Che cos’è l’Agorà:

Da maggio 2011 l’Agorà del lavoro è un luogo di incontro e discussione aperto a uomini e donne. E’ un luogo autorevole che vogliamo far crescere a Milano, una piazza pensante che esprima e vada oltre l’indignazione, che dia più forza e visibilità a ognuna/o nei suoi contesti di vita e lavoro, nei suoi desideri ma anche nelle contrattazioni e nei conflitti.

Quali sono gli obiettivi dell’Agorà?

Mettere al centro dello spazio pubblico il lavoro e l’economia, illuminandoli con il punto di vista che nasce dall’esperienza e dal pensiero delle donne.

E cioè: ripensare tutto il lavoro a partire da quell’intreccio imprescindibile di vita e lavoro, produzione e riproduzione, denaro e riconoscimento, autonomia e dipendenza, individualità e relazioni in cui siamo immerse/i.

Quell’intreccio, se condiviso, può diventare per tutti forza su cui fare leva per il cambiamento.

Cerchiamo insieme come. Scommettiamo insieme su quella forza.

I principali contenuti emersi in ogni incontro verranno via via raccolti e fatti circolare nel blog: un sapere nato insieme, a disposizione di tutte e tutti.

agoradellavoro.wordpress.com

AGORÀ 
1 
lunedì 23 maggio 2011

è UN DESIDERIO, UNA FESTA, UN INIZIo

 

L’AGORÀ DEL LAVORO

per incontrarsi ribellarsi progettare

accade a Milano

il 23 maggio 2011

dalle 18,30 in poi

Società Umanitaria

Sala Facchinetti

ingresso in via San Barnaba 48

dietro al Palazzo di Giustizia

SIETE TUTTE E TUTTI INVITATI

AGORÀ

2 
lunedì 20 giugno 2011

per incontrarsi ribellarsi progettare

L’AGORÀ DEL LAVORO

accade ogni mese a Milano

il prossimo incontro è

il 20 giugno 2011 dalle 19 alle 21

Ambrosianeum

Sala Falk

via delle Ore, 3

(accanto a piazza del Duomo)

SIETE TUTTE E TUTTI INVITATi

AGORÀ 3 
lunedì 19 settembre 2011

AGORÀ 4 
lunedì 24 ottobre 2011

AGORÀ

5 
lunedì 28 novembre 2011

“il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta”

Oggi non si può parlare di lavoro senza parlare di crisi.

E non si può parlare di crisi senza parlare della ribellione, dal movimento di Zuccotti Park, agli indignati sotto le torri di Bologna. Siamo tutte/i dentro questo nuovo contesto

 

E allora ci chiediamo

Cosa vorremmo dal nostro lavoro (quello che c’è
e quello che forse ci sarà, quello che ci dà da vivere e quello nascosto che serve per l’esistenza)?

Quali cambiamenti immaginiamo possibili/progettabili oggi… a Milano?

Fino a che punto e su che cosa vogliamo metterci in gioco?

 

AGORÀ 6 
lunedì 19 dicembre 2011

Un anno vissuto pericolosamente

Le piazze di Snoq e quelle indignate. Donne in politica e politiche delle donne.
Partecipazione, contaminazione, rete. La nascita della nostra piazza pensante su vita/lavoro/politica.

E poi: la crisi dell’euro, la retorica del baratro, delle colpe e delle pene.
E un cambio di governo (nazionale e in città).

Ti invitiamo all’agorà: prepara il tuo brindisi per salutare l’anno e comporre tutte insieme un bilancio e un augurio

AGORÀ

7 
lunedì 30 gennaio 2012

il DESIDERIO DI LAVORARE E AVERE FIGLI:
perchE’ resta unA QUESTIONE PRIVATA ?

Da tempo si parla di conciliazione, tanto che la parola è diventata vecchia ancora prima che l’argomento sia stato davvero affrontato.

Alcune di noi hanno preferito parlare del doppio desiderio di esserci con i figli e sul lavoro, secondo la propria misura, che può variare nel corso della vita. Ma questa scelta di libertà contrasta con i modelli dominanti dell’economia e della società.

 

allora CI CHIEDIAMO

Perché l’esperienza delle madri (e dei padri) non è (ancora) diventata parola pubblica preziosa per contribuire a rendere economia e organizzazione del lavoro più sensate?

Perché il desiderio di nuove modalità di lavoro e di un nuovo modo di vivere la maternità (e la paternità), che circola nei blog e negli scambi tra mamme in internet, faticano a tradursi in pensiero e azioni collettive?

 

Proponiamo un confronto non-virtuale, nella piazza dell’Agorà del lavoro che metta al centro il duplice desiderio di lavorare ed avere figli. Siamo convinte che l’esperienza e il sapere di chi sperimenta sulla sua pelle cura e lavoro retribuito, se condivisi, possano portare nuova consapevolezza e nuovo sapere per tutti e quindi forza, idee e coraggio per modificare l’esistente.

 

INVITIAMO QUINDI CALOROSAMENTE

Madri (e padri) che abbiano voglia di partecipare e intervenire liberamente, portando la propria esperienza.

AGORÀ 8 
lunedì 27 febbraio 2012

Negoziando si impara (e si può vincere)

Nell’ultima Agorà abbiamo sentito i racconti di giovani donne capaci e intelligenti, che lavorano, fanno (o non fanno) figli, che vogliono tempo per sé. Donne che vogliono negoziare una diversa organizzazione, valutazione, riconoscimento del loro lavoro.

Sia le dipendenti sia le “contrattiste” cercano tempi e modi di lavorare diversi da quelli che incontrano in un mondo del lavoro sempre più dissennato.

Cercano nuovi modi di rapportarsi con capi e cape, colleghi, dipendenti, sindacalisti e responsabili delle risorse umane di entrambi i sessi. Vogliono pensare a nuovi codici di comportamento che migliorino le relazioni e le pratiche quotidiane di lavoro.

Lavorare e vivere, lavorare bene e vivere bene. Di certo non hanno alcuna intenzione di “tornare a casa” per far fronte a un welfare al lumicino. Al contrario, vogliono imparare ad affermare i loro desideri e a negoziare in modo più efficace.

 

Come far tesoro delle esperienze e individuare i nodi giusti per incrinare il muro di gomma?

Come fare per trasformare la forza e la determinazione di tante (e tanti) in una forza visibile e collettiva?

 

Invitiamo tutte e tutti a riprendere il discorso avviato nell’ultima Agorà per andare avanti e incominciare a trovare insieme strumenti concreti di cambiamento.

AGORÀ

9 
lunedì 26 marzo 2012

TEMPO/ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO

*

REDDITO

*

TUTELE

*

RICATTI

*

GERARCHIA

*

COMPETIZIONE

*

NEGOZIAZIONE/RAPPRESENTANZA

Facciamo emergere

differenze, punti di contatto, possibili contaminazioni

fra lavoroautonomo (professionale)

lavoro dipendente e lavoro intermittente

INVITIAMO QUINDI CALOROSAMENTE

Lavoratrici autonome, dipendenti e parasubordinate che abbiano voglia di intervenire liberamente, portando la propria esperienza.

AGORÀ

10 
lunedì 23 aprile 2012

La crisi economica e della politica è un tiro alla fune:
chi cede, chi si adatta, chi si automodera, perde

La RIBELLIONE politica è una medicina:
fa bene contro la solitudine, la depressione, l’angoscia

 

La politica che abbiamo in mente è:

 

– armarsi della propria soggettività: sapere chi siamo, che cosa vogliamo dal lavoro e dalla vita, saperlo proclamare insieme ad altre/i. Prima di vedere chi e come ti rappresenta, devi saperti autorappresentare: avere le parole e i pensieri che narrano che cosa vuoi, quali sono i tuoi progetti, le tue priorità, i tuoi desideri, i tuoi ostacoli.

Con il capitalismo finanziario è andata in pezzi l’oggettività del lavoro e dell’economia (su e giù delle borse e dello spread: qual è la razionalità?). Tiene solo la capacità soggettiva di resistere e di muoversi. Se c’è una cosa che il nostro tempo sta finalmente capendo, dopo che il femminismo ne parla da quarant’anni, è la necessità di mettere in gioco la soggettività per cambiare la politica.

 

-togliersi dalla solitudine e dalla illusione di una perfezione indipendente: approfittare della ricchezza e della forza che viene dalle relazioni, dagli scambi. Cercare insieme la direzione da prendere per cambiare le forme del lavoro e dell’economia.

 

-forzare i confini per non essere risucchiate/i in un quotidiano sempre più imperioso, ricattatorio, svilente, inquietante. C’è di mezzo la salute, i soldi, il tempo che sembra divorato, la voglia di vivere e dare un po’ di forza a chi non può rinunciare al futuro.

 

Ci sembra che questa sia la lezione delle ultime Agorà di fronte anche all’incalzare dell’attualità.

Se poi guardiamo più indietro, a questo primo anno di Agorà, vediamo crescere la sensazione che è possibile scommettere sulla forza delle donne e non sulla loro debolezza.

 

Dunque invitiamo tutte/i, frequentatrici/tori abituali, intermittenti, appassionate/i o infedeli, a partecipare alla prossima Agorà per raccontare:

 

– come affrontiamo il momento presente?

– che cosa ci dà l’Agorà e che cosa vorremmo?

– quali sono le poste in gioco su cui te la senti di puntare, quali le mosse giuste?

AGORÀ

11 
lunedì 28 maggio 2012

Se il reddito fosse di cittadinanza:
sguardi differenti sul tema del “bioreddito”

Il pensiero femminista ha messo in discussione il contratto sociale che si basa sul paradigma del maschio adulto indipendente. Che indipendente non è, perché dipende, come tutti, da una massa enorme di lavoro informale e invisibile garantito (prevalentemente) dalle donne. Questo punto di vista (siamo tutti/e interdipendenti) interroga in modo radicale gli scopi del lavoro per il mercato, i suoi tempi e i suoi modi, come emerge dall’esperienza delle donne al lavoro.

 

Da queste premesse guardiamo all’obiettivo del reddito di cittadinanza (nelle sue diverse formulazioni: reddito minimo garantito, di base, di esistenza).

 

> Alcune donne sono perplesse o contrarie perché temono che spostando l’attenzione politica dal lavoro al reddito, venga azzerato il pensiero e l’esperienza delle donne al lavoro.È già accaduto: arrivano le donne in massa – vedi la scuola – e quella posizione perde valore; è l’ottica della femminilizzazione come indebolimento.

 

> Alcune/i, tenendo conto della mancanza di servizi di base in Italia, valutano che il reddito minimo non sposti ma anzi aggravi la divisione sessuale del lavoro, segregando in casa le donne più deboli e ricattabili.

 

> Altre/i invece, come Ina Praetorius, vogliono indirizzare l’obiettivo in senso post-patriarcale: il reddito di base non è la soluzione fatta e finita, ma è un buon obiettivo se mette in grado le donne e gli uomini di rinegoziare i rispettivi desideri e compiti.

 

> C’è poi chi sente l’urgenza di trovare rimedio al peggioramento delle condizioni di vita, combattere l’impoverimento e la ricattabilità in particolare di ampie fasce di donne, e pensa che sia un utile obiettivo per la redistribuzione del reddito e un’opportunità in più per le giovani generazioni.

 

> La maggior parte infine è molto curiosa e interessata al tema e desidera dibatterlo e approfondirlo nei suoi vari aspetti per farsene un’opinione.

 

 

Dunque invitiamo tutte e tutti
a partecipare alla prossima Agorà per ragionare insieme, mettendo liberamente in relazione
desideri e timori, pensieri ed esperienze.

 

 

AGORÀ

12 
lunedì 25 giugno 2012

e adesso facciamo festa!

Molti sono i motivi per festeggiare…

 

A oltre un anno dal suo inizio l’Agorà è viva e vegeta e questo è il nostro 12° incontro.

 

È una pratica politica che non assomiglia a niente di già visto e altre la vogliono replicare nella loro città.

 

Ha dato voce pubblica a realtà del lavoro importanti, come il diverso modo di intendere la rappresentanza nel lavoro autonomo e dipendente, oppure la forza negoziale delle lavoratrici madri, oppure ancora la volontà delle più giovani di rifiutare sia la logica precaria che quella aziendalista e inventare nuovi modi di lavorare insieme. E molto altro.

 

È stata l’occasione per riconnettere le varie parti del femminismo milanese e metterne in gioco il ricchissimo patrimonio di pratiche e di pensiero.

 

Ci ha dato la misura di quanto questo tempo di crisi radicali sia per le donne un’occasione che unisce e dà forza, a fronte di un’evidente difficoltà maschile ad elaborare il nuovo.

 

La mossa dell’Agorà ha spianato la strada ad altre importanti iniziative come il convegno su Cura e lavoro di febbraio 2012, quello organizzato a Milano in marzo dall’Archivio delle donne in Piemonte sul lavoro visto dai femminismi torinesi e milanesi, e soprattutto la tre giorni nazionale che terremo a Paestum in autunno (5,6,7 ottobre).

