Incontro organizzato da Laura Colombo e Sara Gandini al
Circolo della Rosa e Libreria delle donne di Milano

Laura Colombo

Il 21 febbraio 2012 alcune giovani donne del collettivo punk Pussy Riot di Mosca si sono introdotte nella cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca e hanno intonato la preghiera punk “Maria Vergine, liberaci da Putin“. La performance originaria è durata meno di un minuto, poi le ragazze sono state accompagnate fuori dalla chiesa e tre di loro sono state arrestate: Masha, Nadia e Katia (quest’ultima è attualmente in libertà vigilata e la sentiremo tra poco se tutto funziona). Lo scorso 17 agosto dopo l’arresto e la carcerazione preventiva sono state condannate a due anni di carcere per “vandalismo motivato da odio religioso”.
Quello che abbiamo visto è il video clip montato utilizzando le riprese della performance che, ricordiamo, è stata fatta nell’ambito delle proteste per la rielezione di Vladimir Putin e in particolare, visto il luogo in cui è stata fatta e le parole dette, puntava il dito non solo contro lo strapotere di Putin ma anche contro la connivenza della Chiesa ortodossa con il Cremlino.
Va detto che le giovani donne sono entrate nella cattedrale fuori dagli orari delle funzioni religiose in segno di rispetto per il calendario liturgico: il giorno in cui è stata condotta la performance era durante la Maslenica, una settimana caratterizzata da travestimenti e danze come il nostro carnevale. Però questa esibizione di quaranta secondi è costata loro una condanna a due anni perché è stata condotta sull’altare della cattedrale di Cristo Salvatore, un luogo severamente vietato alle donne.
Per chi di voi è interessata a vedere da vicino questa vicenda il libro che offre lo spunto di discussione questa sera è una fonte preziosa di informazioni. Si tratta di Una preghiera punk per la libertà edito dal Saggiatore, traduzione di una pubblicazione curata nel settembre 2012 da Feminist Press. Qui troverete poesie e preghiere delle Pussy, documentazioni e materiali del processo a carico del gruppo punk femminista e anche numerose testimonianze in loro supporto, da parte di artisti di tutto il mondo. Ci teniamo molto a dire che alcune delle Pussy Riot hanno lavorato direttamente con Feminist Press per il progetto di questo libro, subito tradotto e pubblicato dal Saggiatore. Di più, i proventi della vendita del libro, tramite il sito Freepussyriot.org, vanno in un fondo per le famiglie di Masha e Nadia che devono affrontare molte spese per la loro detenzione (prima della condanna, le donazioni e i proventi della vendita del libro erano destinati alla difesa legale delle giovani donne).

L’occasione di questa serata ci è stata offerta da Lilli Rampello, che ci ha passato il libro del Saggiatore. Poi Sara ha conosciuto Sarah Barberis del Saggiatore alla serata dedicata alla presentazione del libro e al gruppo artistico Vojna a Macao in dicembre ed è iniziato uno scambio sulla possibilità di una discussione politica in Libreria.
Noi siamo rimaste molto colpite da tutta la vicenda delle Pussy Riot: innanzitutto abbiamo visto una profonda radicalità nelle loro pratiche, legata a una scommessa politica forte. Non solo denuncia e decostruzione del potere ma anche affermazione di sé e della propria libertà in quanto donne. Poi abbiamo visto il solito giochetto strumentale dell’occidente, che da un lato denuncia il regime repressivo russo e dall’altro fa di tutto occasione di profitto, anche del cosiddetto logo “pussy riot” (assolutamente contro la volontà delle componenti del gruppo). Abbiamo visto anche la capacità di queste giovani donne di porre distanza e rimarcare una loro differenza rispetto a queste logiche, non facendosi sedurre da successo e potere mediatico. Di questo parlerà Sara più profondamente dopo, vi anticipo solo questi punti perché sono cose che ci hanno colpito molto e crediamo possano insegnare parecchio a noi.
Concludo raccontando brevemente il contesto in cui è nato il gruppo delle Pussy Riot e chi sono loro. Tutte donne molto giovani (dai 20 ai 30 anni), alcune già madri, studenti molto brave e impegnate fortemente in un progetto politico legato al proprio paese e alla propria cultura. Chi di voi ha seguito alla televisione i fatti che le hanno coinvolte si ricorderà come i media puntavano soprattutto gli occhi su Nadia, una donna molto bella, spesso fatta oggetto di complimenti a sfondo sessuale. È lei a raccontare che da quando è arrivato Putin l’impegno politico ha preso il sopravvento su ogni altra cosa e ora che è in carcere scrive: “La mia incarcerazione non mi irrita. Non nutro alcun rancore, non a livello personale almeno. Nutro però un rancore politico. […] Le femministe della seconda ondata sostenevano che “il personale è politico”. È vero. Il caso delle Pussy Riot dimostra come tre persone accusate di disturbo della quiete pubblica possano dare vita a un movimento politico. […] Sono grata a tutti quelli che gridano “Pussy Riot libere!”. Stiamo scrivendo la storia, un fondamentale evento politico, e il sistema messo in piedi da Putin sarà sempre meno capace di controllarci. Qualunque sia il verdetto, abbiamo già vinto perché abbiamo imparato ad arrabbiarci e a farci ascoltare politicamente” (pag. 30-31). È entrata nel gruppo di street art dei Vojna (che in russo significa guerra) che fanno performance artistiche di grande impatto. Per esempio nel 2008, mentre era già all’ottavo mese di gravidanza, Nadia ha partecipato a una performance molto forte dal titolo “Copula per l’erede orsacchiotto” (stava per essere eletto Medvedev, che in russo può significare orsacchiotto), dove quattro coppie facevano sesso pubblicamente all’interno del museo di biologia. Sempre con il gruppo Vojna nel 2010 ha partecipato a una performance all’ interno del tribunale Taganskij, a Mosca per denunciare la corruzione dei giudici, disseminando centinaia di scarafaggi neri per le stanze e i corridoi. L’evento dei Vojna che ha suscitato maggiore eco internazionale è stato a San Pietroburgo nel 2011: hanno disegnato un enorme fallo, lungo decine di metri, sul ponte Litejnyj, davanti alla sede cittadina dell’ Fsb, l’erede del Kgb. Il ponte si alza quando passano le navi, quindi il grande fallo appariva in erezione di fronte ai traghetti che passavano.
Nell’ottobre del 2011 una parte delle donne che partecipavano alle performance dei Vojna si è staccata per fare azioni che avessero un segno più spiccatamente femminista. La prima uscita è stata la protesta contro le nuove leggi di pubblica sicurezza, quando erano ancora nel gruppo Vojna. Era la campagna “bacia la sbirra”: le ragazze tentavano di baciare sulla bocca tutte le poliziotte che incontravano. Questo è stato l’atto di nascita delle Pussy Riot, che sono cantanti punk, femministe e radicali.

Data: Fri, 25 Jan 2013 23:00:40 +0100

Da: Alberto Leiss
Oggetto: Appunti su Paestum | DeA
A: “info@libreriadelledonne.it” <info@libreriadelledonne.it>

Care amiche della Libreria,
Mi permetto di segnalarvi questi miei appunti che ho pubblicato su DeA e che sono stati ripresi anche dal blog di Paestum 2012. Lo faccio perché resto abbastanza sorpreso dalla assenza di qualunque interlocuzione, sia da parte di altri uomini, sia da parte di donne.
La cosa, nella sua ridotta dimensione ovviamente, mi conferma nell’idea che stiamo vivendo una significativa impasse nel lavoro politico che lungo gli ultimi anni abbiamo cercato, tra discussioni e
esperienze comuni, di sviluppare. Con una certa fatica con altri amici di Maschileplurale stiamo cercando di costruire su questo una occasione di confronto pubblico il 16 e 17 marzo prossimi.
Ho visto che avete messo in rassegna l’editoriale di Alesina e Giavazzi sulla “questione femminile” sul corriere. Qui c’é stata poi una discussione che ha visto tra l’altro l’intervento di Lea Melandri
(che abbiamo ripreso anche su DeA).
Farete ovviamente l’uso che riterrete opportuno di queste mie note.
Grazie per il prezioso lavoro che continuate a fare. Buonissime cose!
Alberto Leiss

http://www.donnealtri.it/2012/12/appunti-su-paestum/

E’ attivo da qualche giorno il nuovo sito delle amiche di Bibliteca delle donne/UdiPalermo, all’indirizzo www.sites.google.com/site/bibliotecadelledonne

Biblioteca delle donne/UDIPalermo è un’associazione politica e culturale di donne la cui azione si fonda sulla relazione fra donne e sulla continuità della relazione genealogica. Abbiamo a cuore tanto la necessità di dare significato al nostro essere nel mondo costruendo simbolico e libertà femminile, quanto il legame con la storia politica delle donne che sono venute prima di noi, riconoscendo il debito simbolico nei loro confronti. All’interno dell’associazione operano, oltre alla Biblioteca, il Centro di Consulenza legale, il Centro di documentazione Anna Nicolosi Grasso e il Gruppo di Pedagogia della differenza.

L’artista Vera Comploj apre il ciclo 2013 della Project Room di Museion, lo spazio dedicato a progetti nuovi, creati per l’occasione o inediti, con una particolare attenzione al territorio.

A Museion Comploj (Bolzano, 1983) presenta il progetto inedito “In Between”: una serie di scatti in bianco e nero e un video che ritraggono le drag queen di New York, Washington e San Francisco nel backstage in cui si preparano prima di andare in scena. La mostra è parte di un progetto più ampio, iniziato dall’artista nel 2009, poco dopo il suo trasferimento a New York.

“In Between”, letteralmente “tra”. Come suggerisce il titolo, l’interesse di Comploj è focalizzato su quel momento di passaggio, di transizione tra uomo e donna, realtà e finzione, vita ordinaria e palcoscenico che caratterizza la vita delle drag queen. Il suo obiettivo è entrato tra i camerini, i corridoi e le stanze private in cui le regine della notte si preparano per entrare in scena. Le immagini rappresentano tuttavia solo il momento finale dell’incontro tra l’artista, la persona ritratta e il suo mondo.

Le drag queen scelte da Comploj sono quelle dei circuiti più “periferici”, lontani dal mero glamour. Negli scatti i bagliori del mondo di tulle e paillettes, trucchi perfetti, acconciature accurate e abiti fascinosi, convivono con gli interni di stanze anguste, prese in affitto nei bar dove spesso le queen si esibiscono. È normale allora che a una gonna frusciante con il logo Chanel facciano da sfondo scaffali di carta igienica. O che una foto scattata in atteggiamento da diva, ma in accappatoio, riveli una brandina sfatta. Questo contrasto si riflette anche sulle scelte compositive. Immagini e tagli studiati interagiscono con la casualità del momento: a ritratti frontali si alternano volti e corpi tagliati, o ripresi da prospettive decentrate.

