di Giovanna Locatelli
«La situazione in Egitto sta degenerando», incalza Doaa El Adl, nota fumettista del quotidiano nazionale Al-Masry Al-Youm. Nelle sue vignette satiriche racconta i mali dalla società egiziana, senza esclusioni di sorta: dalla violenza domestica contro le donne alle molestie sessuali per strada; dall’infibulazione ai matrimoni con le minorenni. Temi sociali e politici.
È molto critica nei confronti degli islamisti al potere. «Prima la mia satira prendeva di mira Mubarak e l’eredità culturale che ci ha lasciato. Poi ho seguito da vicino il periodo di transizione (e non mi è piaciuto): le mie vignette hanno raccontato il Consiglio Supremo delle Forze Armate e trattato sia la Dichiarazione Costituzionale che il referendum. Oggigiorno mi occupo di Fratelli Musulmani e salafiti. E mi stanno molto a cuore i diritti delle donne che sono andati peggiorando: gli islamisti egiziani sono molto simili come mentalità ai talebani, soprattutto i salafiti. D’altronde fanno parte della stessa scuola chiamata ‘Wahabi’. Questo è un dato di fatto», esclama senza mezzi termini Doaa El Adl.
Doaa è l’unica donna fumettista in un paese dominato, specie nel suo settore, dagli uomini. «Alcuni giornalisti mi hanno aiutato nella mia carriera come per esempio Ibrahim Eissa, direttore di Tahrir News. Lui mi ha dato la possibilità di pubblicare i primi lavori. Poi ci sono colleghi, con una lunga esperienza alle spalle, che mi hanno trasmesso delle dritte importanti. Questi certamente sono esempi positivi. Ma non mancano ricordi negativi: soprattutto all’inizio, sia i lettori che i colleghi maschi mi guardavano in modo strano – e mi criticavano – solo perché sono una donna. Qui la cultura maschilista è dominante. Ma alla fine i miei disegni sono piaciuti al grande pubblico: questa è l’unica cosa che conta veramente».
Doaa è stata accusata di blasfemia ai tempi del referendum sulla Costituzione per un fumetto che ritraeva Adamo, Eva e un manifestante. Quest’ultimo, rivolgendosi ai primi due, dice: ‘se aveste detto sì al referendum, Dio non vi avrebbe cacciato dal paradiso’. «Mi è venuta l’idea perché ai tempi del referendum gli islamisti andavano in giro dicendo: ‘se voti sì andrai in paradiso, se voti no andrai all’inferno’», racconta la disegnatrice. Poi si ferma, sorseggia del tè e spiega: «I musulmani considerano Adamo un profeta e non vogliono che sia ritratto in un fumetto satirico. La cosa che fa riflettere, però, è che ad avere perorato la causa contro di me è stato il ‘Centro nazionale per la libertà’, un’organizzazione creata ad hoc dagli islamisti per controllare l’operato dei giornalisti, degli scrittori e degli intellettuali egiziani! Il centro fa l’opposto di quello che il suo nome lascia intendere», conclude Doaa accennando un sorriso amaro.
Poi mostra le sue vignette, sparse su un grande tavolo nel suo ufficio. Molte ritraggono le ingiustizie che gli egiziani hanno subito negli ultimi mesi: il carcere solo per aver espresso la propria opinione (contro il regime); i tribunali militari per i civili; gli arresti nei confronti dei bambini; anche i temi che riguardano i copti, minoranza bistrattata. «I copti spesso sono costretti dalla polizia a lasciare la propria casa (e quartiere) se sono soggetti ad attriti con altri cittadini, musulmani. È una prassi ingiusta ma molto diffusa. Poi, vedi, io sono musulmana, ma le donne che raffiguro nei mie fumetti non portano mai il velo: voglio rappresentare tutte le egiziane, musulmane e non».
Le sta molto a cuore il problema delle molestie sessuali durante le manifestazioni: «Penso che paghino criminali, per lo più adolescenti, per attaccare le donne a Tahrir. Un modo questo per dissuaderle a partecipare alla vita pubblica del Paese. Ma lo fanno anche per distorcere l’immagine della piazza, simbolo della rivoluzione di due anni fa». Tra i suoi fumetti ce n’è uno che ha fatto molto scalpore per la sua durezza visiva e concettuale: riguarda l’infibulazione, ancora oggi piaga della società egiziana. «È sempre stata praticata: sia prima che dopo la rivoluzione. Con la differenza che prima era considerata un crimine; oggi invece molti islamisti continuano a eseguirla senza che qualcuno si opponga veramente».
Doaa ha le idee molto chiare: pensa che la crisi sia solo all’inizio e non potrà che peggiorare. «Uno dei temi principali che tratto è la cattiva amministrazione del Paese da parte dei Fratelli Musulmani. Partendo da questo macrotema, ne derivano altri più specifici, come ad esempio: la mancanza di gasolio, i tagli alla corrente elettrica; il Sinai che è diventato il covo dei musulmani estremisti e l’insufficienza di pane per tutti gli egiziani. Gli spunti mi vengono dalla sofferenza quotidiana che il mio popolo sta affrontando, giorno dopo giorno».
È molto scettica e disillusa rispetto al futuro, scuote la testa, e afferma: «Se la politica non cambia, questo regime non durerà a lungo. Per due motivi. Innanzitutto è cambiato l’atteggiamento degli egiziani: la gente ora protesta e dice apertamente quello che non va bene. Secondo, la pressione sui cittadini sta diventando gradualmente sempre più forte. Presto esploderanno».
Ma è altrettanto certa che questo sia il momento migliore per fare satira in Egitto. «Forse corriamo più rischi, ma i nostri disegni fanno riflettere e continuerò su questa strada». Ci tiene, infine, a esprimere la sua solidarietà al popolare conduttore e comico Bassem Youssef, implicato recentemente in indagini giudiziarie per ‘minacce alla pubblica sicurezza’ e per aver insultato Morsi e la religione islamica. «Hanno preso di punta Bassem per azzittire tutti quelli che hanno idee diverse dai Fratelli Musulmani. Vogliono impaurire la gente ed evitare che il regime venga criticato apertamente. Poi sono meschini: lo fanno anche per soldi. Bassem ha dovuto pagare un’ingente somma di denaro per farsi rilasciare. Ma non ce la faranno a censurarci. E di certo non fermeranno la mia penna», tuona la fumettista.
di Maria Novella De Luca
Montalto di Castro sei anni fa, esattamente in questi giorni, in questa stessa pineta che si affaccia sul mare e dove di notte nessuno sente e nessuno vede. Forse era già primavera, mentre oggi il cielo è incerto: la stuprarono in otto, per tre infinite ore, M. aveva 15 anni, gli altri, il branco, poco di più. «Mi hanno preso la vita e rubato il futuro, ho sperato ogni giorno di avere giustizia, ma se avessi saputo che finiva così non li avrei mai denunciati. Ora sono stanca, non ho più la forza di combattere», racconta oggi M.
L’hanno chiamato lo “stupro di Montalto di Castro”, dal nome di quel paese tra Lazio e Toscana che ha continuato testardamente a difendere i suoi “bravi ragazzi”, che nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile del 2007 abusarono selvaggiamente di M., Maria, un nome che non è il suo ma le assomiglia. Oggi dopo sei anni e due processi, quella ferocia di gruppo è diventata il paradigma di quanto in Italia la violenza sessuale resti di fatto ancora impunita.
E le vittime relegate nell’ombra di vite spezzate. «Aveva la minigonna», fu l’incredibile capo d’accusa del paese schierato in piazza davanti alle telecamere di Canale 5 per insultare Maria, che aveva la media del 9 a scuola, e quella sera di marzo aveva accettato dalla sua amica del cuore l’invito a una festa in una discoteca di Montalto di Castro. Qualcuno poi l’aveva convinta a uscire dal locale, per prendere un po’ d’aria nella pineta, gli altri erano sbucati dal buio. Il resto è incubo, vergogna, paura, l’avevano lasciata lì pesta, sanguinante, con le calze rotte. Per quindici giorni Maria si tiene il segreto, poi in lacrime racconta tutto al preside del liceo di Tarquinia che allora frequentava, e che l’aveva convocata per capire perché quell’allieva così brillante non facesse altro che piangere in classe. Sei anni e due processi dopo, nonostante la richiesta di 4 anni di carcere avanzata dal Pubblico ministero, e pur riconoscendo che il racconto di Maria è del tutto veritiero, il 26 marzo scorso il tribunale per i minori di Roma ha deciso per la seconda volta di affidare i colpevoli – alcuni lavorano, altri sono diventati padri, mai nessuno ha chiesto scusa a Maria – ai servizi sociali.
Sospendendo così ancora una volta il processo. E allora bisogna salire su una strada ripida alle porte di Tarquinia, trenta chilometri da Montalto di Castro, attraversare un ballatoio rigoglioso di fiori curati, e sedersi accanto ad Agata, la madre di Maria, 59 anni, quattro figli, Salvatore, Gianluca, Cinzia e Maria, gemelle, emigrata qui dalla Sicilia 23 anni fa, un marito camionista, lei stiratrice in lavanderia.
