Caterina Rea
“Siamo state zitte per troppo tempo, ora vogliamo essere il motore del cambiamento”. Dalla Spagna all’America latina, crescono i movimenti di donne rom. Che dimostrano la forte vitalità di un popolo vittima di pregiudizi e razzismo. E di un forte sessismo interno alla stessa comunità zingara. Ecco chi sono e quali sono le loro rivendicazioni in vista del secondo Congresso mondiale che si svolgerà a Helsinki
Esattamente un anno fa, alla fine ottobre del 2011, si è svolto a Granada, in Spagna, il Primo congresso mondiale delle donne gitane. Oltre duecento donne romanì erano arrivate nella città andalusa da mezzo mondo (Francia, Portogallo, Olanda, Grecia, Finlandia, Palestina, Colombia) per discutere della loro condizione e per affermare la volontà di lottare contro il sessismo interno, ma anche esterno, alla loro comunità, e contro il razzismo. Il prossimo Congresso mondiale si terrà tra un anno a Helsinki, in Finlandia. Tra gli organizzatori dell’evento figurano il Consiglio d’Europa, il governo finlandese e il Segretariato generale per la popolazione gitana del paese ospitante. Una prima riunione organizzativa si è tenuta qualche giorno a Bucarest per definire le linee-guida del convegno, i criteri di selezione e il numero delle partecipanti.
Qualcosa sta dunque cambiando nel mondo rom. Numerosi gruppi e associazioni militanti – in particolare di donne – stanno nascendo, in Spagna ma non solo, per rivendicare diritti e visibilità, per cercare di cambiare gli equilibri della loro comunità come dell’intera società.
Una delle opinioni – diciamo pure dei pregiudizi – più diffusi sul popolo rom è che si tratti di una realtà omogenea, tutta uguale e come tale statica e immutabile. Eppure non è così. Sappiamo che tutto ciò è proprio dei meccanismi di oppressione, di discriminazione, delle logiche razzializzanti e stigmatizzanti che creano un “altro” differente da sé, riducendolo a un blocco tutto omogeneo, identico e senza sfaccettature. Per il pensiero razzista (come per quello sessista e omofobico, del resto), i diversi sono tutti uguali, marcati da caratteri, qualità e comportamenti considerati come specifici e originari. Cosi, nel caso dei rom, tanto gli stereotipi romantici (popolo misterioso, folkloristico e orientale di musici e danzatrici) quanto gli stereotipi negativi (popolo di delinquenti, di ladri, che vive in sudice baraccopoli) pretendono di fissare una volta per tutte caratteri e comportamenti “naturali” di questo popolo.
Contro questi dffusi pregiudizi e contro questa logica persistente di stigmatizzazione e di discriminazione lottano i numerosi movimenti rom, oggi diffusi in molti paesi europei e latino-americani e attivissimi anche via internet, in particolare sui network sociali come Facebook, attraverso i quali possono entrare in contatto e scambiarsi facilmente messaggi. Sì, perché l’attivismo rom esiste, con le sue rivendicazioni: eguaglianza di diritti, lotta contro la romafobia e l’antigitanismo.
Il primo aspetto della loro battaglia consiste nella costituzione di gruppi e organizzazioni come soggetti attivi della militanza, nella costituzione cioè di un attivismo rom plurale e differenziato. In Spagna, esiste per esempio una giovane organizzazione che si chiama Ververipén1 – roms para la diversidad – che si batte per difendere e rendere visibile la diversità e l’eterogeneità (di scelte, posizioni, comportamenti… anche in materia di sessualità) interna alla comunità rom. Questi giovani lanciano una sfida alle loro comunità, cioè quella di riconoscere questa molteplicità che intimamente le attraversa, ma soprattutto alla società riduce il popolo rom a una realtà piatta e omogenea. “L’immagine che si trasmette da parte della società maggioritaria – leggiamo in un testo elaborato da Ververipén – è un’immagine piana, senza profondità, che tende a negarci un volto e una presenza umana; ci “cosificano” trasmettendo l’idea, conscia o inconscia, che siamo tutti più un problema che un gruppo umano, relegandoci, nella dimensione sociale, al ruolo di delinquenti, nella dimensione economica a quello di competitori e, nella dimensione culturale, al ruolo di esseri esotici, misteriosi e selvaggi”. Questi giovani vogliono far sentire la propria voce, anzi, ancor di più, come mi spiegano Demetrio e Kurro di Ververipén in uno scambio di e-mail, “agitare coscienze e generare nuove idee”.
Prova della ricchezza di prospettive e dell’effervescenza del nuovo attivismo rom è l’organizzazione di movimenti femministi che stanno costituendo una rete internazionale di donne romanis portatrici di un nuovo pensiero e di una pratica sociale e politica che lotta per creare nuovi spazi di cittadinanza. “Siamo state zitte per tanto tempo, ora vogliamo parlare di tutto”, afferma una di queste militanti femministe gitane. Vogliono rivendicare i loro spazi, dibattere su diritti umani, eguaglianza, partecipazione politica, sessualità, come ricorda Alexandrina Moura da Fonseca, che dirige l’associazione alicantina di donne romanis Arakerando.
Queste donne vogliono essere presenti e attive di fronte alle sfide del secolo XXI: lottare contro il sessismo e il machismo, sia che provengano dalla loro comunità che dal resto della società, e contro il diffuso razzismo antigitano che le relega a un ruolo subalterno. “Se la storia del popolo gitano è stata muta, le donne gitane sono state figure invisibili che non hanno mai avuto il diritto di esprimersi”, afferma Beatriz Carrillo de los Reyes, presidenta dell’associazione andalusa Fakali – donne gitane universitarie. Ma ora le cose stanno cambiando. “Ora è il nostro momento, dobbiamo rivendicare potere, stare nei centri di potere, essere lì”, aggiunge un’altra attivista. L’obiettivo principale di questi collettivi di donne è la lotta per la visibilità e l’idea che sono proprio loro, le donne romanis, a essere il “motore del cambiamento” in seno allo stesso popolo gitano.
Il femminismo gitano sta muovendo i suoi primi passi, ma in modo già fermo e deciso. Ecco le sue principali rivendicazioni, affermate nel Primo congresso delle donne gitane e ribadito dal comitato organizzatore della prossima conferenza mondiale: azione collettiva volta alla presa di coscienza, di responsabilità e di decisioni in materia di diritti sociali) delle donne romanis dentro e fuori la loro comunità; uguaglianza di genere; visibilità della loro condizione e promozione della comunità gitana; educazione e inserimento delle donne romanis nel mercato del lavoro; lotta contro il razzismo e affermazione della loro solidarietà con l’intero popolo rom; partecipazione politica, militanza e cittadinanza.
Secondo questa versione del femminismo, la rivendicazione dell’eguaglianza delle donne non è separabile dall’affermazione della propria condizione specifica di romnja, in quanto la discriminazione e la subalternità alle quali si oppongono è effetto congiunto dell’oppressione maschile e del razzismo. Di quest’ultimo, esse sono vittime tanto quanto gli uomini della loro comunità. “Le rivendicazioni delle donne gitane – si legge in un testo elaborato nel 2002 da un’associazione catalana in occasione di una giornata di discussione su questi temi – non vanno solo in senso femminista, ma chiedono il rispetto e l’uguaglianza per tutto il loro popolo. Le donne gitane non intendono il superamento delle loro diseguaglianze e della loro promozione senza la promozione del popolo gitano in generale” (Jornada Dona Gitana, 2002).
Forse i movimenti rom, e in particolare quelli delle donne, si stanno finalmente avviando a divenire i futuri (forse inattesi) protagonisti del dibattito politico, sociale e culturale del XXI secolo.
(il manifesto, 6 novembre 2012)
Giuseppe Rizzo
Chioma fulva mezza rasata, occhialino professorale e sorriso con fossette laterali, la Draghessa di internet è lei. Ama farsi fotografare con rettili o volpi sulla spalla e farsi chiamare «Lizard wrangling», titolo del suo blog, cioè «lucertola dispettosa». Winifred Mitchell Baker, californiana, a fine anni Settanta studentessa a Berkeley, oggi a 55 anni è una delle donne più in vista della Silicon Valley, per la rivista “Time” tra i 100 personaggi più influenti del mondo. Meglio, come donna tecnologica è la più in vista, dopo che Carol Bartz è stata rimossa dalla carica di amministratore delegato di Yahoo.
Mitchell «Lizard» Baker è ancora solidamente in sella della «corporation» del draghetto, o meglio a capo della Mozilla Foundation, proprietaria del browser Firefox, impegnata attualmente nella promozione di un nuovo sistema operativo – Firefox Os – che si prefigge di far dialogare le App tanto su prodotti Apple quanto su smartphone e tablet che utilizzano Android. Questo obiettivo per lei è quasi una crociata, si tinge di riflessi utopici da open source, da rottura di steccati, pur sempre nel recinto più vasto dei sistemi proprietari. «Noi siamo una struttura non-profit», chiarisce sempre, anche se una non-profit da 50 miliardi di dollari. «E vogliamo aumentare la libertà, non il controllo sul web». Insomma si comporta da guru, da Draghessa, appunto.
Lei è una delle donne più importanti della Rete. Sente questa responsabilità? In che cosa essere donna in una posizione chiave della Silicon Valley può fare la differenza?
«Le diversità sono importanti anche a livello di leadership. Se tutte le persone che creano la tecnologia di base di internet fossero uguali o anche molto simili, il risultato del loro lavoro rispecchierebbe questa prospettiva condivisa e quindi non potrebbe rappresentare tutti noi. Credo che il mio ruolo nel settore sia importante proprio perché penso alla tecnologia, alla società o al guadagno personale in modo diverso da molti miei coetanei. E questo, almeno in parte, è perché sono donna. Ciò che per altri è ovvio per me può essere solo convenzionale e non particolarmente buono. Cerco questo senso delle diverse possibilità nel nostro lavoro a Mozilla. D’altra parte questa è la filosofia prevalente dentro Mozilla, nel cui nucleo guida ci sono molte persone eccezionali. Non ho mai avuto grandi difficoltà a guidare Mozilla come donna. Il mio partner iniziale è stato Brendan Eich – creatore del linguaggio che va sotto il nome di Java script che gestisce molta parte del web – e con lui non ho mai avuto problemi di genere. Lo stesso vale per molti altri collaboratori, che sono contenti di avere una donna come presidente».
Non so quanti anni abbia suo figlio ma non le pare che i cosiddetti nativi digitali rischino di diventare una nuova specie di centauri, metà adolescenti e metà divano, visto come tendono a mediare qualsiasi relazione tramite il web? Non la spaventa questo?
«La vita virtuale e quella reale, fisica, sono sempre più interrelate. A volte le attività online mediano altre relazioni. Ciò è qualcosa di nuovo per molti di noi. D’altra parte ricordo che anche quando ero adolescente i miei genitori, della generazione precedente, erano preoccupati dall’uso che facevamo della tecnologia. Quanto tempo hai passato al telefono? Quanto tempo stai sprecando davanti alla tv?
Rapporti complessi con la tecnologia, che in parte amiamo e in parte ci mettono a disagio, non sono una novità. A mio parere però i veri nativi digitali saranno la generazione che crescerà facendo internet e sapendolo utilizzare nel modo migliore. Internet non è come la tv o come ascoltare un programma radio. È profondamente personalizzabile e può essere perciò vissuto in modo differente da ognuno. Capire come farne una esperienza che si adatta al proprio ambiente, a livello locale, è giusto il segno di riconoscimento di un nativo digitale. A Mozilla abbiamo un progetto che si chiama Webmaker (http://www.mozilla.org/en-US/webmaker/) che nasce dall’idea di far capire come creare cose online sia ormai diventato una competenza essenziale, come imparare a leggere, scrivere e fare di conto».
Ci aiuti a fare uno sforzo di immaginazione, lei che ha avuto un ruolo tanto importante nel passaggio al web 2.0. Come sarà il mondo di internet tra dieci o vent’anni?
