di Sebastiano Gulisano
Le mamme di Niscemi in Sicilia hanno deciso di ribellarsi allo strapotere USA e così ogni giorno mettono i loro corpi davanti ai convogli militari che si dirigono alla base ove è situato il MUOS, Mobile User Objective System. Da quando hanno visto manganellare i manifestanti – l’11 gennaio scorso – hanno deciso di prendere loro la situazione in mano. Spendersi in prima persona. Ogni giorno in guerra, anche con la neve. Presidi, blocchi stradali, assemblee. Ogni mercoledì in piazza. Tutti devono sapere. E così coinvolgono altre e altri. Scuole e comuni limitrofi. Queste mamme vogliono che i propri figli nascano e crescano sicuri, senza malformazioni, senza la prospettiva di morire senza vivere la vita.
«Per vent’anni abbiamo dovuto subire, inconsapevoli, le emissioni delle 46 antenne; ora vorrebbero che subissimo anche quelle delle tre parabole satellitari: non abbiamo alcuna intenzione di continuare a farci avvelenare, non vogliamo né le nuove installazioni né le vecchie.» Concetta Gualato è la portavoce del Comitato Mamme No MUOS, che in appena un mese è riuscito ad aggregare circa 600 mamme niscemesi – perlopiù casalinghe, ma anche impiegate e insegnanti – fermamente decise a ribellarsi allo strapotere USA, che in questo angolo di Sicilia lontano dai riflettori delle cronache ha una delle sue installazioni strategiche per le comunicazioni militari nel Mediterraneo: 46 antenne che da vent’anni contaminano le popolazioni locali con le loro emissioni a bassa frequenza, aggiungendosi alle emissioni velenose provenienti dal vicino petrolchimico di Gela. «Per vent’anni nessuno ci ha informati dei rischi alla salute cui eravamo soggetti a causa delle antenne, ma ora, dopo lo studio dei professori del Politecnico di Torino Massimo Coraddu e Massimo Zucchetti, noi sappiamo e non intendiamo tacere, dobbiamo difendere la nostra salute e, soprattutto, quella dei nostri figli, e non permetteremo che il MUOS sia realizzato», chiarisce Mamma Concetta.
Il MUOS, Mobile User Objective System, è il sistema di telecomunicazioni satellitari della marina militare statunitense che consentirà agli USA di controllare le comunicazioni su tutto il pianeta, grazie a quattro installazioni terrestri e cinque satelliti che trasformeranno le forze armate a stelle e strisce in un unico network in grado di scambiarsi e condividere istantaneamente informazioni in qualsiasi parte del mondo. Inoltre, il MUOS servirà a guidare i droni, i micidiali caccia senza pilota di stanza a Sigonella, cioè servirà a fare la guerra standosene comodamente seduti davanti a un terminale, a uccidere azionando un semplice joystick, come in un videogioco.
Nella Sughereta di Niscemi, una riserva naturale protetta dalla UE, gli Stati Uniti intendono installare una delle quattro basi terresti. Lo studio di Zucchetti e Coraddu per il comune di Niscemi sui rischi concreti per la salute (ma anche per i voli civili gravitanti sugli aeroporti di Comiso e Catania) ha convinto la Regione Siciliana a revocare le autorizzazioni concesse in precedenza, innescando un conflitto col governo nazionale e con il potentissimo alleato che potrebbe arrivare davanti alla Corte Costituzionale, visto che la giunta del presidente regionale Rosario Crocetta non intende recedere dalla posizione assunta e, soprattutto, che le popolazioni di Niscemi e dei comuni limitrofi non intendono sottostare ai rischi per la salute illustrati dagli scienziati del Politecnico. Da dicembre, da quando in contrada Ulmo, nei pressi della base militare, è stato istituito un presidio di giovani militanti antimilitaristi, il conflitto fra abitanti e militari è diventato fisico, grazie ai blocchi stradali finalizzati a impedire il transito dei mezzi che trasportano operai, soldati e soprattutto le enormi gru necessarie a montare le nuove gigantesche parabole. I componenti principali del MUOS sono tre grandi antenne paraboliche di 18,4 metri di diametro l’una, «destinate a emettere microonde con una potenza di 1600 Watt ciascuna, orientativamente un centinaio di volte la potenza dei ripetitori per telefonia cellulare», chiarisce il professor Zucchetti. La notte dell’11 gennaio, però, il governo Monti, con uno spiegamento di forze spropositato, ha fatto isolare la città e fatto scortare i tir che trasportavano le gru dalla Celere, che ha sbrigativamente sgomberato i manifestanti a manganellate consentendo il transito degli automezzi. È stato a quel punto che le donne di Niscemi hanno deciso che non potevano più stare a guardare e che dovevano impegnarsi in prima persona contro il MUOStro, come lo ha efficacemente definito il giornalista e scrittore Antonio Mazzeo. In meno di un mese, le Mamme sono diventate circa 600, partecipano attivamente ai blocchi stradali che, 24 ore su 24, impediscono agli operai di entrare e ai militari di fare il cambio della guardia, creando una situazione di stallo che difficilmente si sbloccherà. Prima si sono costituite in Comitato Mamme No MUOS, poi hanno deciso di ritrovarsi ogni mercoledì nella piazza principale del paese: «In piazza siamo visibili, costringiamo anche chi non vuole interrogarsi sull’installazione americana a fare i conti con la nostra presenza e con le problematiche connesse al MUOS e alle 46 antenne esistenti: i rischi per la salute. È stato così, grazie a questa visibilità che abbiamo coinvolto altre mamme», ci spiegano. Sono loro l’elemento nuovo di questa protesta: stanno coinvolgendo i preti, le scuole (sono quotidiane le visite guidate di studenti al presidio e nella Sughereta, da dove la base militare è ben visibile) e le donne dei comuni limitrofi – Gela, Caltagirone, Piazza Armerina… – affinché la protesta non resti circoscritta agli abitanti di Niscemi. Una storia speculare a quella delle Madres argentine di Plaza de Mayo, questa delle Mamme siciliane: quelle rivolevano i propri figli desaparecidos; loro vogliono che i propri figli nascano e crescano sicuri, senza malformazioni, senza la prospettiva di morire senza vivere la vita. Ogni giorno mettono i loro corpi davanti ai convogli militari che si dirigono alla base; ogni mercoledì si ritrovano in piazza a far sentire il proprio urlo: «No al MUOS, sì alla vita!».
Casablanca n.28
di Alessandro Portelli
A cento anni dalla nascita dell’eroina african-american Tra Mito e Storia. Fu protagonista e non vittima. Stufa di essere stufa, proprio come gli schiavi
Questa storia l’ho raccontata altre volte, ma vale la pena di farlo ancora, oggi che la sua protagonista viene onorata alla Casa Bianca e le fanno un monumento per celebrare i cento anni dalla nascita.
Nel 1981 ero a Highlander, in Tennessee, uno storico centro di formazione di quadri di base prima nel sindacato e poi nel movimento per i diritti civili, nel pieno del Sud segregazionista. Stavo appena scambiando i saluti con il direttore, Mike Clark, quando entrò in ufficio la compagna del centralino e disse: «Mike, c’è Rosa Parks al telefono». Bastarono queste parole per farmi capire che fino ad allora non avevo capito niente del movimento per i diritti civili, a cui pure dovevo le mie prime emozioni politiche.
Rosa Parks era la signora che nel 1956, a Montgomery, Alabama, era stata arrestata per aver rifiutato di alzarsi da un posto riservato ai bianchi in autobus. Quel gesto diede il via al grande boicottaggio dei trasporti pubblici da parte della comunità afroamericana, durato più di un anno, e alla decisione di individuare come portavoce un giovane ministro battista appena arrivato in città, Martin Luther King. Il resto, come suol dirsi, è storia.
Il racconto che ci era sempre stato fatto su Rosa Parks era che si trattava di una signora anziana che aveva i piedi gonfi ed era troppo stanca per alzarsi. In realtà, come mi spiegò subito Mike Clark, Rosa era la segretaria della sezione di Montgomery della Naacp (l’Associazione Nazionale per il Progresso della Gente di Colore), e poco tempo prima di compiere quel gesto aveva partecipato a un seminario di formazione politica proprio a Highlander (a Highlander c’era stato anche Martin Luther King, e i razzisti avevano riempito il Sud di cartelloni con le foto di «King alla scuola comunista». Poco tempo dopo, Highlander fu data alla fiamme). Rosa Parks, insomma, non era una vecchia signora (aveva 42 anni!): era una militante politica pienamente consapevole del suo gesto. «L’unica cosa di cui ero stufa e stanca era di essere stufa e stanca», disse più tardi.
Va detto che la storia della povera signora coi piedi gonfi ha avuto una sua utilità, generando quel moto di compassione verso le vittime e gli oppressi che ha caratterizzato gran parte della simpatia e solidarietà di cui ha goduto il primo movimento per i diritti civili, e contribuendo così ad allargarne la base e la risonanza. Ma il prezzo pagato è stato quello di presentare, ancora una volta, gli afroamericani come vittime, non come protagonisti (è anche la storia della guerra civile e della liberazione degli schiavi: come ci ha spiegato, dati alla mano, il grande storico afroamericano W. E. B. DuBois, se non fosse stato per la fuga in massa degli schiavi dalle piantagioni, il Nord la guerra non l’avrebbe mai vinta. Altro che Lincoln che libera gli schiavi – sono gli schiavi che salvano Lincoln dalla sconfitta!). In qualche modo, l’idea che i progressisti bianchi avessero il dovere di “aiutare” il movimento, per quanto nobile fino al sacrificio (ricordiamo Viola Liuzzo, per esempio), conteneva in potenza l’idea che in realtà gli spettasse il compito di dirigerlo. Sarà su questo che si verificherà nel 1964 la grande rottura promossa da Stokely Carmichael lanciando lo slogan «black power»: i neri erano capaci di fare anche da soli.
Come Rosa Parks, erano stufi di essere stufi anche tutti i neri di Montgomery e di tutta l’America- L’immagine vittimistica di Rosa Parks ha fatto sì che quasi nessuno si ponesse la domanda: ma come è possibile che per l’arresto di una sconosciuta cucitrice coi piedi gonfi, in un paio di giorni l’intera comunità nera aderisce al boicottaggio? Non sarà che erano preparati e organizzati e aspettavano solo il momento?
Raccontò poi E. D. Nixon, sindacalista nero e altro dirigente della Naacp di Montgomery, il vero protagonista del boicottaggio: «Appena venimmo a sapere di quello che era successo a Rosa Parks, ci attaccammo subito al telefono e avvertimmo tutta la comunità». Oltre tutto, non era la prima volta che una donna nera veniva arrestata per la stessa ragione; era successo almeno altre due o tre volte, ma per una ragione o per l’altra le persone coinvolte potevano essere screditate dalla macchina propagandistica del sistema segregazionista (una aveva reagito violentemente, un’altra aveva un precedente di arresto, e così via). Rosa Parks era assolutamente inattaccabile; addestrata com’era alla pratica della non violenza, aveva reagito all’arresto con fermezza e dignità inappuntabili. Quando successe, erano pronti.
Mi face capire che mentre siamo sempre disposti a riconoscere agli oppressi e ai marginali le emozioni e le sofferenze, raramente ci viene in mente di riconoscergli anche l’intelligenza – e invece, di intelligenza, di organizzazione, di consapevolezza è fatta la storia del movimento a cui Rosa Park aprì la strada col suo gesto. Di solito, quando racconto la storia della telefonata di Rosa Parks a Highlander, aggiungo: «Mi sarei emozionato di meno se mi avessero detto che aveva telefonato Carlo Marx». Forse è perché che Carlo Marx appartenesse alla Storia lo sapevo già; ma fino ad allora Rosa Parks era stata soprattutto icona e Mito, riassunta in un unico gesto simbolico, un solo giorno. Rendermi conto che, un quarto di secolo dopo, era ancora in contatto con le istanze più radicali della lotta sociale nel Sud me la riportò in un attimo dal Mito alla Storia. Perciò fanno bene le istituzioni statunitensi e il presidente afroamericano a dedicarle omaggi, statue e francobolli: il Mito ha le sue funzioni e la sua utilità, parla ai sentimenti, alle emozioni, all’immaginario. Ma la Storia ci insegna ad immaginare diversamente, a cercare di raffigurarci una donna intelligente e indomabile che ha continuato tutta la vita, dagli autobus segregati di Montgomery ai ghetti di Chicago, a impegnarsi nei movimenti, sempre su posizioni avanzate e radicali, fino alla fine.
Marco Ventura
Un giorno, nella Parigi di fine anni Settanta, Nilüfer Göle fu invitata a ritrovarsi con un gruppo di femministe nel bagno turco della moschea della capitale francese. La giovane, allieva del sociologo Alain Touraine, scoprì che per quelle donne l’hammam era uno spazio privilegiato, in quanto esclusivamente femminile, per coltivare la «sorellanza» e costruire l’emancipazione. L’imbarazzata Nilüfer non aveva dimestichezza con un luogo che nella sua famiglia laica era sinonimo di una segregazione dalla quale le donne turche si erano emancipate da tempo.
Più di trent’anni dopo, nel 2005, Nilüfer Göle raccontò l’aneddoto in un libro francese sui rapporti tra Islam e Europa. Divenuta ormai una delle più note sociologhe dell’Islam, direttrice di ricerca nella prestigiosa École des hautes études en sciences sociales, l’autrice utilizzava la propria esperienza di turca francese per spiegare le «interpenetrazioni» che stavano sfidando, e cambiando, musulmani ed europei. Otto anni dopo, il volume, nel frattempo pubblicato negli Stati Uniti, esce anche in Italia (L’Islam e l’Europa. Interpenetrazioni, Armando Editore). Gli otto anni passati non pesano sul libro: il racconto resta prezioso, le idee hanno semmai acquistato autorità alla luce degli sviluppi più recenti. Globalizzazione e immigrazione hanno instaurato tra Occidente e Islam una «prossimità», in cui si riduce la distanza e si sovrappongono storie e culture. Il processo, sottolinea l’autrice, ha portato paura e scontro: sicché accade che «le fratture si allarghino e siano sentite più intensamente a mano a mano che aumenta la prossimità», e che la posta in gioco diventa «la divisione dello spazio».
È finito il tempo in cui la modernità occidentale era il modello indiscusso. Nessuno lo sa meglio dei turchi che a tale modernità si sono ispirati a più riprese, e in particolare al tempo delle riforme ottomane di metà Ottocento e negli anni Venti, con la rivoluzione kemalista. La modernità europea è oggi lo spazio in cui i musulmani reinventano la propria presenza, il magazzino degli attrezzi coi quali l’Islam si esprime. La sfera pubblica europea è per Nilüfer Göle «il palcoscenico in cui il dramma dell’incontro tra musulmani ed europei prende forma», in cui cambia la scenografia, via via che si succedono attori con «nuovi stili di vita», di comunicazione e di partecipazione.
