Erika, 23 anni, aveva ancora il coltello piantato nella schiena, è morta perché donna, nessuno l’ha cercata, è rimasta lì nella campagna incolta senza vita ed è stata trovata per caso.

 

È stata uccisa, ma era una *prostituita* e sulla stampa neutra questo non si chiama femminicidio, si chiama “giallo”. Nei telegiornali e nei giornali la notizia è data separata dalle cronache “delle donne uccise”, quasi l’accomunarla alle altre vittime potesse queste ultime offendere.

 

Erika è morta ed è femminicidio, quello che non entra nelle statistiche.

Non si contano le donne come Erika perché il contarle renderebbe il peso della strage reale più insopportabile e rivelatore. E peggio anche perché la morte delle prostitute, soprattutto straniere, è una prospettiva possibile e ammessa, magari parlandone a bassa voce, bassa voce ma non

sempre bassa.

 

Chi vuole il femminicidio lo vuole, ma lo dice in altri modi predicando l’ordine familiare e parlando dell’impossibilità di porre fine al mercato semiufficiale della prostituzione.

 

Per promuovere un minimo di dignità nel nostro paese è necessario guardare dentro il femminicidio, in tutto il femminicidio: e non  basterà contare anche chi non è contata, né basterà dire “mai più”, ma da ora è necessario dire con chiarezza che l’origine di tanto dolore ha patria nel servizio

all’ordine costituito e alla famiglia, al desiderio dei clienti, agli utili delle agenzie che smerciano servizi sessuali deresponsabilizzando i consumatori finali mai tenuti a sapere dell’età e della condizione di schiavitù di donne come Erika, che forse ventitré anni non li aveva.

 

Per le donne che vengono qui con l’inganno e il ricatto, non esistono funerali né l’indignazione parolaia nelle parrocchie e nei consigli comunali, esistono indagini da chiudere al più presto o da non chiudere mai, com’è stato “per la donna di colore” trovata morta (dopo due giorni) nel 2012 in pieno centro, dietro la stazione centrale di Napoli. E nessuno muore di vergogna.

 

Stefania Cantatore (UDI di Napoli)

 

Napoli, 13 maggio 2012

di Liliana Rampello

 

Nota al libro di Nadia Fusini, Hannah e le altre, Einaudi 2013, pp.160

 

Questa è un semplice, breve nota che segnala un libro che ho letto in questi giorni con vera emozione.

 

Non entro nei contenuti, nei numerosi temi e problemi che si sollevano più densi o più leggeri e che meritano un’attenzione più lunga di queste righe, ma voglio raccontarvi alcuni motivi di una lettura che suggerisce molti pensieri, riflessioni, rilanci perché nasce da molti pensieri, riflessioni, rilanci. Una conversazione fra l’autrice, Nadia Fusini, e tre “stelle di prima grandezza”, Simone Weil, Rachel Bespaloff, Hannah Arendt, collocate in una stessa costellazione, il perimetro aperto di molte altre amicizie con poeti e scrittori (i vivi e i morti) che sembrano tutti sedersi intorno allo stesso desco, che altro non è che il cuore dell’intelligenza del mondo, della necessità di pensarlo, “per amore”. (“Che il pensiero sviluppi in conversazione lo capiscono perfettamente i poeti”.)

 

Legate da temi, problemi, coincidenze di lettura (Simone e Rachel leggono e scrivono dell’Iliade, il poema della forza, negli stessi mesi e anni, quasi contemporaneamente Hannah tenta di tagliare con il bisturi della sua ragione l’intricato nodo che stringe insieme potere e politica), queste pagine mostrano l’andamento della vita e del pensiero, gli scarti, le sorprese, gli incontri, lo sradicamento e molto altro in una forma di scrittura che mi sembra la forma trovata per una biografia pensante della relazione.

 

E infatti questo libro dentro di me ha funzionato come un detonatore di più ampia comprensione di tutto un tempo, il Novecento di allora e il nostro ora, e di desiderio di lettura e rilettura delle voci di queste  amiche “stellari”, perché la luce del loro pensiero è ancora e ancora necessaria. Al centro di tutto la lingua, la scrittura nel suo ruolo di “triangolazione centrale”, cui l’autrice corrisponde con la propria, netta, colta, precisa, pulita e brillante, quella che lei stessa ha imparato dalla sua “madre e maestra di ascolto”, Virginia Woolf.

 

Queste “antenate indimenticabili”, il loro ritratto nudo, a sbalzo, gli amici e le amiche che tessono la trama di tutto un tempo “presente”, sono ora esposte nuovamente al nostro pensiero e l’appuntamento mi pare inevitabile. Perché qui a pensare e a scrivere è la differenza di essere donna.

 

di Gisella Modica

Molte le suggestioni scaturite dal convegno I sud, le mafie: le donne si raccontano promosso dalla Casa internazionale delle donne con l’associazione daSud, Libera e la Società Italiana delle Letterate (Roma, 5-7 aprile 2013) che ha visto donne di diverse competenze – storiche, giornaliste, scrittrici, magistrate, amministratrici – chiamate a raccontare della propria esperienza in contesti dove le Mafie (cosa nostra, camorra,’ndrangheta) sono più radicate. Il convegno infatti intendeva porre l’attenzione sulla relazione tra capacità di raccontarsi e raccontare, da donna, il sud, e l’individuazione di pratiche politiche che il presente impone, di fronte alle trasformazioni delle Mafie definite da Franca Imbergamo, magistrata, “forme più manifeste di un potere camaleontico che conosciamo poco”. E dunque stentiamo a ri-conoscere. Attenzione imposta dalla presa d’atto di “un deficit di narrazione” che secondo Costanza Quatriglio, regista, ha origine nel fatto che “essere donna del sud ha significato un marchio di appartenenza insopportabile, come se il sud fosse qualcosa da nascondere sotto il tappeto”. Identità difficile, mai conclusa, che può rivelarsi “un trabocchetto sotto la sabbia”, e da cui si preferisce prendere le distanze – “sono del sud, ma…” – nel timore di rimanere intrappolate nello stereotipo donna-sud-mafia=svantaggio. Timore confermato da Luisa Cavaliere che già nel n.10/1993 di Madrigale, scriveva: “Abbiamo paura di lavorare sulle origini della nostra identità… questo ha prodotto quella fisionomia debole del movimento delle donne meridionali… mutilato della possibilità di radicare nel sud la sua ricerca”. Del resto le mafie oggi sono anche al nord; né la libertà femminile ha considerato dirimente la differenza territoriale, dice chi non considera dirimente o prioritario definirsi oggi donna del sud: come donna la mia patria è il mondo. Ma aver rifiutato cittadinanze formali, non significa rifiutare il luogo d’origine “conditio sine qua non del mio essere” confuta Maria Attanasio, poeta, che si chiede “quale sarebbe stata la mia storia se il mio orizzonte esistenziale fosse stato di marmo o cemento invece che di creta, del bianco della neve e del nero delle sciare sul vulcano”. Richiamando alla memoria le scrittrici postcoloniali che nell’evidenziare i limiti di un femminismo eurocentrico hanno riposizionato lo sguardo sul punto d’origine – luogo di dominio coloniale/patriarcale e di interruzione della memoria – che da luogo di esclusione si trasforma in luogo di resistenza.