I soggetti rappresentati dall’artista sono diversi, ogni foto una storia diversa. Fa eccezione il video, che ha come protagonista Tiara, cinquantenne asiatica di Singapore, mentre mette in scena davanti alla telecamera una danza tipica indonesiana, sua terra di origine. Il montaggio del video è costituito da un continuo passaggio tra bianco e nero, trucco e volto scoperto, tra l’immagine di corpo fermo e movimenti sensuali.
Con il suo lavoro Vera Comploj si avvicina alla tradizione fotografica che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta ha indagato la rappresentazione del corpo, le questioni di gender e l’orientamento sessuale – si pensi al lavoro di fotografi come Peter Hujar, Mark Morrisroe o alla stessa Nan Goldin, presente in collezione Museion. Il racconto di Vera Comploj, pur mantenendo la ricerca sull’identità attraverso i processi di trasformazione, risulta però più esterno e distanziato rispetto alla tradizione che l’ha preceduta.
La sera dell’inaugurazione si svolge un artist talk tra Vera Comploj e Ilaria Bonacossa, curatrice del Museo di Arte Comporanea Villa Croce a Genova.

In occasione della mostra di Vera Comploj viene pubblicato un quaderno con un testo di Ilaria Bonacossa edito da Museion (ita/dt/ eng).
Vera Comploj (Bolzano, 1983), vive e lavora a New York, USA. È stata finalista del concorso americano New Exposure, un premio dedicato ai nuovi talenti della fotografia di moda organizzato da Vogue US/ Bottega Veneta/ RED Camera. Mostre (selezione): 2012: Vogue’s New Exposure, Milk Gallery, New York; Be Hospitable, The Souvenir Collective, Liverpool Biennial, Liverpool; 2009: Biennale GenovaARTE, Satura art gallery, Genova; 2008: 08 Bauer, CFP Bauer, Milano.

Ufficio stampa Museion
caterina.longo@museion.it
Caterina Longo t. +39 0471 223428

Inaugurazione: 24.01.2013, ore 19.30

Museion
via Dante, 6 Bolzano
mercoledì a venerdì 10-22 sabato, domenica e martedì: 10-18. Lunedi chiuso
Ingresso libero

Lettera 43

È caduto il tabù americano delle donne soldato al fronte. Il 24 gennaio il segretario alla Difesa uscente, Leon Panetta, ha autorizzato ufficialmente le donne a partecipare ai combattimenti. È venuta meno, così, la norma del 1994 che vietava alle donne di combattere in prima linea.
Le donne hanno mostrato «grande coraggio e sacrificio sui campi di battaglia, contribuendo in molti modi alle missioni militari» e provando le loro capacità di servire il Paese in molti ruoli, ha affermato Panetta. «Dare il via libera alle donne soldato in ruoli di combattimento al fronte darà più forza all’esercito Usa per poter vincere le guerre».
L’obiettivo è «assicurare che le missioni possano contare sulle persone più qualificate e capaci, a prescindere dal sesso». Il presidente americano Barack Obama ha appoggiato la decisione del dipartimento della Difesa, definendola «un passo storico, una pietra miliare che premia il coraggio e il patriottismo dimostrato dalle donne in oltre due secoli di storia». Così è caduto l’ennesimo tabù di carattere sessuale interno alle forze armate, dopo l’abolizione del principio “don’t ask don’t tell” che permette ai gay con le stellette di non nascondere più la propria omosessualità.
L’implementazione pratica di questa novità, secondo quanto si è appreso, arriverà per gradi. «Ci vorrà un po’ di tempo, in alcuni casi, per elaborare meccanismi adeguati. Prevediamo che alcuni incarichi verranno resi disponibili subito, mentre altri, come quelli nelle forze speciali, potrebbero richiedere più tempo», ha affermato una alto funzionario della Difesa. Il problema resta quello degli standard sulla forza fisica da passare per entrare nelle squadre speciali. Ma quel che è certo è che il soldato Jane, dall’omonimo film di Hollywood interpretato da Demi Moore, ha vinto la sua battaglia.

Marco Imarisio

L’America non è lontana, e neppure dall’altra parte della luna. La trovi sui cartelli in inglese che indicano la strada per la caserma Ederle, cognome di un eroe nostrano della prima guerra mondiale che adesso è sinonimo di una delle più grandi guarnigioni europee dell’esercito a stelle e strisce. La trovi all’altro capo della città, dove il vecchio Dal Molin si è trasformato nella nuova base militare Usa dopo cinque anni di lavori e contestazioni che quasi ? correva l’anno 2007 ? fecero cadere da sinistra il secondo governo Prodi, già traballante di suo.L’America dei soldati è tutta intorno a Vicenza, è quasi ovunque: nelle librerie del centro capita di trovare guide turistiche in inglese che alla città del Palladio riservano la definizione di servitù militare Usa, poco lusinghiera per i residenti e chi li rappresenta. «Abbiamo dato, e anche troppo» dice Achille Variati, mite sindaco Pd con cromosomi scudocrociati che risalgono al 1980, quand’era segretario della locale Dc. «Il colmo è stato raggiunto. A giugno, quando sarà inaugurata la base Dal Molin e arriverà la 173esima divisione aviotrasportata, avremo 12 mila americani su 112 mila abitanti, e 240 ettari di terreno gestiti da loro. Direi che può bastare. Ogni tanto il nostro governo potrebbe anche dire “no” all’America. Non mi risulta che la Costituzione ci obblighi di accondiscendere a ogni sua richiesta». I toni accesi non appartengono a un politico navigato come Variati, ma indicano l’avvicinarsi di quella che il sindaco definisce «una nuova, vecchia minaccia». La base Pluto di Longare apparteneva ai racconti dei nonni. Il sito ai piedi dei Monti berici, invisibile dai bordi della città ma vicinissimo, era materiale per gli storici. Prima di passare agli americani per altra attività appartenne al Conte da Schio che lo usava come fungaia. Pare che il nome non fosse un omaggio al personaggio Disney ma indicasse la presenza di armi nucleari nei sotterranei, circostanza mai confermata dalle autorità militari. Neppure smentita, e quindi assurta tra molti locali al rango di certezza assoluta.Base Pluto non è un rudere, sorvegliato com’è dai carabinieri e abitato all’interno da pochi ufficiali, ma rappresentava un lontano ricordo. Fino a quando sull’ultima curva prima dell’ingresso è apparsa quella scritta. «Mission training complex» si potrebbe tradurre come centro unificato di addestramento, e significa vita nuova per la vecchia base, destinata a diventare la palestra per i soldati americani in partenza per le zone di guerra. In sintesi, e in cifre: una infrastruttura di 5 mila metri quadri, con 70 stanze adibite a esercitazioni simulate, capace di ospitare 500 soldati al giorno, per un costo di 26 milioni di dollari già messi a bilancio dal governo Usa, che prevede l’inizio dei lavori per la primavera, quasi sovrapposti all’inaugurazione del Dal Molin, un’area di oltre 700 mila metri quadrati, pari a cento campi da calcio.Era il giugno 2007 quando una trentina di militanti no global salirono sul palco del Festival dell’economia di Trento interrompendo a colpi di «vergogna, vergogna» l’allora premier. In cambio del silenzio in sala fu data la parola a Cinzia Bottene, vicentina, da allora e per sempre «casalinga pasionaria». Davanti a un Romano Prodi livido di rabbia, la signora disse che la base militare al vecchio aeroporto Dal Molin non si doveva fare e avviò una lotta che per anni lacerò le varie anime del centrosinistra. E se Cinzia la casalinga oggi è in posizione più defilata, Olol Jackson, figlio di un veterano del Vietnam, non si è mosso di un millimetro: «La battaglia è la stessa. Faremo di tutto per impedire la costruzione di una nuova Base Pluto». La protesta, pacifica come quasi sempre lo furono quelle del 2007, va in scena ogni domenica, quando Cristiani di base, vecchi militanti anti Dal Molin e movimenti civici si ritrovano a Longare e marciano su Site Pluto, simbolo rinnovato della presunta invasività americana. I tempi sono cambiati, e il movimento no global non c’è più. Ma la storia rischia di ripetersi e la politica mostra segni di inquietudine, con il progetto della nuova base a fare da calamita per le imminenti amministrative. Il centrodestra accusa Variati di antiamericanismo propedeutico al riavvicinamento con i movimenti, che qui ancora contano qualcosa, ma deve fare i conti con la Lega, impersonata da Attilio Schneck, ex presidente della Provincia, che scavalca il sindaco a sinistra, per lui Roma e Washington pari sono: «Ci trattano da colonia, senza la decenza di dirci cosa sta per avvenire sul nostro territorio».Gli appelli al Colle e le lettere all’attuale governo non hanno avuto risposta. A fine anno la Regione Veneto, che aveva mostrato segni di empatia con i Comuni contrari al progetto, ha dato il nulla osta sotto forma di Vinca, la valutazione di incidenza ambientale, che è valsa al governatore Luca Zaia la sempreverde etichetta di «servo degli Usa». L’ultima parola spetta al governo, il parere definitivo era atteso per fine gennaio ma non sembra tra le attuali priorità. A decidere sarà un nuovo esecutivo, ma anche in caso di vittoria del «suo» Pd, Variati non si illude. «Il sì è scontato. In questo senso, siamo davvero una servitù americana».Davanti alla base di Longare sono ricomparsi cartelli che raccontano un sentimento mai sopito, rappresentato dal vecchio «Mericani, ve moemo drìo i cani», vi molliamo dietro i cani, riesumato per l’occasione. Pochi giorni fa un ennesimo allarme su un bunker in costruzione dentro Pluto ha obbligato i militari a precisazione con foto: trattasi di cisterna per l’acqua. Il clima è questo, ma Variati respinge l’accusa di fomentare l’anti americanismo esibendo una prova a suo giudizio inoppugnabile: «Adoro i film di John Wayne».Nel fragore di un revival ideologico tutto italiano si è persa la voce del comando Usa, che dopo mesi di silenzio e smentite poco convinte ha confermato l’esistenza del progetto ma l’assenza dei fondi: «I 26 milioni di dollari per ora non ci sono» ripete David Buckingham, comandante della Ederle. A respingere l’invasore ci penserà la crisi.

INCONTRO PRESSO IL CIRCOLO DELLA ROSA DEL 19.01.013

Di Bianca Bottero

 

YES,WE CAN!

 

Sul tema che Laura Minguzzi ci ha proposto di trattare, “La città che vogliamo: l’altra Milano”, questo mio intervento non vuole essere una presuntuosa presa di parola per una questione di cui non ignoro la complessità, ma il tentativo di sottolinearne i significati più importanti, euristici, senza d’altra parte trattarli a sé, in modo autoreferente, come spesso si tende a fare.

 

È mia convinzione – come del resto sempre sottolineato in questo luogo – che sia necessario nell’interpretazione di fatti umani e sociali complessi appoggiarsi a un metodo di ricerca che sostituisca al sistema di saperi verticali, specialistici, peculiari al pensiero occidentale della modernità, una rete olistica orizzontale, consistente in intrecci di soggetti, riflessioni, competenze, pratiche: cioè quel diverso sapere, del quale è peculiare testimone il pensiero femminile.