Nel «repertorio d’azione» del nuovo Islam contano l’espressione, l’improvvisazione, le emozioni personali e le passioni collettive: i musulmani si muovono, impongono la loro visibilità. Lo sradicamento dalle terre d’Islam e la ri-territorializzazione nello spazio europeo producono una «performatività islamica» in cui l’Islam globale è esso stesso fattore potente di globalizzazione.Modernità e tradizione si confondono; l’islamismo fraintende le fonti e reinventa la tradizione. «L’interpretazione del testo coranico», scrive l’autrice, «subisce una erosione democratica» in forza della quale la guerra santa può essere dichiarata «da una persona priva di autorità religiosa, la cui legittimità si fonda solo sul suo attivismo».
Sotto la superficie di un elemento religioso amplificato, la modernità produce un sincretismo dal «carattere ibrido, meticcio e impuro», simboleggiato per la sociologa dai nuovimartiri, in particolare dagli ingegneri islamici radicali, e dalle parlamentari e studentesse turche che rivendicano il diritto di portare il velo in aula.
Il legame tra imartiri terroristi e le donne è decisivo. Nel suo testamento, l’attentatore delle Torri Gemelle Mohamed Atta si rivela ossessionato dalla sessualità e dal contatto con le donne: «L’uomo che laverà il mio corpo e i miei genitali», ha lasciato scritto l’attentatore delle Torri Gemelle, «deve indossare dei guanti cosicché le mie parti intime non siano toccate»; nessuna donna dovrà assistere ai funerali, «né, in seguito, venire a piangere sulla mia tomba». Dalla prima all’ultima pagina del libro, le donne risaltano come il perno della trasformazione. «La modernità islamica può essere scritta solo al femminile», scrive l’autrice, puntando l’attenzione sull’azione e sulla visibilità delle donne. La sfida femminile è scritta nel corpo e nello spazio. Prende direzioni diverse seguendo il vento della storia. È emancipazione dal passato nella Turchia che a partire dagli anni Venti fa della donna il vessillo della laicità e il pilastro del progresso. Tanto che nel 1938 lo scrittore Peyami Safa saluta con entusiasmo il Paese «dove le donne possono vestirsi come vogliono, dove la polizia, i fanatici religiosi e persino i conduttori dei mezzi di trasporto non possono più dire alcunché su quello che le donne indossano». Ma la donna è anche la protagonista del movimento islamista turco che si sviluppa negli anni Ottanta. Merve Kavakçi, la trentunenne che il 2 maggio 1999 sfida il Parlamento presentandosi velata, è l’icona di una generazione di donne «musulmane e moderne», come recita il titolo di un libro di Nilüfer Göle del 2003, purtroppo non tradotto in Italia.
Vissuta a lungo negli Stati Uniti, laureata in Ingegneria informatica all’Università del Texas e divorziata con figli, Merve Kavakçi è il simbolo di una donna islamica a suo agio nella modernità, che usa il corpo per disegnare strategie adatte al contesto. Portare il velo in Turchia, dov’è vietato nei luoghi istituzionali, è un atto di protesta dal basso contro l’ordine laico e repubblicano. Viceversa in Iran, dove la rivoluzione ha imposto il velo dall’alto, le donne protestano velandosi solo in parte.
La «femminilizzazione dell’Islam» descritta da Nilüfer Göle non riguarda solo i Paesi islamici,ma anche e soprattutto l’Europa, dove la battaglia sul velo è assurta a simbolo delle tensioni sulla cittadinanza femminile, tra uomini e donne, e soprattutto tra donne. Prende forma così la domanda essenziale: se le donne sono la chiave, «chi avrà in mano questa chiave? ». Nessuno conosce la risposta. Di certo Francia e Turchia, proprio perché eccezioni laiche, saranno un laboratorio decisivo per l’Europa e per l’Islam. Non esiste più, né per gli uni né per gli altri, la possibilità di un dialogo basato su una «distanza rassicurante». Purezza e identità sono una strada senza uscita: «Rendere l’altro ancora più diverso per creare la propria identità» scrive l’autrice «è un modo per rendersi ciechi fissando l’immagine riflessa dell’altro», fino a «cadere in preda alle illusioni e distruggere ogni possibilità di trovare un terreno comune, di costruire un legame tra il sé e l’altro». Solo la fatica dell’elaborazione di un progetto, non la scorciatoia di finte identità, consente di guardarsi nello specchio dell’altro senza divenire ciechi.
Luisa Muraro
I sondaggisti sono lavoratori e io non sono d’accordo con quel tale che ha detto: aboliamo la professione. Ma hanno fatto previsioni elettorali sbagliate a raffica. Il capo di una grande agenzia si è così giustificato: il dato cruciale, quello che ha sconvolto il quadro, era imprevedibile. Si riferiva al travaso di voti dalla sinistra al movimento cinque stelle: un votante su dieci, secondo lui, è entrato nel seggio e solo lì avrebbe deciso di votare Grillo. Sono in condizione di smentirlo. Sabato ho partecipato a una specie di veglia elettorale, in un luogo non partitico frequentato da simpatizzanti di sinistra e lì è emerso che una percentuale non esigua si era convertita alle cinque stelle.
Ma devo essere onesta: sul momento mi sembrò un caso capriccioso, dopo ho visto il suo vero significato. Potrei portare altri esempi di esperienze il cui significato mi è diventato chiaro soltanto dopo. Uno almeno: io stessa tempo fa ho cominciato a provare un definitivo senso di discredito per il nostro parlamento che, dopo anni e anni di pressioni, non ha ridotto il numero dei suoi membri né i loro cospicui privilegi. Basta! Io ho votato con buon senso (e per senso del dovere) ma quel basta! che ha sconvolto le previsioni elettorali mi ha fatto piacere, non posso negarlo.
Il senno del poi serve poco nella vita e in politica, dicono. A me serve: starò più attenta ai segnali della realtà che cambia, anche quelli dentro di me. Vorrei che servisse anche alle donne e agli uomini della sinistra: è gente intelligente, mediamente, ma la democrazia è anche una questione di umiltà, scusate la parola.
di Luciana Castellina
Il testo è tratto dal libro di Luciana Castellina, «Indignazione e altri sentimenti civili», Aliberti editore, 2011
È straordinario: il messaggio chiuso nella bottiglia di una piccolissima casa editrice della provincia francese ha prodotto una reazione a catena che nessun altro discorso politico aveva suscitato.
Oltralpe, delle trenta paginette di Indignez vous ne è stato venduto quasi un milione di copie mentre in altri paesi di quell’appello è giunta una grande eco che poi, forse senza un rapporto diretto, si è estesa al di là del Mediterraneo: perché è coincisa con la catena di ribellioni che ha scosso l’intero mondo arabo. Quasi che il vecchio partigiano Stéphane Hessel, coautore della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, avesse capito che il momento era maturo perché la gente tornasse finalmente a indignarsi per lo stato del mondo.
Così ha dato una scossa a tutte e tutti e ci ha costretto a tornare a riflettere. Perché non è vero che l’indignazione esclude la ragione, ma è vero il contrario: se non ci si indigna prevale il sonno della ragione (e si producono mostri). Qualcuno ha storto il naso: «Indignarsi è un’espressione solo morale». Scusate se è poco: se non ci fosse anche una rivolta etica non si sarebbero fatte le grandi rivoluzioni.
Leggendo Hessel ho ripensato anche io alle mie indignazioni per vedere cosa avevano prodotto nella corso della mia vita e cosa dovrebbero ancora produrre. La prima volta che mi sono indignata – ricordo – dovevo avere 5 o 6 anni: mi avevano detto che no, non avrei potuto fare il facchino, il mestiere che sceglievo quando, come a tutti i bambini, mi veniva chiesto cosa avrei voluto fare da grande. Portare i bagagli – allora le valigie con le rotelle non c’erano – mi avrebbe consentito di restare sempre nell’atmosfera che più mi emozionava: quella eccitante della stazione, con i treni in partenza, il miraggio dell’avventura, la prospettiva fantastica del viaggio. No, non avrei potuto realizzare il mio sogno – mi dissero – perché ero femmina. Debole.
Ho reagito nel modo peggiore perché all’indignazione suscitata dalla scoperta della discriminazione di genere non ho fatto seguire la ribellione. Per molti anni ho patito cercando di somigliare il più possibile a un uomo e relegando il mio essere femmina alla clandestinità. Solo tardi, grazie al femminismo, ho scoperto che, anche se non mi consentiva di fare il facchino, il mio genere non era una menomazione, un disvalore, bensì una differenza.
Così ho smesso di dissimulare e di rassegnarmi al misero obiettivo della cosiddetta parità fra maschi e femmine – fondato sulla mistificazione secondo cui esisterebbero esseri neutri (in realtà disegnati sul modello maschile) – e ho cominciato a battermi per dar valore all’essere donna. Ecco. L’indignazione è sempre la premessa, ma occorre un seguito: la ribellione.
di Chiara Gatti
Ha una voce da bambina, Maria Lai. Una bambina di 94 anni. Che parla delle sue sculture come se fossero favole e s’arrampica fra le rocce aguzze dell’Ogliastra, la provincia aspra della Sardegna orientale, con l’energia di un cerbiatto. «Mio padre diceva che ero come una capretta, ansiosa di precipizi». Nel senso che, fin da piccola, ha sempre puntato in alto, desiderosa di esprimersi libera. Come quando, nel 1940, lo supplicò di lasciarla andare a Roma, per studiare al liceo artistico, e lui, papà veterinario ancorato al suo paese, Ulassai, le permise di abbandonare la montagna. O, quando, poco dopo, partì per Venezia per frequentare i corsi di scultura di Arturo Martini all’Accademia, prima di tornare a casa, sotto i bombardamenti, salpando da Napoli a bordo di una scialuppa di salvataggio. Chiusa nel suo fisico minuto, un casco di capelli candidi sforbiciati sugli occhi allegri, Maria Lai racconta storie della sua vita d’artista in una pellicola commovente, Ansia d’infinito, presentata da Claritta Di Giovanni al Festival di Roma del 2009 (a marzo in proiezione al Museo del Novecento), mentre oggi una ventina di lavori protagonisti di una mostra curata da Manuela Gandini per la Galleria Morone, riassumono i temi cari alla sua ricerca. Temi celesti, motivi cosmici, geografie di un universo parallelo, che questa signora solitaria dell’arte contemporanea italiana, cresciuta negli anni del minimalismo e dell’arte povera (molti dicono che se avesse lasciato l’isola sarebbe diventata più famosa di Louise Bourgeois), ha realizzato riscoprendo tradizioni antiche. Come la magia del telaio, usato per intessere leggende di terra sarda, zeppe di spiriti, donne, pastori, mai decorative ma cariche di vitalità, tanto che, negli anni Settanta, le femministe guardarono con interesse alle sue trame. Le stesse che hanno stregato anche Antonio Marras, lo stilista di Alghero, come lei fedele alle sue radici, che nell’atelier di Milano sfoggia un suo arazzo e confessa: «conoscerla ha segnato il mio approccio con l’arte. Maria è una fata, un angelo, una creatura di un altro mondo. Con lei ho una sintonia d’idee e mezzi condivisi: il disegno, il tessuto, il ricamo». Abilissima nel passare dal piccolo formato, libri di stoffa cuciti con testi illeggibili scivolati fuori delle pagine come capelli spettinati, alla dimensione monumentale della land art, con installazioni di legni e ferri, dipanati lungo le pendici del Tacco di Ulassaio nelle grotte della sua regione vergine, Maria Lai ha creduto molto anche nel coinvolgimento della comunità, nella performance Legarsi alla montagna, del 1981, che vide un nastro azzurro unire le case del paese alle rocce del Tacco, ossequio alla natura per scongiurare frane e sigillare un patto di convivenza. Autrice versatile e spirito libero è stata capace di appropriarsi d’ogni luogo e di lasciarci un pezzo di sé, come ricorda Marras: «Una volta le dissi di aver copiato un suo disegno. Mi rispose: l’arte è un continuo rubare. Non preoccuparti, io rubo dappertutto. Nel momento in cui rubi, l’opera diventa tua. Come nel film Il postino, la poesia non è di chi la scrive, ma di chi la usa».
di Graziella Pulce
«Dritta, alta, porta occhiali dalla montatura severa, di altri tempi… saluta con antica gentilezza.» Così Giorgio Boatti presentava Madre Ignazia Angelini, badessa del monastero benedettino di Viboldone, centro di spiritualità e di lavoro e una delle prime tappe del percorso che aveva portato lo scrittore appunto Sulle strade del silenzio. E Madre Angelini aggiunge ora questo Mentre vi guardo La badessa del monastero di Viboldone racconta (a cura di P. Pozzi, Einaudi, pp. 119, € 14,50) ai precedenti suoi testi di meditazione. La voce è limpida e perentoria: sul solco dell’esempio e della regola di Benedetto da Norcia l’autrice mette a tema l’imperfezione, condizione non accidentale ma costitutiva dell’essere umano. Il linguaggio è essenziale, privo di qualsiasi indugio retorico o letterario, rapido nella sintassi e preciso nei riferimenti, teso a escludere ogni forma di blandizie e di elusione.
Anche quando scrive, la badessa di Viboldone produce un effetto di operosità serena e fattiva: la scrittura, come ogni altra opera, è obbedienza e risposta a un imperativo categorico. Tra i riferimenti, oltre quelli numerosi al santo fondatore, altri meno scontati, come Dietrich Bonhoeffer, Simone Weil, Fëdor Dostoevskij, Elizabeth Jennings. Il monastero di Viboldone è celebre per gli affreschi di scuola giottesca e per l’alta specializzazione delle monache nel restauro di manoscritti, libri antichi e pergamene, ma il senso del monastero non si identifica con l’arte, né con il pur prezioso lavoro di restauro: le monache, che non sono isolate dal mondo e non hanno operato tale scelta per fuggire dalla realtà, sono le custodi della sacralità dei luoghi, dei silenzi e del sistema agricolo-economico nel quale sono radicate. La comunità rivela infatti una personalità di ferro quando si tratta di territorio, protezione dei luoghi di arte e di fede e senza incertezze si è opposta alla costruzione di residence di lusso nella zona. Queste monache laboriose e inflessibili, cui non interessano il denaro o il potere e perfettamente in linea con il precetto benedettino della Xeniteia, il «farsi estraneo ai costumi del mondo», sono per l’accoglienza e l’ascolto, in particolar modo del giovane e dello straniero.