Un invito dunque a riposizionare lo sguardo sul sud, da cui possa prendere le mosse “un pensiero di nascita capace di esperire pratiche diverse di esistenza” propone Laura Fortini, letterata. “Un pensiero convalescente, per frammenti, in un tessuto stramato su cui trascrivere l’esperienza corporea delle donne” lo definisce Emma Baeri, storica, che si concretizzi in “un progetto di bellezza civile, oltre il razzismo e il fondamentalismo, ripensando a quel breve momento di felicità che fu il periodo arabo normanno”.

“Oggi che tre quarti del pianeta sono al margine, stare al sud è stare sul taglio” ha commentato Tristana Dini (sito AdATeoriaFemminista). “È situarsi in una posizione dentro/fuori al Sistema, punto d’ascolto mediano tra sé e l’altro, dove l’altro è il territorio”, ha specificato Nadia Nappo.

Un pensiero che comprenda un cambio di prospettiva rispetto a quello tradizionale che vede le donne contrapporsi alle mafie in posizione di resistenza. Postura in difesa, di chi agisce nello stesso solco, e con le stesse modalità, dell’ordine simbolico maschile. E si avvicini invece a pratiche più simili alla resilienza “processo che permette di risalire da una ferita, traendo da essa energie per una risposta creativa e originale, in opposizione alle sollecitazioni che spingono verso l’emigrazione, e l’esilio” propone Floriana Coppola, scrittrice.

Un esempio ci viene già dalle collaboratrici di giustizia calabresi, che più che resistere al Sistema o contrapporsi in nome di una presunta legalità, si sono sottratte al loro ruolo di “trasmettitrici mute del pensiero del padre”.1 “Figure di confine, sospese tra due mondi, che abitano una posizione terza” le definisce Alessandra Dino, sociologa.

L’altro esempio ci viene dalle sindache della Calabria, che, secondo Ludovica Ioppolo dell’associazione Libera “non operano rotture col proprio ordine di appartenenza, come le collaboratrici di giustizia, ma in coerenza con se stesse si mettono in gioco per costruire un nuovo modello di partecipazione democratica”. Donne che resistono “per dare alle bambine dei modelli femminili da imitare” (Elisabetta Tripodi, sindaca di Rosarno). “Resisto affinché le persone sane possano esercitare pubblicamente il diritto alla scelta, come ho fatto io. Perché vivere al sud è una continua scelta: di partire, di tornare, di restare. Perché vivere al sud è convivere col dolore (della perdita) e la paura (del sequestro). A spingerti è l’amore per la tua terra” (Carmela Lanzetta, sindaca di Monasterace). Significativa la testimonianza di Alessandra Clemente, 26 anni, neoassessora al comune di Napoli, figlia di una vittima innocente di camorra: “La mia resistenza è nel sorriso di mia madre che riusciva a spostare le montagne. Il mio desiderio è trasformare tutto ciò che è accaduto in qualcosa che somigli al sorriso mia madre, per costruire un senso a qualcosa che un senso non ha, perché la morte di un innocente non può avere un senso. Se siamo in grado di sentire l’ingiustizia, di avere questo tipo di sensibilità, scomoda, perché ti fa sentire diversa, allora puoi nel tuo piccolo, con le tue relazioni, fare la differenza. Solo quando la tua ferita diventa la ferita di tutta la città allora si è realizzata la vera giustizia sociale”.

Storie del sud, di donne appassionate, che al di là della resistenza, della loro lotta quotidiana per garantire “regole uguali per tutti”, uguale accesso ai diritti, e trasparenza amministrativa, lasciano intravedere un modo di essere e di fare differente: passione, ricerca di senso, attenzione alla memoria, sensibilità al dolore, una forma tutta femminile di trasmissione alle nuove generazioni “per imitazione”. Un modo di patire il mondo ed esperirlo difficilmente declinabile per intero nelle forme della delega e della rappresentanza istituzionale. Un ordine differente, la cui forza, o viene vanificata dietro la maschera della neutralità democratica e istituzionale, o è ridotta a valore specifico femminile, adatto solo alla cura e ai servizi, senza incidere nel contesto, anzi diventando ad esso funzionale. Testimonianze che invitano a “ripensare forme di democrazia incarnata che tengano conto dei corpi di donne” (Baeri).

Dolore, perdita, paura, amore per la propria terra; sentire su di sé l’ingiustizia e far sì che la propria ferita diventi quella di tutta la città per costruire qualcosa che assomigli alla propria madre; che sia d’esempio per le bambine affinché un giorno possano imitarlo: come fare per restituire a questi saperi femminili, che non separano l’intimo dal sociale, la stessa forza che ha saputo imprimere, per esempio, la cantautrice Francesca Prestia, dando voce col canto in lingua materna alla Ballata di Lea Garofalo?

“Il punto di partenza per chi vuole ripartire dal sud è il dolore che si interpone tra la bellezza e il degrado” dice Tristana Dini; “se il punto da cui ripartire è la bellezza e la poesia, farsi contagiare dal dolore dell’altro, allora serve scalfire la corazza che ci portiamo dentro, e la resistenza è una pratica all’opposto, che lo impedisce”, afferma Paola Bottero, editore.

