Intervista ad Aminata Traorè di Raffaella Chiodo Kaprinski

L’ex ministra e attivista sull’intervento francese in Mali e sulle vere cause della crisi

Gli islamisti, gli effetti collaterali delle bombe Nato in Libia, le risorse e soprattutto la povertà. “Una decina di salafiti con del denaro possono reclutare tutti i giovani disperati che incontrano”.

Aminata Traoré, ex ministra della Cultura del Mali, è oggi esponente della società civile maliana, attiva nella rete dei Forum Sociali Mondiali e promotrice di molti progetti con al centro due questioni focali: le donne e i migranti respinti. Ma la crisi e il conflitto che riguardano il Mali in questi giorni impone di cominciare dalla domanda che in molti nella società civile italiana si pongono.
Come viene vissuto dal popolo maliano l’intervento militare francese?
Il popolo maliano lo ha accolto bene perché ha paura, ha paura degli islamisti e tutti sanno quello che è successo dal gennaio 2012 a oggi nelle regioni di Gao, Kidal e Timbuctu. Le popolazioni temevano l’avanzare degli islamisti e il nostro esercito non era in condizioni di fermarli. Quindi, a causa della rapidità dell’avanzata, la gente ha applaudito l’intervento. Ma in fondo è chiaro che quello che avremmo voluto tutti noi: un esercito maliano ben formato in grado di proteggerci, perché ora abbiamo a che fare con l’ex potenza coloniale. La nostra fierezza e la nostra dignità si sono affermate quando l’esercito francese ha lasciato il Mali alla fine dell’epoca coloniale. È stato allora che ci siamo sentiti decolonizzati e abbiamo riguadagnato la nostro orgoglio. Ma se l’esercito francese ritorna oggi per salvarci, personalmente non mi sento fiera. Inoltre sono certa che la soluzione militare non può risolvere il problema. Oggi soffro molto perché mi è difficile dover constatare che la comunità internazionale non ha sostenuto lo sforzo di instaurare un clima di pace, per uno sviluppo in maniera pacifica.
Nell’appello che avete lanciato nei mesi scorsi, avete messo in risalto le radici del conflitto e il legame stretto con le cause di impoverimento dell’Africa. Ci vuoi spiegare meglio?
Oggi siamo tutti consapevoli che siamo di fronte alle conseguenze del fallimento dello sviluppo in ogni campo. Mi piacerebbe conoscere la situazione dell’Italia. Mi sto battendo contro le conseguenze degli aggiustamenti strutturali che sono l’indebitamento, la povertà, la disoccupazione, perché oggi gli islamisti reclutano molti giovani disoccupati, giovani senza speranza. Per questo motivo ritengo che la soluzione militare non sia la soluzione e che siamo in presenza di un fallimento deplorevole del modello di sviluppo neoliberale esportato nei nostri paesi.
Spesso ricordi che ci sono altri aspetti di questo conflitto. Quali?
Come voi sapete, la guerra si svolge in una delle regioni del Mali più fragile dal punto di vista ecologico e questa regione è stata la sede di varie progetti di sviluppo. Ci tengo a sottolineare che l’Ocse aveva avviato una grande azione in tutto il Sahel per sviluppare la lotta contro la siccità e la desertificazione. Abbiamo avuto programmi in tal senso che non hanno portato a niente; abbiamo avuto programmi contro la povertà e la disoccupazione che non hanno risolto nulla; abbiamo avuto dei programmi di lotta contro l’emigrazione forzata dei giovani, e anche questi non hanno portato a niente. Dovete sapere che se una decina di salafiti arrivano con del denaro possono reclutare tutti i giovani disperati che incontrano, in un paese in cui la maggioranza della popolazione è disperata, non c’è lavoro, non è nemmeno più possibile emigrare, non c’è da mangiare; è così dunque che il movimento islamista prolifica. A causa di questi reclutamenti dei giovani maliani, c’è il rischio che l’esercito maliano vada a battersi contro altri maliani. Comunque la prima responsabilità di questa guerra, in cui gli islamisti sono responsabili di tutte le atrocità che accadono, va ricercata nella guerra in Libia. Il Mali oggi è un paese indebolito perché vittima collaterale dell’intervento dei paesi Nato in Libia. Tutti lo sanno. Quindi a partire da questo momento penso che non sia normale che una volta destabilizzato un paese – nel momento in cui Sarkozy e gli altri sono intervenuti in Libia – non abbiano tenuto conto degli effetti collaterali che avrebbero creato. Hanno creato problemi al Mali e ci siamo trovati a sostenere anche finanziariamente da soli quelle conseguenze, e a fare i conti sia la componente della sicurezza del paese che la sua tenuta politica. Noi stiamo subendo l’ingerenza della comunità internazionale che ci impone, insieme alle libere elezioni, ingerenze nelle dinamiche politiche interne. La comunità internazionale pretende che la democrazia sia la soluzione. Ma la domanda è: quale democrazia? Se guardo la crisi in Grecia, Spagna e Italia, mi chiedo: è un problema di democrazia? Di elezioni? O è un problema di sistema?
Quali sono secondo te le cause reali di questa crisi?
In questo scenario le donne pagano un prezzo pesantissimo, a causa delle tante ingiustizie. C’è l’attitudine che consiste nell’imporre ai i paesi poveri di pagare le conseguenze della turpitudine dell’ingerenza dei paesi ricchi. Tutti sanno che dietro a tutto ciò c’è la volontà dei paesi ricchi di controllare le risorse naturali dell’Africa. Queste sono guerre di destabilizzazione e di posizionamento. Il Mali è nella zona d’influenza della Francia, la Francia ha bisogno militarmente di essere presente qui e oggi. Ci sono in gioco due fattori: l’islam radicale e la Cina. La Francia vuole inserirsi per controllare le risorse della regione. Questa per loro è la sola maniera di uscire dalla crisi. Questo accomuna il destino delle donne italiane e africane. I vostri dirigenti pensano di risolvere la propria crisi attraverso il controllo delle risorse naturali dell’Africa con la guerra. La domanda che dobbiamo farci è se vogliamo un mondo basato sulla giustizia, l’uguaglianza e la solidarietà o un mondo dove quelli che hanno più potere impongono la guerra ai più poveri.
Qual è la situazione oggi in Mali?
Oggi in Mali c’è lo stato di emergenza. Circolano poche notizie, poche immagini, c’è poca informazione, tutto è sotto il controllo francese. Le comunicazioni telefoniche con il Nord sono interrotte. Non ci sono immagini sulle conseguenze dei bombardamenti. Quello che mi preoccupa è che le popolazioni del Nord soffrano una carestia. Penso alla regione di Kidal, dove i viveri e i beni di prima necessità vengono dall’Algeria e oggi le frontiere sono chiuse. Non so come le popolazioni del Nord accedano ai viveri. L’esercito francese controlla tutto. Io sono informata via web o con canali satellitari, come voi, perché l’informazione passa attraverso i canali francesi. È difficile raggiungere le persone del Nord, non c’è comunicazione, penso alle donne in gravidanza, ai bambini malati, ai farmaci che non arrivano. Sono molto preoccupata. Quello che temo oggi è che le popolazioni si attacchino reciprocamente. Sappiamo che le persone che sono state vicino agli islamisti subiscono già dei regolamenti di conti. Tutto ciò è molto preoccupante. Penso ai tuareg che non sono stati con i cosiddetti ribelli e che rischiano di venire attaccati. Temo che la crisi si sviluppi su base etnica. Come dicevo prima, sono tutte le conseguenze della guerra in Libia. La risoluzione dell’Onu di dicembre vedeva la necessità di formare i militari maliani. E una delle soluzioni dell’esercito francese sarebbe stata quella di arginare l’avanzata dell’esercito degli islamisti formando quello maliano. I militari maliani non sono attrezzati per affrontare le regioni del Nord. È importante evitare la guerra e formare i militari per garantire la sicurezza territoriale. Adesso ci sarà il problema della fame, della sete, dei rifugiati, degli sfollati. Bisognerà gestire la crisi umanitaria e il rischio di una catena di odio tra maliani. Ora dobbiamo gestire le conseguenze della guerra e non più i problemi dello sviluppo.
Come si muove in questo quadro la società civile maliana?
Non posso parlare a nome di tutta la società civile. Sapete che la società civile è divisa. Conoscete già il lavoro che ho fatto per sostenere le donne affinché diventassero protagoniste e cittadine per intero ed essere coscenti della questione macroeconomica. In passato abbiamo cercato di elevare il dibattito politico sviluppando una coscienza sociale e politica diffusa nel nostro paese. La domanda principale ora è di aiutare le popolazioni a trovare le alternative alla guerra. Ancora una volta le alternative sono economiche. Oggi mi sforzo di dimostrare che anche se il Mali non ha aerei da guerra e bombardieri, ha però altre risorse che sono molto più importanti. Sono quelle sociali, morali, psicologiche e non materiali. Oggi dobbiamo riarmarci moralmente, per non farci mettere in ginocchio fino alla fine dei nostri giorni per dire grazie alla Francia.

Traduzione e collaborazione di Patrizia Salierno e Augusta Angelucci.

Alberto Leiss

Se il 10 per cento degli uomini inglesi – deposto il sigaro e il bicchierino di brandy da godersi esclusivamente con gli amici al club – si ritirano a casa per accudire i figli mentre le mogli fanno carriera, la notizia conquista la prima pagina del Corriere della Sera (il 25 gennaio scorso), con un pezzo di Francesco Piccolo, scrittore che già si è cimentato nel racconto della “separatezza” maschile (La separazione del maschio, Einaudi 2008). Uno degli ultimi numeri del settimanale “Panorama” (23 gennaio) ha dedicato la copertina ai dilemmi dell’essere padri nell’epoca della rivoluzione femminile. Vi si dipingono uomini “costretti a seguire le mamme nell’era delle nuove famiglie”: maschi anche disposti a cambiare ma “con risultati a volte disastrosi”.

