di A. Fabozzi

Intervista a Lorenza Carlassare

«Se mi chiede di trovare un filo rosso nelle vicende politiche degli ultimi giorni mi viene da rispondere: il disprezzo per i cittadini». A Lorenza Carlassare non è piaciuto il modo in cui il parlamento è uscito dallo stallo post elettorale – il governo Letta – e ancora meno piace la piega che sta prendendo il dibattito sulle riforme costituzionali. Riforme che ancora una volta vengono proposte in maniera strumentale, stavolta per puntellare un governo fragile. E non solo: «Secondo me – dice l’illustre costituzionalista – l’obiettivo principale è ancora quello di rimandare la modifica della legge elettorale. Si propongono percorsi che il minimo che si possa dire sono lunghi e complicati e intanto si cancella dall’orizzonte l’unica riforma che invece si potrebbe fare velocemente. Che è tanto più urgente vista la pessima prova della legge Calderoli e visto che siamo in presenza di un governo insicuro, che può andare in crisi in qualsiasi momento. Evidentemente – aggiunge Carlassare – gli estimatori di questa legge elettorale si tengono nascosti ma sono ancora la maggioranza».

 

Professoressa, come giudica la Convenzione costituente, tratteggiata dai «saggi» del Quirinale e proposta ufficialmente dal presidente del Consiglio Letta?

 

Mi pare un’assurdità. Semplicemente non si può fare. È una proposta illecita: la procedura di revisione costituzionale, l’articolo 138, prevede modifiche limitate e omogenee. Non è una porta attraverso la quale si può far passare la redazione di una diversa Costituzione, come mi pare si voglia fare. La procedura non può essere saltata. E la Costituzione non può essere modificata nei principi fondamentali e nella struttura di base, la forma di stato. Né possono essere cancellati i diritti e le limitazioni al potere, il principio democratico e l’appartenenza continua della sovranità al popolo (non solo in occasione delle elezioni). I rapporti fra gli organi costituzionali sono stati disegnati conformemente al principio della divisione dei poteri: se concentriamo tutto il potere in un solo organo, primo ministro o presidente della Repubblica che sia, si cambia la forma di stato non solo quella di governo. E poi l’idea che un piccolo gruppo prenda in mano i destini del paese mi fa paura, è un ulteriore segnale dello spirito autoritario che si sta affermando.

 

Cosa pensa delle alternative in campo, premierato forte e semipresidenzialismo?

 

Si tratta della riproposizione di contenuti non voluti dal corpo elettorale. Quella Costituzione di tipo autoritario, col rafforzamento dei poteri del primo ministro in modo tale da renderlo capace di superare qualsiasi ostacolo, era già stata proposta da Berlusconi e dalla Lega ed era stata respinta dagli elettori. Tornare lì adesso è un primo schiaffo ai cittadini che nel 2006 hanno bocciato quella riforma con il referendum. Un secondo schiaffo è immaginare di approvare di nuovo queste modifiche con una maggioranza tale da impedire un altro referendum confermativo, come è accaduto da poco con l’articolo 81. Sono riforme oltretutto inutili, che si spiegano solo con l’eterna pulsione a non attuare la parte sociale della Costituzione. Così ogni volta che, magari per caso, si profila la possibilità sviluppare i principi sociali della Costituzione con un governo che non sia espressione della pura conservazione, succede qualcosa che lo impedisce.

 

Sta parlando del fallimento, tra marzo e aprile, del tentativo di Bersani?

 

I risultati delle elezioni di febbraio sono stati come sospesi per due mesi. Eppure una cosa era apparsa chiara da subito, lo ha scritto Gianni Ferrara: senza il centrosinistra non sarebbe potuto nascere nessun governo. Il presidente della Repubblica – in un regime non (ancora) presidenziale – ha scelto però di porre al leader della coalizione che, di poco, era risultata vincente una condizione quasi impossibile: la garanzia di una fiducia certa. In politica non si può mai essere sicuri di avere i numeri fino al momento della prova, e del resto abbiamo già avuto nella storia repubblicana governi sfiduciati all’indomani della nomina. Questa volta, al limite, avremmo sostituito un governo dimissionario lontanissimo da qualsiasi gradimento del parlamento (di quello vecchio e di quello nuovo), parlo del governo Monti, con un governo Bersani, dimissionario anch’esso e in carica solo per gli affari correnti, ma almeno rappresentativo della coalizione più votata dagli elettori.

 

Invece abbiamo avuto il governo Letta, che ha messo insieme gli avversari delle elezioni.

 

Questo è il terzo segno di evidente disprezzo degli elettori. Chi ha votato per Berlusconi mai avrebbe voluto l’alleanza con Bersani, e viceversa. È stata fatta invece l’unione degli opposti, degli incompatibili. Una soluzione che mi pare condannata alla paralisi, come si vede dai primi ricatti. Un governo di coalizione si può fare con un sistema elettorale proporzionale, come in passato, quando comunque ad unirsi erano le forze più vicine e non quelle assolutamente contrastanti. Il Pd e il Pdl, o almeno i loro elettori, sono due mondi opposti. Paragonare il loro esecutivo al «connubio» tra Cavour e Rattazzi – espressione entrambi di un gruppo ristretto di elettori della stessa classe sociale – mi pare un insulto alla storia.


Dal 3 maggio al 10 maggio 2013 all’ Associazione Apriti Cielo Via Spallanzani 16 -Milano saranno in mostra opere di Francesca Guffanti  per la presentazione del libro “Nessuno te lo dice prima” opera autobiografica di Francesca Guffanti. Un romanzo breve che svela una rete di piccoli soprusi, furbizie, e intrighi ai quali tutte le aspiranti artiste/i si sottopongono, nella spesso vana speranza di ottenere un riconoscimento della propria arte, ed offre altresì uno spiraglio a chi crede caparbiamente nelle proprie doti e nell’altrui buona fede.
Scritta in modo “visuale”, quasi filmico, quest’opera si snoda fra diversi quadri, apparentemente disgiunti fra loro, mantenendo un filo conduttore nel reciproco rapporto di amore-odio fra l’artista ed il curatore, vero e proprio catalizzatore di energie creative.
La scrittura è scorrevole ed il linguaggio discorsivo, caratterizzato da frasi pungenti e talora ironiche.

guffanti

 

Francesca Guffanti vive e lavora a Monza, nei pressi di Milano. Dopo la Maturità Classica, ha conseguito la Laurea in Pittura presso la Nuova Accademia di Belle Arti a Milano. Da sempre svolge la sua attività artistica all’interno di realtà private e pubbliche e partecipando a mostre collettive e personali presso musei in Italia e all’estero. Sue opere sono presenti in diverse collezioni private e pubbliche. Parallelamente ha insegnato per diversi anni Disegno e Pittura presso la Civica Scuola d’Arte “F. Faruffini” a Sesto San Giovanni. Tiene seminari e conferenze sulla Percezione Visiva e sul ritratto. Attualmente impartisce lezioni di pittura e acquarello presso il proprio atelier e presso l’associazione Apriti Cielo!

 

 

In occasione della presentazione del libro

APRITI CIELO! intende anche  organizzare un gruppo di riflessione artistica, rivolto a chi, in prima persona, porta avanti questa pratica per trovare insieme un modo diverso di far agire la propria arte, mettendo a confronto le vecchie e le nuove “contraddizioni”.

 

Info: info@apriti-cielo.it cell 3498682453

www.apriti-cielo.it

di Laura Colombo e Sara Gandini

 

Con la vittoria del Movimento 5 Stelle il panorama politico è cambiato. Sembrava diventata evidente la possibilità di far valere il proprio esserci, per fare della politica un’avventura vissuta in prima persona. Sembrava possibile il cambiamento qui e adesso, nella vita di ciascuno e della comunità, via le logiche bizantine e i poteri forti. Il protagonismo soggettivo e la democrazia partecipata sono due aspetti essenziali del M5S, che i partiti hanno ormai dimenticato. E infatti ci ritroviamo con i cadaveri dei partiti e l’agonia della rappresentanza. Come dice Ida Dominijanni nel suo blog, siamo in uno stato d’eccezione permanente, a partire da Mario Monti presidente del consiglio, fino alla sospensione della formazione del governo, ai dieci saggi, al raddoppio del settennato di Napoletano.

Il desiderio di cambiamento degli attivisti del M5S va sostenuto, è anche il nostro. Ma dobbiamo capire di cosa si tratta, perché tutti parlano di cambiamento. Noi non ci accontentiamo di cambiare le facce, non ci consegnamo a “guide” che hanno la pretesa di sapere cosa è giusto per noi, il nostro desiderio rimane instancabile ricerca di verità e senso tra sé e sé e nello scambio. Sappiamo tutti che da diciotto mesi le istituzioni e la democrazia rappresentativa sono un fantoccio riempito di carta straccia. La rappresentazione dei partiti e dei media mainstream è menzognera e persino la cosiddetta base dei partiti non ci sta più.

In questo panorama il M5S dicen tante verità, nonostante l’attacco implacabile dei media. Ma fa un grosso errore: cancella le proprie origini, ovvero le associazioni e le esperienze che mostrano già un’altra politica. Si presenta come un soggetto nuovo, senza radici come i funghi, tenuto insieme dalla rabbia e da un leader che si impone come unica voce parlante.

