di Mariella Pasinati
Compro dunque esisto si leggeva in un’opera del 1987 di Barbara Kruger, l’artista americana che, fin dagli anni ’70 del ‘900, ha caratterizzato la cultura visiva del nostro tempo con le sue personali combinazioni di messaggi in carattere tipografico ed immagini tratte da libri, riviste, pubblicità, nel contrasto cromatico di bianco-nero e rosso. Usando il linguaggio pubblicitario e dei media, Kruger ha decostruito il codice dominante della comunicazione di massa e mostrato l’aspetto velenoso -e seduttivo- del consumismo. A differenza tuttavia degli artisti che, già dalla Pop art, hanno usato il linguaggio visivo per esplorare il mondo della cultura di massa e dei consumi, talora oscillando fra esaltazione e demonizzazione, approvazione e condanna, Kruger ha connotato sessualmente la propria critica e, svelando il controllo maschile sul linguaggio e nel sociale, ha contribuito a dare forma sessuata alla coscienza collettiva, in un lungo percorso condiviso anche da tante altre artiste.
Più di recente, Josephine Meckseper, tedesca ma attiva negli Stati Uniti, usa il linguaggio patinato della pubblicità contemporanea per infiltrarsi attraverso sfavillanti fantasie consumistiche nella nostra coscienza politica. L’artista combina immagini dell’attivismo politico -tratte dai giornali- con oggetti di consumo e motivi della pubblicità e della moda, generando effetti paradossali. Ricontestualizzandoli, Meckseper sovverte infatti il significato normativo di immagini e segni della cultura di massa e rivela i modi in cui i dispositivi del potere prendono forma. E’ quanto accade, ad esempio, nel video 0% Down (2008), in cui l’artista effettua un sapiente montaggio di brani di pubblicità televisive di marche di automobili che, nel messaggio pubblicitario usato, rivelano più o meno implicitamente un inquietante riferimento alle strategie militari e la complicità dell’industria automobilistica nella guerra per il petrolio: il montaggio video rende tutto evidente grazie anche alla scelta di utilizzare come colonna sonora una canzone di Boyd Rice dal titolo Total War. Già dal 2000, l’artista ha cominciato a realizzare le sue vetrine, eleganti come quelle dei negozi, con lo scopo di mettere a fuoco la dimensione paradossale e maniacale del consumo che, forzando gli individui a comprare, sottrae loro la capacità di scegliere e pensare autonomamente. Le sue composizioni riflettono l’estetica degli espositori dei grandi magazzini ma l’interazione fra gli slogan di protesta e gli oggetti ricontestualizzati genera nuovi, provocatori significati. ‘Lo specchio e le sculture cromate, le vetrine in vetro… non affermano o glorificano il consumismo,’ dice Meckseper ‘le superfici scintillanti sono pensate come provocazioni…per innescare nella dimensione commerciale quella politica.” Così nel 2005 in Untitled, la biografia di un terrorista è affiancata al manichino di una donna che indossa una felpa alla moda e una kefiah: un contrasto che esplicita anche il “consumo” di un simbolo politico in un approccio ‘radical chic’; con istanze legate a potere, classe e genere si misura invece Untitled (End Democracy) (2005), con il semibusto anatomico per esporre l’intimo che dialoga con la fine della democrazia. E ancora Ubi Pedes Ibi Patria (2006) mostra un espositore pieno di scarpe che richiama tanto gli espositori dei grandi magazzini quanto lo sfruttamento del lavoro o le pile di scarpe dei prigionieri ebrei, mentre nella foto intitolata Pyromaniac 2 (2003) il glamour della moda si combina con l’idea di violenza, in un modello femminile sull’orlo dell’autocombustione. Nell’installazione Ten High (2008), infine, l’artista compone simboli dello stile di vita americano -dai manichini alle sigarette, dall’auto potente alla T shirt con la scritta che retoricamente inneggia ai veterani, dalla bibbia al whisky- ma il glamour è solo apparente: il vomito, il vetro infranto, il tutore per camminare drammaticamente annunciano un intero modello economico sul punto di implodere: “going out of business – SALE” come si legge sul cartello.
Antonella Cattorini Cattaneo
Due preziosi contributi nella filosofia femminile contemporanea. Il primo è di Francesca Rigotti, che insegna Concetti e metafore della politica presso la Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università della Svizzera italiana di Lugano. Il secondo di Luisa Muraro, filosofa e fondatrice della Libreria delle donne di Milano. La Muraro insegna filosofia all’Università di Verona dove ha dato vita alla comunità filosofica “Diotima”.
Hanno in comune molte idee, pur nella distanza delle impostazioni filosofiche e nello stile linguistico. Ne individuiamo una, importante: il richiamo alla maternità, come fonte primaria del pensiero. Come forma archetipica, troppo a lungo dimenticata ma – come tutte le cose di cui si avverte la propria importanza nel momento della loro perdita – ora ritrovata e resa capace di far fiorire nuovi e fertili pensieri femminili, per donne e per uomini che vogliano leggerle e ascoltarle.
La recente pubblicazione di FRANCESCA RIGOTTI, Partorire con il corpo e con la mente (2010) ritorna sul tema del pensiero femminile, ovvero di donne che pensano e che intendono superare quel che l’autrice chiama “il paradosso di Arianna”. Come la mitica e intelligente liberatrice di Teseo non fu valorizzata per la sua geniale mossa con il famoso filo nel labirinto ma bensì tradita e – in una versione del mito – persino uccisa, anche le donne sono state nei secoli espropriate delle attività loro proprie quali il partorire, il tessere, il filare. Queste operazioni, considerate banali e insignificanti finché praticate da donne, hanno assunto ben altra valenza allorché trasfigurate in un processo di purificazione metaforica e di astrazione da parte degli uomini. E quindi “il parto della mente” o “il filo del logos” hanno preso stanza in luoghi considerati ben più degni delle domestiche dimore.
Se in altri testi la Rigotti ha cercato di recuperare la dignità concreta e metaforica, tutta femminile, di queste attività (Filosofia in cucina, 1999, Il filo del pensiero, 2002. La filosofia delle piccole cose, 2004) con uno stile linguistico capace di metter in gioco paragoni e analogie, in quest’opera difende il contributo femminile alla riproduzione, spesso e a lungo oscurato. La gravidanza spirituale e la generazione delle idee da Platone in poi hanno allontanato lo sguardo dalla matrice femminile che fa nascere, che dà vita. È stato oscurato quell’archè che invece i presocratici avevano inteso nella sua fisicità, ci si è progressivamente dimenticati della cosa da cui si avvia l’astrazione, privilegiando quest’ultima a discapito della prima.
Nel promuovere questa prospettiva vengono fatte parlare “voci amiche”, soprattutto femminili. Ma non manca anche quella di qualche autore illuminato come ad esempio il poeta R.M. Rilke. Due filosofe, tra le altre citate, ci sembrano particolarmente vicine alla nostra autrice: Janet McCracken, che intende dimostrare come la coscienza morale e il giudizio estetico nascano nel mondo domestico (è infatti fondamentale per la formazione del carattere morale di ciascuno il modo in cui si soddisfano i bisogni di sopravvivenza, come si mangia, come ci si veste e si arreda la casa) ed Elisabeth M.Anscomb (1912-2001), una della figure di maggior spicco della filosofia anglosassone del XX secolo. A questa studiosa, madre di ben sette figli e altrettanto feconda pensatrice, si deve tra l’altro una riflessione importante sul concetto di azione intenzionale. La presenza dei figli e delle loro innumerevoli domande anche a sfondo filosofico (gli inquietanti “perché?” dei bambini) è stata sicuramente uno stimolo fondamentale per l’elaborazione filosofica di questa autrice che non ha posto un aut aut – come altre filosofe tra cui persino la stessa Simone de Beauvoir – tra figli e libri. Invece un nuovo monito esce da queste pagine: et liberi et libri.
Alle donne filosofe, allora, il compito di parlare della nascita e della dimensione creativa che dalla nascita ha origine, superando la dicotomia tra corpo gravido (femminile) e mente gravida (maschile). La donna, madre e filosofa Rigotti utilizza con abilità un pregevole attrezzo creativo, quello della metafora, e invita le donne e gli uomini a recuperare i termini che fanno capo alla esplicazione della creatività: nascita, parto, concepimento, fertilità, individuando in essi la matrice del corporeo femminile. In particolare alle donne porge l’invito a recuperare le parti vitali della propria corporeità, più predisposta a dare alla luce che ad evidenziare le ombre e le “selve oscure” percorse da letterati e poeti. Inoltre è proprio delle donne indagare la scena della nascita, dove il nuovo appare ma sempre in relazione con un altro individuo che non va dimenticato. Come afferma Luce Irigaray, “L’umano originariamente è: non uno ma due, due che non sono né metà, né complementari, né opposti”. Riconsiderare il momento del parto insieme alla nascita significa recuperare la parte del femminile (nella sua concretezza e fisicità) che è stata oscurata dalla tradizione filosofica occidentale, troppo allineata a cogliere la verità a partire dalla morte o dalla seconda nascita piuttosto che da quella della vita. Significa anche recuperare la caratteristica “natale/nascibile” e non solo “mortale” dell’umano.
Il modello della maternità può invece offrire stimoli all’attività creativa mentale. Nel momento della nascita e del parto avviene il presentarsi di una creatura nuova, originale, autentica e aderente alle origini, a quell'”elemento” che come l’acqua per Talete ha fatto essere e continua a mantenere nell’essere.
Inoltre – e qui rintracciamo il cuore del testo – proprio analizzando la metafora del parto e della creatività e associandola all’evento concreto da cui essa nasce è possibile rintracciare alcuni caratteri del pensiero creativo, di come nascono le idee. Tre aspetti, in particolare, risultano caratterizzanti sia i pensieri sia le creature originali: la polisemia, la tensione con l’oscillazione, la forma gianusiana del pensiero, termine tratto dal dio Giano, come riferisce Albert Rothenberg ideatore di tale espressione. Nel primo aspetto è originale l’idea capace un infinita varietà di effetti, ricchi di significato proprio, come un nuovo figlio aperto a infinite possibilità espressive e di vita. Inoltre come nella piccola creatura appena nata riscontriamo somiglianze con i genitori, con intermittenze spontanee e non imposte, così il pensiero innovativo gioca con altre idee in un ritmo mobile e oscillante, irrispettoso di gerarchie e capace di congedarsi dal vecchio. Infine come la divinità romana che sorvegliava le soglie e le cui due facce permettevano di osservare interno ed esterno dell’edificio, il pensiero creativo è gianusiano come l’atto creativo che comporta la diade madre-figlio insieme. Così il concepimento di un figlio e di una idea non rischiano più diversi livelli valutativi e anche così alla donna che pensa sono debitamente restituiti dignità e valore .
FRANCESCA RIGOTTI, Partorire con il corpo e con la mente. Creatività, filosofia, maternità, Bollati Boringhieri,Torino 2010
Il testo di LUISA MURARO, L’ordine simbolico della madre, non è recente. Apparso per la prima volta nel 1992, esce in una seconda edizione nel 2006, emendato da una serie di minuti errori e con una “tardiva recensione della sua ex-autrice”. È stato un libro molto importante per chi lo ha scritto: in queste pagine è presentato il passaggio avvenuto nella pensatrice dalla filosofia accademica (ha studiato alla scuola dell’Università Cattolica di Milano con Bontadini, Severino, Sofia Vanni Rovighi) a quella finalmente personale, capace di rintracciare un inizio, un fondamento del proprio pensiero e soprattutto una corrispondenza fra il linguaggio e le cose dette. Si può quindi leggere come un percorso autobiografico, intenso e persino commuovente a tratti, pur nella sua difficoltà concettuale che la stessa autrice riconosce nella nota finale. Nel titolo la tesi dell’opera e la rivelazione di chi scrive: la svolta del pensiero è avvenuta con la scoperta della simbolica potenza materna, necessaria per l’esistenza libera di ogni donna. Una scoperta personale ma anche pubblica poiché avvenuta con la politica delle donne e grazie a questa proseguita nel tempo. Infatti questo testo, dibattuto all’interno di gruppi di donne e di – pochi – uomini, ha avviato altre pubblicazioni a più voci (tra le quali ricordiamo quella della Comunità di Diotima, L’ombra della madre, Liguori Editori, Napoli 2007, dove le autrici si sono firmate anche con il cognome della propria madre), dibattiti, incontri in vari ambiti e soprattutto nell’accogliente sede milanese della Libreria delle donne.
L’amore per la madre da parte delle donne è gravemente rimosso nella nostra cultura. Dopo la stagione infantile, di grande attaccamento alla figura materna, la donna perde di vista e spesso arriva a rinnegare colei che le ha dato la vita e la parola. Non basta criticare il patriarcato per superare questa vicenda: occorre imparare ad amare la madre, anche e nonostante l’ostilità che si possa nutrire nei suoi confronti. La vera grandezza del femminismo non consiste nel criticare il patriarcato ma nel ritrovare quella grandezza incontrata nei primi mesi e anni di vita e poi tristemente perduta e quasi rinnegata. Al di là della critica e insieme alla critica occorre far nascere il desiderio, così necessario per le donne e la loro identità passionale e mentale. Il senso dell’essere, dell’essere finito è così recuperato a livello metafisico. Anche a partire dalla miseria della propria madre è quindi possibile restituire il senso della sua presenza, così come la presenza della realtà fisica nella sua finitudine e contraddittorietà. Per “salvare i fenomeni” non si imboccherà allora la strada della metafisica classica e la sua tendenza – da Platone in poi – a raddoppiare gli oggetti e i valori svilendo l’esperienza concreta, molteplice e finita.
“Ritornare come bambini” (e bambine!), pur nell’ampio credito che si può attribuire a questa espressione che hanno in comune il Vangelo, l’estetica pre-verbale, le indagini psicoanalitiche, non significa tuttavia valorizzare quella esperienza umana come l’unica e la più vera. Certo molto dobbiamo al momento in cui eravamo tutt’uno – corpo e mente – con la madre e a quando, da lattanti, provavamo gli stessi desideri della madre al punto di creare il mondo secondo quel che la madre creava per noi e credere così che esso era posto da noi stessi. La diade originaria madre-figlio/a, infatti, non va dimenticata; tuttavia appare un momento in cui il bimbo/a passa alla sua creazione del mondo, forgiando propri significati a un mondo che (il bambino in qualche misura si accorge di questo) già a lui preesisteva. In questa fase la creazione originaria precedente non è negata né va creduta illusoria; una traccia di essa si conserva nel pensiero e nella parola della nuova creatura. La tesi gnoseologica della Muraro è pertanto la seguente: “L’esperienza creatrice delle origini è quella di un soggetto in relazione con la matrice della vita, soggetto distinguibile dalla matrice ma non dalla sua relazione con essa”.
Abbiamo dato volentieri la parola all’autrice che proprio al tema della parola lega la questione nodale dell'”ordine simbolico”. Infatti la matrice della vita è anche la matrice della parola, ovvero dell’ordine simbolico che si stabilisce necessariamente con la relazione materna. Nel nostro linguaggio abita chi lo ha fatto sorgere così come il nostro corpo risente di un’impronta materna. La separazione dalla madre, con la nascita del nostro modo di leggere la realtà e di parlare non può dimenticare l’originaria autorità da cui la nostra parola dipende. Quell’arte dello scambio che è la lingua deriva da uno scambio originario, tra l’autorità primitiva a cui dobbiamo corpo e parola e la nostra autonomia. Quest’ultima risulta falsa e impersonale – e soprattutto dominata dalle autorità patriarcali – senza il riconoscimento, da parte del soggetto, di quella fonte e autorità iniziale. Ciò che rende veramente dicibile il reale, l’ordine logico del nostro pensiero si basa sull’accettazione di quella necessità, di quella relazione originaria.
L’autrice ammette di formulare in tal modo una sua intuizione molto forte e importante, che tuttavia non è ancora espressa in una teoria compiuta.
Prova nel contempo la sua proposta rivelando innanzitutto la sua esperienza di donna filosofa, che ha visto come atto di nascita del suo proprio pensiero proprio la scoperta di questo debito materno; riporta però anche altre esperienze di donne letterate, poetesse e mistiche che hanno diversamente affrontato questo tema e anche di coloro che non sono riuscite a staccarsi dalla madre e manifestano sintomi nevrotici, come nel caso del fenomeno isterico. Le isteriche – secondo la Muraro – vivono un attaccamento intero alla madre, non accettano di vederla sostituita; arrivano a odiarla, rivoltandosi contro di lei con anima e corpo. Restano nell’avversione, come unico tentativo di indipendenza simbolica. In queste donne non è infatti avvenuta quella sostituzione o mediazione che ha inizio col riconoscimento di quel tantissimo che la madre ha dato: la vita, la parola. La parola che la madre insegna diventa una parola propria solo nel momento in cui essa viene sostituita. Ma alla sostituzione vera si accompagna necessariamente il riconoscimento e la vera restituzione alla madre della sua autorità. Per varie ragioni storiche e culturali il pensiero maschile vive questa riconoscenza al materno senza sforzo; quello femminile invece ne è carente e per questo in tale direzione ha da dirigersi. A partire dall’ascolto ascolto delle voci femminili presenti e passate il pensiero delle donne può così crescere e maturare.
LUISA MURARO, L’ordine simbolico della madre. Seconda edizione, Editori Riuniti, Roma 2006.
Fulvia Bandoli
Il progetto TAV ( alta velocità ferroviaria) comincia ad essere pensato e progettato dentro FF.SS. oltre venti anni fa e su quell’ipotesi si apre subito un dibattito serio e ampio in Italia. Lo animarono soprattutto alcuni trasportisti famosi ( Zambrini in primis ma non solo lui..), urbanisti celebri, alcuni economisti, le associazioni ambientaliste tutte, gli ambientalisti Pci poi Ds che io dirigevo,i verdi, rifondazione quando nacque, e i sindacati.
Due erano le proposte che in quegli anni oramai lontani si confrontavano: da una parte il progetto TAV che prevedeva una direttrice verticale napoli- milano e una orizzontale venezia -torino fino a Lione. Treni super veloci, su binari diversi da quelli normali, con pendenze diverse, molte gallerie e dunque tanti scavi, costi alti e tempi molto lunghi di realizzazione. A sostegno di questo progetto non solo le ff.ss. ma i governi dell’epoca, i poter forti, l’Impregilo e la Fiat in primis ma anche alcune cooperative, diverse banche, e anche i sindacati che pensavano ne potesse venire lavoro e occupazione.
Dall’altra parte invece mettemmo a punto un progetto alternativo e diverso che prevedeva detto in breve il raddoppio di tutta la rete esistente , l utilizzo della vecchia rete per le merci in modo da arrivare in dieci anni anche noi a standard europei nel trasporto di merci su ferro ( standard che non abbiamo mai raggiunto), e l’utilizzo della nuova rete che doveva viaggiare in parallelo un po più veloce per le persone, ma per tutti, pendolari in primis e cittadini tutti . Questo progetto sarebbe stato fattibile in 6/8 anni e avrebbe comportato costi che erano la metà e forse anche meno di quelli che si sono spesi per la Tav. La prima proposta metteva al centro la velocità, la competitività con l’aereo, e per questo veniva spacciata come la piu’ moderna, noi mettevamo al centro lo spostamento delle merci dalla gomma al ferro ( come la Germania stava già facendo da un decennio e non solo lei..) e l esigenza di dare a tutti i cittadini un servizio efficiente, anche più rapido ma non super veloce.E io penso ancora oggi che il più moderno fosse il secondo progetto, che avrebbe diminuito sostanzialmente le emissioni in atmosfera perchè avrebbe diminuito di circa il 30/40 per cento i mezzi pesanti, che sarebbe stato alla portata di tutti, sarebbe costato meno e sarebbe stato fatto in tempi più brevi e con impatti ambientali minimi.
Queste due ipotesi diverse si confrontarono per alcuni anni e alla fine ebbe la meglio il progetto TAV che era sostenuto non solo dai sindacati ma anche da tutti i partiti più grandi compresi i Ds. Nei ds Solo gli ambientalisti si schierarono a favore del secondo progetto. E il parlamento adottò quel progetto. E con la lentezza e l approssimazione che sappiamo quel progetto partì e ci mise oltre dieci anni per realizzare le prime tratte con costi enormi. Persa quella battaglia gli ambientalisti tutti ( ma anche molti sindaci,amministratori, cittadini e associazioni) si dedicarono a migliorare l impatto ambientale dell’opera oramai decisa, proponendo correzioni, pendenze diverse, meno gallerie e tutto perchè l assetto idrogeologico del nostro paese secondo noi non avrebbe ben sopportato un opera di tal genere. Se qualcuno avesse la pazienza di andare a vedere come erano i primi progetti di tav tra firenze e bologna e tra roma e napoli vedrebbe bene come sono cambiati, pur restando dentro una logica che non abbiamo mai condiviso. Cercammo sostanzialmente di minimizzare i danni. Nel frattempo i costi della tav lievitavano di giorno in giorno e i tempi diventavano biblici,le merci continuavano a girare in gran parte su gomma, come avviene tuttora, e cresceva il disagio dei viaggiatori normali, di quelli che non hanno 120 euro per fare roma bologna andata e ritorno, e dei pendolari che usano il treno tutti i giorni per andare al lavoro. Furono chiuse diverse linee piccole e diverse stazioni diventarono spettrali e abbandonate. Ci aspettavamo, noi che avevamo proposto un’ altra strada, che partisse una riflessione seria sui limiti di quel progetto ma nulla accadde, siccome il progetto aveva preso il via bisognava portarlo a termine. Naturalmente ogni tratta aveva i suoi problemi e quella della Valle Susa ne proponeva di enormi, per la fragilità del territorio, per l’attraversamento della valle che già veniva fatto da una grande arteria che faceva passare migliaia di mezzi pesanti su gomma ogni giorno, per l opposizione di quasi tutti i sindaci e le comunità locali, i cittadini intendo. Anche su quella tratta si sono apportati cambiamenti per attutire l’impatto ma resta un opera ambientalmente molto impattante e di dubbia utilità per diminuire il traffico pesante da quella valle.