Una casa editrice che sforna libri di successo – Chiarelettere – dopo il volume di Riccardo Iacona sulla violenza maschile contro le donne – Se questi sono gli uomini – ha pubblicato da poco Dove sono gli uomini?, di Simone Perotti, autore di un fortunato saggio (Adesso basta, stesso editore) in cui ha spiegato la sua scelta di lasciare azienda e carriera per vivere con meno ma meglio. Perotti , marinaio appassionato, tra l’altro organizza vacanze in barca a vela e a quanto pare raccoglie adesioni soprattutto da gruppi di donne. La sua ricerca sulla scomparsa degli uomini è basata quasi esclusivamente su racconti femminili. Cita Alain Touraine e il suo Il mondo è delle donne, e Hanna Rosin, autrice di The end of men : “stiamo vivendo un vero boom dell’autostima femminile”. Di suo Perotti commenta: se le donne dei movimenti femministi degli anni Settanta hanno figlie che godono la libertà frutto delle loro battaglie, i maschi di quella generazione, invece “hanno messo al mondo una genia di uomini disorientati, incapaci di stare al passo con le donne nuove…”. In tutto il libro si susseguono descrizioni di figure maschili caratterizzate da paura, superficialità, infantilismi, quando non – al peggio – violenza.

La “crisi del maschio”, in realtà, rischia ormai di diventare un cliché. Un luogo comune che comincia a caricarsi di vittimismo e di risentimento verso il protagonismo femminile. D’altra parte basta dare un’occhiata alla scena della politica nostrana, in tempi di campagna elettorale, per constatare come il quasi assoluto protagonismo maschile (nonostante l’”onda rosa” delle tante candidate) non dia certo prova di credibilità. Sembra anzi che anche le migliori intenzioni di “rinnovamento” si votino all’autodistruzione di ogni minima autorità. Insulti, promesse demagogiche, paroloni tanto minacciosi quanto vuoti, continui eccessi e cadute di stile… E questo sia da parte delle “facce note” della politica, sia da parte degli uomini che si dicono interpreti della “società civile” insorta contro la “casta” ecc.

Forse non ha torto Perotti quando, alla fine del suo libro, si augura che sia “il tempo di una rivoluzione maschile”. Gli uomini – dice – “stanno toccando il fondo e hanno bisogno di alzare per la prima volta la testa e la voce, alla ricerca di un nuovo ordine esistenziale, psicologico, sociale”.

Una domanda simile è stata messa al centro della discussione che propone di aprire Maschileplurale, con un documento e una iniziativa pubblica che ha questo titolo: “Mio fratello è figlio unico” – Cosa cambia se cambiano i desideri degli uomini?

Altri materiali e alcuni primi interventi sono consultabili sul sito:
www.maschileplurale.it

Anche il nostro sito è aperto a ospitare contributi.

 

DeA donne e altri

Michele Smargiassi

“Le lacrime, quante lacrime…”, dice madre Ignazia col suo sorriso leggero, misurato, saggio. Quasi cinquant’anni trascorsi fra queste mura dell’abbazia hanno addolcito nel ricordo il pianto improvviso di quella novizia entusiasta ma umanamente spaesata. Le assegnarono un lettuccio nella camerata che era diventata questa nobile stanza della musica, nel vecchio edificio del Priore, fra gli antichi affreschi, qui, sotto il graffito Hic fuit Leonardus che potrebbe essere proprio di mano di quel Leonardo, ma per lei la magia di quel posto era poter intravedere anche di notte, dal finestrone, la facciata della chiesa, “consolazione nei momenti di smarrimento”. Tanti? Risponde scegliendo le parole: “Siamo donne. Non siamo angeli misteriosi”. Clausura. Mito potente. Scatenatore di immaginari laici e credenti, romanzeschi e teologici, malevoli e benevoli, tutti fondati sul nulla. “L’icona della donna nascosta, velata, silenziosa e solitaria, in fuga dal mondo, è un mito che purtroppo fa breccia anche nell’immaginazione di tante giovani consorelle. Ma tutta questa idea della solitudine dell’uomo di fronte a Dio è un equivoco, viene dalla cultura romantica, e ancora prima dal pensiero plotiniano… “. Era studentessa di filosofia, nel Mondo, Ignazia Angelini. Prima di scegliere.
Il cancello sul parcheggio è aperto. Il luogo comune della clausura vacilla fin da qui. C’è pure un campanello.
Un vialetto di ghiaia. Edifici bassi color ocra, senza pregio, attorno alla chiesa antica. È lei in persona, la badessa Ignazia, ad aprire il portone: “Siamo poche, dobbiamo fare tutto da noi”. Dentro, arredi da linda parrocchia, vecchie tele di soggetto sacro, incongrui libri del Touring Club su un tavolino. Dalla cucina, rumore di stoviglie. Squilla a lungo un telefono. Suoni ordinari di qualsiasi comunità senza mistero. La navata romanico-gotica della chiesa risuona dei nostri passi. “Il libro che ha letto è nato qui. Passiamo ore e ore, in chiesa, tra Lectio Divina e Vespro…”. Nella luce invernale fioca che cade dal rosone, indica: “Ecco, quello è il mio posto”. Una seggiola fra le altre, nella navata sinistra, di fianco all’altare e di fronte all’affresco della Preghiera di Gesù nel Getsemani. “Lo guardo spesso, mentre preghiamo: vede, quei discepoli siamo noi, addormentati di fronte al mistero di Cristo che prega con grida e lacrime lottando contro la necessità della morte”. Possiamo fotografarla qui, al suo posto? “No. Sarebbe una falsità. Io non sono mai sola, quando sono qui. Lei è venuto per conoscermi, non è così? Bene, deve accettare che io parli di me solo nella relazione con le sorelle. Lasci perdere quel che immagina sulla clausura: il cuore di questa scelta è vivere sempre, e solo, nella relazione. Costruire tra noi una relazione stabile, in questo mondo di rapporti mobili e smarriti, può essere molto faticoso. Noi non viviamo assieme perché ci troviamo simpatiche, per affinità elettive, ma per sostenerci nel cercare Dio”. La monaca è un noi. Le domande biografiche infastidiscono madre Ignazia. Avrebbe perfino voluto non firmare Mentre vi guardo, il libro che Einaudi le ha proposto e che lei, dopo qualche esitazione, ha scelto di scrivere. Per ribaltare il nostro sguardo confuso. Per far capire a noi, che guardiamo alla clausura, curiosi, alcuni anche morbosi, che invece è la clausura che guarda noi.
Madre Ignazia è una monaca, e viene pure da Monza. Ma la cupa storia del Manzoni nel suo caso si ribaltò da così a così. Fu lei, diciannovenne, una mattina nebbiosa del ’64, a insistere per farsi portare qui, fra i fossi e le marcite di un’umida campagna lombarda, “un luogo impossibile” per un convento.
Alla guida della 600 rossa, suo padre non voleva proprio. “Quando scese la sbarra del passaggio a livello mi disse: ecco, vedi, è il Signore che ti manda un segno, torniamo a casa. Io dissi: papà, il Signore ha già scelto”. Quei binari furono la soglia simbolica della sua nuova vita: non le grate di ferro. Le inferriate, simbolo stesso della clausura, alimento più che ostacolo alle fantasie dei laici, qui a Viboldone c’erano, almeno in chiesa, fino a otto anni fa. “In questo punto della navata. Impedivano ai fedeli, durante la messa, di vedere le monache. Le togliemmo per un restauro del pavimento. E non le rimontammo più…”. Dimenticanza consapevole. “Le grate sono un simbolo equivoco e pericoloso. Il
popolo di Dio non può essere diviso mentre prega, il Vaticano II ce l’ha insegnato. E la nostra separatezza, se non la costruiamo dentro di noi come un valore, non sarà difesa da barriere fisiche”. A volte farebbero comodo, le grate. “Alla fine delle messe, quando vorremmo restare concentrate nella meditazione, la gente ci viene addosso, ci chiede, un po’ ci soffoca”. In verità, il Mondo bussa sempre più spesso alla porta del convento. “La parrocchia non è più un riferimento stabile, i sacerdoti sono pochi e sempre in giro, le canoniche hanno orari rigidi e sono spesso chiuse”. La porta del monastero invece si apre sempre. Sono storie, richieste di conforto, di aiuto materiale e morale, drammi di malati, di emarginati, di disperati, a volte duri, sempre umani. A volte invece sono provocazioni, sfide. “Vengono per dirci: ma cosa fate ancora chiuse qui dentro, uscite, vivete nel mondo, tra le sue sofferenze…”. Atei irridenti? Il sorriso ora ha una punta d’ironia: “Anche alcuni preti…”.
Il Mondo è ambiguo, oggi, col monastero. Lo idealizza, vi cerca conforto, ma ne ha anche fastidio, lo aggredisce. “Vivere nell’orbita di Milano è un grande rischio, si sente il peso di un modello di vita antitetico al nostro”. Il convento ne è investito come da un vento del deserto. Bene culturale per le istituzioni, consumo da weekend per i turisti, esotismo intellettuale new age per annoiati, beauty farm dell’anima per coscienze depresse. Il Mondo ha armi destabilizzanti, seducenti. Internet, per esempio, rischia di sfondare là dove la tivù si fermò. “La televisione c’è da tempo, in monastero. Ma non la guardiamo quasi mai, qualche telegiornale mentre laviamo i piatti”. Internet invece non si lascia tenere a cuccia. Qui è entrato come tecnologia di lavoro.
Le monache benedettine di Viboldone adempiono il secondo corno dell’ora et labora restaurando libri antichi, sono diventate vere professioniste, la biblioteca Ambrosiana si fida di loro, hanno avuto per le mani i codici di Leonardo, digitalizzano le pergamene, sono straordinarie con Photoshop, e le mettono online. “Internet è comodo, utile. Sempre a disposizione, compiacente, seduttivo… Sembra governabile: una email che male fa? Posso leggerla quando voglio… E invece Internet è l’antimonastico per eccellenza. Monaco viene da monos, che significa unico, integro, autentico. Ma quando “sei su Internet” non sei né unico né autentico, sei solo una parte, una superficie, un’immagine virtuale. Se qualcosa può scardinare la nostra scelta alla radice, è questo strumento”. Il Mondo sciaborda alle porte del convento, e il convento vacilla. “Eravamo una sessantina negli anni Sessanta, oggi siamo ventiquattro.
Mettiamo nel conto di non esserci più, prima o poi”. Rassegnate? “Consapevoli. L’esistenza del monastero non è garantita da nulla. In Cappadocia, culla del monachesimo, non ci sono più conventi”. Il monastero non serve più al mondo contemporaneo? “Ci sono monasteri fortemente identitari, molto legati a movimenti ecclesiali, o guidati da capi carismatici fortemente autoritari, che attirano molte vocazioni. Sopravviveranno meglio di noi. Ma intanto lasciano qualche maceria umana sul loro cammino, ne sappiamo qualcosa noi, che a volte le raccogliamo”.
I monasteri degli uomini si sono “ormai clericalizzati “, tra frati e preti non c’è più tanta differenza.
Ma le donne nella Chiesa non hanno altra scelta. Il loro posto è solo qui. Custodi dello spirito più puro del monachesimo, ma a rischio di “farci trasformare in mummie” dalla “retorica dell’immolazione della donna a causa di Dio”. Nel suo libro, madre Ignazia ha parole taglienti per la “tutela gerarchica maschile” sugli ordini religiosi femminili, per “lo sguardo indagatore dei signori di curia”, per la condizione sempre più stretta dello “stare sotto i preti”.
C’è un fermento, nei conventi femminili, che i media interpretano come “femminismo nella Chiesa” ma forse è altra cosa. Madre Ignazia arriva a profetizzare che “le incongruenze esploderanno prima o poi”. Ma al solito, quel che il mondo vede del monastero, come se ci fossero ancora le grate, è un’immagine parziale. “C’è dispiacere tra noi per il ruolo delle donne nella Chiesa, è vero. Per un ruolo perduto. Nelle prime comunità cristiane le donne erano importanti. Del resto, una donna fu scelta per dare l’annuncio della Resurrezione. Poi nei secoli qualcosa è successo, qualcosa non ha funzionato. A noi è rimasto solo il ruolo di “brave bambine” della Chiesa, il fiore all’occhiello dei chierici. Ed è stato un grande spreco”. E dunque? “Dunque, se lei immagina cortei di protesta, rivendicazioni, manifestazioni, bene, non accadrà. Il nostro ruolo non è diritto, è grazia. Non si rivendica: si cerca. Il sacerdozio femminile, per esempio. La via è oggettivamente aperta, non vedo ostacoli prettamente teologici.
Ma non mi par di vedere che lo avremo presto. Non ci sono le condizioni antropologiche ed ecclesiali. E poi, le donne per prime scadono continuamente nel gregarismo. Ci vorrebbero, radicate nell’oggi, donne coraggiose e appassionate al vissuto della fede, come la Chiesa ne ha avute e non sembra avere più, donne come Chiara d’Assisi, Ildegarde, Caterina, Brigida di Svezia, Teresa…”.
Le mani intrecciate, esile, ferma, madre Ignazia fa strada verso l’uscita. Affrescati sotto un arco, volti medievali di donne. “Le hanno dipinte qui perché ammonissero le monache ogni volta che entravano in chiesa. Sono le vergini folli e le vergini sagge della parabola”. Difficile distinguere a colpo d’occhio le une dalle altre: altere, severe, belle, si somigliano un po’. Ma solo una di loro ti guarda negli occhi, ferma, interrogativa, con un leggero misurato sorriso saggio, dal suo convento di pietra.

