Il nuovo libro di Nadia Fusini racconta gli intrecci tra Arendt, Weil e Bespaloff.
Apochi mesi di distanza, nel 1939, due donne in fuga dall’uragano nazista, Simone Weil e Rachel Bespa-loff, si trovano al museo di Arte e storia di Ginevra, davanti alle opere di Goya, salvate per un soffio nella Madrid assediata dalle falangi franchiste. Esse guardano, probabilmente, la stesa tela, quella che rappresenta la fucilazione di alcuni patrioti spagnoli da parte delle truppe napoleoniche. Lo sguardo trascorre dal cranio spappolato di un uomo a terra, immerso nel proprio sangue, alla ottusa sincronia dei fucilieri allineati in procinto di sparare. Ma l’attenzione delle due donne sarà stata catturata dagli occhi spalancati del prigioniero in camicia bianca, braccia allargate a croce, che sta per essere colpito. Cosa grida quello sguardo allucinato fisso nel vuoto? Come vive gli ultimi attimi la vittima inerme di una violenza destinata a tramutarla in un grumo di carne senza vita? Quale enigma custodisce l’ultima vibrazione di un corpo che sta per diventare cosa? Intorno a tali domande ruota la straordinaria trama attraverso cui Nadia Fusini interroga la relazione “stellare” che unisce, a distanza, il destino di tre donne senza le quali il Novecento non sarebbe tutto ciò che è stato.
La terza protagonista, il cui nome dà il titolo al libro – Hannah e le altre, appena edito da Einaudi – è Hannah Arendt. A collegarle in una catena di corrispondenze sorprendenti non sono solo alcuni luoghi in cui i loro destini si incrociano – Parigi, Ginevra, New York – , ma anche amicizie comuni, come quella con Jean Wahl, vero “mediatore” delle loro esperienze e, soprattutto, testi decisivi che calamitano la loro scrittura. In particolare l’Iliade, cui Simone Weil e Rachel Bespaloff – ebrea di origine ucraina, la cui biografia spirituale è ricostruita da Laura Sanò ( Un pensiero in esilio. La filosofia di Rachel Bespaloff, introdotto da Remo Bodei e pubblicato dall’Istituto italiano per gli studi filosofici) – hanno dedicato due scritti di rara intensità. In entrambi, la forza «appare la suprema realtà e la suprema illusione dell’esistenza», come scrive la Bespaloff (il suo testo è ora riedito da Castelvecchi). Suprema realtà, perché onnipresente – la forza lacera, penetra, schiaccia senza remissione, come sperimentano gli uomini travolti dalla guerra di Troia e da tutte le altre che l’hanno seguita. Ma anche suprema illusione perché, come ogni cosa umana, a sua volta destinata a essere annientata da una potenza ancora maggiore cui nessuno può sfuggire. «Su questa terra non c’è altra forza che la forza. Questo potrebbe essere un assioma. – così Simone sembra rispondere, dalla più prossima delle lontananze, a Rachel – In quanto alla forza che non è di questa terra, il contatto con essa si paga a prezzo di un transito attraverso qualcosa che somiglia alla morte» ( La prima radice).
Se l’Iliade sembra stringere in un unico destino l’ebrea francese, morta per denutrizione nel ’43, e l’ebrea ucraina, morta suicida nel ’49, Kafka è l’autore che le mette entrambe in rapporto ad Hannah. Certo diversa – assai più solare è la esperienza di questa, rispetto alle prime due. Come diversi sono il suo aspetto e il suo atteggiamento. Con la postura un po’ “marziana” – anche nel senso guerriero del termine – di Simone e la bellezza sfuggente di Rachel, contrasta il piglio, sicuro e sfrontato, di Hannah, pronta, sigaretta tra le dita, ad affrontare, scandalizzandolo, chiunque attivasse luoghi comuni. Al malheur che sembra perseguitare come una cattiva stella le prime due, risponde la fortuna della terza – salva per miracolo dai nazisti, amata dagli uomini, circondata, ancora viva, da una fama non attutita dalle pole- miche innescate dalle sue opere, come il famoso reportage sul processo Eichmann. Ma non si tratta che del versante luminoso di una consapevolezza assai tesa del male da cui il secolo è stato preso alla gola. Di tale precipizio il Castello di Kafka porta, inscritte, tutte le cicatrici, come il corpo suppliziato del suo racconto Nella Colonia penale. Cosa altro rappresenta l’incantesimo che incatena K. a una necessità inesplicabile, se non la prefigurazione della peste bruna che sarebbe penetrata di lì a poco nelle vene della civiltà europea?
In questo gioco di specchi incrociati Nadia Fusini entra con un’intelligenza e una forza di scrittura non inferiore a quella delle “sue” donne. Non solo Hannah, Rachel e Simone, ma anche Virginia Woolf e Irène Némirovsky, morta nel campo di Birkenau nell’estate del ’42, e, prima ancora, Katherine Mansfield e Rahel Levin, protagonista della biografia arendtiana. Non troppo, e a volte poco, lega le loro vite, e le loro morti, singolari come quella di ciascuno. Ma c’è qualcosa che Nadia definisce «the woman’s angle» , l’angolo della donna, che appartiene a tutte loro. Si tratta di un asse prospettico, obliquo e profondo, capace di vedere qualcosa che di regola gli uomini non colgono nella violenza. Perché ne sono spesso i soggetti, prima o più che oggetti. Essi non guardano alle vittime dal punto di vista di queste. Perciò non riescono a leggere il messaggio, muto eppure vibrante, che libera lo sguardo stravolto del prigioniero fucilato di Goya. È esso che sa fissare, invece, senza indietreggiare, insieme alle sue donne, Nadia Fusini.
Il Museion di Bolzano omaggia Rosemarie Trockel con una mostra che ne racconta la complessa personalità. Un percorso sapientemente allestito in cui emerge il piacere di mettersi in gioco. E di mettere in questione l’arte stessa. Dalle sculture escatologiche e barocche ai collages e le installazioni irriverenti. Fino a smentire l’idea dell’ “arte di genere”. Con i celebri lavori a maglia che diventano opere classicamente moderniste [A.P.]
MOSTRA DAL 02/02/13 al 01/05/13
In che cosa può consistere il “piacere sfacciato” per un artista di una certa età (61anni), tenace e precisa (c’è bisogno di dirlo?) come, secondo la vulgata comune, sanno essere gli artisti tedeschi? Un’artista che lavora da sola nel suo studio, senza assistenti, schiva al limite dello scontroso (non ama interviste né presentarsi alle inaugurazioni delle sue mostre), che voleva diventare biologa e che agli animali riserva tuttora un’attenzione particolare (si dice spesso che chi ama molto gli animali ami poco gli umani), tanto inventarsi, con Studio 45: House for Lous, il luogo ideale per i pidocchi: una parrucca. Un’artista discretamente cupa (basta notare la reiterata ossessione per l’immagine della cantina, la porta, le scale che portavano al regno dell’incubo infantile) ma anche inaspettatamente ironica? In che cosa consiste, dunque, “Il piacere sfacciato”, titolo della mostra (“Flagrant Delight”) di Rosemarie Trockel, attualmente di scena al Museion di Bolzano (a cura di Dirk Snauwaert, affiancato nella trasferta italiana da Letizia Ragaglia in collaborazione con la stessa Trockel)? Un piacere che, chiosa la direttrice di Museion, è più che altro «capriccioso, disinvoltamente sfrontato», che non ci si aspetterebbe da un artista del genere.
Ebbene, il piacere (e non è una semplificazione) è proprio quello dell’arte. Proprio di un’artista che, nonostante lunghi anni di carriera, attraversamenti di generi e di linguaggi complessi e articolati (la pittura, l’installazione, la ceramica, la scultura, il collage, il video), mantiene ancora quasi intatta non solo la spinta a sperimentare, ma anche a mettere in gioco tutto. Senza tabù, a cominciare da se stessa. Confrontandosi – attraverso la fluidità di quei linguaggi che interseca e una certa, eccentrica sensualità – con temi tosti, di dimensione apparentemente privata: l’arrogante mondo maschile e quello femminile, in realtà molto pubblico, se è vero, come dicevano le femministe negli anni in cui Trockel comincia a lavorare, che “il privato è politico”.
Ma stiamo all’aspetto più propriamente artistico, e dunque anche a un discorso di genere (il “lavoro al femminile”) con cui Trockel è stata parzialmente identificata: i lavori a maglia, quelli con i fornelli installati (accesi!) come grandi cerchi neo pop su basi monocrome e fissati al muro. Trockel non ricama, in questi lavori, tranne che in un caso, non lascia in vista fili, smarginature, il disordine di un ordito che evoca molto, ma afferma poco. No, lei i lavori a maglia li realizza al computer, ne fa grandi tele cromatiche minimaliste, che da lontano potrebbero essere scambiate per severe campiture realizzate da un Reinhardt o da Ryman: nero, grigio marrone, anche i colori concedono molto poco alla presunta fragile creatività che in genere si rintraccia nelle artiste.
La scelta di Rosemarie è di intervenire sui lavori a maglia con la tecnologia, in polemica (neanche troppo celata) con il primato maschile dell’arte, ed elevandoli alla ormai raggiunta classicità del Modernismo. Stesso approccio nei lavori con i fornelli, intervallati gli uni dagli altri con rigore minimalista, fino a farne evidenti “quadri” modernisti e con questo, direi, liquidare anche una certa idea di genere dell’arte.
Ma non basta. Queste opere apparentemente pittoriche sono in realtà delle installazioni messe a parete, con cui l’artista sovverte anche le tradizionali distinzioni (anche qui c’è di mezzo una questione di genere) tra pittura e installazione. Spiega Letizia Ragaglia: «Rosemarie Trockel affronta un discorso sulla pittura, riguardo un certo compiacimento verso questo linguaggio e su che cos’è la pittura, atteggiamento che si ritrova anche in alcuni suoi dipinti più recenti». All’apparenza sciatti (e non solo all’apparenza) realizzati con colori, ma anche con fluidi femminili. Opere quindi desacralizzate o, all’inverso, che consacrano questi fluidi. Così come, nobilitate, sono i “quadri” realizzati da alcune scimmie che «le pongono di nuovo serie domande sullo statuto della pittura e dell’artista», aggiunge Ragaglia. Non capricci, quindi, ma statement in cui emerge una schietta rivendicazione politica, della parte dove stare: l’insofferenza verso i linguaggi accreditati. Un’interrogazione quasi ontologica dell’arte, come del senso dello stare al mondo.
Ma poiché Rosemarie Trockel non ama le retrospettive, a parte qualche vecchio lavoro degli anni Ottanta, tra cui la versione di uno dei suoi temi ricorrenti, Keller (cantina), con le ragnatele che creano un ordito quasi fitto ma al contempo leggero, in mostra a Museion ci sono molti collages (la produzione più recente, realizzati, detto per inciso, non tradizionalmente con la colla, ma a secco e pinzati) che raccontano l’immaginario complesso, tetro e irriverente insieme, “sfacciato”, a volte al limite del cattivo gusto, come quando i collages sono decorati con striscioline argentate che li trasformano in cabinet de curiosités molto kitsch, di questa artista che si nutre programmaticamente del lavoro di altri artisti, così come di letteratura, cinema, filosofia. E molti dei suoi mentori compaiono nei collage.