 

invitiamo tutte e tutti

per brindare e festeggiare
scambiare valutazioni

lanciare idee per la ripresa di settembre

…e costruire passi comuni con cristina tajani,
assessora al lavoro, che sarà presente

 

Una piazza concreta e simbolica, un luogo fertile e radicato nella città di Milano, uno stabile terreno di incontro, a cadenza mensile, dove il lavoro che cambia diventa protagonista.

Qui si intrecceranno storie e soggettività di diverse generazioni, non per dar vita a un inutile confronto tra teorie e pratiche, ma per creare un tessuto effervescente da cui possano scaturire iniziative politiche nuove.

Non ci interessa creare un’improbabile comunità omogenea che appiattisca le differenze, bensì far nascere relazioni che diano valore alle esperienze personali e più forza per negoziare.

Vogliamo ribellarci alle iniquità e alle insensatezze di un mercato del lavoro oggi sempre più lontano dai nostri bisogni e desideri.

Agorà nasce dalla volontà di gruppi ma anche di persone singole, provenienti da background differenti, di ricomporre la frammentarietà dei movimenti e delle diverse realtà per diventare un punto di riferimento in un primo momento cittadino, in futuro nazionale, con un’imprescindibile attenzione al mondo del web.

E a tutte le possibili forme di comunicazione che possiamo inventare con il nostro potenziale creativo.

La scommessa è proprio quella di trovare nuove parole, più aderenti alla vita, e nuove risposte. L’Agorà sarà dunque un luogo dove tutte e tutti si sentiranno autorizzate/i a esprimersi e a dare il proprio contributo senza timore di critiche o censure. Se il progetto funzionerà, ognuna/o ritornerà nei contesti in cui si trova con più idee, più voglia di esserci, più capacità di contrattare.

 

Le promotrici e i promotori dell’Agorà

Luisa Abbà, Donatella Barberis, Pinuccia Barbieri, Maria Benvenuti, Sergio Bologna, Maria Grazia Campari, Pat Carra, Vanna Chiarabini, Lia Cigarini, Elena Corsi, Elena Dal Pra, Andrea Fumagalli, Giovanna Galletti, Marisa Guarneri, Alberto Leiss, Sveva Magaraggia, Chiara Martucci, Sofia Masiello, Giordana Masotto, Giorgia Morera, Cristina Morini, Silvia Motta, Adriana Nannicini, Daniela Pellegrini, Giovanna Pezzuoli, Marina Piazza, Luisa Pogliana, Anna Maria Ponzellini, Nadia Riva, Anna Soru, Lorenza Zanuso, Anna Zavaritt

https://agoradellavoro.wordpress.com/

Viola Papetti

Un’antologia di poesie che raccolga autori affini per contagio poetico o che provengano dalla stessa piccola patria o che abbiano scritto nel medesimo arco di tempo, è accettabile anzi godibile. Dunque, ricchezza e voluttà delle antologie di poeti per cui diventiamo degustatori se non proprio giudici della loro qualità, confrontando un poeta con l’altro, e stilando classifiche a nostro piacere. Ma non è questo il caso di un’antologia di un poeta vivente, per giunta poco conosciuto in Italia. Il collage di testi scelti dai curatori è spesso surreale: qui un naso, là un piede, a margine un orecchio. Si sente il bisogno almeno di una sua foto per guardarlo negli occhi, di un’intervista per quanto banale, di sapere almeno quanti amanti ha avuto, e figli ecc. ecc. In fondo il signor Testo è pur stato partorito dalla testa appunto di un essere umano e si rivolge a noi in quanto partecipi della stessa umanità, anche se non della stessa lingua. Questo a proposito dell’antologia di poesie scelte di Carol Ann Duffy, La donna sulla luna (a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirocchi, testo inglese a fronte, Le Lettere, pp. 195, € 19,00), arricchito di informazioni biografiche e bibliografiche. Di Duffy – da non confondere con Maureen Duffy, anche lei poetessa e lesbica – era già uscito nel 2002, sempre presso Le Lettere e curato sempre da Sensi e Sirocchi, La moglie del mondo (1999), una serie di monologhi di personaggi femminili, spesso mitologici, mogli figlie amanti di uomini celebri. Spiritosi, paradossali, raramente romantici, spesso irresistibili come quelli di Frau Freud, Anne Hathaway, Queen Kong, Little Red-Cap. Quest’ultimo è l’autoritratto di Duffy stessa, vigoroso Cappuccetto Rosso sedicenne, figlia di operai, che nel bosco- la gang degli intellettuali di Glasgow dove lei era nata nel 1955 – incontra il Lupo, ossia Adrian Henri, uno dei Liverpool Poets di ventitre anni, suo senior. Lui declama versi con vocione lupesco, la zampa pelosa, la barba macchiata di vino rosso, una stagione dopo l’altra le stesse facili rime, gli stessi bislacchi ragionamenti. Lei lo ascolta e impara, e per dieci anni resta nella sua tana. Nel 1977 pubblicano insieme Beauty and the Beast, in cui si prevede un finale capovolgimento dei ruoli: lei, diventata la Bestia, con la sua accetta virile abbatte la Bella, verseggiatrice monotona, e esce dalla foresta, con I suoi fiori, cantando, tutta sola (Little Red Cap). Adrian Henri (1932-2000), insieme a Roger McGough (1937-) e Brian Patten (1946-), sono conosciuti come The Mersey Sound dal titolo del Penguin Modern Poets 10 del 1967, che raccoglie buona parte delle loro poesie, lette o meglio cantate o agite nei pub e nei coffee bar della Liverpool degli anni sessanta. Il loro pubblico erano i ragazzi che andavano ai concerti pop, i comportamenti e i temi erano quelli quotidiani (sesso, guerra del Vietnam, i Beatles, Liverpool e non Londra, le droghe di moda). Erano performer, come Hopkins avrebbe voluto fossero tutti i poeti. La performance poetry, con il suo linguaggio demotico, irrisorio e l’impatto fisico dei poeti-attori trionfava nella provinciale Scozia, mentre a Londra i poeti del Movement leggevano compostamente i loro testi ai microfoni della Bbc e subito li pubblicavano. A Roma, dai microfoni del Terzo Programma, Manganelli traduceva e commentava quei poeti: Alvarez, Amis, Conquest, Fuller, Gunn, Hill, Hughes, Larkin. All’università invitammo i tre Liverpool Poets che si scatenarono pazzamente nell’aula affollatissima ed eccitata. Per noi tutti fu un’esperienza insolita: per la prima volta la poesia ci arrivava con tanta energia e semplicità, senza aura. Il romantico lupo Adrian Henri recitò Love is, venti versi e venti ripetizioni del titolo, e Without You, trenta ripetizioni del titolo che ritorna a conclusione. Sono i trucchi che i poeti orali hanno sempre praticato e Duffy pure li usa, ma con più sottigliezza, quando vuol far salire la febbre del pubblico (Nome, Se fossi morta, Assenza, Risposta, Appeal e in altre occasioni). Ama spesso iniziare una poesia l’If di Kipling, poiché come lui essendo un buon cattivo poeta, deve aprire con autorità un tema ad alto rischio, ed esplorarlo in tutte le sue pieghe. “Se tu fossi fatta di fuoco,/ la tua testa una Medusa selvaggia che sibila fiamma,/ la lingua un attizzatoio incandescente in gola,/ il cuore un piccolo carbone ardente in petto,/ le dita marchi a fuoco vivo sulla carne,/ se fossi acqua, se fossi fatta di acqua, sì, sì”. E il crescendo finale: “Se tu fossi fatta di aria, se fossi aria,/ se tu fossi fatta di acqua, se fossi acqua,/ se tu fossi fatta di fuoco, se fossi fuoco,/ se tu fossi fatta di pietra, se fossi pietra,/ o se tu non fossi niente di tutto questo se non la morte,/ la risposta è sì, sì”. Mail suo “If” è erotico, non didattico come quello di Kipling, né beffardo come quello di Cecco Angiolieri, non riguarda né la morale, né la società, ma la donna amata, alla quale è riconosciuto un potere assoluto di vita e di morte. Certi critici non sono stati indulgenti con Duffy e le hanno rimproverato i difetti comuni ai Liverpool Poets e ai loro discendenti: improvvisazione, sfrontatezza, sciatteria, trovatine spiritose, poesie da bere d’un colpo e dimenticare subito dopo. Le hanno anche trovato tanti maestri. Browning per monologhi drammatici: ecco Cesare e Cleopatra nell’intimità: “Sul suo letto/ lei gli si stendeva sopra, lo truccava,/gli sbaffava le labbra col rossetto,/ la sua cipria gli arrossava la barba incolta,/ il turchese degli occhi sulle palpebre./ Lo sfidava, bicchiere dopo bicchiere/ nelle gare di bevute …” (Bellissima) – non stupisce che abbia scritto anche per il teatro e la radio. Molte citazioni da scrittrici, Plath e Carter, specie nella rielaborazione di fiabe, racconti e poesie per ragazzi, e dai classici Shakespeare, Donne, e aggiungerei anche l’Hopkins dei sonetti disperati che echeggia nell’ultima raccolta Rapture (2005), un lungo poema d’amore che va dalla piena felicità dell’inizio al vuoto della fine “Mi sveglio a un’ora cupa fuori del tempo, vado alla finestra./ Non una stella in questo cielo buio, nemmeno la luna, non un nome/ o numero per l’ora, né una scheggia di luce. Inspiro” (È finita). Il paesaggio aveva benedetto il tenero abbraccio degli amanti: “La pietà della primavera è qui, un addolcirsi dell’aria,/ lamluce di un’ora più luminosa, il tempo/ come perdono, concesso nel sussurrato colorarsi/ dei fiori, nel mantra della pioggia, sollievo, sollievo, sollievo” (Primavera). Il corpo dell’amata è un gioiello che non si vuole percepire con i sensi, ma che invece è visto pienamente in cielo, come astro: “La perla nera della pupilla/ montata nell’oro del tuo occhio -/ e non vedo/ il frutto scuro del capezzolo/ maturo sul tuo seno -/ e non sento/ la punta
della mia lingua/ bruciare nell’astro della tua bocca -/ e non avverto/ il lieve battito del tuo polso/ sotto il pollice – osservo invece/ il transito di Venere/ sulla faccia del sole” (Venere). OrmaiDuffy è divenuta un poeta classico, studiata nelle scuole, acclamata nelle letture pubbliche, premiatissima persino dalla National Lottery con una vincita di 75.000 sterline. Donna, scozzese, lesbica, madre singola e felice di Ella, è stata finalmente nominata Poet Laureate. Ma sul Poet Laureate
ha pesato il compito di celebrare il matrimonio di Kate e William: se la sarà cavata meglio che nella commemorazione del tallone di Achille e di David Beckham, colpiti l’uno in guerra e l’altro durante una partita? Non sempre il mito si presta in aiuto al postmoderno.

Silvia Marastoni

«Siamo italiani. Ci sentiamo europei ma nello stesso tempo siamo consapevoli dei nostri legami indissolubili con tutti i popoli del Mediterraneo. Il razzismo non fa parte della nostra civiltà, che ha visto nei secoli un continuo e proficuo scambio con i popoli che si affacciano su questo nostro mare. Quanto avviene a Lampedusa ci umilia e ci imbarazza. Non è questa l’Europa che vogliamo, non è questa la nostra Italia». Comincia così la nota diffusa a fine marzo da Ilario Ammendolia, presidente del comitato direttivo dell’associazione dei 42 Comuni della Locride. Sindaco di Caulonia, Ammendolia ricorda come il comune che amministra e quello di Riace siano diventati due modelli d’accoglienza riconosciuti anche a livello internazionale: storie che mostrano come la convivenza con gli “altri” non solo sia possibile, ma possa rappresentare un guadagno per tutti, quando avviene in accordo con le comunità locali, trovando le mediazioni adeguate. Esperienze, quelle di Riace e Caulonia, ispirate a loro volta dal “laboratorio Badolato” – il primo tentativo di far rinascere un paese spopolato a causa dell’emigrazione accogliendo i curdi che arrivavano sulle coste calabresi – voluto e avviato negli anni ’90 da Tonino Perna (docente dell’università di Messina da molti anni impegnato nel “terzo settore”). Invenzioni felici, tentativi riusciti: anche grazie a queste esperienze il comitato direttivo dei comuni della zona Jonica ha deciso oggi di dichiarare l’intera Locride terra di accoglienza. «Un’ accoglienza» afferma Ammendolia «che tende non solo a porgere la mano ai disperati che bussano alle nostre porte ma che ha, come obbiettivo di fondo, l’idea – certamente di non facile attuazione – di far rinascere le campagne abbandonate ed i borghi disabitati grazie agli immigrati ed ai rifugiati. Dinanzi a quanto sta succedendo a Lampedusa e sulle coste dell’Africa non restiamo indifferenti. Non ci giriamo dall’altra parte». E, aggiunge, «non si tratta d’una semplice dichiarazione di principi». Cita esempi concreti: il comune di Gerace e quello di Antonimina, infatti, hanno già dato la disponibilità ad ospitare una “tendopoli” che accolga gli immigrati, purché abbia come requisito prioritario la tutela della dignità umana. Il sindaco di Benestare ha messo a disposizione degli alloggi e un fabbricato sequestrato alla ‘ndrangheta; altri comuni sono pronti a collaborare, così come numerosi medici e volontari, e molte cooperative che hanno già esperienza in questo ambito. «Non dimentichiamo mai chi siamo stati, quante volte siamo stati noi a bussare alle porte degli altri e quante volte siamo stati invece un rifugio sicuro per altri popoli» conclude Ammendolia anche a nome degli altri sindaci dell’associazione «vogliamo ribadire che la Locride non è terra di mafia. La Locride è, prima di tutto e innanzitutto, una Terra di civiltà antica, di gente generosa, di naturale ospitalità».

