16 marzo 2013 – L’Associazione Culturale Lucrezia Marinelli presenta il documentario 211: Anna (90’, Italia, 2008), sulla figura di Anna Politkòvskaja. Introduce e commenta il filmato Laura Minguzzi
Resoconto della serata a cura di Silvana Ferrari e Laura Minguzzi
211: Anna, film italiano di Giovanna Massimetti e Paolo Serbandini nominato Miglior documentario al David di Donatello 2009 e selezionato al Sundance Festival 2009. Il film ripercorre tutta la carriera di Anna Politkovskaja, dagli inizi accanto al marito, giornalista e conduttore di uno dei primi programmi “liberi” dell’era Gorbaciov, dedicato alla perestrojka, fino alla svolta radicale della sua vita quando comincia a collaborare alla Novaja Gazeta e divorza dal marito.
Il documentario contiene immagini inedite e rare della giovinezza di Anna e propone sue testimonianze filmate nei mesi precedenti il suo omicidio. Negli ultimi tempi stava conducendo un’inchiesta sull’esercito russo di stanza in Cecenia, sulle torture e sulle violazioni commesse nei villaggi ceceni e ripeteva spesso: “E’ un miracolo se sono ancora viva”.
211: Anna non è solo la storia di una vita appassionante ma è anche la chiave per cercare di capire la Russia di Putin. Un numero e un nome danno il titolo del documentario. 211 sono stati i giornalisti e le giornaliste assassinati dalla caduta dell’Unione sovietica. E la duecentundicesima vittima è proprio Anna Politkòvskaja.
Cosa ha motivato la regista e il regista a fare questo fim-documentario?
Giovanna Massimetti così scrive: “Ho conosciuto Anna P. attraverso i suoi scritti e attraverso la lettura tradotta “in simultanea” dal russo da Paolo Serbandini. Mi sono appassionata a quanto leggevo e ascoltavo. Ma più di ogni altra cosa mi ha spinta la lettura, ascoltata dalla voce di Paolo dell’articolo di Anna “Cronaca della felicità del colonnello Mirinov” apparso sulla Novaja Gazeta nell’ottobre 2001. Il film comincia con la lettura di questo articolo di Anna P. e continua con materiale che Paolo aveva raccolto per altri reportage e documentari, nel ’91 e nel ’93, due interviste ad Anna nel 2003 e nel 2004, i sopralluoghi e i contatti con Aleksandr Politkòvkij, i figli Larisa e Ilya nel 2007 e finalmente le riprese a Mosca nel 2008. Nella storia che regge la costruzione del documentario resta un segno fortemente cinematografico: una donna e un uomo, entrambi giornalisti, si incontrano, si amano e si sposano giovanissimi. Quando l’astro di lui, protagonista del giornalismo televisivo della perestrojka, comincia a declinare, lei prende il volo e non si ferma più, diventando la voce di denuncia più forte contro la politica criminale di Putin, fino alle estreme conseguenze. Attraverso la loro vita abbiamo cercato di raccontare 25 anni di storia dell’Urss e della Russia di oggi”.
Nel Diario russo di Anna Politkòvskaja uscito nel 2007, a cura di Adelphi, tradotto dall’inglese, la giornalista registra giorno dopo giorno come Putin riuscì a farsi rinnovare il mandato per altri cinque anni. Come, con quali mezzi, uomini, strumenti e luoghi è riuscito a restare al potere. A mantenere l’appoggio del popolo, nonostante le promesse del primo mandato non fossero state mantenute. In primo luogo aveva promesso di porre fine alla guerra in Cecenia e al terrorismo in città. Condizioni di vita migliori per la gente comune e invece …
15 gennaio 2005 ..:”E’ iniziata la protesta delle “restituenti”. Le madri dei soldati caduti in Cecenia, private dei sussidi, hanno rispedito a Putin i 150 rubli (4,50 euro) della compensazione in denaro di alcuni sussidi: l’equivalente di venti biglietti dell’autobus. Perché la verità è che, per combattere in Cecenia, lo Stato usa le carni di chi proviene da famiglie indigenti. Il controvalore di 150 rubli è un’umiliazione e un’offesa, una presa in giro e un insulto alle madri a cui hanno tolto i figli”.
Anna Politkòvskaja, giornalista della Novaja Gazeta, corpo estraneo, voce libera della Russia putiniana è di origine ucraina, il suo cognome è Mazepa. Non è un dettaglio insignificante per la storia russa. Mazepa è stato un famoso atamano, cioè un capo rivoluzionario ucraino che ha combattuto contro l’impero zarista nel ‘700. Nata a N.Y. il 16 settembre 1958 da diplomatici sovietici, muore nell’ascensore del proprio appartamento, uccisa da killer. I mandanti sono ancora impuniti. Sapeva, come tutti coloro che sono mossi da un amore estremo, radicale e senza compromessi per la verità, di rischiare la vita per il suo lavoro di giornalista. La sua tesi di laurea su Marina Cvetaeva ci parla del suo spirito aspro, nemico dei compromessi col potere, amante della verità, cercata sempre in prima persona. Non era una moderata. Una donna affascinante, anche se tragica; aveva due figli, che testimoniano anche oggi del suo coraggio estremo.
“Lo faccio per i miei figli, di lottare per un paese migliore”. “Non bisogna fare i funghi”. Non accettava la posizione del fungo che tenta di nascondersi sotto una foglia, “ma lo vedranno comunque, lo raccoglieranno e se lo mangeranno”.
Nel film vediamo le immagini di Anna che va in Cecenia e parla con la gente comune, con le donne, con i civili oggetto dei soprusi e delle torture dell’esercito, a caccia di terroristi nei villaggi. Intervista Ramzàn Kadyrov, figlio del presidente assassinato Achmèt, attuale presidente-rappresentante-fantoccio del governo russo in Cecenia, pupillo di Putin e da come lo descrive pare di essere in un harem fortificato. Un uomo feroce, incompetente circondato da guardie del corpo armate fino ai denti e pieno di paura. Deve combattere il terrorismo e vive nel terrore di essere scovato dai guerriglieri ceceni. Vediamo Anna a Mosca al teatro Dubròvka nel 2003, quando cerca di dialogare con le giovani terroriste, che la conoscono, nel sequestro che diventò una strage di innocenti. Nessuno conosce ancora oggi il numero delle vittime gasate da Putin in quel teatro. Nel 2004 ecco le immagini di Anna quando parte per Beslàn e tenta di porsi come mediatrice ma subisce un tentativo di avvelenamento durante il viaggio e non riesce a raggiungere la scuola. Ha denunciato le collusioni fra governo, esercito e magistratura. Ha collaborato con Memoriàl, una associazione non governativa, di informazione e di sostegno alle donne in Cecenia. Nel 2009 scompare una sua amica giornalista, Natàlja Estemìrova, una delle/dei 211, che stava indagando sulla sparizione di giovani donne cecene dai villaggi. Vengono rapite quando si sospetta che qualche familiare appartenga alla resistenza armata, di solito uccise dopo aver subito violenze. Lei stessa fu rapita nel luglio del 2009 da quattro sconosciuti che l’hanno prelevata alle otto e trenta del mattino, caricata su una Lada bianca. L’hanno ritrovata nel pomeriggio in un bosco a 100 metri dalla strada federale Caucaso, giustiziata con parecchi colpi di pistola alla testa. Aveva 51 anni ed era per parte materna di origini cecene. Lavorava a Grosnyj come insegnante, prima di dedicarsi alle inchieste giornalistiche per Memoriàl.
Nel film durante un’intervista Anna pronuncia una frase molto significativa. Dopo un lungo silenzio di profonda concentrazione interiore dice: “Il mio lavoro e il mio impegno in Cecenia mi hanno cambiata, non sono più quella di prima e non posso più farne a meno. Mi hanno migliorata”.
Anna Politkòvskaja con le sue inchieste colpiva al cuore e metteva a nudo la cosiddetta verticale del potere di Putin, così lui definì l’abolizione delle libere elezioni dei governatori delle regioni russe che oggi sono decisi dall’alto, cooptati in nome della stabilità e della sicurezza.. E questo il regime non lo sopporta. Il 10 ottobre 2006 al suo funerale accorsero più di mille persone.. Aveva solo 48 anni.
Alla fine di febbraio di quest’anno è terminato il processo dopo sei anni di rinvii e lungaggini ed il primo colpevole, l’ex-ufficiale di polizia Dimitry Pavluchenkov, è stato condannato a undici anni di carcere per il suo attivo coinvolgimento nell’omicidio su commissione della giornalista, uccisa il 7 dicembre 2006. Gli altri cinque indagati fra cui i tre fratelli ceceni Makhmudov (Rustam, Ibrahim, e Dzhabrail), Lom-Ali Gaitukayev, zio dei tre fratelli e boss di una banda cecena e l’ex-dirigente della polizia moscovita Sergej Khadzikurbanov sono nuovamente sotto processo. Gli esecutori materiali del delitto sono stati accertati. Resta da scoprire chi sono i mandanti dell’omicidio di Anna Politkòvkaja.
Marie Gouze scrisse La dichiarazione dei diritti della donna e finì sulla ghigliottina del terrore accusata di “non stare al proprio posto”. Le parlamentari di oggi le devono molto.
di Gian Antonio Stella
Marie Gouze! Chi era costei? È un peccato che perfino in questi giorni in cui, a ridosso dell’8 marzo, si celebra in parlamento l’arrivo della più grande ondata di donne deputate o senatrici di tutti i tempi, ondata che riscatta finalmente un ritardo vergognoso, quasi nessuno si sia posto la domanda che si poneva Don Abbondio a proposito di Carneade, il filosofo della terza Accademia Ateniese.
Eppure ognuna di quelle donne che finalmente irrompono a Montecitorio e a Palazzo Madama deve qualcosa a Marie Gouze, meglio nota con il nome d’arte di Olympe de Gouges. Fu lei, infatti, a teorizzare durante la Rivoluzione francese una cosa che, come i fatti si sarebbero incaricati purtroppo di dimostrare era ancora più rivoluzionaria, scusate il gioco di parole, di quella rivoluzione e cioè che se “la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna”. Cioè di essere eletta. Una tesi che non solo venne sconfitta ma che le costò la testa.
La vera vita di Olympe. Nata a Montauban, nella regione dei Midi-Pirenei dove si parlava occitano, figlia illegittima di Jean-Jacques Lefranc de Pompignan, un marchese che si piccava di essere poeta ma a causa della mediocrità ridondante finì per essere tra le vittime predilette dei sarcasmi di Voltaire, data in sposa sedicenne a un ufficiale dell’Intendenza che la lasciò presto vedova con un figlio (“Fui sacrificata senza ragione che potesse bilanciare la ripugnanza che avevo per quest’uomo”) dopo esser rimasta sola raggiunse la sorella Jeanne che viveva con il marito a Parigi. E lì cominciò la sua “vera” vita.
Assunto il “nom del plume” di Olympe de Gouges, scrive nell’Enciclopedia delle donne Valeria Stoffi, “firmò 29 romanzi e scritti vari, 71 pièce teatrali, 70 fra libelli rivoluzionari e articoli” ma “è ricordata principalmente come autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina del 1971 che seguiva di due anni la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”.
Una “versione femminile” assai polemica. Basti ricordare che perfino nella Encyclopédie di Diderot, considerata un momento fondamentale del progresso umano e terreno di coltura dei rivoluzionari francesi, il Cittadino detentore dei diritti era solo maschio: “Il termine non si applica alle donne, ai bambini, ai servi, se non come membri della famiglia del cittadino propriamente detto”.
Vi si leggevano, in quella “Dichiarazione”, parole mai scritte prima: “Uomo, sei capace di essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il Creatore nella tua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere…”.
Due anni dopo, senza aver ottenuto che neppure dopo quella rivoluzione epocale la donna potesse votare e men che meno “salire in tribuna”, Marie Gouze saliva sul patibolo. Era il 3 novembre del 1793, pochi mesi dopo l’inizio del Terrore. E come ha ricordato su il manifesto Elena Caruso nell’unico articolo pubblicato in questi giorni (se altri mi sono sfuggiti me ne scuso) la motivazione della condanna alla ghigliottina fu la seguente: “Olympe de Gouges, nata con un’immaginazione esaltata, ha scambiato il suo delirio per un’ispirazione della natura: ha voluto esser un Uomo di Stato. Ieri la legge ha punito questa cospiratrice per aver dimenticato le virtù che le convengono al suo sesso”.
Insomma, fu accusata di essersi rifiutata di “stare al proprio posto”. Un’accusa che, due secoli dopo, è una medaglia d’oro.
di Chiara Platania
Il mio primo impatto con “Dio è violent” non è stato positivo, e non sarebbe giusto tacere dei dubbi sorti dopo la lettura di alcune recensioni, che in realtà fraintendevano il senso del pamphlet di Luisa Muraro. Un richiamo errato, in una di esse, alla Bhagavadgita, contribuiva ad alimentare un pregiudizio che mi allontanava dalla lettura e dal confronto su questo testo: per me, ad essere “violent” è la millenaria costruzione sociale del dio monoteista, i cui paradigmi interpretativi difficilmente possono applicarsi alla complessa spiritualità indiana. Poco tempo dopo, insieme alle compagne e ai compagni di città futura, ne parlavamo con Anna Di Salvo, che ci trasmetteva un’interpretazione del tutto differente del libro, invitandoci a leggerlo e a confrontarci pubblicamente sui temi che pone. In venticinque anni di intensa relazione politica, molte volte le opinioni di Anna mi sono state preziose, fin da quando metteva in guardia dal “padre partito” una giovane comunista tredicenne.
Così, messi da parte i pregiudizi, ho letto il libro e, ancora una volta, ho dato ragione ad Anna… oltre il titolo provocatorio, del resto non nuovo per Muraro, si condensa una netta denuncia della rottura del patto sociale, esemplificata dalla tragica impotenza con cui subiamo uno stato di guerra permanente, celata peraltro dietro l’ipocrisia della “guerra umanitaria”. Dieci anni fa, molte e molti tra noi animavano grandi mobilitazioni pacifiste che, contemporaneamente in tutto il mondo, tentavano di impedire l’aggressione all’Iraq; la sconfitta di quel movimento è la cifra dell’assoluta impossibilità di incidere sulle scelte politiche e di costruire processi decisionali: le decisioni sono già state prese da istituzioni globali che hanno usurpato ogni sovranità popolare. È il caso, proposto da Muraro, delle mobilitazioni contro la base Dal Molin – impossibile fermarne la costruzione, nonostante la determinazione di un’intera popolazione e di molte sue espressioni istituzionali –, così come del movimento No Muos: nonostante la revoca regionale delle autorizzazioni, il cantiere mortifero del mega radar prosegue, e sono soltanto i blocchi stradali, con le mamme di Niscemi in prima fila, a frenarlo… ma quanto tempo quelle donne e quei giovani potranno restare a presidiare il territorio?