«Dieci o vent’anni sono un tempo troppo lungo nella vita di internet. Ma nei prossimi cinque anni ci troveremo di fronte certamente a una ulteriore esplosione di dati. Vivremo in un mondo di informazioni. E vivere immersi in questi dati solleva questioni alle quali abbiamo bisogno di dare una risposta, come chi ha il controllo di questi dati, come ordinarli e filtrarli, e se ciò ci fa sentire più liberi o più manipolati. La mia paura più grande per il futuro della Rete è che si rischia un sistema fortemente centralizzato in cui poche imprese e governi controllano gran parte di ciò che accade online. Mozilla lavora per costruire un internet aperto, in cui ogni individuo abbia il massimo del controllo sulla sua vita. Gli ambienti informatici attuali, specialmente di telefonia mobile, non sono il mondo che vorrebbe Mozilla. Possono essere eleganti ma non sono aperti, distribuiti, ambienti in grado di utilizzare le potenzialità che il web ci ha mostrato. Così noi stiamo cercando di nuovo di cambiare il futuro di internet, ad esempio attraverso Firefox Os, il sistema operativo mobile che stiamo costruendo, e spero che guardando indietro tra cinque anni potrò dire che ci siamo riusciti».
Come coniugare l’esigenza di non essere più tracciabili sul web, non parlo solo di privacy, con le esigenze di sicurezza che i governi hanno o quelle degli investigatori di contrastare la criminalità?
«Dobbiamo affrontare questo problema come facciamo nella vita. Le nostre società per secoli si sono confrontate con il problema di come bilanciare la libertà personale con l’interesse pubblico. Ogni stato-nazione prende decisioni per tutelare la libertà e prevenire il crimine. Io però temo che le democrazie occidentali stiano cambiando, involontariamente, questo equilibrio».
Esistono già tutta una serie di App che autolimitano la nostra connessione, con una sorta di disconnessione a tempo. Perché non riusciamo più a staccarci da soli?
«Ogni nuova tecnologia dirompente porta con sé timori che possa cambiare il nostro comportamento o disumanizzarci, basta pensare a “Tempi moderni” di Chaplin. Stiamo capendo meglio come funziona il cervello umano e presto ne sapremo di più anche sul comportamento. Nel frattempo possiamo sviluppare strumenti che aiutino la gente a capire il proprio comportamento. A Mozilla abbiamo degli esperimenti in corso. Quando riusciremo a capire meglio l’uso individuale della tecnologia e perché potrebbe rivelarsi difficile disconnettersi avremo maggiori possibilità per cambiare le nostre abitudini».
Lo strapotere di Google viene da più parti criticato perché di fatto orienta l’accesso alle informazioni. I risultati della ricerca tengono conto di filtri su cui l’utente non ha alcun controllo e che molti contestano. Come superare questi paletti?
«Noi crediamo che un internet aperto che permette alternative per gli sviluppatori e per gli utenti sia il modo migliore per prevenire gli abusi».
La Apple non vi permette di accedere al suo sistema mobile e non siete gli unici con questo problema. Come giudica questa chiusura e non può rivelarsi un boomerang?
«Le tecnologie che si possono usare sulla piattaforma iOs sono limitate da Apple. Per questo motivo non siamo in grado di offrire tutto Firefox su iOs, ma solo parti di esso attraverso le tecnologie controllate da Apple. Al momento non abbiamo intenzione di farlo perché pensiamo che questa miscela tecnologica non farebbe né la nostra né la felicità degli utenti. Tuttavia continuiamo a sorvegliare le possibili interrelazioni tra Firefox e gli utenti iOs. La tendenza di oggi, capitanata da Apple, dei singoli produttori è di controllare sempre di più le decisioni sulla tecnologia da utilizzare, le pratiche commerciali, i prezzi e la capacità dei programmatori di dialogare con i propri clienti. È molto inquietante. Se dovesse diventare il modello prevalente perderemmo molto di ciò che di buono ci ha portato il mondo del web».
(L’Unità, 5 novembre 2012)
di Giovanna Ricoveri
Per evitare che tutto finisca in un calderone indefinito, dobbiamo distinguere e dare priorità alle risorse naturali, decisive per la sopravvivenza dell’umanità. Solo dopo vengono conoscenza e cultura, servizi e internet. Le comunità e i movimenti ambientalisti devono diventare una voce che decide insieme alle altre istituzioni del territorio. I beni comuni naturali, legati ai quattro elementi di Empedocle – acqua, aria, terra e fuoco – possono esprimere, riletti alla luce del presente, un modello sociale e produttivo alternativo, ma non sostitutivo, a quello capitalistico. Hanno questa valenza perché mettono in discussione il capitalismo da tre angolature essenziali: l’economia di mercato e quindi la mercificazione delle cose e delle persone; la proprietà privata e quindi lo sfruttamento del lavoro e della natura; la democrazia rappresentativa, che nella globalizzazione neoliberista non garantisce la partecipazione e il controllo dei cittadini, neanche in misura limitata. I beni comuni naturali sono risorse fisiche essenziali alla sopravvivenza, e sono pertanto diritti universali, come sostengono i giuristi; ma non sono diritti universali, che diventano beni comuni se e quando le risorse naturali, cui i diritti si riferiscono, sono gestiti “in condivisione”. Non è la destinazione dei beni comuni che li rende tali: le risorse essenziali alla sopravvivenza sono beni comuni “a prescindere”, anche se appropriate o “recintate” dal capitale. Né i beni comuni naturali diventano tali grazie alla conversione delle produzioni e alla riterritorializzazione dei mercati, che sono un tassello decisivo dell’alternativa, ma non trasformano in beni comuni i settori produttivi riconvertiti. I beni comuni non sono neanche “il” bene comune, che è invece l’interesse generale di un paese, garantito dai governi. La letteratura sui beni comuni (scarsa in lingua italiana) e il dibattito corrente (spesso ridondante), dividono i beni comuni in quattro categorie: i beni comuni naturali; quelli culturali (il linguaggio, la conoscenza, il patrimonio artistico); quelli sociali (i servizi pubblici e le acquisizioni dello welfare); e quelli digitali (internet in tutte le sue articolazioni). Prendere a prestito una espressione simbolica come i beni comuni è utile, ma a condizione che non si faccia un calderone trattando allo stesso modo quel che è diverso, e deve essere analizzato nella sua specificità. La rilevanza dei beni comuni naturali, a volerla riassumenre in un solo concetto, è proprio la loro diversità e specificità di luogo e di tempo. La cultura sottostante i beni comuni naturali è opposta a quella del capitalismo: mentre la prima valorizza la diversità e il locale, considerandoli la vera ricchezza di un popolo e di una comunità; la seconda li nega in nome dell’ideologia dell’homo oeconomicus che rende un uomo eguale a tutti gli altri, un’ora di lavoro eguale a tutte le altre, la competitività una necessità intrinseca ancor prima che economica, legata al profitto. Non esiste una definizione unica dei beni comuni naturali, la cui forza è proprio la flessibilità con cui le comunità – i soggetti titolari dei beni comuni – riescono ad adattarsi al variare delle situazioni. È possibile tuttavia descriverne i tratti distintivi, uno dei quali è proprio la diversità. Un altro è l’auto-organizzazione della comunità, che è una forma importante di democrazia diretta, capace di correggere e integrare quella rappresentativa. I beni comuni sono infatti sistemi locali, diversi nello spazio anche nello stesso periodo storico, e proprio per questo esprimono una alternativa reale – ancorché parziale – al paradigma del mercato: la loro flessibilità permette di utilizzare al meglio le risorse presenti sul territorio, evitandone il degrado e la distruzione, che sono invece ineliminabili nel modello capitalistico. Sul territorio è inoltre possibile far emergere e valorizzare le risorse umane di creatività, intelligenza ed energia delle persone, che sono la risorsa più scarsa in assoluto in una società ecologicamente e socialmente sostenibile. A sostegno della priorità dei beni comuni naturali, ci sono diverse ragioni: la prima, quella di essere beni di sopravvivenza senza i quali nessuno – né ricchi né poveri – può sopravvivere. Dopo, ma solo dopo, vengono conoscenza e cultura, servizi e internet. Un’altra ragione è che in ciascuno dei quattro elementi vitali di Empodocle si racchiude tutta la realtà, quella di oggi come quella di ieri e dell’altro ieri. L’acqua ad esempio non è solo quella che beviamo ma anche quella per la cura di sé, per lo smaltimento dei rifiuti, per la produzione agricola e industriale, etc. Una terza ragione è che nel terzo millennio le frontiere del profitto si sono spostate sui beni comuni e sui beni pubblici, e cioè sul patrimonio consolidato di beni naturali, infrastrutturali e di servizi, il cui valore è in parte un “regalo” della natura e in parte frutto dell’ingegno e del lavoro delle comunità e delle popolazioni locali. Una ricchezza collettiva molto appetibile per le grandi multinazionali e per la finanza, che è al centro dello scontro sociale in Europa e nelle guerre in corso in molte parti del mondo per le risorse naturali e il controllo del territorio. Nel passaggio dal Medioevo alla Modernità, i beni comuni sono stati appropriati (enclosed) dal capitale e la natura è scomparsa dall’orizzonte delle scelte economiche e politiche, come è successo all’agricoltura contadina nel secolo scorso. La sottovalutazione della natura ha avuto effetti devastanti e duraturi nel tempo: ha legittimato la schiavitù e il colonialismo; l’introduzione su vasta scala della chimica in agricoltura; l’uso generalizzato di energia fossile; l’impiego di tecnologie pericolose e di sostanze cancerogene nei luoghi di lavoro, dove i lavoratori vanno a morire come fossero in guerra. Il caso Ilva ne è la riprova inequivocabile, così come gli incidenti mortali sul lavoro. L’esperienza europea del Medioevo e quella attuale nei paesi del Sud del mondo offrono elementi utili a capire come i beni comuni naturali potrebbero essere riproposti per superare la crisi del capitalismo. Una condizione è che il progresso non sia identificato con il “nuovo” mentre è un misto di presente e di passato: fare terra bruciata del patrimonio di esperienze del passato contraddice infatti ogni regola di buon senso. La crisi del capitalismo potrebbe essere l’occasione per rilanciare questa esperienza storica di auto-regolamentazione delle risorse locali e del territorio da parte delle nuove comunità locali, da identificare nei comitati di lotta e nei movimenti ambientali e sociali che esistono numerosissimi ovunque. Un esempio italiano noto è il Comitato NoTav della Val di Susa. Un’altra condizione è che a questi nuovi soggetti venga riconosciuto per legge il potere di co-decidere sull’uso del loro territorio, avendo pari dignità rispetto alle altre istituzioni già presenti sul territorio, innanzitutto i governi locali. Il ritorno dei beni comuni qui auspicato, o la loro reinvenzione come sostiene la Fondazione tedesca Heinrich Boell, si colloca in questa prospettiva strategica: richiede di considerare i movimenti ambientali e sociali e i comitati di lotta che operano in difesa delle risorse naturali e della giustizia sociale e ambientale come istanze che esprimono le esigenze del territorio e dei suoi abitanti, avendone il potere formale e sostanziale. Questo modo di intendere i movimenti permetterebbe di superare il duopolio stato-mercato immettendo nel sistema un terzo soggetto di democrazia diretta e insieme elementi di democrazia politica, capaci di rompere gli steccati costruiti dal capitale per concentrare le decisioni che riguardano tutti nelle mani di pochi, sempre più lontano dai luoghi dove le persone vivono e possono dire la loro. Si metterebbero così in discussione i pilastri su cui si regge oggi l’economia mainstream – l’oblio della natura, la competitività internazionale, la produttività, la competenza, la crescita. In sintesi, l’ingiustizia sociale e ambientale.