Incontro a Salzano (VE) del 3 Febbraio 2013 

Quest’anno cerchiamo di focalizzare la nostra ricerca–scambio su un tema non direttamente nominato nei convegni precedenti ma che, secondo noi, è implicito anche nei temi dello scorso anno.

A proporlo, durante l’incontro preparatorio del 03.02.13 a Salzano (VE), sono stati degli uomini, Marco Deriu e Giacomo Mambriani e gli uomini di Identità e Differenza.

Forse non a caso. Uomini che hanno raccolto i cambiamenti dei movimenti femministi come un’occasione di libertà anche per sé: la libertà di riconoscere la propria fragilità e di uscire dagli stereotipi del patriarcato, in primis lo stereotipo del controllo, su di sé, sulle donne, sulla natura.

Siamo convinti che non possiamo prenderci cura di niente e di nessuno se non siamo consapevoli delle nostre fragilità e dei nostri limiti. Come anche che i conflitti giocati dentro la logica del dominio non possono che essere distruttivi.

Le donne, forse, per esperienza storica non hanno bisogno di essere richiamate al senso del limite, ma c’è una “smisuratezza” del desiderio femminile che interroga noi uomini. E’ forse il senso delle possibilità inscritte nel reale? (Elisabetta Cibelli). Cosa cambia quando cambiano i desideri degli uomini? (Convegno di Maschile plurale).

Molti di noi nei loro contesti quotidiani (lavoro, politica, movimenti, associazioni umanitarie, ecc, …) hanno notato come sia difficile attirare l’interesse sulle pratiche della differenza, che, nel migliore dei casi, vengono recepite come non pertinenti.

Eppure noi sappiamo che la pratica di relazioni di differenza in ogni ambito è sempre più urgente e necessaria anche per risolvere i problemi più importanti del vivere umano: il lavoro, la politica, l’ambiente.

Abbiamo imparato come uomini a “sentirci in causa” quando si tratta di violenza contro le donne, ma per esempio nei movimenti pacifisti non si ritiene importante esplorare la radice sessuata della guerra. Così pure quando si parla di lavoro, di economia,  ancora, quasi sempre, si dà per scontato il lavoro di cura e di riproduzione a carico delle donne.   

E quindi, se ci sono dei tagli da fare si comincia da lì.

Che ne sarà dei movimenti pacifisti o della decrescita senza un percorso di uscita dagli stereotipi del patriarcato che proprio sulla divisione del lavoro tra i sessi ha inaugurato il suo dominio? Che ne sarà di questa schiera di giovani “grillini” molti dei quali provenienti dai movimenti della sostenibilità? Avranno il senso del limite? O replicheranno il modello omosessuale Grillo-Casaleggio e magari la pretesa del 100% dei consensi alle prossime elezioni?

E comunque il cambiamento avviene. (Intervento di Vedovati a Torreglia 2012).

Solo che spesso non ce ne accorgiamo perché è il nostro immaginario sul cambiamento che non è cambiato.

Oppure è un abbozzo che non arriva a compimento semplicemente perché mancano da parte nostra “… invenzioni linguistiche che sono invenzioni di pensiero. Parole inadeguate impediscono di scorgere che la metamorfosi è avvenuta” (Chiara Zamboni). (Immagine di Lao Tzu del bruco e della farfalla) (Vita Cosentino in Via Dogana n° 103 e 104) e (Chiara Zamboni in Via Dogana n° 104).

Mi sto facendo l’idea che la risoluzione dei problemi concreti del mondo ad ogni livello, se non è supportata dalla rivoluzione simbolica che è stata del pensiero della differenza, hanno vita breve. 

Non si va da nessuna parte. Per cui dobbiamo avere la preoccupazione costante di significare i cambiamenti con questa rivoluzione simbolica. Altrimenti tutto viene rimangiato.

I problemi tra uomini e donne, se non passa la rivoluzione simbolica, rimangono nell’ ingarbugliamento e si rischia che non vengano risolti neanche problemi legati alla decrescita, alla guerra, all’ecologia,  all’economia, eccetera. Non è facile trovare la soluzione, deve esserci una continua invenzione di parole e pratiche innovatrici.

Incontro a Salzano (VE) del  3 Febbraio 2013 

di Marco Deriu

Oltre l’impegno con Maschile Plurale, io sono da anni impegnato nell’Associazione per la Decrescita. Negli ultimi due anni in particolare ho lavorato sulla “decrescita”, soprattutto per costruire la terza conferenza internazionale sulla decrescita per la sostenibilità ecologica e l’equità sociale (Venezia, 19-23 settembre 2012). Ho sperimentato  la pratica di costruire l’evento insieme a tante altre soggettività. Per me la conferenza di Venezia sulla decrescita è stata una grande esperienza di rapporti con realtà differenti. Tutto era pensato e vissuto da me in base al senso della differenza e alla mia esperienza di confronto con il femminismo.

Sento che queste cose – decrescita, ecologia, sostenibilità, riconoscimento delle differenze tra uomini e donne – vanno tenute assieme e vanno costruiti dei ponti. Per me non è stato facile in questi due anni, perché l’universo della decrescita non ha radicato in sé una riflessione legata alla differenza e non sempre c’è attenzione alle pratiche di relazione; anche se la decrescita ha senz’altro più di altri movimenti posto al centro lo stile di vita e certamente molte parole, pratiche e modalità del movimento sono debitrici del femminismo. Al suo interno ci sono molti percorsi e filoni di esperienze: non violenza, ecologia, eco-femminismo, rapporti nord/sud, lavoro di cura, economia solidale, imprese sociali, cooperative …

Certamente ho fatto fatica a far incontrare questo universo con i temi del femminismo italiano. Da una parte c’è riflessione su clima, risorse, natura e ambiente, giustizia economica, ovvero questioni molto ampie e importanti ma che si prestano a parlare dei massimi sistemi, dall’altra si parte da sé, dalla propria vita, dalle relazioni di differenza. Si parte da punti diversi e c’è difficoltà nel confronto. Il mio desiderio sarebbe quello di costruire dei ponti tra questi due mondi.

Questo bagaglio di riflessioni delle donne della differenza è importante e non vorrei che venisse annullato. Ci dice qualcosa rispetto alla grave crisi economica, ecologica? E della grave malattia nel rapporto tra natura ed essere umano, della distruzione dell’ambiente? Ho tentato mediazioni, guardando anche fuori dall’Italia, invitando rappresentanti di quel filone dell’eco-femminismo che nel loro percorso hanno messo a fuoco la questione dell’ecologia, della critica dell’economia dello sviluppo e che hanno offerto una rivisitazione politica del tema della cura o della sussistenza.

Nella conferenza sono emersi molti aspetti in comune ma anche conflitti e differenze e in generale lo scambio è stato davvero ampio e arricchente.