Una situazione di tale disparità non lascia scelta, né avrebbe senso tentare di correggere un contratto sociale che non è l’unica possibilità ma la grande invenzione con cui la modernità capitalistica ha legittimato il proprio potere. Dunque non resta che “ritirare il tacito consenso all’ordine”. Queste parole mi hanno subito richiamato un romanzo di José Saramago, Saggio sulla lucidità – che fa seguito al più noto e altrettanto dirompente Cecità – in cui improvvisamente la grandissima maggioranza degli abitanti della capitale vota scheda bianca, provocando una violenta reazione del governo, che decide di abbandonare a se stessa la città e metterla in stato d’assedio affinché precipiti nel caos. Ma, contro ogni aspettativa, ciò non accade e, in mancanza di servizio di nettezza urbana, “a mezzogiorno spaccato, da tutte le case della città uscirono le donne armate di scope, secchi e pale, e, senza una parola, cominciarono a ripulire la facciata e davanti alle case in cui vivevano, dalla porta fino al centro della strada, dove s’incontravano con altre donne che, dall’altro lato, erano scese pure con lo stesso fine e con le stesse armi”. Non cito a caso questo passaggio: Saramago continua sottolineando il valore simbolico di quella silenziosa azione collettiva delle “donne della capitale, come lo avevano fatto anche nel passato, nei paesi, le loro mamme e nonne, e quelle non lo facevano, come non lo fanno queste, per scaricarsi di una responsabilità, ma per assumerla”.
L’esperienza delle donne è certo più istruita sul nodo forza/violenza, come nota Muraro, sia in quanto interne/esterne al contratto sociale – per l’evidente fatto che esso si era inizialmente configurato sull’esclusione femminile –, sia in quanto più vicine a dio e agli animali. Credo che dar valore al nostro essere meno “umane”, anche in senso antispecista, sia un passaggio fondamentale, che oggi può essere determinante come lo è stato “sputare” su Hegel: meno “umane”, quindi più capaci di dosare la propria forza.
Muraro ci offre, seppur condensata in poche pagine, una lucida analisi del nesso tra generi e violenza, nella storia contemporanea, a partire dalla grande guerra e dal fervore interventista fondato sulla dimostrazione della virilità, fino alle vicende di una sinistra spesso incapace di decostruire il fascino del potere. “Nell’appannarsi dell’intelligenza collettiva in questo paese, non c’entrano solo il consumismo e cose simili, ma anche la fine della sfida comunista” che con l’idea dell’assalto al cielo metteva in campo una forza “resistente” al pensiero unico; la crisi della sfida comunista lascia posto ad una resa passiva all’ordine di cose esistente come unico possibile. Del resto, non si spiegherebbe altrimenti la passività diffusa e la mancanza di una “resistenza” alla violenza del potere, come nel caso emblematico de l’Aquila e delle sette visite di Berlusconi alla città terremotata: com’è possibile, si chiede Muraro, che in nessuna di quelle occasioni la popolazione abbia aggredito o cacciato il capo di un governo che continuava a far promesse senza che nel centro storico martoriato si smuovessero transenne e macerie?
Il giorno della tragedia della scuola di Brindisi, durante un’improvvisata manifestazione a Catania, molte/i di noi hanno impedito al sindaco fascista della città di prendere la parola, contestandolo e coprendo con le nostre voci ogni suo tentativo di intervenire. Un atto di forza che è inscritto nella nostra quotidiana pratica politica di nonviolenza, come ci ha insegnato Rosa Parks che con un atto di forza nonviolento ha dato il via al movimento di liberazione afroamericano.
Sembra, però, che nel nuovo millennio ogni dichiarazione di nonviolenza si sia trasformata in una dichiarazione di rinuncia alla forza e di resa al sistema globale, rendendo inutili tante performance di piazza che sono svuotate a priori di ogni possibile conflittualità: è il caso dei pride, diventati in pochi anni eventi da cartellone culturale e patrocinio comunale, o di one billion rising, spot globale che mette tutti d’accordo a ballare come in un reality show, senza perdere tempo ad interrogarsi sulle radici profonde della violenza e del femminicidio.
Per questo, con Muraro, “a chi detiene un potere, io non mi presento dichiarando che ho rinunciato all’uso della forza”, e per capire come dosarla, non posso che ricorrere alla sapienza delle cuoche: “quanto basta”.
di Sara Gandini
Salecina ha qualche anno meno di me eppure sembra immersa in un’altra epoca, l’epoca in cui sono nata. Viene fondata nel 1971 da Theo e Amelie Pinkus ispirandosi ai movimenti sorti dopo il 1968.
Si tratta una casa di vacanze immersa nel magnifico paesaggio della regione del Maloja (Svizzera) a 1800 metri. Un luogo di superamenti di frontiere: dall’Engadina alla Val Bregaglia, dalla Svizzera verso l’Italia. Oltrepassare le frontiere è per Salecina una sfida. Vacanze e formazione, personale e politico si alimentano vicendevolemente.
Uno degli aspetti che ho trovato più interessanti è l’organizzazione logistica della casa. Al momento tre ragazze, le cape-casa, lavorano stabilmente a Salecina ma non sono assunte per servire gli ospiti. Il loro compito sta nell’aiutare i nuovi arrivati ad auto-organizzarsi: gestiscono le prenotazioni, acquisti/pagamenti e aiutano il coordinamento per la gestione della casa. Le decisioni più generali sui programmi, seminari, corsi, eventi vari della casa vengono prese dal Consiglio di Salecina composto da 20 teste, di cui le “cape-casa” fanno parte.
Nel 1977 Salecina si sviluppava grazie ai seminari sull’autogestione organizzati in parte da Theo Pinkus.
Ora più che altro le settimane escursionistiche diventano occasioni per far politica; le persone più diverse si ritrovano a Salecina, anche grazie alla storia e ai sogni di Salecina, e strada facendo discutono, si confrontano, quasi stessero partecipando a un seminario politico. “Luogo della casualità organizzata”, lo chiamava Theo.
Ma i seminari non mancano. E la filosofia di Salecina si rispecchia anche nella sua offerta di corsi e seminari di ogni genere e aperti a tutti: politica, storia, cinema, lingue, danza, sci d’alpinismo, arrampicata, canto corale. Salecina offre la possibilità di trascorrere delle vacanze che al relax e alla condivisione coniugano una forte responsabilità sociale e ambientale.
La casa è immersa in una valle dalla natura incontaminata che invita a attività per tutte le stagioni: dall’arrampicata all’escursionismo, e in inverno allo sci di ogni tipo (St. Moritz è a due passi e la casa è immersa in piste da fondo fantastiche). Una delle settimane più partecipate è proprio quella auto-organizzata dei genitori/parenti per camminare in montagna con i bambini e ragazzi. Ci sono bambini anche piccolissimi, ci sono nonni, zii, dalla Germania all’Italia. Lo scorso luglio c’erano anche una madre russa e una siciliana, con figlie. Era un piacere vedere come i bambini giocavano assieme senza problemi, nonostante la diverse lingue. E come partecipavano loro stessi dandosi da fare per apparecchiare o fare da mangiare, o inventarsi una concerto di musica. Perché anche i bambini vengono coinvolti e responsabilizzati nella gestione della casa, come tutti.
Non ci sono cuochi, camerieri, né addetti alla pulizia perché le loro mansioni sono svolte a turno dagli ospiti della casa, creando così le premesse per un diverso modo di vivere la vacanza. La partecipazione in prima persona alla vita della casa permette di sentirsi a casa. L’auto-organizzazione degli ospiti, che cucinano, puliscono e lavano i piatti, favorisce e richiede scambio, e facilita lo stabilire relazioni anche con persone molto diverse, per lingua prima di tutto. A partire dai lavori di casa fino al dormire su materassi comuni qui le persone si trovano molto più vicine che in un luogo simile a un albergo con camere singole e personale di servizio.
Il paesaggio della Val Bregaglia e dell’Alta Engadina è da sogno, ma molti vengono attratti dalla possibilità di fare nuove conoscenze con persone disponibili al confronto, allo scambio, al divertimento. Oltre ai momenti di aggregazione e di vita quotidiana in comune, c’è una biblioteca, uno spazio dove ballare, proiettare film, organizzare incontri culturali e pure un pianoforte.
Anche le tariffe per il pernottamento seguono un modello innovativo: per uno dei 56 posti letto disponibili, ognuno paga un prezzo equo, secondo le proprie disponibilità economiche (salvo una quota minima da pagare decisa dal consiglio di Salecina, che copre le spese di gestione). E qui entra un altro aspetto molto interessante di Salecina: da più di 40 anni Salecina non è sovvenzionata da nessuno.
Di non poco rilievo è anche il fatto che si sono sempre tenuti volutamente lontani dal commercio della formazione. Per scelta hanno sempre evitato di organizzare seminari invitando esperti che vendessero le loro conoscenze a caro prezzo. Grandi personalità vengono a salecina gratuitamente solo se sono personalmente interessate a diffondere le loro conoscenze e contemporaneamente ad imparare.
Salecina inoltre è caratterizzata da un continuo interrogarsi sul senso di questo progetto e sulla sua evoluzione e un continuo narrarsi ai nuovi arrivati. L’estate scorsa le “cape-casa” ci raccontavano come l’esperimento Salecina si è evoluto nel tempo, da quando è nato negli anni ‘70, affidandosi ad un sogno, una ricerca di autogestione e partecipazione, fuori da modelli prestabiliti, ma che li guida tuttora. Negli anni ‘70 si dormiva e si faceva la doccia tutti insieme, uomini e donne: erano gli anni “dell’amore libero“. Ora ci sono stanze da 2 e da 20, le docce comuni e singole, e c’è persino la connessione a internet, conquista arrivata dopo diverse discussioni sugli effetti dell’avvento del web nelle vite di tutti.
E’ rimasta comunque l’idea di affidarsi ad una gestione non gerarchica. Le tre ragazze non hanno un capo, ma, come dicono loro stesse: sono le cape di loro stesse. E questo implica che la gestione dei conflitti va affrontata, di volta in volta, puntando su uno scambio continuo tra loro. Negli ultimi anni le cape-casa hanno deciso di affidarsi anche ad una persona esterna, che non conosce la casa. Una persona che, avendo uno sguardo da fuori, riesce a trovare mediazioni altre, impreviste. Mi ha colpito l’umiltà che le ha portate a questa scelta: se non ce la facciamo a gestire ogni conflitto tra noi perché non chiedere aiuto a qualcuno a cui diamo fiducia? Un’invenzione che punta sulla relazioni, sullo scambio continuo, sul desiderio di tenuta del progetto. Queste sono le leve della politica del desiderio, la politica delle donne, quella di cui si fa narratrice la Libreria delle donne di Milano. Che sia questo che ha permesso a salecina di arrivare fino a noi? Anche la libreria si regge da 40 anni senza sovvenzioni esterne, senza strutture gerarchiche, puntando sulle relazioni e sulla forza del desiderio. Se ci si crede e si investe passione, i progetti crescono e durano anche fuori da logiche di mercato, fuori da organizzazioni di potere. Si tratta di esempi concreti che aprono orizzonti politici di ampio respiro.
Di questi tempi ce n’è proprio bisogno: www.salecina.ch
di Lia Cigarini e Giordana Masotto
Non ci fa piacere veder ciancicare la parola femminismo. Questa è l’impressione che ci ha fatto l’infelice intervento di Valeria Fedeli, giustamente criticato da Lea Melandri. Nutriamo il massimo rispetto per le biografie personali di donne che hanno passione politica e si mettono in gioco. Ma, proprio per questo, ci pare imprescindibile, in questa fase delicata e ricca di trasformazioni, non sottrarsi a un confronto serrato. Infatti siamo fiduciose che le donne – tra le molte cose – possano portare questo nella politica istituzionale: la capacità di confliggere, di confrontarsi nelle differenze, non per gioco di potere, ma per stare in relazione con la libertà dell’altra/o. Perché è la democrazia tutta che oggi deve essere ripensata.
È con questo intento che ci preme parlare di femminismo e della folta presenza delle donne in Parlamento. Giudichiamo che sia il momento di usare tutta la forza e la passione che esprimono le donne, evitando ciò che spegne quella forza, contenendola e sviandola. E allora: il femminismo non è uno yogurt prossimo alla scadenza che possiamo ancora usare con vantaggio solo il tempo necessario per arrivare al peso forma.
Un obiettivo finale che secondo Valeria Fedeli sarebbe «valorizzare il capitale femminile». Ma vogliamo ancora puntare tutto sulle norme antidiscriminazione? Riproponendo quella parità che in tanti Paesi sta già mostrando la corda, ma aggiornandola con una malintesa idea di «differenza»? Una differenza ben modesta se lotta per ottenere «pari dignità». Siamo proprio sicure di voler essere pari a una politica, a un’economia, e a un maschile che stanno dando queste prove di sé?
Il femminismo non è un jolly che ci si può giocare nel modesto equilibrismo di chi – uomini e donne – cerca di accreditarsi sia presso le donne sia presso il partito. Il femminismo che conosciamo da molti anni – e che abbiamo visto illuminare e dare forza alle tante giovani donne incontrate a Paestum – non può servire per ri-governare in solerte silenzio una politica debole e compromessa (così si è dimostrato il Pd alla prova elettorale).
Ci fa piacere che in Parlamento ci siano più donne. Ma le battaglie che ci aspettiamo da loro vorremmo che non fossero quelle «femminili». Vorremmo che le donne si facessero sentire sulle strategie generali del partito, almeno un po’ più di quanto si sono fatte sentire in campagna elettorale. E di lavoro ce ne sarebbe da fare. Vorremmo che pretendessero sempre più luoghi in cui prendere autorevolmente parola, che confliggessero, si sottraessero alle norme e inceppassero le liturgie consolidate. Sia quelle del partito novecentesco sia quelle più recenti della rete. Che ci sorprendessero osando quello che, siamo convinte, saprebbero fare.
Non abbiamo dubbi che così facendo tante più donne (e uomini) stufe e «pragmatiche» guarderebbero a loro con speranza e fiducia. E magari le voterebbero anche, in una (forse) prossima scadenza elettorale senza listini bloccati. Ne siamo così convinte che l’abbiamo messo nero su bianco. Nell’ultimo numero, 104, della rivista Via Dogana, la rivista della “Libreria delle donne di Milano”, abbiamo firmato – Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lea Melandri – un articolo dal titolo Un sì e tre no: quello che vogliamo e quello che non vogliamo dalle elette. Pensieri e proposte per tenere la rotta e non perderci di vista. Puntando in alto.