Questa è la storia per sommi capi e resta scritta nelle scelte trasportistiche di questo nostro paese. Gli anni ci diranno chi aveva ragione ma io penso e temo che alla fine, come per il nucleare, la ragione stia dalla nostra parte.
Ecco perchè continuare a porre dubbi su quella scelta è legittimo, non è eversivo di nulla e soprattutto non è una scelta irresponsabile, come qualcuno dice. Anche sul nucleare eravamo degli irresponsabili noi che non lo volevamo dall’inizio, e invece adesso tutti hanno capito che una tecnologia che non sa chiudere il suo ciclo è essa si irresponsabile e pericolosa. E diversi paesi che vi erano entrati ne stanno uscendo pur se gradualmente. Quante discussioni ho fatto con Bersani quando eravamo ancora nello stesso partito sia sulla Tav sia sul Nucleare. Sul nucleare ho avuto ragione io non lui che era favorevole, sulla Tav lo diranno gli anni. Ma anche sul Ponte sullo stretto abbiamo avuto ragione noi ambientalisti e anche su quell’opera il Pci prima e anche i ds poi erano in gran parte favorevoli. mentre ora il Pd ha cambiato idea. E anche sull’acqua bene comune ho visto con piacere che la posizione del Pd e di Bersani è cambiata. Discutere allora serve. E serve la partecipazione dei cittadini. Noi non abbiamo mai discusso solo per dire dei No. Abbiamo sempre controproposto altre strade perchè il nostro ambientalismo è serio e propositivo.
Da ultimo alcuni sostengono ad ogni piè sospinto che noi di Sel non saremmo alleati affidabili perchè non abbiamo una cultura di governo e perché solleviamo dubbi sulla tav…trasecolo… è proprio perchè abbiamo una cultura di governo che solleviamo questi dubbi. Noi vogliamo ferrovie efficienti, popolari e dunque accessibili ai più, vogliamo treni umani e non carri bestiame per i pendolari, e lavoriamo perchè il sistema trasportistico italiano diventi europeo e dunque porti una buona metà delle sue merci su ferro. Questi obiettivi la tav non li ha garantiti finora dove è stata fatta e non li garantirà neppure in futuro.Ci vuole coraggio nelle scelte, anche quello di cambiare strada se quella intrapresa non risponde alle esigenze di un paese e dei suoi cittadini. Convinceteci del contrario, noi siamo disponibili ad ascoltare. E la violenza come vedete non c’entra nulla, anzi se in Val di Susa ci saranno violenze, il merito, questo merito andrà un’altra volte a farsi benedire. E questo i violenti lo sanno .
Fulvia Bandoli Presidenza nazionale SEL
Torino. Ieri. Manifestazione No Tav. Arrivo in treno, mattino presto, dopo due giorni di iniziative e chiacchiere tra donne e persone meravigliose. Dormo niente. Mi aspetta un amico, cornetto e caffè. Si passa a prendere altri amici e poi si parte per Susa. Zaino in spalla, qualche maglione in più che non fa male. Non fa poi così freddo dopotutto e in ogni caso ne vale la pena.Lungo il percorso in macchina seguiamo Radio Blackout che racconta delle perquisizioni e dei fermi preventivi. Il piano del Ministro alle premonizioni è quello di fermarti per punirti già solo per la tua esistenza. Vediamo lungo il tragitto posti di blocco e tanti compagni e compagne sottoposti a perquisizioni. Poi sono costretti a lasciarli proseguire perché stiamo andando a manifestare, a sostenere una lotta importante realizzata da un movimento di persone che esigono di poter decidere su tutto ciò che deve essere realizzato sul loro territorio.
Case con tetti di pietra, camini, borghi da favola, ruscelli, boschi, montagne e campanili altissimi come quelli che ci facevano disegnare a scuola da bambin*. Nelle scuole siciliane disegnavamo paesaggi che appartenevano alla geografia piemontese. Mi vengono in mente i Savoia e quella brutta faccenda dell’unità d’Italia. Ora mi sento unita a questa gente. Unita per davvero. Per scelta.
Parcheggio, lontano, inizia la salita, ripida, per arrivare al punto di incontro a Giaglione. Si vedono a distanza le bandiere No Tav, i berretti, le facce di tanta gente di montagna che sono diverse da quelle di città. Le donne abituate a inerpicarsi su per la montagna con le gonne e le scarpette comode. Siamo tutti black bloc, è uno dei loro slogan, e li vedi i black bloc, quelli evocati dalla stampa e dal ministro, i quali per giorni e giorni hanno chiamato la sciagura, la tragedia, gli incidenti, creando tensione su tensione per giustificare atteggiamenti repressivi. Uomini, donne, ragazzi, ragazze, giovani, anziani. Sguardi vivaci, gente forte, intera, senza fronzoli e sbavature. Gente vera.
L’obiettivo è la rete da tagliare. Una rete abusiva, come abusivo è lo spazio che hanno occupato per il cantiere della Tav. Tante simboliche cesoie attraversano il sentiero lungo il quale marciamo, tutti e tutte, compatti. C’è la Samba Band che batte i tamburi e balla e fa rumore allegro e ribelle. Si respira aria buona e tutti camminano senza fermarsi. Siamo tantissimi, non so dire quanti, migliaia sicuramente perché la fila di gente occupa sentieri, terreni, boschi, su, giù. Siamo dappertutto.
Il primo tratto è superato e siamo vicini alla rete da tagliare. Arrivano le cesoie, quelle vere. In prima fila ci sono tante donne che tagliano la rete. C’è il legal team. Accanto anche tanti giornalisti, decine di telecamere e fotografi e cronisti che aspettavano incidenti, possibilmente il morto, perché senza morto i giornali necrofili non sanno cosa dire, non vendono, non sanno attrarre click sui loro siti, non sanno fare informazione. Fanno solo sensazione, inventano la violenza dove non c’è violenza, la evocano per tenere alta la tensione e inventano notizie dove non c’è notizia. Cialtroni. Operatori di meretricio a mezzo stampa.
Qualcuno con la telecamera urla “taglia più in alto” e uno del movimento No Tav risponde che questa è una lotta seria “non siamo mica a fare show”. Vaglielo a spiegare ai “giornalisti” che esistono perfino lotte che non possono essere mercificate. Lotte reali, non invenzioni mediatiche o gare d’indignazione indotta sul nulla. Lotte che infatti vengono osteggiate da destra e da sinistra, sempre che il pd possa essere definito di “sinistra”. Lotte che vengono criminalizzate da testate di destra e da testate giornalistiche che oramai hanno assunto una specie di forma/partito per cui tutto ciò che non riescono a controllare lo distruggono (vedi Repubblica).
Per fare foto e riprese del taglio della rete gli operatori tv, i fotografi, i giornalisti si arrampicano in alto mentre la gente di montagna urla che non è il punto adatto, ché vengono giù sassi e terra ed è così che i giornalisti sollevano tanta inutile polvere che riempie gli occhi e le narici, quasi a rappresentare una metafora della loro funzione.
Di fatto, vedendo che via via che si andava avanti non accadeva nulla di “violento”, di quei giornalisti non è rimasta neanche l’ombra. Immagino già le telefonate di richiesta ritiro delle truppe dalla redazione “non succede niente? neanche un pedardo? uno scazzo con la polizia? niente di niente? allora non c’è notizia, tornate indietro…“. Dei veri professionisti, senza dubbio.
Arriviamo alla seconda rete e non si può tagliare perché è di metallo pesante. L’elicottero della polizia che ci ha monitorato tutto il tempo continua a infliggerci il suo rumore. Bisogna aggirare l’ostacolo e cominciamo a percorrere sentieri che ci portano in alto, sempre di più, ed è dal punto più alto che vediamo l’intera disposizione della polizia, schierata in tenuta da guerra, con cellulari e blindati, mezzi a perdita d’occhio, gruppi ovunque, tra i boschi, sui sentieri, sopra e sotto i ponti, prima e attorno al cantiere, nascosti e palesi, stanno tutti lì e sono tantissimi, un intero esercito a spese dei contribuenti per fermare un movimento di gente disarmata che compie un atto d’amore infinito nei confronti della montagna, della terra, di quel paesaggio meraviglioso, del diritto alla sovranità territoriale.
Un atto d’amore che lo vedi dalle piccole cose, a partire dal compagno che mi porge il cestino di mandorle e cioccolata “prendi, tieni, ti dà energia!” e poi un altro che marcia per chilometri e chilometri in salita senza fermarsi e sa già che alla sera dovrà andare a lavorare in pizzeria e poi quella gente di montagna che ride, riposa un attimo, si diverte, trova il tempo di soccorrerti per farti attraversare il ruscello, e poi gli amici che ti afferrano per farti fare salti di due metri perché è importante arrivare alla meta e arrivarci insieme, uniti, senza che nessuno si faccia male.
Un atto d’amore fatto di fatica e solidarietà e responsabilità collettiva, che la vedi ogni minuto la preoccupazione che chi ti sta vicino non scivoli mai, che non metta un piede in fallo, non si perda. Nessuno deve restare indietro, ché è una regola della montagna. Così arriviamo dopo ore e ore di cammino alla baita dove tutto è festa perché siamo lì e siamo tantissim* e nessun@ è tornato indietro, si è fermat@ o si è lasciato intimidire dai vari blocchi e da quelle divise nere nascoste dietro gli alberi.
Il movimento si riunisce ed è Alberto Perino che dice che gli obiettivi sono stati raggiunti e che la manifestazione è stata un grande successo, ed è verissimo, tant’è che i giornali non ne hanno parlato. Sono le 15.30 del pomeriggio, bisogna tornare indietro prima che faccia buio, sono tutti d’accordo perché è un movimento maturo in cui c’è rispetto reciproco tra le varie componenti e in cui non si demonizza o non si esalta nessuno. “Siamo tutti black bloc“, appunto. Così si ottiene che non ci siano realtà sovradeterminanti e sovradeterminate.
Vedo le compagne di Torino, le abbraccio e parliamo. Tra poco c’è il Fem Blog Camp e Torino diventa in questo tempo la mia città. Riposiamo un po’. Siamo content*, soddisfatt*. E’ andata benissimo e respiro aria pura. Il movimento No Tav è ossigeno rispetto alla litigiosità e all’incapacità di altre realtà nazionali di ragionare per obiettivi e non per ombelichi. Mi raccontano della Libera Repubblica della Maddalena, il presidio attivo che era stato realizzato attorno al cantiere. Mi raccontano del momento in cui fu violata, sgomberata, offesa, sottratta. “Guarda, lì ci lanciavano le pietre e là ancora, vedi? Lì ci sparavano i lacrimogeni ad altezza d’uomo…“. Vedo, si. Vedo che tra i boschi hanno segnato un itinerario della repressione e della sottrazione di libertà individuali e collettive e guardo la faccia di Perino e di altre persone che stanno ancora lì e che non hanno intenzione di rinunciare. “Sarà dura“, la lotta, urlano e “via dalla Val Susa“, e la “Val Susa non si tocca“, e “siamo tutti black bloc” e applaudiamo e un pezzetto di Val Susa ora mi appartiene perché l’ho calpestata anch’io per difenderla e non per offenderla.
La Samba Band si dispone davanti uno dei blocchi della polizia e comincia a rullare tamburi. Suoni ribelli di gente che ha vinto e che vince ogni minuto, fiera, orgogliosa, di tanto percorso fatto per sancire un diritto a fronte di una tristissima barriera di corvi neri armati fino ai denti che stanno lì solo per farci male, per incutere terrore, per intimidire, per reprimere. Tristi nella loro posa stanca, con il fuoco acceso perché perfino il loro culo si raffredda e poi sbracati nel bosco, casco in mano e a fumare in branco perché restano comunque distanti da noi anche quando fanno cose che sembrerebbero evocare un pizzico di umanità.
Patetici mentre restano in fila ai due lati della strada che avevano sottratto al transito e che aprono per permetterci di passare. Ridicoli mentre insistono in quella posa autoritaria ché noi stiamo a schiena dritta dopo aver fatto chilometri per ore e loro sembrano spezzati con una espressione paralizzata in volto. Una specie di dead men walking rovesciata dove noi siamo i vivi e loro sembrano abbastanza morti, cadaveri di una istituzione che non riesce a rappresentare se stessa se non imponendo la violenza, finanche quella psicologica.
Qui si impara il significato vero della parola “dignità” e qui ancora si apprende il senso della condivisione di beni comuni, beni pubblici, collettivi che non possono e non devono essere privatizzati da speculatori che non sanno fare altro che rubare alla gente. Rubare e rubare per realizzare opere inutili e ad oppormi a questo furto sono arrivata anch’io.
La Val Susa non si tocca! la Val Susa ora è anche un po’ mia e mi interessa che ne abbiano rispetto.
Mi interessa. Tanto. L’amo anch’io.
Loro invece no…
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By fikasicula – ottobre 24, 2011
Franca Fortunato
Quest’estate, dal 20 al 27 agosto, otto donne della rete de “Le Città Vicine”, provenienti da Mestre, Verona, Catania e Catanzaro, donne legate politicamente dall’amore per i luoghi e le città, abbiamo scelto l’isola di Lampedusa per la nostra annuale vacanza politica, spinte dal desiderio di conoscere questo lembo di terra, reso tristemente famoso quest’inverno dall'”emergenza” degli immigrati tunisini, e desiderose di incontrare chi ci vive e lavora per amore di questa terra. La bellezza paesaggistica e ambientale di Lampedusa è ciò che ci ha colpite da subito. Un mare limpido e azzurro, bianche spiagge, scogliere a strapiombo sul mare, un terreno arido e spoglio, tramonti mozzafiato, ci hanno fatto innamorare di questa che, tradizionalmente, è l’isola “della vita”, non solo per la tanta umanità dolente che vi approda da sempre, con la speranza di poter andare altrove e trovare una vita migliore per sé e i propri figli, ma anche per le tartarughe marine, specie protetta, che vi approdano sulla spiaggia per nidificare. Durante la nostra vacanza, gli sbarchi di immigrate/i continuavano, eppure non ci è mai capitato di incontrare per l’isola qualcuna/o di loro, né ci è stato concesso di avvicinarci al Centro di identificazione ed espulsione, difeso dal ferro spinato e guardato a vista dalle forze dell’ordine. L’unica traccia del loro passaggio, alcuni barconi, ammassati sul porto e sorvegliati da due militari. La stessa popolazione evitava di parlare degli sbarchi. Che cosa era dunque successo su quell’isola? Per capirlo abbiamo incontrato, grazie alla mediazione di Giusy Milazzo, responsabile della Cgil di Catania, in vacanza con noi, la responsabile della Legambiente Giusy Nicolini. Lei ci ha fatto capire come a Lampedusa, nei tre mesi dell’emergenza, è stato “massacrato” un modello di accoglienza, “una vocazione naturale” di “isola di accoglienza”, “terra che ti salva la vita”, “ponte del Mediterraneo”, ed è stata trasformata in “isola carcere”. Nei mesi dell’emergenza, infatti, il Ministro Maroni e il sindaco di Lampedusa, De Rubeis, denunciato, come il suo collega di Treviso, per istigazione al razzismo, hanno scelto deliberatamente di abbandonare quella gente alla fame e al freddo, per creare il sovraffollamento e fare scoppiare il “caso Lampedusa”. Non è vero che l’isola non era in grado di gestire gli arrivi. In tutta la fase dell’emergenza sono passati 24/25 mila migranti (non più di quelli del 2008), in un’isola che ogni anno è in grado di accogliere oltre 120/130 mila turisti nella sola stagione estiva. Gran parte della popolazione, più donne che uomini, da parte sua, ha fatto quello che poteva. “C’era chi dava loro da mangiare, chi faceva fare a qualcuno la doccia a casa, chi, con coraggio, distribuiva cibo, medicine, abiti e soprattutto scarpe, visto che quelle in donazione erano di pezza con il teschio bianco su sfondo nero e viceversa”. Non è vero che gli albergatori hanno avuto un danno, anzi per molti la presenza delle forze dell’ordine è stato un business. Se il turismo estivo, per coloro che hanno la seconda casa, abusiva, ha avuto qualche calo, è per via della crisi economica e non per gli immigrati. Giusy, dopo averci parlato del problema dello smaltimento dei rifiuti e dei liquami, della necessità di distruggere i barconi, chiudendo le discariche, nocive all’ambiente e alla salute, ci ha lasciate dicendo: “Se Lampedusa rimane per i migranti una meta di passaggio, l’impatto si può gestire e controllare, se i governanti invece continueranno a creare situazioni di squilibrio ne vedremo delle belle”. E delle belle ne abbiamo viste a settembre, con gli immigrati, più uomini che donne, in rivolta, che hanno incendiato il Centro, divenuto luogo di detenzione per adulti e minori, e sono stati, tra le minacce del sindaco, trasferiti agli arresti domiciliari sulle navi, in attesa di conoscere il loro destino. Giusy ci ha fatto capire il senso della lotta che lei, la sua amica Paola e altre donne e uomini portano avanti a Lampedusa. Lottano perché l’isola resti “porta della vita”, come un giovane migrante tunisino nel 2009, le disse al suo approdo.
Anna Di Salvo
Questo contributo racconta dell’esperienza di donne che hanno cercato di cucire la lacerazione tra la realtà del turismo e gli interessi degli isolani per il turismo, e la sventura di chi arriva clandestinamente (e la pietà degli isolani per questa gente). Di questo parla anche il film di Crialese, “Terraferma”, candidato agli Oscar.
La Redazione del sito
L’esasperata rivolta dei migranti da troppo tempo rinchiusi nel “centro di accoglienza” di contrada Imbriacola a Lampedusa e la violenta risposta data loro da alcuni abitanti dell’isola, sono le amare conseguenze causate dalle strategie impolitiche messe in atto dall’attuale e dai precedenti governi italiani in tema di accoglienza di donne, uomini e bambini che dalle terre d’Africa e d’oriente approdano a Lampedusa in cerca di speranza. Si tratta di logiche e di leggi che poco hanno a vedere col senso della vita e con quanto regge e governa veramente l’esistente. Regole disumane che mettono in croce gli abitanti di Lampedusa costretti, soprattutto per motivi economici, a mortificare la loro tradizione d’accoglienza e ospitalità, a nascondere il desiderio di aiutare quanti rischiano la vita in mezzo al mare e a cancellare l’immagine originaria dell’isola d’essere vista come la “Porta d’Europa”.
Proprio a Lampedusa quest’estate, dal 20 al 27 agosto, la rete delle Città Vicine ha organizzato una Vacanza Politica dal titolo “Lampedusa mon amour” per entrare maggiormente in contatto con le contraddizioni che l’isola presenta e soprattutto con gli abitanti, con amministratori locali e donne e uomini di associazioni quali Askausa e Legambiente di Lampedusa, che si impegnano per creare l’equilibrio e l’armonia necessaria per saper accogliere e far convivere, anche se per periodi brevi, la popolazione locale con chi approda sulla più africana delle isole Pelagie. Otto donne, provenienti da Catania, Mestre, Catanzaro e Verona, ci siamo trovate a vivere insieme un periodo intensissimo, ricco di esperienze di emozioni e un rapporto magico con l’isola.
Abbiamo ragionato molto tra noi e i nostri interlocutori, elaborato e condiviso analisi, riportando una visione molto sfaccettata della questione “Lampedusa” che ha lasciato molto vivo in noi l’intento di proseguire nell’impegno, intensificando l’intreccio delle relazioni con chi abbia già messo in moto politiche sensate in merito al problema degli sbarchi dei migranti e della convivenza sull’isola di donne e di uomini di diverse culture. Insieme a quelle e a quelli che volessero sostenerci e affiancarci in varie forme da sperimentare, sarebbe bello continuare a dipanare e rendere possibile una politica di scambio tra Città Vicine e Lampedusa.
Maria Castiglioni
“E vecchi merletti” è l’ultimo libro delle avventure della “detective per caso” – come la definì Oreste Del Buono – Alice Carta, creatura letteraria di Fiorella Cagnoni. Le sue precedenti imprese le potete leggere in Questione di Tempo (La Tartaruga Ed., 1985-2002) Incauto Acquisto (Tartaruga Ed., 1992), Arsenico (La Tartaruga Ed., 2001), Alice Carta in Inghilterra (La Chiocciola, Zane Ed., 2007).
Incomincerò questa presentazione prendendo da Dorothy Sayers (Oxford, 1893-1957) – grande scrittrice di gialli, 15 in tutto – una citazione dalla prefazione di un suo libro: “È stato detto che un interesse amoroso è soltanto un’interferenza in una storia poliziesca. Ma se si pensa ai personaggi che vi sono implicati, è l’interesse poliziesco, invece, che potrebbe sembrare un’interferenza esasperante nella loro storia d’amore…”
Il titolo del libro da cui ho tratto la citazione è Un’indagine romantica (Tartaruga ed., 1991), che potrebbe essere anche un altro possibile titolo di questo ultimo libro di Fiorella Cagnoni – edito dalla Casa Editrice Zane di Lecce, nella collana La Chiocciola.
Anche Angela Donahoe, studiosa inglese (Monash University) ha parlato di un focus, negli ultimi scritti di Fiorella, “much more personal and self-reflexive”.
L’intreccio tra storia d’amore e indagine poliziesca è ammesso dalla stessa autrice, a partire dal titolo della prima parte (Tra un delitto e l’altro) nonché in un dialogo tra la protagonista, la detective Alice Carta a Milano e la sua innamorata Giuliana Penna, in Messico, attraverso uno scambio telefonico che avviene, come è ormai usuale di questi tempi, in Skype:
“Abbiamo un elenco di quesiti interminabile.”
“Ti posso dire qualcosa che non c’entra niente?”
“Cioè?”
“Una volta ho visto scritto quesito, e la prima reazione è stata leggerlo come in spagnolo… come un piccolo queso, un formaggino insomma…”
“Interessante.”
“E poi sai cosa penso, tornando al tema ma un po’ a lato?”
“Dimmelo.”
“Tu hai fatto diciamo varie indagini, no?”
“Hm.”