Esperire nuove pratiche di esistenza è accedere ad un ordine differente, “un terzo luogo” suggerisce Dini. Terzo luogo da inventare, da immaginare. “Il valore della testimonianza da sola non basta” avverte infatti Laura Fortini; così come “non è sufficiente raccontare dei fatti: occorre inventare perché l’esperienza prenda senso”. 3

La lingua materna, il canto, la letteratura come “sguardo profetico” (Fortini) e pratica dell’alterità; come “non luogo fatto di impalcature immaginarie che partono dal reale per tradirlo, tradurlo, trasfigurarlo” (Coppola) possono aiutarci.

Immaginazione infatti non è “fantasia arbitraria, ma rischiosa vicinanza tra reale e immaginario… un andirivieni… un passaggio attraverso cui smuovere il reale da una fissità mortifera”. 4

Proviamo allora a uscire dal solco del seminato, e a riattraversare la scena imposta dalla fissità mortifera delle mafie come i corpi nelle ultime “Rielaborazioni” fotografiche di Letizia Battaglia. Corpi e visi di donne che da lei innestati “per disgusto o per disperazione” nel contesto usuale di morti ammazzati, miseria, povertà, lo trasformano, dando un altro taglio alla scena, trasformandosi essi stessi in altro, e costringendo chi guarda ad immaginare altro. Un altro sud. “Un vasto territorio, geografico e mentale, disseminato di madonne nere, di sibille, di sante e donne di fuori.” 3 Figure liminali metà prefiche, metà guaritrici, sul confine tra reale e inventato, capaci di entrare in relazione con ciò che è altro da sé e altro di sé. Capacità che le donne del sud utilizzano per sopravvivere, nel quotidiano, in situazione di precarietà e povertà, senza perdersi.

Ripartiamo da qui, da questo Sud immaginario, metafora del proprio desiderio e spinta verso l’agire sociale e il cambiamento, che ogni donna – del nord e del sud – si porta dentro, e riattraversiamo, come i corpi di Letizia, la scena imposta dalle mafie per smuoverla dalla sua fissità mortifera.

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1 Renate Siebert in AA.VV. Donne di Mafia, Meridiana, 2005.

2 Diotima, Immaginazione e politica, Liguori, 2009.

3 Chiara Zamboni in Diotima, Il profumo della maestra, Liguori, 1999.

4 Lucia Chiavola Birnbaum, Black Madonnas, Palomar, 1993.

 

di Luisa Muraro

Chi si è dato alla politica per passione e non per calcolo, sa che la felicità può essere considerata una passione politica. C’è uno speciale tipo di felicità che si prova in politica, felicità vera e propria anche se diversa da quella, non frequente ma nota ai più, che dà l’amore ricambiato o da quella che dà l’estasi, di cui sappiamo quasi solo per vie indirette.

Non darò alcuna definizione della felicità, la cui idea mi pare inafferrabile più della felicità stessa, ma la parola esiste e poiché usandola c’intendiamo sufficientemente, possiamo fidarci di usarla. Si tenga conto, per inciso, che sono debitrice di una pratica di parola basata su uno scambio non codificato e senza fine, così come si usa nel movimento femminista che ha valorizzato una certa differenza femminile nell’uso della parola. Sullo sfondo del mio discorso c’è una formazione filosofica tradizionale, che ritengo buona ma in me rimasta sterile fino a che non si è incrociata con il femminismo della seconda ondata, quello che non mira tanto ai diritti delle donne ma presiede alla nascita di una libera soggettività femminile e quindi lavora molto sul piano simbolico (parole e relazioni).

È dunque innegabile, testimone l’esperienza, che l’impegno politico può dare felicità. Ciò non significa che vi sia un facile rapporto tra questa e quello. Non va da sé che la politica renda felici e ancor meno che una condizione felice favorisca l’impegno politico. Per quanto innegabile, quel rapporto è controverso e può capovolgersi nel suo contrario, ossia in una reciproca escludenza: si cerca la felicità evitando la politica e, viceversa, ci si dà alla politica senza pensiero della felicità propria o altrui.

Può capitare altro ancora. Quando ero giovane e vivevo con i miei genitori, in una famiglia numerosa, in un’epoca animata da conflitti politici, anche in casa scoppiavano accese discussioni. Ma mia madre non lo sopportava e ci imponeva di smettere o almeno di andare da un’altra parte. Diceva che la politica portava la discordia in famiglia. Mi sono convinta che la sua fosse una reazione a un senso di dolorosa impotenza. Non le mancava la passione politica, lo so per certo, ma quando questa si svegliava, forse insorgeva in lei un senso di frustrazione per non sapere come viverla, e quanto più forte era quella, tanto più doloroso era questo.

Un simile sentimento d’impotenza, devo dire che qualche volta assale anche me, che pure sono attivamente impegnata e che ho più strumenti di lei per agire; mi assale da dieci anni circa, da quando la politica sembra soccombere a poteri che esorbitano non solo la comune capacità di agire ma spesso anche quella di capire. In questo stato d’animo si percepisce, negativamente, di che natura sia la felicità che può dare la politica, quella di mettere in atto il proprio essere con le sue capacità di esserci, capire, agire.

 

La consapevolezza di un nodo intricato tra politica e felicità è antica. Pensiamo al ritorno nella caverna di cui parla Platone nel settimo libro della Repubblica, ritorno in cui è perfettamente riconoscibile un’allegoria dell’impegno politico (La Repubblica, VII, 516 e-521 b). Al prigioniero che era fuggito dalla caverna e che, libero dagli inganni e miserie di quel luogo, ha conosciuto la felicità della contemplazione del vero e del buono, a quest’uomo è chiesto di tornare fra i suoi antichi compagni di prigionia per condividere con loro il suo bene. Il filosofo (il prigioniero liberato) ritorna nella “caverna”, ma lo fa solo per dovere, lo fa perché persuaso da giusti argomenti, affinché gli altri, i suoi concittadini, non rimangano fuorviati da beni fasulli (il potere, la ricchezza, il piacere) e possano vivere una vita collettiva all’insegna della giustizia. Per questa sua dedizione al bene della polis, non si può parlare di passione politica. D’altra parte, secondo Platone, poco importa che il filosofo si dia alla politica senza averne il desiderio, anzi: uno Stato così governato lo è al meglio.