E c’è tutto il dolore di una madre nei grandi occhi azzurri di Agata, un pudore violato, «per farla visitare la portai dalla ginecologa che l’aveva fatta nascere, ma alle cinque del mattino, per non incontrare nessuno». Nel salotto che odora di pulito, con le foto in cornice e i buoni mobili di famiglia, Agata racconta. «Quello che hanno fatto a Maria lo sento ogni giorno sulla mia pelle, sono ferite aperte, era poco più che una bambina, oggi vive quasi nascosta, a casa di un’amica dove fa la baby sitter, ha smesso di andare a scuola, è l’ombra della bella ragazza che era, ha paura del buio, da quella notte maledetta non ha mai più messo una gonna, e in tutti questi anni nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiace, mio figlio ha sbagliato. Anzi, durante le udienze i ragazzi ridevano».
Ci avevano già provato i giudici, nel 2009, a recuperare gli otto del branco, alla fine rei confessi, difesi da buoni avvocati e con famiglie abbienti alle spalle. Addirittura il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, ancora oggi iscritto al Pd, contro ogni procedura aveva prelevato dalle casse comunali 40mila euro per difendere i violentatori. Una “messa in prova” fallita, durante la quale uno degli otto era stato addirittura arrestato per stalking contro la fidanzata, tanto che la Corte di Cassazione aveva revocato quel provvedimento, imponendo un nuovo processo di primo grado.
Continuerebbe a combattere Agata, vorrebbe impugnare quella “messa in prova” che non ha reso giustizia a sua figlia. Insieme a lei, da sempre, un’altra donna tenace, Daniela Bizzarri, ex consigliera delle Pari Opportunità di Viterbo. Una solidarietà che diventa amicizia.
«L’affidamento ai servizi sociali di questi ragazzi, oggi tutti maggiorenni, si è già rivelato un fallimento la prima volta. Perché riproporlo e far passare il concetto che lo stupro è un delitto minore? Così passa il messaggio dell’impunità». E basta affacciarsi in uno dei tanti chioschi semiaperti sul litorale di Montalto, per capire perché Agata e Maria si sentano sole. «C’avete rotto i co…, è stata una ragazzata, e se l’hanno fatto vuol dire che lei li incoraggiava. Lasciateci vivere».
Agata liscia con gesto di sempre la tovaglia inamidata sul tavolo. «Quelli vanno in giro, sono liberi, li vedi nei bar, si sono sposati. Maria ha perso venti chili, è dovuta andare via, a lei chi restituirà il futuro? Per questo vorrei ancora avere giustizia». Ma è Maria invece che come tante altre donne vittime di stupro, ha deciso di ritirarsi. Delusa. Stanca. «Non posso sostenere un nuovo processo – sussurra – a ogni udienza sto male, vomito, ricominciare daccapo, vedere le loro facce… Li dovevano condannare, ma mi basta che i giudici mi abbiano creduto, che io sono una ragazza perbene. Ora cerco soltanto un po’ di pace».
Giancarla Codrignani
Non si sa perché gli uomini riescono a incespicare nell’incontro con
noi, anche quando ci vogliono bene. A Napolitano, un gentiluomo che
finalmente dice “ministra” con la desinenza in -a, gli viene in mente
che i “saggi” sono solo uomini. Il Papa, che fin qui ha detto parole e
compiuto gesti affettuosi per tutti, è entrato, inavvertitamente,
nella sostanza di contestate richieste “di genere” proprio pensando a
noi, che abbiamo visto per prime il Risorto (mentre i maschi stavano
chiusi in casa per evitare la polizia e Pietro continuava a piangere
per aver rinnegato tre volte il suo Signore). Quindi, dice Papa
Francesco, siamo “migliori” e, infatti, siamo “madri” (ed era il
momento buono per ricordare alcune “madres” del suo paese, quelle di
plaza de mayo). Un complimento o una svolta?
Le donne, in genere, si fidano un po’ meno delle parole maschili e
incominciano a chiedere che i fatti corrispondano: non sappiamo che
cosa farà Papa Francesco, dopo questo periodo di entusiasmi suoi e di
tutti. Per quello che ci riguarda vorremmo che chiamasse qualche
teologa americana della Federazione delle religiose cattoliche messa
sotto inchiesta per “femminismo” e qualche biblista che riesaminasse
con lui le ragioni che hanno attribuito agli evangelisti l’invenzione
del primato di Pietro, dal momento che Gesù aveva affidato l’annuncio
(“va e annuncia ai fratelli…”) a una donna. E che predisponesse una
campagna di evangelizzazione dei maschi…. Come uomo Gesù non
ammetteva la violenza del patriarcato contro le donne nemmeno nel
pensiero e chiedeva a tutti – a partire da quella famiglia che non
viene mai menzionata nei Vangeli – la responsabilità.
di María-Milagros Rivera Garretas
Rosa Rossi (Canossa, 1928 – Roma, 4 febbraio 2013)
De Rosa Rossi recuerdo que tenía el don de la sensibilidad. Con la sensibilidad detenía la barbarie, como un hada que levantara un poquito una varita mágica. Detenía la barbarie de los prejuicios y del rigor académicos, de las ideologías y de las prisas. Estaba en la universidad como hispanista (erudita y grandísima), y parecía una mística; era marxista, y escribió sobre santa Teresa de Jesús y sobre san Juan de la Cruz los mejores ensayos que conozco; empezaba una conferencia llena de gente expectante, y se tomaba su tiempo con cualquier cosa, casi sin decir nada, como quien sostiene al descuido una flor o un vaso, hasta que los ojos y los oídos se fijaban sonrientes. Por eso, todavía hoy (o especialmente hoy, no sé) hay que prepararse para leerla con el primer movimiento de los ritos de paso: la separación.
Como pasa con la mística femenina, su escritura no ha notado el paso del tiempo. De sus ensayos, mi favorito sigue siendo el libro Teresa d’Avila. Biografia di una scrittrice (1983, 2ª edición ampliada 1993), premio Donna Città di Roma, dedicado a Ida Magli (en italiano) y a Giulia Adinolfi (en la traducción española, de 1984), un libro tan querido que se vendía en los kioskos de periódicos en España en 1995. Esta biografía cambió definitivamente las claves de lectura de la vida y de la obra de Teresa de Jesús, que pasó de ser una mujer grande pero lejana por lo incomprensible a ser una fuente de inspiración de hombres y mujeres, incluso jóvenes feministas, como ya había ocurrido en el siglo XVI, siglo en el que también había escritoras feministas, como la novelista castellana Beatriz Bernal, autora de libros de caballería como los que leían Teresa y su madre Beatriz de Ahumada.
El secreto de Rosa Rossi fue el seguir las fuentes históricas con sencillez para, sin perderlas de vista, ir descubriendo los flujos de la conciencia de Teresa hasta conseguir trasladarlos literal y alegóricamente a la escritura de su biografía. Esto quiere decir que Rosa Rossi se situó a cada paso en el contexto de la información que Teresa pudo tener, prescindiendo de los conocimientos que se tienen cuando se mira desde el presente y se sabe cómo acabó la historia. Teresa vivió siempre perseguida, siempre con el riesgo de ser detenida y condenada por el tribunal de la Inquisición de Castilla; escribir sabiendo que al final sería canonizada, habría tergiversado el sentido de su vida y de su escritura.
Para conseguir algo tan difícil, Rosa Rossi se dejó llevar por la inspiración, inspiración que ni pone ni quita objetividad a la historia sino que la vuelve “historia viviente”. Escribió en la Prefazione a la segunda edición de Teresa d’Avila (p. XXX):
“Letti e utilizzati dall’interno della mente di lei, quegli appunti mi svelarono la grammatica delle “voci” teresiane: interventi lucidi di una “voce” interiore, momenti di dialogo tra voci contrastanti all’interno della mente. Piú di una volta la “voce” insiste perché lei “non trascuri di scrivere quello che ti dico […] altrimenti dimentichi quello che ti ho detto”, in altri casi la voce polemizza con la mentalità patriarcale che vuole limitare la libertà di movimento di Teresa. In altri casi l’appunto registra momenti dell’”innamoramento” per Gracián o della tensione con Juan de la Cruz.”
Pienso que Rosa Rossi revolucionó a finales del siglo XX la noción de biografía histórica con profundidad semejante a la de Virginia Woolf con su Orlando, del que su autora dijo que quiso “revolucionar la biografía en una noche”.
Al saber de su muerte, me vino el recuerdo de su sensibilidad en la voz de los dos últimos versos del poema 1038 de Emily Dickinson:
Ser una Flor, es profunda
Responsabilidad –
María-Milagros Rivera Garretas
Barcelona, 29 de marzo de 2013
di Annarosa Buttarelli.