“Dico, hai risolto qualche mistero, legato a delitti, assassini…”
“E allora?”
“Qui non c’è delitto, eppure c’è una ricostruzione. Di ragioni, di cause, di sospetti e tracce, ombre e luci… Questioni più di psicologia che di reato.”
“Mi fai tornare in mente Poirot,” sorrise Alice Carta.
“In che senso?”
“Diceva: la trama è sempre la stessa, è la psicologia che cambia. Ma cosa intendi? Che in mancanza di un delitto analizzo il mutamento improvviso di un amore?”
“Ma non nel senso che siccome non c’è un delitto indaghi sulla crisi di un amore. Piuttosto che indaghi su questo come se. Intanto che non c’è un vero e proprio delitto.”
Quanto c’è di romantico e quanto di poliziesco in questo libro? Sono due aloni/dimensioni che si intersecano continuamente, sia temporalmente che letterariamente. Viene creato dall’autrice un alone poliziesco intorno alla fine di un amore. Alice Carta cerca di indagare su questa fine come fosse un delitto e lo fa con l’animo – che le è congeniale – della detective, anche se sa perfettamente che in questo tipo di ricostruzione non c’è verità possibile, non c’è una precisa consequenzialità, il nesso causa/effetto sfuma e non esiste alcun assassino da scoprire.
E c’è un alone romantico – che uso nella sua definizione da manuale di letteratura come l’affermazione della libertà individuale, lo scavo psicologico e dei sentimenti, l’inclinazione alla dimensione pedagogica – che percorre anche la parte più propriamente poliziesca.
Quindi romanzo che combina più generi, poliziesco, romantico, pedagogico, che vuol intrattenere ma anche trasmettere un messaggio politico e culturale che attiene alla pratica politica delle donne degli ultimi decenni.
Una sfida ardita per l’autrice di cui si coglie la tensione a far sì che i propri personaggi esprimano fino in fondo – se un fondo ci può mai essere – inquietudini, drammi, desideri e speranze che hanno accomunato e accomunano una, e anche più di una, generazioni di donne e femministe.
“Che la letteratura sia dolce e utile” – ammoniva Orazio, e mi pare che Fiorella abbia fatto suo questo invito.
Il romanzo si divide nettamente in due parti di 90 pagine l’una.
La prima narra della fine, lacerante e fondamentalmente inspiegabile (come la nascita di un amore, ma di questa non ci si chiede il perché) di una relazione d’amore tra due donne; la seconda introduce lo scenario in cui avverrà il delitto e vi si addentra progressivamente, anche se, contrariamente al classico plot del romanzo giallo, perché appaia il cadavere occorre aspettare ben 146 pagine!
Che però il delitto sia nell’aria lo si intuisce già nella prima parte dove compare una pagina di diario, scritta dalla mano assassina, – espediente letterario che crea tensione e annuncia la futura entrata in scena della principale protagonista di ogni romanzo giallo: la morte.
Vivere la vita così – normale. Ma preparandosi all’atto FINALE, perché non si può sfuggire due volte al giudizio definitivo. L’unico giudizio DEFINITIVO è la morte. E se i tribunali degli uomini non condannano a morte, sarà la mia mano a castigare L’INFAMIA.
Nemmeno l’ombra… C’era una canzone che diceva… nemmeno l’ombra della perduta felicità… La felicità te la portano via, non la perdi, non è un accendino o una patente. Quelli si perdono, la felicità te la rubano.
Ogni gesto a suo tempo.
Cancellare il DISONORE.
Non farsi scoprire.
Non il delitto perfetto, che anche quello è una chimera. Al contrario – il perfetto delitto che lava l’onta.
Concedere qualche possibilità di ravvedimento? Difficile da pensare.
Intanto c’erano da sistemare tutte quelle fotografie. Anni e anni di fotografie buttate ancora alla rinfusa in scatole verdi di cartone, che neanche riuscivano a contenerle bene.
ORDINE. Fare ordine.
Qualche informazione per orientarsi nella narrazione: l’amore che si sta estinguendo e che assorbe tutte le prime 90 pagine è quello tra Vittoria e Alfonsa sulla cui vicenda si addensano, si diradano per poi raggrumarsi di nuovo in un fittissimo dialogo, i commenti/pensieri delle amiche della coppia, tra cui Alice Carta e Giuliana Penna: la cui storia d’amore sta invece nascendo proprio all’ombra di questa fine, forse ad indicare l’instancabile lavoro di Eros? O l’insopprimibile tenacia del desiderio dell’Altro.
C’è poi la coppia della tragedia, Matilde e Tomaso, vicini di masseria di Alice e Giuliana.
I luoghi sono Milano, la casa di Alice, le case delle amiche, la Libreria delle donne (prima parte) e, nella seconda parte, Lecce, la masseria dove inizia la vita in comune di Alice e Giuliana e i suoi dintorni, compresa la masseria del delitto, luogo per definizione isolato, come in tutti i gialli che si rispettano…
Accennavo a un “fittissimo dialogo”: questa è la forma preminente in cui si snoda la prima parte del romanzo, una scelta stilistica che ho trovato particolarmente felice e totalmente opposta al metodo di indagine poliziesca, che è invece l’esaltazione di un’unica mente, acuta, solitaria e interrogante. È come se per ragionare sulla fine di un amore occorresse una sorta di “detective plurale”. Si tratta di un dialogo serrato, a catenaccio, dove a volte le locutrici sono perfino difficili da riconoscere, così da sembrare le tante articolazioni di un monologo.
Dice Nathalie Sarraute, scrittrice franco russa e studiosa di teoria della letteratura, che “il dialogo è l’estensione funzionale di un monologo, è una sottoconversazione dell’autore con se stesso” ed è probabile che anche qui, come in tutti i romanzi, le molteplici personagge, cane e gatte incluse, incarnino i vari Sé dell’autrice, impegnata in una sorta di simposio con se stessa per capire che cosa porta a conclusione un rapporto d’amore.
Dice Susan Sontag che in un romanzo psicologico “non deve succedere niente”. E in effetti, in questa prima parte, non succede niente. Vale a dire che si sta ragionando su un già accaduto (la fine del legame) e si preannuncia quello che avverrà (un nuovo inizio d’amore, un delitto… e l’accostamento è inquietante). Dal punto di vista degli eventi stiamo galleggiando in un tempo sospeso, ma contemporaneamente il tempo è uno dei grandi oggetti dell’argomentare collettivo. Come in questo dialogo dove l’affastellarsi delle voci, nella concitazione e passione dello scambio del pensiero (chi non conosce questa situazione?) raggiunge anche degli effetti umoristici:
“Non è sempre così?” sussurrò Alice a Dolores. “L’amore romantico, quello che contempla e comprende la sessualità, è sempre monogamico, no?”
“Hm. Sì. Ma sei rimasta indietro di un argomento?” rispose Dolores prendendole una Marlboro dal pacchetto appena aperto.
“Dice che gli inciampi con Vittoria l’avevano confusa”, continuava Pilar, “e che la seduzione di Patrizia ha colpito nel segno, e anche lei si era invaghita. Era incantata da quella particolare condizione delle cotte”.
“Spiegazione debole,” sentenziò Stella.
“E quale sarebbe, questa parte mancante nella relazione con Vittoria?” chiese Sylvie. “No, non mancante… appisolata. Che veste ha, questa bella addormentata nella relazione?”
“Ma quale addormentata nel nosco! C’era tutto, per noi!” sbottò Vittoria. “Tutto, avevamo: progetti, realizzazioni, scambi, pensiero, divertimento, allegria, sincerità, sessualità. Vivevamo in un’armonia speciale, insostituibile. E se magari qualcosa per lei non funzionava, perché non dirlo?”
“Hai detto nosco?!” chiesero insieme Stella e Sylvie.
“Vittoria ha ragione,” tagliò corto Dolores. “Anche se magari con qualche problema, la loro relazione meritava un congedo meno traumatico.”
“Cosa vuoi dire?” chiesero insieme Stella, Sylvie e Pilar.
“Vuol dire che Alfonsa ha preteso che Vittoria smettesse di amarla troppo in fretta, avrebbe voluto che in quattro e quattr’otto Vittoria trasformasse la loro relazione in una bella amicizia, così – dall’oggi al domani. Vero, Dolores? Questo volevi dire?” riassunse Alice.
“Cielo ragazze, adesso ho bisogno d’esser tradotta?”
“Ma è stata Vittoria a buttarla fuori di casa! Dopo i tentativi di non far finire tutto! Quale quattro e quattr’otto?” diceva intanto Pilar. E già. Perché esasperata dalla gelosia e dalla rabbia Vittoria aveva intimato ad Alfonsa di andarsene dalla propria casa di Napoli, dove passavano insieme il fine settimana dei “giorni dei tentativi”.
“Va bene. Stiamo calme,” propose Alice Carta. “Dovremmo dirci allora cosa ogni una di noi intenda per meno traumatico, per troppo in fretta, e per quattro e quattr’otto.”
“Un rapporto come il nostro non lo butti via dall’oggi al domani,” disse subito Vittoria.
“Ma questo, Alfonsa non l’ha fatto,” ripeté Pilar. “Tu l’hai mandata via dalla vostra casa, piuttosto!”
“E vorrei anche vedere!” ribatté Vittoria. La sua voce era sempre troppo alta, ma nei suoi occhi era anche sempre pronto un fiotto di lacrime.
“Allora,” riprese Alice, “cominciamo dall’inizio: meno traumatico, come ha detto Dolores, cosa vuol dire? Che Alfonsa… quanto tempo sarebbe dovuta stare con Vittoria come se niente fosse?”
Meno traumatico… quattro e quattr’otto… troppo in fretta: le domande di Alice sono anche le nostre.
C’è un tempo per il delitto e c’è un tempo per la fine di un legame, ma in ambedue avvertiamo un processo di accelerazione. Per non uccidere forse bisogna non avere fretta.
Le questioni, i quesitos direbbe Giuliana, si rincorrono: quanto avrebbe dovuto aspettare chi era stata tradita? e per quanto tempo avrebbe dovuto fare come se niente fosse chi si stava allontanando?
Il tempo è la culla dell’amore, ma anche il suo aguzzino? Di certo l’indugio, come dice Alfonsa a un certo punto, non è concesso perché, nel frattempo, “tutti i non detti si ammassano da qualche parte”, come le ricorda Alice.
E questo tema, la durata di un legame, il due per sempre insito nella promessa iniziale (e che dà il titolo anche alla seconda parte), resta un nodo centrale della tematica del romanzo, quasi un’ossessione, e viene trattato a più riprese. Ecco un altro dialogo via Skype tra Giuliana e Alice (parla Giuliana e poi Alice):
“(…) O si pensa che il sogno d’amore sia soltanto l’incanto dei primi tempi, e dunque ad un certo punto lo si ripete cambiando partner, oppure si pensa che il sogno d’amore sia curare un rapporto, una relazione come dite voi, con accanimento terapeutico curare l’amore, prima di arrendersi. E si fatica, a farlo durare.”
“La tua storia più lunga quanto tempo è durata?”
Quella pausa. Per esser certa di dire davvero la verità. “D’amore? Un po’ meno di nove anni. Guarda, io la dico sempre, la verità. Subito.”
“E… già che sai tutto: cosa ti fa disamorare?”
“Non è vero che so tutto. Mi fa disamorare… la non consapevolezza. Sì, direi la non consapevolezza. Anch’io ne patisco, ma piuttosto di rado.”
Ma la consapevolezza di cui parla Giuliana non è tutto. Forse c’è una nota di presunzione (inconsapevole) in lei che non dà conto di un altro fattore, imprescindibile in un giallo, ma anche in un amore – e che è rappresentato da quella che l’autrice più avanti definirà come “la zona di semioscurità”.
Abbiamo sentito varie volte Chiara Zamboni rammentarci che, nel legame madre figlia e per estensione donna donna, esiste un “oscuro” per il fatto di appartenere allo stesso sesso. Non tenerne conto significa presumere una somiglianza che pare illuminare la scena mentre in realtà la oscura, rendendo indistinguibile l’una dall’altra o avvolgendole nella complementarità (Carta, Penna…).
Sintonia, complementarità: è questo il sogno d’amore?
Dal dialogo tra Alice e Alfonsa, pag. 75:
“Sai, per parecchio tempo non ci siamo parlate tu e io,” riprese Alfonsa, “ma ho pensato e detto grandi certezze che mi stanno crollando addosso. Addosso e dentro. Elena è una donna delicata, d’una delicatezza preziosa. L’ho amata con tutto il cuore, l’ho amata convinta di stare con lei nel vero sogno d’amore, con quella aderenza di pensieri che deve – deve – nutrirsi, deve esser guardata, conosciuta. Anche a costo di cancellare tutto. Perché in certi momenti il tutto di prima è niente, di fronte al sogno d’amore che ti regala un di più di essere. Ti sembro pazza?”
“Aderenza di pensieri,” ripeté Alice.
“Così tu hai definito una volta l’essere innamorate.”
“Ah ecco.”
Vorrei richiamare la vostra attenzione sull’aggettivo “vero” anteposto a “sogno d’amore”. Forse qui il desiderio si è impossessato della penna dell’autrice e ha spazzato via ogni logica per continuare a tessere la sua irresistibile trama … se un sogno di per sé non è vero, essendo un sogno, che cosa potrà mai essere un “vero sogno d’amore”? Qualcuno ebbe a dire che “la realizzazione di un sogno è ancora un sogno, più illusorio degli altri”. Ma tant’è…
Quella aderenza di pensieri (di cui al dialogo precedente) sembra essere il fondamento anche della nascita dell’amore tra la coppia Matilde-Tomaso. Si conoscono in carcere facendo gli scrivani per conto di una coppia di detenuti analfabeti. La loro aderenza nasce attraverso gli incipit delle lettere che si scrivono, dove l’uno da il la a quello successivo, del genere O cara moglie a cui è risposto stasera ti prego: un contrappunto amoroso e segreto per inanellamenti successivi che dura svariati anni.
Anche per Alice è fondamentale questo contrappunto, il non trovarlo sempre in Giuliana le provoca delusione.
Attenzione a questo dialogo Alice-Giuliana:
Giuliana non conosceva la canzone di Ivan Della Mea, la O cara moglie che aveva aperto le strade della relazione per Matilde e Tomaso. Alice la suonò al piano, la cantò dopo aver cercato le parole in Internet.
“Be’ adesso la sai,” disse quando l’ebbe conclusa tre volte.
“Sembri seccata,” dichiarò Giuliana.
“Seccata? No. Solo che… Capisco che non è sempre possibile, ma mi piace di più quando conosci quel che conosco io.”
“Capisco anch’io, ma tu devi capire che tutte pretendono che io sappia le canzoni di lotta e i ritornelli di Sanremo, i nomi i cognomi e le correnti dei più insulsi uomini politici, le virgole degli articoli di dieci anni fa su Via Dogana, le barzellette, le poesie di Patrizia Cavalli, le citazioni da Totò e… È umanamente impossibile, per una che ha vissuto in Messico quasi tutta la vita.”
“Be’ la buona notizia è che io non pretendo niente,” disse Alice alzandosi dallo sgabello del pianoforte per rispondere al telefono.
“C’è modo e modo di pretendere. Se una dice: mi piace di più, pretende.”
Marie Magdeleine Chatel, psicanalista francese, ha inventato, per definire questa delusione, una bellissima espressione: “la non somiglianza delle simili”. A voler essere oneste dobbiamo però riconoscere che questa supposta somiglianza non è solo appannaggio delle coppie omo (dove lo scivolone può essere più comprensibile…), bensì è un’aspettativa di tutte le relazioni con una forte carica di affettività: genitori-figli, coppie etero, amiche, amici, maestro/a-discepolo/a, partner in affari. Può dilatarsi, questa non somiglianza, fino a diventare avversione, odio, per l’impossibilità del suo contrario, oppure può incrinarsi lentamente, a partire da cose banali. E qui l’esergo di Agatha Christie, posto nella seconda parte, suona come un magistrale avvertimento: niente è tanto banale da poter essere trascurato.
È riferito alla scena del delitto, ma possiamo trasferirlo anche sulla scena di un amore:
Non le garbavano, le ombre con Giuliana. Quelle parti meno illuminate dello scambio quotidiano, quelle semioscurità che poi si diradano o smettono d’esser guardate. Difficili da evitare. E che questa scontentezza segnalasse la propria tenace dipendenza non le importava affatto: anzi, era felice di dipendere da Giuliana, di ricevere da lei quel di più di sicurezza e fiducia che trasforma una buona vita in una vita speciale. Che il di più di senso della sua vita dipendesse dalla relazione con Giuliana era un esercizio di maturità, non un’involuzione.
Né le piaceva cogliere delusione in Giuliana, quando lei si intestardiva su un dettaglio e scordava l’orizzonte. Delusione indiscutibile: non perché fosse evidente, anzi Giuliana aveva sempre un modo amorevole e delicato d’offrire ad Alice l’occasione per ripartire, – ma perché era lampante a lei stessa che le proprie pur sporadiche bizzarrie potevano suscitare soltanto scoraggiamento. Non pietà, com’è forse ovvio che mai sia in una relazione d’amore: un leggero avvilimento, d’illusione svanita. Il tempo del minuscolo sconforto.
Ecco comparire il tempo del minuscolo sconforto che può diventare slavina, sgretolamento o addirittura, e qui entriamo nel giallo, eliminazione fisica, assassinio dell’altro in quanto mostro da punire per ristabilire un ordine, una giustizia.
Ma quando tutto sarà compiuto non vi sarà giustizia, ma solo dolore che si aggiunge a dolore.
Infatti l’omicidio, dice Vittoria con una frase tanto profonda quanto semplice “non è mai una buona soluzione”.
Ma non c’è rabbia, astio, odio nei confronti dell’omicida, anzi è un sentimento di dolore per quel suo “amore deformato”, per “l’isolamento del suo cuore”.
Qui il romanzo si chiude con una sorta di rimando a se stesso, al suo inizio: l’amore non può mai essere chiusura, ripiegamento su di sé, abbandono del campo.
E così, al terminare dell’indagine poliziesca di Alice, si concluderà anche la sua (e delle amiche) indagine romantica attraverso quella che viene definita “l’unica conclusione certa”:
” (…) Vi ricordate… scusa, Adriana… vi ricordate il periodo del garbuglio Vittoria-Alfonsa?”
“Sì,” dissero Vittoria e Giuliana. Adriana si alzò da tavola per l’improvvisa urgenza di prendere una bottiglia di acqua frizzante dal frigorifero.
“Eravamo arrivate ad una conclusione certa, in quei giorni: che in amore come in ogni altra relazione importante dire il dispiacere, il disagio, la fatica, dirlo subito, aiuta più di ogni altra mossa,” continuò Alice. “Voi, anche voi, avevate dimostrato quanto sia difficile farlo.”
Difficile, impossibile?
Le ultime righe evocano un cielo stellato, un po’ come l’Inferno dantesco (Uscimmo a riveder le stelle), il che fa bene sperare…
Data la mia nota passione per le rime, vorrei terminare con una quartina:
E Alice Carta alla sua quinta investigazione conclude:
il delitto non è mai una buona soluzione.
Che sia di una persona o di un amore,
che cosa non poteva essere messo prima, in parole
Incomincerò questa presentazione prendendo da Dorothy Sayers (Oxford, 1893-1957) – grande scrittrice di gialli, 15 in tutto – una citazione dalla prefazione di un suo libro: “È stato detto che un interesse amoroso è soltanto un’interferenza in una storia poliziesca. Ma se si pensa ai personaggi che vi sono implicati, è l’interesse poliziesco, invece, che potrebbe sembrare un’interferenza esasperante nella loro storia d’amore…”
Il titolo del libro da cui ho tratto la citazione è Un’indagine romantica (Tartaruga ed., 1991), che potrebbe essere anche un altro possibile titolo di questo ultimo libro di Fiorella Cagnoni – edito dalla Casa Editrice Zane di Lecce, nella collana La Chiocciola.
Anche Angela Donahoe, studiosa inglese (Monash University) ha parlato di un focus, negli ultimi scritti di Fiorella, “much more personal and self-reflexive”.
L’intreccio tra storia d’amore e indagine poliziesca è ammesso dalla stessa autrice, a partire dal titolo della prima parte (Tra un delitto e l’altro) nonché in un dialogo tra la protagonista, la detective Alice Carta a Milano e la sua innamorata Giuliana Penna, in Messico, attraverso uno scambio telefonico che avviene, come è ormai usuale di questi tempi, in Skype:
“Abbiamo un elenco di quesiti interminabile.”
“Ti posso dire qualcosa che non c’entra niente?”
“Cioè?”
“Una volta ho visto scritto quesito, e la prima reazione è stata leggerlo come in spagnolo… come un piccolo queso, un formaggino insomma…”
“Interessante.”
“E poi sai cosa penso, tornando al tema ma un po’ a lato?”
“Dimmelo.”
“Tu hai fatto diciamo varie indagini, no?”
“Hm.”
“Dico, hai risolto qualche mistero, legato a delitti, assassini…”
“E allora?”
“Qui non c’è delitto, eppure c’è una ricostruzione. Di ragioni, di cause, di sospetti e tracce, ombre e luci… Questioni più di psicologia che di reato.”
“Mi fai tornare in mente Poirot,” sorrise Alice Carta.
“In che senso?”
“Diceva: la trama è sempre la stessa, è la psicologia che cambia. Ma cosa intendi? Che in mancanza di un delitto analizzo il mutamento improvviso di un amore?”
“Ma non nel senso che siccome non c’è un delitto indaghi sulla crisi di un amore. Piuttosto che indaghi su questo come se. Intanto che non c’è un vero e proprio delitto.”
Quanto c’è di romantico e quanto di poliziesco in questo libro? Sono due aloni/dimensioni che si intersecano continuamente, sia temporalmente che letterariamente. Viene creato dall’autrice un alone poliziesco intorno alla fine di un amore. Alice Carta cerca di indagare su questa fine come fosse un delitto e lo fa con l’animo – che le è congeniale – della detective, anche se sa perfettamente che in questo tipo di ricostruzione non c’è verità possibile, non c’è una precisa consequenzialità, il nesso causa/effetto sfuma e non esiste alcun assassino da scoprire.