Cito e qualche volta rileggo Platone non per se stesso, intendiamoci, ma perché si tratta di una specie di grande, monumentale luogo comune della cultura occidentale. Ma, secondo me, tra l’autore della Repubblica e noi, tra la Grecia antica e la nostra civiltà, la distanza è invalicabile. Dal Rinascimento in poi si è voluto riannodare con la civiltà antica, per cui ci si compiace di parlare di radici greche, rischiando di perdere il giusto senso storico. La polemica contro chi voleva parlare per l’Europa anche di radici cristiane, mi ha lasciato molto perplessa: per certi aspetti, proprio queste ultime, le radici cristiane, consentono di riferirci a quelle greche senza confinarci nella cultura di una minoranza eletta.

Molto Platone arriva fino ai nostri giorni veicolato e filtrato dal cristianesimo. A me arriva attraverso Simone Weil. A New York, nell’ottobre del 1942 (Quaderno XV), la Weil scrive che ci sono domande che nessuno pone e che invece bisogna porre, come questa: perché desideri essere felice? Questa domanda, prosegue, bisogna porsela e rendersi conto che la felicità non è qualcosa che possiamo desiderare senza ragione, incondizionatamente, perché soltanto il bene va desiderato in questo modo («Il faut se [la] poser à soi-même, et se rendre compte, d’abord qu’on n’a aucune raison de désirer d’être heureux, puisque le bonheur n’est pas une chose qui soit à désirer sans raison, inconditionnellement; car le bien seul est à désirer ainsi»). E chiude con fulminea brevità: questo è fondamentalmente il pensiero di Platone («C’est le fond de la pensée de Platon»). (Oeuvres complètes VI, Cahier 4, Gallimard, Paris 2006, p. 214).

La filosofa francese è consapevole che questa sua bocciatura del desiderio di felicità per se stesso, è un pensiero “contrario alla natura”. Lo sostiene, tuttavia. Ne va, per lei, della nostra liberazione dalla cattura nel meccanismo sociale. Sono d’accordo con lei che il cieco desiderio di felicità, privo dell’orientamento del bene, può portarci fuori strada e farci cadere nelle trappole dei falsi assoluti. Ma ci sono buone ragioni per desiderare di essere felici; anzi, a certe condizioni (che dirò più avanti), il desiderio stesso di felicità è buono, tanto che io lo metterei fra quei “bisogni essenziali dell’anima” che la stessa Weil, di lì a poco, esporrà nel suo programma politico che in italiano conosciamo come La prima radice (L’enracinement).

 

Ci sono, nella storia del pensiero occidentale, tra noi e l’antichità, due passaggi per capire il nodo tra passione politica e ricerca della felicità, così come possiamo viverlo noi.

Il primo passaggio è costituito dalla rivoluzione cristiana. Mi riferisco, precisamente, a quel cambiamento, che si situa nei primissimi secoli del cristianesimo, per cui l’aspirazione alla vita perfetta che dà la vera felicità, secondo la dottrina filosofica antica, da ideale elitario per pochi, diventa una possibilità offerta a tutti. Il cristianesimo invita non tanto a essere migliori dentro i limiti della natura umana, ma ad essere perfetti: «Siate dunque perfetti com’è perfetto il vostro Padre celeste» (Matteo, 5, 48). Un impossibile a chiunque che viene offerto come un possibile a tutti. E come?

La leva di questa rivoluzione è nell’offerta fatta a tutti, ma veramente a tutti, di poter accedere al divino nella vita interiore: si tratta “di fare dell’interiorità il luogo universale e non eccezionale di incontro con il divino”, qualcosa che i filosofi (Seneca) di quell’epoca insegnavano in polemica con la religione superstiziosa del popolo e dello Stato (chiamate, rispettivamente, teologia favolosa e teologia civile), riservandola però a una minoranza eletta. La svolta fu percepita dai contemporanei. I cristiani, dicevano polemicamente i pagani, “avanzavano l’inaccettabile pretesa che una filosofia potesse travalicare i limiti delle élites” come se la libido philosophandi [l’amore e il piacere della filosofia] potesse “coinvolgere anche vecchiette, bambini e operai”. Così, più o meno, si esprime un personaggio di Minucio Felice (sto citando Marco Rizzi, in Il dio mortale. Teologie politiche tra antico e contemporaneo, Morcelliana, Brescia 2002, p. 280 sgg.)

La felicità per tutti, una felicità non inferiore alla beatitudine degli dei, potrebbe essere la parola d’ordine di questa rivoluzione dei primissimi secoli cristiani.

Poi le cose sono cambiate, ma la mistica cristiana ha custodito e variamente sviluppato questa ispirazione. Segnalo la variante o una variante femminile.

La mistica cristiana femminile – generalmente meno letterata di quella maschile, per forza di cose – non riprende la lezione della mistica plotiniana (le Enneadi di Plotino sarebbero addirittura la bibbia della mistica cristiana, secondo Galvano della Volpe) di un’ascesa graduale all’unione con Dio attraverso una lunga e faticosa scala di perfezione. Nella mistica femminile la scala di perfezione è sostituita da altri passaggi, meno graduali, meno ordinati e, diciamo pure, meno volontaristici di quelli disegnati dai gran di maestri dello spirito. Fra gli esempi recenti, sec. XIX, penso a Thèrèse Martin, santa e dottora della Chiesa cattolica, che, parlando del suo desiderio di perfezione, costatata la sua pochezza rispetto all’eroismo dei grandi santi, cerca allora una strada sua. «Siamo in un secolo inventivo – scrive – oggi non vale più la pena di salire facendo le scale, nelle case dei ricchi le sostituisce ottimamente un ascensore. Anch’io vorrei trovare un ascensore per elevarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione.» (Manoscritto C in Oeuvres Complètes, Cerf DDB, 1992, pp. 237). Ed è così che arriva a inventare la sua via alla perfezione, che non ha le caratteristiche di una scalata, tutto il contrario. Non è un caso che questa giovane donna, oltre a essere amata dalle persone spirituali, sia diventata ben presto popolarissima: in lei rivive qualcosa dell’antica rivoluzione cristiana.

Vale la pena notare per inciso che l’iperbole evangelica del Siate dunque perfetti, citata sopra, torna a presentarsi in una pensatrice laica dei nostri giorni, l’inglese Iris Murdoch (1919-1999): vi torna esplicitamente come fautrice di quell’orientamento al bene senza il quale, dicevo sopra, il desiderio di felicità si assolutizza e può pervertirci. Che cosa significa – si chiede nel saggio Su “Dio” e il “Bene” – l’imperativo “Siate dunque perfetti”? Non sarebbe stato più sensato dire “Siate dunque leggermente migliori”? (Esistenzialisti e mistici. Scritti di filosofia e letteratura, il Saggiatore, Milano 2006, pp. 347-348.) Qui devo interrompermi per riprendere il filo principale.

