Lorenzo Gasparrini

 Quello che scrivo qui è una mia ricostruzione/recensione, spero utile a chi legge, alla quale devo premettere due forti condizionamenti: sono un uomo, e sono sicuro che la mia sensibilità differente per genere da quella dell’autrice mi avrà condizionato nella lettura; e sono un ricercatore di filosofia, cosa che pure mi ha sicuramente indirizzato nel cogliere alcune sfumature e nel non rilevarne altre. In corsivo riporto parole del testo. Mi piace riportare e raccontare quelle frasi che ho sottolineato, e da quelle tracce provare a ricostruire le parole di Luisa Muraro come io le ho sentite.

 

E’ la sostanza del vero patto sociale, quello tacito e quotidiano: andare d’accordo con il prossimo, tener conto delle leggi e dare credito a chi è in posizione di responsabilità pubblica, per vedersi riconosciuta una dignità personale in un contesto di vita sociale sensata e pacifica. Questa storia, dice Luisa Muraro, non funziona più. Non è più possibile crederci, perché le premesse non sono quelle esistenti e le conseguenze vengono sistematicamente tradite. La dignità personale è continuamente svilita, mercanteggiando corpi e vite di lavoratori e lavoratrici senza alcuno scrupolo mentre li si sottopone a modelli di comportamento sessisti e violenti; il senso della propria vita è continuamente messo in discussione da una impossibile pace sociale, economica, e tra generi. Le leggi sembrano studiate per essere faticoso attenervisi, e chi dovrebbe promulgarle e farle rispettare vive ormai in un altrove ipocrita e falso, comparendo nella nostra vita quotidiana con la modalità del sopruso, dell’accaparamento, dell’indifferente forza brutale. La persona che crede in quella storia paradigmatica – è qui il primo problema – non riflette sul significato profondo del suo comportamento, ma è un sentimento che la nutre e la aiuta. Si delinea cioè un potere completamente sganciato dalla vita quotidiana dei cittadini, per i quali rimane non più un senso della propria esistenza ma un sentimento sinistramente simile alla speranza-trappola di Monicelli.  Luisa Muraro insiste con energia sulla necessità della consapevolezza di ciò, della presa di coscienza, come momento fondante di ogni possibile cambiamento. E’ l’inizio della presa su di sé (anzi della ri-presa) di quella forza e della licenza di usarla lasciata per contratto. Una delle controparti (il potere politico) sta evidentemente venendo meno a quanto pattuito; allora anche l’altro contraente non è più vincolato ai termini del contratto. Da qui si deve ricominciare a ragionare insieme per una nuova storia comune che determini un senso.

Quello che ci succede per lo più è fuori da ogni consapevolezza e non riceve alcuna elaborazione morale o politica, per cui gli effetti sono spesso caotici. […] Ci accorgiamo che l’unico orientamento generale lo dava la crescita economica. la necessità di una nuova storia è dimostrata anche dal fatto che la forza riacquisita – a momenti, a tratti – ma priva di una consapevolezza comune è quella che si trasforma immediatamente in violenza insensata. Di piccole e grandi Utoya (questo è uno degli esempi nel libro) sono piene le cronache, le quali non possono che registrare come follia e insensatezza episodi che non riescono più ad essere contenuti nel paradigma, ipocriticamente illusorio, di un infinito progresso economico e sociale dell’occidente. La persistente crisi economica ha mandato in pezzi l’illusione di un – anche se lento – costante progresso, ma nulla ha consapevolmente preso il suo posto.

Leggere anche i segni positivi. La necessità di una nuova sensatezza comune è motivata anche dal bisogno di non perdere per strada ciò che di forte – e non di violento – è stato fatto finora e si fa attualmente per opporsi a questo stato di cose. I segnali ci sono, e non sono neanche pochi, ma rischiano di essere dispersi e resi irriconoscibili da una perdita di criterio generale per riconoscerli e sentirli vicini a sé.

Fare la differenza, rispondo, è un atto simbolico di primaria importanza, senza il quale non c’è parola. Senza quella consapevolezza, infatti, si perde la possibilità di uscire da una distruttiva uguaglianza che subentra nel giudizio sulla politica/potere: di tutti si dice ormai: “Sono tutti uguali”, errore fatale perché distrugge alla radice la possibilità di cambiare le cose riappropriandosi della forza politica. Questo modo di appiattire le responsabilità e le colpe della classe politica (e imprenditoriale, e burocratica, e altre classi che volete) impedisce infatti di esercitare la giustizia in primo luogo con le nostre capacità, distinguendo tra gli onesti e disonesti, per esempio o tra aggressori e aggrediti (ricorderete senz’altro lo scellerato “i morti sono tutti uguali” con il quale si tentò anni fa di pareggiare dissennatamente il conto tra Resistenza e Salò). Luisa Muraro parla di atto simbolico perché è quello che consente a ogni autorità di essere tale, investita dalla volontà comune di chi vi si assoggetta; la quale riceve il mandato di regolare la vita sociale nella quale tutti devono trovare la loro espressione, e non essere relegati in un silenzio inesistente o confusi in un romore indistinto – che è la situazione nella quale “la crisi” ci ha fatto sprofondare attualmente. Svelando che quell’autorità si sta occupando esclusivamente della propria sopravvivenza pratica, dato che non è stata in grado di mantenere il controllo politico sul potere economico, essa ha anche mostrato l’inefficacia di simboli del potere ormai svuotati di senso. Che non vanno sostituiti con il caos o il nulla, ma con nuovi simboli, nuove storie in grado di orientare il senso delle esistenze, perché l’idea che sia possibile stare meglio tutti non agisce più; prevale quella che il meglio sia per alcuni a spese di altri.

Si limitasse a dire questo, il libretto Dio è violent sarebbe abbastanza inutile. Per nostra fortuna Luisa Muraro non si limita alla diagnosi e alla constatazione che il contratto sociale è un’idea morta. La storia ha voltato pagina, ma ci dice anche qualcosa su un dopo ricostruibile che è anche il nostro presente.

Vogliamo accorciare le distanze fra la cosa giusta da fare qui e ora, e la giustizia del nostro fare, riconoscibile anche domani e dopodomani. In mancanza di orientamenti, per non lasciare l’azione politica a una violenza senza senso (letteralmente: senza direzione, senza possibile comprensione), c’è da ricongiungere l’esigenza immediata di una pratica che riporti i soggetti in grado di gestire quella forza che avevano delegato, senza però che i loro gesti politici possano più avanti essere ingiustamente accomunati a una generica violenza, un “malessere”, un inutile sfogo della frustrazione sociale. Questo infatti non farebbe che ratificare e giustificare il potere di chi ha assunto come possibile per sé l’uso della violenza: quello Stato che, nei suoi ordinamenti, ne può disporre dato che il singolo ha abdicato alla propria forza per darla a lui. Se potrebbe essere concepibile una divinità violenta in quanto, appunto, divinità (e quindi giusta per definizione), uno Stato non può arrogarsi questo diritto sempre e ovunque nella storia. Laddove cedere allo Stato la propria forza sia divenuto irresponsabile (dato l’uso che ne fa), quella forza va ripresa nei corpi e nelle menti di chi originariamente l’aveva ceduta. Senza parlare di chi, nel privato e non nel pubblico, non ha mai smesso di esercitare violenza – ma ci arriveremo più avanti.

Violenza giusta non come categoria del diritto, al contrario, una violenza le cui condizioni storiche il diritto non può codificare, solo riconoscere a posteriori. Possono stabilirle, di volta in volta, soltanto le circostanze. Per Luisa Muraro il diritto non può ipotecare per sempre il futuro di quella forza, perché così la trasforma in violenza di Stato; in determinate condizioni storiche può essere necessario riappropriarsi consapevolmente di quella forza ceduta in cambio del contratto sociale. Ma non può essere certo il diritto a giudicare di questa opportunità – il diritto infatti lavora per conservare lo stato di cose che le sue leggi prescrivono.

Dicendo “tutta la forza necessaria”, intendo la duplice forza della consapevolezza […] e del tirare le conseguenze pratiche e logiche, quelle che stanno nella possibilità della persona che vede e si rende conto. Di lei da sola o insieme ad altre. Qui la parola chiave è “possibilità”. Il diritto ha finora impedito che la riappropriazione della forza cui ciascuno ha abdicato possa aprire nuove possibilità politiche. In questo, sostiene l’autrice, la predicazione antiviolenza ha anch’essa tagliato delle possibilità, incoraggiando una pratica di non-azione. E ciò si ripercuote sull’intelligenza delle persone: chi non usa la sua forza quando gli sarebbe utile e necessario, sembra stupido, ma chi vi ha rinunciato a priori, lo diventa realmente. “Stupido” lo intendo qui “politicamente”: incapace di comprendere la situazione e di agire prontamente in maniera adeguata. Ma, come detto sopra, occorre fare delle differenze, e ricordarsi che non per tutti il contratto sociale è valso nello stesso modo.

[Le donne sono] messe dentro/fuori dal patto sociale: dentro al patto sociale in quanto già sottoposte a un tacito “contratto sessuale”, fuori perché non hanno sottoscritto né l’uno né l’altro. Scomoda posizione che per gli uomini si è sempre tradotta nella comoda separazione tra pubblico e privato. Le donne hanno vissuto da sempre – certo loro malgrado – un giogo paradossale riguardo il contratto sociale: è stato loro imposto come in un “pacchetto” insieme a quello sessuale. Questo ha dato loro la possibilità di sperimentare prima e più sensatamente degli uomini quella regione dell’essere dove la forza diventa violenza senza soluzione di continuità. Il problema, insiste Luisa Muraro, non è di natura concettuale, ma esperienziale. Gli uomini hanno relegato con strumenti privati e pubblici il vissuto femminile appunto in una scissione tra privato e pubblico, costruendo rapporti facilmente codificati (ed abitualmente accettati) come violenti sia nell’ordine simbolico che in quello pratico. Il contratto sociale, cioè, serviva a barattare positive istanze di trasformazione sociale (diritti e uguaglianza) con la subordinazione sessista e classista. Ed è qui che si vede che il racconto del contratto sociale è già stato smantellato a suo tempo, ed un nuovo racconto è cominciato.

Il racconto è già cominciato. Luisa Muraro cede la parola a Carla Lonzi, e al suo mai troppo citato Sputiamo su Hegel laddove argomenta che inserirsi alla pari nel mondo degli uomini sarebbe (anzi, ancora è, purtroppo) un altro modo di convalidare quel vecchio contratto. Quindi le parole nuove ci sono – le abbiamo sentite e viste agire nella rivolta femminista che ha rotto il contratto sessuale non in nome della parità ma della differenza – e c’è anche un ordine simbolico: si tratta di lavorare per renderli sempre più pieni di senso. La questione della violenza si fa centrale perché emerge un legame sempre più distinguibile tra la fine dell’autorità politica, la cessione di responsabilità politica dell’autorità e la violenza. E questo legame, intuito ma reso consistente da una serie di fatti storici (11 settembre, G8 a Genova, invasione dell’Iraq, per citare i più grandi) deve portare una consapevolezza nuova riguardo lo status della violenza.

In ogni caso, è sbagliato credere di poter fare quello che si vuole con la violenza, usarla o rinunciarvi, come se usarla sensatamente fosse a intera disposizione degli umani, come se rinunciarvi fosse una libera opzione e non invece l’effetto di un’impostazione che ci fa rinunciare anche alla nostra forza. L’assegnare alla violenza non la condizione di strumento più o meno usabile dalle parti in gioco, ma quella di manifestazione della forza degli esseri umani che può essere cieca e distruttiva ma può anche prendere senso, permette di distinguere con nettezza politica e potere.  Politica è guadagnare esistenza libera e benessere condivisi, sottraendoci, donne e uomini, con astuzia e ingegno, in caso combattendo, allo schiacciamento dei rapporti di forza. C’è politica quando c’è movimento libero dell’anima e dei corpi, dove prima c’era cieca sottomissione ai più forti e al caso.

A questo punto ci si deve sobbarcare il compito di raccontare come è stato possibile cedere per così tanto tempo la forza politica di ciascuno in quel contratto che ha determinato in sostanza l’attuale caos economico e politico. Soprattutto, c’è da capire perché questo legame pernicioso tra le parti sociali ha dovuto attendere una grave crisi economica per manifestarsi, e non, per esempio, una delle tante crisi politiche che finora si sono succedute.