E c’è un alone romantico – che uso nella sua definizione da manuale di letteratura come l’affermazione della libertà individuale, lo scavo psicologico e dei sentimenti, l’inclinazione alla dimensione pedagogica – che percorre anche la parte più propriamente poliziesca.
Quindi romanzo che combina più generi, poliziesco, romantico, pedagogico, che vuol intrattenere ma anche trasmettere un messaggio politico e culturale che attiene alla pratica politica delle donne degli ultimi decenni.
Una sfida ardita per l’autrice di cui si coglie la tensione a far sì che i propri personaggi esprimano fino in fondo – se un fondo ci può mai essere – inquietudini, drammi, desideri e speranze che hanno accomunato e accomunano una, e anche più di una, generazioni di donne e femministe.
“Che la letteratura sia dolce e utile” – ammoniva Orazio, e mi pare che Fiorella abbia fatto suo questo invito.
Il romanzo si divide nettamente in due parti di 90 pagine l’una.
La prima narra della fine, lacerante e fondamentalmente inspiegabile (come la nascita di un amore, ma di questa non ci si chiede il perché) di una relazione d’amore tra due donne; la seconda introduce lo scenario in cui avverrà il delitto e vi si addentra progressivamente, anche se, contrariamente al classico plot del romanzo giallo, perché appaia il cadavere occorre aspettare ben 146 pagine!
Che però il delitto sia nell’aria lo si intuisce già nella prima parte dove compare una pagina di diario, scritta dalla mano assassina, – espediente letterario che crea tensione e annuncia la futura entrata in scena della principale protagonista di ogni romanzo giallo: la morte.
Vivere la vita così – normale. Ma preparandosi all’atto FINALE, perché non si può sfuggire due volte al giudizio definitivo. L’unico giudizio DEFINITIVO è la morte. E se i tribunali degli uomini non condannano a morte, sarà la mia mano a castigare L’INFAMIA.
Nemmeno l’ombra… C’era una canzone che diceva… nemmeno l’ombra della perduta felicità… La felicità te la portano via, non la perdi, non è un accendino o una patente. Quelli si perdono, la felicità te la rubano.
Ogni gesto a suo tempo.
Cancellare il DISONORE.
Non farsi scoprire.
Non il delitto perfetto, che anche quello è una chimera. Al contrario – il perfetto delitto che lava l’onta.
Concedere qualche possibilità di ravvedimento? Difficile da pensare.
Intanto c’erano da sistemare tutte quelle fotografie. Anni e anni di fotografie buttate ancora alla rinfusa in scatole verdi di cartone, che neanche riuscivano a contenerle bene.
ORDINE. Fare ordine.
Qualche informazione per orientarsi nella narrazione: l’amore che si sta estinguendo e che assorbe tutte le prime 90 pagine è quello tra Vittoria e Alfonsa sulla cui vicenda si addensano, si diradano per poi raggrumarsi di nuovo in un fittissimo dialogo, i commenti/pensieri delle amiche della coppia, tra cui Alice Carta e Giuliana Penna: la cui storia d’amore sta invece nascendo proprio all’ombra di questa fine, forse ad indicare l’instancabile lavoro di Eros? O l’insopprimibile tenacia del desiderio dell’Altro.
C’è poi la coppia della tragedia, Matilde e Tomaso, vicini di masseria di Alice e Giuliana.
I luoghi sono Milano, la casa di Alice, le case delle amiche, la Libreria delle donne (prima parte) e, nella seconda parte, Lecce, la masseria dove inizia la vita in comune di Alice e Giuliana e i suoi dintorni, compresa la masseria del delitto, luogo per definizione isolato, come in tutti i gialli che si rispettano…
Accennavo a un “fittissimo dialogo”: questa è la forma preminente in cui si snoda la prima parte del romanzo, una scelta stilistica che ho trovato particolarmente felice e totalmente opposta al metodo di indagine poliziesca, che è invece l’esaltazione di un’unica mente, acuta, solitaria e interrogante. È come se per ragionare sulla fine di un amore occorresse una sorta di “detective plurale”. Si tratta di un dialogo serrato, a catenaccio, dove a volte le locutrici sono perfino difficili da riconoscere, così da sembrare le tante articolazioni di un monologo.
Dice Nathalie Sarraute, scrittrice franco russa e studiosa di teoria della letteratura, che “il dialogo è l’estensione funzionale di un monologo, è una sottoconversazione dell’autore con se stesso” ed è probabile che anche qui, come in tutti i romanzi, le molteplici personagge, cane e gatte incluse, incarnino i vari Sé dell’autrice, impegnata in una sorta di simposio con se stessa per capire che cosa porta a conclusione un rapporto d’amore.
Dice Susan Sontag che in un romanzo psicologico “non deve succedere niente”. E in effetti, in questa prima parte, non succede niente. Vale a dire che si sta ragionando su un già accaduto (la fine del legame) e si preannuncia quello che avverrà (un nuovo inizio d’amore, un delitto… e l’accostamento è inquietante). Dal punto di vista degli eventi stiamo galleggiando in un tempo sospeso, ma contemporaneamente il tempo è uno dei grandi oggetti dell’argomentare collettivo. Come in questo dialogo dove l’affastellarsi delle voci, nella concitazione e passione dello scambio del pensiero (chi non conosce questa situazione?) raggiunge anche degli effetti umoristici: “Non è sempre così?” sussurrò Alice a Dolores. “L’amore romantico, quello che contempla e comprende la sessualità, è sempre monogamico, no?”
“Hm. Sì. Ma sei rimasta indietro di un argomento?” rispose Dolores prendendole una Marlboro dal pacchetto appena aperto.
“Dice che gli inciampi con Vittoria l’avevano confusa”, continuava Pilar, “e che la seduzione di Patrizia ha colpito nel segno, e anche lei si era invaghita. Era incantata da quella particolare condizione delle cotte”.
“Spiegazione debole,” sentenziò Stella.
“E quale sarebbe, questa parte mancante nella relazione con Vittoria?” chiese Sylvie. “No, non mancante… appisolata. Che veste ha, questa bella addormentata nella relazione?”
“Ma quale addormentata nel nosco! C’era tutto, per noi!” sbottò Vittoria. “Tutto, avevamo: progetti, realizzazioni, scambi, pensiero, divertimento, allegria, sincerità, sessualità. Vivevamo in un’armonia speciale, insostituibile. E se magari qualcosa per lei non funzionava, perché non dirlo?”
“Hai detto nosco?!” chiesero insieme Stella e Sylvie.
“Vittoria ha ragione,” tagliò corto Dolores. “Anche se magari con qualche problema, la loro relazione meritava un congedo meno traumatico.”
“Cosa vuoi dire?” chiesero insieme Stella, Sylvie e Pilar.
“Vuol dire che Alfonsa ha preteso che Vittoria smettesse di amarla troppo in fretta, avrebbe voluto che in quattro e quattr’otto Vittoria trasformasse la loro relazione in una bella amicizia, così – dall’oggi al domani. Vero, Dolores? Questo volevi dire?” riassunse Alice.
“Cielo ragazze, adesso ho bisogno d’esser tradotta?”
“Ma è stata Vittoria a buttarla fuori di casa! Dopo i tentativi di non far finire tutto! Quale quattro e quattr’otto?” diceva intanto Pilar. E già. Perché esasperata dalla gelosia e dalla rabbia Vittoria aveva intimato ad Alfonsa di andarsene dalla propria casa di Napoli, dove passavano insieme il fine settimana dei “giorni dei tentativi”.
“Va bene. Stiamo calme,” propose Alice Carta. “Dovremmo dirci allora cosa ogni una di noi intenda per meno traumatico, per troppo in fretta, e per quattro e quattr’otto.”
“Un rapporto come il nostro non lo butti via dall’oggi al domani,” disse subito Vittoria.
“Ma questo, Alfonsa non l’ha fatto,” ripeté Pilar. “Tu l’hai mandata via dalla vostra casa, piuttosto!”
“E vorrei anche vedere!” ribatté Vittoria. La sua voce era sempre troppo alta, ma nei suoi occhi era anche sempre pronto un fiotto di lacrime.
“Allora,” riprese Alice, “cominciamo dall’inizio: meno traumatico, come ha detto Dolores, cosa vuol dire? Che Alfonsa… quanto tempo sarebbe dovuta stare con Vittoria come se niente fosse?”
Meno traumatico… quattro e quattr’otto… troppo in fretta: le domande di Alice sono anche le nostre.
C’è un tempo per il delitto e c’è un tempo per la fine di un legame, ma in ambedue avvertiamo un processo di accelerazione. Per non uccidere forse bisogna non avere fretta.
Le questioni, i quesitos direbbe Giuliana, si rincorrono: quanto avrebbe dovuto aspettare chi era stata tradita? e per quanto tempo avrebbe dovuto fare come se niente fosse chi si stava allontanando?
Il tempo è la culla dell’amore, ma anche il suo aguzzino? Di certo l’indugio, come dice Alfonsa a un certo punto, non è concesso perché, nel frattempo, “tutti i non detti si ammassano da qualche parte”, come le ricorda Alice.
E questo tema, la durata di un legame, il due per sempre insito nella promessa iniziale (e che dà il titolo anche alla seconda parte), resta un nodo centrale della tematica del romanzo, quasi un’ossessione, e viene trattato a più riprese. Ecco un altro dialogo via Skype tra Giuliana e Alice (parla Giuliana e poi Alice): “(…) O si pensa che il sogno d’amore sia soltanto l’incanto dei primi tempi, e dunque ad un certo punto lo si ripete cambiando partner, oppure si pensa che il sogno d’amore sia curare un rapporto, una relazione come dite voi, con accanimento terapeutico curare l’amore, prima di arrendersi. E si fatica, a farlo durare.”
“La tua storia più lunga quanto tempo è durata?”
Quella pausa. Per esser certa di dire davvero la verità. “D’amore? Un po’ meno di nove anni. Guarda, io la dico sempre, la verità. Subito.”
“E… già che sai tutto: cosa ti fa disamorare?”
“Non è vero che so tutto. Mi fa disamorare… la non consapevolezza. Sì, direi la non consapevolezza. Anch’io ne patisco, ma piuttosto di rado.”
Ma la consapevolezza di cui parla Giuliana non è tutto. Forse c’è una nota di presunzione (inconsapevole) in lei che non dà conto di un altro fattore, imprescindibile in un giallo, ma anche in un amore – e che è rappresentato da quella che l’autrice più avanti definirà come “la zona di semioscurità”.
Abbiamo sentito varie volte Chiara Zamboni rammentarci che, nel legame madre figlia e per estensione donna donna, esiste un “oscuro” per il fatto di appartenere allo stesso sesso. Non tenerne conto significa presumere una somiglianza che pare illuminare la scena mentre in realtà la oscura, rendendo indistinguibile l’una dall’altra o avvolgendole nella complementarità (Carta, Penna…).
Sintonia, complementarità: è questo il sogno d’amore?
Dal dialogo tra Alice e Alfonsa, pag. 75:
“Sai, per parecchio tempo non ci siamo parlate tu e io,” riprese Alfonsa, “ma ho pensato e detto grandi certezze che mi stanno crollando addosso. Addosso e dentro. Elena è una donna delicata, d’una delicatezza preziosa. L’ho amata con tutto il cuore, l’ho amata convinta di stare con lei nel vero sogno d’amore, con quella aderenza di pensieri che deve – deve – nutrirsi, deve esser guardata, conosciuta. Anche a costo di cancellare tutto. Perché in certi momenti il tutto di prima è niente, di fronte al sogno d’amore che ti regala un di più di essere. Ti sembro pazza?”
“Aderenza di pensieri,” ripeté Alice.
“Così tu hai definito una volta l’essere innamorate.”
“Ah ecco.”
Vorrei richiamare la vostra attenzione sull’aggettivo “vero” anteposto a “sogno d’amore”. Forse qui il desiderio si è impossessato della penna dell’autrice e ha spazzato via ogni logica per continuare a tessere la sua irresistibile trama … se un sogno di per sé non è vero, essendo un sogno, che cosa potrà mai essere un “vero sogno d’amore”? Qualcuno ebbe a dire che “la realizzazione di un sogno è ancora un sogno, più illusorio degli altri”. Ma tant’è…
Quella aderenza di pensieri (di cui al dialogo precedente) sembra essere il fondamento anche della nascita dell’amore tra la coppia Matilde-Tomaso. Si conoscono in carcere facendo gli scrivani per conto di una coppia di detenuti analfabeti. La loro aderenza nasce attraverso gli incipit delle lettere che si scrivono, dove l’uno da il la a quello successivo, del genere O cara moglie a cui è risposto stasera ti prego: un contrappunto amoroso e segreto per inanellamenti successivi che dura svariati anni.
Anche per Alice è fondamentale questo contrappunto, il non trovarlo sempre in Giuliana le provoca delusione.
Attenzione a questo dialogo Alice-Giuliana:
Giuliana non conosceva la canzone di Ivan Della Mea, la O cara moglie che aveva aperto le strade della relazione per Matilde e Tomaso. Alice la suonò al piano, la cantò dopo aver cercato le parole in Internet.
“Be’ adesso la sai,” disse quando l’ebbe conclusa tre volte.
“Sembri seccata,” dichiarò Giuliana.
“Seccata? No. Solo che… Capisco che non è sempre possibile, ma mi piace di più quando conosci quel che conosco io.”
“Capisco anch’io, ma tu devi capire che tutte pretendono che io sappia le canzoni di lotta e i ritornelli di Sanremo, i nomi i cognomi e le correnti dei più insulsi uomini politici, le virgole degli articoli di dieci anni fa su Via Dogana, le barzellette, le poesie di Patrizia Cavalli, le citazioni da Totò e… È umanamente impossibile, per una che ha vissuto in Messico quasi tutta la vita.”
“Be’ la buona notizia è che io non pretendo niente,” disse Alice alzandosi dallo sgabello del pianoforte per rispondere al telefono.
“C’è modo e modo di pretendere. Se una dice: mi piace di più, pretende.”
Marie Magdeleine Chatel, psicanalista francese, ha inventato, per definire questa delusione, una bellissima espressione: “la non somiglianza delle simili”. A voler essere oneste dobbiamo però riconoscere che questa supposta somiglianza non è solo appannaggio delle coppie omo (dove lo scivolone può essere più comprensibile…), bensì è un’aspettativa di tutte le relazioni con una forte carica di affettività: genitori-figli, coppie etero, amiche, amici, maestro/a-discepolo/a, partner in affari. Può dilatarsi, questa non somiglianza, fino a diventare avversione, odio, per l’impossibilità del suo contrario, oppure può incrinarsi lentamente, a partire da cose banali. E qui l’esergo di Agatha Christie, posto nella seconda parte, suona come un magistrale avvertimento: niente è tanto banale da poter essere trascurato.
È riferito alla scena del delitto, ma possiamo trasferirlo anche sulla scena di un amore:
Non le garbavano, le ombre con Giuliana. Quelle parti meno illuminate dello scambio quotidiano, quelle semioscurità che poi si diradano o smettono d’esser guardate. Difficili da evitare. E che questa scontentezza segnalasse la propria tenace dipendenza non le importava affatto: anzi, era felice di dipendere da Giuliana, di ricevere da lei quel di più di sicurezza e fiducia che trasforma una buona vita in una vita speciale. Che il di più di senso della sua vita dipendesse dalla relazione con Giuliana era un esercizio di maturità, non un’involuzione.
Né le piaceva cogliere delusione in Giuliana, quando lei si intestardiva su un dettaglio e scordava l’orizzonte. Delusione indiscutibile: non perché fosse evidente, anzi Giuliana aveva sempre un modo amorevole e delicato d’offrire ad Alice l’occasione per ripartire, – ma perché era lampante a lei stessa che le proprie pur sporadiche bizzarrie potevano suscitare soltanto scoraggiamento. Non pietà, com’è forse ovvio che mai sia in una relazione d’amore: un leggero avvilimento, d’illusione svanita. Il tempo del minuscolo sconforto.
Ecco comparire il tempo del minuscolo sconforto che può diventare slavina, sgretolamento o addirittura, e qui entriamo nel giallo, eliminazione fisica, assassinio dell’altro in quanto mostro da punire per ristabilire un ordine, una giustizia.
Ma quando tutto sarà compiuto non vi sarà giustizia, ma solo dolore che si aggiunge a dolore.
Infatti l’omicidio, dice Vittoria con una frase tanto profonda quanto semplice “non è mai una buona soluzione”.
Ma non c’è rabbia, astio, odio nei confronti dell’omicida, anzi è un sentimento di dolore per quel suo “amore deformato”, per “l’isolamento del suo cuore”.
Qui il romanzo si chiude con una sorta di rimando a se stesso, al suo inizio: l’amore non può mai essere chiusura, ripiegamento su di sé, abbandono del campo.
E così, al terminare dell’indagine poliziesca di Alice, si concluderà anche la sua (e delle amiche) indagine romantica attraverso quella che viene definita “l’unica conclusione certa”:
” (…) Vi ricordate… scusa, Adriana… vi ricordate il periodo del garbuglio Vittoria-Alfonsa?”
“Sì,” dissero Vittoria e Giuliana. Adriana si alzò da tavola per l’improvvisa urgenza di prendere una bottiglia di acqua frizzante dal frigorifero.
“Eravamo arrivate ad una conclusione certa, in quei giorni: che in amore come in ogni altra relazione importante dire il dispiacere, il disagio, la fatica, dirlo subito, aiuta più di ogni altra mossa,” continuò Alice. “Voi, anche voi, avevate dimostrato quanto sia difficile farlo.”
Difficile, impossibile?
Le ultime righe evocano un cielo stellato, un po’ come l’Inferno dantesco (Uscimmo a riveder le stelle), il che fa bene sperare…
Data la mia nota passione per le rime, vorrei terminare con una quartina:
E Alice Carta alla sua quinta investigazione conclude:
il delitto non è mai una buona soluzione.
Che sia di una persona o di un amore,
che cosa non poteva essere messo prima, in parole?
Anna Maria Ortese
Non c’ è forse, dopo l’ Italia, un altro Paese al mondo dove ciascun abitante abbia come massima ambizione lo scrivere, e ce n’ è pochi altri dove quel che ciascuno scrive – pura smania di dilettante o regolarissima professione – scivoli, per così dire, sull’ attenzione dell’ altro, come la pioggia su un vetro. Ma scivola è un’ espressione indulgente: inquieta, offende, avvilisce, si vorrebbe dire. Ogni abitante-scrittore se ne sta sul suo manoscritto come il bambino, a tavola, col mento nella sua scodella, sogguardando la scodella, cioè il manoscritto, dell’ altro: e se quello è più colmo, sono occhiatacce, lacrime… si sente parlare del tale, del tal altro che ha pubblicato o sta per pubblicare un nuovo libro. Subito, chi ha questa italianissima passione dello scrivere, o dello scrivere ha fatto il suo mestiere, si precipita a vedere di che si tratta, e in che cosa il rivale si mostri inferiore a quel che se ne dice, o si temi. Se il sospetto, la paura, si rivelano infondati, è un sollievo tinteggiato di nobile comprensione: «Un buon libro… Hai letto l’ ultimo libro di T.? Certo potrebbe far meglio… L’ ho sfogliato appena – e me ne dispiace – ma non ho mai il tempo di leggere…». Ed è vero: perché se appena alle prime pagine il rivale appare quel che si desidera – un mediocre – cessato l’ allarme, la sua modesta fatica non interessa più. Quando già alle prime pagine, invece, lo scrittore-lettore si rende conto di trovarsi di fronte a un’ autentica novità e forza, il colpo che ne riceve è così brusco che, lì per lì, non riesce a fiatare, e se ne sta zitto e disfatto nel suo angolo. Di continuare non se ne parla, prova una specie di nausea. In un secondo momento, però, scoppia la reazione: si tratta di un’ opera indegna, una vera truffa letteraria, «ma dove andiamo a finire di questo passo… vedrai che a quello gli danno un premio…», e così via. E il premio qualche volta arriva, e allora è un dolore, un lutto generale, e si cominciano a scrivere articoli abilissimi dove si parla perfino del primissimo elzeviro dello studente di Caltagirone, o si elevano entusiastiche lodi all’ ingegno di V., che, novantenne, ha ristampato l’ intera mole delle sue opere, insipide e pesanti come patate: e solo si tace il nome del vero colpevole, l’ ultimo arrivato, che non è stato al gioco d’ infilare le parole l’ una dopo l’ altra, semplicemente, ma ha «adoperato» la parola, l’ ha mortificata mettendola al servizio di alcuni interessi. Interessi! Non è che gli scrittori italiani non ne abbiano, e anche belli e vivi: ma nulla, ad essi, per tradizione e per gusto, è più caro del piacere di scrivere; e si sa come gli interessi, le passioni, le ire, la costante ricerca di una verità che non sia soltanto quella della nostra pelle, ma la verità tua e mia, siano contrari a questo raffinatissimo tipo di piacere. Raffinatissimo per i vecchi, naturalmente. Per i giovani, e non mi riferisco, s’ intende, a una giovinezza di soli anni, scrivere, se ci sono delle passioni o delle collere da raccontare, è anche un piacere, ma per caso. Non scrive per provare piacere, insomma, un giovane: scrive per farsi uomo, uomo che esprime gli altri, che riveli in sé gli altri, che sia un’ aggiunta al patrimonio degli altri. Si capisce così, data questa tendenza degli italiani a concepire lo scrivere come un piacere, perché da noi tutti scrivano e nessuno legga, e quello che minaccia di farsi leggere dagli altri che non siano gli scrittori colleghi sia considerato un intruso e gli si tolga magari il saluto (…); si capisce perché la nostra letteratura sia in genere un soliloquio, uno sfogo forbito oppure curioso, mai un’ autentica voce, un richiamo, un grido che turbi, una parola che rompa la nebbia in cui dormono le coscienze, il lampo di un giorno nuovo. Noi scriviamo per piacere a noi stessi, nel migliore dei casi; nel peggiore, agli altri: quando avremmo bisogno ogni giorno di ripeterci che siamo la più fastidiosa espressione della nullità, nella più arretrata e insignificante delle nazioni. Esemplare espressione di un costume e anche di un Paese dove le lettere, nella loro generalità, non furono mai fini a se stesse, ma modo di esprimersi di quegli interessi e passioni che, soli, fanno umana la vita dell’ uomo, e proprio per questo diventano a volte altissima letteratura,è il carteggio M. Gorki – A. Cechov. (…) Cechov e Gorki non erano soltanto due illustri letterati, in certo senso non lo erano affatto, erano due enormi scrittori, non vivevano per scrivere, ma scrivevano per vivere normalmente, per divenire, per realizzarsi come uomini veramente liberi, come spiriti in cui moltitudini di uomini si sarebbero ritrovati, riconosciuti, e sarebbero a loro volta divenuti sinceri, onesti, liberi. E per questo, perché essi non avevano altro scopo, i libri e le regole dello studio, del mestiere di scrivere, ritornavano, come dovrebbe essere, al ruolo di secchi strumenti, e per la vita guardata allo specchio non c’ era posto. Contava la vita nuda. Contava l’ immersione continua nel mare doloroso del mondo, contava il coraggio con cui si affrontava la vista di tutto il male, le sofferenze, le vergogne possibili; e il collega era semplicemente, nella grande lotta contro tutto ciò che opprime l’ uomo, un compagno, la cui opera, a quel fine, era importante quanto la propria. Perché si proponeva qualche fine, allora, l’ intelligenza. Un fine superiore al piacere, alla pelle. Ed ecco l’ interesse profondo di uno per l’ altro, il rispetto, l’ ammirazione, la solidarietà, il bene. Cose che fanno sorridere, adesso. Ma a leggere, in segreto, questo carteggio, ecco che il cuore si mette a battere, e non siamo più nel nostro Paese, e neppure nel nostro tempo, siamo molto lontano, non si vedono manifesti, ma si odono voci: e gli occhi splendono, le mani ardono.