Martha Nussbaum, femminista incerta ma abile filosofa di tradizione aristotelica. In un’intervista rilasciata a “Repubblica” (8/10/2009) dichiara: “Il femminismo ha realizzato progressi in ogni area delle nostre vite, eccetto che nella politica”. Lo dice una filosofa che non ha fatto altro che scrivere di filosofia politica e morale. Delle tre seguenti ipotesi bisognerebbe farne scegliere una alla Nussbaum stessa: 1- o intende anche lei che politica significa esclusivamente ricoprire cariche pubbliche e avere potere; 2- o che il suo pensiero politico è inefficace o non è ascoltato; 3- o che lei essendo filosofa, quando è femminista rinuncia a pensare efficacemente.
Sono contraddizioni che nascono quando “pensare” viene ancora inteso come esercizio di superamento della differenza sessuale in primis, ma anche come esercizio di universalizzazione forzata delle parzialità viventi. Occorre almeno prendere atto che pensando neutramente si incorre nell’inefficacia del pensiero sul piano della realtà e delle sue esigenze di cambiamento, anche se si riempiono molte pagine di libri.
In effetti, certe forme della politica tradizionale, così come si presentano ancora oggi alla nostra riflessione, sono irriformabili, come sostengo nel saggio “Sovrane”, contenuto nel volume di Diotima, Politica e potere non sono la stessa cosa (2009). Irriformabili perché cresciute e sviluppatesi ben presto intorno all’idolatria del potere, tanto da costringere la parola politica a diventare, nell’uso irriflessivo corrente, un sinonimo di potere. Analogamente e non per caso, la filosofia di tradizione accademica, cresciuta e sviluppatasi come fallologocentrismo che assolutizza la razionalità dimostrativa e dialettica di marca maschile come unica forma di pensiero, si sta rendendo irriformabile e resterà nella sua mono-ocularità ciclopica. LA filosofia occidentale è gigantesca ma come i ciclopi ha un solo (già accecato?).
E ci sarà sempre una Clarice Lispector a ricordarci che “… mescolato a tutto questo c’è la vita che non si ferma” (La vita che non si ferma, Archinto 2008), la vita reale che ha portato alla piena rivelazione ciò che era un segreto tenuto ben nascosto dalla Storia catastrofica: le donne pensano. Questa rivelazione sta dispiegando i suoi frutti e lo si rileva qua e là sempre più spesso e eccellentemente nei commenti di uomini liberi. Ciò che è stato un segreto fino a pochi decenni fa nella storia della nostra filosofia, è stato rilevato eccellentemente da un pensatore e intellettuale arabo, Reiham Salam, in un articolo tradotto da “Il sole 24 ore” (2/8/2009).
Questo pensatore constata nell’articolo che l’attuale crisi finanziaria, quella che ha il potere di travolgere i pensieri e le vite, ha segnato la fine simbolica del “club dei machi”, il capitalismo finanziario. Più in generale, la crisi ha aperto, secondo Salam, “l’agonia del macho” come “stato mentale” e, contestualmente, ha avviato una grande trasformazione del mondo dovuta alla prossima estinzione di questo “macho” sepolto dalle sue ceneri.
L’homo oeconomicus che si era autodescritto come macho nelle ultime fasi dell’evoluzione capitalistica ha fallito anche l’espressione concreta del suo machismo come impresa finanziaria e come totale e globale delle economie e delle finanze. Questa sarà la pietra tombale del tipo antropologico “macho”, tanto da consigliare un repentino passaggio della discussione mondiale dal livello economico-finanziario al molto più urgente livello antropologico. Infatti, ci si chiede: cosa succederà nel mondo? Raiham Salam scrive che le donne usciranno da questa crisi nella forma migliore, dato che non la subiscono: “D’ora in poi il conflitto (tra uomini e donne) avrà una forma più sottile e il suo campo di battaglia principale saranno le menti e i cuori”. Continua: “Non abbiamo precedenti che ci permettano di parlare di come sarà il mondo dopo la morte del macho. Ma possiamo aspettarci che la transizione sarà sofferta, difficile e forse molto violenta”. E anche questo è inconfutabile, non c’è nulla nella nostra memoria e nemmeno nella storia che noi conosciamo, un precedente che ci possa orientare”. Credo possibile tradurre “le menti e i cuori” con pensiero e amore, competenze nuove che Salam riconosce alle donne, riuscendo a intravedere forme e pratiche di pensiero inascoltate finora. E siccome la violenza è sempre stata la sola reazione messa in campo quando si profilano rivoluzioni benefiche, noi siamo qui, Diotima, intesa come mondo di relazioni d’autorità femminile, è in questo luogo oggi per contribuire a impedire che la trasformazione in corso scateni un’ulteriore violenza, e a fare in modo che quella attuale contro le donne non duri a lungo, come molti prevedono.
rivista online di Diotima “Per amore del mondo”, NEL MONDO COMUNE estate 2010
di María-Milagros Rivera Garretas
Rosa Rossi (Canossa, 1928 – Roma, 4 febbraio 2013)
Di Rosa Rossi ricordo che aveva il dono della sensibilità. Con la sensibilità fermava la barbarie, come una fata che alza un pochino la bacchetta magica. Fermava la barbarie dei pregiudizi e del rigore accademici, delle ideologie e della fretta. Era all’università come ispanista (erudita e grandissima), e pareva una mistica; era marxista, e scrisse su santa Teresa d’Avila e su san Giovanni della Croce i migliori saggi che conosco; cominciava una conferenza piena di gente in attesa, e si prendeva il suo tempo con qualsiasi cosa, quasi senza dir nulla, come chi tiene in mano senza parere un fiore o un bicchiere, finché gli occhi e le orecchie vi prestavano attenzione sorridenti. Per questo, ancor oggi (o specialmente oggi, non lo so) per leggerla occorre prepararsi con il primo movimento dei riti di passaggio: la separazione.
Come succede con la mistica femminile, la sua scrittura non ha avvertito il passare del tempo. Dei suoi saggi, il mio preferito continua a essere il libro Teresa d’Avila. Biografia di una scrittrice (1983, 2ª edizione accresciuta 1993), premio Donna Città di Roma, dedicato a Ida Magli (in italiano) e a Giulia Adinolfi (nella traduzione spagnola, del 1984), un libro tanto amato da vendersi in edicola in Spagna nel 1995. Questa biografia ha cambiato definitivamente le chiavi di lettura della vita e dell’opera di Teresa d’Avila, che prima era una grande donna ma lontana perché incomprensibile: diventò fonte di ispirazione per uomini e donne, comprese giovani femministe, come era già accaduto nel XVI secolo, secolo in cui c’erano anche scrittrici femministe come la romanziera castigliana Beatriz Bernal, autrice di libri di cavalleria come quelli letti da Teresa e sua madre Beatriz de Ahumada.
Il segreto di Rosa Rossi fu quello di seguire le fonti storiche con semplicità per andare, senza perderle di vista, a scoprire i flussi della coscienza di Teresa e a riuscire a trasferirli letteralmente e allegoricamente nella scrittura della sua biografia. Questo vuol dire che Rosa Rossi si situava passo dopo passo nel contesto delle informazioni che Teresa potè avere, prescindendo dalle conocenze che si hanno quando si guarda dal presente e si sa com’è andata a finire la storia. Teresa visse sempre perseguitata, sempre con il rischio di essere arrestata e condannata dal tribunale dell’Inquisizione di Castiglia; scrivere sapendo che alla fine sarebbe stata canonizzata, avrebbe travisato il senso della sua vita e della sua scrittura.
Per ottenere una cosa così difficile, Rosa Rossi si lasciò portare dall’ispirazione, ispirazione che non dà né toglie obiettività alla storia ma la fa diventare “storia vivente”. Nella Prefazione alla seconda edizione di Teresa d’Avila scrisse (p. XXX):
«Letti e utilizzati dall’interno della mente di lei, quegli appunti mi svelarono la grammatica delle “voci” teresiane: interventi lucidi di una “voce” interiore, momenti di dialogo tra voci contrastanti all’interno della mente. Piú di una volta la “voce” insiste perché lei “non trascuri di scrivere quello che ti dico […] altrimenti dimentichi quello che ti ho detto”, in altri casi la voce polemizza con la mentalità patriarcale che vuole limitare la libertà di movimento di Teresa. In altri casi l’appunto registra momenti dell’“innamoramento” per Gracián o della tensione con Juan de la Cruz.»
Penso che Rosa Rossi rivoluzionò alla fine del XX secolo la nozione di biografia storica con una profondità simile a quella di Virginia Woolf con Orlando, del quale la sua autrice disse di aver voluto “rivoluzionare la biografia in una notte”.
Quando ho saputo della sua morte, mi è tornato il ricordo della sua sensibilità nella voce dei due ultimi versi della poesia 1038 di Emily Dickinson:
Essere un Fiore, è profonda
Responsabilità –
(traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan)
di Fiorella Cagnoni
Poi, tornando un momento alla questione streaming: un puntino su una i. Non
vorrei si considerasse un’obiezione valida quel che scrive Mira Furlani.