La cancellazione delle origini porta grosse contraddizioni. La politica delle donne, da cui il M5S ha carpito sapere e parole, sa l’importanza del conflitto relazionale, dà valore al riconoscimento della propria parzialità e punta sulla forza delle relazioni vincolanti. Ci riferiamo a quella politica che sa la differenza tra autorità e potere.

Se osserviamo più da vicino il M5S vediamo che, a fronte di pratiche “dal basso”, la voce mediatica è rappresentata dalle urla e invettive di Grillo che punta il dito contro la corruzione dei politici, l’ipocrisia, la falsità e l’arrivismo, tutte cose vere, certo, ma inserite in una prospettiva capace solo di catalizzare la rabbia diffusa, l’essere-contro, il cinismo e il nichilismo. Manca un orizzonte politico frutto di uno scambio condiviso e costruttivo. I politici devono essere “spazzati via”, ciascuno sa e può decidere, da solo, di fronte al suo computer. Qui entra in gioco l’aspetto della Rete e della tecnologia proposto dalla coppia Grillo/Casaleggio come forma di democrazia autentica. Clikko dunque sono, esisto attraverso il “mi piace” o il tweet dell’hashtag del momento.

C’è una fiction per la tv inglese, trasmessa poco tempo fa da sky (si trova in rete) che, con la potenza dell’immaginario propria del cinema riesce a farci vedere cose nuove. La serie si chiama Black mirror e la puntata cui ci riferiamo è Vote Waldo. Waldo è un orsetto blu, animato da un attore comico. L’orsetto è sullo schermo, dietro – invisibile – c’è l’attore che gli dà voce. Gli interlocutori sono politici che irride, investe di una volgarità grossolana, denuncia essere più irreali di lui nella loro evanescenza. Visto il grande successo, i produttori lo candidano alle elezioni, che naturalmente vanno bene per lui. Ha successo perché dice cose vere, e ciascuno di noi ha bisogno di verità, fa crollare l’impalcatura di ideologie vuote che sostengono il nulla dei partiti, fa percepire che ciascuno in prima persona può esprimersi attraverso la Rete. E però. L’orizzonte è un vuoto in cui sfogare la rabbia, non c’è passione politica. La candidata laburista sconfitta, con cui l’attore che anima Waldo desidera stare in relazione, gli dice: “Io almeno qualcosa di buono volevo farlo, tu sai solo dire vaffanculo”. Lui a questo punto vacilla ma di attore ce n’è subito un altro, il ghigno e le invettive dell’orsetto possono continuare per sempre.

Il protagonismo e la libera espressione della soggettività sono ingredienti importantissimi ma non basta. Essenziali sono la sfida e l’orizzonte politico, che per noi si traducono nella libertà femminile, ovvero libertà di donne e uomini. Protagonismo e soggettività sono ingredienti, il lievito è la pratica di relazione e del conflitto non distruttivo. E’ fondamentale distinguere tra un potere che viene concesso o si strappa a forza, e un’autorità che viene riconosciuta e si rimette in un circolo virtuoso. Il primo implica subordinazione, la seconda è essenzialmente relazionale e fa esistere un altro ordine di rapporti, rappresenta lalternativa al culto del dio potere.

Il M5S corre il rischio dell’implosione, tanto quanto il PD, se non riconosce il senso dell’autorità femminile, forza simbolica fondamentale che sa tenere testa al potere dei potenti ma non si trasforma in autoritarismo, che “può agire sulle persone senza mezzi materiali e scommette in favore di qualcosa di meglio per l’umanità e la civiltà” (Autorità, Luisa Muraro 2013). Corre il rischio di ritornare al pensiero del più forte, del padre-padrone o del padre buono che sa cos’è giusto per tutti, in ogni caso soffocando la differenza.

Le tante persone intelligenti che animano il M5S devono fare attenzione. Perché i funghi, non avendo radici, nascono velocemente, si moltiplicano e possono diventare anche bellissimi, ma basta il colpetto di un passante per andare a gambe all’aria.

 

L’entusiasmo di poter in qualche modo essere con noi, sentirci vicine, chiudere gli occhi ed essere in libreria è percepibile materialmente da quando abbiamo fatto esperienze di video in streaming. È anche il nostro.

Sappiamo quanto può essere prezioso percepire il tono della voce, scorgere l’espressione del viso, avvertire l’emozione del momento. Tutto questo è possibile con i video.

Però sappiamo anche che a volte questa passione fa confusione e che c’è bisogno di prendersi momenti per la relazione in presenza, che può ridare ordine e far avanzare il pensiero.

Mettiamoci anche la fatica: le energie, il tempo e le competenze richieste da questa modalità di comunicazione non sono banali. Ancora di più: la tecnologia a volte fa cilecca.

Tutto ciò crea frustrazioni e dobbiamo venire a patti con il nostro desiderio profondo.

Durante le lezioni di Luisa Muraro è capitato qualche problema e subito ci sono state reazioni d’impazienza e di collera.

Pensiamo che sia necessario mettere in atto qualcosa in più rispetto alle pretese, avendo in mente che l’altro può darti quello che ti aspetti, oppure no. Dobbiamo trovare insieme una misura. Come in un gioco amoroso, dove certamente conta arrivare al risultato, ma per la sua giusta strada. Che è la relazione nella libertà. Vi sembra un paragone troppo forte? Forse, ma noi desideriamo che il sito coltivi la migliore qualità delle relazioni.

 

La redazione del sito

di Luisa Muraro

Su Le monde ho letto: eleggere capo dello Stato un quasi nonagenario è disperazione politica. Più banalmente, io ci vedo la voglia di durare che pervade il ceto politico, da Renzi in su.

Le donne per ora sembrano non affette da questo morbo, Emma Bonino a parte.

A proposito di donne: meno male che non sono giovane, ho pensato, il disagio sarebbe stato doppio a dover fare da immagine di copertina di un governo chiamato “governo politico”, almeno c’è l’aggettivo. Donne e giovani, mai così tanti al governo, hanno ripetuto i giornali. A fare che cosa, esattamente? Come se ritrovarsi in qualche percentuale fosse avere esistenza.

Nel febbraio scorso abbiamo votato per il cambiamento e questa sarebbe la risposta. Non sono la sola ad essere arrabbiata, siamo milioni direi e la ragione, più forte della crisi che non passa, sta proprio nell’essere costretti a partecipare alla commedia così vecchia e mal recitata del cambiamento per finta.

E a proposito di Emma Bonino. Ha dei meriti, cioè alcune caratteristiche che, al confronto dei suoi pari, brillano giustamente come meriti: il suo nome non è mai entrato in affari sporchi; sulla scena internazionale si presenta bene; non appartiene alla specie dominante nel governo Letta, quella degli ex democristiani. Meriti femministi? Nel senso ottocentesco della parola: parità e diritti, sì.

Ma l’hanno fatta ministra degli esteri: che cosa c’entra? Forse non c’entra, però va bene lo stesso. Da molto tempo ormai l’Italia non ha più una sua politica estera e fa quella dei suoi “alleati”. Da questo punto di vista Emma Bonino è perfetta, perché lei sta con la civiltà, cioè con l’Occidente, anzi con gli Usa. Quando gli Usa, sotto la presidenza Bush, hanno scatenato le guerre che non sono riusciti né a vincere né a perdere né a finire, in Afganistan e in Iraq, Bonino si è messa a sventolare la bandiera stelle e striscie; ha smesso solo quando hanno smesso gli Usa. Inutile dire che lei è sempre stata dalla parte d’Israele: i diritti del Palestinesi possono aspettare, ammesso e non concesso (da lei) che ne abbiano.

Oppure, sono domande inutili? Nel senso che le nomine sono state fatte per un effetto d’insieme e non per essere calzanti con l’ufficio assegnato. In effetti, questo governo, che non a caso ha ricevuto tanti nomi, non è un governo vero e proprio, il suo compito essendo, tutti lo sanno ma non si può dire, assicurare l’impunità a Berlusconi. Quando si pesta una cacca, se non puoi cambiarti le scarpe, te la porti dietro: è capitato all’Italia. Il resto lo fanno i mercati, lo fa l’Europa e poi c’è sempre Napolitano. Forse Le monde aveva ragione. (Luisa Muraro)

di Luisa Muraro

 

Che dolore, che forza, che intelligenza e, per finire, che brave a scrivere! Sono donne nate intorno agli anni Settanta, tutte italiane, con radici nel Sud, fra loro molte appassionate di filosofia, che si confrontano con l’eredità del femminismo e il loro presente, riunite in un libro dal titolo parlante: Contro versa. Genealogie impreviste di nate negli anni ’70 e dintorni.

Anche la casa editrice merita attenzione: sabbiarossa ED, in maggioranza donne, è nata in Calabria; ha sede a Roma e a Reggio Calabria; ha un sito www.sabbiarossa.it ; ha tre collane. La più recente si chiama Genealogie e affronta tematiche femminili, il primo libro, appena uscito, è proprio questo che segnaliamo, con una pregevole copertina (dell’artista Caterina Luciano) e una grafica accurata, prezzo € 15.

La prima parte di Contro versa si apre con un testo dedicato a Lea Garofalo, La figura rimane. A ricordare lei, donna indomita, e sua figlia, la coraggiosa Denise, è Marisa Garofalo, sorella di Lea, che affida i suoi ricordi a Doriana Righini, la ideatrice della collana.

