte: un invito a trasformare in un atto creativo, dandogli senso, gli eventi della vita. Le passioni più vere e forti di madre e figlia sono inserite in una storia femminile particolare quella dell’arte”.
Molti gli interventi da parte delle partecipanti sulla scia della forte emotività scatenata dal racconto di questo rapporto speciale che si inserisce in una genealogia femminile di donne e di artiste.
Luisa Muraro interviene definendosi ‘impressionata dal tema’ e segnala due libri: uno di Tiziana Plebani ‘Il genere dei libri’, un testo che si occupa della lettura da parte di uomini e donne con un occhio di riguardo per quella delle donne. Luisa sottolinea anche che il rapporto tra madre e figlia è un grande tema religioso e popolare. L’altra segnalazione che propone è quella di una mostra di una pittrice milanese che dipinge i tram di Milano. Nella mostra si ritrova anche un quadro in cui l’artista ritrae la madre vecchia che legge. “E’ un quadro di forte intensità” dice Luisa e c’è una differenza con le foto di Donatella. “La madre di Donatella infatti è colta nella lettura, nei ritratti dell’altra artista emerge un avido gesto di possesso del libro, una sorta di fisicità molto forte”.
Molto appassionato anche l’intervento di Laura Modini. “Questo percorso mi ha fatto ricordare mia madre. Non aveva mani da intellettuale: amava cucinare, fare l’uncinetto e amava leggere di tutto. Mentre conducevo i miei studi sulla Cina lei mi ascoltava mentre studiavo e poi mi dava il suo parere quando ripetevo: se aveva capito quanto dicevo allora voleva dire che mi ero preparata bene.”
“Trovo bellissima questa elaborazione del rapporto della madre tramite l’arte- interviene Laura Minguzzi – L’arte fa parte della vita. Lo sostengo perché ne sento periodicamente il bisogno: per esempio sento l’esigenza di vedere delle mostre. L’arte mi permette un contatto intimo con me stessa” Questa passione per l’arte è frutto del primo femminismo ricorda Laura “Ai tempi si usciva tutte insieme a vedere delle mostre…”
La discussione mi ha appassionato e mi appassiona tutt’ora. Penso al mio rapporto con mia madre, ancora forte e vitale, soprattutto sana. Penso al nostro rapporto speciale, come questo possa essere in sé un’opera d’arte. Mi vengono degli spunti su come realizzarla. Lei mi sostiene e si prende ancora cura di me, mi protegge. Lei ama i lavori manuali e usa le sue forti mani in svariate attività di cura della casa, di mio padre e di me. Ricordo la sua forza e il suo dinamismo quando si è presa cura di sua madre, cercando di allietare i duri momenti della sua malattia. Le infondeva amore e coraggio tramite una comunicazione corporale.
Graziella Pulce
Quando pubblicò per la prima volta Le Malentendu nel 1926, Irène Némirovsky aveva 23 anni e la sua carriera era ancora tutta da costruire, tuttavia le prime pagine rivelano il passo sicuro della scrittrice che sa quello che vuole. Il romanzo (II malinteso, trad. di Marina Di Leo, con una nota di Olivier Philipponat, Adelphi, pp. 190, € 12,00), nel quale si alternano il punto di vista maschile e quello femminile, si apre con la presentazione indiretta dì Yves, giovane pigro e squattrinato in vacanza nella stessa località dov’era stato da bambino. Chi legge con attenzione i primi capitoli ha già tutto il personaggio nelle sue mani: si tratta di un giovane uomo che ha vissuto gli orrori della guerra e ora, alle soglie della maturità, s’incupisce di fronte ai segni del tempo sul paesaggio e sul suo volto, e che tuttavia è pronto a dimenticare le proprie malinconie se i suoi sensi percepiscono un elemento di novità, sia esso il profumo di cannella e di aranci in fiore o le grazie fresche di una giovane signora. Vòlto alla contemplazione della vita e sprovvisto della volontà per dirigerla, Yves incarna appieno il ruolo dell’inetto fin-de- siede, un borghese pieno di contraddizioni dai mezzi inadeguati che sfiora il bel mondo ma è inevitabilmente condannato a ricadere nel suo stato. Un grande amore ha bisogno dei palpiti del cuore almeno quanto di un patrimonio solido, giacché le frasi appassionate e i biglietti da cento franchi si fanno strada con pari forza nel cuore delle donne frivole abituate al lusso. L’altro personaggio è Denise, la giovane signora che, forte di un matrimonio solido, intraprende una relazione adulterina con l’uomo di estrazione sociale inferiore. Mentre di lui sappiamo tutto da subito, di Denise scopriamo a poco a poco abitudini, piaceri e debolezze. Il suo identikit risponde al personaggio tipico della Némirovsky: una star dell’alta società parigina che durante il giorno alterna le visite alla modista, alle amiche e all’amante, e di notte sfoggia diamanti e merletti, e un viso sul quale il tempo sembra non avere presa. Una donna siffatta ha bisogno di un consesso di altre donne su cui trionfare e di uno stuolo dì ammiratori di cui disporre e ne ha bisogno come e più dello specchio consultato come un oracolo ogni mattina e ogni mattina pronto a confermare il suo verdetto. Se fosse più dura e inaccessibile sarebbe una femme fatale, ma piange troppo sovente e talvolta dimentica di incipriarsi il naso. La Némirovsky sa rappresentare in scorcio il momento critico di una società ridotta a fragile biscuit e incrinata definitivamente dalla Grande Guerra. La sua mano spoglia di ogni incanto i personaggi, soprattutto quelli femminili, cui è stata strappata la corona della giovinezza e della felicità. Un’operazione letteraria che Federico De Roberto avrebbe classificato come ‘documento umano’, anatomia crudele dell’amore e delle passioni per metterne a nudo la fisiologia. Lo smoking, la cipria e i cappelli coprono personaggi deboli, epigoni sfiniti di Bourget: i due amanti sfiorano il suicidio ma se ne ritraggono prudentemente per rientrare nel loro ruolo con il blasone della malinconia negli occhi.