Anna Di Salvo Catania

Ho incontrato due volte uomini e donne di paesi arabi e del nord Africa ai cancelli antistanti il “Villaggio degli Aranci” di Mineo perché volevo addentrarmi nella maniera più diretta nella questione degli sbarchi massicci avvenuti in Sicilia. Volevo vedere e conoscere dal vivo una parte di quei corpi migranti che hanno superato le insidie del canale di Sicilia e che dopo il clamore del loro esodo biblico nell’isola di Lampedusa, sono stati trasferiti con malcontento loro e degli abitanti di Mineo al Villaggio degli Aranci, costruito originariamente da affaristi privati per dare accoglienza a militari americani di stanza nella vicina base militare di Sigonella. Mi sono recata lì insieme ad amiche e amici dei gruppi pacifisti di Catania con i quali lavoriamo politicamente ogni volta che se ne presenta l’occasione, per riflettere su precise questioni o dar vita a iniziative, portando con noi cibi e bevande, abiti confortevoli, musica e soprattutto molta emozione, aspettative e curiosità. Giunta all’appuntamento, la mia prima impressione è stata quella di avere davanti uomini (le donne sono sopraggiunte solo alla fine dell’incontro) di popoli mai incontrati che riuscivo a vedere con occhi nuovi per la prima volta. Svanite le immagini di masse umane senza volto sbarcate da traballanti carrette del mare incamerate dalle angoscianti trasmissioni televisive, svanite le scene dei conflitti coi lavavetri ai semafori cittadini, ero davanti a una giostra di volti giudicanti, gentili, preoccupati e carichi di speranza. Gli sguardi man mano cominciarono a incrociarsi, a rimandarsi il senso di ataviche risonanze che opacizzavano le classiche e scontate profferte d’aiuto e solidarietà. In fondo agli occhi di tutti, siciliani, arabi e indiani, ha navigato per il lungo guizzo di un attimo la pena condivisa dei popoli negati e l’empatia delle donne rivolta alle amiche ardite provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo. E oltre alle lingue, ai gesti, ai sorrisi, ai cibi, alle musiche, alle danze e ai bei costumi degli afghani, mi è balzata subito agli occhi la bellezza di tutta quella umanità desiderosa di contare sulla scena del mondo e la vitalità delle loro giovani e interessanti esistenze che mezzo mondo s’industria a ignorare.
Ora gli abitanti di Mineo hanno cambiato atteggiamento nei confronti delle donne e soprattutto degli uomini semi-reclusi al villaggio degli Aranci che hanno imparato a conoscere grazie alla buona volontà dei migranti che affrontano 3 chilometri in salita verso il paese per andare a conoscerli; parecchi, sollecitati da un centro sociale, vogliono trascorrere con loro la festa del 25 Aprile per incoraggiare qualcuno a rimanere a lavorare a Mineo, terra di aranceti e di grandi pensatori. Anch’io ho ridimensionato in parte, dopo aver conosciuto da vicino i migranti al villaggio degli Aranci, aver visto le loro facce pulite e aver dato loro fiducia, il senso di tremenda paura e di preoccupazione provata per le donne di Lampedusa quando arrivavano le notizie della permanenza di migliaia di uomini (con picchi anche di seimila, soltanto uomini) sull’isola, che mi ha portata, parlandone con le donne e con gli uomini di “Città Felice”, e scatenando non poche contraddizioni, a pensare di suggerire alle lampedusane di fuggirsene via immediatamente dall’isola. A farmi cambiare posizione ci ha pensato anche però, la grandezza dimostrata da donne e da uomini di Lampedusa che hanno saputo tener testa all’emergenza che si era abbattuta su di loro e che per dirla con le parole di Ignazio Marino pronunciate durante la trasmissione “Agorà” del 29 marzo su Rai 3, «hanno messo in moto e dato vita all’umanità che è del Mediterraneo e che manca a questo governo». Ma non soltanto al governo, aggiungerei io…
Sollecitate/i da tutta questa miriade di eventi a dir poco emozionanti e coinvolgenti che interrogano nel profondo ciascuna/o, parlandone con donne e uomini delle Città Vicine, abbiamo deciso di organizzare proprio a Lampedusa la nostra Vacanza Politica della fine di agosto per sentirci presenti in quella terra di confine. Stando vicine agli abitanti coraggiosi dell’isola e vicine anche a chi depone ogni aspettativa in quei viaggi della speranza rischiando la vita in mezzo al mare.
Ma anche e soprattutto perché Lampedusa è una bellissima isola e speriamo divenga un fiore all’occhiello per le Città Vicine!

 

«Qui non ricamiamo cuscini», esordì sarcastico Le Corbusier dopo aver dato un’ occhiata al breve curriculum di quell’ ambiziosa biondina ventiquattrenne. Charlotte Perriand aveva osato bussare alla porta del già celebre studio di rue de Sèvres armata solo del suo diploma di decoratrice. L’ architetto del secolo non doveva essere un mostro di simpatia, però aveva la vista lunga: esaminò meglio il portfolio della ragazza, e decise di prenderla con sé affidandole lo sviluppo degli arredi per le rivoluzionarie abitazioni che stava progettando. Era la fine del 1927, la loro collaborazione durerà dieci anni tondi: gli anni ruggenti dell’ architettura modernista. Ed eccola Charlotte, l’ abbiamo già vista nelle fotografie d’ epoca, nelle réclame della maison Le Corbusier, ma senza riconoscerla, anche perché distoglie lo sguardo dall’ obiettivo per non rubare la scena al prodotto; eccola dolcemente sdraiata sulla celeberrima chaise longue basculante che forse è più sua che del suo maestro, collaudatrice della sua stessa creatura, la gonna che lambisce civettuola il ginocchio, le belle gambe scandalosamente più in alto della testa, nell’ inedita posizione yoga del nuovo relax funzionalista. Finalmente una mostra al Petit Palais svela quale complessa personalità di donna c’ era davvero dietro quell’ improvvisata modella: la designer, la militante antifascista, l’ artista brut, l’ ecologista ante litteram, la fotografa d’ avanguardia e forse, azzardiamo pure, il volto più flessibile, sensuale e umano (femminile?) del corbusierismo, con le cui rigidità teoriche alla fine, con sofferenza ma determinazione, tagliò i ponti. Una dolce ragazza di ferro in una eccitante era di metallo. Il tubolare cromato domina i tavoli da disegno della gioventù dorata dell’ architettura, è l’ esoscheletro lucente dei nuovi scioccanti arredi che rifiutano il legno, materiale troppo compromesso dagli arzigogoli art nouveau. La giovane Perriandè associata allo studio di Le Corbusier e del cugino Pierre Jeanneret, ma raduna nel suo studio privato di place Saint-Sulpice un’ équipe professionale indipendente, giovane, aggressiva, che sfrontatamente si battezza “Unité de choc”. Il loro sguardo è avido dell’ estetica senza autore delle nuove forme industriali, per la forza della funzione pura. La Nike di Samotracia dei nuovi progettisti è il pont transbordeur del porto di Marsiglia, gigantesco insetto metallico, che affascina anche i fotografi della nuova oggettività, e tra loro c’ è anche Charlotte, che ha imparato dalla sua amica Dora Maar, la musa di Picasso, come la fotocamera sia il terzo occhio del creatore. Dalle banchine alle cucine: è Perriand che rivoluziona la divisione degli spazi della casa d’ abitazione, aprendo la cucina sul soggiorno, rompendo il serraglio che separa la padrona di casa dagli ospiti. Ma è ancora presto per sognare la femme nouveau. Un’ inchiesta che lei stessa organizza speranzosa fra le massaie dei quartieri popolari gela gli entusiasmi della giovane designer: le donne di casa degli anni Trenta sognano ancorai trumeau, le vecchie dispense, gli spazi piccolo-borghesi. Lo shock è tutto suo, questa volta. Pian piano, il paternalismo razionalista e universalista comincia a star stretto a Charlotte, che pure partecipa (tra le rarissime donne) a quel congresso Ciam di Atene che partorirà il manifesto dell’ architettura moderna. Bisogna,è il suo motto, «aprire l’ occhio a ventaglio». Esplorare i bordi della visione, dove stanno gli oggetti meno evidenti, più scontati, più “normali”, perché è da lì, e non dalla teoria, che può ripartire, più umana, più rispettosa della natura, la creazione dell’ ambiente per l’ uomo. Il suo occhio a ventaglio diventa un grandangolo fotografico. Il suo compagno di esplorazioni sarà per anni Ferdinand Léger, il «quarto cubista», con cui scopre una complicità intellettuale, affettiva, artistica che resisterà decenni. Insieme girano il mondo vicino e lontano, dalle coste del Mediterraneo al Giappone, dall’ Olanda alla Russia, in cerca dell’ art brut che si nasconde nei ciottoli, nelle reti dei pescatori, nei legni contorti, nei profili degli scogli modellati dal vento, negli «oggetti selvaggi», ribelli alla riga e alla squadra. Scopre che l’ angolo retto, che per Le Corbusierè un fondamento, non si trova nel repertorio della Natura. Si pente di quel suo manifesto del design, Wood or Metal?, quando ovviamente lei tifava per il Metal, abiura i suoi tubi cromati, riscopre il legno e le sue imperfezioni. Sceglie la molteplicità e l’ unicità contro l’ universalismo. Il locale contro il globale. L’ episodico contro il premeditato. Nella mostra di Parigi il legame fra le fotografia che porta a casa e i mobili che produce è sottolineato e impressiona: le vele di una nave vista sull’ Adriatico diventano un letto economico per clochard, lo snodo di un albero maestro fotografato in Croazia, una lampada girevole. Anche la Storia, del resto, non va in linea retta. Nubi sull’ Europa: la guerra di Spagna. Charlotte sta con gli intellettuali antifascisti che si riunisconoa Parigi. Non prenderà la tessera del Pcf, ma respira la stessa aria di Aragon, di Gide, di Rolland. Il suo lavoro, nella Francia del Front Populaire, è sempre più sociale e politico: poster, manifesti, pannelli per esposizioni. Le Corbusier è sempre più distante, e la frattura è inevitabile: lui la rimprovera di volergli mettere contro i giovani del suo atelier, lei lo saluta con un sofferto arrivederci: «Benché i nostri scopi siano simili, la base delle nostre ideologie è differente. Non dispero che un giorno potremo incontrarci di nuovo». È il 1937: per Charlotte comincia il lungo viaggio solitario della sua lunghissima vita (morirà novantaseienne nel ‘ 99). Il grande architetto le chiederà ancora aiuto occasionale, ma non le perdonerà mai la sua dichiarazione d’ indipendenza. Eppure in quella sua cappella di Ronchamp, splendido sorprendente canto del cigno, con quel tetto curvo e organico, conchiglia, osso di pesce, relitto spiaggiato dalla risacca, chissà, forse c’ è l’ eco di quella via poetica e naturalistica al razionalismo che una ragazzina ribelle con gli occhi a ventaglio gli aveva fatto intravedere. © RIPRODUZIONE RISERVATA – MICHELE SMARGIASS

 

 

Le mille vite di un genio chiuse in un armadio di ferro
Il libro


di AMBRA SOMASCHINI

L’armadio era di ferro e occupava la parete di un studio poco arredato. Il genio
di Charlotte Perriand era lì dentro. Quaderni, progetti, fotografie, negativi,schizzi, disegni trovati e archiviati dalla figlia Pernette, osservati, numerati,selezionati, ristampati e studiati per quattro anni da Jacques Barsac, regista di documentarisull’eccentrico milieu del gruppo Perriand, Le Corbusier, Léger, Jeanneret.Della Perriand in Italia si sa poco. La sua vita insieme ai suoi scatti, ai suoi arredi,
ai suoi oggetti, alle sue architetture di interni ed esterni è stata ricostruita ora da Barsacin Charlotte Perriand et la photographie. L’oeil en eventail (5 Continents, 365 pagine,59 euro) in libreria dalla prossima settimana in tutto il mondo e in una mostra itinerante, fino al 18 settembre 2011 al Petit Palais, Musée des Beaux-Arts de la Ville di Parigi e che nel 2012 approderà in Italia e in Giappone.
Il collante tra testo ed esposizione sono la fotografia («une machine à créer»), glioggetti, la natura e il fotomontaggio come parte integrante della sua creatività. Duemila metri quadri di saloni, quattrocento scatti, settanta visioni di arredi indoor. Al Petit Palais ci sono la chaise longue basculante, i ponti di ferro, i quartieri di Parigi, le vette delle montagne, i ghiacciai, i tronchi degli alberi spezzati e sezionati con tutte
quelle venature che vanno dall’ocra al tabacco e ai beige, gli scheletri dei pesci e degli animali, le prospettive del Partenone. Gli oggetti sono i tasselli di questo mosaico intellettuale («fragmentation visuelle»). Lo slogan di Cassina che riproduce i mobili Perriand nella collezione “I maestri” è «Quand le design devient art».
Quello che le interessava di più era sottrarre, era la sobrietà, il minimalismo, il vuoto: «Il vuoto è onnipotente perché può contenere tutto». Nel 1926 aveva sposato Percy, un inglese naturalizzato francese e aveva dovuto traslocare. Si era portata una scopa, due piatti, due forchette, due pentole «per poterne avere sempre un esemplare pulito quando l’altro era sporco». Le avevano chiesto, in un’intervista, quale fosse l’elemento fondamentale dell’arredo domestico e lei aveva risposto: «Tutto ciò che permettedi riporre oggetti». Come quell’armadio a parete
che Charlotte ha lasciato a Pernette e che Pernette ha gestito dalla morte della madre nell’ottobre del 1999.