Nessuna meraviglia che comunità come queste siano guardate con circospezione dai vertici (maschili) della gerarchia, dai «signori di curia». Non sono quelle di Madre Angelini parole sommesse di pace facile, di vita comoda al riparo dai problemi del momento storico presente, e queste pagine non sono il prodotto di una mente individuale, ma ingiunzioni pressanti di un’entità collettiva, corale. Dunque il libro costituisce il richiamo autorevole a una modalità alternativa di vita sociale e religiosa, a un progetto e un processo di ricerca e di esperienza che necessita di un impegno quotidiano fortemente combattivo e condiviso.
Mentre vi guardo suona perciò come preghiera e come profezia, nell’imminenza di tempi che si annunciano bui e difficili, da affrontare dando corso compiuto agli auspici del Concilio Vaticano II. Non mancano infatti nette prese di distanza con chi all’interno della Chiesa, la «Chiesa santa e peccatrice» cui si riferisce la badessa, è abbagliato e condizionato dal denaro e dal potere e senza giri di parole l’autrice indica specificamente le comunità monastiche femminili quali modelli di vita autentica, capace di rispondere alle domande dell’umanità oggi come ieri. E agli occhi di chi legge il richiamo esplicito a considerare le analogie riscontrabili tra la situazione attuale e quella del IV-V secolo di Benedetto suona come un allerta e coinvolge oltre i valori della fede anche quelli più terreni delle oscillazioni di borsa, dei tassi di occupazione e dei salari. Il testo prende maggiore forza dal fatto che il soggetto è realmente ecclesiale, collettivo, che vive e propone modelli alternativi di fede e lo fa da un luogo remoto, intenzionalmente decentrato e lontano dai crocevia del potere. Le benedettine di Viboldone, libere perché non hanno bisogno di nulla, si inscrivono nella storia della spiritualità femminile ricca di esempi luminosi e di testimonianze scritte che hanno segnato percorsi nuovi tanto in teologia quanto nella letteratura.
Basta pensare a Caterina da Siena per comprendere quanto donne come queste siano in grado di esercitare quel magistero che la chiesa ufficiale sembra avere smarrito.
Roberto Esposito
C’è qualcosa di enigmatico e di urtante – che cozza inevitabilmente col senso comune – nello straordinario frammento di Simone Weil La persona e il sacro, adesso edito da Adelphi, a cura di Maria Concetta Sala, con una postfazione di Giancarlo Gaeta intitolata Il passaggio nell’impersonale.
La questione èproprio quella racchiusa in quest’ultimo termine. Cosa e` l’impersonale e in che senso interpella il pensiero? In quali scaturigini affonda e in quale direzione muove? Per rispondere a queste domande bisogna partire dalla tesi piu` radicale avanzata dalla Weil con il coraggio che le era proprio. Appena prima della fine della guerra, nel momento in cui piu` forte soffiava il vento del personalismo, rilanciato dagli interventi di Mounier e di Maritain, subito recepiti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, Simone, solitariamente, afferma che «la nozione di diritto, proprio per la sua mediocrità, trascina naturalmente al suo seguito quella di persona, perche´ il diritto è relativo alle cose personali. E` posto a questo livello». Concludendo che «ciò che è sacro, lungi dall’essere la persona, è quello che in un essere umano è impersonale ».
Cosa voleva dire? Come osava sfidare il più potente totem della cultura democratica? Per capirlo bisogna leggere le pagine che, non solo in questo testo, aveva dedicato al diritto romano e alla funzione escludente che in esso giocava la categoria di persona. Tale termine, a Roma, non designava per nulla il singolo individuo. Rimandava, piuttosto, secondo l’etimo, alla sua maschera sociale, ad uno stato giuridico che, pur comprendendo in astratto tutti gli esseri viventi, li discriminava, ponendo gli uni nella piena disponibilità di altri. Al punto che la maggioranza dei romani – esclusi i maschi liberi e adulti – finiva per oscillare tra la categoria di persona e quella di cosa posseduta. In tal modo proprio quel concetto, oggi assunto a garanzia del rispetto per ogni individuo, e` stato a lungo, e per certi versi continua ad essere, un dispositivo di discriminazione tra “persone vere e proprie” e semplici appartenenti al genere homo sapiens, come filosofi liberali quali Peter Singer e Hugo Engelhardt continuano a teorizzare.
Del resto, se forse nessun altro ha colto la questione con la nettezza provocatoria di Simone Weil, il riferimento, implicito o esplicito, all’impersonale, come punto di unificazione dell’uomo con se stesso, attraversa l’intero Novecento. Che rilievo abbia avuto nella nozione freudiana di inconscio, volta appunto a decostruire le ingenue pretese di autodominio del soggetto personale, è fin troppo evidente. Ma si puo` ben dire che l’intera arte contemporanea – assai più pronta della filosofia a recepire gli umori profondi del tempo – si costituisca nella critica della nozione classica di soggetto. Basti pensare alla decostruzione della figura in tutta la pittura novecentesca, almeno a partire dal cubismo. Per non parlare della letteratura. Quando Maurice Blanchot sostiene che «scrivere equivale a passare dalla prima alla terza persona» ( L’intrattenimento infinito, Einaudi 1977), si riferisce appunto a quel processo sotterraneo che disloca tutta l’esperienza letteraria novecentesca verso la terra dell’impersonale. E cosa di diverso intendeva, il protagonista dell’Uomo senza qualità, quando affermava che «poiche´ le leggi sono la cosa piu` impersonale del mondo, la personalità non sarà ben presto che l’immaginario punto d’incontro dell’impersonale» (Einaudi 1965)? Essendo venuta meno l’identità personale – tanto che a distanza di qualche anno si assomiglia piu` agli altri che a se stessi – il mondo ha assunto una configurazione eccentrica rispetto alla classica bipartizione tra soggetto e oggetto.
Quanto al cinema e alla musica contemporanea, se ne capirebbe ben poco fuori dal riferimento all’impersonale. Da Ejzenstejn a Pelesjan l’immagine cinematografica passa dietro o davanti il soggetto – lo attraversa e lo sfonda. Non diversamente da come il suono pieno si spezza, o si interrompe, nella dodecafonia. Rispetto a tutto ciò puo` apparire che il pensiero sia in grave ritardo. Solo da poco, in connessione con la critica del dispositivo giuridico della persona, ha aperto una interrogazione radicale sul significato dell’impersonale. Eppure una vena profonda – che si puo` far partire dall’averroismo – percorre, come una trama nascosta, la storia del pensiero. Autori come Giordano Bruno, nettamente avverso alla categoria teologica di persona, o come Spinoza, già avevano posto le domande decisive su ciò che significa oltrepassare il lessico antropocentrico, in una prospettiva che ricollochi l’uomo in una relazione costitutiva col mondo e con le altre specie viventi.
Proprio l’attuale ripresa della categoria di vita – diversamente dalle filosofie del soggetto e dell’oggetto – costituisce il centro focale di un nuovo pensiero che, soprattutto in Francia e in Italia, taglia in maniera trasversale il dibattito filosofico.
Una vita…e` il titolo dell’ultimo testo, interamente affacciato sul bordo dell’impersonale, che ci ha lasciato Gilles Deleuze (adesso in Due regimi di folli e altri scritti, Einaudi 2010). Cosa altro e` la vita, se non quanto abbiamo di piu` impersonale, perche´ non ci appartiene in proprio, e di piu` singolare, perche´ assolutamente irripetibile?
di Clara Jourdan
Una domanda aperta a Rosi Bindi
Cara Rosi Bindi, ti ho sentita a Radio Popolare fare la solita promessa di legge sul conflitto di interessi e mi sono detta: c’è o ci fa? Spiegami una cosa. Sono vent’anni che si sente dire che ci vuole una legge sul conflitto di interessi, ma c’era già e c’è ancora la legge che lo previene: la legge sull’ineleggibilità. (1) Perché non si applica? O almeno non si fa una battaglia aperta per applicarla? (2) È per non toccare il grande business che gira intorno al Parlamento? Possibile che siano tutti complici? O è per paura della criminalità organizzata? Eppure ogni giorno molta gente, sindache, magistrati, sindacalisti… rischiano la vita per fare il loro lavoro: c’è speranza che lo facciano anche gli uomini e le donne delle nuove camere elette il 24-25 febbraio?
(1) Testo Unico delle Leggi Elettorali. Norme per l’elezione della Camera dei deputati
D.P.R. 30 marzo 1957, n 361 e successive modifiche, le ultime introdotte dalla L. 21 dicembre 2005, n. 270. (NB: Si applica anche all’elezione del Senato in forza del rinvio operato dall’art. 5 del Testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione del Senato della Repubblica, D. Lgs. 20 dicembre 1993, n. 533.)
Art. 10:
1. Non sono eleggibili inoltre:
1) coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l’obbligo di adempimenti specifici, l’osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta;
2) i rappresentanti, amministratori e dirigenti di società e imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato con sovvenzioni continuative o con garanzia di assegnazioni o di interessi, quando questi sussidi non siano concessi in forza di una legge generale dello Stato;
3) i consulenti legali e amministrativi che prestino in modo permanente l’opera loro alle persone, società e imprese di cui ai nn. 1 e 2, vincolate allo Stato nei modi di cui sopra.
2. Dalla ineleggibilità sono esclusi i dirigenti di cooperative e di consorzi di cooperative, iscritte regolarmente nei registri di Prefettura.
(2) Costituzione italiana, art. 66: Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità.
di Luisa Muraro
Sulle dimissioni del papa parlerò con franchezza e rispetto, come se l’interessato fosse anche lui presente ad ascoltare. In un certo senso noi due siamo in confidenza. Quando il card. Joseph Ratzinger diventò Benedetto XVI, nel 2005, un amico mi telefonò: “Il tuo studente è diventato papa”. Lo chiamavamo così per un testo che avevo pubblicato sul Manifesto (7.8.2004) e cominciava con “Se il cardinale Ratzinger fosse un mio studente…”. Cercavo uno scambio sul tema della differenza sessuale non con lui, ovviamente, ma con quella lettera enciclica Sulla collaborazione dell’uomo e della donna che lui, il mese prima, come capo della congregazione sulla dottrina della fede, aveva sottoscritto. Io, allora, credevo che l’avesse scritta lui, poi mi hanno detto che era stata scritta da una donna cattolica, femminista e buona filosofa. A lui resta comunque il merito di averla firmata e mandata a tutti i vescovi cattolici.
Perché si è dimesso? I più hanno reagito cercando che cosa c’è sotto. Uno, il direttore dell’Internazionale, ha detto: guardiamo piuttosto cosa c’è sopra. Io direi: guardiamo nelle sue parole.
Il papa si è dimesso non perché sia oggettivamente troppo vecchio e stanco, ma perché si sente debole, ossia è soggettivamente stanco e, sicuramente anche a causa dell’oggettiva vecchiaia, non regge più tanta stanchezza. Le persone che hanno impegni e responsabilità pesanti, riconoscono il problema: se i propri sforzi vanno a vuoto, se non ci sono risultati, viene a mancare quel ritorno di forza che compensa il dispendio e riattiva le fonti interiori di energia. E questo ritorno si ha (o non si ha) a tutti i livelli indicati nel discorso delle dimissioni: fisico, psichico, spirituale e/o mentale.
Se la domanda fosse: perché questo papa ha deluso tanti? la risposta sarebbe: le aspettative erano molte e molto disparate; non poteva contentare tutti. Il problema è che lui ha deluso se stesso non arrivando a realizzare quello che pensava giusto e possibile realizzare.
Si tratta di due o tre cose principali. Una è nota: il papa si è molto esposto e si è speso invano nel tentativo di sanare lo scisma di Lefebvre, un vescovo francese che si è ribellato ai decreti del concilio Vaticano II (che è peggio che ribellarsi a un papa).
La seconda cosa l’ha indicata lui stesso. La sua dura reprimenda verso i vertici della chiesa, dopo le dimissioni, non è una novità. Quello che ha detto il mercoledì delle ceneri lo aveva detto dall’inizio, anzi prima, prima del conclave del 2005, quando faceva da “supplente” della sede resa vacante dalla morte di Giovanni Paolo II, il papa polacco. Allora, durante la via crucis, una cerimonia per ricordare la passione e morte di Gesù, disse: invece di predicare agli altri, parliamo piuttosto della sofferenza che noi infliggiamo a Cristo nella sua chiesa! E con questo noi intendeva esplicitamente o quasi: noi preti, noi cardinali, noi al sommo della gerarchia.
Non pensava solo agli abusi sessuali su minori (che lui, divenuto papa, smetterà finalmente di nascondere e coprire come si faceva prima). Tra le cose che quell’uomo credeva giusto e possibile fare, è verosimile che ci fosse anche il risanamento della curia romana. Che ora egli lascia in condizioni peggiori di come l’aveva trovata. Immaginiamo la sua terribile amarezza.
Se questa ricostruzione ha qualche fondamento, mi chiedo: in che cosa ha sbagliato il mio “studente” divenuto papa? Un difensore d’ufficio dei papi più conservatori, vaticanista dell’Espresso (sic), ha risposto: è tutta colpa degli altri, quelli che dovevano dare seguito alle sue buone intenzioni. Molto comodo! Una teologa tedesca, Dorothée B., ha risposto: non doveva accettare l’elezione, ha sbagliato nel valutare le sue capacità umane. C’è del giusto. A occhio, Joseph Ratzinger sembra rientrare in quella tipologia umana maschile che Freud disegna bene: uomini ottimi nel ruolo di numero due, che al primo posto falliscono. Ratzinger, è noto, fu un ottimo collaboratore e un fedele servitore del papa polacco.
Ma una volta che ebbe accettato di succedergli, che consigli si poteva dargli? Io, avendo l’autorità morale necessaria, gli avrei detto: “Santità, a questo punto della faccenda, lasci andare (in latino, il verbo è dimittere da cui derivano le dimissioni) il suo amico Karol e il papato di Wojtila, che il primo vada incontro al giudizio divino e il secondo, al giudizio della storia; Lei scelga come esempio e modello Giovanni XXIII, più vicino a lei come stoffa umana”.
Purtroppo, per ragioni varie, l’anticomunismo? in Vaticano la grandezza di Roncalli non ha fatto scuola. Sono prevalse logiche bizantine (mi scuso con i Bizantini) per cui, se si voleva farlo santo (era già santo vox populi), bisognava che insieme a lui lo fosse anche Pio XII e che la vox populi (televisiva) facesse altrettanto con Wojtila. Tutte complicazioni che hanno messo in difficoltà il mio studente. È solo una supposizione, d’accordo, resta però il fatto che Benedetto XVI, un giorno, inopinatamente, ha sbloccato il processo di santificazione di Pio XII. Ditemi perché mai l’ha fatto.