Pent Sergio
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Noi credevamo sorprende innanzitutto per la costruzione narrativa, moderna, scaltra e ben calibrata in un lungo percorso a ritroso nella storia mancata di certi piccoli eroi del Risorgimento. Nella Torino ostile – almeno agli occhi del vecchio protagonista morente – del 1883, il calabrese Domenico Lopresti ripercorre le sue memorie di rivoluzionario fallito, da un capo all’altro di quell’Italia che – egli per primo Io intuisce – non sarà mai un unico ceppo di luoghi comuni condivisi. Repubblicano un po’ anarchico, ostile ai Borboni ma anche a certe pseudo-rivolte ideologiche mai concretate – dalla Carboneria a un Mazzini più ideologo velleitario che solido manovratore politico -, Lopresti è figlio di un Paese lacero, ignorante e caciaroso ma pronto a offrire le terga a chiunque lo invada con una divisa sgargiante. Impoverito, vinto, padre già anziano di due figli che saranno adulti nel Novecento, Lopresti vive i suoi ultimi giorni torinesi – una Torino vista in tutti i suoi difetti provinciali d’antan – con il rimpianto di non aver portato a termine una missione epocale, quella di dare vita a un’Italia libera, moderna e repubblicana. La monarchia piemontese ha semplicemente sostituito quella borbonica, e da queste amare considerazioni prende il via il viaggio a ritroso di Lopresti nelle sue memorie rivoluzionarie. Dagli anni di carcere duro a Procida e Montefusco fino alla lunga rincorsa per raggiungere, da Roma, quel mitico Garibaldi che sta risalendo la penisola con i suoi eroici Mille, il vento di un’Italia nuova soffia sulle speranze dell’illuso Lopresti, che si scontra invece con una volontà popolare tutta da definire, rendendosi conto che non basta creare, credere, combattere, per smuovere “un costume avvilito, incapace di mutare”.
L’eroe mancato della Banti attraversa un’epoca di determinanti transizioni giungendo alla conclusione che ogni tentativo di unificare l’Italia sia destinato a rimanere un’utopia. La dolente epopea del progressista calabrese diventa l’occasione mancata della Storia, in un romanzo ancora oggi – questo il suo pregio in tempi di becere ambizioni secesioniste – scomodo e attuale. I piemontesi si appoggiano alla camorra per conquistare il Sud, le disparità sociali annegano nella consapevolezza di non essere riusciti a diffondere una vera voglia di rinnovamento, in un Paese dove è più facile cambiare padrone che costruirsi una nobile identità collettiva. Un Risorgimento, quello della Banti, che ancora oggi continua a tentare di ricucire gli strappi, in questa Italia da reality in cui annaspiamo, con tante autostrade ma senza più indicazioni e mete comuni.
da “il paese delle donne online”
Bianco e nero, il colore della fotografa adolescente
di Zina Borgini
Francesca Woodman è protagonista di una retrospettiva di 116 scatti, tra cui 15 immagini, esposte in esclusiva per Milano, e cinque video che ripercorrono tutta la sua carriera, interrottasi a soli 22 anni. Una biografia, quella della Woodman, che fa parlare – giustamente – di talento precoce e straordinario, rivelatosi fin da quando era appena tredicenne.
Nella sua breve vita Francesca Woodman ha prodotto più di 500 tra negativi, provini e stampe scattate dai 13 ai 22 anni, nata a Denver il 3 Aprile del 1958, ha messo fine alla sua vita nel gennaio del 1981 gettandosi dalla finestra del suo studio newyorkese proprio il giorno seguente alla pubblicazione della sua prima ed unica collezione di fotografie.
Cresciuta in una famiglia di artisti, Francesca Woodman ha sviluppato un interesse per la fotografia a partire da un’età molto precoce: aveva solo tredici anni quando ha iniziato a fare le sue prime fotografie. Come studente alla Rhode Island School of Design di Providence, tra il 1975 e il 1979, è stata accettata nel Programma che le ha permesso di trascorrere un anno presso il campus della scuola nel sontuoso Palazzo Cenci a Roma. Nel corso di tale anno (1977-78), Francesca ha frequentato la libreria/galleria antiquaria Maldoror, specializzata in libri d’arte sul surrealismo e il futurismo, qui ha anche incontrato i giovani artisti della Transavanguardia romana. Dopo il ritorno negli Stati Uniti ha completato i suoi studi a Providence e si è poi trasferita a New York, dove ha avviato progetti più ambiziosi di fotografia.
La Woodman ha sempre usato la pellicola in bianco e nero, con esposizioni lunghe o doppie esposizioni e con gli autoscatti che le permettevano di essere parte attiva e soggetto principale del suo lavoro. Raramente appaiono altri soggetti nelle fotografie. Si è ritratta in ambienti vuoti e abbandonati, unico vero modello predominante è il suo corpo. Messo a nudo con trasgressione, mimetizzato tra gli infissi di una porta o finestra, o solo proiettata su muri screpolati quasi a confondere la sua pelle con l’intonaco, ha usato il suo corpo come testimonianza del dialogo aperto sin da giovanissima con tormentato desiderio che la invadeva.
E’ difficile, a volte, trovare le parole per descrivere le sue fotografie che richiedono uno sforzo di lettura e generano confusione e ambiguità, così come la forza dei sentimenti che hanno permeato il suo mondo interiore in contrapposizione alla spontanea e urgente curiosità di indagare la realtà che la circondava descrivendo il momento precario tra l’adolescenza e l’età adulta, tra l’esistenza e la scomparsa definitiva, la morte.
