di Adriana Sbrogiò
Ho letto il “Messaggio con richiesta di aiuto….” e mi pare molto buono. Credo sia molto importante continuare nello sviluppo della comunicazione utilizzando i mezzi della tecnologia per cui, anche se non si è là fisicamente, si può comunque ascoltarvi e vedervi. Posso farvi sentire la mia presenza, magari con un sms o una mail, e poi prendere appunti ed interpellare qualcuna di voi.
Personalmente ho avuto passione per la tecnologia fin dagli anni ’50 quando scrivevo i libri contabili con il pennino e l’inchiostro e siamo passati alle scritture con il ricalco per poi, in seguito, utilizzare le primissime macchine a manovella per fare i calcoli. Il mio direttore generale svizzero (anni ’60 – ho lavorato 20 anni con gli svizzeri) ) ha preteso, poi, che imparassi ad utilizzare le nuove calcolatrici elettroniche con la mano sinistra, così mi restava libera la destra per riportare i calcoli in tempo reale, senza staccare mai la penna dalle schede della contabilità. (Ho imparato molto e bene a lavorare con gli svizzeri). E così avanti, avanti fino all’attualità. La macchina per scrivere è stata, per me, un importante strumento di lavoro fin dall’inizio e ora mi piace tanto il PC e tutto quello che ne consegue. Anche se non sono brava ad imparare come una volta. E quando penso che sto diventando vecchia e che non servirà più tanto che io prenda treni o altro per esservi accanto, mi viene un moto di gioia perché vedrò andare avanti la nostra politica anche se sono distante fisicamente. E sicuramente mi sentirò meno sola e quando desidero potrò intervenire. Evviva il web.
Intanto vi auguro Buona Pasqua e ci risentiamo più avanti per definire i tempi del nostro incontro a Spinea. Se vi fa piacere ci risentiamo anche per telefono.
Un abbraccio con stima e affetto
Adriana Sbrogiò
Roma, incontro delle Città Vicine
Intervento di Antonella Cunico, Femminile plurale
L’appello che invita all’incontro delle Città Vicine risuona in modo significativo a Vicenza, città del Palladio, città d’arte, ma anche, come voi amiche sapete, città militare.
È di ieri l’annuncio, nel “Giornale di Vicenza”, della prossima apertura della base alla città, evento previsto per il 4 maggio, denominato open day, con tono celebrativo, come si trattasse dell’inaugurazione di una grande opera per la città. Se ne parla come della “più costosa opera pubblica mai realizzata a Vicenza”. Evidentemente il dato più impressionante consiste nella profusione di dollari, 500 milioni. E ancora si insiste sul numero degli italiani che lavoreranno all’interno della base, novecento fra ingegneri, cuochi, meccanici, pompieri, ragionieri, interpreti. Più in là si dice, come se fosse irrilevante, che da quando Bush e Berlusconi si accordarono affinché l’area del Dal Molin fosse ceduta all’esercito americano la situazione è completamente cambiata; che negli ultimi anni il Pentagono ha riorganizzato le forze militari stanziate in Europa riducendole da 150.000 a 50.000 unità.
Non se ne deduce che quindi la costruzione è sovradimensionata rispetto al numero delle persone che dovrà accogliere. Il giornalista sembra descrivere con ammirazione il complesso, una città nella città, cinquemila persone, un intero quartiere: le foto inquadrano la prospettiva geometrica del palazzo che ospita il quartier generale, l’articolo stesso si apre con l’affermazione che “dal quinto piano del silos numero due si gode una vista seconda solo alla terrazza della basilica palladiana”.
L’imponenza degli edifici occulta la devastazione inflitta al territorio: nonostante si vedano, oltre il reticolato, gli acquitrini che le ultime piogge hanno provocato, nonostante in questi giorni ci sia un via vai di tecnici che compiono misurazioni, il colonnello Buckingham sostiene che non c’è stato impatto sul sistema di drenaggio. Tuttavia non risponde alle domande che riguardano lo stoccaggio di armi e munizioni, gli scarichi abusivi e soprattutto lo stato della falda. Dopo la palificazione si sono verificati fenomeni che sembrerebbero confermare l’ipotesi di un’alterazione dell’equilibrio idrogeologico della zona: quartieri che storicamente non furono mai a rischio di alluvione da due anni vengono allagati a seguito delle normali piogge stagionali. Evidentemente il livello della falda si è alzato.
Eppure la città sembra non voler prendere atto dello scempio, non protesta più, la gente tende a volgere lo sguardo da un’altra parte e reagisce con fastidio alle iniziative volte a richiamare l’attenzione sul problema. Certo, il presidio permanente esiste ancora, ma non è più permanente, è per lo più desolatamente deserto. Ancora si mobilitano i diversi gruppi che compongono il movimento No Dal Molin, ma non riescono ad aggregare numeri significativi di cittadini e cittadine. La maggior parte delle persone tende a rimuovere la questione, il movimento sembra entrato in una crisi irreversibile.
Incontrando le donne della Città Felice a Catania nel maggio scorso osservavo che sarebbe stata necessaria una fase di riflessione per ripartire, che sarebbe stato necessario effettuare un bilancio. Questa parola, “bilancio”, con la sua allusione economica alle entrate e alle uscite con il significato etimologico di strumento per misurare il corpo, invita alla ricerca di un nuovo equilibrio. C’è infatti sempre nel bilancio un equilibrio fra costi e ricavi, entrate e uscite: la differenza non è un vuoto, ha sempre un nome che la definisce e la quantifica ed è quel nome, avanzo o disavanzo che indica la direzione per immaginare il futuro.
A Vicenza si potrà ripartire, dicevo, dopo che si sarà sgomberato il campo dai detriti, dai corpi morti che rimangono dopo la tempesta, come si faceva un tempo in montagna, in campagna dopo una brutta stagione: con pratiche di riparazione, con la messa a punto di nuovi strumenti, con la ricerca di un nuovo equilibrio.