Ma perché questo diverso sapere acquisti autorevolezza, perché riesca a rompere la crosta di concetti e di comportamenti attraverso i quali la modernità ha agito così prepotentemente, in particolare nell’ambito delle discipline spaziali, mi pare importante in queste occasioni di dibattito fare entrare questo sapere in una dialettica diretta con quanto ancora ci condiziona e soprattutto con quanto il futuro ci prepara.

Tentare un confronto tra questi due mondi, tra un sapere tecnico-scientifico che si dà autonomamente la definizione di “vero e giusto” (e ciò ha permesso che nelle sue forme più scopertamente produttivistiche egemonizzasse il mondo accademico e plasmasse le modalità operative delle istituzioni fino a diventare buon senso diffuso) e una aspirazione all’uguaglianza nella distribuzione dei beni  spaziali, alla valorizzazione delle bellezze naturali, all’etica del consumo è stato sempre per me, che lavoravo su questi temi all’università e dovevo trasmetterne il senso agli studenti, una sorta di necessità ineludibile: da quando individuavo nelle proposte del planner-geografo scozzese Patrick Geddes e nel suo Piano per Indore, in India, basato sulla minuziosa interrogazione dei costumi e bisogni dei luoghi e della popolazione (quanto il tempo impiegato!) l’alternativa radicale alle nuove regole pianificatorie produttivistiche e funzionaliste messe in atto dalla nuova società industriale all’inizio del secolo scorso; o studiavo le “progettazioni partecipate” di Lina Bo Bardi, di Ralph Erskine, di  Giancarlo De Carlo che cercavano modalità di intervento radicalmente contrapposte a quelle che diffusero l’edilizia massificata in tutto l’occidente a partire dal secondo dopoguerra. O quando indicavo nell’Advocacy Planning, cioè  nell’appoggio tecnico fornito gratuitamente da architetti e da planners alla popolazione espulsa dai propri quartieri, la strada per una diversa giustizia sociale nelle politiche di rinnovo urbano negli USA degli anni ’60.

Quelle intuizioni, quelle proposte generose (che, se pur lentamente, hanno avuto fertili sviluppi in diversi paesi europei) sono di mezzo secolo, o addirittura di un secolo fa, ma ben poco hanno modificato le pratiche di intervento urbano in Italia, sia nell’azione tecnico-amministrativa sia, ancora più grave, nelle modalità di insegnamento e di applicazione delle discipline progettuali nei luoghi a ciò deputati.

Non c è dunque da meravigliarsi se quel formicolante protagonismo, quel moltiplicarsi di movimenti civici impegnati nei problemi grandi e piccoli della città che ha interessato negli ultimi anni le popolazioni urbane in tante città italiane, spesso sorretti e guidati da donne,[1] abbia letteralmente spiazzato tanti tecnici dentro e fuori le istituzioni e soprattutto abbia dovuto subire il dileggio di quanti li accusavano di “localismo”, di interesse meschinamente opportunistico, qualificandoli in modo dispregiativo come NIMBI (Not In My Back Yard) perché si permettevano di rifiutare o di voler discutere opere che modificavano radicalmente il loro uso dello spazio, la loro memoria dell’ambiente, il loro piacere di goderne, in definitiva la loro vita; opere che, presentate come “necessarie alla funzionalità e al progresso” coprivano spesso, gratta gratta, solo gigantesche operazioni speculative…

 

Milano, se pure in modo un po’ ancora sommesso – forse per quel manzoniano riserbo che caratterizza la popolazione ambrosiana – si è anch’essa venuta mobilitando, soprattutto di fronte alle mostruose ultime iniziative edilizie varate dalle giunte Albertini/Moratti che, con la prospettiva di una provinciale, tardiva “modernizzazione” hanno sfigurato importanti luoghi storici, inserito parcheggi sotterranei nelle belle piazze alberate ottocentesche, rese ancor più derelitte le periferie.[2]

Ma siamo solo agli inizi: io credo infatti che l’azione dal basso non voglio parlare di partecipazione, un termine che per l’uso burocratico, superficiale e direi anche in malafede che spesso se ne fa, crea delle resistenze e degli equivoci per i suoi contenuti concettuali radicali, rappresenterà, dovrà rappresentare un riferimento fondamentale nella configurazione della città del futuro. Tale azione infatti, nel suo implicito riferirsi alla vita e al benessere degli individui impone un approccio ai problemi complessi della città e della società che scardina e demistifica la apparente neutralità del Piano generale e la sua spesso offensiva sudditanza agli interessi proprietari e alla rendita speculativa sul suolo urbano, riscuotendo il corpo sociale da quella sorta di apatia in cui lo stesso lo ha costretto, per il modo spesso oscuro, attraverso meccanismi tecnici difficilmente controllabili con cui agisce.

Esiste oggi una contraddizione fondamentale tra i principi di un Buon Governo dello spazio pubblico e del benessere sociale e gli interessi legati alla proprietà privata del suolo e dei beni urbani: una contraddizione che, pur escludendo ogni patologica connivenza tra proprietari e tecnici, le stesse leggi vigenti non sono in grado di risolvere.[3] Questa contraddizione appare in una prospettiva particolarmente oscura e paurosa a fronte della crisi sociale cui lo strapotere finanziario ci induce: che porta a creare fasce sempre più ristrette di super ricchi – che si chiuderanno in enclaves protette nella città – e la massa di “poveri”o meno-abbienti al loro servizio[4]: con una drammatica trasformazione, quindi, nell’uso libero e democratico del suolo urbano. Come la recente vicenda del gruppo di giovani del Macao[5] ha dimostrato, l’azione dal basso, al contrario, agendo secondo quanto è stato definito una sorta di “situazionismo tattico “[6]  interviene punto per punto in una continua interlocuzione coi cittadini a costituire una sorta di diffuso laboratorio, creativo, suscitatore di risorse, immaginifico, tale da suggerire quale potrebbe diventare la civiltà europea del domani: una civiltà che ha nell’uso libero, fruibile e sicuro della città, nel suo governo consapevole e partecipe da parte di tutti i cittadini, uno dei più forti capisaldi. Queste esperienze e iniziative, sono troppo poche ancora in Italia, ma già tali, secondo me, perché alcune giunte municipali più sensibili, come la nostra attuale, possano guardare ad esse per un appoggio sostanziale alla loro azione.



[1]           Per questo protagonismo rimando al testo Architetture del desiderio (a cura di Bianca Bottero, Anna Di Salvo, Ida Faré, ed. Liguori, Napoli 2011), uno stupefacente documento sulla maturità del protagonismo femminile nell’interpretare le bellezze e le qualità più sottili delle proprie città e competenza nella organizzazione della loro difesa.

[2]              Così la città ha continuato, fino al recente cambiamento di giunta e di indirizzo, a occupare  gli ultimi posti nella classifica della qualità della vita che in un confronto con le altre città europee la vedevano (dati 2002):

                al 90° posto per il verde accessibile – (15mq. per ab.contro i 96 di Stoccolma );

                al 90° posto per la rete ciclabile ;

                al 94° posto per posti auto di interscambio ecc.:

e, di contro la vedevano (vincente)

                al 2° posto per il consumo annuale di aree naturali e agricole periurbane

                al 4° posto per il consumo annuale di acqua

                al 2° posto per il consumo annuale medio di NO2

[3]               Attorno a questa contraddizione si è spesso interrogato per es. Stefano Rodotà, che ha proposto l’introduzione nel nostro diritto, oltre a quello di “bene pubblico” e di ” bene privato”, il concetto di “bene comune”

[4]               Si vedano su questo le analisi, tra altre, di Saskia Sassen e di Loretta Napoleoni

[5]               Sulla vicenda del Macao si veda V.D. n. 102

[6]               La defiinizione è stata coniata dall’urbanista di Rotterdam Petar Zaklanovic, capo del Progetto europeo “Atelier Architectures Manifesto”, ed. Eterotopia In Folio, 2012

A cura di Laura Minguzzi

Serata 19 gennaio 2013 alla Libreria delle donne – Circolo della rosa

Bianca Bottero nel suo articolo su V. D N° 103 dal titolo Common Ground sulla 13^ Biennale di Architettura di Venezia, scrive che il senso di questa manifestazione è il richiamo, attraverso varie proposte di diversi paesi, al significato primario dell’architettura cioè essere in empatia coi soggetti e i luoghi, in dialogo con i contesti e di conseguenza in  contrasto con la tendenza corrente del sistema degli/delle archistar. Oggi tutti parlano della città come sistema di relazioni, infatti anche a Milano, abbiamo l’Assessorato alla coesione sociale, ma queste affermazioni sono destinate a rimanere generiche e neutre se non si dice apertamente che la città delle relazioni entra in conflitto con l’esibizione della potenza tecnologica-tecnocratica e ingegneristica e con la logica della speculazione immobiliare che a Milano ha prodotto brutti quartieri, risultato appunto di speculazioni brutali e maldestre. Alcuni esempi che abbiamo tutti sotto gli occhi: a Porta Garibaldi, City-life, con il grattacielo dell’Unicredit, un ammasso di edifici, una torre con guglia, stretti in uno spazio angusto, senza respiro, anche se c’è il contrappunto (come dice l’archistar che l’ha progettato, Daniel Libeskind) delle fontane e dell’acqua che scorre nella Piazza Grande. A Santa Giulia col progetto firmato da Norman Foster, bloccato dalla Procura.  A Porta Vittoria, dove era prevista la biblioteca europea, sono spuntati come funghi  blocchi di appartamenti di edilizia residenziale e non si parla più del progetto originale. Nella zona una boccata d’aria diversa è arrivata dall’occupazione di Macao delle palazzine dell’ex-Borsa del macello.  Altre buone notizie: due nuovi luoghi di donne, Apriti cielo! e l’Alveare, sono stati aperti.  Milano è la città che io ho scelto come luogo dove abitare. Fin dagli anni settanta ha esercitato su di me, come su altri, una forte attrazione come luogo dove è potenziata la forza e il pensiero della libertà femminile, dell’agire che produce pensiero in relazione. All’inizio del 2000 esercitò su di me una certa attrazione anche il progetto di Santa Giulia firmato da Norman Foster, che fu pubblicizzato largamente con filmati, manifesti, maquette in tutta la città e che, tuttora, è un’area sotto sequestro, coperta di rovi, arbusti, dove in primavera spiccano il volo coppie di fagiani. Qualche settimana fa finalmente l’assessora Ada Lucia De Cesaris ha portato a termine i lavori di bonifica di una parte del Parco Trapezio (era la terza volta che venivano eseguiti) e così è stato possibile aprire l’asilo che si trova dentro il parco, dopo un’attesa, fatta di promesse non mantenute, di quattro anni. Il parco purtroppo non è ancora agibile e i lavori continuano. L’assessorato si è accollato quindi le spese di un risanamento che avrebbe dovuto essere stato fatto dalla impresa costruttrice: ha rifatto da capo, ha rimediato ad un danno provocato durante la passata amministrazione. La politica al servizio della città, sono parole che sento spesso pronunciare dal sindaco, da varie assessore.  Il Comune al servizio delle cittadine e dei cittadini. Ma dov’è la radicalità se si resta nella logica del rammendo, del mettere toppe? E non si stoppano, non si pongono vincoli rigorosi all’uso e consumo del territorio?