Si è parlato di un’influenza surrealista per le sue interpretazioni del corpo femminile, la si è paragonata anche alla più nota artista Cindy Sherman. Ma, nell’uno e nell’altro caso, è rischiosa la similitudine. Il surrealismo evoca eventi casuali invece le foto della Woodman hanno ben poco a che vedere con l’improvvisazione. Anche l’allineamento con Cindy Sherman trova una connotata differenza di rappresentazione: pur usando lo stesso mezzo artistico per esprimersi infatti la prima ci fornisce tante immagini di donne in trasformazione corpi frammentati, mentre la Woodman ci mostra un unico corpo che però riassume diversi modelli.
Interior Geometries, è il titolo della sua unica collezione di fotografie. Alcune disordinate geometrie interiori l’hanno spinta a porre fine alla sua vita. “Ho dei parametri”, scriveva, “e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate.” Sublimazione dell’onnipotenza giovanile, paura dell’impermanenza o solo disperazione ci hanno private di una giovane vita che prometteva un lavoro artistico molto stimolante e riflessivo sul corpo femminile come riassunto delle inquietudini.
Dal 16/07/2010 al 24/10/2010 Milano ospita la Woodman a Palazzo della Ragione, uno splendido palazzo che risale al Duecento: l’edificio non lontano da Piazza Duomo e affacciato sulla Loggia dei Mercanti. Il salone di quasi mille metri, sito al primo piano e splendidamente affrescato, è destinato principalmente alle mostre fotografiche.
Edizione dell’Arco (luglio 2010)
Il Sudan, un paese dilaniato dalla guerra, raccontato attraverso persone, colori, emozioni, suggestioni. Così Sara Bellettato, autrice di Sudan – Fiori nel deserto, narra di questo luogo speciale e non privo di contraddizioni.
Storie di donne, bambini, uomini, gente comune, povera che vive a stenti tra un caldo insopportabile e la polvere che imperversa in ogni luogo, ma anche storie di privilegiate, privilegiati che riescono a sfuggire alla povertà.
Sara racconta la quotidianità delle persone e dei luoghi attraverso i suoi occhi, occhi di una narratrice che osserva e trasmette senza giudicare, lasciando al lettore la libertà di farsi le sue idee e opinioni a riguardo. Il libro è ricco di particolari e descrizioni dei luoghi e delle persone, come per esempio le piante e l’abbigliamento. Tutte suggestioni capaci di trasmettere un’emozione di realtà. Leggendo, sembra infatti di trovarsi proprio lì, nelle situazioni descritte dall’autrice: sembra di vedere i colori, di sentire gli odori delle piante e dei cibi. Sara ci parla anche delle ONG e delle persone che ci lavorano. Narra del divario che separa le loro vite da quelle della gente locale. Racconta inoltre dei potenti: situazioni di abbondanza e sfarzo assolutamente in contraddizione con le condizioni di povertà e miseria cui è costretta a vivere la gente comune.
Sara parla anche delle donne. Racconta le loro storie. Qualcuna è ricca, altre sono povere, altre ancora segnate da un destino crudele. Mi colpisce la storia di due ragazze, due mogli, in particolare una ufficiale e una futura, di un giovane, avvolte nei loro colorati thop (un’ampia stoffa leggera e colorata con cui le donne si avvolgono fin sopra la testa lasciando scoperto il viso per motivi religiosi e per ripararsi dal sole e dalla polvere) di una azzurro e dell’altra rosa con una fantasia a piccoli fiori. Sara ci racconta di loro mentre sono al fiume assieme al marito durante un giro in macchina. Leggo di Mama, una cuoca, di Amani, segretaria di una ONG e figlia di possidenti che organizza una grande festa per la circoncisione dei due nipoti, party a cui partecipa una moltitudine di gente privilegiata che fa parte di una fortunata élite di persone che hanno la possibilità di sfuggire alla povertà. E ancora Fatma, che incontriamo avvolta in un thop rosa, una cleaner impiegata in una ONG, una ragazza povera ma piena di vita e di iniziativa. Molto toccante anche la storia di una madre di due ragazze giovani, palestinese ma bianca e così le figlie, il cui marito è militante di Hamas. Per questo e per il loro colore della pelle rischiano la vita. Sara racconta ancora della figlia del guardiano o della giovane ragazza, sfuggita alle milizie dello Spla -People Liberation’s Army del Sudan che le hanno ucciso il padre e portato via il fratello, che viene abusata dal padrone da cui va a lavorare come inserviente ad El Obeid.
Ma Sara ci parla anche di uomini. Racconta di Tarik,il pilota, di Jean Luc Racine, militare canadese veterano delle operazioni di PeaceKeaping che ha assistito impotente al genocidio quando era osservatore internazionale in Rowanda. Oppure la vicenda di Mohammed, ingegnere, originario del Darfur che vive una storia d’amore molto romantica che racconta il Darfur come una terra da sogno.
L’epilogo narra di una drammatica storia di immigrazione in Italia. Una fuga dal Sudan da parte di un padre di famiglia non priva di dolorose e lunghe separazioni dalla moglie e dai figli. Complice della sua sofferenza l’attuale legge sull’immigrazione in Italia.
Persone, storie, emozioni, colori. E’ il Sudan raccontato da Sara.