Il dispositivo produttivo e tecnologico dispiegato nella Grande Guerra, malgrado gli “avvertimenti” marxisti, è il primo atroce confronto dell’uomo con le forze scatenate e incontrollate della tecnica. Il potere politico e quello militare convinsero milioni di uomini alla guerra con il comune sentire della virilità – l’uomo che va in guerra è il vero uomo, questa è stata la costante di tutte le propagande in tutti i paesi. E quei metodi di convincimento sono stati tanto efficaci che l’uomo non più in guerra ma “abilitato” ad essere posseduto da una violenza più grande di lui ha continuato ad esercitarla, in tempo di pace, nel privato – mentre l’esempio dello stupro di guerra è continuato per tutto il XX secolo, dall’Armata Rossa nella liberata Berlino del ’45 alla Bosnia degli anni Novanta.
Mettere in questione la virilità e la sua funzione nel contratto sociale (come violenza occultata dal non esplicito contratto sessuale che ne è il sottofondo) è qualcosa che non è semplicemente mai successo finora. Solo di recente gruppi più o meno organizzati di uomini hanno cominciato a riflettere su questo argomento, con la significativa assenza, riscontrata dall’autrice, di gran parte degli intellettuali di sinistra (figuriamoci i politici). Cosa che, personalmente, mi convince sempre più che il sessismo è trasversale al pensiero politico.

Si affaccia così […] l’esigenza d’istituire un’autorità femminile per correggere l’unilateralità mutilante dell’eredità culturale, avendo chiaro che l’autorità non va confusa né con il potere, da una parte, né col prestigio, dall’altra. Il fallimento degli uomini si vede chiaramente nel fatto che il tentativo di annullare la manifesta differenza sessuale dell’umanità non ha portato finora nessuno dei vantaggi sperati. Finita l’illusione del benessere sempre in aumento, i nodi vengono al pettine e si mostra sempre più evidente la mancanza di un interlocutore sempre tacitato e sempre ipocriticamente “parlato” dall’altro. Chi è davvero esperto di questa violenza politica che ora sembra esprimersi senza freni – stante l’irresponsabilità, sempre politica, di chi sarebbe chiamato a governare – sono le donne, a causa di quella che Luisa Muraro chiama duplice competenza: quella che viene dal paradossale effetto di un contratto sociale non scelto, e quella che viene dalla violenza sessuale subita per una differenza “scomoda”.

Una competenza si forma con esperienza e parola, in circolo (virtuoso) fra loro, non altrimenti. E’ quello che è successo nei movimenti femministi degli ultimi decenni, unici eredi della rivoluzione come possibile violenza giusta (racconto/paradigma che non è stato mai seguito). In questi movimenti la parola è tornata ad acquisire un senso non scontato, un luogo non comune dove poter significare ancora, dove poter ancora liberare le possibiltà non più cedute al controllo altrui, non più vincolate ad un contratto stipulato a forza. E’ così che si può riacquisire la propria forza, cercando di promuovere l’indipendenza simbolica nei confronti dei mezzi e delle mediazioni del potere. Quella indipendenza simbolica permetterà di tornare responsabili della propria forza, per trasformare il protagonismo personale – desiderio legittimo di partecipare in  prima persona ad una storia che ha smesso di considerarci – nella leva che possiamo usare per separare la politica dal potere, invece che per consegnargliela. La libera disponibilità delle nostre forze e l’indipendenza simbolica dai mezzi del potere vanno insieme, ed è questo “andare insieme” che ci mostra realisticamente le possibilità che abbiamo di esserci in prima persona in ciò che accade.

L’azione semplicemente violenta non esiste, perché sarebbe il puro contrario di un’azione, una distruzione di possibilità. L’azione violenta è pura disperazione. Però accade troppo spesso che si oscilli tra non ragionare e reagire senza senso, e ragionare troppo perdendo la possibilità di essere efficaci. L’azione politica efficace va scelta tra tutte le possibilità ancora libere, parlata e detta da una capacità simbolica che non si fa leggere e imprigionare da un potere già esistente. La formula che ho trovato dice: quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere. Odiare è eliminare ogni altro sentimento, che invece nel combattere deve rimanere vigile per distinguere l’azione liberatoria da quella semplicemente reattiva. Distruggere è un violento radere al suolo annullando le differenze, mentre disfare è un preciso decomporre per trovare origini, cause, procedimenti dai quali comprendere in futuro come evitare altri errori.

Leggendo anche la quarta di copertina, voglio fare una precisazione: questo libro non è un pamphlet incendiario. Forse lo è per dimensioni, ma non ci sono né l’acredine né il tono sprezzante o sarcastico tipico di quel genere. E’ un libro piccolo perché è conciso e privo di digressioni, lasciando l’essenziale dell’argomentazione senza impoverirla – tant’è che c’è anche una bibliografia, di solito assente nei pamphlet. Quindi le sue piccole dimensioni non devono essere un pregiudizio sul contenuto, che è autonomo, ben costruito, e pur essendo 80 pagine di filosofia politica non richiede nessuna particolare preparazione, a parte la voglia di farsi coinvolgere da ciò che si legge. Ma, a leggere le tante parole già scritte su questo libro, temo che anche questa stia diventando una dote rara.

Dio è violent” si legge con piacere perché il tono è confidenziale senza banalizzare, ma non risparmia nessuna difficoltà al rigore degli argomenti, necessario per sostenere temi così forti in poche pagine. Inoltre, come raramente accade, Luisa Muraro ha una scrittura generosa. C’è molto di sé in queste pagine, ed è un dono raro quando si parla di saggi politici. Non a caso ho sentito con piacere – piacere da studioso di filosofia che si è sempre occupato di linguaggio e corpo – la presenza continua di un tema terreno, materiale, contingente (i corpi, la pratica, l’esperienza, il quotidiano) che non viene mai abbandonato a favore di una teorizzazione esasperata e fine a se stessa. Una intellettuale laica che comincia il suo libro con una lunga spiegazione sulla presenza di dio nel titolo è un segno più che tangibile che chi scrive dispone liberamente della sua forza e non ha paura di testare la propria (e la nostra) indipendenza simbolica. Bene così: pretendere lettori all’altezza serve a portare quei lettori a una migliore altezza.

[…]

 

 

Sarantis Thanopulos

La campagna di denuncia del femminicidio non sembra ottenere i risultati sperati presso l’opinione pubblica, pur trovando molto spazio nei media. Di questa denuncia gli esperti del crimine contestano, dati alla mano, il fondamento statistico: nel passato il numero delle donne uccise era relativamente più alto rispetto a oggi. La costanza di un fenomeno distruttivo all’interno di un clima socioculturale rivoluzionato da tanti punti di vista è, nondimeno, molto allarmante. L’emancipazione femminile non riesce a intaccare il nucleo oscuro della violenza contro le donne: l’estinzione del desiderio. Il delitto passionale è un’eccezione. Messa bene a fuoco l’uccisione della donna esibisce tutta la mancanza di passione con cui si compie. La potenzialità omicida si espande nell’assassino come un cancro dell’anima fino a raggiungere il punto critico del non ritorno (lo stalking può esserne la manifestazione esteriore ma non ha valore di predizione). Per comprendere questo processo occorre partire dalla consapevolezza che ciò che è distrutto non è la donna come persona in sé ma, in modo impersonale, il desiderio femminile. Madame Bovary è il personaggio letterario che narra con precisione, al tempo stesso sofferente e spietata, una distruzione progressiva della femminilità a cui l’ambiente circostante partecipa in modo tanto inconsapevole quanto decisivo. Emma muore inaccessibile e inespressa perché gli uomini che l’hanno avuta hanno indietreggiato di fronte al suo desiderio preferendo chiuderla (ammansirla) nei loro stereotipi difensivi: l’idealizzazione, la seduzione, l’inganno. La sua domanda di desiderio cadde nel vuoto e lei reagì trasformandola in domanda di godimento sfrenato, assoluto che alla fine ha rivelato la sua essenza mistica. In prossimità della morte quando il prete le avvicinò il crocifisso lei «premendo le labbra sul corpo dell’Uomo-Dio depose con tutta la sua forza languente il più gran bacio d’amore che avesse mai dato». La spiritualizzazione della domanda di desiderio sottende tutte le forme di lussuria che, al di là delle apparenze, disincarnano il piacere profondo e tendono a sfociare nell’anoressia di vita. La disincarnazione del piacere alloggia in vicinanza della morte. Flaubert indugia nella descrizione delle convulsioni di morte di Emma mentre tace sulle sue convulsioni d’amore. In realtà descrivendo le prime rende indirettamente il significato delle seconde: il suicidio, per «avvelenamento», della passione amorosa che si verifica tutte le volte che la componente femminile dell’eros nella donna e nell’uomo, il lasciarsi andare senza riserve nell’incontro con l’altro, è rigettata. La passione cede il suo posto alla manipolazione fredda dell’incontro che dietro la frenesia dei movimenti irrigidisce gli amanti nella loro posizione di manichini. Quando la femminilità desiderante è morta nella relazione erotica, può apparire ineludibile (non solo per l’assassino) ucciderla fisicamente nella donna che la ospita, per liberarsi per sempre del desiderio di vederla tornare viva nel mondo esterno e di sentirla risorgere internamente come parte di sé. Flaubert disse: «Madame Bovary sono io». Scrittore tragico (isterico) si identifica, lui uomo, con la passione della sua eroina, ne descrive la caduta come proprio fallimento. Il femminicidio è la spia di un fallimento dell’eros che riguarda tutti anche se è doloroso riconoscerlo.

Cristina Mecenero

La pagina La parola alle maestre è stata aperta nel 2008 per raccogliere scritti di maestre che lottavano contro la riforma Gelmini e volevano rilanciare il senso della scuola primaria pubblica. A quattro anni di distanza abbiamo deciso di riattivarla, per testimoniare il percorso di riflessione/azione che una rete di maestre sta facendo. Maestre in ricerca e in movimento invita a leggere e seguire nel tempo narrazioni, riflessioni e iniziative su:

http://www.forumscuole.it/parola-alle-maestre

 

 


Siamo un gruppo di maestre e abbiamo costituito una redazione che ha invitato a scrivere le insegnanti di scuola primaria e dell’infanzia a partire da sé e dalla propria esperienza professionale e umana, costruita negli anni lavorando insieme. Abbiamo ricevuto tanti articoli e lettere da tutta Italia e siamo molto contente, perché tutte abbiamo fatto uno sforzo di parola per dire e testimoniare il nostro impegno civile, umano e culturale per la scuola di tutti e per tutti. […]

http://www.forumscuole.it/parola-alle-maestre

Entrambe le mostre sono dedicate alle opere giovanili della Sherman.

L’opera giovanile di Cindy Sherman
Cindy Sherman inizia a studiare pittura alla State University College di Buffalo nel 1972, all’età di 18 anni. Nel 1975 abbandona la pittura per dedicarsi alla fotografia. Nell’estate del 1976 conclude gli studi e l’anno successivo lascia Buffalo per trasferirsi a New York. Contrariamente a quanto si pensava finora, i suoi primi lavori non sono i famosi Untitled Film Stills (1977-1980); a Buffalo, infatti, tra il 1975 e il 1977 sono nate numerose opere che costituiscono il fondamento della sua produzione artistica successiva.
Sherman si avvicina alle correnti artistiche contemporanee allo Hallwall Contemporary Arts Center, centro espositivo autogestito da artisti, fondato nel novembre 1974 dal suo amico Robert Longo e da Charles Clough. Poiché il centro ospitava molti visiting artists, ella conobbe tra l’altro Vito Acconci, Bruce Nauman e Chris Burden e alcune artiste che per lei furono senza dubbio un esempio. Lynda Benglis, Hannah Wilke, Adrian Piper, Eleanor Antin e Suzy Lake erano – come dice Sherman stessa – „role models“, poichè usavano nell’arte il proprio corpo femminile. I lavori giovanili dell’artista sono stati certamente influenzati dalle forme espressive che stavano emergendo all’inizio degli anni Settanta: il film, il video, la fotografia, l’installazione, la performance, l’arte concettuale e la body art.
L’opera giovanile di Cindy Sherman può essere suddivisa in tre fasi. Nella prima l’artista si dedica al ritratto: ricorrendo al trucco e alla mimica, nel 1975 realizza alcune serie fotografiche che la ritraggono con il volto trasformato. Le foto Untitled (Growing Up)rappresentano i cambiamenti della fisionomia di una bambina che diventa una ragazza e affrontano il tema del processo dell’adolescenza. La seconda fase inizia quando la performance coinvolge tutto il corpo dell’artista. Sherman fotografa se stessa in diversi ruoli e pose, assumendo differenti identità, e poi ritaglia le figure dalle fotografie (cut-out). Nascono così il film Doll Clothes(1975) e vari lavori in cui i cut-out vengono sovrapposti e allineati. Nella terza fase Sherman fa interagire diversi personaggi (caratteri), come nelle serie di cut-out A Play of Selves, Bus Riders e Murder Mystery (tutte del 1976).
A Play of Selves, in cui vi sono 244 personaggi e 72 scene distribuite in quattro atti e un finale, è un’opera teatrale complessa. L’artista mediante caratteri diversi (ad esempio la follia, il desiderio, la vanità, la sofferenza, la donna affranta, l’amante ideale) vi rappresenta il variegato e ambivalente mondo interiore femminile. Nella serie Murder Mystery, con circa 211 cut-out e 80 scene, Sherman costruisce un racconto giallo dal finale incerto, in cui ella interpreta vari ruoli, tra l’altro quello dell’amante geloso, del maggiordomo, della madre e del detective. Entrambe le serie hanno una struttura complessa e seguono uno storyboard raffinato: le singole figure assumono dimensioni diverse a seconda della scena. Il numero delle scene è determinato dallo spazio espositivo disponibile; Sherman le applica direttamente sulle pareti ad altezza d’occhio, creando in tal modo una grande installazione.
La complessa opera giovanile di Cindy Sherman è frutto di un processo creativo concettuale e performativo. A causa del carattere effimero dell’esposizione, molti cut-out, come per esempio i Bus Riders, sono andati persi. Negli anni trascorsi a Buffalo, Sherman per la prima volta eleva il gioco della metamorfosi a progetto artistico e realizza numerose fotografie, fino ad oggi inedite, che riuniscono in sé molti elementi del teatro e del cinema. Da più di 35 anni l’artista interpreta e reinterpreta una tutta l’ampia varietà di ruoli e di identità femminili.