 

 

 

Giordana Masotto
intervento in occasione del convegno ARS “Vite al lavoro. Donne e uomini nella crisi: letture e proposte del femminismo italiano”, Camera del lavoro

Vorrei riportare l’attenzione su alcuni punti che sono emersi nelle relazioni introduttive* e che mi sembrano fondamentali se vogliamo trarre un po’ di materia vera dal problema posto da questo incontro. Quale problema si vuole porre qui?
Secondo me, non solo ripensare il lavoro, ma metterlo al centro del nostro bisogno di politica. Voglio dire che non si tratta solamente di mettere a confronto le strutture teoriche di interpretazione del lavoro.
È vero che di pensiero ne è stato prodotto tanto. E questo punto va ribadito.
A questo proposito mi colpisce – e lo giudico un grave errore politico – che si continui a dire, come fa Susanna Camusso, che il femminismo non ha fatto elaborazione teorica sul lavoro. Gliel’ho sentito dire in più occasioni, avrà i suoi motivi per negare questo fatto evidente, ma è un’affermazione che scompensa, che non tiene conto di ciò che è avvenuto e non vede il grande valore politico che invece avrebbe – come cerchiamo di fare qui – ripartire dalle analisi già fatte. Del lavoro sappiamo moltissimo. Perché il femminismo ha fatto elaborazione sia sul lavoro delle donne sia sul lavoro in generale visto a partire dall’esperienza che ne hanno le donne e della femminilizzazione del lavoro. È un dato di realtà che sarebbe bene non censurare. È vero, come dice Camusso, che il pensiero delle donne si è fermato alle soglie del sindacato. Ecco, bisognerebbe vedere chi ha chiuso la porta. Però negare che ci sia un pensiero delle donne, parole che hanno gambe e che camminano, negarlo, io lo definisco un grave errore politico di cui mi piacerebbe poter chiedere conto.
Dunque elaborazione ce n’è, ce n’è tanta, magari va in filoni diversi, come è stato sottolineato da qualcuna, ma non mi interessa qui fare i distinguo. Il punto qui è un altro. Siamo qui perché vogliamo che accadano cose. Come facciamo per aprire dei conflitti efficaci, come diceva Maria Luisa Boccia? Come si fa a connettere tutto questo lavoro teorico, in modo che accadano cose sul piano politico? Che il lavoro torni al centro della scena pubblica, non solo perché ci siamo costretti dalla crisi, ma perché c’è un progetto politico.
Per ripensare oggi il lavoro e metterlo al centro del nostro bisogno di politica, bisogna guardare a tre cuori del discorso.
Il primo riguarda “l’idea di lavoro”, che cosa è lavoro.
Il secondo riguarda i soggetti: quale posto gli attribuiamo nel nostro agire politico.
Il terzo riguarda la pratica politica: quanto riteniamo necessario e urgente cambiarla.

1. Che cosa è lavoro
Su questo punto di elaborazione ce n’è tanta, fatta da tante donne. Al cuore di queste elaborazioni c’è un punto di vista che a me pare unico: ed è il desiderio di connettere pezzi diversi di lavoro e di vita.
Questo punto di vista che connette parti diverse è basico nella vita di ogni essere umano, è tutto meno che elitario, è esperienza quotidiana nei corpi, nei sentimenti, nei pensieri. Non c’è un prima e un poi, nella vita di ognuno, donna o uomo che sia, è tutto connesso. Su questo sono state dette cose chiarissime e non sto a ripeterle. Ci sono dei rischi teorici: spesso questa semplice radicalità di pensiero viene raccolta e apprezzata, ma poi scivola via, viene “sussunta” nei discorsi (sussumiamo anche noi come il capitalismo), digerita, amalgamata e sostanzialmente resa inefficace.
Si obietta che il neoliberismo, o il finanzcapitalismo – comunque lo vogliamo chiamare – hanno colonizzato e messo a frutto tutto, tutto il tempo, tutto il sapere. Che nel frattempo il lavoro è cambiato, non è più garantito neppure con un contratto a tempo indeterminato e che la precarietà non è più una condizione transitoria. Ma questo paradossalmente conferma la necessità di chiudere definitivamente con analisi che hanno lo sguardo rivolto all’indietro.
Connettere, tenere insieme, arrischiarsi a transitare continuamente, tra alienazione e libertà, tra vivere e filosofare.
Tutto questo è il “lavoro bene comune” e va sempre tenuto presente. Altrimenti da una parte corriamo il rischio, pur con le migliori intenzioni, di “sussumere”, come ho detto, la differenza sessuale nelle analisi sul lavoro che cambia, cancellandone di fatto la portata politica. Dall’altra, pur professando condivisione in teoria, ci si attesta nella pratica nel binario noto/morto della discriminazione delle donne, come riconosce anche Susanna Camusso.

2. I soggetti
Anche su questo è bene fare chiarezza. Cerco di farla a partire da una parola che continuo a considerare illuminante sulla questione dei soggetti, anzi sempre di più, benché carica di fraintendimenti. Partire dalla soggettività di chi lavora vuol dire partire dal desiderio.
Desiderio è la pulsione radicale di ogni essere umano all’affermazione di sé, alla propria libertà. Come donne noi abbiamo fatto un duro esercizio di libertà proprio smarcandoci da quella cancellazione del desiderio che era il ruolo femminile imposto.
Noi l’abbiamo imparato lì che si parte dal desiderio. Perché era proprio il desiderio delle donne che era negato dal ruolo femminile. Da lì le donne sono nate come soggetto politico in movimento. Abbiamo scoperto che il desiderio bisogna autorizzarselo, che non è una cosa facile. Mi pare che le donne continuino a farlo, per gli uomini forse c’è qualche problema.
Vero è che oggi è più difficile di ieri, per donne e uomini. Ci hanno confuso le idee spacciandoci per desiderio lo shopping. Cioè un processo di erotizzazione che trasforma tutto in consumo: il formaggino, il detersivo, la vacanza, il proprio corpo, la propria vita, il proprio lavoro. Sono d’accordo con chi dice che bisogna deerotizzare il lavoro. Nel senso appunto che il lavoro non è un consumo. Nel mondo dei consumi le cose finiscono e infatti le dobbiamo ricomprare. Ma non abbiamo un’altra vita da comprare, un altro corpo.
Il desiderio al contrario non si consuma mai, è progetto di sé, è una pulsione irriducibile che trova il suo limite, la sua misura nella relazione con l’altro e con la realtà. E in questo senso è anche conflittuale. O creiamo dei luoghi in cui quella forza progettuale di sé che è connaturata in ogni essere umano, può riprendere corpo e parola, oppure continueremo a fare bellissime analisi, ma non accadrà nulla, perché gli esseri umani non trovano il modo di riconnettersi a questa pulsione che si verifica, si struttura senza fine, irriducibilmente, dentro le relazioni.
Questo è il nucleo del discorso politico. Creiamo luoghi in cui questa progettualità di sé possa riprendere vita, riprendere corpo, oppure non succederà nulla.

Partire dalla soggettività di chi lavora pone un problema che si chiama rappresentanza. Questo è un problema politico. Creare luoghi in cui si coniuga la libertà del singolo soggetto con la possibilità di agire come soggetto plurale (c’è chi dice collettivo, io preferisco plurale, perché i soggetti collettivi uniformi sono finiti). Questo è il problema e si vede nella crisi della rappresentanza (partiti, sindacati). Forse la libertà dei soggetti metterebbe meno in crisi la rappresentanza se si tornasse a intendere la rappresentanza non come delega data una volta per tutte, questo alla fin fine è alla base del populismo, ma come relazione continua attiva e condivisa, uno scambio che non si interrompe mai, ma questa relazione a me pare disseccata.

Da questo problema nascono molti pasticci e confusioni. Per esempio: nella Cgil ci sono molte donne ai livelli apicali, ci sono arrivate perché sono state messe in campo scelte e strategie ad hoc, che hanno funzionato. Possiamo dunque dire che le donne sono rappresentate nel sindacato? Che quelle donne rappresentano gli interessi delle donne? Sono queste le domande corrette? Come si rappresentano delle soggettività? Si può personalizzare la rappresentanza? Abbiamo discusso spesso con sindacaliste e queste sono le domande che si ponevano: come si fa ad affrontare questi problemi in una organizzazione che ha avuto la sua maggiore rilevanza sociale quando rappresentava il lavoratore tipo, l’operaio della catena di montaggio, il dipendente indifferenziato e maschile? Aggiungerei un’altra domanda: qual è una rappresentanza che oggi interessa le lavoratrici e i lavoratori? Mirafiori ha dato qualche risposta e la vittoria politica dei no dice che il coinvolgimento c’è quando c’è la massima attenzione alla libertà e alla complessità dei soggetti, che non c’è solo salario, o solo tempo, un mix complessivo che è la umanità dei soggetti.
Ma ci sono esempi positivi di una natura diversa di rappresentanza, e in parte se n’è anche già parlato.

3. La pratica politica
Che cosa intendiamo oggi per pratica politica? È creare spazi pubblici e aperti, trasversali, che secondo me andrebbero ancorati più al territorio che alle categorie, in cui si realizzi la parola e l’ascolto, la perdita più grave della politica tradizionale. Parola e ascolto e dunque pensiero. Perché che cos’è fare politica? È rimettere al mondo i soggetti. Perché non si nasce con la patente di soggetto politico. Secondo me fare politica è creare le condizioni perché ci sia una creazione continua di soggetti politici, nel conflitto e nel cambiamento. Senza troppi distinguo identitari: luoghi in cui le persone vogliano incontrarsi, esserci, dicano “io ci sono”. E che questo sia un lavoro che continua, un movimento. Su questo le donne oggi dicono qualcosa: non mi chiedo se lo dicono a partire da un’esperienza storica, da una femminilità originaria o secondaria. Non lo so, non importa. Ma di certo le donne oggi dicono per esempio che il conflitto va ripensato.
Non solo nel senso radicale detto prima della irriducibilità del desiderio, ma anche di quella esperienza quotidiana che andrebbe ben affrontata, oscillanti come sono le vite delle donne tra il soccombere, magari negando il proprio desiderio, e l’iperattivismo che cerca di tenere tutto insieme senza chiedere. Insomma le donne come ammortizzatori. Ecco, ripensare il conflitto dal nostro punto di vista, mi pare dovrebbe essere la terza via. Conflitto come processo continuo, che fa la spola tra necessità e libertà. Come donne vediamo che smuove più cose l’autocoscienza del pensiero critico, l’azione più che la reazione, il conflitto relazionale più che la guerra di annientamento del nemico. In questo le donne parlano, dicono. Per questo bisogna creare luoghi in cui queste cose possano avvenire. La chiarezza a priori nessuno ce l’ha.
Per questo a Milano abbiamo pensato a un luogo che rifletta questa idea di pratica politica: l’agorà del lavoro. Per riportare l’esperienza e il discorso su tutto il lavoro necessario per vivere al centro dello spazio pubblico.
Vogliamo inventare uno stabile terreno di incontro sulla materialità e sul senso del lavoro (e dei servizi), che spezzi l’isolamento e l’afasia e faccia nascere soggetti politici.