L’AUTRICE SARA BELLETTATO
Viaggi intorno al mondo, diversificate esperienze nei vari Paesi, la conoscenza di culture e popolazioni diverse caratterizza il curriculum di tutto rispetto della giovane autrice Sara Bellettato, che attualmente è impegnata a Milano dove lavora con Caritas Ambrosiana occupandosi di un progetto rivolto ai cittadini stranieri senza permesso di soggiorno trattenuti nel Cie di Via Corelli. Per l’autrice questo è il suo primo libro ” …pensa che il giorno che è andato in tipografia con le edizioni dell’Arco mi ha chiamato la EMI (editrice missionaria italiana) che lo volevano pubblicare. Ma ormai era tardi… sarà per il prossimo! – scherza Sara.
Ma da cosa nasce il desiderio di scrivere questo testo?
“La voglia di raccontare è nata dal desiderio di far conoscere questo Paese e la sua gente – racconta Sara – ma in primis come segno di riconoscenza e di rispetto per tutte le persone che ho incontrato e che sono state la mia guida e la mia chiave di lettura per il Sudan, il Darfur e l’intrico di etnie che lo compongono”.
La conoscenza di quei luoghi di cui ha reso così bene le persone, le sensazioni, le emozioni parte dalla sua professione “Ho lavorato per 4 mesi come cooperante di una piccola ONG italiana in Darfur, nel 2005 – spiega Sara-. Mi spostavo tra Khartoum, la capitale del Sudan, Nyala, la capitale del Sud Darfur, e El Daein, un paesino a 60 km da Nyala, ma raggiungibile solo con i voli delle nazioni unite, perché la strada era troppo pericolosa”
L’incontro con la popolazione del posto è avvenuta sempre grazie al suo lavoro “Ho avuto attorno tanti colleghi sudanesi bravissimi, che sono stati la mia guida – ha raccontato -. Grazie a loro, ho potuto capire meglio il Sudan, le sue tradizioni e contraddizioni, la grande ricchezza culturale e le risorse naturali. Ho conosciuto il grande cuore delle persone, e questo non si può dimenticare”.
Cosma Orsi
La parola a Daniela Parisi
Regole internazionali nuove per la finanza, attenzione alle condizioni dei lavoratori e una riforma etica della democrazia. Con questa intervista si chiude la serie «il capitalismo invecchia?», mentre la discussione continuerà sul sito de «il manifesto» È stata salvata la finanza, aggravando così le disuguaglianze sociali, radice primaria della crisi. Ora si deve porre attenzione primaria al lavoro, meglio ai lavoratori
L’uscita dalla crisi sarà possibile solo se saranno rispettate alcune condizioni: regole certe a livello internazionale; un cambiamento delle priorità, mettendo cioè al primo posto le condizioni dei lavoratori; una democrazia politica che veda il massimo della partecipazione nelle procedure decisionali a tutela dei beni comuni. Con questa intervista si chiude la serie «il capitalismo invecchia?», avviata, coinvolgendo un nutrito gruppo di economisti, per cercare di spiegare la natura di una crisi che in molti degli intervistati hanno definito sistemica, senza che questo significhi il superamento del capitalismo. La discussione proseguirà nel sito internet de il manifesto (www.ilmanifesto.it).
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del ’29?
Considererei la crisi attuale come una crisi sistemica, dove il termine sistemica deve accompagnarsi ad una serie di specificazioni. È sistemica perché riguarda il sistema economico sia nei suoi aspetti reali che finanziari; perché ora riguarda tutto il mondo e si è innestata su criticità, anche extraeconomiche, specifiche di singole regioni geografiche; riguarda il sistema delle relazioni tra gli agenti di un sistema economico in cui non c’è trasparenza, non c’è possibilità di ricondurre fatti a responsabilità precise; riguarda il rapporto tra teoria economica e policy, perché la teoria si è focalizzata sulla produzione di modelli econometrici – tipo il Var sviluppato all’inizio degli anni Novanta e adottato ampiamente – con cui si pensava di poter controllare i rischi delle sempre più numerose e varie attività finanziarie ed è diventato impossibile inserire nell’analisi economica elementi di valutazione. Infine, perché da un epicentro, si è subito dispiegata sui paesi più poveri e sulle fasce più povere di ogni paese. È il disvelamento di distorsioni presenti nel sistema mondo che riguardano, tra l’altro, lo sfruttamento delle risorse e la distribuzione del reddito.
Le vittime saranno tante e ben sappiamo chi saranno. Per quanto riguarda i confronti con il 1929, è bene sottolineare che è sempre importante tener conto delle specificità di qualsiasi evento. Se proprio vogliano guardare al passato, vediamo che ieri come oggi è sul tappeto il rapporto tra stato e mercato. Proprio a questo riguardo allora chiediamoci: come agì Franklin Delano Roosevelt nel 1933? Entrò nella Stanza Ovale e decise che dopo anni di depressione era improcrastinabile prendere decisioni: nominò Ferdinand Pecora a capo di una commissione che investigasse sugli eccessi speculativi che avevano favorito la depressione. Interrogò l’élite della finanza e svelò tutto lo svelabile. Fu promulgato il Glass-Steagall Act e le leggi che hanno dato vita anche alla Securities and Exchange Commission. L’Nber ha datato l’inizio della crisi nel dicembre 2007, ma non circolano ancora informazioni certe sui comportamenti tenuti dalle élite della finanza, né la società sembra ancora sufficientemente indignata e irritata da ciò, mentre le discussioni interne rischiano di erodere la possibilità di un sostegno politico sufficiente per procedere ad una complessiva ri-regolazione della finanza.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell’analisi economica – e della storia in generale?