Massimo Valsecchi
Premessa
Una delle contraddizioni insite nelle attività di prevenzione (che sono definite “paradossi di prevenzione”) è costituita dal fatto che la parte di popolazione più svantaggiata dal punto di vista sociale tende ad utilizzare di meno le possibilità di prevenzione (anche quando queste sono offerte gratuitamente) rispetto al resto della popolazione.
Questo paradosso descritto nel rapporto Independent Inquiry into Inequalities in Health di Sir Donald Acheson edito nel lontano 1998 e commissionato dal governo laburista in carica (vedi L’Arco di Giano n.42004) deve essere contrastato dai servizi sanitari nazionali ed in realtà ciò accade in alcuni Paesi europei avanzati (dall’ Inghilterra alla Slovenia) che programmano specifici interventi di contrasto delle inequalities sanitarie.
Nel nostro Paese, questo tema non è ancora stato affrontato nei documenti nazionali di programmazione sanitaria.
Il tema non è citato nel Documento preliminare informativo sui contenuti del nuovo Piano Sanitario Nazionale 2010-2012 consegnato dal Ministro Fazio alla Conferenza Stato-Regioni del 29 aprile 2010.
Parimente assente nell’approvato Piano nazionale per la prevenzione (PNP) per gli anni 2020-2012) che trova, per altro, modo di enfatizzare la necessità di una nuova “medicina predittiva”
Il tema, invece, sia pure in termini molto disomogenei o anche di sola citazione trova attenzione in diversi dei Piani regionali di prevenzione 2010-2012 (Prp): Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trentino, Umbria e Valle D’Aosta.
Scontiamo dunque un forte ritardo rispetto alle indicazioni dell’OMS e dell’Unione Europea di inserire in ogni programma sanitario una specifica valutazione dell’effetto che tali interventi possono comportare nell’ampliare o diminuire le disuguaglianze sanitarie esistenti.
In realtà sono molte le attività di contrasto alle disuguaglianze che diffusamente vengono organizzate nel Paese anche se al di fuori di una cornice generale di riferimento; penso, quindi, sia importante cominciare a dar loro risalto tentando di identificare il mosaico di iniziative realizzabili e realizzate in modo da innescare la possibilità che possano essere replicate in altre zone del Paese.
Vaccinare i bambini Rom
Una di queste iniziative è in atto dalla fine 2010 nella città di Verona con l’obiettivo di raggiungere e vaccinare i bambini dei nuclei familiari Rom di origine romena che erano ospitati in un campo nomadi (di Boscomantico) successivamente chiuso dall’Amministrazione comunale.
Si tratta di un piccolo gruppo di 150 persone , metà delle quali di età inferiore ai 12 anni che ,dopo la chiusura del campo, si sono disperse su tutto il territorio provinciale.
Il campo, che è rimasto aperto dal 2005 al 2007, ospitava 29 famiglie con una media di 5 membri per famiglia e presentava una demografia – ed una prevalenza di patologie- del tutto particolare: rapporto maschi/femmine 0,85; età media di soli 14,5 anni (13,4 per i maschi e 15,4 per le femmine); 37% della popolazione di età < 6 anni; 8% della popolazione di età > 30 anni, con l’adulto più anziano di 51 anni di età. (F. Abrescia, M Veronesi, M.Gobbo, M. Degani, M. Mistretta, Z. Bisoffi. High prevalence of Giardiasis in a Gipsy Roma Community in Verona, Italy . Italian Journal of Tropical Medicine. Vol. 15, N. 1-4, 2010)
Durante il periodo di apertura del campo sono state tentate diverse modalità pervaccinare i bambini; sono state riservati per loro degli orari specifici concordati presso il distretto ma con scarso risultato. Si è così tentato di effettuare la profilassi vaccinale loco in un piccolo ambulatorio pediatrico che, però, non ha retto alle difficoltà ambientali e che, quindi aveva dovuto essere chiuso.
Il nuovo tentativo del Dipartimento di Prevenzione è ripartito con un approccio diverso e cioè quello di favorire ed organizzare l’afflusso di questi bambini verso uno dei nostri ambulatori vaccinali .
Questa modalità , oltre al non piccolo pregio di essersi dimostrata efficace, ha consentito di “normalizzare” l’offerta vaccinale per questa popolazione di utenti alla quale vengono così offerti standard di qualità e sicurezza che non potevano essere raggiunti facilmente in un ambulatorio provvisorio. Chiave di volta dell’operazione è stata la partecipazione di una ONLUS molto attiva “Medici per la Pace” che ha esperienza di interventi sanitari in zone disagiate del mondo e che, quando era aperto, già aveva operato all’interno del campo di Boscomantico guadagnandosi la fiducia dei suoi occupanti. (http://www.mediciperlapace.org)
Con questa ONLUS è stata stesa una specifica convenzione da parte della ULSS, che ha attinto le modeste risorse economiche necessarie (4.000 euro), da un piano della regione Veneto per il miglioramento delle attività vaccinali.
(la delibera dell’ULSS e le relative convenzioni con l’ONLUS sono scaricabili dal sito: http://prevenzione.ulss20.verona.it/ nella sezione : i problemi nascosti: Disuguaglianze in sanità ).
Le modalità operative utilizzate sono le seguenti:
-Gli operatori dell’ONLUS contattano i singoli gruppi familiari, raccolgono la documentazione vaccinale, se esistente, e prenotano un appuntamento con il medico vaccinatore del distretto individuato.
-Nel giorno definito il mediatore accompagna il nucleo familiare nell’ambulatorio distrettuale dove vengono effettuate l’analisi della documentazione raccolta e la verifica degli eventuali dati già presenti nell’anagrafe vaccinale elettronica. Viene così definito il programma di vaccinazioni ed effettuate le prime somministrazioni se il piccolo è del tutto scoperto o la ripresa del programma se il bambino aveva già iniziato un ciclo vacciale.
Si è concordato che in caso non sia disponibile documentazione e i genitori non ricordino se e con che cosa i piccoli sono stati vaccinati sia preferibile evitare la ricerca di anticorpi e, quindi, nel dubbio si procede senz’altro con la vaccinazione.
-Tutte le vaccinazioni ( difterite,tetano, pertosse, Haemophilus influenzae b, epatite b, polio Salk , meningococco C , pneumococco, morbillo, parotite, rosolia varicella, HPV) sono, ovviamente offerte gratuitamente.
La vaccinazione contro gli HPV (un gruppo di virus molto diffusi che vengono contratti con l’attività sessuale e che sono considerati causa dei tumori della cervice uterina ) è particolarmente importante per le bambine (la offriamo a dieci anni di età) dato che, in questa comunità così mobile è più difficile, rispetto alla popolazione generale, organizzare lo screening per i pap test periodici, che costituiscono un intervento di provata efficacia nei confronti della prevenzione della comparsa dei carcinomi cervicali.
Questo intervento appare tanto più significativo quando si tenga conto della elevata prevalenza del cancro cervicale (e della mortalità ad esso correlata) nell’area di origine della popolazione in esame- sud est della Romania – così come in numerosi altri paesi dell’est Europa (Bulgaria, Estonia, Latvia, Lituania etc.) (M. Arbyn, J. Antoine, Z. Valerianova, M. Magi,A. Stengrevics, G. Smailyte, O. Suteu and A. Micheli. Trends in cervical cancer incidence and mortality in Bulgaria, Estonia, Latvia, Lithuania and Romania. Tumori Vol. 96 N. 4 July-August 2010 517-523)
Con l’estensione in atto dell’intervento offriremo questa vaccinazione anche alle mamme dei bambini.
E’ singolare che all’interno del gran numero di convegni e programmi organizzati per l’introduzione di questo vaccino nel nostro Paese non abbia trovato posto nessuna iniziativa specifica a favore di questa popolazione che presenta in assoluto il miglior rapporto costibenefici di questa pratica preventiva e costituisce , così, un esempio da manuale del “paradosso della prevenzione” di cui parlavo all’inizio.
Sulla base della non felice esperienza precedente avevamo una serie di dubbi sulla possibilità di riuscita dell’intervento che in realtà sta funzionando molto bene e che ci ha riservato anche alcune sorprese positive.
La prima è stata che data la giovanissima età dei genitori che accompagnano i loro figli, il medico vaccinatore del distretto ha offerto anche a loro la profilassi vaccinale ottenendo una buona risposta positiva (vedi tabella seguente).
Soggetti vaccinati dal 16.12.2010 al 21.04.2011
Età 0-12: Femmine 7; Maschi 19; Totale 26
Età 13-18: Femmine 3; Maschi 2; Totale 5
Età 19-30: Femmine 14; Maschi 3; Totale 17
Età 30-40: Femmine 2; Maschi 4; Totale 6
Totale: Femmine 26; Maschi 28; Totale 54
Il secondo aspetto è che questo intervento specifico sulla vaccinazione dei bambini ha aperto un canale di comunicazione sulle necessità sanitarie di questa popolazione che evidenzia aspetti di crescente interesse.
Uno di questi è il tentativo di organizzare lo screening del cervico carcinoma per le mamme che accompagnano i loro figli in distretto.
Nel corso dei contatti con queste donne è emerso anche un ulteriore elemento interessante e cioè la loro richiesta di essere informate sulle possibilità di controllo della gravidanze .
-Il progetto si sta ora espandendo; è stata rinnovata la convenzione con l’ONLUS con l’ obiettivo di utilizzare le stesse modalità di intervento in un campo nomadi di carattere più stanziale che ospita da molti anni famiglie Sinti.
Reportages – Due libri emblematici per sondare quanto accade oggi in Russia
Da Mosca alla disillusione sulla via di un eterno ritorno.
Esce per le edizioni e/o un libro di Valerij Panjushkin e da Zandonai il resoconto di Susanne Scholl , per vent’anni corrispondente austriaca da Mosca
Valentina Parisi
«Volevamo il meglio e invece ci è scappato il solito». È a dir poco emblematico che la celebre frase pronunciata dal primo ministro russo Viktor Cernomyrdin all’indomani della riforma monetaria del 1993 echeggi come una sorta di mantra nei due libri che, forse, più di altri restituiscono il senso di quanto sta accadendo (o non accadendo) oggi in Russia. L’autoironica variante locale della proverbiale strada per l’inferno lastricata di buone intenzioni torna, infatti, sia nell’appassionante 12 che hanno detto no. La lotta per la libertà nella Russia di Valerij Panjushkin (edito da e/o nella traduzione di Claudia Valentini rivista da Leonardo Marcello Pignataro), sia nel più disincantato Russia senz’anima? (tradotto per Zandonai da Chiara Marmugi) della giornalista viennese Susanne Scholl, che la utilizza addirittura come epigrafe. Accomunati da eguale rigore e da una struttura narrativa che fa sfilare a turno davanti agli occhi del lettore protagonisti e comparse della storia russa recente, i reportage di Panjushkin e della Scholl arrivano a conclusioni differenti per quanto riguarda l’interpretazione dell’aforisma di Cernomyrdin, che alcuni in realtà attribuiscono a commentatori più illustri – dal classico della satira ottocentesca Michail Sal’tykov-Scedrin al principe anarchico Petr Kropotkin. Se per l’austriaca Scholl quell’inquietante «solito» che subentra inevitabilmente al «meglio» allude agli eterni ritorni della storia russa e a una sua atavica non riformabilità (non a caso, l’altro esergo è una citazione di Karamzin «La Russia ha due problemi: le strade dissestate e gli idioti»), per il leningradese Panjushkin invece tale constatazione si lega in primo luogo al fallito esperimento liberal-democratico degli anni ’90 e al rapidissimo ritorno a quel populismo oligarchico dalle mai sopite aspirazioni imperiali che appare tuttora così in voga.
D’altro canto, se Susanne Scholl (per vent’anni corrispondente da Mosca per l’emittente Orf) preferisce dedicarsi alla ampia zona grigia della società russa, indifferente alla politica perché troppo concentrata sui problemi della sopravvivenza quotidiana, il quarantaduenne collaboratore di «Kommersant», «Vedomosti» e «Snob» ripercorre invece le recenti incarnazioni della figura quanto mai attuale del dissidente, inteso nella sua valenza etimologica: colui la cui voce risuona fatalmente fuori dal coro («nesoglasnyj»). E lo fa affidandosi a un numero – il dodici – fortemente simbolico che, al di là degli immediati riferimenti evangelici, evoca il poema di Aleksandr Blok, ma anche l’omonimo e controverso film girato da Nikita Michalkov nel 2007 e centrato sul processo a un diciottenne ceceno accusato di aver ucciso il padre adottivo, ufficiale russo di stanza a Groznyj. Maneggiando con estrema perizia la trama dei possibili nessi intertestuali, Panjushkin confeziona un testo incalzante che non cede a tentazioni autocommiserative, inanellando i ritratti di undici oppositori racchiusi in uno spettro politico decisamente ampio, che va dal neoliberismo di Andrej Illarionov, consigliere economico di Putin dal 2000 al 2005, al nazionalbolscevismo di Maksim Gromov.
Undici cammei a loro volta incastonati in una cornice narrativa – quella offerta dalle «marce dei dissidenti» che si svolsero il 24 novembre 2007 a Mosca e il giorno seguente a Pietroburgo – sanciscono la posizione dell’autore come «persona coinvolta nei fatti», ovvero al fianco dei manifestanti sotto le manganellate delle unità speciali Omon. Rimpiazzando lo scrittore Limonov come eventuale dodicesimo «eroe» («impossibile scrivere qualcosa su Eduard che non abbia già detto lui stesso», si è giustificato Panjushkin ai microfoni di Radio Svoboda), l’autore ne occupa il posto lasciato vacante non tanto per malinteso protagonismo, quanto per evidenziare come in Russia il ruolo della stampa non asservita non possa che essere ipso facto militante. Ne consegue una calcolata alternanza di pathos (ispirato alla memorialistica di fine ‘800 dei terroristi di Narodnaja Volja e alla figura del rivoluzionario che si sacrifica per redimere il popolo) e osservazioni lapidarie non di rado indirizzate verso i propri stessi compagni, come nel passo in cui Masha Gajdar e Marina Litvinovic si contendono la scena per essere inquadrate accanto a Garri Kasparov, leader della coalizione «Un’altra Russia», appena scarcerato. Per non parlare delle frecciate ai colleghi delle televisioni occidentali che per le loro riprese prediligono lo sfondo di scassate macchine d’epoca sovietica sempre più introvabili, almeno nella capitale («è evidente che, secondo loro, nel filmato Mosca deve sembrare L’Avana su cui però è piombato un ghiacciaio»).
Troppo lucido per nutrire soverchie illusioni sulla possibilità di trasformare l’opposizione al regime in un fenomeno di massa, Panjushkin concentra la propria attenzione sull’atto di ribellione o di dissenso individuale e sul valore ideale di tali testimonianze. Esemplari in questo senso le esperienze della stessa Gajdar che nell’inverno del 2006 si calò dal ponte prospiciente il Cremlino per protestare contro l’annullamento delle elezioni alla carica di governatore, o Il’ja Jashin, coordinatore dei giovani democratici di «Jabloko», che dopo la débâcle subita nel 2003, si addentrò nella provincia più remota per capire «che razza di paese fosse quello in cui non si riusciva a trovare un 5% che votasse per un partito che sosteneva la pace, la libertà, la democrazia, il rispetto della dignità umana». Da questo punto di vista è interessante confrontare le sue conclusioni con le testimonianze raccolte della Scholl. Se, in fondo, non appare più di tanto bizzarro il paragone istituito dai due anziani contadini, che hanno accolto Jashin nella loro izba, tra il presidente Putin e un fenomeno atmosferico come la neve o la grandine, che imperversa per poi cessare, ben più sconcertante è ritrovare la stessa immagine sulle labbra di una delle più celebri scrittrici russe contemporanee, nientemeno che Ljudmila Ulickaja. «La politica è come il tempo. A volte è molto brutto, ma non ci si può fare niente», taglia corto di fronte a una domanda provocatoria della giornalista austriaca, che le aveva chiesto se il suo rifiuto di pronunciarsi sulla situazione russa non equivalesse a un esilio volontario nella sfera privata.
Metafore meteorologiche a parte, Russia senz’anima? alterna inedite incursioni nelle storie quotidiane della gente comune a incontri con volti più o meno noti dell’intelligencija come Galina Mursalieva (giornalista di «Novaja gazeta» e vicina di scrivania di Anna Politkovskaja), o Alla Gerber, presidentessa della semisconosciuta Fondazione per l’Olocausto, la figlia adottiva di Chruscev Svetlana e la stessa Ulickaja. Sullo sfondo di questa nutrita rappresentanza femminile (non a caso, la Scholl torna ripetutamente sulla presenza assai effimera della figura paterna nella società sovietica e russa) si proietta la visita alla famiglia Erofeev, qui presentata nelle sue tre ipostasi maschili: il capostipite Vladimir, diplomatico nonché interprete personale di Stalin; Viktor, primogenito reprobo che nel 1979 mise in imbarazzo il genitore con la sua «criminale» partecipazione all’almanacco samizdat «Metropol», e infine il figlio minore Andrej, ex direttore della sezione contemporanea della galleria Tret’jakov, caduto in disgrazia per aver curato una mostra tacciata di blasfemia. Ma il pregio maggiore di Russia senz’anima? risiede probabilmente nelle sue osservazioni all’apparenza più frivole e disimpegnate, nella capacità di evocare i realia meno noti di Mosca – megalopoli asfissiante «creata non per le persone», come amano ripetere i suoi stessi abitanti con una punta di masochismo. Un dono che fa somigliare il libro della Scholl a una madeleine proustiana per chiunque abbia avuto la ventura di confrontarsi con la capitale russa in tempi recenti.
Una grande retrospettiva londinese alla Hayward Gallery, che coglie i punti di debolezza dell’opera di Tracey Emin e li ribalta, facendoli diventare punti di forza. Ed è la vista stessa che va in mostra. Non è un luogo comune, è la “poetica” dell’inglese. Che tanto ricorda in ciò Frida Khalo.
di Paola Cacciari
Tracey Emin – Knowing My Enemy – 2002 – courtesy White Cube, Londra – photo Stephen White
Dal sobborgo londinese di Croydon, dov’è nata, a Margate, sulla costa del Kent, nel Sud dell’Inghilterra, dov’è cresciuta; e ancora lo stupro, l’aborto, il successo, l’alcolismo, il suo gatto, l’incapacità di trovare l’amore o di avere un figlio: non passa giorno senza che i media riportino un brano più o meno scandaloso della sua vita. Una vita così costantemente sotto i riflettori che, più che con l’artista nominata per il Turner Prize, sembra di avere a che fare con un personaggio del Truman Show. E allora che cosa ci racconta di nuovo, di lei, la retrospettiva alla Hayward Gallery?
Tenera, aggressiva, affettuosa, arrogante, provocante: Tracey Emin (Londra, 1963) non tenta mai di sembrare diversa da se stessa. E non vuole. Credendo fermamente che avere segreti sia una cosa pericolosa, l’artista apre al mondo il vaso di Pandora delle sue emozioni. E la sua onestà è disarmante: ciò che può sembrare esibizionismo gratuito non è altro che il tentativo di comprendere e scendere a patti con i traumatici eventi che hanno segnato la sua vita. E il trauma è ovunque, nell’arte della Emin: nelle coloratissime trapunte che punteggiano le pareti della Hayward Gallery, nei disegni, nelle sculture e nelle installazioni di grandi dimensioni e nei numerosi video che compongono Love is what you want.
Ogni opera di questa straordinaria retrospettiva sembra sfumare nella successiva. Videoinstallazioni come Why I never became a dancer e How it Feels, in cui la Emin descrive con la calma surreale gli abusi sessuali dell’adolescenza in Margate e la sofferenza, fisica e mentale, dell’aborto sono opere di straordinaria intimità, veri e propri videodiari di un’anima inquieta che cerca chiarezza.