Come strategia del suo pontificato nei confronti dell’Europa, ha puntato sulla lotta contro il relativismo, e anche qui non ha ottenuto risultati significativi. Vorrei difendere la sua scelta: il relativismo non è il senso della relatività (come tanti credono) ma la sua assolutizzazione e finisce nel nichilismo, così come il pluralismo annega la pluralità. Impariamo da Galileo e Einstein che cos’è la relatività e come questa si accordi con la ricerca della conoscenza vera. Però quella del papa era una scelta difficile, troppo forse per uno che non sapeva scegliere l’esempio cui ispirarsi e purtroppo neanche i suoi collaboratori.
Mi faccio ridere, sto parlando come Sun-tzu, il maestro taoista che insegna come agire al generale che comanda l’esercito dell’Imperatore cinese. Più alla buona terminerò con quello che hanno detto altre e altri: con le sue dimissioni Joseph Ratzinger ha dato un bel colpo alla sacralità del suo ufficio e questo è positivo perché il culto della gerarchia e del suo capo è una forma di idolatria. Bravo! Andiamo avanti in questa direzione. Se vogliamo inginocchiarci, se c’è qualcuno su questa terra davanti al quale inginocchiarsi, il Vangelo parla chiaro, si fa davanti alle creature piccole e bisognose, non altri.
A Bologna, come in altri luoghi del nostro paese, l’esperienza di Paestum, le sue modalità di presa di parola e di ascolto proprie alla pratica femminista e arricchite da segni dei cambiamenti in atto, hanno riacceso il desiderio di un confronto aperto a ogni singola e gruppo che lo vogliano per affermare nel presente la forza e la volontà di trasformazione diffuse delle donne.
É nata così una sede di scambio che intende contribuire a dare continuità e forma alle istanze e alle posizioni che emergono nello spazio pubblico ad opera di donne. Un incontro nazionale, che si è tenuto il 9 febbraio al Centro delle Donne di Bologna, per discutere il nesso tra forme di vita e forme di politica oggi e, in particolare, il nesso tra il “primum vivere” e la scelta di tante, in questi giorni, di misurarsi con l’esperienza della rappresentanza nella prossima scadenza elettorale.
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Elena Caruso
[…]
Eppure quest’anno ho trovato, finalmente, dei profili di interesse in questa ‘Santa’. L’ho spogliata dei suoi santi paramenti e ho cercato Agata, la persona. Ho trovato una mia giovane coetanea, 21 anni, bella e ribelle. Ma una ribelle di quelle doc, da far invidia alle Pussy Riot, una che si è messa contro il Potere. E il Potere, nella Catania del 251 d.C, aveva un nome e un cognome: proconsole Quinziano. Lui la desiderava (o forse desiderava il suo denaro – Agata era anche molto ricca) e intendeva possederla in ogni modo. Agata lo rifiuta, ripetutamente, sopportando inimmaginabili torture, fino all’estremo sacrificio. Siamo nel 251 d.C., eppure Agata si comporta da donna emancipata, si oppone in ogni modo ad una scelta imposta. Da eroina sfida il Potere, rivendicando la libertà di autodeterminazione, la libertà di scegliere. C’è una forza imbattibile in lei dinanzi alla quale i seni strappati e i carboni ardenti suonano come insignificanti cattiverie: la forza che proviene dalla consapevolezza di difendere le proprie idee e la propria libertà. Anche la libertà di accettare la morte. Agata come eroina ribelle diventa un esempio, un modello al quale ispirarsi: Agata, questa Agata, quindi, può ancora parlare e ha qualcosa da dire anche alla nostra generazione.
Sta a ciascuno di noi individuare il Proconsole Domiziano da sconfiggere. Giocando con la Storia, mi piace pensare che il temperamento di Agata nel 251 d.C. riviva, nella nostra contemporaneità, nei corpi giovani e nudi, per esempio, delle ribelli Femen, quelle che hanno protestato in Piazza San Pietro pochi giorni fa, a seno nudo (strumento di lotta e libertà). Ma Agata è stata anche vittima di un femminicidio. A fronte della violenza che ancora oggi viene perpetrata sul corpo della donne, non ci resta che constatare l’amara verità dei fatti: dal 251 d.C. forse non è molto cambiata la sorte per (molte!) donne, anche catanesi (se penso alla giovane Stefania Noce). Agata, Stefania e tutte le altre donne hanno rivendicato il potere di autodeterminarsi contro una cultura maschilista che concepisce le donne come “oggetto” degli uomini, da possedere, di cui disporre, su cui esercitare quello che i Latini chiamavano jus vitae necique. Adesso, quando penso a Sant’Agata, vedo una mia antenata ribelle, una femminista ante litteram. E vedo anche una vittima di femminicidio, di una mattanza che non si è ancora arrestata.
Agli inizi degli anni Settanta le ragazze della Northwestern University di Chicago si rivolsero a lei, la prof di Storia sociale a cui potevano parlare liberamente del femminismo che era esploso sotto i loro occhi, trovando il terreno fertile di chi era cresciuta in una famiglia di sinistra a Brooklyn, madre e padri insegnanti, sensibili alla politica e alle scintille sociali. E Joan Wallach Scott raccolse le sollecitazioni delle studentesse, avviò (unica docente in un Dipartimento di soli uomini) un corso di “Storia delle donne” partendo dal sillabo di due colleghe del Canada, muovendo così i primi passi in un percorso che, anni dopo, contribuirà a decretarne la fama. Nel 1986, infatti, pubblica sull’«American Historical Review» un saggio che segna un prima e un dopo in questo campo: Gender: A Useful Category of Historical Analysis.
«Nel corso di quegli anni l’interesse per le donne, la rabbia contro le discriminazioni erano andati progressivamente aumentando. Si moltiplicavano articoli, grossi convegni, paper importanti, con la consapevolezza di scoprire nuovi territori di studio, in un’atmosfera di grande entusiasmo. Io ho sintetizzato diverse esperienze, portandole nel solco della Storia», racconta Scott, dopo la lecture tenuta all’Università di Padova in occasione del VI Congresso delle Società italiana delle Storiche, dove è stata accolta con grande calore.
L’aver codificato in termini formali la categoria del gender ha avuto un impatto concreto nella battaglia femminile per l’emancipazione e contro la disuguaglianza tra i sessi: «Con la comparsa prepotente del “genere” si è stabilito che la biologia e la natura non determinano che cosa significhi essere uomo e donna: i loro comportamenti, il loro lavoro e modo di vivere possono cambiare nel tempo», spiega con pacatezza e forza al contempo Joan Scott. «Ci sono molti esempi, senza scomodare l’ultimo, e il più facile, dei matrimoni omosessuali. Basti pensare che in passato le donne non potevano fare il medico perché si riteneva fosse una professione non appropriata per loro. O ricordare invece gli studi sulla classe operaia francese dell’Ottocento che mostrano come le donne si sobbarcassero una grande fatica fisica».
Siamo dunque quel che siamo non in virtù dei nostri cromosomi ma in virtù dell’interpretazione esclusivamente sociale dei ruoli maschili e femminili. In questo senso si può dire che la mutevolezza nel tempo ha giocato a favore delle donne? La loro condizione è migliorata, o si eccede in ottimismo? «Oggettivamente le cose sono molto cambiate. Le donne oggi lavorano. Fanno gli avvocati, i medici appunto, insegnano nelle Università. Certo, sulla rappresentanza politica, a parte i Paesi scandinavi, siamo molto indietro: nelle grandi democrazie occidentali, come Stati Uniti e Inghilterra, è sempre un men’s game», sorride amara. Poi aggiunge che ovviamente il quadro è articolato, dipende da quale area geografica e quale segmento sociale prendiamo in esame: «Mi colpisce che ciò che sembrava acquisito negli anni Settanta, come il diritto all’aborto o alla contraccezione, è di nuovo messo in discussione per via della destra religiosa. Tornando al lavoro, sul fronte della working class la situazione femminile è sempre molto dura. Penso per esempio alle donne che emigrano dal Sud del mondo per andare a lavorare nelle case della middle class dell’Occidente, e poi mandare i soldi nei Paesi d’origine».
Ecco perché quello che si fa in termini di sostegno alle politiche contro le ineguaglianze, la prevaricazione, l’oppressione, non è mai abbastanza. Anche le organizzazioni internazionali, come UN Women, il “braccio pro-donne” delle Nazioni Unite nato nel 2010 e guidato dall’ex presidente del Cile Michelle Bachelet, o il Cedaw (Committee on the Elimination of Discrimination against Women), per la Scott sono realtà utili, «meglio averle che non averle. Portano l’attenzione a livello internazionale» su temi che altrimenti scivolerebbero nell’oblio. «E nonostante le storie di corruzione o di aggiustamento dei dati che a volte le coinvolgono, mettendone in dubbio l’integrità, hanno il loro peso, benché siano solo una tessera del puzzle del cambiamento politico-sociale», conclude con realismo.
In questa chiacchierata a tutto campo, non può mancare un cenno alle quote rosa, questione molto dibattuta anche in Italia, dove trova spesso concrete manifestazioni: la prossima riguarda l’annunciata elezione del 40% di donne parlamentari nelle file del Pd alle politiche del 24 e 25 febbraio. Discriminazione positiva sì, o discriminazione positiva no? Scott, con l’esperienza dei suoi 71 anni, non ha dubbi: «È una buona cosa. Intanto perché riconosce la discriminazione invisibile che c’era prima, in base alla quale solo i maschi erano ritenuti qualificati per quella posizione. Chiaramente non è risolutiva. Il punto è trovare i candidati messi da parte in precedenza per cattive ragioni. Ma d’altro canto è l’unica via che esiste per contrastare la discriminazione».
L’incontro volge al termine, per la professoressa è la prima volta a Padova e conta di andare a vedere la Cappella degli Scrovegni. Ma prima le comunico che quasi certamente una donna di 46 anni, Natalie Nougayrède, sarà la prossima direttrice del quotidiano francese «Le Monde». Un moto di gioia le anima il viso: conosce benissimo la Francia essendo una storica esperta di quel Paese, oltre che dei gender studies. È una notizia, a suo modo, una piccola bella notizia che unisce le due passioni della sua vita.
http://beta.macao.mi.it/appuntamenti/presentazione-via-dogana/
Sporgendomi da Macao, l’ex macello di Milano
la testimonianza di Pasqua Teora
In questo palazzo un tempo si uccidevano, si macellavano e si vendevano animali. In questo tempo nuovo si vive e si lavora insieme sezionando e decostruendo le modalità del lavorare per poter creare insieme un’alternativa al pensiero e alle pratiche manageriali: alternative in azione e sperimentazione che si basano sulla cooperazione, lo scambio in presenza e sul mutualismo in alternativa al modello neoliberista che invece impone individualismo, corporativismo e insensata concorrenzialità.
In questo palazzo un tempo si uccidevano, si macellavano e si vendevano animali. In questo tempo nuovo si vive e si lavora insieme sezionando e decostruendo le modalità del lavorare per poter creare insieme un’alternativa al pensiero e alle pratiche manageriali: alternative in azione e sperimentazione che si basano sulla cooperazione, lo scambio in presenza e sul mutualismo in alternativa al modello neoliberista che invece impone individualismo, corporativismo e insensata concorrenzialità.
Come scrive Ciccarelli sul Manifesto del 16.1.2013 (passato nella rassegna stampa del sito della Libreria delle donne), il 77% dei frequentatori e occupanti di Macao dice di difendersi dall’invasività di un lavoro che sbrana l’esistenza e la psiche. Paolo, intervistato dal giornalista, dice: «Macao è il nome comune di chi si sottrae al modello manageriale di ottimizzazione della produzione che ha devastato la cultura italiana degli ultimi 30 anni… Qui la produzione di segni è immediatamente mobilitazione politica. Questo segna la riscoperta dell’agire in comune e del lavoro in relazione a cui invitava Lia Cigarini già negli anni ’90. La forte partecipazione delle donne in Macao è stata determinante per comprendere che oggi la qualità del lavoro sta nell’aumentare la qualità delle relazioni e non il risultato, come dice il pensiero manageriale».
Si muovono infiniti pezzi sparsi/ in cerca di nuovi interstizi/ si creano vicinanze che non sono propriamente parentele.
Sono a Macao, l’entrata del palazzo-museo ex macello è quasi trionfale. L’ingresso a colonne fa una certa impressione. Vado, andiamo oltre, passando su un pavimento a mattonelle trasparenti da cui si espande una luce arancione e rosso scuro. Entro, a destra uno spazio meno grande alla buonissima con un buffet di buoni cibi e sedie tutto intorno al salone spoglio. Poca luce, quasi buio, tipo: e mi illumino di meno e oltre a ciò: noi ci scaldiamo di meno. Fa proprio freddo, rimaniamo con piumini allacciati, berretti e sciarpe attorcigliate alle orecchie. Stufa tra due grandi finestre con i tubi come si usava una volta. La fiamma giallo fioco si muove veloce al di là del piccolo vetro rettangolare che alimenta l’immaginazione sempre a caccia di segni.
Io per caso ho nella borsa il mio portatile per questo posso appuntarmi in diretta un po’ delle parole, dei ragionamenti e qualche atmosfera perché il pc si autoillumina.
Tremano i fili gemmati sospesi qua e là/vedo pulviscolo di luce/in quest’aria quasi buia
Nel frattempo si è formato un cerchio, accanto ho Flora che mangia un cus-cus freddo e me ne offre. Un bambino di 4 mesi imbacuccato più di noi adulti passeggia tra le braccia di una donna che – gliel’ho chiesto – non è la madre: è il primo occupato-occupante di Macao. Cosa vorrà dire questo piccolo già nato? Cosa capisce lui di questa poca luce, di questo poco riscaldamento e di tutta questa gente che vuole parlare di scrivere e di creare e di pratiche che sono del vivere e dello stare, appunto nella qualità della relazione, come noi qui con loro nella accettazione delle differenze?
Mi predispongo a trascrivere i dialoghi che ci saranno e poiché non sono una super dattilografa, mi preparo ad accettare i limiti. Ci saranno parti e non il tutto, non ne uscirà un verbale, ne uscirà qualcos’altro che non posso sapere perché ancora non c’è.
Comincia la presentazione-conversazione: loro dicono che con noi si sono strette relazioni, curiosità reciproca, ascolto e che hanno sentito il nostro interesse per loro e le loro forme di radicalità all’interno dello spazio, nella città in cui abitano.
Odore e movenze di giovinezza/questa non è la nostra antica adolescenza/eppure c’è fermento,
il mio cuore trasmette: viva la differenza
Macao continua: quello che vogliamo fare e stiamo facendo ha a che fare con l’analisi delle forme del lavoro, specificamente nel lavoro dell’arte e dello spettacolo e per noi, la scelta è tra avere ed essere. Qui vogliamo creare una forma per una trasformazione delle pratiche convenzionali del lavoro e le parole su cui riflettiamo sono: senso e tempo; il tempo del desiderio; la cura per il luogo e lo scarto di immaginazione per realizzare un salto non solo rispetto a quando eravamo alla Torre Galfa.