Noi donne di femminileplurale già dal 2009 abbiamo cercato di operare uno spostamento, di non connotare la lotta sulla contrapposizione alla costruzione della base: pur mantenendo intatto l’antimilitarismo e la nonviolenza, abbiamo cercato di convogliare energie e pensiero per immaginare un’altra città. Luisa Muraro diceva infatti, in tempi in cui la costruzione non era ancora iniziata: Non agitatevi davanti a quello che non potete impedire, non fatevi misurare da quello che non dipende da voi, custodite lo spirito dell’impresa, con la certezza che le parole di pace e l’esempio di una pratica politica civile e aperta, continueranno a lavorare nella società intorno a voi, irrobustitevi nelle difficoltà, voi sapete ridere e sorridere, ebbene, continuate, in mezzo alle burrasche che si annunciano.
Di fronte alla crisi abbiamo così cercato innanzi tutto di consolidare noi stesse, di trovare una nostra misura attraverso la riflessione sul pensiero di donne che consideriamo maestre. Abbiamo cercato di promuovere il pensiero della forza e di costruire raccordi con altre donne, in città e fuori.
Nel frattempo la base è stata costruita, Vicenza ha subito un’alluvione catastrofica, il movimento è entrato nella fase della regressione, qualcuno lo considera morto. Ma non è così.
Abbiamo osservato le modalità con cui tutti i gruppi hanno attraversato la crisi: alcuni esasperando la conflittualità interna, altri con pratiche volte alla rielaborazione del lutto, scegliendo di stare in presenza del negativo, sperimentandone le pratiche di trasformazione.
Le donne in Rete per la pace, alle quali si deve la ricostruzione per immagini del percorso del movimento, hanno riflettuto sull’importanza del fare memoria e hanno raccolto le immagini più significative del percorso, dal 2006 al 2013, commentandone le tappe. Le immagini che ne sono uscite, hanno detto, “stupiscono per la quantità, la varietà e ricchezza di tanti momenti comuni, di intrecci tra le realtà diverse che testimoniano”. Pur nella differenza delle posizioni, nei momenti cruciali siamo state e stati tutti insieme. E da qui bisogna ripartire.
Le donne di cui sto parlando si definiscono “sopravvissute per l’onore del nostro popolo sommerso” (e attribuiscono al termine sommerso sia un significato metaforico, sia una condizione reale, quella che abbiamo patito con l’alluvione). Vogliono continuare, nonostante tutto, a denunciare la situazione abnorme di Vicenza, che con le sue otto installazioni militari statunitensi ed europee è attualmente la città più militarizzata d’Europa.
Noi ne condividiamo la posizione. Anche noi, come loro, abbiamo sentito la necessità di guardare al nostro interno, di ripensare le relazioni fra donne (a partire dal Diario di Carla Lonzi), e le pratiche politiche in atto in Italia e in altri Paesi dove donne e uomini si sono messi in gioco determinando il cambiamento, con un lungo lavoro di documentazione sulle Primavere arabe. Per certi aspetti abbiamo lavorato con le stesse finalità, la resistenza, loro sul versante delle pratiche del negativo, noi sul versante delle pratiche della forza. In comune, oltre alla consapevolezza decisiva del valore della nostra differenza, abbiamo la consapevolezza di essere una minoranza.
Riporto un passo da loro citato: Una minoranza deve enunciare una posizione ben definita sul problema in questione e rimanervi saldamente fedele opponendosi per tutto il tempo alle pressioni esercitate dalla maggioranza. L’unica risorsa che ha a disposizione per affermare la propria posizione è quella di darsi uno “stile di comportamento” coerente e unanime, capace di attrarre interesse e stima dall’esterno: ciò significa che da un punto di vista diacronico il comportamento deve essere ripetuto in modo sistematico e non contraddittorio e da un punto di vista sincronico la minoranza deve essere compatta nell’espressione della propria posizione (Serge Moscovici, Social influence and Social change, 1976).
Noi ci sentiamo a Vicenza una minoranza attiva, sia nel nostro modo di intendere il femminismo, sia come parte del movimento antimilitarista.
Come le donne in Rete e come altri soggetti del movimento sappiamo che oggi è importante continuare a mantenere alta l’opposizione alla città militare, mostrare coerenza nell’assunzione di una pratica politica, la nonviolenza, e resistere serenamente all’indifferenza, alla pressione, all’ostilità che di volta in volta potranno manifestarsi, mantenendo la nostra indipendenza di giudizio e di pensiero. È necessario un lavoro continuo per arginare il disordine del quotidiano e per vigilare anche nella cura “ordinaria” della nostra città.
Abbiamo cercato di apprendere nuovi modi di immaginare gli spazi, in questo ci è stato utile il confronto con le amiche della Città Felice, con le Vicine di casa, la discussione del loro lavoro Architetture del desiderio (Liguori 2011). Dovremo ripartire da qui, riprendendo il confronto e la condivisione con le donne dei gruppi che operano in città, consolidando la relazione con i gruppi di donne che altrove lavorano mettendo al centro l’amore per la loro città, la riflessione sull’esperienza. Anche oggi siamo qui per incontrare altre realtà, per confrontarci, per apprendere altre modalità di essere cittadine attive, per conoscere le soluzioni individuate per risolvere problemi comuni.
Come le donne nostre simili vogliamo “tessere relazioni per imparare modi diversi e nuovi di agire, scambiare informazioni e pratiche, sostenerci a vicenda, dare eco più vasta a movimenti dai mezzi limitati e privi della visibilità nei media. Costruire a poco a poco un sistema di alleanze e una cultura di partecipazione diffusa per riprendere in carico la responsabilità di curare i nostri territori”.