Io non voglio andare via da Milano ma fare vivere l’altra Milano, l’essere altrimenti della città, ciò che abbiamo chiamato l’architettura del desiderio.  L’esistenza di relazioni non strumentali, di luoghi altri forse non possono impedire il consumo del territorio, dell’aria e del corpo ma possono far esistere la Milano altra che ha ispirato il Primum vivere e il convegno di Paestum. Come ha detto Antonella Cunico del movimento No dal Molin di Vicenza e ora di Femminile Plurale: “Non abbiamo potuto impedire l’ampliamento della base militare a Vicenza ma possiamo continuare a coltivare la nostra idea di città, questa forza e questa libertà nessuno ce le può togliere”.

In un certo senso per me la bellezza dei grattacieli non è disgiunta dal significato primario dell’abitare, nel senso che l’arte ha sempre avuto su di me un effetto benefico, salutare, sul mio benessere mentale e fisico, ma quando appunto non è completamente avulsa e indifferente al contesto, al territorio… L’arte, la bellezza sono per me un bisogno primario. Questo l’ho sperimentato negli anni settanta-ottanta quando arte e politica delle donne procedevano insieme. Entrambe aprono conflitti, ampliano i contesti, fanno  crescere soggettivamente e collettivamente. Ho sentito recentemente il direttore del MACRO di Roma fare un intervento di fronte alle e agli studenti dell’Accademia di Brera in cui citava le Guerrilla girls come pioniere dell’arte urbana, la public art come un esempio di arte non monumentale, celebrativa o decorativa, arte che si confronta col contesto, con la storia passata e con la storia vivente, con la vita di chi abita al presente la città, il mondo.

Pensando a questo nesso per me essenziale fra arte, bellezza e salute ho chiesto a Maria Castiglioni, iniziatrice del gruppo delle Giardiniere e attiva al tavolo salute del comune, di parlarci della sua pratica di relazione. Nel volantino relativo all’ultimo incontro di ottobre a Palazzo Marino, Maria citava un verso di Emily Dickinson, “La campagna indossa una gonna scarlatta”, per far riflettere sulla relazione di dipendenza della città dalla campagna, della cultura dalla natura e metteva sul piatto questo interrogativo riguardo all’Expo 2015: da dove arriverà il cibo?

Noi qui alla Libreria e al Circolo della rosa, grazie al lavoro del gruppo di cucina relazionale Estia, abbiamo ragionato spesso sul cibo e sull’alimentazione. Maria ha intrecciato relazioni con alcune sindache e vice-sindache di Comuni virtuosi dell’hinterland milanese e  ci racconterà i frutti e le difficoltà di questa sua pratica relazionale in rapporto alla città.

Sandra Bonfiglioli, insieme ad Ida Farè che ha fondato il gruppo Vanda al Politecnico di Milano negli anni novanta, una pioniera dunque, ha lavorato da lunga data sui tempi della città e in particolare sui tempi delle donne. Inoltre, invitata dal Movimento delle città vicine, ha partecipato a molti incontri in diverse città dove ha dibattuto queste problematiche dopo la pubblicazione del libro collettaneo Architetture del desiderio, resoconto ricco di testi ed esperienze del convegno del 2008 su questo tema qui in Libreria, insieme ad Anna Di Salvo e Bianca Bottero e mi piacerebbe, se vuole, che ci parlasse dei nodi irrisolti più interessanti emersi da questi incontri e dello stato attuale delle sue ricerche.

Eredibibliotecadonne. RICOMPORRE IPAZIA. A cura di Silvia Aonzo, Betti Briano, Vilma Filisetti e Gabriella Freccero. Ed. Tribaleglobale, Savona 2010.

LE AUTORE
Nel nome ‘Eredibibliotecadonne’ si riconoscono donne di diverse generazioni che condividono l’eredità della Biblioteca delle Donne, nata per iniziativa di alcune protagoniste del femminismo savonese degli anni ’70 e grazie all’opera di stimolo e guida di Mariri Martinengo della Libreria delle Donne di Milano; in attività solo fin verso la fine degli anni ’90, rinasce dopo oltre dieci anni con il contributo determinante di alcune insegnanti e della Dirigente del Liceo Scientifico ‘O. Grassi’ nell’ambito della biblioteca della scuola, aperta anche al pubblico.

La resurrezione della Biblioteca delle Donne, celebrata l’8 Marzo del 2010, ha contribuito a stimolare interesse nei confronti della ricca e variegata attività culturale delle donne nella città di Savona e anche relazioni politiche volte alla produzione e alla circolazione di simbolico femminile.

Le quattro autore del libro sono, infatti, unite dal desiderio di portare avanti quell’eredità, dando occasioni di confronto ed espressione al punto di vista delle donne nel dibattito culturale e politico e soprattutto all’esperienza e all’opera femminile nella vita della città. Esse hanno partecipato all’opera in vario modo, a seconda delle competenze ma nella massima condivisione, superando insieme la resistenza a scrivere in virtù della consapevolezza che c’era qualcosa che andava detto.

COME E PERCHE’ E’ NATA L’OPERA

Una calda sera di Giugno 2010, sulla terrazza del Museo di Arte Primaria, con vista sul porto e sulla zona archeologica di Savona, Betti, Gabriella e Vilma, dietro sollecitazione di Giuliano, direttore del Museo, tengono una conversazione su Ipazia di Alessandria, traendo spunto da alcuni episodi del film ‘Agorà’ di A. Amenabar, comparso pochi mesi prima nelle sale italiane. Silvia è invece confusa tra il pubblico, per registrarne umori e considerazioni.

Il pubblico, insolitamente attento ed interessato, è in prevalenza di uomini e pressoché soltanto maschili sono le voci dell’animato dibattito che segue le relazioni; in esso, però, vengono sollevate questioni e affrontati temi varii ed interessanti ma assolutamente ‘altri’ rispetto a quelli proposti dalle relatrici, che vertevano principalmente intorno all’autorità e alla libertà di Ipazia.

Nonostante il sollievo per la prova conclusa e i vivissimi complimenti ricevuti, le relatrici non avvertono la pace della ‘missione compiuta’; aleggia invece la sensazione che il messaggio trasmesso, pur non respinto espressamene, non sia comunque arrivato a destinazione.

Col resoconto del dibattito redatto a tambur battente da Silvia il disagio prende forma e senso; ri-leggere i toni e persino gli umori di quel pubblico, ri-vedere i silenzi e gli sguardi porterà con sorpresa a riconoscere l’esperienza vissuta come una scena ascrivibile alla rappresentazione politica della problematicità del rapporto tra i sessi.

A quel punto a maggior ragione non è più possibile accontentarsi delle manifestazioni di apprezzamento ricevute dalle poche donne presenti, e tantomeno evitare di interrogarsi sullo scacco avvertito a causa del mancato intendimento, se non addirittura della rimozione, delle loro parole da parte del pubblico maschile.

Parte così un doppio percorso breve ma assai intenso che porterà a mettere in relazione le differenti biografie politiche e disvelare nel contempo le connessioni tra il progetto ‘culturale’ della biblioteca, come anche originariamente del lavoro su Ipazia, ed il comune desiderio di politica registrato in seno al gruppo.

Proprio in rapporto alla filosofa alessandrina emergono le differenti storie personali di ciascuna: chi l’aveva incontrata negli anni ’80, nel periodo in cui si guardava al passato alla ricerca di madri simboliche, chi l’aveva conosciuta qualche anno dopo grazie al prezioso libro di Gemma Beretta e le altre, a cui il film aveva risvegliato l’immagine di una donna eccezionale, ma sepolta dalla storia. Ciascuna a suo modo sente ora una forte spinta a spendersi affinché, come sperimentato nella serata della presentazione, la memoria dissepolta di Ipazia, perdipiù elaborata ed offerta da donne, non sia semplicemente destinata ad alimentare, come una specie di piatto raffinato e dal sapore esotico, la variegata tavola sempre imbandita del vorace e narcisistico metabolismo maschile.

Il pensiero va invece alla possibilità di far agire la potenza simbolica di Ipazia anche al di là del gruppo, magari in altri contesti. Può essere l’occasione per dare anima oltre che vita alla Biblioteca, da poco riaperta, o per proporre alle/agli insegnanti e studenti, come richiesto da alcune delle donne presenti il 10 Giugno, un esempio di azione magistrale e di sapienza relazionale femminile.

Il lavoro svolto non va, quindi, archiviato, ma va rilanciato proprio alla luce degli accadimenti della fatidica serata. Il come appare immediatamente con tutta evidenza: mettendo per iscritto quei fatti. Non per tutte, però, risulta ‘naturale’passare dall’esperienza alla parola; e proprio chi ha più dimestichezza con la parola sente il peso, spesso paralizzante, della scrittura, avverte la propria inadeguatezza a dire, come la buona scrittura richiede, nulla più del giusto e del necessario.

Giunge provvidenziale, oltre alla forza del comune desiderio, un’intuizione che si presenta con la naturalezza e l’evidenza, con cui si impongono di norma le cose più grandi e più giuste: rivivere, alla luce delle ancor fresche emozioni, il ‘film’ della serata, ri-guardare l’evento sequenza per sequenza, riconnettendolo al lavoro preparatorio, alle fonti utilizzate, al back ground di ciascuna e del gruppo, fino a ‘guadagnare’ collettivamente il senso profondo di ciò che era avvenuto e poterlo così tradurre nelle parole più adatte a significarlo.

Saranno tre mesi di lavoro esaltanti, forse irripetibili. Il pensiero di ciascuna troverà sempre rispondenza e rilancio in quello di qualcun’altra, lo scritto di ognuna non farà alcuna fatica a trovare il giusto incastro nel piano di lavoro, e nessuna si sottrarrà dall’affidare, se necessario, il proprio pensiero alle parole dell’altra e tutte si riconosceranno appieno nelle parole di ciascuna.

Il progetto in corso d’opera crescerà su se stesso; si partirà dall’idea di comporre una dispensa di qualche decina di pagine, da destinare a insegnanti e studenti oltre che ad amiche e amici, a quella di una modesta pubblicazione da stampare in poche copie, infine, su sollecitazione di Giuliano, a quella di un ‘vero’libro, con belle immagini e veste grafica allettante.

Prenderà vita così una nuova rilettura di Ipazia, nella quale la filosofa apparirà non più soltanto un luminoso esempio di eccellenza e libertà femminile, ma assurgerà, invece, a paradigma di autorità femminile nella polis e nelle relazioni con il mondo maschile. Dalle testimonianze della sua

‘ magnifica eloquenza’, della sua sapienza magistrale, della forza e libertà del suo pensiero, della stessa presenza nelle vicende del tempo verranno estratti e posti in evidenza aspetti dell’essere-nel-mondo delle donne di valore archetipico e soprattutto inequivocabili esempi di parola femminile che prende corso sia tra le donne che tra gli uomini.

Al termine del percorso le autrici capiranno di aver guadagnato insieme alla Ipazia che ‘desideravano’ il senso vero della loro ricerca: come tradurre la differenza femminile in lingua comune e in azione politica efficace per ambo i sessi.