Chissà se Francis Bacon apprezzerebbe l’essere rappresentato con un occhio solo alla Polifemo (ma potrebbe trattarsi del terzo occhio degli induisti, l’occhio della mente) e la cinta di un accappatoio di spugna a mo’di capelli, il tutto incorniciato da quei festosi lustrini argentati? E, a proposito di pittura e di quella un po’ pompier che ha celebrato e soprattutto usato l’attraente nudità del corpo femminile, ecco che in un collage compare L’Origine du monde, con una vistosa vedova nera che copre il pube. Mentre, in un altro collage che utilizza questa icona della pittura erotica, Raymond Pettibon presta il suo busto a quella parte del corpo che Courbet non dipinse.
E chissà anche come la prenderebbe Robert Smithson vedendo trasformata l’utopia sublime della sua Spyral Jetty in Spyral Betty: installazione luminosa che ritrae (alla maniera eccentrica di Trockel, ovviamente) l’apparato genitale femminile, opera peraltro entrata in collezione di Museion.
Ma non è che Rosemarie Trockel dileggi i suoi colleghi. Tutt’altro. I suoi punti fermi rimangono inalterati in Fontana in testa a tutti, che omaggia con alcuni lavori a maglia con tagli, Richard Hamilton, da cui deve aver preso un certo gusto per la composizione spiazzante dell’opera, Beuys, con cui condivide l’idea della metafora artistica, Gilbert & Gorge.
Ma poi Trockel va oltre. E si cimenta nella scultura realizzando delle ceramiche che incarnano un’escatologia barocca, dove l’idea del rifiuto organico si mischia a un’accesa e visionaria idea del corpo che, in una sintesi ardita, dichiara l’avversione verso il consumismo e i suoi rituali. Da qui, alle opere che raccontano il suo sguardo obliquo attraverso la condizione umana: altre sculture parziali di corpi, la “casa dei pidocchi”, immagini altrettanto parziali e apparentemente strampalate di altre porzioni di corpo che compaiono nei collages, si compie il percorso di questa artista complessa e irrituale che l’allestimento del Museion di Bolzano riesce sapientemente a mettere in scena.
di Natalia Aspesi
Sta diventando una notizia qualsiasi, anche un po’ ripetitiva, quindi sempre meno interessante, basta prima pagina e titoloni, quasi sempre sensazionali e sbagliati, inutili i commenti, tanto ormai si è detto tutto, e arzigogolato su tutto. Ne hanno ammazzato un’ altrae un’ altra ancora, una si sono accontentati di sfigurarla, e avanti così. SEGUE A PAGINA 33 Ècome se fosse diventata un’ abitudine farlo e subirlo, e una barba venirne informati. Ci indigniamo? Riempiamo le piazze? Chiediamo giustizia? Pretendiamo che non succeda più? Mah, ci si è logorati anche a protestare. E poi, mentre si è lì a dire la nostra, con cartelloni e cori, ecco che da qualche parte ne ammazzano un’ altra. Per le istituzioni era un impiccio prima, figuriamoci adesso, c’ è ben altro da pensare con il casino politico sempre più contorto. Certo col famoso rinnovamento che per ora si è accasciato, si troverà forse il tempo di buttar lì un volonteroso pensiero: ma intanto chissà, persino in quella folla di italiani pro o contro Marini o Prodi o chiunque altro, che fuori da Montecitorio brucia la tessera pd, sventola bandiere pdl, mostra cartelli grillineschi, magari c’ è uno, c’ è una, che prossimamente, in un momento di sospensione per la passione civile, torneranno ad essere solo un uomo e una donna, e l’ uomo sarà accecato da una più funesta passione e taglierà la gola alla donna che ne è la causa. Perché si sta chiarendo il fatto che gli uomini che ammazzano o tentano di ammazzare mogli, ex mogli, fidanzate, ex fidanzate, ragazzine spensierate e pure prostitute, non appartengono a mondi separati dal nostro, non sono pazzi, poveracci, immigrati, o comunque gente lontana: non è solo il vecchio miserabile marito che, in un tugurio di Kabul, si risveglia dal coma e si getta sulla giovane bellissima moglie, nel meraviglioso film dell’ afgano Rahimi, “Come pietra paziente”. I codici del comportamento feroce e vendicativo maschile non conoscono classi, né culturali né economiche: così una delle ultime vittime di questi giorni è un’ avvocatessa di 35 anni, che a Pesaro è stata sfregiata con acido solforico e, oltre ad avere il viso distrutto, rischia la cecità. Per ora è andato in prigione un avvocato che era stato suo compagno sino a due anni fa, accusato di essere il mandante di un sicario prezzolato, per provocare non la morte, ma la cancellazione del viso che lo ossessionava, il viso di un nemico colpevole di non appartenergli più. L’ uomo si dice innocente, ma per ora non gli credono, e comunque la vittima non è, come ci si ostina a voler credere, una donna delle periferie sociali, ma una persona nota nella sua città, in un ambiente professionale e borghese. Pensi: ma in questi giorni di sconquasso politico e di disastro economico, l’ interesse sarà tutto per quello che sta succedendo, perché è la vita di tutti noi che è in gioco. E invece c’ è chi la vita la rifiuta, e non gliene importa niente di quel che succede a Montecitorio o nel paese: è chiuso nella sua disperazione e impotenza come a Roma la guardia giurata che non poteva certo perder tempo ad ascoltare di elezioni e di disoccupazione, o magari manifestare come tanti davanti al Parlamento, quel che contava era punire la moglie che non lo voleva più. Lei stava scappando, lui stava inseguendola, tutti e due in macchina, zigzagando pericolosamente come in un thriller. Lui l’ ha raggiunta, dal finestrino le ha sparato sei colpi con la pistola di ordinanza, poi si è sparato: lei morta, lui in fin di vita. Ma qui da noi non si perde tempo, i codici dell’ onore e della vendetta hanno fretta: così lo stesso giorno a Montebelluna tutto il corpo e l’ anima e l’ immaginazione di un rappresentante di materassi quarantenne è bloccato sul corpo, sull’ anima, sull’ immaginazione dell’ ex fidanzata di 22 anni, segretaria nello studio di un commercialista: per riconquistarla lui aveva persino comprato un’ intera pagina del Gazzettino di Treviso per dirle: «Sono pazzo di te». Poi si era fatto sempre più aggressivo e Denise lo sveva denunciato per molestie ai carabinieri: i quali lo avevano diffidato, sai quanto gliene importa a uno che non è genericamente pazzo, ma pazzo della preda che gli è sfuggita e che non se lo deve permettere. Ha aspettato che uscisse dall’ ufficio e le ha sparato alla nuca, poi si è sparato. Escono libri a decine (e l’ ultimo è L’ ho uccisa perché l’ amavo di Loredana Lipperini e Michela Murgia), si fanno spettacoli di grande successo che girano l’ Europa (“Ferite a morte” di Serena Dandini): li leggono in tanti, li vanno a vedere in tanti, e ne discutono, donne e soprattutto uomini, deprecando. Se la ricordassero tutti, quell’ emozione, quell’ indignazione provata con quelle storie vere. Soprattutto gli uomini, anche quando la loro donna non vuole più essere loro: il dolore si può sopportare. E si svegliassero anche le forze dell’ ordine che pure hanno già tanto lavoro: se una donna denuncia molestie, è perché ha un probabile futuro di vittima; magari non accontentarsi di una diffida, fare una piccola indagine..
Redazione del sito
Poco importa quanti sono, uno, mille o centomila, ma in questo paese che si chiama Italia vivono anche uomini onorati. Durante la legislatura 2006-2008 Silvio Berlusconi, che era all’opposizione, si mise a comprare il tradimento dei senatori della maggioranza per far cadere il governo Prodi. Due gli dissero di no e noi della redazione del sito Libreria delle donne vogliamo ricordare i loro nomi.
Uno è Paolo Rossi, del PD. Ascoltato come teste, ha raccontato ai giudici che il senatore Tomassini, medico, eletto nelle liste Pdl, lo invitò a casa sua e gli offrì soldi per conto di Berlusconi. Quanti? Cifre elevatissime, da cambiargli la vita, purchè passasse dalla parte del Cavaliere (alias, la Cacca). Il senatore Rossì rifiutò e riferì la cosa alla sua capogruppo, Anna Finocchiaro.
L’altro è Giuseppe Caforio dell’Italia dei valori. Gli furono offerti cinque milioni per tradire Prodi: doveva soltanto dire sì e i soldi erano suoi, in due rate, una prima e l’altra dopo il voto. Rifiutò anche lui, trovò il modo di registrare il colloquio e riferì tutto a Di Pietro.
Bravissimi, siete un grande esempio.
Ma resta una domanda: perché le persone informate (Finocchiaro e Di Pietro) non fecero esplodere subito il caso?
Aspettiamo una risposta dall’una e dall’altro. Perché avete sprecato il bene prezioso che è l’ammirevole onestà di quei due senatori? Per stupidità o per politicismo? Non potrebbe essere questa una ragione del successo di Beppe Grillo?
Se tra i politici di professione nessuno sa che fare dell’onestà degli onesti, questo paese è perduto. Abbiamo raccontato una storia di uomini. Molte donne vogliono farne parte, Anna Finocchiaro per esempio. Diciamo a queste donne: ci va bene, benissimo, ma fateci vedere qualche effetto della vostra presenza. O tutto resterà come prima e andrà avanti di male in peggio?
(fonte della notizia: un articolo di Dario Del Porto e Conchita Sannino su la Repubblica 28.3.13, p.7).
di Serena Fuart
«Credo che partire proprio da quelle situazioni che in noi hanno suscitato sentimenti negativi, o perlomeno contraddittori, sia un buon inizio perché essi costituiscono un sintomo, una spia che le interpretazioni dominanti, quelle del sistema patriarcale e capitalistico, non riescono a dire, qualcosa che la nostra esperienza viva ci fa sentire e che tuttavia non ha ancora parole. È un lavoro di scavo possibile ma difficile da fare tutto da sole e la costituzione di una comunità di ricerca aiuta a continui aggiustamenti per avvicinarci sempre di più a una verità che non è solo interiore ma offerta a tutte e tutti.» Così scrive Luciana Tavernini, una delle autrici del numero di DWF La pratica della storia vivente.
C’è un altro modo di fare storia. Un modo imprevisto, fuori dallo schema patriarcale, una storia che si annida nei nodi irrisolti della vita delle storiche e che emergono con questa pratica.
Un modo che, da quando l’ho scoperto, ha cambiato il mio modo di intendere la storia.