A partire da noi e dal quotidiano desideriamo misurarci con la realtà, condividere esperienze, lavorare affinché nel tempo si renda possibile la trasformazione, per una città diversa, di cui continuiamo a intravvedere i segni. Per poter divenire, serve il coraggio di sognare ad occhi aperti e non lasciarsi immobilizzare dal cemento armato del principio di realtà. Per poter divenire, bisogna essere in molte e non sentirsi sole. Portare avanti il progetto di costruzione di una rete simbolica tra donne e altri soggetti nomadi (Rosy Braidotti).
Convegno delle Città Vicine “Ci prendiamo la città”, Roma 23 marzo 2013, Sala convegni Carla Lonzi, Casa internazionale delle donne. Parte introduttiva con interventi di: Anna Di Salvo, Katia Ricci, Franca Fortunato, Mirella Clausi, Bianca Bottero, Alessandra De Perini, Laura Minguzzi. Video di Fabio Patanè.
Note sul convegno di Roma, di Bianca Bottero, Anna Di Salvo – Le Città Vicine: “Ci prendiamo la città”
“Ci prendiamo la città”, Roma 23 marzo 2013. Seconda parte. Interventi di: Letizia Paolozzi, Sandra Bonfiglioli, Maria Luisa Gizzio, Nadia Nappo, Francesca Koch, Antonella Cunico (prima parte). Video di Fabio Patanè.
“Ci prendiamo la città”, Roma 23 marzo 2013. Terza parte. Interventi di: Antonella Cunico (seconda parte), Pinuccia Barbieri, Giusi Milazzo, Loredana Aldegheri, Maria Mosca, Nunzia Scandurra, Daria Ferrari, Rosetta Santaluce, Sara Bartolini, Maria Castiglioni, Alessandra Casarini. Video di Fabio Patanè.
Note sul convegno di Roma, di Bianca Bottero, Anna Di Salvo – Le Città Vicine: “Ci prendiamo la città”
“Ci prendiamo la città”, Roma 23 marzo 2013. Quarta parte. Interventi di: Luciana Talozzi, Chiara Belingardi, Laura Verga, Luana Zanella, Letizia Montalbano, Silvia Marastoni. Video di Fabio Patanè.
Note sul convegno di Roma, di Bianca Bottero, Anna Di Salvo – Le Città Vicine: “Ci prendiamo la città”
di Mira Furlani
Certamente Francesco non sarà un Papa curiale. Nel suo primo saluto alla folla presente in San Pietro si è rivolto a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, non ha parlato di credenti e non credenti, vecchia espressione di una cultura neutra maschile che proprio la pratica politica delle donne ha messo in crisi. Anche il nome Francesco è di buon auspicio, così come il suo linguaggio, per nulla “semplice”, bensì fortemente programmatico.
Tuttavia accanto alla positività di una scelta latinoamericana, il nuovo Papa mi ha subito fatto ricordare un luogo e una data molto importanti per tutte le comunità cristiane di base. La data è quella dell’agosto 1968, il luogo è Medellin in Colombia. Lì ebbe luogo la prima Assemblea generale dell’episcopato latinoamericano che si confrontava sugli impulsi di rinnovamento scaturiti dal concilio Vaticano II. Tale Assemblea sancì l’atto di nascita della teologia della liberazione.
La scelta qualificante di Medellin fu anzitutto l’opzione per i poveri in quanto primi destinatari del vangelo. In seguito, dal punto di vista pastorale, si moltiplicarono le comunità ecclesiali di base, come chiesa in cui i cristiani stessi, anche in assenza del sacerdote, leggevano la Bibbia, appropriandosi della Parola per viverla in spirito comunitario.
Mi risulta che il cardinale Jorge Mario Bergoglio non abbia mai appoggiato la teologia della liberazione. Egli faceva parte di quella chiesa argentina in posizione di “guerra santa contro il comunismo e i governi di sinistra”. Lo confermano anche i suoi rapporti con la giunta militare degli anni ’70. Le Madres de Plaza de Mayo hanno già rilasciato delle dichiarazioni in proposito, basta guardare il loro sito e leggerle.
Jorge Mario Bergoglio è stato anche il vero oppositore all’attuale Presidente dell’Argentina, la quale lo ha accusato della responsabilità nella sparizione di due religiosi durante gli anni della dittatura militare del 1976/1983. I due religiosi avevano fatto la scelta di vivere nelle favelas “una povertà radicale” in linea con la teologia della liberazione, linea malvista da Bergoglio che la giudicava un “fatto politico”. Questo giudizio è stato ed è tuttora condiviso anche da Ratzinger. Di conseguenza, quando si parla di povertà, nella Chiesa ci sono due visioni: quella portata avanti da Oscar Arnulfo Romero e dai gesuiti dell’Università cattolica di San Salvador, uccisi per la loro coerenza verso le intuizioni coraggiose dei teologi e le teologhe della liberazione; c’è poi la povertà cosiddetta più “spirituale”, cioè quella abbracciata dall’attuale Papa Francesco. Personalmente mi pare che nel Vangelo di Gesù non si faccia distinzione fra povertà come fatto politico e povertà come fatto spirituale. Gli uomini cambiano, speriamo in bene.
In ogni caso l’avvento di questo pontificato ribalta la geografia eurocentrica della Chiesa, questo fatto costituisce senz’altro una svolta storica, a mio avviso una svolta non senza grandi problematiche, molte delle quali le comunità cristiane di base italiane già conoscono.
di Luisa Muraro
L’uomo che è stato eletto vescovo di Roma e porta un nome che sembra un re di Francia, viene da un paese, l’Argentina, e da un tempo, gli anni Settanta del secolo scorso, che furono funestati da una feroce dittatura anticomunista. Tutte e tutti gli abitanti di quel paese ne portano inevitabilmente i segni, anche lui. Lui, personalmente, era avverso al comunismo e questa circostanza, che nessuno può imputargli come una colpa, ha avuto delle conseguenze sul suo comportamento che alcuni gli imputano come errori e colpe.