Sulle trapunte, i cosiddetti quilts (che tanta importanza hanno nella storia culturale anglosassone) l’artista cuce lettere, frasi, testi, disegni, parole. Sono ordini, dichiarazioni, domande senza risposte, quelle che galleggiano nell’aria chiedendo solo di essere udite. E le parole sono ovunque in questa mostra, non solo cucite sulle coperte. Sono scribacchiate con la biro, stampate, ricamate, persino curvate in tubi di neon, come nell’installazione che dà il titolo alla mostra. Migliaia di parole, che assalgono l’osservatore con un’urgenza autobiografica che testimonia una ferita ancora aperta. Novella Frida Khalo, la Emin ha fatto della sua arte l’espressione di una leggenda personale.
Quello che offre è un frammento multimediale – su stoffa, carta, legno, video, neon – di una biografia in corso di svolgimento. Una biografia raccontata con intelligenza e sensibilità dai curatori della mostra, Cliff Lauson e Ralph Rugoff, e il cui grande merito è di aver scelto opere che hanno il pregio di trasformare quelle che sono le debolezze dell’arte della Emin – come una certa tendenza alla ripetizione – in punti di forza, con l’aver dedicato molto spazio ai suoi disegni. Disegni piccoli, invitanti, violenti, il cui tratto nervoso ricorda l’espressionismo di Schiele.
Perché quando è in vena, Tracey Emin disegna come un angelo. Un angelo travolto dalla vita, forse. Ma soprattutto un angelo che, nonostante tutto, riesce a non prendersi troppo sul serio.
Paola Cacciari
Londra // fino al 29 agosto 2011
Tracey Emin – Love is what you want
a cura di Cliff Lauson e Ralph Rugoff
www.haywardgallery.org.uk
Da Il Quotidiano della Calabria – OGNI donna che denuncia per violenza sessuale un uomo, comune mortale o potente che sia, si è sempre trovata, e si trova tutt’ora, a dover fare i conti con la questione di essere creduta. Veniamo da una storia millenaria in cui gli uomini si sono impadroniti della “verità”, dell’autorità della parola, spacciandola per universale. La parola femminile per essere creduta ha sempre avuto bisogno di un supplemento di credibilità, ancor di più se a essere messa in questione era ed è la sessualità maschile. Perché di questo si tratta, quando parliamo di violenza maschile sulle donne. Alcuni uomini, pochi, lo hanno capito e, a partire da sé, hanno consapevolmente riconosciuto: «La violenza maschile sulle donne ci appartiene», perché se è vero che non tutti gli uomini sono stupratori è anche vero che tutti gli stupratori sono uomini, e nessuno di loro è un mostro. Tanti, la maggior parte, questo ancora non l’hanno capito, come dimostrano gli interventi su questo giornale, seguiti alla condanna a nove anni di padre Fedele per aver violentato una suora. Non è un caso che gli amici del frate, parlando di lui, non sanno dire niente della sua e loro sessualità, della cultura patriarcale, di cui la chiesa ne è stato un baluardo, che ha costruito una virilità violenta e prevaricatrice e una morale doppia, tripla della sessualità maschile. Oggi tutto questo è stato messo in discussione dalle donne che parlano e “sputtanano” gli uomini, abituati alla doppia morale, pubblico e privato. Questo è un fatto politico, è la fine del patriarcato, che molti uomini non riescono a registrare e da qui lo shock, lo sconcerto quando vengono a scoprire che le donne non tacciono più, non obbediscono, non si sottomettono né si rendono più loro complici. È così che io spiego il comportamento di padre Fedele, che mai si sarebbe aspettato che la suora lo denunciasse e meno che mai che un tribunale potesse credere alle parole di una donna. La chiesa non ha sempre insegnato alle donne che dovevano tacere, obbedire e che “i panni sporchi si lavano in famiglia”? La suora che ha subito violenza da padre Fedele, sostenuta dalle consorelle e dalla madre superiora generale, che il giorno della sentenza è voluta essere presente, venendo direttamente da New York, ha detto che tutto questo è finito, anche dentro la chiesa. Certo è che le donne sono cambiate e con loro è cambiata anche la società. Questo lo dico pensando al fatto che anche chi continua a difendere padre Fedele, mettendo in discussione la parola della suora di cui anche il tribunale ha riconosciuto la credibilità, considera lo stupro inaccettabile. Nessuno giustifica più lo stupratore, come avveniva nel passato, e, proprio perché se ne intuisce l’abominio, viene loro difficile credere che quell’uomo, conosciuto nelle sue vesti pubbliche, si sia potuto macchiare di un tale crimine. Ma chiedo a costoro, a quale stereotipo di violentatore dovrebbe corrispondere padre Fedele perché possiate credere alla parola della suora? A quale stereotipo di vittima dovrebbe corrispondere la suora perché consideriate credibili le sue accuse? Davvero pensate che chi violenta una donna è un mostro e come tale è riconoscibile? No, sono uomini comuni a esercitare violenza sulle donne, mariti, fidanzati, conoscenti, padri, amici, uomini di ogni ceto sociale e di ogni età, uomini di potere con una vita pubblica di successo e di rispettabilità. Le buone azioni di padre Fedele, di cui parlate, non solo non annullano il reato, di cui la suora lo ha accusato e per cui il tribunale lo ha condannato, anzi ne sono un’aggravante. Alla suora, della cui parola non ho mai dubitato, all’avvocata Marina Pasqua, alle consorelle e alla madre generale, voglio esprimere tutta la mia gratitudine per aver difeso il loro, e il mio, amore femminile per la libertà.
Nel rapporto sessuale, anche a pagamento, può esserci violenza. Screditare la vittima è la tattica difensiva dei processi per stupro
di Ida Dominijanni, Manuela Fraire
Giustamente Luisa Muraro, sul manifesto del 5 luglio, chiede di tenere aperta
la discussione sul modo in cui questo giornale (in compagnia di molti altri, in
Italia e nel mondo, ma questo non è un alibi) ha registrato la «svolta» di
pochi giorni fa nell’affare Strauss-Khan: assumendo che la scarsa credibilità
attribuita dagli inquirenti a Ofelia, al secolo Nafissatu Diallo, a causa dei
suoi precedenti di vita, vanifichi automaticamente la credibilità delle sue
accuse all’ex presidente dell’Fmi, e avallando il ribaltamento di Strauss Khan
da presunto colpevole di stupro a vittima delle menzogne della cameriera o/e di
un complotto dei suoi avversari.
Sulle cautele garantiste che sarebbero necessarie rispetto all’inchiesta (in
quali condizioni e in quale lingua è stata interrogata Ofelia? le incoerenze
del suo racconto sono menzogne o contraddizioni?, eccetera) ha già scritto con
cognizione di causa Nancy Bailey (il manifesto, 4/7) e non c’è bisogno di
tornarci. Bisogna invece tornare su due punti che dopo mezzo secolo di
femminismo dovrebbero essere punti fermi, e che invece nella discussione sul
caso Strauss-Khan, troppo viziata dalla «guerra culturale» tra Francia e Usa e
dalla preoccupazione per i destini di un potente della terra, rischiano
continuamente di saltare.
Il primo: può verificarsi violenza all’interno di un rapporto sessuale
iniziato consensualmente? Il secondo: può una donna che abbia mentito su alcune
circostanze della sua vita essere credibile quando afferma di aver subito una
violenza sessuale?
In entrambi i casi la risposta è sì. Il principio per cui una donna deve poter
sottrarsi a un rapporto sessuale in qualunque momento lo percepisca come
violento, e non può essere costretta a continuarlo, dovrebbe essere sempre
tenuto presente nella valutazione di casi come questo. I rapporti sessuali a
pagamento non costituiscono un’eccezione a questo principio: basta ascoltare o
leggere ciò che le prostitute dicono di sé per sapere che la contrattazione
dettagliata delle prestazioni è la loro prima tutela dalle derive violente
della sessualità dei loro clienti. Invece, uno dei presupposti impliciti più
sorprendenti delle reazioni innocentiste o complottiste sul caso DSK è l’idea
che – posto e non concesso che Ofelia si sia prostituita o che sia entrata in
quella stanza al posto di una prostituta attesa da Strauss Kahn – con una
prostituta, anzi a una prostituta, sia lecito fare di tutto.
Passiamo al secondo punto. In tutto il mondo, da un paio di decenni in qua, i
trucchi, i misfatti e la doppia e tripla morale della sessualità maschile sono
messi in questione dal fatto banale che le donne parlano. Prima tacevano,
complici o sottomesse, e coprivano gli uomini. Adesso parlano, e, come si dice,
li sputtanano. Parlano tutte, donne perbene e donne permale, le permale con
maggiore spregiudicatezza, vivaddio, delle perbene. E sputtanano tutti, comuni
mortali e potenti della Terra, i potenti della Terra con maggiori ragioni,
vivaddio, dei comuni mortali.
Sarebbe bene guardare a questo fatto, da sinistra, senza lenti opportuniste
(nel caso di uomini «amici», vedi DSK) o moraliste (nel caso di «nemici», vedi
Berlusconi): il fatto è politico e si chiama fine del patriarcato, ovvero di
quel sistema socio-simbolico basato sul silenzio-assenso femminile al dominio
maschile. Diventa decisiva, di fronte a questo fatto, la seguente questione:
quanto e quando conta la parola di una donna? Quali sono le condizioni perché
sia credibile? È credibile solo se la sua vita è immacolata, se ha sempre
pagato le tasse, se non ha mai preso una multa, se è una brava madre, se da
piccola faceva bene i compiti, insomma se è una vittima casta e una cittadina
in regola? Se Ofelia ha mentito per ottenere il visto americano, mente di
conseguenza anche quando accusa Strauss Kahn di averla violentata? Qual è il
supplemento di credibilità che a una donna si richiede ogni volta che prende
parola pubblicamente? E perché in una sfera pubblica in cui gli uomini pubblici
mentono sistematicamente, e sistematicamente vengono esentati dai criteri di
verifica del vero e del falso, alle donne si richiede sempre un supplemento di
credibilità?
Vale la pena di ricordare che lo screditamento delle testimoni ha accompagnato
tappa per tappa, in casa nostra, il Berlusconi-gate: Veronica era instabile e
aveva un amante, Patrizia era una millantatrice, Ambra e Chiara sono manipolate
dalla loro avvocata, Ruby è stata graziosamente invitata dal premier a fingersi
pazza: con o senza il sospetto di violenza sessuale per lo mezzo, il
dispositivo simbolico di screditamento della parola femminile è lo stesso.
Ma nel caso Strauss Kahn c’è qualcosa di più. A differenza di Berlusconi,
Strauss Khan tace. Per tattica difensiva, ma non solo. Lo stesso collasso della
parola che lo porta ad agire una sessualità padronale, che si annette
imperialisticamente il corpo dell’altra, diventa l’arma finale del padrone del
senso, che si esenta da ogni spiegazione annullando col silenzio il balbettio
dell’altra. La parola contraddittoria di lei contro il silenzio monumentale di
lui, il corpo oscurato di lei contro il corpo «rasato ed elegante», come lo
descrivono le cronache, di lui. Sono davvero infinite le astuzie del primato
del fallo.
Infine. Lo screditamento di Ofelia e l’assoluzione mediatica di Strauss Kahn
avvengono mentre restano inalterati tutti gli elementi indiziari raccolti sulla
scena del presunto stupro. Rivediamoli: «abbondante materiale biologico» di lui
sul corpo di lei, ferite nelle parti intime di lei, il collant strappato, il
legamento di una spalla rotto. Aspettando l’esito del processo sarà lecito
porsi ancora qualche impertinente domanda di fronte a questo film girato al
Sofitel di Manhattan, e con ancora in testa quello girato in Italia nelle
location del presidente del Consiglio, senza violenza presunta ma con tanto di
bunga-bunga e statuette priapiche adorate a mo’ di totem. Che cosa fa sì che
oggi, nelle democrazie occidentali, il sesso e il potere si uniscano secondo
questa etica e questa estetica? Che cosa lega all’esercizio del potere la
pratica di una sessualità perverso-polimorfa, più infantile che virile? Che
cosa associa all’esercizio del potere il disprezzo vendicativo del corpo
femminile?
Intervistato da Gad Lerner su analoghi punti in una recente puntata de
«l’Infedele», Marco Revelli ha risposto sostenendo che negli ultimi decenni è
cambiato il potere, si è incattivito e involgarito. Si potrebbe tuttavia con
buoni argomenti sostenere che a essere cambiata è la sessualità maschile.
Attenzione: non perché la scena del Sofitel o quella di Arcore siano
emblematiche di un dispositivo sessuale maschile generalizzabile, ma perché la
rappresentazione pubblica che gli uomini di potere danno, o avallano, o
ostentano, della loro sessualità rinvia, come tutte le rappresentazioni, a un
non-rappresentato, a un fuori-scena, a un non detto di cui troppo poco
sappiamo. È il non-detto del sesso che emerge nel segreto del setting
analitico, disegnando tutt’altre sceneggiature da quelle del Sofitel o di
Arcore: un desiderio maschile spento, un desiderio femminile tacitato dal
collasso dell’oggetto d’amore. Qui il potere sfuma nell’impotenza, e il piacere
si arrende al godimento. Con quali conseguenze per il rapporto sociale e
politico fra donne e uomini?
Spetta ancora a noi donne cercare risposta a questa domanda. Se oggi la parola
di Ofelia, per quanto controversa, è sulla scena e non più fuori-scena, lo si
deve a mezzo secolo di presa di parola femminile sulla sessualità e sui suoi
riflessi nella sfera pubblica. A questa presa di parola resta affidata la
possibilità di tenere aperta una postazione dalla quale possa prendere corpo,
per donne e uomini, una sessualità non imprigionata nella trappola fallica, e
possa parlare un godimento non sottomesso alla pulsione di morte. Diversamente,
a restare stritolata fra una vittimizzazione casta e una cittadinanza in regola
non sarà solo la parola di Ofelia, ma anche la nostra.
(Il Manifesto 10 luglio 2011)
di Olga Gambari
TORINO – Eroi, ma quante eroine? L’ eroismo femminile declinato nella mostra Eroi ha le caratteristiche dell’ intimità e della tenacia. Un piccolo ma granitico eroismo quotidiano, che circumnaviga la dimensione autobiografica, trasformando il vissuto comune in forme di resistenza e sopravvivenza universale. Louise Bourgeois, scomparsa un anno fa, ha amato e vissuto molto, percependo senza tregua l’ estrema solitudine interiore che accompagna la condizione esistenziale. In Cell XX del 2000 due teste in stoffa bianca sono racchiuse in una gabbia e raccontano la coppia. Si fronteggiano, una più grande dell’ altra, in una convivenza difficile basata su rapporti di forza, in cui sembrano coabitare l’ amore e l’ odio, la scelta e la dipendenza. Appaiono dio e l’ uomo, il genitore e il figlio, il maschio e la femmina, la madre e il feto, colui che è in qualche modo diverso e il resto del mondo. Soli e insieme allo stesso tempo, come Marina Abramovic nel video The hero del 2001, dedicato al padre. In sellaa un cavallo bianco l’ artista sta immobile, finché le forze la sostengono, reggendo una bandiera anch’ essa bianca, mossa dal vento. Diventa un elemento scultoreo mimetizzato nel paesaggio naturale, unendo il passato al presente, nel ricordo del padre che sarà sempre con lei ma è, ormai, già altrove. L’ immagine di questa amazzone è un simbolo romantico, un vessillo della caducità umana di fronte all’ eternità: il tempo che passa, che spazza via le storie in un unico flusso di oblio. Fragili esistenze che eroicamente, nel loro microcosmo, continuano a essere testimoni. La responsabilità civile della memoria respira anche nel lavoro murale A chaque stencil une révolution del 2007 di Latifa Echakhch. Un blu intenso cola da centinaia di fogli di carta carbone incollati a parete. Le tracce delle parole e dei pensieri scritti e copiati, rimasti come una registrazione, si perdono e diventano liquide, ormai irriconoscibili nelle pozze sul pavimento. Calpestarle sembra un sacrilegio, trasformate in concrezioni di pittura astratta. A volte, invece, c’ è la carne degli individui a ricordare, come la pelle segnata da un hula hop intrecciato di filo spinato che marchia Sigalit Landau nel video Barbed Hula del 2000. Tatuaggi dolorosi su un corpo che diventa politico, luogo di un accadimento che da privato si apre a un senso collettivo. Un’ autoflagellazione a cui l’ artista israeliana fa raggiungere un ritmo ipnotico, in un’ espiazione di qualcosa di commesso e subito insieme, che travolge la sua terra da generazioni. Una fisicità che coinvolge anche il ritratto a olio di Jenny Saville, un’ origine del mondo in cui c’è un corpo che si offre scomposto, eroico nel suo essere spudorato e sincero: senza esibizionismi mostra caratteristiche sessuali femminile, un seno, e maschili, un pene. Un’ identità in transito dal titolo indicativo di Passage 2004-2005. È un’ istantanea che arriva dal desiderio di libertà invocato dalla sessualità di ognuno. Essere se stessi rimane il maggior eroismo possibile, più difficile se si è donna. –
Franca Fortunato
Festa grande all’Istituto “Fermi” Sociopsicopedagogico e linguistico di Catanzaro Lido, per l’andata in pensione della signora Caterina Mungo, dopo una vita dedicata alla scuola come bidella. Caterina, come si è sempre fatta chiamare dalle ragazze e dai ragazzi, è andata in pensione non perché stufa o stanca del suo lavoro, ma solo per problemi di salute. «Non sono contenta di andare via – ci dice – perché ero affezionata a tutti, docenti, studenti e colleghe di lavoro». Tutti e tutte presenti alla sua festa, per esprimere affetto e riconoscenza a una donna che ha saputo fare del suo lavoro un’arte di tessitura di relazioni, dimostrando che ci si può fidare e affidare a una donna più grande. La signora Caterina ha alle spalle una vita di lavoro, fatto di passione e di amore. Originaria di san Floro, ha conosciuto anche la strada dell’emigrazione. Sposatasi nel 1968 si trasferì a Torino dove il marito lavorava alla Fiat. Lì vi rimase per sei anni e divenne madre di una bambina e di un bambino. Si trasferì, poi, a Mantova dove rimase per dieci anni, lavorando come bidella. Rientrata in Calabria, nel 1988, Caterina continua il suo lavoro di bidella prima all’Ipsia e poi alle Scuole Medie “Casalinuovo” e “Vivaldi”. Nell’anno scolastico 2004 -2005 arriva all’istituto “Fermi” dove si fa subito apprezzare per la sua umanità e professionalità. «È un pilastro della scuola che va via» dice Lidia, addetta alla Biblioteca scolastica. «Sentiremo la sua mancanza, la sua umanità e la sua ricchezza d’animo», aggiungono all’unisono tutte e tutti coloro che hanno avuto, in questi anni, la fortuna di lavorare con lei, di conoscerla e apprezzarla. La signora Caterina non ha mai concepito il suo lavoro come un atto burocratico. «Ho aiutato gli studenti – dice commossa – come ho potuto. Mi sono sempre presentata a loro come una madre a cui rivolgersi in caso di bisogno. Li ho aiutati con le parole, con consigli, incoraggiandoli ed esortandoli a studiare. Molti di loro venivano da me anche solo per parlare o perché avevano bisogno di qualcosa». «Ci ha sempre aiutate – le fanno eco due studentesse, Noemi e Mary – . Prima delle interrogazioni veniva e ci faceva cantare e pregare per scaricare la tensione». La signora Caterina è andata in pensione lasciando di sé un bellissimo ricordo. Da domani si dedicherà di più alle sue nipotine, Ilaria e Sabrina, che hanno voluto essere presenti alla festa della loro nonna.
di Lea Mattarella
Torino – la storia dell´umanità e quella delle singole nazioni è costellata di orrori che rischiano continuamente di ripetersi. Ci si imbatte nelle stesse violenze e nelle medesime efferatezze a causa della memoria corta.
L´artista afro-americana Kara Walker, classe 1969, ne è così convinta che costruisce il suo mondo mettendoci di fronte a ciò che individualmente e collettivamente si tenta dirimuovere: misfatti quotidiani, sopraffazioni, abusi dei corpi e delle
menti, uccisioni, stupri e genocidi fatti in nome della razza. Solo che, a differenza di molti
protagonisti dell´arte contemporanea, la Walker non si limita a documentare i fatti, mostrandoli nella loro brutalità, li trasfigura in un immaginario che ha nella storia della pittura, della scultura, del disegno, delle arti applicate, ma anche del cinema, della letteratura, del teatro d´ombre, le proprie radici. La sua denuncia impietosa avviene sul piano dell´opera, in cui il pensiero diventa forma, oggetto artistico affascinante e misterioso.
La mostra curata da Olga Gambari alla Fondazione Merz “Kara Walker. A negress of noteworthy talent”, aperta fino al 3 luglio, è un viaggio tra ombre e luci, segni e suoni, trasparenze, stratificazioni, mondi sommersi, stereotipi scoperti e improvvisamente diventati consapevoli, attraversamenti di spazi sospesi, narrazioni intrecciate tra mito, fiaba, cronaca.
Un´esposizione che ha visto lavorare insieme artista e curatrice con il nume tutelare di Mario Merz, perché le opere della Walker hanno trovato una casa ideale nella Fondazione e si contaminano e arricchiscono nel dialogo con due opere storiche dell´esponente
dell’arte povera.
Tutto nasce da una silhouette di carta ritagliata: leggera, elegante, sintetica ma piena
d´energia, guizzante come una fiamma. Con questa Kara Walker mette in scena le sue storie della comunità afro-americana degli Stati Uniti. Tra elementi grotteschi e grandi malinconie parla di schiavitù, pregiudizi, difficoltà di integrazione, dell´idea stessa
dell´identità e dell´alterità in termini razziali, ma anche in termini sessuali. “Pittrice, donna e nera”: è questa la definizione che dà di se stessa e con questi tre elementi che costituiscono la sua essenza, dà vita a un´arte in cui convivono il disegno, la scultura
l´installazione, il video, l´animazione.