Le poste in gioco sono importanti e lì ne elenchiamo alcune. Una delle prime, secondo noi, riguarda oggi proprio il giudizio politico sulle leggi «di genere» come facile e pericolosa scappatoia per sentirsi – sia le donne sia gli uomini – «dalla parte delle donne». Il pensiero e la pratica delle donne hanno prodotto negli ultimi 40 anni elaborazioni ricchissime. Giuriste, filosofe, scienziate offrono spunti che non possono essere ignorati da chi fa leggi. E portano piuttosto a dire che:
a) sulla sessualità non si legifera;
b) le leggi antidiscriminatorie, notoriamente più amate da chi legifera che dalle donne stesse, hanno l’effetto pratico di imbrigliare e normalizzare l’attuale dinamismo culturale e sociale delle donne, che giustamente non amano essere trattate da deboli e vittime;
c) la Costituzione ben usata permette comunque qualsiasi azione legale antidiscriminatoria.
Il nostro è un invito. Come concludiamo in quell’articolo: «Aspettiamo quindi che le donne elette (senza escludere uomini, senza escludere le candidate non elette) rispondano affermativamente ai nostri inviti: non ci esoneriamo infatti dalla ricerca delle pratiche, delle idee e delle iniziative che possono realizzare quello che pretendiamo da loro. Da loro e da noi».
Come saprete ieri è mancata la straordinaria Teresa Mattei,
giovanissima costituente e tanto, tanto altro nella sua lunga vita.
Altreconomia ha pubblicato la sua biografia e proprio nei giorni
scorsi avevamo voluto riproporlo e rilanciarlo dal nostro sito e
altro, in occasione dell’ 8 Marzo.
http://www.altreconomia.it/site/ec_articolo_dettaglio.php?intId=139
Nota della redazione
In questo numero, la rivista DWF ospita gli scritti delle donne della Comunità di Storia Vivente con le quali alcune di noi hanno una relazione. Si tratta di donne che raccontano la storia a partire dall’indagine interiore del soggetto che la fa: storia vivente appunto. Una pratica politica che parte da sé, come è nella genealogia femminista in cui ci riconosciamo e che condividiamo, pur nelle diverse e autonome esperienze e pratiche. La Comunità di Storia Vivente si è rivolta a noi per essere ospitate da DWF. La redazione ha risposto di sì e, con piacere, vi invita a leggere questo numero.
Introduzione
MATERIA
- La pratica della storia vivente
Comunità di Storia Vivente (Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini, Luciana Tavernini)
- La voce del silenzio. Mi ha chiamata da sempre
Marirì Martinengo
- La storia respinta, storia come vita significante
Laura Minguzzi - Il volto ambiguo della preferenza. Un percorso storico
Marina Santini - Gli oscuri grumi del disordine simbolico
Luciana Tavernini - La storia vivente: storia più vera
Maria-Milagros Rivera Garretas (traduzione di Clara Jourdan)
POLIEDRA
- Scrivere biografie di donne
Graziella Bernabò - Una storia personale. Omaggio alla memoria, madre del percorso storiografico
Marirì Martinengo
SELECTA
- Recensioni: Bottero, Di Salvo, Farè/Minguzzi; Bernabò/Tavernini
di Chiara Prezzavento
Gli anni d’oro della produzione giallistica femminile
Tra il 1890 e il 1904, l’Inghilterra conobbe uno specifico genere di fertilità: in quella decade e mezza nacquero ben sei future gialliste: le quattro Queens of Crime e due, chiamiamole così, gentildonne soprannumerarie alla corte del giallo inglese classico. È bizzarro immaginarsele piccole, una mezza dozzina di bimbe in pinafores postvittoriani o uniformi scolastiche con la paglietta, nate da famiglie di varia middle class, sparse per le isole britanniche, con un’eccezione nei pur britannicissimi antipodi della Nuova Zelanda, tutte destinate a scrivere di crimini e delitti, cominciando tra gli anni venti e i trenta.
Agatha ChristiePerché in genere si dice “giallo classico” e si pensa alla decana del sestetto, Dame Agatha Christie, l’autrice più venduta di tutti i tempi. Si pensa alla sua Inghilterra di pandi- zenzero, fatta di grandi magioni, alberghi londinesi, viaggi in treno e villaggi di campagna, con la minaccia in agguato tra carte da bridge e siepi di biancospino. E si pensa ai suoi solutori di enigmi: l’investigatore privato belga Poirot, tanto buffo quanto formidabile, e la vispa, sferruzzante, impiccioncella Miss Marple, l’outsider (che capisce l’Inghilterra) e l’inglesissima.
Ma l’abbiamo detto: Dame Agatha non è l’unica della sua specie, e Poirot e Miss Marple sono due membri di un ideale club di investigatori di carta, gente acuta che per professione, profitto, caso, hobby o amor di verità dipana trame omicide troppo intricate per il poliziotto medio. Sono tutti fini osservatori, i membri del club. La loro forza risiede nella conoscenza dell’animo umano e dei meccanismi sociali che l’animo umano viola nel delitto; e questa conoscenza la possiedono per una commistione d’ingegno e opportunità privilegiata. In altre parole, se si eccettuano le creature di Christie, questo è un club per gentiluomini britannici, diviso tra aristocratici eccentrici e poliziotti di buona famiglia.
Nella prima categoria ricade a pieno titolo il Lord Peter Wimsey di Dorothy L. Sayers, forse la più letteraria del gruppo, accademica oxfordiana, amica degli Inklings e traduttrice di Dante. Il suo Lord Peter è figlio cadetto e pecora nera di famiglia ducale. Fascinoso e ciarliero, nasconde una mente aguzza dietro un’apparenza leggermente fatua, come una sorta di Primula rossa investigativa. Coinvolto per caso nel furto di una collana di smeraldi, si scopre gusto e talento per l’indagine, hobby che avrà modo di coltivare in quattordici romanzi e numerosi racconti, assistito dal fedele valletto/sergente Bunter, dall’ispettore Parker di Scotland Yard e dalla giallista Harriet Vane.
Se Lord Peter ha un difetto, è forse un eccesso di perfezione, tanto che Margery Allingham, rampolla di una famiglia di giornalisti londinesi, partì con l’intento di parodiarlo quando creò il suo Albert Campion. Anche Campion vanta sangue blu, tanto blu da comportare parentele a Buckingham Palace e richiedere uno pseudonimo per il lavoro investigativo. Anche Campion è distinto, biondiccio e ottuso solo in apparenza; anche Campion ha un valletto improbabile, nientemeno che uno scassinatore (quasi) redento; anche Campion è stato incoraggiato sulla via della perdizione sociale da un’aristocraticissima nonna; anche Campion lavora con un uomo di Scotland Yard, anzi due uomini di Scotland Yard traboccanti di ammirazione. Dopodiché, però, le storie di Allingham abbandonano il campo del mystery propriamente detto per sconfinare nell’avventura, con Campion (verrebbe da dire nomen omen, se non fosse che questo significativo nomen se l’è scelto lui…) che prende sotto la sua ala protettrice l’innocente di turno. La ricerca degli indizi passa in secondo piano, oscurata dall’audacia e dai lampi di intuizione preternaturale del segugio.
Ngaio MarshTutt’altra faccenda, invece, quando il protagonista/investigatore diventa un ufficiale di Scotland Yard, come il Roderick Alleyn della neozelandese Ngaio Marsh. Coloniale trapiantata e teatrante di professione, Marsh costruisce i suoi gialli come altrettanti drammi – spesso e volentieri ambientati a teatro, sfondo del resto tutt’altro che inconsueto anche tra le sue colleghe – e in genere bilancia il gusto del colpo di scena con meccanismi logici non del tutto irrisolvibili. Le luci della ribalta spettano sempre all’ispettore capo Alleyn, figlio minore di un baronetto, fratello del governatore delle Fiji, educato a Oxford e con un passato da militare e diplomatico. Il fatto di essere colto e raffinato e a suo agio in tutte le sfere sociali rende Alleyn un ammirabile enigma per i suoi sottoposti e una consolazione per i suoi superiori, ma nulla toglie alla sua energia e capacità deduttiva. E sì, nei primi romanzi in particolare, tutta questa levigata onnicompetenza può riuscire irritante, finché non ci ricordiamo di avere davanti l’incarnazione di un cliché di genere, quello del gentleman detective che tutto affronta e di nulla si scompone. Poi, con il passare delle indagini, personaggio e autrice maturano insieme, e Alleyn acquisisce una personalità meno convenzionale e più attraente.
Ma d’altra parte, se di cliché dobbiamo parlare, si sa che l’eroe onnicompetente è un’eredità che la narrativa di genere ha raccolto da Omero e dai poemi cavallereschi, e il fatto di essere un gentiluomo viene in dotazione standard con questo genere di caratterizzazione. E quindi, anche nell’uscire dal ristretto circolo delle regine per accostarci alla minor royalty del giallo, ritroviamo gli stessi tratti nell’ispettore Alan Grant, creato dalla scozzese Josephine Tey. Tey era un’insegnante di ginnastica, un’autrice teatrale, una biografa di pittoreschi generali seicenteschi. E poi scriveva gialli, e c’è da chiedersi perché sia considerata minore. Le sue storie sono ben scritte, divertenti, psicologicamente acute e spesso originali. In particolare il bellissimo The Daughter of Time (La figlia del tempo), capostipite dell’armchair detection, o indagine da poltrona, dovrebbe bastare a meritarle una corona. E poi il distinto e intelligente Grant è una specie poster boy programmatico della categoria: il continuo stupore dei personaggi che “non l’avrebbero mai creduto un poliziotto” è una cospicua e ricorrente strizzatina d’occhio al lettore.
Georgette HeyerParagonato a Grant, il sovrintendente Hannasyde di Georgette Heyer è un po’ palliduccio. Certo, anche lui cita Shakespeare, è di buona famiglia, e il suo superiore lo chiama per nome perché hanno studiato nella stessa scuola. Anche lui è un gentiluomo, solo che è un gentiluomo scontato e un po’ bidimensionale, inserito in un mondo di personaggi scontati e un po’ bidimensionali, all’interno di storie scontate e un po’ convenzionali. Il giardiniere, nella dispensa, con la mazza da cricket… Va detto, però, che i gialli non erano il mestiere di Heyer, prolifica autrice di regencies, che in Italia escono come romanzi rosa, ma in realtà sono documentatissime comedies of manners in costume. I gialli avevano fini commerciali, e può darsi che non le interessassero granché; eppure si riscattano con l’osservazione, aguzza ai limiti della causticità, di vita, maniere e pregiudizi nei villaggi della campagna inglese. Ci sono il tè delle cinque, i tennis parties, i colonnelli in pensione in giacca di tweed…
Ma, d’altra parte, è anche per questo che leggiamo le gialliste della Golden Age. Per l’enigma, ma anche per l’illusione di questa Inghilterra in parte immaginaria, verde, rituale e un po’ snob, con il brivido dell’assassino nascosto sotto la placida superficie. Dove poi, però, rassicurante e affidabile, arriva sempre il Gentiluomo Dalla Mente Aperta che, come uno spirito della buona vecchia Inghilterra, capisce tutto, agisce e ristabilisce l’ordine nel più rassicurante e britannico dei modi.
Undici anni di carcere ad uno degli assassini della giornalista russa
uccisa nel 2006
Il 7 ottobre 2006 (giorno del compleanno di Putin, nuovo zar, come lo
chiamano i movimenti di opposizione in Russia) fu assassinata,
nell’androne di casa sua, la giornalista Anna Politkovskaja.
Qualche giorno fa, secondo quanto riporta il quotidiano on line
Gazeta.ru, l’ex-ufficiale di polizia Dmitrj Pavljuchenkov è stato
condannato a undici anni di carcere di massima sicurezza e al
pagamento di una multa di tre milioni di rubli per il suo attivo
coinvolgimento nell’omicidio su commissione della giornalista di
Novaja Gazeta. Le accuse a carico di Pavljuchenkov riguardano
l’elaborazione del piano omicida e l’acquisto della pistola con cui fu
uccisa la giornalista. “Non è ancora stata fatta giustizia del tutto,
ma perlomeno abbiamo ottenuto qualcosa”, queste sono le parole
pronunciate da Ilja Politkovskij, figlio di Anna, subito dopo
l’annuncio del verdetto. Anna Stavitskaja, avvocata della famiglia
Politkovskaja ha detto di essere contenta che almeno un complice sia
stato condannato, anche se si sarebbe meritato una pena più severa.
Gli altri cinque imputati dovranno essere fra non molto processati.
Tuttavia a sei anni di distanza dall’uccisione della giornalista non
sono stati ancora identificati i mandanti. “Dati gli ostacoli
dell’identificazione del mandante, è chiaro che questo fa parte di un
circolo di persone intoccabili nella Federazione russa”, così si è
espresso Dimitrj Muratov, direttore del giornale per cui lavorava Anna
Politkovskaja. Egli stesso, all’epoca redattore-capo del giornale,
qualche giorno dopo l’assassinio, aveva comunicato che la
Politkovskaja stava per pubblicare un lungo articolo sulle torture
commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro
reggente Ramzan Kadyrov.
IL 16 marzo 2013 L’Associazione Culturale Lucrezia Marinelli presenta
alla Libreria delle donne-Circolo della rosa il film documentario 211:
Anna di Giovanna Massimetti e Paolo Serbandini. Il film ripercorre la
vita e la carriera di Anna Politkovskaja, le sue scelte personali, la
sua determinazione, il suo coraggio e il suo impegno politico,
rigoroso e coerente.
Fin da piccola ho sentito raccontare in famiglia, da mio padre, dagli zii e dalle zie, quello che successe in Istria alla popolazione italiana, durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi: l’esodo forzato, gli omicidi di massa, le violenze attuate contro donne, uomini, bambine e bambini da parte delle truppe avverse, la paura, lo sconcerto e la disperazione che vissero le/gli abitanti di quelle terre. Case distrutte, città devastate, sfregiati e abbattuti monumenti, simboli di una storia secolare che i vincitori, sostituendosi ai vecchi abitanti, vollero cancellare: tutta quella regione subì drastiche trasformazioni, dettate dall’urgenza dello spirito di conquista, dall’odio e dal disprezzo per ogni forma di bellezza e di armonia che ricordasse chi in quei territori aveva messo radici, modellato il paesaggio, costruito memoria, cultura.