(il manifesto, 2 novembre 2012)
Franca Fortunato
“La Signora del Monte. Vecchie storie a Monforte d’Alba”, è il titolo dell’ultimo libro di Marirì Martinengo, in cui l’autrice, femminista storica del pensiero della differenza, porta a compimento la strada da lei aperta di un “fare storia” femminile che rivoluziona la storiografia tradizionale che, in nome di una “falsa oggettività”, ha permesso che la storia diventasse «una disciplina arida, mutilata delle relazioni, dei sentimenti, dell’emotività, aspetti ritenuti di pertinenza esclusiva del romanzo». Nel libro descrizione, narrazione e documentazione si intrecciano con le passioni, i sentimenti, la vita dell’autrice e delle donne e degli uomini con cui entra in relazione, in un rapporto col tempo che assume un significato diverso a seconda dell’età e di chi narra e interpreta la storia. Nel libro Marirì, con dovizia di documenti, di rimembranze e ricordi, tra memoriale e storiografia, narra, in modo appassionante e appassionato, poetico in alcuni momenti, dieci anni della sua infanzia, dalla fine degli anni Trenta alla fine degli anni Quaranta del Novecento. La memoria di esperienze personali e familiari si intreccia, nel libro, con una puntuale e documentata ricerca storica sui luoghi e le persone di Monforte, con il risultato di descrivere, narrare, e documentare la storia personale e familiare intrecciata con quella di una intera comunità. I luoghi, le strade, le case, le piazze, strappate all’oblio del tempo, si ripopolano attraverso la scrittura e la vita torna a pulsare nelle reti di relazioni tra vicine, nei sentimenti, nelle emozioni, negli amori, nelle passioni, nelle scelte delle donne e degli uomini che Marirì ha incontrato negli anni della sua permanenza a Monforte. Gli anni della guerra, dello sfollamento dalle città, della resistenza e del dopoguerra rivivono nel libro attraverso le vicende personali e familiari dell’autrice, e si intrecciano con la storia di una delle comunità delle Langhe piemontesi, che si resero protagoniste della lotta partigiana. Nel raccontare e ricordare la storia di Monforte d’Alba, l’autrice guarda alla genealogia femminile. Dalla Signora del Monte, la contessa, feudataria, che difese la roccaforte dall’assalto dei feudatari e dei vescovi e che fu condannata dalla chiesa al rogo per aver difeso e aderito al movimento cataro, a Elisabetta, regina d’Ungheria, che protesse Monforte, fino alle “infinite vite” di donne comuni che l’autrice conobbe nella sua infanzia e di cui narra la “storia”, per non lasciare che il tempo le seppellisca. Il libro si inserisce nel percorso politico e di ricerca storica di Marirì, con cui dimostra, ancora una volta, come scrivere la storia delle donne non vuol dire aggiungere un capitolo a un manuale scolastico per tutto il resto tradizionale, ma vuol dire ripensare e riscrivere tutta la storia, per fare entrare quello che è stato tenuto fuori dalla storiografia tradizionale, in primis le relazioni tra donne e tra donne e uomini. Un libro da fare leggere alle ragazze e ai ragazzi a scuola.
La Signora del Monte. Vecchie storie a Monforte d’Alba, Neso Edizioni, 2011, pagg. 165, € 14,00
Franca Fortunato
“La Signora del Monte. Vecchie storie a Monforte d’Alba”, è il titolo dell’ultimo libro di Marirì Martinengo, in cui l’autrice, femminista storica del pensiero della differenza, porta a compimento la strada da lei aperta di un “fare storia” femminile che rivoluziona la storiografia tradizionale che, in nome di una “falsa oggettività”, ha permesso che la storia diventasse «una disciplina arida, mutilata delle relazioni, dei sentimenti, dell’emotività, aspetti ritenuti di pertinenza esclusiva del romanzo». Nel libro descrizione, narrazione e documentazione si intrecciano con le passioni, i sentimenti, la vita dell’autrice e delle donne e degli uomini con cui entra in relazione, in un rapporto col tempo che assume un significato diverso a seconda dell’età e di chi narra e interpreta la storia. Nel libro Marirì, con dovizia di documenti, di rimembranze e ricordi, tra memoriale e storiografia, narra, in modo appassionante e appassionato, poetico in alcuni momenti, dieci anni della sua infanzia, dalla fine degli anni Trenta alla fine degli anni Quaranta del Novecento. La memoria di esperienze personali e familiari si intreccia, nel libro, con una puntuale e documentata ricerca storica sui luoghi e le persone di Monforte, con il risultato di descrivere, narrare, e documentare la storia personale e familiare intrecciata con quella di una intera comunità. I luoghi, le strade, le case, le piazze, strappate all’oblio del tempo, si ripopolano attraverso la scrittura e la vita torna a pulsare nelle reti di relazioni tra vicine, nei sentimenti, nelle emozioni, negli amori, nelle passioni, nelle scelte delle donne e degli uomini che Marirì ha incontrato negli anni della sua permanenza a Monforte. Gli anni della guerra, dello sfollamento dalle città, della resistenza e del dopoguerra rivivono nel libro attraverso le vicende personali e familiari dell’autrice, e si intrecciano con la storia di una delle comunità delle Langhe piemontesi, che si resero protagoniste della lotta partigiana. Nel raccontare e ricordare la storia di Monforte d’Alba, l’autrice guarda alla genealogia femminile. Dalla Signora del Monte, la contessa, feudataria, che difese la roccaforte dall’assalto dei feudatari e dei vescovi e che fu condannata dalla chiesa al rogo per aver difeso e aderito al movimento cataro, a Elisabetta, regina d’Ungheria, che protesse Monforte, fino alle “infinite vite” di donne comuni che l’autrice conobbe nella sua infanzia e di cui narra la “storia”, per non lasciare che il tempo le seppellisca. Il libro si inserisce nel percorso politico e di ricerca storica di Marirì, con cui dimostra, ancora una volta, come scrivere la storia delle donne non vuol dire aggiungere un capitolo a un manuale scolastico per tutto il resto tradizionale, ma vuol dire ripensare e riscrivere tutta la storia, per fare entrare quello che è stato tenuto fuori dalla storiografia tradizionale, in primis le relazioni tra donne e tra donne e uomini. Un libro da fare leggere alle ragazze e ai ragazzi a scuola.
La Signora del Monte. Vecchie storie a Monforte d’Alba, Neso Edizioni, 2011, pagg. 165, € 14,00
(Il Quotidiano della Calabria, 2 novembre 2012)
Claudio Canal
La vita della grande pedagogista in un volume di Renato Foschi pubblicato da Ediesse Il successo mondiale del suo metodo ne facilitò l’adattamento alle situazioni locali, dall’Olanda alla Nigeria Un progetto politico in cui la formazione non è serva del mercato, ma è destinata a liberare le bambine e i bambini
Si intravvede il mare dal cimitero di Noordwijk, cittadina a quaranta minuti da Amsterdam. Su una lapide semicircolare si possono leggere incise in italiano le parole: «Io prego i cari bambini che possono tutto di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo». Stava partendo per il Ghana a impiantare nuove scuole quando la morte la colse il 6 maggio 1953, Maria Montessori, che era nata il 31 agosto del 1870. A tre quarti d’ora d’auto, a Naarden, è sepolto il moravo Jan Amos Komensky, Comenio, morto tre secoli prima. Due giganti del pensiero e della pratica educativa muoiono in Olanda, lontani dai rispettivi paesi natali. Comenio avrebbe potuto morire in Svezia, a Londra, in Ungheria e Maria Montessori negli Stati Uniti, in India, a Barcellona. Un vero e proprio Labirinto del mondo e paradiso del cuore, come Comenio aveva intitolato un suo straordinario scritto utopico (pubblicato in Italia dalla Silvio Berlusconi Editore!). Sia l’uno che l’altra avevano trovato in Olanda la libertà di pensare e di operare.
Chi non sia nato ieri ricorderà il volto della Montessori stampato sulla banconota da 1000 lire. Dubito che sarebbe stata felice di apparire sulla merce universale e non si fa fatica a immaginare la sua reazione di fronte all’attuale miseria culturale della pedagogia governativa e paragovernativa, alla scuola trasformata in un’agenzia di rating, al delirio dell’ottimizzazione e dell’aziendalizzazione dei processi educativi, alla burocratizzazione nevrotica di docenti e strutture. Cosa potrebbe dire della cultura delle crocette, la quiztura che determina oggi la selezione degli insegnanti?
È un’impresa archeologica parlare oggi di Maria Montessori? Sì, per almeno due buone ragioni: lo strepitoso successo mondiale del suo metodo ne ha facilitato l’adattamento alla situazione locale, che sia l’India, gli Stati Uniti, la Nigeria o l’Olanda, e una continua evoluzione sulla traccia delle acquisizioni della psicopedagogia. La seconda banale ragione è che il mondo è cambiato e l’infanzia di oggi è profondamente diversa da quella da lei studiata: bambini e bambine spinti a coltivare il loro narcisismo, indotti, come gli adulti, al godimento immediato e replicabile all’infinito, selezionati sempre più in base alle loro prestazioni cognitive e alle loro capacità di sgomitamento competitivo, detto anche meritocrazia. Un’infanzia addestrata a diventare merce invece che eresia, quale essa è.
Ma è anche un gesto ribelle riparlare oggi di Maria Montessori. Per cui ben venga una nuova biografia critica, come quella pubblicata da Renato Foschi, Maria Montessori (Ediesse, pp. 204, euro 12). Accurata, estranea alla gergalità di molte pubblicazioni pedagogiche, con alcune novità storiografiche rispetto al rapporto del fascismo con Maria Montessori. Foschi sostiene giustamente che il suo progetto educativo sia un progetto politico in cui la formazione non sta in funzione del mercato e dei mercanti, come si pretende oggi, ma è destinata attraverso l’autoliberazione dei bambini e delle bambine alla trasformazione della società adulta verso una socialità più piena e pacifica. Detti così, sembrano principi incartati nei luoghi comuni universali, propellente della retorica istituzionale, mentre in Montessori sono invece impegno scientifico tradotto nella pratica educativa giorno dopo giorno. Per questo ci interessa proprio il versante biografico, come parabola di una vita che raccoglie le ambiguità e le contraddizioni del suo tempo per farne un accumulatore di energie di mutamento.
Tra le prime a laurearsi in medicina all’Università, con tesi Studio delle allucinazioni a carattere antagonistico, frequentazione critica del positivismo mascolino dei suoi maestri, più interessata alle ricerche dell’antropologo Léonce Manouvrier sul superiore valore del cervello femminile, impegnata a proporre una pedagogia riabilitativa e non solo ortopedica dei bambini deficienti o frenastenici, come si diceva allora. Come rappresentante italiana partecipa al Congresso Internazionale delle donne a Berlino e poi a Londra, nel 1899. Propugna pari salario a pari orario e delinea quell’eroismo femminile di cui sarà sempre personificazione e propugnatrice a sostegno delle «aspirazioni femministiche di libertà» e, pane al pane, contro gli uomini, «padroni, in senso barbaro, della vita sessuale». Hanno esplorato a fondo questo aspetto Valeria P. Babini e Luisa Lama in Una “donna nuova”. Il femminismo scientifico di Maria Montessori (FrancoAngeli 2010) a integrazione della fondamentale biografia della storica americana Rita Kramer mai tradotta in italiano, nella cui prefazione Anna Freud riconosce il suo debito verso l’italiana.
Nel 1902 si iscrive alla facoltà di filosofia dell’Università di Roma per seguire le lezioni di pedagogia di Luigi Credaro, poi ministro della pubblica istruzione. Gli anglomani vedrebbero qui in Maria Montessori una personalità multitasking, una mente policentrica che nel 1907 avvierà la prima Casa dei bambini nel quartiere popolare di San Lorenzo nella Roma «mazziniana» del sindaco Ernesto Nathan. Inizia a questo punto la felicità espansiva delle sue intuizioni pedagogiche che le verranno sempre più riconosciute internazionalmente anche quando saranno sottoposte a critica. In Italia sarà il mondo cattolico ufficiale a bastonarla perché non ritrova negli scritti e nella prassi montessoriana la colpa, il peccato originale da cui sarebbero segnati i bambini da redimere. Nonostante la sua collaborazione con le suore francescane e i suoi scritti sulla religiosità e sul rito della Messa, i pedagogisti cattolici le opporranno sempre la pedagogia delle sorelle Agazzi, più italiane e meno cosmopolite. In fondo, come nota Foschi, la religiosità di Maria Montessori sarà sempre segnata dalla teosofia, di cui era diventata formalmente seguace fin dal 1899 e che approfondirà negli anni trascorsi in India durante la seconda Guerra Mondiale. Il primo viaggio negli Stati Uniti nel 1913 dà il via alla montessorizzazione del mondo, per così dire, e alla leggenda vivente che lei stessa contribuirà ad alimentare con i suoi libri e le sue conferenze.