L’uomo che è stato eletto vescovo di Roma è un uomo di sesso maschile, educato in una Chiesa ancora patriarcale e in una cultura prevalentemente sessista. La sua storia personale parla di alcune qualità cristiane, ma sul punto cui sono sensibili le femministe, purtroppo finora non c’è niente da segnalare che lo faccia risaltare in positivo. In ciò, il grande santo di cui J. M. Bergoglio ha preso il nome, forse che era molto diverso? No: povero e umile, sì, ma a Chiara d’Assisi impose la reclusione monacale, contro il progetto di lei che era di andare in giro con le sue compagne a mendicare e insegnare.
Queste mie parole vorrebbero essere di aiuto a trovare una giusta misura dei sentimenti verso il nuovo papa. La misura è personale, secondo le scelte e le esperienze, ma cerchiamo di decantare le emozioni indotte dalla televisione così come le ostilità precostituite, per fare posto a un presente migliore anche per lui, se possibile. Senza scambiare i riflettori per lumi di lassù. (l.m.)
di Silvia Baratella e Giulia Ghirardini
Dopo aver letto il discorso pronunciato da F.D. Roosevelt all’atto del suo primo insediamento come presidente degli Stati Uniti d’America, il 4 marzo 1933, dopo la grande crisi del 1929, ci siamo interrogate su come la politica affronta oggi la grande crisi del 2008. L’abbiamo perciò confrontato con il discorso di insediamento di Mario Monti il 17 novembre 2011.
Siamo consce che si tratta di crisi profondamente diverse, a parte il fatto che entrambe sono esplose a partire dalla borsa degli Stati Uniti, a seguito di “bolle” finanziarie. Siamo consce anche che, in definitiva, dalla crisi del 1929 Roosevelt è uscito con la II guerra mondiale più che con il New Deal. Eppure abbiamo pensato che ragionare sullo scarto di approccio politico tra questi due personaggi possa esserci d’aiuto per ragionare sull’attuale crisi non tanto dell’economia, quanto della politica.
Nei due discorsi prevalgono le figure della conoscenza e della verità seguiti dalle figure del dovere. In entrambi si esplicitano conoscenza e verità sulla crisi e sono presenti i provvedimenti da adottare. Roosevelt individua le responsabilità della crisi negli speculatori e negli incapaci, valorizza le risorse, la forza e la storia del popolo americano; è certo sulle politiche da adottare e sui poteri straordinari cui ricorrere in caso di emergenza. Ma non dice nulla sui modi di produzione, sul profitto, sulle discriminazioni verso i più poveri, sulla delinquenza organizzata, argomenti correlati allora come ora al sistema di produzione capitalistico. Evita di parlarne e lo stesso fa Monti che ha però almeno un’attenuante: il suo è un mandato limitato, deve evitare il rischio di fallimento dell’Italia e ottenere il voto delle Camere di cui fanno parte le forze politiche che non hanno affrontato la crisi, in qualche caso l’hanno anzi negata.
Roosevelt si rivolge ai cittadini, fa appello alla storia, alla Costituzione, ai valori, alla forza e alla responsabilità del popolo americano che l’ha ascoltato durante una vivace campagna elettorale. Il suo è il discorso di un vincitore. Chiamato dal Presidente della Repubblica, senza ricorso alle urne, Monti esplicita le proposte e le intenzioni del governo che presiederà, sapendo che molti provvedimenti richiederanno i voti di una maggioranza che potrebbe mancare. Monti promette sacrifici che saranno poi più pesanti per i redditi medio-bassi, ma con il suo governo passeranno tasse sulle transazioni e i patrimoni finanziari. Prima non era mai accaduto.
Roosevelt parla negli USA degli anni ’30, quando il capitalismo era in espansione, con nuovi grandi mercati da conquistare. C’erano molte più prospettive di ripresa.
Monti lo fa nell’Italia (e nella Ue) dell’inizio del XXI secolo, con mercati mondiali sempre più saturi e una globalizzazione pervasiva, in cui la “crescita” invocata è sempre meno credibile e, semmai, comincia a diventare inquietante per il consumo che comporta di risorse non rinnovabili.
Anche così, fa una certa impressione accostare Roosevelt che parla delle preoccupazioni quotidiane dei cittadini americani con Monti che si preoccupa solo delle esigenze degli investitori internazionali. Lavoro, beni comuni, produzione di beni di prima necessità dovrebbero far parte del programma anche di un governo di crisi.
Roosevelt parla di rilanciare l’agricoltura e di prevenire i pignoramenti di case e fattorie, e soprattutto di «far tornare la gente a lavorare», anche attraverso un piano di assunzioni pubbliche. Monti invece non parla dei problemi sociali, se non in relazione alle ricadute che hanno sulla spesa pubblica che vuol ridurre, e come priorità di governo non ha il lavoro, ma il pareggio di bilancio. Normale, forse, per un rappresentante del mondo della finanza. Ma non per un governo. E in una democrazia rappresentativa, il governo dovrebbe essere eletto.
Quello che sconcerta è che la politica si sia invece ritirata e abbia messo il governo in mano alla finanza, concedendole di fatto sia l’impunità per la crisi che ha causato, sia la possibilità di continuare ad agire per i propri interessi.
C’è un altro aspetto che ci ha colpito nei due discorsi.
Roosevelt parla solo agli uomini. Monti invece recepisce l’esistenza delle donne. Riesce a scorgere persino le poche presenti fra i banchi for men only del Senato, e del resto affiderà tre ministeri importanti a tre donne autorevoli. Però nel suo discorso nomina donne e giovani solo definendoli «le due grandi risorse sprecate del nostro Paese», dimostrando di aver superato la cecità maschile alla differenza sessuale, ma non gli stereotipi sullo svantaggio femminile.