Nella volontà di scardinare le gerarchie rivendica come elemento fondamentale del suo lavoro anche le arti cosiddette minori, quelle che un tempo erano destinate alle fanciulle. In questo contesto scova, appunto, la carta che ritaglia e trasforma in arma. La schiera di figurine che ti accoglie nella prima sala di questa mostra, “una lanterna magica aperta sulla parete” la definisce la Gambari, ha un impatto gradevole che ti cattura disarmandoti. La Walker attrae con una specie di danza magica e silenziosa dentro un incantesimo che soltanto a uno sguardo più attento si rivela un incubo. Un linguaggio tipico dei salotti borghesi tra Sette e Ottocento come la silhouette – rassicurante e favolistico – si trasforma nell´emblema di secoli di sopraffazione e violenza. In quest´opera convivono le suggestioni di due romanzi Le avventure di Huckleberry Finn e La capanna dello zio Tom, sagome e carte dipinte che, nel mettere insieme la storia dell´arte e la cultura popolare, sembrano nascere da una suggestione dei cartoon.
Il movimento e la trasparenza della Doppia spirale di Mario Merz, con cui sono in relazione, suggeriscono una lettura in chiave dinamica della narrazione, come se, spezzando il cerchio, si riuscisse a intravedere una possibilità di riscatto. Kara Walker però ti riporta subitodentro l´orrore con le pitture di fronte: fondi colorati e dipinti con pennellate espressive da cui sbocciano sagome di volti apparentemente innocui. Peccato che li abbia tratti dalle fotografie di gente che assisteva, famelica e eccitata, alle esecuzioni e ai linciaggi dei neri.
Questo modo di portarti dentro l´opera con grazia per poi sferrare un colpo alla pancia e alla coscienza, sembra accomunare le donne artiste, sorrette da una necessità di creare tra l´intimità e la storia: viene in mente l´anglo-palestinese Mona Hatoum con i suoi oggetti di vetro che si rivelano bombe, o l´egiziana Gadha Amer che tesse le fila di storie
apparentemente astratte sotto cui pulsa una sessualità sfacciata.
Qui sono meravigliosi i piccoli acquerelli e le sculturine che mimano la vita di villaggi dove il pericolo è sotterraneo e l´allarme sempre presente. Sotto la scritta di Merz, Pittore
d´Africa, la
Walker parte da un film del 1957 Tamango per ideare uno storyboard che ha per protagonista una donna che raccoglie tutti i cliché connessi all´idea stessa del femminile africano, traattrazione e paura. E poi ci sono i film animati: mondi in movimento con le marionette che rivelano la loro finzione (intravedi spesso chi ne muove i fili) ma anche tutta la verità riassunta in archetipi, in struggenti tenerezze cercate e interrotte, in lotte furiose per la sopravvivenza.
Crudeli e commoventi.
di Laura larcan
Al Bolzano arriva l’artista messicana famosa per le sue denunce contro il narcotraffico e i crimini nella città. Tra performance, muri di esecuzioni capitali, “cubi” di macerie da guerriglie, l’abbiamo intervistata.
Due muri, alti poco meno di due metri, infestati di fori, reliquie di pallottole sparate durante le esecuzioni capitali di due poliziotti nella città di Culicàn e di quattro giovani di Juarez nel 2009. Un cubo, pesante una tonnellata, fuso dalle macerie di edifici demoliti durante una guerriglia urbana. Sono solo alcuni dei “monumenti” al dolore e alla morte, semplici e apparentemente minimali ma ferocemente inquietanti che l’artista messicana Teresa Margolles porta al Museion nella mostra personale “Frontera” dal 28 maggio al 28 agosto, dopo il debutto a febbraio scorso alla Kunsthalle Fridericianum di Kassel. Classe ’63, divisa tra Culicàn e Città del Messico, Teresa Margolles, che ha rappresentato il padiglione messicano alla Biennale di Venezia del 2009, è la quintessenza dell’artista impegnata.
Il coraggio non è “urlare” o provocare con enfasi teatrale, o sferrare colpi allo stomaco con immagini sconvenienti. Per Teresa, l’arte è una fine riflessione sulla crudezza della realtà messicana, con lucidità caustica. Ecco che “Frontera” diventa un manifesto lirico e intimo sul fenomeno del narcotraffico e sugli assassini-sparizioni che aleggiano su Ciudad Juarez, la città più pericolosa del mondo. L’abbiamo intervistata
Qual è il ricordo più nitido che si porta dietro di Ciudad Juárez?
– Ci sono molti momenti simbolici ed è proprio questo che mi fa tornare a Ciudad Juárez, amare e rispettare la sua gente. Ad esempio vedere una società civile sempre più interessata al bene comune, preoccupata e partecipe nel restaurare un tessuto sociale degradato, una società che esige dal governo l’adempimento dei propri obblighi. Conoscere donne attiviste che coinvolgono altre donne, che lottano per far luce sugli omicidi dei loro figli, delle loro figlie, dei loro bambini. Sapere del coraggio della signora María de la Luz Dávila, madre dei ragazzi uccisi il 30 gennaio 2010, che esprime tutta la sua indignazione al presidente della repubblica. Conoscere fotografi, artisti, bande musicali, baristi e intellettuali … Le persone che hanno reso possibile che Juárez esista.
Ci racconta come ha realizzato i suoi muri in mostra, le circostanze in cui ha raccolto quelle “rovine” di esecuzioni capitali?
– L’opera è costituita da due muri provenienti da due città nel nord del Messico, Culiacán e Ciudad Juárez, smontati e ricostruiti a Bolzano. Davanti a questi muri sono stati commessi degli omicidi, dei poliziotti di fronte a uno, dei ragazzi nei pressi dell’altro. Gli atti di violenza hanno lasciato tracce sulla loro superficie. Un muro apparteneva a una scuola elementare pubblica e l’altro a un’impresa privata. Ho parlato con il direttore della scuola e con il proprietario dell’impresa del progetto, che avrebbe previsto il trasferimento dei muri per testimoniare questa tragedia. Entrambi hanno accettato. I muri sono stati rimossi e immediatamente ne hanno costruito dei nuovi al loro posto. Nel caso della scuola, la parete interna è stata intonacata e colorata di bianco in modo che un gruppo di giovani attivisti potessero lavorare con i bambini per dipingere un murale. I muri, soprattutto quello di Ciudad Juárez, diventano paesaggio urbano, su cui trovare, oltre alle tracce di queste sanguinose azioni, segni, simboli e graffiti tracciati dalle bande per marcare il territorio. Una volta esposti nel museo, in un ambiente sicuro, i muri stimolano una riflessione sui fatti di violenza, avvenuti in uno spazio pubblico.
Stessa cosa, per il Cubo. Come ha raccolto i rottami di un quartiere distrutto?
Nel caso di “Cubo”, a febbraio 2010 cominciai ad acquistare pezzi di tondino di ferro recuperati dai resti di edifici crollati in calle Mariscal, nel centro storico di Ciudad Juárez. Erano fabbricati che ospitavano locali notturni, ristoranti e bar che per oltre 80 anni avevano rappresentato un centro vitale della città. Gli edifici vennero distrutti per ordine del governo. Quando furono distrutti, centinaia di persone si trovarono senza lavoro e la tonnellata di ferro fuso, che è il peso reale dell’opera “Cubo”, rappresenta il peso simbolico della devastazione di quella zona. Camerieri, prostitute, tassisti, baristi, musicisti, lustrascarpe, fotografi, cuochi e travestiti furono costretti ad andarsene.
Pensa che ormai la provocazione nell’arte sia un’attitudine sterile? O c’è ancora bisogno di “provocazione” per lanciare messaggi?
– Non mi interessa la provocazione nell’arte. Non vedo l’opera in questi termini.
Lei racconta una realtà tragica attraverso linguaggi inaspettatamente semplici. La sua non è un’arte “urlata” o esageratamente provocatoria…
– Perché cerco di lavorare con la periferia del corpo, con ciò che resta, con la traccia
Riprendendo la frase della sua azione filmata “Camiseta”, creata appositamente per “Frontera” e svoltasi nelle città di Juarez, Kassel e Bolzano, “quanto dolore può sopportare ancora Ciudad Juárez”?
– Non so quanto possa sopportare ancora, però so quello che ha sopportato fino ad ora: l’omicidio di più di 600 donne e ragazze, più di 5000 morti in 3 anni, l’estorsione a danni di imprese e scuole, la manipolazione dell’informazione, la speculazione edilizia, l’esodo di oltre 200 mila persone, lo sfruttamento nel lavoro, la violenza urbana, sequestri di persona, il traffico di esseri umani, di droga e di armi, la militarizzazione, la distruzione del suo centro storico… e nonostante tutto Ciudad Juárez resiste.
Ha subito mai ripercussioni per il suo impegno e le sue denunce sui fatti di Ciudad Juárez?
(Teresa Margolles fa un gesto del capo come a dire “si, ovvio”) – Io non sono importante, io vado via quando voglio. È la gente che sta lì tutti giorni, loro sono i veri esposti. Credo che sia più esposta la popolazione nella sua quotidianità, di giorno in giorno.
Dopo il grande successo della mostra alla Gam di Torino lo scorso inverno, Raffaella Cortese è orgogliosa di presentare la prima personale in una galleria italiana di Martha Rosler. In mostra una selezione di lavori dagli anni ’70 fino ai suoi più recenti fotocollage, inediti in Italia, legati tra loro dall’idea del viaggio e della guerra che ha caratterizzato fin dai suoi inizi l’opera della Rosler.
Martha Rosler è una della più importanti figure nella scena artistica dagli anni ’60 ad oggi, nel suo lavoro pionieristico e sperimentale ha utilizzato diversi media: dal video alla fotografia, dall’installazione alla performance, al testo-fotografico fino a scritti critici. Il suo lavoro si è spesso interessato alla vita sociale e alla sfera pubblica manifestando spesso precise posizioni rispetto a temi quali il femminismo e la guerra.
Tra i lavori più noti della Rosler si riconoscono i fotocollage della serie Bringing the War Home (1967-72), che uniscono immagini di guerra a interni domestici confortevoli ed eleganti.
All’inizio dell’invasione dell’Iraq da parte degli USA, Rosler ritorna sulla serie degli anni ‘ 70, attualizzando i foto collage con nuovi spazi, tecnologie e la rappresentazione stessa della guerra, come è facile intuire in Prospect for Today, Point and shoot o Invasion (2008).
Retrospettive di Martha Rosler sono state realizzate in Europa e a New Yok, tra 1998 and 2000, al New Museum e allI’International Center of Photography. Nel 2007 Il Worcester Art Museum, Massachusetts ha dedicato una mostra solo ai suoi fotocollage.
I suoi lavori sono stati esposti recentemente alla Biennale di Singapore, WACK! Art and the Feminist Revolution al The Museum of Contemporary Art, Los Angeles, PS1 in Queens, UnMonumental al The New Museum, New York, Documenta 12 e Skulptur Projekte Münster, nel 2007; e Ambitions d’Art at Institut d’Art Contemporain a Villeurbanne, Francia, nel 2008.
I suoi scritti sono stati pubblicati sia in cataloghi che su riviste e 14 sono i suoi libri distribuiti in diverse lingue sulla sua produzione fotografica, di saggi e di testi. Decoys and Disruptions: Selected Writings, 1975-2001, un libro di saggi scritti da Martha Rosler è stato pubblicato dalla MIT Press nel 2004 (ristampato, 2008). Altri progetti includono la Biblioteca di Martha Rosler -Martha Rosler Library- , una mostra itinerante di 8.000 volumi provenienti dalla collezione di Martha Rosler e il progetto If you lived here still in collaborazione con e-flux.
Martha Rosler è nata a Brooklyn, dove vive e lavora. Ha insegnato al M.F.A. dell’ University of California, San Diego, e al B.A. del Brooklyn College. Il suo lavoro è nelle collezioni dei maggiori musei internazionali tra cui: the Metropolitan Museum, the Whitney Museum, the Museum of Modern Art, the Guggenheim in New York, the Art Institute of Chicago, the San Francisco Museum of Modern Art, the Art Gallery of Ontario, Victoria and Albert Museum di London, e le Generali Foundation in Vienna. Martha Rosler è costantemente invitata a tenere conferenze e convegni in tutto il mondo.
Liliana Rampello
Presento qui di seguito i due interventi centrali, di Caterina Spillari e Chiara Zamboni, della giornata di discussione al Circolo della Rosa di Milano (24 maggio 2011), sul pensiero e il lavoro di Letizia Comba, in occasione dell’uscita del suo libro Tessere. Scritti, 1967-2000, il Saggiatore 2011.
Ho avuto occasione di seguire la costruzione del testo dal punto di vista editoriale e di seguirne la pubblicazione affiancando i quattro curatori, Caterina Spillari, Gabriella Baiguera, Alberto Sacchetto e Manuela Vaccari, imparando molte cose.
Sul valore di questa donna, sulla libertà del suo agire e pensare, sulla traccia profonda che la sua esistenza ha lasciato fra le sue allieve/i, i colleghi e non solo. Di tutto questo dà viva testimonianza questo libro, ricchissimo di spunti di riflessione ancora attuali, e di cui consiglio vivamente la lettura, come forma di nuova conoscenza di lei.
I due testi che ora mettiamo in rete sono molto intensi e belli, come capita quando relazioni significative ci hanno segnato.
Intervento di Chiara Zamboni
Tessere è il libro che presento. Si tratta degli scritti di Letizia Comba pubblicati tra il 1967 e il 2000, editi da il Saggiatore nel 2011. Non sono tutti ma quelli scelti dai curatori e cioè Caterina Spillari, Gabriella Baiguera, Alberto Sacchetto e Manuela Vaccari, allievi di Letizia. Leggerlo è stare vicino ad una donna, Letizia, che ha fatto del suo percorso di studio, di lavoro e di ricerca una via di trasformazione sia di sé che delle donne e gli uomini che le stavano vicino.
È un libro che per me personalmente è stato un dono. Non solo mi ha permesso di stare di nuovo accanto a Letizia, per tutto il tempo che l’ho letto e anche dopo per i pensieri, le immagini che il libro ha suscitato. Mi ha dato la possibilità di ascoltarla, di udirne la voce un po’ bassa e ironica attraverso la pagina scritta, di sentirla presente nella sua figura sottile. Ma anche mi ha permesso di apprendere riflessioni e percorsi di Letizia che mi erano sconosciuti. È stato così un modo di incontrarla per altre vie.
Il libro è diviso in tre parti. La prima parte è introdotta da Renato Rozzi, che è uno psicoanalista e psicologo atipico, per una sua ricerca diversa da quella psicologia che oggettiva l’essere umano, e con la quale è sempre entrato in polemica. È stato vicino a Letizia non solo per questo modo diverso di vivere e pensare la psicologia, ma anche perché ha collaborato con lei a Gorizia nell’équipe di Franco Basaglia e poi l’ha ritrovata come collega all’università di Urbino e di Verona.
Questa sezione è dunque dedicata agli scritti attorno alla psicologia, alla famiglia. Si tratta in genere di scritti nel pieno di esperienze in corso: l’avventura di Basaglia e i suoi collaboratori nel riformare radicalmente gli ospedali psichiatrici, la discussione sul limite tra normalità e follia per una critica alla psichiatria prendendo le misure (e le distanze) dagli scritti di Ronald Laing. Scritti da cui si percepisce il dibattito in corso, le lacerazioni, le scoperte attraverso l’esperienza in prima persona nella continua discussione con gli altri.
Significativo uno dei testi, quello in cui Letizia racconta e interpreta i passaggi per chiudere l’ultimo reparto dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. È un testo pubblicato nel 1968 in L’istituzione negata a cura di Basaglia. Il saggio è intitolato C donne: l’ultimo reparto chiuso. Letizia è attenta alla singolarità delle donne rinchiuse, il rapporto tra sé e sé e lo spazio. La difficile presa di coscienza delle infermiere. I tentennamenti nell’uscire. Il che suggerisce quanto sia difficile essere libere, il desiderio diffuso di sicurezza e di protezione. Racconta una vera e propria storia di donne dal luogo carcerario dell’ospedale ad altre forme di esistenza.
Più in generale in questa prima parte si avverte tutta la ricerca di Letizia rivolta a trovare un modo di stare in rapporto a donne e uomini lavorando sulla relazione con loro e mettendo tra parentesi qualsiasi forma di oggettivazione. Una oggettivazione che riemerge facilmente, quando si è in rapporto con i diversi, con i sofferenti, e semplicemente ci si appoggia alle interpretazioni cliniche che ne fanno dei casi.
Si confronta con Ronald Laing in due testi differenti, che sono introduzioni a rispettivi libri di Laing pubblicati in Italia. Qui lei affina la riflessione sulle modalità di stare nella relazione con gli schizofrenici senza cadere nella trappola facile di oggettivarli.
Eppure il linguaggio che lei adopera negli scritti tra il ’68 e il ’77 è secco, descrittivo, ripulito di ogni elemento emotivo e soggettivante. È un linguaggio che sembra ricalcare nella forma proprio quello stile scientifico, tecnico dal quale sul piano di un pensiero d’esperienza stava prendendo le distanze. Seguendola nel percorso degli anni si nota come lo stile di scrittura di Letizia sia ciò che più si modifica. È chiaramente alla ricerca di una scrittura che metta in scacco le trappole di una certa epistemologia. Non si tratta soltanto di porre al centro la relazione tra lei e le degenti, tra lei e gli handicappati, tra lei e la famiglia che genera persone schizofreniche. Si tratta anche di cambiare il modo di parlare di questa relazione. E allora sempre più si appoggia a domande. A punti interrogativi. A questioni lasciate aperte. E questo per sottrarsi al dispositivo soggetto-oggetto sul quale la nostra lingua si appoggia.
È evidente come lei considerasse il modo, lo stile di parlare di un certo argomento come già la via per far vedere l’essenziale che le stava a cuore. Si prenda in questo senso la seconda parte del libro, intitolata Da bocca a orecchio, introdotta da un colloquio delle curatrici con François Fleury. Fleury è un etnoterapeuta, psicoterapeuta e arteterapeuta svizzero. La sua conoscenza di Letizia risale a quando dirigeva il teatro Onze di Losanna. Ma Fleury la ricorda soprattutto nella sua funzione di docente. Per lei il sapere come la ricerca erano essenziali se in questo coinvolgeva gli studenti. Ora il condividere con loro era possibile se le studentesse e gli studenti si mettevano in gioco, modificando il proprio percorso esistenziale. E questo dipendeva in gran parte da loro. Soltanto una soggettività presa nella sua singolarità possiede la potenzialità di aprirsi ad una trasformazione, se pure sollecitata.
Questa seconda parte porta come titolo Da bocca a orecchio. Si tratta di un’espressione familiare, ricorrente nei discorsi di Letizia Comba. Allude al fatto che un certo genere di sapere trasformativo, in qualche forma iniziatico, può essere comunicato solo da bocca a orecchio. In presenza. La presenza reciproca è la garanzia che la verità di ciò che si dice prenda misura dalla relazione e dal contesto condiviso. È un’idea che ha radici antiche. La troviamo nella Lettera VII di Platone, quando ricordava che i libri, gli scritti possono andare nelle mani di qualsiasi persona, ed essere così travisati, usati per scopi che non sono quelli di chi ha scritto. E che tutto questo può essere evitato ragionando in presenza, ben disposti e attenti agli altri.
È chiaro che Letizia Comba valorizza in questo senso la tradizione delle pratiche sapienziali, nelle quali la trasmissione è orale e implica la trasformazione di entrambe le persone coinvolte nel processo. È molto interessante che in un suo testo interpreti in questo modo la stessa pratica psicoanalitica, dando merito a Freud di aver creato un contesto di questo genere.
Nel far questo – proprio in questa seconda parte – lei incomincia a cambiare lo stile di scrittura e questo per dare spazio ad un sapere che deve preservare e custodire qualcosa di non svelabile del tutto. Un sapere che in parte – anche se solo in parte – ha necessità di restare enigmatico, non tanto per un ossequio sacrale, quanto per poter lasciare spazio a chi legge di compiere un proprio percorso. Volendo cambiare la forma della scrittura, e dunque del pensiero, introduce, come passaggio argomentativo fondamentale, il racconto di miti e leggende, di fiabe. E si guarda bene dal darne una interpretazione. Le lascia piuttosto accanto, ma in posizione centrale, a osservazioni e riflessioni di registro diverso.
Porto un esempio. In diversi testi si interroga sulla figura della madre e del padre. In uno intitolato Tre paia di mani ovvero chi è il padre introduce una leggenda indiana. Il racconto mostra che nel padre i padri sono molti e che un figlio porta già in sé la potenzialità di essere padre e che le genealogie – quella paterne qui, ma si può pensare anche a quelle materne – sono molto più complesse del rapporto con il proprio padre.
Di mio, mi chiedo cosa siano una leggenda, un mito, una fiaba. E mi rispondo: sono come un sogno. Un luogo nel quale è sospeso – non negato – il confine tra realtà e irrealtà, fra razionalità e irrazionalità. E permette perciò che ci apriamo ad una visione che altrimenti non avremmo. Non ci sarebbe possibile concepirla.
È questo ad essere un passaggio molto importante nell’andamento dello stile di pensiero di Letizia Comba. La fiaba, la leggenda, il racconto di un mito sospendono tali confini e perciò fanno vedere di più. È per questo in fondo che all’università di Verona, all’interno degli insegnamenti di Psicologia, aveva preferito scegliere l’insegnamento di Psicologia della letteratura e dell’arte, perché la lasciava molto più libera di dare spazio ad un pensiero immaginativo di questo tipo.
Le radici religiose di Letizia erano valdesi, dunque appartenevano ad una cultura protestante, nella quale le immagini dei santi e di Dio erano sospese, come cancellate. E dunque penso che debba sicuramente aver fatto un percorso notevole di trasformazione interiore per arrivare ad affermare il bisogno che l’anima ha di immagini, di leggende, di narrazioni. Sosteneva che anche il divino ha bisogno di una molteplicità di immagini. Era arrivata a diffidare del monoteismo protestante con il suo amore per il vuoto, per l’ascetismo nei confronti delle immagini. Era il politeismo indiano, la molteplicità di dei della religione indi che le sembrava andare incontro ai bisogni dell’anima.
