Nota della redazione: i libri sono importanti, l’articolo che li segnala è importante ma le notizie che dà sull’uscita di questi due libri sono molto imprecise.

Matteo Nucci
Settant’anni fa, in questi giorni, due intellettuali ebree che hanno molto in comune si dividono per sempre. Hanno rispettivamente quarantasette e trentatré anni: la prima si chiama Rachel Bespaloff, è nata a Kiev, è cresciuta a Ginevra studiando musica, infine si è trasferita in Francia dove i suoi interessi filosofici sono definitivamente emersi; l’altra si chiama Simone Weil, ha vissuto gran parte della sua vita a Parigi dove è nata e ha già scritto la massima parte di un’opera destinata a grande posterità. Schiacciate dall’Europa in fiamme, entrambe sono sbarcate nell’estate a New York con due navi attese per mesi a Marsiglia. La Weil però riparte subito: ha deciso di raggiungere la resistenza francese in Inghilterra e si è imbarcata di nuovo, nonappena ha avuto la certezza che i genitori si sono perfettamente stabiliti. E se non ha avuto parole di saluto per Rachel Bespaloff la ragione è semplice: non la conosce. Non si sono mai incontrate, finora, e non si incontreranno mai.

Un destino che a noi oggi appare beffardo. Perché rarissimi sono i casi di due percorsi così casualmente paralleli. Mentre, infatti, a inizio 1942 cominciano a aspettare una nave che possa portarle lontane dalla Francia occupata, Simone Weil e Rachel Bespaloff, benché si ignorino e non sappiano nulla l’una dell’altra, hanno alle spalle un lavoro parallelo che a riguardarlo con il senno del poi sembra manovrato da un abile burattinaio. Entrambe hanno speso mesi e mesi a rileggere e studiare il poema che è all’origine della letteratura occidentale, l’Iliade, per poi scrivere su di esso due saggi zeppi di riferimenti al mondo con cui stanno facendo i conti. Ne sono uscite due perle di letteratura.

Due studi, convergenti e divergenti, che per un’altra svolta del caso tornano ora nelle librerie italiane. L’Iliade o il poema della forza di Simone Weil (Asterios Editore, trad. F. Rubini, cura di A. Di Grazia, pp. 109, euro 9) e Iliade di Rachel Bespaloff (Castelvecchi, trad. V. Bernacchi, introduzione di J. Wahl, pp. 95, euro 9) penetrano la dimensione della forza e della resistenza alla forza che sempre dominano sugli scontri con cui gli uomini si danno battaglia per piegarsi l’un l’altro e conquistare la vanità del dominio.

È difficile, per chi oggi legga i due volumetti, credere che Weil e Bespaloff non si conobbero, non discussero, non collaborarono e non lessero i rispettivi lavori. Ma così stanno le cose. Il saggio della Weil uscì nel 1941 per una piccola rivista di Marsiglia sotto lo pseudonimo di un anagramma: Emile Novis. Quello della Bespaloff fu pubblicato invece nel 1943 e, in base alle più accreditate ricostruzioni, l’autrice volle rivederlo appena seppe della pubblicazione di Simone Weil, correggendo alcune frasi che rischiavano di farla passare per plagiaria. In realtà, se lo spirito dei lavori è lo stesso, molto diversa è la risposta, o meglio: l’atmosfera dominante, il tratto con cui le due filosofe scelgono di rileggere l’Iliade.

Quanto allo spirito, oltre ai tempi in cui le due donne si trovano a scrivere (dunque in primo luogo l’occupazione nazista della Francia, ma in generale la seconda guerra mondiale), c’è un’altra casualità che le accomuna. Entrambe visitano – ovviamente in tempi diversi – la straordinaria esibizione dei dipinti di Goya che sono stati spostati dal Prado al Museo delle Arti di Ginevra per sottrarli ai pericoli della guerra civile spagnola. Di fronte al genio di Goya (l’esibizione chiuderà il 31 agosto 1939, il giorno prima dell’invasione della Polonia), Weil e Bespaloff restano a bocca aperta. A colpirle non sono tanto le torture e le mutilazioni che il pittore ritrae raccontando le nefandezze di cui si sono macchiate le truppe napoleoniche durante l’occupazione della Spagna tra il 1808 e il 1814. Piuttosto è l’assoluta assenza di spirito narrativo: niente nomi, nessun volto riconoscibile, nessun prima e dopo; solo immagini catturate nel momento in cui l’evento ha luogo, in un presente che sembra quasi metastorico.

È questo il modo in cui Simone Weil e Rachel Bespaloff rileggono e raccontano l’Iliade. Come un serie di atrocità prive di una vera e propria connessione. Come se a prevalere, in ciascun momento del dramma, fosse ogni volta l’espressione pura dell’umanità, nei suoi eccessi di odio e di amore. Entro questo spirito che rende l’Iliade un punto di riferimento eterno, le due studiose finiscono però per divergere. Per Simone Weil esso è il poema della forza. Per Rachel Bespaloff invece è il poema della resistenza. “La forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa” scrive Weil. Nulla è più “cosa” di un cadavere, di un morto, certo. Ma morti sono anche coloro che restano in vita e tuttavia a tal punto sottomessi che nessun’anima può più abitarli. Gli schiavi, in massimo grado, ma anche coloro che inermi chiedono salvezza, sia che la possano conquistare, sia che vengano di lì a poco finiti. Ossia tutti gli esseri umani. Perché chi ora prevale sconterà presto il suo successo. “Gli ascoltatori dell’Iliade sapevano che la morte di Ettore avrebbe dato breve gioia ad Achille, e la morte di Achille breve gioia ai Troiani, e la caduta di Troia breve gioia agli Achei. Così la violenza stritola quelli che tocca”. La cupezza di questo dominio sarebbe insopportabile se nel poema, non vivesse sottilmente e ovunque un “accento di amarezza inguaribile”, un tono che non cessa mai e rende “questo poema una cosa miracolosa”.

Il miracolo per Rachel Bespaloff s’incarna invece in un eroe ben preciso: Ettore. “La sofferenza e la perdita hanno lasciato Ettore nudo; egli non ha nulla se non se stesso”. Così si apre il saggio. Con l’esaltazione della resistenza di cui l’eroe troiano si fa portatore ben oltre Achille, disprezzato come eroe del risentimento. In questo senso, per Bespaloff non importano tanto i valori assegnati agli eroi individuali, nonostante la preminenza di Ettore, quanto l’aspetto che nel poema finisce per prevalere, e che tuttavia in Ettore si incarna: “Quel che Omero esalta, santifica, non è il trionfo della forza vittoriosa, ma l’energia umana nella sventura”.

Per capire di che energia si tratti bisogna aspettare la chiave di volta dello scritto: “A quella vita che divora, la guerra restituisce un’importanza suprema. Poiché ci toglie ogni cosa, diventa inestimabile il Tutto, la cui presenza, d’improvviso, ci viene imposta dalla tragica vulnerabilità delle esistenze particolari”. La vita acquista il suo valore più alto proprio quando è in pericolo. Quando tutto è perso il Tutto comincia a valere davvero. Per questo chi difende quel Tutto, quella vita che tutti ci lega, chi dunque resiste, mettendo in gioco la propria vita particolare, è il vero e unico eroe.

Anche per Bespaloff, dunque, l’epilogo sta nell’amarezza. Perché l’amarezza che Simone Weil leggeva come il tratto umano del poema diventa in Bespaloff il contraltare di qualsiasi speranza di resistere. Del resto la loro Iliade la stavano vivendo in prima persona. E così, nel momento in cui – esattamente settant’anni fa – perdevano definitivamente la possibilità di un incontro, le due filosofe ebree non smettevano però di seguire un destino comune. Mentre la guerra continuava a devastare l’Europa, Simone Weil, contratta la tubercolosi, si spense il 24 agosto del 1943 nel Kent. Sulla sua morte il dibattito non si è mai chiuso: secondo alcuni fu l’epilogo più scontato per un corpo già fragile e minato dagli stenti. Secondo altri fu una sorta di suicidio: la Weil si sarebbe lasciata morire, negandosi il cibo pur di evitare qualsiasi privilegio rispetto a chi combatteva per la libertà.

Quanto a Rachel Bespaloff, invece, nessun mistero. Nel 1943 cominciò a insegnare francese a Mount Holyoke, Massachusetts. Lontana dalle cerchie di intellettuali, oppressa dalla solitudine, continuò a insegnare per sei anni, poi scrisse un saggio sull’opera di Camus intitolato “Il mondo dell’Uomo condannato alla morte”. Infine, il 6 aprile del 1949, chiuse per bene le porte e le finestre della sua cucina, sigillandole con gli asciugamani, aprì il gas e attese.

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Percorsi e canoni per una scuola che cambi

corso di formazione su sguardi di genere e didattica rivolto a docenti delle scuole

19-20-21 febbraio 2013

Sapienza Università di Roma

Facoltà di filosofia, lettere, studi umanistici, studi orientali – Aula Odeion

piazzale Aldo Moro, 5 – Roma

 

CALL FOR PAPERS / INVITO A PRESENTARE PROPOSTE
(scadenza 8 gennaio 2013)

Che genere di programmi?
Percorsi e canoni per una scuola che cambi

Corso di formazione su sguardi di genere e didattica rivolto a docenti delle scuole

19-20-21 febbraio 2013
Sapienza Università di Roma
Facoltà di Filosofia, Lettere, Studi Umanistici, Studi orientali – Aula Odeion
piazzale Aldo Moro, 5 – Roma

Destinatari:

Personale docente delle scuole di ogni ordine e grado.
È previsto l’esonero dal servizio secondo le normative vigenti.

Organizzazione:

Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone «Sguardi sulle Differenze» (Sapienza-Università di Roma) con il patrocinio della Presidenza del Consiglio provinciale di Roma.

Articolazione e finalità del corso:

Il corso di formazione ha l’obiettivo di introdurre uno sguardo di genere nella didattica delle diverse materie scolastiche (letterature, lingue, arte, diritto, storia e cittadinanza, filosofia, scienze, matematica, fisica, geografia, scienze motorie, economia).

Al mattino sono previsti interventi di insegnanti ed esperte/i delle discipline; il pomeriggio è destinato ai lavori di gruppo, con l’obiettivo di produrre materiali didattici.

Una parte delle relazioni sarà scelta tra le proposte di intervento inviate in risposta al presente invito.

Come e quando inviare le proposte:

Il Laboratorio «Sguardi sulle Differenze» invita a proporre interventi sugli aspetti teorici e pratici dell’insegnamento (esperienze, percorsi didattici, ecc.) nella scuola dell’infanzia, primaria e secondaria, in una prospettiva di genere.

A chi intenda partecipare con un proprio contributo, chiediamo di far pervenire il titolo o l’argomento dell’intervento entro il 23 dicembre 2012 a sguardisulledifferenze@gmail.com.

Inoltre, un breve riassunto/abstract dell’intervento (massimo 400 parole) dovrà essere inviato allo stesso indirizzo entro l’8 gennaio 2013.

Argomenti dei contributi:

Gli interventi (della durata massima di 20 minuti) potranno riguardare le seguenti tematiche:

1. strategie di decostruzione degli stereotipi di genere
I programmi e i libri di testo spesso riproducono, senza metterli in discussione, gli stereotipi che riguardano il genere e i ruoli sessuali.
– In che modo le scelte didattiche possono indurre a una riflessione sugli stereotipi e contribuire alla loro decostruzione?
– In che modo mostrare a studenti e studentesse l’importanza della differenza di genere nel mondo in cui vivono, e quanto questa incida sulle possibilità che vengono offerte agli uomini e alle donne?
– In che modo la scuola può consentire l’espressione di identità sessuali in piena libertà e consapevolezza?
– Quali buone pratiche potrebbero entrare come linee guida nei programmi scolastici?

2. costruzione/decostruzione dei canoni
Nell’insegnamento delle letterature e della filosofia, la scuola ha costruito nel tempo un canone di autori e di (pochissime) autrici. Ogni canone stabilisce un criterio di
inclusione/esclusione.
– In che modo (attraverso quali scelte di programmazione, percorsi, pratiche)
l’insegnamento può proporre anche una discussione del canone e suscitare una
riflessione sui meccanismi della sua costruzione?
– Quali cambiamenti si potrebbero proporre nei programmi, per consentire un’offerta di materiale di studio che mostri il problema della costruzione dei canoni in tutta la sua varietà e complessità?

3. aspetti teorici e metodologici
– Ci sono discipline per maschi e altre per femmine?
– È vero che, nei fatti, le discipline scientifiche allontanano le studentesse? E se questo è vero, la responsabilità sta negli stereotipi di genere, nell’impostazione tradizionale dell’insegnamento o in che altro?
– In che modo la didattica delle materie scientifiche può adottare un’ottica di genere e quali cambiamenti si potrebbero proporre nei programmi scolastici?

4. proposte di unità didattiche ed esempi di buone pratiche
– Come reagiscono gli studenti e le studentesse di fronte alla discussione degli stereotipi di genere?
– Quali strategie (legate all’uso della lingua, all’articolazione dei contenuti, anche in
prospettiva interdisciplinare) possono essere più efficaci per favorire la riflessione
all’interno delle classi?
– In che modo attraverso l’insegnamento si può sottoporre all’attenzione di studenti e studentesse l’esistenza di saperi sessuati, ossia di saperi in cui gli uomini e le donne sono i soggetti e i protagonisti delle discipline oggetto del loro studio?

Possono essere proposti anche temi per workshop e tavole rotonde.

Informazioni sulle attività del Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone «Sguardi sulle Differenze» sono disponibili sul sito www.sguardisulledifferenze.org.

 

corso di formazione su sguardi di genere e didattica rivolto a docenti delle scuole:

 

Le istituzioni e i programmi scolastici continuano a presentare l’illusione di un sapere neutro e asessuato, ma chi lavora nella scuola si confronta già, quotidianamente, con le trasformazioni in atto nei ruoli di genere e con la necessità di affrontare in classe il tema delle relazioni tra donne e uomini.

Il corso di formazione Che genere di programmi? Percorsi e canoni per una scuola che cambi si propone di fornire il bagaglio di competenze necessarie per affrontare questi temi, promuovendo la diffusione della metodologia degli studi di genere nella didattica delle diverse discipline scolastiche.

Il corso, rivolto al corpo docente della scuola dell’infanzia, primaria e secondaria, è organizzato dal Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone «Sguardi sulle Differenze» (Sapienza-Università di Roma), con il patrocinio della Presidenza del Consiglio provinciale di Roma.