Se Monti tenta di fare i conti con le donne è perché in questi ottant’anni hanno preso parola a partire da sé, hanno costruito relazioni, hanno portato il loro desiderio nella sfera pubblica. Oggi primeggiano negli studi, lavorano, fanno politica, trasformano il mondo con la loro presenza.
La politica degli uomini, il loro modello economico e il loro modello di governo sono in crisi.
La democrazia rappresentativa nasce da una mediazione fra uomini, filtrata da regole e istituzioni che loro si sono dati nel corso della storia. Zoppa fin dalla nascita perché prevede un solo sesso, è stata tuttavia una delle forme più alte della politica maschile, perché è quella che meno ha ostacolato la libertà di uomini e donne.
Roosevelt è vissuto in un periodo critico: il mondo stava correndo dalla crisi del 1929 verso la II guerra mondiale. Ma il patriarcato godeva ancora di un credito che oggi non ha più. Lui è stato un’espressione di quella politica quando era ancora legittimata. Oggi non lo è più e corre verso il precipizio.
Nuove forme della politica dovranno affermarle altri soggetti: donne e uomini capaci di partire dalla materia viva delle loro relazioni, della quotidianità anche materiale, dei conflitti, capaci di passare dai diritti e dalla rappresentanza a pratiche di libertà.
“Mie care, provo a convincere le contrarie o le incerte della bontà anzi dell’eccellenza di dirette video degli incontri in Libreria. Non di tutti! Il cielo ce ne scampi! Ma di quelli, per esempio le presentazioni di VD, che renderebbero possibile a chi non vive a Milano di approfondire la riflessione sul numero insieme a voi. Per me che partecipo al L e M di Lecce – (Lecce e Milano, significa l’acronimo, è il seminario permanente di riflessione su VD) – aver seguito la diretta di sabato 9 è stato meraviglioso. Ho preso appunti, ho ragionato e capito come se fossi stata là.
Avevo detto a Lia – che dopo la prima diretta m’aveva spiegato le proprie peraltro comprensibili e ragionevoli obiezioni, la principale essendo quella di mantenere un luogo di discussione non contaminato dalle variabili emotive e comunicative che una diretta video potrebbe comportare – due cose. Uno: che a me non era parso, ascoltando la riunione della candidata rosa, che le parlanti e le ascoltanti che vedevo fossero diverse da come le conosco quindi il rischio di cambiamenti non lo vedevo, per il momento. E due che una eventuale mediazione potrebbe essere una password di accesso.
Sinceramente non credo che masse di donne curiose e cattive si sintonizzerebbero sullo streaming in questione, ma eventualmente una password aiuterebbe.
Se non siamo masse, siamo e saremmo però numerose con una curiosità buona e una bontà politica. E vedo infatti che altre donne da varie città esprimono in Facebook il proprio dispiacere per la contrarietà di alcune.
Chiedo in ginocchio che si continui a discuterne, e per ora scusandomi della lungaggine e certa d’essermi fatta intendere vi abbraccio.
Fiorella Cagnoni”
“Spett.le Libreria delle Donne di Milano
Ho partecipato al fecondo dibattito sui video nel sito della Libreria.
Sono molto interessata a che siano mantenuti almeno quelli sui numeri della rivista Via Dogana. E’ utilissimo poter compartecipare a distanza alla riflessioni del Cenacolo di via Calvi 29.
Buone cose e grazie per l’attenzione.
Loredana Aldegheri
Verona, marzo 2013″
“Care amiche della libreria delle donne di Milano.
Ho molto apprezzato il video sull’incontro che si è tenuto sabato scorso sull’articolo di Via Dogana, ” Un Sì e tre no”. Per me che vivo a Livorno il video è stato un evento importante tanto più che la parola delle donne o , se vogliamo, la nostra politica, è costantemente offuscata e resa invisibile dalla luce accecante della scena mediatica. Che le nostre idee circolino è un’ottima cosa. Sono d’accordo sulla lettera alle nuove elette e sulla sfida da portare nel cuore stesso delle istituzioni, della politica.
Un caro saluto
Giuliana Giulietti”
“Carissime curatrici del sito della libreria, complimenti per la chiarezza e la gradevolezza del nuovo sito. Inoltre, grazie al video che avete inserito, ho potuto partecipare dalla mia sedia a rotelle alla presentazione del nuovo numero della rivista. Una bella novità.
Mi avete ricaricato e fatto compagnia in una delle tante giornate di isolamento forzato.
Spero di conoscervi di persona in libreria dopo aver messo in soffitta la mia sedia a rotelle.
Buon lavoro.
Clara Bianchi”
ASSOCIAZIONE APRITI CIELO
Presenta:
DOPPIO GIOCO
Francesca Gagliardi e Andrea Mazzacavallo
a cura di Alessandra Piolotto
con intervento di Francesca Contini
Inaugurazione
Venerdì 22 Marzo dalle ore 19.00
22 marzo – 13 aprile 2013
DOPPIO GIOCO nasce dall’idea di lavorare sul concetto linguistico del doppio, che richiede la disponibilità all’imprevisto, a seguire un percorso verso l’idea di una mobilità di pensiero. E’ l’esercizio del dubbio e la messa in discussione del pregiudizio, il tutto attraverso lo specifico lavoro di due artisti che hanno in comune l’ironia e il gioco, utilizzando il linguaggio visivo pittorico e plastico di Francesca Gagliardi, quello performativo, musicale e di scrittura delle narrazioni di Andrea Mazzacavallo.