Non sarà l’unico guadagno. Terminata l’opera le autore capiscono che le loro storie si sono alfine intrecciate:da individue, con percorsi distinti e in qualche tratto paralleli, sono divenute ‘gruppo’, anzi il nucleo di una comunità femminile, che ambisce a farsi soggetto nella politica della città. Ipazia ha compiuto il miracolo che neppure la rinascita della Biblioteca era riuscita a fare.

Liliana Agnellini è morta. Da qualche giorno era ricoverata in condizioni gravissime al Centro Grandi Ustioni di Roma . Era madre di tre figli.
Avrebbe voluto ricominciare una nuova vita. Si è appreso dalla stampa che Liliana, in varie occasioni,aveva presentato denuncia contro Damiano Verna di 68 anni ex carabiniere in pensione. Il 10 dicembre l’ultima denuncia per violenza sessuale e atti di persecuzione.

La notte tra domenica 13 gennaio e lunedì, mentre rientrava in casa, è stata seguita dall’uomo, che ,infilatosi nell’ascensore, ha svuotato le bottigline di benzina che aveva con sé e ha appiccato fuoco. Liliana ha avuto solo il tempo di urlare per chiedere aiuto.

Liliana non c’è più e si è appreso che anche l’uomo è morto.

Ancora un’altra vittima di quel reato odioso che viene definito femminicidio e che si consuma nel silenzio generale.

Liliana ha avuto il coraggio di denunciare,ma le sue richieste di aiuto non hanno trovato accoglimento,né tutela.

Contro il femminicidio, per l’ennesima volta chiediamo alle Istituzioni che vi siano interventi tempestivi e avvio immediato di azioni di prevenzione e tutela per l’incolumità della donna,in attuazione dei principi stabiliti dalla Corte Europea e ratificati dal nostro Paese mediante la Convenzione di Istanbul.

UDI-PESCARA
ASSOCIAZIONE DONNE VESTINE-PENNE
ASSOCIAZIONE “CITTA’ DELLE DONNE”-MONTESILVANO

Enrica Asquer
http://www.societadellestoriche.it/index.php/it/genesis/indice-dei-numeri/369-2012-xi1-2-culture-della-sessualita

Enrica Asquer, Introduzione (pp. 7-17)

Laura Schettini, Un sesso che non è sesso: medicina, ermafroditismo e intersessualità in Italia tra Otto e Novecento (pp. 19-40)
Massimo Perinelli, <<Second Bite of the Apple>>. The Sexual Freedom League and Revolutionary Sex in 1960s United States (pp. 41-66)
Nerina Milletti e Ivana Pintadu, Il giardiniere, il giardino e le rose. L’omoerotismo in Rivolta Femminile e negli scritti di Carla Lonzi (pp. 67-93)
Massimo Prearo, Le radici rimosse della queer theory. Una genealogia da ricostruire (pp. 95-114)
Serena Tolino, Identità omosessuale in tribunale nell’Egitto e nel Libano contemporanei (pp. 115-140)
Beatrice Gusmano, Omonormatività nei contesti lavorativi italiani odierni: nuovi orizzonti gerarchici? (pp. 141-170)
Roberta De Nardi, La gestione biomedica dell’intersessualità: l’incorporazione del dimorfismo sessuale (pp. 171-192)
Sara Garbagnoli, Denaturalizzare il normale. L’interrogazione paradossale degli studi di genere e sessualità (pp. 193-229)
Lectures/Lezioni
Anna Rossi Doria, Memoria e racconto della Shoah (pp. 231-251)
Ricerche

Nevra Biltekin
, The Diplomatic Partnership: Gender, Materiality and Performance in the Case of Sweden c. 1960s-1980s (pp. 253-265)
Maria Marchese, Il pacifista e la catalana: la Grande Guerra nel carteggio tra Carme Karr e Romain Rolland (pp. 267-285)
Interventi
Alessia Muroni, Guardare è raccontarsi: fotografia, erotismo e libertà nell’arte di Tee Corinne (1943-2006) (pp. 287-302)
Roberta Padovano e Gigi Malaroda, Breve storia del Circolo Maurice. O dell’opportunità della mixité (Torino, 1985-2007) (pp. 303-318)
Laura Scarmoncin, Femminismo porno-punk.Altri sguardi su sessualità, corpo e libertà (pp. 319-331)
Recensioni
Anna Bellavitis, Amor sacro e amor profano: un tribunale del matrimonio in età pre-tridentina
Tiziana Plebani, Braccate, bracconiere o? Storie di lettrici di prima età moderna
Laura Guidi, Esercizi di libertà, paure sociali. Travestimenti di genere in Italia tra Otto e Novecento
Maria Rosaria Stabili, Guerra e Resistenza nella memoria delle donne
Brunella Casalini, Le donne: l’ultima colonia
Resoconti
Beatrice Zucca-Micheletto, New law-new gender structure? Codifying the law as a process of inscribing gender structures (Innsbruck, 13-15 settembre 2012)
Aurora Savelli, Velo e velatio: significato e rappresentazione nella cultura figurativa dei secoli XV-XVII nell’area italiana centro-settentrionale (Firenze, 20 settembre 2012)
Barbara Spadaro, Femmes et genre en contexte colonial/ Women and Gender in Colonial Context -XIXe-XXe siècle (Parigini, 19-21 gennaio 2012)
Federica Falchi, Women, State and Nation: Crating Gendered Identities (Cardiff, 7-9 settembre 2012)
Le Pagine della Sis, a cura di Rosanna De Longis (pp. 379-386)
Summaries (pp. 387-390)
Le autrici, gli autori (pp. 391-394)

 

“CI PRENDIAMO LA CITTÀ”
SABATO 23 MARZO 2013
9,30 – 18,00
Sala convegni “Carla Lonzi”
CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE DI ROMA
Via San Francesco di Sales 1A

In ogni parte del mondo il territorio è devastato, la bellezza del paesaggio minacciata, le città continuano ad espandersi a dismisura, sottraendo terreno al verde, all’agricoltura, al bisogno di vasti orizzonti e causando gravi problemi di inquinamento, smaltimento dei rifiuti, perdita di riferimenti. La vita quotidiana è continuamente sacrificata all’infernale sistema economico globale. Ma nuovi spazi si stanno costruendo, nuove forme di lavoro e di economia si vanno affermando, nuove figure sociali trasformano in modo imprevisto l’uso di case, piazze, edifici pubblici. Comincia a farsi strada nelle amministrazioni pubbliche, nel dibattito internazionale tra esponenti dell’architettura e dell’urbanistica l’idea di porsi in ascolto delle comunità abitanti, di ricucire le gravi ferite inferte alle città, impegnandosi in opere di “manutenzione”, fermando le autorizzazioni a costruire, spostando fondi dalle “grandi opere” alla salvaguardia del territorio. Sono in atto metamorfosi di luoghi che già prefigurano un’altra città, a partire da forme di relazione più libere tra donne e uomini, tra generazioni e culture diverse. Il presente domanda pensiero radicale, impegno in prima persona, presenza viva nei contesti dove si lotta per strappare terreno al potere. Per questo ci diamo convegno a Roma. Vogliamo vedere quello che di creativo succede in tante città vicine e lontane, raccontare come donne e uomini prendono nelle loro mani la sorte dei luoghi in cui abitano, confrontare le nostre pratiche e renderle più incisive, condividere una teoria sulla città, intesa come luogo reale e simbolico di conflitti, incontri e passioni, dove negli ultimi trent’anni si è resa visibile un’azione pubblica di donne che ha messo al primo posto della politica le ragioni e le grandi sfide della vita.

Brave maestre, ma quello che fate è quasi un cattivo esempio. Non sarebbe meglio protestare in comune e coinvolgere le mamme e i papà? ..o almeno provare. E se lo state già tentando, raccontatelo.
(Redazione del sito)

R. Pol.

Dieci insegnanti, tra cui il dirigente scolastico, si autotassano per pagare mensa e scuolabus a 15 bambini (figli soprattutto di stranieri ma anche di genitori italiani) che il sindaco di Adro, il leghista Oscar Lancini, aveva deciso di non erogare tre anni fa ai bambini le cui famiglie erano rimaste indietro con i pagamenti. Il teatro di questa meritevole iniziativa è l’istituto comprensivo Gianfranco Miglio di Adro, nel bresciano, già noto per la vicenda del «Sole delle Alpi» leghista scelto come stemma e per la cacciata di alcuni alunni dalla mensa per la morosità dei genitori. Fino alla fine dell’anno scolastico gli insegnanti verseranno 30 euro a testa al mese per garantire pasto e trasporto a 15 bambini dell’asilo e dell’elementare. Il sindaco non ha mai ceduto dalla sua ottusa intransigenza. Nel 2010, dopo le polemiche, fu un imprenditore locale, Silvano Lancini, ad assumersi il costo dei servizi per i bambini. Poi le rette sono state pagate da Caritas e altre onlus. Ora provvedono direttamente gli insegnanti. Il comune no.

Nicola Davide Angerame

È probabilmente la direttrice di fiera più longeva. Dal 1997 in sella ad Art Brussels, Karen Renders sorride gentile e soddisfatta di questa nuova edizione, che non sembra conoscere la crisi. Nel Paese che è stato per un anno senza governo, e che ora vanta un primo ministro di origini italiane, si vende arte e si fa cultura. E le gallerie fanno a gara per esserci. Anche quelle italiane, aumentate in modo significativo. Meno politica e più cultura del collezionismo: questa è la formula con cui Renders da quindici anni vince le sue sfide.