Si fa riferimento al testo prodotto per il gruppo della libreria delle donne su Facebook

Morale della favola: la grande scommessa di una volta non c’è più, ci resta l’amica che sono certa farà qualcosa di buono per sé, per la sua regione e per la politica delle donne.
Luisa Muraro, 10 gennaio 2013

Domanda: un desiderio c’è o non c’è? E in che cosa consiste? Perché se non c’è desiderio come si può pensare di riuscire a “portare un po’ di aria nel discorso pubblico”?
Clara Jourdan, 10 gennaio 2013


Ida scrive che una delle ragioni che l’ha spinta ad accettare la candidatura sta nel voler portare “un po’ di aria nel discorso pubblico” e voler mettere in circolo il proprio sapere. Afferma questo sottolineando che dobbiamo fare qualcosa rispetto ad un passaggio, che riguarda questo momento storico: “quello determinato contemporaneamente dal regime del godimento berlusconiano e dal regime della penitenza montiano”.
A me piacciono le donne ambiziose e questa mi sembra una bella ambizione. Vorrei che Ida ci dicesse qualcosa di più su questo punto: in che modo questa necessità si interseca con la sua scelta? Come si lega il desiderio di mettere in circolo il proprio sapere con l’accettazione della candidatura? Al di là del discorso della rappresentanza, pensa che il suo ruolo in parlamento possa in qualche modo darle forza per lavorare per uscire da questo “passaggio“?
I regimi del godimento e di penitenza, a cui accenna Ida, rientrano a pieno titolo in politiche maschili in cui il padre si muove malamente, alla ricerca di un’autorità che ha perso: sarebbe interessante capire come una donna autorevole come Ida, che non si lascia strumentalizzare e non accetta posizioni ornamentali, indipendente dai giochi del potere e del consenso, intende muoversi in Parlamento e in SEL, a quali strategie punta per affrontare questo passaggio.
Sara Gandini, 10 gennaio 2013

Testo prodotto per il gruppo della libreria delle donne su Facebook in risposta a Marina Terragni

Cara Marina, care tutte,
scusatemi, ma sono insieme grata e stupita di tanto interesse per la mia candidatura, un interesse, per così dire, ‘in contumacia’. Chissà che ne pensa Ida? Provo a dire qualcosa, premettendo il mio dispiacere sincero per non avervi potuto parlare prima che la proposta di Sel diventasse pubblica: sono la prima a essere stata presa in contropiede da una accelerazione prenatalizia che non mi aspettavo, mentre avevo ancora la testa su tutt’altro e meditavo di discuterne almeno con qualcuna di voi fra Natale e Capodanno.
Mi rivolgo per prima a Marina, per dirle che non c’è, da parte mia, proprio nessun cambio di rotta. Tanto per citare un incontro in cui c’eravamo tutt’e due, al convegno di Paestum, nel mio breve intervento in plenaria (grazie, Sara Gandini, per aver postato quello nel gruppo di Facebook), io sostenni tre cose: 1. che sulla rappresentanza non possiamo essere naive, dopo trent’anni che ne parliamo, per naiveté intendendo eccessive aspettative o eccessivi investimenti o anche eccessivi scongiuri e collane d’aglio; 2. che la rappresentanza neutralizza; 3. che sono contraria a qualunque formula numerico-paritaria di cooptazione femminile, tipo le quote e il 50 e 50. Aggiunsi e sottolineai l’inciso ”fatto salvo il desiderio di e il sostegno a quelle che nelle sedi della rappresentanza ci vogliono andare”. Riconfermo quelle tre cose una per una (del desiderio e sostegno dirò dopo).
1.Continuo a vedere troppe aspettative naive anche nei vostri interventi qua sopra: aspettative che una vada in parlamento a fare chissà che, che ci porti chissà quale segno, etc. etc. Forse perché il parlamento l’ho frequentato da cronista per molti anni, ho uno sguardo più disincantato: si riesce a farci molto poco. Forse perché della crisi della rappresentanza mi occupo da anni, da giornalista e si parva licet anche da filosofa, ho un pensiero più cauto: la rappresentanza è un dispositivo cruciale della politica moderna, che sia in crisi è evidente, che sia finita non è vero, magari! (e sostituita da che? Il casino generalizzato che si è aperto nei cd territori sul contrasto fra candidature ‘di listino’ e candidature ‘da primarie’ segnala un forte rischio che si esca dalla crisi della rappresentanza nazionale regredendo alla rappresentanza di condominio). Che sia in contraddizione con la pratica della relazione invece è verissimo, ma lo è in parlamento come in altre istituzioni, dalle università ai giornali, perché la logica della rappresentanza le permea tutte e ineluttabilmente.
Ho l’impressione che la differenza fra noi non sia fra chi in parlamento e in altre assemblee elettive ‘ci vuole andare’ e chi ‘non ci vuole andare’, ma fra chi è portata ad attraversare questa contraddizione fra logica della rappresentanza e logica della relazione e chi se ne sente esentata, o preferisce, con ottime ragioni, tenersene alla larga o non affrontarla direttamente o combatterla frontalmente. Personalmente l’attraverso da sempre, come dimostra il mio lavoro giornalistico e anche tutto quello che sulla rappresentanza ho scritto nei nostri libri e sulle nostre riviste. Ho anche l’impressione che a dividerci sia, più che la rappresentanza, la distinzione fra politica prima e seconda, distinzione che come molte sanno non mi ha mai convinta del tutto: per me la politica è una, perché una è la sfera pubblica; diverse sono le pratiche e le modalità per abitarla. Questo tanto per dire a Marina che io proprio no, non ho mai invitato nessuna all’estraneità, come ti viene in mente?, tutta la mia vita testimonia in senso contrario, e casomai del rischio-estraneità ho sempre fatto motivo di polemica nel femminismo. Del mio sostegno, da giornalista e da militante, alle altre che si sono trovate in parlamento o nella politica istituzionale, invece, dovrebbe testimoniare Laura Cima, che se ne avvalse a suo tempo: mi spiace se ne sia scordata.
2.La rappresentanza neutralizza: lo penso tutt’ora e credo che sia un rischio a cui mi espongo, assieme
3.al rischio di trovarmi invischiata in proposte di legge di rappresentanza ‘di genere’?
Perché allora la mia candidatura e i rischi connessi? Non mi sentirei, nel mio caso, di scomodare il desiderio. Non l’ho chiesta, cercata, voluta, progettata come una cosa che si desidera o si vuole fortemente. L’ho accettata, d’istinto, o per essere più precisa, non ho trovato stavolta dentro di me i motivi per dire di no come altre (quattro) volte. Per due ragioni. La prima: c’è un passaggio politico arduo ma non chiuso, bisogna cercare di uscire contemporaneamente dal regime del godimento berlusconiano e dal regime della penitenza montiano, e di portare un po’ di aria nel discorso pubblico: dire no mi pareva avaro e ingeneroso, come un volermi tenere per me le cose che mi si chiedeva, peraltro con garbo e rispetto per il mio profilo indipendente, di mettere in circolo. La seconda: non c’è più il manifesto, almeno il ‘mio’ manifesto, cioè il campo da gioco principale della mia scommessa culturale e politica e il luogo principale di esercizio della mia parola pubblica. E c’è un grande vuoto e un brutto dolore per la sua fine e per il modo della sua fine, compresa la solitudine politica e la labilità delle relazioni femminili e maschili in cui ho sentito, per molti mesi, che questa fine si consumava. Un cambiamento, o un détour, credo che mi faccia bene. Credo che non sia il peggiore dei cambiamenti possibili, né il più straniante rispetto a quello che ho fatto finora e che continuerò a fare. Credo che mi aiuti a tirare le fila di tante cose che sono stata, a cominciare dal rapporto con la mia regione d’origine. E credo che non farà di me un’altra persona rispetto a quella che sono. Voi credete di sì? Mi dispiacerebbe assai. Un abbraccio,
Ida

Sohaila Abdulali (per The New York Times, 7.1.2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Trentadue anni fa, quando avevo 17 anni e vivevo a Bombay, ho subito uno stupro di gruppo e sono stata quasi uccisa. Tre anni più tardi, oltraggiata dal silenzio e dalle false credenze sullo stupro, scrissi un veemente saggio, firmandolo con il mio nome, in cui descrivevo la mia esperienza, per una rivista indiana delle donne. Creò dibattito nel movimento delle donne (e nella mia famiglia) e poi scomparve quietamente. La scorsa settimana ho dato un’occhiata alla mia posta elettronica ed era là. Come parte delle manifestazioni dell’oltraggio pubblico, dopo lo stupro e la morte di una giovane donna a Delhi, qualcuno aveva postato l’articolo online ed esso era diventato “virale”. Da allora, ho ricevuto un diluvio di messaggi che mi esprimono sostegno.
Non è esattamente piacevole essere un simbolo di stupro. Non sono un’esperta, né rappresento tutte le vittime di violenza sessuale. Tutto ciò che posso offrire, a differenza della giovane che è morta in dicembre dopo aver subito un brutale stupro di gruppo e di molte altre, è che la mia storia non è finita, e che io posso continuare a raccontarla. Quando ho lottato per sopravvivere, quella notte, a stento sapevo per cosa stavo lottando. Un amico e io eravamo andati a passeggiare sulla montagna, accanto a casa mia. Quattro uomini armati ci catturarono, ci costrinsero a scalare sino a raggiungere un punto appartato, dove mi stuprarono per ore ed ore e picchiarono entrambi. Discussero fra loro se ucciderci o no, e infine ci lasciarono andare.
A 17 anni, ero solo una ragazzina. La vita mi ha ricompensato riccamente per essere sopravvissuta. Ho zoppicato sino a casa, ferita e traumatizzata, dove mi aspettava una famiglia favolosa. Avendola al mio fianco, molto altro è arrivato a me. Ho trovato un amore vero. Ho scritto libri. Ho visto un canguro nel suo ambiente naturale. Ho preso autobus e ho perso treni. Ho avuto una splendida bambina. Il secolo è cambiato. Il mio primo capello grigio è apparso. Troppe altre non faranno mai queste esperienze. Non vedranno mai miglioramenti, non vedranno il giorno in cui quell’episodio non è più il punto centrale della tua esistenza. Un giorno scopri che non ti guardi più alle spalle, temendo che ogni gruppo di uomini ti aggredisca. Un giorno ti metti una sciarpa attorno al collo senza che spunti il ricordo di essere stata stretta alla gola. Un giorno non hai più paura.
Lo stupro è orribile. Ma non è orribile per tutte le ragioni che sono state conficcate nelle teste delle donne indiane. È orribile perché sei violata, sei terrorizzata, perché qualcun altro prende il controllo del tuo corpo e ti ferisce nel più profondo dei modi. Non è orribile perché hai perduto la tua “virtù”. Non è orribile perché tuo padre e tuo fratello sono disonorati. Io rigetto la nozione che la mia virtù risieda nella mia vagina, così come rigetto la nozione che il cervello di un uomo stia nei suoi genitali. Se togliessimo l’onore dall’equazione, lo stupro resterebbe certo orribile, ma sarebbe un orrore personale, non di gruppo, e noi saremmo in grado di dare alle donne che sono state assalite ciò di cui hanno davvero bisogno: l’empatia necessaria ad andare oltre un tremendo trauma, non il mucchio di stupidaggini sul provare colpa e vergogna. La settimana dopo che ero stata aggredita, udii la storia di una donna che era stata violentata in un sobborgo vicino. Andò a casa, entrò in cucina, si diede fuoco e morì. La persona che mi raccontò la storia era piena di ammirazione per questa donna, perché non era stata “egoista” e aveva preservato l’onore di suo marito. Grazie ai miei genitori, io questo non l’ho mai capito.
La legge deve fornire pene reali per gli stupratori e protezione per le vittime, ma solo le famiglie e le comunità possono dare empatia e sostegno. Come può un’adolescente perseguire legalmente il suo stupratore se la sua famiglia non è dietro di lei? Come può una moglie denunciare il suo assalitore, se suo marito pensa che l’aggressione sia più un affronto per lui, che una violazione per lei? Quando avevo 17 anni, pensavo che essere ferita ed umiliata in modo così doloroso fosse la cosa più spaventosa che poteva accadermi. Adesso che ne ho 49, so che mi sbagliavo: la cosa più spaventosa è immaginare sia ferita ed umiliata la mia bambina di 11 anni. Non per l’onore della famiglia, ma perché lei ha fiducia nel mondo e mi fa infinitamente male pensare che possa perdere questa fiducia. Se guardo indietro, non è la me stessa diciassettenne che voglio confortare, ma i miei genitori: quelli che hanno fatto il duro lavoro di raccogliere i pezzi.
Ecco dove sta il lavoro che dobbiamo fare, noi che stiamo crescendo la prossima generazione. Dobbiamo insegnare ai nostri figli e alle nostre figlie a diventare persone adulte libere e rispettose, consapevoli che gli uomini che feriscono le donne stanno facendo una scelta, e devono essere puniti. Quando avevo 17 anni non potevo neppure immaginare che migliaia di persone manifestassero contro lo stupro in India, ma questo abbiamo visto nelle settimane passate. Pure, c’è ancora molto da fare. Abbiamo speso generazioni a costruire elaborati sistemi patriarcali, diseguaglianze di casta, sociali, e di genere, che permettono all’abuso di fiorire. Lo stupro non è inevitabile come il tempo atmosferico. Dobbiamo buttar via tutto il chiacchierio sull’onore, la virtù, e “lei lo ha provocato” e “lui non ha potuto trattenersi”. Dobbiamo dare la responsabilità a chi ce l’ha: gli uomini che violano le donne e tutti quelli di noi che li scusano puntando i loro indici accusatori sulle vittime.