Il secondo passaggio tra l’antichità e noi in tema di politica e felicità, così come lo racconta la storia delle idee, si compie con la nascita della civiltà moderna, ad opera dell’empirismo inglese rincalzato dall’utilitarismo (Mi riferisco alla storia delle idee, senza escludere altri forse più significativi percorsi).

L’empirismo inglese, che si rifà alle correnti edonistiche del mondo antico (Scuola di Cirene), teorizza la felicità come somma o sistema dei piaceri, felicità individuale che per sua natura tende a irradiarsi nel sociale e che, d’altra parte, per la sua realizzazione non può fare a meno della società. Siamo nell’epoca tra il Sei e il Settecento in cui la nozione di società prende consistenza e s’impone estesamente al discorso politico e culturale, arrivando fino ai nostri giorni. La felicità diventa così un’idea ricorrente nel pensiero politico del mondo anglosassone e americano, ben più che nel continente europeo. Tutti sanno che nella Costituzione degli Usa, tra i diritti naturali e inalienabili dell’essere umano, è solennemente iscritta la ricerca della felicità.

Questo secondo passaggio ha segnato la fine dell’aspirazione alla beatitudine eterna predicata dal cristianesimo, diventata poco credibile e poco desiderabile.

Secondo Nicola Abbagnano, se non troviamo un pensiero della felicità nel discorso politico continentale, ciò si deve a Kant, che della felicità ha elaborato un concetto rigoroso collegandola al sommo bene (che è sintesi di felicità e virtù) e deducendone la possibilità solo nella sfera dell’intelligibile, nel “regno della grazia” (Dizionario di filosofia alla voce felicità).

Quello che non troviamo nel pensiero politico che aspira al rigore filosofico, forse si trova altrove. “Felicità” è una parola che ha una presa potente nella cultura diffusa e resiste a ogni critica, nei discorsi correnti così come nei sentimenti della comune umanità. Non si lascia nemmeno completamente banalizzare, vorrei aggiungere, ma di ciò non sono altrettanto certa, sotto l’assalto della pubblicità commerciale. La partita è in corso.

Ignoro se esistano ricerche sulla presenza del tema della felicità nei grandi movimenti sociali dei sec. XIX e XX, prevalentemente dominati dall’idea della giustizia e dell’uguaglianza, oggi riassunte nei diritti umani. Se anche ricerche non ci fossero o se queste non avessero documentato una presenza rilevante del tema della felicità, resterei convinta di questa presenza per più motivi.

Uno è che alla storiografia fa difetto l’attenzione per il risvolto emozionale e affettivo della storia e difettano di conseguenza anche i necessari strumenti storiografici. Lo ha segnalato recentemente Lynn Hunt, La storia culturale nell’età globale (ETS, Pisa 2010). Le persone (io stessa) che ai movimenti hanno partecipato, parlano talvolta di una loro esperienza di felicità. Da notare che, secondo queste testimonianze, in gran parte di donne a me risulta, la felicità non si presenta come meta e possesso stabile, e tantomeno come qualcosa cui si avrebbe diritto, ma come un sorprendente intensificarsi dell’esistenza, che può durare poco ma non è effimero perché dà una gioia che ha una forza rivelatrice. È come un colpo di felicità. Ciò che si scopre, quando si ha un colpo di felicità, è il positivo di ogni cosa che è, con la certezza di aver visto qualcosa di vero.

In un testo femminista del 1989 che s’intitola Un filo di felicità, della serie dei “Sottosopra” pubblicati dalla Libreria delle donne di Milano, si parla di un avvenimento di natura simbolica (la presa di coscienza che permette di dire io senza con ciò escludere niente e nessuno) che ha delle conseguenze anche sensibili e osservabili. Tra queste, dice il testo, “dobbiamo mettere anche la vena di felicità che corre tra le donne” e spiega: la felicità ci viene dal senso che hanno preso le nostre vite per se stesse.

Al filone delle testimonianze politiche che non escludono i sentimenti soggettivi, appartiene la recente autobiografia di Luciana Castellina, La scoperta del mondo (Nottetempo, Roma 2011). Pare che qualcuno abbia suggerito per questo libro un altro titolo: “La felicità”. Ugualmente recente, già dentro al secolo XXI, è la testimonianza di una studentessa universitaria, Valeria Mercandino, che ha partecipato ai moti di protesta contro la riforma Gelmini e a un certo punto, facendo come una schivata rispetto alla discussione sulla violenza, scrive: «la cosa più interessante e più vera che penso sia accaduta è la sensazione (mia e di altre) di aver vissuto momenti di un’intensità tale da non voler più ‘tornare indietro’. La questione è di arrivare a comprendere come ‘vivere politicamente’ sia l’essenziale guadagno di vita» (in “Via Dogana” 96, marzo 2011, Situazioni a rischio di politica, p. 4).

Non voglio dire che agli uomini esperienze di questo tipo siano precluse, ma mi sembra che le considerino meno preziose, infatti ne parlano poco. 

D’altra parte, per i secoli XIX e XX, conosciamo e possiamo documentare la grande diffusione dei romanzi d’amore e sappiamo bene che l’amore è strettamente associato alla possibilità di essere felici, non nella versione prudente dell’evitamento dell’infelicità, ma in quella più viva e positiva di cercarla e di accrescerla.

Mi si potrebbe obiettare che questo è vero ma che non c’entra con il nostro discorso, poiché la letteratura romanzesca non ha in senso stretto, tolte alcune eccezioni, valenza politica. In effetti, la ricerca tipicamente femminile di felicità attraverso la lettura di romanzi, romanzetti, fotoromanzi e derivati televisivi, presenta le caratteristiche di un’evasione dal mondo reale e come tale non interseca la politica. Ma quest’apparente evasione, se diamo credito alla critica femminista, rivela due cose piuttosto importanti.