Esistono discipline per maschi e altre per femmine? Quali strategie sono oggi possibili per mettere in discussione gli stereotipi di genere e i ruoli sessuali riprodotti nei programmi e nei libri di testo? Quali strumenti didattici possono essere utilizzati a scuola per affrontare la questione della differenza sessuale, del sessismo nella lingua e della sessuazione del sapere in generale?

Come mostrare a studentesse e studenti la fondamentale importanza della differenza di genere nel mondo in cui vivono, e quanto essa incida sulle possibilità che vengono offerte loro? In che modo la scuola può favorire la libera espressione delle diverse identità sessuali, promuovendo le pari opportunità e il rispetto delle differenze? Quali buone pratiche potrebbero trasformarsi in linee guida per i programmi scolastici?

È sufficiente riconoscere il ruolo del femminismo nella storia, e il contributo delle donne nelle diverse discipline, tramite un meccanismo che includa i nomi femminili in un canone che finora è stato costruito solo al maschile? Oppure è necessario introdurre gli studi di genere come una prospettiva critica che attraversi ogni ambito disciplinare?

Il corso si propone come un’occasione per rispondere a questi interrogativi, fornendo gli strumenti utili per affrontarli in classe. I lavori si articoleranno in tre giornate, dedicate a diversi ambiti disciplinari: una per letterature, linguaggi, arte; una per storia, geografia, cittadinanza, diritto, economia; una per filosofia, scienze, matematica, fisica e scienze motorie.

Ogni giornata sarà suddivisa in una sessione antimeridiana, in cui si alterneranno le relazioni di insegnanti ed esperte/i che affronteranno il tema dell’insegnamento in una prospettiva di genere, e una sessione pomeridiana, destinata ai lavori di gruppo, che avranno l’obiettivo di produrre materiali didattici ed eventuali proposte di revisione dei programmi scolastici.

Le relazioni, selezionate anche tramite una call for papers (con scadenza 8 gennaio 2013), si concentreranno sia su questioni teoriche e metodologiche, sia su casi di studio, esperienze di buone pratiche, percorsi didattici. Dopo il 15 gennaio 2013 sarà disponibile il programma dettagliato.

 

Programma provvisorio

9.30 registrazione

10.00 – 13.30 relazioni

13.30 – 14.30 pausa pranzo

14.30 – 17.00 workshop

 

Il Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone «Sguardi sulle Differenze» è impegnato da più di dieci anni nella diffusione degli studi delle donne e di genere nell’università e nella scuola.

Per maggiori informazioni: www.sguardisulledifferenze.org

E-mail: sguardisulledifferenze@gmail.com

 

Clara Jourdan

«Ho scoperto che sono una donna ricca», scrisse Vita Cosentino per il Seminario di Diotima di tre anni fa “Alleanze e conflitti nel mondo comune di donne e uomini”1. «Se prendiamo in considerazione il mio reddito, posso essere catalogata tra quelle che vengono definite “le nuove povertà” […]. La mia ricchezza nasce da due fattori precisi: il primo è che sono una donna, una donna che fa politica, il secondo è che vivo in Italia […]. Il fatto di essere donna è il primo fattore di ricchezza, perché, come tante altre donne, non ho avuto in mente solo il denaro ma tante cose insieme per costruire la mia vita. […] Finché stavo bene in salute non avevo idea di aver costruito mattoncino su mattoncino un vero capitale di relazioni. […] Poi nel momento dell’estremo bisogno eccolo il capitale, lì intatto, che mi torna indietro in modo sorprendente e meraviglioso. Se l’economia è l’insieme dei mezzi per soddisfare i bisogni della vita umana, il denaro e il mercato sono risposte secondarie rispetto alla potenza delle relazioni.»

Mi è tornato in mente questo testo quando Diana Sartori mi ha chiesto di scrivere dell’esperienza della Libreria delle donne di Milano per questo numero di “Per amore del mondo” dal titolo Senza oneri per lo Stato. Il capitale di cui parla Vita Cosentino, socia della Libreria delle donne, è dello stesso tipo, e in parte lo stesso, della Libreria, la sua ricchezza attuale e i mezzi che le hanno permesso di restare aperta e agire senza oneri per lo Stato, sia in passato quando c’era la possibilità di chiedere contributi pubblici sia adesso che non c’è più tale possibilità.

 

La Libreria delle donne di Milano apre il 16 ottobre 1975. Non provo nemmeno a riassumerne le vicende, le pratiche, le idee – note nel femminismo non solo italiano – per le quali rimando al libro Non credere di avere dei diritti. La libertà femminile nelle idee e nelle vicende di un gruppo di donne (Rosenberg & Sellier, Torino 1987), scritto dal gruppo della Libreria in occasione dei primi dieci anni per riflettere sulle pratiche e rilanciare le scommesse e subito tradotto in tedesco, in spagnolo e in inglese, e alle altre pubblicazioni della Libreria, specialmente i fogli “Sottosopra” e la rivista “Via Dogana”. Qui desidero parlare di tre aspetti in cui a mio avviso si è espressa e si esprime a tutt’oggi nella Libreria la questione affrontata da questo numero della rivista:

1) politica e cultura

2) corpi femminili pensanti

3) meglio denaro privato che pubblico.

 

Politica e cultura

L’espressione “senza oneri per lo Stato” richiama l’articolo 33 della Costituzione italiana, dedicato alla libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento, e precisamente il terzo comma, importantissimo, che riconosce: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Mi piace che sia stato scelto questo riferimento, che lega idealmente le nostre imprese femministe agli altri “Rapporti etico-sociali” del Titolo II della Parte Prima della Costituzione, cioè alla famiglia, alla salute, all’arte, la scienza e la scuola, più che ai “Rapporti economici” (Titolo III) o ai “Rapporti politici” (Titolo IV). Non solo perché le nostre imprese femministe assomigliano più alle relazioni femminili che fanno vivere famiglie, corsie e scuole che non alle relazioni maschili dell’economia e della politica istituzionale. Ma anche perché l’agire della Libreria è politico e culturale insieme. Non a caso si è scelto proprio di aprire una libreria per concretizzare quella “pratica del fare” di cui si sentiva necessità dopo la pratica dell’autocoscienza2, raccogliendo l’idea delle femministe francesi che nel 1974 avevano aperto a Parigi la Librerie des femmes.

Con l’apertura di una libreria, così come con la scrittura e pubblicazione di libri riviste documenti, c’è agire politico e agire culturale insieme. La pratica politica, che è sempre qui e ora e produce effetto subito, si unisce con la modificazione culturale, che avviene più lentamente, nel tempo. Penso che uno dei punti di forza della Libreria delle donne di Milano sia di aver mantenuto vive, nel corso di tutti questi anni, entrambe le tensioni, politica e culturale, portandole a coincidenza e senza pensare di fare a meno l’una dell’altra. Le pratiche politiche che abbiamo inventato si possono praticare in qualsiasi cultura, anche nel patriarcato, come sappiamo, ma certamente quello che facciamo e diciamo non sembra più una goccia nel mare da quando la cultura si è modificata nel senso della libertà femminile.

Quindi la libertà femminile dell’arte e della scienza, e del loro insegnamento, è uno dei nostri capisaldi. Naturalmente “senza oneri per lo stato” si riferisce al diritto, e cioè che la libertà non implica anche il diritto a ricevere finanziamenti. Ma non impedisce che lo Stato stabilisca di finanziare certe attività femminili e femministe, come ha fatto, per esempio, con gli istituti delle pari opportunità. La scelta della Libreria di non chiedere finanziamenti ha a che fare non solo con il conflitto con le politiche di pari opportunità che chiudono gli orizzonti delle donne alla parità con l’uomo, ma anche con il tipo di pratiche relazionali e burocratiche che i finanziamenti pubblici richiedono. E con un altro aspetto politico di fondo, quello del rapporto tra energie vive e morte.

 

Corpi femminili pensanti

La vitalità della Libreria delle donne di Milano, in 36 anni, è dovuta alle grandi energie spese in relazioni, pensiero, lavoro. La quantità di denaro è minima in rapporto alla corporeità femminile presente nelle varie attività, che vanno dal negozio all’edizione di riviste, libri e internet, dalla discussione all’elaborazione del pensiero e alla scrittura, dalla tessitura di relazioni all’organizzazione di incontri… Questo enorme impiego di energie umane femminili è la ricchezza della Libreria e proprio per questo è anche la sua carenza. Perché le energie non bastano mai, sono sempre troppo scarse rispetto alle necessità di una politica che tra i suoi nomi ha quello di “politica del desiderio”3. Io credo che sia questa necessità grande di energie vive, il principale problema che fa sì che molte imprese politiche femminili prima o poi si esauriscano e chiudano. Perché richiedono grandissimo impegno, in particolare di pensiero. Ricordo la risposta di un’amica, tanti anni fa, al perché preferisse andare con i verdi a pulire i parchi alla domenica invece di venire alle nostre riunioni: «Perché in Libreria bisogna pensare». È vero. Ed è faticoso e per niente facile. Pensare, parlare, esporsi, e quindi discutere e magari confliggere, comunque farsi protagoniste. Questo è lo scoglio più grosso per quelle attività politiche o del volontariato che oltre a richiedere impegno personale e generoso dispendio di tempo ed energie, non si affidano al già pensato ma comportano la necessità di un pensiero nuovo per esistere. E quindi di un impegno in più, di cui bisogna sentire la necessità e l’urgenza per sé. Come è successo alle origini del movimento delle donne, quando la libertà femminile non era ancora stata pensata, era pensata la parità, e alcune delle donne che si sentivano a disagio nell’emancipazione cominciarono a riunirsi per pensare insieme. Oggi sembra esserci meno disponibilità a fare questo passaggio, o forse oggi le donne molto impegnate vedono più opportunità di quanto le forze già attivate consentono di cogliere?

Comunque sia, l’impegno politico personale a mio avviso non può essere incoraggiato da corrispettivi in denaro. Sappiamo come è andata a finire con l’indennità per le funzioni pubbliche che gli uomini dei secoli scorsi avevano inventato per permettere anche ai lavoratori di accedere alla politica istituzionale senza dover lavorare per mantenersi. E non mi pare che la presenza femminile in quei posti abbia inciso in qualche modo. Non mi riferisco alla corruzione purtroppo crescente e inarrestabile ma alla mancanza di politica4: in luoghi ormai appiattiti sui giochi di potere, alla dipendenza simbolica dal potere si somma o si alterna la dipendenza simbolica dal denaro, e la politica finisce per scomparire del tutto. La politica, che si esprime in un agire di relazioni, pensiero, parola, si alimenta di passione per la convivenza umana, di bisogno e desiderio di migliorarla. Mentre il denaro (come ricchezza o come profitto) e il potere sono passioni egocentriche, contrarie alla convivenza civile e spesso letali per il mondo: lo abbiamo potuto notare nella sconvolgente vicenda del film e delle vignette antiislamiche, il cui movente sembra essere il potere di far soffrire tanta gente e per la cui giustificazione si è invocata la libertà di stampa (alla distruttività della sete di potere si unisce sempre la stupidità di chi pretende di far politica senza pensare).

Non intendo certo negare che si possa mettere passione politica anche nelle attività retribuite, anzi, molta politica delle donne avviene proprio lì, ma sostengo che l’attività politica non può essere retribuita direttamente, neanche come indennità per potervi dedicare tutto il proprio tempo. Perché la politica è sempre un di più, necessario ma sempre un di più, come l’amore, come l’arte (per me), necessario dovunque ma mai una professione. Di fatto possiamo osservare che nella politica professionale, anche in quella onesta e coscienziosa, l’impegno per la “gestione” prende il posto della passione personale, e le attività perdono efficacia. È questo secondo me il problema principale dell’impegno politico retribuito delle donne che da slancio iniziale diventa gestione; non è solo perché si sfiancano a dover “correre coi lupi”, cioè aver continuamente a che fare con la lotta di potere tra maschi5.

Non credo insomma sia per caso che un luogo come la Libreria conosciuto come luogo pensante e creativo di politica si regga quasi esclusivamente sull’impegno volontario, gratuito in termini di denaro (solo una minuscola parte di lavoro è retribuito, e solo per alcune funzioni, amministrative, di pulizia ecc.). Ma la gratuità in termini di denaro non significa oblatività: come sappiamo la politica delle donne è nata per modificare la propria vita, di ciascuna donna, non quella delle altre. Da qui la sua tenuta, perché ha realmente modificato e modifica le nostre vite, in primis le relazioni, con le pratiche della disparità e dell’autorità femminile, che sono quelle che reggono la Libreria. Perciò si può dire che se in cambio dell’impegno, del tempo, delle energie e anche dei soldi spesi non si riceve denaro si riceve qualcosa d’altro, qualcosa di veramente importante per sé, in corrispondenza con il proprio desiderio o con il proprio bisogno. Un “guadagno di essere”6, esistenza simbolica. È questo che ci spinge ad andare oltre i nostri limiti, a fare cose di cui non siamo all’altezza, a faticare a pensare. Ma è importante tenere presente che ciò che si riceve lo si riceve già facendo quello che si fa, e questo accade quando quello che si fa ha il suo senso in sé, non deve ricevere valore da fuori, da un corrispettivo. Neanche affettivo, pur avendo ciascuna di noi bisogno di affetto. Cioè la relazionalità intrinseca alla politica significa che il riscontro e il riconoscimento delle altre dà contenuti e misura a un cammino non solitario e un senso condiviso, ma non è un corrispettivo. È questa non strumentalità che garantisce la qualità di ciò che si fa e dello scambio che avviene – tra le persone e tra sé e sé7 – una qualità alta, in termini di pensiero, di relazioni, di senso.

Insomma, più ci si impegna in quel complesso di pratiche, relazioni, attività che è “la Libreria” e più si riceve in essa. Ma se una non sente questo come vero per sé, non si può ovviare con il denaro. È un problema di senso, che viene meno. Ed è in termini di senso che si può risolvere. E non è facile. Di fatto le nostre forze umane sono troppo poche, limitate rispetto alle necessità delle attività che portiamo avanti o che vorremmo mettere in piedi.