Milagros Rivera Garretas, nel suo saggio sulle novità storiografiche dovute al taglio della differenza, scrive: «Le autrici di quelle opere, così come le loro lettrici e lettori sanno che la storia, come il suo possibile e anche il suo impossibile, sono molto di più che il racconto delle guerre, delle lotte sociali o delle diseguaglianze di genere. E sanno che in questo ‘molto di più’ ci sono oggi e ci sono state nel passato più donne che uomini: donne che hanno scelto di esserlo, cioè donne che tengono in conto il senso libero della sessuazione del loro corpo – della loro differenza sessuale – quando scrivono e quando leggono o spiegano storia».
E più avanti continua: «La storia vivente riesce a muoversi e a scrivere nel luogo rischioso in cui il reale e l’irreale si accostano. In questo luogo c’è l’esperienza che fonda la sua vocazione per la storia e che reclama di essere detta e letta o ascoltata nel presente perché la storiografia non decada o muoia, perché finalmente si consumi la crisi in cui la storiografia è sprofondata dalla caduta del muro di Berlino nel 1989».
Mi ha affascinato il numero di DWF dedicato appunto a questo modo dirompente e nuovo di raccontare la storia.
Scrive ancora Luciana Tavernini in Sintesi dell’intervento Riscattare e redimere il presente, in cui viene riassunto l’intervento presentato da María-Milagros Rivera y Garretas al XII Simposio dell’Associazione internazionale della Filosofe (IAPh), tenutosi a Roma dal 31 agosto al 6 settembre 2006, (on line sul sito della Libreria delle donne):
«Nel 2006 molti convegni e testi reclamano memoria storica ma, restando legati allo schema della contrapposizione, fanno sì che ‘dimenticare e ricordare’ siano la ‘medesima operazione’ in quanto ‘non c’ è interpretazione libera di sé’, ma ripetizione meccanica di uno schema (vincitori/vinti o “riconciliazione nazionale” per la Spagna e “legge del Punto finale” per l’Argentina). Occorre invece un nuovo ‘inizio, che generi realtà, che faccia ordine e significhi la forza politica dell’esperienza nel luogo in cui l’esperienza è oggi’, un’interpretazione che dia senso e produca modificazione interiore che apra ‘a un altro ordine di rapporti’ in cui ‘l’amore abbia un posto, per quanto piccolo, tra i sentimenti di colpa e i desideri di vendetta lasciati dietro di sé dagli episodi traumatici della storia’.
María-Milagros cita alcuni traumi del passato come la Guerra civile spagnola, l’Olocausto, la scomparsa di donne e uomini nelle dittature, gli stupri commessi dai soldati, compresi quelli dell’ONU, che richiedono un’interpretazione che ci redima e si chiede: “Come evitare la vendetta o la paralisi politica, conservando viva la memoria storica?”
Propone che le storiche cerchino un movimento personale, imprevisto e necessario, che ci permetta di “scoprire il senso dei conflitti che sfociarono in tragedia quando non fu più possibile praticare la parola, la relazione, il conflitto relazionale”.
Le autrici del numero di DWF riflettono a partire dai loro nodi problematici e irrisolti che diventano storia, storia vivente appunto.
Ognuna parte da un suo nodo irrisolto.
Marirì Martinengo, l’iniziatrice di questo modo di fare storia, scrive nel suo libro La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone – Donna “sottratta” (ECGI, Genova 2005), di cui nel numero viene presentata una selezione:
«C’è una storia vivente annidata in ciascuna/o di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni dell’inconscio; non penso che abbia valore storico solo quello che sta fuori di noi, che qualcun altro ha certificato, la famosa storia oggettiva. Io racconto una storia vivente che non respinge l’immaginazione, un’immaginazione che affonda le sue radici nell’esperienza personale, storia più vera perché non cancella le ragioni dell’amore, non respinge le relazioni del suo processo cognitivo». Nel libro Marirì ha raccontato la sua storia in relazione con quella di Lei, Lei a cui è stata data voce dopo anni e anni di silenzio. «È andata così – scrive – per tutta la vita; ora ho sessantasette anni ma da quando ho dato all’inquietudine un volto, il suo, e una voce, la sua, essa si è quasi placata, perché è stata riconosciuta, e, senza più trasposizioni o vie di fuga, ha avuto attenzione, tempo, spazio di scrittura».
Marirì ha dato voce a sua nonna, costretta per anni nel silenzio di una vicenda dolorosa e il narrare di Lei l’ha riscattata dal senso di malessere e inquietudine che l’accompagnavano negli anni della sua vita.
Laura Minguzzi affronta la sofferenza, il dolore per sua madre morta suicida per il rifiuto di abbandonare la sua amata campagna. Sono gli anni sessanta, anni cruciali per la storia italiana in cui assistiamo a una trasformazione violenta dell’economia. Raccontare ha permesso a Laura di dare un senso al silenzio che avvolgeva questa vicenda dolorosa. E su di lei scrive: «Da piccola la guardavo ammirata mungere le mucche, fare i formaggi. Comunicava con chi non aveva un logos, una parola, infatti non amava molto parlare, si esprimeva facendo crescere piante e animali».
Luciana Tavernini affronta il tema del «legame tra parola e verità, in particolare rispetto alla scoperta della relazione vita-sessualità e funzione materna, e quello tra fiducia nella propria capacità di giudicare e abuso sessuale, in particolare se l’abusatore è stimato dalla madre». E dà senso alla vicenda oscura che è avvenuta nella sua vita quand’era ragazza.
Marina Santini affronta un tema che mi ha colpito molto: la preferenza. Secondo lei è positiva nel momento in cui si esce da un’ottica di uguaglianza. Siamo diverse e diversi e la preferenza è una leva che sprona a far meglio e ad essere sicure di sé e camminare baldanzose nel mondo. E narra della sua esperienza di “preferita” nella scuola.
«La preferenza, un guadagno teorico del pensiero del movimento delle donne, è stata valorizzata proprio per scalfire il discorso dell’uguaglianza, partendo dall’evidenza che non tutte siamo uguali. Ma la “preferenza” che fa crescere, non quella che toglie alle altre.»
Nel numero troviamo anche due saggi che evidenziano le diversità tra questa pratica e altre modalità di fare storia.
Marirì Martinengo analizza la storia personale, proprio a partire da un altro suo libro, La signora del monte. Vecchie storie a Monforte d’Alba (Neos edizioni, Torino 2011), proponendo una riflessione sulla memoria.
Graziella Bernabò esamina la sua esperienza di scrittura di due biogafie, una, Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia (Viennepierre, Milano 2004- Ancora, Milano 2012) e l’altra La fiaba estrema. Elsa Morante tra vita e scrittura (Carocci, Roma 2012) e ne trae indicazioni su come narrare l’esistenza delle donne.
«Occorreva interrogarle – ci dice – da altre vie rispetto a quelle tradizionali, rintracciando i segni che comunque nel passato esse ci avevano fatto giungere, e che attendevano solo di essere colti, con un superamento di pregiudizi e luoghi comuni.»
Il testo mi ha illuminato, nutrito di pensiero dirompente, innovativo che ha stravolto il mio modo di fare storia, improntato su schemi patriarcali. Ho capito che la storia parte da me, dai miei nodi irrisolti che rivedo con occhi nuovi, narro e a cui do un significato diverso, nutrito dal senso libero del mio essere donna.
Le autrici le conosco e dopo la lettura di questi testi la mia relazione con loro si è arricchita di pensiero e ricchezza simbolica.
E concludo con alcuni passaggi di una delle filosofe che ammiro di più in assoluto: Maria Zambrano. Gli stralci di pensiero che riporto sono citati da Marirì Martinengo nel saggio sulla storia personale.
«Senza dubbio all’origine della memoria c’è la ricerca di qualcosa di perduto […] qualcosa che esige di essere nuovamente guardato […] Vedersi ciò che si vive e il vissuto, vedersi vivendo […] ricordare, vedere di nuovo […] tornare a vedere esseri e cose afferrati sempre a metà […]. […] la Memoria si presenta così, come arte e sapienza del tempo, la memoria che nella sua servitù, custodisce, come in un’antica misteriosa arca, la libertà […].»
(María Zambrano. Il metodo in filosofia o le tre forme della visione, aut aut, n.279/1997, p.71)
Milano – dal 18 aprile al 15 giugno 2013
MUSEO PECCI MILANO
Ripa Di Porta Ticinese 113 (20143)
A cura di Angela Madesani, Annamaria Maggi, Stefano Pezzato
Realizzato dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci
in collaborazione con Galleria Fumagalli e Spazioborgogno
Opere di: Marina Abramovic, Vito Acconci, Vincenzo Agnetti, Giovanni Anselmo, Eleanor Antin, Gabor Attalai, Michael Badura, Dobroslaw Baginski, John Baldessari, Gianfranco Baruchello, Bill Beckley, Joseph Beuys, Günther Brus, Cioni Carpi, Giuseppe Chiari, Giorgio Ciam, James Collins, Roger Cuthfort, Fernando De Filippi, Giuseppe Desiato, Gino De Dominicis, Valie Export, Joachen Gerz, Gilbert & George, Dan Graham, Al Hansen, John Hilliard, Peter Hutchinson, Joan Jonas, Birgit Jürgenssen, Allan Kaprow, Jürgen Klauke, Robert Kleine, Ketty La Rocca,Urs Lüthi,Roberto Malquori, Fabio Mauri, Bruce Mc Lean, Ana Mendieta, Charlotte Moormann, Maurizio Nannucci, Bruce Nauman, Hermann Nitsch, Luigi Ontani, Roman Opalka, Dennis Oppenheim, Gina Pane, Giuseppe Penone,Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Arnulf Rainer, Cindy Sherman, Rudolf Schwarzkogler, Helmut Schweizer, Stelarc, Aldo Tagliaferro, Franco Vaccari, Francesca Woodman, Michele Zaza.
La mostra costituisce un progetto di ricostruzione storica che raccoglie le sperimentazioni con il corpo e sul corpo effettuate dall’ultima avanguardia artistica del XX secolo, proponendo un insieme significativo di fotografie, film e documenti dei maggiori esponenti della stagione eroica dell’Azionismo, della Body Art e della Performance: analisi linguistiche, riflessioni di matrice antropologica, sociale, plastica. Nella maggior parte dei casi si tratta di lavori di taglio autobiografico dove gli artisti sono anche i protagonisti delle opere.
Una sorta di rivoluzione, all’interno dell’arte, forse l’ultima avanguardia appunto, che parte dall’America e si diffonde in Europa con una certa velocità, dal 1965 al 1980.
Nonostante la Body Art svolga un ruolo determinante all’interno della grande mostra, non tutti gli artisti presenti sono collocabili in questo ambito, un esempio per tutti è quello di Gilbert & George, i quali utilizzano le loro persone per un’indagine più ampia, di matrice linguistica, mediatica, non ascrivibile a nessun ambito artistico particolare. La rassegna offre una rilettura trasversale di quel fondamentale periodo storico artistico, ponendo in relazione tra loro opere assai diverse – solo in taluni casi apparentemente simili – partendo da documenti storici e di studio già esistenti.
