Fuma troppo, parla poco e non perde mai tempo. Rosita Ciotti, insegnante in pensione, è la signora No Tav. Per difendere Venaus, non ha perso un presidio. Pensare che per due anni non era uscita di casa.
da tdm N° 141 – Rosita Ciotti è una donna minuta, gracile solo all’apparenza. La sua forza traspare dagli occhi che sbucano sotto i capelli corti e bianchi come la sua vecchia 500, che si inerpica fiera sui tornanti della val Susa. “La natura di questa zona è molto particolare -spiega-: accanto alla flora alpina crescono fiori della steppa e dell’arenile mediterraneo. Ci sono anche specie particolari di farfalle e cavallette, che qui riescono a sopravvivere”. Creature ostinate, un po’ come gli abitanti di questo fazzoletto di montagna appeso tra i 2100 metri del Moncenisio e gli oltre 3500 del Rocciamelone. “Qui la resistenza continua, ora e sempre”, grida la scritta sul muretto di una curva. “Vedi? Questo è il punto dove i poliziotti hanno tentato di forzare il blocco dell’8 dicembre 2005”, dice Rosita. Quel giorno i No Tav erano arrivati in 30mila per entrare a Venaus, presidiata dalle forze dell’ordine, e cercare di impedire il carotaggio della montagna, il prelievo cioè di campioni di roccia, dove è in progetto la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità (vedi servizio a lato, ndr).
La macchina si ferma in un punto panoramico da cui si domina la Val Cenischia, breve corridoio che unisce Susa a Venaus: il nastro dell’autostrada è in primo piano, cinquanta metri più sotto è stato progettato lo scavo per la Tav. Un’opera di cui si parla dagli anni ’90: indispensabile per Roma e Bruxelles, dannosa per la montagna e i suoi abitanti secondo la combattiva comunità valsusina, preoccupata dalla prospettiva di vent’anni di lavori con quotidiani cortei di camion a intasare la strada della valle. “Senti che vento? -chiede Rosita, 62 anni, insegnante di Lettere in pensione. Da queste parti è così due giorni alla settimana: e loro con una teleferica vorrebbero trasportare i detriti della montagna, fatti di roccia, amianto e uranio”. Valsusina doc, autrice di libri di poesia ed esperta di erbe alpine, Rosita sa di cosa parla: “Dai tempi degli scavi per l’autostrada, l’incidenza di morti per mesotelioma (cancro favorito dall’esposizione all’amianto, ndr) è molto alta in questi paesini”. Un’eventualità che potrebbe ripetersi con gli scavi per realizzare il tunnel della Tav, insieme alla perdita di numerose sorgenti d’acqua, che costringerebbero sette frazioni della valle a ricorrere alle autocisterne. Come forma di protesta, la scorsa estate Rosita si è messa in cammino con altri 23 valligiani, direzione Roma. Un viaggio che in auto richiederebbe più di sette ore, realizzato “a bassa velocità”: ogni giorno 20 km a piedi sotto il sole, il resto in treno, per portare in giro l’entusiasmo e le istanze dei No Tav.
“L’idea è nata quell’8 dicembre, quando è arrivata gente da mezza Italia ad aiutarci a tornare a Venaus -racconta Rosita, mentre accende una sigaretta nel salotto di casa-. Non conoscevamo né questa gente né i loro problemi, molto simili al nostro: il terzo valico dei Giovi, il Mose, il ponte sullo Stretto, il progetto di discarica nucleare a Scanzano Jonico, la variante di Valico. Così abbiamo voluto metterci in viaggio per conoscere da vicino alcune di queste situazioni”. Una carovana di pensionati, giovani e famiglie non passa certo inosservata. “Ci fermavano ovunque per sapere cosa stavamo facendo: alle Cinque Terre un muratore ci ha chiesto come fare per bloccare l’ampliamento di una costruzione sulla spiaggia, autorizzato dal suo Comune”. Marcia di giorno, incontri pubblici di sera: non proprio una vacanza, con l’aggravante di una fastidiosa raucedine. “Dorme sempre all’aperto e fuma troppo -ricordano i compagni di viaggio di Rosita-: non perde mai tempo e parla poco, ma è un sicuro punto di riferimento per tutti”. Una dimostrazione di carattere e dedizione per lei, che dopo aver perso il marito si era barricata in casa per due anni. Un letargo interrotto il 31 ottobre di due anni fa, per la gioia dei suoi figli: “Quando le imprese salirono fin qui per trivellare la montagna, decisi di impegnarmi anch’io -dice-. Per tutta la vita io e Paolo avevamo fatto certe battaglie e lui sarebbe stato d’accordo con me: dobbiamo impedire che il mondo venga continuamente aggredito, lo stiamo utilizzando come una risorsa di denaro e non come un posto dove vivere”.
Piccola cronaca di una valle ribelle
“Si mettano il cuore in pace, l’opera si farà”. Così parlava l’ex ministro dei Trasporti, Pietro Lunardi, ai manifestanti No Tav durante i “giorni della resistenza” a Venaus e dintorni. Giorni caldi quelli dell’autunno 2005. 16 novembre, sciopero generale della Val Susa. Secondo gli organizzatori, 80mila persone sfilano lungo gli 8,5 km che dividono Bussoleno da Susa.
6 dicembre, l’intervento delle Forze dell’ordine. La polizia sgombera il presidio del movimento No Tav che impediva l’ingresso a Venaus delle ditte incaricate di effettuare i carotaggi della montagna in vista della realizzazione del tunnel. Gli scontri provocano una ventina di feriti tra i manifestanti. Per due giorni tutta la Val Susa è bloccata: ponti, strade e ferrovia sono invase dalla protesta dei valligiani. Intanto la protesta arriva a Torino, dove nel corso di una manifestazione un gruppo di anarchici ferisce con una bottigliata alla testa un agente della polizia e compie atti vandalici nel centro città, come forma di protesta contro l’intervento notturno degli agenti.
8 dicembre, la giornata della “liberazione” di Venaus. Cinquantamila persone salgono al cantiere dell’Alta velocità. Le Forze dell’ordine si ritirano.
Da gennaio 2006, in concomitanza delle Olimpiadi di Torino, militari e manifestanti osservano una sorta di tregua che continua fino ad oggi. Un armistizio che non ha fermato gli incontri di sensibilizzazione e i cortei di protesta (l’ultimo in ordine di tempo, sabato 31 marzo, da Trana ad Avigliana), che potrebbero intensificarsi all’avvicinarsi delle scadenze che riguardano il futuro della Tav. A giugno 2007 si chiuderanno i lavori dell’Osservatorio regionale per monitorare l’avanzamento dell’opera e gli effetti sulla salute, per settembre è invece attesa la decisione definitiva sulla costruzione del tunnel o, in alternativa, del raddoppio della linea Bardonecchia-Lione. Solo allora si saprà se Lunardi aveva ragione. Info: www.spintadalbass.org
Appello di Aminata Traoré e altre femministe maliane, contro la strumentalizzazione della violenza contro le donne da parte della comunità internazionale per giustificare l’intervento armato in Mali *
Dalla drammatica situazione del Mali, emerge una terribile realtà che si verifica in altri paesi in conflitto: la strumentalizzazione delle violenze fatte alle donne per giustificare l’ingerenza e le guerre per appropriarsi delle ricchezze dei loro paesi.
Le donne africane devono saperlo e farlo sapere
Tanto l’amputazione del Mali dei due terzi del suo territorio e l’imposizione della Sharia alle popolazioni delle regioni occupate sono umanamente inaccettabili, altrettanto moralmente indifendibile e politicamente intollerabile è la strumentalizzazione di questa situazione, tra cui la sorte riservata alle donne. Noi abbiamo su questo, noi donne del Mali, un ruolo storico da giocare, qui e ora, nella difesa dei nostri diritti umani contro tre forme di fondamentalismo: quello religioso tramite l’islam radicale, quello economico tramite il mercato globale, quello politico tramite la democrazia formale, corrotta e corruttrice. Invitiamo tutte/i coloro che, nel nostro paese, in Africa ed altrove, si sentono interpellati dalla nostra liberazione da questi fondamentalismi, a unire le loro voci alle nostre per dire “No” alla guerra per procura che si profila all’orizzonte. Le seguenti argomentazioni giustificano questo rifiuto.
Il diniego della democrazia
La richiesta di schieramento di truppe africane nel Nord del Mali, trasmessa dalla Comunità degli Stati dell’Africa Occdentale (Cedeao) e dall’Unione africana (UA) alle Nazioni unite si basa su una diagnosi deliberatamente ambigua e illegittima. Non poggia su alcun accordo nazionale degno di questo nome, né al vertice né alla base.
Esclude inoltre la pesante responsabilità morale e politica delle nazioni che hanno violato la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza trasformando la protezione della città libica di Bengasi in mandato a rovesciare il regime di Mouammar Gheddafi e a ucciderlo. La coalizione dei separatisti del movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mlna), da Al Qaïda al Maghreb Islamico (Aqmi), e degli alleati che ha vinto un’armata del Mali demotivata e disorganizzata deve egualmente questa vittoria militare agli arsenali derivati dal conflitto libico.
Lo stesso Consiglio di sicurezza andrà ad approvare nei prossimi giorni il piano d’intervento militare che i Capi degli stati africani hanno approvato pretendendo di correggere così le conseguenze di una guerra ingiusta con una guerra altrettanto imposta? Marginalizzata e umiliata nella gestione della crisi libica, l’Unione africana si deve lanciare in questa avventura in Mali senza meditare sugli insegnamenti della caduta del regime di Mouammar Gheddafi? Dove sta la coerenza nella gestione degli affari del continente da parte dei dirigenti africani, che in gran parte s’erano opposti invano all’intervento della Nato in Libia, quando si accordano sulla necessità di un dispiegamento di forze militari in Mali, dalle conseguenze incalcolabili?
L’estrema vulnerabilità delle donne nelle zone di conflitto
Il Gruppo internazionale di crisi giustamente avverte che: “Nel contesto attuale, una offensiva dell’armata del Mali appoggiata dalle forze della Cedeao e/o altre forze ha tutte le possibilità di provocare innanzitutto delle vittime civili nel Nord, di aggravare l’insicurezza e le condizioni economiche e sociali nell’insieme del paese, di radicalizzare le comunità etniche, di favorire l’espressione violenta di tutti i gruppi estremisti e, infine, di trascinare tutta la regione in un conflitto multiforme senza linea di fronte nel Sahara”.
Queste conseguenze assumono una particolare gravità per le donne. La loro vulnerabilità che è su tutte le bocche dovrebbe essere presente in tutti gli spiriti nelle prese di decisione e dissuasiva quando la guerra può essere evitata. Può essere. Deve esserlo nel Mali.
Ricordiamo che i casi di stupro che noi deploriamo nelle zone occupate del nostro paese rischiano di moltiplicarsi con lo spiegamento di parecchie migliaia di soldati. A questo rischio, bisogna aggiungere quello di una prostituzione più o meno mascherata che si sviluppa generalmente nelle zone di grande precarietà e di conseguenza i rischi di propagazione dell’Aids. Il piano d’intervento militare su cui va a orientarsi il Consiglio di sicurezza prevede dei mezzi per mettere in sicurezza le donne e le ragazze del Mali dal rischio di questo tipo di situazione disastrosa?