A un certo punto della mia vita, precisamente nell’adolescenza, non ho più voluto ascoltare quei racconti, carichi di risentimento e di rimpianto, anzi ne ero infastidita, li trovavo senza speranza. Mi sentivo estranea e impotente. La mia attenzione, alla fine degli anni Sessanta, era rivolta altrove: ai fatti e ai grandi cambiamenti in atto nella contemporaneità, al fermento studentesco e giovanile, alle rivoluzioni sociali. A volte, però, alcune frasi mi tornavano alla memoria. Per anni, nonostante il rifiuto di quella storia, ho continuato a raccogliere articoli, foto e immagini, ad acquistare libri che riguardavano l’Istria e l’esodo. Tra le foto, c’è quella di due donne anziane che, al momento della partenza dall’Istria, si abbracciano piangendo, sapendo che forse quello sarà il loro ultimo saluto; o quella degli uomini che caricano sul camion vecchi materassi, come se fossero beni preziosi, mentre alcune donne li guardano attonite; ci sono poi le foto dell’arrivo in Italia nei campi profughi, dove si vedono donne circondate dallo squallore, che cercano di dare un parvenza di normalità alla vita quotidiana. Figure anonime di un dolore collettivo, intrappolato nelle vite private o nelle false e riduttive interpretazioni politiche della Destra o della Sinistra. Anche nei filmati d’epoca, in quei fotogrammi in bianco e nero, si vedono gli sguardi smarriti delle donne e quelli inerti degli uomini, mentre intorno a loro le città deserte, vuote, senza suoni né voci sembrano vecchie scenografie.
In me, evidentemente, l’esodo istriano rappresenta un nodo irrisolto, che non riguarda solo le vicende private della mia famiglia ma, da qualche parte, interpella il mio bisogno di verità e giustizia e domanda di essere collocato in un contesto storico più ampio che comprenda altri esodi e genocidi avvenuti nel Novecento, come, per esempio, quello del popolo armeno.
Per anni questa storia si è presentata dentro di me come una miriade di pezzetti sparsi, di frammenti che non sapevo ancora mettere insieme. A scuola i professori non ne parlavano mai o perché non conoscevano i fatti storici o perché avevano accettato acriticamente le interpretazioni politiche ufficiali. Anche oggi c’è molta resistenza a fare chiarezza su questo periodo drammatico ed estremamente contraddittorio della storia italiana e il fatto che, fino a pochi anni fa, non se ne potesse quasi parlare mi ha sempre molto indignato.
Quando ci si ritrovava d’estate in montagna con i cugini, le cugine e i parenti di mio padre, nei loro racconti io avvertivo, tuttavia, una debolezza che solo in seguito ho saputo spiegare. Allora, infatti, non conoscevo ancora la ricerca del gruppo di “Storia Vivente” di Milano, in particolare gli scritti di Marirì Martinengo e di Laura Minguzzi, e non avevo ancora capito come restituire giustizia alla memoria privata di mio padre, utilizzando i suoi racconti e i ricordi delle zie e degli zii, i loro stessi sentimenti, le loro emozioni come documenti storici.
Dopo essere venuta ad abitare a Mestre nel 2004, partecipando agli incontri delle Vicine di casa, ho desiderato ripensare alla sofferenza e alla grandezza delle donne istriane e ho voluto chiarire i legami e i ricordi che mi legano a Trieste e all’Istria, cercando di andare oltre la storia familiare, per avere una memoria più libera e più ampia dei fatti accaduti.
Spinta dal desiderio di trovare forme di grandezza femminile in questa storia, ho cercato ulteriori fonti: scritti, memorie e testimonianze di donne esuli, alcune famose ed altre no. In tutte ho riconosciuto delle somiglianze su come avevano vissuto lo sradicamento e saputo ritrovare un equilibrio, facendo leva sulla capacità di lottare per la vita, sulla propria tenacia e intelligenza pratica.
Ho riallacciato i rapporti con due cugine nate in Istria e poi arrivate con la famiglia a Trieste ed ho finalmente ascoltato i loro racconti. Mi sono accorta, allora, di quanto poco sapessi di loro e delle loro madri, mie zie, e dei legami profondi che sentivano di avere con Umago, la città dove erano nate e che avevano continuato ad amare, nonostante l’esodo. Le mie cugine avevano lì tanti ricordi della loro infanzia e, quando vi sono tornate, hanno visto la casa, dove avevano passato i primi anni di vita, ormai devastata, imbruttita e il giardino, curato un tempo dalla nonna che, nonostante l’incuria, conservava ancora le tracce dell’antico splendore.
In questi ultimi anni, grazie al lavoro di lettura e discussione con le Vicine di casa sulla vita e il pensiero di Simone Weil, ho potuto trovare per la mia ricerca nuove parole e un piano più alto di riflessione che mi ha consentito di ritornare ancora una volta ai fatti accaduti in Istria e nel confine orientale italiano alla fine della guerra.
Simone Weil ha colto il dramma profondo dello sradicamento e afferma che la conquista militare è un male che produce malattia e disordine.
Per lei il radicamento è un bisogno universale e misconosciuto, forse il più importante, ma anche tra i più difficili da definire. Mediante la partecipazione attiva a una collettività che conservi il passato e guardi al futuro, l’essere umano trova quelle “radici multiple” di cui ha necessità per rendere la propria vita più intensa e ricca di senso.
Simone Weil parla delle “città che circondano di poesia la vita dei propri abitanti” e giudica un immenso delitto distruggerle sia materialmente sia moralmente, come “tagliare ogni legame di poesia e di amore” tra l’essere umano e l’universo. Non esiste per lei delitto più grande. Ho ripensato, allora, alle distruzioni e agli sfregi, fatti alle case e ai monumenti o alle chiese nel periodo dell’esodo, che sono ancora oggi in parte visibili, come ferite mai rimarginate del tutto, nonostante sia passato tanto tempo dalla guerra. Ho pensato alle donne istriane che hanno saputo mantenere un legame forte con la terra di origine e sono riuscite, sia quelle che se ne sono andate sia quelle rimaste, a dare senso e continuità alla propria vita, custodendo il passato dentro di sé come un bene prezioso e trasformandolo in leva per andare avanti.
Da quando ho ripreso la mia ricerca sulla storia dell’esodo istriano, è successo, forse non a caso, che mi siano arrivati, quasi all’improvviso, messaggi, segni e testimonianze, soprattutto femminili, riguardo a questo periodo. Una signora, ad esempio, pur non conoscendomi direttamente, ma solo tramite un’amica di Mestre, mi ha consegnato fiduciosa dei raccoglitori appartenuti a una sua zia, contenenti foglietti gettati dai finestrini del treno da soldati italiani che verso la fine della seconda guerra mondiale, passavano per Marghera su treni blindati, diretti in Germania. Quei foglietti contenevano indirizzi e brevi messaggi per le famiglie. Questa signora pensava che li avessero scritti ebrei deportati nei campi di concentramento, mentre io ho scoperto, leggendo attentamente, che si trattava di giovani soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi a Pola. La zia di quella signora non si limitò a raccogliere da terra quei foglietti, sparsi lungo le rotaie del treno, ma li spedì alle madri di quei soldati e con alcune di loro tenne per anni relazioni epistolari.
Alcuni mesi dopo, parlando di questo episodio con un’amica di Firenze, nata e vissuta a Pola fino al periodo dell’esodo, ho scoperto che effettivamente a Pola un battaglione di soldati italiani, arresosi spontaneamente ai pochi tedeschi rimasti, confidando in una resa onorevole, data anche la convinzione che la fine della guerra fosse imminente, fu fatto prigioniero e costretto a passare per la via principale di Pola fino al porto, dove sarebbe stato imbarcato. Vedendo quei soldati, così spaventati, umiliati, affamati, le donne della città si organizzarono rapidamente e decisero di dare loro bottiglie di acqua per il viaggio e di cucinare per tutti un pasto caldo, mentre altre presero carta e penna da dare ai soldati o per scrivere nomi, indirizzi e frasi che i soldati dettavano loro al volo per informare le famiglie. Probabilmente, ho pensato, quei soldati erano gli stessi che, passando per Marghera, avrebbero poi lanciato i foglietti dal treno, sperando che qualcuno li raccogliesse.
L’episodio mi è stato riportato non solo da questa amica, che nel ricordare sua mamma e sua nonna cucinare per i soldati insieme alle altre donne si è commossa profondamente, ma anche da altre. Credo che il gesto delle donne di Pola vada oltre la pietà materna e rappresenti un atto di riconoscimento tra donne che rimbalza nel tempo e nello spazio, al di sopra della guerra e della logica degli opposti schieramenti.
A conferma di questo, quando nel 1991 nella ex Yugoslavia è scoppiata la guerra, una mia zia di Trieste, che non aveva mai perdonato né dimenticato i fatti accaduti in Istria, mi raccontò che in quel periodo, nel vedere scendere da una vecchia corriera una madre slava che teneva per mano due bambini piccoli, si era rivista lei tanti anni prima, esule, scappata dalla propria terra, con i suoi due figli piccoli per mano, e si era commossa, pensando con amarezza: “Ma allora non è servito a niente!” Ho visto in questo racconto la capacità di una donna di vedersi nell’altra, nonostante le divisioni storiche e ideologiche, e penso che mia zia, provando pietà per quella madre slava, abbia ritrovato per un momento quell’equilibrio tra forze contrarie di cui parla Simone Weil. Una discendente, la gravità, che l’avrebbe indotta a un sentimento di rivalsa, e l’altra ascendente, vitale, che le ha fatto provare un sentimento di compassione.
di Luisa Muraro
Nella cultura europea e nelle culture da essa influenzate, la storia (e di conseguenza la storiografia, ossia lo scrivere di storia) è molto importante. Questa importanza è già nella lingua, pensiamo al sistema dei tempi verbali nelle lingue indoeuropee con tutte le sfumature e accavallamenti dei riferimenti al passato, dal presente al passato prossimo, all’imperfetto, al passato remoto e, dulcis in fundo, al trapassato prossimo e remoto.
Oltre alle lingue, pensiamo a due grandi tradizioni della cultura europea, la religione cristiana e la filosofia. La religione cristiana è una specie di narrazione storica, dall’inizio a un culmine a una fine futura; si tratta, come noto, di un’eredità della Storia sacra del popolo ebraico, cioè di una cultura del Mediterraneo oltre che europea. La filosofia in Italia viene insegnata come storia della filosofia. Non solo: il più importante sistema filosofico moderno è una filosofia della storia, mi riferisco a Hegel.
Tutto questo per arrivare a dire l’importanza che ha la scrittura della storia e il valore di ogni novità in questo ambito. E dare così la notizia di una novità storiografica, la “pratica della storia vivente”. La proposta viene da un piccolo gruppo di donne capeggiate da Marirì Martinengo (Libreria delle donne di Milano), ed è apparsa sull’ultimo numero della rivista DWF, 2012, 3 (95). Si tratta di una rivista femminista. Il femminismo, restando nell’ambito della cultura occidentale, non fa eccezione a quello che dicevo prima. La storiografia è un capitolo importante della rivoluzione culturale che le femministe hanno avviato in questi decenni. E non è terminata, come dimostra questa nuova proposta, che vorrei brevemente commentare.
Dai frutti che comincia a dare (nel 2005, Marirì Martinengo, La voce del silenzio; ora, questo numero di DWF), è una nuova strada che si apre ed è promettente.
Fra i contributi di questo numero, segnalo quello di Laura Minguzzi, La storia respinta, centrato sulla figura di sua madre, una contadina piegata dalle circostanze che la obbligano a lasciare la campagna, e poi dalle inutili quanto crudeli terapie, quando si ammala. Ed è come rivoltare e trovarsi davanti agli occhi la facciata oscura e dolente della storia dell’Italia contadina che passa all’economia industriale per finire, irrimediabilmente deturpata, nell’era postindustriale. Che però è anche l’era delle donne sempre più istruite che vanno avanti, più degli uomini. Non per questo è una storia happy end e si deve resistere alla tentazione di farla sembrare tale, anche da parte nostra. Viene infatti allo scoperto quello che è stato sepolto per vergogna, egoismo, distrazione, prepotenza, paura, con un accompagnamento di irreparabile sofferenza e di indistruttibili sensi di colpa.
Raccontare (Laura Minguzzi lo sa fare) è una riparazione e un riscatto, dicono. Se si potesse raccontare tutto, fino in fondo, sì, e in questa direzione si cammina, ma chi ci arriva?
Le donne che propongono di lavorare sulla storia vivente, quella che ci ha segnate/i più o meno direttamente, hanno un punto di forza e corrono un pericolo. Come punto di forza hanno la pratica femminista del partire da sé. Che è paragonabile a un metodo: insegna alcuni procedimenti e più ancora insegna a non mettersi fuori dal terreno dell’indagine. Non scappano, il metodo scientifico non lo usano per nascondersi. Corrono però il pericolo di mettersi a immaginare l’esito della ricerca: esito (exitus) è la via d’uscita. Non vanno fuori, dunque, ma vorrebbero stare il più vicino possibile a ciò che dà senso a tutta la faccenda. È naturale. Vogliamo vedere dove va a parare la storia, quella che stiamo ricostruendo ma anche quella che stiamo vivendo in prima persona e quella che riguarda l’umanità intera. È possibile? Io non lo escludo ma attenzione: il dove va a parare la tua ricerca storica, potrà scoprirlo chi ti leggerà, non tu.
Il partire da sé non si risolve con un tornare a coincidere con sé; si risolve piuttosto (quando si risolve) con un ritrovarsi altrove e sorprendentemente mutate.
Intervista all’ucraina Inna Shevchenko: oggi si lotta «Sextremist»
di Elena Caruso.
«Femen, i nostri corpi nudi non a disposizione»
Inna Shevchenko, 22 anni, ucraina, è uno dei volti più noti delle Femen. L’abbiamo vista in azione il 24 febbraio a Milano, contro l’ex premier Silvio Berlusconi che votava al seggio. Ma Inna era anche presente a uno degli ultimi Angelus di Papa Ratzinger, il 13 gennaio scorso, per una protesta a sostegno dei matrimoni gay: il video della cattolica che la prende a ombrellate è circolato viralmente in tutto il mondo. Il primo episodio che ha dato notorietà a questa nuova «ribelle», però, risale all’estate 2012, quando Inna ha abbattuto con una motosega una croce di legno a Kiev in segno di solidarietà con le Pussy Riot, che in quei giorni erano sotto processo in Russia. In rotta con le autorità ucraine, Inna ha dovuto lasciare il suo paese per trasferirsi a Parigi, dove ha aperto il primo centro di formazione Femen. Tra le altre cose, scrive per le edizioni francese e britannica dell’Huffington Post.
La mia conversazione con Inna inizia proprio dalla scelta politica di Femen: mettere a nudo il corpo delle donne e farne uno strumento di lotta e di libertà. Un messaggio forte, che rischia di essere frainteso e confuso in un sistema mediatico ad alto tasso di pornografia, come quello della televisione italiana. «Noi vogliamo dare una nuova interpretazione del corpo della donna, vogliamo distruggere la visione della donna come oggetto sessuale, una Barbie. Il nostro corpo non è più sotto il controllo di uomini come Berlusconi, che lo comprano, lo usano a proprio piacimento, facendo show alla tv. Noi vi offriamo è una nuova visione e interpretazione del corpo delle donne».