Accanto alla parte squisitamente fotografica in mostra sarà anche una zona dedicata al cinema d’artista e ai primi esperimenti della ricerca video, oltre a una parte documentaria, costituita da cataloghi, libri, inviti, e manifesti.
Un’indagine ad ampio spettro attraverso alcuni grandi protagonisti, internazionalmente riconosciuti, ma anche attraverso alcune figure artistiche da riscoprire, alle quali offrire finalmente una giusta collocazione.
da Exibart
Per l’ottavo appuntamento veneziano, Marinella Paderni dialoga con Francesca Grilli, artista “espatriata” in Olanda. Lei e la scelta della performance sono al centro dell’incontro
Sin dagli albori del tuo lavoro nel 2005, giovanissima, hai esordito con la performance quando questo linguaggio non era ancora tornato all’attenzione delle istituzioni museali e della curatela internazionale. Ci racconti la genesi di questa scelta controcorrente e che cosa porta nel tuo lavoro la pratica performativa?
«C’è un Arcano Maggiore chiamato ‘Ruota della Fortuna’, in questa carta si sottolinea il movimento rotatorio e vorticoso della sua superficie e la stabilità del suo centro. Prendo questo come esempio per cercare di riflettere sul significato di corrente, che paragono alla superficie della Ruota della Fortuna e il controcorrente che è il suo centro. Essere controcorrente è semplicemente essere veri con sé stessi. Quando vi è una chiamata, una visione che spinge per prendere forma, un’urgenza espressiva, non può essere ignorata, altrimenti non si e’ fedeli a sé stessi, al proprio centro: questa riflessione è stata per me l’accettazione della performance. La performance è entrata nella mia vita come una necessità, umana e personale prima di tutto. Ora ne ho fatto mio linguaggio, realtà espressiva attraverso la quale mi viene spontaneo esprimere la primordialità e la forza della mia ricerca artistica. Le correnti vanno e vengono, la Ruota può girare in un senso o nell’altro, ma bisogna essere lungimiranti e credere nelle proprie visioni, prendersi le proprie responsabilità, a discapito di quello che ti accade intorno».
Tutta la tua ricerca artistica è pervasa da alcune tematiche centrali collegate all’identità, al tempo, al linguaggio del corpo e alla resistenza dei limiti. Come li hai declinati e sviluppati nei tuoi lavori?
«Credo ad una ricerca incessante della propria verità, che si sfiora solo attraverso un incredibile sforzo, fisico, mentale. Questa fatica non è tuttavia fine a se stessa, ma profondamente appagante, ne si intravedono i confini proprio grazie alla spinta del suo limite, laddove inizia la trasformazione, la liberazione di se stessi per tramutarsi in altro. È proprio sul limite, sul punto di massimo sforzo, che si intravede un’immagine altra, di svelamento, di massima fragilità, di verità. Penso alla performance Enduring Midnight, dove la cantante lirica ormai in una fase conclusiva della sua carriera, cantando ancora nel mezzo della notte, ci rivela se stessa, la sua forza più intima, la sua passione più vorace. È un’immagine che va al di la della bellezza, ma che contiene l’unicità e la forza di esistere, nonostante tutto».
La voce e la musica sono altri due leit motiv presenti nella maggior parte delle tue opere. Esprimono ciò che l’arte visiva cerca oggi incessantemente, dare forma a emozioni e realtà spesso imponderabili come la passione. Che significati rivestono all’interno della tua ricerca?
«La manifestazione, più che la rappresentazione, mi ha sempre conturbata. Cerco quindi di riportare nelle mie opere, proprio questo aspetto. Il suono è immateriale, ma riesce a comporre, dare una voce ai sentimenti, plasmare la materia di cui siamo fatti, senza necessariamente avvalersi di una forma specifica».
In un’epoca contraddistinta dalla smaterializzazione del reale e dall’egemonia dei dispositivi virtuali nella relazione con l’altro, come interpreti la tendenza artistica attuale alla ricerca di “esperienze” in cui la presenza fisica e diretta è messa in gioco e rinegoziata?
«Annuso nell’aria un cambiamento, profondo, nel presente. Spesso le arti contemporanee sono state algide e inaccessibili. La presenza della relazione, dell’emotività era quasi penalizzante. Per quanto mi riguarda vi era un grave scollamento tra umano ed espressione artistica, una mia preoccupazione che questa dimostrazione di distanza e distacco, fosse invece lo specchio proprio di un’umanità persa, imbambolata e inaccessibile. Mi sembra invece che il sangue sia tornato ad intiepidirsi, non ancora a bollire, ma a risvegliarsi. Di conseguenza l’esperienza ci scuote, non ci lascia impassibili, ci cambia. E si ritorna al gesto semplice, all’urgenza di seguire quell’urlo che ci ha risvegliato».
Ora che la performance è tornata ad essere un linguaggio espressivo particolarmente consono alla giovane ricerca internazionale, cosa puoi leggere in controluce del tuo apporto, di quasi un decennio, al rinnovamento di questa pratica?
«Mi auguro per le generazioni a venire, che abbiano le fortune e le difficoltà necessarie per poter scavare il letto del loro fiume. Perseguire l’arte performativa significa accettare i limiti dei mondi che ti possono ospitare, le arti visive, il teatro di ricerca, e cercare appunto di solcare la propria strada. Auguro loro di non farsi abbagliare dalla buona o dalla cattiva sorte, ma di cercare una propria posizione solida, che spesso corrisponde ad una sedia scomoda».
Ci sono delle difficoltà nell’essere un’artista performativa rispetto al circuito delle gallerie? La performance è un’opera d’arte difficile da collezionare, soprattutto in Italia, e talvolta difficile anche da esibire nei musei: penso alla tua bellissima performance Moth (2009) che hai potuto mostrare solo all’interno di teatri, e non nei musei, a causa di una burocrazia rigida in materia di sicurezza. Per alcuni tuoi lavori, ti è stato più semplice operare all’interno del teatro sperimentale d’avanguardia?
«Il teatro sperimentale e’ più versatile quando si tratta di ospitare linguaggi che possono sfociare in diverse forme, anche tecnicamente rischiose. Per altre caratteristiche invece ha una sua rigidità, temporale soprattutto. Tecnicamente alcune performance hanno effettivamente sofferto a causa della loro complessità e pericolosità di esecuzione, ma proprio questi due ingredienti sono la loro forza, non avrei potuto evitare di fare diversamente. L’esistenza di queste modalità espressive sempre più presenti nei linguaggi artistici, che prevedono azioni in vita, vanno a scardinare la staticità museale, suggerendo nuovi formati. Mi sento comunque fortunata, per il supporto che ho avuto alla mia ricerca performativa, talvolta difficile da comunicare al sistema, ma questa e’ un’esperienza personale, non una modalità».
La chiamata al Padiglione Italiano della 55° Biennale di Venezia è stata preceduta da una residenza presso il MACRO di Roma per il quale hai prodotto l’installazione sonora Variazioni per voce (2012). Com’è nata l’opera? E in che relazione si pone con la residenza romana?
«Sono stata felice di ritornare in Italia proprio in occasione di questa residenza. Ho colto l’opportunità per riascoltare l’Italia. Attraverso Variazioni per voce, ho potuto riflettere sul concetto di censura dell’opera e dell’espressione artistica, individuando un importante concetto che sta alla base del presente del nostro Paese, la responsabilità, verso noi stessi, verso l’opera d’arte. Lo spettatore era invitato a scegliere se attivare l’installazione, consapevole della possibilità di distruzione della medesima: ad ogni ascolto la mia voce incisa su cera, si consumava, modificando e cancellando l’opera stessa».
L’invito a partecipare alla 55° Biennale di Venezia ti ha posto di fronte ad una nuova, importante sfida. Come stai vivendo questo momento e cosa ti aspetti da quest’esperienza?
«Mi sono isolata sulle montagne trentine, gentilmente ospitata da Centrale Fies. Ci rimango tre mesi. Stare attaccata alla terra mi fa bene in questo momento. Cerco di fare un lavoro che mi rispecchi, che non mi tradisca».
Intervista di Chiara Zappa a Yolande Mukagasana
La voce di Yolande Mukagasana oggi è cristallina. Lo è nonostante questo sia forse il periodo dell’anno peggiore per quei ruandesi che, come lei, sopravvissero per miracolo al genocidio iniziato proprio nell’aprile di diciannove anni fa e che continuano a portare sulle spalle il peso e la responsabilità di conservarne la memoria. Yolande oggi è contenta perché – racconta – «questa notte è stata ritrovata una ragazzina che considero come una figlia, che mi era stata affidata e che invece era stata portata via da qualcuno che voleva inserirla nella rete dello sfruttamento sessuale». Yolande, che nel genocidio perse il marito e i tre figli, da allora è una testimone instancabile (tra i suoi libri in italiano La morte non mi ha voluta del ’98 e Le ferite del silenzio del 2008, Meridiana). Più volte candidata al Nobel per la pace, oggi consigliera alla Commissione nazionale ruandese per la lotta contro il genocidio, domani, giovedì 18 aprile, aprirà a Genova la quarta edizione di La storia in piazza, in un incontro con Fernanda Contri su “Diritti civili e violenza sulle donne”.
Yolande, le donne furono in qualche modo «più vittime» degli uomini durante il genocidio?
«Una vittima è semplicemente una vittima e non è possibile per me fare confronti. Non si possono trovare le parole per descrivere le sofferenze né di coloro che sono morti, e che prima di essere uccisi furono quasi sempre torturati, né di chi sopravvisse, e che fu testimone di quelle violenze indicibili. Gli orfani hanno assistito alla tortura sessuale delle loro madri e sorelle, all’umiliazione e all’uccisione dei loro padri. Come possiamo fare una scala del dolore? È però un fatto che donne, ragazze e bambine furono violentate in massa e che molte di quelle che sopravvissero contrassero l’Aids e oggi vivono malate e nella miseria. Ma c’è di più: sulle donne ci si è particolarmente accaniti per distruggere in loro l’umanità, perché la donna porta in sé l’umanità per nove mesi. Lo stupro è stato usato come un’arma di genocidio».
Una volta mi disse che gli stupratori sono trattati meglio delle loro vittime, perché in carcere ricevono le cure contro l’Hiv: dunque quale giustizia è stata fatta per le donne?