Fare un lavoro sul doppio significa destrutturare dei pensieri cristallizzati, innescare un gioco virtuoso e potenzialmente infinito. Questo processo conduce alla molteplicità di significati, all’accettazione di uno scarto semantico all’interno di un’archivio di accezioni. La realtà è molteplice e proteiforme. E’ qui che la comicità svolge un ruolo sottile, si basa spesso sul doppio, su un meccanismo che permette di svelare, smascherare e di rovesciare la realtà.
Per Francesca Gagliardi quando il simbolo oltrepassa la sua dimensione, invadendo materiali, contesti e colori che lo svuotano persino della sua stessa funzionalità, non può che manifestarsi in tutta la sua potenza tragicomica, col più disarmante dei sorrisi.
Sensibilità e rigore d’indagine hanno trovato in lei la giusta armonia per esprimere una lettura sarcastica delle forme nella duplice accezione di arma di seduzione – arma di difesa dei rossetti-pallottole.
Andrea Mazzacavallo ci introduce nel regno della Sorpresa. Un “viaggio comico-economico per stare bene” fitto di racconti, brani musicali, idee originali che danzano giocose sulla fune dell’ironia.
Lo spettacolo “Ticket” nasce dall’esigenza di mescolare la canzone, nelle sue variegate forme stilistiche, con il linguaggio della comicità e del racconto. Si tratta di uno show divertente, di un recital in cui il pianoforte e la chitarra si alternano alla recitazione per dar vita ad una sorta di “microfilm”.
Alesssandra Piolotto
Apriti Cielo – Via Spallanzani 6 – 20129 Milano
e-mail: info@apriti-cielo.it
orario: dal lunedì al sabato dalle ore 16,00 alle ore 20,00
la terza settimana su appuntamento : mob. +39 349-8682453
FRANCESCA GAGLIARDI
vive e lavora ad Ameno. Nel 2000 si diploma in Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Brera
Tra le mostre: nel 2012 partecipa alla collettiva Icubarte a Valencia, Artista invita Artista (centro d’arte Villa Eugeni,a Valencia, 2011), Gallery Artist & Guests (Michele Balmelli Gallery, Lugano, 2011); Gallery Collection vol.1 (galleria41artecontemporanea,Torino, 2010) Lapizlabioli (palazzina Ciani, Lugano, 2009) con un testo di Fernando Arrabal; Blues de mon rouge à lèvres, (galleria Alexandre Mottier, Ginevra, 2007), Je m’oublie oblie-moi (Galleria 41 artecontemporanea, Torino, 2007); partecipa al manifesto dalla natura itinerante ‘Ospite Inatteso’, scritto da Alessandra Piolotto, nato da una strategia alternativa dell’abitare. Con partenza ad Ameno (2010), poi Torino (2010) e Buenos Aires (2011).
La ricerca dell’artista Francesca Gagliardi parte dal disegno e segue un percorso che dall’incisione la porta alla scultura, utilizzando la cera, il bronzo e la ceramica.
ANDREA MAZZACAVALLO
comincia all’età di 9 anni i suoi studi musicali, prima sul pianoforte e poi sul canto. Nel 1995 vince il Premio dedicato a Demetrio Stratos Cantare la voce. Nel 2000 pubblica il suo primo album con il quale partecipa a Sanremo 2000 con al canzone Nord-Est classificandosi ultimo. Due mesi dopo si laurea in Storia e Filosofia con una tesi dal titolo Gioco di simulazione e conoscenza umana presso l’Università di Bologna. Nel 2002 pubblica un secondo album intitolato Low-fi relativo ad una produzione di teatro comico. Nel 2003 partecipa al festival della musica uzbeka a Taskent. Dal 2000 svolge l’attività di insegnante di sperimentazione vocale e pianoforte a Bologna, alternandosi come autore di colonne sonore per teatro, televisione e cinema. Nel 2006 vince il Leoncino d’oro alla Biennale teatro di Venezia con la colonna sonora dello spettacolo di Carlo Gozzi Il Corvo. Nel 2007 tiene un seminario sulla Musica e vocalità nella Commedia dell’arte presso L’Università coreana di Seoul. Lo stesso anno firma la colonna sonora dello spettacolo scritto da Tiziano Scarpa L’ultima casa che vince il premio Chi è di scena alla Biennale di Venezia. Nel 2008 realizza la musica dello spettacolo di circo-teatro Cirk per la regia dell’olandese Ted Keijser. Nel dicembre del 2009 firma la regia i testi e la musica di otto cortometraggi per il Premio Nazionale del Lavoro in onda su Rai 1. Nel 2010 pubblica il suo primo testo letterario “Ticket” da cui è tratto l’omonimo spettacolo teatrale.
“Carissime curatrici del sito della libreria, complimenti per la chiarezza e la gradevolezza del nuovo sito. Inoltre, grazie al video che avete inserito, ho potuto partecipare dalla mia sedia a rotelle alla presentazione del nuovo numero della rivista. Una bella novità.
Mi avete ricaricato e fatto compagnia in una delle tante giornate di isolamento forzato.
Spero di conoscervi di persona in libreria dopo aver messo in soffitta la mia sedia a rotelle.
Buon lavoro.
Clara Bianchi”
“Care amiche della libreria delle donne di Milano.
Ho molto apprezzato il video sull’incontro che si è tenuto sabato scorso sull’articolo di Via Dogana, ” Un Sì e tre no”. Per me che vivo a Livorno il video è stato un evento importante tanto più che la parola delle donne o , se vogliamo, la nostra politica, è costantemente offuscata e resa invisibile dalla luce accecante della scena mediatica. Che le nostre idee circolino è un’ottima cosa. Sono d’accordo sulla lettera alle nuove elette e sulla sfida da portare nel cuore stesso delle istituzioni, della politica.
Un caro saluto
Giuliana Giulietti”
“Spett.le Libreria delle Donne di Milano
Ho partecipato al fecondo dibattito sui video nel sito della Libreria.