Il fascismo ne cercherà la collaborazione, è del 1924 la fondazione dell’Opera Nazionale Montessori, e la pedagogista non si tirerà indietro, illudendosi di condizionarlo. Romperà con il fascismo dieci anni dopo. La polizia segreta, l’Ovra, le starà sempre alle calcagna, come documenta Foschi, e terrà d’occhio soprattutto il figlio. Già, il figlio, Mario, dato alla luce nel 1898 con Giuseppe Montesano, suo collaboratore scientifico, con cui chiude la relazione. Impensabile allora poter proseguire la carriera scientifico-accademica avendo da nubile un figlio. Lo darà in affidamento e lo «recupererà» solo nel 1913. Marjan Schwegman, nella biografia pubblicata dal Mulino nel ’99, chiarisce bene come questo abbandono abbia dolorosamente gorgogliato dentro Maria inducendola a costruire una filosofia dell’irresponsabilità adulta verso i bambini che invece chiedono insistentemente uno sguardo di comprensione. Il figlio, che prenderà il cognome della madre, diventerà, invertendo i ruoli tradizionali, il suo alter ego, l’accompagnatore, la guida, il più fidato collaboratore della Grande Maestra.
Uno spreco della memoria ripescare Maria Montessori? Una religione scaduta la sua? Già nel 1953 Francesco De Bartolomeis (in Maria Montessori e la pedagogia scientifica, La Nuova Italia, ultima edizione 1999), curiosamente non citato in bibliografia da Foschi, rilevava che «la scienza a cui ella fa ricorso non è una forza capace di investire con mezzi critici e sperimentali tutti i problemi dell’educazione». Tuttavia, in un mondo iperpedagogizzato, in cui tutto viene insegnato – far l’amore, far l’orto, far da mangiare, fare lo scrittore… – la sua sollecitazione all’autoformazione come autoliberazione ci fa dire che non possiamo non dirci montessoriani.
Nata a Udine da genitori meridionali, girò l’Italia e il mondo. Oltre alle sue opere, va ricordato il suo impegno civile e politico. Nel 2009 con Gregotti e Fuksas lanciò sul nostro sito un appello contro il piano casa del governo Berlusconi
di Francesco Erbani
Gae Aulenti, morta oggi a Milano 1 poco prima di compiere gli 85 anni, era un personaggio popolare sulla scena dell’architettura italiana ed europea, ma non ha mai partecipato allo star system. È stata un’architetta che si è misurata con le mode, ma senza farsene travolgere, conservando un’attitudine artigianale.
Nasce vicino a Udine, ma le sue origini familiari sono meridionali, un padre pugliese, una madre napoletana, un nonno che aveva insegnato a Palermo. Il nome Gae, un vezzeggiativo per Gaetana, porta iscritto questo versante geografico. Tutta la sua formazione è però divisa fra Firenze, dove studia al liceo artistico, Torino, dove si trasferisce negli anni di guerra, Biella, da dove parte per piccole missioni di staffetta partigiana durante la Resistenza. Nel 1948 è a Milano, al Politecnico, dove si laurea nel 1953. Due anni dopo entra nella redazione di Casabella diretta da Ernesto Nathan Rogers, che seguirà poi come assistente di Composizione architettonica, nella seconda metà degli Anni Sessanta (prima aveva lavorato a Venezia con Giuseppe Samonà).
Ma non è l’università il luogo migliore dove esprimersi. La Milano fra gli anni Cinquanta e Sessanta è quella del design industriale, della riproducibilità per il consumo di oggetti che dovrebbero rendere più agevole il lavoro e la vita quotidiana. E in questo laboratorio di idee Gae Aulenti forma il proprio gusto, sperimenta la propria disciplina. Il design, l’arredo, gli interni: la sua sensibilità si modella intorno ai bisogni di una società che conquista il benessere. Era una Milano che lei ha più volte raccontato, le regie teatrali di Luchino Visconti, l’industria culturale, Elio Vittorini. Rogers, poi, spalancava le finestre sugli orizzonti del moderno e del razionalismo in Europa e nel mondo. Lui stesso, insieme a Belgiojoso e Peressutti e poi Gio Ponti, Albini, Bottoni, Gardella.
Aulenti conosce Olivetti, e i suoi primi lavori sono uno show room per l’azienda di Ivrea a Parigi e a Buenos Aires. Ma, a un certo punto, anche Milano le sta stretta. Dall”80 all’86 progetta e realizza la trasformazione della Gare d’Orsay nel Musée d’Orsay per raccogliere in questo grande edificio eclettico di fronte al Louvre i quadri degli impressionisti e dei post-impressionisti. Esito discusso, troppa preponderanza d’allestimento, sovrabbondanza di materiali. Il risultato è comunque un museo fra i più visitati in Europa, portatore di un marchio culturale di sicura attrazione.
E in effetti i musei sono il luogo della più attiva sperimentazione di Gae Aulenti. A Parigi seguiranno il Museo nazionale d’arte moderna al Centre Pompidou, a Barcellona il Museo d’arte catalana, un lavoro che la tiene impegnata quasi vent’anni (si chiude solo nel 2005). Verranno poi le ristrutturazioni di Palazzo Grassi a Venezia, acquistato dalla Fiat, e delle Scuderie del Quirinale a Roma, quindi lo Spazio Oberdan a Milano, il Castello Estense di Ferrara. L’ultimo intervento di questo genere è a Palermo, in Palazzo Branciforte, nel centro storico della città.
Dal nucleo antico di Palermo a quello di Napoli. Gae Aulenti ha raccolto con forte tempra creativa la sfida di trasformare in luoghi attraenti le stazioni della metropolitana. Un luogo pubblico, uno spazio frequentato dai più abbienti, ma soprattutto dai meno abbienti, che l’amministrazione voleva elevare di rango anche estetico. Gae Aulenti ne ha realizzate due di stazioni: quella al Museo Nazionale Archeologico e quella a Piazza Dante. Di lei non vanno dimenticate le opere di design, le lampade, i tavoli e il grande edificio per l’Istituto italiano di cultura a Tokyo.
Ma un altro tratto che la Aulenti lascia di sé è quello civile e politico, le sue battaglie perché Milano tornasse all’altezza di una dignità culturale smarrita o l’appello, promosso su repubblica.it nel 2009
(la Repubblica, 1 novembre2012)
Cecilia D’Elia
“A metà del XX secolo si è verificato un avvenimento di cui fatichiamo a valutare la portata, cent’anni dopo la nascita di colei che l’ha espresso a chiare lettere: il secondo sesso è libero! … si trattava e si tratta ancora di una mutazione antropologica in corso” così Julia Kristeva nell’introduzione alla nuova edizione del Secondo sesso di Simone de Beauvoir.
Questo mutamento è potente, mette in discussione una millenaria storia di controllo del corpo femminile. Una storia in cui la violenza maschile contro le donne non era riconosciuta e nominata. Durante l’ultimo dibattito contro il femminicidio a cui ho partecipato un’importante dirigente sindacale ci narrava una memoria infantile fatta anche del nonno che prendeva a bastonate sua nonna.
Poi qualcosa è successo, nella seconda metà del secolo scorso. Non si può non partire da questo, dalla soggettività femminile che nasce e cambia tutto, compresa la vita degli uomini. Ma un cambiamento così grande non è un battito di ciglia. Ognuna di noi nella sua esistenza, anche se non ha incontrato o sfiorato la violenza personalmente, conosce lo scarto tra la propria consapevolezza e libertà e un corpo che nello scontro fisico è più debole.
Quello che abbiamo sotto gli occhi e che ormai chiamiamo femminicidio non è frutto dell’arretratezza. Abbiamo mutuato un termine, che non a tutti e a tutte piace, per superare la natura neutra del termine omicidio. Un termine nato in ambito internazionale per togliere dall’invisibilità le donne ammazzate in Messico. Un termine che dice della natura sessuata di questa violenza. Ci può aiutare a togliere dalla cronaca nera la contabilità di queste morti e vederle per quello che sono, una grande ferita nella nostra convivenza, che va assunta dalla politica e dalle istituzioni come una priorità. Farebbe bene alla qualità del dibattito delle primarie del centrosinistra parlare anche di questo.Negli Stati Uniti i democratici ne hanno fatto un tema rilevante della loro battaglia politica. Si voterà per le primarie il 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne. Una coincidenza da far diventare occasione di impegno. Per esempio per assumere come coalizione la convenzione No more! , promossa da tante associazioni e realtà italiane. Nel giugno 2012 la Relatrice Speciale della Nazioni Unite sulla violenza contro le donne ha rivolto al nostro governo una serie di raccomandazioni, denunciando l’allarmante numero di casi di femminicidio, il persistere di un contesto maschilista, che giustifica la violenza, l’assenza di rilevamento di dati sul fenomeno, l’attitudine a rappresentare donne e uomini in maniera stereotipata e sessista.
La convenzione No more! richiama l’Italia ai suoi impegni internazionali e individua le politiche adeguate in termini di investimenti, monitoraggio, servizi, prevenzione, formazione, giustizia. Non è affare solo di ministre alle pari opportunità. Ci vuole un grande investimento, una mutazione culturale degli apparati.
Una mutazione antropologica ha bisogno di risorse simboliche che accompagnino questo nuovo vivere.
Cristina Comencini nel dialogo “L’amavo più della sua vita” andato in scena a Torino in occasione dell’iniziativa di Se non ora quando contro il femminicidio, ha illuminato lo smarrimento giovanile.
Intere generazioni di liceali hanno letto e studiato I promessi sposi, il romanzo monumento della lingua italiana si muove a partire da una scommessa di Don Rodrigo con il cugino, l’oggetto della scommessa è Lucia. Oggi diremmo che è la storia di uno stalking. Ma non credo che in molte classi di oggi si rifletta sulla natura sessuata della cultura predatoria di Don Rodrigo.
E invece siamo chiamati a vedere e nominare la violenza che abbiamo attraversato, lo dobbiamo al presente, alla possibilità di costruire una nuova educazione sentimentale per uomini e donne liberi.
Francesca Pasini
Sono bloccata da una caviglia rotta. Da tre mesi. L’immobilità mi inquieta, anche per gli ovvi presagi di vecchiaia. Però, mi piace quest’immersione nel tempo che passa senza di me. Io lavoro a casa, non devo andare regolarmente in un posto. Non ho subito lo sbalzo di questa interruzione. Lavoro al computer come sempre. Ma non è automatico entrare in me stessa. Sono sospesa.
E’ molto forte la percezione che il tempo passi senza di me. Una prova generale di vecchiaia, quando ti perdi in piccoli rituali per darti una ragione del tempo? Forse. All’inizio mi sono fatta guidare dal ritmo delle stampelle, che non uso perchè ho paura di cadere, dalla carrozzella che mi consente di muovermi con apparente spontaneità, dalle visite di controllo, dalla ferita che non cicatrizza, dagli appuntamenti televisivi. Di nuovo la vecchiaia. In genere guardo poco la TV: alla sera ci sono le inaugurazioni delle mostre, e poi gli weekend a Camogli. Insomma: a casa ci sto molto durante il giorno, ma di sera quasi mai.
Sono sospesa. Poi un giorno sono venute a trovarmi Giovanna e Silvia e mi hanno parlato del seminario sulla vecchiaia della SIL (“Passaggi di vita, passaggi di stile”). Vorrei venire, ma purtroppo non potrò. Così provo a utilizzare il tempo per rifletterci.
Mi è tornato in mente il festival di Sanremo, erano anni che non lo seguivo. Tra gli esordienti Erica Mou canta “Voglio diventare vecchia… Voglio diventare vecchia con i ricordi tutti intatti, con le rughe tatuate a ricordarmi quanto è stato bello ridere con gli occhi e con le labbra. Voglio diventare vecchia con le rughe tatuate…. Schiva chi si conforta con espressioni di gomma…. Voglio diventare vecchia. … Voglio diventare vecchia senza fretta. Senza fretta, insieme a te”.