Allo stesso modo, ricordiamo che sul territorio, nel suo complesso, le sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale al popolo maliano in nome del ritorno a un ordine costituzionale discreditato toccano in modo considerevole i gruppi vulnerabili.
Le donne a causa della divisione sessuale dei compiti si confrontano a livello domestico con l’enorme difficoltà di approvvigionamento delle famiglie in acqua, cibo, energia domestica, medicinali. Questa lotta quotidiana e interminabile per sopravvivere è già in sé una guerra. In queste circostanze di precarietà e vulnerabilità delle popolazioni, e in particolare delle donne, l’opzione militare in preparazione è un rimedio che ha tutte le probabilità d’essere peggiore del male mentre un’alternativa pacifica, che viene dalla società maliana, civile, politica e militare, sarebbe costruttiva.
Le incoerenze della comunità internazionale
Ognuno dei potenti rappresentanti della “comunità internazionale” così come la Cedeao e l’UA hanno pronunciato parole a proposito dei nostri maledetti guai di donne in situazioni di conflitto. (…) Il presidente francese, François Hollande, che gioca il ruolo di capofila nella difesa dell’opzione militare ha sottolineato la sofferenza delle donne, “prime vittime delle violenze di guerra”. E quindi ha dichiarato, il 26 settembre 2012 a New York durante la riunione speciale sul Sahel, in margine alla assemblea generale delle Nazioni unite: “So che può esservi la tentazione di condurre dei negoziati. Negoziare con dei gruppi terroristi? Non può essere questione. Ogni perdita di tempo, ogni processo che andasse per le lunghe, non potrebbe che fare il gioco dei terroristi”.
“Occorre saper terminare una guerra”, sembrano dire i presidenti americano e francese. “La guerra in Afghanistan si è prolungata oltre la missione iniziale. Essa attizza la ribellione così come permette di combatterla. È tempo di metter fine in buon ordine a questo intervento e io ne prendo qui l’impegno”, dichiara François Hollande nel suo discorso d’investitura a presidente.
La Segretaria di stato americana per gli affari esteri, Hillary Clinton, il cui scalo ad Algeri il 29 ottobre aveva in parte per obiettivo quello di convincere il presidente Abdelaziz Bouteflika a unirsi nel campo di guerra, si era rivolta ai capi degli stati africani riuniti ad Addis Abeba in questi termini: “Nella Repubblica democratica del Congo, il proseguire degli atti di violenza contro le donne e le ragazze e le attività dei gruppi armati nella regione orientale del paese, sono per noi un motivo costante di preoccupazione. L’Unione africana e le Nazioni unite non devono risparmiare alcuno sforzo al fine di aiutare la RDC a reagire a queste incessanti crisi di sicurezza”.
L’inziativa del segretario delle Nazioni unite, Ban Ki Moon, intitolata “Uniti per mettere fine alla violenza contro le donne”, lanciata il 25 gennaio 2008, pone una attenzione particolare alle donne dell’Africa occidentale. Era prima delle guerre in Costa d’avorio e in Libia che hanno largamente compromesso la realizzazione degli obiettivi assegnati a questa iniziativa. Noi comprendiamo la sua riserva per quanto riguarda lo spiegamento militare e speriamo che non sostenga il piano d’intervento dei Capi degli Stati della Cedeao. La guerra, ricordiamolo, è una violenza estrema contro le popolazioni civili, fra cui le donne. Essa non può che allontanarci dagli obiettivi di questa iniziativa.
Perché i potenti del mondo che si preoccupano tanto della sorte delle donne africane non ci dicono la verità sulle poste in gioco minerarie, petrolifere e geostrategiche delle guerre?
La presidente della commissione dell’UA, Nkosazana Dlamini-Zuma, da parte sua sottolinea che “è cruciale che le donne contribuiscano e s’impegnino attivamente nella ricerca di una soluzione al conflitto. Le loro voci devono essere ascoltate negli sforzi volti a promuovere e consolidare la democrazia nei loro paesi. A questo scopo, voi potete, senza alcun dubbio, contare sul sostegno dell’UA, così come sul mio impegno personale”. La nomina di una donna per la prima volta a questo posto potrebbe essere un vero fattore di emancipazione politica per le donne e dunque di liberazione del continente, se Nkosazana Dlamini-Zuma accetta di allargare la base del dibattito sulle donne africane integrandovi le poste in gioco globali che ci sono dissimulate.
Il nostro triste status di ostaggi
Il Mali è un paese allo stesso tempo aggredito, umiliato e preso in ostaggio dagli attori politici e istituzionali che non hanno alcun conto da renderci a cominciare dalla Cedeao. Una delle espressioni di questa realtà è l’enorme pressione esercitata su ciò che resta dello Stato del Mali. Il presidente a interim, Dioncounda Traoré, è il primo degli ostaggi maliani. Se egli ha creduto di dover ricordare, il 19 ottobre 2012, durante la riunione del gruppo di sostegno che segue la situazione del nostro paese, che non è un presidente preso in ostaggio, è proprio perché lo è. Altrimenti non l’avrebbe ripetuto in tre riprese, il 21 settembre 2012, alla vigilia dell’anniversario dell’indipendenza del nostro paese che privilegia il dialogo e la concertazione, e richiesto alle Nazioni Unite, tre giorni dopo, un intervento militare internazionale immediato. “Sono consapevole d’essere il presidente di un paese in guerra ma la prima scelta è il dialogo e la negoziazione. La seconda scelta è il dialogo e la negoziazione”, insiste, “la terza scelta sta nel dialogo e nella negoziazione. Noi faremo la guerra se non avremo altra scelta…”, ha dichiarato nel suo discorso alla nazione prima di cambiare parere.
Al di là del presidente provvisorio, noi siamo tutti degli ostaggi prigionieri di un sistema economico e politico non egualitario e ingiusto che eccelle nell’arte di rompere le resistenze a colpi di ricatto sul finanziamento. La soppressione dell’aiuto esterno si traduce quest’anno 2012 in un mancato profitto di 429 miliardi di franchi CFA. La quasi totalità degli investimenti pubblici sono sospesi. La chiusura di numerose imprese è stata occasione di licenziamenti e sospensione tecnica del lavoro per decine di lavoratori mentre il prezzo delle derrate alimentari continua ad ardere. Le più importanti perdite si registrano nei settori delle costruzioni e dei lavori pubblici.
Pace e integrità territoriale
Il turismo, l’artigianato, l’alberghiero e la ristorazione, che subiscono dal 2008 le conseguenze dell’iscrizione del Mali nella lista dei paesi a rischio, sono gravemente colpiti mentre erano risorse di redditi sostanziali per le regioni oggi occupate, in particolare quella di Tombouctou.
Il riferimento allo status d’ostaggio è fatto non per sdrammatizzare la prova insopportabile degli ostaggi europei e delle loro famiglie ma per ricordare l’eguale gravità della situazione di tutti gli esseri umani intrappolati in sistemi di cui non sono personalmente responsabili.
Il problema, tuttavia, è di sapere come agire in modo che il nostro paese ritrovi la sua integrità territoriale e la pace, e che i sei francesi detenuti da Aqmi ritrovino le loro famiglie sani e salvi, senza che queste liberazioni aprano la strada a un intervento militare che metterebbe in pericolo la vita di centinaia di migliaia di abitanti del Nord del Mali che sono già ostaggi. (…)
Noi chiediamo a tutte e tutti coloro che condividono il nostro approccio d’interpellare immediatamente i principali attori della comunità internazionale, per iscritto o attraverso qualunque altra forma espressiva, perorando perché il consiglio di sicurezza non adotti una risoluzione che autorizzi il dispiegamento di migliaia di soldati nel Mali.
Seguono firme, prima firmataria Aminata Traorè
* L’appello in lingua francese è stato diffuso in Italia da marginalia nella traduzione di Giovanna Romualdi.
Lettera
Caro Fabio Fazio,
non basta prevedere che le dichiarazioni di Monti avrebbero provocato un bel po’ di polemiche. Quando qualcuno mente spudoratamente, in modo plateale, come Monti ha fatto, non si può sorridere immaginando il putiferio che seguirà. Si controbatte, si chiede un chiarimento. Questo ci saremmo aspettati, almeno da Lei. Non le risulta che la proposta del ministro Profumo era di aumentare le ore di lavoro frontale dei docenti da 18 a 24? Non 2 ore come sostenuto da Monti. Fino a prova contraria i ministri dovrebbero conoscere le percentuali.
1) 6 ore in più rappresentano il 33% di 18 ore.
2) Di fatto, le ore in più richieste non erano 6, ma almeno il doppio perché ad ogni ora di lavoro frontale corrisponde un lavoro sommerso che è almeno pari se non maggiore.
3) Senza essere dei tecnici della scuola, è facile capire che se con un orario di 18 ore una docente ha, in media, 4 classi, con 24 ore ne avrebbe 6, il che rappresenta non un incremento del 33% ma del 50%.
4) Si continua impunemente a misurare il lavoro dei docenti in termini di presenza a scuola, come se si misurasse il lavoro degli avvocati solo con la loro presenza in tribunale oppure degli ingegneri soltanto con la loro presenza in cantiere, oppure il suo lavoro, caro Fabio Fazio, con la sua presenza in studio.
5) Chi può credere che un incremento di ore, classi e studenti, potrebbe migliorare la qualità della formazione? Non avendo il coraggio di risparmiare apertamente su una conquista fondamentale dello stato sociale si cerca di far passare come un miglioramento un evidente taglio delle risorse disponibili. Tant’è vero che il problema è stato risolto facendo tagli su altri capitoli di spesa della scuola statale (ma non di quella delle scuole paritarie).
6) Strumentale è stato Monti nel ridurre l’opposizione sociale che cresce nel mondo della scuola soltanto alla questione delle ore.