È un libro da leggere, sono nomi da ricordare. (L.M.)

La memoria che siamo, la storia che scriviamo

di Anna Paola Moretti

 

L’ultimo numero della rivista DWF (n.3/2012) presenta gli scritti della Comunità di Storia Vivente: Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini, Luciana Tavernini, raccontano della nuova modalità di scrivere storia che stanno sperimentando e i primi risultati. Un impegno di ricerca esercitato con passione in un percorso di più di vent’anni, che in anni recenti ha trovato un punto di svolta, portando a un “cambiamento radicale di orizzonte simbolico e di metodo”. Agli scritti originati dalla pratica politica si accompagnano poi altri testi, che fanno contesto e aiutano a comprendere.

So di avere un legame con quel pensiero e con le donne che lo hanno messo in parola.

Ho seguito con interesse, da lontano, i resoconti di incontri e riflessioni sulla storia pubblicati generosamente da Donatella Massara sul suo sito donne e conoscenza storica[1] e ricordo di aver riportato un’impressione vivissima dalle parole di Maria-Milagros Rivera a Roma nel 2006, al XII Simposio dell’Associazione Internazionale delle Filosofe. Nel suo intervento sulla storia che riscatta e redime il presente[2], qualcosa mi aveva attratto in modo speciale, tanto da invitarla l’anno seguente a partecipare al ciclo di seminari “La deportazione femminile. Vissuto e pensiero dai lager nazisti”, che stavo organizzando all’Istituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino. In quel percorso, il mio sentire e la mia esperienza di donna alla ricerca delle proprie radici facevano resistenza all’antinomia tra memoria e storia che trovavo riproposta da vari studi accademici: invitai allora anche Marirì Martinengo, che da poco aveva scritto la storia della nonna paterna a partire dai suoi ricordi[3].

Il lievito di quegli incontri ha continuato ad orientarmi in seguito, quando mi è capitato di raccogliere la testimonianza di due donne e di scrivere sulle testimonianze raccolte; la scrittura della vita di altre è stato un approdo recente, legato ad incontri casuali e fortunati, una declinazione inaspettata della mia passione politica. Ho raccolto la testimonianza orale di Irene Kriwcenko, deportata in gioventù nei campi nazisti come lavoratrice coatta e quella scritta di Maria Lasi, che aveva creato un testo familiare per figli e nipoti, dai suoi ricordi di bambina durante la seconda guerra mondiale[4].

Due vite comuni, vite oscure, come le definiva Virginia Wolf, che sono tuttavia coaguli di storia e possibili leve per la comprensione della storia da loro attraversata e di quella che noi oggi attraversiamo: ho quindi assecondato il desiderio di dare eco a quelle testimonianze femminili e di trasportarle nella scena pubblica.

Mi sono posta in ascolto con il filtro delle mie emozioni, in uno scambio di fiducia; ho voluto aver cura delle parole donate cercando per loro elementi di contestualizzazione geografica e storica e mettendole in dialogo con altre; ho fatto coesistere rigore di ricerca e partecipazione emotiva e ho vissuto il mio intervento come una relazione di servizio, come dice Maria Milagros Rivera[5]; per significare la vita delle donne nella memoria collettiva e testimoniare la fecondità del rapporto di amicizia tra donne, consapevolezza di oggi e che riguarda perciò il mio presente.

Per me è stata un’esperienza appagante, dove sono affiorati anche i miei ricordi, che ho lasciato intrecciare liberamente alle loro memorie; l’ascolto dell’altra è anche un modo per dare voce a parti di sé.

Le donne della Comunità di Storia Vivente dicono che la loro pratica parte dall’indagine interiore, per trovare insieme parole adeguate a significare l’esperienza, ma non la indicano come l’unico modo femminile di scrivere storia; tra gli altri possibili indicano infatti il lavoro sulle biografie, quello sulla storia personale, e forse altri modi che potranno ancora presentarsi, perché il processo è in fieri. Ci fanno capire ciò che indicano come imprescindibile e comune.

Tratto comune alla scrittura femminile della storia è che il soggetto che fa ricerca si mette in gioco: l’esperienza personale viene detta e messa in dialogo con le fonti, in un dialogo fedele e perfettamente erudito che fa luce sul legame tra l’esperienza personale e la vocazione della storica, per significarla ed iscriverla nel solco della storia, per dire “qualcosa che il mio presente richiede che sia detto”[6].

Scrittura femminile della storia è quindi scrivere libere dall’antinomia oggettivo/soggettivo, perché “l’oggettività non va confusa con la fedeltà alle fonti e la valutazione critica della loro origine e trasmissione”[7], ma è solo la distanza mortifera che s’interpone tra le donne o uomini che riferiscono di avvenimenti e ciò che avviene in loro; è un ritrarsi del soggetto dal suo tessuto di relazioni, separando la narrazione dell’esperienza che si vive al momento della narrazione dall’esperienza che è stata vissuta, tacendo ciò che la storia raccontata suscita nel corpo vivo di chi racconta.

Storia vivente è allora quella che vive della vita della storica, la quale fa di sé e delle proprie relazioni un documento a cui attingere.

La scrittura femminile della storia esplora il vissuto femminile o maschile degli avvenimenti insieme al loro accadere, senza separazioni. La consapevolezza di questo è un nuovo inizio per la ricerca storica perché modifica la fonte di legittimazione e scardina la separazione tra sfera pubblica e privata.

E’ una dimensione politica, trasformativa, che apre a una narrazione capace di ospitare anche i sentimenti: “testi che contengono corpi, testi che leggiamo con entusiasmo un secolo dopo l’altro (…) testi che ci toccano con la loro realtà messa finalmente in parole. E per questo ci innamorano”[8].

Diventa una categoria con cui possiamo riguardare anche ad alcuni testi del passato che abbiamo amato, proprio perché ci sono sembrati vivi: nel percorso di ricerca sulle memorie della deportazione, L’esile filo della memoria di Lidia Beccaria Rolfi, racconto del suo ritorno dal lager di Ravensbrück[9], è per me uno di questi. Alla dimensione narrativa vedo avvicinarsi per contagio anche alcuni storici, per esempio Bruno Maida e forse non è un caso che lui abbia frequentato a lungo Lidia Beccaria Rolfi, di cui ha scritto anche la biografia[10].

Nella scrittura femminile della storia, la storia parte da me, che do significato a quello che vivo: “si fa storia quando si dà senso a ciò che si vive”[11] o anche “la storia la fa chi si dedica a narrarla”[12]. Nello strappare una donna dall’indistinto comune e nel trovarne l’ unicità, in virtù della relazione che instaura con lei, la storica si assume la responsabilità di un punto di vista e di sentire, mentre adotta un tempo che non è solo lineare, ma abbraccia anche il movimento dei flussi di coscienza.

La scrittura femminile della storia apre infine a un altro ordine di relazioni, diverso dai rapporti di forza, e riesce a conservare la memoria senza rimanere intrappolate nella contrapposizione vincitori/vinti e nel rischio del doppio legame che è sempre prodotto dalle memorie traumatiche: senza necessità di rivincita, “a noi donne, ciò che oggi si intende per memoria storica, che riguarda principalmente fatti traumatici, guerre, terrorismo, interessa per trovare mediazioni con le quali riscattare questa memoria”[13]. Riscatto che non è né colmare un vuoto, né una rivalutazione, ma una costruzione di senso inedita, un pensare con amore, una mediazione per il presente.

Irene e Maria volevano entrambe che il loro fosse un messaggio di pace.

La storia capace di accogliere la vita modifica l’ordine della grandezza, supera gli specialismi, dialoga con la psicanalisi e con la filosofia; anche con la poesia nell’attenzione posta alla singolarità, capace tuttavia di infinito.

 

 



[1] http://www.url.it/donnestoria/ e http://www.donneconoscenzastorica.it/decs15/

[2] Vedi María-Milagros Rivera,“Riscattare e redimere il presente, in Annarosa Buttarelli e Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2008

[3] Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna “sottratta”, ECIG, Genova, 2005

[4]  Maria Grazia Battistoni, Rita Giomprini, Anna Paola Moretti, Mirella Moretti, La deportazione femminile. Incontro con Irene Kriwcenko. Da Kharkov a Pesaro, una storia in relazione, prefazione di Daniela Padoan, Quaderni Assemblea Legislativa Regione Marche, Ancona, 2010;  Anna Paola Moretti, La guerra di Mariulì, bambina negli anni quaranta, Il Ponte vecchio, Cesena, 2012

[5] Maria-Milagros Rivera, Perché l’amicizia tra donne è in sé politica, in Emma Scaramazza (a cura di), Politica e amicizia. Relazioni, conflitti, differenze di genere (1860-1915), Angeli, Milano, 2010

[6] Maria-Milagros Rivera Garretas, La storia vivente: una storia più vera. I guadagni di una relazione che non ha fine, in DWF, n.3/2012.

[7] Maria-Milagros Rivera Garretas, Si fa storia quando si dà senso a ciò che si vive,  testo preparato per l’incontro del 23 maggio 2008 a Pesaro, presso l’Istituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino.

[8] Maria-Milagros Rivera Garretas, Si fa storia quando si dà senso a ciò che si vive, cit.