Elena Stancanelli

“My own darling Child”, lo chiama Jane Austen in una lettera alla sorella Cassandra. Sono passati duecento anni da quando, il 29 gennaio 1813, Thomas Egerton pubblica Orgoglio e pregiudizio. Andrà bene, esaurirà la tiratura, verrà tradotto in francese. Il più prestigioso editore londinese, Thomas Cadell, al quale la scrittrice si era rivolta per primo, lo aveva rifiutato. Ma è l’unico insuccesso con cui la scrittrice dovrà fare i conti. Morirà nel 1817 amata dai lettori e dalla critica. I suoi sei romanzi verranno accolti tutti con entusiasmo, Walter Scott ne riconoscerà l’immenso talento, e dopo di lui molti altri scrittori guarderanno al suo lavoro con rispetto e devozione. Farà in tempo a godersi la soddisfazione di essere stimata dai colleghi, privilegio che in pochi possono vantare, ma non potrà immaginare che anno dopo anno, secolo dopo secolo, i suoi libri diventeranno un punto di riferimento imprescindibile. Quanto saranno considerati un miracolo di esattezza, per stile e contenuti, quanto saccheggiati, copiati, idolatrati.

Non potrà immaginare, perché inimmaginabile, il fanatismo, che in questi giorni prende la forma delle celebrazioni che in tutto il mondo impazzano per il bicentenario. Quale artista che dal silenzio della sua stanza mette al mondo creaturine arbitrarie e parziali può prevedere che il suo lavoro saprà parlare a persone tanto diverse, in tempi che non si somigliano, dentro culture con riferimenti incomparabili? Da duecento anni Austen è padrona dei nostri cuori, maestra di seduzione, imbattibile palleggiatrice di parole e sentimenti.

Feroce e affilata, ha inventato donne la cui intelligenza ci sembra di non riuscire a doppiare, la cui coscienza è ben al di là da essere raggiunta. Le nostre storie d’amore sono quasi sempre lagne di ragazzine, esperimenti di pornografia emotiva se confrontate a quel laboratorio di antropologia sociale che Austen elabora romanzo dopo romanzo.

Io lavoro «con un pennello sottilissimo su un pezzettino d’avorio, producendo poco effetto dopo molta fatica», scrive al nipote Edward. Questa sua abilità di decifrare il mondo a partire dal minuscolo frammento di un io qualsiasi, da un pezzettino d’avorio, è il suo segreto. Uno dei tanti, che fanno di lei uno degli scrittori più letti, e riletti. Quasi un oggetto di culto, più che un classico. Nei nostri zoppicanti programmi scolastici non è prevista, né i suoi romanzi scalano facilmente le classifiche degli imprescindibili. Se ne può fare una questione di genere – gli uomini non la leggerebbero con lo stesso nostro entusiasmo – provare a immaginare che quello che le manca per entrare nell’empireo sono gli sfondi, la grande Storia che preme alle spalle dei personaggi, l’epica. Poco male, Austen se ne può fregare e cedere il podio, dal momento che può vantare un credito inestimabile: i suoi libri fanno bene. Intendo che, dati per inoppugnabili stile brillantezza trame scintillio dei dialoghi…, se continuiamo a tornare alle sue pagine è perché li consideriamo, anche, dei libri di selfhelp ante-litteram. Luoghi dove razzolare alla ricerca di sentenze definitive sul senso e il dissenso, l’amore e il disamore.

Tra quei due sostantivi perfettissimi, falsi ossimori che titolano i suoi capolavori, Austen infila tutto ciò che servea un’esistenza sana e vigorosa. Impariamo da lei il gusto dell’intelligenza, la capacità di non arretrare, il divertimento di costruire un’identità, il piacere dell’amicizia. Persino a considerare il denaro non solo come parte integrante e non volgare della vita, ma come uno degli elementi del discorso amoroso. «Le donne sole», scrive Austen alla nipote Fanny, «hanno una spaventosa tendenza a essere povere – fortissimo argomento in favore del matrimonio».

Una visione economica dell’esistenza, l’abilità di svelare il doppio movimento dell’ascesa/discesa sociale, è un dono di pochi scrittori: Dickens, Balzac, Austen.

Anche questo li rende eterni. È uscito da poco un saggio di un economista, Branko Milanovic, che analizza Orgoglio e pregiudizio come fosse un trattato sulla ricchezza. In Chi ha e chi non ha, storie di diseguaglianze (il Mulino), spiega che il reddito della famiglia di Elizabeth Bennet, protagonista del romanzo, è di circa tremila sterline l’anno, quello di Darcy di diecimila. Inoltre, se il padre di Elizabeth fosse morto senza un erede maschio, i suoi beni sarebbero finiti nelle mani del viscido cugino, il reverendo William Collins. Ora, cosa fa Elizabeth? Primo rifiuta, abbastanza ragionevolmente, l’orrendo cugino. Ma subito dopo rifiuta anche il fighissimo Darcy, solo perché la sua prima impressione su di lui era stata pessima ( First Impression era il titolo della prima versione di Orgoglio e pregiudizio ). Sempre secondo l’economista Milanovic, il rapporto tra i due scenari, Elizabeth nubile o sposa di Darcy, è di cento a uno. Il romanzo, quindi, potrebbe essere letto come la storia di una donna che impiega tutta la sua intelligenza a far rientrare l’uomo che, per motivi economici deve proprio sposare, dentro i parametri complicatissimi ma ineludibili delle sue convinzioni.

Ma, e lo dico con tutto il laicismo necessario, non è forse questo un insegnamento fondamentale? Che lo sforzo per ridurre alla perfezione un uomo dovrebbe essere commisurato alla sua possibilità di far passare la nostra vita da uno a cento, di qualunque valore questa misura sia indice? I libri di Austen sono stati tradotti, manipolati, trasformati.

Soltanto di Orgoglioe pregiudizio sono state fatte decine di riduzioni televisive e cinematografiche, oltre a quella della Bbc con Colin Firth divenuta oggetto di culto.

La scena nella quale Colin Firth/Darcy usciva dal lago con la camicia bianca bagnata i capelli spettinati, pantaloni e stivali e l’andatura decisa portata deliziosamente sul sorriso timidoe lo sguardo assassino, fu un caso nazionale. Tutte le donne inglesi davanti al televisore persero completamente la testa. Compresa Helen Fielding, l’autrice de Il diario di Bridget Jones, che dopo aver battezzato Darcy il suo protagonista, un avvocato serio e scontroso, impacciato ma bellissimo, volle a tutti i costi che nella versione cinematografica fosse interpretato da Colin Firth. Greer Garson Keira Knightley, persino Virna Lisi in uno sceneggiato italiano degli anni cinquanta sono state Elizabeth Bennet. E poi ci sono i fumetti, i sequel e i prequel letterari di ogni tipo. Orgoglio e pregiudizio e zombie, di Seth Grahame-Smith, Death Comes to Pemberley di P. D. James, la giallista inglese, Jane Austen Book C lub di Karen Joy Fowler… e vai e vai. Eppure nei romanzi di Austen non c’è niente di apparentemente archetipico, niente che possa essere declinato verticalmente. I suoi personaggi, le sue storie non hanno la potenza mitopoietica di tanta letteratura. Non si stagliano, non giganteggiano, non sono eroi. Sono geroglifici, minuziose calligrafie. Ancora più di Shakespeare, suo evidentissimo maestro, Austen elude lo strepito e il furore. Ma forse è proprio per questo che la amiamo, e che le sue parole sono così feconde.

Forse, se da duecento anni leggiamo e rileggiamo i suoi libri, è anche perché in quel presepe sgangherato e affettuoso, sembra esserci sempre un posto per noi. Quei salotti, quelle feste, quelle campagne ci accolgono come ospiti.E nel dialogo con loro ci acquietiamo perché, specie nei momenti di crisi, è molto piacevole condividere l’illusione che un comportamento ragionevole, se sufficientemente ostinato, conduce al riparo dal disastro.

Silvio Messinetti

La composizione delle liste in Calabria (ma anche in Toscana e Piemonte) sta diventando una vera via crucis per Sinistra ecologia e libertà.
Due anni fa Nichi Vendola si recò a Cosenza per un comizio elettorale. Era piuttosto irato quel giorno di primavera, reduce dalla tappa di Crotone dove si sarebbe rifiutato persino di tenere il comizio, poi svoltosi regolarmente (dinanzi ad una piazza semivuota) solo grazie alle pressioni del suo braccio destro, Ciccio Ferrara. L’accoglienza nel capoluogo bruzio, invece, allora fu diversa: piazza Kennedy gremita, applausi scroscianti e ovazioni festanti. A far gli onori di casa, Enzo Paolini, il re delle cliniche private e presidente dell’Aiop, già avvocato di Giacomo Mancini e candidato sindaco per Sel alle comunali di Cosenza. Accanto a lui Evelina Catizone detta Eva, un tempo assessore nella giunta Mancini e già sindaco di Cosenza un decennio fa.
Due anni dopo invece in città si sente tutt’altra musica: i cerimonieri di allora cambiano maschera, e si trasformano in grandi accusatori.
Enzo Paolini, che sperava in una candidatura malgrado non abbia partecipato alle primarie, ha avviato una raccolta di firme da consegnare ai dirigenti nazionali, mentre Eva Catizone (arrivata seconda alle primarie), infuriata, ha preso carta e penna e si è dimessa dalla presidenza nazionale del partito. Uno strappo in piena regola, in quanto «stanca per il perpetrarsi di certi riti, per la deriva che sta assumendo Sel».
Quella di Catizone non è una rinuncia al posto in lista al senato (seconda dietro la candidatura di prestigio di Ida Dominijanni) ma una decisione plateale «perché in politica la forma è anche sostanza». Ma la questione è anche e soprattutto di «ciccia». Perché Catizone sembrerebbe ormai fuori dai giochi, estromessa dalle papabili dopo il rimescolamento in Toscana dove la rivolta degli iscritti ha riportato tra i capilista i vincitori delle consultazioni interne al partito.
In terra toscana, infatti, almeno inizialmente, era stata inserita la stessa Dominijanni, che in caso di elezione avrebbe potuto optare per il seggio toscano lasciando libero quello calabrese. Ora invece Catizone è praticamente fuori dai giochi e, non potendo far altro, si è sfogata prima sui social network («un femminicidio» lo ha definito), e poi con la lunga missiva inviata a Vendola in cui ha comunicato la sua autosospensione «perché le istituzioni politiche che sono stata chiamata a rappresentare oggi mi appaiono farlocche, del tutto finte, perché svuotate di contenuto e poiché non condivido la piega verticista che stiamo assumendo».
Una bagarre, dunque, tra notabilato locale e direzione nazionale. L’uomo forte dei vendoliani cosentini è Ferdinando Aiello, reduce da un bagno di voti (quasi 8mila) alle primarie del 29 dicembre. Consigliere regionale eletto nelle liste di Rifondazione, dopo un mese dalla proclamazione abbandonò il partito di Ferrero per passare armi e bagagli a Sel, e costituire un gruppo in Regione (con lui unico membro) ma non sotto le insegne vendoliane bensì in quelle nuove di «Progetto Democratico», forse per avere accesso ai fondi. Ora è capolista alla camera, dietro Vendola, e con un piede già dentro Montecitorio. Ma, non pago, vuol piazzare anche i suoi compagni, Paolini e Catizone. Il rischio è che a rimetterci in questa disfida tra centro e periferia sia il partito intero. In discesa nei sondaggi
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Angela Marchionni