7) Monti, quello che straparla sempre di crescita, ha avuto anche il coraggio di presentare come conservatore il rifiuto dei docenti di incrementare l’orario di lavoro. Un incremento che produrrebbe un importante taglio di posti di lavoro (ai precari). Certo che c’è stata una indisponibilità dei docenti a questa stupidaggine economica. Non diciamo le percentuali, ma l’abc dell’economia? Ci aspettiamo diritto di replica. Cordiali saluti
Angela Trovato (docente di Latino e Greco, Liceo Classico Statale Aristofane, Rm), Cristina Fantoni (Docente di scuola secondaria di primo grado), Edmondo Febbrari, Rossella Ghirlanda, Riccardo Poglio, Gemma Patscot, Marco Cipriani, Giovanna Chiesi, Luca Pischedda, Bruna Coppelli, Franca Ida Rossi, Paola Pietrandrea, Alessandro Santi (Docente Educazione fisica I.C. Rosmini, Rm), Irene Carducci, Andrea Sansò, Mariella Rossitto (docente scuola secondaria prima grado. Ist.Pirandelli, Patti), Eleonora Citracca (docente di lettere Liceo Machiavelli, Rm), Paola Mastrantonio (Liceo Scientifico Talete, Roma), Maria Grazia Palombi (Liceo Ginnasio Buratti, Vt), Fabrizia Piccolo (docente in pensione, Palestrina Rm), Stefania de Stefani, Lucrezia Tanzi, Clauda Urzì, Titti Laviola, Rossella Cerra, Carola Catenacci, Fabio Tassoni (docente di Matematica e Fisica Liceo Scientifico Talete, Rm), Federico Burani, Marco Micalizzi, Stefania Ferretti, Ida Nigro, Consolata Lapati, Francesca Frascaroli, Gabriella Assante, Marika Kassimatis, Aurora Marini e Guido De amrco (Docenti Itc L.Radice, Rm), Francesco Fantuzzi (Liceo Laura Bassi, Bo), Susanna Giansanti, Marcello Nobili (Liceo Primo Levi, Rm), Edmondo Febbrari, Paola Porcelli (Insegnante di scuola media, Rm), Flaviana Montesi, Mario Lentano, Mariacristina Colombo, Lara Muccioli, Rina Cittadini, Eulalia Grillo (Bo), Flavio Coppola, Norina Ciafarone, Tilde Centracchio, Grazia Arzillo, Annalisa Bigazzi, Mirella Berardocco, Laura Casella, Patrizia Sommi, Maria Rosaria Gonzales, Micaela Fattorini, Anna di Zio, Eleonora Serale (docente precaria IC Guido Milanesi,Rm), Lucia De Faveri (Liceo Giuseppe Bertoò. Mogliano Veneto, Tv), Paola Tommaseo (docente Liceo Vico Corsico, MI)… seguono tantissime altre firme.
Benedetto Vecchi
Un voto durato tre giorni di tutti i soci della vecchia coop apre la strada a un progetto da presentare a lettori e sostenitori
Una nuova cooperativa per i prossimi quaranta anni di vita de il manifesto. È questo l’obiettivo del gruppo di lavoro eletto dal collettivo tra venerdì e domenica. Un obiettivo e una scommessa che vogliamo giocare, consapevoli delle difficoltà che incontreremo, ma anche delle potenzialità politico-giornalistiche che il manifesto può ancora esprimere. Il gruppo avrà un compito difficile. Nella pagina presentiamo il dispositivo votato e i risultati emersi dal voto.
I nove mesi di liquidazione coatta amministrativa hanno cambiato il modo di lavorare. Abbiamo discusso a lungo su come uscire dal tunnel in cui eravamo e siamo. Ci sono stati momenti di lavoro collettivo, ma anche discussioni aspre tra di noi. È però arrivato il momento di voltare pagina e di ricominciare a discutere non su come sopravvivere, ma di come vivere, riaffermando il valore politico-giornalistico dell’anomalia chiamata il manifesto.
Le discussioni di questi mesi hanno visto intrecciarsi aspetti politico-giornalistici e aspetti organizzativi. Abbiamo provato, talvolta riuscendoci, altre volte no, a mantenere separati i due corni del dilemma. La priorità che ci siamo dati lo scorso febbraio era di continuare le pubblicazioni perché era il solo modo per poter elaborare un progetto politico-editoriale che consentisse l’uscita dalla liquidazione coatta amministrativa. Obiettivo prioritario senza il quale qualsiasi discussione su cosa debba essere il manifesto del futuro era priva di fondamenta. Sono stati mesi difficili, durante i quali la discussione non si è arrestata. Inutile rimuovere il fatto che alcuni compagni e compagne non erano convinti delle scelte che venivano fatte. Con loro la discussione va ripresa. E potrà essere facilitata dall’esito del voto, che ha individuato nella costituzione della nuova cooperativa il terreno su cui misurare la capacità di fare il «nuovo» manifesto. Chi farà parte del gruppo di lavoro ha avuto un mandato preciso, raccogliendo un ampio consenso.
Il conflitto tra punti di vista differenti è stato da sempre la linfa vitale de il manifesto. Ma da questa situazione di crisi non si esce cancellando l’eterogeneità delle culture politiche presenti nel giornale. Semmai va valorizzata, messa al lavoro per fare un giornale adeguato a una realtà che ha mandato in frantumi la bussola che ha fornito, in passato, al collettivo la direzione da seguire. Serviva e serve costruirne una nuova, per non smarrirsi. Per fare questo c’è bisogno dell’apporto di tutti, anche se sappiamo che molti dei soci dipendenti non potranno far parte della nuova cooperativa. L’uscita dalla liquidazione coatta ammnistrativa pone infatti un vincolo inaggirabile. Il futuro manifesto dovrà infatti rispettare una condizione preliminare: il bilancio esige di essere in pareggio. È il passaggio più doloroso che il collettivo è tuttavia disposto a compiere per garantire il futuro a un giornale nel quale il lavoro coincide con una scelta di vita. Nei giorni scorsi abbiamo cominciato a discutere con i circoli de il manifesto – la componente organizzata di quell’irrinunciabile patrimonio che sono i nostri lettori e collaboratori – su come impostare una agenda di lavoro con loro, consapevoli del valore politico della loro proposta di proprietà collettiva, ma altrettando consapevoli che è un obiettivo anch’esso difficile da raggiungere in tempi brevi.
Il gruppo eletto lo scorso fine settimana elaborerà lo statuto della nuova cooperativa, un piano industriale adeguato e la pianta organica. Nei mesi scorsi sono state studiate ipotesi e proposte per far sì che il numero dei soci dipendenti della futura cooperativa sia il più ampio possibile, prospettando anche un numero di soci non dipendenti per garantire che il nucleo «storico» – compagni e compagne che in passato hanno fatto la scelta del prepensionamento per ridurre il costo del lavoro, continuando tuttavia scrivere e a collaborare – ne possa fare parte. I tempi di lavoro saranno necessariamente brevi – l’esercizio provvisorio ha termine il 31 dicembre – ma il gruppo di lavoro parlerà con i soci della cooperativa in via di liquidazione per illustrare le funzioni e la pianta organica del nuovo manifesto, nel rispetto dei diritti individuali e collettivi dei soci dipendenti.
La nuova cooperativa è la condizione necessaria, ma non sufficiente per continuare l’esperienza del manifesto. Serve infatti un piano editoriale per il suo rilancio. Nel corso delle ultime assemblee del collettivo è però emersa la necessità della stesura di una carta degli intenti che sintetizzi gli obiettivi politico-editoriali del nuovo manifesto. Come è costume al manifesto, il gruppo di lavoro si presenterà in assemblea sottoponendo al collettivo le proposte del piano industriale, dello statuto della nuova cooperativa e la carta degli intenti.
Segnalo l’uscita sul settimanale Gli Altri di venerdì 23 novembre 2012
di un inserto dedicato all’idea di pratica politica che viene dal
femminismo a Paestum. Titolo: Noi, gli anticorpi della politica.
Scrivono: Lea Melandri, Lia Cigarini, Bia Sarasini, Paola Pattuelli,
Angela Ammirati.
un caro saluto a tutte
Lea Melandri
Cara socia/o e cara amica,
con questa lettera ti chiediamo di scegliere la nostra libreria per i tuoi acquisti di Natale; come tutti gli anni potrai trovare da noi molti libri selezionati con cura e attenzione, e ti potrai quindi orientare più chiaramente nella vastissima produzione editoriale, non sempre eccellente.
Tu sai che la nostra è un’impresa politica e che ogni nostro gesto, anche piccolo, è significativo: non vogliamo semplicemente sopravvivere a questa crisi, vogliamo vivere, e mostrare che sappiamo farlo insieme, con tutte le nostre relazioni, ben più forti del mercato.
Dunque, ti chiediamo di non infilarti nella prima libreria del centro che è vicina e magari ti fa uno sconto più alto, ma di arrivare da noi, avere il piccolo sconto che possiamo permetterci, e però sapere che così sostieni una cosa ben più grande.
Quello che puoi fare:
prendere un appuntamento con la turnista dei cui consigli ti fidi di più (basta telefonare)
passare con un’amica-lettrice e farti accompagnare nella scelta
se sai già i titoli che ti interessano e non hai tempo, puoi mandare una mail e troverai i tuoi pacchetti natalizi già pronti
se abiti lontano, puoi fare un ordine via mail o telefono e ti spediamo tutto (gratuitamente solo se i tuoi acquisti superano i 50 euro)
se vuoi in particolare qualche titolo scritto da un uomo, che solitamente non teniamo, possiamo ordinare la tua copia personale
e poi, ovviamente, puoi venire quando vuoi e scegliere per i fatti tuoi!
VENITE – COMPRATE – REGALATE
LIBRI LIBRI LIBRI LIBRI
Letizia Paolozzi
Un incontro a Milano a Palazzo Reale. Titolo: “Le parole non bastano. Donne e uomini contro la violenza maschile sulle donne”. Ci hanno lavorato la Casa delle Donne Maltrattate e Maschile Plurale. Con l’obiettivo di interrogare la società su questa specifica violenza nelle relazioni quotidiane, cercando una nuova strada da percorrere con uno scopo comune: fermare quella violenza. Appunto, due associazioni che si fermano a guardare il cammino compiuto e decidono di procedere insieme perché: “Fare del male alle donne è usanza degli uomini, ma non di tutti. La relazione è possibile”. Bisogna uscire dal cerchio degli “addetti ai lavori” facendo diventare discorso pubblico pratiche dell’antiviolenza che alcuni uomini e alcune donne hanno sperimentato in questi anni.
Una scommessa forte giacché è la violenza degli uomini sulle donne la principale causa di morte femminile nel mondo: in Italia ogni due giorni una donna muore per mano maschile.
Il femminismo dalle origini ha lavorato sul corpo e la sessualità, nella convinzione che la natura della violenza su e contro le donne è sessuata. Una guerra a bassa intensità. Frutto di un ordine simbolico (quello del patriarcato) che per rappresentare i due sessi si serve di un solo simbolo: il fallo.
Questo ordine interagisce con altri sistemi di oppressione violenta (il neocolonialismo, il razzismo, le guerre). Si è strutturato intorno al maschile; ha messo radici, convincendo anche le donne per secoli ad accettarlo. Ora non è più così.
Il femminismo ha cambiato tutto questo. Ha rotto il silenzio sulle relazioni di potere e oppressione maschile. La soggettività delle donne si è sottratta a una relazione troppo sbilanciata e proprietaria. Questo però non ha cancellato la violenza. La libertà femminile cresce, ma oggi la stretta della crisi, il peso dei media, il consumo, si insinuano nei rapporti tra i due sessi con esiti imprevedibili.