Bello questo desiderio, e il rifiuto di una giovinezza a suon di bisturi. Ma percepivo qualcosa di più. Ecco cos’è: La vecchiaia non esiste più. Fisicamente sì, ma sentimentalmente non c’è più.
Il problema vero è viverla e forse anche arrivarci.
Tutto quello che abbiamo scoperto negli anni 70 coincideva con la giovinezza, non solo anagrafica, ma anche culturale, sentimentale, teorica. Oggi si spendono parole e parole sui i giovani, sul loro difficile futuro, ma non si arriva a un granché.
Forse il problema sta nel fatto che la vecchiaia non esiste più? Era questo che ci raccontava la garbata melodia di Erica Mou? Quel suo desiderio delle rughe tatuate avverte che la vecchiaia non è raggiungibile? E’ banale pensare che riguardi solo la chirurgia plastica, secondo me riguarda il compimento della vita. La protezione dei ricordi non è garantita dalla successione delle generazioni, la storia individuale è lasciata sola.
Non ci sono ombrelli comuni sotto i quali fare esperienza di questa rivoluzione affettiva: la fine della vecchiaia. Non si interrompe nulla. Non ci sono pensioni. Non ci sono famiglie coese piene di nipoti. Quello che mi interessa e mi dà uno scatto forte è come inventare ( si tratta di una vera invenzione) un luogo affettivo, teorico e pratico, per prendere coscienza che le età anagrafiche non sono le uniche scadenze della vita?
Abbiamo riflettuto sull’educazione dei figli e delle figlie, abbiamo elaborato modelli non autoritari, psicologicamente sensibili, abbiamo scrutato i disagi dell’adolescenza, abbiamo solidarizzato con le difficoltà amorose e così via. Ma non ci siamo accorte che nel frattempo saltava la progressione “darwiniana” delle età: quindi, non abbiamo un modello utile per stare in equilibrio con le varie generazioni che organicamente accompagnano il passare del tempo.
Se l’età media si alza non possiamo mica pensare solo a programmare più ospizi (quelli ci vogliono), ma la scommessa è come uscire dalle abituali stagioni della vita. Sappiamo che la giovinezza ha le maggiori potenzialità. Ma è difficile accettare la stereotipata consolazione che la vecchiaia sia un compimento che anestetizza la vita passata.
Oggi questo non è garantito per nessuna donna, per nessun uomo, viste le efferate esperienze che la cronaca ci mette sotto gli occhi, mentre scrivo in due giorni ci sono stati tre episodi di violenza su donne di varia età. Per loro la vecchiaia potrà mai prescindere da quello che è successo? E nello stesso tempo per quale motivo la curiosità verso di sé e verso il mondo dovrebbe attutirsi con l’andare del tempo? La cosa veramente difficile è come impostare un dialogo sincronico con l’infanzia, l’adolescenza, la maturità, la vecchiaia senza incasellarle in un compimento regolare. La senectus latina ci ha plasmato la fantasia di un ammorbidimento di pulsioni, contrasti, inquietudini, una volta che si sia raggiunta la debolezza fisica del corpo e la saggezza della vecchiaia. Ma oggi siamo a fine corsa: la realtà è più dura.
Non maturiamo come una mela sull’albero. Ci sono vermi che una volta che hanno scavato i loro tunnel nel nostro corpo e nella nostra mente, non spariscono. La vecchiaia non è un pesticida che libera dall’infezione. Né una forma di atarassia rispetto alle emozioni e alle intuizioni. Forse valeva quando la forza fisica era base della sopravvivenza. Ma, in millenni siamo diventati più complessi.
Comunque, se la vecchiaia non esiste sentimentalmente e “razionalmente”, esiste fisicamente. L’unica via per viverla è la commendevole accettazione di quello che si è vissuto? Ci sono cose dolorose, ma anche felici che non sono alienabili. Mai. E oggi la tecnologia ci presenta solo l’aspetto più rozzo del desiderio di “non smettere di desiderare mai ” come diceva Rilke, quello dell’aspetto fisico del corpo, per cui possiamo cancellare rughe e chili in più. E’ sufficiente a farci sentire giovani? No. Però ci ha portato a pensarci sempre attraenti e, quasi di soppiatto, a cancellare la vecchiaia. La longevità ha fatto il resto.
Bisogna fare un grande salto. Conviviamo con persone vecchie, ma giovani rispetto all’aspetto fisico, con altre che si tengono le rughe tatuate e sono comunque giovani perchè hanno intuito che la vecchiaia sentimentale intellettuale non ha più spazio.
Nel 1970 in “La critica è potere”, l’ultimo saggio come critica d’arte, Carla Lonzi afferma: “l’intuizione è essa stessa un modo di vivere e non un mistero da chiarire attraverso un’analisi razionale”. (Scritti sull’Arte , et/Al. Edizioni, 2012)
La fine della vecchiaia è un’intuizione che ho “vissuto” spesso in questi anni, di fronte alle lamentele sull’assenza di giovani nella società, nella politica, nelle professioni. Ma, se andiamo oltre lo stereotipo delle parole, del decadimento della pelle e del corpo, si può vivere qualcosa di esaltante e anche tremendo. E’ esaltante pensare che sarò sempre consapevole di ciò che mi è successo, ma è tremendo pensare che non posso addormentare le felicità, le ansie, i drammi della mia vita.
Tutte forse, sotto sotto, nel dialogo con quelle che sono nate dopo, abbiamo sperato che si ripetesse la nostra felice stagione anagrafica e di pensiero.
Ma io credo che per le donne non sia stato ancora accumulato un patrimonio sufficiente da far avvertire il passaggio delle generazioni. Non possiamo neanche diventare vecchie. Ma dobbiamo farci carico di una società che ci ha ricacciato nel modello di una giovinezza senza età per continuare ad essere oggetto di desiderio. Erica Mou, che ha ventanni, dice che vuole continuare ad essere un soggetto anche da vecchia e aggiunge “insieme a te”. Un tu che allude alla persona preferita nella vicenda amorosa, ma io penso anche a quel tu che riguarda i molteplici rapporti con gli altri, le altre. Insomma alla necessaria condivisione dei pensieri e delle opere che compiamo.
“Sebben che siamo vecchie”, abbiamo sempre “delle buone malelingue”, per contrastare le barriere fangose attuali, che talvolta vorrebbero appannare i cambiamenti per i quali abbiamo combattuto da giovani, trasformando i sentimenti e la sensibilità delle donne e, pur limitatamente, degli uomini. Sono barriere limacciose perché (donne e uomini) non siamo più giovani, perché non abbiamo movimenti in cui credere, perché abbiamo più esigenze e minori energie, perché siamo stati contagiati dall’ordine, perché abbiamo imparato a nascondere il disordine. Siamo diventati docili? Sì.
Il rischio è che la violenza che tutti deplorano, ritorni indietro come un boomerang e ce la troviamo addosso senza accorgercene (come scrive Luisa Muraro sull’ultimo Via Dogana). Le nostre “malelingue” devono ricominciare a cantare. La posta in gioco è dura e pericolosa. Serve un’invenzione. Non ce l’ho. Ma, Lonzianamente, vivo l’intuizione.
E voglio vivere la fine della vecchiaia nell’ubiqua, fragile famiglia relazionale in cui mi trovo a scambiare pensieri e affetti.
E’ una famiglia scossa da grandi turbamenti, perchè non è possibile chiedere e dare le stesse cose come nelle famiglie parentali. Per prendere tutto il buono di questa famiglia relazionale, bisogna riconoscerne la mobilità. Parte da intuizioni e non da linee di discendenza. Si allarga, si restringe, cambia, si avvita, si scioglie. Qui dentro appare anche la fine della vecchiaia, perchè il comportamento fisico, psichico generale e, se vuoi, il perenne stato di collegamento narrativo di iPhone, internet ecc, promuovono un contatto “senza età “, che entra negli incontri, nel lavoro, nelle vacanze.
Non erano in fin dei conti questi i nodi sostanziali della famiglia borghese patriarcale? Quante storie ho sentito da bambina rispetto agli amori, ai successi, ai drammi economici, di parenti vicini e lontani che pensavo costituissero la realtà della amata casa di campagna dei miei nonni paterni. Quella era il riferimento della mia discendenza e anche il modo di conoscere affettivamente la vita, la scuola, il futuro. Poi il femminismo mi ha fatto ritrovare in tante altre donne, la Rachele, la prima persona non consanguinea che ho amato, dalla quale ho imparato tutto quello che pensavo fosse necessario per cucinare e per crescere. E lo credo anche oggi, perchè lei per prima, lavorando in casa dei miei nonni, mi ha concretamente fatto capire che la famiglia è un anello che va oltre i cancelli di casa e che il sapere è sempre legato a una passione che coinvolge altri e altre. Perchè io l’ho amata di vero amore e le ho creduto. Così quando vedeva gironzolarmi attorno vari “mosconi”, mi diceva: “attenta Checca, che il can de massa paroni more de fame!” Come dire, sei tu che devi orientare la tua vita.
Voglio diventare vecchia, con questi ricordi intatti e metterli in pratica nella famiglia relazionale che ho cominciato a frequentare, quando ho ritrovato nelle donne, l’educazione sentimentale che mi ha trasmesso la Rachele. Lo capisco oggi perchè sono vecchia o perchè riconosco che la mia adolescenza è ancora dentro di me?
Milano, Aprile 2012
frapasini@gmail.com
Elvira Reale
Riceviamo dall’UDI di Napoli:
L’esito ingiusto di uno dei tanti processi per femminicidio, quello a carico dell’assassino di Fiorinda ci parla di quello che è avvenuto in questi anni nelle menti dei giudici e nei tribunali.
Oggi ci troviamo davanti ad una nuova formulazione del delitto d’onore (abrogato nel 1981): il così detto delitto passionale o d’impeto. Quando l’assassino dichiara di non ricordare gli atti compiuti e di non essere stato cosciente al momento dell’atto omicidiario, il giudice chiama il tecnico ad attestare la presenza dell’incapacità di intendere e volere.
Il tecnico a questo punto “si sostituisce” al giudice e al linguaggio della giustizia si sostituisce il linguaggio tecnico, i cui fondamenti scientifici non sono sempre certi, che bypassa le prove e le testimonianze processuali e, attraverso improbabili diagnosi, giunge alla valutazione di incapacità di intendere e volere limitata all’evento.
Incapacità non di tutto, infatti l’omicida confesso può lavorare, avere famiglia e esser capace di ogni atto della vita quotidiana, ma incapace solo al momento dei fatti, dell’omicidio
Una così specifica e chirurgica, quanto improbabile, incapacità offusca ogni altra discussione su prove e testimonianze e soprattutto fa tabula rasa della consapevolezza sociale (tanto sostenuta dal Consiglio d’Europa, dalle Nazioni Unite e da tutti gli organismi internazionali politici e sanitari) che i femminicidi , gli omicidi compiuti dagli uomini contro le donne, sono delitti tutti meditati e premeditati dagli uomini.
Le radici di questi crimini affondano nei rapporti instaurati con uomini che considerano le donne oggetto e possesso personale. Il femminicidio non può essere assunto, da un tecnico di turno, per lo più incompetente nella violenza di genere, come sintomo di una incapacità di intendere e volere; esso è invece per lo più effetto di una precisa volontà ed intenzionalità maschile finalizzata a punire le “proprie” donne che disobbediscono e si allontanano dalla relazione violenta.
Le nuove forme striscianti del “delitto d’onore” che, avallate da tecnici che non hanno competenze specifiche, rendono la giustizia incapace di perseguire con regole e strumenti propri (prove e testimonianze) i reati contro le donne e di difendere le altre donne dai nuovi reati. Questo è il motivo per cui noi oggi ci troviamo a contare le morti ed a chiederci perché aumentano: aumentano perché il femminicidio viene tollerato, sottovalutato, considerato impropriamente delitto passionale (dai mass media) e d’impeto (dagli psichiatri e dai giudici) con l’esito di rafforzare negli uomini un senso di impunità ottenuto anche con la complicità oggettiva di un sistema psichiatrico-giudiziario che fa uscire il delitto d’impeto dalle aule di tribunale, dai processi giusti, dalle sentenze “provate” e lo affida all’osservazione ed alle cure di un contesto tecnico, salvifico solo per l’omicida.