Le Femen si autofinanziano attraverso il femenshop on line, in cui è da qualche mese in vendita un curioso articolo a 70 dollari: il «Boobs Print», il calco del seno delle Femen. «Ogni scelta delle Femen, ogni pezzo d’arte serve a lanciare un nuovo messaggio sul corpo della donna». Insieme alla protesta a seno nudo, un altro tratto che contraddistingue le Femen è la corona di fiori in testa. «Gli hippies non c’entrano – puntualizza Inna – i fiori provengono da una tradizione radicata in Ucraina, simboleggiano la nascita del femminismo in un paese in cui non è mai esistito. È il simbolo della bellezza delle guerriere». E sul rapporto con il femminismo storico: «Vogliamo la femminilizzazione del mondo per la libertà della donna, rifiutiamo chiunque ci ponga ostacoli. Vogliamo lottare per la diffusione delle nostre idee e lo facciamo cercando una formula nuova, adatta al presente, ma non rinneghiamo la tradizione e il passato. Siamo “Sextremist”: questa è la nostra tecnica per agire, la forma che abbiamo scelto di dare alla nostra lotta». La protesta estrema a seno nudo. Ma non solo. «Ogni volta che progettiamo un’azione, affrontiamo un problema offrendo una soluzione alternativa. Diciamo “no”, ma indichiamo anche la strada da intraprendere».
Riguardo alle scelte compiute dalle Femen, Inna precisa: «Non ci sono temi separati per uomini e donne, noi vogliamo l’equità della società, vogliamo che l’opinione e il punto di vista delle donne si diffonda ovunque allo stesso modo di quello degli uomini. Abbiamo da dire la nostra su ogni questione, in ogni parte. Diffondere la nostra opinione: questa è la nostra strategia». Femen è ormai un movimento internazionale: «Ci sono dieci branch dislocati in diversi Paesi, ogni gruppo si organizza ma allo stesso tempo è collegato con tutti gli altri. C’è un livello centrale composto dalle persone che hanno dato inizio al movimento, che hanno inventato la tecnica del Sextremism, e creato dal nulla Femen».
Il “livello centrale” non va inteso all’interno di schemi gerarchici: «Il gruppo centrale avanza proposte ai vari gruppi, ma si discute e si decide tutte insieme. Ogni azione delle Femen è condivisa da ciascun componente del gruppo». Il nocciolo duro, che svolge queste funzioni di impulso all’attività internazionale di Femen, è costituito dalle quattro leader fondatrici del movimento in Ucraina, nel 2008, tra le quali la stessa Inna. «Siamo le leader, lavoriamo full time per il movimento, ma non concepiamo il termine in senso tradizionale. Il nostro è un lavoro collettivo». A proposito della politica, Inna spiega: «In teoria siamo vicine alle idee di sinistra e siamo contro l’ideologia di destra. Ma non sosteniamo alcun politico o partito, non c’è nessuno che ha cambiato la posizione delle donne per la parità». E l’ipotesi di un partito Femen non sembra allo stato attuale realizzabile: «Noi non vogliamo essere associate ai partiti tradizionali o allo squallore della politica di oggi».
Come vive una Femen? «La routine quotidiana di una Femen è Femen. Ci alleniamo e prepariamo le azioni». Pensando a uno slogan degli anni Settanta – “il personale è politico” – incalzo per avere qualche notizia in più, anche sulle relazioni private all’interno del gruppo: «Femen non tiene in considerazione la sessualità delle attiviste, abbiamo un sacco di etero e anche di lesbiche». E gli uomini sono ammessi? «Yes, of course. Abbiamo molti maschi, pochi omosessuali e ancora nessun transessuale. Il nostro gruppo è aperto. Ma i maschi non possono partecipare alle nostre azioni, non possono essere attivisti. Possono, però, stare nell’organizzazione, dando qualche supporto, qualche informazione. Ci sono avvocati, fotografi…». E sull’esclusione dei front-men conclude: «Non possono partecipare alle azioni perché il punto più importante per noi è che il mondo capisca che ora le donne sono finalmente pronte per agire da sole, e sono pronte a combattere».
di E. Ma.
Resistere per cambiare e cambiare per resistere. Due vite, due rotte diverse, un orizzonte comune. Sono come due fiori nel deserto italiano prodotto dalla crisi economica, Rosa e Margherita. L’una che si àncora – spine e radici – alla fabbrica mai tanto amata, e trascina con sé madri di famiglia e giovani depoliticizzate nella più lunga occupazione femminile della storia italiana: 550 giorni dentro la Tacconi sud di Latina fino al tribunale, fino alla vittoria. L’altra che travolge nel suo effluvio di dolci e pensieri le operaie della sua azienda di famiglia, aprendo alla cultura le porte della Fabbrica Dogliani di Carrara, che con lei si trasforma: «Sforna dolci e produce pensiero». Non un prodotto di fantasia ma due donne reali, due forze della natura, in un documentario ancora inedito in Italia – «Atlantis», in italiano, «The Women Workers’ War», nella versione internazionale -che dopo aver lambito un mese fa l’ultima edizione della Berlinale è stato presentato in concorso al Tribeca Film Festival di New York, al Hot Docs di Toronto, al Visions du Rèel di Nyon, a Bafici di Buenos Aires, allo Shangai International Film Festival. Un diario emozionante e coinvolgente diretto da Massimo Ferrari per la MaGa Production (in collaborazione con Thalia Group), dal tocco cinematografico grazie alla maestria del fotografo Maurizio Di Loreti, al montaggio di Gustavo Alfano e alle musiche di Francesco Ruggiero.
Un lavoro quanto mai attuale, non fosse altro perché una delle due protagoniste, Rosa Giancola, è stata appena eletta consigliere regionale democratica del Lazio. Una scelta, quella di Nicola Zingaretti che l’ha voluta nel suo listino bloccato, che ha scatenato più di una polemica, perché la candidatura di Rosa ha sovvertito regole e prassi di cordata. Il film documenta attraverso un anno e mezzo di riprese serrate tutte le fasi salienti dell’occupazione della Tacconi sud, vissuta tra passioni civili, gioie, delusioni, speranze, rabbia e illusioni. In un intreccio, provocato in parte dagli stessi filmaker, con la storia di Margherita Dogliani, coraggiosa imprenditrice di Carrara che in una visione olivettiana del lavoro decide di aprire al mondo la dolceria ereditata dal padre, per trasformare l’impresa in un luogo di battaglia culturale che arricchisce il dentro e il fuori, a trecentosessanta gradi. «Ho sentito il desiderio di intraprendere questo mestiere agendo fuori dall’ordine che ci è dato dal sistema», racconta nel film Margherita. Quando si accorge, parlando con le sue dipendenti, di avere davanti donne spesso prive di autonomia decisionale – «Cosa voterò? Non lo so, me lo dirà mio padre», le rispose una volta un’operaia di 23 anni – Margherita capisce. «Una risposta che mi ha lasciato senza respiro – racconta – mi sono detta: non è possibile che il tempo del lavoro arrivi a tanto, ad assorbire tutto di una persona, a lasciarla senza coscienza, consapevolezza, protagonismo, soggettività». Da lì in poi tutto cambia: dalla prima rassegna, «Donne anima e corpo», fino alla fabbrica che produce pensiero, interagendo con la città.
Dall’altra parte, a centinaia di chilometri di distanza, Rosa e le sue colleghe imparano a convivere col «silenzio irreale che di notte avvolge il luogo dove ogni giorno per 19 anni abbiamo lavorato e condiviso le nostre vite». Prima che il loro caso bucasse il muro dell’accessibilità mediatica e i riflettori televisivi si accendessero sulla Tacconi sud, il diario dell’occupazione scritto da Rosa e pubblicato periodicamente su Facebook aveva raccolto migliaia di condivisioni ed è diventato simbolo e punto di riferimento per tanti lavoratori in crisi che leggevano nelle sue parole la loro stessa disperazione, la loro stessa rabbia.
Alla fine, dopo 550 giorni di occupazione – o meglio, dopo un’ora e sette minuti di film -si dimentica se a pronunciare certe parole sia stata Rosa o Margherita. «Ora so il significato della parola resistere». E a dirlo potrebbe essere una donna qualsiasi, basta volerlo.
di Sandra Bonfiglioli
Chicago, 18 febbraio 2013
Leggo sul New York Times a colazione lo scarno titolo di prima pagina The Pope Resign. È il giorno dopo l’accadimento. Qui, negli Usa, il messaggio è politicamente forte ma smorzato nelle emozioni. Certo non se ne parla nei bar. Immagino che in Italia la gente per strada abbia mormorato l’un l’altro “hai visto? chissà perché! che tempi!”. Sono i momenti del popolo al lavoro che costruisce i propri monumenti. Sono a bocca aperta. Mi spiace non essere tra il mio popolo e vibrare assieme. Ci si sente così estranei e lontano da casa in queste occasioni dove il simbolico si leva alto nella sua potenza unificante. Mi viene in mente il giorno di piazza Fontana quando Milano sembrava un paese e tutti si dicevano “hai sentito? Ma chi è stato? quanti sono?”.
La fantasia galoppa nei sottoscala della ragione, il luogo della dietrologia che detesto e non amo frequentare. Ma è al lavoro la potenza emotiva del simbolo di un potere verticale ancora oggi vertiginoso di cui il papa sa reggere lo scettro. Fino a ieri. Le dimissioni non sono una buona cosa. Debolezza, umanità dolente, lotte intestine sussurrate e feroci nelle stanze segrete. È stato scoperto da un nemico in una situazione indifendibile? Si tratta di uno scandalo? L’immagine di Benedetto XVI pallido, con le occhiaie e l’aria contrita come se avesse pianto sollecita un palpito materno. Una tazza di latte con il miele gli darebbe conforto. Lascio vivere le emozioni. Non ho i termini e l’ambiente adatto per riflettere secondo ragione. Lascio che sia il mio corpo, messo finalmente a riposo, a suggerirmi, quando sarà in grado, una risposta alla più semplice e inquietante delle domande politiche: “Perché?”.
E il mio corpo paziente risponde. Nei suoi tempi. Si tratta di un’onda di cambiamento che ho (abbiamo?) già visto in questi ultimi anni. Ora è arrivata a travolgere la forma assoluta del potere. Troppo semplice riconoscere “potere maschio”. È la stessa onda di cambiamento che ho visto in azione per debellare l’autorevolezza dell’università, dei grandi giornali, dei partiti, delle istituzioni dello Stato, dei sindacati. Processi noti e processi profondi invisibili di cambiamento hanno trovato il momento giusto per mettersi in risonanza e diventare potenti agenti di delegittimazione dei poteri costituiti, forme di un mondo in decadenza che non sa più comandare né produrre classi dirigenti, né persone capaci di costruire orizzonti. È in azione kayròs, il tempo amato anche dalle donne. L’abbiamo visto in azione alla fine di grandi epoche storiche. E sempre ha stupito la velocità del tracollo, la difficoltà a trovare la ratio in azione. È il collasso della società patriarcale così crudele con le donne che tanto hanno lottato per dire no e desiderare altro. Per una nuova libertà che a noi urge da tempo. Perbacco. Nulla regge all’urto della storia. Sarà vero? Spero che ne parleremo con le altre a Milano. Sono così intelligenti.
Milano, mercoledì 6 marzo 2013 ore 18.30, Circolo della rosa – Libreria delle donne
Nonviolente non arrese è il titolo che apre il nuovo numero di Leggendaria (97-98, gennaio 2013). Firmano la presentazione Mariella Gramaglia, Matilde Passa e Bia Sarasini. Il numero è una serrata discussione sul tema della violenza per estrarre la nonviolenza da usi strumentali e rappresentazioni diminuite. E ripresentarla nella forma autentica di azione politica. Con una intervista alle famose Pussy Riot. E all’autrice di Dio è violent, Luisa Muraro.
(Trascrizione a cura di Serena Fuart delle parti registrate degli interventi, non riviste dalle intervenute)
Luisa Muraro presenta le ospiti e il numero:
C’è Bia Sarasini, non è la prima volta che viene qui ed è conosciuta. Qualcuna di noi conosce anche Silvia Neonato ed è anche lei della redazione di Leggendaria. Sono entrambe giornaliste. Io sono della Libreria delle donne, sono qui come parte in causa, adesso introduco il numero di Leggendaria e faccio un’interrogazione-provocazione a loro due.
Il numero, come tutti i numeri ma più degli altri, è doppio e ricco, ci sono tantissime questioni. C’è un bel ricordo di Ivana Ceresa: donne di Bologna parlano di Ivana Ceresa, ne dicono cose toccanti. Un’altra parte che mi ha colpito è stata la recensione che Luciana Tavernini fa alla biografia di Graziella Bernabò di Elsa Morante. Ci sono più articoli che la riguardano, abbiamo festeggiato il centenario della nascita. Ancora, mi ha interessato una serie di articoli del Brasile e tra questi c’è una firma che ricorre, che non conosco, che ha scritto anche un bel pezzo su Clarice Lispector. Poi ci sono tantissime recensioni, per noi libraie è una miniera. C’è un articolo di Bianca Tarozzi dedicato al Giulia Niccolai che è stata ospite qui e ci ha parlato delle poesie di Bibi Tomasi con un’insolita severità. Ha attirato la mia attenzione un articolo dedicato all’associazione Terre Mutate di donne dell’Aquila che io ho incontrato politicamente per una questione che ho affrontato su Dio è violent e che poi ho incontrato amicalmente a Modena con una promessa reciproca di nuovi incontri.
Vengo alla parte di apertura di Leggendaria: Non violente non arrese. Vorrei leggere una mail che è arrivata ieri da Vicenza da una donna dell’associazione Donne in rete per la pace. Lei fa riferimento al movimento No Dal Molin, è una delle tante associazioni impegnate contro la base militare: ci sono oltre le donne del presidio, altre che si sono staccate dal presidio e si sono messe nell’associazione Femminile plurale che comprende medici, vari cittadini, donne e uomini associati a questa lunghissima lotta che non è più per impedire la base perché è in costruzione ma per combattere contro la politica di guerra.
«Buongiorno a tutte e grazie per le vostre segnalazioni! Peccato che siate lontane… Questo incontro mi interesserebbe moltissimo (sono sette anni che lottiamo in modo nonviolento contro la nuova base militare statunitense Dal Molin) ma purtroppo non ci posso venire. Per caso farete un verbale, una trascrizione di questo incontro? In cambio potrei trovare il modo di condividere un power point che ho preparato per la serata che faremo al presidio No Dal Molin la sera del 9 marzo (lo abbiamo chiamato The day after). Nel file abbiamo raccolto dai vari spezzoni di gruppi donne che hanno agito in questi anni in resistenza alla base 300 diapositive in ordine cronologico che ricostruiscono la ricchezza e varietà di iniziative che abbiamo messo in atto. L’intento non è certo autocelebrativo (specie vedendo i risultati che ci offendono la vista ogni giorno) ma atto a rafforzarci per continuare a esprimere la nostra profonda opposizione a questo spreco di paesaggio, risorse economiche, ambiente, umanità… Anche noi nonviolente non arrese!»