 Per Torreglia, secondo me, sarebbe forzato lavorare sulla decrescita, ma sarei contento che ci fosse un segnale, nel mettere al centro non solo la propria vita, ma anche il confronto con questo tipo di realtà. Io scommetto su una riflessione più ampia che, a partire dalla differenza, sappia affrontare le sfide più grandi del mondo attuale, dalla crisi economica a quella ecologica.

di Franca Fortunato

Scarpe con il tacco tredici, capelli rossi. Spirito indipendente. Sognava di fare la cantante. Reggio Calabria, la sua città, le sta troppo stretta. Studia a Pisa, va a vivere a Roma. Separata, giovane madre di una adolescente, ritorna in Calabria, apre un locale, da sola si ribella alla ‘ndrangheta che lì vorrebbe spacciare, e la massacrano di botte. Non basta, all’indomani della strage di Duisburg, in Germania, ferragosto del 2007, decide di tornare in Calabria. Vuole fare qualcosa per strappare al male i figli e le figlie, le madri e le mogli della ‘ndrangheta di San Luca. Il libro “La mia ‘ndrangheta”, scritto insieme alla giornalista di “Io Donna” del “Corriere della Sera”, Emanuela Zuccalà, per l’edizione Paolini, ripercorre la sua storia.
Rosy Canale è nata a Reggio Calabria nel 1972. Molto presto impara cosa vuol dire la presenza della ‘ndrangheta nella vita della città. «Quando ero ragazza – racconta – al tramonto scattava il coprifuoco spontaneo. Dopo una sparatoria con qualche morto ammazzato, ci si aspettava la reazione delle famiglie rivali. E ci si chiudeva in casa. Ci svegliavamo al mattino con una domanda a penzoloni sulle nostre teste: quanti ne uccideranno oggi?» Soffocata da quell’ambiente, ben presto sente il bisogno di aria nuova. Sognava di fare la cantante e andare in giro per il mondo. Scappa di casa e va a Roma dalla sua amica Simona, ma poi torna all’inizio della scuola. Come altre, lascia la Calabria per andare all’università, a Pisa. Si sposa, ha una figlia, si laurea, si separa dal marito e torna nella sua città, dove diventa imprenditrice. L’incontro con la ‘ndrangheta non si fa attendere. Gestisce con successo un pub che ben presto trasforma in un locale raffinato, stile newyorchese, il “Malaluna”. La ‘ndrangheta, a sua insaputa, decide di fare del suo locale una piazza di spaccio di droga, di cocaina. Quando lei se ne accorge butta fuori tutti, nel suo locale la droga non la vuole. Ed è guerra aperta. Viene minacciata, subisce intimidazioni per un anno, quando una notte, mentre fa ritorno a casa sulla sua auto, viene fermata dai sicari della ‘ndrangheta. Le puntano la pistola in faccia. Lei reagisce e la massacrano di botte, fino a ridurla in fin di vita. La sua gamba destra maciullata porterà per sempre il segno di tanta violenza. È viva per miracolo. La guardia giurata della ronda notturna la trova a terra dentro una pozza di sangue. Per mesi viene portata da un ospedale all’altro, da Milano a Parigi. Fugge dalla Calabria e va a vivere con la figlia a Roma. Sono passati tre anni, da quella notte, quando in televisione le arrivano le immagini della strage di Duisburg. Queste riaccendono in lei il desiderio di fare qualcosa per la sua gente e per se stessa. «Ho pensato: devo fare qualcosa. E devo farlo a San Luca, il cratere in cui ribolle il male.» Convinta che se la Calabria è «una terra dannata» lo è anche lei, e «questo non è possibile», Rosy va a stare a San Luca col desiderio di incontrare le donne e capire cosa significa per loro convivere con la violenza e la criminalità, che lei aveva conosciuto su se stessa. Cerca la sua guarigione tra quelle donne. Partecipa, da volontaria, con un suo progetto, alla rinascita del Comune. Apre un laboratorio di pittura all’interno della Scuola Media per «portare i ragazzi a contatto con la bellezza». Coinvolge l’Accademia di Belle Arti di Reggio e sette artisti iracheni. È così che entra in contatto con le donne, le madri dei bambine e delle bambine, che a casa iniziano a parlare della strana signora senza marito, venuta da Roma per insegnare loro a «colorare».
Tra quelle donne, con cui fonderà il Movimento delle donne di San Luca e della Locride, troverà, per la prima volta, la forza di raccontare la sua storia e la violenza subita. «Nessuno della mia famiglia mi ha mai domandato chi, come, perché. E io non avevo voglia di parlare con nessuno. Ho raccontato la mia storia per la prima volta davanti alle donne di San Luca.» Rosy, da donna, capisce che il suo dramma non è dissimile da quello che tormenta le loro case. «Le donne di San Luca hanno perso mariti, padri, fratelli e figli per mano assassina. Sono profonde conoscitrici della paura, dell’ansia, della legge del più forte.» Loro possono capirla più di chiunque altro. E la capiscono. Al suo racconto, molte piangono, si portano le mani al volto e, una di loro, vestita in nero, dice: «Sono pronta a fare qualsiasi cosa per migliorare il mio paese. Ho perso un figlio, la mia sorte è quella di tante mamme qui a San Luca. Qui le donne non vogliono più piangere per i propri figli». Rosy comprende che quelle donne sono stanche, hanno solo bisogno di autorizzazione e consapevolezza per rompere abitudini, comportamenti, mentalità mafiose, come ha fatto Teresa Strangio, madre di Francesco Giorgi e sorella di Salvatore, trucidati a Duisburg, che il giorno dei funerali, contravvenendo ad una regola mafiosa, ha perdonato gli assassini, rompendo la spirale della vendetta. O come Giulia Stranges, unica donna divorziata di San Luca, che non ha mai accettato imposizioni e violenze.
«Non volevo più donne disposte a fare tutto, ma donne disposte a tutto pur di fare ciò che amavano.» È questa la rivoluzione simbolica che Rosy porta avanti con le sue donne di San Luca che vede, a poco a poco, cambiare e diventare più disinvolte e fiduciose, addirittura spiritose. Le donne di San Luca hanno bisogno di fiducia e speranza che un’altra vita, per loro e le proprie figlie e figli, è possibile, quella della ‘ndrangheta non è l’unica. Il Movimento diventa il luogo simbolico dell’incontro tra donne, al di là e al di sopra della divisione, imposta dagli uomini, tra famiglie rivali. Lavorano insieme nei laboratori di sartoria, di ricamo, del telaio e della produzione della saponetta. Sfilano, con i fazzoletti rosa al collo, accanto ai ragazzi delle scuole di tutta la Calabria e al viceprefetto, Giuseppe Priolo, al corteo organizzato dall’associazione La Gerbera Gialla di Adriana Musella, con cui, ogni anno a maggio, vengono ricordate le vittime della mafia. Suo padre, l’imprenditore Gennaro Musella fu ucciso da un’autobomba a Reggio Calabria il 3 maggio del 1982. Rosy e il suo Movimento a San Luca sono i primi a ricevere un bene confiscato alla ‘ndrangheta. È una villa dello storico boss Antonio Pelle, detto ‘Ntoni Gambazza, dove Rosy apre una ludoteca per i bambini e le bambine di San Luca. Il Movimento cresce, le donne diventavano sempre più coscienti, mentre i mass media, locali e nazionali, si accorgono di loro. È allora che Rosy capisce che nel paese il vento è cambiato.
C’è chi non apprezza. Le malelingue mettono in giro la voce che lei è l’amante del prefetto, mentre il prete del paese, don Pino Strangio, dal pulpito tuona: «Questa donna è arrivata in mezzo a noi, bisogna capire se l’ha mandata la Provvidenza o il demonio». Diventa “la forestiera” e la “soubrette”, perché partecipa a programmi televisivi e rilascia interviste ai giornali. Qualcuna si dimette dal Movimento. Rosy non aspetta di essere, ancora una volta, massacrata. Decide di andare via, anche per mettere alla prova le donne, e capire se la sua presenza conti ancora. Le donne difendono il Movimento, non vogliono che finisca. Da Roma Rosy mantiene i contatti con loro e organizza, insieme a una giovane, Pamela, incontrata da poco, la partecipazione delle donne di San Luca a una mostra fotografica a New York. Nel paese arrivano tredici fotografi italiani e le donne diventano modelle. Il giorno dopo la mostra, San Luca è su tutti i giornali nazionali e internazionali, ma non per fatti di ‘ndrangheta. Nel paese si festeggia con un gran galà in Prefettura. Mai tale palazzo era stato aperto a quelle che erano additate come le figlie, le mogli e le madri della San Luca criminale. Dopo di allora, Rosy non è più tornata a San Luca. Quando la ‘ndrangheta seppe che stava scrivendo un libro con una giornalista, i genitori di lei ricevettero questa ambasciata: «Dite a vostra figlia e alla giornalista che, se uscirà il libro, le daremo in pasto ai porci».
Oggi vive a New York con la figlia, ma non ha interrotto il rapporto con le donne di San Luca. L’esperienza di Rosy è la conferma di quanto sta diventando sempre più evidente. Sono le donne che stanno distruggendo dal di dentro la ‘ndrangheta, trasformando in debolezza, quella che è sempre stata la sua forza, l’identificazione della famiglia di sangue con quella mafiosa. Rosy Canale, rifacendosi a Teresa Strangio, che le rimase sempre vicina, scrive: «Mi è sempre piaciuto sentire dalla sua voce un concetto che è profondamente mio: quello per cui, a San Luca come altrove, il cambiamento autentico può arrivare soltanto dalle donne».

a cura di Manuela Gandini

La Nuova Galleria Morone presenta “Tracce di un dio distratto”, la personale milanese di Maria Lai, curata da Manuela Gandini.
Nata nel 1919 a Ulassai (Ogliastra), allieva di Arturo Martini e Alberto Viani all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Lai – in tempi nei quali le artiste non viaggiavano e non godevano della credibilità del sistema dell’arte – sperimenta nuovi materiali, s’addentra nella poesia della terra e crea mondi fatti di stoffe, di fili, di pane, di legno, di tela.