 

Meglio denaro privato che pubblico

Dire che il denaro non può far aumentare l’impegno necessario non significa che lo disprezziamo o che non serve. Il denaro necessario per le spese è arrivato e arriva alla Libreria dalla vendita di libri e riviste e da donazioni private occasionali. In particolare in due occasioni le donazioni sono state fondamentali, l’apertura della Libreria nel 1975 e il suo trasloco nel 2001. Nel corso degli anni abbiamo ricevuto donazioni di somme di denaro per “Via Dogana”, da parte di lettrici e amiche che sentono la rivista importante per sé e un aiuto nel proprio impegno politico. Il denaro “privato” quindi, oltre a esprimere riconoscenza e riconoscimento per quello che la Libreria fa, diventa un modo per contribuire a un’impresa sentita come propria. Recentemente – a una riunione di redazione del sito internet della Libreria – una ha detto che purtroppo non può impegnarsi come vorrebbe nelle attività di funzionamento del sito perché fa un lavoro che la occupa tutto il giorno, ma dato che guadagna abbastanza si offre di sostenere parte delle spese che si rendessero necessarie al sito. La posizione di questa donna mi pare la più rispondente allo spirito della Libreria: anche per lei conta più il lavoro che il denaro, e quindi il suo contributo in denaro diventa una forma di impegno in prima persona, non potendo dare di meglio. (Intendo non potendo dare di meglio nel rapporto lavoro/denaro, ma – vorrei precisare – questa donna contribuisce quanto a pensiero, scrittura, relazioni, cioè il suo impegno non si esaurisce nell’offerta di denaro, che peraltro sarebbe comunque apprezzato.)

È chiaro allora che la donazione da parte di persone – di solito donne – ha un significato che la elargizione pubblica non può avere, anche se fosse intesa come riconoscimento di una funzione pubblica svolta dalla Libreria. Un riconoscimento in questo senso si può vedere nella locazione del negozio della Libreria: i locali sono di proprietà del Comune di Milano e ci vengono affittati a un canone accettabile (sia quando stavamo in Via Dogana 2 sia adesso in Via Pietro Calvi 29). Anni fa è avvenuto però un cambiamento nella politica del Comune a proposito degli edifici di proprietà comunale che ci ha costrette a traslocare dal centro alle porte di Milano: la decisione di affittare gli edifici intorno a Piazza del Duomo a prezzi di mercato, quindi di non utilizzarli più per sostenere le associazioni. Il che dimostra ancora una volta che quando si dipende dall’ente pubblico si dipende dalle sue politiche (raramente modificabili in maniera significativa anche quando cambiano le amministrazioni, dato che gli orientamenti politico-economici sono ormai globali).

Come abbiamo visto, la Libreria delle donne non è un’istituzione, vive di energie vive e può finire domani se smette di pensare. Ritengo però che anche per il femminismo ci possano essere istituzioni necessarie. Come gli Archivi, per conservare i materiali del femminismo nelle vicende storiche che potrebbero come è successo in passato far scomparire i movimenti di donne. Per le istituzioni anche il denaro è vitale, e la via che considero da seguire – non certo nuova e già molto percorsa dalle grandi istituzioni religiose e culturali – è di incoraggiare i lasciti ereditari. Un esempio a cui tengo particolarmente è quello della Fondazione Elvira Badaracco8 che cura e apre alla consultazione del pubblico numerose raccolte, tra cui l’Archivio politico della Libreria delle donne di Milano. Incoraggiare a fare testamento le donne – tutte, sia quelle che non hanno figlie, figli o altri eredi legittimari sia le altre, che possono sempre disporre di una parte dei propri beni – e anche gli amici delle donne.

 

In questa «epoca regressiva e difficile» – conclude in una recente intervista Luisa Muraro9 – «cerchiamo un orientamento e il femminismo italiano, con la sua originalità, la sua cultura della differenza, la pratica della relazione, del partire da sé, del fare contesto (se sei scuola, se sei sindacato, etc.), è un orientamento». L’agire “senza oneri per lo Stato” fa parte di questo orientamento che il femminismo italiano può essere per la politica oggi.

 

NOTE
1 Università di Verona, incontro del 20 novembre 2009: Giannina Longobardi e Vita Cosentino, “Nulla” è la forza che rinnova il mondo. (Sono una donna ricca è pubblicato in www.libreriadelledonne.it)
2 Vedi Non credere di avere dei diritti, cit., capitolo terzo.
3 Vedi il libro di Lia Cigarini La politica del desiderio, Pratiche, 1995, e il documentario La politica del desiderio (Italia 2010, 74’), regia di Manuela Vigorita e Flaminia Cardini, pubblicato in dvd+libro, Libreria delle donne di Milano.
4 Cfr. Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, Liguori, Napoli 2009.
5 Cfr. Correre coi lupi. La carriera politica, “Via Dogana”, n. 36, febbraio 1998.
6 Luisa Muraro, Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio, Mondadori, Milano 2009.
7 Rispetto alla contrattazione tra sé e sé, vedi È accaduto non per caso, “Sottosopra”, gennaio 1996, pp. 6-7 (“Il luogo della libertà”).
8 Elvira Badaracco (1911-1994), a Milano nel 1979 con Pierrette Coppa fonda il Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia. Nel suo testamento dispone che il Centro diventi una Fondazione con finalità analoghe ma con maggiori prospettive di sviluppo e di rafforzamento, tutelate in parte dal reddito di una proprietà immobiliare da lei lasciata alla Fondazione. Vedi www.fondazionebadaracco.it
9 Luisa Muraro “Dio è violent…! E mi molesta”, intervista di Marco Dotti, Alfabeta2, n. 21, luglio-agosto 2012.

Lea Melandri

La violenza manifesta -maltrattamenti, stupri, omicidi, persecuzione psicologica- sta uscendo sia pure lentamente dalla cronaca nera per approdare, in qualche rara trasmissione televisiva, al dibattito culturale e politico. Più resistente a lasciarsi stanare è la roccaforte del potere maschile: la neutralità, quella che il femminismo nella sua fase più radicale e creativa, all’inizio degli anni Settanta, ha definito “la violenza invisibile”.
“Neutri”, per la nostra come per le altre civiltà, sono gli aspetti dell’umano considerati liberi dall’appartenenza a un corpo, a un sesso, a limiti biologici e psichici. Tali sono, in particolare, il pensiero, il carattere e la volontà morale.
Su questa “trascendenza” si è retta finora la loro superiorità e perfezione, ma anche la loro invisibilità come attributi che gli uomini hanno riservato soltanto a se stessi. Per una di quelle felici astuzie con cui la storia rivela i suoi inganni, è dai teorici del sessismo che viene una parola di verità su quello che è stato finora il rapporto tra i sessi.
“Si può ben pretendere -scrive Otto Weininger in Sesso e carattere (1903)- l’equiparazione giuridica dell’uomo e della donna senza perciò credere nella loro eguaglianza morale e intellettuale. Semmai si può rifiutare tutta la barbarie del sesso maschile contro quello femminile senza contraddizione e senza contemporaneamente disconoscere la loro contrapposizione cosmica immensa e senza negare la differenza delle loro nature”.
L’idea che le donne abbiano un “Io (intellegibile)”, “personalità e individualità”, e che il loro Io possa non essere “conforme” ai modelli imposti dalla visione maschile del mondo, non sembra che abbia il dovuto riconoscimento neppure nelle forme di emancipazione di cui sono portatrici le donne stesse. Che si tratti di uguaglianza, parità di diritti e opportunità, occupazione, rappresentanza nei luoghi decisionali, o valorizzazione del “talento femminile”, la prospettiva per le donne non cambia: colmare lo svantaggio rispetto all’ordine storicamente vincente e neutralizzarsi a loro volta, oppure sostenerlo con quei valori aggiunti che sono la sensibilità e la sapienza relazionale. Dovrebbe destare qualche sospetto il fatto che a una crescente femminilizzazione dello spazio pubblico faccia riscontro un pervicace, consapevole silenzio dei media, degli intellettuali e dei politici -salvo rare eccezioni- sull’inedita intelligenza critica prodotta, nell’arco di quasi mezzo secolo, da parte di donne capaci di pensare differentemente la politica, l’organizzazione del lavoro, la divisione tra privato e pubblico, il rapporto con la natura e la convivenza tra diversi.
Come può non venire il sospetto che la maschera della neutralità celi la più insidiosa delle violenze simboliche: la convinzione che le donne non abbiano un “Io”?
Tra le tante separazioni su cui si è costruito il dominio maschile, l’opposizione individuo-genere è quello che permette tutt’ora di considerare le donne alla stregua di un gruppo sociale omogeneo, e l’uomo l’essere che nella sua particolarità e universalità sfugge a qualsiasi appartenenza. La virilità è presente in tutte le forme del pensiero e del potere, ma sembra impossibile per gli uomini nominarla come tale senza vedere restringersi con allarme l’orizzonte della loro storia dentro i confini di quella parziale componente della specie umana che essi rappresentano.
Se non si percepissero ancora oggi come “naturali” portatori di una parola universale e designati per questo al governo del mondo, forse comincerebbero a trovare ridicole le loro foto istituzionali “con signore” –poche e distinguibili solo per il diverso abbigliamento- , consumate le loro contese guerresche, sempre meno credibile il tentativo di spostare sugli esemplari più fragili o più sfortunati del loro sesso la condanna del maschilismo. Quanto pesa sulla subalternità affettiva e intellettuale delle donne dover cercare quotidianamente conferma della loro esistenza e del loro valore in quella che è stata per secoli la misura unica dell’umano perfetto?

Chiara Zamboni

«Il mio nome è Inna»
Qual è il modo giusto per vivere il nostro tempo, il tempo presente che ci avvolge, rispetto al quale molti rimangono indifferenti e ciò costituisce non la loro ma la nostra vergogna? Questa domanda è il filo orientante del testo poetico di Ida Travi, Il mio nome è Inna. Scene dal casolare rosso (Moretti & Vitali 2012, pp. 189, euro 15), commentato con molta finezza da Alessandra Pigliaru nella postfazione.
Questo filo, certo, non è espresso esplicitamente ma è coglibile di pagina in pagina. Ida Travi ci propone un esercizio di alterità all’interno del presente, non nel senso di rifugiarsi in un altro mondo diverso dal nostro, piuttosto – rimanendo in questo – di mettere in atto un esercizio di spoliazione. Si tratta di un gesto che non va confuso con un percorso di ascesi. È invece un passo indietro, un denudamento che è contemporaneamente un dire sì al mondo. Disfarsi del superfluo e benedire la realtà, questo è l’essenziale di Il mio nome è Inna.
Il dramma di questo tempo presente viene mostrato in diverse sfaccettature come nei riflessi di un prisma. Inna abita il casolare rosso assieme al bambino, alla vecchia e all’uomo: ecco il luogo dove veniamo invitati a seguire Inna nei suoi gesti quotidiani che sanno aprirsi al mondo e contemporaneamente disfano ostinatamente le maglie soffocanti, intessute ferocemente da chi fa solo quel che gli pare e tutto gli pare niente perché ha sciolto il vincolo di dipendenza dalla realtà. Non gli rimane tra le mani che polvere.
Il primo esercizio di spoliazione è rinunciare alla lingua superflua. Al dire tanto, tutto quello che viene in mente. Al dire e dire. Ida Travi riprende qui uno dei suoi temi poetici più importanti, già espresso in L’aspetto orale della poesia, e cioè il legame sorgivo, fertile con la lingua materna, la lingua delle parole semplici, che ci pongono in rapporto con le cose concrete, che assumono una qualità sacra. È Inna a dire: «Vivo come prima della scuola/con la sedia girata/contro il muro/(…)ma conosco il mio nome/so bene dov’è il mio petto/- il libro, il cucchiaio/la zappa, il catino». Parole quotidiane. E anche: «Ho poche parole e m’arrangio con quelle/non voglio far torto a nessuno/non voglio incantare nessuno».
Questo liberarsi dal superfluo non salva, lei dice, dalla notte, dalla mancanza di un orientamento e di un senso. È avvolto dalla notte sia chi usa troppe parole dicendo quel che vuole senza radici, sia chi compie questo esercizio di spoliazione linguistica. L’uso della lingua materna non ci porta immediatamente salvezza, ma è la via principale che conduce a un esercizio di alterità nel mondo. Questo crea effetti di scrittura. La risonanza poetica di questa lingua allusiva e concretissima è qualcosa di toccante. È ciò che rimane più impresso leggendo queste poesie di Ida Travi. Lo stile della lingua indica uno stile di vita.
Molti sono i temi mistici in questo dramma poetico. Penso innanzitutto al ritirarsi nella casa rossa, nella stanza segreta, per far affiorare – facendo vuoto – in modo più autentico il mondo. Nella mistica tradizionale ciò porta all’incontro con il divino, qui l’incontro desiderato – mai certo – è con la realtà.
In questo senso si percepisce Il mio nome è Inna come un esercizio indirettamente politico. Di una politica che implica accogliere tutto il mondo nel segreto più intimo e restituirlo alla visibilità in modo da offrire a sé e agli altri vie nuove da seguire. Condivise. Stessa risonanza ha l’altro grande tema mistico della dialettica tra la notte e la luce: dove c’è notte, c’è attesa della luce. Anche questa attesa di segni nuovi, di modificazione, è ciò che la poeta può offrire alla sua epoca. Offerta di cui avverto l’aspetto indirettamente politico. È una politica esperienziale di radice femminile.
Leggendo Il mio nome è Inna ho trovato somiglianze con il mito di Inanna. Della dea che per scendere agli inferi e ritrovare la vita si spoglia di tutti i propri segni regali. Ora, in questo spogliarsi la tessitura della poesia di Ida Travi si coagula attorno ad altre diverse gemme preziose, costituite qui dai colori, che si caricano di un forte simbolismo. Il rosso del casolare, della luce dell’interno, rosso alchemico e segreto. Il verde della paura, il blu del benedire, il bianco della neve, sospensione enigmatica del tempo. Nel mentre che la lingua si spoglia, si accendono i colori con una forza e una qualità orientante. Come stelle polari.