Nel film “La sposa promessa” la regista, che ha abbracciato da adulta l’ebraismo ortodosso, racconta dall’interno della comunità le vicende di una famiglia a Tel Aviv. Se nell’industria cinematografica che provvede ai bisogni degli Hassidim, è buona regola non parlare “né d’amore né di delitti” (e c’è la proposta di far chiudere i cinematografi di sabato), nella “Sposa promessa” la regista infrange molte regole. Racconta di una diciottenne che, alla maniera della protagonista di un romanzo inglese della letteratura romantica, soffre e sogna il promesso sposo intravisto al reparto dei latticini al supermercato. La morte della sorella manderà a monte il matrimonio (combinato dalle famiglie). C’è un vedovo, il cognato, che deve risposarsi. La madre della ragazza, che vuole tenersi il nipote appena nato dalla figlia che è morta, pensa al matrimonio dell’altra giovanissima figlia con il vedovo, nonostante la ritrosia del marito rabbino. Ma lei non ne vuole sapere. Il genero piange per l’umiliazione di essere respinto dalla ragazza e quando lei cambia idea accettando di sposarlo continua a chiederle perché abbia cambiato idea. Ha paura della soggettività femminile e orrore per il rifiuto di una donna. Anche questo film, dall’interno di una rigida ortodossia religiosa, mette in crisi un ordine simbolico.
Come l’ha fatto lo slogan scandito nel 2007 in una manifestazione romana da giovanissime ragazze: “L’assassino ha le chiavi di casa”. Ormai sappiamo che l’assassino può essere il padre, l’amante, il marito, il parente. Lo slogan è stato raccolto dai media? Certo, i giornali che dedicavano dieci righe di una “breve” agli episodi di violenza sulle donne, adesso sono più solleciti. E le giornaliste si mobilitano in prima persona. L’opinione pubblica è più attenta, anche se i giudizi sono spesso generici, ripetitivi. Si assestano sulla medietà.
Posare lo sguardo su una donna che è stata violentata equivale, spesso, a negarne la soggettività, a ridurre il suo corpo a carne vittimizzata. Questo non fa giustizia al sesso femminile e impedisce uno spostamento dello sguardo sulla sessualità maschile da parte degli uomini stessi.
E se gli uomini (a parte alcune eccezioni) non si muovono dentro una relazione di conoscenza, di curiosità, il linguaggio si blocca, il giudizio resta di pura indignazione: No, io non sono come quelli che offendono le donne, gli uomini maltrattanti.
In fondo, uno dei risultati della violenza sta proprio nel suo imporre relazioni molto semplici che implicano uno sforzo nullo di immaginazione, di trasformazione della soggettività maschile.
Invece, occorre un altro linguaggio, un’altra scrittura, parole diverse per prevenire, raccontare, guardare alla violenza.
Questa è una delle forme che prende o può prendere la cura delle relazioni. Nella scuola, nei media, nelle istituzioni, tra gli operatori, nelle unità operative che si trovano a contatto con donne ferite nella loro dignità.
Di qui una relazione capace di uscire dall’usura del linguaggio, degli stereotipi, dei tecnicismi. Naturalmente gli uomini camminano su un crinale stretto: da un lato vedono la sponda del cambiamento possibile, abbandonando l’armatura in cui si sono rinchiusi; dall’altro, rischiano di assumere un tono predicatorio, da rimorso dell’uomo bianco occidentale. Come se uscire da quella armatura equivalesse a rinunciare alla propria mascolinità. Al contrario, donne e uomini in relazione possono operare uno spostamento che non significhi solo indignazione ma un moto di ripulsa sociale, un movimento di rispetto della differenza.
Emanuele Trevi
Tra le varie zone in cui si suddivide il centro storico di Roma, le lunghe strade che uniscono via della Lungara alle pendici del Gianicolo, dominate dalla mole del carcere di Regina Coeli, hanno conservato un’atmosfera d’altri tempi, silenziosa e trasognata. Pochi i negozi, pochi i passanti, e anche il rumore che dovrebbe provenire dal traffico che scorre senza tregua lungo il Tevere si riduce a un mormorio remoto e indistinto. Da molti anni Giosetta Fioroni lavora al centro di questa strana isola urbana, in un grande studio che possiede la scabra eleganza di una vecchia officina di riparazioni. Ma al termine di una breve scala, si accede a un bellissimo e inaspettato giardino pensile, con terra sufficiente a farci crescere un melograno. Dall’altra parte della strada, incombe un raggio del vecchio carcere.
A poche settimane dal suo ottantesimo compleanno (il 24 dicembre), Giosetta Fioroni è l’esatto contrario di un’artista serenamente appagata da quello che ha fatto. Ha custodito in sé la fiammella dell’inquietudine e dell’esperimento che forse, di tutte le componenti dell’ispirazione, è la più fragile e insieme la più preziosa. E dire che due anni fa Germano Celant ha dedicato ai suoi dipinti una splendida monografia (edita da Skira), un vero e proprio monumento critico, di quelli che si possono dire definitivi. Eppure, non c’è monumento, non c’è riconoscimento che potrebbe mettere Giosetta al riparo dalla suprema tentazione: che è pur sempre quella di rimettere tutto in gioco, affrontando le nuove idee con la trepidazione dell’esordiente. Questo accade quando si vive la propria carriera come una fiaba, un percorso iniziatico, un sogno. Più che un itinerario rettilineo, una specie di spirale dove le illuminazioni improvvise e i sussulti del cuore contano più di ogni continuità. «Il fatto è — mi dice con l’aria un po’ incerta di chi confessi un peccato invece di enunciare una poetica — che alla mia bella età, invece di accontentarmi di ciò che sono, ho cominciato a covare in me una serie di immagini, che corrispondono ad altrettanti ritratti di ciò che sarei potuta essere, o diventare. Una galleria di identità alternative, o di aspetti di me inespressi, latenti, impossibili».
Da questa difficile ricerca, che si potrebbe definire come una nuova frontiera del narcisismo, è nata un’opera inquietante e sorprendente, portata a termine assieme a Marco Delogu, che — con la sua sapienza di fotografo — ha catturato questo pulviscolo di fantasmi, di identità alternative. La mostra, inaugurata al Macro di Roma il 6 novembre, si intitola L’altra ego. Sono quindici immagini di grande potenza emotiva, come altrettante confessioni provenienti dal nucleo più nascosto e inviolabile di sé, che però è sempre altrove, ama nascondersi e apparire dove meno te lo aspetti, come un bambino innocente e perverso. Esplicito è il riferimento letterario alle Vite immaginarie di Marcel Schwob. Ma mentre il grande scrittore simbolista, antesignano di Borges, scriveva biografie di artisti e celebri assassini del passato, qui l’energia dell’immaginazione è tutta concentrata su un unico soggetto, che ammicca dalla pluralità dei suoi travestimenti. A volte l’impressione è quella della discesa agli inferi, a volte quella di un’improvvisa liberazione. È con il rigore di una vera e propria body artist che Giosetta Fioroni ha scelto i costumi, le parrucche, i trucchi e tutti gli altri accessori che servivano a dar corpo alle sue identità immaginarie. «Mi era capitato in mano un vecchio numero di “Harper’s Bazaar”, dedicato ai rapporti tra arte e moda. Qualche stimolo all’invenzione mi è venuto da lì. Ma è stato un lavoro lunghissimo, pieno di incognite, di incertezze». In fin dei conti, intervenire sul proprio aspetto, evadendo dal recinto dell’apparenza quotidiana, è un’operazione magica ancora più che un processo artistico. E tutte le operazioni magiche contengono in sé una buona dose di imponderabile, una serie di effetti capaci di stravolgere tutte le cause evidenti.
Tutta l’opera di Giosetta Fioroni è condizionata da questo scarto: da un lato c’è il «mestiere», inteso come padronanza tecnica e disciplina; dall’altro si annidano la sorpresa, l’illuminazione, l’allargamento improvviso della conoscenza. Anche quando la conversazione si ritrae dal presente evocando tempi ormai remoti, la sensazione è che Giosetta, raccontando i suoi anni di noviziato artistico, non abbia vissuto un’esperienza molto diversa da quella di Topolino apprendista stregone nel celebre episodio di Fantasia. Come l’eroe di Walt Disney, ha evocato forze superiori, e se ne è fatta trasformare nel momento in cui tentava di piegarle a sé.
Che destino migliore potrebbe auspicarsi un artista? E come in tutte le fiabe che si rispettino, svolgono un ruolo decisivo certi «aiutanti magici», incontrati per caso nei momenti di scoraggiamento. Come quel giorno, a metà degli anni Cinquanta, in cui Giosetta Fioroni, studentessa delusa dai suoi professori e incerta del suo futuro, aggirandosi per i corridoi dell’Accademia di Belle Arti, in via di Ripetta, notò una porticina nera, con un cartello che invitava a iscriversi alla «Scuola libera di nudo». E fu così che avvenne l’incontro col primo, indimenticabile maestro: Toti Scialoja, «più grande ancora come poeta che come pittore. Eravamo una decina d’allievi, oltre a me c’erano Festa, Kounellis. Toti ci insegnava i maestri della regia russa, o i segreti del cinema di Buster Keaton. Era capace di mimare splendidamente tutto quello di cui parlava. Ed era stato uno dei primi a rendersi conto della grandezza dei pittori americani del dopoguerra».
Ed ecco gli incontri con De Kooning, con Rothko, con Twombly… Ascoltandola parlare, viene in mente che se fosse nata nel Settecento Giosetta sarebbe stata una di quelle perfide e deliziose autrici di lettere e memorie, capaci di infilzare un intero carattere con un colpo d’occhio infallibile e una manciata di parole esatte. Ecco Rothko sulla spiaggia di Fregene, molto reticente riguardo ai segreti della sua pittura, timidissimo. «Si tuffava in mare tenendo per la mano la moglie e la figlia, una famiglia di obesi silenziosi, affamati di fettuccine». De Kooning, invece, era «il fascino personificato», e mentre me ne parla Giosetta mi mostra una vecchia foto del pittore americano, conservata in una cornice ovale. «Gli organizzai una festa di compleanno, a casa mia in via delle Orsoline. La mattina dopo ho trovato in giro cento bottiglie di whisky».
Continuerei a lungo a collezionare queste perle della memoria, ma mi accorgo che il gioco la immalinconisce un po’. «Che vuoi che ti dica: sto per compiere ottant’anni, e ancora amo tutto della vita: i giorni di sole e di pioggia, i negozi, gli animali, i peli grigi che vedo sulla tua barba. Non mi sono preparata… Non so accettare che presto non ci sarà più niente!». E non c’è nessuna saggezza d’occasione, nessuna filosofia astratta che potrebbe consolarla. Semmai, c’è da star sicuri che troverà il modo da sola, Giosetta, per allungarsi la vita: continuando a tessere i fili colorati della sua storia, rischiando, mettendo a repentaglio ogni idea di sé troppo comoda e stabile per essere vera.
Emanuele Trevi
Ancor prima del no alle donne vescovo, arrivato dal Sinodo della Chiesa d’Inghilterra, il Sudafrica ha nominato la sua vescova nella storia. Ellinah Wamukoya sarà titolare della chiesa dello Swaziland… l’occasione persa a Westminster sembra bruciare di più.