Dagli gli anni Sessanta in poi, Lai ha un grande successo ma le sta stretto. Negli anni Ottanta torna in Sardegna per liberarsi dalla mondanità. Ha bisogno di spazio, di vento, di pietre e solitudine. Il suo lavoro si nutre di legami ancestrali con l’isola e di una inesauribile “ansia di infinito”.
“L’uomo – scrive Maria – ha bisogno di mettere insieme il visibile e l’invisibile perciò elabora fiabe miti, leggende, feste, canti, arte”. Partendo dalla semplicità delle cose, sentendo i battiti del pianeta, l’artista tesse geografie che si sfilacciano, planisferi bui pieni di stelle, mondi sopra e sotto di noi con meridiani e paralleli che disorientano e rimangono incompiuti come la vita.

Crea libri di stoffa, nei quali sono scritte parole illeggibili, con fili che si intricano ed escono come cascate dalle pagine, oppure illustra, con leggerezza e dedizione, leggende sepolte nell’inconscio collettivo facendole rifiorire. A Ulassai realizza opere ambientali, di land art, con l’obiettivo di legare il quotidiano all’Universo e l’asprezza del territorio alla dolcezza della poesia, perciò – tra le altre opere – trasforma una scarpata in una superficie fatta di frammenti specchianti che portano il cielo in terra.
Suo padre le soleva dire: “sei una capretta ansiosa di precipizi”. Usando la tradizione femminile sarda del cucito, del telaio, della famiglia, delle storie delle janas (le fate), Lai sovverte i punti di vista, non è addomesticabile e, con garbo, rovescia le convenzioni riflettendosi ogni giorno nella vastità dell’altrove.

Inaugurazione giovedì 7 febbraio ore 18.00

Nuova Galleria Morone
via Nerino, 3 20123 Milano
Orario: dal martedì al sabato 11 – 19



—–Messaggio originale—– From: assunta sarlo
Sent: Friday, January 25, 2013 6:14 PM
To: usciamo-dal-silenzio@googlegroups.com UDS
Subject: casa delle donne: la delibera

La giunta comunale ha deliberato sulla futura Casa delle donne di Milano. Un bel risultato, ottenuto grazie al lavoro e alla pressione delle donne milanesi. Qui la notizia

Milano, 24 gennaio 2013 – Promuovere l’incontro e il dialogo tra donne di culture diverse, sostenere azioni concrete per il riconoscimento dei diritti delle donne e contrastare ogni forma di discriminazione. Sono queste alcune delle attività che il progetto ‘Casa delle Donne’ dovrà realizzare.
Lo definisce la Giunta comunale nella delibera che contiene le linee di indirizzo per l’assegnazione dello spazio in via Marsala 8, preliminare all’avvio del bando.
Lo spazio (una parte del piano terra dello stabile di via Marsala, comprendente anche un cortile esterno, per una superficie di circa 400 metri quadri) sarà concesso in uso gratuito per 3 anni, a patto che vengano allestiti spazi per eventi, seminari e convegni, una biblioteca e un’area multimediale specializzate e anche una caffetteria.
Potranno partecipare al bando enti senza scopo di lucro, associazioni, fondazioni, cooperative sociali, organizzazioni di volontariato, Onlus, etc.
Il bando terrà conto dei suggerimenti emersi nell’ambito delle sedute della Commissione Pari Opportunità. La Commissione parteciperà attivamente alla selezione del progetto vincitore e al controllo delle attività svolte dal soggetto assegnatario.

segnalazione di Marina Santini

La storica Antonella Tarpino vince il premio Bagutta
(ANSA)

MILANO, 24 GEN – Per la prima volta il Premio Bagutta va uno storico.
Vincitrice dell’86/a edizione e’ Antonella Tarpino, autrice di ‘Spaesati. Luoghi dell’Italia in
abbandono tra memoria e futuro, pubblicato da Einaudi, un ”viaggio in
Italia ” tra storia e presente. Il Bagutta Opera Prima e’ stato assegnato
invece a ‘Dammi un posto tra gli agnelli (edizioni Nottetempo) della
trentaduenne Laura Fidaleo.

www.dwf.it

DWF 2012, 3 (95) Pratica della storia vivente

E’ uscito l’ultimo numero di DWF 2012, 3 (95), dedicato alla Pratica della storia vivente. In questo numero, la rivista ospita gli scritti delle donne della Comunità di Storia Vivente. Si tratta di donne che raccontano la storia a partire dall’indagine interiore del soggetto che la fa: storia vivente appunto.

Sommario
Nota della redazione
Introduzione
MATERIA
La pratica della storia vivente

Comunità di Storia Vivente (Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini, Luciana Tavernini)
La voce del silenzio. Mi ha chiamata da sempre
Marirì Martinengo
La storia respinta, storia come vita significante
Laura Minguzzi
Il volto ambiguo della preferenza. Un percorso storico
Marina Santini
Gli oscuri grumi del disordine simbolico
Luciana Tavernini
La storia vivente: storia più vera
Maria-Milagros Rivera Garretas (traduzione di Clara Jourdan)
POLIEDRA
Scrivere biografie di donne

Graziella Bernabò
Una storia personale. Omaggio alla memoria, madre del percorso storiografico
Marirì Martinengo
SELECTA
Recensioni Bottero, Di Salvo, Faré/Minguzzi; Bernabò/Tavernini
Abstract
Le autrici


Da quando il Malawi ha una donna al potere molte cose stanno cambiando. I finanziamenti internazionali stanno tornando anche grazie alla fiducia data alla presidente Joyce Banda che ha messo all’asta jet e macchine di lusso mai utilizzate ed ereditate dall’amministrazione precedente.

Fare economia partendo non dai poveri ma dalla spesa pubblica, negli ultimi anni sempre più lontana dalle necessità vere del popolo con sfarzi spesso inutili. Joyce Banda, prima presidente donna del Malawi, sta mettendo in pratica ciò che aveva delineato nel suo programma lo scorso aprile, a pochi giorni dalla morte dell’ex presidente Bingu Wa Mutharika da cui ha ereditato, tra le altre cose, sprechi e uno stile di vita discutibile.
Il governo di Lilongwe ha messo all’asta il jet presidenziale, da quattordici posti, e il ricavo della vendita figurerà tra le entrate del bilancio. Cinque anni fa il suo acquisto, per oltre tredici milioni di dollari, costò un’ondata di critiche interne e internazionali, portando i donatori a tagliare quattro milioni di finanziamenti per i progetti di sviluppo nel Paese. Oltre al jet Dassault Falcon 900EX è prevista la vendita delle oltre sessanta limousine Mercedes che la presidente si è sempre rifiutata di utilizzare per i suoi spostamenti, ufficiali o meno. Oltre ai mezzi di trasporto sfarzosi, Bingu Wa Mutharika aveva acquistato un palazzo con 58 camere nella sua casa circondariale, oltre alla concessione di uno stipendio pubblico alla moglie.
In un’ottica di ripresa economica e di recupero di fiducia da parte dei finanziatori internazionali, in particolare la Gran Bretagna, le mosse fin qui prese da Joyce Banda le stanno dando ragione. Il cambio di metodo e la serietà stanno dando buoni frutti, soprattutto per l’opinione pubblica indignata da corruzione e sperpero perpetrati fino a pochi mesi fa, tanto che già in giugno il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha concesso a Lilongwe un prestito di durata triennale da 157 milioni di dollari in cambio di misure di austerità e manovre economiche concordate.

She Got Love

Castello di Rivoli
Museo d’arte contemporanea
Piazza Mafalda di Savoia
10098 Rivoli (TO) – Italy

A cura di Beatrice Merz e Olga Gambari

Dal 30 gennaio prossimo nei suggestivi spazi della Manica Lunga sarà allestita la rassegna Ana Mendieta. She Got Love, prima grande retrospettiva europea dedicata all’artista cubana. Il progetto, a cura di Beatrice Merz e Olga Gambari, si propone di rileggere la figura dell’artista come modello e icona per la performance e il video, la body art e la fotografia, la land art, l’autoritratto e la scultura. Nel lavoro di Mendieta (1948 – 1985) confluiscono, infatti, tutte queste componenti, linguaggi coniugati in un personalissimo alfabeto visionario e materico, magico e poetico, politico e progressista che aspirano a raccontare l’identità femminile a partire dalle radici culturali cubane dell’artista sino ad arrivare alla donna contemporanea. Nel suo lavoro esplora temi come l’individuo, i generi, la morte e la vita, la violenza e l’amore, il sesso, la rinascita, lo sradicamento, sempre trascendendoli, però, in un’organicità che si fa spirituale. Il suo corpo si mimetizza nella Natura, in una ricerca delle origini personali e collettive, con una volontà di ricongiungimento a un’eterna e universale energia cosmica, dove elemento umano, naturale e divino convivono. L’orizzonte concettuale e ideologico che ruota attorno alla figura femminile intesa non come fine a se stessa, ma come lente attraverso cui osservare la vita, muove da una fisicità carnale, impastata nella terra e nella natura, nella protocultura, per elevarsi alla spiritualità dell’essere, passando attraverso l’esperienza quotidiana. Segno inconfondibile delle sue opere è, infatti, una caratteristica silhouette femminile, un autoritratto essenziale realizzato in terra, fango, piume, fiori, foglie, cenere, polvere da sparo, rami, alberi, conchiglie, erba, ghiaccio, roccia, cera, corteccia, muschio, sabbia, sangue, acqua, fuoco.
Nel vissuto di Mendieta compaiono diversi luoghi, da Cuba agli Stati Uniti, dal Messico all’Italia, punti tra i quali l’artista era riuscita a tessere relazioni e scambi su canali alternativi.
Ogni performance dell’artista sarà presentata come una tappa, un ambiente profondo e avvolgente raccontato con video, schizzi, fotografie e documenti che creano un momento di grande condivisione emotiva da parte del pubblico, l’ingresso mentale ma anche fisico in un luogo.
In occasione della retrospettiva sarà pubblicato per i tipi di Skira un esaustivo catalogo con testi dei curatori, apparati bio-bibliografici e una ricca selezione di immagini. Durante tutto il periodo della mostra verrà proiettato un documentario sul periodo romano dell’artista.
La mostra è realizzata in stretta collaborazione con l’Estate of Ana Mendieta.