«È vero che il Tribunale penale internazionale per il Ruanda curava gli stupratori che si trovavano in carcere in Tanzania, e le Ong si occupavano di quelli nelle prigioni ruandesi, mentre alle vittime non spettava alcun trattamento medico. La nostra first lady, Jeannette Kagame, ha preso a cuore il problema dell’Aids e oggi abbiamo molte campagne di prevenzione soprattutto nelle scuole, i giovani si sottopongono volontariamente al test e tutti hanno accesso alle cure. Il Ruanda, tuttavia, da solo non è in grado di prendersi cura adeguatamente dei sopravvissuti, anche se dedica a questa causa oltre il 5% del bilancio nazionale. I bisogni sono enormi: l’alloggio, l’istruzione degli orfani, le cure mediche… Da parte sua, la comunità internazionale si è rifiutata di risarcire i superstiti, sebbene abbia le sue responsabilità. I sopravvissuti, perciò, hanno cercato di organizzarsi in associazioni di sostegno reciproco».
Ci sono esempi di donne che si sono mobilitate per affrontare insieme le conseguenze della violenza e dell’odio?
«Non solo le donne si sono unite per affrontare il post-genocidio, ma anche per partecipare alla vita politica del Paese ed entrare negli organismi decisionali. Il risultato è che oggi, in Ruanda, nulla può essere fatto senza le donne. Su 80 parlamentari, 52 sono donne. Abbiamo numerose ministre, così come imprenditrici, nel settore pubblico o privato. Quando si tocca il fondo, si hanno solo due opzioni: restarci o risalire, perché non si può scendere più in basso. Ma le ferite interiori sono ancora sanguinanti, e penso che lo resteranno a lungo».
Perché ha deciso di tornare a vivere in Ruanda?
«Amo il mio Paese, e oggi è tutto ciò che ho. Inoltre, il materiale che mi serve per il mio lavoro è qui. E penso che i ruandesi abbiamo bisogno di me più degli stranieri, come io ho bisogno di loro, per ricostruirci a vicenda».
Qual è il suo ruolo alla Commissione nazionale per la lotta contro il genocidio?
«Sono consigliera del segretario esecutivo in materia di tutela dei sopravvissuti, in tutte le aree: l’istruzione degli orfani, la sanità, gli alloggi, la giustizia… Accolgo coloro che vengono a cercarmi nel mio ufficio, ma spesso mi sposto anche nelle campagne per rendermi conto della situazione, che poi riporto alla Commissione».
A livello di giustizia internazionale, sono state adottate misure specifiche per garantire i diritti delle donne vittime di violenze?
«Né per i diritti delle donne né per quelli dei sopravvissuti in generale, che io sappia. Persino al Tribunale internazionale i sopravvissuti non hanno il diritto di avere avvocati: sono ridotti al rango di testimoni, e questo li ha distrutti».
Cosa resta da fare in Ruanda?
«Tutto. Molti orfani hanno abbandonato la scuola per mancanza di mezzi, i rifugi costruiti in fretta cadono a pezzi. In tanti sono rimasti infermi per le violenze subite, e l’ideologia genocidiaria minaccia ancora i sopravvissuti, perché i negazionisti sono numerosi, soprattutto in Occidente, dove regna l’impunità per i carnefici, in particolare in Francia. Bisogna lottare, tutti insieme, per non lasciare spazio a coloro che non si sono pentiti del male fatto».
Addio a Maria Lai. La scultrice se ne va a 93 anni, viveva ritirata a Cardedu
di Arianna Di Genova
Impronte, paesaggi, parole preistoriche: nei suoi libri cuciti e scuciti a mano passò tutto il Novecento.
Esistono leggende che si aggrovigliano nei fili, tessute su una geografia immaginaria. E ci sono storie che si tramandano e altre che «si rammendano». Può accadere, poi, che quelle parole «filate» s’impennino fuori dalla traccia dell’ago, evaporino in un ragnatela di pensieri, così quasi per distrazione, segnalando mappe mentali prima sconosciute, trame poetiche e anche aspre che per avventura prendono la forma di un libro.
Maria Lai, la «cucitrice» del nostro Novecento, è morta all’età di 93 anni nella sua Sardegna, dove era nata nella città di Ulassai. Da anni, viveva ritirata a Cardedu, mentre le energie progressivamente la abbandonavano. Una delle ultime sculture, l’artista l’aveva dedicata al Gramsci narratore di fiabe: quel racconto su un topolino e la montagna, scritta in cella per il figlio Delio. Filiforme, la struttura si staglia nel paesaggio costruita pazientemente da operosi topolini. «Il topo sono io, la montagna è Ulassai, a cui voglio rimanere legata, in un tutt’uno con coloro che amano la libertà, pensando proprio a Gramsci…», aveva detto con una esilissima voce nel presentare l’opera.
La sua lunga vita è stata costellata di dolore e favole. L’infanzia in adozione dagli zii, le numerose malattie e convalescenze, l’isolamento, gli studi in ritardo, l’apprendistato con il maestro Salvatore Cambosu, l’abbandono dell’isola alla volta di Roma, l’Accademia con Mazzacurati, poi a Venezia con lo scultore Arturo Martini, il rientro in Sardegna su scialuppe di salvataggio, la morte del fratello Lorenzo per assassinio e poi quella di Gianni, in un incidente di volo….
A dispetto delle onde della vita che si abbattevano su di lei, Maria Lai ha continuato a «cucire» le storie del mondo, non dimenticando mai quelle private. Con i suoi occhi aerei, che colpivano per la mobilità acquosa così simile al mare sardo, ha fatto in tempo a vedere la nascita della casa per le sue opere, una dimora che lei considerava solo un transito, un ponte per diverse generazione: nel 2006, a Ulassai, è stato inaugurato il museo «Stazione dell’arte», dove sono raccolti circa centoquaranta suoi lavori.
Telai, libri con cieli, stelle, lune e animali, soprattutto api curiose. Le sculture di Maria Lai giocano con il linguaggio e inventano una «lallazione» particolare: le parole vengono scucite, si espandono oltre i confini della riga e del significato: sono lì ad indicare che non tutto si può affrontare con la logica, che la realtà necessita di magia. Le lettere «balbettano», si dipanano oltre la superficie e cadono giù, fuori dalla cornice-libro, in rivoli di frange capricciose. Non raccontano, almeno non in modo razionale, non sempre si susseguono causa e effetto nelle geografie sentimentali; piuttosto, quelle informali lettere sono una preistoria della parola. Non tutto è dicibile. E le emozioni sono impalpabili più della luce estiva.
Le impronte, i luoghi, le isole, il vento, le fiabe – quelle epifanie di legno, pane, terracotta, pietra, stoffa e filo che Maria intesse con un lavoro certosino per anni e anni – è come se fossero le uniche tracce percorribili, i «fossili» dell’infanzia collettiva dell’intero pianeta. Piace immaginare che Maria Lai quelle tracce le abbia seguite a piedi nudi.
I suoi libri sono diari tattili, pagine di stoffa come frammenti di corpo, «pelle» da incidere. Si radicano profondamente in una terra antica, selvaggia, nascono annusando pani votivi e amando l’odore delle capre al pascolo. Immagini che diventano «oggetti filati» in un bricolage perseguito con costanza e passione, nonostante non sempre incontrasse il favore del pubblico e del mercato. Nonostante l’artista, ai suoi inizi, venisse trattata da «straniera», in quanto donna. Le chiedevano addirittura di firmare i suoi disegni con pseudonimi maschili.
Maria Lai però non si arrese. E seppe «scartare» la via dei musei e gallerie, a modo suo. Quando le venne chiesto di realizzare un monumento ai Caduti in guerra, l’artista preferì fare un dono ai vivi. Riconnettendosi a una leggenda di Ulassai, tenne unite le porte degli abitanti del paese con nastri di stoffa srotolati per ventisette chilometri e le loro estremità vennero agganciate al Monte Gedili. Era il 1981 e Legarsi alla montagna durò tre giorni e molti di più ce ne vollero per convincere le famiglie a partecipare superando vecchi rancori, anzi, anche i diverbi e gli odi vennero inglobati nell’operazione artistica. La quotidianità può essere un lapsus creativo e trasformarsi in un’affabulazione in sintonia con i propri desideri.
di Massimo Gaggi
Michael Sandel contesta la dilagante mercificazione dei costumi e dei
valori. «Posti in fila, celle singole, uteri: il mercato della nuova società
di mercato»
«Pensavo che la crisi finanziaria nella quale il mondo è precipitato a
partire dal 2008 avrebbe segnato anche l¹inizio di una riflessione critica
sulla fede cieca nei mercati che si è diffusa in quasi tutti i Paesi dopo la
fine della Guerra fredda. Invece l¹attenzione si è concentrata sull¹avidità
umana e i suoi eccessi. Senza peraltro riuscire a frenare più di tanto la
finanza senza scrupoli. Il grande tema del nostro tempo, il fenomeno più
corrosivo per i sistemi democratici, non riguarda, però, quello che succede
a Wall Street, ma lo straripamento della cultura della transazione, che ha
progressivamente invaso aree e valori che in passato non erano mai stati
considerati negoziabili in una logica di mercato. Oggi tutto, o quasi, è in
vendita: dall¹affitto di un utero materno alla cella singola con qualche
comfort in più che le carceri di alcuni Stati americani offrono, a
pagamento, ai condannati più facoltosi». Un ciclo di conferenze digitali
sulla giustizia, le lezioni online seguite da decine di migliaia di studenti
nel mondo e un saggio sui limiti etici del mercato hanno trasformato Michael
Sandel, filosofo morale di Harvard, in un guru planetario. Il «Financial
Times» l¹ha definito la «rockstar dell¹etica» e lui, che in questi giorni è
in Europa per il lancio del suo libro Quello che i soldi non possono
comprare, trova il tempo per un¹intervista telefonica con «la Lettura».
Lei critica il mercatismo che si è diffuso nell¹era di Reagan e della
Thatcher, ma sembra deluso anche dal comportamento dei partiti progressisti.
Eppure, per restare negli Usa, Barack Obama ha cercato di ridare centralità
ad alcuni valori sociali come la tutela della salute, oggi gravemente
compressi da un sistema sanitario privato che ha costi molto elevati.
«Io non osteggio l¹economia di mercato: è uno strumento primario per la
costruzione del bene comune, il modo migliore per creare ricchezza e
distribuire le risorse. Ma da anni assistiamo al progressivo slittamento
dall¹economia di mercato alla società di mercato nella quale tutto diventa
negoziabile. È una deriva molto pericolosa, che le forze democratiche
avrebbero dovuto arginare. Non è successo e leader progressisti come Bill
Clinton e Tony Blair, che si sono limitati a limare le punte più estreme del
mercatismo anziché mettere in discussione la sua logica, si sono assunti una
responsabilità enorme. Hanno legittimato questa progressiva estensione della
cultura della transazione a sfere che fin qui erano state riservate a norme
non mercantili: famiglia, comunità, scuola, salute. Così le nostre società
hanno finito per smarrire la bussola morale. Con Obama le cose non sono
cambiate in modo sostanziale. Pensavo che dopo la crisi del 2008 tutto
sarebbe stato ripensato. E invece abbiamo visto solo qualche riforma, per di
più alquanto timida, deimercati finanziari. Anche Obama, come altri prima di
lui, ha cercato di moderare gli eccessi, ma ha comunque abbracciato la fede
nel mercato. È anche per questo che negli Usa il dibattito sui suoi limiti
etici non decolla».