Questa ultima intollerabile sentenza ci impone una riflessione e nuove iniziative.
L’intervista/Sissi
Una performer della vita
Tra qualche giorno Sissi inaugura una personale alla Fondazione Volume! di Roma. Come sempre prima delle sue mostre, materiali diversi si sovrappongono e invadono il luogo di lavoro. Perché alla giovane artista bolognese non interessa distinguere i linguaggi artistici, né separare l’esposizione dalla performance, la forma dall’informe. Così come la materia grigia dallo stomaco. L’abbiamo incontrata mentre sta preparando la mostra [di Manuela de Leonardis]
Timbri, inchiostri, tamponi, pennelli. Nell’ufficio della Fondazione Volume al n. 73 di Via di San Francesco di Sales a Roma c’è un grande “Paesaggio Interno” di Sissi (Bologna 1977, vive e lavora a Bologna) sul tavolo. “Pareti corporee”, “camerate gestazionali”, muscoli, tessuti, vene che pompano emozioni nell’intreccio di un paesaggio interiore (quello dell’artista) che trova forma sui fogli di carta. Sarà la stessa Sissi, nel corso della performance del 25 ottobre (alle ore 20:00), in occasione della mostra Volume Interno curata da Claudia Gioia (dal 26 ottobre al 25 novembre 2012), a guidare lo spettatore nello spazio di Volume! trasformato in una grande mappa. Pagine e pagine di un libro anatomico. Intanto sorseggia la tisana del dopo pranzo, le mani sporche d’inchiostro, mentre risponde alle domande.
Partiamo da Volume Interno, il progetto che hai realizzato per la Fondazione Volume!, seconda tappa del percorso di ricerca iniziato con Anatomia Parallela I…
“Anatomia Parallela è una ricerca con cui, dal 1999, approfondisco la mia identità. Non si è mai fermata e continua ad andare avanti. È partita dal mio bisogno di lavorare sul corpo, inteso come paesaggio interiore, quindi capire da dentro quello che accadeva fuori. Infatti il nostro modo di essere, la nostra natura, è condizionata anche da quello che ci circonda. Per me era fondamentale, come performer, avere come punto di partenza l’interiorità, l’anatomia: un paesaggio che sentivo il bisogno di studiare, per poi ritrovare e riconoscere forme, sensibilità organiche nelle cose che mi circondavano. Anche perché ho molto bisogno di manipolare, trasformare le cose e questa trasformazione non è soltanto un cambiamento, ma qualcos’altro. Mi piace il processo di come le cose diventano. Allora, mi sembrava indispensabile averne una consapevolezza profonda. Anatomia Parallela è uno studio sull’emotività ed è un libro d’artista, che oggi emano e proclamo con il mio Manifesto Emotivo, accompagnato dalla performance che presenterò a Volume!”.
“Per me la materia grigia è nello stomaco”, mi avevi detto in occasione della nostra chiacchierata alla Quadriennale del 2008 – “è come se la mia testa fosse nello stomaco”. L’aspetto emotivo riveste un ruolo determinante all’interno di un lavoro in cui il tuo “io” è sempre presente. La sperimentazione, in particolare, parte dal tuo corpo. È una necessità quella dell’introspezione, uno strumento di conoscenza che ti permette di dialogare con il mondo esterno?
“È ancora così, perché le viscere cerebrali sono anche le viscere addominali e sono trattate nel secondo capitolo, che è quello dello stomaco e delle sue voracità. In Anatomia Parallela, infatti, discuto del fatto che le problematiche non risolte a livello cerebrale cadono a piombo nello stomaco, dilatandosi in un peso che viene attorcigliato nella sua complessità e compreso, a livello di nodi e ingarbugliamenti, nel passaggio in arrivo fino allo stomaco. Le viscere possono essere il letto di qualcosa che si è finalmente sciolto. Ancora oggi sono completamente consapevole e convinta di ciò che ho sempre pensato e da sempre ha fatto parte dei miei concetti. L’ho anche scritto in Anatomia Parallela, che è la genesi di una serie di riflessioni che sono – per me – la motivazione per come il mio impulso, la mia poetica e la mia energia si muovono. Quindi è un teorema del mio modo di vedere e sentire le cose. Se, però, prima era filtrato è come se nel tempo avessi lasciato andare parole a pezzi, uno smembramento, una frammentazione – oggi, con questa performance, è una dichiarazione totale e, magari, un congiungimento. Ne discuterò attraverso i quattro capitoli di Anatomia Parallela I, che è l’anatomia dei contenitori dell’emotività: lo stomaco, il cuore, i sessi e l’articolazione”.
La performance è la parte centrale dell’opera, intorno a cui si intrecciano linguaggi, tecniche – scultura, fotografia, disegno – e materiali diversi (nylon, lana, spugna, fili di scoubidou, ecc.). Alla fotografia sembra, in particolare, essere affidata la memoria dell’azione, del momento. È così?
“Uso moltissimo la fotografia, da sempre scatto con la mia F2. Il mio è un uso personale, un modo per guardare le cose che mi dà un’inquadratura, uno sguardo. Sicuramente la performance è un qualcosa di epifanico, che scompare. Questo mi è sempre piaciuto, perché le cose scomparendo possono tornare, ma in modo diverso. Ma, come per il mio ciclo dello scoubidou, che si è esaurito dopo tre anni, nel 2003, quel momento epifanico bisognava fermarlo. Anch’io ho delle mie abitudini e, dato che mi piace molto fotografare, ho sempre preferito usare la fotografia, rispetto al video, come processo di documentazione del lavoro, perché potevo scegliere quel determinato sguardo che volevo lasciare. Quest’anno, invece, ho iniziato a lavorare con il video d’animazione, quindi probabilmente la performance da Volume! sarà documentata da un video”.
Hai sempre con te dei quaderni su cui prendi appunti e disegni. Come avviene il passaggio dall’idea al progetto?
“Non c’è molto spazio tra questi due momenti, sono abbastanza sovrapposta. Un’idea nasce mentre viene progettata, un progetto si costruisce mentre nasce un’altra idea. Non c’è distanza. Sono molto pensiero-azione, quindi penso facendo le cose. Molte volte capisco il mio lavoro quando ormai l’ho già finito. È un’istintualità un po’ animalesca, quella che mi porta a fare le cose. Trovo che sia estremamente liberatoria, non cerco troppo di razionalizzare. Quando però strutturo una ricerca – come per Anatomia Parallela – è come se fosse il corpo-madre che figlia altre progettualità, quindi mi viene naturale pensare a come svilupparlo, farlo crescere. Non è da uno schema che le mie idee escono fuori”.
La manualità – l’aspetto tattile e concreto del lavoro artigianale – in una dimensione rallentata del tempo – sembra avere un ruolo primario all’interno del tuo lavoro. Nella ripetizione dei gesti – lavorare a maglia, tessere, intrecciare corde… – c’è anche un aspetto zen/meditativo?
“No, non sono molto meditativa, anzi di solito non vedo l’ora di finire. Non vedo l’ora di iniziare e non vedo l’ora di finire. È la proliferazione che, probabilmente, mi esalta, quindi la quantità. Il mio lavoro è qualcosa di un po’ “fungaceo”, che si riproduce. Mi piacciono le forme-informi. Fare la maglia non è mai stato un grande amore, ma era l’unico modo per tenere insieme più cose diverse, ecco perché preferisco definirla una catena di nodi”.
La deriva è il nodo della mia gola è il titolo dell’opera che hai presentato alla 53. Biennale di Venezia; Al di là dello sguardo la corda lega quella della Quadriennale del 2008; Il riposo dei miei piaceri (2000), La fantasia morde la piega in bilico (2010)… Titoli che appaiono come frammenti poetici strettamente connessi all’opera stessa…
“Sì, nascono abbastanza insieme, è come se li chiamassi e li riconoscessi. La deriva è il nodo della mia gola è un lavoro di ceramica, terrecotte che ho fatto in maniera molto grezza. Non le ho cotte in un forno appropriato per la ceramica, ma da un vasaio – un piccolo artigiano che si trova vicino al mio studio – che metteva le mie creature tra i suoi vasi per piante. Ho scelto tutto quello che poteva essere il più primitivo possibile, perché io stessa ero estremamente primitiva in quell’avventura. I materiali mi piacciono non tanto perché, alla fine mi piace vedere, dentro di me, una varietà di differenze, ma per il fatto che mentre li incontro inizia la performance. Probabilmente sono più performer nella vita che nell’atto stesso della performance, perché mi piace molto entrare dentro. Quindi essere per un periodo un ceramista, per un altro un fabbro o una donna che tesse, cercando di immedesimarmi all’interno di un’identità. Nel periodo in cui lavoravo per la Biennale, quando toccavo l’argilla sembrava che stessi palpando le mie tonsille, o era come se avessi infilato la mano nello stomaco e con un pantografo avessi riportato le mie misure sulla terra. Era qualcosa di nodoso che veniva da dentro. Poi si accompagnava anche con un periodo abbastanza triste della mia vita personale, quindi non ho potuto nascondere niente”.
Sei l’unica artista italiana che è stata invitata a partecipare, nel 2007, alla collettiva Global Feminism. New directions in contemporary art al Brooklyn Museum di New York. Pensi che oggi abbia ancora senso di parlare di arte al femminile?
“In quell’occasione presentavo una performance che si chiama Le ali non hanno casa, unico site specific della mostra. Come ho già detto in un’altra intervista, secondo me – dal punto di vista del sesso – l’artista non ha un’identità che lo caratterizza. Ha un’identità autonoma, può essere uomo, donna. Ci può essere, semmai, il percorso analitico di una ricerca, in cui certe persone hanno intrapreso comuni sensazioni o svariate modalità di approcciarle. Personalmente non sento quella distinzione, non mi appartiene. Sono molto più giovane, lontana forse da questo bisogno di fare delle differenze”.
Letteratura, viaggio, cucina, cinema e altre arti visive… c’è qualcosa che predilig i per il tuo nutrimento culturale?
“Sono fatta di tutto, non riesco a prediligere molto. Son tutta tanta!”
Progetti futuri?
“Anatomia Parallela II, III, IV, V, VI, VII, VIII, XIX, X…”
di Bia Sarasini
Cattura subito questa seconda puntata de L’amica geniale, la storia di Lila e Lelù, le due amiche cresciute a Napoli in un quartiere dove non si vede il mare. Epopea scritta da Elena Ferrante, l’autrice che preferisce far parlare i suoi libri e non dice nulla di sé, neppure il proprio vero nome.
Storia del nuovo cognome, questo il titolo, riprende esattamente lì dove si era interrotto il primo volume. Sull’inquadratura in primo piano, agghiacciante come se fosse una sequenza-chiave di un film di Hitchcock, delle scarpe che mai avrebbero dovuto essere calzate da Marcello Solara, il nemico di Lila. Le scarpe che Stefano Carracci, il giovane salumaio neo-marito della sedicenne Lila, aveva giurato di conservare come la cosa più preziosa. L’impegno d’amore che le aveva fatto pensare che lui era la scelta migliore.
Il tuffo nella vicenda è vertiginoso, è lo snodo del destino. Tra Lila, che ha scelto di diventare ricca, come si era ripromessa fin da piccola, con l’unica strada che le si presentava, il matrimonio precoce, e Lenù, che invece continua a studiare, mai ben sicura di avere fatto la scelta vincente.
Cattura talmente, questa pagina scritta, che non la si può lasciare. E non ci si accorge nemmeno, e lo dico con ammirazione profonda, di quel trucco portatore di felicità – come quel «filo di felicità» che a un certo punto compare – buttato lì nelle prime pagine: i quaderni che Lila a un certo punto consegna a Lenù, e che lei, dopo averli letti fino a impararli a memoria, a Pisa butta da un ponte nell’Arno. Così chi scrive la storia, cioè la stessa Lenù, può raccontare dall’interno l’amica amata e odiata. E, come non succede nei feuilleton da cui sono stati rubati di peso, quegli stessi quaderni le permettono riflessioni ricorrenti su sé stessa, la sua amica, il loro rapporto.