IAPh-Italia promuove l’informazione, la discussione e la collaborazione tra coloro che, impegnate nell’insegnamento e nella ricerca in luoghi non solo accademici, coltivano la passione per la filosofia a partire dal pensiero di donne. Il sito IAPh-Italia è concepito come luogo di raccordo e di informazione per docenti, studenti e donne impegnate in percorsi di ricerca. Proprio per questo troverai online una sezione dedicata alle AUTRICI, donne che fanno soprattutto riferimento al pensiero filosofico, e una dedicata alle INTERLOCUTRICI, in Italia e all’estero, donne di formazione ed ispirazione diversa, oltre alla nuova sezione Interlocutori, dedicata ai pensatori che hanno saputo stabilire una relazione tra il loro lavoro e il pensiero delle donne. A queste si accompagna una ricca sezione di MATERIALI pensata per fornire spazi di ricerca, diffusione di informazioni e rafforzamento del lavoro già in corso in molte università e centri in Italia.

 

 

http://www.iaphitalia.org/

Antonio Polito

Oggi che i magistrati della Corte d’appello di Roma hanno escluso dalle regionali la lista dei radicali perché conteneva più donne che uomini, vale la pena di ricordare la sentenza di un’altra Corte d’appello di 107 anni fa. Un piccolo episodio dimenticato nella lunga storia della lotta per l’emancipazione femminile, riportato alla luce dallo storico Marco Severini in «Dieci donne», un libro appena pubblicato da «liberilibri». Le dieci donne del titolo sono altrettante maestre elementari delle Marche, suffragette della prima ora, che si misero in testa di ottenere l’iscrizione alle liste elettorali nonostante il voto fosse riservato ai soli uomini. La cosa straordinaria è che ci riuscirono. Nel 1906 il presidente della Corte d’appello di Ancona, Lodovico Mortara, insigne giurista e futuro ministro di Giustizia, diede loro ragione, rilevando che in nessuna legge era scritto il divieto, e che dunque tra i diritti politici concessi alle donne si dovesse annoverare anche quello di voto, visto che lo Statuto lo riconosceva ai «regnicoli» senza specificarne il sesso.La sentenza scritta dal magistrato, che sarebbe poi stato epurato dal fascismo, suscitò un enorme clamore e avrebbe effettivamente potuto essere storica. Nel corso dei dieci mesi di vigenza, prima cioè che la Cassazione la annullasse, le dieci donne marchigiane rimasero infatti iscritte ai registri elettorali; se si fosse andati alle elezioni avrebbero dunque votato, anticipando di quarant’anni le loro figlie e nipoti che lo fecero per la prima volta nel 1946; e battendo sul tempo anche le donne inglesi che strapparono il diritto al voto nelle elezioni politiche solo nel 1918 e quelle statunitensi che lo ottennero nel 1920. Per loro sfortuna, Giovanni Giolitti riuscì invece a dar vita a un governo stabile, detto anche il «lungo ministero», che durò tre anni: altrimenti alle urne sarebbero andate, insieme con 2.500.000 italiani, anche dieci italiane.Non che il giudice Mortara condividesse politicamente la grande battaglia liberale che era stata lanciata da John Stuart Mill: trovava i tempi ancora non maturi, come disse in un’intervista al Giornale d’Italia. Ma per lui la legge era sovra-ordinata a tutto: «Chiamato come magistrato a decidere la questione, mi sono dovuto spogliare di ogni prevenzione personale per esaminare strettamente il testo della norma».In uno stato di diritto questo solo spetta ai magistrati: applicare la legge. Poi ci sono quelli che facendolo anticipano il corso della Storia, come la Corte d’Appello di Ancona nel 1906; e quelli che cavillando procedono in senso inverso, come è accaduto a Roma con l’esclusione di una lista perché troppo al femminile nel 2013.

Anna Di Salvo

Sabato 26 gennaio 2013 nello spazio occupato del teatro Coppola di Catania, la Città Felice, la rete delle Città Vicine e l’Anpi Catania, hanno inaugurato la mostra di mail-art “Immagina che il lavoro” alla quale ha fatto seguito un’animata discussione, coordinata da Anna Di Salvo, a partire dalle sollecitazioni suscitate dagli interventi di Katia Ricci e Anna Potito della Merlettaia di Foggia, della giornalista Franca Fortunato del gruppo donne di Catanzaro, Erica Sapienza coordinamento donne Cgil Catania, Santina Sconza presidente Anpi Catania, Biagio Tinghino del gruppo Uomini della differenza della Città Felice di Catania, Giusi Milazzo responsabile provinciale Sunia Catania e della Città Felice, invitate/i a prendere parola, ciascuna/o a partire da competenze ed esperienze acquisite dal proprio vissuto e percorsi politici. All’incontro erano presenti oltre 60 persone, in gran parte interessate attivamente, dato anche il luogo in cui si svolgeva, il teatro Coppola, storico teatro lirico cittadino, poi lasciato in stato d’abbandono, che giovani uomini e donne desiderosi di creare nuove visioni di spazi e convivenza hanno occupato circa due anni fa, restaurandolo e proponendolo alla città per scambi culturali e interventi significativi. Ciò che è stato particolarmente apprezzato – a detta di uomini e donne che hanno partecipato alla serata – è il fatto che alla fruizione delle opere esposte, che indagano con originalità artistica il lavoro femminile nella sua complessità e nei suoi molteplici aspetti, si è accompagnato uno scambio su un’altrettanta complessità di argomenti, aspetti e dati espressi per lo più in chiave di politica delle donne. Memoria e qualità del lavoro, desiderio di maternità, part-time e conciliazione sono tra le questioni messe a fuoco anche approfondendo contenuti e percorsi del Gruppo Lavoro della Libreria delle donne di Milano (autore del documento “Immagina che il lavoro” da cui ha origine la mostra) e dell’Agorà di Milano e le novità emerse a Paestum 2012 durante l’incontro nazionale “Primum vivere”, specialmente per quanto riguarda il precariato e la disoccupazione femminile. Temi questi ultimi che hanno sollecitato interventi di donne giovani che al presente riscontrano serie difficoltà a immettersi nel mondo del lavoro, le quali hanno rivolto critiche e domande alle donne del femminismo e della Cgil mettendo a fuoco un desiderio comune di scambio e dando l’avvio a ulteriori appuntamenti e approfondimenti.
La mostra continua il suo itinerario nei luoghi delle Città Vicine, la prossima tappa sarà a Catanzaro, a cura del Gruppo donne di quella città.

Alessandra Guermandi, Bologna

Avverto un certo disagio rispetto ad alcune prospettive avanzate negli ultimi tempi in Via Dogana, in cui pare che, rispetto ai luoghi di lavoro, accettarne responsabilmente la realtà significhi apportarvi contributi positivi di buon senso e alacre zelo tralasciando lo sforzo di rilevarne, se ce ne fossero, gli eventuali guadagni. Cosí il consigliere comunale di Seveso Lele Galbiati consiglia ai propri dipendenti e alle lettrici e lettori di questa rivista di portarsi direttamente da casa quello che manca sul posto di lavoro (lampadine nuove e pennelli con relative vemici per i muri scrostati), e invita tutti a fare nei posti di lavoro ciò che quotidianamente ciascuno fa a casa propria (Via Dogana 13). Per quanto mi riguarda credo che i servizi pubblici funzionino in base ad una logica che si nutre di “lavoro vivo” in gran parte femminile proprio per conservare intatto l’impianto complessivo del suo apparato burocratico-amministrativo. Se a qualcuno viene in mente di salvarli dovrebbe dire anche come intende modificarne i poteri e le regole del gioco (cfr. Roberta Tatafiore, “L`agire pubblico a partire da sé”, Il Manifesto 12/2/94).
Che esistano contro la tendenza alla delega un’inclinazione alla cura e un senso di responsabilità individuale, una “pratica dell’illegalità” di segno femminile (vedi Donne e aborigeni contro i burosauri, Via Dogana 12 ), è quanto sostiene anche la sociologa Renate Siebert ( … E’ femmina però è bella… Rosenberg & Sellier, Torino 1991), che nello studio di tale apporto ne rileva un aspetto centrale di sostanziale ambivalenza. Se da un lato l’apporto femminile indica la presenza di un “potenziale” politico, dall’altro, preso cosí com’è, esso si rivela del tutto funzionale all’ordine esistente. Poiché però la maggior razionalità ed il miglior funzionamento dei servizi di cui le donne danno prova, ne facilitano certamente:sì l’uso ma non incrementano per ciò stesso il concetto o la pratica della libertà femminile, l’autrice pone la questione: “Dopo aver rintracciato una predisposizione delle donne al cambiamento, un interesse materiale per il funzionamento della sfera pubblica e dei servizi, rimane da indagare un livello piú profondo: quello del desiderio e del piacere”. Come dire: nella “pratica dell’illegalità responsabile” il terzo – l’autorità e la libertà femminili – non è 31 ancora dato. Fra la necessità di stare alla realtà raccogliendone i bisogni e apportandovi migliorie, e ridisegnarne i contorni nella capacità di prospettare mutamenti, c’è un crinale sottile ma anche decisivo per la politica.
Nell’articolo della psicologa Nedda Bonaretti (Via Dogana 13), l’autrice rileva con compiaciuto stupore la coincidenza fra punto di vista delle operaie in esubero e in attesa di “riciclaggio”, e punto di vista di esperti in management aziendale. La concordanza avviene sulle questioni di “ottimizzazione” del lavoro salariato (coinvolgere a pieno se stessi, preoccuparsi del prodotto … ) che sono il fulcro della “qualità totale” (Romiti), del “toyotismo” (Ohno), di quanti perseguono il massimo dell’efficienza produttiva attraverso un coinvolgimento totale di sé (tempo, energie, senso della propria identità) e l’espulsione di ogni residuo di coscienza “altra”. Non solo: è proprio questa “ottimizzazione” del lavoro salariato che ne produce l’eccedenza strutturale, la flessibilità, ovvero la precarietà ed il basso costo. La situazione, se ho ben capito, di quelle operaie. Non solo la psicologa non si accorge che il felice unisono è in realtà un ben sinistro coincidere, ma addirittura lo esalta, come segno premonitore di un futuribile recupero dell’autorità materna “universalmente” distribuita. E qui davvero non capisco: che cos’è l’autorità matema, un bonus universale già quantificato e “coperto” una volta per tutte? Un assegno in bianco, un gigantesco bancomat universale?
Il venire da madre è rischio di invenzione e scommessa per niente universale; è la realtà che cambia che dice la provenienza; il resto per me è solo sterile acquiescenza.
Alessandra Guermandi, Bologna