* Una sintesi dell’ampia relazione di Maria Luisa Boccia sarà pubblicata nel prossimo Pausalavoro, Via Dogana 97. La relazione di Alberto Leiss è su DeA.

Solo attraverso le domande si va avanti nella vita dice Caroline Bourgeois. E lo dimostra organizzando nei vecchi magazzini di Punta della Dogana, a Venezia, una grande mostra d’arte contemporanea che mette tutto in discussione. Come fanno da sempre gli artisti. E le donne.

di Angela Frenda


Ingresso riservato solo a chi ha dubbi. E se li vuole tenere. Perché la mostra che apre il 10 aprile a Punta della Dogana, a Venezia, ha un intento dichiarato già nel titolo
dal richiamo brechtíano: Elogio del dubbio. Un’invenzione della curatrice, la svizzera Caroline Bourgeois: «Dubitando si va avanti, si procede nella vita. E gli artisti sanno fare tante domande…». È lei che ha preso in mano í vecchi magazzini della Dogana da Mar, il centro di arte contemporanea dove la fondazione del magnate Francois Pinault espone in modo permanente, dal giugno 2009, una selezione di opere della sua gigantesca collezione.
Ma a dubitare di pìù, in questo evento, saranno le donne: «È oggettivo: noi ci poniamo molti interrogativi» sorride Bourgeois strizzando gli occhi chiarissimi. E, mentre si toglie l’elmetto da operaio, ci accoglie nell’ingresso della Dogana. Fuori, un sole improvviso accompagna i turisti in giro per Dorsoduro.
Nelle stanze dell’edificio seicentesco restaurato dall’architetto giapponese Tadao Ando, invece, molti artisti stanno completando le loro installazioni: operaí, fiamma ossidrica, cemento… Il cantiere procede in una tranquilla frenesia.
È stata Bourgeois a volere questa connotazione “al femminile” per la grande mostra che rimarrà aperta fino alla fine del 2012. Su 19 artisti (tra cui Jeff Koons, Maurizio Cattelan e Bruce Nauman), sono quattro le donne protagoniste, oltre alla stessa Caroline.
Fanno parte della collezione Pinault Roni Horn ed Elaine Sturtevant. Mentre ad altre due sono affidati i progetti speciali: Julie Mehretu e Tatiana Trouvé. A loro il compito di “creare” opere sitespecific nelle due stanze simbolo della Dogana.
Ma attenzione: guai a parlare di quote rosa, qui dentro: «Trovo molto pericoloso segnare una dif-ferenza: è colonialismo» avverte Bourgeois. «La vera parità? Quando si annullerà l’identità sessuale nel giudicare».
Julie Mehretu è al lavoro nella “scatola” di calcestruzzo che Tadao Ando ha creato al centro dell’edificio, e che comunica con tutti gli altri ambienti. Il cuore della Dogana.
Sta ultimando con i suoi collaboratori i due grandi quadri che compongono Untitled. «Ti piacciono?» chiede, torcendo un capello nerissimo. Quarant’anni, nata ad Addis Abbeba, omosessuale, con la sua compagna, l’artista Jessica Rankin, ha avuto due bimbi: Cade e Haile. È con-siderata una star dell’arte contemporanea internazionale, ma per questo progetto dice di essersi emozionata: «Volevo usare questa stanza come il punto di una cartina geografica dove due città, Venezia e New York, due isole, dialogano e si sovrappongono tra interessi economici, politici e sociali».
Sorpresa che siano due donne ad avere i progetti speciali? «No. Il fatto stesso che io, pittrice di colore e donna, sia qui oggi, lo devo a quelle che in passato hanno combattuto per me. Ma ora la libertà, almeno nel m ío campo, è tangibile. Io rappresento il cambiamento».
PIÙ AVANTI, quasi alla fine del percorso, si arriva nell’ambiente affidato a Tatiana Trouvé: la stanza dove venivano smistate un tempo le merci. Esile, quasi eterea, 42 anni, è nata a Cosenza ma poi si è trasferita in Senegal dove il papà ha insegnato architettura. Oggi vive a Parigi ed è anche lei molto quotata sulla scena mondiale. Per Punta della Dogana ha realizzato l’opera Appunti per una costruzione: «Sono partita da questo spazio per ridefinire le cose: quì le merci entravano dal Canale della Giudecca e uscivano, mutate, sul Canal Grande. Io stessa mi sono sentita intrappolata. E ho cercato di portare tutto il mio lavoro, anche nell’assenza.

 

Nota di Zina Borgini.

Pubblico sulla rubrica da me curata questa intervista a Caroline Bourgeois, perchè l’ho trovata interessante e perchè sottolinea e da voce al lavoro di molte artiste che hanno trovato una collocazione importante in tutte le manifestazioni d’arte. Non sono daccordo con lei però su quello che ho sottolineato nel suo disquisire, ancora una volta devo chiarire a una donna che si esprime nel mondo dell’arte che l’identità sessuale ormai non è più un disvalore (colonialismo), ma è un plusvalore, una differenza che non si può cancellare anche perchè le opere stesse delle donne parlano e la annunciano. Piuttosto bisogna sostenerla con forza per non essere discriminate, certo non servono quote rosa ma neppure la cancellazione, tanto meno l’omologazione. Per avere riconoscimenti andiamo fiere e a testa alta di essere donne, soprattutto di questi tempi dove il potere maschile fa solo danni anche in campo artistico (una parità che certo non ci farebbe onore).

 

 

Antonietta Lelario (Circolo La Merlettaia)Sabato 12 marzo alle ore 17,00 nella zona pedonale a Foggia c’è un sit-in in difesa della Costituzione e della Scuola pubblica
Si è chiesto a livello nazionale come a livello locale che si rispetti la modalità proposta dalle donne per la mobilitazione del 13 febbraio: niente simboli di partito, né bandiere. Invece cartelli o striscioni che dicano ciò che vogliamo.
Perché di questo abbiamo bisogno.
Abbiamo bisogno di una politica che smetta di essere derby fra tifosi e si nutra di desideri quanto più possibile condivisi; abbiamo bisogno di uomini e donne che tornino a prendere nelle mani le questioni; abbiamo bisogno di trovare soluzioni nuove.
Nella scuola pubblica, sono 50 anni che un movimento dal basso opera ogni giorno con dedizione e creatività, per amore di chi è socialmente più debole, per amore delle ragazze e del sapere femminile che la cultura tradizionale aveva lasciato nell’ombra e perché la relazione reale con chi vive il momento faticoso della crescita è più forte di tutto, anche delle pessime riforme e del sentimento di grigiore e di ovvietà che tutto offusca. O del chiasso dilagante.
Un esempio:
Milano è una delle città d’Italia con il più alto numero di rom. Nel corso degli ultimi anni i campi nomadi sono aumentati in maniera esponenziale. Dal settembre 2008 trentotto bambini, che abitavano nel campo rom di via Rubattino, hanno iniziato a frequentare le classi delle elementari. Nel momento in cui il campo di via Rubattino è stato sgomberato, disperdendo le famiglie e i ragazzi che frequentavano le scuole, di fronte ai banchi vuoti, le maestre Irene, Stefania, Ornella e le altre non hanno fatto finta di niente. Sono andate a prendere i bambini e li hanno riportati a scuola, hanno chiesto un incontro col Prefetto per sapere dove avrebbero dormito e mangiato i “loro” bimbi e le “loro” bimbe rom, hanno scritto lettere ai giornali. Non sono saltate fuori dalla scuola per “andare nel sociale”, sono rimaste maestre fino in fondo. Fino a toccare le cose essenziali. Perché di questo si tratta oggi e non solo in questi casi estremi. Non solo a Milano. Si tratta di salvare l’umano, salvare le differenze, salvare l’essenziale.
Da queste maestre viene un’indicazione politica: “il senso di impotenza è difetto di fantasia, ci sono sempre 2, 3, 4 cose che si possono fare; si può non rimanere affascinate dalla potenza dell’avversario e invece di stare a guardare la rovina della scuola pubblica, ricostruirla allargando i muri dell’aula; si può stare dove si è con grandezza e libertà” (Vita Cosentino in Via Dogana n.95).