Perla Maria Gubernale

Gapa e La città felice hanno organizzato un incontro con l’artista e attivista lampedusano Giacomo Sferlazzo, da anni impegnato a testimoniare la memoria degli sbarchi con canzoni, poesie e sculture ricavate dagli oggetti abbandonati dai migranti sui barconi. “L’arte è il modo migliore di fare politica senza demagogie”, spiega a CTzen. Per parlare di immigrazione ed accoglienza, e sensibilizzare su un problema che, al di là della cronaca, passa sotto silenzi e indifferenza
“Vivere a Lampedusa significa abitare un luogo geografico che è periferia e centro allo stesso tempo”. Raccontare le bellezze e le contraddizioni di un’isola al crocevia tra Africa ed Europa, contemporaneamente protagonista di drammi e speranze di migliaia di uomini e donne che la vedono come un approdo alla salvezza. Con gli occhi e le parole di chi queste storie le vive ogni giorno, raccontandole attraverso arte, musica e poesia. Ieri, in via Cordai, il Gapa e La città felice hanno organizzato un incontro con Giacomo Sferlazzo, artista, poeta e cantautore lampedusano, da anni impegnato attivamente in una terra protagonista di questioni difficili che la portano al centro della scena internazionale. Ma che, al di là della cronaca degli sbarchi, a causa del suo isolamento è vittima di indifferenza ed abbandono.
Una serata nata per discutere, informare e confrontarsi. In cui sollevare, anche a Catania, i vari problemi che affliggono l’isola. Tra viaggi della speranza, morti in mare, frontiere chiuse, rimpatri e respingimenti. Ma per parlare anche di accoglienza, solidarietà e convivenza pacifica tra culture diverse. E per proporre nuove soluzioni ed instaurare collaborazioni tra le diverse realtà locali. Tutto raccontato, “tra arte e politica”, dalle canzoni e le poesie di Sferlazzo, insieme ad un video con cui ha mostrato le sue opere. Dal 2005, infatti, l’artista lampedusano realizza sculture ed installazioni con gli oggetti dei migranti di passaggio a Lampedusa. Lettere, libri, vestiti, foto, disegni, abbandonati tra i relitti dei barconi, vengono così recuperati e, insieme al legno delle imbarcazioni, trasformate in testimonianze di memoria.
“L’arte – spiega l’autore a CTzen – è il modo migliore di fare politica in maniera non demagogica, scontata e populista. E che consente metodi d’azione più vasti”. L’artista, quindi, in un momento storico come questo, deve “sensibilizzare ed informare, prendendo una posizione chiara”. E lui lo fa per raccontare quello che vive ogni giorno con il lavoro all’interno di Askavusa, associazione culturale di cui è tra i fondatori, nata nel 2009 dopo le rivolte contro la costruzione dei Cie sull’isola. E che da allora si impegna sul fronte dei flussi migratori, promuovendo i temi di antirazzismo e accoglienza con tante iniziative, tra cui il Lampedusa In Festival, e raccogliendo materiale riguardante le migrazioni che interessano l’isola all’interno di un piccolo museo.
Storie di migranti, ma anche di lampedusani, protagonisti di grandi atti di umanità. “Quando ci siamo recate a Lampedusa – racconta Anna Di Salvo de La città felice – siamo rimaste stupite dal comportamento degli abitanti, che, al contrario di quello che si dice, cercano in tutti i modi di accogliere ed aiutare chi arriva, anche superando i divieti delle forze dell’ordine”. Nonostante alcuni siano terrorizzati, perché temono che “i pregiudizi sulla presenza dei migranti possano far calare il turismo sull’isola, loro unica fonte di reddito”, sottolinea. Ed è proprio la mancanza di informazione sulle reali condizioni in cui versa Lampedusa ad isolare sempre di più la gente che ci vive. “È impensabile – continua Di Salvo – che un problema così grande passi spesso sotto il silenzio e l’indifferenza di opinione pubblica e politica, che promette tanto e non mantiene nulla. Sopratutto qui in Sicilia, dove ci riguarda ancora più da vicino”.
“Lampedusa si trova in una posizione geopolitica delicata: è la porta d’Europa, ma anche laporta della vita per i migranti”. Che, dopo viaggi disumani, “arrivano credendo di trovare la salvezza e si scontrano con le frontiere sbarrate da leggi assurde, che permettono alle merci di circolare da un continente all’altro e lo impediscono agli uomini”. Barriere geografiche, ma anche umane e culturali. Ricordando anche le centinaia di persone che sono morte in mare – “sull’isola non c’è più dove seppellirle” – e porre l’accento anche sul delicato risvolto femminile legato all’immigrazione. “Non tutti sanno – sottolinea Di Salvo – che moltissime donne subiscono ogni tipo di violenza sui barconi. Alcune arrivano incinte o partoriscono a bordo perché vittime di stupri ancora prima di partire”. Situazioni che vanno oltre la cronaca, ma che nella vita di tutti i giorni dimentichiamo. E che sull’isola si toccano con mano.
“Lampedusa è un luogo di ricerca dell’universale, sia dal lato politico e sociale, sia da quello spirituale, perché siamo al centro del Mediterrano e della storia”, afferma Sferlazzo. Dove, gli ultimi vent’anni, con l’intentensificarsi del fenomeno degli sbarchi, hanno visto passare da qui migliaia di storie di uomini, che hanno lasciato un segno indelebile nella cultura degli isolani. “Vivere a Lampedusa significa farsi tante domande, chiedersi il perché di quello che accade”. E scoprire che la causa non è poi così lontana da noi. Anche dal punto di vista politico. “I flussi migratori sono strettamente collegati alla politica dei nostri paesi. Siamo noi i primi produttori di migrazione”, conclude l’artista. Che forse dovremmo uscire dall’indifferenza ed affrontare gli sbarchi lampedusani per quello che sono: un problema di natura internazionale.

Sopravvivere senza un re. L’Italia del Censis
Alberto Leiss

“Credete profondamente nella vita e lottate per la sopravvivenza, e io, dovunque mi trovi, vi sorriderò”. Era un foglietto su cui Jacques Derrida aveva scritto per gli amici la frase che voleva si leggesse al suo funerale. Lo ha citato chiudendo il suo intervento sul nuovo rapporto Censis Giuseppe De Rita, ieri mattina – venerdì 7 – nelle sale gremite del Cnel.
“Volevo scriverlo – ha detto – al termine delle Considerazioni generali del rapporto, ma me lo hanno fisicamente impedito…”. Perché poteva sembrare un riferimento personale troppo malinconico. E nelle parole del presidente del Censis non è mancata qualche vena di malinconia, anche con un fugace accenno alle difficoltà che la generale crisi procura allo stesso istituto che è la sua diletta creatura.
La “sopravvivenza” è il concetto centrale dell’analisi per il 2012. Ho dato un’occhiata alle ricadute mediatiche del 46° rapporto, e naturalmente spiccano i dati negativi su quanto radicalmente la crisi ha inciso nel colpire i consumi e i livelli di vita degli italiani. Che si adeguano cambiando abitudini alimentari, lasciando in garage le automobili e inforcando biciclette, rinunciando ai nuovi capi di vestiario e tagliando le vacanze. Il ceto medio si impoverisce fino quasi a scomparire. Mentre la cittadella dei più ricchi raddoppia alla faccia nostra.
Alla paura di fronte a una crisi che non è “la solita crisi” si sostituisce la rabbia. Che però è già un sentimento meno passivo.
E infatti il tono del Censis è meno pessimistico di quanto si potrebbe pensare. Gli italiani sono riusciti a sopravvivere fronteggiando “eventi estremi” e “fenomeni enormi” non solo con le tradizionali capacità di adattamento, ma anche cambiando, votandosi a un “essere altrimenti”.
Questo cambiamento fa leva su ciò che De Rita ha definito con il neologismo “restanza”. Una cosa dotta: un’altra – questa scritta nel rapporto – citazione da Derrida, che eliminando il si centrale dalla parola résistance (resistenza) ottiene restance. Nell’italiano restanza si avverte dunque il patrimonio di ciò che si eredita di buono dal passato, ma anche qualcosa di un’energia non statica, quasi un senso di colpa per cosa non è stato fatto e “resta da fare”.
La sobrietà dello “scheletro contadino” si unisce così al solidarismo delle imprese cooperative (le uniche a aumentare sensibilmente l’occupazione dal 2007 a oggi) alle capacità di cura delle famiglie, al dinamismo delle imprese femminili (che resistono e si moltiplicano assai meglio di quelle maschili), alla scoperta del business digitale, al “politeismo enogastronomico” (20 milioni frequentano sagre e fiere, 5 milioni si votano al dio-aperitivo che sostituisce la cena a minor costo e maggior tasso di consolazione alcolica).
Il cambiamento poggia sul valore della “differenza”, rispetto agli altri e a se stessi. E così il popolo del Bel Paese imbocca molecolarmente la via di un “riposizionamento differenziale”. Un solo esempio: all’estero – magari in mercati importanti e lontani come Giappone e Brasile – non si esporta più tanto il famoso “made in Italy” del gusto e dell’apparenza, ma i più concreti prodotti della metallurgia, della chimica e della farmaceutica.
Il vero dramma per il Censis è che questa capacità di reazione “popolare” avviene nella completa assenza di sovranità politica (cosa che vale per l’Italia ma anche per l’Europa e tutto il mondo in balia degli dei del mercato) . È ben vero che il governo dei tecnici ha riacciuffato per i capelli un paese precipitato nei risolini di Merkel e Sarkozy dopo le avventure del Cavaliere con la presunta nipote di Mubarak. Ma questo esecutivo ha agito nel segno dell’“ordine, ordine, ordine”. Incapace di incontrare gli spiriti vitali del paese. Che ha sorprendentemente obbedito ai sacrifici imposti, ma ora non è detto che riesca a svoltare davvero. E non è proprio rassicurante l’immagine – offerta ieri sera dal comico Crozza – del Bersani travestito da “tacchino sul tetto”, che si appronta ad affrontare un Berlusconi inseguito dal suo corteo di Olgettine, stallieri mafiosi, politici e imprenditori corrotti ecc. ecc.
Forse il vuoto di sovranità su cui insiste il Censis deve anch’esso essere riempito dalle capacità creative che vengono “dal basso”. Chissà se i ricercatoti del Censis e De Rita, oltre al buon Derrida hanno letto il “Primum vivere anche nella crisi” che ha animato il femminismo italiano a Paestum. Se la rabbia trova la via per mutarsi in forza personale e collettiva per il cambiamento, i “sovrani” molto poco potenti attualmente in circolazione saranno indotti a seguire. O a togliersi di mezzo.

 

Due giorni a Cosenza insieme a Tania Bruguera. Dopo il workshop, parte il weekend dedicato alla performance per il neonato festival VIVA. Otto artisti internazionali, per una Calabria che non si ferma. Abbiamo intervista la curatrice Cristiana Perrella per farci spiegare il progetto nei dettagli.
Scritto da Giovanni Viceconte

Mentre tutti gli operatori del mondo dell’arte si chiedono cosa fare in un periodo di crisi così profonda e caotica, la Regione Calabria ha le idee chiare e investe 3,5 milioni di euro di fondi europei per finanziare sette progetti – della durata biennale – dedicati all’arte contemporanea.
Fra di essi il VIVA Performance Lab, che vede il Maxxi invitato dal Comune di Cosenza come partner del progetto. Curato da Cristiana Perrella e dall’artista performer cubana Tania Bruguera, Viva vede come partner anche l’UNICAL – Università della Calabria e coinvolge il Comune di Altomonte, piccolo paesino del cosentino, che si distingue per il suo ricco patrimonio artistico e per le numerose attività artistiche-culturali.
L’evento di Cosenza è caratterizzato da un workshop – per otto giovani artisti, selezionati da un bando internazionale – partito sabato 1° dicembre, che si conclude alla vigilia dell’apertura del festival, che interessa tutta la cittadina l’8 e 9 dicembre.
Al festival della performance partecipa, insieme agli otto big invitati (Minerva Cuevas, Francesca Grilli, Núria Güell, Aníbal López, Yoshua Okón, Adrian Paci e Cesare Pietroiusti), anche Tania Bruguera, con un progetto inedito legato al territorio e alle sue problematiche, che si annuncia capace di coinvolgere non solo del pubblico presente al festival, ma l’intero territorio calabrese e non solo. Abbiamo rivolto alcune domande a Cristiana Perrella alla vigilia del festival.

Cristiana Perrella
Come si sviluppa il progetto e come mai la scelta della Bruguera per il festival di Cosenza?
Il progetto si articola in varie attività, di cui il festival è il culmine. La formazione è uno dei suoi focus principali, con il coinvolgimento di studenti delle superiori e universitari in una serie di laboratori e in un ciclo di lezioni sulla storia della performance, che mirano a rendere familiare ai più giovani questo modo di espressione artistica e a formare dei mediatori “peer to peer” che saranno coinvolti nel festival. C’è stato poi un workshop per artisti under 35, tenuto da Tania Bruguera, durante il quale i partecipanti hanno lavorato a un progetto di performance che sarà parte dell’evento finale e che vedrà la partecipazione, accanto ai giovani artisti, di otto artisti internazionali, alcuni già molto affermati, altri più giovani ma già con un lavoro definito e forte. Li accomuna l’interesse per l’azione nello spazio pubblico, che metta in discussione i codici che ordinano la nostra società: codici culturali, economici, comportamentali, politico-sociali.
La scelta di invitare Tania a co-curare questo progetto è stata in tal senso naturale: è una degli artisti che maggiormente ha lavorato a mettere l’arte a confronto con la realtà e che ha fatto dell’insegnamento e del rapporto con le generazioni più giovani un elemento organico e fondamentale della sua pratica artistica.
Questo festival è stato finanziato grazie al bando di 3,5 milioni di euro, dell’Unione Europea attraverso il Por 2007/2013 della Regione Calabria, per la realizzazione di eventi d’arte contemporanea. Quanto di concreto e tangibile un finanziamento così cospicuo e il Festival offrono al territorio?
Credo che l’efficacia di un investimento così straordinario sull’arte contemporanea, soprattutto in tempi come quelli che viviamo, dipenda molto dalla capacità di coordinare i vari progetti che vengono realizzati, di metterli in rete e di proporli insieme, favorendo sinergie e comunicazione, evitando le dispersioni di energie e cercando di lasciare segni duraturi, strutture che possano continuare ad esistere anche dopo l’esaurirsi dei finanziamenti.
Il festival nelle due edizioni che saranno realizzate grazie al finanziamento europeo vuole radicarsi il più possibile nel territorio, vuole coinvolgere, stimolare consapevolezza, fornire competenze, dare inizio ad un format che possa poi esser continuato anche in futuro.
Il workshop ha coinvolto alcuni giovani artisti, selezionati attraverso un bando pubblico internazionale. Chi sono e come si sviluppa il workshop?
Gli artisti sono MaraM (Napoli, 1979), Alessandro Fonte e Shawnette Poe (Polistena –RC, 1984; Varsavia, 1980), Luca Pucci (Assisi, 1984), Franco Ariaudo (Cuneo, 1979), Ioana Paun (Cluj-Napoca, 1984), Diego Cibelli (Napoli, 1987), Leonardo Zaccone – (Roma, 1978) Letizia Calori (Bologna, 1986) & Violette Maillard (Bourg La Reine, 1984). Il workshop si è sviluppato in un’alternanza di momenti di discussione individuale e collettiva dei progetti proposti dai partecipanti per il festival e di fasi dedicate alla produzione.
I giovani artisti in che modo si relazionano con gli artisti internazionali invitati al festival?
Il festival non ha gerarchie, il lavoro degli artisti giovani è presentato insieme a quello dei più affermati. Per Tania e per me è stato un punto molto importante unire tutti i lavori nel momento finale, portare anche i progetti più acerbi a poter dialogare alla pari con quelli più strutturati. Nella scelta degli artisti da invitare al festival abbiamo privilegiato quelli che avessero un interesse nell’insegnamento in modo da poter mettere più facilmente la loro esperienza in dialogo con il gruppo dei partecipanti al laboratorio. Yoshua Okon, ad esempio, ha avuto un ruolo importante per i più giovani.
Tra l’8 e il 9 dicembre nel centro storico di Cosenza otto artisti internazionali si confronteranno sul tema della performance. In che modo e quanto un festival dedicato alla performance può coinvolgere un pubblico come quello cosentino, poco abituato ai linguaggi dell’arte contemporanea?
Per la sua natura ibrida, che incorpora tante forme di espressione diverse, la sua tendenza a cancellare i confini tra diversi campi della cultura e l’impatto spesso molto forte e diretto, la performance credo sia la pratica artistica più adatta ad avvicinare e interessare un pubblico fatto di molti studenti e giovani, come quello cosentino, a suscitare una risposta e un dialogo rispetto a quanto verrà presentato da VIVA. La performance è una forma d’arte che esce dagli spazi deputati e si confronta con la vita quotidiana, con la realtà, che cerca le reazioni di un pubblico non necessariamente informato sui linguaggi dell’arte contemporanea.
In che misura le numerose attività legate al festival sono state recepite e hanno interessato gli artisti residenti, l’Università e i suoi studenti, gli operatori culturali e le scuole della cittadina Bruzia?
Finora abbiamo avuto una risposta entusiasmante soprattutto da parte dei più giovani, i ragazzi delle scuole superiori, che si sono incuriositi e hanno partecipato alle attività con grande attenzione. Anche le associazioni culturali cosentine, coinvolte con un forum di progettazione culturale e messe in contatto con Trans Europe Halles, la più importante rete europea di associazionismo, hanno risposto con grande partecipazione.
Cosa ci offre di diverso rispetto ad altri festival VIVA | Performance Lab?
L’interesse a preparare il terreno , a far sì che un evento del genere non giunga come un’invasione aliena sul territorio ma venga accolto con consapevolezza e partecipazione.
Qualche anticipazione sul programma del 2013.
Il programma del prossimo anno cercherà un rapporto ancora più stretto con il territorio.
Vorrei concludere questa intervista con una tuo pensiero sul ruolo della performance nella società creativa contemporanea.
Agiamo in un particolare momento storico in cui è richiesta una presa di coscienza della crisi del sistema sociale, prima che economico, in cui abbiamo vissuto finora ed energia rivolta al cambiamento. La performance, almeno nell’accezione con cui la presentiamo a Cosenza, è un linguaggio che manifesta un intenso interesse ad esser parte attiva della società, a guardare alla realtà con più consapevolezza. E questo mi sembra qualcosa di cui c’è molto bisogno.
Giovanni Viceconte
Cosenza // 8-9 dicembre 2012
VIVA | Performance Lab
a cura di Tania Bruguera e Cristiana Perrella
artisti: Tania Bruguera, Minerva Cuevas, Francesca Grilli, Núria Güell, Aníbal López, Yoshua Okón, Adrian Paci, Cesare Pietroiusti
www.facebook.com/VIVA.PerformanceLab