Maddalena, la donna che ha aperto la conversazione, parla di un’artista nordamericana che nel 1969 teorizzò la relazione tra arte e presa in cura dello spazio e delle relazioni, la sua maternità e l’invisibilità del lavoro quotidiano da lei portato avanti – nella più totale indifferenza del mondo –: di cura della vita ovunque ci si trovi e si decida di fare arte. L’artista, in quegli anni lontani, decise che il museo avrebbe dovuto raccogliere, come fosse arte pubblica, l’invisibile. La donna artista disse: «La mia mostra sembrerà senza opere d’arte, ma la mia arte sarà la presa in cura del museo stesso così come faccio quotidianamente a casa mia: spazzare, dare la cera, spolverare, sistemare, lavare, stendere ecc. Inviterò amici a mangiare e bere a trattenersi al museo come se fosse casa e prendere parte, come fosse la mia stessa casa».
Fuori è inverno e fa molto freddo/ lavoro remunerato non ce n’è in abbondanza/eppure qui ci sono scintille e fiammelle guizzanti.
A questo punto esplicitano che anche loro vorrebbero fare una rivista, chiedono di sapere come abbiamo fatto noi, come è nata Via Dogana e che pratiche utilizziamo, quali sequenze, da quali presupposti partiamo ecc.
Luisa – Redazione VD: Negli anni ’90 la rivista è nata perché una donna ha dato 20 milioni affinché facessimo qualcosa. Prima facevamo il Sottosopra, un foglio una tantum, che è meno complesso da gestire, non richiede una redazione impegnativa come la rivista. Cominciammo raccogliendo gli scritti di alcune donne che avevano qualcosa da dire. Noi siamo state fin dall’inizio sull’onda del femminismo non orientato alla parità, emancipatorio e modernista. La rete delle relazioni è importantissima.
Un tema che si è posto: noi risaliamo agli anni ’70 con una concezione del mondo che non è la vostra, noi eravamo solo donne e il separatismo è stato un passaggio storico indispensabile, voi siete donne e uomini. Comunque, le donne esistono dall’origine dell’umanità, forse l’abbiamo fatta noi l’umanità: è un retroterra che pulsa e che è della nostra generazione. Voi tra 30 anni avrete forse problemi simili: il vostro tema è la città, dove stare fisicamente e fare insieme.
Passa una sirena che grida / qualcosa sta morendo / contaminiamoci finché siamo in tempo
La pratica politica che ci permette un certo gioco in parte la conoscete, è la relazione tra noi. Voi invece siete uomini e donne. Sul n. 3 di VD, Paolo Golinelli ha scritto su Matilde di Canossa. Nessuna delle lettrici della rivista si è accorta che aveva scritto un uomo: tutte leggevano Paola.
Flora – Macao: ho un problema enorme, riesco a parlare solo con una persona per volta. Come fate voi? Vi riunite, parlate, siete tante? Io faccio la danzatrice da quando avevo 6 anni. Sicuramente per tanti motivi ma anche perché non serviva la parola. L’assemblea, funziona o non funziona?
Clara – Redazione VD: noi non abbiamo l’assemblea, abbiamo una redazione allargata: si parla, poi c’è la scrittura… Non è assemblea, è una riunione.
Luisa – Redazione VD: consiglio di andare in qualsiasi luogo con un’alleanza con un’altra donna o uomo con cui siete in confidenza per avere un’alleanza, un appoggio e narrare le esperienze significative.
Flora – Macao: se il luogo dell’esistenza simbolica di Macao è l’assemblea come si fa con una che non ha la parola???
Chiara Pergola, artista, interviene con la sua esperienza.
Maddalena – Macao: l’assemblea non è l’unico luogo simbolico, ce ne sono vari: i progetti dei tavoli e le produzioni, p.e. un film prodotto e realizzato in modo molto particolare. La domanda è: come si fa a tradurre queste in scrittura? Ci stiamo occupando di “tormentone”, sì, quella strana cosa che come nel web così nella realtà si trapassa velocissimamente… p.e. il pulcino Pio… La nostra ricerca è per scardinarlo inserendo nel meccanismo altri elementi per generare altro che abbia senso, attraverso le nostre collettive narrazioni. Poi nello spazio comune ci sono altri che contemporaneamente fanno altre cose e si passa e si chiede aiuto per qualcosa e ci sono diverse competenze, altre sensibilità: è a disposizione di tutti e trovi qualcosa che ti serve.
Per noi la prima forma di espressione è l’arte: produzione di linguaggi vari e poi trovare il modo di raccontare ciò che facciamo con parole scritte.
C’è un disco rosso in mezzo alle sedie in cerchio/bocca di vulcano travestito da cuscino /ora l’eccedente affiora nel il qui e ora
Piera – Redazione VD: esiste l’utopia meravigliosa di interrogarsi e fare critica politica, poi nel frattempo si creano altre cose … la politica richiede il mantenimento delle relazioni, una sorta di dipendenza dagli altri e dalle altre di cui capisci che non puoi fare a meno e loro di te.
Luisa – Redazione VD: loro sono venuti al mondo così, qui, la loro non è un’utopia, è una realtà evidente, abitatori di uno spazio urbano che sarebbe andato in pasto alle speculazioni edilizie.
Cristina – Macao: chiede sui criteri e sui metodi. Applicati nella Libreria e per costruire VD e come avviene che partendo da sé si costruiscono i criteri e quali sono le difficoltà che incontriamo nel percorso.
Giordana – Redazione VD: nel Gruppo Lavoro c’è stata un’esperienza di scrittura collettiva molto interessante, abbiamo realizzato il Sottosopra sul lavoro. Lì è stata fondante l’esperienza di condividere, e dopo aver fatto e pensato abbastanza un pensiero che era stato elaborato a sufficienza, quel magma è diventato “Immagina che il lavoro”. E questo è stato un altro lavoro politico: trovare le parole per dire ha richiesto un graduale e progressivo avvicinamento tra di noi per giungere alla parola scritta che andasse bene a tutte. A volte ci pareva di avere le idee chiare, poi a volte era vero, altre no. Ognuna ha scritto dei pezzi e sapevamo di voler giungere a un testo collettivo che esprimesse qualcosa di più che le varie singolarità potessero esprimere ognuna separata dal resto. Una pratica di pensare e scrivere insieme. Non potete immaginare gli scazzi, le difficoltà. Per giorni, per settimane: un’opera d’arte. Sì, un’opera d’arte collettiva. La parola diventa così strumento vivo che entra e attraversa le relazioni. Un’altra esperienza è stata quella di leggere la teologa Praetorius e poi scrivere sull’opera partendo da noi. Un esempio di pratica viva nelle relazioni tra le persone che hanno un intento comune nella scrittura.
Se sto da sola a creare e lavorare/ ciò che viene non è mai del tutto vero/ma in me ci son le voci /
che mi fanno scena, coro greco, e contro-canto.
Alessandro – Macao: per fare il film collettivo “Open”, 7 mesi di lavoro per decostruire la macchina di regia che è pensata gerarchicamente; 3 -4 mesi di scazzi continui con la creatività singolare trasformata in creatività collettiva. Abbiamo gestito il conflitto cercando il consenso del gruppo in alternativa all’operatività gerarchica. A nostro modo abbiamo verificato che il grande nemico è l’egocentrismo, e ciò che facciamo per non nutrirlo è far prevalere il processo in contrasto con ciò che è stato il nostro lavoro: aspro, difficile ma esaltante. Ora siamo al montaggio, un altro momento importantissimo ancora di totale scazzo in cui ognuno pensa che la sua modalità sia la migliore ed è obbligato a confrontarsi con le modalità altrui che, se regge, lo arricchiscono e possono fargli cambiare idea. Siamo in relazione tra noi e la curiamo, abbiamo sguinzagliato il conflitto fiducioso. Il risultato speriamo sia buono ma la cosa più straordinaria è creare un’opera collettiva. Un processo straordinario.
Luisa – Redazione VD: non fatelo troppo palloso…
Alessandro – Macao: la prima parte è avvenuta al tavolo-video, lì c’era il confronto e il lavoro tra noi che ci osservavamo. Nella seconda parte il video vedeva entrare il pubblico in maniera attiva… “Open” voleva essere aperto, dunque doveva, voleva far entrare gli altri. L’autorialità… su questo ci si interroga: non c’è un solo autore ma un’autorialità diffusa, liquefatta, compreso l’operatore famoso che era venuto per darci una mano. Dal conflitto esasperato all’intesa, un’esperienza esaltante.
Dalle caverne con i bastoni /civilizzati, tutti cineasti, scrittori e cantastorie/
il sangue non ci corre tra i denti e ai lati delle bocche.
Silvia Mo. – Redazione VD: la scrittura come medium tra lo spazio reale e tutti coloro che è possibile raggiungere con la parola scritta. La società italiana così malata… con il vostro lavoro politico potete fare cose importanti.
Vita – Redazione VD: si tratta anche di esporsi con ciò che si pensa e si fa, riflettendo sulla propria soggettività. In Libreria c’è spazio per le soggettività che non scompaiono, non si liquefanno ma si arricchiscono vicendevolmente. La parola consenso è dolorosa, occorre mettere attenzione al linguaggio che si usa e all’autorità che circola in un gioco collettivo capace di produrre gioia. A proposito del tecnico affermato (Luca Bigazzi), bisogna tener presente che stare nei luoghi della produzione ufficiale magari gli ha appiattito la vena creativa e che a contatto con voi, meno strutturati, potrebbe tornare a liberarsi.
Su questo letto si opera a cuore aperto/orgia di curiosità ed eccitazione a tutto campo/
quasi quasi evolversi in relazione è meglio che venire da soli
Manuela – Macao: questo è uno spazio molto bello in criminale abbandono che rivive attraversato da noi e dalla cittadinanza attiva che vi alimentiamo. Nella nostra esperienza di girare le riprese (Open) siamo andati per sottrazione, pensando ai corpi al senso e agli spazi. Avevamo svuotato tutto di tutto, quasi a perderlo il senso… Ogni soggetto cedeva qualcosa che non lo vanificava ma apriva a un altro punto di vista che diventava arricchente anche per l’altro…
Chiara Pergola: quando sul sito avete accennato a Open avete parlato di sovrapposizioni coincidenti delle singole personalità che spariscono, perché è l’ego che vuole prevalere sugli altri e quindi è l’ego che occorre tenere a freno per riconoscere il simbolico…
Manuela – Macao: il simbolico qui cambia nel soggettivarsi, funzioniamo per approssimazione, per sottrazione, è la collettività il luogo in cui alcune soggettività possono mostrarsi e mi spaventa pensarmi in un percorso preciso in cui non posso cambiare gli schemi preesistenti, non posso esprimere la mia mestessità. Open nasce nel progetto Macao dove per noi consenso è anche mistificazione di qualcos’altro, risultato di strategie di manipolazione subliminale…
Il sole mi abbagliava lo sguardo/vedevo solo ciò che mi veniva sussurrato/
ho dovuto diventare cieca per vedere oltre l’indicato.
Luisa – Redazione VD: serve dare autorità alle donne… se no è la solita storia di uomini che per non scannarsi devono stare in queste invenzioni.
Loretta – Redazione VD: lo leggevo sui libri cos’è stato il femminismo ma non riuscivo a capirne il processo; difficile dare senso a quelle parole scritte, occorre starci dentro e non è facile, ve lo assicuro…
Per voi il simbolico è la città, ecco, il simbolico di Macao, la parola costituente che porta con sé tutte le altre parole… la città.
A proposito del metodo del consenso, nel femminismo è difficile. Molto spesso nelle assemblee si procede per teorie e non dal partire da sé, quel qualcosa di sentito in sé che arriva a cogliere qualcosa che ha significato anche per gli altri… questo non è per niente facile, eppure a un tratto accade. C’entra la relazione tra le persone, spogliata di tante sovrastrutture, e consente tante esperienze attraverso la pratica delle relazioni…
Cristina – Macao: Il privato è pubblico?
Luisa – Redazione VD: lascia perdere, sono parole che vengono da un altro momento storico, non c’entrano oggi come c’entravano allora, bisogna toccare, farsi toccare, stare.
«Come faccio a parlare io che non sono capace…?» è la solita patetica domanda del femminile. Bisogna trovare il modo di esserci, lasciandosi toccare dagli altri, sporgendosi con qualcosa che venga dalla propria umanità. P.e., il bambino che è qui: qualcosa ha stonato con quel mettere al mondo il figlio? La soggettività è più dell’ego, è una sporgenza che incontra qualcosa che esiste e non tutti vedono…
Vita – Redazione VD: c’è il problema della formazione della soggettività; avere una relazione privilegiata con un’altra donna (qui forse anche con un uomo?) crea un contesto relazionale che ti permette di sporgerti… Il collettivo è un’altra istanza. Nella relazione privilegiata con un’altra donna c’è il come far emergere la soggettività: attraverso quel tipo di dialogo e confronto che lì è l’essenza di quella relazione.
Piove forte stanotte, ondeggiano le pozzanghere in movimento/si specchiano le streghe e si creano arcobaleni.
Silvia Ma. – Redazione VD: c’è un atto costituente, un marchio a fuoco che segnerà sempre la storia di Macao: la città e le sue contraddizioni. Il metodo del consenso tende ad annullare le differenze: ci sono i facilitatori che smussano le controversie e le disparità fino a raggiungere la definizione degli obiettivi comuni. La storia di Macao ha a che fare con le storie delle soggettività in relazione tra loro: deconflittualizzazione del conflitto stesso che ha prodotto spostamenti… decostruzione come metodo per costruire altro… Macao, sede della costruzione del linguaggio… sede da cui spostarsi, il modo con cui costruire un’adesione identitaria…
Luisa – Redazione VD: poiché tu sei donna, ricordati che qualsiasi cosa deciderai di fare, tu ci devi avere un guadagno e lo devi riconoscere il tuo guadagno!
Cristina – Macao: ci stiamo interrogando sulla dinamica tra rinuncia e desiderio, la rinuncia all’ego rischia di accentuare la dinamica della rinuncia invece che far esplodere il desiderio… La psicoanalisi c’entra?
Luisa – Redazione VD: all’inizio sì, è stata importante… Qui è la fatica di coesistere, specialmente dove sono presenti i maschi, cercando modalità che aiutino a evitare lo scannarsi tra simili…
Giordana – Redazione VD: l’autocoscienza è cosa diversa dall’assemblea; quella era un’altra pratica… da lì ci siamo allontanate perché non era possibile far emergere le nostre soggettività. Anche in Macao se voglio esserci ci voglio guadagnare qualcosa: un soggetto che cresce nel confronto e nella condivisione insieme agli altri soggetti. Le donne del No dal Molin che dovevano discutere e scegliere erano determinate a evitare di votare perché è una specie di adesione passiva. Si discuteva ad oltranza fino a trovare un’adesione collettiva senza mettere ai voti niente… Come in Occupy W.S.: discutere, discutere, fino a eliminare le differenze almeno su quella tal decisione, consapevoli del perché.