Una cosa che viene detta in questa prima parte di Leggendaria è vera: ci sono donne e uomini che si impegnano politicamente assumendo la divisa della non violenza.
Questo viene detto polemizzando con me e vengo a Dio è violent che è motivo, occasione, pretesto per queste pagine dedicate alla non violenza nella politica delle donne. Mi è stato detto una volta: «Se c’è un merito che va riconosciuto al libro di Luisa Muraro Dio è violent, è di aver smosso acque stagnanti dopo le dichiarazioni fin troppo solenni nel passato». Matilde Passa, Stefano Ciccone, Bia Sarasini mi chiamano in causa come un pretesto oppure sono convinte che Dio è violent stia su una posizione politica che non intendono condividere – Ciccone sicuramente – e io stavo quasi per stare in questo schema. Mi ero anche preparata per spiegare punto per punto. Invece ho capito che sono più le recensioni che ha avuto Dio è violent a provocarle a entrare in queste tematiche con questa passione e con questo interesse. Il libro è stato molto ripreso. È vero che ho giocato con il titolo, che non è mio ma ho accettato. Ho accettato di sfiorare il tema della violenza ma non pretestuosamente. Il librino è stato scritto per un’altra questione, non pensando a queste reazioni. Il mio intento era e resta di usare (e la parola, usare, è di Clarice Lispector) la politica delle donne e la crepa che questa ha aperto nella storia della società della democrazia (che puntava sull’emancipazione e che vi punterebbe ancora), di usare la differenza della politica delle donne, la storia delle donne che il pensiero femminista ha messo in luce e in evidenza, per mettere in rilievo la storia di sopraffazione del contratto sessuale, dove ogni tanto comparivano anche uomini che erano furiosi e indignati per il modo in cui lo stato moderno democratico aveva riorganizzato le faccende in senso di subordinazione di sottomissione e di rendere le donne complementari e non libere. Questo materiale è esploso nella cultura e nella società. Tutto questo per scambiarlo contro le politiche di guerra e pacificazione delle masse, di esautoramento di quello che è il vero spirito della democrazia. Siccome il patto sociale – che ora non c’è più mentre c’è stato un tempo in cui era in auge – aveva sempre escluso le donne, resta nella teoria, di fatto accettiamo il monopolio della forza che è nelle mani dello stato. E la politica internazionale che è diventata pura politica di forza secondo la politica economica che è diventato puro affare di dispositivi economici che di democratico non hanno assolutamente nulla. Insomma volevo usare le donne, la loro dirompenza, per attaccare le fondamenta fasulle della politica estera e interna. Questo era il mio intento e sono stata spostata, non da loro, di Leggendaria, ma dall’accoglienza del librino sul tema della violenza. Mentre su questa questione non volevo entrare nel merito. La mia posizione è quella di Simone Weil che dice che la non violenza è buona se è efficace. La condivido, la posso anche discutere, prima di scrivere il librino ho letto tanti teorici della violenza. Non ho letto quelli della non violenza perché io volevo lavorare contro Bertinotti – che aveva fatto dichiarazioni in cui si rinunciava alla violenza – non come uomo ma come simbolo di una cultura politica ormai corrente, antiviolenza: l’ipocrisia della sinistra italiana. Sono stata spostata su quel terreno e Leggendaria vuole fare un discorso sulla forza politica ed efficacia possibile dove le giovani donne affrontano la questione della non violenza e hanno cose da dire. Ci sono anche interviste che fanno vedere un paesaggio di donne e uomini, soprattutto donne, che condividono questa cosa. Ho una critica a Ciccone. Ciccone insiste che la violenza è qualcosa di propriamente patriarcale, ma il femminismo non ha accettato che si pensi che l’essere donna e femminista voglia dire evacuare il fatto della violenza. Questo sminuisce il senso della presenza femminile e pacifica delle donne. Se c’è una presenza pacifica delle donne ma è a priori escluso che possa essere violenta, è sminuito il valore della sua scelta politica. È stato detto e ridetto, e quelle di Leggendaria devono rispondere perché lo pubblicano e gli hanno dato evidenza.
La seconda critica riguarda un problema: secondo me per ragionare su questo argomento non si può mettere le manifestazioni pacifiche sindacali accanto all’azione politica non violenta. I sindacati adottano forme pacifiche perché andare allo scontro fisico sarebbe da sconsiderati. Non hanno fatto la scelta della non violenza, queste persone non escludono che se è necessario useranno anche le armi e la forza bruta: se l’altra parte impianta un regime fascista sono esonerati e io pure dalle forme pacifiche.
Silvia Neonato
Il tema scotta, non ho scritto, non avevo tempo di scrivere. Sono grata a Luisa di avermi fatto venire voglia di pensare alla non violenza. Ricordo la volta che ho sentito dire che le donne sono naturalmente non violente, a metà anni Sessanta, credo sia successo nella sede dell’Udi: ho pensato che non ero d’accordo e tra me e me avevo pensato allo sport agonistico che ho praticato. Da ragazza sono stata una combattente sportiva, non mi fa paura vincere mi fa più paura perdere, ho sempre avuto queste categorie in testa. Nella staffetta ci veniva detto: dovete odiare l’avversaria. Io pensavo quanto questo alimentasse spirito di squadra e volontà di vittoria… Volevo essere come loro, portare a casa il risultato, come loro non avere paura ecc. Dico questo perché non credo, non ho mai creduto che le donne non amassero la violenza. Il primo risultato che ha avuto su di me quella frase è stato di andare a intervistare una partigiana che aveva combattuto, intervista finita nel libro di Ida Farè Mara e le altre. Gliel’avevo proposta io perché c’era la questione della donna con le armi che si era trovata a sparare dopo che le avevano ucciso il fratello. Voleva rendere ciò che aveva subito. Credo allora che la non violenza sia una scelta. Quando sono stata a Buenos Aires dove si radunano le Madres mi ha colpito la sacralità… quelle donne sono coraggiose e hanno forza. L’indagine sulla forza mi cattura di più rispetto a quella sulla violenza. È come se ci fosse un buco nero, una forza che attrae chiunque: quelle donne stavano là immobili con una forza sovrumana, in maniera non violenza. Il tema della non violenza mi attrae enormemente e parto da una frase del libro di Luisa: «Chiunque abbia avuto occasione di riflettere sulla storia e sulla politica non può non essere consapevole dell’enorme ruolo che la violenza ha sempre svolto nella storia umana». La violenza sembra così scontata, la forza no. La cosa su cui vorrei riflettere è come trovare la forza di gestire i molti conflitti che le donne occidentali hanno davanti.
C’è un percorso. Se penso alle donne dell’Udi impegnate nelle battaglie per la pace contro l’atomica…, ma avendo partecipato io come giornalista di Noi donne a un convegno a Praga di donne che venivano dalla marcia della pace e avendo visto trascinare via dal palco con la forza una banda di Hiroshima perché aveva dissentito… se penso a quella generazione che non ho vissuto, ho solo letto… mi trovo davanti donne che facevano della pace una bandiera e che trascinavano via le altre. Siamo nella guerra fredda. Quel pacifismo non mi aveva convinta. Mi sembrava di parata. Pensavo che era un rituale falso e stantio. Oggi quello che ho ricavato è l’idea che quello su cui ho voglia di lavorare io è come trovare la forza per i conflitti.
Bia Sarasini
Avevamo un desiderio stimolante di discutere Dio è violent perché c’era una forte condizione non violenta che volevamo andare a vedere. In questo titolo Non violente non arrese abbiamo colto il problema della passivizzazione. Volevamo vedere quali sono le pratiche. Il titolo dice la polarità nella quale ci siamo trovate. C’è una non violenza che non significa una resa, l’altra polarità era non passive non violente. A me è sembrato che facessi tuo negli esempi il punto di vista di chi fa della non violenza una predicazione come lo stato attuale della non violenza. E quello non è la non violenza.
Luisa Muraro. Il paradosso è quando mi si imputa l’esempio di quella giovane donna paralizzata dallo spettacolo della violenza come se io avessi voluto portarla come esempio della non violenza. Sto parlando del problema che hanno donne e uomini della disponibilità della nostra forza, di acquistarla. Lei era indignata e paralizzata. La politica è andare al conflitto.
Bia Sarasini. Il pamphlet si presta a dei fraintendimenti. La domanda è: come si fa a combattere? Io inizio con un’immagine di donne armate perché non voglio dire che le donne sono pacifiche per natura e penso che la non violenza è una scelta. La mia opzione è non violenta ma ho molte domande. Non far coincidere la non violenza con la passività è un problema con tutto quello che sta avvenendo. La passivizzazione è reale sia per le donne che per gli uomini.
DISCUSSIONE
Liliana Rampello. Se c’è un pamphlet che, da vari punti di vista, è così fortemente frainteso qualche domanda te la devi fare, Luisa. Tu, in prima persona, hai permesso un’anticipazione! Non vorrei essere presa per scema per quello che ho pensato, ci sono delle ragioni. L’anticipazione rafforzata da un’intervista ha dato la possibilità fondata di leggere il pamphlet anche in quella direzione. Le posizioni di Non violente non possono essere riassorbite dalla predicazione sulla non violenza.
Marisa Guarneri. Do il benvenute alle mie amiche con cui ho trascorso tanto tempo che non era per niente pacifista. Rispetto al libro di Luisa, penso che sia un libro che la violenza la previene. Questa è l’impressione che mi ha fatto. Io vivo da tanti anni dentro la retorica dell’antiviolenza. Credo che poco ha a che fare il libro con il discorso del pacifismo ma molto con il discorso dell’antiviolenza, della retorica dell’aggiustamento, dell’accomodamento che politicamente si è fatto nella violenza… Questo libro non soltanto in me ma anche nelle donne con cui lavoro ha suscitato una grande passione che in qualche modo ci offre una via d’uscita quando accogliamo le donne che arrivano da noi con dentro di sé la convinzione che la passività sia cosa positiva tranne quando la forza di sopravvivenza non le porta a reagire. E anche questa reazione è oggetto di profonda riflessione quando facciamo un progetto con loro. Questo discorso del tenere a disposizione la propria forza mi ha colpito e ci ho visto come una via d’uscita e la possibilità di allargare lo sguardo rispetto a quello che capita alle donne perché in qualche maniera non l’abbiamo mai presa veramente in considerazione, ne abbiamo parlato tanto ma non l’abbiamo mai presa in considerazione. E l’antiviolenza tradizionale viene sostituita dalla forza delle istituzioni anche nelle leggi. Si tratta di sempre di leggi di tutela che ti danno strumenti sostitutivi della tua forza soggettiva. Invece questo passaggio ci fa realizzare come le donne vivono e reagiscono alla violenza da un altro punto di vista. Chi fa accoglienza alla Casa delle donne maltrattate fa proprio questa indagine: quando e come la forza delle donne porta a fare determinate scelte piuttosto di stare alle regole, dove per regole si intende stare nella famiglia, non rovinarla, non uscire da determinate situazioni oppure appoggiarsi alle istituzioni. Per me è stata una grande scoperta perché la fascinazione della violenza io credo noi ce l’abbiamo, eccome! I primi tempi che ero alla Casa delle donne la voglia di pestare gli uomini ce l’avevo da morire perché dai racconti che facevano le donne… Lo racconto sempre: mio marito quando mi veniva a prendere, per un’ora non lo guardavo e non lo baciavo. Dovevo rimettermi in sintonia con il maschile perché quello che sentivo mi allontanava. E naturalmente da qui poi passava tutto il ragionamento della piacevolezza del separatismo femminile ecc.
Intervento. Questo del tenere a disposizione fa guarire dalla passività e impedisce che le donne reagiscano male e stupidamente. Credo che valga per tutti il problema di essere reattivi rispetto alla violenza e non essere riflessivi. Ci sono poi strategie. Sicuramente lavorare sul tenere a disposizione la propria forza vorrà anche dire fare i conti con l’aggressività e vedere quando usarla e quando no perché spesso le donne la usano perché è l’unica arma che si giustificano e finisce male. Tenere a disposizione la propria forza è trovare alternative, ma è trovarle dentro di sé non necessariamente all’esterno.
Vita Cosentino. A me questo numero è piaciuto. Mi è piaciuto come è stato trattato il tema nel senso che ho visto delle posizioni non preconcette. Il fatto che ci sia un articolo sulle donne armate rappresenta proprio la capacità di vedere le cose anche che non si condividono. Mi è sembrata una bella discussione. E anche una discussione che ci mette oltre alla questione che le donne sono automaticamente non violente oppure automaticamente passive o salvatrici del mondo e questo già mi pare un tassello importante. E vi parlo di me. Sono una che ha fatto il Sessantotto e non è mai riuscita a tirare una pietra. Poi ho avuto un figlio e non sono mai riuscita a tirargli uno schiaffo. Insomma sono così però mi ritengo una combattente perché sono una che ha combattuto tutta la vita e tutt’ora sto combattendo con questa malattia invalidante che ho. Questo per dire che forse stanno anche strette queste etichette. Prima si è parlato delle Pussy Riot e delle Madres che sono arrivate a quel limite di cui parla Luisa. Le Pussy Riot hanno messo in campo una grande forza però hanno anche fatto vedere come, appunto, ci possa essere una creatività e una vitalità nell’esprimere la propria forza e al limite una violenza: stanno con il passamontagna dentro una chiesa, cioè la loro è una forza molto dura e forse un pochino violenta. Allora forse dobbiamo identificare e sfatare una serie di stereotipi per cui violenza è menare, perché io sono una che non è capace di menare e però ritengo di essere una che usa e ha usato la forza. Mi pare che stiano venendo fuori una serie di punti, tipo la libertà nelle forme di lotta che è anche a misura di quello che una si sente capace di persona di fare.