La notizia che ci aspettavamo non arriva dall’Inghilterra ma dal Sudafrica. Ellinah Wamukoya, 61 anni, è stata nominata, sabato scorso, vescova della chiesa dello Swaziland. Le sue prime parole sono rivolte alla propria comunità e al suo futuro come rappresentante della madre di Dio: «una madre è una persona premurosa, ma, allo stesso tempo, può essere molto determinata rispetto alle proprie azioni».
Il no alle donne vescovo arriva invece in questi giorni dal Sinodo della Chiesa d’Inghilterra, che si sta svolgendo questa settimana nell’abbazia di Westminster a Londra, e la cosa che più dispiace è che il freno arrivi dal mondo laico. Per essere approvata, la riforma necessitava di una maggioranza di due terzi in ognuna delle tre assemblee del Sinodo, e il voto si è concluso con 44 voti a favore e tre contrari fra i vescovi, 148 a favore e 45 contrari tra il clero, 132 a favore e 74 contrari fra i laici. La Chiesa d’Inghilterra, separatasi da quella cattolica nel 1534, conta su ottanta milioni di fedeli in tutto il mondo. La Chiesa anglicana d’Inghilterra ha già approvato l’ordinazione delle donne prete nel 1992, e oggi è femminile circa un terzo del totale dei religiosi, la prima ordinanza di una vescova è stata nel 1989 negli Stati Uniti, passando poi per Australia, Canada, Cuba, Nuova Zelanda e da oggi anche il Sudafrica. L’Africa ha tentato ancora una volta di essere d’esempio, in questo caso all’Inghilterra, pochi giorni prima di un voto che poteva cambiare il futuro della Chiesa. Si dovranno aspettare altri tre anni per una prossima votazione.
Stefano Sarfati Nahmad
Per capire quanto lontane e marce siano le origini della tragedia di Gaza che si rinnova in questi giorni, dopo quella terrificante del dicembre 2008-gennaio 2009, basti pensare allo slogan sionista più famoso, utilizzato dallo scrittore inglese ebreo Israel Zangwill in un articolo del 1901: «Una terra senza popolo per un popolo senza terra».
Sulle motivazioni che hanno portato alla creazione dello stato ebraico in Palestina si può discutere finché si vuole, ma è difficile discutere sul fatto che una cosa nata male – nata su un’ingiustizia storica – stia andando avanti sempre peggio.
Nell’agosto del 2005 l’allora primo ministro Ariel Sharon aveva avuto l’idea di ritirarsi dalla Striscia di Gaza (si chiamava operazione Mano Fraterna) probabilmente con l’intento di renderla un luogo invivibile e spingere gli abitanti ad andarsene, per poi affrontare la Cisgiordania, con una strategia ad hoc: creazione di oltre 200 insediamenti, di un’imponente rete stradale per collegarli, l’edificazione del famoso muro, massiccio ricorso al carcere amministrativo, furto delle risorse idriche, in modo da rendere la vita impossibile ai palestinesi e ridurli in bantustans.
La mia impressione è che queste strategie non abbiano fatto i conti con la forza, la tenacia, l’attaccamento alla propria terra di questo eroico popolo che ancora resiste. Ma quel che oggi provo è un urlo di rabbia e di dolore, nel vedere i miei correligionari in Europa, negli stati Uniti, e in Israele, essere così ciecamente e sordamente indifferenti alla tragedia del popolo palestinese: una parte di esso scacciata dalla propria terra nel 1947, l’altra messa sotto occupazione nel 1967 e da allora vittima di costante oppressione col fine malcelato di scacciarli definitivamente. Tranne piccolissime eccezioni, gli ebrei continuano a essere come paralizzati dalla trappola dell’identità e dal ricatto del vittimismo; tranne sparuti gruppuscoli di pacifisti, gli israeliani sono favorevoli a bombardare la striscia di Gaza; tranne rare voci gli ebrei americani, quelli che davvero potrebbero influenzare la politica del potente alleato di Israele, sono indifferenti.
La nota di speranza è che oggi il mondo sembra un po’ cambiato, come Ali Rashid ha scritto domenica sul Manifesto, e le rivolte in Egitto e in altri paesi del Mediterraneo hanno mutato il quadro politico. Me lo auguro, oltre che per la giusta causa palestinese, perché la miglior garanzia del benessere degli ebrei è il benessere dei palestinesi.
Il video di Alessandra Ghimenti (Libera Università delle donne)
“Tutto bene tranne il passaggio sul femminsimo ortodosso. Non sappiamo cosa si intenda con questo termine, ma siamo sicure che la libreria delle donne di Milano (avete capito bene, proprio noi!) da sempre lotta contro l’uso del maschile come segno di emancipazione femminile, e non siamo le sole. A sostenere l’uso del maschile non è stato il femminismo ma Umberto Eco sul Corriere della sera.”
La redazione del sito
Infermiera sì. Perché ministra no?
Paolo Di Stefano
Può apparire fin troppo banale ricordare che la lingua italiana, a differenza di altre lingue, possiede due generi grammaticali, il maschile e il femminile. Non è però inutile, se si pensa che questa possibilità di distinguere tra i sessi non viene sfruttata come potrebbe (e dovrebbe). Ci sono eccezioni che però, come scrive Cecilia Robustelli, una linguista che studia la discriminazione linguistica di genere, rimangono «del tutto ininfluenti sul piano del sistema»: per esempio, la parola guardia che pur essendo femminile si riferisce per lo più a persone di sesso maschile. Un gruppo compatto di altre eccezioni riguarda i termini che definiscono professioni o ruoli istituzionali di prestigio declinati al maschile anche quando hanno un referente femminile. I casi sono innumerevoli, ma basti cominciare a segnalare esempi come «l’architetto Gae Aulenti», «il ministro Elsa Fornero» o «il segretario generale della Cgil Susanna Camusso».
Per quali ragioni viene infranta la regola grammaticale che imporrebbe le forme femminili architetta, ministra, segretaria, perfettamente compatibili con i meccanismi morfologici di formazione delle parole? Evidentemente la risposta non rientra più nella sfera grammaticale, ma in quella socioculturale. Fatichiamo, sul piano linguistico, ad attribuire funzioni importanti alle donne, visto che siamo abituati per tradizione a collocarle su piani inferiori rispetto ai maschi: tant’è vero che, mentre evitiamo di dire ingegnera, non abbiamo nessuna difficoltà a parlare di ragioniera, lavandaia, portiera, sarta o infermiera. Eppure l’italiano è cambiato moltissimo e continua a cambiare rapidamente sotto gli influssi dei mutamenti sociali: basti pensare alla straordinaria permeabilità della nostra lingua rispetto al lessico tecnologico inglese o ai gerghi televisivi. Capita poi che la resistenza conservativa metta a dura prova la coerenza grammaticale di certe frasi, quando per esempio si tratti di scegliere la concordanza di articoli, aggettivi, pronomi e participi. Non di rado, infatti, nel linguaggio giornalistico, ci troviamo di fronte a costruzioni contraddittorie del tipo: «la ministro Carfagna…», «il presidente Marcegaglia è stato accolto…», o «l’architetto Aulenti è morta».
«Sembra che l’italiano — scrive Cecilia Robustelli in un saggio su L’uso del genere femminile nell’italiano contemporaneo — mostri ancora esitazioni a riflettere nel suo lessico il percorso di emancipazione femminile che si è snodato in tutta Europa a partire dalla fine dell’Ottocento per quanto riguarda la conquista di nuovi ruoli e professioni da parte delle donne». E ciò avviene nonostante il linguaggio si configuri ormai come uno strumento essenziale nella costruzione della parità tra uomo e donna. La questione della rappresentazione della donna attraverso il linguaggio, specialmente nelle sue conseguenze in ambito amministrativo, non è nuova. Già nel 1987, quando il dibattito sulla parità era alla ribalta politica, l’anglista Alma Sabatini produsse un lavoro fondamentale, intitolato Il sessismo nella lingua italiana, che denunciava il «principio androcentrico» della lingua italiana, secondo cui «l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico». E proponeva una serie di «raccomandazioni» per ovviare alle dissimmetrie grammaticali e semantiche che, nella generale inconsapevolezza del parlante, finiscono per rendere il linguaggio, appunto, «sessista». È passato, da allora, un quarto di secolo e quasi nulla è stato recepito sul piano istituzionale, per non dire dell’uso comune. È pur vero che una legge del 1977 sulla parità tra uomini e donne in materia di lavoro recitava testualmente: «È vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività a tutti i livelli della gerarchia professionale anche (…) in modo indiretto (…) a mezzo stampa o con qualsiasi altra forma pubblicitaria che indichi come requisito professionale l’appartenenza all’uno o all’altro sesso». Ma il risultato fu la coniazione di un’improbabile etichetta come quella del cosiddetto «maschile neutro» (il neutro è inesistente nella nostra grammatica) usato indifferentemente per uomo e donna.
Va detto, a questo proposito, che fino ai primi anni Novanta l’idea di parità, anche negli ambienti del femminismo ortodosso, sembrava orientata verso un’omologazione della donna al modello maschile, al punto che essere chiamate chirurgo, consigliere, direttore, architetto era per le donne il segno di una equità finalmente raggiunta. Gae Aulenti, cresciuta in un contesto professionale particolarmente maschilista, ha sempre bandito il femminile «architetta» e molte «avvocate», maturate politicamente nel clima del ’68, ci tengono tuttora a rimanere «avvocati». La prova della sospirata parità era (e rimane per molte) l’assimilazione al mondo maschile. Dunque: chirurgo e mai chirurga, consigliere e mai consigliera, direttore di un giornale e non direttrice. In realtà, la sociolinguistica tende oggi a sottolineare come queste forme finiscano per rafforzare la tradizione «androcentrica». Ma non si può negare che forme come ingegnera, sindaca, prefetta, chirurga, pur essendo ineccepibili sul piano morfologico, rimangono ancora rarissime. È recente il caso di don Maurizio Patriciello, il prete di Caivano pesantemente redarguito dal prefetto di Napoli per essersi rivolto alla sua collega di Caserta con un semplice «signora», forse per evitare l’inusuale «prefetta». Non era, per la verità, il segno di un maschilismo consapevole, ma un uso conservativo e molto usuale della lingua, di fronte alla quale il prefetto ha reagito con arroganza (di casta) degna di miglior causa.
Dagli anni Ottanta, l’importazione in Italia del concetto americano di gender, come insieme delle caratteristiche socioculturali che si accompagnano alla appartenenza all’uno o all’altro sesso, ha cambiato la prospettiva: si tratta ora di riconoscere le differenze di genere per far valere la propria identità. Riequilibrare un lunghissimo periodo di discriminazione significa dunque, anche sul piano linguistico, rendere «visibili» le donne. Alcune amministrazioni locali (Firenze) o regionali (il Veneto) paiono più sensibili di altre a questa esigenza di pari opportunità. Pazienza se rimane inevitabile il maschile cosiddetto «inclusivo» nei participi plurali («Marco e Paola sono andati), ma pure nell’uso quotidiano, se volete essere corretti (non solo politicamente, ma anche grammaticalmente), dovreste usare: sindaca, architetta, avvocata, chirurga, commissaria, deputata, impiegata, ministra, prefetta, notaia, primaria, segretaria (generale); e nulla impedisce consigliera, sul modello di infermiera, oppure assessora, revisora, ambasciatrice, amministratrice, ispettrice, senatrice. Per non cadere nell’eccesso opposto e quindi nel ridicolo, sarebbe bene continuare a usare professoressa, dottoressa e direttrice, ampiamente consolidate dall’uso, piuttosto che le irragionevoli dottora, professora, direttora. Tra le strategie di «visibilità» non peserebbe troppo contemplare la formula doppia almeno nei contesti istituzionali: «tutti i consiglieri e tutte le consigliere prendano posto nell’aula». Infine, «lavoratori e lavoratrici» dovrebbe entrare nell’uso, anche quando non venga detto da politici e politiche in cerca di voti.