 

Art Brussels compie trent’anni…
In realtà ne ha 45 ed è la più anziana d’Europa. Nasceva nel 1968 con una edizione ogni due o tre anni, da gallerie appassionate che facevano arte quasi come un hobby. La formula prevedeva che ogni galleria belga invitasse una galleria straniera.
Poi sei arrivata tu, nel 1997.
Nel ’97 c’erano 6o gallerie e circa 4mila visitatori. Oggi siamo 182 gallerie e 30mila visitatori circa.
Un’evoluzione che rende la fiera una tua creazione…
Si può dire così, forse, anche perché da allora la mia priorità è esclusivamente il suo successo.
Cos’è accaduto in questi anni? Bruxelles è cambiata, ora arrivano anche i parigini…
Adesso tutti ne parlano. È divertente perché i parigini ci sono già da qualche anno, ma questa volta ne parlano tutti, per via delle elezioni in Francia la settimana prossima…
È comunque un fenomeno in crescita.
Per la fiera è un ritorno all’origine, visto che era franco-belga. Le gallerie organizzatrici erano molto legate a Parigi.
È vero che chi di loro si stabilisce qui è solitamente ricco e collezionista?
Penso che sia il nostro punto di vista, ma credo che ve ne siano anche di non collezionisti.
Uno dei trend di Bruxelles è aprire la propria collezione, come fa Maison Particulière.
Quindici anni fa era difficile accedere alle collezioni private, poi gli Stati Uniti hanno lanciato la moda. Noi ci dicevamo: in Belgio non si riuscirà mai. E invece eccoci qui, i belgi aprono le loro collezioni.
La migliore qual è?
Vanhaernts, un museo privato visitabile anche fuori dal periodo di fiera.
Che ruolo deve avere Art Brussels?
Aprire il mondo dell’arte verso l’esterno. Ci dicono che siamo elitisti, che l’arte è per i ricchi. Ma non è vero. La fiera deve avvicinare l’arte contemporanea a un pubblico più ampio.
La fiera è più un mercato o un museo?
L’obiettivo primario è il mercato, le gallerie sono qui per vendere. Il secondo obiettivo, di cui il pubblico deve approfittare, è offrire una panoramica sull’arte contemporanea prodotta oggi a livello internazionale.
Rapporto con le istituzioni. In Italia si tagliano i finanziamenti. Qui come funziona?
I musei belgi non sono viziati dallo Stato. Ve ne sono pochi nelle altre città e a Bruxelles ne manca uno dedito al contemporaneo. Wiels è un centro d’arte e il Bozar è multidisciplinare. Con tutti i collezionisti che abbiamo in Belgio, spero che ciò cambierà.
Per contro, la fiera mette in rete quelli che esistono in Belgio.
Da dieci anni lavoriamo con i musei a Ostenda, Gand, Anversa, Charleroi. Vi portiamo i collezionisti in visita, ma quest’anno non abbiamo il tempo, ci sono troppe cose a Bruxelles.
La città di Bruxelles non è un main sponsor…
No, ma si lavora insieme. Mette un budget di 100mila euro per fare l’esposizione di sculture in città e comprarne una.
Come va il rapporto con i privati?
Sono più che sponsor, sono partner: organizzano esposizioni in fiera, come ING, o application e premi, come Blegacom.
Sei stata la prima a creare un comitato di collezionisti: come va con loro?
Abbiamo un legame molto forte. Credo che un organizzatore di fiera debba conoscere il mercato, ma anche saper ascoltare le gallerie e i collezionisti. Questi non hanno potere sulla fiera, ma sono considerati.
Cosa fanno in pratica?
Sono ambasciatori della fiera nel mondo: invitano i loro amici collezionisti e ci aiutano ad accoglierli come si deve. Organizzano cene bellissime. Ci incontriamo regolarmente durante l’anno, discutiamo del mercato, scambiamo idee. Loro decretano il migliore solo show della fiera.
Vieni in Italia per visitare le fiere?
Bologna non riesco a vederla, ma ogni anno visito Artissima, di cui siamo anche partner. Credo che sia comparabile ad Art Brussels e trovo che facciano un buon lavoro. È in un periodo difficile, perché arriva dopo tutte le grandi fiere d’autunno.
Che novità presenti quest’anno?
Apriamo le porte di nuove collezioni private, inauguriamo l’apertura notturna della fiera. Alle sculture in città si aggiungono i “video in city”.
In Italia, la politica è spesso main sponsor. Voi che relazioni avete?
Da noi no, la politica non sostiene davvero l’arte; sta cominciando e io faccio molti sforzi, ma la città non sostiene la fiera. Parliamo e cerchiamo di sviluppare idee, ma non ci sono sussidi cospicui. Il grande vantaggio è che la politica non è d’impaccio e noi operiamo in piena libertà.
E non hai problemi di budget?
Problemi di budget? Sempre! Devo combattere per realizzare tutto quel che vorrei e, credimi, vorrei fare molto di più.
Più che un serio problema di budget, questo mi pare un “piccolo” limite ai tuoi progetti sempre più ambiziosi…
Ecco, esattamente…
Voi qui non sentite la crisi?
La crisi è ovunque, ma per fortuna non ha ancora attaccato il mondo dell’arte.
In Belgio, forse…
Per ora siamo molto contenti.
La crisi influenzerà le prossime edizioni?
Oggi l’arte è riconosciuta come un valore alternativo alle Borse, ma quel tipo di arte finisce nelle case d’aste. Art Brussels è ancora molto vicina agli artisti e all’arte nascente.
Che profilo hanno i collezionisti di Art Brussels?
È il profilo tipico del collezionista belga, di un conoscitore che vuole scoprire il nuovo e che è davvero appassionato d’arte.
E gli italiani?
Vorrei poter accoglierne di più.

 

Roberto Ciccarelli

Il 30% lavora con la partita Iva e guadagna fino a 2mila euro al mese, ma altrettanti sono sotto la soglia di povertà. Concerti, fiere, esposizioni, saloni, festival. E l’Expo 2015. Milano è un grande cantiere che produce «grandi eventi» 24 ore su 24. Di questa macchina possente, dove solo il 10% dei contratti di lavoro sono a tempo indeterminato, mentre raddoppiano i contratti di collaborazione (da 6.660 ad agosto-settembre 2011 a 12.133 nel 2012) e cresce la disoccupazione dei neo-laureati (+4,1), l’autoinchiesta dei lavoratori dell’arte e dello spettacolo di Macao restituisce il clima della «rivoluzione antropologica»» che ha investito i lavoratori del terziario avanzato, e non solo sui settori dei media e della comunicazione, dell’arte o della cultura. E prospetta un’alternativa al pensiero manageriale basata sulla cooperazione, sul mutualismo e la riscoperta della solidarietà tra i soggetti forgiati dal modello di vita neoliberista: individualistico, corporativo e concorrenziale.
Nelle 75 interviste in profondità, corredate da proiezioni e grafici, che costituiscono il dossier di questa operazione a cuore aperto, praticata in corsa, mentre Macao lavora sulla sua utopia concreta nei locali dell’ex macello comunale in viale Molise 68, emerge un’immagine dei lavoratori dell’economia dell’immateriale molto distante da quella tradizionale del «precario». «Tra gli attivisti che dedicano alla costruzione di Macao fino a 34 ore di lavoro a settimana – afferma Emanuele – abbiamo riscontrato una forte polarizzazione. Di solito si pensa che le occupazioni siano costituite da un precariato che non arriva a metà del mese. Invece a Macao c’è un 30% che guadagna sui 2 mila euro al mese, sta sul mercato e lavora con la partita Iva, assumendosi i rischi di questa attività tra cui i costi d’impresa e il recupero dei crediti. E c’è un 30% che è sotto la soglia di povertà, guadagna 300 euro al mese». Rispetto al movimento degli «intermittenti dello spettacolo» francesi che ha avuto una certa influenza sulle occupazion di teatri, atelier e cinema (teatro Valle o Angelo Mai a Roma, La Balena di Napoli, il Sale a Venezia, i teatri siciliani occupati), Macao vanta una composizione molto più eterogenea. Tra gli attivisti ci sono cocopro (13,3%), chi lavora con la ritenuta d’acconto (6,7%) o la partita Iva (23%); i giovani tra i 20 e i 30 anni (12%) che lavorano nel bacino del lavoro sommerso dell’industria creativa come hostess o addetti ai catering degli «eventi»; i dipendenti a tempo indeterminato (18%), soci di cooperative o aziende individuali. Il 28% arriva a svolgere fino a tre attività diverse, facendo così l’esperienza di quello che gli esperti definiscono ««disallineamento» tra la formazione (oltre il 20% è laureato, il 13% ha un master) e le mansioni svolte. Secondo gli attivisti di Macao questa pluralità operosa non è più riducibile ad una categoria professionale (il «lavoro della conoscenza»), ad una sociale (il «precariato») e nemmeno alla pretesa universalità del lavoro intellettuale (il «lavoro culturale»). Per ritrovare il filo che unisce questa moltitudine, piccolo campione del Quinto Stato milanese, bisogna piuttosto parlare di «culture del lavoro» che si riconoscono in un’azione comune.
«Quella che Sergio Bologna ha definito “economia dell’evento” – continua Emanuele – mobilita molte più categorie di quelle che appartengono al lavoro cognitivo: c’è chi si occupa del trasporto, dell’allestimento, della costruzione di stand o impalcature, il lavoro intellettuale e quello esecutivo si scambiano i ruoli e spesso vengono svolti dalle stesse persone. C’è chi lavora in un bar, o fa il piastrellista, ma in realtà opera nel campo dell’arte o della cultura. Cè chi è laureato in beni culturali e fa il casting per la pubblicità, o chi lavora per Sky e cooperano con noi. Tutti operiamo nei flussi dell’industria creativa milanese e troviamo in Macao uno spazio per risemantizzare la propria vita, ricomporre una catena produttiva fuori dalla domanda e dall’offerta, fare esperienze di un’economia della condivisione dei saperi e anche delle spese». Spesso l’estrema duttilità, «multi-tasking» o ««riciclo di se stessi», spinge a smarrire la differenza tra il tempo di vita e quello del lavoro. Gli attivisti di Macao lavorano (o cercano lavoro) 29,3 giorni al mese, cioè sempre. Quello che sorprende è che, nonostante tutto, il 77% dice di difendersi dall’invasività di un lavoro che sbrana l’esistenza, e la psiche. «Macao è il nome comune di chi si sottrae al modello manageriale di ottimizzazione della produzione che ha devastato la cultura italiana negli ultimi 30 anni – afferma Paolo – La forte discontinuità che esso rappresenta rispetto all’auto-organizzazione tradizionale è che qui la produzione di segni è immediatamente mobilitazione politica. Non c’è da una parte la produzione di segni e dall’altra parte la mobilitazione politica. Questo segna la riscoperta dell’agire in comune e del lavoro in relazione a cui invitava Lia Cigarini già negli anni Novanta. La forte partecipazione delle donne in Macao è stata determinante per comprendere che oggi la qualità del lavoro sta nell’aumentare la qualità delle relazioni, non ill risultato, come dice il pensiero manageriale».