Sandra Bonfiglioli. Ho ascoltato con molto piacere questa riflessione. Dico subito che non mi era piaciuto come è stato trattato il tema nel libro, invece ho molto apprezzato questo “scivolamento” sul processo di forza. Faccio una critica un po’ generale: parlare della violenza come concetto generale che non parte dall’insieme delle esperienze fa entrare nella categoria violenza/non violenza. Secondo me è una concettualizzazione sbagliata che porta in posti sbagliati dove la difficoltà maggiore è quella di oscillare tra un addomesticamento della violenza e… La violenza è potente perché uccide, altrimenti l’addomesticamento del concetto di violenza secondo me non ha senso. Per tutti noi, soprattutto qui in Europa, la violenza è questo, è la guerra, la guerra santa, ci sono anche le guerre giuste. Non sono mai stata pacifista quindi ho molti timori nei confronti della violenza, va usata solo se è strettamente necessaria e non ho mai creduto che le donne non sono violente. Ho avuto una madre violentissima, sono cresciuta in una famiglia violentissima, ho visto noi donne andare in piazza su battaglie, anche per l’aborto è stata un’enorme violenza… Quando abbiamo lottato per obiettivi a noi cari abbiamo esercitato tutta la violenza che abbiamo pensato fosse opportuna. Finire nella logica violenza/non violenza non ci porta a conclusioni, a un ragionamento. Qual è la domanda nei confronti della violenza oggi? La domanda è: stiamo usando come presenza politica qualche cosa che ci permette di capire che diventiamo più efficaci se usiamo la violenza così per il significato che ha? Io credo di no perché tutta l’opera fatta in questi anni è stata una lotta di civilizzazione basata su un conflitto di natura culturale, etico, di senso perché abbiamo portato più che una conquista… Quindi penso che se andiamo a osservare possiamo notare che mille forme diverse ed efficaci di lotta, di combattimento, sono state fatte. Penso che le Femen siano geniali e ho visto la battaglia con la polizia. Questa è stata una forma politica che io metterei nel campo della forza, della violenza necessaria che a mio avviso dice quanto possano essere innovate e anche l’efficacia di queste ragazze non è di essere forti e violente ma di agire in modo sconveniente, scandaloso e in modo innovativo. Questo è il nostro terreno.
Luisa Muraro. Io non ho promosso il discorso violenza/non violenza. La cosa che fatto scandalo era il discorso sull’Aquila e anche su questo numero la questione delle sassate viene posta. Mi guardo bene dal giudicare chi tira le pietre o prende le armi per difendere la sua vita e la sua dignità. Il mio discorso era: ma come ce la fate a farvi offendere da quel pagliaccio che usa la vostra città come scenario, com’è che non vi è venuto in mente di prendere un sasso e tirarlo? È una retorica, un linguaggio e questa cosa ha scandalizzato le donne, alcune qui presenti. Questo è il problema. Parlare delle Pussy Riot come non violente è perdere l’essenziale. L’essere o non essere violente non è il punto della loro lotta. Il punto è essere efficaci con i mezzi a loro disposizione senza mettersi nei guai. Si sono messe nei guai ma si erano spinte in là e hanno messo nei guai i loro avversari. Hanno avuto una magnifica tattica. Invece il portare tutto sull’asse violenza/non violenza è ridurre tutto quanto. È la cosa di cui mi sono lamentata riguardo a questo numero, numero che però ha un suo messaggio. Lilli dice: se tu hai dato adito a tanto equivoco ci avrai messo del tuo. No, Lilli, rispondo io, la politica delle donne è fatta in questo modo: finché è per le donne va tutto bene ma quando la sbatti sul tavolo principale non va più bene anzi non capiscono cosa stai facendo. Certo ho fatto degli errori tipo consentire quel titolo e accontentare la mia editrice che lo proponeva appassionatamente. C’erano dieci ragioni per metterlo e una per non metterlo, quindi ho ceduto. Il fatto è che c’era la parola violent dentro che però non è violenza. Io degli sbagli, Lilli, li ho fatti ma non imputarmi di essere stata spostata su un terreno che considero fasullo, violenza e non violenza. A me interessa la politica di guerra, la perdita di forza che i cittadini hanno. Io sfido i sette anni di lotta di No dal Molin dove nessuno ha risposto a quella vasta mobilitazione di popolo. Gli americani sono andati avanti imperterriti con una strafottenza unica e i nostri uomini politici con codardia. Ho visto l’agonia di questa faccenda, ho visto morire la politica da parte di quelli che l’impegno politico lo avevano. Non mi interessa la politica delle donne per le donne, le donne sono una forza dirompente che bisogna giocare, ma vorrei non essere incastrata nella questione violenza/non violenza. Loro [Leggendaria] hanno intervistato dieci giovani donne e di queste la metà dice che lancerebbe i sassi. Quello che ha testimoniato Vita è un’inibizione: una può dire “io a mio figlio non ho mai voluto dare uno schiaffo” ma se dici “non ho potuto” è un altro discorso, è un’inibizione che non fa bene né a te, Vita, né a tuo figlio. I sassi ai poliziotti non andavano tirati ma a Berlusconi sì. Questo è il punto, se non afferriamo questa questione restiamo incastrate nell’asse violenza/non violenza e politicamente nell’auto moderazione.
Bia Sarasini. Vorrei dissentire: la non violenza è molto violenta. Ci sono alcuni che caratterizzano la non violenza come forma politica. Innanzitutto è mettere in gioco se stessi, si fa del male a sé stessi. Non colpire l’altro è una funzione di responsabilità. Io che da bambina mi sono trovata a giocare a tirare i sassi con i ragazzi ho scoperto che non solo mi facevo male io ma non sopportavo il male che facevo all’altro. Questa non è auto moderazione, è conoscenza dell’altro, stare con l’altro, questo è il fondamento della non violenza. Se lo riduciamo a una scenetta, un gioco, alla declamazione della non violenza, diventa un’irrisione di pratiche esistenti in cui si mette in gioco sé che richiede forza, consapevolezza di sé, richiede saper sostenere un conflitto. Io non faccio male a un altro e posso rischiare la mia vita: questa è la posta in gioco, non è nella tradizione occidentale delle forme di lotta anche se esistono pratiche di lotta in questo modo. C’è di mezzo l’idea del potere che è il potere che si conquista. Quello che abbiamo cercato di mettere in gioco è che non si può fare un’affermazione di non violenza esterna, occorre un’interiorità che aderisca a questo. È anche una disciplina a cui si può arrivare per diverse vie per cui non credo abbiamo fatto un torto alle Pussy Riot perché la loro pratica per come agiscono è non violenta. Bisogna intendersi.
Luisa Muraro. Tu, Bia, parli di tirare i sassi agli amici, lei, Vita, ai poliziotti, io dicevo in un contesto precisissimo. Parlavo di Sarajevo: erano giovani uomini mandati lì e non hanno difeso le vittime che venivano massacrate inermi sotto i loro occhi. Sono stati prima decorati con le medaglie poi processati e condannati a pene lievi perché troppo giovani quindi non avevano capito. Comunque dev’essere innaturale una persona che assiste a un’uccisione di un inerme. Doveva essere innaturale stare a guardare un uomo indecente che viene a fare della tua città distrutta una passerella per le sue passerelle, era naturale invece respingerlo indietro. Bisogna parlare dei contesti, della logica interiore, della disponibilità libera della propria forza. Se tu, Bia, mi dici: faccio male a me stessa, queste sono astrazioni.
Bia. Non sono astrazioni ma pratiche.
Luisa. Le Pussy Riot non hanno fatto nessuna pratica di non violenza, si trovano in una strettoia dove se sbagli la paghi. Inventano quindi una pratica politica, di quelle che non chiamiamo non violente ma pratiche politiche di parola, di affidamento, di relazione tra donne. Non abbiamo mai detto “scegliamo la non violenza”, abbiamo detto “facciamo pratiche che abbiano un senso, un’efficacia, che non ci mettano nei guai”. Tirare sassi è un gesto significativo come andare a suonare la chitarra sull’altare della Madonna. È un gesto certo che va a segno. Ma se quello se lo merita il sasso – perché quello sfacciato se lo merita – non deve inquietare la coscienza neanche di Gandhi che si preoccupava sempre di chiedere a quelli che stavano con lui se se la sentivano di fare certe azioni. Lui, come le Pussy Riot, faceva in modo di suscitare clamore. Le pratiche di non violenza sono pratiche che, se sono studiate per avere efficacia, sono d’accordissimo a farle, ma non si può giudicare negativamente una persona che per la sua dignità tira un sasso. Invece qui sento che si tende a fare questo. Si dice “non si può, non si deve tirare i sassi a Berlusconi”, invece bisogna ammettere che se uno per difendere la sua dignità si ritrova a tirare un sasso va bene così.
Laura Minguzzi. Volevo dire una cosa sull’importanza del contesto, sul collocare gesti e azioni. A proposito delle Pussy Riot, il loro gesto è stato molto studiato, pensato da un paio d’anni e il momento è stato scelto apposta, è il momento delle elezioni, della propaganda politica, quindi hanno colpito nel momento giusto per un preciso intento politico. La loro manifestazione artistica è stato un gesto estremamente politico e sono andate a far coincidere momento artistico, linguaggio, momento storico e luogo simbolico. La violenza non l’hanno fatta loro, è stata invece delle guardie del corpo che presidiavano la chiesa (chiesa che è divisa in due parti, una privata e una dove si fanno manifestazioni profane, riunioni politiche propaganda per le elezioni). La violenza l’hanno fatta le guardie trascinando via una di loro.
Bia Sarasini. Io propongo che Luisa ci insegni a tirare i sassi, il materiale ce l’abbiamo.
Intervento. Io sono curiosa di sapere perché l’editore voleva il titolo Dio è violent, perché trovo proprio centrata la rievocazione della violenza in quel libro, trovo che il titolo sia adeguato. La cosa che mi viene da dire è questa: lì c’è anche una grande discussione sulla giustizia e non solo sulla forza come sottocategoria della violenza. Mi riattacco a quell’esempio della ragazza che non reagisce per impotenza, chiamiamola così. Devo dire che è una delle poche cose che ricordo bene perché mi ha colpita, come se tutto il libro fosse un’evocazione di quel ragionare singolare, individuale per cui la violenza è eventualmente consegnata a un gesto. Invece la valutazione della giustizia e ingiustizia è qualcosa di definitivamente espropriato, cioè se passa l’idea del buonismo in un certo senso riflette un diffuso senso di impotenza. Comunque il titolo su Dio è come se l’unica libertà vera fosse quella di Dio e guarda caso contempla anche la violenza, mentre la situazione degli individui che vogliano anche pensare politicamente è quella di non sapere a che cosa votarsi per trovare un’azione comune. È vero che le donne hanno messo sul piatto una forza ed è una forza diversa che non ha fatto scuola in quanto forza comune e la situazione di fatto che prevale è il pensiero del buonismo e che il singolo se vuole trovare giustizia si deve appellare a Dio.
Giordana Masotto. Dal primo momento che ho visto il libro di Luisa ho pensato che il titolo era bello e quando l’ho letto ho pensato che il titolo era molto adeguato al contenuto. Se vogliamo stare al tema, e io sono d’accordo che le due parole principali del nostro discorso siano l’efficacia e la forza, il problema sta nel capire come si esercita il giudizio dell’efficacia. Perché quello che noi cerchiamo di dire con la nostra politica e che secondo me ha cercato di dire Luisa è che se non siamo in grado di leggere a sufficienza la violenza che viene esercitata in tutti i modi oggi e da chi, tendiamo ad abbassare la necessità della nostra efficacia a situazioni… cioè ci accontentiamo. Il problema è da una parte il riconoscimento della violenza diffusa e di tutti i suoi livelli dall’altra di non abbassare il tiro. Dopo di che ci sono pratiche a livello alto, non violente come dice Bia, o artistiche ecc. Il problema è metterci d’accordo su qual è il livello della posta in gioco su cui misuriamo la nostra efficacia perché altrimenti c’è una sorta di abbassamento delle pretese, della cresta a un livello praticabile. Il problema è di efficacia rispetto alla posta in gioco. Dobbiamo confrontarci su questo, perché che sia violento non violento conta quanta forza ha rispetto all’efficacia.
Intervento. Non ho letto nulla però ascoltando il dibattito faccio una riflessione. Ho l’impressione che di fronte alla passività totale, alla rinuncia non solo delle donne ma anche degli uomini rispetto alla posta in gioco della politica c’è l’addomesticamento e un ignorare del tutto quello che è la posta in gioco e il conflitto in oggetto. Se non riusciamo a vedere quali sono i nostri nemici è perché forse la violenza del potere, dell’economia e della politica ha addormentato le coscienze. Ricominciare da dove ci siamo addormentate e riprendere. Perché anche la non violenza non ha oggi il modo per rendersi visibile a meno che non ci siano le cose clamorose che passano attraverso voi.
Lia Cigarini. [Non si sente]
Silvia Neonato. Noi siamo state un movimento antagonista molto forte. Io negli ultimi due anni ho frequentato le ragazze di Snoq di Genova. Quello che mi colpiva era l’estrema moderazione. La non violenza è una cosa seria e spesso molto violenta contro se stessa. Le Pussy si stanno facendo due anni di carcere. Le Madres argentine sono spesso incarcerate, strattonate, ferite, uccise. Io credo che ci vuole un enorme coraggio. La ragazza che guarda la scena di violenza nel libro di Luisa ha paura, un sentimento di noi umani. Intendo dire che la cosa più difficile nella vita è trovare il coraggio per esercitare la forza sia individualmente che politicamente e su questo sono molto d’accordo su quello che ha detto Lia, è un momento in cui noi non siamo particolarmente efficaci…
Bia Sarasini. Non mi piace fare una discussione di etichette. (Tra l’altro, in questo senso abbiamo orientato la discussione sul non parlare di pace, la pace è un’altra cosa.) La violenza nasce dal conflitto. L’efficacia e il contesto sono fondamentali, siamo in un momento in cui le soggettività non hanno la forza di trovare obiettivi, di andare ai tavoli principali. Capita alle donne e ma non solo. Capita di non avere parole, di essere ridotte all’impotenza. È la realtà. L’implosione dei partiti, delle forze politiche, lo stesso Grillo agisce in questo spazio. La riflessione di Lia mi trova d’accordo. Credo che la non violenza sia una scelta, credo che la pratica non violenta permetta di agire nei conflitti, non li nasconde, non li cancella, non pacifica non mette in armonia. Tutto il ragionamento sul patto e contratto sociale e il monopolio della forza da parte dei maschi mi interessa moltissimo, la trovo una parte molto ricca.
La scelta di non volere fare del male a un altro è una scelta, la vedo come una speranza che non sia una scelta… Questo non comporta il giudizio, quando è in gioco la vita ognuno fa quello che può fare e sa fare. Paradossalmente penso che le pratiche non violente siano delle scelte simboliche…
Scegliere mettere in gioco il proprio corpo… Se le Pussy avessero scelto in un certo modo la loro performance diventava spettacolo… quindi è una disponibilità al sacrificio personale.
Lia Cigarini. Viene citato Mandela: Mandela è riuscito facendo politica. Se non avesse avuto questa inventiva politica sarebbero scoppiati degli atti violenti. Quindi la violenza nasce quando non c’è la possibilità di fare altro. Credo che Mandela sia l’unico che abbia fatto una grande politica negli ultimi trent’anni. Quello che è successo all’Aquila è che i dirigenti non hanno fatto azioni politiche e forse il sasso doveva essere lanciato perché non c’era proprio politica.
Bia Sarasini. Stiamo parlando di politica e di azione politica. Le azioni politiche possono sfociare in forme aperte. Ma dall’invenzione si alimentano anche le pratiche.