Laura Eduati
[…] «In questo svilente panorama istituzionale», si interroga Maria Luisa Boccia, «ha senso parlare della rappresentanza delle donne nella politica? O piuttosto dovremmo prima discutere della crisi di democrazia che investe non soltanto l’Italia ma l’intera governance mondiale? Io credo che dobbiamo chiederci cosa andranno a fare le donne in luoghi che oggi risentono anche della fortissima crisi di credibilità del maschile».
Boccia, filosofa della politica e pensatrice femminista delle origini, ha partecipato lo scorso weekend ad un incontro milanese dedicato alla rappresentanza delle donne, convocato dopo il successo dell’appuntamento di Paestum (5-7 ottobre), dove circa ottocento donne giovani e meno giovani si sono incontrate per dare nuovo ossigeno al femminismo italiano da una prospettiva radicale. Il tema delle donne in politica è ancora più urgente alla vigilia delle primarie del centrosinistra, dove l’unica donna candidata è Laura Puppato, e con l’avvicinarsi delle elezioni politiche del 2013. È un tema che ritorna, anche con la prossima approvazione delle quote rosa, e che ora si arricchisce di una discussione sulla democraticità del potere che le donne vorrebbero conquistare per modificare i parametri economici e lavorativi decisi dagli uomini per gli uomini.
Entriamo nel vivo: rappresentanza delle donne significa aumentare il numero di esponenti di sesso femminile in politica?
La rappresentanza ha due valenze: la prima è quella che pone la questione del numero e dunque le cosiddette quote rosa. La seconda è l’autorappresentanza, ovvero donne che non rappresentano le altre donne ma fanno politica partendo dalla propria soggettività sessuata. Io preferisco questa seconda opzione e la penso come Lia Cigarini, che ha riproposto un suo vecchio pensiero, vecchio ma attuale, secondo il quale le donne non sono una minoranza da rappresentare bensì la metà della popolazione, e come tali non possiedono interessi comuni perché svolgono mestieri differenti, sono madri oppure no, sono giovani, anziane, di destra e di sinistra. Quando si tenta di riunire le donne in un fronte comune si appiattisce la discussione e questo è accaduto per esempio nella questione di Berlusconi e le ragazze che lo frequentavano ad Arcore. In quella occasione è stata esclusa la libertà e la soggettività di quelle ragazze che, bene o male, avevano deciso di usare il corpo a loro piacimento.
Dunque una quota maggiore di donne in Parlamento, poniamo, non garantisce un avanzamento della condizione femminile?
Il numero non fornisce alcuna garanzia. Lo possiamo vedere negli altri Paesi, ma anche in Italia. Penso alla concertazione sulla riforma del lavoro dove siedevano tre donne: Marcecaglia, Camusso, Fornero. Nessuna delle tre ha espresso una soggettività sessuata, e peraltro nessuna delle tre è stata eletta. Molte delle donne che ora siedono in Parlamento esprimono semplicemente il parere del partito al quale appartengono, non aprono conflitti sulla questione di genere. Oppure, quando sentono che vorrebbero rappresentare le donne, promuovono leggi come le quota rosa, seminari sulla condizione femminile, insomma presentano il nostro sesso come svantaggiato e bisognoso di interventi ad hoc. Insomma, io voterei per una donna non in quanto donna, bensì voglio capire se una candidata davvero si pone il problema della propria soggettività femminile, voglio sapere se è in gamba, se ha coscienza di genere. Ma la questione fondamentale non sono le candidate donne.
Qual è la questione, allora?
Le donne che hanno giustamente voglia di impegnarsi in politica, e io non escludo un mio ritorno attivo, dovrebbero tenere presente che il Parlamento ormai è svuotato di potere e di senso, in quanto tutto il baricentro si è spostato sul governo. Questo naturalmente riguarda tutti, donne e uomini. Io penso che l’aspetto più importante, per una donna che entra a far parte delle istituzioni, sia la sua volontà di rompere la gerarchia maschile e non soltanto proporre temi cosiddetti femminili. E sono convinta che il pensiero della differenza abbia còlto una realtà importantissima della condizione femminile, ovvero che le battaglie per le donne sono centrate spesso sul potere o non potere fare una determinata cosa (un aborto, un divorzio, un figlio in provetta) ma questa impostazione esclude la libertà delle donne stesse, che invece per prima cosa dovrebbero chiedersi: voglio o non voglio (un aborto, un divorzio, un figlio in provetta)? Così come fanno gli uomini, che prima stabiliscono se vogliono una cosa, e poi agiscono sul poterla o non poterla fare. Se le donne dimenticano questa libertà, si continuerà a fare politica sulle loro teste.
Questo implica anche il fatto che molte elettrici non scelgono donne candidate soltanto perché donne.
Certo. E questo rimanda al discorso che abbiamo fatto sulla difficoltà e irragionevolezza di fare delle donne un fronte comune appiattito sull’identità sessuale. È molto più importante ora discutere non soltanto del solito schemino quote rosa sì/quote rosa no, bensì riflettere sulla ricostruzione di una forma democratica che permetta di fare buona politica e di riempire quella forma di contenuti che sono rispondenti alla politica che si fa nella società. Alle eventuali candidate, io chiederei innanzitutto quali pratiche intendono scardinare, quali paradigmi pensano di modificare, quale democrazia e dissenso vogliono incarnare. E non perché vorrei fare un test, ma perché altrimenti avremo rappresentanze deboli e incapaci di confrontarsi coi governi e soprattutto con gli staff tecnici che non vengono eletti e rimangono sempre gli stessi. Il voto non può essere soltanto la legittimazione di chi andrà al potere, come sta accadendo ormai ovunque. Possiamo ignorare che la democrazia rappresentativa è in crisi? Possiamo evitare la discussione su come funziona e cosa può darci oggi? A mio parere, no. E questa, la presenza numerica delle donne, è la vera discussione politica da intavolare.
La crisi della rappresentanza è un problema anche per quegli uomini che non hanno potere. Voglio dire che non è una questione femminile tout court.
È vero. Ma sono convinta che ci può essere una lettura nostra del problema della governabilità. Questa crisi è anche il declino dell’autorevolezza maschile e della capacità degli uomini di essere credibili nella funzione di governo. Questa perdita di credibilità fa parte della crisi dell’identità sessuale degli uomini e mi piacerebbe sapere cosa ne pensano le donne che vogliono impegnarsi in politica o che già occupano poltrone. Finora non le ho sentite parlare di conflitti nei confronti degli uomini e mi preoccupa pensare che il Parlamento ormai venga visto come il luogo dove esprimere soltanto una maggioranza, perché la democrazia è anche scontro delle differenze, conflitto e mediazione. Forse pensano che soltanto un maggiore numero di esponenti femminili garantisca una politica migliore? Si sbagliano. Dobbiamo smetterla di considerarci all’interno di un recinto da difendere. Mi piacerebbe aprire un confronto su questo tema.
Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?
Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.
Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra.
Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore.
In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.
Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza.
Giusi Nicolini
Aggredire nella sua prima accezione significava avvicinarsi, ma nel tempo e per adeguarsi alle necessità della comunicazione bellica, si è trasformato in assalire con violenza e all’improvviso. Ecco che il linguaggio familiare e aperto viene trasformato dalla mascolinità violenta della guerra. Troppe donne, troppo spesso, sono aggredite dentro e fuori la famiglia, stuprate, usate, schiacciate, cancellate dalla brutalità maschile. Sono ben novantotto le donne, vittime di violenza, uccise da inizio anno in Italia. Quasi una ogni due giorni.
In Valle di Susa, come in qualsiasi altro luogo della terra, noi donne vogliamo denunciare e lottare contro questa violenza maschile. In Valle di Susa, ci troviamo anche nella necessità di lottare contro la violenza dello Stato e delle mafie nei confronti della terra. Vogliono imporci la devastazione del territorio con un’opera dannosa per la salute, per l’ambiente e che ipoteca il nostro presente ma anche il futuro di tutte le figlie e i figli dell’avvenire.
Per questo, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, vorremmo che tutte le donne valsusine si sentissero coinvolte nel dar vita a una due giorni di eventi che si svolgerà a Bussoleno nel fine settimana del 17/18 novembre 2012. L’idea è quella di coinvolgere attrici, artiste, artigiane, hobbiste, intellettuali, scrittrici, fotografe e tutte coloro che hanno idee e voglia di proporre, per creare non soltanto una giornata da vivere con la comunità tutta, all’aperto, ma anche una serie di eventi e approfondimento sul tema della violenza contro le donne e contro la terra.
Il fine settimana si concluderà con una passeggiata in Val Clarea per rendersi conto con i propri occhi di quello che la violenza delle lobby economiche è in grado di masticare e distruggere.
Chiediamo a tutte le donne che hanno un’eco più grande, grazie ai successi personali ottenuti nel corso degli anni, di condividere questo nostro manifesto e di aderire – anche solo formalmente nell’impossibilità dell’essere presenti di persona – affinché la voce delle donne della Valle di Susa possa essere ascoltata, discussa, condivisa.
Il programma in pillole:
– mercoledì 14 novembre, h 19-21 Apericena presso la Credenza di Bussoleno (TO)
– sabato 17 novembre: Bussoleno, h 10-17 bancarelle tematiche in Via Fontana; h 17.00, assemblea presso la Sala consiliare; h 22.00, concerto Rivoltelle presso l’ex Cotonificio di Bussoleno;
– domenica 18 novembre, h 11.00, passeggiata Chiomonte-Clarea e viceversa.
Franca Fortunato
Elena De Filippis è la nuova dirigente del Liceo classico “Galluppi”, che ha raccolto il testimone del preside Armando Vitale, andato in pensione. Vi è arrivata dopo anni di insegnamento e di dirigenza in altri Istituti. Napoletana d’origine, sposata e madre di Sandra ed Eugenio, vive da molti anni a Catanzaro, anche se la sua terra se la porta nel cuore e nella lingua materna, il napoletano, che non ha mai abbandonato. Napoli, in particolare, è il suo intenso legame d’amore con la madre, che traspare nel racconto che ci dà di sé e della sua vita.
Chi è Elena De Filippis?