Il titolo è vecchiotto, l’articolo merita
(redazione del sito)


Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

L’Italia non sta utilizzando al meglio una parte importante del suo capitale umano, le donne. È una perdita colossale per la nostra economia. Quando studiano, le ragazze italiane sono più brave dei ragazzi, in tutte le materie. I dati del programma Pisa ( Programme for international student Assessment , l’indagine promossa dall’Ocse – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – allo scopo di misurare le competenze degli studenti in matematica, scienze, lettura e abilità nel risolvere problemi) mostrano che a 15 anni le ragazze italiane raggiungono punteggi di gran lunga superiori ai maschi in «abilità di lettura» (510 contro 464, una differenza enorme) ma anche in «abilità scientifica» (490 contro 488). Solo in matematica le ragazze fanno un po’ meno bene dei maschi. Non è da escludere che questo sia un effetto indotto da una cultura che assegna a ragazzi e ragazze ruoli diversi: «La matematica è una cosa da uomini». Lo si vede nella scelta dell’università: il 76% delle matricole delle facoltà umanistiche sono donne; nelle scientifiche solo il 37%. Questa scelta probabilmente riflette anch’essa stereotipi culturali. Perché laurearsi in fisica nucleare per poi fare la casalinga? Meglio studiare poesia. Quando però le donne si iscrivono a una facoltà scientifica, spesso sono più brave: alla Federico II di Napoli, ad esempio, il 37% delle ragazze si laurea con 110 e lode, contro il 24% dei maschi.
La partecipazione alla forza lavoro delle donne in Italia è tra le più basse dei Paesi Ocse e la più bassa in Europa. Nel 2011 solo 52 donne italiane su 100, fra i 15 e i 64 anni, lavoravano o cercavano attivamente un lavoro. In Spagna erano 69, in Francia 66, in Germania 72, in Svezia 77. Solo in Messico e Turchia erano meno che in Italia. È vero che le donne più giovani lavorano di più: ad esempio, nella classe di età 35-44, il tasso di partecipazione è aumentato di 5 punti in un decennio. Ma rimane 15 punti inferiore al corrispondente tasso tedesco.
Il motivo di queste differenze straordinarie è che in Italia la divisione dei compiti tra lavoro domestico e lavoro retribuito sul mercato è più sperequata fra uomo e donna. La donna lavora in casa, il marito o il compagno in fabbrica, o in ufficio, sebbene, come abbiamo visto, il capitale umano delle donne giovani sia in media più alto di quello degli uomini. Insomma, troppe donne con grandi potenzialità non le sfruttano. I dati lo dimostrano chiaramente. All’interno delle mura domestiche le donne italiane fanno molto di più dei loro compagni: 6,7 ore di lavoro casalingo al giorno contro meno di 3 ore. Sommando il lavoro nel mercato e a casa, sono gli uomini ad apparire cicale mentre le donne, come formiche operose, lavorano quasi 80 minuti al giorno in più dei loro compagni. E questo accade indipendentemente dal livello di istruzione: è vero sia per le donne con la licenza elementare che per le laureate.
Perché le donne italiane lavorano così poco fuori casa? Si dice perché non ci sono abbastanza asili nido gratuiti o sussidiati. Magari fosse così semplice! In primo luogo tutte le donne in Italia lavorano meno che in altri Paesi, non solo le giovani madri. Inoltre, in molti casi, i bambini non verrebbero mandati al nido neanche se questo fosse gratuito perché si pensa che sia la mamma a doversi occupare dei figli piccoli.
Ci si aspetterebbe che il nostro fosse un Paese con un alto tasso di natalità. E, invece, tanta attenzione per i figli non si riflette in tassi di fertilità altrettanto elevati: anzi, la fertilità è molto più alta in Svezia, dove quasi tutte le donne lavorano (1,9 figli per donna), che in Italia (1,4).
Insomma, le ragioni della scarsa partecipazione al lavoro sono molto più profonde: hanno a che fare con la nostra cultura, che assegna alla donna il ruolo di «angelo del focolare» e all’uomo quello di produttore di reddito. Ma il risultato è che tanti uomini mediocri fanno un mediocre lavoro in ufficio; un lavoro che le loro mogli casalinghe farebbero molto meglio perché hanno più capitale umano. Inoltre, al momento degli scatti di carriera spesso le imprese preferiscono gli uomini; magari non semplicemente per discriminazione di genere, ma perché sanno che in caso di conflitto fra esigenze familiari e aziendali un uomo sarà più disposto di una donna ad anteporre le esigenze dell’azienda a quelle della famiglia. Il risultato è che il capitale umano del nostro Paese è sottoutilizzato perché quello femminile è usato poco e male.
La famiglia rimane un’istituzione fondamentale della società, nessuno lo nega. Ma il punto è che in Italia, più di ogni altro Paese europeo, il carico della famiglia è troppo sbilanciato sulla donna. Fino a quando non si aggiusta questa equazione non si fanno passi avanti. Sia chiaro: ci stiamo muovendo su un terreno minato, che sfiora il dirigismo culturale. Forse gli italiani (uomini e donne) sono contenti così. Cioè sono contenti di una distribuzione del lavoro domestico e nel mercato tanto sbilanciata. Se così fosse, non c’è alcun motivo per cui il legislatore debba intervenire.
Ma siamo proprio sicuri che le donne italiane siano così felici di assumersi carichi domestici che paiono ben superiori a quelli delle donne di altri Paesi europei? Siamo così sicuri che tutte le donne siano contente di non essere promosse nel lavoro perché devono farsi carico della famiglia (non solo dei figli, anche di genitori e parenti anziani) praticamente da sole?
Forse no, e allora il prossimo governo dovrà mettere la questione del lavoro femminile al centro del suo programma. Proposte ce ne sono. Ad esempio uno di noi (Alesina, insieme ad Andrea Ichino) ha da tempo suggerito vari metodi per detassare il lavoro femminile e favorire la partecipazione al lavoro delle donne. Si deve anche pensare a un uso molto più flessibile del part-time per facilitare la gestione familiare, come nei Paesi nordici, dove il part-time è molto più diffuso che da noi. Attenzione però: part-time sia per uomini che per donne, appunto per riequilibrare i ruoli nella famiglia.
Mario Monti nella sua Agenda ha ricordato il problema del ruolo della donna nella nostra società. Il prossimo governo dovrà partire proprio da lì.

Registrazione della Lectio Magistralis tenuta a Pordenone legge – del 23/09/2012

Tiziano Bonini

“E se ci fosse una biblioteca con ogni libro? Non ogni libro in vendita, o ogni libro importante, neanche ogni libro in una certa lingua, ma semplicemente ogni libro; la base della cultura umana. Per primo, questa biblioteca deve essere su Internet.”

Questo non è Borges. Non è la Biblioteca di Babele. Questo è quello che scriveva nel 2007 Aaron Swartz per presentare Open Library, il progetto a cui stava lavorando all’epoca: una biblioteca digitale ad accesso libero, gestita da una fondazione non-profit, che oggi conta su un catalogo di più di un milione di libri, classici e moderni, disponibili in download in vari formati digitali. “Open library è tua. Navigala, correggila, alimentala”, recita il sottotitolo del sito, una specie di Wikipedia per i libri. Aaron Swartz aveva 21 anni nel 2007. Ne aveva 26 quando, l’11 gennaio del 2013, si è suicidato. Da allora, da sabato, la notizia ha rimbalzato sui social network e sui giornali di tutto il mondo. Perché? Chi era Aaron Swartz, al di là delle facili etichette di “genio ribelle della Rete” che i media di massa nazionali gli hanno frettolosamente attaccato addosso, e perché è importante ricordarlo?

Aaron Swartz, secondo le parole del suo mentore Lawrence Lessig – giurista di Harvard impegnato nella battaglia per una riforma del copyright nel nuovo ecosistema digitale – era un attivista per i diritti civili di Internet. Ma ancora non ci siamo. Non è questo dettaglio che ci permette di capire chi era Aaron Swartz e perché era così amato, discusso e ora rimpianto (la sua famiglia e i suoi amici hanno dato vita a un memorial online per condividere il ricordo di Aaron e Wikipedia lo saluta come “uno splendido essere umano”). Attivista, militante, “genio”, sono tutte parole usate in questi giorni per descriverlo ma che non gli rendono giustizia. Il rumore della notizia della sua morte, la ricorrenza della parola “genio” nel ricordarlo, le manifestazioni d’affetto da tutto il mondo, sono in parte analoghe alla scomparsa di David Foster Wallace. Per entrambi si piange, anche con rabbia, il genio e lo spreco di un talento immenso, come se credessimo che quel talento apparteneva a tutti noi, non solo a loro, e non avevano il diritto di farci una cosa del genere, privarci del loro talento. Aaron Swartz non era uno scrittore fragile e famoso, non era ancora un’icona pop, ma tra il pubblico dei geek di tutto il mondo si era guadagnato il rispetto e l’affetto che normalmente si tributa a uno scrittore fragile e famoso. Cory Doctorow, scrittore di cyber sci-fi, blogger e coeditore del blog geek più famoso al mondo – Boing Boing – lo ricorda così: “Lo conobbi quando aveva 14 anni. Aveva già scritto le specifiche del RSS 1.0 (una stringa di codice, ora diffusissima, che permette alle persone di ricevere notifiche automatiche di notizie online, ndr). Quando veniva a San Francisco ci prendevamo cura di lui, era solo un ragazzo. Fui io a presentarlo a Lessig. Divenne attivo nella squadra tecnica di Creative Commons e sempre più coinvolto nei temi di tecnologia e libertà di accesso. Sembrava sempre in cerca di un mentore, e nessuno di questi mentori sembrava riuscire a soddisfare gli altissimi standard da lui richiesti. Aaron ha ottenuto cose incredibili nella sua vita. Era un ragazzo mosso continuamente da nuove passioni, nuovi obiettivi.”

Tutti concordano sulla genialità di Aaron Swartz. A 17 anni aveva iniziato i suoi contributi a Wikipedia. La sua pagina conta più di 200 articoli (l’ultimo edit è di giovedì 10 gennaio). Uno di questi include “Who writes Wikipedia”, un articolo in cui si schierava per la conservazione di uno statuto il più aperto possibile per Wikipedia e che continua a generare dibattito. Ha partecipato alla fondazione della start up Reddit, un sito di social news in cui gli utenti possono postare link e discutere argomenti che fu poi acquistato nel 2006 da Wired/Condé Nast. Ha fatto ricerca presso la Edmond J. Safra Foundation Center for Ethics di Harvard diretto da Lawrence Lessig, partecipando all’architettura della licenza Creative Commons. Nel 2008 ha pubblicato il suo “Guerrilla Open Access Manifesto” chiedendo agli attivisti della Rete di “opporsi al sequestro e alla privatizzazione del sapere accademico e dell’informazione”. Nel 2010, con la sua iniziativa DemandProgress.org è stato uno dei nodi cruciali del movimento di protesta che negli Stati Uniti ha sconfitto il Congresso sull’inasprimento delle leggi del copyright in rete (SOPA – Stop Online Piray Act). C’è un bel video su YouTube in cui racconta “come fermammo la Sopa”: a me ha colpito il suo entusiasmo. Ha i capelli lunghi, la barba, gli occhiali spessi. Tutti abbiamo avuto un compagno di università giovane, brillante e utopista come lui, è per questo che ci sembra così familiare. Nel video sembra un rappresentante di Istituto dei tempi del liceo, ma senza la spocchia e la vuota retorica di allora.

Lessig ricorda che: “con il suo lavoro per costruire una biblioteca aperta a tutti e dare forma a Creative Commons, con Demand Progress, con la liberazione on line di documenti pubblici, Aaron ha sempre lavorato per il (almeno per il suo concetto di) bene pubblico, l’interesse comune”.

Aaron Swartz era un attivista e un talento informatico, un “genio”, se volete, ma non è questo che ci aiuta a capirlo. Anche il fondatore di Facebook è un genio dell’informatica, ma non è Aaron Swartz. Aaron Swartz era soprattutto un intellettuale della rete, uno che letteralmente “pensava” la rete, la più potente arma di comunicazione di massa contemporanea, e si chiedeva costantemente che forme dovesse avere per poter liberare al meglio il proprio potenziale democratico, in termini di libero accesso ai contenuti digitali. Tutto quello che ha fatto, lo ha fatto per questa causa: liberare i contenuti digitali presenti nella rete e renderli accessibili. Nel 2009 Swartz ha scaricato e rilasciato pubblicamente circa il 20% del database PACER della corte federale degli Stati Uniti, contenente i documenti giuridici (documenti pubblici) dei cittadini americani, i quali però dovevano pagare una tassa per accedervi online. Per tali azioni, Swartz è finito sotto inchiesta da parte della FBI. Il caso è stato chiuso due mesi dopo senza condanna.