Non si tratta di condannare la costruzione dei modelli economici in sé ma di condannare la mancanza di una valutazione critica dei modelli. In questo serve coltivare sensibilità storica: la storia abitua a guardare con attenzione molteplici scenari ognuno diverso dall’altro e diverso dal nostro. Chi non ha questa dimestichezza non trova interesse nella lettura degli scenari attuali allo scopo di portarne in evidenza i fattori di complessità, tende a semplificare e impoverire la propria capacità di analisi e a scambiare le sfumature del quadro scenico per mere ombre, non sa dare importanza alla ricerca delle radici dei fenomeni complessi. Il passato lo si ri-legge, lo si ri-scrive, lo si ri-vede non per farne un monumento ad uso e consumo di interessi passeggeri ma per preservare ciò che di vitale dal passato arriva a noi costituendo il tessuto, oggi, della continuità del lavoro umano.
Il cambiamento nel tempo e nello spazio della «pasta» di cui noi siamo fatti, così come lo sono le istituzioni, rappresenta un processo incessante di cui bisogna tener conto. Ciò è perlomeno strano, in quanto la storia del pensiero economico rivela come i grandi economisti abbiano costante questa preoccupazione e anche quella del mantenimento del dialogo tra i saperi, economici e non. Poi c’è un terzo problema, quello della divulgazione e dell’applicazione del sapere: si preferisce divulgare «certezze» semplificatorie, slogan, piuttosto che dibattiti sulla problematicità delle questioni teoriche e delle ipotesi sottostanti alle teorie. È più facile e veloce applicare modelli, scambiandoli per la realtà, piuttosto che chiedersi cosa ci sia effettivamente dentro questi modelli. La storia insegna che la società non è un laboratorio a cui applicare modelli. Non si vuole ammettere che l’essere umano è sempre in fieri e mai «concluso»? ma non è di questa certezza che si vive? Perché, allora, negarla? quello che disorienta è ammettere che otium e neg-otium sono elementi non disgiungibili per gli esseri umani? Che la contemplazione del bello fa parte della vita umana?
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in la?
Non riesco a intravedere che ruolo oggi possa svolgere la politica se si assegna a questo ambito professionale ciò che concerne il bene comune sulla base di un dettame costituzionale dal carattere rigido, diciamo, molto meno flessibile del resto del sistema giuridico. Vorrei aggiungere a quanto già detto in tema di governance che oggi si fa urgente pensare ad un cambiamento della forma di governo «democrazia» la cui tenuta è debole perché si regge soprattutto sul criterio della governabilità a scapito di quello della rappresentanza e sul suo ripiegamento su molti appetiti privati. Come passare, allora, da una democrazia politica bloccata, anzi vittima di eutanasia, ad una democrazia che prenda vita dal basso, dalla voce cioè di quelli che vivono operando nel sistema? Sarebbe necessario considerare la politica una esperienza etica che si pratica, ascoltare le voci dalla società, tutte voci di persone che, in quanto tali, ontologicamente sono in dialogo. Forse eccedo nella fantasia. Ma forse no.
Molti ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull’asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al Washington Consensus, quanto al capitalismo di stato cinese? O c’è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l’Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
La crisi ha fatto emergere un dato ineludibile: non c’è un sistema monetario internazionale, non una istituzione in grado di coordinare o «sorvegliare» le politiche macroeconomiche dei paesi più influenti. E restano le domande: c’è l’intenzione che Fed, Bce e autorità monetarie cinesi si accordino per mantenere il tasso di cambio tra le valute entro limiti prefissati? Ci sono le condizioni perché ciò avvenga? L’Europa deve esserci attorno ad un tavolo di governance altrimenti si cancella il percorso originale e unico di un continente che va unificandosi non attraverso guerre e politiche di annessione; bisogna considerare, a proposito, che l’unificazione non si realizza attraverso una comune, indispensabile, politica monetaria, ma attraverso un «governo» dell’Europa.
L’attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e le pensioni): un intervento dal lato dell’offerta, anziché della domanda è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?
È vero che la prima mossa è stata quella di «salvare la finanza» e ciò non ha fatto che aggravare il problema delle disuguaglianze che è stato alla radice della crisi. Sono convinta che al centro del processo di cambiamento del sistema economico si debba porre attenzione primaria al «lavoro», o meglio ai «lavoratori». Da questa centralità la scienza economica dovrebbe prendere le mosse perchè il lavoro è la forma prima che il dialogo prende, perché il lavoro è, ontologicamente, parte e manifestazione della persona stessa che traffica col mondo e nel mondo. Questo è vero per ogni persona del mondo, perché il lavoro crea la ricchezza sia nei paesi in cui si vive miseramente sia in quelli in cui la conoscenza è la risorsa principale. Nella nostra società avanzata si lavora sulla base e attraverso la conoscenza: chi «conosce» mette in gioco la propria libertà, può accogliere, custodire, rendere disponibile, maturare, incrementare gli insegnamenti; ma può anche rapinare informazioni, nasconderle gelosamente, contraffare o mentire sulla conoscenza acquisita. E così facendo, nell’uno e nell’altro caso, ognuno diviene se stesso in questo genere di tessuto, genera frutti (istituzioni e rapporti).
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare a fronte delle forme e delle dimensioni dell’ indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l’economia mondiale?
Non abbiamo forse due orecchie, due occhi e una bocca? Dovremmo allora ascoltare e guardare il doppio di quello che diciamo. Ma forse questo non accade perché le due mani che abbiamo ci portano ad appropriarci in fretta e furia allungando le braccia più in là possibile per espandere e affermare noi stessi. In questo gli economisti possono dare veramente tanto, indagando i processi moltiplicativi del valore della conoscenza e analizzando funzione e ruolo dell’economia della conoscenza. Però, è chiaro, non si lavora se non si hanno le capacità e le motivazioni e se non si ha fiducia nel sistema in cui si vive. La strategia di rientro dal debito sarà in tutti i paesi una tragica realtà perché renderà le disuguaglianze più marcate e devastanti per molti. Interessanti sono i ragionamenti degli economisti di oggi attorno al problema dell’esistenza di una domanda effettiva e di una «offerta effettiva», cioè di capacità di produrre. Fare ciò può servire a stimolare, a far ripartire il processo produttivo anche se si teme che le imprese stimolate da interventi governativi possano trovarsi troppo «legate» e meno flessibili, meno favorevoli a cogliere opportunità di cambiamento e meno creative. Insomma, l’imprenditore vorrebbe poter scegliere lui il proprio finanziatore e scegliere lui a quali consumatori proporre i propri prodotti.