Cioè che “una diretta streaming di quel genere porta in casa d’altri
pratiche sensibili che comportano variabili emotive, proprie delle
discussione fra coloro che lavorano insieme e si conoscono bene, per cui
tutto vale, anche ciò che a chi è lontano da quel contesto può apparire o
suonare strano.” L’obiezione è senz’altro sensata in altri casi, – non certo
per le presentazioni di VD. Che sono incontri pubblici aperti, non
“discussione fra coloro che lavorano insieme e si conoscono bene”. Che sono
altro genere di momenti.
Sia chiaro che nessuna chiede Tuttalalibreriaminutoperminuto. Come ho già
detto, dio ce ne scampi. Si parla delle presentazioni di VD (e di quel che
poi voi aveste desiderio di strimare).
di Massimo Rimpici
Nella vostra richiesta di aiuto, in parte, c’è già una prima risposta
quando affermate che la scommessa sta nell’ambizione di intrecciare reale e
virtuale.
La tecnologia mette a disposizione delle relazioni degli strumenti
aggiuntivi rispetto a quelli tradizionali, perché non approfittarne.
L’importante è di non pensare che possano essere sostitutivi della
relazione in presenza o di sottovalutarne “le insidie” come correttamente
sottolineate nel messaggio.
Io parto dalle relazioni che ho, che coltivo quotidianamente con uomini e
con donne, come si fa a non cogliere la ricchezza dello sguardo in
presenza, le emozioni del detto qui ed ora, le espressioni del viso, della
bocca, della voce: elementi insostituibili della comunicazione orale.
Anche un gesto, una carezza, un abbraccio possono far parte della
comunicazione in presenza, per non parlare dell’energia che si crea durante
una discussione di gruppo o duale.
Il virtuale però, così come la scrittura, essendo meno diretto, offre
un’opportunità in più: la riflessione mediata dal tempo, la sedimentazione
dell’invenzione creativa prodotta dal pensiero, dal desiderio di
espressione, di comunicazione.
Questa vostra richiesta di aiuto mi ha subito ricondotto ad un testo, che
casualmente presentate proprio oggi a Milano presso l’Alveare e che ho
letto di recente, dove, in tema di autocoscienza, un gruppo di giovani
donne dell’Università di Verona si sono poste (quasi, ma non solo) lo
stesso dilemma: è possibile fare autocoscienza a distanza, attraverso il
web e/o la scrittura, le mail? E’ possibile, cioè essere in relazione a
distanza?
“La distanza geografica – scrivono le studentesse nella presentazione del
libro FRAMMENTI DI AUTOCOSCIENZA, del Collettivo Femminista Benazir, Aracne
editrice 2012), l’impossibilità di essere sempre fisicamente insieme, la
comodità della mail, l’urgenza di dire, raccontare, chiedere tra un
incontro e il successivo, hanno fatto sì che le nostre relazioni si siano
nutrite in buona parte di parola scritta anziché orale…”.
In realtà il libro, oltre alla messa in parola di questo percorso di
autocoscienza femminista, è anche un puntuale e scrupoloso diario dei
dubbi, delle difficoltà, delle perplessità (principalmente nella sua prima
parte) relative all’uso della scrittura come strumento corretto di
comunicazione nelle relazioni, soprattutto in un percorso di autocoscienza.
“Se parlandone con voi durante gli incontri l’imbarazzo piano piano
svanisce, quando arriva il momento di scrivere, ecco riapparire tutti i
tabù, le paure, le vergogne che schiacciano come macigni il mio rapporto
con il corpo, con la sessualità”, sostiene una delle protagoniste.
Scrivendosi esprimono anche la paura di essere…fraintese, oppure
invitano a “…cercare di capire le poche parole…”(Virginia).
“Lo scrivere lo vedo come un momento di autocoscienza con me stessa –
sostiene Elena – e questo lo dico – aggiunge – perché non è vero che ti
metti lì da sola e scrivi”
Insomma lo scrivere in una relazione è uno sforzo aggiuntivo, “speciale” ma
che non va mai sostituito con la parola detta* *sguardo nello sguardo.
Certo, alcune cose scritte in un rapporto di relazione non sempre poi
vengono riproposte, rianalizzate in presenza, ovvio, restano scritte e
basta, ma quanto “lavoro” hanno prodotto dentro?!
“Essere in relazione vuol dire anche conoscersi di più, sottolinea
un’altra”, ma quanta ricchezza c’è, aggiungo io, nel fermarsi a meditare, a
metabolizzare e tradurre in scrittura “gli spazi di cielo infinito” che la
relazione ha prodotto sia in presenza che via web.
E’ la prima volta che vi scrivo, anche se vi seguo da tanti anni. Quanta
incertezza, quanto timore nel decidermi: solo un amore grandissimo ed una
infinita gratitudine può rimuovere tutti gli indugi.
di Luisa Muraro
“Nella fretta” non mi sono venuti in mente nomi di donne. Così si è scusato il Presidente della repubblica per non aver nominato nessuna donna tra i dieci “saggi” che dovrebbero aiutare la povera Italia a uscire dalla presente crisi politica.
Strana scusa. La fretta non ha mai impedito a nessuno di pensare alle donne quando si tratta di far da mangiare, fare sesso, curare, educare e cose così, tutte importanti. Eppure la scusa del Presidente contiene una verità nascosta. Napolitano aveva veramente bisogno di tempo per trovare nomi di donne negli alti vertici delle carriere pubbliche e tra gli esperti segnalati dai gruppi politici. È a questo livello che lui ha creduto di poter individuare rapidamente alcune persone preparate e responsabili. Ma a questo livello le donne normalmente non arrivano.
Per favore, non chiamatela discriminazione, perché la verità che dicevo si nasconde proprio dietro a questa parola. Non si tratta di discriminazione, è la chimica della vita pubblica che funziona così, cioè male. Come il grasso affiora nella pentola dove bolle la carne, così nelle carriere pubbliche quello che fa emergere non sono le qualità migliori ma altre: il narcisismo, il servilismo, il clientelismo e gli imbrogli, ultimamente anche la prepotenza.
Questa chimica perversa è solo un effetto. La sua causa maggiore, secondo me, sta nella troppo grande distanza fra la vita pubblica e quella quotidiana. Negli enormi edifici del potere, nella grande distanza dalla vita ordinaria si perde facilmente il buon senso. Perciò le donne restano indietro: al buon senso, almeno per ora, in maggioranza, noi siamo più seriamente affezionate degli uomini.
Alice’s Journal
C’erano una volta dieci saggi che vivevano nel palazzo dell’Assaggio. Ogni mattina s’aggiustavano con una scopa di saggina le stanze, poi s’aggindavano di tutto punto e cominciavano a saggiare il saggiabile. Il saggio Quagliariello assaggiava uova di quaglia, il saggio Giorgetti si massaggiava la testa, il saggio Violante con un saggiatore assaggiava il formaggio, il saggio Giovannini con un saggiavino degustava Merlot; il saggio Bubbico provvedeva al degrassaggio del brodo mentre i saggi Pitruzzella e Moavero curavano il fissaggio dei quadri e il saggio Mauro sorvegliava il finissaggio della prima colazione. Il saggio Rossi studiava il dosaggio delle parole, il saggio Onida apprezzava un idromassaggio. I dieci saggi s’aggiravano lenti ma sempre molto saggi nelle praterie della Saggezza, ricevevano messaggi, evitavano iperdosaggi, predisponevano l’esatto missaggio delle parole nello stretto passaggio e arduo in cui dovevan trovare il sottopassaggio verso l’uscita dal labirinto del Disossaggio. Ascoltavano radiomessaggi, sistemavano il rimessaggio, si specializzavano nel vaporissaggio economico sociale.
Saggiamente saggiando il terreno.
Il loro compito era traghettare un leone una capra e un cavolo sull’altra riva del Cefiso, padre di Narciso. Disponevano di una barca per passaggiare sulle acque.
«Io so come si fa!» rassicurò il saggio Q, «spariamo alla capra.»
I saggi saggiarono la proposta ma verso sera saggiamente convennero che questa saggia soluzione non avrebbe risposto all’incarico ricevuto.
Che era di traghettare al completo l’inconciliabile trio.
«C’è un sistema antico!» disse il saggio Mo quando l’indomani ripresero a saggiare il saggiabile. «Si porti di là la capra lasciando di qua leone e cavolo, si torni di qua a prendere il leone e lo si porti di là.»
«Ma così di là resteranno la capra e il leone, che la mangerà!» borbottò pensieroso il saggio G1.
I saggi saggiarono l’obiezione. Passò un altro giorno. La mattina dopo di nuovo s’aggiastarono con una scopa di saggina le stanze, poi s’aggindarono di tutto punto e ricominciarono a saggiare il saggiabile. Uova di quaglia, massaggi alla testa, assaggi di formaggi, brodo vino e tutto il resto.
«No!» esclamò il saggio G2 con aria da saggio illuminato da un’idea eccezionale e pulendosi la bocca da una sbavatura di Merlot. «Noi a quel punto lasceremo di là soltanto il leone, riportando di qua la capra.»
«Ottimo!» convenne il saggio B che aveva completato il degrassaggio del brodo.
Ormai i saggi saggiavano esaltati l’affacciarsi della soluzione.