In questo inverno apparentemente mite/ una coperta sarebbe sempre troppo corta/meglio la relazione per avvolgerci vicini.
Lia – Redazione VD: la nostra pratica è partire da sé, in piccolo gruppo; a Berkley ci furono quelle donne che negli anni ’60 se ne andarono dalle assemblee in cui un vero confronto con gli uomini non era possibile, se ne uscirono per protesta e se ne andarono a formare i piccoli gruppi e fare autocoscienza appunto partendo da sé in una relazione con le altre donne.
Uomo (Emanuele) che tiene sulle ginocchia il primo piccolo Macao: dire, solo se penso di avere qualcosa da dire… La politica per me è questa specie di scarto… P.e. Per andare al palazzo Citterio: ci siamo fidati di 4 o 5 persone, ho visto e ho sentito che mi fidavo di quei 4 o 5, loro. Là, abbiamo fatto qualcosa di veramente politico e di autentico, di vero… Dopo un anno sento di più la necessità di fare scatti e non perdermi nel metodo…
Luisa – Redazione VD: salvare lo spirito dell’origine sporgendosi, creando con l’eccesso qualcosa che è altro da sé… Siete artisti. Fate la vostra arte. Il riconoscimento non si può pensare che non c’entri mai, che scompaia… Comunque bastano due che una cosa la vogliano fare davvero. E la cosa si fa. È così che va.
Intervento di Franca Chiaromente e Fulvia Bandoli con alcune osservazioni di Giovanna Grignaffini.
Sul sito del blog di Paestum si possono trovare gli altri interventi
Franca Chiaromonte ed io da qualche anno non facevamo un intervento congiunto ma la vostra iniziativa ci stimola a farlo. Che il desiderio di molte donne si indirizzi verso la politica fatta anche dentro i partiti o nelle istituzioni di ogni ordine e grado ci pare un dato difficilmente contestabile e in aumento. Lo abbiamo registrato nelle scorse elezioni amministrative, lo vediamo oggi nell’imminenza del rinnovo del parlamento. Noi non pensiamo che questo dato sia tale per merito della battaglia puramente paritaria e rivendicativa del 50 e 50 o per la introduzione delle quote. Noi pensiamo che ad alimentare questo desiderio abbia contribuito prima di tutto la riflessione del femminismo sulla libertà femminile, e in maniera diversa la norma antidiscriminatoria contenuta nell’art 51 della Costituzione, una modifica che era stata fortemente voluta due legislature fa da alcune donne parlamentari e che aveva visto impegnate oltre ad Elena Montecchi come relatrice anche Elettra Deiana e la stessa Franca.
Diverse donne che hanno fatto o fanno questa scelta provano ad entrare con il loro nome e cognome, con la loro storia di libertà, con le loro relazioni e con le loro pratiche. Non tutte direte voi ed è vero perché tante, troppe, si appoggiano ancora agli uomini o si fanno scegliere dagli uomini e dentro logiche prettamente di potere o sulla base di un malinteso principio di rappresentanza, tante entrando in quei luoghi abbandonano le loro relazioni femminili precedenti, e altre ancora si mettono a difesa di un uomo perché pensano di essere così più vicine al potere. Ma molte altre non hanno agito così. Molte hanno considerato il potere come Hanna Arendt lo definiva e cioè “ il potere che viene dalla conoscenza e dal sapere, quello che genera un poter fare e un poter dire, un agire collettivo e relazionale”.
Noi non crediamo che entrare in questi luoghi significhi legittimare con la propria presenza sedi screditate e in crisi così come lo starne fuori non significa di per sé esercitare una pratica o una critica efficace di quei luoghi, del resto la democrazia c’è e non c’è in tutti i luoghi se è per questo e noi crediamo che essa non sia solo la democrazia diretta quanto piuttosto un mix fatto di diversi momenti e sedi. Ci piace pensare che diverse delle donne che entrano seguendo il loro desiderio si sentano in grado di potere agire su questa crisi. Franca ed io sicuramente così ci siamo sentite e ci siamo condotte. Donne libere, in relazione tra loro che sanno mantenere salde le loro pratiche dentro e fuori da quei luoghi possono farlo. Insomma se ci si arriva attraverso un percorso di relazioni femminili ma soprattutto se si riesce ad agire anche in quei luoghi la propria libertà e la forza delle proprie relazioni si possono mettere in atto pratiche diremmo quasi sovvertitrici dell’ordine e della visione maschile del potere, perché la dimensione simbolica di quei luoghi nessuno può negarla. Non è facile, ma nulla è mai stato facile per una donna.
Franca ed io siamo due donne femministe, lei storica ma da quando è entrata in parlamento un po’ meno… io ,diciamo così, sempre in attesa di piena legittimazione. Due donne con una forte passione per la politica. Convinte tutte e due che una donna, se libera, possa fare politica bene, meglio di un uomo si sarebbe detto un tempo, ma oggi è quasi una ovvietà viste le prestazioni maschili in materia. Franca sostiene infatti che per gli uomini oggi sarebbe il tempo del silenzio, di dedicarsi al lavoro di cura per imparare cose che non sanno, ai lavori idraulici o ad aprire le portiere delle macchine quando scendiamo e di portarci, se vogliono, mazzi di fiori. Un modo ironico per dire che il conflitto che va aperto con gli uomini è più forte che mai e si gioca proprio sull’idea e sulla pratica del potere, per dire che le donne possono fare politica senza appoggiarsi agli uomini e che la politica può appartenere pienamente, perchè già in parte appartiene, a molte donne.
La nostra relazione politica nasce nel ’91 e si consolida nel ’94 quando entrambe entriamo in Parlamento, per nostro desiderio e facendo affidamento reciproco sulla nostra forza politica personale guadagnata nel tempo con le nostre battaglie, le mie nell’ambientalismo e nel gruppo dirigente del partito, le sue dentro il movimento delle donne, nel suo giornale e anche dentro il partito. Io avevo rifiutato la candidatura nel ’76, e nelle due legislature successive… nel ’94 quando decido di accettare lo faccio perché mi pareva fosse arrivato il tempo di misurarmi anche con la possibilità e la necessità’ di fare leggi sugli argomenti che avevo affrontato per decenni nel mio territorio, nelle associazioni, in consiglio provinciale e come responsabile nazionale ambiente. Per Franca il percorso è diverso ma l’esito è lo stesso, dal giornalismo politico di primo piano e dai gruppi femministi alla politica fatta in prima persona. L’esperienza dentro il partito, agita con altre donne nel fare la quarta mozione al congresso di scioglimento del Pci, una tipica mossa del cavallo che segnò con la sua pratica direi prettamente femminista tutta la discussione nelle sezioni, l’aiuta a dare forma a questo suo desiderio, così come la spinge una sorta di debito o di sfida rispetto all’agire politico e istituzionale di suo padre, un uomo che dialogava alla pari con le donne e soprattutto con lei e che ne accettava l’autorità.
Per noi due la distinzione rigida tra “politica prima e seconda” fatta da una parte del femminismo non era convincente. Entrambe sapevamo di avere fatto la prima e la seconda per molti anni e ne avevamo colto i molti punti di contatto e anche le differenze. Ci convinceva invece molto di più quello che Lia Cigarini scrisse nel suo testo “La politica del desiderio” e cioè che “il diritto femminile – che è per uomini e donne – non lo possiamo scrivere nella Libreria delle donne, per produrre pensiero sessuato bisogna stare nel luogo in cui il tuo desiderio di essere giurista si scontra con delle contraddizioni…” Più chiaro di così non si potrebbe dire e vale allo stesso modo per la politica. Se è vero come ha detto Muraro che le donne stanno meglio, ma il mondo va peggio, allora era ed è tempo che donne libere e in relazione tra loro mettano ancora di più mano al mondo. E la politica mette mano al mondo e alla vita .
Per questo noi due che siamo state per oltre trenta anni dentro un partito anche in ruoli di rilevanza nazionale e che quattordici di questi trenta li abbiamo vissuti dentro il parlamento senza mai perdere, noi riteniamo, le nostre relazioni e le nostre pratiche, vorremmo tentare di rispondere ad alcune delle domande che stanno alla base dell’incontro di oggi.
Una delle domande che che più ci intriga è quella relativa a cosa ne è della pratica del femminismo nei luoghi istituzionali e dove si decide… una domanda retorica naturalmente da parte di chi la fa, perché pare quasi scontata la risposta: la pratica del femminismo in quei luoghi non sarebbe possibile. Noi riteniamo non sia così.
La nostra relazione parte con un affidamento reciproco anche se io sono molto più di sinistra rispetto a lei o lei è molto più di destra. Ma comprendiamo subito che questa differenza è la prima che dobbiamo mettere in valore,così che nessuno possa pensare che io e lei siamo in relazione perché affini politicamente. Io e lei siamo in relazione perché siamo due donne libere che vogliono darsi forza a vicenda e praticare dentro il partito e nel parlamento una tipica relazione duale capace di allargarsi ad altre donne e di confliggere con gli uomini. Ci siamo riuscite sempre? Difficile dire sì… o meglio, io e lei siamo riuscite sempre a mantenere quella pratica, l’allargamento ad altre e il conflitto invece spesso ci sono stati, a volte meno.
E qui entra in gioco un’altra delle domande cruciale, quella che attiene la forza della presenza femminile. Noi due abbiamo visto e misurato la nostra forza tante volte, da sole o in relazione con altre, nel riuscire a proporre leggi significative anche se molto diverse tra loro (la norma antidiscriminatoria che è la prima ad avere intaccato, in un’ottica non paritaria, lo spazio maschile; la discussione sulla legge sulla violenza sessuale che portò nelle aule del parlamento il dibattito che avveniva nel femminismo e che si concretizzò con il voto di astensione di alcune donne oltre a noi due; il dibattito sulla Costituzione che Franca riusciì a trasferire dal Virginia Woolf alla commissione affari Costituzionali della Camera per molti mesi, ma anche molte altre leggi che parlano a donne e uomini, la nuova normativa sui rifiuti, la legge contro l abusivismo edilizio, la legge per il riassetto idrogeologico del territorio, quella sui parchi, e sull’energia; la nuova normativa sui diritti degli animali che nacque unicamente da un impegno di un gruppo di donne (noi due, Chiara Acciarini e Giovanna Grignaffini) e che poi si allargò anche a uomini, fino a diventare legge dello Stato. Non senza conflitti, non senza stravaganti iniziative, come quella di svolgere a Botteghe Oscure una riunione con qualche centinaia di persone accompagnate dai loro animali e conclusa da un Massimo D’Alema stralunato, perché convinto solo con la forza dei numeri, quegli oltre 13 milioni di italiani che vivevano e vivono con animali domestici e che erano sensibili a questo tema. Ma anche sui temi della scuola e della cultura molti furono i provvedimenti che partirono da Grignaffini e da Acciarini, unitamente ai finanziamenti ottenuti per i Centri e le Associazioni culturali delle donne. Così come segnò una novità sostanziale l’aver portato per la prima volta dentro la Camera ad un convegno tutte le Associazioni delle prostitute, che fu l’ inizio di una discussione sulla sessualità maschile in una sede che mai aveva affrontato quel tema perché si preferiva discutere delle prostitute e del come difendersi da loro piuttosto che dei loro numerosissimi clienti. Così come fu stabile e forte il legame con le donne di Vicenza durante tutto il periodo che le vide impegnate nella loro battaglia contro la nuova base militare e che diverse di noi (Deiana, Zanella, Silvana Pisa) seppero riportare con autorevolezza nelle aule parlamentari e anche all’estero. E molto altro potremmo dire.
Ma sappiamo bene che per dimostrare la propria forza politica e simbolica servono anche altri segnali, più difficili da costruire in quelle sedi. Ma alcuni riuscimmo a darli: siamo certe per esempio che quando parlavamo in aula c’era un guadagno di autorità femminile evidente perché sapevamo farlo su qualsiasi tema, Franca inoltre è stata in assoluto la parlamentare più impegnata sui temi dello stato di diritto, e sul 41/bis e sulla carcerazione preventiva sia io che lei abbiamo preso posizioni spesso impopolari ma che la stampa quasi sempre presentava con attenzione e rispetto.
Io sono stata l’unico intervento critico in aula e sulla stampa rispetto alla formazione del governo D’Alema appoggiato da Cossiga, dopo la caduta di Prodi, quando si preferì non andare al voto. E dopo diversi anni mi ha fatto piacere che molti commentatori politici abbiano valutato nei loro scritti e nei loro libri come un serio errore politico della sinistra quel passaggio, che portò per la prima volta un uomo che veniva della sinistra comunista a guidare un governo senza il voto degli italiani. Due donne libere in relazione tra loro e con altre e con una forte pratica comune possono fare molto. Ma la forza di ogni donna dentro quei luoghi è una forza che si costruisce sapendo che non va lasciata alcuna zona franca agli uomini, il conflitto che noi abbiamo agito nel gruppo dirigente del nostro partito su molte importanti vicende e riportato in parlamento ha fatto sì che ci fosse riconosciuta l’autorità di poter parlare su ogni singola piccola o grande questione politica. Un modo io credo per essere una donna che fa politica e leggi per donne e uomini, ma con pratiche e relazioni sostanzialmente diverse da quelle maschili. Anche i tentativi più o meno riusciti come furono prima il gruppo di X-file (formato solo da donne) che si proponeva semplicemente di mettere a tema argomenti importanti (ricordo per tutti la giornata di dibattito e riflessione sul lavoro e sui suoi cambiamenti) e poi la creazione della associazione Emily in Italia che aveva come scopo la formazione delle donne che intendevano impegnarsi nei vari livelli istituzionali (dai Comuni al Parlamento) furono esperienze significative, difficili e anche controverse, ma che si muovevano sempre dentro lo stesso solco… la pratica tra donne. Questo elenco (per alcune noioso) perché spesso ci avete chiesto di dar conto e questo è un sintetico modo per farlo.