Claudia Piccinelli

Ravensbrück. Significa “ponte dei corvi”. Città concentrazionaria nazista per sole donne e bambini, ospitò il maggior numero di deportate politiche italiane. 132.000 deportate – 92.000 morte. Situata nel Mecklenburg, ottanta chilometri a nord-est di Berlino, in una zona fredda e paludosa, circondata da foreste di conifere e di betulle vicino al lago di Fürstenberg, viene ufficialmente aperta il 18 maggio 1939. Oggi Ravensbrück è un campo di rose.
Lidia Beccaria originaria di Mondovì è staffetta partigiana della XV Brigata Garibaldi “Saluzzo” sui monti del cuneese. Nel marzo del ’44 viene trasportata con altre detenute nel lager femminile di Ravensbrück, nato come campo di rieducazione per l’isolamento delle “diverse”: politiche, asociali, zingare, ladre, assassine, religiose.
Matricola 44 140, lavora con altre 7-8.000 deportate alla Siemens, una filiale per la produzione di apparecchi da bombardamento, fatta costruire a poche centinaia di metri dal campo.
Sopravvissuta, ha testimoniato in tante scuole e in molteplici occasioni pubbliche la specificità della resistenza femminile nel Lager. Attraverso i racconti anche di altre donne, rimaste per molto tempo avvolte da un ambiguo silenzio, dimostra come le prerogative femminili prevalgano su quelle eroiche, maschili.
«Quando tu tentavi di raccontare la tua avventura tiravano sempre fuori l’atto eroico: … però noi… le armi le abbiamo usate noi… voi non avete combattuto.» Orgoglio militare, enfasi sulla morte, primato del combattente in armi. Lidia Beccaria critica l’equazione resistenza uguale lotta armata, perché oscura ogni altra forma di opposizione al regime, a cominciare da quelle forme di resistenza attuate dalle donne nel Lager. Resistenza contro il degrado umano, che inizia con l’essere obbligate alla mancanza del pudore. Le donne nutrite da quell’educazione ricevuta per la quale il corpo non va scoperto in pubblico, si ritrovano madri e figlie vecchie e giovani costrette a vedersi nella loro completa nudità. “Allora cominciamo a guardarci soltanto in volto”.

La bellezza come forma di resistenza
Il corpo. Il rispetto per il corpo. Lidia Beccaria nel suo bel libro-testimonianza “Le donne di Ravensbrück” (Einaudi, 2003) racconta che sono state le deportate francesi a obbligarla a riprendere a lavarsi, a curare quel corpo-larva ricoperto di pidocchi. Così facendo le francesi l’hanno anche costretta a pensare, offrendole la riscoperta bellezza della conoscenza.

Il biancospino fiorito in quei campi di morte è un augurio… “ torneremo a vivere”. Passarsi la mano unta di margarina sul contorno degli occhi – margarina come crema antirughe – è gesto frivolo di forza. Appena i capelli ricrescono, li si aggiusta con bigodini di fil di ferro. Gesti di speranza.
Nel luogo di ritrovo di tutte, il Wascheraum, una grande stanza nel campo della Siemens, si vince la disumanizzazione con l’energia vitale delle danze delle ragazze russe, i canti delle polacche, le melodie delle slave. E tutto il campo si riempie di vita.

La maternità fa la differenza
Gravidanze. Partorire al buio aiutate solo dalle altre deportate che, a rischio della vita, in quel mondo di morte, vogliono essere ancora donne, non numeri, non pezzi da rottamare. Anche l’affronto alla femminilità per la scomparsa delle mestruazioni indotta da denutrizione, si tramuta in un ballo collettivo quando qualcuna annunciava di aver visto sangue. Tuttavia alle nascite fanno da contrasto gli esperimenti di sterilizzazione con radiazioni, soprattutto su bambine zingare, la specializzazione di Ravensbrück e, su donne sane, esperimenti scientifici di fecondazione artificiale per generare gemelli.
Aborti, nascite, morti. Il neonato non è previsto nell’economia concentrazionaria, è un accidente. I neonati di Ravensbrück, piccole vite senza nome.
Più di 800 i bambini nati e quasi tutti morti a Ravensbrück. Circa 550 le nascite registrate.
Durante le due, tre settimane di sopravvivenza vengono accuditi dalle prigioniere svelte a rubare panni e stracci per poter cambiare i bambini, asciugare i pannolini sui propri corpi, ottenere barattoli con latte in polvere e bottigliette. Come tettarelle usano le dieci dita del paio di guanti di caucciù, sottratti al capo medico. Donne che hanno ancora del latte dopo la morte del loro bambino, possono allattare altri neonati ancora per qualche tempo. Quando le madri muoiono, le infermiere adottano i loro bambini.

La solidarietà: peculiarità del femminile
Scegliere per te la zappa più leggera. Dividere in tre una carota intera. La zuppa del mezzogiorno occasione per ricordare odori e sapori della cucina di casa con scambio di ricette: “Quando tu verrai a Parigi… quando voi verrete a Genova…”. È attesa, fiducia di uscire da lì. Anche le intellettuali partecipano all’apertura culinaria e intanto riaffiorano nelle loro menti lontane filastrocche d’infanzia.
Violare le leggi con la complicità collettiva. Si inizia con l’appello. All’appello è proibito parlare, invece sottovoce corrono le notizie su quello che succede all’esterno e all’interno del campo. L’appello è il giornale clandestino parlato del mattino. All’appello è proibito muoversi, ma appena è possibile si sfregano la schiena una contro l’altra. Si coprono il petto di carta rubata in fabbrica. Per i bambini più grandicelli, deportati con le madri, le donne confezionano bambole con pezze rubate. Nell’ultimo Natale, le cuciniere cercano di preparare per i piccoli un pasto più nutriente.
Intanto, Mara in fabbrica sabota i condensatori della ditta. Pina inceppa la sua macchina. Lidia trova il modo di saldare bobine difettose che si rompono subito.
La macchina della morte non ha tenuto conto della capacità di ripresa, di recupero propri dell’essere umano.

Il dramma dopo la Liberazione
Il dramma delle sopravvissute prosegue anche dopo la liberazione. Nessuno era disposto ad ascoltare la storia delle donne deportate. Ognuno aveva vissuto la propria guerra: «…perché, soprattutto le donne, sono un peso in più. A Milano, cerchiamo di prendere un vagone di terza classe e i civili ci sbattono giù per paura dei pidocchi».
Lidia Beccaria confessa di essere stata accolta con diffidenza anche dai suoi compagni di partigianato. Vergogna, al ritorno dal Lager, nel raccontare quando si avvertiva nella gente una sorta di insinuazione ambigua che rimandava all’idea della violenza sessuale subita. «Ma noi le SS non le incontravamo quasi mai. Noi dipendevamo dalle Kapo, scelte tra le prigioniere polacche o tedesche. Difficile far credere che per il sesso si trovavano senza fatica parecchie volontarie tra le prostitute, anche loro deportate perché “diverse”.»
E oggi? Dalle testimoni ci giunge un alto monito: stare vigili e identificare le modalità di spersonalizzazione più raffinate ed efficaci. Riconoscere quella parte oscura di violenza con la quale dobbiamo fare i conti. Il pregiudizio razzista, la cultura sessista dello stupro, dello schiacciare il più debole, il “diverso”, perché il “diverso” viene fatto coincidere con “inferiore”.
Ancora oggi le donne subiscono efferate violenze e i notiziari quotidiani sono un bollettino di guerra. Ancora oggi si assiste ad una sorta di “ginocidio”.
Conoscere la realtà, riconoscere il male. Giusto. Ma la memoria e la conoscenza non bastano. Bisogna scegliere. Scegliere di opporsi al male.

Non vogliamo rivincere, vogliamo vincere insieme agli uomini (se possibile) la lotta affinché ci sia più giustizia.
(La redazione del sito)


Giovanni Bianconi

Chissà che direbbe oggi il presidente di tribunale Antonio Romano, classe 1895, a vedersi circondato da tante toghe indossate sopra una gonna. Non possiamo saperlo. Sappiamo invece quel che disse l’11 novembre 1947 dai banchi dell’Assemblea costituente dov’era stato eletto nelle liste della Democrazia cristiana, mentre si discuteva della possibilità di aprire al mondo femminile le porte dell’amministrazione della giustizia.

«Da alcuni s’è detto — proclamò Romano — che potendo le donne esercitare la professione di avvocato, debbono poter essere anche magistrati. In verità, io invito a meditare sull’opportunità di questa norma. Oggi, chi per un verso chi per altro, tutti si concordano per allontanare la donna dal focolare domestico. La donna deve rimanere la regina della casa, più la si allontana dalla famiglia, più questa si sgretola». Il verbalizzante d’aula rilevò gli applausi di alcuni deputati, e Romano proseguì: «Con tutto il rispetto per le capacità intellettive della donna, ho l’impressione che essa non sia indicata per la difficile arte di giudicare. Questa richiede grande equilibrio, e alle volte l’equilibrio difetta per ragioni fisiologiche». La sua collega di partito Maria Federici, insegnante di lettere nata nel 1899, lo interruppe: «È un antiquato». «Meglio così», rispose Romano fra le proteste delle (poche) signore presenti in aula. Finché il magistrato concluse: «Questa è la mia opinione, le donne devono stare a casa».

Allo stesso modo la pensava l’altro costituente democristiano Giuseppe Cappi: «La ragione della diffidenza diffusa di fronte a una donna giudicante sta nella prevalenza che nelle donne ha il sentimento sul raziocinio, mentre nella risoluzione delle controversie deve prevalere il raziocinio sul sentimento». E l’avvocato Salvatore Mannironi, pure lui della Dc: «Nella sua costituzione psichica la donna non ha le attitudini per fare bene il magistrato, come dimostra l’esperienza pratica in un campo affine, cioè nella professione dell’avvocato. Tutti avranno notato quale scarsa tendenza e adattabilità abbia la donna per questa professione perché le manca, proprio per costituzione, quel potere di sintesi e di equilibrio assoluto che è necessario per sottrarsi agli stati emotivi».