E fu di nuovo sera, e fu di nuovo mattina. I saggi s’aggiornarono per la decisione finale.
«Tornati di qua con la capra, la lasceremo qui da sola e porteremo di nuovo di là il cavolo, abbandonandolo con il leone,» chiarì il saggio Ma.
«E infine traghetteremo la capra!» sospirò sollevato il saggio V con saggia soddisfazione.
I saggi andarono a dormire spargendo saggezza qua e là.
«Si potrebbe però forse dividerci,» suggerì la mattina seguente il saggio P, «andare di là in cinque saggi con capra e cavolo, e dei cinque saggi quattro saggi rimarranno di là a sorvegliare saggiamente la pericolosa compresenza mentre un saggio tornerà di qua a prendere il leone – nel frattempo sorvegliato su questa riva dai cinque saggi rimasti.- nonché i cinque saggi.»
Ma i dieci saggi del palazzo dell’Assaggio non potevano dividersi.
Decisero perciò di seguire l’antico metodo del saggio Mo. S’imbarcarono tutti e dieci i saggi, con la capra.
Giunti sull’altra riva dovettero però saggiare la forza dell’imprevedibile. Sulla bianca rena del fiume c’era un secondo cavolo, che rendeva non praticabile il saggio itinerario previsto.
E così i dieci saggi tornarono con la capra al punto di partenza, nel palazzo dell’Assaggio.
Ancora adattando VW: “We are nauseated by the sight of trivial personalities decomposing in the eternity of” wisdom. [The Modern Essay]
Redazione del sito della Libreria delle donne di Milano
Della Rete si parla bene e male. Bene perché ci fa comunicare a livello globale, ma non solo: la Rete ha una potenza simbolica che le donne in particolare felicemente conoscono. Pensiamo ai paesi arabi e magrebini, quelli delle ultime rivoluzioni. Una famosa blogger e giornalista tunisina, Sondès Ben Khalifa (Repubblica, 15 marzo 2011), sostiene il ruolo fondamentale della rete, dei blog, dei social network nella loro marcia verso la libertà: “la dittatura ha visto arrivare la propria fine a causa di una mobilitazione virtuale, trasformatasi in reale”. E in occidente? Pensiamo a Retescuole, al movimento No global o al Movimento 5 Stelle. La Rete ha permesso lo sviluppo di soggettività politiche nuove, per contenuto e forma organizzativa.
Naturlamente non si tratta di fare del trionfalismo né di nascondere le insidie, ma di riconoscere che la Rete non solo permette di ampliare le possibilità di comunicare, ma fa capitare anche altro, prima nell’immaginario e poi nel simbolico. Si tratta di qualcosa di essenziale, che riguarda l’esistenza simbolica, il senso di poter esserci e contare: i giovani specialmente cercano nella rete la possibilità di esserci in prima persona, di fare politica partendo dal proprio vissuto, mettendosi in gioco personalmente.La possibilità di trasformare in politica i loro (i nostri) desideri dipende in primis dalla qualità delle relazioni, anche perché c’è il rischio che i rapporti virtuali prendano il posto di quelli reali, cioè vivi, diretti, in carne e ossa.
Inoltre l’immediatezza della rete può indurre un ottimismo semplicistico, che deresponsabilizza e allontana da una presa di coscienza soggettiva: gli appelli per le cause più diverse rischiano di portare a un’estrema semplificazione delle questioni politiche.
Far conoscere le idee è importante ma non è tutto. Prima delle idee c’è l’esperienza che ti mette in contatto con le persone, con i luoghi fisici, con i contesti dove tu ti esponi in prima persona. Detto in altro modo: l’essenziale raramente è visibile e non si lascia mettere in parole o figure. Però si sente, è sensibile. Ma per sentire bisogna esserci in carne e ossa, anima e corpo, fisicamente lì, con tutti i sensi (che sono ben più di cinque) e soprattutto bisogna esporsi alle altre e agli altri, che ti vedono, ti guardano, ti possono toccare…
La tecnologia permette di assistere in tempo reale a incontri di donne e uomini che si ritrovano per aprire strade nuove sia alla libertà femminile sia alla maschilità non mascherata di potere. Abbiamo cominciato a usarla con alcune riprese differite e non (streaming): la vigilia elettorale e per la presentazione della rivista “Via Dogana” 104, Un sì e qualche no.
Molto bene… Tuttavia i tranelli non mancano. Lo scambio in presenza permette di capire il contesto, di calibrare la comunicazione rispetto alle persone presenti e alle relazioni che costruiscono l’incontro. Permette di lasciare andare il pensiero in libertà e insieme alle altre/agli altri di fare un passo in più. Il video fissa per sempre riflessioni che in realtà sono in movimento. Lo scambio e il conflitto si agiscono grazie a diversi livelli comunicativi e noi sappiamo che così il pensiero va avanti. Cosa cambia quando si fa un video? Possiamo fare un passo in più anche grazie alla possibilità che ci dà la rete di arrivare a comunicazione con persone lontane? Assistere a distanza permette di capire cosa sta davvero capitando in quel luogo?
Si tratta di obiezioni e domande che riguardano da vicino la forza della pratica politica delle donne e che vogliamo tenere come preziose.
E quindi? Quindi continueremo a pensare. Anche perché sappiamo che tante e tanti ci seguono da lontano, desiderosi di essere qui, in qualche modo, con noi.
Siamo in una fase di discussione e di prova. Fin qui abbiamo già trovato un accordo sul tener conto della disponibilità delle singole persone; siamo d’accordo di selezionare gli eventi da riprendere e da trasmettere… Ma non c’è niente di definitivo, niente di consolidato, in effetti sono questioni grandissime. Abbiamo la forza e la pazienza di affrontarle, ma non da sole, non senza le donne e gli uomini che visitano il sito.
La Libreria delle donne di Milano e il suo sito hanno l’ambizione di intrecciare reale e virtuale. È un progetto che pratichiamo e su cui in questo momento discutiamo molto e, qualche volta, molto polemicamente. Chi ci vuol bene e chi semplicemente ne ha voglia, intervenga a dire la sua.
di Donatella Massara
Ho visto con molto interesse l’incontro di Paestum, le parti che ho trovato a disposizione in rete. Mi è piaciuto proprio non avere a che fare con la selezione – come la chamate voi- ma con tutti gli interventi che ci sono stati. Mi è piaciuto molto anche seguire l’incontro sulla candidata rosa. Non ho potuto guardare l’incontro di Via Dogana perchè l’avete tolto. Se lo rimettete in rete lo guarderò. Ora vorrei discutere quello che avete scritto.
Mi piace la deduzione di esistenza simbolica riferita ai giovani della rete e in genere per tutte e tutti. E’ un concetto vecchio che deriva da una cultura pre-virtuale ma va bene lo stesso. Spiega bene qualcosa che non avviene direttamente nella materialità ma che cambia la sostanza della rappresentazione di sè. Chi lavora sul campo secondo me ti dimostrerebbe che cambia materia e simbolico perchè c’è un’economia virtuale che noi della generazione della capote non conosciamo. Ma ok!!! Certo che quando leggo: siamo d’accordo di selezionare gli eventi da riprendere e da trasmettere… Eh no grazie!!! Perchè ho avuto modo di verificare come avviene la capacità selezionatrice del sito della Libreria e non l’ho apprezzata. Non entro nel merito. Ci sono già entrata. Poi perchè temere che si snaturi il proprio modo di essere davanti a una registrazione e poi fare una selezione come dite voi? Che la scelta riguardi optare fra un incontro sì e un altro no. O che riguardi gli interventi consumandoli alcuni e altri escludendoli. Così che una parli auspicando di non essere tagliata? E in base a che? Ma chi l’ha detto che voglio ascoltare proprio gli interventi che interessano a voi? e se io volessi ascoltare proprio quegli incontri o interventi che voi tagliate giudicati poco interessanti? la selezione di che? Di Miss Italia? Piuttosto parliamo di reportage. Credo che il punto più forte di tutte le obiezioni fatte alle registrazioni sia quello che dice “non sono la stessa se so che vengo ripresa” e diciamo: replicata. Non è più la stessa neanche l’assemblea che potrebbe presentare delle caratteristiche nuove, di fronte alla trasmissione potrebbe effettivamente prendere un’altra piega, no? e’ facile immaginarla, non sappiamo come però e qui sta il dato interessante!!! questo è coinvolgente, per me. Pensiamo però se la rete ci facesse tutto il suo lavoro, mettesse in opera le sue azioni che sono sempre inaspettate e la riunione stesse rompesse i giochi ripetitivi che per forza o per amore possiede. Ecco questa possibilità mi intriga. E mi sveglia.
La Plata, 21 marzo 2013
(tradotta da Letizia Bianchi)
Al Papa Francisco,
Mi permetta di rivolgermi a lei come Don Francisco, al Francisco che ho scoperto adesso. Anche mio padre si chiamava Francisco ed era un santo lavoratore con le mani piene di calli dal tanto lavorare per mantenerci. Don Francisco non sapeva del suo lavoro pastorale, sapeva solo che il massimo esponente della chiesa argentina abitava nella cattedrale, quella cattedrale che quando noi Madri marciando vi passavamo davanti, cantavamo: «Voi avete taciuto quando ce li hanno portati via».