Per finire vorremmo arrivare ad una conclusione. Non ci pare giusto considerare a priori inefficace l’impegno delle donne che scelgono di fare politica nei partiti e nelle istituzioni nazionali ed efficace invece quello che si svolge nei quartieri, nei comuni , nelle regioni, nelle università o nei sindacati. Non può essere questo il criterio. Anche perché spesso passiamo da un luogo all’altro, torniamo ai luoghi originari per ripartire ancora, non siamo sempre ferme sullo stesso pezzo. Se la misura sono le pratiche, le relazioni, la forza e la capacità di spostare simbolico e di agire conflitti è sulla base di queste cose che va valutata ogni singola donna con il suo nome e cognome e con la sua storia. L’unica critica seria che ci sentiamo di accettare è che non sempre siamo riuscite a trasmettere bene all’esterno ciò che facevamo, perché avrebbe avuto ancora maggiore forza. Anche noi abbiamo trascurato a volte il confronto con il femminismo. Ma anche il femminismo ci ha un po’ trascurate… come se, avendo scelto di muoverci nel “territorio del diavolo”, fossimo sempre a rischio di bruciatura. Detto che conta molto il modo con il quale arrivi a quella scelta, che è importante che a portarti dentro quei luoghi siano la tua libertà e la tua forza unita a quella di altre donne (e non il gioco degli uomini), detto che non puoi averne nessuna in più e che sarai travolta se perdi il legame con le pratiche e le relazioni che hai avuto prima di accettare quella sfida difficile… detto tutto questo che non è poco, anzi diremmo noi è la radice che deve restare viva… detto questo, Franca pensa che si debba sempre aprire un credito a qualsiasi donna, starle accanto, pretendere relazione e verificare insieme l’esito del suo lavoro. E io concordo con lei. Ci siamo mosse nei luoghi istituzionali attraverso la pratica del femminismo? Noi non abbiamo mai avuto alcun dubbio sulla risposta e dunque a chi ce lo chiede rispondiamo che si può fare!
aa.vv.
Ancora una volta la guerra è tornata nella storia. Dietro il cavallo di troia dei diritti umani, l’Italia si lancia in ripetute guerre “umanitarie”, ultimo travestimento delle conquiste imperialiste. Una politica estera di pace, invece, dovrebbe avere, come primo caposaldo, il rifiuto di ogni ingerenza armata in paesi terzi, comunque motivata, anche da presunte o vere violenze contro i diritti umani. La violenza non si combatte con la violenza bensì, ha insegnato Mandela, con i mezzi pacifici. La nostra piattaforma di pace si articola in quattro punti. Ognuno rappresenta una svolta decisiva. 1. Svolta rispetto ai conflitti armati in cui l’Italia è (o è stata) coinvolta. Bisogna: – Mali: condannare l’attacco della Francia (nemmeno “autorizzato” dall’Onu!) invece di sostenerlo; – Afghanistan: ritirarsi ora, risarcire il paese, invece di continuare a uccidere per un anno o più; – Siria: premere per un cessate il fuoco e il negoziato tra tutte le forze, anziché fornire aiuti militari ai gruppi armati e un appoggio politico-economico al loro braccio politico (il CNS, poi la “Coalizione”); – Libia: riconoscere i crimini nostri e della Nato, commessi in spregio al mandato Onu; risarcire le vittime; considerare rifugiati gli esuli; svelare gli interessi dietro le falsità raccontate in coro dai media. INFINE: ripudiare la “guerra permanente” americana, rifiutando ogni collaborazione. Ad es., chiudendo le basi Usa come quelle “Africom” a Vicenza e a Napoli, create per le future guerre Usa in Africa. 2. Svolta nell’impiego delle risorse economiche per la difesa dell’Italia Bisogna: – perseguire una politica di disarmo con la riconversione delle industrie belliche italiane; – cancellare o rivedere i progetti più onerosi: caccia F-35 e JSF, elicotteri NH-90, navi Fremm, ecc.; – revocare la L.244/12 che consente di riordinare le forze armate da forze di difesa in forze offensive. 3. Svolta nella tutela del territorio nazionale italiano Bisogna: – usare i risparmi (punto 2) per bonificare i territori nazionali contaminati (Sardegna, Taranto, ecc.); – negare a paesi terzi l’uso dei poligoni di tiro e ogni altra attività che contamini il territorio italiano; – vietare sul territorio nazionale lo stoccaggio di armi nucleari o la costruzione dei nocivi radar MUOS. 4. Svolta nella conduzione della politica estera italiana Bisogna: – passare da “membro” a “partner” della Nato per non essere trascinati in guerre decise da altri; – richiedere l’estradizione dei 23 agenti Cia condannati dai tribunali italiani e latitanti negli Usa; – recuperare il ruolo di “protagonista della pace” che l’Italia svolse durante parte del Rinascimento, quando inventò la diplomazia internazionale e riuscì ad appianare tante controversie nel mondo. Basta giocare di rimessa! Basta sudditanza! Basta guerre! Per una politica estera attiva di pace!
*** (promotori Rete No War e PeaceLink, Per una politica estera alternativa, di pace . Contributo all’incontro «Ditelo Prima!» del 15-2-2013, ore 17, presso il Cesv a Roma, con i candidati a l parlamento sensibili alla pace )
Lea Melandri
In un articolo pubblicato sul Corriere della sera (3.2.2013), Dario Di Vico, parlando di candidature femminili, così descriveva in sintesi l’anomalia italiana: “Nei Paesi scandinavi grazie a un welfare inclusivo molte donne sono state elette in Parlamento. In Italia finirà che seguiremo il percorso inverso: circa 285 donne saranno elette in Parlamento il prossimo 25 febbraio e dalla loro spinta forse potrà nascere un welfare più inclusivo”. A ciò va aggiunto il fatto che all’aumento delle parlamentari non corrisponderebbe, stando ai sondaggi, “uno slittamento dell’opinione pubblica delle donne”, convinte in maggioranza che le loro simili possano portare più trasparenza, senso etico e concretezza alla politica, ma non disposte per questo a votarle. Come dire che, peggio degli uomini, non possono fare.
Le cause indicate da Di Vico – il familismo persistente nella società italiana, la difficoltà delle donne ad aggregarsi e premere – dicono, in sostanza, che nel nostro Paese non c’è stato un movimento di emancipazione come nel resto d’Europa, e che la tendenza inclusiva di oggi, più che dalle battaglie delle donne, viene da un sistema politico ed economico in crisi di credibilità e sostenibilità, da un governo impresentabile nel suo arroccamento monosessuato, e dal bisogno di “risorse” nuove – i giovani e le donne -, meno compromesse ma pur sempre “scelte” e dipendenti da una leadership maschile a cui essere grate.
Quello che non si dice è che in Italia il femminismo si è mosso fin dagli anni ’70 su intuizioni e pratiche politiche radicali, modalità di presa di parola e di ascolto di cui si è avuta conferma nell’incontro di Paestum del 5-6-7 ottobre 2012, nonostante fossero passati trentasei anni dall’ultimo convegno nazionale nella stessa località. Il rifiuto di una integrazione che non metteva in discussione l’ordine esistente e il ruolo domestico della donna, per cui avrebbe oscillato tra politiche di parità e tutela della differenza femminile, era già nei documenti del gruppo Demau nel 1967. In seguito, sarebbe stata la politica stessa, le sue istituzioni, i suoi linguaggi, le sue regole, a dover affrontare la sfida di una autonomia di pensiero cresciuta attraverso la messa al centro della soggettività, delle problematiche del corpo, delle relazioni tra donne e tra donne e uomini. Paestum ha segnato, per generazioni diverse ma “contemporanee” nel desiderio di confrontare saperi e consapevolezze “storiche” con gli interrogativi del presente, la possibilità di riprendere e aprire a nuove soluzioni l’intreccio che c’è sempre stato nelle donne tra “voglia di contare” ed “estraneità”. La campagna elettorale in atto e la novità costituita dal numero rilevante di candidature femminili e femministe ha fatto sì che, tra i temi affrontati a Paestum, sia emersa con particolare urgenza la questione della “rappresentanza”, sia pure vista in modo più ampio come “libertà di accedere a tutte le chance esistenziali, culturali e politiche, possibilità di incidere a livello decisionale nei destini della civiltà che abitiamo” (Campari).
Alla domanda “Sempre più donne candidate. Cosa cambia?” cercherà di rispondere l’incontro che si tiene a Bologna il 9 febbraio. Si possono considerare condivisi, quanto meno dalle donne che verranno, il fatto che non si votano “rappresentanti” – di genere o del femminismo -, dato che non siamo né un gruppo sociale né un partito, e così come la consapevolezza di quanto sia “forte il tornaconto maschile a includere le donne, a cooptarle, non per favorire la relazione e il confronto”, e quanto la rappresentanza, sia pure consistente numericamente, induca alla “neutralizzazione” (Dominijanni). Resta invece aperta, e richiede approfondimento, la domanda che si legge nella lettera-invito delle donne di Bologna, riguardante il “nesso tra forme di vita e forme di politica oggi, tra il ‘primum vivere’ e la scelta di tante di misurarsi con l’esperienza della rappresentanza”.
La lunga elaborazione di autonomia, conseguita con la pratica dell’autocoscienza, ha permesso di ripensare l’idea di soggetto politico omogeneo (classe, genere, ecc.), ha sostituito “rappresentanza” con “auto rappresentazione”: “per orientarsi una persona ha bisogno di una immagine di sé, di quello che desidera, che le capita”, ha bisogno dello scambio con altre/i. Sono queste le condizioni oggi per parlare di democrazia. Ma se la bontà della pratica originaria del femminismo ha dimostrato a Paestum la sua vitalità, più difficile è vedere dove si incontrano le posizioni di chi ritiene “irrilevante” l’impegno nelle istituzioni, o poco credibile la possibilità di portare cambiamenti strutturali nei luoghi di potere, dove si è sottoposti a un’infinità di mediazioni, e di chi pensa che siano oggi l’autocoscienza e la relazioni tra donne a rendere “operanti i propri desideri là dove si decide di impegnarsi”. Nessuna si illude che basti una presenza di donne maggiore che in passato per aprire conflitti nelle istituzioni, ma ci si aspetta che quanto meno le elette ci provino, che usino il loro coraggio, individuale e collettivo per azioni efficaci di rottura e di cambiamento. Negli anni ’70 la pratica del “partire da sé” entrò nelle fabbriche, nelle scuole, nei giornali, negli ambiti professionali. Perché non potrebbe entrare nelle aule consiliari e parlamentari? E perché, sul versante opposto, non continuare a battersi perché venga riconosciuta la politicità dell’azione sociale delle donne (centri antiviolenza, associazioni culturali, nuova economia, ecc.), che sta modificando silenziosamente la vita quotidiana?
La galleria Kaufmann Repetto è lieta di presentare la mostra collettiva Revolution from Within, con la quale si intende rafforzare l’attenzione che negli anni la galleria ha mostrato verso artiste donne.
Negli spazi dell’intera galleria saranno esposti i lavori di 12 artiste di generazioni e provenienze diverse, con l’intento di tracciare una mappatura dell’identità femminile, in opposizione ad una tendenza dalle radici storiche profonde, che vede una marginalizzazione della donna all’interno del sistema dell’arte.
In questo senso, Revolution from Within (dal titolo dell’omonimo saggio di Gloria Steinem), è intesa come un’attitudine inclusiva di tutte quelle specificità proprie della sfera femminile, spesso segregate a una posizione subordinata e a uno status di alterità.
La mostra vuole esplorare lo spazio di sovrapposizione di categorie all’apparenza inconciliabili, come femminismo e femminilità, la sfera politica e quella estetica, l’ambito domestico e quello collettivo.
L’attivismo può allora convivere con un ornamentalismo portato alle sue conseguenze estreme, come nel lavoro di Andrea Bowers; la sfera più morbosamente privata, come una chat erotica, diventa l’oggetto del lavoro di Frances Stark, che svelando la sua sfera più intima ci porta a riflettere su complessi meccanismi umani e sociali.
L’autorappresentazione della donna passa attraverso l’immagine di una pila di edizioni dello Scum Manifesto di Valerie Solana, come nel caso di Anne Collier, o nella ricontestualizzazione di oggetti smaccatamente femminili, come il tegame-organismo per Yayoi Kusama e il tacco che diventa arma, protesi o pene per Birgit Juergenssen. Quest’ultima in particolare, come altre artiste in mostra, ha saputo coniugare femminilità e femminismo, concependo già negli anni ‘70 un’immagine di donna che trae forza dai propri contrasti.
La fragilità e l’effimero sono messi al centro della scena, come nel lavoro di Nina Canell, o in quello di Ketuta Alexi-Meskhishvili. Ruvidità e delicatezza si incontrano nelle stampe digitali di Marieta Chirulescu, come nei lavori e nelle performances di Lucy Dodd. La scultura di Lutz Bacher è un enorme fegato ma ammicca allo spettatore e si crede un organo sessuale.
Di contro, il ritratto della mascolinità rivela debolezze su cui poter sorridere: i Bad Boys of Harvard di Maria Loboda sono un gruppo di piante in vaso che, come una gang di cattivi ragazzi, si sposta nello spazio ostacolando il passaggio. Gli uomini rappresentati da Goshka Macuga sono body builders circondati da una natura che li soverchia o sonnolenti militanti del Tea Party.
Al di là della specificità di ciascun’artista, la mostra descrive nuove possibilità di conciliazione e piccole ribellioni quotidiane, attraverso il confronto tra voci di donne che hanno avuto la forza di mostrare le proprie debolezze.
Inaugurazione giovedì 7 febbraio ore 19.00
Galleria Kaufmann Repetto
via Di Porta Tenaglia, 7 Milano
Orario:
da martedì a venerdì ore 11-19.30
sabato ore 14-19.30
DAL 7 AL 10 FEBBRAIO 2013
“Sailing away to Paint the Sea”
Un diario di bordo dipinto a mano. Così si può descrivere il lavoro dell’artista Vittoria Chierici (vittoria-chierici.com, o sunymaritime.edu) Sailing away to Paint the Sea – in italiano Voglio viaggiare su una nave per dipingere il mare.
Vittoria da anni con un piede in Italia ed uno a New York, si è “imbarcata” in un’avventura davvero insolita lo scorso anno, quando ha deciso di navigare da Amsterdam (Olanda) a Cleveland (Ohio) su di una nave trasporto merci – Isolda, per descrivere l’esperienza del viaggio in mare attraverso l’arte. La pittrice, che ha studiato a Bologna dove si è laureata al Dams nel 1979, ha continuato ad arricchire la sua preparazione a New York, presso la Columbia University ed alla School of Visual Arts dove ha studiato fotografia, video e pittura.
Negli anni ’90 ha completato gli studi artistici con un biennio di produzione cinematografica alla New York Film Academy. I quadri della sua ultima collezione cento in tutto, esprimono la grande potenza del viaggio, del mare e del movimento. L’intento della sua esperienza che ha unito navigazione e arte è stato appunto quello di comunicare la forza della natura e anche la sua irrazionalità. La incontriamo per un caffè nel centro di New York, lei arriva carica di entusiasmo e con una borsa contenente dei pezzi della sua collezione, che ci mostra durante l’intervista.