Luisa Muraro. Sembra che diciate che le Pussy Riot abbiano scelto la non violenza. Hanno scelto di fare politica in quel modo lì, le Madres in un altro modo. Tu dicevi che la non violenza è violenza efficace. No, è la politica che è efficace.
Bia Sarasini. Sto parlando della forma politica della non violenza che è efficace.
Luisa Muraro. La forma politica esplicitamente della non violenza va tematizzata perché non si può fare che le Pussy Riot o le Madres siano esempi di forme politiche non violente…
Bia Sarasini. C’è chi ritiene che dobbiamo usare la violenza, spaccare le vetrine perché solo così diventiamo soggetti attivi… Ma si può essere attivi usando altre forme politiche.
Luisa Muraro. Dipende dai contesti. Bisogna fare politica. La politica dei grandi movimenti no global… quando quelli di Seattle hanno deciso di metterci la violenza hanno preparato il disastro di Genova perché la violenza l’hanno usata quegli altri che la violenza la sanno usare meglio. Quindi quelli di Seattle hanno sbagliato la scelta politica, non hanno sbagliato perché hanno usato la violenza.
Bia Sarasini. Erano predisposti alla violenza.
Luisa Muraro. Genova era una trappola, era la più grande manifestazione pacifica… Le Pussy Riot hanno attuato una strategia per colpire il bersaglio.
[Fine registrazione]
di Laura Minguzzi [i]
Nel gruppo di storia vivente, che ora si è ampliato, abbiamo affrontato i nodi irrisolti che ci ostacolavano nell’affermazione del nostro desiderio. Noi vogliamo essere al centro della storia. Acquisita la consapevolezza che libertà femminile è in primis libertà di chi la storia la scrive e la narra e che il nostro cambiamento entra nella narrazione della storia, ci siamo poste il problema di far diventare parola pubblica la nostra consapevolezza. Il nodo è la presa di parola pubblica. Come giocare il nostro sapere sulla storia? Siamo un gruppo con relazioni molto intense e abbiamo un sapere che desideriamo mettere in gioco.
Come sono arrivata alla consapevolezza che, nell’alveo de La Voce del silenzio di Martinengo, la ripresa della mia storia personale, che per me riguardava lo scavo intorno agli effetti inconsci della morte traumatica di mia madre, mi avrebbe dato forza ed energia per ripensare alla storia d’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta dal mio punto di vista?
L’originalità della nostra pratica è che ognuna pesca dentro di sé. Un partire da sé ma non pensare solo a sé. In questo modo ho potuto maturare la consapevolezza della necessità della stanza separata del simbolico (di tessitura di relazioni di qualità, come la chiama Ina Pretorius), per creare un simbolico femminile sulla storia, dove noi ritorniamo con la memoria al passato e ciò lo rende vivo. Qui è importante la presa di parola di ognuna, l’oralità e l’ascolto reciproco. Anche se non si tratta di autocoscienza perché questa ripresa nel ricordo fa vedere davvero ciò che è accaduto. E’ un ritorno che dà gioia, non solo sofferenza. Le altre fanno da specchio e da limite. Riprendiamo sempre i temi della riunione precedente, filtrati, di nuovo interpretati collettivamente. Un avanti e indietro che riflette anche il nostro differente concetto di tempo. Le altre creano la distanza, fanno da mediazione, fra chi racconta e il presente, la contingenza: il tempo/spazio del presente, fra il mio racconto e il mondo. Questo procedere infonde forza e dà a tutte un guadagno simbolico, riconoscibile in altre situazioni dove ognuna di noi lavora, vive o è impegnata politicamente.
Come dice Luisa Muraro e come anche noi abbiamo verificato, “l’assenza delle donne dalla storia non è, infatti, nella contingenza, dove sono molto presenti, ma si verifica nel passaggio dall’accadimento alla storicità, cioè in seconda battuta, nel momento della rappresentazione storica, nella selezione delle cose che vale la pena di tramandare.”[ii]
La ripresa è il vero inizio. Il taglio della differenza nasce lì. Occorre indagare come avviene la cancellazione. Le storiche sono in una buona posizione per guidare l’indagine. Perciò noi lanciamo una scommessa a noi stesse e alle storiche di professione: tagliare il discorso storico con la nostra differenza.
Si tratta di una sfida da assumere a livello personale.
Un corpo a corpo con la storia, ma fatto collettivamente. Tagliare di traverso l’ordine del discorso: a questo serve la pratica. Aprire un polemos con la storia neutra, oggettiva e con la storia di genere.
La pratica della storia vivente è una figura dello scambio che dà forza nell’arena pubblica, per avere voce autorevole ed essere ascoltate nella nostra battaglia simbolica per iscrivere la differenza sessuale nella storicità. Per non stare incollate al contesto, al fare, ma pensare, produrre parole, risignificare i fatti che accadono e che sono accaduti.
Ci serve nella negoziazione dei significati e dei punti di vista. Come accennavo prima, io ho raccontato il passaggio traumatico dell’Italia degli anni Cinquanta da un’economia essenzialmente agricola alle tappe forzate dell’industrializzazione a partire dalla mia storia famigliare, dagli avvenimenti tragici della mia famiglia, ed è venuta alla luce tutta un’altra storia da quella ufficiale, oggettiva. Quella è la storia del potere, non è la mia storia, la storia di tutti: donne e uomini.
Per riscattare la presenza femminile dalla povertà del materiale documentario esistente occorrono invenzioni creative, di linguaggio, di immaginazione e una scommessa personale appunto. Infatti la storia vivente dialoga con quello che storia non è. “Abbiamo fatto di noi stesse, del nostro corpo, dei documenti viventi”, come dice Marirì Martinengo.[iii]
A questo proposito Milagros Rivera usa la parola “cammino” e non parla di paradigma. Cammino fa pensare all’esperienza, alla singolarità delle vite invece paradigma a schemi generali, modelli prefissati. “Il paradigma lega il reale al suo possibile e impedisce di legare il reale al mio possibile.”[iv]
Io personalmente ho fatto della mia vita un pellegrinaggio, un cammino per realizzare il mio desiderio di libertà. Sono partita dalla campagna ravennate e ho vissuto in cinque città (Ravenna, Venezia, Bologna, Parma ed ora Milano).
La lente di lettura del cammino per interpretare la vita di una donna l’ho ritrovata anche nella ricerca storica sull’ autorità femminile nel Medioevo, condotta con Marirì Martinengo e il nostro gruppo e culminata nel libro Libere di esistere. Ho narrato la vita della badessa Eufrosina come un cammino non triste, mettendo appunto in primo piano la sua scelta soggettiva. La parola cammino dà l’idea della unicità di una vita.
E dato che la libertà femminile fa parte dell’impensato e dell’imprevisto, è sempre impregnata di soggettività, di singolarità e non ama essere rinchiusa in gabbie, schemi, obiettivi e linee progressive e continue. Procede per salti e percorsi a zig zig, insegue il tempo kairòs, dell’occasione, del momento opportuno, il tempo e lo spazio delle circostanze, dei contesti, mai il tempo cronos, oggettivo, lineare, prevedibile, astratto… Le donne amano le schivate, non sono mai dove si pensa di trovarle, il desiderio è imprevedibile e imprendibile. E la scrittura della storia vivente conduce a una storia impensata.
[i] Master alla Mag di Verona “ I segni dei tempi dentro e fuori di noi” Marzo 2012
[ii] Intervento dal titolo “La differenza come taglio simbolico nella ricerca storica, suoi limiti e sue possibilità” al III Seminario de AEIHM (Asociacion Espanola de Investigacion en Historia de las Mujeres) di Madrid. 25 sett. 2009.
[iii] Marirì Martinengo, La voce del silenzio, Memoria e storia di Maria Massone, donna “sottratta”. Ricordi, immagini, documenti, ECIG, Genova 2005. (p.90)
[iv] Intervento dal titolo “La storia vivente” al III seminario de AEIHM di Madrid. Sett.2009, pubblicato in Duoda n°40, 2011, rivista di Studi della differenza sessuale dell’Università di Barcellona.
Marirì Martinengo
L’incontro di Paestum (5-7 ottobre 2012) ha rappresentato per me la conferma della validità della pratica politica che esercitiamo nel gruppo di storia vivente.
Io mi sono interessata alla storia, ormai da molti anni, a partire dal mio desiderio, provenivo però dalla politica non facevo parte dell’accademia e l’essere considerata storica è stato un lento, faticato, conteso guadagno, un risultato di acquisizione abbastanza recente.
Nella mia ricerca non ho mai abbandonato le mie radici politiche che si avviluppano e si sviluppano di pari passo con la passione per le figure e le vicende soprattutto del passato. Per cui appare chiaro come io abbia accolto con gioia la meta di Paestum, scorgendovi un connubio ideale, un’appagante completezza.
La scelta da parte di noi femministe di ritrovarci a Paestum è molto significativa: la polis, splendida testimonianza di una storia millenaria e incrocio anticamente di scambi culturali e di attività politica fra cittadini nelle diverse epoche, ha rinnovato la sua vocazione da quando, è divenuta dal 1976, anno del nostro primo incontro, luogo evocativo di intreccio fra la nostra storia e la nostra politica.
Anche la pratica della storia vivente è un inscindibile intreccio fra storia e politica, fra storia vivente e politica delle donne.
Mi spiego: il nostro obiettivo primario è certamente quello di arrivare a una visione e conseguente successiva trascrizione femminile di una storia a partire da sé, dal profondo di sé, ma nello stesso tempo portiamo avanti la politica delle donne.
La pratica della storia vivente consiste nello scavo, in relazione con le altre, dei nodi irrisolti che giacciono dentro ciascuna, privi di lettura e di interpretazione; durante gli incontri mensili ognuna racconta di sé alle altre, tratta di un problema che la riguarda in prima persona e che, per il solo fatto di sgorgare in modo spontaneo, viene avvertito come urgente; ognuna si esprime liberamente senza timore di giudizi, manifesta pensieri, esperienze emotive, ricordi sovente mai detti, a volte sconosciuti alla stessa che li tira fuori. Lo sforzo suo e delle altre che ascoltano è di contestualizzare il racconto, inserirlo nel tempo, storicizzarlo. Sono convinta che la ricerca storica condotta in questo modo e con questi obiettivi è già politica, ma si tratta di una politica mediata, non sempre giocabile qui e ora: che facessimo politica delle donne, prima della conferma di Paestum, mi appariva chiaro solo in parte. Viceversa la mia tensione verso la storia, verso una lettura e scrittura femminili della storia, mi portava a mettere in secondo piano, quasi in ombra, il procedimento che si veniva realizzando, all’interno del gruppo, cioè la manifestazione della soggettività di ciascuna nella sua singolarità ineguagliabile. La mia partecipazione all’incontro di Paestum ha definitivamente fugato ogni dubbio: ora sono convinta che la politicità della nostra pratica è duplice
Paestum è stata una palestra dove liberamente si sono giocate le soggettività delle numerosissime presenti (vedi a questo proposito Luisa Muraro, Paestum commentata dall’excoordinatrice del gruppo n.9, in Via Dogana, n.103, dicembre 2012, p. 7); lo spettacolo entusiasmante offerto dalla plenaria dell’Hotel Ariston, la mattina del 6 ottobre, mi ha portato a riflettere sulla somiglianza ad uno dei due aspetti della nostra pratica di storia vivente.
Questa pratica punta a fare storia a partire da sé, dalla propria soggettività, che esprimendosi manifesta la propria singolarità, che risulta rafforzata (anche se non è questo il fine primario della pratica). Pratica che consiste in questo: dire di sé in pubblico, tenendo in contatto il sé profondo con quello delle altre; mettere in gioco la propria consapevolezza, la sapienza acquisita dal confronto con le altre, il luogo da cui si proviene e da cui si parla; tutto questo in un luogo altro, di fronte a un pubblico diverso, ciascuna cambiata, per cambiare il mondo.
Nell’invito a Paestum, Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria la sfida femminista al cuore della politica denuncia e sottolinea il fallimento della rappresentanza e della democrazia quale le conosciamo.
In esso vi si dice “La scelta di Paestum non è casuale nasce dalla necessità di articolare soggettività e racconti nei contesti in cui si vive e agisce ”. E prosegue “viviamo una crisi della rappresentanza “ le sue istituzioni elettive sono depotenziate e deteriorate” sono sotto gli occhi di tutti i limiti della rappresentanza infatti “perché una persona possa orientarsi deve avere un’immagine di sé, di quello che desidera e di quello che le capita”.
“Il femminismo, che conosciamo, ha sempre lavorato perché ciascuna, nello scambio con le altre, si potesse fare un’idea di sé, un’autorappresentazione, che è la condizione minima per la libertà”; Invece la democrazia corrente ha sovrapposto la rappresentanza a gruppi sociali visti come un tutto omogeneo. “La via che noi abbiamo aperto con le nostre pratiche può diventare generale , che la gente si ritrovi e parli di sé nello scambio con le altre fino a trovare la propria singolarità è la condizione oggi necessaria per ripensare la democrazia”.
La pratica della storia vivente ha da sempre dato, come sua caratteristica fondante e intrinseca, libertà alla soggettività di esprimersi, di mostrare la sua originalità inconfondibile in relazione con le altre; essa – vera agente storica – connette passato e presente, fa tesoro dell’esperienza dell’antica autocoscienza , inserendosi a pieno titolo nella tradizione femminista e, insieme, in piena consapevolezza, apre a al pensare e al progettare odierno.
di Marina Salacrist
Care amiche,
oggi non ci sarò all’incontro che pure mi interessa, ma voglio dirvi che anche qui sulla politica fin da dopo Paestum stiamo impegnandoci in un confronto con un gruppo di amiche, tra cui due che lavorano nelle istituzioni, utilizzando molto il vostro e altri siti, nonché le tre ultime pubblicazioni di Diotima e di Muraro. In particolare l’intervento di Muraro a Pordenone mi è risuonato chiaro ed efficace. Grazie per il lavoro di messa in rete, il che permette di restare in contatto anche a grande distanza.
Molto più che nell’orgia preelettorale, ora vengono al pettine molti dei nodi messi in luce dal pensiero delle donne, ma che loro non volevano riconoscere: la crisi profonda della rappresentanza, la sordità delle forze politiche a un reale cambiamento di sguardo, la necessità per loro di interrogarsi a fondo. Chissà se saranno capaci di farlo, nella confusione e nella contraddizione in cui stanno.
Ora dobbiamo essere capaci noi di far sentire la nostra lettura, poiché mi pare che la sinistra non abbia le parole per dire fino in fondo dove sbaglia, e Grillo e i grillini siano molto masculini generis, manchino pericolosamente di uno sguardo femminile, relazionale, pur dicendo molte verità, come ha rimarcato al grande capo quella giovane “candida” gelataia.
È ancor più il momento di lavorare per far sentire quale altro mondo è possibile, o no?
Un caro saluto e un ringraziamento