Oggi, davanti alla mia sorpresa, sento molti compagni parlare del suo impegno e del suo lavoro nelle baraccopoli. Ne sono infinitamente contenta e sento che c’è speranza di un mutamento in Vaticano. Abbiamo sofferto tanto in questa America Latina che oggi si alza in piedi grazie ai suoi dirigenti. Ho sentito che è possibile che beatifichiate il Padre Murias.
Per questo motivo oso mandarvi una lista di sacerdoti e vescovi del Terzo Mondo scomparsi e assassinati per sollecitarla che, come le Madri di Piazza di Mayo chiediamo per tutti, lei, come atto di solidarietà, li ricordi a tutti per il loro impegno nella lotta per la patria.
Ancora la sollecito, dal più profondo del mio cuore, di non lottare per una chiesa per i poveri: si unisca a coloro che in questo mondo ingiusto lottano perché cessi la povertà e perché prima o poi l’uguaglianza sia una realtà così da arrivare a vivere in un mondo di bambini felici e sorridenti. Basta con i bambini scalzi e con un enorme pancino. Nella nostra Grande Patria Latinoamericana di San Martin e Bolivar, in migliaia hanno dato la vita per arrivare a sradicare la povertà, cosa che, assieme alla educazione e al lavoro, è stato il grande sogno dei nostri figli scomparsi.
Grazie Don Francisco e quando si troverà con il Papa in Vaticano gli dica della mia richiesta, che è quella di milioni di Madri. Grazie per aver letto la lettera di una Madre a cui hanno strappato tutta la famiglia e che, assieme a mia figlia e a molte Madri della Associazione Madres de Plaza de Mayo, continua a lottare da 36 anni per una Patria, libera, giusta e sovrana.
Un abbraccio rispettoso,
Hebe de Bonafini, Presidente della Associazione Madres de Plaza de Mayo.
Letizia Bianchi, che ha tradotto questa lettera, è la docente del Dipartimento di scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna che ha scritto e letto le motivazioni alla laurea honoris causa data alla Madres de Plaza de Mayo e ad Hebe Bonafini dall’Università di Bologna il 17 ottobre 2007. Questo testo è stato riprodotto in appendice al testo di Hebe de Bonafini: A Papa Francesco dico solo “Amen” pubblicato su www.inchiestaonline.it del 14 marzo sezione “Culture e Religioni”.
di Vita Cosentino
16 maggio, nel primo anniversario della diagnosi di una malattia invalidante, la protagonista di questo doloroso mémoir racconta la vita che si apre dopo quella normale di sempre. Ricoverata con una diagnosi di paraplegia incompleta, affronta lo sforzo fisico e mentale della riabilitazione, il percorso per imparare da capo, da adulta, azioni abituali, il vestirsi, il lavarsi, l’essere autonomi. E nella fatica di doversi reinventare e ridefinire la mappa dei propri limiti, il mondo si rivela un tessuto di relazioni, di affetti e di disponibilità inaspettate. Un marito amato e amorevole che tra apprensioni ed entusiasmi segue i suoi progressi, le amiche – tante – che la rallegrano di chiacchiere sulla politica, la Libreria delle donne di Milano e si stringono intorno in un cerchio magico. Con un’anima di Marcovaldo e una prosa paziente, Cosentino dipinge i volti di una comunità solidale e accogliente, nella quale impara a camminare nuovi passi.
Nottetempo
http://www.edizioninottetempo.it/prossimamente/tam-tam/
di Laurie Penny
Che ci sarà mai di tanto spaventoso nella parola “femminismo”? Negli ultimi mesi, mentre giravo per il mondo tenendo conferenze contro il capitalismo e a favore dei diritti delle donne, ho sentito gli stessi discorsi tante volte. Uomini che mi dicevano: “Non sono femminista, sono per la parità”. O ragazze che mi spiegavano che, pur credendo nel diritto di tutti a percepire lo stesso salario per lo stesso lavoro, pur condannando le violenze sessuali, pur pensando che le donne abbiano il diritto di godere di tutte le libertà di cui gli uomini godono da secoli, non sono femministe. Sono un’altra cosa, qualcosa che somiglia molto a essere femministe ma senza usare quella parola.
La parola “femminismo” è diventata impronunciabile nella buona società. Se la usi significa che potresti volere qualcosa che non si può ottenere rimanendo educatamente in attesa che qualche uomo al potere renda il mondo un po’ più equo. Indica insoddisfazione, perfino rabbia, e la rabbia non si addice alle ragazze educate. Spesso sono le stesse donne ad aver paura di parlare di femminismo. In tanti anni di impegno, ho sentito dire molto spesso che questo concetto deve essere “rivisto”, che bisogna trovare un modo migliore, meno aggressivo, per chiedere che le donne e le ragazze siano trattate come esseri umani e non come schiave o sciocchi oggetti sessuali. È una soluzione tipica di quest’epoca di pubblicità: basta ammorbidire un po’ il femminismo e si riuscirà a venderlo perfino ai più scettici. Ma se una versione annacquata della lotta delle donne per la parità di diritti può bastare per vendere scarpe, cioccolatini e lavori noiosi nel settore dei servizi, la vera politica femminista – che vuole garantire alle donne il pieno controllo della loro vita e del loro corpo – sembra un prodotto molto più difficile da vendere. Comunque si scelga di chiamarla, la reale parità di diritti sarà sempre una prospettiva terrificante per gli uomini che si preoccupano di perdere i loro privilegi. Non c’è da meravigliarsi se lo stereotipo del femminismo è ancora quello di un movimento aggressivo, popolato di pazze furiose che vogliono distruggere i maschi.
I giornali scandalistici, le riviste per soli uomini e le sitcom presentano una serie di stereotipi sul femminismo. Che si concentrano sempre sui dettagli più insignificanti: un articolo in cui si discute se è da femministe depilarsi le ascelle attirerà sicuramente molti più lettori sul sito web di un quotidiano in difficoltà di uno sul fatto che le lavoratrici part-time non hanno diritto alla pensione. Questo genere di stereotipi funziona per un motivo: fa leva sulle nostre paure più profonde per quello che potrebbe significare la parità tra i sessi. Per esempio, le accuse rivolte alle femministe di essere brutte, mascoline, e “pelose”, implicano che quando sono troppo determinate le donne rischiano di perdere la loro identità di genere. Gli uomini che hanno il coraggio di dichiararsi femministi rischiano di essere considerati effeminati o accusati di fingere di esserlo per conquistare le donne. Questi attacchi sono doppiamente efficaci perché contengono un pizzico di verità: il femminismo è una minaccia per i vecchi ruoli di genere, ma solo perché mira a ridefinirli.
Tuttavia, uno dei motivi per cui continuo a scrivere, parlare e lanciare campagne sui temi del femminismo è proprio perché rispetto gli uomini, e quindi sono convinta che siano qualcosa di più delle creature bidimensionali alle quali li riduce il concetto “tradizionale” di virilità. È perché rispetto gli uomini che credo che la maggior parte di loro non voglia vivere e morire in un mondo che opprime le donne. Perché sono femminista e non per la parità? In primo luogo perché una donna che cerca solo l’uguaglianza manca di immaginazione. Non mi interessa la parità con gli uomini in un sistema di classi e di potere che sta lentamente togliendo ogni traccia di spirito combattivo alla maggior parte delle persone che non hanno avuto la fortuna di nascere ricche. Non mi accontento di vedere qualche donna in più nei consigli di amministrazione delle banche. Penso che per il mondo sarebbe un posto migliore se non ci fossero né donne né uomini in quei consigli, soprattutto se le banche vogliono continuare a scaricare i debiti causati dalla loro irresponsabilità sulle spalle delle donne povere del mondo. Se questo vi sembra poco realistico, non lo è certo meno dell’idea che nell’arco della nostra vita raggiungeremo la parità tra i sessi all’interno di questo sistema.
In secondo luogo sono femminista perché in Gran Bretagna la parità dei sessi sta tornando indietro come una bigotta che scappa da una riunione di ragazze madri. Il recente rapporto Sex and power dell’organizzazione Counting women in ha dimostrato che negli ultimi anni la presenza delle donne ai massimi livelli della politica, dei mezzi di comunicazione, degli affari e delle arti è diminuita molto. Se ci teniamo davvero alla parità tra uomini e donne, non possiamo aspettare che il sistema di potere diventi un po’ più equo. Le tendenze graduali possono sempre regredire oltre che progredire. Ora più che mai non basta essere “per la parità”.
di Simone Perotti
Qui, lo ammetto, mi sono fermato. Esisteranno senza dubbio giornali maschili diversi… Chissà.
Non mi sono stupito, non vivo nel paese delle meraviglie. Però sono un po’ stufo. E non tanto che nei giornali maschili si persegua questo stereotipo di uomo vincente, muscoloso, più o meno analfabeta, parlando al quale occorre rallentare la frase per farsi seguire. Molti giornali femminili inseguono un’immagine simile e rovesciata delle donne.