[9] Lidia Beccaria Rolfi, L’esile filo della memoria. Ravensbrück 1945: un drammatico ritorno alla libertà, Einaudi, Torino, 1995

[10] Bruno Maida, Non si è mai ex deportati. Una biografia di Lidia Beccaria Rolfi, Utet, 2008.
Nel suo ultimo libro, La Shoah dei bambini. La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia 1938-1945, Einaudi, Torino, 2013, Bruno Maida scrive: “Questo libro non sarebbe esistito se non avessi incontrato vent’anni fa Lidia Beccaria Rolfi, che mi ha insegnato molte più cose di quelle che sono stato in grado di imparare, e che mi fece un regalo che è diventato una responsabilità”, ivi, pag. 327

[11] Maria-Milagros Rivera Garretas, Si fa storia quando si dà senso a ciò che si vive,  cit.

[12] Maririrì Martinengo, Narrare storia per costruire memoria, in http://www.circolodellarosavr.org/archivia.php?p=scheda&i=131

[13] Maria-Milagros Rivera Garretas, Presentazione dei numeri 39 e 40 di “Duoda”, in http://www.donneconoscenzastorica.it/decs15/

di Ivan Mocciaro

Continua il presidio in contrada Ulmo a Niscemi dov’è in corso la realizzazione del sistema satellitare Muos della marina militare Usa. Da giorni comitati, famiglie e “mamme No Muos” occupano l’area dando vita a scontri con le forze dell’ordine. Momenti di tensione si sono registrati anche oggi, quando un gruppo di attivisti, tra cui alcune donne ma anche “nonni e nonne Ni Muos”, hanno bloccato il passaggio di alcuni mezzi con a bordo militari americani e operai. I manifestanti, che si erano sdraiati sulla strada per impedire il passaggio del convoglio, sono stati sollevati di peso dalle forze dell’ordine. Presenti al presidio anche Salvatore Vaccaro e Nicola Arboscelli, i due pacifisti arrestati lunedì scorso dopo essersi arrampicati sulle antenne della base militare americana e poi scarcerati e prosciolti. A bloccare i convogli, con un’insolita forma di resistenza passiva, anche due nonne che su un tavolino hanno giocato a carte per tutta la giornata.

di Luisa Muraro

Se avessi a disposizione due o tre campanili e più ancora, farei suonare le campane a festa. Finalmente l’editore Feltrinelli si è deciso a pubblicare La passione secondo G.H. che è il capolavoro di Clarice Lispector (1920-1977), una scrittrice che nella letteratura del Brasile è come il monte Bianco nelle Alpi.

Le campane suonano perché, tolte donne come Margherita Porete o Teresa d’Avila, nessuno e nessuna come lei ha saputo narrare l’esperienza femminile del prendere coscienza di sé che quando attinge il fondo, non trova più il sé ma lo sconfinamento puro: “Ed ero adesso così grande che non mi vedevo ormai più”. Sono tra le ultime parole di G.H., protagonista di una vicenda mistica e politica insieme in cui possiamo rispecchiarci per giorni e giorni. O mesi, o anni.

Le campane suonano perché nessuna come lei conosce e sa trasmettere nella scrittura il terremoto sotterraneo della violenza trattenuta che le donne ben sanno. Nel convegno a lei dedicato (Lectures Lispectoriennes entre Europe et Amériques, Parigi, 12-14 maggio 2011) una femminista del Brasile ha reso questa testimonianza: “Clarice non fu femminista ma in Brasile il movimento femminista si è subito riconosciuto in lei e da lei ha preso forza”. Non soltanto in Brasile, aggiungo io.

Le più vecchie di noi probabilmente ricordano La passione secondo G.H. apparsa a Torino nel 1982, nell’ottima traduzione di Adelina Aletti, con una nota di Angelo Morino, presso la piccola casa editrice La Rosa, fondata da Edda Melon. Erano gli anni d’oro del movimento femminista, tra i cui meriti c’è anche l’aver incoraggiato gli editori a pubblicare libri scritti da donne.

I diritti della Passione furono poi presi da Feltrinelli che ha lasciato passare un sacco di anni, ma ora finalmente la ripubblica nella traduzione della Aletti, giustamente. Ma non in un volume separato. Per ragioni che non so giudicare, La passione ritorna all’interno di un grosso volume contenente i racconti e i romanzi principali di Lispector. Sono esattamente ottocento pagine, con un titolo di fantasia: Le passioni e i legami e una prefazione di Emanuele Trevi.

Alla raccolta mancano parecchi titoli, fra cui segnalo Acqua viva (Sellerio), La scoperta del mondo (La Tartaruga) e le lettere scelte pubblicate da Archinto: La vita che non si ferma.

Il volume di Feltrinelli è inevitabilmente costoso, quaranta euro, però mi sento di dire che il libro li vale e non soltanto per il capolavoro, anche per gli altri titoli. Penso specialmente ai racconti, onirici e realistici insieme, stupefacenti, tutto guadagnato con la scrittura, senza ricerca di effetti letterari. Penso soprattutto all’ultimo romanzo, postumo, L’ora della stella, che ha come protagonista una miserrima creatura di nome Macabea, uno di quei diamanti grezzi della specie umana che solo i sommi – Dostoevskij – sanno “tagliare” con tanta perfezione.

Non sto certo rubando il mestiere alla critica letteraria, riferisco i pensieri di una lettrice.

Che dire della Prefazione di Emanuele Trevi? Per cominciare, sa che la nascita dell’autrice si colloca verso la fine del 1920. Non è un dettaglio, continua infatti a circolare una data sbagliata, purtroppo compare anche nel risvolto di copertina di Le passioni e i legami.

Però Trevi sbaglia sul riferimento biografico fondamentale. Non è il libro di Benjamin Moser che lui dà in nota. Lo precedono in ogni senso le ricerche biografiche di Nadia Battella Gotlib: Clarice. Uma vida que se conta  (Sao Paulo, Atica 1995) e la veramente magnifica Clarice Fotobiografia (EDUSP 2008). Moser ha inoltre il difetto di caricare le tinte, per esempio sulle circostanze della malattia di Marieta, madre di Clarice, che non sono accertate.

Nell’insieme la prefazione di Trevi è degna e porta l’attenzione su aspetto importanti dell’arte di Lispector: la qualità mistica della sua scrittura, il rapporto tra vita e coscienza, l’impronta di Spinoza… Procede un po’ tentoni, ma con Clarice Lispector è pressoché inevitabile. Per l’essenziale, infatti, lei resta inafferrabile: lo sarà meno con la lettura, l’amore e lo studio? Forse. Però, pur inafferrabile, è godibile da chi accetta che il godimento venga come vuole, di colpo oppure a poco a poco. (Luisa Muraro)

di Benedetta Guerriero

«In una scuola come questa non puoi permetterti di proporre sempre gli stessi argomenti, qui la situazione è in divenire: bisogna continuamente ricercare e aggiornarsi, altrimenti prevale la frustrazione». Sono passati quasi trent’anni da quando Tiziana Franziani ha cominciato a lavorare alle elementari di via Sardegna a Cinisello Balsamo, hinterland milanese, in un piccolo edificio del quartiere Crocetta che accoglie soprattutto famiglie straniere. In questa struttura, incuneata tra viale Fulvio Testi e l’ingresso dell’autostrada A4, separata anche geograficamente dal resto della città, Tiziana è arrivata agli inizi degli anni Ottanta, dopo aver insegnato a Buccinasco, Baggio e nelle scuole serali di Londra.
«Quando sono rientrata dall’Inghilterra, c’era posto alle elementari di via Sardegna, cercavano una maestra di inglese e mi sono fermata», spiega. Dopo l’ondata migratoria dal Sud Italia, a Cinisello giungono albanesi, sudamericani, arabi, romeni, ucraini, senegalesi. Nel quartiere Crocetta i bimbi extracomunitari sono sempre più numerosi e Tiziana diventa un punto di riferimento per i loro genitori. «La nostra scuola è stata una delle prime a inserire la figura del facilitatore di apprendimento per gli alunni », dice con fierezza, mentre ricorda col sorriso la proposta dell’ex ministro Mariastella Gelmini di limitare al 30% la presenza straniera nelle aule, costringendo la preside a chiedere una deroga per l’istituto di via Sardegna, in cui la soglia era nettamente superiore. «Allora i bambini extracomunitari raggiungevano il 43%, ora sono il 90%, ma le tensioni restano sconosciute», spiega Paola Vaia, maestra di matematica. A soli 18 anni, terminate le magistrali, vince il concorso, a 19 diventa di ruolo e a 21 anni comincia l’avventura nella struttura di Cinisello.
L’intesa tra la maestra di inglese e quella di matematica è immediata, entrambe decidono di rimanere in quella scuola che, soprattutto negli anni passati, ha messo in fuga diversi insegnanti, spaventati dalla sfida dell’intercultura. Una sfida difficile che richiede dedizione, autorevolezza e spirito di adattamento. Nel corso dell’anno i bambini partono e arrivano da un momento all’altro e bisogna essere pronti a inserirli, creando occasioni di scambio e accettazione. Non è dunque un caso che prima di iniziare le lezioni gli alunni si dispongano in cerchio. «È il cerchio dell’accoglienza — dice Paola — . I bambini attendono che arrivi nelle loro mani la palla per poter prendere la parola». Quello che accade nel mondo e le loro vite sono gli argomenti principali di discussione. «Il nostro compito è destrutturare le chiusure di partenza per favorire il dialogo », afferma Silvia Galli, che in via Sardegna è approdata dopo l’esordio, a 19 anni, in una struttura privata. La complicità con le colleghe, il desiderio di scoprire nuovi metodi capaci di facilitare l’apprendimento dei bambini, l’ha fatta fermare. Insegna italiano e non nasconde gli sforzi che quotidianamente si affrontano per aiutare gli alunni non solo a trovare nella scuola un contesto dove potersi esprimere, ma anche un luogo in cui apprendere. La didattica, inutile nasconderlo, ne risente, i tagli hanno polverizzato le risorse destinate all’istruzione pubblica e anche le elementari, fiore all’occhiello del sistema scolastico italiano, ne pagano le conseguenze. «Quest’anno non sono partiti i laboratori di italiano — racconta Tiziana — . Almeno c’è ancora la figura del mediatore culturale, fondamentale quando si presentano problemi con i nuclei di origine dei nostri studenti». Famiglie complesse che la crisi ha messo a dura prova. Molti bimbi hanno madri che lavorano come badanti o sono impiegate in imprese di pulizia che le impegnano anche la sera, costringendoli a diventare grandi in fretta. «Siamo orgogliose del rapporto che abbiamo coi genitori — dichiarano — . È scattata quell’empatia che ha permesso loro di fidarsi, hanno rispetto per il nostro ruolo, diversamente da quanto ormai accade altrove». E qualche alunno che ha mosso i primi passi nelle elementari del quartiere Crocetta è arrivato lontano, si è iscritto all’università, diventando, per la soddisfazione delle maestre, proprio mediatore culturale. Paola, Silvia e Tiziana non hanno dubbi: dalla scuola di via Sardegna escono bambini portati all’accoglienza e capaci di interpretare con maggiore naturalezza la società multietnica.