Wanda Tommasi

Il 22 febbraio 2011 si è tenuto all’università di Verona un incontro su “Università e scuola: quali pratiche di libertà oggi?” L’iniziativa era promossa da alcune amiche di Diotima – Chiara Zamboni, Barbara Verzini, Diana Sartori e io -, legate per lavoro alla scuola o all’università, e vi hanno partecipato donne e uomini provenienti da realtà diverse, ma accomunati dal desiderio di dare voce al disagio che si vive attualmente in tali ambiti, in seguito a riforme distruttive, e al tempo stesso di trovare parole per far circolare pratiche libere e inventive che nonostante tutto esistono in tali realtà e di cui occorre ampliare lo spazio. Nelle brevi relazioni introduttive, hanno parlato alcune docenti e ricercatrici e uno studente dell’università, portavoce del movimento degli studenti “studiare con lentezza”, una docente di scuola superiore e un insegnante di una scuola privata di ispirazione anarchica. Esperienze diverse, ma che hanno potuto dialogare fra loro a partire dall’esigenza condivisa di dare respiro a pratiche di libertà in un momento storico in cui esse rischiano di essere seriamente minacciate.
E’ da poco tempo che è stata approvata la riforma dell’università. Con l’approvazione di tale legge, il movimento degli studenti e di buona parte dei ricercatori e dei docenti ha perso ovviamente una delle sue ragioni principali, la speranza di fermare una legge avversata da gran parte del mondo universitario. Tuttavia, la sola battaglia persa, come hanno detto le Madres di Plaza de Mayo, che di lotta ne sanno più di noi, è quella che noi abbandoniamo.
Quali prospettive si aprono ora per un movimento che era nato in occasione della protesta contro il DDL Gelmini? Già ora sono in corso, come ha ricordato nel suo intervento Manuel Gozzi, del movimento degli studenti, delle forme di movimento diverse rispetto alle mobilitazioni di massa, ai cortei e alle manifestazioni: per un mese gli studenti hanno avuto a disposizione un’aula dell’università – e ora stanno lottando per ottenerla di nuovo -, che è diventata un luogo vivo di relazioni e di sperimentazione di pratiche politiche. Alcune ricercatrici, come ha ricordato Federica De Cordova, oltre a vivere la protesta dei ricercatori come occasione di confronto politico con i colleghi e le colleghe, hanno cercato di sottrarre la pratica dei tirocini, fondamentale in una facoltà come Scienze della formazione, alla deriva burocratica e formale a cui essa sembra inevitabilmente avviata. Sono alcuni segnali di un movimento che non è cessato con l’approvazione della legge sull’università, ma che continua a dare i suoi frutti anche dopo.
Per chi come me è docente all’università ed ha avversato questa legge, rimangono aperte fondamentalmente due strade. La prima è stata indicata da Maria Rosaria Marella, docente di diritto privato a Perugia, in una lettera pubblicata sul “Manifesto” del 15 gennaio: Marella propone un impegno quotidiano per svuotare per quanto possibile la riforma del di dentro e scrive che “possiamo sperare che il tedio e l’indignazione che ciascuno proverà nel subire centinaia di astruse norme attuative risvegli sia pur tardivamente le coscienze”. Tuttavia temo che per molti non sarà così: non lo sarà ovviamente per coloro che erano favorevoli alla riforma, ma neppure per i molti che si assumeranno incarichi di amministrazione e di governo. Dopo l’approvazione di questa legge, le università, come al solito ma più del solito perché l’iter attuativo di questa riforma sarà particolarmente lungo e complicato, sono chiamate ad attivarsi per renderla operativa. Secondo la proposta riportata sopra, si tratta di non attivarsi, di vanificare nella sostanza le misure attuative.
La seconda strada è quella di non partecipare comunque alla presa in carico delle misure attuative, ma di tenere aperto lo scambio politico con chi, in buona fede, si attiva per farlo. E di riaprire la discussione politica ad ogni passaggio, ridiscutendo ad esempio i guasti del sistema dei crediti e del 3 più 2.
Tutto sommato, un elemento positivo della situazione attuale, una volta che la legge sull’università è stata approvata, c’è: è il fatto che ora non siamo più “costretti” a difendere l’università così com’è. Nel periodo in cui ci si opponeva al DDL, uno degli intenti sacrosanti era quello di salvare l’università pubblica: per questo, andavano in secondo piano le molte critiche che si potevano e dovevano fare all’università così com’è. Ora, questa strettoia non c’è più; del resto, già prima, nel movimento dell’università, c’erano altri motivi, non riducibili solo all’opposizione alla legge Gelmini. I giovani protestavano per i tagli alle borse di studio, lottavano per il diritto allo studio e protestavano per un futuro incerto, di precariato a vita; i ricercatori e i docenti avevano ben presenti i difetti di un sistema di reclutamento e di avanzamento delle carriere spesso solo clientelare e i limiti di un sistema di valutazione dei docenti che vorrebbe essere qualitativo e che invece è solo quantitativo, burocratico, procedurale.
Docenti e studenti nell’università di oggi sono oppressi dalla quantità: gli studenti, dopo l’introduzione del 3 più 2 e del sistema dei crediti, sono come polli in batteria, costretti ad accumulare crediti senza avere il tempo di pensare; i docenti pure, dal momento che la loro ricerca è valutata solo in termini quantitativi, visto che la qualità della ricerca non è facilmente misurabile. L’invito implicito è quello di impartire e ricevere nozioni, lasciando ben poco spazio al sapere critico e alla discussione. Questi motivi di disagio non vengono affatto meno dopo l’approvazione della riforma dell’università, anzi acquistano un maggiore peso: va detto infatti che essi non sono imputabili solo a quest’ultima riforma, emanata da un governo di destra, ma vengono da più lontano, da leggi e procedure sostenute e approvate anche dalla sinistra.
In questa situazione, a me sembra che si debba puntare su ciò che ci sta a cuore: lottare per la qualità dell’insegnamento e della ricerca e per difendere il loro potenziale critico e creativo. Inoltre, è necessario liberarsi dalle strettoie quantitative, uscire dalla condizione di polli in batteria e dal linguaggio manageriale e aziendalistico che già da tempo imperversa in università. Ma questo ancora non basta: per acquistare spazio e respiro, occorre ampliare lo spazio delle pratiche di libertà, ampliarne l’orizzonte. Contro la deriva burocratica e quantitativa, è fondamentale dare la priorità alle relazioni vive e non farsi schiacciare dalle procedure. Sono importanti i luoghi di discussione libera e di sapere critico, sottratti al sistema dei crediti: penso ad esempio al laboratorio tesi di laurea, che da anni teniamo vivo Chiara Zamboni, io e altre docenti dell’università, insieme con diverse studentesse e studenti.
Comprensibilmente, visto che insegno all’università, mi sono dilungata soprattutto sulla situazione di quest’ultima. Tuttavia, nella discussione, è emerso molto anche il disagio dei docenti della scuola, da quella elementare a quella superiore: al senso di infelicità diffuso che trapelava da alcuni interventi ha fatto da contraltare l’esperienza libertaria e creativa della scuola anarchica “Kiskanu”, sintetizzata da Giulio Spiazzi. Il suo intervento era dissonante rispetto agli altri, che partivano dall’esperienza della scuola e dell’università statali: hanno aiutato a far dialogare fra loro queste due realtà così diverse un’osservazione di Laura Sebastio e una di Giannina Longobardi: qust’ultima ha ricordato come, secondo il movimento dell’autoriforma della scuola, l’istituzione statale non coincida automaticamente con il bene pubblico. La scuola libertaria “Kiskanu” è un esempio del fatto che le grandi invenzioni pedagogiche del Novecento sono venute dal di fuori rispetto all’istituzione statale, ultima in ordine di tempo quella di Don Milani. Si tratta allora di aprire spazi pubblici nella dimensione statale, con forme di contaminazione feconda che si sottraggano ai conflitti frontali.
Questa osservazione e la necessità di confronto fra realtà così diverse ha dato respiro a diversi interventi, che rischiavano altrimenti di cadere nel registro malinconico: ha valorizzato le iniziative della rete insegnanti della scuola superiore di Verona, di cui cui si è fatta portavoce Cristina Antonini, che hanno deciso quest’anno di non portare i loro studenti in gita di istruzione per reagire alla perdita di dignità degli insegnanti (è stata tolta loro la diaria precedentemente prevista), ma che nel contempo hanno proposto delle giornate di studio e di confronto sul senso di fare scuola e di elaborare sapere critico, aperte agli studenti superiori; ha fatto uscire gli studenti universitari dalla mera celebrazione delle iniziative messe in atto nel mese scorso grazie alla disponibilità di un’aula in università; ha costretto ricercatrici e docenti universitarie ad allargare lo sguardo oltre i confini dell’università stessa e delle sue strettoie attuali. Ci si è resi conto che quello che si vive nella scuola e nell’università è solo un frammento di qualcosa di più grande, di un attacco generalizzato, non imputabile solo alle leggi recenti, per quanto distruttive, un attacco al sapere critico e alla parola pensante. Allora, puntare proprio su ciò su cui si viene attaccati, sulla parola viva, sulla lingua materna, sul sapere critico, è la mossa da fare. Non chiudendosi nel proprio orticello, ma aprendo lo sguardo ad altre realtà, non rinserrandosi né in una malinconia autodistruttiva né nell’autocompiacimento per ciò che di buono si riesce a realizzare, si possono far entrare in contatto e in collisione fra loro esperienze e realtà diverse, la dimensione statale e istituzionale da una parte e quella privata e libertaria da un’altra, in una contaminazione feconda che non dimentichi che il pubblico non coincide con lo statale, ma con la scommessa politica che si riesce a far circolare in tutti gli ambiti, privati o pubblici che siano.
E’ stato illuminante un intervento di Monica Cerutti Giorgi, che, ricordando la propria esperienza di insegnante in una scuola svizzera, ha detto che non si deve fuggire dal sistema se non si è data una delega simbolica al sistema: piuttosto, se ci si mette al centro con autorità e con competenza simbolica, è il sistema che deve fare un passo indietro; Monica ha segnalato il pericolo della svendita delle proprie capacità simboliche e ha invitato a considerare le grandi risorse che sono nelle nostre mani, a patto che sappiamo assumercene l’autorità.
A tale proposito, Chiara Zamboni ha ricordato che tutto ciò che non è proibito né normato è libero: ci sono molti spazi di libertà, ad esempio nell’insegnamento universitario, ma bisogna appunto assumersene l’autorità. Se è vero che oggi, a livello istituzionale, sta prevalendo una concezione della cultura come strumento di ordine e non come elemento di trasformazione, è vero anche che il motivo per cui scuola e università sono sotto attacco è anche il loro punto di forza: essi sono luoghi di pensiero creativo. Oggi il pensiero critico e inventivo appare superfluo, anzi sembra di ostacolo per l’organizzazione: questa è la ragione per cui scuola e università sono attaccate, per normarle e per spegnerne il potenziale trasformativo, ma questa è anche la loro ricchezza e la loro forza, ciò con cui e per cui bisogna combattere.
L’intervento di Roberto Leone, docente dell’università di Verona, ha sottolineato l’attacco allo spirito critico e la deriva normativa e burocratica verso cui sono avviate già da tempo sia la scuola sia l’università: tuttavia, se da un lato il suo intervento sembrava una rievocazione nostalgica dei bei tempi andati, da un altro lato gli è stato fatto notare che le conquiste del passato non sono state ottenute senza grandi e ripetute lotte e contrattazioni; si tratta di lottare anche ora, come egli stesso ha riconosciuto necessario e possibile, visto che almeno nell’università ci sono ancora ampi margini di libertà e altri se ne possono guadagnare se si è capaci di riprendersi, oltre che la propria capacità di lotta, anche un po’ di immaginazione.
Si è discusso anche di come dare uno sbocco politico alla rabbia, un sentimento che molte e molti oggi provano di fronte a riforme varate nel più totale disprezzo delle pratiche e del sentire delle persone che nella scuola e nell’università studiano e lavorano. Le donne soprattutto sono poco abituate ad esprimere e a incanalare in modo fecondo la propria rabbia, un sentimento potenzialmente politico per il potenziale trasformativo che essa porta con sé: che cosa ce ne facciamo della rabbia? L’incontro del 22 febbraio è stata anche un’occasione per poter dare parole alla rabbia, per estrarne delle potenzialità trasformative, e per vedere che, dalle parole scambiate e condivise, può nascere una maggiore consapevolezza circa le risorse di libertà che già ora sono nelle nostre mani, a patto che sappiamo vederle e metterle in circolo.

Cristina Taglietti

“Ho sognato come si muore, è stato il sogno più profondo della mia vita, e l’ho dimenticato. Mentre sognavo sentivo che mi si spalancava una porta sul mistero della morte.
Vedevo dall’altra parte il passaggio. Noi lo vediamo sempre da questa parte e non sappiamo un bel nulla. Il passaggio che ho sognato era molto diverso da quello che ci rivela la Chiesa. Non l’ho scritto subito per scriverlo meglio, e l’ho perduto” Duecentocinquanta trascrizioni di racconto onirici, uno zibaldone sperimentale che occupa un lunghissimo arco di tempo (dal 1958 al 1982, con un preambolo del ’28 e altri sogni non datati, verosimilmente degli anni 30 e 40), raccolto in un volume pubblicato, dopo un lavoro encomiabile, dall’editore maceratese Quodlibet (Dolores Prato, 1892-1983 era nata a Roma, ma crebbe con gli zii a Treia, in provincia di Macerata).
Sono i Sogni di Dolores Prato (pp. 826, € 34), “l’impresa di una vita”
li definisce Gabriele Pedullà nell’introduzione a questo volume curato da Elena Frotaloni con un ricco apparato di note e un glossario dei personaggi. Una mole che ne fa un unicum, molto diverso dai suoi parenti più prossimi, i taccuini di Elsa Morante e La composizione del sogno di Luigi Malerba.
In questa Recerche notturna personaggi comuni, figure abituali della sua vita familiare e amicale, si incrociano con personaggi storici, da Giuseppe Saragat, a Paolo VI, da Pietro Nenni a Nehru. Originariamente doveva essere probabilmente “un magazzino di sensazioni e stati d’animo nel torso di un nuovo libro”, spiega Pedullà, in realtà di fatto, diventò esso stesso un libro del tutto coerente con la narrazione autobiografica dell’infanzia di Giù la piazza non c’è nessuno.
Lontana da ogni ansia interpretativa, la scrittrice non cerca di indagare l’origine della sua vita onirica, ma ripone i suoi sforzi nel rendere a parole un vissuto, nel descrivere lo scorrere dei sentimenti e sensazioni legati agli eventi, anche minimi, in una sorta di “corpo a corpo con la pagina”.
E infatti così li racconta: ” Tanti piccoli sogni racchiusi nelle brevi parentesi della sofferenza. Tutti così aderenti alla verità del giorno, dei miei sentimenti, da confondersi con la verità della veglia”

Dolores Prato
Sogni
In ottavo grande, 2010
ISBN 9788874623235, pp. XLVIII-832, euro 34,00

Liliana Rampello
Patrizia Zappa Mulas, che leggerà per noi oggi San Siro, il primo dei 4 racconti della raccolta Purché una luce sia accesa nella notte (et-al edizioni, 2011) non è un’esordiente. E’ nata come scrittrice in una scuderia raffinata come La Tartaruga di Laura Lepetit alla fine degli anni Novanta, con due libri, L’orgogliosa (1998) e Rosa furia (2000) e ha di recente pubblicato per Nottetempo un piccolissimo racconto Tigre adorata (2006), una trentina di pagine sulla seduzione tra donne, fulminante per la precisione dei dettagli e del gioco dei sentimenti.
PZM è un’attrice di teatro, i molti ruoli che ha interpretato e incarnato sono ricordati nell’aletta del libro, così come mi piace ricordare il suo lavoro con Franca Valeri, che di questo stesso libro ci indica la preziosità pari a “un concerto”. Un’attrice che scrive.
Quattro racconti, dicevo, a formare un romanzo nascosto, in una scrittura che ha una misura perfetta. La misura ha a che fare con l’equilibrio spaziale e temporale del racconto (molto diversa da quella del romanzo, basti pensare che il romanzo ha tutto il tempo che vuole per sviluppare, ad esempio, la psicologia di un personaggio) e il racconto è quanto la letteratura offre di più vicino alla pittura: un nucleo centrale prospettico che divide tutte le parti, dà loro funzione e posto nella composizione. E infatti PZM vede (ha cominciato da piccola a vedere, indubbiamente attraverso sua madre, Maria, fotografa eccellente) e vede in scena, cosa questa che le viene appunto dal suo lavoro in teatro. Lo sguardo così affiso, le permette di essere intensa ma concisa, mai prolissa, con parole- emozioni in cui non c’è mai parola di troppo.
Il secondo elemento che voglio sottolineare, dopo la misura stilistica, è l’invenzione del personaggio che abita queste pagine: un io che non è un io (io è un altro, diceva Rimbaud), perché l’io che scrive non è l’io che vive, né l’io protagonista. Chi scrive “io” non sta necessariamente scrivendo un’autobiografia, ha detto la massima autorità in questo campo, Proust, che così ha infatti scritto più di mille pagine, rivendicando proprio questo scarto (e sapendo i pericoli che correva, tanto da dire più o meno, vado a memoria, “certo, se avessi iniziato il mio romanzo con la frase ‘Roger Mauclair abitava in un villino” sarei stato considerato ‘oggettivo'”).
Dunque qui vediamo una bambina-adolescente-ragazza-adulta di cui si racconta l’esperienza (non la crescita), precisamente l’esperienza di essere consapevoli di ciò che succede e ci succede. Si tratta di saperi parziali che si accumulano non in un “soggetto” ma in un corpo. Tutto è filtrato dal corpo e nel corpo, ad essere in scena è il corpo con muscoli, tendini, sudore, fatica, energia…. fino a farsi coscienza di sé. Il corpo in un minuto di infanzia (lo sentiremo in San Siro); il corpo dell’adolescenza spiazzato e spezzato tra storia individuale e storia politica e sociale in Piazza Fontana, il tempo della “tenebra precoce”, la storia e la Storia, la tragedia e il silenzio (racconto magistrale per tripla scena: la scena-cornice del racconto, la scena del palcoscenico della Scala e la scena della piazza); il corpo in ascesa e ascesi di Stromboli, la salita al vulcano; infine il corpo di Via Solferino, ultima apparizione del fantasma del già avvenuto. Eccoli i mutamenti di un corpo intelligente di sé nel suo cortocircuito. Chi racconta lo fa con un organo speciale, l’occhio, ma un occhio con una temporalità sapientemente catturata, quella del volo o della coda dell’occhio, lo sguardo come rovesciato (di nuovo la madre, ricordo dei negativi delle sue fotografie?).
Il terzo elemento che mi ha colpito è la città, Milano, che non è mai un semplice sfondo, ma è anzi una vera co-protagonista; l’apertura orizzontale della sua mappa è attraversata da una temporalità che non è verticale, non richiama la profondità dei suoi strati, ma la superficie, dove il tempo non si sviluppa, ma si svolge: lo spazio dunque. Una città nuova anche per chi la conosce, secondo una regola aurea dell’arte: la capacità di farci vedere come cosa mai vista quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.
L’ultima osservazione la voglio dedicare agli oggetti. Se ci sarà mai in futuro un grande lettore di “oggetti desueti nelle immagini della letteratura” come è stato Francesco Orlando, non potrà che innamorarsi (a me è capitato) della “scatola di pece” e della “sbarra”, a garanzia del loro essere assolutamente indimenticabili.