Tuttavia, settimanali riviste femminili ad alta tiratura e di tutt’altro tenore, profondi e articolati quanto basta per dar conto che esiste anche un’altra donna, non solo la velina più o meno scema, ce ne sono, e parecchi. Basterebbe citare “Io Donna” del Corriere e “D” de La Repubblica, ma anche Amica, Marie Claire, Vanity Fair e gran parte dei mensili, che sono piuttosto ben fatti. E comunque, rispetto a questa immagine femminile, le donne tuonano da decenni, stigmatizzano il cliché, si oppongono allo stereotipo, garantendosi dunque anche il gusto di sedersi dal parrucchiere e leggere riviste banali, di tanto in tanto, con lo sguardo disincantato e critico che le contraddistingue nel resto del tempo.
Quello che mi colpisce è il passivo e prono silenzio degli uomini. Continuiamo a venire rappresentati come dei trinariciuti, monocigliuti, tetragoni imbecilli, gente che ha solo la funzionalità del pollice su un telecomando. Continuiamo a venire dipinti come dei somari a caccia solo di figa e tablet, salvo poi essere inadatti al trattamento della prima (tanto che abbiamo bisogno di consigli per sedurre) e all’uso dei secondi (che sono dei media, dunque veicoli di contenuti. Li abbiamo i contenuti?). Giocherelloni mai cresciuti, interessati solo al Salone automobilistico, all’ultimo modello di Harley Davidson, alle diete che ti fanno diventare bello in cinque giorni. Ecco, io mi oppongo. Vorrei che venisse messo agli atti che nel 2013 qualcuno si ribellava a questo stereotipo. Lo faccio per me, per quei cinque minuti prima di morire, in cui ripercorrendo la mia vita sarò lieto di aver detto e mi struggerò quando avrò taciuto.
Non ne posso più di questo modello maschile. Non ne posso più di uomini che non si sentono avviliti in questi panni. Non ne posso più del nostro silenzio, del fatto che quello che sentiamo e viviamo resta sempre dentro, nessuno gli dà voce. Noi non gli diamo voce! Non ne posso più di essere considerato in modo così superficiale. Io (molti…) sono un essere complesso, articolato, raffinato, fatto certamente di fisicità, ma non solo; fatto di ormoni, ma non solo; capace di leggere, ma non qualunque idiozia su di me.
Uomini, stand up! Incapaci di raccontarci (perché incapaci di saperci), continuiamo ad essere sottovalutati, strumentalizzati, vessati dal sistema produttivo ed economico. Carne da macello, questo siamo per la maggioranza della cultura imperante. Materiale umano da assumere e licenziare a ogni bava di vento (perché uno che deve comprarsi tutti i giocattoli maschili ha bisogno di soldi, dunque è schiavo del lavoro), da considerare poco perché vale poco, senza idee, senza progetti, senza sogni. Mi pare che basti, ormai. Proviamo ad alzarci e a dire che non siamo così. Proviamo a dimostrare che siamo migliori di così. Iniziamo con dei “no”, come si deve all’inizio di ogni cambiamento. Non dipingetemi così! Io non sono il denaro che ho; non sono le sopracciglia tra gli occhi che mi levo; non sono la macchina che guido; non sono l’idiota prono che tutto subisce; non sono senza prospettive; non sono senz’anima, senza sogni; non sono senza coraggio. Anche quando ho paura.
Una donna in lotta con la malattia nel nuovo libro di Vita Cosentino
di Luisa Muraro
Tam tam (Nottetempo 2013) è la storia di un combattimento che comincia con uno scontro violento: una “lei” protagonista, una donna in carne e ossa, viene colta di sorpresa e atterrata da un avversario invisibile; costui, potente e impersonale, assestato il primo colpo, non colpisce più ma resta sul posto, sensibilmente presente negli effetti del colpo assestato e nell’impossibilità della scienza medica di escludere che possa rifarlo.
La storia comincia come ho detto ma il racconto che ne fa la protagonista, Vita Cosentino, no, il racconto comincia in medias res, che sono le cose quotidiane di un’esistenza già colpita, già spartita fra un prima e un “dopo” dal danno fatto al corpo.
Io uso un linguaggio epico perché mi pare degno di questa storia e di questa donna, non le tradisce. Ma la lingua che “lei” usa è ben diversa, per forza, lei non contempla, non ammira, lei è presa dentro, impegnata a farcela. Il teatro del suo impegno è ampio ma ogni movimento, per quanto ampio, parte e riparte in pratica dalla vita quotidiana, là dove i corpi viventi trovano assicurata una risposta alle loro esigenze essenziali; per lei non ci sono alternative.
In verità non ci sono per nessuno, come ha tentato di farci capire Montaigne, con poco frutto allora; oggi? Si tratta della condizione umana, quella di tutte e di tutti, che è esposta alla morte e alle malattie, sì, ma che conosce anche piaceri e gioie, e che oltre alla malattia e alla morte, ha tanti altri modi per metterci alla prova, in primis il nostro attaccamento alla vita, e per torturarci, ma che offre anche straordinarie e ordinarie risorse per resistere e, a sprazzi, essere felici. Insomma una condizione “bella e crudele” come si diceva delle eroine negative dei romanzi rosa d’un tempo. Condizione comune che produce vite una diversa dall’altra. Non è sbagliato dire che alcune sono “più diverse”, come questa che, uscita bruscamente dai suoi cardini, cerca di ritrovare un assetto. Lo cerca anche raccontandosi.
Se il racconto vi sembra troppo breve, considerate che la sua materia sono vissuti che bisogna raccogliere perchè sfuggono alle parole come biglie che rotolano sotto i mobili, ed è una fatica. Si sente che in questo lavoro di raccolta la pressione del reale lascia poco spazio al volo della fantasia e l’aiuto viene più dalla grammatica che dalla letteratura. Una frase dopo l’altra, un passo dopo l’altro. Il “lei” sostituisce un “io”, come insegnano nelle scuole di scrittura per aiutare a distaccarsi da sé: l’intervallo tra la prima e la terza persona è enorme, la linguistica lo sa, infatti gli apprendisti della scrittura faticano a fare il passo. Ma qui, probabilmente, la situazione è ben diversa, nel senso che l’intervallo c’era già, era una crepa nell’integrità personale apertasi con il trauma iniziale, e lo scrivere di sé in terza persona, più che un espediente per prendere le distanze, potrebbe essere un ponte necessario verso l’inaccettabile.
Le persone che compaiono nel racconto condividono con la protagonista la scelta grammaticale di presentarsi senza nome proprio, con un pronome. S’intuisce che “prima” avevano tutte un nome, appartengono infatti a una cerchia amicale e politica di “lei”. C’è un personaggio che fa eccezione, un gattino, a rigore non una persona ma con buoni titoli per essere considerato tale; il privilegio del nome proprio si deve al fatto che lui (è un maschio) non esisteva “prima”, nasce infatti nel corso della vicenda, con caratteristiche miste tra l’umano, l’animale e il divino.
Che salvezza è quella che ci dà la scrittura, mi chiedevo e pensavo: domanda senza risposta per una parola, “salvezza”, che, separandosi dalla “salute”, ha perso molto del suo significato. Ma Vita Cosentino e la sua testimonianza mi smentiscono: salute e salvezza si chiamano e si frequentano anche a nostra insaputa. In altre parole: la salute non va mai da sola e quando è perduta, va cercata insieme ad altre cose.
Il valore inestimabile di Tam tam è che ci fa conoscere la condizione umana in una versione modificata nel suo stesso impianto, compreso dunque l’attaccamento alla vita come anche l’esposizione alla morte. La causa del cambiamento è in quel primo colpo ma non soltanto. Leggendo, si viene a scoprire che il colpo non si allontana mai nel tempo perché i suoi effetti non vengono mai dichiarati irreversibili, di modo che per la persona colpita non viene mai il tempo della rassegnazione e dell’adattamento. C’è un lento progresso in questa direzione, ma non può essere una direzione prescelta, al contrario, perché bisogna continuare a combattere.
Uscita dal suo corso abituale, impedita di entrare completamente in un nuovo tipo di normalità, perdute le illusioni correnti, come un paesaggio quando va giù la nebbia, la condizione umana si mostra così nel suo dipanarsi che ogni tanto diventa un cieco dibattersi. Resta la condizione “bella e crudele” che conosciamo, anzi lo diventa due volte. Ma avviene qualcosa di nuovo, ci sono delle scoperte, il paesaggio non è più lo stesso.
Nella versione modificata della condizione umana, colpisce che la morte non assume il valore di un esito finale sempre rimandato o prontamente dimenticato, tanto meno quello romanzesco e cinematografico di un riscatto. Essa si fa più prossima e fa paura, ma non è il terrore, e in questa vicinanza rende più consapevole e attivo l’attaccamento alla vita. Là dove, per abitudine inveterata, si concepisce un’alternanza totale o un antagonismo estremo tra salute e malattia, tra vita e morte, s’instaura invece uno scambio che è indubbiamente di natura polemica, poiché di un combattimento si tratta, ma pur sempre uno scambio. Si percepisce nelle reticenze stesse del racconto.