Greve il carro. (Canada 8 aprile ore)

Una televisione, un generale che parla. Impettito dietro il podio snocciola la sua litania: 18.000 missili Tomahawk, 10.000 bombe di precisione, 5000 pacchi di aiuti umanitari sganciati su Bagdad dall¹inizio della guerra. Con competenza professionale mostra il video di due bombardamenti “chirurgici”: uno sulla casa di Chemical Alì, ben riuscito, e uno nel fiume Sun: errore del pilota che all’ultimo momento soltanto si accorge dei civili nella zona. Un riquadro ne ritaglia l’immagine nell’angolo in alto dello schermo. A sinistra in basso la riva sabbiosa di un fiume e, dietro, una strada piena di palme, dietro ancora le case. Non c’è audio ma ogni tanto rotolano e corrono dei corpi. Scoppi improvvisi di fuoco e fumo si alternano a pochi momenti di calma mentre le palme svettano fra tanto fumo nero. Un uccello solitario passa.

 

Lo scenario cambia e la caption sul lato basso dello schermo ci dice che sono immagini di questa mattina e dunque non in diretta: un gruppo di uomini in divise sporche esulta con i fucili alzati per la strada. Consapevoli delle telecamere, si affollano apposta attorno ad esse. Una macchina esce dal corteo, c’è un ragazzo al finestrino con la bandiera irachena in mano. Se non fosse per i fucili in mano potresti confondere questi uomini per dei tifosi di calcio. Nel riquadro alto l’ufficiale ha smesso di parlare. Guadagnato il tempo per un break pubblicitario.

 

Questa la cronaca oggi. Misura di un atroce istupidimento del reale proiettato in sala da pranzo a intervalli regolari in poche riconoscibili e terribili salse. Rassicuranti. Così il telegiornale irrompe nella pubblicità e la rafforza. Così un potere assolve irresponsabili massacri mentre di fatto vende la bontà dell’(ab)uso delle armi in nome di un ”dopo Saddam” e della democrazia universali… Proprio allo stesso modo in cui vende la bontà dell’(ab)uso del detersivo in nome di un’igiene universale che avvelena le acque. Lo spettatore/consumatore può decidere di non comprare e ritenersi sufficientemente politico in questa posizione, ma resiste alla seduzione di una comunicazione venduta come assoluta libertà di scelta? Questa sì che è un¹altra storia.

 

 

“E non si diventa padroni ridisegnando percorsi che alterata la naturalità la fissano e la rischiano? E gli spettatori, quelli che non perdono nulla, non perdono la vita viva per sempre?” ( Julia Postuma A. Marchionni Filema Ed. 1999, Napoli).

 

 

Facile oggi spegnere la tivvù, ma non l’assuefazione al sogno del “potere d’acquisto” garantito dalla “protezione” delle armi e con denaro alienato ai tanti che mai hanno guadagnato qualcosa dalla guerra. Con stage di buone domeniche, reality show, nonché numerose manifestazioni contro la guerra doverosamente riportate sui telegiornali di turno. A rischio ancora più alto d’inflazione delle banconote vere proprie, le parole e le immagini si sprecano, si ripetono. Non costando nulla, servono solo a farci sentire meglio, perciò vengono usate.

 

 

Foemina Vox – e della morte e dell’onda

 

 

Non c’è bisogno di essere eclatanti, visibili, soddisfatti “d’essere presenti”e di fatto rimandare tutto al prossimo convegno, alla prossimo sciopero, alle prossime elezioni. Perché l’etica di una comunicazione capace di restituire agli umani integrità e singolarità in accordo all’urgenza del reale e del bisogno, si rende necessaria per non imbarbarirsi. È sempre necessario agire. E basta la sottrazione. Misura di parola e d’immagine che solo testimonia, di ciò che esiste, quello che non si addormenta comodo nella beata speranza di un domani migliore. Una cavalla dallo zoccolo alzato sovrasta immobile la foto aerea di un villaggio arabo. Le palme sono intatte, le case sono intatte. Silenziose reggono il tondo di una cavalla che si esprime e solo esibisce il suo rilievo in uncinetto e cemento, testimonianza di un lavoro di intreccio di materie ( e relazioni)di sessuata tradizione. Nell’angolo, in basso, una macchia rossa in espansione. Sangue. Unica traccia di un tempo che scorre ancora uguale a sé nella sofferenza. E, tra cavalla e villaggio, la voce che da sempre, a rovescio, ha segnato il tempo, il progresso, la storia. Una impagabile moneta che mai si è arresa e annullata in nessuna equivalenza, e non è merce, e non compra e non vende. Testimone suo malgrado di una vittoria dell’ipocrisia fatta di non attenzione al diverso, al reciproco, che distrugge la società perché rende equivalente l’incommensurabile e ne fa merce di scambio e di profitto.

 

 

Beatrix vt Bologna

 


Tiziana Plebani
Care amiche,
sono profondamente disgustata dalle realtà emerse dalle carceri irakene, compreso il ruolo di giovani donne coinvolte in queste atrocità (molto belli i due articoli di Dominijanni sul manifesto degli ultimi giorni) e mi chiedevo se era possibile organizzare un atto simbolico di riparazione, di pace e di dialogo con le comunità islamiche, prima di tutto locali. Certo le atrocità non sono fatte da noi, contrari alle guerre e a questa invasione, ma non riesco ad allontanare tutto questo orrore senza assumere una parte di responsabilità da occidentale, oltre che purtroppo, anche se “non in mio nome”, da paese a fianco degli USA.
E’ possibile pensare a un gesto più forte nel senso dell’amore? Chiedere scusa cercando di “disinnescare” la catena di violenza che questi gesti orrendi provocheranno?
Possiamo pensarci insieme?

Mariella Germanotta – Venezia

L’orrore della disumanizzazione nell’inferno di Abu Ghraib è il disprezzo come supremo gesto simbolico dell’annientamento di tutto ciò che fa il senso, il valore, la dignità dell’esistenza. Non è diverso dall’atto terroristico. Primo Levi nella “Tregua” ha coniato un nome efficace per questi fenomeni: “controcreazione”. E’ più che uccidere, ammesso che la nostra mente possa concepire qualcosa oltre l’assassinio. Eppure sì, lo concepisce. Lo concepisce intanto nelle parole che il disprezzo pronuncia prima della violenza fisica, e che la preparano: fin da subito, in parole di sangue, la controcreazione inizia ad agire. Anche questa, si sa, è azione simbolica che produce effetti materiali. Io provo orrore anche ad ascoltare parole, qui da noi, che grondano disprezzo verso gli immigrati, specialmente arabi. E’ alle parole di sangue che dobbiamo prima di tutto saper reagire, e che dobbiamo saper riconoscere con orecchio sicuro, con sensibilità pronta, senza minimizzare. Questo è il primo gesto: non tollerare i pronunciamenti del disprezzo.

Quanto a certe donne che fanno controcreazione, personalmente non vedo di che stupirsi, a meno che non si idealizzi “la donna” (astratta), idealizzazione che non mi offende meno dello svilimento del mio sesso, perché spesso nasconde un alibi o maschera una impotenza inconfessata. No, non mi stupisco che alcune donne siano capaci di controcreazione. Scelgono, e se ne devono assumere la piena responsabilità.

Penso che quanto è accaduto e continua ad accadere in Iraq e altrove sia troppo grave perché delle scuse o un risarcimento come atto riparatore possa bastare, benché necessario come minimo. Qualsiasi grandezza di un gesto “d’amore” sembra essere stata ingoiata essa stessa nel gorgo possente della controcreazione. Sono queste guerre, il terrorismo e i genocidi, le oscenità del nostro tempo che ci svergognano. Ci vorrebbe un gesto di forza pari all’enormità di quelli. “Amore” è parola troppo bella, ma anche troppo vaga e troppo usata. Ci vorrebbe un gesto di creazione, o rigenerazione, da opporre alla controcreazione. Penso che un gesto che vuole avere questa efficacia deve intanto affilare le parole, osservare bene, guardare anche dentro di sé, consapevole delle proprie tentazioni.

Di gesti simili ne vedo molti, granelli di senape ancora, ma concreti, da alimentare e valorizzare. Ciò che manca a questi granelli di senape, nella loro umiltà e piccolezza, è la stessa forza di “scandalo” che possa opporsi subito allo scandalo dell’orrore. Forse è questa la forza che si chiede perché si sente mancante? Il gesto di ri-creazione non fa scandalo, perciò i mass-media non se ne occupano, e quando se ne occupano lo depotenziano. Ci vuole un gesto sufficientemente radicale e scandaloso da essere capace di sottrarsi, in sé, al consumo della commozione consolatoria. Uno scandalo intrinseco, senza clamore. In caso contrario, meglio continuare a coltivare – al riparo dalla visibilità mediatica, dalle versioni “ufficiali” della realtà – i granelli di senape, che un giorno diventeranno alberi.

Su questo mi piacerebbe riflettere: sulla forza possibile.

Il 7 maggio un gruppo di donne palermitane si è recato alla moschea ed ha parlato con l’Imam e con alcuni “fedeli” islamici presenti per la preghiera.
Hanno portato le loro condoglianze per gli uomini uccisi e la loro solidarietà per i prigionieri torturati nelle prigioni militari a Baghdad, hanno espresso vergogna per il comportamento dei soldati e delle donne soldato degli Stati Uniti, hanno espresso la loro volontà di pace e di rispetto di tutte le culture. Hanno portato molti fiori. Si tratta di una iniziativa che potrebbe essere seguita dalle donne di tutta Italia. UN FIORE DELLE DONNE ITALIANE IN TUTTE LE MOSCHEE. Riproduciamo il testo del cartellone lasciato davanti alla Moschea, e del volantino distribuito ai musulmani ed ai cittadini palermitani presenti.

Testo del nostro cartellone e volantino:

LE DONNE DI PALERMO CONTRO LA GUERRA
NOI CHE SIAMO E SAREMO SEMPRE CONTRO LA GUERRA CI VERGOGNAMO DI CIO’ CHE HANNO FATTO IN IRAQ UOMINI E DONNE DELL’ESERCITO DEGLI STATI UNITI PIANGIAMO LE VITTIME DI COSI’ ATROCI TORTURE VOGLIAMO UNA FUTURA ARMONIA TRA TUTTI I POPOLI DEL MONDO.
NO ALLA GUERRA, NO AL TERRORISMO!

Francesca Izzo e Cristina Comencini

Caro direttore, alcuni commenti alla nostra decisione di non candidarci alle prossime elezioni politiche ci hanno fatto riflettere. Al di là di questioni private riguardanti le nostre attività professionali, innanzitutto a noi sta a cuore salvaguardare uno dei caratteri distintivi di Se Non Ora Quando?, il suo essere composto da donne di diversi orientamenti politici, culturali, religiosi e di rivolgersi a tutti, donne e uomini, di ogni schieramento politico e di ogni credo. Ora per noi scegliere di candidarsi in un partito o in una coalizione necessariamente contrapposti ad altri comporta di fatto associare il movimento a quel partito o a quella coalizione, compromettendone l’autonomia. Questo però non significa che appartenenti al movimento non possano e non debbano partecipare alla competizione, anzi noi auspichiamo che siano in tante in tutti i partiti e che siano elette, per rendere il prossimo Parlamento più sensibile e aperto alle ragioni e ai bisogni delle donne.
Ma nella nostra decisione entra anche un altro motivo non meno rilevante: la politica opera dentro e fuori le istituzioni. Perché le istituzioni funzionino, anzi, occorre che la “politica” non venga identificata solo con esse. La crisi drammatica della rappresentanza nel nostro paese è anche dovuta, a nostro avviso, alla frattura che isola la rete dell’associazionismo dalle istanze rappresentative. Con la nostra scelta vorremmo dar valore all’ambizione di Se Non Ora Quando? di rendere sempre più influente il movimento delle donne in uno scambio fecondo con tutte le istanze rappresentative e di governo.