Ernesto Carmona

Le donne palestinesi detenute in Israele ricevono un trattamento disumano, vengono loro negate cure mediche, rappresentanza legale e sono costrette a vivere in condizioni miserabili, compresa la condivisione della cella con topi e scarafaggi. La violazione dei diritti e le condizioni in cui si trovano le donne palestinesi nelle carceri israeliane richiedono l’assunzione di una prospettiva di genere, secondo il Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW).
Trentasette donne palestinesi rimangono oggi detenute nelle carceri israeliane, per un totale di 7.500 detenuti, soprattutto per motivi politici, per lo più membri del Consiglio Legislativo Palestinese. Circa 10.000 donne sono state arrestate o detenute in carceri e centri di detenzione israeliani dal 1967, su più di 700.000 prigionieri palestinesi.
Fabrizia Falcione, responsabile dei diritti umani delle donne per il Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne (UNIFEM), ha dichiarato che è fondamentale rivelare il volto umano dietro questa violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale, per affrontare la difficile situazione dei prigionieri politici palestinesi, tra cui donne e bambini.
Un’intervista a Vienna di Mehru Jaffer, dell’Inter Press Service (IPS), alla funzionaria, pubblicata in The Electronic Intifada in data 11 marzo 2011, fu la 18.ma notizia più censurata recuperata quest’anno da Project Censored.
Il lavoro della Falcione prevede la fornitura di assistenza legale e di rappresentanza per le donne in carcere, il sostegno psico-sociale alle famiglie dei prigionieri e la preparazione per il rilascio e il reinserimento dei detenuti nella famiglia e nella società.
L’assoluta urgenza di affrontare specificamente i diritti delle donne detenute è stata sollevata da Falcione, nella settimana dell’intervista, nel corso di un convegno internazionale incentrato sulla situazione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, nel primo incontro di questo genere organizzato dalle Nazioni Unite.
Fabrizia Falcione: «È brutta la situazione delle donne palestinesi e dei bambini nei centri di detenzione israeliani. In termini numerici, le palestinesi prigioniere politiche e detenute nelle carceri israeliane sono meno rispetto alle centinaia di migliaia di palestinesi maschi prigionieri politici. Tuttavia, la loro situazione come recluse è peggiore di quella degli uomini».
«La situazione, la condizione e le violazioni che le donne affrontano nelle carceri israeliane deve essere affrontata in una prospettiva di genere. Attualmente il numero di donne detenute è molto meno rispetto a prima, ma le donne e le ragazze continuano a essere arrestate, i loro bisogni particolari continuano a essere trascurati e i loro diritti violati.»
«Tra i problemi fisici e psicologici affrontati dalle donne detenute – ha dichiarato la funzionaria dell’Onu – vi sono la negligenza medica e la mancanza di servizi medici specializzati nella prevenzione e nel trattamento delle malattie delle donne. Attualmente le prigioniere sono detenute principalmente in due carceri israeliani, a Hasharon e Damon, che si trovano al di fuori dei territori occupati (Cisgiordania e Striscia di Gaza) in violazione dell’articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra.
«Ex prigioniere palestinesi di entrambe le carceri e parenti delle donne attualmente in carcere dicono che le celle sono infestate dagli insetti, in particolare scarafaggi e roditori. Un’ex reclusa rilasciata all’inizio di quest’anno, ha detto: “È difficile descrivere la cella, non ce la faccio. È come una tomba sotterranea… Ci sono così tanti insetti nella cella, le coperte che coprono i materassi sono umide ed emanano un odore terribile. Le acque di scarico straripano. Riuscivo a malapena a fare le mie abluzioni per pregare”.»
«Al di là della salute in generale, non c’è supporto ginecologico. Le donne necessitano di cure mediche regolarmente, ed è loro diritto durante il parto, come riconosciuto dalla CEDAW [Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne]. La stragrande maggioranza delle donne prigioniere politiche palestinesi nelle carceri israeliane soffre di vari problemi di salute.»
– È vero che le donne incinte sono ammanettate durante il parto?
«È vero. Le donne incinte sono incatenate mentre partoriscono e anche dopo. Vi è una totale mancanza di cure mediche, in particolare durante il parto. Le donne si lamentano che i bambini nati lì sono portati via dopo due anni. Nelle carceri israeliane, i diritti delle donne palestinesi detenute sono riconosciuti, ma non rispettati. Le donne portano il peso delle violazioni dei loro diritti culturali e religiosi. Una ex prigioniera ha detto: “Mi hanno tolto il jilbab (vestito lungo) e mi hanno dato l’uniforme marrone delle detenute, a manica corta. Ho chiesto una camicia a manica lunga da indossare sotto l’uniforme. Ma si sono rifiutati. Camminavo tra le celle tra guardie di sesso maschile con una uniforme a maniche corte… ciò che mi ha fatto più male sono stati gli insulti scagliati contro di me”.»
«La privacy delle donne è violata e le guardie maschi entrano nelle celle a perquisire senza nessuna considerazione per le norme religiose. I prigionieri vengono contati quattro volte al giorno, anche la mattina molto presto e vengono inflitte punizioni se le donne dormono o non rispondono immediatamente alla conta.
L’aspetto più preoccupante è la violazione dei diritti di visita familiare. Le visite dei parenti ai prigionieri sono permesse, in teoria, due volte al mese, ma si sono drasticamente ridotte per il fatto che le carceri sono al di fuori del territorio palestinese occupato.
Una visita di andata e ritorno al carcere significa un viaggio di 10 ore, non solo a causa della distanza geografica, ma anche per i controlli al movimento dei palestinesi in Israele. Se le famiglie riescono a fare il viaggio, si consente loro una visita di 30 minuti, parlando attraverso un divisorio di vetro spesso che impedisce qualsiasi contatto fisico, anche tra madre e figlio. Questo influenza il benessere, non solamente della madre, ma anche dei bambini. La rottura delle relazioni familiari e sociali è grave per lo stato psicologico delle donne.»
– Qual è esattamente il reato di queste donne?
«Molte donne sono incarcerate senza processo per appartenenza a organizzazioni vietate da parte di Israele, con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale dello Stato. Nella prigione di Neve Terza, le prigioniere politiche palestinesi rimangono in custodia cautelare in attesa di giudizio, nella sezione femminile assegnata a persone che hanno commesso delitti penali, in chiara violazione dell’articolo 85 dello standard minimo secondo le regole delle Nazioni di trattamento dei prigionieri, che enuncia: “Gli accusati saranno tenuti separati dai reclusi condannati”.
Ciò permette che i prigionieri israeliani minaccino e umilino le donne palestinesi mediante abusi verbali e fisici. Alle prigioniere e ai detenuti palestinesi è fatto impedimento di usare nelle strutture penitenziarie oggetti come penne, materiale di lettura e tempo di svago.»
(Traduzione di Lia Di Peri, rivista da noi, dell’articolo “Prisioneras palestinas paren encadenadas”, apparso su www.cubadebate.cu il 4 dicembre 2012. L’articolo di Ernesto Carmona, giornalista e scrittore cileno, è stato scritto per l’agenzia stampa argentina ARGENPRESS.info e pubblicato l’8 novembre 2012 con il titolo “La noticia más censurada n. 18: Prisioneras palestinas paren encadenadas”. Le sue fonti: – Fabrizia Falcione, interview by Mehru Jaffer, “Interview: Palestinian Women Prisoners Shackled During Childbirth,” Electronic Intifada, March 11, 2011, http://electronicintifada.net/v2/article11852.shtml. – http://www.mediafreedominternational.org/2011/04/04/palestinian-women-prisoners-shackled-during-childbirth/
Estudiante investigador: Kaitlyn Vargas (Sonoma State University)
Evaluador académico: Diana Grant (Sonoma State University)

Geraldina Colotti

«Nella rivoluzione bolivariana sono le donne a dirigere le organizzazioni popolari – dice la filosofa venezuelana Carmen Bohorquez (classe 1946) – Ai vertici, su 5 poteri che abbiamo in 3 vi sono donne. La nostra costituzione è declinata sui due generi, la parità per noi non è solo sulla carta». Intellettuale di primo piano e dirigente politica (è stata viceministra della Cultura ed è deputata supplente eletta nel Zulia), Carmen Bohorquez è animatrice della Rete internazionale degli intellettuali in difesa dell’umanità.
Sabato 8 dicembre, sarà a Roma per due incontri: nel primo, organizzato dall’ambasciata venezuelana e dalla Rete dei comunisti alle 15,30, alla Casa della Pace, discuterà di Cultura e rivoluzione. Il secondo, si svolgerà alle 19 alla fiera per la piccola e media editoria «Più libri più liberi» sul tema «Voci femminili della letteratura latino-americana. L’emancipazione al femminile: sguardi dall’America Latina», un’iniziativa a cura dell’Istituto Italo-Latino Americano. Insieme a Bohorquez, ci saranno la cubana Zuleica Romay e la colombiana María Matilde Rodríguez (introduce Sylvia Irrazábal, coordina Gabriella Saba).
Studiosa della storia del Venezuela, Carmen Bohorquez ha dedicato diversi lavori alla figura di Francisco de Miranda (Caracas, 1750 – San Fernando, Cadice, 1816): il «precursore delle indipendenze dell’America latina», com’è universalmente riconosciuto e come lei lo definisce nel suo ultimo libro, Francisco de Miranda, tradotto per le edizioni Nuova cultura da Luisa Messina Fajardo.

La figura di Francisco de Miranda occupa un posto centrale nella sua produzione culturale, perché?
Come molti intellettuali latinoamericani, considero fondamentale un lavoro di recupero della memoria storica. Duecento anni dopo la lotta dell’indipendenza dalla Spagna, nel nostro continente persistono ancora le relazioni di dominio contro cui si sono battuti Miranda e Bolivar. La nostra è un’indipendenza incompiuta, siamo stati fino a ieri il cortile di casa degli Stati uniti. Le risposte che hanno cercato quei precursori sono le stesse che stiamo cercando con la rivoluzione bolivariana in Venezuela, con quella cittadina in Ecuador, con quella indigena in Bolivia, o con quella sandinista in Nicaragua. Un nuovo corso non più basato su relazioni ineguali fra stati e subalterne agli Stati uniti o all’Europa. Per la prima volta si è verificata una felice congiuntura: l’elezione di alcuni presidenti, in costante e proficuo rapporto con un popolo protagonista, che stanno maturando una visione comune: per molti versi condivisa con vari accenti anche a livello continentale più ampio. Miranda e Bolivar furono i primi a comprendere che non può esserci vera indipendenza senza unità dell’America latina e dei Caraibi, e che bisogna lottare. Miranda è stato un gran maestro nel segnalare i pericoli a cui ancora ci troviamo di fronte: il nostro continente custodisce riserve appetibili, acqua dolce, biodiversità, fondamentali per mantenere il livello di consumo dei paesi capitalisti. Il Venezuela possiede la prima riserva mondiale di petrolio. La Bolivia, il gas… Miranda ha indicato come questione centrale per la liberazione dei popoli la coscienza della propria dignità. Quando un popolo decide di essere libero, non c’è impero che tenga. Come in Vietnam.