L’altra scoperta a me sembra più nuova e perciò più grande. La donna che racconta, e con il racconto si aiuta, inventa un’arte di vivere di cui non ho mai letto: lei lotta per rifarsi una vita salvando quella di prima, vale a dire per creare una continuità nella tremenda discontinuità del danno patito. Bisogna evitare perdite e sprechi, trovare risorse e rimedi, non creare doppioni, buttare via il superfluo, salvare il meglio. La chiamo arte perché esige, al tempo stesso, istinto e intelligenza, e si traduce in scelte, compromessi, invenzioni, giorno per giorno. Dovrei essere più precisa ma preferisco evitare ogni anticipazione nemica dell’esperienza di lettura. Per trovare un corrispondente di quest’arte, si pensi alle città nate nel Medioevo, in Italia ne abbiamo tante, e al modo in cui sono cresciute, con rifacimenti parziali, integrazioni, accostamenti sorprendenti, un insieme ammirevole ispirato dall’accettazione della contingenza del nostro vivere e dal gusto della convivenza tra esseri umani.
di Mira Furlani
Care amiche della libreria,
sono una che vi vuole molto bene, che quotidianamente intreccia reale
e virtuale, non per amore per la tecnologia, ma per necessità e
praticità, nel senso della comunicazione velocizzata, sia nelle
relazioni che nelle cose pratiche, come per es. fare la spesa al
supermercato quando sono costretta all’immobilità o sono malata. Cose,
queste, non da poco. Per questi motivi il vostro messaggio con
richiesta di aiuto mi ha interessata.
Riconosco che lo scambio in presenza permette di capire il contesto e
una libertà di pensiero in movimento. Cosa cambia quando si fa un
video o si trasmette un incontro in streaming?
Le due cose per me sono un po’ diverse. Ho visto alcuni video fatti da
voi e trasmessi su Facebook o You tube, sono interviste molto
interessanti, come per es, quelle di Paestum. Oltre a due interviste
(Muraro e Cigarini) trasmesse dalla Libreria, in streaming ho visto
soltanto la riunione del sabato sera prima delle elezioni politiche
dello scorso febbraio. Mi ha fatto piacere sentire in diretta il
pensiero delle/dei presenti, vedere i visi e gli scatti delle/degli
intervenuti, insomma partecipare col mio cuore vicino al vostro. Il
sito della Libreria é già una finestra aperta nel e sul mondo. Lo
scambio veloce di informazioni attraverso le e-mail ha arricchito e
allargato il pensiero e le pratiche di tutte quelle che ci lavorano,
compreso l’elaborazione e la pubblicazione di Via Dogana. Sull’uso
dello streaming per allargare ulteriormente queste pratiche credo sia
da ripensare, andando oltre il mi piace/non mi piace, oltre é
utile/non é utile.
Non ho visto lo streaming di sabato 9 marzo su VD, nessuno mi aveva
comunicato che c’era e come entrarci. Da un lato mi é spiaciuto, da un
altro mi sono detta che é stato meglio così. Una diretta streaming di
quel genere porta in casa d’altri pratiche sensibili che comportano
variabili emotive, proprie delle discussione fra coloro che lavorano
insieme e si conoscono bene, per cui tutto vale, anche ciò che a chi é
lontano da quel contesto può apparire o suonare strano. Tutto questo
indipendentemente da una password o meno.
Ma…detto questo, confesso che mi é mancata l’esperienza di vedere e
ascoltare una delle vostre discussioni su VD. Possiedo e leggo VD fin
dal primo numero, abito a Firenze e per molte ragioni non posso
partecipare di persona ai vostri incontri. La trasmissione in diretta,
se particolarmente importante, può essere e diventare un mezzo
formidabile per un di più per noi lontane, oltre un di più che avrà
delle ricadute positive anche per quelle/i della redazione che ci
lavorano, ne sono certa. Sul come e quando trasmettere credo che dovrà
decidere l’esperienza vostra e anche nostra, pensare di volta in volta
se trasmettere solo con voce o anche in video, con interviste,
riunioni in diretta o non in diretta. Informatemi e insegnatemi come
potervi sentire e vedere, con la tecnologia son una frana. Ciao a
tutte, Mira Furlani.
di Laura Giordano
“In questa società la vita, nel migliore dei casi, è un noia sconfinata e nulla riguarda le donne”, queste sono le parole con cui nel 1967 Valerie Solanas apre il suo Manifesto S.C.U.M, che letteralmente significa feccia, ad indicare coloro che si ribellano al sistema. In realtà è l’acronimo di: “society for cutting up men”, ossia: società per l’eliminazione dei maschi.
Stiamo parlando di una delle più note femministe americane che nel suo Manifesto attacca in modo duro, provocatorio e privo di formalismi, le basi della società americana, tutta impostata sulla dominanza del maschio, del denaro e del potere. Valerie vive in una società che, come lei stessa dice, è stata “trasformata dal maschio in un mucchio di merda”, per questo ritiene che sia necessario eliminare il maschio e conseguentemente la violenza. Nel suo Manifesto scrive: “ il maschio è totalmente egocentrico, intrappolato in se stesso, incapace di trasporto, di identificazione con gli altri, di amore, di amicizia, di affetto, di tenerezza…usa l’intelligenza come un mero strumento al servizio delle sue pulsioni e dei suoi bisogni”. Si tratta di un libro che in poche intense pagine ci fa vedere come alcuni valori su cui si basa la nostra civiltà, come i diritti o la famiglia, siano in realtà privi di libertà per le donne e come siano giocati dal sistema a favore del mantenimento dello status quo.
Valerie ha messo al centro del suo lavoro politico e della sua stessa vita, la lotta al sistema patriarcale, lotta praticata col desiderio di arrivare a una società in cui le donne non siano più ai margini. Con passione e rabbia rifuggendo dal rischio della noia in cui la società la relegava, tutto questo contando solo su se stessa.
La scommessa radicale di Valerie richiama la scommessa politica più attuale delle Pussy Riot. La loro lotta va al cuore del problema, i simboli del potere, svelando la strategia di Putin e del Patriarca che hanno sfruttando la religione ortodossa e la sua estetica per convincere i russi che il potere di Putin è un potere che proviene da Dio stesso in modo da legittimarne qualsiasi decisione. Si sono esibite all’interno della Cattedrale di Cristo Salvatore con la canzone “Madre di Dio, spazza via Putin”. Volevano violare l’integrità dell’immagine mediatica del potere costituito rivelandone la sua falsità.
Le Pussy Riot sono un gruppo di femministe separatiste che hanno messo al centro del loro lavoro politico il fatto di essere donne. A differenza di Valerie Solanas hanno puntato sulla forza delle loro relazioni e sull’autorità che ne proviene. Riconoscono l’importanza del partire da sé ma anche il valore del riconoscimento di autorità reciproco, pratica radicale che ha caratterizzato il femminismo europeo degli anni 70, successivo a Valerie Solanas.
Una maestra del femminismo delle origini, Carla Lonzi, nel 1974 nel libro intitolato “Sputiamo su Hegel” scrive: “Il femminismo ha inizio quando una donna cerca la risonanza di sé nell’autenticità di un’altra donna perché capisce che il suo unico modo di ritrovare se stessa è nella sua specie”.
E’ in queste parole che cambia il modo di vivere la relazione tra donne che diventa importante per il riconoscimento reciproco e per ciò che da questo ne deriva.
Sia le Pussy Riot che Valerie Solanas lottano in modo radicale contro il patriarcato della loro società ma mentre le prime possono contare su quanto appreso rispetto all’importanza della relazione tra donne, Valerie si è mossa prima e ha dovuto combattere da sola affrontando tutte le difficoltà di una società interamente misurata sugli uomini e finendo per essere ricordata più come la pazza femminista che ha sparato ad Andy Warhol che, correttamente, come esempio di femminista radicale.
Partire dalla relazione tra donne non significa eliminare, separarsi o escludere l’uomo, significa dare valore e riconoscere autorità alle donne, per stare in relazione con gli uomini diversamente senza dover pensare di eliminarli come unica soluzione per avere libertà nella società di oggi.
Frequentando la Libreria delle donne di Milano, all’interno della redazione del sito, ho costruito nuove relazioni significative, ho imparato a darmi importanza e ad autorizzarmi ritrovando nel riconoscimento delle altre la forza per portare nel mondo quello che sento dentro di me, il mio desiderio politico, con tutta la fatica che questo comporta nei miei rapporti quotidiani, con donne e con uomini. Pochi capiscono le mie parole, ma io insisto anche se certe volte mi sento dare della pazza che rincorre cose inutili quando ad esempio uso il femminile parlando di un’avvocata. Queste mie insistenze fanno parte della mia lotta femminista radicale, lotta che posso combattere senza gesti estremi, grazie anche alla violenta lotta radicale di Valerie Solanas e al sostegno che ho imparato a trovare nelle donne che mi sono vicine.