di E.MAR.

Lo avevano promesso quelli del movimento No Dal Molin: «Saremo in piazza con le bandiere listate a lutto». E così è stato, solo che la bandiera della pace con una grande fascia nera in diagonale è arrivata sul palco delle autorità alla fine dell´orazione di Ghiotto. Ci ha pensato la leader storica Cinzia Bottene a portarla con sè e tirarla fuori dalla borsetta quando le celebrazioni stavano terminando. E così il 25 aprile è diventato un’altra vetrina per i No Base che durante la mattinata hanno alzato le bandiere dal pubblico. Non solo, dopo che Ghiotto ha terminato il suo discorso la Bottene si è rivolta a lui porgendogli la bandiera della pace spiegandogli le ragioni della protesta. Una presa di posizione giunta dopo che la prefettura aveva deciso di non aprire al pubblico la base Del Din per ragioni di sicurezza. Ieri una protesta che ha avuto l’appoggio di molte associazioni ma anche del movimento Cinque Stelle presente alle elezioni comunali.


Così avevano detto, così hanno fatto

“… con le bandiere della pace listate a lutto, saremo alla celebrazione del 25 aprile, per denunciare come a Vicenza e in altre regioni d’Italia, gli statunitensi, che nel 25 aprile del 1945 sono entrati nelle nostre città a fianco dei partigiani e degli alleati, siano progressivamente diventati degli occupanti e come parti significative del territorio della Repubblica vengano sottratte alla sovranità della cittadinanza e acquisite come fossero delle colonie…”

Foto1391

 

Luisa Pogliana (per Donnesenzaguscio)


Esperienze di un modo diverso di governare le aziende. Una proposta di Donnesenzaguscio.

L’azienda può essere intesa come l’insieme di tutti i soggetti che la costituiscono. L’azienda funziona bene se chi la guida trova un’area di ragionevole convergenza tra i diversi interessi in gioco. Abbiamo dato un nome a questo modo di dirigere un’azienda fuori dalle logiche di potere, orientata al bene comune: ‘governo’.

E’ una visione che viene più dalle donne che dagli uomini, ma deve diventare patrimonio di tutto il management.

Rivolgiamo quindi la nostra attenzione alle donne che in azienda si assumono le proprie responsabilità, a tutti livelli. Donne  che, in posizioni di vertice o in qualsiasi altro ruolo, si fanno carico di favorire modi di lavorare dotati di senso e costruttivi. E donne imprenditrici.

Portatrici di un modo di governare l’azienda differente dal modello manageriale dominante, fondato su concezioni tipicamente maschili.

 

Noi di Donnesenzaguscio abbiamo raccolto esperienze che testimoniano di questo orientamento.

Ma molto resta da testimoniare, da raccontare.

E’ una realtà diffusa più di quanto si creda, perché ci sono difficoltà a valorizzare  il proprio agire,  non c’è tempo di riflettere a fondo su quello che si è fatto, non si sa dove né come comunicarlo.

Eppure il bisogno di far conoscere queste esperienze è sentito e diffuso. Per non andare avanti da sole, per rafforzarsi nella relazione con chi condivide questo orientamento.

 

A questo noi, continuando il percorso iniziato con il libro Le donne il management la differenza, vogliamo dare il nostro contributo.

Pensiamo che sia importante accrescere la conoscenza del patrimonio di pratiche diverse già attuate in azienda e dei criteri che le rendono efficaci.

Pensiamo anche che sia utile conoscere di più le difficoltà e i modi per superarle che ognuna trova nello svolgere il proprio ruolo secondo i propri criteri, secondo la propria visione differente.

 

Per questo ci rivolgiamo a chi ha esperienze significative da raccontare (sue o realizzate da altre donne), e  ha ragionato su un diverso modo di stare nei luoghi decisionali,  su quanto di diverso le donne possono portare nelle aziende. Proponiamo a tutte di condividere con noi le storie e le riflessioni. Non importa se sembrano a prima vista piccole cose, microstorie. Sappiamo che spesso è proprio raccontandole che ci si accorge del valore che hanno.

Chiediamo di scriverle, oppure di registrarle, e farcele avere. Firmate o anonime, non importa.

Via via che le raccoglieremo, le faremo circolare,  le ‘capitalizzeremo’ mettendole a disposizione di tutte tramite il nostro sito. Vedremo poi  come trasformarle in voce pubblica collettiva.

 

Se tutto questo vi interessa, scriveteci, raccontate, diteci cosa ne pensate, fate circolare questa iniziativa presso altre donne -e uomini- che conoscete, nei vostri gruppi, nelle vostre associazioni.

Vi proponiamo di fare questo lavoro insieme.

 

Luisa Pogliana

per Donnesenzaguscio

 

www.donnesenzaguscio.it

www.donnesenzaguscio.it/index.php/esperienze/

di Serena Gaudino

Tam Tam
(ed. nottetempo) è un piccolo libro che si legge tutto d’un fiato: la storia autobiografica di una donna a cui da un giorno all’altro la vita svolta. Con sorpresa, cambia binario. Imbocca una strada secondaria, stretta e buia. Nella quale, solo ogni tanto, si aprono piazzole di respiro. Piazzette illuminate, piene di amici, di amore, di passione. Mentre tutto il resto si trasforma in una battaglia. Nuova e involontaria. Atroce e triste. In cui lei perde ogni certezza e i punti di riferimento della sua vita impegnata di maestra, femminista, pensatrice.

Un bel giorno, a Verona, poco prima di uscire dalla casa di una amica che l’ospitava per andare a un convegno, viene colpita da una fitta alla schiena. E dopo pochi minuti arriva il colpo muto. potente e definitivo che la costringe a cambiare tutto. Ma soprattutto a combattere una battaglia a mani nude, senza armi. Un corpo a corpo estenuante. Contro un nemico doppio: sé stessa e la malattia improvvisa. E gravissima.

Se l’esperienza di Vita Cosentino è stata un’esperienza dolorosa, il racconto della sua malattia è un diario leggero e breve. Pieno di sorprese. Pieno di cose che pochi sanno. Perché per vergogna, paura, evidente pudore, quasi nessuno, colpito, si racconta con tanta limpidezza e si rituffa nella vita come ha fatto lei. Portandosi dietro ciò che ha potuto della sua vecchia vita.

Grazie anche a questo racconto che ha il carattere di una terapia sperimentale e la delicatezza di un dono. Sottolineata, la delicatezza, anche dal tono scelto dalla voce narrante. Che vuole stare fuori dalla scena. Nascondersi dietro la porta della stanza da letto, e spiare attraverso il buco della serratura quell’orrore privo di suoni di cui pian piano si libera per accettare la nuova vita: lenta, goffa, accorta, senza più nessuna sbavatura. Intrappolata. Come in una di quelle tovagliette di plastica che produce per ingannare il tempo e far lavorare le mani. Ma che le rivela, momento dopo momento, piccole cose mai viste, affetti mai considerati, comportamenti inusuali, sorprese.

Non c’è tristezza nelle parole della Cosentino. Evidentemente già in parte metabolizzata. Solo il racconto, con parole piene, di un’avventura di riscatto e di speranza.

Il libro si apre con uno scritto di Luisa Muraro: Bella e Crudele.

Associazioni NO DAL MOLIN

pace

Anche se “ l’open day” del 4 maggio è stato annullato, noi cittadine e cittadini di Vicenza, che nel corso di questi anni abbiamo manifestato la nostra OPPOSIZIONE alla costruzione di una nuova base di guerra, continuiamo a dire il nostro NO  alla base partecipando oggi, con le bandiere della pace listate a lutto, alla celebrazione del 25 aprile, per denunciare come a Vicenza e in altre regioni d’Italia, gli statunitensi, che nel 25 aprile del 1945 sono entrati nelle nostre città a fianco dei partigiani e degli alleati, siano progressivamente diventati degli occupanti e come parti significative del territorio della Repubblica vengano sottratte alla sovranità della cittadinanza e acquisite come fossero delle colonie.