«Sono napoletana, nata nel 1954. Sono venuta a Catanzaro nel 1975 e non mi sono più mossa. Ho una storia, pertanto, più antica in questa città che a Napoli, anche se le mie radici sono partenopee. La radice della mia esperienza umana e intellettuale è la mia città. Mio padre e mia madre erano napoletani. Mio padre è morto prematuramente e ha voluto essere sepolto qui, a Catanzaro. Sono unica figlia femmina di una professoressa di italiano. Mia madre era una delle docenti più stimate. Era una grande letterata ed aiutava un po’ tutti. Aveva raccolto attorno a sé una quantità enorme di ragazzi, che frequentavano la casa. Con loro discuteva, insegnava, li aiutava. Piccolina, io andavo a questi incontri, cenacoli, per ascoltarla. I miei due fratelli erano meno inclini a partecipare. Mia madre era una donna di grandissimo spessore umano, intellettuale, e ritengo che sia stata davvero la mia maestra. Lei mi ha insegnato, innanzitutto, l’amore per la lettura e per lo studio, come modo in cui ognuno di noi ritrova se stesso. La casa di mamma era il rifugio di tutti i nostri amici. A casa c’erano sempre ospiti, persone che ruotavano intorno a papà, che era molto ospitale, e a mamma. Quando mia madre è morta ha voluto che le sue ceneri fossero sparse davanti al golfo di Napoli.»
È a Napoli, perciò, che è cresciuta ed ha studiato?
«Ho frequentato i primi due anni della scuole elementare alla scuola “Ravaschieri” di Napoli. Poi ci siamo trasferiti al Vomero ed andai in un’altra scuola dove feci il salto dalla IV elementare alla prima Media. La maestra che è rimasta nel mio cuore è quella dei primi due anni. Ricordo di lei l’estrema dolcezza. Ci aiutava a crescere. Io ero legatissima a mia madre. Io e i mie fratelli non avevamo fatto l’asilo. Avevamo una persona in casa, una domestica che era anche tata, e quindi da piccoli, quando la mamma lavorava, noi eravamo con lei. Il distacco dalla casa, per me, era una tragedia. Ricordo l’incubo della scuola. Questa maestra grandiosa mi disse: “Senti, non ti preoccupare. Se tu soffri tanto, andiamo insieme da tuo fratello”. Io non ci credevo, pensavo mi ingannasse. Invece un giorno mi portò da lui, la cui classe era distante dalla mia. Mi vergognai tremendamente perché c’erano tutti i suoi compagni. Questa cosa mi aiutò a superare il trauma dell’abbandono.»
E al Superiore?
«Frequentai due Licei prestigiosi di Napoli. I primi due anni al “Jacopo Sannazaro” e poi mi sono diplomata al “Giovanbattista Vico” nel 1971. Erano gli anni della contestazione. Era un momento in cui grande era il movimento studentesco e forte il desiderio da parte di noi giovani di cambiare la realtà in cui vivevamo.»
Come ha vissuto quegli anni?
«Ho vissuto questo periodo direttamente, ma sempre stando dalla parte dei moderati, nel senso che io ho sempre osteggiato ogni forma di estremismo. Mi sembrava che uno dei rischi che correvamo era l’idea di radicalizzare i conflitti. Ho sempre creduto al dialogo. Partecipavo con i miei compagni a tutte le riunioni che potessero aiutarci a crescere, a comprendere. Io volevo capire fino in fondo cosa stesse avvenendo. Sapevo che molte ragioni erano valide, sapevo anche che alcune modalità erano assolutamente inaccettabili, e quindi ero sempre in una posizione di dialettica e di contrapposizione. La mia partecipazione, insomma, era attiva, ma non totale, anche perché dedicavo molto allo studio.»
Amava in particolare qualche materia?
«All’epoca, per noi, lo studio era selettivo, nel senso che studiavamo per forza alcune cose e per amore altre. Di questo mi sono un po’ pentita nel corso della mia vita, nel senso che il Liceo classico tradizionale offriva poche occasioni per approfondire le matematiche, la scienza, la chimica che studiavamo in modo superficiale. Mentre eravamo veramente vocati allo studio della classicità e dell’umanesimo. L’amore per lo studio di alcune discipline ha segnato profondamente la mia vita.»
In che senso?
«Nel senso che, diplomata, mi sono iscritta alla Federico II alla facoltà di filosofia. Quello è stato, per me, il momento di completa adesione a quello che facevo. Finalmente studiavo le cose che amavo, molta filosofia e molta storia. Avevo grandi maestri, quelli che hanno segnato la storia culturale del Mezzogiorno, come Villari e Galasso. Negli ultimi anni di università ho incontrato quello che sarebbe divenuto il compagno di un’intera vita. Un calabrese, di Catanzaro.»
E così che arrivò a Catanzaro?
«Lui viveva a Napoli con la madre che, rimasta vedova a 33 anni con quattro figli, si era trasferita da Catanzaro per stare con la madre. Vivevamo nello stesso quartiere. Ci siamo incontrate in un gruppo di persone con cui si discuteva, si dibatteva, si andava al cinema insieme, si organizzavano grandi dibattiti di idee. Ed è stato un grande amore, che ha investito l’intera Calabria. Quando vinse un concorso per funzionario del Tribunale di Catanzaro, ci sposammo e siamo venuti a vivere qui, pensando a una tappa transitoria. Qui ho trovato un’umanità vera, non mi sono mai sentita sola, anche se ho mantenuto sempre il legame con la mia terra, dove vivono miei parenti e anche mia figlia e mio figlio. Laureata, ho scelto di fare la mamma e di rinunciare alla carriera universitaria. Non ho alcun rimpianto.»
Quando è entrata a scuola?
«Tardi. Nel 1984-85, dopo aver vinto il concorso per materie letterarie alla Scuola Media. Poi ho vinto quello di filosofia e storia per le Superiori ed iniziai, così, questa nuova avventura in varie scuole, fino a quando ho fatto il concorso per dirigente.»
Perché l’ha fatto?
«Per migliorare le mie condizioni economiche per quando andrò in pensione e perché ho capito che quando un preside ama il proprio istituto e segue da vicino i docenti, le scuole funzionano meglio. Mi manca l’insegnamento, che è quello, io dico, che ci rende “indenni dalla vecchia”. Mi manca il rapporto con gli alunni e, quando ho un po’ di tempo, vado nelle classi per parlare e discutere con loro. Sono giovani che hanno bisogno di persone che dimostrano loro la possibilità di credere e sperare nel futuro.»
Quest’anno, senza Vitale, ci sarà il progetto Gutenberg?
«Mi lasci dire che mi ha molto commosso l’idea di prendere il testimone di una persona di così grande spessore culturale, come il preside Vitale, mio grande amico. Penso che i tesori non vanno sprecati, e Gutenberg lo è. Quest’anno il tema sarà “Vedi alle voci: amore e libertà”.»
Recentemente pubblicato sull’American Political Science Review, un nuovo studio sulla violenza contro le donne realizzato nel corso di quattro decenni e in 70 paesi rivela che la mobilitazione dei movimenti femministi è più importante per il cambiamento della ricchezza delle nazioni, della sinistra, dei partiti politici e del numero di donne politiche.
(Leggi la notizia completa pubblicata sul San Francisco Chronicle il 28 settembre 2012; o, tradotta in spagnolo da Beatriz Sotomayor, nel sito Feministas Feas
L’articolo di American Political Science Review, Volume 106, Issue 03, August 2012, pp. 548-569 è: “The Civic Origins of Progressive Policy Change: Combating Violence against Women in Global Perspective, 1975-2005”, di Mala Htun e S. Laurel Weldon.
Monica Luongo
Nel film di Mona Achache tratto dal romanzo di Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, la protagonista che fa la portiera ed è una onnivora e raffinata lettrice, si nasconde agli occhi dei condomini mettendo nella portineria la tv a tutto volume, mentre lei sta chiusa in camera con Dostoevskij. La recente ricerca dell’Assessorato alle Politiche Culturali della Provincia di Roma e del circuito Biblioteche del mondo si interessa proprio di un fenomeno nascosto, ovvero il consumo culturale di tate, colf e badanti straniere nella Provincia di Roma, che possiamo idealmente affiancare alle altre province italiane. Cosi vicine, così lontane si è affidata a otto comuni della provincia capitolina, quelli dove è concentrato il maggior numero di straniere e stranieri residenti, per indagare cosa e come leggono le persone che costituiscono una costola importante del nostro paese, del pil, della previdenza sociali e pressoché ignorata nei suoi consumi ed esigenze culturali.
La ricerca – svoltasi con la collaborazione di due storiche associazioni romane (No.Di. e LIPA) – è stata edita in un volume scaricabile all’indirizzo http:// www.provincia.roma.it/default/files/Libro ricerca badanti.pdf. , mostra aspetti sconosciuti, l’altro volto delle donne (in maggioranza, ma c’è un piccolo capitolo dedicato ai cinque badanti intervistati e che invece avrebbe meritato una indagine più approfondita) che abitano le nostre case per pulire e accudire. La maggioranza di loro legge e lo fa in italiano – segno che la lingua è un dato acquisito anche quando non perfezionato – e la stessa maggioranza (52% delle intervistate) si rammarica perché non ha tempo a sufficienza per farlo. Le donne leggono quando possono: sulla metro, sul treno che le riporta a casa, nelle giornate di riposo. Cosa leggono? Romanzi, poesie, classici della letteratura mondiale, mostrando conoscenze che sorprendono solo noi italiani, storicamente lettori deboli, e forse pronte a battere idealmente in una gara i loro datori e datrici di lavoro.
Chiedere alle persone cosa leggono significa scoprire chi sono e cosa sognano: così la ricerca parte dal consumo di libri per estendersi alle ragioni del progetto migrante e alle speranze per il futuro, che significano ritorno a casa, ricongiungimenti familiari ma anche riconoscimento della formazione superiore fatta nel proprio paese di origine. Donne, che secondo le parole della Vicepresidente della Provincia Cecilia D’Elia (quando era componente per la stessa istituzione della Commissione delle Elette aveva voluto anche la bella ricerca relativa alla qualità della vita nella provincia di Roma), dovrebbero far parte di un progetto culturale più ampio che le coinvolgesse e le vedesse beneficiarie in maniera più diretta.
Aggiungerei anche più partecipi alla vita pubblica, sociale, politica del paese: anche noi donne tessitrici di femminismi gruppi e convegni multiformi non riusciamo ancora a dare a questa realtà umana il giusto rilievo.
Franco Marcoaldi
Esce, postuma, una raccolta con i suoi ultimi versi. Che si intitola “Basta così”.