Monica Macchi

Il segno del femminile è la chiusura (persino nella grammatica araba ciò che contraddistingue il genere femminile è la ة  “ta marbuta” cioè la “ta chiusa” ) ed è significativo che le due principali scene di ribellione del film avvengano sulla terrazza, l’unico spazio aperto della casa. Nell’universo culturale arabo/musulmano la terrazza è un luogo simbolo di libertà a partire dal paradigma di Fatima Mernissi che nel suo testo “La terrazza proibita” identifica il controllo maschile sulla società  attraverso il controllo sul corpo della donna: l’Oriente manipola lo spazio e l’Occidente manipola il tempo (con la provocatoria tesi della “taglia 42” secondo cui la donna occidentale per essere ammessa nello spazio pubblico è costretta a sembrare sempre adolescente attraverso diete e chirurgia estetica) per non perdere il potere della forza che è destinato a soccombere di fronte al potere tutto femminile di creare ed educare.  Ed è proprio sulla terrazza che Wadjda prova per la prima volta la bici e quando sente arrivare la madre, ancora incerta per aver appena tolto le rotelle, incespica, cade e dice “mi esce il sangue” e subito la madre “Oddìo la tua verginità” ma Wadjda ribatte pronta “mi esce dal ginocchio, mamma!”. Ed è ancora sulla terrazza che la madre nella scena finale guarda la festa di matrimonio del marito con i capelli tagliati corti. L’atto di tagliarsi i capelli è un forte atto simbolico di ribellione che richiama la scena finale di un famoso e pluripremiato film libanese, (سكر البنات, tradotto come “Caramel” di Nadine Labaki, ambientato in un salone di bellezza a Beirut). E non solo si è tagliata i capelli ma ha anche rinunciato all’abito rosso che sarebbe dovuto servire a trattenere il marito.

 

Storie intrecciate di donne non come mondo a parte ma come intrinseco al potere maschile: e per una donna che perpetua questa subordinazione (la nonna materna che convince il padre a prendersi una seconda moglie per avere un figlio maschio) tutte le altre attuano strategie sotterranee di libertà per scardinarlo dall’interno (dalle compagne di scuole che si mettono smalto azzurro alla preside che grida “al ladro” per nascondere l’amante…proprio lei che rimprovera Wadjda dicendo “la voce delle donne non dovrebbe mai oltrepassare la porta…la voce delle donne è la loro nudità”). Moltissime donne si sono ritagliate il loro ruolo all’interno di confini che non hanno provato a rovesciare come, ad esempio Sitt-al Mulk e Hayzuran, che hanno ispirato il filone chiamato oggi “femminismo islamico”. Hayzuran, madre del Califfo abbaside Harun al Rashid, e Sitt-al-Mulk, signora del Cairo fatimide conoscevano la legge fondamentale dell’harem e l’hanno accettata e rispettata… l’elemento di disturbo non è rappresentato dall’intelligenza della donna ma dalla volontà di esistere in quanto volontà indipendente; infatti l’intelligenza può essere messa al servizio dell’uomo, la volontà di essere indipendente no ! E nella lingua araba esiste un verbo (coniugabile solo al femminile!) (نشز) per designare una donna che si ribella alla volontà del marito affermando la propria individualità…dalla stessa radice deriva (نشوز) un sostantivo che significa “disordine/disarmonia”.

Wadjda rivendica con intelligenza la sua volontà, quando all’annuncio della vittoria nella gara di Corano dichiara di voler comprare una bici ma “senza rotelle perché so già andare” e di fronte all’allibita preside che ribatte “Non si addice ad una ragazza che vuole proteggere l’onore…perché non regali invece i soldi ai fratelli palestinesi?” e poi in un crescendo replica stizzita “non è cambiato niente, il tuo comportamento ti perseguiterà per tutta la vita” e ancora una volta Wadjda pronta replica davanti all’auditorio al gran completo “Come il suo bel ladro con Lei?”.

Ma ci sono anche figure maschili che la sostengono a vario modo: l’amichetto Abdallah innanzitutto, che le regala il casco da bici e le dà 5 riyal per farla smettere di piangere, e il negoziante che le tiene da parte la bici, le vende il “quiz religioso” con lo sconto (interessante la carrellata tra i giochi del negozio tra cui “Fullah”, una sorta di barbie velata onnipresente in tutti i paesi arabi anche su zaini e quaderni) e la guarda bonario quando sfreccia con la sua nuova bici davanti alla casa della nonna dove stanno sbaraccando dalla festa di matrimonio e se ne va senza voltarsi urlando  (a chi?!?) “prova a prendermi adesso”.

Non invece il padre che si accuccia in convenzioni borghesi dicendo alla moglie “dammi un figlio maschio e andrà tutto a posto”, che accartoccia e abbandona sul tavolo il post-it con cui Wadjda ha aggiunto il suo nome all’albero genealogico tutto e solo al maschile proprio nello stesso giorno in cui Wadjda vince la gara di Corano e la madre non risponde al telefono, e non a caso è il padre l’unico che non riesce mai a ribattere a tono.

Dunque, come scritto nella locandina: “la rivoluzione si fa se c’è una ragazza sul sellino”, ma sul sellino ci deve essere una ragazza come Wadjda che ripete “Ho un piano”: unire intelligenza e volontà per fare la rivoluzione.

Monica Macchi

Vandana Shiva
(Traduzione di Adele Longo per la Merlettaia dell’articolo “Dr. Vandana Shiva: The Connection between Global Economic Policy and Violence against Women”)

La violenza contro le donne è vecchia quanto il patriarcato ma nel passato recente si è intensificata ed è più pervasiva… Dobbiamo sostenere il movimento per fermarla fino a che non venga fatta giustizia per ognuna delle nostre figlie e sorelle violate.
E, mentre intensifichiamo la lotta per dare giustizia per le donne, dobbiamo chiederci come mai i casi di stupro siano aumentati del 240 per cento sin dal 1990, quando sono state introdotte le nuove politiche economiche. Dobbiamo esaminare le radici della crescente violenza contro le donne.
Ci può essere una connessione tra la “crescita” violenta e ingiusta, imposta in maniera non democratica, delle politiche economiche e la crescita della violenza contro le donne? Penso di sì.

Contributi delle donne
Prima di tutto il modello economico, che in maniera miope pone al centro la crescita, incomincia con la violenza contro le donne non riconoscendo il loro contributo all’economia. Più il governo parla fino alla nausea di “crescita inclusiva e inclusione finanziaria” più esclude i contributi delle donne all’economia e alla società. Secondo i modelli dell’economia patriarcale, la produzione per il sostentamento è considerata improduttiva. La trasformazione del valore in disvalore e del lavoro in non lavoro, la conoscenza in non conoscenza è ottenuta dai più potenti che governano le nostre vite con la costruzione patriarcale del PIL che i commentatori hanno iniziato a considerare un grande problema.
I parametri che vengono usati per calcolare la crescita del PIL si basano sull’assunto che se i produttori consumano quel che producono, non producono affatto perché cadono al di fuori dell’ambito produttivo (production boundery). Quest’ultimo è una creazione politica che esclude i cicli di riproduzione, di rigenerazione, di rinnovamento dai cicli produttivi. Ne consegue che tutte le donne che producono per i loro figli, comunità e società vengono considerate non produttive.
Quando le economie sono di mercato l’autosufficienza economica viene percepita come insufficienza economica. La svalutazione del lavoro delle donne e del lavoro fatto nelle economie di sussistenza del sud è lo sbocco naturale del sistema produttivo costruito dal patriarcato capitalista.
Schiacciandosi sui valori dell’economia di mercato del patriarcato capitalista, la produzione ignora il valore economico di due economie vitali che sono necessarie per la sopravvivenza economica e umana, vale a dire gli ambiti dell’economia della natura e del sostentamento. In questi due tipi di economia il valore economico è una misura di come la vita della terra e la vita umana sono protette, la sua moneta sono i processi vitali e non moneta contante al mercato.
Secondo, un modello di patriarcato capitalista, che esclude il lavoro delle donne e il lavoro creativo e intellettuale, rende ancora più profonda la violenza, spodestando le donne dal loro ambiente di vita e alienandole dalle risorse naturali da cui dipende il loro modo di vita, le terre, le foreste, l’acqua, i semi e le biodiversità. Le riforme economiche basate su un’idea di crescita illimitata in un mondo illimitato possono essere mantenute solo dai potenti che arraffano le risorse del più debole. Questo arraffare le risorse, che è essenziale per la “crescita” crea la cultura dello stupro, lo stupro della terra, dell’economia locale autosufficienti, lo stupro delle donne. L’unico modo in cui questa crescita è inclusiva consiste nell’includere un numero sempre più grande nel cerchio della violenza. Ho ripetutamente sottolineato che lo stupro della terra e lo stupro delle donne sono collegati, sia metaforicamente nel modo di vedere il mondo e materialmente nel dare forma alla vita quotidiana delle donne. L’aumento della vulnerabilità economica delle donne le rende più esposte a tutte le forme di violenza, incluso l’assalto sessuale, come abbiamo avuto modo di scoprire durante una serie di udienze pubbliche sull’impatto delle riforme economiche sulle donne organizzato dalla National Commission on Women and the Research Foundation for Science, Technology and Ecology.

Sovvertimento della democrazia
Terzo, le riforme economiche portano al sovvertimento della democrazia e alla privatizzazione del governo. I sistemi economici influenzano i sistemi politici. Il governo parla di riforme economiche come se non avessero niente a che fare con le politiche e il potere. Parlano di mantenere le politiche fuori dall’economia anche mentre impongono un modello economico conformato da politiche di un genere e di una classe particolare. Le riforme neoliberiste lavorano contro la democrazia. L’abbiamo visto di recente nell’azione del governo che spinge attraverso “riforme” l’immissione di Walmart nel commercio al dettaglio attraverso Investimento Diretto all’Estero (IDE). Le riforme guidate dal corporativismo creano una convergenza di potere politico ed economico, l’aumento delle diseguaglianze e una crescente separazione di una classe politica dalla volontà della gente che dovrebbero rappresentare. Questa è alla radice della disconnessione tra i politici e il pubblico di cui abbiamo fatto esperienza durante le proteste che sono cresciute per lo stupro di Delhi.
“Un’economia di mercificazione crea una cultura di mercificazione, dove tutto ha un prezzo e niente ha valore.” Ancora peggio, una classe politica alienata ha paura dei suoi propri cittadini. Questo è il motivo per cui c’è un sempre maggiore impiego della polizia per reprimere le proteste non violente dei cittadini come abbiamo visto a Nuova Delhi o nella tortura di Soni Sori in Bastar o nell’arresto Dayamani Barla in Jharkhand o in migliaia di casi contro le comunità che lottano contro gli impianti nucleari nel Kudankulam.
Uno stato corporativo privatizzato deve diventare rapidamente uno stato di polizia. Questo è il motivo per cui i politici devono circondarsi di guardie del corpo, distogliendo la polizia dai loro doveri importanti di proteggere le donne e i cittadini comuni.
Quarto. Il modello di economia del patriarcato capitalista si basa sulla mercificazione di tutto, compreso le donne. Quando abbiamo fermato il WTO a Seattle, il nostro slogan fu “Il nostro mondo non è in vendita”.
Un’economia senza regole del commercio, di privatizzazione e mercificazione dei semi, del cibo, terra e acqua, donne e bambini resa libera dalla liberalizzazione economica sfrenata degrada i valori sociali, rende il patriarcato più profondo e intensifica la violenza contro le donne. I sistemi economici influenzano la cultura e i valori sociali, una economia di mercificazione crea una cultura di mercificazione, dove tutto ha un prezzo e niente ha valore. La crescente cultura di stupro è un’esternazione sociale delle riforme economiche, noi dobbiamo istituzionalizzare i controlli sociali delle politiche neoliberiste che sono uno strumento centrale del patriarcato ai nostri giorni.
Se ci fosse un controllo sociale della privatizzazione delle sementi, duecentosettantamila agricoltori non sarebbero stati spinti al suicidio in India, da quando sono state introdotte le nuove politiche economiche. Se ci fosse il controllo sociale del cibo e dell’agricoltura non avremmo un indiano su 4 morto di fame, una donna su 3 malnutrita e un bambino su 2 deperito per malnutrizione. L’India di oggi non sarebbe la repubblica della fame di cui ha scritto Utsa Patnaik.
La vittima dello stupro collettivo di Delhi ha innescato una rivoluzione sociale, dobbiamo sostenerla, approfondirla, espanderla. Dobbiamo domandare e rendere efficace la giustizia per le donne, dobbiamo chiedere processi veloci per incarcerare coloro che sono responsabili di crimini contro le donne, dobbiamo accertarci che le leggi vengano cambiate in modo tale che la giustizia non sia elusiva per le vittime di violenza sessuale. Dobbiamo continuare la richiesta di fare una lista nera dei politici che si sono macchiati di reati e mentre facciamo ciò, dobbiamo cambiare il paradigma di governo che ci viene imposto nel nome della “crescita” che sta alimentando i crimini contro le donne. Porre fine alla violenza contro le donne comporta superare l’economia violenta così come la vuole il patriarcato capitalista a favore di economie pacifiche e non violente che rispettano le donne e la terra.
Vandana Shiva è una fisica, femminista indiana, filosofa, autrice di più di 20 libri e più di 500 articoli, fondatrice di Research Foundation for Science, Technology and Ecology.