Sono molto interessata a che siano mantenuti almeno quelli sui numeri della rivista Via Dogana. E’ utilissimo poter compartecipare a distanza alla riflessioni del Cenacolo di via Calvi 29.
Buone cose e grazie per l’attenzione.
Loredana Aldegheri
Verona, marzo 2013″
“Mie care, provo a convincere le contrarie o le incerte della bontà anzi dell’eccellenza di dirette video degli incontri in Libreria. Non di tutti! Il cielo ce ne scampi! Ma di quelli, per esempio le presentazioni di VD, che renderebbero possibile a chi non vive a Milano di approfondire la riflessione sul numero insieme a voi. Per me che partecipo al L e M di Lecce – (Lecce e Milano, significa l’acronimo, è il seminario permanente di riflessione su VD) – aver seguito la diretta di sabato 9 è stato meraviglioso. Ho preso appunti, ho ragionato e capito come se fossi stata là.
Avevo detto a Lia – che dopo la prima diretta m’aveva spiegato le proprie peraltro comprensibili e ragionevoli obiezioni, la principale essendo quella di mantenere un luogo di discussione non contaminato dalle variabili emotive e comunicative che una diretta video potrebbe comportare – due cose. Uno: che a me non era parso, ascoltando la riunione della candidata rosa, che le parlanti e le ascoltanti che vedevo fossero diverse da come le conosco quindi il rischio di cambiamenti non lo vedevo, per il momento. E due che una eventuale mediazione potrebbe essere una password di accesso.
Sinceramente non credo che masse di donne curiose e cattive si sintonizzerebbero sullo streaming in questione, ma eventualmente una password aiuterebbe.
Se non siamo masse, siamo e saremmo però numerose con una curiosità buona e una bontà politica. E vedo infatti che altre donne da varie città esprimono in Facebook il proprio dispiacere per la contrarietà di alcune.
Chiedo in ginocchio che si continui a discuterne, e per ora scusandomi della lungaggine e certa d’essermi fatta intendere vi abbraccio.
Fiorella Cagnoni”
Gli iracheni rassegnati ci dicevano: che la guerra cominci purché finisca. Purtroppo è iniziata ma non è ancora finita.
Ero a Baghdad da più di un mese. Avevo manifestato con gli iracheni il 15 febbraio 2003 mentre tutti i pacifisti del mondo si mobilitavano contro la guerra in Iraq. Ricordate la seconda potenza mondiale? Così l’aveva definita il New York Times. Una potenza che non era riuscita ad evitare la guerra. La sconfitta che è costata cara al movimento pacifista. Ero arrivata a Baghdad con un visto di dieci giorni insieme a una delegazione di Un ponte per… , ma il mio obiettivo era quello di rimanere, cercando tutti i modi per farlo. Non era stato facile, ma alla fine ci ero riuscita e il 19 marzo ero ancora lì, anzi dopo molti spostamenti ero riuscita ad avere una stanza al mitico hotel Rashid. Ma in vista dell’ultimatum – scadeva alle 4.15 del 20 marzo – la maggior parte dei giornalisti si era spostata sull’altra riva del Tigri, più sicura. Una psicosi collettiva aveva creato il fuggi fuggi alla ricerca del luogo più sicuro. Il Rashid poteva essere un obiettivo da colpire per i suoi bunker e poi si trovava in mezzo ai ministeri che sicuramente sarebbero stati colpiti. Ma un gruppetto di “irriducibili” – quattro italiani, io compresa, due franco-libanesi, otto spagnoli e un fotografo giapponese – era rimasto a presidiare l’albergo, con l’illusione che così gli americani non avrebbero potuto occuparlo.
L’hotel costruito dagli svedesi aveva una struttura solida, l’avremmo verificato nei giorni successivi quando i bombardamenti incendiavano tutti gli edifici che ci circondavano e lo spostamento d’aria faceva arrotondare le vetrate della sala da pranzo che però non si spezzavano.
Gli inservienti dell’hotel ci erano grati per essere rimasti con loro, l’attesa era spasmodica, la musica classica di sottofondo lasciava presagire il peggio, l’unico segno di vita erano i telefoni che continuavano a squillare. Da ogni parte del mondo volevano sapere cosa stava succedendo, come si viveva l’attesa, e si rivolgevano all’hotel dei giornalisti, dove di giornalisti ne erano rimasti ben pochi e soprattutto non sapevamo nulla di quello che stava succedendo. La rete Internet era stata interrotta.
Avevamo passato la notte – una notte rischiarata dalla luna – bivaccando nella hall, era inutile scendere nei bunker: la guerra non era ancora cominciata e poi volevamo vedere come sarebbe iniziata. La luna stava scomparendo alla luce dell’alba, ci eravamo convinti che con il chiaro non potevano iniziare i bombardamenti, quando i telefoni hanno cominciato a suonare all’impazzata. La notizia arriva durante una intervista con una tv australiana: gli F16 sono partiti, la guerra di Bush è cominciata. Non volevamo crederci, stavamo per cedere alla stanchezza quando l’ululare lugubre e inconfondibile delle sirene annunciava l’allarme.
Alle 5.34 missili Tomahawk e una bomba antibunker da una tonnellata colpivano la caserma al Rashid a Zafrania. Iniziava così una guerra che ancora continua. Sono passati dieci anni, l’operazione Iraqi freedom ha lasciato sul terreno centinaia di migliaia di vittime, le immagini terribili delle torture nel carcere di Abu Ghraib, gli effetti tremendi (morti, malformazioni, malattie, tumori) dell’uso di armi chimiche sulla popolazione di Falluja, mentre ancora si manifestavano gli effetti dell’uso di uranio impoverito della prima guerra del Golfo (1991). L’invasione e l’occupazione guidata dagli americani ha scatenato una divisione tra le varie componenti etnico-religiose dalle conseguenze incalcolabili, che continuano ad alimentare i massacri quotidiani. Gli americani (preceduti dagli altri contingenti) si sono ritirati nel 2011 ma sono rimasti migliaia di mercenari.