Gli stessi giudici erano contrari all’integrazione dei sessi nel loro ambiente, come ricordò il socialista Mancini. Il quale, pur sostenendo la tesi opposta, non sfuggì a certi stereotipi: «La magistratura vuole chiudersi in una casta senza sesso, in una torre d’avorio… Disdegna che un gentile sorriso venga a rompere l’austerità e la grinta (per non dire la mutria!) di certi magistrati… L’uomo si umanizza vicino alla donna… Dal naso di Cleopatra fino all’imperatrice senza impero, la duchessa di Castiglione, vi è una dorata catena di vezzi che insidiano il movimento storico!… Quale cuore più generoso e più gentile del cuore di una donna, che valuta i fatti umani e vivifica col sentimento la dura norma della legge?».

Alla Costituente intervennero anche le deputate (piccola minoranza rispetto ai deputati, ovviamente), per affermare le ragioni della parità. Dalla stessa Maria Federici alla comunista Maria Maddalena Rossi. Senza successo. L’Assemblea decise di non decidere: fu tolta la preclusione, ma l’accesso femminile all’ordine giudiziario venne rinviato alla legge ordinaria. Giunta con quindici anni di ritardo. Prima ci volle una sentenza della Corte costituzionale, che nel 1961 cancellò la norma del 1919 con cui le donne venivano espressamente escluse «dall’esercizio della giurisdizione». E solo nel 1963, con la legge numero 66 varata il 9 febbraio, il Parlamento repubblicano decretò la svolta. Articolo 1: «La donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera».

Accadeva cinquant’anni fa. Ne trascorsero altri due per arrivare al primo concorso aperto a tutti, superato da otto donne che s’intrufolarono tra i 5.647 magistrati dell’epoca. Lo 0,14 per cento. Mezzo secolo più tardi, febbraio 2013, su 8.948 toghe in servizio, 4.209 sono indossate da donne. Il 47 per cento. La metà è quasi raggiunta, e la quota aumenta di anno in anno. Il sorpasso è solo questione di tempo, visto che tra i nuovi ingressi è già avvenuto da qualche anno. Al concorso del 2009, su 325 vincitori, i due terzi (210) erano donne. E nel 2010 sono salite a 214, sempre su 325 ammessi all’ordine giudiziario.

Dunque in mezzo secolo la situazione s’è capovolta, imprimendo una svolta al modo di esercitare la giurisdizione. Paola Di Nicola, magistrato figlia di magistrato, nata quando le porte dei tribunali s’erano appena aperte all’altra metà del cielo, ha voluto raccontare in un libro (La giudice, edizioni Ghena, pp. 190, € 14) la sua esperienza di donna (e di moglie, e di madre) in toga. Partendo proprio dal dibattito alla Costituente, che riletto oggi può apparire persino surreale, per arrivare a episodi che spiegano meglio di qualunque dissertazione i cambiamenti avvenuti nel mondo della giustizia.

Grazie alle femmine chiamate a giudicare un universo quasi esclusivamente maschile, come dimostrano le cifre su imputati e condannati nei processi penali. Nel microcosmo di quelli finiti in carcere, alla fine del 2012, su 65.701 detenuti solo 2.804 erano donne. Appena il 4 per cento.

La giudice De Nicola rievoca il processo per stupro svoltosi a Latina nel 1978, divenuto famoso perché ripreso dalle telecamere della televisione pubblica, dove il giudice chiamato a decidere «consente, troppo spesso, domande tanto morbose quanto irrilevanti, toni sprezzanti nei confronti della vittima, atteggiamenti percepiti come scherzosamente complici» tra gli uomini che partecipano al giudizio. Fino a far sbottare l’avvocata Tina Lagostena Bassi: «Quello che è successo qua dentro si commenta da solo, ed è il motivo per cui migliaia di donne non fanno le denunce, non si rivolgono alla giustizia».

Trent’anni dopo, sempre a Latina, ecco un altro processo per presunto stupro. Ma il tribunale è composto da tre signore (tra cui Paola Di Nicola), il pubblico ministero è una signora e pure l’avvocato. L’unico maschio è l’imputato, assolto per mancanza di prove dopo un dibattimento in cui si percepisce, grazie al tenore degli interventi di accusa e difesa «l’attenzione a evitare, nelle minime sfumature, qualsiasi lesione della dignità della donna che denuncia e dell’uomo che si difende».

Se le donne magistrato hanno ormai raggiunto il numero degli uomini, negli incarichi direttivi la situazione è ancora molto sbilanciata: siamo all’81 per cento di maschi negli uffici giudicanti e all’89 per cento in quelli requirenti (i pubblici ministeri). Perché solo da poco le donne hanno raggiunto un’età e un’esperienza che offre loro la possibilità di essere nominate ai vertici di procure, tribunali e corti, ma anche perché la maggior parte di esse ha scelto di diventare madre e sobbarcarsi la vita familiare. Sottraendo tempo alle pubblicazioni scientifiche e al conseguimento di altri titoli necessari per accedere a ruoli dirigenziali. «Non ci sono pregiudizi — spiega Paola Di Nicola —, si tratta di uno scoglio superabile solo con l’adozione di criteri diversi per le nomine. Al momento anche il numero di domande delle colleghe, per concorrere a posti di maggiore responsabilità, è inferiore a quelle degli uomini, proprio perché non abbiamo sufficiente tempo extralavorativo da mettere a disposizione della carriera. È una scelta, non un’imposizione, dettata però dalle regole attuali». Chissà se un giorno cambieranno, portando a termine la rivoluzione cominciata cinquant’anni fa.

Incontro organizzato da Laura Colombo e Sara Gandini al
Circolo della Rosa e Libreria delle donne di Milano



Domande e risposte di Katja durante il collegamento del 26 gennaio 2013 alla Libreria- Circolo della rosa.
Traduzione a cura di Laura Minguzzi

1) che tipo di prese di posizione da parte dell’occidente e dell’opinione pubblica russa ritenete politicamente piu’ utili? che cosa sarebbe politicamente più vantaggioso per voi? che cosa non vi torna del sostegno che avete ricevuto da parte anche di molti personaggi pubblici internazionali, prima fra tutte Madonna?

Purtroppo molto di ciò che è accaduto fuori fino alla metà di ottobre io non l’ho visto, me lo sono perso. Quando sono uscita dalla prigione, ho visto solo i più noti atti di sostegno come l’esibizione di Madonna. Inoltre ho visto la dichiarazione di solidarietà del parlamento tedesco e anche la dichiarazione del primo ministro estone. Inoltre ho saputo che il gruppo Pesche (peaches) ha fatto un video-clip per sostenerci e la musicista jd samson ha inciso una canzone e ha fatto una clip sempre per darci sostegno. Un sostegno di tale natura cioè politico e femminista per noi è molto importante soprattutto da parte di musicisti di sinistra non commerciali che lavorano su temi a noi vicini come il femminismo, il queer, l’antiautoritarismo e i diritti dei lgbt.

2) Il vostro lavoro politico è basato sulle performance (musicali e artistiche). Fate riferimento anche ad altre pratiche politiche. Se sì, quali?

Per noi sono importanti tutte le pratiche femministe antiautoritarie che sono le più pericolose per il nostro regime repressivo dato che ha un palese carattere macista e antisociale, ma nell’ambito del lavoro del nostro gruppo noi collaboriamo solo con manifestazioni musicali punk illegali in cui noi cantiamo le nostre canzoni politiche femministe.

3) Che tipo di prese di posizione da parte dell’occidente e dell’opinione pubblica russa ritenete politicamente più utili? che cosa sarebbe politicamente più vantaggioso per voi? che cosa non vi torna del sostegno che avete ricevuto da parte anche di molti personaggi pubblici internazionali, prima fra tutte Madonna?

L’efficacia politica della performance dipende dalla situazione, dallo scopo e dai compiti che l’autore-l’autrice della performance ha in mente.

 

4) Il gruppo rischia di fermarsi con la condanna delle tre Pussy o state continuando a lavorare? Su che linea di ricerca state proseguendo?

Adesso noi ci troviamo nella condizione di lottare per via giudiziaria. Tutte le nostre forze vanno nella direzione di difendere le nostre manifestazioni artistiche che dal 19 novembre 1912 sono state definite estremistiche e naturalmente lottiamo per la libertà di Nadja e di Mascia. Ultimamente ci capita di dover lottare anche per affermare la nostra visione delle cose (interpretazione) che i nostri detrattori (nemici) cercano di deformare. Per esempio nei mass media in continuazione ci sono tentativi di rappresentare il nostro gruppo come un gruppo commerciale sebbene noi ci siamo sempre battute contro la commercializzazione del nostro lavoro artistico. Tutto ciò adesso per noi rappresenta una lotta altrettanto importante della lotta per le nostre idee e per le nostre esibizioni che hanno provocato una tale inadeguata (in eccesso) reazione da parte del potere statale della Russia.

5) Nel vostro gruppo ci sono anche uomini? vi confrontate e confliggete con loro riguardo alle vostre scelte? se sì come? su che nodi? partecipano in qualche modo alla scrittura dei vostri testi e alle decisioni sulle performance?

Nel nostro gruppo non ci sono uomini. Noi siamo un gruppo separatista, questa strategia del femminismo ora ci appare la più efficace soprattutto nell’ambito dell’arte.

6) In che modo entra, se entra, il senso religioso nella vostra pratica politica?

Noi non siamo particolarmente religiose o spirituali abbiamo i comuni sentimenti umani della maggior parte delle persone e rispettiamo e riconosciamo i sentimenti degli spettatori delle nostre esibizioni e lavori audio-visivi e non agiamo mai con lo scopo di umiliare o di offendere qualcuno. Noi ci esprimiamo in modo negativo solo verso coloro che occupando il potere lo usano a scopi aggressivi verso gli altri. Noi usiamo nel nostro lavoro lo sberleffo e l’ironia verso i leaders ufficiali della scena politica della Russia dato che proprio loro sono i simboli e la garanzia di tutta l’illegalità che permea oggi il nostro paese.