Altrove va meglio?
«In Europa, in Brasile, in India e in altre parti dell’Asia è diffusa la
sensazione che un limite etico al mercato esista, anche se il perimetro di
ciò che si può comprare e vendere si è allargato di parecchio anche qui.
Negli Stati Uniti e in Cina, invece, sono in molti a sostenere che quello
del mercato è un valore assoluto, al quale non va posto alcun limite».
Nel libro lei analizza le implicazioni di un’infinità di casi. Da quelli più
banali ‹ saltare la fila, a pagamento, negli aeroporti o a Disneyland ‹
all¹uomo che si offre come cavia all’industria farmaceutica. Qual è il
mutamento più pericoloso per la democrazia?
«La privatizzazione della guerra. I privati, che prima fornivano solo
servizi logistici, sono entrati anche nelle attività militari. Negli anni
dei combattimenti, in Iraq e Afghanistan c¹erano più contractor privati
americani che soldati mandati dal Pentagono. L’outsourcing della guerra
altera i meccanismi di decisione democratica, fa entrare in gioco interessi
economici, corrompe il civismo e il principio di responsabilità politica.
Dare le guerre in appalto è un fatto enorme. Ma c’è mai stata una
discussione pubblica su questo argomento? Abbiamo votato? No, è
semplicemente successo».
Forse è successo anche per la grande forza delle lobby. Che Obama aveva
promesso di ridimensionare. Non è successo. Magari anche perché ormai le
campagne elettorali americane si risolvono soprattutto in una gigantesca
raccolta di fondi. E qui Obama ci ha messo del suo, quando, 5 anni fa,
avendo alle spalle molti donatori, preferì il sistema privato di
finanziamento della battaglia per la Casa Bianca, mentre paradossalmente il
suo avversario, John McCain, conservatore e antistatalista, era per il
sistema pubblico.
«Esatto. Il sistema di finanziamento delle campagne elettorali è
tremendamente degenerato, è indifendibile. Ed è un altro caso lampante di
vita democratica e rapporti civici trasformati in commodity».
Ma se la politica, almeno negli Stati Uniti, è ormai profondamente
condizionata da questi meccanismi, da dove si può ripartire? Dal dibattito
accademico che lei sta riuscendo a trasformare in un fenomeno di massa?
«Sono esperimenti dai risultati incoraggianti. In India, grazie all’aiuto
del governo, la mia conferenza davanti a cento studenti di New Delhi è stata
seguita da altre 500 università del Paese collegate via video-link. E
nell¹autunno scorso ad Harvard abbiamo sperimentato con successo una nuova
tecnologia basata su iPod e iPad per creare un collegamento globale con
studenti cinesi, giapponesi, dell’India e del Brasile. Così i giovani di
cinque Paesi potevano vedersi su grandi schermi e sono intervenuti in
diretta per esprimere le diverse sensibilità e i loro punti di vista su
giustizia, etica e mercato. È anche questo un tentativo di creare una
piattaforma sulla quale far crescere un dibattito pubblico. Oltre che unmodo
per mettere le lezioni delle accademie più prestigiose alla portata anche di
chi non può permettersi di pagare un¹iscrizione da 50 mila dollari l’anno.
Ma questo è un altro discorso».
Chiara sulla distorsione di certi meccanismi democratici, la sua analisi
pare a volte un po’ radicale quando si dedica ai casi della vita di tutti i
giorni, dei rapporti famigliari. Pagare per saltare una coda non è poi così
grave: anche il risparmio di tempo ha un valore economico. Lei, poi, cita
alcune scuole, in aree molto disagiate degli Stati Uniti, che sono arrivate
a dare piccoli premi in denaro agli alunni per spingerli a leggere, a
impegnarsi nello studio. Soluzioni estreme, è vero. Ma è davvero illegittimo
in casi particolarmente difficili? In fondo da sempre i genitori
incoraggiano con qualche dono i figli che ottengono buoni risultati a
scuola.
«Siamo passati da un sistema basato su valori sociali nei quali
individualmente potevi dare qualche premio o incentivo, a considerare
normale che il mercato regoli anche sfere che fino a 30 anni fa erano
considerate beni sociali non commerciabili: sicurezza nazionale, giustizia,
scuola, salute, protezione ambientale, la stessa procreazione. Perché
preoccuparsi di questa mercatizzazione? Per due motivi. Il primo, più
evidente, riguarda il principio di uguaglianza. In una società nella quale
tutto è in vendita, la vita diventa ancora più difficile per chi ha meno. La
mancanza di denaro non porta solo a vivere in condizioni più modeste, ma
diventa una condanna. Il secondo, forse meno evidente, più difficile da
descrivere, riguarda il potere corrosivo dei mercati. Dare un valore
monetario a un bene civico lo corrompe, svaluta o altera la sua immagine.
Abbiamo visto che nelle scuole che multavano i genitori che venivano a
prendere i figli in ritardo, i ritardi sono aumentati. Perché il valore
della puntualità è svanito e la multa è stata percepita come una tariffa: il
prezzo di un sistema di recupero all¹uscita più flessibile. Allo stesso modo
pagare gli studenti per studiare riduce, nella loro mente, il valore etico
dello studio. Le cito ancora un caso che mi viene rinfacciato spesso. Perché
opporsi all¹invasione della pubblicità anche negli spazi pubblici? Che male
c¹è a dare il nome di un marchio commerciale a uno stadio, un auditorium o
un museo? Certo, qui non c’è un danno diretto, ma il fenomeno corrosivo si
manifesta a un altro livello. Giovani che, avvicinandosi con entusiasmo allo
sport, si imbattono in una giungla di brand. Così finiscono per percepire
anche le Olimpiadi come un’estensione della civiltà dei consumi. È questa
trasformazione silenziosa del cittadino in consumatore che corrode le nostre
sensibilità democratiche».
CARDEDU. La celebre artista Maria Lai si è spenta all’età di 93 anni, nella sua casa nelle campagne di Cardedu, circondata dall’affetto dei suoi cari.
A Ulassai l’8 luglio del 2006 l’artista aveva inaugurato il museo di arte contemporanea la “Stazione dell’arte”, che raccoglie una parte considerevole (circa 140) delle sue opere. Grazie anche alle esposizioni negli Stati Uniti e in altre prestigiose manifestazioni europee, Maria Lai è considerata una delle artiste più importanti della storia sarda.
Il documentario pubblicato sul sito Sardegna Digital Library “Un’ora con Maria Lai”
di Silvia Niccolai
L’autrice, ordinaria di diritto costituzionale all’Università di Cagliari, spiega perché Lorenza Carlassare, prima donna in Italia a ricoprire la cattedra di diritto costituzionale, sarebbe un ottimo Presidente della Repubblica.
Il Capo dello Stato è un potere politicamente irresponsabile, che non deve portare suoi indirizzi politici, ma, e ben diversamente, saper favorire dinamiche costruttive e corrette tra i partiti e tra le istituzioni. Le qualità richieste a un Presidente che sappia stare dentro le sue attribuzioni sono enormi, ma di un genere che può coesistere con opinioni e biografie anche molto diverse.
Chi è investito della responsabilità di calare nei contesti del presente i principi costituzionali non dovrebbe mai scambiarli con le sue proprie convinzioni: più di queste contano dunque l’umiltà, direi anche l’altruismo, certo la misura. Lasciar essere ciò che pure non si condivide, se questo qualcosa è riconoscibile come corretto; e opporsi a ciò che corretto non è significa saper porre limiti, ad altri, e in primo luogo a se stessi. Ci vuole imparzialità di giudizio, generosità, apertura mentale, ciò che non solo suppone tanta forza di carattere e notevolissime doti intellettuali e morali, ma soprattutto amore per la politica: per capire l’opportunità trasformativa dei conflitti, delle crisi, dei dissensi, e accompagnarli senza forzarne gli esiti. Consapevolezza dei nodi irrisolti della nostra storia, nei quali rischiamo altrimenti di venire risucchiati, ma che nessuno può affrontare da solo. Doti intermediarie, infine, per saper dialogare coi partiti e facilitare il dialogo tra loro: richiedono un saldo senso di isonomia, che impedisca di sentirsi superiori.
Dove trovare personalità di questa caratura, capaci di generare negli altri libertà? Se la nostra vita politica ne avesse prodotte in abbondanza, non saremmo al punto in cui siamo. Ma perché non lo ha fatto, forse perché mancano gli esempi? La mia amica Pierluisa Castiglione, sceglierebbe in effetti Rodotà proprio per dire che «contro questi uomini ci vuole un uomo che dimostri che si può essere uomo in modo del tutto diverso». Anch’io penso che la Repubblica soffra la latitanza di certe virtù virili, cemento del senso civico, come l’orgoglio di sé che ti rende consapevole dei tuoi diritti, e dei tuoi doveri, ceduto a una vile solidarietà obbediente barattata con piccoli vantaggi davanti a uno più grosso. Una donna Presidente cambierebbe qualcosa solo se la sua differenza le fosse servita a non farsi fagocitare in questo, e non mi stupisce che alcune della Libreria delle donne di Milano, come mi dice Clara Jourdan, prediligerebbero Lorenza Carlassare.
La prima ordinaria di diritto costituzionale in Italia è stata per esempio tra i pochissimi a criticare l’accondiscendenza della Corte verso Napolitano nel conflitto sollevato contro la procura di Palermo l’estate scorsa. Mi piacciono questi esempi, altri che se ne potrebbero fare e se ne fanno; ammetto però che per me sarebbe una bellissima cosa se la nostra classe politica riuscisse a trovare proprio dentro di sé la persona che, alla fine del settennato, scopriremo che era quella che ci voleva.
di Antonio Monda
Intervista a Karen Russell, autrice dalla raccolta “Un vampiro tra i limoni”.
New York È un anno estremamente interessante per la narrativa americana: alcuni dei libri migliori tra quelli usciti in questi ultimi mesi sono raccolte di racconti brevi (George Saunders e Don DeLillo), hanno ambientazioni assolutamente anomale come la Corea del Nord (Adam Johnson) o rifuggono il realismo, sconfinando nella letteratura di genere. È il caso di Karen Russell, che con Un vampiro tra i limoni (Elliot, traduzione di Veronica La Peccerella) conferma di essere uno dei talenti più interessanti tra gli scrittori venuti alla ribalta negli ultimi anni.