Silvia Niccolai

Il Presidente della Repubblica ha dichiarato che lo scioglimento delle Camere era «la strada segnata dai fatti». È sempre strano sentir richiamati i «fatti» in cose politiche; perché la politica è agire pubblico, scelta, deliberazione, con cui i fatti sono trasformati in idee e comportamenti, dei quali qualcuno si dice autore e si prende la responsabilità. È stranissimo sentire richiamata la forza normativa del fatto da parte della istituzione di garanzia, posto che la Costituzione sta lì apposta affinché non i fatti ma il diritto ci governino. Quando poi, come nel caso di specie, i fatti contrastano con le scelte a fondamento delle quali sono richiamati, si è davvero disorientati.
Leggendo le dichiarazioni rilasciate dagli esponenti dei maggiori partiti dopo le brevissime consultazioni che hanno preceduto il decreto di scioglimento, si registra che: il Pd, per non parlare dell’Udc, rivendicano la propria strenua fedeltà al governo Monti; il Pdl dichiara di avere solo «preso atto della volontà di Monti di dimettersi». Se i partiti che hanno sostenuto il Governo hanno confermato al Capo dello Stato di avere fiducia in esso, i fatti provano tutto meno che la necessità dello scioglimento. Semmai, essi denotano la possibilità e doverosità di rinviare il governo alle Camere, per quella «parlamentarizzazione» della crisi che, secondo una buona prassi costituzionale, serve a più scopi. È necessaria per rendere esplicite davanti all’elettorato le posizioni dei partiti nei confronti del governo, chiarendo le responsabilità e le cause di una crisi. Serve a verificare se il governo gode ancora della fiducia, il che, in caso affermativo, potrebbe portare a concludere che non può dimettersi, o comunque farebbe risalire in modo nitido ad esso la volontà della crisi, e, nel caso attuale, della anticipazione delle elezioni.
Consapevole forse che i fatti sono molto poco probanti, e tuttavia deciso a sottoscriverne la normatività, Napolitano ha voluto far risaltare che, sulla «strada segnata dai fatti» riluceva un elemento formale: cioè le famose dichiarazioni di Alfano per cui il Pdl non intendeva più sostenere il governo. Ma un conto è dichiarare che non si vuol più sostenere il governo, un conto è dire con precisione, per esempio, a partire da quale momento questa revoca di fiducia è destinata a tradursi in azione; e un conto, dato lo sfilacciamento del Pdl, è anche dimostrare, ai voti, che tutto il gruppo parlamentare segue le dichiarazioni di un giorno del suo presidente. A dichiarazioni del genere, rese al Capo dello Stato o ripetute in parlamento, si può quanto si vuole fare l’omaggio verbale di elevarle a «forme», cioè ad azioni ed atti dotati di doverose conseguenze: ma restano fatti, vale a dire comportamenti del cui significato e delle cui conseguenze nessuno si è assunto la responsabilità.
L’osservatore realista sa che i fatti che hanno imposto a Napolitano di non difendere le ragioni delle istituzioni – le quali, nel caso di crisi di governo, vogliono la massima trasparenza e la presa di responsabilità di tutti gli attori, reciproca e verso l’elettorato – sono verosimilmente l’interesse del Pdl a non prendere una posizione chiara sul governo, cosa cui la «parlamentarizzazione» della crisi lo avrebbe costretto. E poi l’interesse di Monti a sentirsi un po’ più libero (sebbene sia sempre il presidente del Consiglio in carica, ancorché dimissionario) nel giocare un ruolo pesante in campagna elettorale. E infinte l’interesse di tutti i partiti (eccettuata IdV, che, sola tra i partiti rappresentati alle Camere, ha opportunamente chiesto la parlamentarizzazione della crisi), a non dispiacere troppo o a Monti o a Napolitano o a entrambi. Ecco perché i partiti hanno confermato la fiducia al governo ma non hanno chiesto la parlamentarizzazione della crisi, preferendo appartarsi nel comodo cono di una pigra ambiguità.
Di certo, rimandare il governo alle Camere avrebbe creato scompiglio. Che cosa sarebbe successo, non si sa. Quale maggiore prova, sia detto per inciso, che la forza schiacciante dei fatti non esiste come tale, ma è solo una comoda scorciatoia lessicale e simbolica per permettere che ad agire siano, come è inevitabile, valutazioni di opportunità, ossia modi in cui i fatti vengono letti, lasciati però adespoti, senza autori, senza responsabili? Probabilmente, a trovarsi davanti alla forza schiacciante del fatto, è stato proprio il Capo dello Stato, il quale ha sentito che tutti volevano lo scioglimento, e non è riuscito né a evitarlo, né a far sì che qualcuno se ne assumesse la responsabilità.
Troppo onore, allora, è stato offerto in questa occasione ai «fatti»: considerati così eccezionali da dettar legge, e invece equivalenti a soliti vecchi, cari, meri contingenti interessi di partito e di schieramento, come tanti che li hanno preceduti, e tanti che li seguiranno; nessun fatto straordinario, ma solo le solite cose, le piccole, opportunistiche, ringhianti cabale del potere. Proprio quel genere di cose davanti alle quali, in considerazione della loro naturale indisciplinatezza, della loro tendenza a subordinare a sé le regole e i principi che vogliono la politica responsabile e trasparente, è stata posta una istituzione di garanzia che quelle regole e quei principi faccia funzionare comunque, perché servono a raccordare i «fatti» a un più ampio orizzonte di senso. Nel quale, oltre che la convenienza di chi è al potere, o vuole andarci, deve pesare il sovrano giudizio di chi è governato.
Il richiamo ai fatti nel discorso sullo scioglimento è allora una dichiarazione di sconfitta, e suona tristemente per tutti. Sconfitta dei principi costituzionali che impongono trasparenza e responsabilità alla politica. Sconfitta della politica, che nascondendosi dietro ai «fatti» e non sapendo più rivendicare il proprio potere e dovere di esprimere scelte e valutazioni, si dichiara inutile e superflua.
Tutte le forze politiche che hanno chinato il capo davanti alla invocazione dei «fatti» come motivo inappellabile dello scioglimento anticipato delle Camere, che non hanno preteso di parlare con chiarezza, di agire pubblicamente, di rispondere al corpo elettorale hanno dichiarato, con ciò stesso, di servire a niente. E con questo hanno sottoscritto la dichiarazione che l’istituzione nella quale siedono, il parlamento, è inutile e merita di stare ai margini della decisione politica.
Solo che né i principi costituzionali, né il parlamento, né quella funzione, di trasformazione della realtà, che è della politica, sono cosa propria dei partiti; sono tutte cose che appartengono alla Nazione. Volente o nolente, il Capo dello Stato non è riuscito a ricordare ai nostri uomini di potere che essi sono tutti lì per esercitare dei doveri, non per fare quel che vogliono. Non li ha spronati all’orgoglio del loro ruolo, non li ha incitati ad essere migliori di quelli che sono. Ma del resto non è mai accaduto che inchinarsi alla forza dei fatti facesse risaltare la libertà e la grandezza dell’essere umano.

Donatella Massara

Il nucleo originario del nuovo libro Lavalledelledonnelupo (Einaudi, 2011) di Laura Pariani è la leggenda del prato delle balenghe di cui la nonna le parlava. L’ha dichiarato anche nell’intervista-commento e lettura del libro che è in rete sulla nostra web radio Donne di parola. La leggenda raccontata nelle valli della bergamasca dice che in un certo prato venivano sotterrate le donne che erano state diverse per il comportamento o per qualche segno esteriore di non conformità che le indicava come ‘balenghe’, cioè non conciliate con l’esistente, ovviamente, quello pensato dagli uomini, padri reali, mariti, padri della chiesa o della patria. La parola ‘balenga’ appartiene ai dialetti del nord. So che è usato nella zona del varesotto, ma fa parte anche dei miei ricordi di bambina vissuta fra Torino, Biella e Vercelli. Balenga/balengo erano una donna o un uomo che avevano un comportamento stonato, non lineare, non ortodosso, anche poco gentile perchè originato dalla discontinuità di umore. Era usato in tempi recenti anche in modo più morbido, mio padre diceva “oggi mi sento balengo” e noi donne della famiglia intendevamo che quel giorno era malfermo, gli girava la testa, forse voleva dire che non si sentiva perfettamente in sintonia con il mondo intorno.

 

Nel romanzo di Laura Pariani le balenghe sono donne che si sono ribellate al comportamento dominante. L’isolamento della sepoltura poteva anche derivare dall’essere zoppe, rosse di capelli, strabiche e ovviamente ‘streghe’ o comunque donne che praticavano ‘la fisica’, cioè che curavano con le conoscenze della medicina popolare, con le erbe, ma anche con la magia. Dal punto di vista della storia delle donne il ricordo che è una notizia di tipo storico, culturale ma che è anche di politica prima mi colpisce molto e ho visto chiaramente, leggendo, come il senso del libro parte da lì. Mi è ritornata con particolare urgenza, chiarezza e evidenza, la convinzione che c’è una storia nascosta nella storia più conosciuta.

Essa non può semplicemente essere identificata con la storia delle donne, ormai ampiamente accettata. Le donne importanti sono state riconosciute, filosofe, scienziate, politiche, scrittrici, e grazie al grande lavoro svolto dalle donne medesime. La partecipazione femminile alla storia politica sta avendo sempre più notorietà. L’importanza della presenza femminile nel processo di unificazione italiana ha avuto libri, riconoscimenti, incontri. E’ la storia nascosta, quella che ha agito nelle popolazioni, congiungendo non sempre in annodamenti di razionale evidenza l’immaginario, le nozioni correnti e i fatti documentati, che ancora è sottaciuta. La leggenda del prato delle balenghe ha questo contesto. Ha avuto però un’ospitalità di alto livello nell’immaginazione della scrittrice, dando, a noi che leggiamo il romanzo, la percezione del filo rosso che lavora nella storia. E’ un filo che congiunge i fatti ma anche li dissocia o li fa implodere nell’inafferrabilità. Il rischio è che nel momento in cui dai un segno positivo a questi fatti essi si allineino, escludendone altri così che nella rete dell’immaginazione si assommano all’infinito, mentre nella storia propriamente detta diventano pezzi selezionati, delimitati e fissati in una memoria che non ha conseguenza nella vita delle donne. Per spiegarmi su questa storia nascosta sono obbligata a pensare alla mitologia femminile confusa nei secoli con i simboli della religione cristiana. Il culto della dea fa parte di questa storia nascosta. E’ quella che racconta bene Luisella Veroli, amabilmente definita da Silvia Vegetti Finzi, “un’archeologa dell’immaginario”. E’ attraverso i suoi insegnamenti che ho imparato a vederne i segni nell’arte. La promiscuità di immagini femminili derivate da diverse religioni ha una lunga resistenza fra le classi popolari e finisce per essere estromessa dalla chiesa, dal potere politico e dagli stessi credenti. Penso alla confusione che per secoli c’è stata fra Iside e la Madonna. Come è noto esistono delle statue che sono più la raffigurazione della prima che della seconda. Più correntemente è facile imbattersi in statue popolari della Madonna rappresentata come Iside con il bambino tenuto in piedi, con un accenno di corona in testa e il nodo isideo sulla cintura della veste. Il culto della dea resiste. A Oropa la chiesa dove è custodita la statua della Madonna nera è costruita su un pietrone considerato un santuario sacro di origine pre-cristiana dove le donne andavano a strofinarsi per ottenere la fertilità. Sono le ricerche di Marija Gimbutas che hanno messo insieme una copiosa raccolta di testimonianze e hanno legittimata la presenza del culto della dea in tutti i continenti. E’ questa una parte della storia nascosta a cui mi riferisco . Essa è però molto più intricata e raggiunge   risvolti  terribili come quelli, all’alba della modernità, della caccia alle streghe. Una storia che Laura Pariani aveva già raccontato in Lasignoradeiporci (Rizzoli, 1999.) Il folclore nei riti, nelle feste, nei simboli ne conserva qualche traccia. Laura Pariani va oltre, però. Gli studi sul folclore hanno irrigidito i segni di una tradizione controllata, con le varie feste sulla befana, per la gibigianna, per i passaggi di stagione, sono culti spesso misogini, allusivi della sessualità maschile e che mistificano cosa queste cerimonie significassero originariamente. Quello che ho visto invece nel romanzo di Laura Pariani è una rielaborazione di quella storia che parla della sconfitta (o della vittoria, in definitiva) dei culti femminili. Raccontata in una forma verosimile la storia della Fenisia, una donna anziana delle valli dell’alto Piemonte, che ha attraversato più di ottantanni del nostro tempo, impone la possibilità di una storia nascosta, e senza avere la pretesa di renderla autenticamente vera, lavora sull’immaginario per farla diventare narrabile. Prendendosi la libertà di esistere arriva all’agire politico delle donne del presente e ci apre all’idea che oltre a una società tutta sottomessa agli uomini contro cui le donne si scontrarono, esista la storia sotterranea delle donne che contendono e contesero il potere agli uomini e che è da questa lotta che esce la nostra storia. Essa è così da subito, attraverso i percorrimenti non lineari del nostro immaginario, storia dei due sessi. Lavalledelledonnelupo è un libro impegnativo che ci insegna come la letteratura, la storia, la politica delle cose prime lavorino bene insieme e attraverso la scrittura impongano una maniera diversa di pensare, di acquisire idee e allargare la nostra mente, una prerogativa che, quando è forte, non è indifferente per l’agire.