Nel 2011 Swartz fa la cosa per la quale ora tutti lo ricordano e che tutti usano come detonatore della sua scomparsa: scrive un programma che gli permette di scaricare attraverso la rete del MIT tutti i 4,8 milioni di documenti contenuti nell’archivio digitale JSTOR, una fondazione non profit che gestisce una delle più ricche biblioteche digitali del mondo, accessibile a pagamento (sottoscrivendo abbonamenti da migliaia di euro) da 7.000 istituzioni di 150 paesi del mondo. L’obiettivo, secondo le autorità americane che lo arrestano subito, è quello di pubblicarli on line e Swartz viene accusato di diverse frodi informatiche. JSTOR, dopo aver ottenuto da Swartz la restituzione dei documenti sottratti e la garanzia che non sarebbero stati pubblicati ritira la denuncia, ma il giudice americano Carmen Ortiz apre comunque una causa contro di lui, per violazione della proprietà e frodi fiscali. Lessig lo difende dicendo che “non è un crimine scaricare articoli da JSTOR. Molti di noi, da studenti e docenti lo hanno fatto. E non è un crimine nemmeno scaricarli tutti, a partire da una rete legalmente connessa a JSTOR come quella del MIT”. Però se quei documenti fossero andati online, anche JSTOR avrebbe subito un danno. Lessig afferma che la causa di Aaron è anche la sua causa, ma che in questo caso non ne condivide il metodo. Se, e solo se, le accuse del governo fossero giuste (sono ancora da dimostrare le accuse di frodi informatiche mosse dal governo americano), si chiede Lessig, un certo grado di punizione sarebbe indubbiamente appropriato.

Ma quale tipo di punizione? Non certo quella proposta dall’accusa: 50 anni di carcere e 4 milioni di dollari di multa. La sentenza definitiva si sarebbe dovuta avere tra tre mesi e molti scrivono che Aaron si sia tolto la vita perché spaventato dall’idea realistica di finire in carcere e sul lastrico. Lessig nel suo articolo in parte incolpa il governo americano della sua morte, dichiarando la pena estremamente ingiusta e vendicativa (colpirne uno per educarne cento). Il caso è tecnicamente complesso ma, a prescindere da come ognuno di noi lo possa valutare, non può non colpire l’asprezza di un procedimento legale in cui l’unica parte lesa, JSTOR, ha dichiarato di non voler proseguire la causa. A due giorni dalla sua scomparsa, senza nessuna prova, è molto affrettato dire che Aaron Swartz si è tolto la vita per via della condanna che lo attendeva. Quando qualcuno si suicida, senza nemmeno lasciare spiegazioni, come in questo caso, l’unica cosa onesta da dire è il silenzio. Certe azioni umane sono inspiegabili. Nessuno di noi è mai penetrabile fino in fondo. Nessuno sa davvero perché Aaron Swartz, 26 anni, genio ecc…, si sia tolto la vita. Nemmeno la sua famiglia ne parla. Però a noi resta il punto di domanda, non quello del perché sia morto ma quello del chi era Aaron Swartz? Perché è importante ricordarlo?

Un programmatore americano, Gregory Maxwell, pochi giorni dopo la notizia dei download di JSTOR da parte di Swartz, pubblicò online 20.000 articoli accademici, affermando di averli ottenuti legalmente. Maxwell, ha motivato così la sua azione: “il sistema della pubblicazione del sapere accademico è un sistema che non funziona – gli autori non sono pagati per scrivere, né i revisori e in alcuni casi anche gli editor delle riviste. A volte gli autori devono addirittura pagare gli editori. E nonostante questo le pubblicazioni scientifiche rimangono tra i brani più costosi della letteratura. In passato gli alti costi di accesso supportavano la riproduzione meccanica di basse tirature di riviste specializzate, ma la distribuzione digitale ha reso questa funzione obsoleta. I soldi che oggi paghiamo per accedere al “sapere” servono soltanto a tenere in vita un modello economico morto. La spinta costante a pubblicare continuamente (pubblica o muori) toglie potere contrattuale ai ricercatori e azioni come questa mettono il dito nella piaga del sistema”. La privatizzazione dei contenuti in JSTOR è solo uno dei sintomi di una malattia cronica della tradizionale industria culturale: l’incapacità di studiare nuovi modelli economici adatti a nuovi ecosistemi tecnologici.

Aaron va ricordato perché aveva individuato il tema centrale della società dell’informazione. Che si tratti di articoli accademici o di immagini fotografiche, di medicine o di mp3, di libri, dischi, dvd o BitTorrents, la questione dell’accesso ai contenuti culturali in un ecosistema digitale rimane ancora regolata da vecchi modelli di distribuzione.

Possiamo essere o meno d’accordo con i metodi utilizzati da Aaron Swartz per liberare i contenuti digitali. Esistono molti modi di lavorare per questa causa, come ha sottolineato Lawrence Lessig. Ma aldilà delle etichette di “attivista”, “militante”, “genio”, “hacker”, “ladro” (è ciò per cui è stato perseguito), credo sia giusto ricordare Aaron Swartz come un giovane intellettuale che, anche sbagliando, ha contribuito con le sue parole e le sue azioni a una Rete migliore e ha aperto la strada alla discussione di una nuova costituzione dei diritti digitali.

C’è un epilogo a questa storia. Non è nulla rispetto alla scomparsa di Aaron. Ma è un inizio: due mesi dopo la causa aperta contro Aaron, JSTOR annunciò la decisione di liberare nel pubblico dominio tutti gli articoli precedenti al 1923 in Usa e al 1870 negli altri paesi.

Post Scriptum: Docenti e ricercatori di tutto il mondo stanno pubblicando liberamente on line i loro articoli sotto l’hashtag #pdftribute per ricordare la scomparsa di Aaron.

Marta Santacatterini

È passato mezzo secolo: cinquant’anni di performance, eventi dissacranti, processi creativi tangenti alla musica e alla danza. Un gruppo di donne riconosciute come artiste, protagoniste di un movimento liquido e democratico, corporeo e immateriale. A Reggio Emilia, negli spazi di Palazzo Magnani, fino al 10 febbraio.
Negli anni Sessanta (e oltre), a Reggio Emilia si trovava Rosanna Chiessi, organizzatrice di eventi che, con la sua casa editrice Pari&Dispari, seppe radunare uno dei più consistenti poli di un gruppo di artisti stranieri i quali, a Cavriago e dintorni, sconvolsero la piccola realtà di provincia con performance e opere all’insegna di “Tutto è arte”. Nato a Wiesbaden nel 1962, in questo 2012 Fluxus compie cinquant’anni, e per una fortunata circostanza si celebra ora anche il centenario della nascita di John Cage, musicista che molto ha dato alla poetica (anzi, antipoetica) degli artisti, dei danzatori e dei performer.
La mostra a Palazzo Magnani presenta al pubblico oltre duecento opere, molte delle quali prodotte dalle donne di Fluxus, da Yoko Ono a Charlotte Moorman, da Alison Knowles a Shigeko Kubota fino a Carolee Schneemann, valorizzando al contempo due archivi che conservano la memoria e le testimonianze materiali del movimento: quello di Rosanna Chiessi appunto e l’altrettanto consistente Archivio Bonotto. Un allestimento che, oltre ai lavori veri e propri, espone le tracce degli eventi, dei concerti tanto dissacranti quanto divertenti, in un percorso che vede affiancati spartiti, riprese video, fotografie, dischi, oggetti neodadaisti, documenti cartacei, Fluxus Yearboxes e tutto quanto può richiamare e rimandare alle serate Fluxus.
In un panorama di “rivoluzioni”, Fluxus si pone come movimento democratico, basato su alcune linee guida stese da George Maciunas – il cui manifesto apre la mostra – dove spicca il senso del collettivo, la contestazione della mercificazione dell’arte e soprattutto il carattere sperimentale delle idee e delle produzioni, un carattere sperimentale che si è adattato perfettamente al femminismo degli anni Sessanta e ha permesso di dare ampio spazio, per la prima volta in modo così dirompente, proprio al femminile, in tutte le sue forme. Militanza e critica sessuale sono al centro di molte performance delle artiste Fluxus, diventando emblemi e icone di una lotta sociale, come è accaduto per il celebre Human Cello, concerto del 1965 di Nam June Paik e Charlotte Moorman che scandalizzò il mondo intero.
“Le esperienze Fluxus femminili si connotano proprio per la capacità di trascendere la dimensione strettamente estetica e coinvolgere l’ambito sociale e politico, palcoscenico reale del cambiamento” (dal testo in catalogo). Corpo e nudità quindi, ma anche gesti e oggetti quotidiani, “non-arte” e azioni estreme ma anche istruzioni per creare eventi come quelle composte da Yoko Ono: “Dipinto per il vento. Fa’ un buco in un sacco pieno di semi di qualunque tipo e metti il sacco dove soffia il vento” (1961).

Nam June Paik e Charlotte Moorman, Human Cello. John Cage’s “26’1.1499? for a String Player 1965, Performance realised at Café au Go Go, New York, 1965, © photo by P. Moore, Edited by Pari Editori & Dispari, Cavriago, 1984
L’esposizione di Reggio Emilia ricostruisce quindi, mediante una chiave di lettura prettamente femminile, un’esperienza alla base di gran parte dell’arte contemporanea, un tentativo di rivoluzione che ha dato i suoi frutti per molti decenni, in un’innovativa concezione delle opere e delle azioni creative.


L’Associazione Apriti cielo! ORGANIZZA PER DOMENICA 27 GENNAIO 2013
Una visita a Palazzo Magnani Reggio Emilia, per la mostra:
WOMEN IN FLUXUS & Other Experimental Tales

Una grande mostra che ricostruisce il movimento “neo-dada” a 50 anni dalla sua nascita.
Oltre 250 opere raccontano il contributo di artiste come Yoko Ono e Charlotte Moorman.
La MOSTRA intende rievocare lo spirito Fluxus seguendo due fulcri tematici di lettura: da un lato la ricostruzione genealogica dell’aspetto fortemente concettuale, linguistico-visivo oltre che processuale, del fenomeno neoavanguardista, nato come interpretazione aperta della
CONCEPT ART (Henry Flynt) e (s)coordinato dallo spirito ribelle e controverso di George Maciunas. Dall’altro la mostra si concentrerà su una scelta mirata di opere di artiste che indaga(ro)no, parallelamente all‘implicita critica al sistema dell’arte, nuovi concetti di identità femminile considerando il ruolo e pertanto l’immagine femminile come prodotti dalla realtà sociale e culturale – identità non più solo scritte, ma anche scriventi, in senso linguistico e performativo al tempo stesso.
Info: Associazione Apriti Cielo- info@apriti-cielo.it tel 0299203159-3498682453

Il colloquio è stato trasmesso in esclusiva mondiale durante Rita101+, la maratona sul web per i 102 anni di Rita Levi Montalcini ideata e promossa da Altratv.tv
Rita è viva e lotta con noi