Alessandra De Perini.
Recensione di SPERANZA NEL BUIO, Guida per cambiare il mondo
di Rebecca Solnit (Fandango libri, Roma 2005)
Chi avrebbe immaginato, solo due decenni fa, un mondo in cui fosse scomparsa l’Unione Sovietica e avesse fatto il suo arrivo Internet? E che il prigioniero politico Nelson Mandela sarebbe diventato presidente del Sudafrica trasformato o che la rivolta zapatista nel Messico meridionale avrebbe segnalato il risorgere dell’universo indigeno? Rebecca Solnit, saggista e critica d’arte femminista, dalla prosa brillante e incisiva, attiva nei movimenti del suo paese, gli Stati Uniti, pone queste domande all’inizio del testo intitolato Speranza nel buio – guida per cambiare il mondo, una raccolta di brevi saggi, pubblicata nel 2005, in piena epoca Bush. La Solnit afferma che ci sono momenti in cui non solo il futuro, ma lo stesso presente sono oscuri e che solo poche persone riconoscono quanto sia radicalmente trasformato il mondo in cui viviamo. L’autrice vuole proporre una nuova visione del modo in cui avvengono le trasformazioni e sostiene, criticando la concezione meccanicistica del cambiamento, basata sulla logica dei rapporti di causa/effetto, che bisogna innanzitutto “cambiare l’immaginario del cambiamento”. Questo, secondo lei, è il grande problema di oggi. I cambiamenti, le rivoluzioni che contano, infatti, per la Solnit, si svolgono innanzitutto dentro di noi, nella nostra mente e nelle forme della nostra immaginazione. Il cambiamento più difficile è rendersi conto che la politica nasce dalla diffusione delle idee e dalla immaginazione che prende forma. I cambiamenti che contano sono così difficili da fare, perché non scorrono lungo il tempo lineare della Storia, ma seguono il tempo della vita materiale, con i suoi umori, la sua lentezza, le improvvise intuizioni. La storia, dice Rebecca Solnit, non è un esercito che marcia sempre avanti, obbedendo al principio di causa ed effetto, è come “un granchio che scappa lateralmente”, è “un rivolo d’acqua che gocciola sulla pietra consumandola”, un “terremoto che spezza secoli di tensione”. A volte poche persone ricche di passione cambiano il mondo, a volte le parole di una persona sola ispirano un movimento, anche dopo molti anni. A volte il cambiamento avviene improvvisamente, come quando cambia il tempo; a volte, invece, è necessario un accumulo graduale di cambiamenti impercettibili perché si determini una svolta nella storia.
Senza speranza, tuttavia, nessun cambiamento è possibile. Convinta che il mondo attuale sia assai migliore di quello di ieri, la Solnit sostiene che i motivi di speranza oggi non mancano. La società civile, infatti, negli ultimi vent’anni ha assunto un ruolo sempre più influente e significativo. Il futuro è oscuro, è vero, ma non nel senso di cupo e minaccioso, quanto piuttosto imperscrutabile, inconoscibile. Accadono, infatti, tutti i giorni cose impreviste e imprevedibili dalla nostra immaginazione.
La trasformazione del mondo attuale, secondo Solnit, è dovuta non solo al capitale globale, ma anche e soprattutto ai sogni di libertà e giustizia di tanta gente in ogni parte del mondo. Ci adattiamo alle trasformazioni, senza valutarle pienamente e tendiamo a dimenticare quanto sia cambiata la cultura. Decisioni che sarebbero state impensabili solo pochi decenni fa, come il matrimonio tra persone dello stesso sesso, oggi sono possibili. Il mondo è sempre più imprevedibile rispetto alla nostra capacità di immaginazione. Nel 1982, per esempio, un milione di persone si radunarono nel Central Park di New York per chiedere il congelamento bilaterale degli ordigni nucleari, come primo passo sulla via del disarmo. Non l’ottennero e molte di quelle persone tornarono a casa deluse o sfinite. Tante però continuarono la lotta, così in meno di un decennio furono negoziate riduzioni significative delle armi nucleari, con l’aiuto dei movimenti antinucleari europei. Da allora, la corsa al riarmo prosegue e nuove nazioni scelgono il nucleare. Questo però non compromette il valore di quella lotta. L’attivismo di quella stagione è finito a causa della sua visione rigida e di un calendario difficile da rispettare, ma anche perché, sostiene la Solnit, nessuno aveva saputo prevedere che alla fine del decennio la guerra fredda sarebbe terminata. Quelle e quelli che si erano impegnati nella lotta non sono rimasti in campo sufficientemente a lungo per raccogliere il “dividendo della pace” e per questo sono rimaste/rimasti a mani vuote. È sempre troppo presto per tornare a casa, dopo l’impegno politico attivo ed è sempre troppo presto anche per calcolare gli effetti delle nostre azioni. Un’attivista che militava nel “Women Strike for Peace” (Donne in sciopero per la pace), il primo grande movimento antinucleare degli Stati Uniti (ottenne il Trattato per la limitazione dei test nucleari del 1963) racconta di come si sentisse stupida e inutile una mattina, mentre protestava sotto la pioggia di fronte alla Casa Bianca. Alcuni anni dopo però, le capitò di ascoltare il dottor Benjamin Spock che dichiarava di essersi convinto proprio allora ad intervenire contro i test nucleari per la pericolosità della ricaduta dei materiali radioattivi che si ritrovavano nel latte materno e nei denti dei bambini: quel piccolo gruppo di donne così appassionate e impegnate, che si dichiaravano casalinghe e protestavano sotto la pioggia davanti alla Casa Bianca, abitata allora da Kennedy, e mettevano in ridicolo i membri del Comitato parlamentare per le attività antiamericane gli avevano fatto capire improvvisamente che, come loro, era giusto che anche lui dedicasse attenzione e impegno al problema.