Trentaduenne, nativa di Miami, si è messa in luce con una prima raccolta di racconti intitolata St. Lucy’s Home for Girls Raised by Wolves a cui ha fatto seguito il romanzo Swamplandia, uno dei tre libri finalisti al Pulitzer lo scorso anno, edizione in cui non venne assegnato il premio. I suoi racconti sono pubblicati regolarmente dal New Yorker e da Granta ed è già diventata un punto di riferimento per l’originalità del linguaggio, la fantasia visionaria e la dimensione spirituale controcorrente. Un vampiro tra i limoni, definito dalla New York Review of Books «un libro di primissimo livello scritto da un’autrice dall’enorme talento», raccoglie otto racconti che sconfinano spesso nel paranormale, ma sin dalle prime righe è evidente che per questa giovane scrittrice la fantasia è un modo di rappresentare la realtà per rivelarne la verità più intima: non è un caso che tra gli autori di riferimento citi Kafka ed Edgar Allan Poe. «Ma se dovessi fare la lista degli scrittori che amo e mi hanno formato rimarremmo a parlare due giorni», racconta nel suo studio al Bard College, «e dovrei aggiungere Borges, Calvino, Carson Mc-Cullers e Denis Johnson. Tuttavia forse, più di ogni altra, voglio citare Flannery O’Connor. Ma ho paura a nominarla».
Perché?
«Ho paura che mi venga a tirare i piedi la notte perché ho osato paragonarmi a lei: è una grandissima autrice che dovrebbe conoscere non solo ogni lettore, ma soprattutto ogni scrittore».
In cosa le è debitrice?
«Nel cercare in ogni cosa, in ogni persona, la presenza del bene che può superare quello del male. Nel cercare di vedere la grazia e la redenzione, nel non aver paura dei sentimenti senza essere sentimentale. Lei ci è certamente riuscita, io non so. Ammiro enormemente che una scrittrice con una fede così profonda abbia il coraggio di non proporre il lieto fine, ma anzi sia spesso brusca e spiazzante: i suoi libri sono esperienze di trasformazione».
Nei racconti che ha appena pubblicato la dimensione paranormale si fonda con quella morale e religiosa. È così?
«Io amo considerarli racconti realistici, come considero realistico Kafka: raccontava quello che provava sulla propria pelle, ed è stato in grado di vederlo e poi rappresentarlo con la lucidità visionaria dell’arte. Leggendolo, molti hanno compreso di provare gli stessi spasmi, ed è uno dei motivi della sua grandezza. Per quanto riguarda la religione sono di educazione cattolica e nonostante non sia praticante il mio mondo è quello. Una volta ebbi una discussione con mia madre, la quale mi chiese da dove venissero tutti i mostri che racconto nelle mie storie. Io le ho risposto che lei invece ogni domenica beve il sangue del suo Dio. Poi mi sono chiesta se non fossero due modi di vedere una stessa verità: penso che la spiritualità non sia mai separata dalla realtà. E ritorniamo ancora una volta a Flannery O’- Connor».
Le piacciono gli scrittori realistici?
«Certo, ammiro ad esempio Jonathan Franzen, ma se chiede per chi mi batte il cuore penso subito al suo amico e rivale David Foster Wallace, non solo per il suo sguardo, ma anche per la sua distanza da ogni moralismo. E come quest’ultimo appezzo molto gli scrittori popolari, come ad esempio Stephen King».
Da dove nasce il suo sguardo sulla realtà?
«Oltre alla formazione religiosa, uno degli elementi è certamente dovuto al fatto di essere originaria della Florida: chi conosce il mio Stato sa che è un luogo primitivo e sublime, magico e noioso, terrorizzante e volgare. Ed è un luogo che ha l’oceano, che affaccia sul mondo, ma anche l’interno paludoso e stagnante».
Un suo racconto ha per protagonisti veterani del Vietnam. Perché?
«Mio padre ha combattuto in Vietnam e questo certamente mi ha influenzato. Ma ho cercato di raccontare come la storia si possa manipolare, e persino la guerra possa essere scatenata da pretesti e menzogne: senza andare troppo indietro nel tempo penso alle armi di distruzione di massa».
Il racconto che dà il titolo al libro è ambientato a Sorrento.
«Sono stata a Sorrento e me ne sono innamorata. Ma il ricordo più forte che ho è quello di mia sorella che si sentì male, e in quel posto meraviglioso cercammo di darle un po’ di sollievo con del succo di limone. Poi la fantasia mi ha portato altrove, ma credo che anche in questo caso si possa parlare della ricerca della grazia e della redenzione offerta dal dolore. E a questo punto dovrei citare nuovamente O’Connor, ma continuo ad aver paura».
di Cettina Tiralosi
Ho provato un gran dispiacere a non ritrovare più lì, come in uno sconfinato “scaffale” della mia libreria preferita, il video della presentazione della rivista “Via Dogana” 104, Un sì e qualche no.
Che peccato! Era lì a portata di tutte-i, come in una illimitata biblioteca pregiata e “pubblica” veramente rivolta a chi vuole sapere, in qualsiasi momento, senza orari di chiusura (o di apertura?).
Ho trovato invece al suo posto una richiesta di aiuto e tanti riferimenti ad esso, sulla bontà o sconvenienza della rete (parola tanto cara alle donne) su Internet.
“Il video fissa per sempre riflessioni che in realtà sono in movimento.” cito dal “1 aprile 2013 – Messaggio con richiesta di aiuto a chi entra in questo sito”.
Scusate la mia intrusione: ma il libro o la rivista stampata non fanno lo stesso?
Non siamo forse donne “libr-ere”, liberate attraverso la scrittura e la lettura, i racconti e le narrazioni delle altre?
Il video di quell’incontro è uno di questi esempi che scioglie dalle catene della paura di donare libertà.
Il simbolico della libertà delle donne non si fa e non può farsi dare “scacco matto” dalla rete virtuale come se una Libreria intera di carta stampata, preferita dalle donne di tutto il mondo, con i suoi tanti volumi scelti accuratamente, fosse meno virtu-ale dalla “carnale” ?
(Carnale: mai parola fu più infelicemente scelta a mio avviso ad un contesto post-patriarcale, poiché storicamente contrapposta allo spirito, mentre le donne amano la sensualità nell’unità dell’anima con il corpo sostanzialmente fatto sì di “carne” ma anche di ossa, strutture portanti!) Chiamerei piuttosto “paura” o “fuga dalla libertà” a gambe sollevate, questo improvviso arroccamento che si ripropone ogni qualvolta davanti al provare una pratica politica “orizzontale” fino alle sue estreme conseguenze, come è di fatto la rete su Internet: senza alcuna-o sopra la testa se non il cielo, senza alcuna-o sotto i piedi se non la terra, e con tanti occhi da incontrare nel loro sguardo più profondo, senza vergogna e senza paure.
Giocare la differenza sessuale nel simbolico richiede passione e molta attenzione per sciogliere senza tagliare una matassa aggrovigliata da tempo immemorabile. La realtà degli atti linguistici che creano parole e contesti di giusta misura, ci offrono tante virtù e possibilità risolutive, sempre e ovunque ed in ogni momento, basta sapere scegliere in mezzo a tanta ricchezza, basta solo attivare un buon esercizio o esperimento, se preferiamo.
Mia nonna nel secolo scorso aveva ancora paura ad ascoltare la voce di suo figlio dall’America attraverso la cornetta telefonica: non era dall’oltre tomba, ma solo al di là dell’oceano.
Occorre coraggio ed esercizio. La libertà è nelle nostre-vostre mani, care amiche vicine e lontane, storiche e recenti, come tante ci hanno insegnato e disegnato nei loro testamenti librari, per citarne solo alcune tra le più note pioniere: Etty Hillesum, Virginia Woolf, George O’ Keeffe, ad libitum.
La visione di indirizzo spetta all’esecutivo. Ma nell’attesa, il parlamento può lavorare. Invece l’indecisione del Pd a collaborare con il M5S denuncia l’incapacità di concepire la politica slegata dagli interessi di partito. Si potrebbe provare a cogliere l’occasione
Le camere dunque potrebbero benissimo formare le commissioni permanenti (costituzionalmente necessarie per l’esame delle leggi), con una composizione che si limiti a rispecchiare proporzionalmente il peso numerico dei singoli gruppi parlamentari (altra condizione imposta dalla Costituzione), salvo, una volta formato il governo, ritornare (o, volendo, anche non) alla prassi che le vuole rispondenti alla «geografia politica del governo», come dice Manzella (una prassi che si somma a quella generale filosofia «maggioritaria» che, negli ultimi anni, nelle camere si è tradotta nel totale stravolgimento di tradizionali regole a garanzia delle minoranze, e a cui risale lo svuotamento, da tutti lamentato, del ruolo dell’organo parlamentare, l’unico nel nostro ordinamento, non lo si scordi, direttamente rappresentativo del popolo).Il punto dunque non è se il parlamento può lavorare in assenza di un nuovo governo nella pienezza delle sue funzioni di indirizzo politico, ma riguarda quale significato assumerebbe l’avviare questa ipotesi. Il soggetto politico necessario a realizzarla è una maggioranza assoluta in ciascuna camera, che dispone del potere di porre il regolamento, modificarlo e derogarlo o in generale del potere di plasmare prassi e convenzioni parlamentari.
Questa maggioranza assoluta potrebbe essere offerta da Pd e Sel insieme al M5S. Da parte del Pd-Sel, dunque, accedere a questa ipotesi significherebbe dire: siccome c’è un’altra forza disposta a farlo, rendo possibile che il parlamento discuta, voti e approvi alcune cose (norme anticorruzione, interventi nell’economia, o legge elettorale: alcune cose) perché è così vero che quelle cose, in sé e per sé, mi premono talmente tanto che addirittura le metto avanti alla definizione della complessiva scacchiera dei poteri consacrata nel governo (e nella presidenza della Repubblica) o di quanto potrebbero costarmi nel muovermi in quella scacchiera. Le faccio perché mi sembrano proprio buone, indipendentemente da che potrebbero piacere o meno a un mio alleato di domani. Personalmente, ci vedrei uno scarto importante da una precondizione, vorrei dire un archetipo, che avvolge non solo e non tanto la prassi parlamentare, ma l’intero costume di un paese dove ogni decisione, la più piccola (ma nel suo piccolo importante) risalente in qualche modo alla domanda chi metto in una carica a fare cosa, non può essere decisa in considerazione prevalente di quella persona lì, di quella cosa lì, ma di come persona e cosa si inseriscono in un quadro più ampio di relazioni, forze, interessi, rapporti, pesi.
Per quanto sia convintissima che, sotto un preciso punto di vista, che dirò subito, questo tipo di valutazioni è necessario e benefico, trovo che uno scarto ben calibrato da queste prassi non cattive in sé, ma cattive in quanto troppo invasive e fini a se stesse (lo dimostra il fatto che oggi costringono l’organo rappresentativo a una paralisi della quale non si vede la fine) sarebbe un segnale, da parte del Pd, tale da generare nuova fiducia non solo e non tanto nel M5S, ma nell’elettorato che, per stanchezza verso quel tipo di prassi, lo ha abbandonato; e darebbe un senso a una invocazione di «responsabilità» spesso pronunciata.