Arrivo così all’ultima parte del libro, intitolata Relazioni viventi. Sono stata intervistata da Caterina Spillari e da Gabriella Baiguera che hanno poi dato forma alla nostra conversazione in modo che facesse da introduzione a questa parte. Le coordinate di questa sezione sono innanzitutto il rapporto che Letizia Comba è andata creando con le sue allieve e allievi – più donne che uomini -, in secondo luogo il rapporto con Diotima, comunità di filosofia femminile dell’università di Verona.
I testi di questa parte ruotano attorno all’attenzione per la biografia di singole donne, per la loro posizione nel mondo, vista nella prospettiva soggettiva. Si tratta di Paolina Leopardi, della figlia di Cesare Lombroso, di Teresa Noce, e di altre figure femminili ascoltate con grande finezza attraverso le lettere, i diari, che sono un genere di scrittura che dà forma alla soggettività. Si nota in Letizia uno sguardo sulla politicità di tale trasformazione femminile, di come si modifica il rapporto con il sociale.
Devo dire che mi aspettavo, prendendo in mano il libro, che in questa sezione, quella che raccoglie gli scritti di Letizia nel periodo in cui la frequentavo a Verona, ci fosse questa attenzione alle figure femminili viste a partire da ciò che loro stesse dicevano di sé e del mondo che le circondava. Quello che mi ha sorpreso, invece, leggendo l’intera raccolta dei suo scritti, è che l’attenzione per l’esperienza femminile l’ha sempre coinvolta. Non è nata, come io ingenuamente credevo, dallo scambio con le sue allieve e con le donne di Diotima. Ha radici molto più antiche, che coincidono con il ’68 e l’inizio del femminismo. Non a caso, ad esempio, già dai primi testi pubblicati su Quaderni piacentini pone al centro la figura della madre come la questione che il movimento femminista ha bisogno di discutere, chiarire, fare proprio. E sulla madre, le madri, lei come madre, le figure mitiche delle madri torna e ritorna sollecitando una indagine e un ragionamento politici. Naturalmente di una politica che ha a che fare con la polis e che cresce con la consapevolezza simbolica.
Di sé come maestra e del suo rapporto con le allieve e del percorso che questo implica Letizia scrive soprattutto nell’introduzione a La materia dell’anima, che qui ritroviamo. E vorrei attirare l’attenzione sul fatto che, quando parlava di un percorso dell’anima, si teneva alla larga da ogni forma di sentimentalismo, emotivo e superficiale. Lo si vede anche da come parla con grande stima di Diotima, la comunità di filosofe guidata da Luisa Muraro. Scrive che la sua stima va al fatto che si tratta di una comunità che suscita un appello continuo, una continua messa in discussione. E che all’intimismo e alla psicologia contrappone la politica delle donne e la filosofia.
È a questo punto molto interessante per me ritornare sul dissidio che si è aperto tra Letizia e la comunità di Diotima all’interno di uno spazio di grande vicinanza. È stato un dissidio che ha riguardato la possibilità o meno di nominare l’obbedienza come pratica possibile della politica delle donne. Il presupposto che tale pratica sia politica dipende dal fatto che nel rapporto maestra e allieva l’obbedienza è un gesto che rende libere dalla stretta del simbolico dominante. Non solo affidarsi ad una donna, ma obbedire alla misura che ti suggerisce, ti rende libera nei confronti delle regole implicite del contesto sociale già ordinato. È una pratica che deriva dalla mistica, dai percorsi sapienziali, e che lei riteneva dovesse rimanere in quei contesti e non sconfinare nella politica.
Letizia, aprendo la polemica e citando Simone Weil, scrive che esiste un’obbedienza che porta alla schiavitù come anche una che rende liberi. L’obbedienza che rende liberi è tale in quanto implica modificazione, trasformazione personale. A questo punto lei pone – ci pone a Diotima – quella questione che trovo tuttora molto interessante e delicata. Sostanzialmente consiste in questo. La politica delle donne chiede un’obbedienza ad un’altra donna per avere libertà nei confronti del simbolico dominante, va bene, ma se non c’è una trasformazione interiore, un percorso soggettivo verso qualcosa che non sappiamo, verso un movimento infinito, può risultare banalmente una nuova etica, che vincola con nuove norme, diverse da quelle dell’ordine simbolico dato, certo, ma sempre comunque norme che si ammantano della forza dei valori etici. Dei vincoli normativi. Mentre è implicito in questo ragionamento che una pratica, come quella dell’obbedienza nel rapporto maestra allieva, abbia valore in quanto spinge ad una nuova dimensione di sé tutta da scoprire. Altrimenti questa pratica, come tutte le altre pratiche susseguitesi nella politica delle donne, finiscono per essere norme esteriori date all’agire, non implicano un dibattimento tra sé e sé, un divenire altri.
Trovo vera questa questione. Può avvenire che le pratiche politiche delle donne diventino normative, vincolanti solo esteriormente, mentre ciò che caratterizza tale movimento nelle diverse sue forme è la modificazione di sé in un percorso di autocoscienza. C’è una linea sottile che divide un piano dall’altro, una linea a volte difficile da individuare, ma – è questa la mia risposta a Letizia – vale la pena correre il rischio.
E ora è un peccato non poter continuare questa polemica con lei. È doloroso.
Intervento di Caterina Spillari
Vorrei raccontarvi le vicende che riguardano la lavorazione di questo libro di cui, con Manuela Gabriella e Alberto, mi sono presa cura, non solo per non dimenticare, ma anche per il desiderio di ritrovare e di ritrovarsi in una relazione che, almeno per me, ha lasciato un segno profondo, e per il desiderio di rimettere in movimento pezzi importanti del lavoro di ricerca e trasmissione praticato da Letizia.
Direi che non si poteva non fare: Letizia aveva lavorato negli ultimi 10 anni sulla trasmissione nelle genealogie femminili – con una progressione continua di pensiero e di oggetti di ricerca, ma la questione della trasmissione rimaneva il nodo, sia che ci si occupasse di donne più o meno note sia che ci si occupasse delle “grandi Signore” del mito come Kali o Inanna-.
Si era occupata di come avvicinare queste “antenate” (come le chiamava lei), le interessava incontrarle per cogliere in questo incontro “i movimenti nostri e loro”, per vedere, nei rapidi movimenti delle diverse epoche, vicinanze e distanze, trasformazioni e scostamenti, per nutrire e articolare il nostro sguardo su di noi e la nostra storia.
Le loro parole erano il luogo del nostro incontro, lo spazio possibile per pensare e sentire la relazione che volevamo aprire e nutrire.
Di parole dense e autorevoli Letizia ce ne ha lasciate molte, scritte, registrate, appuntate da lei o da chi la ascoltava, parole pubbliche e parole private.
Ci ha lasciato una “materia dell’anima” (è il titolo del suo ultimo libro e mi sembra una metafora appropriata per nominare la qualità delle parole ci ha lasciato) per continuare la relazione con lei e offrire ad altre/altri la possibilità di incontrarla
Non si poteva non fare perché, almeno per me, c’era un desiderio forte di vivificare quella qualità di pensiero che Letizia offriva e che chiedeva di praticare.
Riprendere in mano i suoi scritti, riorganizzarli, contestualizzarli, mi ha consentito di ritrovarla nei grandi temi sui quali lavorava e soprattutto nel suo metodo di ricerca rigoroso rispetto all’andamento del pensiero e attento al proprio sentire.
Mi ha consentito di ritrovarmi in una relazione magistrale fortemente autorevole, che mi ha lasciato, tra le molte cose importanti (e impegnative), la possibilità di avvicinarmi al sapere con uno sguardo nuovo, uno sguardo che consente di allargare il contesto della conoscenza anche verso territori interiori, senza l’urgenza di chiudere, senza la necessità di definire, ma rimanendo aperta e disponibile a nuove evocazioni. Diceva che è molto più interessante una buona domanda che una risposta risolutiva.
Questi i perché che hanno mosso il libro
Vi racconto il come
Nel 2002, un anno dopo la pubblicazione postuma della “Materia dell’Anima” con il gruppo che si era dedicato alla lavorazione di questo libro, ci eravamo dette di voler pubblicare alcuni lavori di Letizia. Ci era chiaro che lo volevamo fare, ma non sapevamo il come né esattamente il cosa.
Con Manuela avevamo iniziato a trascrivere gli appunti dell’ultimo corso di Letizia all’Università (corso sulla discesa agli inferi di Inanna) e a sbobinare le lezioni che erano state registrate.
Ci sembrava logico partire da lì, perché Letizia era riuscita a portare in aula temi che ci riguardavano profondamente, ed era riuscita a toccarci non solo intellettualmente – questa era una delle doti di Letizia – elaborandoli con un rigore e un’attenzione che ci liberava da ogni “sbigottimento e autobiografismo”, per avvicinarci al senso degli archetipi che si mostravano nel mito, alle loro rappresentazioni, facendoli risuonare in ognuno di noi.
Questa era la caratteristica della sua trasmissione in presenza, che però nella riscrittura degli appunti si diluiva togliendo spessore al nostro progetto di pubblicazione che fu accantonato.
Tra le carte dell’Università di Letizia io avevo una lista (stilata da lei qualche mese prima di morire) di tutte le sue pubblicazioni, ma ci sembrava improbabile recuperarle tutte per pensare di ri/pubblicarle in un unico volume: alcuni erano scritti pubblicati molti anni fa da amministrazioni comunali, altri erano atti di convegni pubblicati da case editrici che non esistono più.
L’occasione ci si è ripresentata 4 anni fa, quando Anna Valeria mi ha telefonato per dirmi che le avrebbe fatto piacere affidarmi i faldoni dei lavori di Letizia.
Manuela è andata a prenderli: nei faldoni c’era una copia di tutte le pubblicazioni; Alberto fece una serie di lavori di controllo e verifica rispetto alla bibliografia che avevo io e alle case editrici che potevano essere interessate alla ri/pubblicazione di questi scritti, poi è arrivato l’intervento di Gabriella che ci ha aperto il ponte con il Saggiatore
E’ iniziata così la lavorazione del volume, che non ci ha implicate solo su un fare.
E’ stato un lavoro complesso e non sempre fluido sia dal punto di vista della costruzione del libro che dal punto di vista delle relazioni tra le persone coinvolte.
Il primo problema che si è posto è stato come organizzare gli scritti di Letizia: affrontare la questione dell’organizzazione significava confrontarci sul senso di questo libro.
Un ordine cronologico degli scritti ci sembrava banale e compilativo, toglieva spessore alla complessità del pensiero, un ordine tematico rischiava di non restituire i legami e la coerenza che teneva insieme studi apparentemente molto distanti tra loro. Ha messo ordine l’aiuto di Lilli, e si è scelto di lavorare per costellazioni: un tema centrale che si articola, si apre mostrando legami, tracciando l’andamento dei pensieri, mostrando le evoluzioni e le trasformazioni degli oggetti di ricerca.
Tre sono state le costellazioni individuate, che sono diventate le tre parti del libro, dentro le quali andava ora scelto cosa mettere e con che ordine. Un punto di svolta è stato il suggerimento di Francoise Fleury di incontrare persone legate a Letizia per intervistarle rispetto ad una delle tre costellazioni. Le interviste nel libro sono poi diventate racconti: i racconti degli incontri che ci hanno orientati nell’organizzazione delle costellazioni e le introducono accompagnando il lettore nella lettura.
Chi nominava Letizia rispetto a quei temi? Chi era disponibile in termini di pensiero e di tempo per farsi coinvolgere?
Per la prima costellazione – Gettare lontano le chiavi – che raccoglie gli scritti su antipsichiatria e studi sulla famiglia abbiamo coinvolto Renato Rozzi.
Per motivi organizzativi l’incontro con Renato è avvenuto solo “per telefono”: gli abbiamo raccontato il progetto, gli abbiamo chiesto che ci parlasse di Letizia nell’equipe di Basaglia. Ci ha risposto con un lungo fax che non abbiamo rielaborato per la densità e la bellezza con cui tratteggia il ritratto di una giovane Letizia, unica donna, non medico, in un’equipe di medici. Renato ci racconta come lei stava in quel contesto, e come il suo modo di stare vi incidesse significativamente
Per la seconda costellazione – Da bocca a orecchio – che raccoglie gli scritti del periodo di Urbino e i testi sulla relazione maestro allievo, abbiamo incontrato Francoise Fleury che cha lavorato con Letizia all’università di Urbino ed è stato testimone del suo modo particolare di stare con gli allievi, con lei ha portato avanti sperimentazioni relative a nuove tecniche di trasmissione del sapere e l’ha accompagnata nelle riflessioni sulla trasmissione del sapere tradizionale.
Per la terza costellazione – Relazioni viventi – abbiamo incontrato Chiara Zamboni che ci ha parlato di Letizia rispetto al lavoro con Diotima e all’originalità con cui abitava il contesto universitario di Verona. Contesto non facile per Letizia, all’interno di un dipartimento (allora era l'”Istituto di Psicologia”) spesso lontano e dissonante rispetto ai suoi oggetti e alle modalità di ricerca. Letizia a volte si arrabbiava, ma le arrabbiature erano però spesso accompagnate da un grande senso dell’ironia rispetto a ciò che accadeva, ironia che segnava la sua distanza dalle posizioni intellettuali dei colleghi.
Il racconto di questi testimoni ha orientato la configurazione delle tre costellazioni in termini di scelta dei tesi e della loro organizzazione.
La relazione tra noi curatori, proprio perché la cura del volume consisteva nel selezionare e mettere ordine, non è stata sempre in discesa. Eravamo legati da un lavoro comune, ma sul quale ognuno investiva desideri e fantasie proprie, ricordi ed emozioni a volte distanti tra loro: del resto selezionare (non tutte le pubblicazioni potevano entrare nel volume) e ri/organizzare significava attribuire significati e a volte i nostri sguardi erano diversi a seconda di come gli scritti di Letizia risuonavano in noi, ma soprattutto per come erano state diverse le nostre relazioni con lei: erano relazioni viventi, perché mai giocate sull’oggetto del sapere ma su come questo risuonava in noi, e così ognuno aveva tessuto con lei un proprio incontro.
Sottolineo con un sorriso questo aspetto: la presenza di Letizia ha spesso portato scompiglio, nelle storie personali e nei contesti di lavoro, perché spostava qualcosa dentro, perché mostrava possibilità altre (a volte scomode), perché rompeva gli andamenti lineari e ci costringeva a uscire dai luoghi comuni, che sono sempre molto rassicuranti.
Ha portato scompiglio anche tra noi coinvolti nel libro: ci eravamo illuse che bastasse essere mosse da un grande affetto verso Letizia e da un compito in comune che la riguardava per tenerci insieme.Viceversa, proprio perché stavamo facendo qualcosa che ci riguardava profondamente, non è stato facile trovare e stare nelle mediazioni.
Il libro è uscito e mi sono domandata come sono riuscita a stare nel lavoro che ci eravamo date.
Condivido con voi la risposta possibile, perché questo mi permette di toccare un altro aspetto che caratterizzava la modalità di lavoro di Letizia
Durante la revisione delle bozze del libro ho fatto un sogno: Letizia tornava da un lungo viaggio e mi portava in dono due fustini di detersivo.
Per me, un aiuto significativo nel lavoro di cura del volume, è stato il ri/sintonizzarmi su uno degli insegnamenti forti di Letizia, quello che riguarda il fare pulizia, il liberarsi dall’inutile, il ripulirsi del troppo (pensieri e emozioni): lo sforzo che lei richiedeva non era quello di aggiungere, ma di togliere tutto quello che non ti consente di…
Il rigore di Letizia, nominato anche nel libro e che si sente nei suoi scritti, consisteva proprio in questo esercizio di pulizia; ho ritrovato nei miei appunti queste parole sue che mi sembrano molto pertinenti: “liberarsi dalle associazione meccaniche e dalle fantasie riempitive per mantenersi lucidi e attenti, e continuare così quella collana iniziata prima di me e destinata a proseguire oltre me, di cui siamo semplici anelli, indispensabili come ogni altro per la trasmissione di sangue e di parola”
Filippa Di Marzo de “La Città Felice di Catania”
L’Associazione “Città Felice di Catania” ha presentato, il 20 maggio 2011, presso la libreria Voltapagina di Catania, il libro Essere Maschi–Tra Potere e Libertà scritto da Stefano Ciccone, edito da Rosenberg & Selliers. Il libro è stato presentato e discusso da uomini e donne appartenenti a diverse realtà associative di Catania che hanno interloquito con l’autore, elaborando visioni e analisi personali e ponendogli delle domande che hanno reso più vivo l’incontro. Tra le richieste vale la pena di evidenziarne alcune, importanti per approfondire la conoscenza con l’autore e far dialogare la differenza femminile e maschile, come ad esempio approfondire il nesso che secondo Ciccone esiste tra sessualità maschile e logiche di potere e di guerra; altra domanda è stata se ci siano elementi della vecchia immagine del maschile da salvare e mettere in circolo nella ricerca di una moderna parzialità maschile e di nuove forme di mascolinità. È stato chiesto anche quale sia al presente il percorso di cambiamento intrapreso dagli uomini della rete di Maschile Plurale e come questo si proponga e si renda visibile politicamente nella sfera del pubblico, e ancora quanto sia imprescindibile per gli uomini il dato della paternità biologica alla luce del desiderio di diventare padri. A queste e altre domande, Stefano Ciccone ha risposto con dovizia di analisi facendo ricorso anche alla sua personale esperienza, cosa che ha sollecitato i presenti, i quali hanno fatto richiesta all’associazione Città Felice di promuovere ulteriori incontri sulla “questione maschile” da tenersi in seguito a una lettura più accurata del libro e ai guadagni politici emersi dalle relazioni di differenza tra donne e uomini. Stefano Ciccone incarna la figura di un uomo che più di vent’anni fa, dopo l’esperienza vissuta nel gruppo Maschile Plurale di Roma, ha contribuito, unitamente ad altri gruppi nazionali di uomini con storie e pratiche diverse, a creare l’associazione nazionale Maschile
Plurale e buona parte del libro, come lui stesso precisa nell’introduzione, fa riferimento a questa esperienza collettiva nel gruppo, con i cui componenti ha potuto riattraversare in modo critico non solo la propria esperienza di uomo ma anche le vicende storiche dell’oppressione patriarcale sulle donne e le categorie e i modelli identitari del maschile.
Il libro di Stefano Ciccone, come lui stesso riferisce è il racconto del suo voler “essere uomo nel mondo”, che attraverso la personale esperienza cerca di leggere i saperi, praticare la politica e porsi di fronte al problema della violenza degli uomini sulle donne individuandola come la “questione maschile”, prima di tutte per importanza tra le contraddizioni da indagare da parte dell’umanità.
Il libro si pone a metà strada tra il saggio e l’autobiografia. È un saggio nella misura in cui Stefano Ciccone parlando di violenza sulle donne, prostituzione, paternità, sessualità, cita e rinvia continuamente al pensiero ed agli scritti di diverse/i scrittori e scrittrici; ed è innanzitutto racconto autobiografico per via del suo percorso di uomo che a un certo momento della vita ha acquisito la consapevolezza che il linguaggio parlato dai maschi è un linguaggio “neutro” in quanto espressione ed esercizio del potere assolutizzante maschile, nel quale non c’è né spazio né libertà per i desideri autentici di uomini e di donne.
L’autore, prendendo spunto dal cammino fatto dalle donne del femminismo della differenza sessuale che sin dagli anni ’70 hanno preso parola pubblica per elaborare ed esprimere la loro soggettività e la verità sulle cose che accadono nel mondo, partendo dal loro punto di vista “parziale” di donne, riconosce a sua volta così la “parzialità” del maschile e la analizza insieme ad altri uomini che come lui sentono il disagio di una rappresentazione errata dell’essere uomini
detentori di un potere nel quale non c’è spazio per le emozioni, per i desideri, per la percezione del
corpo e per le manifestazioni d’intimità tra uomini. L’autore confida alle pagine del suo libro e a chi lo legge quanto gli sia stato di giovamento per procedere nella destrutturazione del sé attingere alle analisi e ai testi femministi, al linguaggio, alle pratiche politiche delle donne, ma soprattutto come abbia saputo fare tesoro degli scambi, delle relazioni e dei conflitti costruttivi intrapresi con esse.
Come maschio, che insieme ad altri, ha riconosciuto la propria parzialità e con essa la libertà di esplorare la sua vita in maniera differente, Stefano Ciccone inizia a indagare una serie di problemi che sono strettamente connessi con la cultura e l’oppressione “patriarcale”.
Da oltre 15 anni il tema affrontato dagli uomini di Maschile Plurale è stato quello della violenza sulle donne, che rimanda direttamente a quello della prostituzione.
Per Ciccone la violenza sulle donne si spiega con la volontà di predominio dell’uomo sulla donna, dominio che nel gesto di mercificare il corpo della donna acquista significati di mortificazione del femminile che viene reso oggetto del potere di acquisto del maschio.
Ma per Ciccone la violenza sulle donne, e con essa la tremenda verità della violenza in famiglia, rivelano una “povertà” del maschile che nella sessualità vede un semplice “sfogo fisiologico” troppo spesso giustificata dalla “naturalità” e dalle “necessità” del corpo maschile, dove però non trovano spazio le relazioni, i rapporti costruttivi, i sentimenti ed il desiderio.
La “povertà” del maschile, che si traduce in volontà di dominio sulla donna, si manifesta anche nella scarsa conoscenza del proprio corpo da parte dei maschi e/o nella richiesta di paternità, che porta spesso il maschio a confliggere con la donna sulla quale sposta la sua frustrazione e la sua dipendenza che esterna con la difficoltà a saper mettere in essere rapporti di relazione e di affetto con le figlie e i figli.
Il consiglio che Ciccone si sente di dare ad altri uomini è quello d’intraprendere insieme e nelle relazioni di differenza con donne, un percorso di libertà e di consapevolezza della propria parzialità, nel quale la ricerca del rinnovato desiderio maschile acquisti una valenza centrale.
Filippa Di Marzo de “La Città Felice di Catania”