Primo, che la società borghese ha operato un’indebita mutilazione per cui i sentimenti amorosi vengono tagliati fuori dalla sfera pubblica e politica. Pensiamo, come contro esempio nella società nobiliare, al romanzo La Principessa di Clèves di Madame de la Fayette che è un romanzo d’amore e di politica, senza soluzione di continuità. E come esempio, a quel formidabile romanzo che è Middlemarch di George Eliot, in cui la reclusione tipicamente borghese delle donne nel privato soffoca i desideri femminili e inaridisce la società.

Secondo, che l’attaccamento femminile al tema dell’amore testimonia di un’idea di felicità non banalizzata. Idea che la politica, io dico, è chiamata a fare sua se non vuole soccombere alla razionalità del potere, ossia alla logica del più forte.

Dicendo che l’amore è strettamente associato alla possibilità di essere felici, ho pensato a Freud e a ciò che scrive sull’amore quale via della felicità nel celebre saggio su Il disagio della civiltà (Opere, Boringhieri, vol 10, pp. 553-630).

Questo saggio, che apparve nel 1929-1930, interessa da vicino il nostro tema. Nell’intenzione iniziale dell’autore, infatti, doveva portare nel titolo non “il disagio” ma “l’infelicità” della civiltà e possiamo effettivamente leggerlo come la storia della sconfitta sostanziale della passione politica della felicità. Sconfitta che porta l’autore a concludere con una interrogazione, venata di profondo pessimismo, sul destino della specie umana: se e fino a che punto l’evoluzione civile riuscirà a padroneggiare i turbamenti della vita collettiva provocati dalla pulsione aggressiva e autodistruttrice degli uomini (p. 630).

Senza negare al libro la sua appartenenza alla riflessione freudiana, è impossibile sottrarsi all’impressione che esso rispecchi l’evoluzione della storia europea all’epoca, che era verso il peggio. A leggerlo, si ha il sentimento di una traiettoria che si sta esaurendo. Non c’è più posto per l’ottimismo delle filosofie politiche dell’Ottocento. Non c’è più posto per l’ottimismo sic et simpliciter. Man mano che la riflessione di Freud avanza, l’umanità si presenta come presa in un circolo vizioso, determinato dal fatto che l’evoluzione civile, che dovrebbe difenderci dalle pulsioni di morte, sembra essere portatrice a sua volta di difficoltà insormontabili, immanenti all’essenza stessa della civiltà. Insomma, agli occhi di Freud la civiltà funziona come una fonte d’infelicità, accanto alle fonti più note e naturali come la malattia e la morte.

I fatti sembrano dargli ragione. Ma è lecito chiedersi quanto il formarsi di questo circolo vizioso, per cui il rimedio (la civiltà) funziona come ulteriore causa del male, non sia un vizio che appartiene anche al discorso di Freud, nel qual caso si trova vanificata ogni possibilità di rompere il circolo vizioso. Voglio dire che, in questa storia della sconfitta della passione politica della felicità, se ci chiediamo chi o che cosa sia responsabile dell’esito negativo, troviamo che c’è anche l’autore con la sua totale assenza di passione politica, la stessa assenza che troviamo nel suo scambio di lettere con l’appassionato Einstein sul “perché la guerra”.

Questa certo involontaria complicità di Freud con i fatti che giustificano le conclusioni pessimistiche, mi pare trasparente nei passi in cui torna a interrogarsi sulla possibilità di trovare un accomodamento vantaggioso (tale di che dia felicità) tra le pretese individuali e quelle civili della collettività: «uno dei fatali problemi dell’umanità è se questo accomodamento sia raggiungibile in qualche particolare forma assunta dalla civiltà o se il conflitto sia irrisolvibile» (p. 586).

Il conflitto irrisolvibile tra le pretese individuali e le esigenze della convivenza si crea in assenza di un impegno politico degno di questo nome, io sostengo. Non che l’impegno politico lo risolva ma non lo lascia prendere corpo. Nelle testimonianze che abbiamo ascoltato, il fatidico mors tua vita mea non compare nemmeno all’orizzonte. Non si tratta, dunque, di trovare un accomodamento tra le pretese individuali e le esigenze collettive, ma di non arrivare mai al punto in cui una simile alternativa s’imponga. E si può non arrivarci, a certe condizioni la prima delle quali potrebbe essere che le relazioni intersoggettive non vengano fissate in forme rigide né isolate in istituzioni separate, ma lasciate al libero gioco dei rapporti, dei contesti e delle loro interazioni.

Risolvere i conflitti tra gli interessi individuali e quelli collettivi in una qualche “forma assunta dalla civiltà”, si è potuto fare, sì, ma troppo spesso, forse sempre, a spese di una parte dell’umanità, umanità intesa come gruppi di esseri umani ma anche come qualità delle persone. I capofamiglia delle società patriarcali erano uomini, sommato tutto, diminuiti. Si può invece prevenire la contrapposizione tra l’individuo e gli altri con il coinvolgimento dei soggetti nella forma di una contrattazione che è intima (tra sé e sé), tra due, tra molti, e che si sviluppa con la storia personale. Tale è l’impegno politico quando non si specializza in una professione né si assolutizza nella militanza, ma si propone alle persone come parte del loro stare al mondo e come arricchimento delle loro occupazioni.

A queste condizioni l’agire politico apre la strada a un rapporto positivo tra amore di sé e amore degli altri. Questo circolo virtuoso, quando s’istaura, diventa un criterio, forse il criterio principe, per discriminare tra politica, da una parte, e potere dall’altra, e uscire così dalla confusione di cui molti non sono nemmeno consapevoli: non vedono la lotta tra l’uno e l’altra, che pure è all’origine della politica.

Politica è contendere al potere e alla sua razionalità che è la prevalenza del più forte, le condizioni di una convivenza libera e pacifica per sé e per gli altri. Uno può anche trovarsi in un posto di potere e apparire chissà chi, ma resterà un uomo del potere e non sarà a nessun titolo un uomo politico se non sarà riuscito a strappargli un po’ di libertà e di felicità per tutti. Che è quello che tenta strenuamente di fare un uomo fra i più potenti, il presidente Usa in carica, per sé e per gli altri.

È vero che l’amore è una via alla felicità nel senso più positivo, leggiamo a un certo punto del Disagio della civiltà, ma pochi ne sono capaci, sostiene Freud e tra i pochi fa il nome di san Francesco. Il santo di Assisi compare qui per la prima e unica volta negli scritti di Freud, come un nome di altri tempi e di un’altra civiltà, buono soprattutto a chiudere la questione. Il mio invito è di tenerla invece aperta. Lo so anch’io che l’amore è un argomento che ci imbarazza.