«Il mio mezzo espressivo migliore è la pittura ma non mi definisco un’artista. Ho studiato sto storia dell’arte in Italia ma ho sempre desiderato dipingere fin da bambina, come un gioco. Poi dopo la laurea ho deciso di prendere dei corsi qui a New York in “visual art”. Ho iniziato con la fotografia e poi ho continuato con la pittura». Quando le chiedo del suo ultimo progetto, Vittoria non esita un istante, prende la borsa e ci mostra un pezzo della sua collezione. Il quadro che ci fa vedere è un omaggio al pittore francese Gustave Courbet, «è un personaggio che ho studiato prima di partire, molto affascinante», le chiediamo quindi la tecnica utilizzata «utilizzo fotografie stampate e poi riportate su tela. Ogni tela viene dipinta o montata su di una tavoletta. Volevo utilizzare il supporto in legno, per dare l’idea del diario di bordo. Se guardi dietro poi c’è un’etichetta che cita edizione speciale perché i quadri sono stati venduti prima di partire».
Proprio così, Vittoria è riuscita a finanziare il progetto grazie ai sostenitori – 85 divisi tra l’America e l’Italia – che hanno creduto in lei ed acquistato le opere prima della partenza. La mostra si sposterà in Italia a marzo, presso i Frigoriferi Milanesi (Mi). In quell’occasione, le opere saranno portate via a poco a poco durante la settimana e la mostra verrà “smontata” quindi, dai compratori stessi. Originale lo è davvero in tutto Vittoria, alla quale chiediamo anche, affascinati, come è stato navigare così a lungo ed una sua giornata tipo in mare. «Il progetto è nato nell’estate del 2011, non avevo fondi ma volevo fortemente fare questa esperienza. Così alla cieca, nessuno sapeva come sarebbero venuti i quadri, alcune persone hanno creduto in me e finanziato il progetto» – continua – «ho scelto il tragitto dall’Olanda all’Ohio perché innanzitutto volevo tornare in America su di una nave e non su di un aereo e poi perché ci sono tre forme di acqua: l’oceano, il fiume e il lago. Tre percorsi importanti e diversissimi». Così ci racconta come si è imbarcata, col suo studio portatile, una valigia con pennelli e tavolozza, due telecamere e una macchina fotografica. «La nave ha dei ritmi ben precisi, poi essendo un’imbarcazione cargo eravamo solamente quattro passeggeri più l’equipaggio. Un canadese giramondo, una ragazza olandese di 20 anni in cerca dell’American Dream ed un altro viaggiatore belga. Mi alzavo presto la mattina e come prima cosa facevo delle riprese sul ponte, ore e ore di filmati del mare e di tutto quello che ci circondava».
Il suo lavoro si svolgeva a poppa, su di un tavolinetto di legno ribattezzato “il tavolo del pirata” perché come spiega Vittoria, era pieno di incisioni e scritte di marinai che erano stati su Isolda prima di lei.
«Lì ho dipinto, guardando il mare, ma non volevo copiarlo, in realtà io non lo imitavo affatto. Mi sono ispirata alla rabbia, mia e del mare. Perché abbiamo avuto su 14 giorni di navigazione ininterrotta, almeno una settimana di mare mosso. A me piace molto, soprattutto perché da l’idea del movimento che io volevo catturare, dato dalla direzione delle onde, del vento. Il mare era forza 8 quando eravamo a largo dell’isola di Shirley, la barca si inclinava anche di 15 gradi. Adoravo quelle situazioni. Dipingevo soprattutto in quei momenti, cercando di coprirmi perché tirava un vento fortissimo, la mia idea era capire e rappresentare la rabbia del mare. L’acqua ha un movimento scientificamente studiato, ma è talmente casuale quello che poi noi vediamo, che mi affascina perché c’è una base scientifica e poi il caos».
Ci racconta poi come è stata la navigazione nell’Oceano Atlantico. «Non vedi niente per giorni, solo la linea curva della terra. Quando stavamo andando verso Terranova ho persino pianto. Per me l’Oceano rappresentava finalmente la stabilità. Mi trovavo su una nave – che è come una grande madre, perché è protettiva – però attorno avevo una sensazione di spazio infinito, dove non c’è costa e quindi neanche responsabilità. Non devi arrivare da nessuna parte. Puoi rimanere lì senza avere per forza una destinazione finale».
Margherita Bettoni
Il volume di Carla Osella “Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato”, edito da Tau, narra le storie raccolte durante un viaggio, lungo quarantamila chilometri, tra i campi di sterminio
Amalie Reinhardt, prima di cinque figli di una famiglia sinti, ha solo nove anni quando suo padre e sua madre vengono arrestati e condotti nel campo di concentramento di Dachau. È il 1938 e la Germania nazista conduce già da qualche anno una politica di persecuzione verso quelli che chiama “Zigeuner”, gli zingari. Amalie e i suoi fratelli sono portati nel collegio di San Giuseppe a Mulfingen, nel sud della Germania. La struttura ospita 41 piccoli sinti che, in un primo momento, vengono risparmiati allo sterminio. Non si tratta qui però di buon cuore nazista: i bambini sono le cavie della giovane ricercatrice Eva Justin e del suo tutore, il dottor Robert Ritter.
I due sottopongono i piccoli a test pseudo-scientifici allo scopo di determinarne l’inferiorità razziale. Nel 1943 la Justin arriva alla conclusione che rom e sinti sono pericolosi per la razza ariana in quanto portatori del pernicioso gene del nomadismo e ne consiglia quindi la sterilizzazione forzata. La giovane tedesca consegue il dottorato in antropologia e i bambini, ormai inutili, sono deportati ad Auschwitz.
Trentacinque di loro sono gasati poco dopo l’arrivo al campo di concentramento, Amalie Reinhardt viene invece giudicata abile al lavoro e viene spostata nel lager femminile di Ravensbrück, dove sopravvive allo sterminio.
Pellegrinaggio del dolore
La vicenda della piccola sinti è una delle tante storie raccolte nel nuovo libro di Carla Osella Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato, pubblicato da Tau Editore (pp. 246, euro 15). Il “pellegrinaggio nel dolore di una popolazione”, così come lo definisce Osella, inizia nel 2005 e porta l’autrice e la sua assistente Francesca Sardi sui luoghi dello sterminio rom e sinti. È un viaggio lungo quarantamila chilometri che attraversa venti paesi: dalla Francia all’Olanda, dalla Polonia all’Ucraina. Per sette lunghi anni, Osella e Sardi visitano campi di concentramento, ghetti ma anche centri di eutanasia e foreste, luoghi in cui rom e sinti vennero imprigionati, uccisi o gravemente menomati dagli esperimenti condotti sui loro corpi dalla follia nazista.
Dal ghetto di Lódz, al lager di Mauthausen, passando per il collegio di San Giuseppe, filo rosso della ricerca sono le testimonianze dirette dei sopravvissuti o di persone che, indirettamente hanno assistito al genocidio, spesso dimenticato, del “popolo del vento”. Uno sterminio dalle cifre incerte: i dati ufficiali parlano di seicentomila persone ma c’è chi sostiene che, a fine guerra restassero solo due milioni e mezzo dei dieci milioni di rom e sinti presenti in Europa prima dell’avvento nazista.
“Il libro – afferma Carla Osella – è il mio omaggio al popolo invisibile con il quale ho scelto di condividere la storia della mia vita”. Raccontare del genocidio è per l’autrice un “modo per far parlare questa popolazione”; la peculiarità di Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato è infatti quella di dare voce, in prima persona, ai testimoni diretti dello sterminio. “Di solito siamo noi a parlare di loro – dice Osella – mentre questa volta ho voluto che fossero loro a raccontarsi”.
Carla Osella, presidente di “Aizo rom e sinti” conosce bene il popolo per e con il quale lavora da quarantun anni. L’occasione di conversare con la gagè (la non zingara) che i rom e i sinti chiamano “bibì Carla”, la zia Carla, è data da una serata di presentazione dell’ultimo libro a Trento.
Un libro che si scopre avere radici nel suo passato familiare. “Vengo da una famiglia antifascista – racconta con l’allegro accento torinese che la contraddistingue -. Mia madre è di Boves, la città incendiata dai nazisti. Mia nonna era antifascista ed i miei zii a Cuneo si rifiutavano di levare dalle camice il simbolo dell’Azione Cattolica. Per questo ciclicamente le camice nere li portavano dietro ai portici e gli facevano ingerire olio di ricino. I racconti di mia madre parlavano spesso di questo antifascismo che ho poi respirato anche nella facoltà di sociologia dove ho studiato, che a quei tempi era ‘rossa’. L’antifascismo unito alla simpatia nei confronti del popolo con il quale convivo da quarantun anni ha fatto nascere l’idea di un libro che portasse alla luce i ricordi ed i fatti legati al genocidio quasi sconosciuto di questo popolo che ha il diritto di essere riconosciuto nella proprio dignità”.
Il legame di Carla Osella con i sinti e con i rom nasce ai tempi della giovinezza ed è veicolato dall’immagine che ne danno i genitori. “I miei erano commercianti e i sinti di quell’epoca erano nostri clienti. I miei genitori me li hanno sempre presentati in maniera positiva, come persone da non discriminare. In realtà – continua poi a raccontare – da giovane sognavo di fare l’avvocato in Sudafrica per difendere i neri; invece, mi sono fermata qui in Italia ed ho iniziato a lavorare con i sinti, dapprima con i bambini e poi con gli adulti”.
Entrare in contatto con questo popolo non è stato facile: “Ero una ragazza giovane che doveva riuscire a penetrare un mondo maschilista. La mia fortuna è stata quella di fare sempre riferimento alle donne, le mie prime alleate. Chi fa volontariato con i sinti e con i rom di solito va dagli uomini, dai capifamiglia. Ma io venivo dal sessantotto universitario e mi sono alleata con le donne. Quando hanno visto che entravo nel loro mondo in punta di piedi, che volevo conoscerle e fare qualcosa mi hanno accettata. Fondamentale però è stato anche abitare con loro, andare a raccogliere il ferro con loro, condividere insomma il loro vissuto quotidiano”.
Intolleranze quotidiane
Quando le si chiede cosa bisognerebbe fare per entrare in contatto con questo popolo, Osella scuote il capo: “Prima di tutto bisognerebbe cambiare mentalità. Oggi viviamo un aumento di intolleranza nei confronti non tanto dei sinti italiani quanto dei rom rumeni, che arrivano a migliaia. Bisognerebbe essere capaci di accoglierli così come sono, concedere loro dei diritti, ma anche richiedere dei doveri. Se assistiamo a delle situazioni degradanti è anche perché alcuni comuni hanno portato avanti delle linee di assistenzialismo anziché cercare di risolvere il problema alla base”.
E a livello istituzionale? “Il primo passo dovrebbe essere quello di concedere la cittadinanza perché ci troviamo di fronte a persone nate in Italia ma senza permessi di soggiorno, persone che sono senza documenti, quindi inesistenti. Poi bisognerebbe puntare sul lavoro, sui giovani e sui corsi di qualificazione: una certa autonomia lavorativa permetterebbe loro di non far proliferare attività illegali. E poi c’è il problema delle abitazioni: in Italia abbiamo vere e proprie favelas. Molti pensano che i rom siano delle persone libere, ma è una gran bugia: chi vive in baracca, chi vive tra i topi non è mai una persona libera”.
Le richieste di Carla Osella difficilmente trovano ascolto a livello politico. “Tuttavia ci stiamo accorgendo che questa campagna elettorale è diversa dalle altre: per fare un nome tra tanti, Berlusconi non ha ancora attaccato le minoranze. Monti non è interessato al tema. Sono più presi a farsi la guerra l’un l’altro. Bersani è stato l’unico a parlare a favore degli immigrati. Questa è la prima campagna, da quindici, vent’anni in cui gli stranieri non vengono utilizzati come carta per guadagnare voti. Persino la Lega Nord si sta moderando, forse perché deve prima leccare le ferite di casa propria”.
I pogrom delle periferie
Per cambiare veramente qualcosa servirebbe tuttavia l’intervento dei singoli, della cosiddetta gente comune che, e Osella ne è convinta, ha il potere di far prendere una direzione nuova alla storia. “Provoca rabbia vedere come troppo pochi si occupino di questo problema. Anche i comuni stessi potrebbero fare molto di più. L’Europa ha stanziato settecento milioni di euro per la gestione dei rom e dei sinti in Italia. Io guardo i campi dove sono costretti a vivere e mi chiedo: che fino hanno fatto questi soldi?” Secondo Osella basterebbe avere il coraggio di parlare per modificare una situazione di intolleranza che in Italia sfocia spesse volte in veri e propri episodi di odio etnico, come il rogo della Cascina della Continassa, seguito alle false accuse di una sedicenne che aveva raccontato al fratello di essere stata stuprata da alcuni rom, raccontato da Osella e da Mara Francese nel libro-diario Il Pogrom della Continassa, edito da Sabbiarossa nel 2012.
Una vita, quella di Carla Osella, passata dunque a dar voce a quel popolo di ultimi, di dimenticati che spesso passano sotto silenzio, così come è passato sotto silenzio il loro genocidio. Spesso vittime di un’insofferenza diventata odio i sinti ed i rom vengono discriminati e condannati in quanto popolo. “Bisognerebbe non fare di tutta l’erba un fascio – dice ancora. E avere la grandezza di Ceija Stojka (scomparsa qualche giorno fa, ndr), rom austriaca che ho intervistato per il mio ultimo libro, che, sopravvissuta all’inferno di Bergen-Belsen vivendo nascosta tra le cataste di corpi morti, parlando dei nazisti ha ancora il coraggio di dire ‘io non mi sento di odiarli, perché sono uomini come noi'”.
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L’AUTRICE
La “gagè” che vive in luoghi abusivi
Nata a Torino Carla Osella è pedagogista, pubblicista e scrittrice. Nel 1971 inizia a vivere con un gruppo di sinti piemontesi nei siti abusivi. Sono proprio loro a chiederle di fondare un sindacato. Osella dà allora vita assieme a 431 famiglie sinte alla “Aizo rom e sinti”, un’associazione di volontariato che intende operare per la tutela dei diritti civili e politici del popolo Rom e Sinto. Ne diventa presidente e, nel 1978, inizia a pubblicare il bimestrale di antropologia e politica “Zingari Oggi”, al quale segue la collana “Quaderni Romani”. Nel 2012 è eletta, quale unica gagè, alla “Commissioner for Holcaust” nell’ambito del Congresso Mondiale della Popolazione Rom (Wro). Carla Osella, che i rom e sinti di diversi paesi chiamano “la bibì”, la zia, lavora da quarantun anni a stretto contatto con il popolo al quale ha dedicato numerosi libri. Fra questi, si segnalano: “I rom. Il popolo che segue il sole” (2009), edito da Effatà; “Il Pogrom della Continassa. I rom a Torino” (2012), scritto a quattro mani con Mara Francese ed edito da Sabbiarossa; “Rom e sinti. Il genocidio dimenticato” (2013), pubblicato da Tau Editore