 

di Mariagrazia Gerina

Giovani padri, insegnanti che vorrebbero creare un gruppo di autocoscienza maschile, uomini che hanno bisogno di raccontarsi altrimenti. Da quando è salito sul palco del 13 febbraio per dare voce all’altra metà del cielo è stato un felice continuo di messaggi, confessioni, coming out. Lui li interpreta come una voglia di cambiamento che sta attraversa l’universo maschile italiano, certo più variegato di come lo vorrebbe l’inventore del bunga bunga.

«Il richiamo alla complicità con cui ci stanno martellando è insopportabile, il messaggio che vogliono far passare è che infondo siamo tutti invidiosi di Berlusconi», sbotta Stefano Ciccone, biologo, che da anni, insieme ad alcuni amici, lavora a smontare gli stereotipi con cui vengono bombardati i maschi italiani. Loro che in quegli stereotipi non si riconoscono, hanno deciso di chiamarsi Maschile plurale. Più che una associazione, una rete, fatta di tanti piccoli gruppi sparsi per il territorio nazionale. Ce ne è uno a Roma, uno a Milano, uno altro a Torino, uno Pinerolo, a Firenze, a Bari, Foggia, Viareggio, etc.. Gruppi di intimità, li chiamano. Si incontrano, parlano, discutono delle loro esperienze, fanno autocoscienza, si direbbe. Non fosse che quel termine, un tempo, era appannaggio delle donne. Mentre loro sono maschi, con tutto ciò che comporta. Un universo di condizionamenti ancora in gran parte da esplorare. Se i centri anti-violenza si occupano delle vittime, loro hanno deciso di concentrare la loro azione sugli autori delle violenze.
«Quelli che si confessano violenti sono una minoranza, l’atteggiamento più diffuso è la rimozione, il trasferimento della responsabilità sulle donne», spiega Stefano, che a Roma, forma gli operatori che lavorano con i detenuti. A Torino è nata anche una help line dedicata agli uomini che, scoprendo in sé la violenza, hanno bisogno di ascolto. «Sono un uomo e vedo la violenza maschile attorno a me e vedo però anche il desiderio di cambiamento di molti uomini. E so che quel desiderio è una risorsa per sradicare quella violenza», recita la lettera manifesto di Maschile plurale, che è diventata anche un video (prodotto con la collaborazione della Provincia di Roma) da far girare come un passaparola Da uomo a uomo (è il titolo del video), soprattutto nelle scuole, dove, a contatto con le nuove generazioni di maschi si svolge l’altrà metà del loro lavoro quotidiano.

[…]

Maria Grosso

Alice Ceresa rivendicava la sua scrittura difficile: «non mi risulta che le cose (e neanche quelle da capire) siano facili». In questo non ostentava erudizione, se pure avrebbe potuto permetterselo, considerato il suo sconfinato giardino di conoscenze, innaffiate fin dall’infanzia da una insopprimibile passione per lo studio. Quel «difficile» per lei atteneva piuttosto a una spietata consapevolezza della complessità dell’esistenza, a un’accettazione delle meraviglie e del dolore connessi alla ricerca intellettuale. «Difficile» voleva dire guardare negli occhi la sua responsabilità di scrittrice per arrendersi all’unico oggetto che per lei valesse la pena di essere indagato, anche a costo di girarci intorno tutta la vita, o di dare alle stampe un piccolissimo numero di opere (perché il punto non era il produrre ma l’infinito indagare).
L’argomento «è la posizione esistenziale dell’essere femminile configurato nell’urto fra la personalità privata e interiore di una donna moderna (che rifiuta di essere un “oggetto”…) e la tradizionalità di una società edificata intieramente al contrario di questa sua presa di coscienza». Così scriveva nelle note alla Figlia prodiga (Einaudi), opera che nel ’67 segna il suo esordio. Disegnava così («Occorre disegnare, per incominciare…»), un filo e insieme un rompicapo che nelle sue novecentesche e personalissime diramazioni – infanzia, femminismo, psicoanalisi, biologia, indagine sul linguaggio – avrebbe attraversato la sua esperienza letteraria, a comprendere La morte del padre (racconto uscito su «Nuovi Argomenti» nel ’79), Bambine (Einaudi 1990), a prefigurare Eloise, titolo provvisorio per un’opera cui lavorava al momento della scomparsa (2001), e Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile, avviato negli anni 70, sempre rivisto e limato, ma dato alle stampe postumo (Nottetempo 2007).
Spingersi fino al nucleo vivo della biforcazione donna/società per Ceresa è però inseparabile dall’innescare una deflagrazione delle forme che lo alimentano: linguaggio e stile come baluardi falsamente neutri del potere patriarcale. («Ben sapendosi la pericolosità dei padri, che poi siano intelligenti o meno»). Da attenta captatrice dei fervori del suo tempo, risuona con il percorso sperimentale del Gruppo 63, pur cercando strade di autonomia e sprezzando i rischi della traversata (La figlia prodiga, che vincerà il Viareggio opera prima, è inizialmente lodato, ma giudicato «non pubblicabile» da Vittorini). No al romanzo, alla «presuntuosa» pretesa di continuità, a dialogo, intreccio, descrizione, alle menzogne della prosa che compiace. Sì alla struttura a vista – frammentare, sminuzzare, dissezionare come infrangere la crosta dell’ovvio, «distillare» come ossessivo protendersi verso la radice filosofica delle cose, scrittura come pittura (il modello in letteratura è Klee), «reinterpretare» come sforare dai confini, lei «nata già emigrata» (a Basilea nel ’23, poi vissuta a Roma dal ’50), bilingue tra la Svizzera italiana del padre e quella tedesca della madre, lei, raffinata traduttrice. Da questo terremoto stilistico, La figlia prodiga e Bambine emergono come sopravvissute senza nome, tanto più astratte e simili a ogni altra quanto più deprivate di qualunque legittima aspirazione all’unicità.
Con la forza bruciante di questo sguardo da entomologa, con «la sua voce, la sua intelligenza, la sua volontà», colloquia Alice Ceresa. La letteratura vive in caverne tappezzate di libri e molto raramente esce allo scoperto, un volumetto edito nel decennale della morte da Beatrice Fittipaldi, compagna di una vita, pittrice e curatrice delle opere di Ceresa, conservate all’Archivio della Biblioteca Nazionale di Berna. Intreccio vitale di scritti della stessa autrice (tra cui l’inedito Che cosa è una femminista), e di studiose come Tatiana Crivelli, Jacqueline Risset, Maria Paola Fiorensoli, di disegni (Marilù Eustachio), lettere (Calvino, Scialoja), poesie (Patrizia Cavalli), foto, testimonianze di quante oltre alla scrittura ne hanno respirato la presenza (Maria Rosa Cutrufelli, Giosetta Fioroni, Letizia Paolozzi, Patrizia Zappa Mulas), il libro – oggi alle 18.30 la presentazione alla Casa delle Letterature di Roma – acclude il dvd di Se tu sapessi (2004), documentario di Gianna Mazzini e Loredana Rotondo, andato in onda nella serie Rai «Vuoti di memoria». Qui appare l’ironia di Ceresa, la tenerezza schiva, il senso autocritico, la scelta di «stare nel cono d’ombra del proprio tempo», come nota Zappa Mulas. Ceresa che non scrive per le donne, non pensa a lettrici e lettori, scrive «perché va scritto». A chi la scopre o la riscopre, la sfida liberatoria del

Testi di: Silva Bon, Nilla Deponti, Paola Di Florio, Adriana Giacchetti, Silvana Hvalic, Giovanna La Licata, Ester Olivo, Giada Passalacqua, Eliana Perini, Chiara Verzegnassi, Denise Yturralde, Marinella Zonta, Silvana Lampariello Rosei, Maya Kiskinova, Kaori Fuji, Anna Gregorio Michelazzi.
Fotografie di Marinella Zonta.