Un fatale problema esiste nella nostra civiltà, ed è che finiamo per cercare felicità nel consumo di beni che si consumano e che consumano, insieme alla salute della Terra, la nostra stessa capacità di godimento. La fruizione felice, che Dante chiama il dolce frui (Paradiso XIX, 2), non consuma né l’oggetto né il soggetto. Le donne e uomini dei primi secoli dell’era cristiana avevano intravvisto questa risorsa, che ancora balugina nella visione dantesca, e la chiamavano amore (eros e agape). Era inesauribile.

Anche noi, come loro ma non come loro, dobbiamo adottare coraggiosamente la logica dell’amore, nei modi che offre il nostro tempo. Fra questi modi, al primo posto io metto il presentarsi di una soggettività femminile dotata d’indipendenza simbolica dagli uomini. Non si tratta di credere che le donne siano migliori degli uomini; si tratta di registrare che, in passato subordinate e complementari, ora, in ogni parte del mondo, non accettano più di esserlo ed è la fine dell’assolutismo unilaterale dell’uomo: fine di una perniciosa astrazione, l’Uomo. Della rivoluzione femminista i più vedono la domanda di uguaglianza e di diritti, che risale al femminismo dell’Ottocento e parlava il linguaggio progressista di allora. E non vedono la vera novità che riguarda la sostanza della politica, incorporata alla materia prima del vivere: corpi vivi, sessualità, desideri, affetti. Politica che comincia con la negoziazione sulle questioni elementari del vivere e la consapevolezza della loro priorità.

La formula che compare nel saggio di Freud, cercare forme stabili di civiltà che realizzino l’accordo tra pretese individuali e benessere generale, rispecchia la concezione maschile moderna del vivere in società. Tramontato il Sole di giustizia delle civiltà religiose, gli uomini hanno cercato di tenere in equilibrio le istanze contrarie. Con tutta la sua innegabile ragionevolezza, questa ricerca è approdata a un’impostazione statica che s’inclina verso l’esito, prefigurato da Freud stesso, di un circolo vizioso senza vie d’uscita. Troppo spesso le forme stabili sono state trovate e funzionano, come sappiamo, a spese di una parte del corpo sociale, operai, persone giovani, stranieri, e due volte a spese delle donne. E ormai non reggono più e si conservano solo a prezzo di farsi complici del disordine crescente in cui la politica agonizza.

Quell’impostazione statica discende – suggerisco di pensare – dall’invasione della nozione sociologica di società che ne fa un’entità collettiva unitaria, subentrata alla société, la socialità dell’epoca di passaggio alla modernità, con le sue pratiche e i suoi riti, ottimamente narrata da Benedetta Craveri, La civiltà della conversazione (Adelphi, Milano 2001). La società è una socialità oggettivata, anzi cosificata e ha sostituito l’idea di un ordine simbolico che è trama relazionale dello scambio linguistico e non solo, che si crea incessantemente fra esseri umani, trama aperta illimitatamente quanto illimitato è l’orizzonte dei desideri.

La risposta (il suo inizio) la intravvedo nell’abbandonare la forma mentis che ci fa ragionare sempre in termini di società, nozione onnivora i cui termini ci chiudono la visuale ed è l’abito giusto per la macchina del potere. E sostituirla, anzi disfarla, quella forma mentis, per dare all’agire politico l’apertura e la mobilità che sono proprie del mercato, ma qui un mercato che non ignora il soprammercato, il suo oltre, il suo di più. Il mercato della felicità, l’ho chiamato commentando una fiaba orientale. Ho in mente un’esposizione soggettiva di sé o sbilanciamento, che la fiducia rende possibile e che fa guadagnare l’essenziale. Di che cosa sia essenziale bisognerà, naturalmente, che ci facciamo un’idea dotata di tutta la necessaria precisione, da insegnare anche ai bambini di pochi anni.

(Da Le passioni della politica. Atti del primo ciclo di incontri, Italianieuropei, Roma 2011, pp. 48-61.)

dal18/05/2013 al 24/8/2013                                                                                                                                           GALLERIA CONTINUA / San Gimignano
ITALIA
Via del Castello 11
53037 San Gimignano                                                                                                             MONA HATOUM – ‘A body of work’
NARI WARD – ‘Iris Hope Keeper’
MARGHERITA MORGANTIN – ‘2 – 495701’