Quel Vietnam era figlio del ‘900, figlio di grandi ideali e di grandi orizzonti. Dopo l’89, dopo la scomparsa del campo socialista, prive di sponda e di orizzonti, in tante parti del sud del mondo le rivolte popolari non hanno preso la strada del socialismo. Basta la bussola anticoloniale per ricostruire un’alternativa?
No, certamente, è necessaria anche una battaglia delle idee. Oggi le cose sono molto più complicate, per esempio nel mondo arabo. Per avere un’egemonia sulle rivolte di piazza, per cooptarle o distorcerle, abbiamo visto all’opera ingerenze neocoloniali e forze reazionarie. Dal sud del mondo all’Europa, all’indignazione e alla creatività delle lotte di massa manca una forza organizzata per il socialismo. Non si esce dal disastro dalla sera alla mattina, ci sono passi avanti e lunghi passi indietro. Quelle lotte stanno comunque facendo esperienza. Fino a ieri l’Europa era addormentata dal consumismo, ora le masse popolari si stanno rendendo conto che quella capitalistica è una crisi di sistema: crisi ecologica, energetica, alimentare. Quel modello di sviluppo è fallito.

Su quali basi si articola, in Venezuela, una battaglia delle idee?
In Venezuela stiamo vivendo una vera e propria rivoluzione, anche gli intellettuali fanno la loro parte, prima di tutto rendendo esplicita la portata epocale della partita che si sta giocando nel mondo tra un modello che porta alla catastrofe e il socialismo che l’umanità ha interesse a costruire. Non abbiamo più scelta. Eppure masse di sfruttati continuano a votare chi gli stringe il cappio al collo, magari cambiano solo il colore del cappio. Il problema dell’alienazione è fondamentale. Il popolo ha introiettato i disvalori del consumismo, della competizione, dell’individualismo. Pensa che solo accumulando soldi e consumando può avere un riconoscimento sociale. Sta a noi intellettuali combattere queste idee che legittimano un modo di produzione predatorio, decostruire i discorsi che negano la dignità della persona, per mettere al centro un nuovo essere umano. Stiamo costruendo il socialismo del XXI secolo dall’interno del capitalismo, puntando su consenso ed egemonia. Una sfida non facile.

Lei organizza ogni anno un Forum internazionale di filosofia molto seguito. Quale sarà il prossimo tema?
Quest’anno sarà Cultura, comunicazione, egemonia. A luglio, ne discuteranno 50 intellettuali provenienti da ogni parte del mondo e 50 venezuelani. Un forum di riflessione critica sulla realtà, lontano dall’idea che la filosofia sia qualcosa di astruso e distante. Ogni pensiero filosofico è determinato dalla condizioni storiche in cui si sviluppa, è situato in un tempo e in un luogo. All’incontro non partecipano solo filosofi, ma anche rappresentanti di altre discipline e l’invito è aperto ai non accademici: può venire un operaio, se ha delle idee e delle proposte da mettere in comune. A luglio, per una settimana, si discute di questo tema in tutto il paese, in varie iniziative sparse che si concludono con una discussione pubblica. Poi si svolge la discussione finale e si elaborano proposte.

Mark Franchetti *

Quando, in una dimostrazione di solidarietà, la pop star Madonna si presentò a un concerto con i loro nomi tatuati sulla schiena, le tre ragazze della band d’opposizione tutta femminile Pussy Riot incarcerate per un’esibizione anti-Cremlino in una chiesa, ne furono felicissime. L’appoggio della star coronava una campagna mondiale di indignazione per il duro trattamento che le autorità avevano riservato alle ragazze. Madonna, che in un altro concerto aveva indossato il passamontagna che è il marchio della band russa, le ha aiutate a raggiungere la fama internazionale. Ma la felicità è diventata costernazione adesso che in un’altra esibizione di sostegno alle ragazze – due delle quali nel frattempo sono state condannate a due anni di lavori forzati – Madonna ha cominciato a vendere T-shirt per aiutarle a pagare le spese legali. Le magliette, che vengono vendute a 15 euro ai concerti della rockstar e sul suo sito web, mostrano il logo della band – una donna in mini abito rosso e passamontagna, pugno alzato e chitarra elettrica.

 

La cosa ha fatto arrabbiare le ragazze incarcerate, che sono contrarie a qualunque commercializzazione della loro band e combattono una battaglia sempre più difficile per impedire a una schiera di persone di lucrare sulla loro fama. Questa vendita arriva nel mezzo di un’amara sfilza di sgradevolezze: la pubblicazione di un libro non autorizzato, liti con alcuni sostenitori e una disputa sui diritti e il relativo denaro tra le ragazze e i loro avvocati, ai quali è stato revocato il mandato.

 

Yekaterina Samutsevich, 30 anni, una delle tre che in agosto sono state condannate per teppismo motivato da odio religioso, ha detto di non aver ricevuto nessuna somma raccolta con la vendita delle T-shirt di Madonna e di non conoscere nessun dettaglio dell’accordo.

 

La condanna della Samutsevich è stata sospesa e lei è stata liberata in appello dopo sei mesi di detenzione in attesa di giudizio. Le sue compagne Nadia Tolokonnikova, 23 anni, e Maria Alyokhina, 24, entrambe madri di bambini piccoli, stanno invece scontando due anni in duri campi di lavoro, dove d’inverno la temperatura scende a -30°. Amnesty International le ha definite «prigioniere di coscienza». La scorsa settimana Alyokhina ha chiesto di essere messa in isolamento per «la sua propria incolumità», dopo essere stata maltrattata da alcune compagne di detenzione.

 

«Nessuno ha fatto accordi con me, né con Nadia o con Masha – ha detto la Samutsevich a proposito delle T-shirt -. L’unica cosa che posso dire è che noi mai venderemo magliette con la nostra immagine. Quelle in circolazione non siamo noi a venderle. Sto cercando di scoprire dove vada a finire il ricavato della vendita di Madonna». Le ragazze della band non accusano la star di atti illeciti ma pensano che sia stata raggirata da gente che millanta un’autorizzazione che non ha.

 

Una portavoce di Madonna insiste a dire che la rock star aveva il permesso della band e che il cento per cento del ricavato va come contributo per le spese legali. Il battibecco andrebbe addebitato alla «confusione» tra le cantanti in carcere e l’ex collegio di avvocati.

 

Le ragazze erano state arrestate a marzo dopo un flash-mob nella cattedrale di Cristo Salvatore, la più grande chiesa ortodossa russa, dove il presidente Putin assiste alle cerimonie religiose a Natale e a Pasqua. Ci sono filmati che le mostrano mentre danzano e cantano all’altare mentre personale della chiesa e della sicurezza cerca di fermarle.

 

La «preghiera punk» della band era diretta contro Putin e gli stretti legami politici della Chiesa ortodossa con il Cremlino. «Madre di Dio, vergine, caccia via Putin!», cantavano. Il processo e la condanna delle tre cantanti ha diviso la società russa e attirato la condanna internazionale. Parecchie star musicali, compresi Sting e i Red Hot Chilly Pepper, hanno dato il loro appoggio alle Pussy Riot, che in pochi mesi sono passate dall’oscurità anche in patria al più famoso articolo da esportazione della Russia. La band adesso è così conosciuta all’estero che un personaggio indossava una T-shirt con la scritta «Liberate le Pussy Riot» in un recente episodio di «South Park», una sitcom americana.

 

Le Pussy Riot T-shirt oramai si vendono sulle bancarelle in Russia, Londra e New York. Si trovano anche su molti siti web, alcuni con link di associazioni che sostengono di raccogliere denaro per aiutare la band.

Accuse di cercare di lucrare sulla notorietà della band hanno causato anche una sgradevole lite tra le ragazze in carcere e i loro legali. Mark Feigin, l’avvocato della Tolokonnikova, ha cercato di registrare presso le autorità russe il marchio delle Pussy Riot come proprietà di una società cinematografica posseduta da sua moglie. Fegin ha detto che la mossa era diretta a proteggere il marchio ma la Tolokonnikova, dal carcere dov’è reclusa, ha denunciato la mossa. «Fermate la registrazione del marchio! Fermate questa follia! – ha detto -. Sono profondamente disgustata dalle discussioni finanziarie. Il denaro è polvere. Se qualcuno ne ha bisogno, lo prenda… Io ho bisogno di libertà, ma non per me. Per la Russia».

 

La Samutsevich ha detto alla stampa di essersi sentita offesa quando ha scoperto l’iniziativa di Feigin: «Noi avevamo discusso soltanto della protezione del copyright, non sapevo nulla della registrazione del marchio. Avevo completa fiducia in lui… Adesso capisco di aver fatto un errore».

 

Fegin, altri due avvocati e Piotyr Verzilov, il marito della Tolokonnikova, sono stati accusati dalla stampa russa di aver chiesto decine di migliaia di euro per collaborare a un documentario della Bbc sulle Pussy Riot che verrà proiettato al prestigioso Sundance Film Festival.

 

Dal carcere la band ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui accusa Verzilov di dare un’idea sbagliata di loro: «Qualunque pretesa di rappresentarci e di agire col nostro consenso è una menzogna. Solo una donna in un passamontagna può parlare e agire per conto della band».

 

* Corrispondente da Mosca per il «Sunday Times» di Londra

I prodotti a marchio Coop mi fanno sentire protetta. Dice in uno spot del 2010 Luciana Littizzetto.

“Cara Luciana,

lo sai cosa si nasconde dietro il sorriso di una cassiera che ti chiede di quante buste hai bisogno? Una busta paga che non arriva a 700 euro mensili dopo aver lavorato sei giorni su sette comprese tutte le domeniche del mese. Le nostre famiglie fanno una grande fatica a tirare avanti e in questi tempi di crisi noi ci siamo abituate ad accontentarci anche di questi pochi soldi che portiamo a casa. Abbiamo un’alternativa secondo te? Nei tuoi spot spiritosi descrivi la Coop come un mondo accattivante e un ambiente simpatico dove noi, quelle che la mandano avanti, non ci siamo mai. Sembra tutto così attrattivo e sereno che parlarti della nostra sofferenza quotidiana rischia di sporcare quella bella fotografia che tu racconti tutti i giorni.

Ma in questa storia noi ci siamo, eccome se ci siamo, e non siamo contente. Si guadagna poco e si lavora tanto. Ma non finisce qui. Noi donne siamo la grande maggioranza di chi lavora in Coop, siamo circa l’80%. Prova a chiedere quante sono le dirigenti donna dell’azienda e capirai qual è la nostra condizione.

A comandare sono tutti uomini e non vige certo lo spirito cooperativo. Ti facciamo un esempio: per andare in bagno bisogna chiedere il permesso e siccome il personale è sempre poco possiamo anche aspettare ore prima di poter andare. Il lavoro precario è una condizione molto diffusa alla Coop e può capitare di essere mandate a casa anche dopo 10 anni di attività più o meno ininterrotta. Viviamo in condizioni di quotidiana ricattabilità, sempre con la paura di perdere il posto e perciò sempre in condizioni di dover accettare tutte le decisioni che continuamente vengono prese sulla nostra pelle.

Prendi il caso dei turni: te li possono cambiare anche all’ultimo momento con una semplice telefonata e tu devi inghiottire. E chi se ne frega se la famiglia va a rotoli, gli affetti passano all’ultimo posto e i figli non riesci più a gestirli. Denunciare, protestare o anche solo discutere decisioni che ti riguardano non è affatto facile nel nostro ambiente. Ci è capitato di essere costrette a subire in silenzio finanche le molestie da parte dei capi dell’altro sesso per salvare il posto o non veder peggiorare la nostra situazione.

Tutte queste cose tu probabilmente non le sai, come non le sanno le migliaia di clienti dei negozi Coop in tutta Italia. Non te le hanno fatte vedere né te le hanno raccontate. Ed anche a noi ci impediscono di parlarne con il ricatto che se colpiamo l’immagine della Coop rompiamo il rapporto di fiducia che ci lega per contratto e possiamo essere licenziate.

Ma noi non vogliamo colpire il marchio e l’immagine della Coop, vogliamo solo uscire dall’invisibilità e ricordare a te e a tutti che ci siamo anche noi. Noi siamo la Coop, e questo non è uno spot. Siamo donne lavoratrici e madri che facciamo la Coop tutti i giorni. Siamo sorridenti alla cassa ma anche terribilmente incazzate. Abbiamo paura ma sappiamo che mettendoci insieme possiamo essere più forti e per questo ci siamo organizzate. La Coop è il nostro posto di lavoro, non può essere la nostra prigione. Crediamo nella libertà e nella dignità delle persone. Cara Luciana ci auguriamo che queste parole ti raggiungano e ti facciano pensare. Ci piacerebbe incontrarti e proporti un altro spot in difesa delle donne e per la dignità del lavoro. Con simpatia, un gruppo di lavoratrici Coop”.

Wislawa Szymborska

Nel migliore dei casi,
poesia, sarai letta attentamente,
commentata e ricordata.
Nel peggiore
sarai soltanto letta.
Terza eventualità:
verrai sì scritta,
ma subito buttata nel cestino.
Potrai approfittare di una quarta soluzione:
scomparirai non scritta,
borbottando qualcosa soddisfatta.

Nel sonno
di Wislawa Szymborska

Ho sognato che cercavo una cosa,
nascosta chissà dove oppure persa
sotto il letto o le scale,
all’indirizzo vecchio.
.
Rovistavo in armadi, scatole e cassetti,
inutilmente pieni di cose senza senso.
.
Tiravo fuori dalle mie valigie
gli anni e i viaggi compiuti.
.
Scuotevo fuori dalle tasche
lettere secche e foglie scritte non a me.
.
Correvo trafelata
per ansie e stanze
mie e non mie.
.
Mi impantanavo in gallerie
di neve e nell’oblio.
Mi ingarbugliavo in cespugli di spine
e congetture.
.
Spazzavo via l’aria
e l’erba dell’infanzia.
.
Cercavo di fare in tempo
prima del crepuscolo del secolo trascorso,
dell’ora fatale e del silenzio.
.
Alla fine ho smesso di sapere
cosa stessi cercando così a lungo.
.
Al risveglio
ho guardato l’orologio.
Il sogno era durato due minuti e mezzo.
.
Ecco a che trucchi è costretto il tempo
dacché si imbatte
nelle teste addormentate.

Silvia Baratella

Ho appreso da entusiastici comunicati di associazioni di donne rimbalzati sul mio computer che la corte di cassazione, con la sentenza n. 20385 del 20 novembre 2012, ha cassato una precedente sentenza della corte d’appello di Firenze, che imponeva alla bambina di una coppia di Pistoia di anteporre il nome “Giulia” a quello scelto per lei dai genitori, “Andrea”.