Non è facile la vita delle due ragazze, che si fanno strada nella vita nei “favolosi” anni sessanta, costrette a fare i conti con il dominio maschile – brutale, anche quando si vuole amoroso – con le limitate possibilità di autonomia per una donna. Non si potrebbe vedere Lila, sposa sedicenne, come un’eco della casalinga inquieta dei suburbia americana che abita le pagine della Mistica della femminilità di Betty Friedan, all’incirca in quegli anni? Troppo intelligente, troppo “desiderante” rispetto alla vita banale e soprattutto umiliata che le si apre davanti?
Perché questa è la voce profonda del romanzo, insieme realistico e concettuale, romanzesco nel succedersi dei colpi di scena fino a percorrere le tracce di un fotoromanzo o una soap-opera, eppure sofisticato, quasi sperimentale negli innesti di soggettività pensante, di punti di vista che stravolgono i contesti e cambiano quello che si credeva di conoscere già.
La voce della ricerca delle origini intime, del tutto interiori, di un desiderio profondo che cambia la vita, non accetta i limiti delle regole date: «Non possedevo quella potenza emotiva che aveva spinto Lila a fare di tutto per godersi quella giornata e quella nottata. Restavo indietro, in attesa. Lei invece si prendeva le cose, le voleva davvero…». Cosa vuole una donna? È la forza del desiderio, che Lila e Lenù si scambiano, si rubano, si restituiscono in un gioco continuo di rimandi, rispecchiamenti, protese entrambe a costruirsi una vita a loro misura, una misura tutta da inventare.
Il merito, la forza della narrazione è in una scrittura unica, che taglia e illumina senza esitazioni: «…era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra».
Si ricorderà che nel primo volume Lila è scomparsa, a sessantasei anni. In questa seconda parte la narrazione copre più o meno dieci anni, fino ai venticinque circa delle ragazze. Riuscirà il prossimo volume a chiudere la storia? Sarebbe bello pensare di no.
Elena Ferrante Storia del nuovo cognome. L’amica geniale edizioni e/o 476 pagine 19,50 euro
Proviamo quest’anno a ricominciare dall’inizio, proprio dall’inizio. All’inizio c’è stato il femminismo, un’onda di movimento politico che ha cambiato la vita di donne e uomini. Ha modificato il modo di intendere la politica, la democrazia, la condivisione delle decisioni.
All’inizio le donne hanno sentito il vincolo della fedeltà alla vita materiale, come misura, scandaglio, timone. In modo che l’azione politica risultasse arricchimento della vita materiale, suo potenziamento e a sua volta la vita venisse sentita come radice dell’azione, del lavoro, del fare.
Dall’inizio si è cercato di capire da dove sorgesse la forza femminile e come potesse essere spesa.
Ma oggi pensiamo con quelle che allora non c’erano. Ascolteremo così Barbara Verzini, Stefania Ferrando e Tristana Dini, invitate a parlare di questo, con le quali interloquiremo nel dibattito subito dopo ogni relazione.
Infatti pensare l’inizio non è ripetizione se il suo significato è espresso da chi agli inizi non c’era. Da donne che però ne sentono l’attrazione come qualcosa da immaginare, pensare a loro volta, per la propria vita e per quella altrui. Sarà per questo un nuovo incominciare. Come scriveva Hannah Arendt, ogni generazione è portatrice a suo modo di un inizio, di qualcosa di imprevisto nella storia. Qualcosa di trascendente che solo loro vivono e possono esprimere.
Ci sarà un quarto incontro. Per rispondere a un desiderio più volte espresso dalle donne e gli uomini che sono venuti ai seminari degli scorsi anni e che hanno mostrato insoddisfazione per il poco tempo per pensare il contenuto delle relazioni, abbiamo organizzato un quarto incontro dedicato a discutere i temi e le intuizioni emerse nei tre precedenti incontri in modo libero e non ritualistico. Luisa Muraro guiderà la discussione della quarta giornata.
Abbiamo deciso di discutere questi argomenti non solo a Verona, ma anche in altre città per allargare la scommessa politica degli scambi con donne e uomini che altrove sono impegnate/i in un cammino simile. Così da partire, andare, per poi ritornare più ricche di esperienze, di saperi, di relazioni.
Bibliografia:
Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, et al./edizioni, Milano 2010.
Carla Lonzi. Taci anzi parla, et al./edizioni, Milano 2010.
Simone Weil, L’Iliade poema della forza, in Ead. La Grecia e le intuizioni precristiane, Borla, Milano 1984.
Marguerite Duras, La vita materiale, Feltrinelli, Milano.
Inizia il seminario annuale di Diotima a partire da venerdì 19 ottobre 2012, ore 17,20-19,20, e proseguirà con questo calendario:
19 ottobre – Barbara Verzini: Femminismo
26 ottobre – Stefania Ferrando: Come praticare la forza femminile
9 novembre – Tristana Dini: La vita materiale
16 novembre – Discussione comune guidata da Luisa Muraro, a cui sono invitati le/i partecipanti dei tre incontri.
Gli incontri si terranno in aula T4 della Facoltà di Lettere e Filosofia, via San Francesco 22, Università di Verona.
Il seminario vale come crediti F per il corso di laurea di Filosofia e per Scienze della formazione.
Silvia Marastoni e Loredana Aldegheri/Mag Verona
Della crisi che ha travolto la Grecia – epicentro di un sisma che sta facendo tremare le fondamenta dell’Europa -, in cui quello che vediamo crollare non è solo l’economia, ma un intero modello sociale, leggiamo da molti mesi, ogni giorno, sui media italiani. E per chi come noi ha relazioni con amiche e amici che vivono lì, alle notizie si aggiungono molte testimonianze dirette. Quello che sta succedendo, osservava mesi fa Russel Shorto (The New York Times Magazine/Internazionale) è “qualcosa che non ha precedenti nella storia moderna del mondo occidentale”. Una crisi che ricorda piuttosto quella dell’Argentina del 2001, e che non riguarda solo la Grecia, ma coinvolge anche altri paesi europei, tra cui il nostro. E mentre in un’intervista a Bloomberg Tv l’economista Nouriel Roubini diceva nei mesi scorsi di aspettarsi per il prossimo anno, a livello globale, “la tempesta perfetta e la rivolta sociale”, già nelle ultime settimane, a fronte dei nuovi tagli imposti dalla Troika, in Grecia, Spagna e Portogallo abbiamo visto la ripresa delle grandissime manifestazioni che vi si oppongono.
Eppure, a fronte di uno scenario così catastrofico, in Grecia sta capitando anche altro: e se da una parte vediamo crescere fenomeni preoccupanti come quello rappresentato da Alba Dorata, dall’altra registriamo la nascita e il grande sviluppo di reti di cittadine/i che si attivano in prima persona, con altre/i, per ricostruire il tessuto sociale e economico, a partire dal contesto in cui vivono. Donne e uomini che inventano nuove forme di auto-organizzazione, dando vita a esperienze fondate sulla solidarietà, il mutualismo e la cooperazione, spinti dal bisogno primario di sopravvivere, di garantirsi i beni e servizi essenziali che con la crisi sono venuti a mancare. Ma dalle loro storie emerge anche altro.
“C’è molta rabbia, depressione, disperazione”, ci raccontano amiche ed amici “ma anche un gran movimento, che coinvolge sempre più persone in tutto il paese. La crisi ha mobilitato anche grandi risorse di creatività sociale, economica e perfino artistica. Le persone hanno cominciato a organizzarsi tra loro, e le reti di solidarietà, di “mutuo soccorso”, sono diventate un punto di riferimento per molti: in primo luogo per chi è più in difficoltà, ma non solo”.
Ci fanno molti esempi, di cui sappiamo ben poco dai nostri media: dalle diffusissime assemblee di quartiere alle reti di vendita diretta, al proliferare dei circuiti di monete locali e di scambi senza denaro. Dai molti utilizzi creativi della tecnologia a scopo sociale alla creazione di cucine collettive e di mense gratuite. Dagli ambulatori medici e centri di sostegno psicologico aperti da volontari all’autogestione di alcuni ospedali, alle esperienze di coltivazioni collettive e di “ritorno alla terra”. Dai progetti di riqualificazione del paesaggio urbano all’espressione artistica come strumento di denuncia, ma anche di riflessione, elaborazione e ricerca di nuove “strade”, ecc.
“Nonostante tutta la difficoltà, la fatica e la sofferenza che si prova e si vede” ci raccontano “in questa crisi ci sono anche opportunità che non vogliamo e non possiamo perdere: ci sta insegnando a riconsiderare il mondo ed il modo in cui abbiamo vissuto, a guardare in faccia anche i nostri errori e le nostre responsabilità, e a farci forza vedendo quel che di nuovo e di meglio, invece, può essere, e che stiamo già costruendo. Una frase scritta mesi fa su un muro ad Atene dà bene il senso di tutte queste esperienze: non lasciare nessuno da solo davanti alla crisi “.
La posta in gioco è quella di ricostruire vite e contesti attraverso pratiche di “politica prima”, mettendosi in gioco in prima persona in relazione con altre/i. A crederci sono in tanti, uomini e donne; e spesso – ci dicono molte/i – sono il protagonismo e l’energia femminili a fare da traino. Di questa “scommessa” vogliamo capire di più: non solo per rispondere alla richiesta di darle voce e di “esserci” (“abbiamo molto bisogno di contatti, di scambi, di solidarietà e di sostegno, di farvi sapere cosa stiamo facendo e che ci aiutiate a farlo sapere”, ci dicono molte/i), ma perché quel che succede in Grecia riguarda già direttamente anche noi. E perché pensiamo che anche per noi, lì, ci siano relazioni feconde da coltivare e indicazioni importanti.
A questo scopo, sollecitiamo la vostra attenzione attorno ad un testo “a produzione partecipata” basato su testimonianze e racconti in prima persona. Quanti/e sono interessati/e a questo progetto possono, in base alle proprie disponibilità:
– pre-acquistare copie del libro (al prezzo unitario di €12,00), anche attivandosi nella raccolta di ordini presso persone e realtà con cui sono in relazione;
– effettuare una libera donazione a sostegno del progetto;
– partecipare alla realizzazione del testo in qualità di partner, con modalità de definire congiuntamente;
– contribuire economicamente e organizzativamente alla realizzazione di iniziative di presentazione in cui, nei prossimi mesi, vorremmo coinvolgere alcune/i protagoniste/i di queste ESPERIENZE: un’occasione preziosa, crediamo, per ascoltare dalla loro viva voce le esperienze raccolte nel testo e per interloquire direttamente con loro.
Vi chiediamo di darci rimando al più presto sul vostro interesse e le vostre disponibilità, e di effettuare i versamenti corrispondenti, con causale “Pre-finanziamento progetto “Ricostruire la Grecia, dentro e oltre la crisi” (titolo provvisorio del libro):
– sul cc IT 19 R 08315 60 0310 0000 0008658 (c/o Banca della Valpolicella, Credito Cooperativo di Marano, Filiale di Valgatara, intestato a Mag Società Mutua per l’Autogestione).
– o sul c/c postale IT08J0760111700000019533371 intestato a Mag Società Mutua per l’Autogestione.
Contiamo inoltre sul vostro aiuto per la diffusione e promozione dell’iniziativa presso tutti i vostri contatti, attraverso gli strumenti di comunicazione disponibili/utilizzati.
Per maggiori informazioni:
Loredana Aldegheri – MAG Verona: info@magverona.it – tel. 0458100279
Silvia Marastoni: silvia.marastoni@gmail.com – cell. 3487160563
Luisa Muraro
Caro prefetto che hai aggredito vigliaccamente un uomo coraggioso impegnato nella lotta contro la malavita, guarda che hai sbagliato su tutta la linea, anche quella linguistica, perché, primo, chiamando “Signora” la tua collega, quel prete ha usato una parola di grande dignità e, secondo, che altra parola doveva usare?