Il primo febbraio di quest’anno moriva Wislawa Szymborska e subito dopo è accaduta una cosa impensabile nel mondo editoriale italiano: grazie agli appassionati omaggi comparsi sulla stampa, e soprattutto grazie a un incisivo intervento in televisione di Roberto Saviano, l’opera della grande poetessa polacca—come per miracolo—ha occupato la testa della classifica dei bestseller. Un miracolo, appunto. Eppure facilmente spiegabile, perché i versi della “signora di Cracovia” indicano ancora una volta, in modo inequivocabile, che esiste una “poesia per tutti”. E quando quella poesia raggiunge tali vertici di intensità, non conosce rivali. Perché nello spazio di pochi versi le parole arrivano dritte al cuore, al cervello e allo stomaco del lettore: come una frustata, o come una dolentissima carezza. Il nitore espressivo della Szymborska ci costringe a risvegliarci dal nostro letargo mentale offrendoci uno sguardo sghembo e imprevedibile sul mondo, accompagnato da uno humour perfido, intimamente refrattario a qualunque pompa o solennità: bastano eventi minuscoli, in apparenza insignificanti, che aprono però sempre e comunque sulle cose ultime, sull’essenziale. Come stanno a dimostrare gli stessi titoli dei suoi ultimi libri, via via sempre più minimali, ridotti all’osso: Attimo, Due punti, Qui. Ora però, alla semplicità, si aggiunge una vera e propria preveggenza: Basta così suona infatti il titolo della raccolta postuma curata da Ryszard Krynicki e tradotta da Silvano De Fanti per Adelphi. Si tratta di poche, fiammeggianti poesie, a cui altre si sarebbero aggiunte, se non fosse sopraggiunta la morte dell’autrice. Ma quelle poche, amorevolmente intessute dal curatore e che qui compaiono anche sotto forma autografa, su foglietti scritti a mano con una grafia minuta e crivellati da continue correzioni, scuotono il lettore più ancora che in passato. Forse proprio perché sono gli ultimi suoi versi. E dunque si è indotti a centellinarne la lettura: gustando a fondo e con pazienza ogni singolo giro di frase, allo stesso modo di un nettare prezioso. Un’essenza che ci rende assieme più ebbri e lucidi, pronti a seguire la poetessa nelle diverse tappe del suo viaggio: mentre simpatizza per un tale che in solitudine «lavora alla Raccolta dei rifiuti», senza dare mai «fiato alle trombe»; oppure, mentre manifesta la sua palese insofferenza verso chi invece riesce a mettere «tutto in ordine dentro e attorno a lui». Verso chi ha risposte per qualunque cosa e «appone il timbro a verità assolute,/ getta i fatti superflui nel rita documenti/, e le persone ignote/ dentro appositi schedari». Come è possibile una simile, ottusa sicumera, a fronte dello straziante enigma della vita? Come accettare la meschinità di chi passa disinvolto davanti a un cane legato a una catena, talmente corta da non consentire al povero animale di arrivare alla ciotola dell’acqua? Che fare davanti a una Natura talmente «pazza» da imporci la fame, quando è evidente che « là dove c’è fame finisce l’innocenza»? Come dichiararsi pacificati e soddisfatti in presenza di quell’ingorgo ontologico fatto di «parole per spiegare le parole», «cervelli intenti a studiare il cervello», «boschi ricoperti di bosco fino al ciglio», «occhiali per cercare gli occhiali»? Forse la nostra forza, e assieme la nostra dannazione — rammenta la Szymborska in uno dei suoi guizzi vertiginosi — si racchiude nella mano, in una semplice mano fatta di ossa, muscoli e cellule nervose: « più che sufficiente/ per scrivere Mein Kampf/ o Winnie the Pooh». Oltre che, se Dio vuole, per regalarci un libro non finito, minuscolo e memorabile, come Basta così.
Cinzia Sasso
La signora con i pantaloni a sigaretta, un eccentrico cappottino a pois e un paio di stringate nere che sembrano proprio le scarpe di un uomo, saluta con un sorriso radioso e poi sparisce nell’ascensore del palazzo di Renzo Piano, là dove Price Waterhouse Coopers ha la sua sede a Milano. Pigia il pulsante del terzo piano ed eccola nel suo ufficio da dirigente. Si chiama Chiara Carotenuto, ha 35 anni, una laurea in Economia, un passato da assistente all’università e soprattutto tre anni di Australia alle spalle. Se serve un ritratto in carne ed ossa di una che ce l’ha fatta, eccolo. Con un segno particolare che dà speranza a un Paese che stima nell’ingresso e nelle scalata delle donne al lavoro un aumento del 7% del Pil: quello, appunto, di essere una donna. E se ci saremmo aspettati che di fronte a un calo dell’occupazione le prime a perdere il posto fossero le donne, c’è da ricredersi. Dopo anni di dibattiti a ogni livello, di studi e ricerche, di lamentazioni, anche, sulla pervicace esclusione delle donne dal mercato del lavoro e soprattutto dalle stanze dei bottoni, uno studio di Manageritalia rovescia i luoghi comuni e racconta che l’Italia è diventato un paese per donne. (segue dalla copertina) Perché quello che è accaduto, da quando la più devastante crisi economica ha investito l’Europa, è che mentre i dirigenti di sesso maschile, cacciati o marginalizzati, sono diminuiti del 3,3 per cento, le donne dirigenti sono salite del 15,4 per cento. Dal 2009 al 2011, il mercato del lavoro ha espulso l’1 per cento dei dirigenti; ma quello che fa impressione è il bilanciamento tra i generi. Fuori gli uomini e dentro le donne.
Carotenuto lavorava all’Australian Auditing & Assurance Standard Board, in pratica la Consob australiana, e quando ha deciso che voleva tornare in Italia ha spedito un po’ di curricula ed è approdata in viale Monterosa, alla multinazionale della consulenza, come quadro.
Aveva 29 anni e adesso, da due, è diventata un “capo”. Ricorda, come fossero figurine sbiadite, i suoi vecchi compagni di studi, molti alla prese con la crisi drammatica che ha tagliato posti di lavoro e speranze: “Sono qui – dice – perché ho avuto il coraggio di rischiare mentre molti di quelli che si sono laureati con me si sono fermati nel porto sicuro di un’azienda italiana. Sono più avanti di loro perché ho avuto più coraggio: prima a partire, e poi a tornare”.
Ma non è solo Milano, la nostra America. Le sorprese si annidano anche nei particolari: la regione italiana che dato l’accelerata più significativa è la Calabria, seguita dal Molise, dal Lazio, dalle Valle d’Aosta e dalla Lombardia. Fanalini di coda il Veneto, la Sardegna, la Campania e l’Abruzzo.
Marisa Montegiove, battagliera coordinatrice del gruppo donne di Manageritalia, la spiega così: “Dalle parte delle donne c’è innanzitutto l’anagrafe: tra i lavoratori che hanno raggiunto l’età della pensione, la maggioranza è composta da uomini.
Chi è entrato e comincia a fare carriera, invece,è un gruppo più misto, segno di un cambio generazione radicale, prova che le donne si sono liberate dal fardello esclusivo della famiglia”.
Ma c’è altro: “I clienti sono donne per oltre il 50 e le aziende che devono dialogare con i consumatori pensano che sia più facile lo scambio tra pari”. Quello che dicevano, insomma, Avivah Wittenberg-Cox e Alison Maitland nel loro Rivoluzione Womenomics. Negli ultimi due anni sono stati molti gli sviluppi di quella mai smentita – e però anche mai messa in pratica – teoria. Uno, ad esempio, è la nascita di associazioni che lavorano proprio per aiutare le donne, e con loro il paese, a prendere il posto che spetta loro nelle imprese. Valore D, è una di queste; e oggi, a Napoli, scelta come simbolo di due battaglie insieme, lancerà la sua parola d’ordine con un convegno che si intitola proprio “Il sud riparte dalle donne”. Nata nel 2009, l’anno che adesso le statistiche ci descrivono come quello della svolta, Valore D associa 62 aziende che hanno deciso di scommettere sul talento femminile. Perché, come dice Alessandra Perrazzelli che ne è la presidente, “l’innovazione è molto spesso femminile e la crescita non può che guardare in quella direzione”.
“Le donne dirigenti aumentano – spiega – perché hanno una visione imprenditoriale legata ai bisogni della societàe dunque riescono a proporsi nei settori che sono diventati trainanti. Gli uomini, invece, sono rimasti legati alle attività e al modo di lavorare tradizionali”. A quel mondo fatto di sicurezze, insomma, che la crisi ha spazzato via. Settori di attività, ma non solo: conta anche lo stile del leader: “Il “capo” è tramontato; nel mondo di oggi per macinare affari c’è bisogno di un leader che non deve tanto comandare quanto saper fare squadrae motivare i dipendenti”. Che la disparità tra i due sessi nel lavoro e soprattutto ai posti di vertice sia ormai una nota stonata, emerge da un’indagine qualitativa fatta da due studiosi americani, Jack Zenger e Joseph Folkman, che intervistando trentamila lavoratori dipendenti hanno stilato la lista delle sedici caratteristiche più apprezzate della leadership moderna. E il risultato è stupefacente: una sola – quella di sviluppare una visione strategica – viene riconosciuta come prevalente nei maschi; tre vedono uominie donne alla parie dodici – dal prendere iniziative al migliorare se stessi, dal raggiungere i risultati prefissi allo stabilire obiettivi flessibili – segnalano le donne come vincenti.
Non è che la ventata di ottimismo salutata da Manageritalia con un titolo esagerato – Donne ai vertici, la rincorsa è inarrestabile – significhi che non c’è più niente da faree che il profondo gap tra maschi e femmine sia superato, se è vero che comunque, nei confronti del resto d’Europa, l’Italia rimane in una posizione di coda. Perché se qui oggi le donne che dirigono sono il 13,8 per cento, la media europea è del 33; in Lettonia (primo paese) sono il 44,6; in Francia il 37, 4; nel Regno Unito il 34,9e giù fino alla Grecia che comunque ci supera con un 14,9. Incommensurabilmente più brave dei ragazzi all’università, le laureate (nella fascia tra i 15 e i 64 anni) superano i laureati del 26 per cento, che salgono a un più 56 per cento tra chi ha tra i 25 e i 29 anni. Il passaggio dagli studi al lavoro, resta perciò, viste le performance scolastiche, problematico. E forse, ancora, è uno svantaggio – il fatto di avere retribuzioni più basse-a trasformarsi in questi difficili anni in una spinta per le donne. Per questo sorride Claudia Scarcella, dirigente di ISS Facility Service, società di servizi con la testa a Copenhagen, 500 mila dipendenti nel mondoe 1.500 in Italia.
“Ci prendono – scherza – perché costiamo di meno”.
Ma oltre ai numeri, c’è un’altra questione che l’ascesa delle donne al comando mette con urgenza sul piatto: la qualità del lavoro, il tempo da passare in ufficio, gli intrecci con la vita privata. Perché non è facile fare come Fiorella Cavaliere, 37 anni, laurea in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli, esame da avvocato dopo un anno da giuslavorista, master alla Stoà di Ercolano, la Sda Bocconi del Sud, ora capo delle risorse umane di Energas spa. Che viaggia su un tacco dodici, va due volte la settimana dal parrucchiere, gestisce uno stuolo di trecento dipendenti e dice orgogliosamente di sé: “Sono una donna con le tre “emme”: sono una manager, una mamma di due gemelli e una moglie”. Complimenti. Deve essere vero proprio quello che pensa: “I miei risultati li intendo come il risultato del lavoro di tutti. Lavoro in un mondo di maschi e penso ogni giorno che non c’è storia: noi donne siamo più brave”.