La sentenza della corte d’appello si basava su una norma di legge che vieta di imporre a bambine e bambini nomi “ridicoli o vergognosi” e che impone la corrispondenza del nome al sesso1, «al fine di escludere che un profilo di indubbio rilievo della propria identità come il genere possa essere posto in dubbio o ingenerare ambiguità incidenti sul rispetto della dignità personale».

La cassazione rimprovera alla corte d’appello di non aver tenuto conto delle recenti disposizioni che permettono di estendere i nomi da attribuire a bambine e bambini ai nomi stranieri, purché scritti in alfabeto latino. “Andrea” in effetti esiste come nome femminile in diverse lingue, perciò il risultato a cui è giunta la sentenza di per sé sarebbe comprensibile.

Meno comprensibile è la logica delle motivazioni.

«L’art. 34, secondo comma [del d.p.r. 396/2000, N.d.R.], consente la scelta di nomi stranieri mutuati da vocabolari onomastici del tutto estranei alla nostra tradizione che presentano una formulazione letterale tale da non consentire un’agevole collocazione nel genere maschile o femminile o da avere un carattere sessualmente neutro [grassetto mio]», recita la sentenza, per poi affermare che «Il nome Andrea è usato al femminile in molti stati membri dell’Unione (Slovacchia, Inghilterra, Spagna, Germania, Olanda, Danimarca e Ungheria)» e, più oltre, che «in virtù della valenza assunta in molti paesi europei, dovrebbe essere ritenuto sessualmente neutro, secondo la lingua italiana [grassetto ancora mio], e conseguentemente attribuibile anche ad una persona di sesso femminile». Infine, le giudici autrici della sentenza scrivono: «Il nome Andrea in numerosi contesti nazionali stranieri europei (Slovacchia, Inghilterra, Spagna, Germania, Olanda, Danimarca ed Ungheria)ed extraeuropei (in particolare gli Stati Uniti) ha una valenza biunivoca, potendo essere indifferentemente utilizzato per soggetti femminili e maschili [grassetto mio]».

Ora, per prima cosa, mi sembra impossibile definire “neutro” un nome destinato a esseri umani che per forza di cose sono o donne o uomini. “Neutro” deriva da una parola latina che vuole dire “né l’uno né l’altro”. Peraltro, i sostantivi latini di genere neutro avevano desinenze diverse sia dal femminile, sia dal maschile, non erano parole uguali al femminile e al maschile. E anche nelle lingue vive che hanno gli stessi tre generi (il tedesco, per esempio), il neutro ha caratteristiche che lo contraddistinguono dagli altri due generi (come gli articoli determinativi tedeschi der, maschile, die, femminile e das, neutro). Nelle lingue in cui esistono formulazioni in cui non è identificabile il sesso del soggetto di cui si parla, il genere si definisce “indeterminato”, non “neutro”.
Un nome che può invece essere usato sia al maschile che al femminile, si definisce “ambigenere”, ovvero “che vale per tutti e due i generi”.

Trovo quindi inadeguata e surreale la pretesa di definire “neutro” il nome Andrea.
Definiamolo ambigenere, allora. Se davvero può “essere indifferentemente utilizzato per soggetti femminili e maschili”, come per esempio il nome francese Dominique, è certamente ambigenere. Ma è poi vero?

Ho fatto una piccola ricerca, limitata alle lingue dei sette stati membri dell’Unione citati dalla sentenza. In tutte esiste effettivamente il nome femminile “Andrea”. Al maschile invece in nessun caso è prevista la forma “Andrea”. Ecco i risultati che ho trovato sul fronte maschile nelle sette diverse lingue: in slovacco, Andrej e Ondrej; in inglese, Andrew; in spagnolo, Andrés; in tedesco, Andreas; in olandese, Andries o Andreas; in danese, sempre Andreas ma anche Anders; in ungherese, ben tre varianti, András, Andor, ed Endri, ma di Andrea nessuna traccia.
“Andrea” è dunque un nome o solo maschile, o solo femminile, a seconda della lingua. Peraltro, in italiano ha anche una forma femminile: Andreina. In nessuna lingua ha “valenza biunivoca”.

I genitori della bambina ci tenevano a darle un nome straniero, d’accordo. Perché no? Ce ne sono alcuni la cui forma italiana è ostica ma di cui esistono versioni straniere più affascinanti. Spesso vengono scelti nomi stranieri per bambine italiane, come gli spagnoli Carmen e Dolores, i francesi Chantal, Désirée o Denise (gli ultimi due spesso massacrati da ortografie improbabili), ma il sesso di chi li porta è inequivocabile.
Mi fa specie l’idea di ricorrere in giudizio fino all’ultimo grado per dare alla propria figlia un nome che le procurerà un sacco di equivoci spiacevoli e problemi amministrativi di ogni tipo, per non parlare degli scherzi più o meno pesanti. Per fortuna che non c’è più la leva obbligatoria, altrimenti la nostra piccola Andrea avrebbe potuto ricevere la cartolina di precetto, come in passato ad altre malcapitate portatrici di nomi tradizionalmente maschili o poco diffusi ed equivocabili.

Ma mi fa ancora più specie l’entusiasmo di gruppi di donne che hanno festosamente ripreso e diffuso la notizia presentandola come una conquista. “Andrea” è un nome di origine greca, deriva dalla parola aner, genitivo andrós, che “indica l’uomo con riferimento alla sua mascolinità”.
Perché mai dovremmo aspirare tanto al “diritto” di chiamare nostra figlia “maschio” o “virile”?

1. d.p.r. 396/2000, artt. 34 e 35

Fabrizio Mastrofini

Le suore statunitensi riceveranno il premio «Herbert Haag 2013 per la libertà religiosa». Lo annuncia con grande soddisfazione la stessa Leadership Conference of Women Religious (Lcwr), l’organizzazione che riunisce le congregazioni religiose femminili ed è sotto l’occhio della Congregazione per la Dottrina della Fede che chiede a gran voce una revisione degli statuti.
Il premio 2013, nota la Fondazione Haag, è stato dato alle suore come «riconoscimento» per l’impegno profuso a favore dei poveri, dei settori emarginati e deboli della società «e per la riflessione sui segni dei tempi alla luce del Concilio Vaticano II», facendo delle suore «un pilastro» della Chiesa negli Usa.
Nel comunicato vengono espressi apprezzamenti critici e molto precisi nei confronti dell’attuale situazione che vede coinvolte le religiose statunitensi. Si dice cioè, senza mezzi termini, che a causa di tale impegno «le religiose e soprattutto i loro vertici, sono nel mezzo di una tempesta». Nell’aprile la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva emesso un duro comunicato, rilevando errori dottrinali negli scritti della Lcwr; giudicate discutibili e non in linea con il Magistero anche molte delle iniziative sociali delle suore.
Negli ultimi anni, inoltre, i libri di alcune teologhe sono stati censurati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il pronunciamento di aprile annunciava la nomina di una commissione di vescovi incaricata di dialogare con la Lcwr per ricondurre le attività all’interno dell’alveo voluto dalla Santa Sede.
Soprattutto sono in questione le iniziative di dialogo con il mondo omosessuale e le frange più femministe del cattolicesimo statunitense che non nascondono di vedere con favore l’ordinazione delle donne. Dopo il sostanziale fallimento dell’indagine sulle Congregazioni femminili, avviata nel 2009 per volere del cardinale Franc Rodé, allora Prefetto della Congregazione per la Vita Consacrata, cassata nel 2011 con i nuovi vertici della Congregazione, la competenza è passata alla Congregazione per la Dottrina della Fede per quanto riguardea presunti «errori dottrinali».
In proposito il comunicato della Fondazione nota che «le accuse sono senza fondamento e rappresentano il risultato di un processo investigativo al quale manca la trasparenza». E aggiunge che «l’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede è stato giudicato scandaloso da molti cattolici, soprattutto negli Usa». Ora arriva per la Lcwr il premio attribuito dalla «Fondazione Harbert Haag per la libertà nella Chiesa». Il riconoscimento vuole onorare la memoria del teologo Haag (1915-2001), insigne biblista, docente a Tubinga. La cerimonia di premiazione si svolgerà il 14 aprile 2013 a Lucerna.

Alberto Leiss

“Donne e uomini in relazione possono operare uno spostamento che non significhi solo indignazione ma un moto di ripulsa sociale, un movimento di rispetto della differenza”. È la considerazione, e anche l’auspicio, finale dell’intervento di Letizia Paolozzi al convegno tenuto a Milano il 21 e 22 novembre scorsi sul tema della violenza maschile contro le donne.
Una iniziativa voluta dalla Casa delle donne maltrattate di Milano e da Maschileplurale proprio per mettere al centro la leva del cambiamento delle relazioni tra uomini e donne come chiave di volta di una battaglia efficace contro la violenza. “Le parole non bastano”, recitava il titolo. Ma si è chiarito subito che a non bastare sono le chiacchiere che si limitano alle promesse (magari non mantenute) e alla denuncia (facile). Mentre è decisivo il linguaggio parlato da una diversa esperienza e pratica politica.
In apertura, in due relazioni a quattro voci, Marisa Guarneri e Manuela Ulivi, della Casa, e Alessio Miceli e Marco Deriu, di Maschileplurale, hanno insistito molto sul fatto che questa leva può funzionare solo se agisce in un lavoro su di sé e di scambio con l’altro/altra capaci di ascolto reale, di riconoscimento di un “conflitto necessario”, della “irriducibilità femminile” e d’altra parte anche del “segreto dei legami d’amore” che sorreggono tra donne la ricerca di libertà. La spinta per una assunzione di responsabilità maschile viene dal “senso di giustizia” e anche dalla ricerca della “felicità” che può derivare dalla capacità di capire e vivere un dimensione nuova della libertà, nel privato e nel pubblico, misurata sulla liberazione delle donne.
Questo significa – per Miceli – fare un’operazione “politica” che va molto al di là dei pur necessari specialismi e delle risposte istituzionali “di servizio”. È il frutto di 3 anni di lavoro comune tra queste persone. E significa cogliere la dimensione strutturale, sistemica, della violenza maschile, e non solo rubricarla come una “patologia” individuale.
Una cosa interessante è stata che chi ha rappresentato al convegno una realtà istituzionale sottoposta a una più che esplicita vigilanza critica, ha accettato questo gioco non semplice: l’assessore alle politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino ha parlato di “assunzione continua di responsabilità” e dell’esigenza di un mutamento anche della “qualità delle relazioni tra uomini”, intanto per porre un argine – a partire dal ruolo della scuola, dello sport, della cultura – a quel linguaggio che disprezza il corpo femminile e che rischia di essere “l’alfabeto di un paese in cui si alimentano i peggiori comportamenti”.
E il magistrato Fabio Roia, da molti anni impegnato in una collaborazione con la Casa delle donne di Milano, ha confessato anche una personale stanchezza per la difficoltà di rendere davvero efficace l’azione della giustizia nel sostenere, con tempi, linguaggi, sensibilità adeguate, la difficile battaglia delle donne che vogliono affrancarsi dalle violenze subite. “Il nostro processo penale non è ancora sufficientemente intelligente”. E comunque la soluzione non verrà dalla repressione, dalla pur necessaria sanzione e condanna pubblica dei comportamenti violenti.
Prevenire, comprendere, farsi carico. Esigenze tornate anche nel racconto dell’antropologa Lucia Portis, che – sulla base di una ricerca impostata con lei da Massimo Michele Greco – ha parlato delle difficoltà, dell’impreparazione del personale infermieristico e medico che accoglie le donne maltrattate nei pronto soccorso degli ospedali. Dove spesso la vittima non vuole ammettere la verità, e chi ascolta non possiede gli strumenti per tentare un altro dialogo.
Il contesto, del resto, il teatro sociale in cui maturano le violenze maschili, è assai ampio: Fulvia Colombini, della Cgil regionale, ha per esempio parlato dell’aggravarsi delle condizioni di lavoro nella crisi: “Le donne non sono un soggetto debole, ma lo diventano quando spesso si trovano sole contro i ricatti padronali durante la maternità, o quando devono farsi carico dei problemi di chi sta male a casa”.
Il confronto è proseguito nella due giorni milanese con le testimonianze di chi ha alle spalle diverse esperienze di relazione politica tra uomini e donne. Beppe Pavan, del gruppo “Uomini in cammino”, che ha tra l’altro parlato del lavoro per aprire uno “sportello” rivolto ai maschi che cercano di venire a capo delle proprie pulsioni violente, e delle iniziative di formazione nelle scuole contro sessismo e omofobia. Destinate ai ragazzi, ma soprattutto ai loro genitori e agli insegnanti.
Adriana Sbrogiò e Marco Cazzaniga hanno raccontato dei 25 anni (anniversario nel 2013) di azione della associazione “Identità e differenza”, che ha organizzato ogni anno seminari a Asolo e a Torreglia come luoghi di incontro tra donne e uomini su tanti nodi della politica.
Ho ricordato nel mio intervento che proprio a partire da un ricco scambio a Asolo, nel 2006 fu scritto il testo “La violenza contro le donne ci riguarda. Prendiamo la parola come uomini”, firmato da alcuni di noi e poi sottoscritto da centinaia di altri uomini. Un fatto che contribuì alla nascita di Maschileplurale come associazione (il nome già connotava da tempo alcuni gruppi informali), e che aiutò un “salto simbolico” che oggi sta diventando senso comune: la violenza sulle donne è prima di tutto un problema di noi uomini.
Di tutti gli uomini, non solo di coloro che la esercitano. E qui – a mio parere – è maturo oggi un successivo “salto simbolico”. La violenza sessuale maschile contro le donne ha certamente una connotazione specifica, e come tale va affrontata. Me è il sintomo di una più generale dimensione di violenza politica, bellica, simbolica, che ha una matrice sessuata e che va riconosciuta, elaborata. Analizzata nelle sue componenti di aggressività, paura, rancore, incertezza rispetto al tramonto dei ruoli patriarcali causato proprio dalla rivoluzione femminile, e che oggi si riflettono anche in una generale crisi delle forme date del potere.
Gli uomini – dirà la sociologa Carmen Leccardi citando Kimmel – “si sentono privati del potere, ma pretendono di esercitarlo ancora sentendosene legittimati. Ecco il terreno per la violenza, che diventa la risposta tragica alle asimmetrie di potere”.
E non è certamente un caso che Aldo Bonomi, dopo aver insistito sull’importanza di sostenere e estendere le “comunità di cura” che si fanno carico di reagire al disagio e al rancore sociale originato dal vuoto tra “ciò che non c’è più e ciò che non c’è ancora”, abbia sentito il bisogno di confessare l’insufficienza del lavoro fatto dalla sua (e mia, nostra) generazione politica proprio sul tema della violenza, nel suo legame con il potere.
Il discorso – anche attraverso altre testimonianze (Eleonora Cirant e Sara Donzelli, Ico Gasparri, tra altri e altre) – è così tornato ancora sul ruolo maschile.
Forse – ha argomentato Stefano Ciccone in chiusura – la vecchia domanda rivolta da Freud al suo sesso, e rimasta allora senza risposta: “Che cosa vuole una donna?”, oggi è tempo di declinarla al maschile. Che cosa vogliono gli uomini, che cosa vogliamo? Restare attaccati a vecchi ruoli e privilegi è impossibile. Ma nemmeno – dice Ciccone – può bastare rifugiarsi in posizione secondaria dietro alla nuova soggettività femminile. O rassegnarsi al ruolo di “consulenti esperti della crisi maschile in Occidente”. Serve la capacità di mettere in parole e di agire una soggettività maschile che nel rifiuto del virilismo sappia trovare nuova autonomia e nuova libertà.

da l’Unità – Chioma fulva mezza rasata, occhialino professorale e sorriso con fossette laterali, la Draghessa di internet è lei. Ama farsi fotografare con rettili o volpi sulla spalla e farsi chiamare «Lizard wrangling», titolo del suo blog, cioè «lucertola dispettosa». Winifred Mitchell Baker, californiana, a fine anni Settanta studentessa a Berkeley, oggi a 55 anni è una delle donne più in vista della Silicon Valley, per la rivista “Time” tra i 100 personaggi più influenti del mondo. Meglio, come donna tecnologica è la più in vista, dopo che Carol Bartz è stata rimossa dalla carica di amministratore delegato di Yahoo.