Le trasformazioni hanno in comune il fatto di avere inizio nella speranza e nell’immaginazione. All’inizio di ogni grande cambiamento c’è chi punta sul futuro e spera che il suo desiderio si avveri o chi pensa che l’incertezza e il gioco d’azzardo siano meglio della sicurezza e dello sconforto. Vivere significa rischiare e sperare è pericoloso. La speranza è per Rebecca Solnit “un’ascia che serve ad abbattere le porte in caso di emergenza”. La speranza si serve di ogni parte di noi per far cambiare rotta alla società, per allontanare il futuro dalla guerra, dall’annientamento dei tesori del pianeta e dallo stritolamento di masse di persone povere e marginali. La speranza chiede l’azione e agire è impossibile senza speranza. Sperare significa donarsi al futuro, prendere un impegno preciso nei confronti del futuro. Tutto può accadere e tutto dipende dal nostro agire o dalla nostra mancanza di azione. Per chi oggi si impegna per un futuro migliore è già in atto la sfida più grande, quella in cui si rischia il tutto per tutto. In ogni parte del mondo è in corso un processo di sradicamento causato della volontà di dominio globale. La civiltà tecnologica sta distruggendo la natura da cui dipendiamo. Tuttavia il futuro, benché oscuro, dipende in parte ancora da noi, dalla nostra azione, dal nostro pensiero.
In questo libro Rebecca Solnit rende conto del mondo incredibilmente trasformato in cui viviamo e propone di non sottovalutare le vittorie politiche degli ultimi vent’anni che, una dopo l’altra, pone davanti ai nostri occhi perché le vediamo con occhi nuovi e ci rendiamo conto di quanto siano importanti per il presente: sono punti di riferimento nel disorientamento generale, leve straordinarie per uscire dallo sconforto e dalla delusione e progettare nuove trasformazioni. La Solnit fa un bilancio delle possibilità e dei pericoli che abbiamo davanti in questo momento e cerca di cogliere in ogni parte del mondo quei segni di libertà e di giustizia di cui abbiamo bisogno per continuare, appunto, a sperare e a non rinunciare all’azione.
Lia Cigarini, sempre molto attenta a quello che accade negli Stati Uniti, nel numero 92 (marzo 2010) della rivista Via Dogana, intitolato “Cambiare l’immaginario del cambiamento” riprende la Solnit, collocandola tra quelle donne che si danno l’autorità di indirizzare l’agire politico dei grandi movimenti (pacifista, ambientalista, no global), nei quali sono attive. Basta pensare a Naomi Klein, autrice di No logo, che ha saputo convincere il movimento No global americano sul valore politico e l’efficacia degli atti simbolici e culturali, evitando così la deriva della contrapposizione che conduce inevitabilmente allo scontro di piazza, come è avvenuto in Europa. Oppure si pensi, dice Lia Cigarini, a Sara Horowitz, a Susan Sontag, a Elinor Ostrom, alle tante filosofe, sociologhe, economiste che, abituate a una politica diretta, agiscono e prendono la parola in prima persona. Cigarini afferma che i testi di queste donne, in cui c’è l’eco profondo del femminismo degli anni ’60 e ’70, costituiscono la teoria dei movimenti attuali in Usa. Anche in Italia, continua la Cigarini, ci sono tante donne che camminano nella politica e fanno teoria (per esempio, il movimento di “Autoriforma della scuola”, il Gruppo Lavoro della Libreria delle donne di Milano che ha prodotto il “Sottosopra” sul lavoro, il movimento “No dal Molin” di Vicenza e molte altre esperienze in ogni parte d’Italia), ma non hanno la forza di cambiare il modo di fare la politica né l’immaginario connesso, secondo cui il necessario compimento della politica sarebbe la costruzione di un partito o la rappresentanza parlamentare. Secondo Cigarini, i partiti italiani, divenuti delle pure sigle per eleggere deputati e senatori, come negli Usa, nell’immaginario di tanti militanti e di elettori/elettrici sono ancora il cardine della politica e della democrazia e questa mancanza di consapevolezza “finisce per mettere ai margini della politica quello che succede nelle aree creative, che dovrebbero esserne invece il centro”. A questo punto Lia Cigarini, rilanciando la sfida di Rebecca Solnit, si rivolge: ai delusi e alle deluse della politica, in particolare a quelle e quelli della sinistra italiana che continuando a ripetere che tutto va a rotoli, chiedendo loro di voltarsi verso le aree creative che ci sono, e tante, in primo luogo quella delle donne; a quelle e quelli che non credono più nel valore e nell’efficacia del voto per cambiare le cose o a quelle e quelli che fanno una politica reattiva, di pura contrapposizione alle mosse dell’avversario, ma anche a quelle donne impegnate nella politica della differenza che troppo insistono sulla pratica del partire da sé e delle relazioni e che forse, senza volerlo, ostacolano la varietà delle narrazioni, l’aprirsi di nuovi orizzonti. L’impegno politico non va visto unicamente come risposta alle innumerevoli emergenze e ai pericoli del mondo contemporaneo, afferma Lia Cigarini, riprendendo la Solnit, ma come una parte gioiosa della vita quotidiana. Già circolano nuove narrazioni e bisogna tener conto del fatto che non tutte/tutti sono disponibili a portare un bagaglio pesante, fatto di delusione, disperazione e profonda sfiducia. Ecco allora la sfida che con molto coraggio la Solnit lancia alla politica tradizionale di sinistra: dissolva nell’acqua le proprie certezze, non per sostituirle, ma per costruire nel presente, faccia la politica del presente, del qui e ora, mettendo al primo posto il contesto reale dell’azione e non l’ideologia, non pretenda di controllare il futuro, ma si decida ad abbandonare il potere per trovare la libertà.