Un dittatore è stato cacciato – o sarebbe meglio dire che la vendetta si è consumata secondo un copione degno di un film dell’orrore – ma un altro lo ha sostituito: Nouri al Maliki viene chiamato il «nuovo dittatore». Il potere sciita si è sostituito a quello sunnita, ma come accadeva prima è solo una parte della comunità a godere dei privilegi. I metodi sono quelli di sempre: repressione, violazione dei diritti, censura sulla stampa e soprattutto corruzione. Le discriminazioni tra le varie componenti della società irachena mantengono una forte tensione soprattutto nelle zone a popolazione mista e ricche di petrolio come Kirkuk. Il petrolio alimenta anche lo scontro tra il governo autonomo kurdo e quello centrale.
Nonostante tutti i problemi – sicurezza, disoccupazione, etc. – la popolazione si è ripresa la vita. I giovani hanno anche tentato una rivolta sull’onda della primavera araba, ma la repressione l’ha stroncata.
Il paese subisce un forte controllo iraniano, il regime sciita di Baghdad rappresenta infatti l’anello di congiunzione tra Tehran e Damasco, finché al potere ci sarà Assad. Il crollo del regime alauita (e il passaggio del potere ai sunniti) farebbe saltare l’equilibrio della regione con forti ripercussioni sull’Iraq.
presso ATELIER GIORGI
via Belfiore 5H, Torino
a cura di NOI 8.3
Le serate del 19 marzo e 16 aprile prevedono la presentazione di
artiste che in qualche modo si sono confrontate, su suggerimento di
NOI 8.3, con la lettura del Manifesto di Rivolta Femminile.* Durante
gli incontri, oltre a presentare il loro lavoro, le artiste
racconteranno al pubblico le loro opere e la loro esperienza con le
tematiche proposte da NOI 8.3.
*Il Manifesto di Rivolta femminile del 1970 è l’atto costitutivo del
gruppo omonimo. Scritto da Carla Lonzi con Carla Accardi e Elvira
Banotti, il “manifesto” contiene in nuce tutti gli argomenti d’analisi
che il femminismo avrebbe fatto propri: l’attestazione e l’orgoglio
della differenza contro la rivendicazione dell’uguaglianza, il rifiuto
della complementarietà delle donne in qualsiasi ambito della vita, la
critica verso l’istituto del matrimonio, il riconoscimento del lavoro
delle donne come lavoro produttivo e non ultimo la centralità del
corpo e la rivendicazione di una sessualità autonoma svincolata dalle
richieste maschili.
PROGRAMMA
19 MARZO
ORE 21
francesca arri (video) / manuela macco (performance)
ORE 22
Incontro/dibattito con le artiste
16 APRILE
ORE 21
valentina murabito (fotografia) / erika fortunato/linda rigotti (performance)
ORE 22
Incontro/dibattito con le artiste
presso ATELIER GIORGI
via Belfiore 5H, Torino
INGRESSO a OFFERTA LIBERA per sostenere le iniziative di NOI 8.3
GRADITA PRENOTAZIONE POSTI LIMITATI
Info e prenotazioni: noiottopuntotre@yahoo.it
338.58.10.572
n o i 8 . 3
Mes concitoyennes, ne serait-il pas temps qu’il se fît aussi parmi
nous une révolution? Les femmes seront-elles toujours isolées les unes
des autres, et ne feront-elles jamais corps avec la société, que pour
médire de leur sexe, et faire pitié à l’autre?
[Olympe de Gouges, 1788]
di Luisa Muraro
Non occorre essere cattolici per ammirare quei signori vestiti di rosso che recentemente a Roma hanno eletto il papa. Conoscono il potere e molti di loro lo amano, ma quando viene il momento sanno che l’autorità vale di più: si sono confrontati tra loro ma non hanno eletto il più competitivo, hanno preferito uno che sapeva perdere e gli hanno dato l’autorità necessaria.
Non confondere l’autorità con il potere è una lezione preziosa. Purtroppo, però, viene da un pulpito che non ci dà il buon esempio: sono tutti ed esclusivamente uomini, cioè portatori di un’autorità patriarcale, tipica di una civiltà che sta franando.
La lezione che l’autorità vale in sé e più del potere, resta valida. Il Parlamento italiano, oh miracolo, l’ha subito imparata e applicata eleggendo alla presidenza della Camera e del Senato due brave e stimate persone. Anzi, ha fatto di più: ha portato la lezione all’altezza dei tempi che cambiano, eleggendo una donna, Laura Boldrini, alla presidenza della Camera. Papa Roncalli avrebbe parlato di aggiornamento, una parola bonaria, secondo il suo stile, che ne sostituiva una più giusta ma spinosa per i cattolici: riforma.
Intendiamoci bene, uomini politici e uomini di chiesa! Cooptare qualche donna non è la risposta, si tratta in primo luogo di voi e delle vostre costruzioni mentali e storiche, che sono da riformare. Donne dentro alla macchina dei poteri forti o meno forti, non fanno un grande cambiamento. Quello di cui ha bisogno il governo del mondo è che ci sia, visibile e riconosciuta, autorità femminile. Ne ha bisogno anche la religione.
di Paola Patuelli
Ieri mattina Laura non immaginava, per niente, quello che sarebbe accaduto dopo poche ore.
Una apertura improvvisa, di quelle che piacevano a Hannah Arendt.
Immagino che abbia steso la nota in pochi minuti.
Un discorso splendido. Si sente che sgorga con facilità, perché c’è, dietro, la sua vita.
Almeno per un giorno, consentitemi di essere felice.