Infatti, primo: la Madonna, che per Dante e per tutta la civiltà cristiana è la creatura umana più grande che sia mai esistita, si chiama Nostra Signora. Secondo: in Italia, a differenza che in Francia, in Germania e in Spagna, nessuna autorità pubblica finora ha dato indicazioni ufficiali sui titoli di cariche quando queste sono ricoperte da donne. E poi, il tuo giochetto di difendere la dignità di una collega solo per sfogare la tua boria e reprimere le giuste contestazioni, guarda che non ha funzionato: boria maschile e repressione statale erano e restano. (Luisa Muraro).
Il 15 ottobre 1987 – 25 anni fa veniva assassinato Thomas Sankara, rivoluzionario comunista e presidente del Burkina Faso.
Marinella Correggia
Ecologia, femminismo, fame e povertà zero, cultura, altermondialismo, il credito e non il debito dell’Africa. A 25 anni dall’assassinio di Thomas Sankara, la rivoluzione del giovane presidente del Burkina Faso è ancora più che attuale
«Lo supplicavo di proteggersi la vita, gli dicevo che un eroe morto non serve a niente. Adesso però penso che un eroe morto serva da riferimento». Così il giornalista malgascio Sennen Andriamirado, nella biografia postuma Il s’appelait Sankara sottolineava il lascito di quel Che Guevara africano diventato nel 1983 presidente rivoluzionario del poverissimo Alto Volta, rinominato Burkina Faso ovvero «paese degli integri». Una vicenda luminosa e breve come un lampo. Sankara fu ucciso a soli 38 anni in un colpo di stato cruento. Interessi interni di risicati ceti privilegiati saldati a quelli di poteri regionali e internazionali ebbero la meglio su un’esperienza scomoda e potenzialmente contagiosa, ma al tempo stesso ancora solitaria, perciò debole. Era il 15 ottobre 1987: venti anni e una settimana dopo l’assassinio del Che.
Come una parola d’ordine
Quattro anni sono troppo pochi perché una rivoluzione sopravviva alla scomparsa violenta della sua guida, soprattutto se di tutta la testa superiore agli altri politici. E tuttavia Sankara, eroe senza corona e senza privilegi, rimane un mot de passe , una specie di parola d’ordine. Un richiamo a ideale e pratiche locali e internazionali adatti al futuro. «Se ci fosse ancora Sankara», si intitolò un convegno a Torino, nel 2007. Non c’è angolo che la rivoluzione burkinabè al tempo di Sankara non abbia esplorato: «Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo». Una sfida enorme, in quel «concentrato di tutte le disgrazie del mondo» (aspettativa di vita di 40 anni, 98% di analfabetismo, poca acqua, tanta fatica) nel quale però «donne, bambini e uomini hanno deciso di prendere in mano il proprio destino« (dal discorso all’Assemblea dell’Onu nel 1984, v. Thomas Sankara, i discorsi e le idee , edizioni Sankara). Ma ecco un popolo, fatto al 90% di contadini e donne oppresse, tentare la fuoriuscita dalla miseria, sulla via di uno sviluppo autonomo, partecipato, egualitario, ecologico per necessità. Il paradigma sociale e culturale della rivoluzione sankarista era proiettato nel futuro. Cos’è infatti il buen vivir (o vivir bien ) ora rivendicato da diversi paesi latinoamericani se non la ricerca di un semplice benessere per tutti, nel rispetto della natura e dei beni comuni, da raggiungere con strumenti quali democrazia diretta, economia popolare, risorse endogene? «La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabè sono un po’ più felici grazie ad essa», disse il presidente a Bobo Dioulasso il 2 ottobre 1987.
Sovranità alimentare nel Sahel
L’obiettivo era immenso e immane in quel contesto. La prova del nove fu superata: risultati materiali inauditi in poco tempo e quasi senza mezzi. Tutto all’insegna del motto di Sankara: «Contare sulle proprie forze». Coltivare e irrigare con poche risorse per garantire due pasti e dieci litri d’acqua al giorno a ognuno. La sovranità alimentare: «Produrre e consumare burkinabè». «Operazioni commando di alfabetizzazione» degli adulti. I progetti «un villaggio un bosco, un villaggio un ambulatorio, un villaggio una scuola». Le «tre lotte contro il deserto» per un commovente Burkina verde. Il faso dan fani , abito di cotone locale lavorato artigianalmente. La «battaglia per la ferrovia». L’informazione partecipata con la «radio entrate e parlate». I lavori comunitari anche per i funzionari (un tentativo di redistribuzione della fatica). La cultura, inventare il Festival del cinema africano, le proiezioni nei villaggi, lo sport di massa per la salute… E i soggetti. La mobilitazione tentata a tutti i livelli nei comitati rivoluzionari. Al centro di tutto, i contadini e le donne, anche contro i capi villaggio e gli sfruttatori della tradizione. Presidente femminista, un otto marzo dichiarò: «Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva. (…) Una società come la nostra deve lottare contro l’escissione e ridurre anche i lunghi tragitti che la donna percorre per andare a cercare l’acqua, la legna . Non possiamo parlare di liberazione della donna senza parlare del mulino per macinare il grano, dell’orto, del potere economico» (da Thomas Sankara. I discorsi e le idee , edizioni Sankara).
Un presidente senza privilegi
Per investire tutto nei bisogni di base Sankara impose una spending review all’osso: «Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero». Senza accettare imposizioni dal Fondo Monetario internazionale (che «va oltre il controllo di bilancio e persegue un controllo politico»), l’austerità fu autogestita: stipendi modestissimi a presidente e ministri, niente sprechi di rappresentanza, vendute le auto blu, aboliti gli eventi di lusso, rimpicciolita ogni spesa amministrativa. Ma non riuscì a Thomas Sankara la lotta contro la corruzione, e contro gli abusi di potere nei Comitati rivoluzionari. L’impegno antimperialista fra i non allineati e a fianco delle esperienze rivoluzionarie. La lotta contro il debito estero e per il disarmo. Nel suo discorso di fronte ai capi di stato africani, alla Conferenza dell’allora Organizzazione per l’Unità Africana (Oua) ad Addis Abeba, 29 luglio 1987, Sankara ripeteva l’invito fatto al Movimento dei paesi non allineati tre anni prima a New Delhi: «Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. (…) Abbiamo il dovere di creare il Fronte unito contro il debito». Ma al tempo stesso tutta l’Africa doveva farla finita con la corruzione, i privilegi e le spese per le armi. Le risorse liberate erano necessarie alla fuoriuscita dalla miseria e all’integrazione regionale (sul modello dell’attuale Alleanza bolivariana Alba in America Latina): «Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa (…) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente».
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CRONOLOGIA DELL’UOMO INTEGRO
Thomas Sankara nasce il 21 dicembre 1949 a Yako nell’Alto Volta, allora colonia francese che diventerà indipendente il 5 agosto 1960. Non avendo i mezzi per studiare medicina come vorrebbe, intraprende la carriera militare. Inizia a formarsi alla politica anche nel corso di soggiorni in Marocco e Madagascar. Fra il 1981 e il 1983 viene chiamato a far parte di governi dei quali presto denuncia malefatte e corruzione, fino a essere imprigionato. Con un’alleanza fra militari e forze popolari arriva al potere il 4 agosto 1983. Il 4 agosto 1984 l’Alto Volta diventa Burkina Faso. Intanto governo e comitati popolari lavorano alla «rivoluzione degli integri» a ritmi accelerati. Nel 1987 iniziano a serpeggiare i dissidi e i malcontenti fra i capi storici della rivoluzione. Il 15 ottobre 1987 Sankara con dodici collaboratori viene assassinato in un colpo di stato ordito dal suo vice Blaisé Compaoré, il quale assume la presidenza e reprime le proteste con diversi morti. La rivoluzione è finita. Elezioni successive alle quali partecipa una minoranza della popolazione hanno continuato a rieleggere Compaoré il quale anche grazie alle divisioni e debolezze dei “sankaristi” è tuttora capo di stato, ben introdotto in Occidente e oscuramente coinvolto in diversi conflitti africani. Mai chiarite le circostanze e le responsabilità di quel 15 ottobre. La petizione «Giustizia per Sankara» (www.thomassankara.net) ha raccolto 10mila firme.
di Paola Antonelli
Lei è stata l’antesignana del “cervelli in fuga” italiani di ambito artistico-creativo, una pattuglia che si ingrossa a vista d’occhio, e che solo nei giorni scorsi ha visto aggiungersi ai ranghi Luigi Fassi, approdato allo Steirischer Herbst di Graz, in Austria, ma che conta nomi come quelli di Francesco Manacorda, Lorenzo Fusi, Alfredo Cramerotti, Chiara Parisi, Lorenzo Benedetti.
Ma lei sono una ventina d’anni che miete successi ai quattro angoli del globo. In 18 anni di carriera al MoMA, aveva già raggiunto un traguardo prestigiosissimo come Senior Curator di Architettura e Design: ma ora Paola Antonelli sale ancora nei ranghi del museo dei musei. Con effetto immediato, lo stesso direttore Glenn D. Lowry l’ha nominata Direttore della Ricerca e Sviluppo, ruolo massimamente strategico, che affiancherà a quello curatoriale.
Nel nuovo incarico la studiosa fornirà al museo strumenti di informazione e di critica per la valutazione di nuove iniziative e per l’individuazione di nuove direzioni ed opportunità inesplorate, in particolare nel mondo digitale. “I musei e le scuole possono essere considerati i reparti Ricerca e Sviluppo della società, in quanto perseguono un progresso che incorpora l’innovazione tecnologica e industriale, ma la filtra attraverso un setaccio umanistico”, ha commentato la Antonelli.
“Alicè” Trasforma i muri con le favole. Racconta storie con immagini “di donne forti e indipendenti”
Alice Pasquini, 31 anni, è una visual artist, di base a Roma, che ha vissuto in Gran Bretagna. Le opere di arte urbana di “Alicè” stanno facendo il giro del mondo, anche attraverso la sua fanpage che ha raggiunto gli 11mila fans. Le ultime incursioni di arte urbana dell’artista sono avvenute a Padova e a Venezia, due città in cui sono comparsi i disegni delle ragazze di Alice. ”Creo arte sulle persone e sui loro legami – spiega Alice Pasquini – il mio interesse è rappresentare i sentimenti umani e esplorare punti di vista differenti. In particolar modo mi piace raffigurare donne forti e indipendenti”. Il volto di una bambina seduta su una panchina e soffia per fare le bolle di sapone. Le scarpe appese ad un filo, per dire: “siamo stati qui, torneremo ancora”. Il volto di una ragazza che dorme e un’altra che sogna, spera ancora, attraverso i petali dei fiori. Arte sui muri e “artivism”. Accanto ai suoi lavori, c’è la firma Alicè.
Alice racconta di donne in un paese, l’Italia, in cui ci sono state 56 donne assassinate negli ultimi quattro mesi. Dipinge, disegna, copre di colori muri abbandonati che diventano vivi e lasciano un messaggio. Sempre nel rispetto dei patrimoni, da non violare. “Alicè” sa quali muri o superfici scegliere, disegna rischiando una denuncia, eppure lei c’è. Con vernice spray colorata e pittura acrilica, o inchiostro su carta. “Ho incontrato la polizia spesso – racconta – per fortuna mi è andata bene”. E’ stata censurata a Roma, quartiere San Lorenzo, per una “ragazza che faceva pipì” e ha dipinto a Mosca, Parigi, Berlino, Amsterdam…
La sua arte racconta del luogo e delle persone che la ospitano, è fatta di incursioni notturne ma anche di grandi muri dipinti in maniera legale, di illustrazioni e di collaborazioni con i collettivi della street art che ha incontrato nel suo percorso artistico dopo la laurea all’Accademia delle belle arti. Per lei “Il significato e il valore dell’arte deriva dallo scambio tra l’artista e lo spettatore, questo scambio avviene in strada in modo più inaspettato, sorprendente e più libero che in una galleria”.
posted by EXPORT