Mitchell «Lizard» Baker è ancora solidamente in sella della «corporation» del draghetto, o meglio a capo della Mozilla Foundation, proprietaria del browser Firefox, impegnata attualmente nella promozione di un nuovo sistema operativo – Firefox Os – che si prefigge di far dialogare le App tanto su prodotti Apple quanto su smartphone e tablet che utilizzano Android. Questo obiettivo per lei è quasi una crociata, si tinge di riflessi utopici da open source, da rottura di steccati, pur sempre nel recinto più vasto dei sistemi proprietari. «Noi siamo una struttura non-profit», chiarisce sempre, anche se una non-profit da 50 miliardi di dollari. «E vogliamo aumentare la libertà, non il controllo sul web». Insomma si comporta da guru, da Draghessa, appunto.

Lei è una delle donne più importanti della Rete. Sente questa responsabilità? In che cosa essere donna in una posizione chiave della Silicon Valley può fare la differenza?
«Le diversità sono importanti anche a livello di leadership. Se tutte le persone che creano la tecnologia di base di internet fossero uguali o anche molto simili, il risultato del loro lavoro rispecchierebbe questa prospettiva condivisa e quindi non potrebbe rappresentare tutti noi. Credo che il mio ruolo nel settore sia importante proprio perché penso alla tecnologia, alla società o al guadagno personale in modo diverso da molti miei coetanei. E questo, almeno in parte, è perché sono donna. Ciò che per altri è ovvio per me può essere solo convenzionale e non particolarmente buono. Cerco questo senso delle diverse possibilità nel nostro lavoro a Mozilla. D’altra parte questa è la filosofia prevalente dentro Mozilla, nel cui nucleo guida ci sono molte persone eccezionali. Non ho mai avuto grandi difficoltà a guidare Mozilla come donna. Il mio partner iniziale è stato Brendan Eich – creatore del linguaggio che va sotto il nome di Java script che gestisce molta parte del web – e con lui non ho mai avuto problemi di genere. Lo stesso vale per molti altri collaboratori, che sono contenti di avere una donna come presidente».

Non so quanti anni abbia suo figlio ma non le pare che i cosiddetti nativi digitali rischino di diventare una nuova specie di centauri, metà adolescenti e metà divano, visto come tendono a mediare qualsiasi relazione tramite il web? Non la spaventa questo?
«La vita virtuale e quella reale, fisica, sono sempre più interrelate. A volte le attività online mediano altre relazioni. Ciò è qualcosa di nuovo per molti di noi. D’altra parte ricordo che anche quando ero adolescente i miei genitori, della generazione precedente, erano preoccupati dall’uso che facevamo della tecnologia. Quanto tempo hai passato al telefono? Quanto tempo stai sprecando davanti alla tv?
Rapporti complessi con la tecnologia, che in parte amiamo e in parte ci mettono a disagio, non sono una novità. A mio parere però i veri nativi digitali saranno la generazione che crescerà facendo internet e sapendolo utilizzare nel modo migliore. Internet non è come la tv o come ascoltare un programma radio. È profondamente personalizzabile e può essere perciò vissuto in modo differente da ognuno. Capire come farne una esperienza che si adatta al proprio ambiente, a livello locale, è giusto il segno di riconoscimento di un nativo digitale. A Mozilla abbiamo un progetto che si chiama Webmaker (http://www.mozilla.org/en-US/webmaker/) che nasce dall’idea di far capire come creare cose online sia ormai diventato una competenza essenziale, come imparare a leggere, scrivere e fare di conto».

Ci aiuti a fare uno sforzo di immaginazione, lei che ha avuto un ruolo tanto importante nel passaggio al web 2.0. Come sarà il mondo di internet tra dieci o vent’anni?
«Dieci o vent’anni sono un tempo troppo lungo nella vita di internet. Ma nei prossimi cinque anni ci troveremo di fronte certamente a una ulteriore esplosione di dati. Vivremo in un mondo di informazioni. E vivere immersi in questi dati solleva questioni alle quali abbiamo bisogno di dare una risposta, come chi ha il controllo di questi dati, come ordinarli e filtrarli, e se ciò ci fa sentire più liberi o più manipolati. La mia paura più grande per il futuro della Rete è che si rischia un sistema fortemente centralizzato in cui poche imprese e governi controllano gran parte di ciò che accade online. Mozilla lavora per costruire un internet aperto, in cui ogni individuo abbia il massimo del controllo sulla sua vita. Gli ambienti informatici attuali, specialmente di telefonia mobile, non sono il mondo che vorrebbe Mozilla. Possono essere eleganti ma non sono aperti, distribuiti, ambienti in grado di utilizzare le potenzialità che il web ci ha mostrato. Così noi stiamo cercando di nuovo di cambiare il futuro di internet, ad esempio attraverso Firefox Os, il sistema operativo mobile che stiamo costruendo, e spero che guardando indietro tra cinque anni potrò dire che ci siamo riusciti».

Come coniugare l’esigenza di non essere più tracciabili sul web, non parlo solo di privacy, con le esigenze di sicurezza che i governi hanno o quelle degli investigatori di contrastare la criminalità?
«Dobbiamo affrontare questo problema come facciamo nella vita. Le nostre società per secoli si sono confrontate con il problema di come bilanciare la libertà personale con l’interesse pubblico. Ogni stato-nazione prende decisioni per tutelare la libertà e prevenire il crimine. Io però temo che le democrazie occidentali stiano cambiando, involontariamente, questo equilibrio».

Esistono già tutta una serie di App che autolimitano la nostra connessione, con una sorta di disconnessione a tempo. Perché non riusciamo più a staccarci da soli?
«Ogni nuova tecnologia dirompente porta con sé timori che possa cambiare il nostro comportamento o disumanizzarci, basta pensare a “Tempi moderni” di Chaplin. Stiamo capendo meglio come funziona il cervello umano e presto ne sapremo di più anche sul comportamento. Nel frattempo possiamo sviluppare strumenti che aiutino la gente a capire il proprio comportamento. A Mozilla abbiamo degli esperimenti in corso. Quando riusciremo a capire meglio l’uso individuale della tecnologia e perché potrebbe rivelarsi difficile disconnettersi avremo maggiori possibilità per cambiare le nostre abitudini».

Lo strapotere di Google viene da più parti criticato perché di fatto orienta l’accesso alle informazioni. I risultati della ricerca tengono conto di filtri su cui l’utente non ha alcun controllo e che molti contestano. Come superare questi paletti?
«Noi crediamo che un internet aperto che permette alternative per gli sviluppatori e per gli utenti sia il modo migliore per prevenire gli abusi».

La Apple non vi permette di accedere al suo sistema mobile e non siete gli unici con questo problema. Come giudica questa chiusura e non può rivelarsi un boomerang?
«Le tecnologie che si possono usare sulla piattaforma iOs sono limitate da Apple. Per questo motivo non siamo in grado di offrire tutto Firefox su iOs, ma solo parti di esso attraverso le tecnologie controllate da Apple. Al momento non abbiamo intenzione di farlo perché pensiamo che questa miscela tecnologica non farebbe né la nostra né la felicità degli utenti. Tuttavia continuiamo a sorvegliare le possibili interrelazioni tra Firefox e gli utenti iOs. La tendenza di oggi, capitanata da Apple, dei singoli produttori è di controllare sempre di più le decisioni sulla tecnologia da utilizzare, le pratiche commerciali, i prezzi e la capacità dei programmatori di dialogare con i propri clienti. È molto inquietante. Se dovesse diventare il modello prevalente perderemmo molto di ciò che di buono ci ha portato il mondo del web».

(L’Unità, 5 novembre 2012)

Louis Frayasse

Roy Bourgeois, prete cattolico americano impegnato a favore dell’ordinazione delle donne, è stato ridotto [ndr.:o innalzato?] allo stato laicale dal Vaticano.
Un giudizio senza appello. Il 4 ottobre scorso, la Congregazione per la dottrina della fede, incaricata della conservazione del dogma cattolico, ha destituito il prete americano Roy Bourgeois, riducendolo allo stato laicale. La decisione era attesa da diversi anni. Nell’agosto 2008, Roy Bourgeois aveva concelebrato l’eucaristia in occasione dell’ordinazione presbiterale di una donna, Janice Sevre-Suszynska, delitto passibile di scomunica automatica nella Chiesa cattolica.
Il caso ha avuto molta risonanza oltre Atlantico in quanto Roy Bourgeois, oggi settantaquattrenne, è una figura familiare per molti americani. Da più di vent’anni questo prete della Società delle missioni estere cattoliche d’America, meglio conosciuta con il nome di società di Maryknoll, porta avanti una battaglia accanita all’interno della sua organizzazione, SOA Watch.
SOA Watch è nata nel 1990, un anno dopo l’assassinio di sei preti gesuiti in Salvador da parte dei soldati formati alla Scuola delle Americhe (School of the America, SOA, ribattezzata Western Hemisphere Institute for Security Cooperation, nel 2001). Dalla sua creazione nel 1946, questa scuola militare dell’esercito ha accolto decine di migliaia di soldati latinoamericani per dispensare loro una formazione centrata attorno alle tecniche della contro-insurrezione. Il principale rimprovero rivolto alla SOA/WHINSEC è aver contribuito a formare – in particolare all’uso della tortura – gli ufficiali degli eserciti dei diversi regimi dittatoriali del secolo scorso in America Latina. Quegli ufficiali sarebbero responsabili della tortura, della morte o della scomparsa di centinaia di migliaia di persone in America Latina. Fin dalla sua fondazione, l’obiettivo di SOA Watch è quello di far chiudere la Scuola delle Americhe e di modificare radicalmente la politica estera americana in America Latina. Per far questo, l’organizzazione organizza manifestazioni, digiuni e veglie silenziose, nonché azioni di lobbying mediatico e parlamentare. Militante infaticabile, Roy Bourgeois ha passato diversi anni in prigione per essere entrato all’interno del recinto della scuola militare. Come coronamento di due decenni di attivismo, Roy Bourgeois e SOA Watch sono nominati per il premio Nobel per la pace 2010 dall’American Friends Service Committee, un’organizzazione quacchera, essa stessa premiata nel 1947.
Tuttavia, dopo diversi anni, Roy Bourgeois si è impegnato in un’altra lotta: quella dell’ordinazione delle donne all’interno della Chiesa cattolica. A causa della sua scomunica e della sua riduzione allo stato laicale, è stato costretto a lasciare la società di Maryknoll, in cui ha operato per 40 anni.
“Il Vaticano e Maryknoll possono destituirmi, ma non possono far scomparire il problema dell’uguaglianza dei sessi nella Chiesa cattolica”, ha dichiarato in un comunicato. “La rivendicazione dell’uguaglianza dei sessi è radicata nella giustizia e nella dignità e non scomparirà. Quando c’è un’ingiustizia, il silenzio è la voce della complicità. La mia coscienza mi ha imposto di rompere questo silenzio e di affrontare il peccato di sessismo nella mia Chiesa.”
Recentemente, Roy Bourgeois si era avvicinato all’associazione Roma Catholic Women Priests (RCWP, donne prete cattoliche), un organismo internazionale che rivendica l’accesso delle donne al presbiterato nella Chiesa cattolica.
“Roy è sempre stato solidale con tutti coloro che credono nell’ordinazione delle donne all’interno di una Chiesa non clericale e non gerarchica”, afferma Bridget MaryMeehan, membro dell’associazione RCWP e ordinata vescovo nel 2009. “La Chiesa cattolica non può continuare la sua discriminazione nei confronti delle donne e attribuirne la responsabilità a Dio. Tutti i battezzati sono a immagine di Cristo e, per questo, sia uomini che donne possono celebrare la messa. Noi non desideriamo lasciare la Chiesa cattolica perché la amiamo, desideriamo invece trasformarla affinché riconosca l’uguaglianza di tutti davanti al Vangelo, preconizzata da Gesù.”
Oggi, l’associazione RCWP rivendica la presenza di 150 donne prete nel mondo, la maggior parte delle quali negli Stati Uniti. Le prime sono state ordinate nel 2002 da un vescovo cattolico, Romulo Antonio Braschi, e questo permette alle donne prete di affermare, malgrado la scomunica automatica di cui sono vittime, che la loro ordinazione è valida, poiché non ha infranto la successione apostolica.
“Non si tratta semplicemente di inserire pienamente le donne nella Chiesa”, spiega Janice Sevre-Duszynska, la cui ordinazione nel 2008 è all’origine dell’espulsione di Roy Bourgeois. “Quello che noi rivendichiamo, è un presbiterato rinnovato in una Chiesa cattolica trasformata, una Chiesa nella quale tutti – divorziati, non cattolici, omosessuali – siano i benvenuti. Spero che i preti maschi trovino il coraggio di dire “ora basta”, e che chiederanno più giustizia ai loro vescovi.” Per il momento le donne prete RCWP celebrano la messa in “chiese case” o in locali presi in affitto ad altre denominazioni cristiane. Continuano a porre, senza cedimenti, il problema delle donne all’interno della Chiesa cattolica.