Gira in internet e la pubblichiamo…

“Nel ventre di una donna incinta si trovavano due bebè. Uno di loro chiede all’altro:
– Tu credi nella vita dopo il parto?
– Certo. Qualcosa deve esserci dopo il parto. Forse siamo qui per prepararci per quello che saremo più tardi.
– Sciocchezze! Non c’è una vita dopo il parto. Come sarebbe quella vita?
– Non lo so, ma sicuramente… ci sarà più luce che qua. Magari cammineremo con le nostre gambe e ci ciberemo dalla bocca.
-Ma è assurdo! Camminare è impossibile. E mangiare dalla bocca? Ridicolo! Il cordone ombelicale è la via d’alimentazione … Ti dico una cosa: la vita dopo il parto è da escludere. Il cordone ombelicale è troppo corto.
– Invece io credo che debba esserci qualcosa. E forse sarà diverso da quello cui siamo abituati ad avere qui.
– Però nessuno è tornato dall’aldilà, dopo il parto. Il parto è la fine della vita. E in fin dei conti, la vita non è altro che un’angosciante esistenza nel buio che ci porta al nulla.
– Beh, io non so esattamente come sarà dopo il parto, ma sicuramente vedremo la mamma e lei si prenderà cura di noi.
– Mamma? Tu credi nella mamma? E dove credi che sia lei ora?
– Dove? Tutta intorno a noi! E’ in lei e grazie a lei che viviamo. Senza di lei tutto questo mondo non esisterebbe.
– Eppure io non ci credo! Non ho mai visto la mamma, per cui, è logico che non esista.
– Ok, ma a volte, quando siamo in silenzio, si riesce a sentirla o a percepire come accarezza il nostro mondo. Sai? … Io penso che ci sia una vita reale che ci aspetta e che ora soltanto stiamo preparandoci per essa …”

Lettrici e lettori, collaboratrici e collaboratori ci chiedono perché abbiamo mollato”. Sedici compagni del manifesto spiegano i motivi che li hanno portati a restare fuori dalla nuova cooperativa.

Il manifesto è stata un’avventura straordinaria. L’invenzione di una nuova forma della politica, quando ancora nessuno immaginava che politica e comunicazione sarebbero diventate la stessa cosa. L’esercizio quotidiano di un pensiero critico, in un sistema dell’informazione che di pensiero critico non abbonda. La tessitura incessante di una rete di relazioni ricchissima, con i lettori, i collaboratori, i sostenitori. La costruzione di uno spazio in cui un giovane sconosciuto, un operaio di Marghera, un collettivo femminista erano autorizzati a parlare quanto un intellettuale blasonato. La pratica quotidiana del confronto, talvolta ruvido ma sempre interessato alle differenze in gioco, fra la generazione dei fondatori espulsi dal Pci, quella del ’68, del ’77 e del femminismo, quella della Pantera e di Genova. Il luogo di frontiera libero da dove abbiamo avuto il privilegio di attraversare, raccontare, interpretare quarant’anni densissimi di storia politica e culturale del mondo e della sinistra.
Tutto questo, e molto più di tutto questo, sotto la testatina “quotidiano comunista”. Che non è mai stata, per nessuno di noi – a cominciare da Rossanda e Parlato, da sempre schierati per un giornale di ricerca e di innovazione, non di partito ma di parte – un’etichetta identitaria, né un programma ideologico, né tantomeno una tessera. E’ stata e resta, fondamentalmente, il segno di due cose. La prima: che l’orizzonte del comunismo deve restare aperto, non come speranza per il futuro ma come contraddizione del presente, contro la volontà di potenza del capitalismo, contro la violenza sui corpi e sulle vite dei poteri vecchi e nuovi, contro i manipolatori delle menti e i colonizzatori dell’immaginario. La seconda: che fra quella testatina del giornale e la vita del gruppo che lo produce debba esserci una qualche coerenza. Non riconducibile solo alla formula proprietaria, pure importantissima, e all’egualitarismo salariale. Bensì ad uno stile delle relazioni fra noi, consapevole che quel “noi” è un soggetto prezioso e delicato, da trattare con la stessa cura dell’oggetto-giornale da mandare in edicola ogni giorno. Non dunque, come recita uno slogan oggi caro alla Direzione, un manifesto “oltre le nostre persone”, ma le nostre persone nella scommessa del manifesto.
Lettrici e lettori, collaboratrici e collaboratori ci chiedono perché abbiamo mollato. Ce lo chiedono con dispiacere, talvolta sorpresi perché non capiscono, talvolta irritati come se avessimo tradito un’aspettativa o una certezza, una missione o un dovere di resistenza. Hanno qualche ragione, perché avremmo dovuto dire più, e qualche torto, perché anche i silenzi parlano, ad esempio di un tentativo di non inasprire i toni, o del bisogno di elaborare una perdita. La risposta, comunque, è semplice: perché poco o nulla di quello che per noi è stato ed è il manifesto sopravviveva ormai in via Bargoni. Il che non significa pensare che il manifesto sia finito per sempre. Significa separarsi da un manifesto che in questo momento non è più quello che, fino all’ultimo, ci siamo spesi per tenere in vita e costruire.
Quando ci si separa, si sa che spesso volano gli stracci, e con gli stracci molte bugie. Non staremo a contestarle o smentirle una per una. Su qualcuna però non possiamo tacere.
Non è vero che siano emerse fra noi posizioni politiche e di politica editoriale incompatibili. Né che ci sia stato uno scontro tra fautori di un “giornale-partito” contro un “giornale-giornale”. E’ vero piuttosto che negli ultimi anni è stato programmaticamente eliminato il terreno stesso del confronto politico, culturale ed editoriale al nostro interno. Qualsiasi discussione è stata ritenuta superflua e perfino ostativa alla fattura di un giornale sempre più omologato, al di là dei singoli contributi pure spesso eccellenti, alla stampa mainstream, alla sua agenda, alle sue tematizzazioni; sempre meno sperimentale nella formula editoriale (rapporto carta-online, rapporto quotidiano-supplementi etc.); sempre più ridotto da intelligenza collettiva a macchina produttiva veicolo di interventi esterni. Questa ostinata chiusura della discussione ci ha oltretutto impedito di confrontarci con il dato duro di un forte calo delle vendite, sempre attribuito genericamente alla crisi della carta stampata e mai analizzato come sintomo specifico di una perdita di autorevolezza e di efficacia della testata.
Non è vero che la liquidazione coatta sia stata imposta dal Cda uscente, segnatamente nelle persone del suo presidente Valentino Parlato e dell’amministratore delegato Emanuele Bevilacqua. La liquidazione era l’unica opzione possibile per evitare la procedura fallimentare, tutelando i diritti e gli ammortizzatori sociali dei soci-lavoratori; lo sapevamo tutti, e l’abbiamo approvata tutti, salvo un paio di eccezioni. Essa non ci avrebbe impedito di tentare fin da subito – ormai un anno fa – di mettere a punto un piano di riacquisto della testata, con l’aiuto dei lettori e dei circoli, e di ridefinizione della cooperativa e della redazione secondo criteri organici a un piano di riforma del prodotto: per aggiornarne e rilanciarne il senso politico-editoriale, che si era appannato negli ultimi anni, e per risanare una gestione economica sbagliata, di cui tutti portiamo qualche responsabilità. Purtroppo è stata seguita un’altra strada. Nessun piano di riacquisto, mentre la cooperativa e la redazione venivano lasciati a un’emorragia spontanea di competenze professionali e di funzioni, senza nulla fare per tamponarla, e anzi giocando su sottoutilizzazioni e prepensionamenti – questi ultimi nient’affatto “scelti”, come ora si dice, bensì accettati per ridurre i costi del lavoro, e per giunta additati come posizioni di privilegio e fatti oggetto di una brutta campagna “rottamatoria” – per sfrondare il giornale da posizioni non allineate.
Non è vero dunque che la nuova cooperativa nasca dalla differenza algebrica fra l’innocenza e la buona volontà di quanti “hanno tenuta aperta la casa” e “il menefrighismo di chi ha lasciato il giornale in un momento difficile”. Essa è piuttosto il frutto dell’avocazione a sé, da parte della Direzione e delle rappresentanze sindacali, di funzioni di rappresentanza della proprietà collettiva del giornale che non sono di loro pertinenza. Fino al rifiuto di eleggere un organismo garante della trasparenza del delicato processo di transizione ed eventualmente di vendita della testata.
Altro che menefreghismo, esili volontari e porte sbattute. Su questi e su altri punti, di metodo e di sostanza, abbiamo continuato fino alla fine a proporre strade alternative e a dare battaglia, senza mai far mancare il nostro contributo gratuito di scrittura malgrado i dissensi, peraltro pubblicamente espressi sulle pagine del giornale ma mai raccolti, sempre respinti e più volte denigrati.
Sono queste le ragioni che ci hanno persuasi, non senza dolore, a non partecipare alla formazione della nuova cooperativa, di cui non ci è chiara né la prospettiva politico-editoriale né la discontinuità amministrativo-gestionale. E che nasce da una consapevole messa in mora, per non dire da un sostanziale disprezzo, di quello stile delle nostre relazioni che dicevamo all’inizio. Se ne può trarre la conclusione che noi ci siamo allontanati dal manifesto: ma solo dopo che il manifesto, “questo” manifesto, si era allontanato da noi. Quanto al domani, è tutto da scrivere.

*** Loris Campetti, Mariuccia Ciotta, Marco Cinque, Astrit Dakli, Ida Dominijanni, Sara Farolfi, Tiziana Ferri, Marina Forti, Maurizio Matteuzzi, Angela Pascucci, Francesco Piccioni, Gabriele Polo, Doriana Ricci, Miriam Ricci, Roberto Silvestri, Roberto Tesi (Galapagos)

LA RISPOSTA DELLA DIREZIONE
Dispiace che le compagne e i compagni firmatari di questa lettera non abbiano voluto raccogliere il significato dell’articolo “Una nuova storia”, pubblicato a nome di tutti noi. Stupisce l’affermazione sulla “programmatica eliminazione” del conflitto politico. Molte delle firme in coda a questa lettera hanno connotato la prima pagina del manifesto sempre, e nessuno può confermarlo meglio dei nostri lettori. Direzione e rappresentanze sindacali non hanno “avocato” alcun potere. Ogni cosa è stata decisa con il voto del collettivo. Chi propone strade alternative ha avuto, e ha ancora, la possibilità di esprimersi. Stando dentro, non fuori il giornale. E confrontandosi, in modo aperto e franco, come abbiamo sempre fatto nella nostra storia.