Continueremo

a denunciare ogni forma di complicità con le guerre in corso, a manifestare contro ogni tipo di militarizzazione del territorio, a lottare per una città libera dalle basi di guerra, per l’affermazione di una città di pace.

Vogliamo continuare a denunciare con forza

che la costruzione della base statunitense ha sottratto a Vicenza l’ultimo spazio verde, senza che siano state rispettate le direttive europee sui referendum e senza che sia stata attuata la valutazione di impatto ambientale obbligatoria per attuare progetti così invasivi: 700.000 metri quadrati con un edificato pari a 800.000 metri cubi di cemento che ha prodotto una gravissima lesione all’equilibrio idrogeologico della zona.

Vogliamo dire ai militari americani

di esaminare la documentazione relativa all’occlusione e alla distruzione del sistema di drenaggio che dal 1929 permetteva il deflusso delle acque piovane dell’area del Dal Molin e dei territori circostanti; di osservare come, a seguito dei lavori per la costruzione della nuova base militare si siano formati degli acquitrini all’interno dell’area adiacente alla base, divenuta ora un “parco acquatico”; di consultare le famiglie dei residenti che ad ogni temporale devono attivare le pompe per evitare allagamenti di abitazioni che non avevano avuto mai problemi prima che si aprissero i cantieri.

Vogliamo ribadire

che non sono state fornite spiegazioni ai quesiti che a seguito di queste criticità sono stati posti da più parti, comprese le istituzioni.

Vogliamo smascherare

il regime di servitù militare, un vero e proprio regime di occupazione del territorio e una limitazione della cittadinanza, tanto più offensiva quanto più si pretende che venga considerato una risorsa e un’opportunità.

 

 

Beati i costruttori di Pace   Coordinamento dei Comitati  Cristiani per la Pace

Donne in rete per la Pace   Gruppo Emergency di Vicenza Famiglie per la Pace

Femminile plurale      Gruppo donne del Presidio “No Dal Molin”

MIR/IFOR Movimento Internazionale della Riconciliazione  Movimento Nonviolento

Presidio Permanente “No Dal Molin”  Sinistra Ecologia e libertà  USB

Vicenza Libera “No Dal Molin”   Forum per la Pace di Monticello Conte Otto

di Barbara Spinelli

GLI ULTIMI movimenti di Grillo, dopo la rielezione di Napolitano, sono non solo prudenti ma inquieti: quasi contratti. Non ha afferrato l’occasione offerta dalla collera di migliaia di cittadini, che avevano sperato in Stefano Rodotà: dunque in una democrazia rifondata, che chiudesse il ventennio berlusconiano. Ha evitato euforiche piazze. Non è un comportarsi populista.

Perché il populista classico mente al popolo, per usarlo e manipolarlo.

[…]

La realtà vista da Grillo è difficilmente confutabile: è la sconfitta, enorme, vissuta sabato dall’Italia del rinnovamento. E il trionfo, non meno vistoso, dei piani del demiurgo di Forza Italia: il Pd ridotto molto democraticamente in ginocchio; poi un governo di larghe intese; poi la vittoria elettorale del Pdl. E all’orizzonte, non lontano: Berlusconi capo dello Stato. Parlando alle Camere, lunedì, Napolitano ha definito perfettamente consona alla democrazia europea la coalizione “tra forze diverse”. L’orrore che essa suscita, l’ha analizzato in termini psicologici: è una “regressione” faziosa. Un’immaturità smisuratamente tenace. Mai Berlusconi è stato così banalizzato. Mai è apparso lo statista che solo nevrotici bambinizzati avversano.
Ma Grillo sa qualcosa di più. La morte della sinistra italiana, prima innescata dal rifiuto di 5 Stelle di accettare un comune governo, poi accelerata dal no del Pd a candidati di svolta, suggella l’apoteosi, più vasta, di chi da tempo vede l’Europa assediata da dissensi cittadini subito bollati come populisti, quindi euro-distruttori.

[…]

È un’autentica offensiva antipopolare (non antipopulista) quella cui assistiamo da quando Papandreou, premier socialista greco, provò nell’ottobre 2011 a proporre un referendum sull’austerità che già minava Atene, e ora l’ha portata alla miseria. Fu ostracizzato, divenne un infrequentabile paria per le sinistre europee al completo. Solo ai Verdi, Papandreou destituito spiegherà il senso del referendum: non il rifiuto di pagare i debiti (i “compiti a casa”) ma la domanda di un’Europa che compensi lo scacco degli Stati nazione con un proprio bilancio accresciuto e un comune solidale rilancio stile Roosevelt.

Dopo di allora l’offensiva si accentua, senza più pudore. A Cernobbio, l’8 settembre 2012, il Premier Monti chiede un vertice europeo straordinario, di “lotta ai populismi”. Citiamo quel che disse, perché è emblematico e perché le autorità dell’Unione l’applaudirono entusiaste: “È paradossale e triste che in una fase in cui si sperava di completare l’integrazione anche dal punto di vista psicologico, dell’opinione pubblica e in ultima analisi (dal punto di vista) politico, si stia determinando un pericoloso fenomeno opposto, con molti populismi che mirano alla dis-integrazione in quasi tutti gli Stati membri”.

Sembrava il comunicato di un prefetto anti-sommosse più che di un capo politico, e si sa che poliziotti e prefetti usano mettere nello stesso sacco ogni sorta di estremismo, per poi srotolare deserti che chiamano pace civile. Nel sacco ci sono Le Pen, i nazisti greci di Alba Dorata, i liberticidi ungheresi, e a Roma o Atene i veleni letali che sono M5S e Syriza. L’ideologia è quella con cui Pangloss indottrina l’inerme Candide, in Voltaire: stiamo andando verso il migliore dei mondi possibili, l’Europa meravigliosamente si integra, ed ecco  –  horribile visu!  –  una coorte di paradossali e tristi sovvertitori mirano proprio al contrario: alla dis-integrazione.

Due bugie s’infilano in un’unica collana. La prima marchia i populismi senz’alcuna distinzione, e poco serve che Grillo ricordi l’evidenza: avremmo anche noi Alba Dorata, se lui non facesse da argine. La seconda bugia concerne i movimenti detti euroscettici: come se i disintegratori fossero loro, non chi per primo ha disintegrato fingendo d’integrare. Le bugie non hanno affatto gambe corte, lo sappiamo. Le hanno lunghissime e vanno lontano.

Vero è che Napolitano  –  una storia lunga l’attesta  –  ha sull’Europa idee ardite, non condivise da Berlusconi né forse da Monti. Quel che non vede, è il nesso causale fra crisi dell’Unione e torsione delle istituzioni democratiche, della legalità, della giustizia, delle costituzioni. Altrimenti non prediligerebbe, con tanto impeto, quelle che alcuni chiamano ipocritamente larghe intese e altri, più crudamente, inciucio.

[…]

È tentante bendarsi gli occhi, e nascondere l’estensione di un disastro che non sfascia solo la democrazia deliberativa di Grillo, ma la stessa democrazia rappresentativa che contro lui si pretende presidiare. Ecco dove sta, caro Presidente, la regressione.

Il Parlamento non ha saputo farsi portavoce dell’Italia che invocava Rodotà o Prodi. Ha ucciso l’idea stessa di rappresentanza, più che la democrazia dal basso.

[…]

Cibo dell’anima cibo del corpo – 23 aprile 2013

 

Si inaugura l’ampliamento della collezione con “Piu’ luce su tutto”. L’opera, del 2010, e’ un’installazione composta da 150 libri in vetro illuminati e dipinti a mano, ed e’ stata donata dall’artista e dalla Galleria Marie Laure Fleisch.

dynys


La Galleria Nazionale d’Arte Moderna inaugura, Martedì 23 Aprile alle ore 18.00, l’ampliamento della sua collezione grazie alla donazione dell’opera di Chiara Dynys, Più luce su tutto. L’opera del 2010, un’installazione composta da 150 libri in vetro illuminati e dipinti a mano, è stata donata dall’artista e dalla Galleria Marie Laure Fleisch.

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna dedica alla sua collezione un nuovo spazio esponen- do il lavoro di Chiara Dynys, Più luce su tutto del 2010. L’opera, una libreria di grandezza modulabile per l’ambiente espositivo, è composta da 150 libri in vetro suddivisi in gruppi, alcuni dei quali, illuminati internamente, emanano luce. L’installazione è nata con l’obiettivo di privilegiare le opere su carta alle quali la libreria luminosa dell’artista rimanda. E’stata creata specificamente per la mostra dal titolo omonimo presso la galleria Marie-Laure Fleisch. L’opera trovava il proprio senso in rapporto agli spazi della galleria e rappresentava anche l’approdo concettuale di un percorso espositivo che contemporaneamente si svilup- pava presso l’Archivio Centrale di Stato. Le due mostre complementari Labirinti di memoria e Più luce su tutto intendevano infatti riflettere sui significati di memoria e di oblio, passato e presente, come fattori primi per la determinazione dell’esistenza.