La vera obiezione è che il governo ci vuole perché non si tratta mai di «fare» e basta, di approvare il provvedimento A B o C, ma di inserire quel provvedimento in una visione di indirizzo, in una concezione più ampia (è questo il senso importante e da salvaguardare, e in tutti i contesti, della necessità di iscrivere le scelte in un quadro di riferimento, fatto di forze concrete che si fanno portatrici di convinzioni determinate e diverse da quelle di altri). Questa visione di indirizzo, questa concezione più ampia dà la qualità dell’intervento, e lo caratterizza come scelta valutativa, opzione di merito, qualcosa di cui qualcuno porta la responsabilità e in cui testimonia se stesso. Altrimenti si cade nel metodo Dieci Saggi (o, per chi è familiare all’Università, nel metodo Anvur), per cui tutto si pesa e basta: tracciata la mediana, trovato il minimo comun denominatore (tutti vogliono rilanciare l’economia e tra le cose che pensano di fare per provarci ne pensano alcune non troppo dissimili tra loro) che cosa cambia se a farlo è Pd+PdL o Pd+M5S o Pd da solo?
Cambia moltissimo, o almeno dovrebbe cambiare moltissimo, in quello che conta in politica, e cioè nel senso impresso al singolo provvedimento (riflette una scelta a favore del lavoro o della finanza, delle classi deboli o dei poteri forti?), dal motivo per cui lo adotto, dai soggetti che ho a cuore, dai valori in cui credo, da chi io sono; senza dimenticare che il governo è decisivo anche per il modo in cui un provvedimento sarà attuato. Detto questo, si ritorna al punto di partenza, al nodo, perché allora non si può nemmeno negare che la ritrosia del Pd a lasciar partire il parlamento, a «lavorare» insieme a una forza come il M5S (che però aveva chiamato a sostenerlo al governo), finisca per rivelare, purtroppo, una indecisione proprio sul senso, sui valori, sulla visione complessiva del Pd. Al quale dovrebbe essere chiaro che la forza più sensibile alla tutela del lavoro e delle classi deboli è comunque, nel parlamento attuale, il M5S (altrimenti perché, quasi a dimostrarlo, si insiste tanto a far notare che gli elettori M5S volevano tanto l’accordo con Bersani?).
Dunque, se quelli sono gli interessi cui il Pd tiene, perché indugia? Dobbiamo pensare che se il Pd non lavora insieme al M5S prima e indipendentemente dal fare il governo insieme, è allora proprio perché nel Pd il senso da attribuire alle scelte, il valore delle cose da fare, le priorità, i programmi sono scritte nelle alleanze, anziché nella sua visione politica (sicché gli è essenziale sapere prima con chi si allea, perché da lì dipende ciò che vorrà fare)? Molto, troppo democristiano, e pericolosissimo: così si mostra la corda.
Sarebbe il caso di chiedersi se non valga piuttosto provare a cambiare le prassi, cogliendo in modo cairotico l’opportunità, che le circostanze porgono, di scrivere nelle cose un cambiamento di senso, e cioè un cambiamento rispetto a un amore sbagliato per la politica, che ha finito per subordinarla a (o confonderla con) i bene o male intesi interessi del partito, o di alleanza. Bisogna capire, e riuscire far capire, che non si tratta di sottoscrivere una anomica, antipolitica urgenza del fare, ma di rimettere la politica al centro della nostra democrazia.
di Marina Terragni
Ieri sera a Ballarò il finanziere Davide Serra, primo supporter di Matteo Renzi -100 mila euro per le primarie- guardava Vandana Shiva con evidente compatimento, come si guarda una vecchia fricchettona fuori dal tempo, scuotendo la sua giovane testa di post-yuppy religiosamente fedele ai principi del neoliberismo e della finanza no-limits.
Vandana Shiva è una fisica quantistica ed economista-ambientalista, la teorica più nota dell’ecologia sociale (qui la bio). È conosciuta grazie al successo di Monocolture della mente (1995), best-seller in tutto il mondo. Nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award, il premio Nobel alternativo. Tra le altre cose, è vicepresidente di Slow Food.
Il duello verbale -lei in studio a Roma, lui in collegamento da Parigi- è stato piuttosto aspro. Lei ha detto che il problema dell’Italia era “quel signore che parlava da Parigi”, poi ha detto quello che aveva da dire contro la finanza tossica, e ha aggiunto che se viene finanziato da uno come Serra, alloraMatteo Renzi è un problema. Nel senso che fa parte del problema, il neoliberismo, che si sta cercando di risolvere. Nel senso che con lui il paradigma non cambierebbe di sicuro. Davide Serra, evidentemente seccato di doversi confrontare con quella pallosa signora in abito tradizionale indiano, ha ribattuto che quello che lei diceva era “ridicolo”, e che la finanza altro non è che la libera scelta di risparmio e investimento di liberi individui, e non certo quel Moloch che la signora dipingeva. Il senso era: chi sei tu, vecchietta,per parlare di economia e finanza?
Perché di economia possono parlare solo gli economisti -Vandana Shiva, peraltro, lo è- e di finanza solo i finanzieri. Dell’economia e di quanto ci fa soffrire non puoi permetterti di parlare, a meno che tu non sia uno di quei sacerdoti-economisti titolati all’amministrazione del culto. Le regole dell’economia hanno preso il posto di Dio e dell’Assoluto. Si presentano come oggettive e immutabili. Non devi nominarle invano. Sono tabuizzate. Se osi ti senti imbarazzato, incompetente, sacrilego,in colpa. Ti senti veramente uno schifo quando ti vengono in mente cose tipo: questa crisi è il risultato di decenni di gestione dissennata, ecco dove ci ha portato l’avere mascherato da sviluppo l’avidità di pochi. O dubbi tipo: riusciranno le banche a salvarci dalle banche? Le agenzie di rating hanno sempre ragione? Ma l’oggettività delle leggi economiche non è altro che la soggettività delle logiche maschili assunta in cielo. La finanza è solo uno dei tanti manufatti umani.
Una come Vandana Shiva o una come Ina Praetorius possono andare bene per scrivere libri o per tenere certe ispirate conferenze, allora sì, si possono anche lasciar parlare, ma non devono pretendere di fare politica, non devono voler mettere i piedi nel piatto. Insomma, sono pre-rottamabili.
E invece, guardate un po’ come la penso io, credo che usciremo vivi di qui solo quando tanti non-economisti parleranno di economia e tanti non- finanzieri diranno la loro sulla finanza.
di Associazione Nondasola Donne insieme contro la violenza, Reggio Emilia
In ricordo di Francesca Molfino, scomparsa l’8 aprile 2013.
Di fronte a Francesca non potevi rimanere indifferente. La sua naturale curiosità e apertura verso le altre donne ti attraevano e sentivi il bisogno di confrontarti, confronto che lei sollecitava mettendo in questione pratiche e presupposti del pensiero femminista per verificarli nel ‘qui e ora’ delle donne. Noi l’abbiamo incontrata a più riprese a Bologna in corsi di formazione per operatrici dei Centri Antiviolenza e abbiamo ceduto al suo fascino. Francesca si presentava, da femminista, nella sua unicità di donna (ma noi vedevamo anche le sue grandi competenze di psicoanalista, di scrittrice, di intellettuale) e, guidata dall’intelligenza del cuore, chiamava ciascuna a guardarsi e a spendersi a partire da sé per la conquista di un proprio posto nel mondo. Nutriva grande fiducia nella capacità delle donne di autodeterminarsi e grande avversione per l’ovvio, lo scontato, il già definito che sviliscono il pensiero e intralciano la ricerca di senso. Abbiamo desiderato che facesse la supervisione al nostro lavoro di operatrici e volontarie del Centro Antiviolenza e lei ha accettato, non scoraggiata dalla distanza tra Roma e Reggio Emilia. Così, da poco più di un anno, una volta al mese, era consuetudine incontrarci alla Casa delle Donne. Francesca aveva stabilito con noi un dialogo franco, aperto, che diventava di stimolo a riflessioni non solo sulle dinamiche della violenza di genere, ma allargato a considerare la soggettività femminile a tutto tondo. Di lei abbiamo apprezzato il coraggio di una prospettiva femminista non omologata, la fermezza del suo posizionamento per il vantaggio delle donne e la sua capacità di ascolto e l’esercizio di decentramento per cogliere il punto di vista delle altre. Venerdì 12 sarà il suo primo appuntamento mancato, ma noi che conserviamo negli occhi il suo sorriso ci ritroveremo come donne ancora a parlare di lei e a misurarci con l’eredità che ci ha lasciato.
Venticinque per cento contro zero: è impietoso il confronto tra la percentuale di piccole e medie imprese, da una parte, e di grosse aziende quotate in borsa, dall’altra, che sono guidate da una donna in Germania. Un quarto delle pmi tedesche ha una donna ai suoi vertici, rivela oggi alla Bild il presidente dell’associazione delle imprese familiari tedesche, Lutz Goebel. Il trend, ha spiegato, è in crescita, al punto che «non mi meraviglierei se presto circa la metà delle nostre aziende avesse una donna come capo». Oggi molti più padri ritengono le loro figlie capaci di condurre un’azienda, ha aggiunto Goebel, che ha respinto come “superflue” le quote rosa su cui la politica tedesca litiga da mesi e su cui il Bundestag voterà il 18 aprile.
A titolo di paragone: nessuna delle 30 aziende del Dax, l’indice di borsa che riunisce i big dell’economia e della finanza tedesca, è guidata da una donna, una situazione rimasta immutata da anni. Secondo una recente indagine dell’istituto economico berlinese Diw, invece, la percentuale delle donne nei consigli di amministrazione delle società del Dax è salita dal 3,7% del 2011 al 7,8% nel 2012. Diverso il discorso se si guarda ai consigli di sorveglianza, dove la quota delle donne è del 19,4%.
Intanto uno studio appena diffuso dall’Associazione delle imprenditrici tedesche rivela che le donne ai vertici delle aziende fissano priorità differenti e hanno uno stile di leadership diverso rispetto agli uomini. Per loro la fidelizzazione dei clienti è molto più importante dei bonus, al punto da risultare in cima alla lista delle loro priorità: per il 98% delle datrici di lavoro intervistate essa gioca un ruolo importante, una percentuale che scende all’88% tra gli uomini, i quali mettono invece al primo posto la fidelizzazione dei dipendenti. Le donne sono poi più ottimiste: il 51% di loro è convinto che nei prossimi mesi la situazione dell’azienda che guidano migliorerà, contro il 35% dei manager uomini.
Non solo, ma le donne-capo tendono a motivare in modo diverso i propri dipendenti rispetto agli uomini: il 65% offre corsi di aggiornamento e perfezionamento professionale, il 56% ha introdotto misure per migliorare la conciliabilità tra famiglia e lavoro (ad esempio orari flessibili e asili nidi aziendali). Al contrario le prestazioni monetarie giocano un ruolo inferiore: solo il 30% circa delle donne considera importante la concessione di auto di servizio e bonus.