Francesca Lazzarato
Tradotto in italiano il romanzo d’esordio di Maria Barbal
È uscito nel 1985 e da allora ha collezionato più di cinquantacinque edizioni in diverse lingue, tre premi importanti e diversi adattamenti teatrali (l’ultimo andrà in scena a gennaio al Tnc di Barcellona) ma solo adesso Pedra de tartera, uno dei più longevi e fortunati fra i best-seller in lingua catalana, appare anche in italiano (Come una pietra che rotola, Marcos y Marcos, pp.151, euro 14) nell’eccellente traduzione di Gina Maneri, che ha reso con esattezza la prosa sommessa di Maria Barbal, nata nel 1949 in un paesetto dei Pirenei e barcellonese di adozione.
A Come una pietra che rotola, il suo romanzo d’esordio, ne sono seguiti altri otto, e tuttavia, nonostante la solidità di un corpus narrativo che si è appena arricchito di un nuovo libro di racconti (La pressa del temps, Columna) e il riconoscimento tributato dalla critica a testi di più ampio respiro come Càmfora, per i lettori la Barbal (che il 15 settembre, durante la settimana del Libro in Catalano, ha ricevuto a Barcellona il Premi Trajectòria) resta soprattutto l’autrice di Pedra de tartera, in cui la convincentissima voce della protagonista Conxa ci racconta di sé, adolescente, ragazza, donna nata e cresciuta in una Catalogna rurale che ha poco da spartire con le luci di Barcellona. Un’esistenza povera e semplice, la sua, scandita da nozze e morti, dalla fatica delle donne che crescono figli, sbrigano o dirigono ogni lavoro, tacciono e resistono. Finché la guerra civile strappa a Conxa l’amatissimo marito, fucilato da gente feroce che parla un’altra lingua, il castellano, e a lei tocca per intero la cura di quelli che restano, in solitudine e, come sempre, in silenzio.
In centocinquanta pagine e con pochi tocchi delicati, la Barbal disegna una figura femminile a suo modo potente, e allo stesso tempo traccia il ritratto di un mondo perduto, della cui sparizione Conxa diventa il simbolo quando, ormai vecchia e rinchiusa in una oscura portineria cittadina, conclude la sua storia con una frase che è quasi un epitaffio: “Barcellona per me è una cosa molto buona. L’ultimo gradino prima del cimitero”.
pubblicata da La Maestra Larissa
Care maestre e cari maestri,
mi è capitato spesso, in questo periodo, di ricevere lettere o telefonate da qualcuno di voi. La domanda che mi viene rivolta con maggiore insistenza è: “Come facciamo a insegnare, in tempi come questi?”. I sottintesi alla domanda sono molti: il ritorno del “maestro unico”; classi sempre più affollate; bambini e bambine che provengono da altre culture e lingue e non sanno l’italiano etc.
Anch’io, come voi, soprattutto nei primi anni della mia attività di maestro, mi ponevo interrogativi analoghi. Ho cominciato ad insegnare subito dopo la guerra. Le classi erano molto numerose. Capitava anche di avere bambini e bambine di età diverse.
Forse qualcuno di voi ha la brutta sensazione di lavorare come dopo un conflitto: in mezzo a macerie morali e culturali, a volte causate dal potente di turno – ce n’erano anche quando insegnavo io – che pensa di sistemare tutto con qualche provvedimento d’imperio. I vecchi contadini delle mie parti dicevano sempre che i potenti sono come la pioggia: se puoi, da essa, cerchi riparo; se no, te la prendi e cerchi di non ammalarti e, magari, di fare in modo che si trasformi in refrigerio e nutrimento per i tuoi fiori.
Il mio augurio per il nuovo anno scolastico è questo: NON SENTITEVI MAI DA SOLE E DA SOLI! Prima di tutto ci sono i bambini e le bambine, che devono essere nonostante tutto al centro del vostro lavoro e che, vedrete, non finiranno mai di sorprendervi. Poi ci sono altre e altri che, come voi, si stanno chiedendo in giro per l’Italia quale sia ancora il senso di questo bellissimo mestiere. Capitò così anche a me, anche a noi. Cercammo colleghe e colleghi che si ponessero le nostre stesse domande e fu così che incontrammo Giuseppe Tamagnini, Giovanna Legatti, Bruno Ciari e altre e altri con i quali costruimmo il Movimento di Cooperazione Educativa. Poi ci sono anche i genitori e le zie e i nonni dei vostri alunni e delle vostre alunne, che possono darvi una mano, se saprete, anche insieme a loro, rendere la scuola un luogo accogliente e bello, in cui ciascuno abbia il piacere e la felicità di entrare e restare assieme ad altri.
Non dimenticate che davanti al maestro e alla maestra passa sempre il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese: che ha alla sua base un testo fondamentale e ricchissimo, la Costituzione, che può essere il vostro primo strumento di lavoro.
Siate orgogliosi dell’importanza del vostro mestiere e pretendete che esso venga riconosciuto per quel moltissimo che vale.
Un abbraccio grande.
Mario Lodi