L’opera, donata dall’artista e dalla Galleria Marie Laure Fleisch, rappresenta una libreria i- deale, la costruzione della propria memoria personale, interpretata dall’artista come una raccolta di libri illuminati internamente da luci che ne esaltano i colori dipinti a mano e la trasparenza dei materiali. Nella nuova installazione, Più luce su tutto diventa il collegamento tra la fine del percorso e- spositivo del museo e il bookshop.

Biografia
Chiara Dynys lavora a Milano.Sin dall’inizio della sua attivita’,all inizio degli anni 90 ha agito su due filoni principali, entrambi riconducibili ad un unico atteggiamentonei confronti del reale: identificare nel mondo e nelle forme la presenza e il senso dell’ anomalia , della va- riante, della “soglia”che consente alla mente di passare dalla realta’ umana ad uno scenario quasi metafisico.Per fare questo utilizza materiali apparentemente eclettici, che vanno dalla luce al vetro, agli specchi, alla ceramica, alle fusioni, al tessuto , al video e alla fotografia. Tra le presenze museali ricordiamo la partecipazione in mostre personali e collettive quali : Museo di Saint Etienne , Ciac di Montreal,Kunstmuseum di Bonn, Museo di Bochum, Pac di Milano, Museo Pecci Prato e Milano, Rotonda della Besana Milano, Museo Bilotti, Cen- tro D’arte Italiana a Foligno,Museo Mart di Rovereto , ZKM Karlsruhe e al Museo Poldi Pezzoli Milano e inoltre in importanti galllerie e fondazioni italiane e straniere.

Ufficio stampa tel. +39 06 32298328 , s-gnam.uffstampa@beniculturali.it

Inaugurazione martedì 23 aprile 2013, ore 18.00

Galleria Nazionale d’Arte Moderna – GNAM
viale delle Belle Arti, 131 (Disabili via Gramsci, 71), Roma
Orari: Aperto al pubblico dal 15 Marzo 2013
martedì – domenica dalle 10.30 alle 19.30
(la biglietteria chiude alle 18.45)
Chiusura il lunedì
Biglietti ingresso
intero: euro 12,00
ridotto: euro 9,50 (cittadini dell’unione Europea di età compresa tra i 18 e i 25 anni ; docenti delle scuole statali dell’Unione Europea)
ridotto speciale solo mostre: euro 7,00
(minori di 18 e maggiori di 65 anni)
gratuito museo: minori di 18 e maggiori di 65 anni

a cura di Achille Bonito Oliva

23 aprile – 24 maggio 2013

La grande mostra “Les magiciens de la terre” inaugurata al Centre Georges Pompidou da Jean-Hubert Martin nel 1989 ha portato alla ribalta internazionale l’arte contemporanea africana.

La mostra presso la Fondazione Mudima, che tra gli altri artisti ne ripresenta due tra quelli “scoperti” da Jean-Hubert Martin (Esther Mahlangu, Seni Camara), attinge agli intensi rapporti che la Fondazione Sarenco ha con le collezioni private di Italia, Francia, Germania, Olanda e Belgio e agli innumerevoli viaggi africani compiuti dall’artista Sarenco in terra d’Africa per quasi trent’anni, alla scoperta di tanti talenti artistici.

 

Lo sguardo attento di Achille Bonito Oliva ha portato alla selezione di 6 artisti: “tre donne artiste straordinarie, e tre uomini, artisti straordinari. Un bel pareggio in terra d’Africa. Questa mostra fa il punto sulla grande qualità e sull’emozione che procura l’Arte Africana Contemporanea a noi addetti ai lavori e, spero, al pubblico del nostro paese”.

 

 

 

In mostra le sculture di SENI CAMARA (Senegal), MIKIDADI BUSH  (Tanzania) e  JOHN GOBA  (Sierra Leone) e i dipinti di ESTHER MAHLANGU (Sudafrica), GEORGE LILANGA (Tanzania)  e MARGARET MAJO (Zimbabwe). Inoltre  saranno esposte 4 sculture di circa 4 m di altezza dell’artista SARENCO   (Marinetti, Apollinaire, Tzara, Breton) e il lavoro fotografico di PAOLA MATTIOLI e FABRIZIO GARGHETTI su questi stessi artisti africani.

 

 

 

In occasione della mostra sarà presentato il catalogo AFRICANA per le Edizioni Mudima, a cura di Achille Bonito Oliva e Sarenco.

 

A disposizione del pubblico ci saranno altri due libri collegati alla

 

mostra stessa: I MIEI EROI AFRICANI di Sarenco e MEMOIRES D’AFRIQUE di

 

Paola Mattioli e Sarenco.

 

di Lea Melandri

Mai le donne sono sembrate così minacciose come quando hanno cominciato a riunirsi in piccoli gruppi all’interno delle case, senza la presenza degli uomini e avendo al centro della loro riflessione il corpo e la sessualità. “Ma cosa vogliono queste donne?”  – si chiedeva L’Espresso in un articolo del 7 aprile 1975. La ricerca di una sessualità propria, non più confusa col concepimento e meno dipendente dal desiderio dell’uomo, appariva come un “ribaltamento” delle parti, esclusione del sesso maschile e richiesta di prestazioni eccezionali.

“Si confronteranno non meno di quattro o cinque posizioni diverse: clitoridee pure che escludono l’uomo, clitoridee bisessuali, altre che non rinunciano all’uomo anche se vogliono un partner finalmente all’altezza della situazione”. La possibilità di conoscere e riappropriarsi di un corpo rimasto per secoli “oggetto” di scambi, interessi e piaceri altrui, di affermare la specificità del proprio erotismo, così come emergevano dalla pratica dell’autocoscienza di gruppi e collettivi femministi, fu vista dai sessuologi e psicanalisti interpellati dai giornali come una “mina antiuomo”.

L’allarme nasceva dall’idea che le donne, consapevoli della loro “maggiore potenza sessuale”, avrebbero finito per indebolire, con la richiesta di “orgasmi multipli”, prima le “classi alte” e poi la stessa classe operaia.

Più che le battaglie per i diritti  – divorzio, aborto, diritto di famiglia, legge sulla violenza contro le donne, ecc. -, che ebbero tra i promotori negli anni ’70 anche alcune forze politiche, come il Partito Radicale, a muovere contro il femminismo una compagna denigratoria destinata a durare a lungo furono dunque l’analisi e il desiderio di cambiamento spinti fin dentro le relazioni più intime.

Esperienze come la sessualità e la maternità, considerate da sempre “non politiche”, più vicine alle leggi sempre uguali della natura che alla mobilità delle costruzioni storiche, venivano per la prima volta portate sulla scena pubblica, considerate materia di discussione e modificazione di rapporti di potere. Per quanto sembri paradossale nell’era del sesso-mercato, del porno e del post-porno, gli interrogativi riguardanti il corpo delle donne, i loro desideri, le forme specifiche del loro piacere, si ripropongono oggi per una generazione che può avvalersi di consapevolezze e libertà prima sconosciute, ma che torna a parlare di sé nell’era del web riconoscendosi “paure”, “vergogne”, “dipendenza” e “incertezze”.

La sfida più radicale alla cultura maschile dominante sembra che passi ancora dal racconto di “vissuti” che trovano parole autentiche solo in una relazione tra donne segnata da fiducia, ascolto, capacità di mettersi  reciprocamente in discussione.

Nella primavera del 2006 alcune studentesse veronesi, dopo aver fatto parte di un collettivo misto universitario e aver verificato il riprodursi di ruoli, stereotipi maschili e femminili, decide di avviare un percorso proprio di riflessione individuale e collettivo. Col nome di una donna immaginaria  – Benazir, “colei che non è mai stata vista così”- il gruppo pubblica un libro che vuole dare conto del percorso fatto, mescolando frammenti di mail, registrazioni, diari: Collettivo femminista Benazir, Frammenti di autocoscienza. Il percorso politico sulla sessualità di un gruppo di giovani femministe, Aracne editrice, Roma 2012.

Le ragioni per riattualizzare una pratica come l’autocoscienza, che sembrava destinata a perdersi negli archivi degli anni ’70, partono da un disagio che oggi vede inseparabilmente intrecciate e confuse storie personali e contesto politico sociale.

Nella solitudine atomizzata del nostro tempo esiste una difficoltà nell’espressione di sé, nel parlare a partire dalla propria esperienza per dare voce alle proprie paure e sofferenze, ma anche alle proprie gioie, felicità, soddisfazioni. E’ come se fossimo davanti a un mondo che ha già detto tutto ed è per questo che noi non abbiamo più voce in capitolo su noi stesse (…) Prendere coscienza del proprio corpo consente di riscoprire e valorizzare lo scarto che esiste tra noi e l’immagine della donna che ci viene proposto, dando luce ai tratti di sé che ci differenziano.”

La possibilità di esporsi, rinunciare a maschere protettive, dare parola a sentimenti, emozioni, fantasie, che fino allora erano parsi “impresentabili”, lasciarsi mettere in discussione dallo sguardo vigilante delle proprie simili, oggi, come per la generazione degli anni ’70, fa assomigliare un processo di liberazione a un atto di nuova nascita.