La “Guida sentimentale di Trieste” nasce in ambito femminile, come presa di parola pubblica su un tema dolorosamente tornato alla ribalta nella società italiana di oggi: la violenza contro le donne. Promosso dall’Associazione di volontariato culturale di donne “Luna e l’Altra” e sostenuto dalla Regione Friuli Venezia Giulia, si è dato avvio al progetto pluridisciplinare “Afrodite in cammino”. Nel Laboratorio di scrittura, piuttosto che confrontarci con scritti di sofferenza nei quali le donne, ancora una volta, sono vittime di soprusi e violenze, abbiamo deciso di dare parola al desiderio delle donne di riappropriarsi degli spazi della città.
Una città raccontata al femminile, rivissuta come luogo della propria soggettività, guardata con amore, con quella dose di disincanto e ironia, con dolore, con gioia, con nostalgia, con rimpianto, con la voglia di ripercorrere ambienti e spazi che hanno a che fare con le storie private di ognuna. E’ un modo di riprendere confidenza con i luoghi che hanno accompagnato le esperienze di ogni crescita, di ogni passaggio importante di vita, dall’infanzia e giovinezza, alla maturità e al presente, collocati in un contesto concreto di spazi che connotano la città, la sua fisionomia, rivelano tracce della sua storia, mostrano il suo aspetto contemporaneo. Ci sono luoghi raccontati con la memoria dell’infanzia, altri nel loro presente, altri ancora in colloqui con il passato storico della città, attraverso ricerche d’Archivio. E le fotografie originali seguono passo passo i luoghi narrati.
Trovare una connessione tra l’interno e l’esterno, tra la propria vita intima e la città in cui si vive, è stato il fine della ricerca e del ripercorrere strade, piazze, anditi, luoghi diversi. Compito assai complesso proprio nel mondo contemporaneo, dove le nozioni di ‘interno’ ed ‘esterno’ sembrano diventare più fluide, si mescolano, si ibridano nell’ottica planetaria e si ergono, invece, a barriere ‘invalicabili’ nelle immaginazioni di tanta politica fondata su una stretta concezione di identità.
Il Laboratorio di scrittura è stato frequentato da donne diverse per età, interessi e professioni, ha avuto luogo presso la Casa Internazionale delle Donne di Trieste, di via Pisoni, 3, dal mese di novembre 2009 a giugno 2010. Ogni partecipante ha scelto i percorsi e i luoghi della propria narrazione. In effetti, ogni “Guida sentimentale” è frutto di scelte soggettive, di percorsi individuali che trovano riscontro nelle “corde” di ogni protagonista. Tuttavia, a parte alcuni siti tralasciati, la città appare nei luoghi pregnanti per la sua fisionomia. A questi percorsi abbiamo affiancato alcune schede informative, segnate da una cornice, che hanno il compito di suggerire spunti o indicazioni su taluni aspetti di rilievo culturale e sociale caratteristici di Trieste: le Librerie, i Caffé, le Osterie, i Cimiteri di rito diverso…
Alla “Guida sentimentale” vera e propria, che forma la prima Sezione del volume, segue, per la specificità contemporanea di Trieste come luogo della Scienza, una Sezione che propone un contributo di rilievo su questo aspetto: alcune scienziate raccontano il loro lavoro e il rapporto con la città.
E’ interessante notare, in questo intreccio di voci diverse, come i suoni si armonizzino in un canto corale che mantiene le differenze individuali ma crea rimandi e sottili echi tra un testo e un altro testo, tra uno scorcio veduto da lontano e una passeggiata in un parco o nelle strade della città, tra una visuale panoramica, un edificio pubblico e un ricordo di un luogo nel passato personale o storico.
In questa Guida sentimentale ogni donna è entrata con la sua storia, la sua soggettività, i suoi sentimenti, il suo corpo. E non è indifferente che tra le donne che raccontano la città ci siano alcune autoctone, di matrice italiana o slovena, altre provenienti da diversi luoghi d’Italia o dall’estero: sono sguardi poliedrici a mostrare come è ricca la possibilità di osservare il paesaggio in cui si vive.
Come si presenta la città nelle narrazioni delle donne? Certamente questa è una “Guida” sbilanciata, che non cerca oggettività, nella quale si dà spazio ai particolari, agli umori, agli incontri imprevisti e toccanti. E’ come se le autrici parlando della città parlassero anche d’altro: dei rapporti tra le persone, dell’impatto con l’ambiente, dei ricordi intimi, dei momenti di vita intensamente vissuta, dei desideri che le attraversano e motivano le azioni. E Trieste assume un volto nuovo, meno ufficiale o imponente, meno “commerciale” o letterario. E’ una città che non lascia indifferenti. Anche chi l’ha odiata tanto da averla lasciata, come numerosi scrittori del passato, ne parla spesso con sofferta dolcezza.
Questo libro è un rimando di sguardi. Scopre occhi che rivelano un amore profondo per la città, anche là dove si intravede una sofferenza, una osservazione critica o una presa di distanza, e la speciale connotazione di Trieste – usata, abusata, decantata, mitizzata, inventata – in tanti scritti di tanti autori contemporanei e del passato, trova qui una corrispondenza nei tratti di un sentimento espresso da chi la abita, sentimento che filtra tra le parole e ne forgia l’alone dei significati.
Trieste città delle contraddizioni, città di carta, città dei matti, città di frontiera, città dei commerci, incrocio di civiltà, centro delle periferie, crogiuolo di culture, città mitteleuropea, nostalgica del suo passato, città plurilingue, città da cui si fugge ma a cui si torna, non luogo, città di scontrosa grazia, personaggio città, città senza pace, città della bora: sono tanti i fantasmi che aleggiano sulle sue strade o si incarnano – provvisoriamente – in una pietra sporgente da un palazzo. E anche se i suoi cittadini sorridono con ironia a tutta questa abbondanza di definizioni che restano sfuggenti, incapaci di catturare se non effimeri frammenti della sua realtà, tuttavia hanno un modo particolare di immaginare la sua specificità e la sua seduzione: diverso per ognuno – a seconda dei caratteri – trova dei presupposti comuni nella convinzione di vivere in un magnifico luogo extratempo. Anche il fascino che la città diffonde su chi la visita e cercando di capirla percorre le sue strade, entra nei musei e nelle chiese, sale le molte scalinate e si incanta davanti a uno scorcio, si dispiega in un effetto alone di natura contemplativa, di cui si coglie l’irrequietezza segreta e la disposizione distaccata e ironica.

ed. Portaparole 2011

Giancarla riscrive il mito di Antigone, e in particolare la sublime tragedia di Sofocle, ridando umanità a un’eroina che a volte rischia di diventare solo un’icona filosofica, o dei diritti umani. La figlia di Edipo, caratterizzata da eroismo e profonda umanità anche nell’opera del grande tragico ateniese, viene rivisitata in un testo che ha la forma di un racconto lungo, o di un romanzo breve. La voce narrante è quella di Ismene, la sorella minore che lotta a lungo per salvare Antigone, cerca un accordo con le istanze della legge della pòlis e infine è destinata a sopravvivere e a tramandare in forma scritta la vicenda dell’eroina e di tutta la tragica famiglia di Edipo. Il testo di Giancarla si segnala per la profondità dell’indagine etica e psicologica, per alcune interessanti novità apportate alle figure tradizionali di Antigone e di Ismene, per una scrittura tersa e vibrante, che a tratti diventa lirica. Ne abbiamo discusso con molte persone alla presentazione che si è tenuta lunedì 17 presso la Feltrinelli di via Manzoni, vogliamo parlarne anche presso la LUD. Il testo si inserisce nella riflessione delle donne sulla politica e sull’etica: partendo dalle relazioni primarie legate al corpo e alla famiglia possiamo rinnovare il nostro modo di proporci come soggetti politici ed etici, in termini di “sorellanza” e “fraternità” universali.

Tettamanti Franco

La scuola con ottimo profitto e poi l’ impiego in una fabbrica di Lambrate per aiutare la famiglia di operai in anni non certo facili. Ha poco più di 20 anni, Onorina Brambilla, in quel settembre del 1943 quando sceglie la strada della lotta al fascismo, del coraggio, della clandestinità, della voglia di libertà. Si farà chiamare Sandra e comincerà la sua battaglia nei Gruppi d’ Azione Patriottica. Audace, determinata, fredda, pronta ad eseguire gli ordini senza timore. Sandra ufficiale di collegamento. Sandra che in più di un’ occasione vedrà ben vicina l’ ombra della morte. In bicicletta per le pericolose strade di Milano. Sandra che porta ordini, consegna armi ai partigiani, dribbla controlli e posti di blocco. Sino alla disgraziata missione che le costerà la cattura. È il 12 settembre del 1944 e vicino al cinema Argentina Onorina Brambilla imbocca la strada più difficile e tortuosa. L’ arresto, la paura, le torture, la sofferenza e il distacco dalla famiglia e dagli affetti. Viene rinchiusa prima nella Casa dei Balilla di Monza, trasformata in un carcere nazista, con il sergente Wernig, spietato protagonista di violenze e angherie. Poi, dal novembre del 1944 all’ aprile del 1945, sarà prigioniera nel campo di Bolzano. Di quei giorni terribili restano i ricordi, la forza, il dolore, le lettere alla madre, la speranza, le certezze di un futuro meno scuro e angosciante. Una storia che è ora raccontata nel libro autobiografico Il pane bianco curato da Roberto Farina per le Edizioni Arterigere. Onorina Brambilla verrà liberata alla fine di aprile del 1945 e con un gruppo di compagni e compagne raggiungerà Milano a piedi. Un’ avventura quasi incredibile tra le montagne e le valli innevate. Chilometri e chilometri attraverso la Val di Non, il passo della Mendola e quello del Tonale per tornare alla vita, riabbracciare la famiglia e trovare l’ amore. Con quel suo comandante Giovanni Pesce Visone, medaglia d’ oro della Resistenza ed eroe autentico, di cui diverrà, il 14 luglio del 1945, compagna di una vita. Più avanti negli anni Onorina Brambilla Pesce riceverà la Croce di guerra al valor partigiano e la medaglia d’ oro del Comune di Milano. Per non dimenticare mai la vita, l’ impegno e il coraggio di Sandra.

Leonetta Bentivoglio

La Storia è un gioco, una merenda, una follia, una questione di frenesie sessuali, un’ansia di dominio, il complotto di una casta famelica. Nel cosmo feroce dei Tudor la Storia è cosa cinica e madida di sangue, ed è in tale perfido scenario che si è immersa l’inglese Hilary Mantel per costruire Wolf Hall, ritratto sterminato e tumultuoso del primo ministro di Enrico VIII, Thomas Cromwell. Pervaso da echi e profumi di Shakespeare, e ricco di sfondi dettagliati sull’ esistenza quotidiana alla corte dei Tudor, questo libro d’ impianto epico e di mole impressionante punta a ridisegnare, al di là degli stereotipi, il volto dell’ artefice più decisivo della Riforma: fu Cromwell l’architetto geniale della rottura tra Enrico VIII e il Papa. Accolto da un notevole successo in Inghilterra, dove ha meritato riconoscimenti prestigiosi (tra cui il Man Booker Prize 2009), il romanzo esce ora in Italia da Fazi. Viaggiando tra cronaca e fiction, l’autrice sfida l’ alone di negatività che ha circondato il suo eroe, restituendoci l’ immagine di un politico colto, audace e profetico. Il respiro teatrale e lo stile serrato della Mantel, nata nel 1952 e molto fertile come scrittrice, a dispetto dei suoi problemi di salute (tiroidismo ed endometriosi la costringono a un’immobilità parziale), imprimono al racconto la vividezza dell’ attualità, mostrando come i mali del Cinquecento inglese – assenza di mobilità sociale, fanatismi religiosi, lotte tra individuo, Stato e Chiesa – non siano affatto estirpati dal presente. Come ha incontrato la figura di Cromwell? «Ho studiato in una scuola cattolica, che certo non mi garantiva una visione obiettiva del personaggio. Ma fin da allora Cromwell mi parve attraente, se non altro perché dibattuto e misterioso. A ventidue anni scrissi un romanzo sulla Rivoluzione Francese, capendo di avere una vocazione letteraria di tipo storico. In seguito ripensai spesso a Cromwell, sul quale circolavano soltanto commenti negativi, il che mi stimolava molto a indagare su di lui. Tuttavia ho deciso di affrontarlo solo qualche anno fa, e mi sono resa conto che era stato saggio aspettare: ci vuole esperienza per esplorare un uomo tanto conscio del suo tempo e acuto nel percepire la politica come arte del possibile». Quali sono state le sue fonti? «La vita politica di Cromwell è ben documentata, ma quella privata è quasi ignota. Io volevo cogliere l’uomo: scoprire cosa possedeva, che faceva quando non lavorava, cosa indossava. I suoi libri contabili domestici dicono molto su di lui, e anche certi resoconti sul suo operato, come quelli dell’ ambasciatore spagnolo, utili in quanto provenienti da qualcuno di malevolo e sagace. Inoltre ho letto tutta la sua corrispondenza». Cosa l’ha più colpita del personaggio? «La sua capacità di raggiungere l’apice del potere venendo dal nulla, per di più in un contesto rigido e gerarchico. Aveva un’indole dinamica, un formidabile coraggio e uno spiccato senso dell’ umorismo. Ed era un grande mecenate delle arti». Il nucleo del romanzo è il potere. «Wolf Hall descrive un realista scevro da illusioni sul senso e gli scopi della politica, ma anche radicato in un’epoca di teorie, in cui aleggia lo spirito di Machiavelli e sono in molti a riflettere con creatività sulla conquista del potere, ponendosi interrogativi nuovi: a chi compete la legittimazione del governo? Agli uomini o a Dio? Mentre il potere religioso è messo in discussione, l’aristocrazia s’indebolisce in tutta Europa, e i governanti si affrancano da consiglieri nobili per puntare sul talento di persone di umili origini, come Cromwell, che dal mettersi al servizio di un potente traggono la loro ragione d’ essere». Quali sono le regole di una buona fiction storica? «Adattare il romanzo ai fatti e non viceversa: difficile migliorare la realtà, anche quando è sconveniente o non sensazionale. E rammentare che la verità dipende dalla propria prospettiva. Io non sono mai imparziale: nel mio romanzo giovanile ero schierata con i rivoluzionari e in Wolf Hall sto dalla parte di Cromwell». Spicca nel libro la forza delle figure femminili: Caterina d’ Aragona, Anna Bolena e Jane Seymour, che diventerà la terza moglie del sovrano. «Tutto il romanzo si nutre di una domanda: chi può dare a Enrico un erede? Per questo il corpo femminile è il fulcro della storia e il motore del processo politico che condurrà alla Riforma. Gli uomini sono impotenti poiché incapaci di concepire il figlio tanto desiderato. Le convenzioni storiche tendono a confinare quelle tre donne in ruoli archetipici: la mater dolorosa Caterina, la seduttrice Anna Bolena, l’insignificante e schiva Jane. Io invece le vedo in evoluzione continua e non esprimo giudizi categorici. Lascio zone di ambiguità, luci ed ombre». La sua scrittura osserva senza giudicare, escludendo retoriche dei sentimenti. E i personaggi sembrano agire come su un palcoscenico. «L’approccio è simile a quello di una sceneggiatura. Mi affido ad avvenimenti esterni per fare luce sui moti interni. Non spiego i personaggi: piuttosto li ascolto e li mostro in movimento. Il che, al di là delle dimensioni del romanzo, ne rende agile lo sviluppo. La trama avanza nei dialoghi e nelle azioni, senza divagare, ed è come se fosse seguita da una macchina da presa sulla spalla di Cromwell, il quale ha sempre il controllo del punto di vista narrativo». –