Cosa guida ogni incontro? Quale forza ‘oscura’ guida donne cieche a togliersi le mani dagli occhi per vedere un nuovo mondo. Ma quanti investimenti abbiamo da togliere per essere davvero nude? Spesso anche quando siamo nude, solo fisicamente, ci nascondiamo. Quando ci neghiamo un piacere, quando non interroghiamo il nostro desiderio perdendoci in quello condiviso. Quando non torniamo a noi nella fedeltà a noi stesse. Mi accorgo che tendo a voler assecondare il desiderio altrui. Immagino cosa l’altro possa volere e vivo nella finzione, ma poi mi torna, improvvisamente, imprevista, la realtà quando mi accorgo che cedere al desiderio dell’altro mi pare un punto di sofferenza.”

La difficoltà a parlare e soprattutto a scrivere dell’autoerotismo, così come a dichiarare l’inclinazione, divenuta per la lunga storia di sottomissione che ha alle spalle quasi “naturale”, a compiacere l’altro anche in assenza di piacere proprio, non sembra essere cambiata, se non per il sorriso e il gusto a “prendersi gioco” delle proprie paure, vergogne e tabù. Su un “partire da sé” che si muove agilmente tra il guardarsi negli occhi e la comunicazione virtuale a distanza aleggiano, con la stessa presa emotiva e intellettuale degli anni in cui comparvero, il Manifesto di Rivolta femminile e i “libretti verdi” di Carla Lonzi.

La lettura de La donna clitoridea e la donna vaginale di Carla Lonzi: un primo squarcio in cui ho intravisto di non essere matta, ho visto me stessa come clitoridea, una strada possibile per non essere sopraffatta (…) La donna rinuncia al proprio piacere perché è più facile vivere nell’inferiorità che affrontare il senso di colpa (…) così mi sono sentita: sola col senso di colpa, attaccabile da ogni punto di vista perché contro la legge naturale (…) Riconosciamo la molteplicità del nostro piacere, non riduciamolo a schemi già fatti. Perché se non è il coito li chiamano preliminari? Perché tutto deve essere preparatorio al rapporto pene-vagina? Forse perché è procreativo? Forse perché ci vogliono inchiodare al ruolo di madre? Non sto parlando a favore o contro il coito, vorrei solo renderlo una delle possibilità, non il sesso per antonomasia”.

Le avevano detto che doveva aprirsi. Non troppo, se no sei una puttana: solo abbastanza, per farlo contento. Non troppo spesso, se no sei una pervertita: solo quando vuole lui. Non da sola, se no sei una impura, compi un gesto orribile: solo nell’incontro con l’altro sesso. Ha vissuto nella paura di doversi aprire a comando, come una scatola. Adesso impara con fatica ad aprirsi come e quando piace a lei.”

Il destino imprevisto del mondo  – aveva scritto Carla Lonzi – sta nel ricominciare il cammino per percorrerlo con la donna come “soggetto”. Ma il dubbio che rimane è se gli uomini sapranno ascoltare quello che è un invito alla reciprocità e non un ribaltamento di poteri, riportare su di sé una “presa di coscienza” liberatoria rispetto alle mitologie virili ereditate dai padri, mettere in discussione una sessualità che porta dentro inspiegabilmente confusi amore e violenza.

di Silvia Truzzi

Barbara Spinelli, per cinquanta giorni il Pd ha detto di non voler fare un accordo con Berlusconi. Poi ha cercato l’intesa con il Pdl per il Colle e ora parteciperà a un governo “di larghe intese”. A quale Pd dobbiamo credere?

Quando ci sono simili contraddizioni conta il risultato. La scelta di Marini, chiara apertura all’intesa con Berlusconi, ha rivelato che c’era del marcio nelle precedenti proposte a Grillo. Io ero a favore d’un accordo Pd-M5s, ma quel che è successo significa che in parte mi illudevo sulle reali intenzioni del Pd. Bene ha fatto Grillo, forse, a essere diffidente.

 

Civati ha detto: “I traditori diventeranno ministri”.

Condivido il laconico giudizio, come molti suoi giudizi. I traditori, anche se hanno democraticamente votato, faranno il governo.

 

La base del Pd si è fatta sentire. Alcuni commentatori hanno criticato l’idea che la politica si faccia “con i social network”: tra questo e il non ascoltare i propri elettori e dirigenti – sono state occupate sedi del Pd in mezza Italia – c’è una bella differenza.

Sono anni che il Pd non ascolta i cittadini, il popolo tout court. Vorrei ricordare due atti simbolici. Il primo fu di Napolitano: “Non sento alcun boom di Grillo”, e invece il boom c’era, eccome. Il secondo è della senatrice Finocchiaro. Dopo il voto a Marini, davanti alla base in rivolta, ecco l’incredibile frase: “Ma che vogliono? Io non vedo la base!”. Il Pd non vede il Paese. Perché questa criminalizzazione poi, della rete? Dire che è tutta colpa dei social network, dire che i nuovi parlamentari sono “inadeguati” (parola di Bindi): qui è l’irresponsabilità denunciata ieri da Napolitano. Inadeguati a che? A che magnifica e progressiva condotta del Pd?

 

Che fine faranno le promesse sull’ineleggibilità di Berlusconi?

Non bisogna mai fasciarsi la testa prima di rompersela. Se si vuol mettere in risalto il tradimento Pd, bisogna far finta che abbiamo preso sul serio le dichiarazioni di tanti di loro, in favore della ineleggibilità. Si rimangeranno anche questa promessa? Continueranno a screditarsi, grottescamente.

 

Oltre a non ascoltare la base, il Pd non ha dato retta anche a molti dei propri parlamentari.

Non ha ascoltato Sel, con cui era alleato. Ma neanche i due padri fondatori della sinistra del dopo Muro di Berlino: Stefano Rodotà e Romano Prodi. Il parricidio in politica può esser positivo, ma bisogna che i figli costruiscano il nuovo. In questo caso hanno ucciso i padri per mettere il regno nelle mani di Berlusconi. L’età non basta. Questa storia finisce con la polverizzazione del Pd. Peggio: con la plausibile vittoria Pdl alle prossime elezioni, e Berlusconi capo dello Stato dopo Napolitano.

 

Il professor Rodotà ha scritto su Repubblica che bisognerebbe interrogarsi sui motivi per cui personalità della sinistra siano state snobbate pubblicamente dagli attuali rappresentanti della sinistra.

Questa è la domanda. Siamo immersi nel romanzo di Saramago, La cecità: il Pd non vedendo il Paese non ha visto nemmeno le persone del proprio campo che negli anni hanno stabilito un contatto con le Azioni Popolari dei cittadini. Quando le Quirinarie le hanno scelte come propri simboli, il Pd ha detto: sono persone di Grillo, non ci umilieremo assoggettandoci . Follia. Tra l’altro: perché non li hanno fatti sin da principio loro, quei nomi?

 

Nella scelta fra trattare con Grillo per Rodotà – un uomo sulla cui fedeltà alle istituzioni e alla Carta non c’è alcun dubbio – e trattare con Berlusconi, si è optato per la seconda strada. Inspiegabile.

Una parte del Pd è forse ricattabile, a cominciare dalla vicenda Monte dei Paschi di Siena. Non è meno forte quella che chiamerei “schiavitù volontaria”. C’è stata una pressione forte anche dagli attuali vertici d’Europa: la vittoria del M5s ha creato solidarietà attorno al vecchio establishment contro il cosiddetto populismo di Grillo: ne ha profittato il vero populista , Berlusconi. Ma lui è già metabolizzato. Rodotà non sarebbe stato solo uno dei migliori garanti delle istituzioni, ma – come Prodi – uno dei più autorevoli garanti dell’europeismo. Non dimentichiamo che è l’estensore della Carta europea dei diritti: vincolante per tutti i Paesi membri. Non esiste solo il plebiscito dei mercati. C’è anche un’Europa più democratica verso cui tanti vogliono andare.

 

Il professor Rodotà ha anche detto, rispondendo a Eugenio Scalfari, che se vogliamo fare esami di costituzionalità dobbiamo passare al vaglio tutti i partiti, non solo il M5s. Bisogna guardare alla Lega secessionista, al Pdl delle leggi ad personam. D’accordo?

Sì. Se si parla di incostituzionalità di Grillo e poi si avalla l’accordo con Berlusconi, vuol dire che la costituzionalità è vana esigenza. D’altronde vorrei sapere cosa precisamente sia incostituzionale nel M5s.

Perché se Berlusconi parla di golpe, come ha fatto due giorni prima delle votazioni per il Colle, nessuno dice nulla e se lo fa Grillo si grida all’eversione? Quante volte abbiamo sentito questa parola detta da Berlusconi! Se lo fa lui è normale amministrazione, se lo fa Grillo è eversivo.

 

Scalfari ha scritto che non gli è proprio venuto in mente il nome di Rodotà per il Quirinale.

Non so Scalfari. Mi interessano i politici. Se aspiri all’inciucio, il nome di Rodotà certo non ti viene in mente. Sul sito del Corriere della Sera il più votato come premier ideale è Rodotà. Sul sito della Stampa – dove tra tanti, il nome del professore non c’è – il più votato è “nessuno di questi”.

 

Come lo interpretiamo?

Come prova che la maggioranza delle persone non vuole l’accordo con B.

 

Napolitano aveva più volte detto di escludere la propria ricandidatura.

Mi scandalizza meno questo del fatto che il Capo dello Stato sostenga da tempo, con tenacia, le larghe intese.