Con una carriera che abbraccia un trentennio, Mona Hatoum è un’artista di primo piano nel
panorama artistico contemporaneo. Impostasi inizialmente all’attenzione del pubblico con
performance e opere video che facevano del corpo l’espressione di una realtà divisa, messa sotto assedio dal controllo politico e sociale, nel corso degli anni Novanta, l’artista si discosta progressivamente da questa forma di narrazione per concentrarsi su sculture e installazioni di grandi dimensioni. Protagonisti del nuovo linguaggio sono oggetti sottratti al quotidiano: sedie, letti, utensili domestici che, modificati o ingigantiti, reinterpretano la
realtà conosciuta riconsegnando allo spettatore un mondo diffidente, insidioso, ostile,
davanti al quale lo spaesamento e la vulnerabilità non lasciano spazio ad alcuna certezza. Il corpo resta un elemento centrale nel lavoro della Hatoum, la fragile unità di misura per
percepire l’individuo e la sua relazione con il mondo. Ciò che è familiare smette di esserlo,
ciò che ci aspettiamo viene sostituito da nuove associazioni visive e concettuali. L’artista
procede delineando un linguaggio proprio e duttile nel quale interagiscono più livelli:
formale, concettuale, politico.
In questa mostra Mona Hatoum rivisita alcuni temi diventati emblematici nella sua pratica
artistica. Accanto ad una serie di opere realizzate tra il 1996 e il 2010 l’artista presenta
alcuni recenti lavori inediti: mappature del mondo attraversate da segni e ricordi, oggetti
domestici che si trasformano in sculture inconsuete e inquietanti, ma anche fragili
composizioni fatte di materiali insoliti come la carta igienica, la pasta, le unghie e i capelli
umani, tracce leggere lasciate dal quotidiano esistere.
L’opera di Mona Hatoum è caratterizzata dalla capacità di trasmettere l’esperienza del
conflitto. L’installazione che apre il percorso espositivo, costituita da una serie di edifici
anonimi composti da blocchi modulari in acciaio, segnati da fori e bruciature, sembra
disegnare un paesaggio segnato dalla guerra, reminiscenza della Beirut città natale
dell’artista, ma anche città stilizzata in scala che anticipa, ironicamente, la sua futura
distruzione. Nell’opera intitolata “KAPANCIK”, un organo pulsante in vetro imprigionato in
una gabbia d’acciaio suggerisce i temi del controllo, della costrizione, dell’immobilità,
dell’isolamento.
Mona Hatoum prende di mira il luogo della domesticità e il concetto di casa in una nuova
installazione che riunisce una varietà di oggetti domestici – utensili da cucina e sedie – in ununa catena mortale; legati l’uno all’altro con ganci di metallo, gli oggetti pendono dal soffitto attraversati da una pericolosa corrente elettrica.
In altre opere come “Shift” “Mapping (2)”, “Des/astres”, Hatoum esplora l’idea della
mappatura per sviluppare complesse associazioni.
In Shift, un tappeto mostra un planisfero che, sormontato da anelli sismici gialli, è stato
scomposto e riallineato in modo che la sua integrità topografica ne risulta compromessa,
suggerendo che l’intero mondo è in una situazione di pericolo potenziale.
In “Mapping (2)” e “Des/astres”, i contorni delle macchie di grasso lasciate casualmente dal cibo su vassoini di carta, sono stati delicatamente delineati per creare armoniosi disegni automatici che suggeriscono formazioni di nubi o mappe celestiali, lontani dall’originaria funzione d’uso.
“Cappello per due” può essere definita un’acrobazia metaforico/visiva, un’opera legata
all’idea d’intimità ma anche di ambiguità e di convivenza forzata: due cappelli le cui falde si
congiungono diventando un tutt’uno sono la metafora di una condizione esistenziale
rassicurante e al tempo stesso soffocante.
A body of work è una mostra che mette in evidenza quando il lavoro di Mona Hatoum sia
legato alla vita, ma sia anche radicato in una coscienza del conflitto.

La mostra di Nari Ward. Il progetto espositivo si compone di un nutrito numero di nuove opere frutto della più recente ricerca dell’artista. Sculture e installazioni, appositamente concepite per gli spazi espostivi della galleria, intessono inedite trame narrative e creano un dialogo tra spettatore e oggetto mettendo in scena una sorta di coreografia delle memorie mutevoli e del presente che ne è un riflesso.
Iris Hope Keeper parte da storie, memorie e immaginari molto personali dell’artista – le vicende familiari e il rapporto mai interrotto con la sua terra natale, la Giamaica – per collegarsi poi a contesti e prospettive di una comunità molto più ampia, aprendosi inoltre ad una analisi sul senso di appartenenza e di identità. Ward tratteggia un ritratto intimo, ironico, profondo e sfaccettato della Giamaica. Da un lato la visione stereotipata di chi vive il sogno di una vacanza caraibica, dall’altra la realtà di un paese complesso, ricco di energia quanto di contraddizioni che basa il 70% della sua economia sul turismo e sul suo indotto: attività di servizi, intrattenimento e ricezione alberghiera.
L’artista lascia la Giamaica da bambino e con la madre si trasferisce in America. La storia di Nari Ward è quella di una famiglia di immigrati dove sofferenza, nostalgia e sacrificio sono il prezzo da pagare per assicurare alle generazioni future una vita migliore.
Il lavoro di Nari Ward supera ogni possibile lettura univoca muovendosi verso riflessioni che vanno al di là delle apparenze e il titolo di questa mostra ce lo conferma. Iris è un fiore, è l’iride dell’occhio,è la dea dell’Olimpo messaggera degli dei, il suo compito è annunciare agli uomini messaggi funesti ma Ward, che ama giocare con le parole trasformandone il significato, la accompagna a ‘custode di speranza’. Iris è il nome della madre dell’artista. A livello personale, Iris Hope Keeper è dunque anche un omaggio alla madre che, lavorando negli Stati Uniti come domestica (“House-keeper”), ha garantito ai figli il riscatto sociale.
Vecchie testiere delimitano la superfice di un letto impraticabile. Al suo interno un accumulo di radiatori e ventilatori funzionanti riproducono l’esperienza dei tropici, il vento e il caldo. “Jacuzzi Bed” è uno spazio chiuso che non lascia scampo, aggressivo ma allo stesso tempo invitante rappresenta il rapporto dicotomo tra giamaicani e turisti.
In “Iris Cutlass” asciugamani da hotel formano, come origami, i petali di un bellissimo fiore celando la struttura portante, fatta di machetes dalle lame pericolosamente affilate. Il machete, utilizzato per la raccolta della canna da zucchero nelle piantagioni e oggetto simbolo dello schiavismo coloniale, viene ricontestualizzato nell’ambiente alberghiero dove attualmente trova impiego buona parte della classe lavoratrice giamaicana.
La forma stondata della pietra tombale riecheggia nel dittico di porte foderate di cartoni di latte. Nel recto verso si legge: “Please Do Not Disturb” e “Please Make Room” (“Rifare spazio per cortesia”) variante sardonica e provocatoria dell’originare “Please Make Up the Room”.
Il potenziale poetico dell’oggetto di scarto inserito in nuove costruzioni di significato, non solo formale ma anche linguistico, lo ritroviamo in “Lemonade windows”. In inglese l’espressione “to buy a lemon” significa “prendere una fregatura, acquistare qualcosa che non funzionerà mai”. I due oggetti, svuotati della loro funzione originaria, mettono in atto un ribaltamento di significato trasformando l’idioma in qualcosa di positivo.Nella nuova serie fotografica “Sun Splashed” Nari Ward compare in scenari domestici differenti con
in mano delle piante da appartamento. L’artista indossa abiti da entertainer, gli stessi usati dallo zio musicista durante i suoi spettacoli. Trovo che queste immagini, siano al tempo stesso sgradevoli, umoristiche e nobili, commenta l’artista. Mi interessa fare riferimento alla tradizione dei ritratti antropologici dei primi del Novecento, umanizzando però il personaggio attraverso il disvelamentodell’immagine nel suo farsi. Il fatto che le piante siano innaffiate, e il personaggio bagnato, rendeanche più problematica la lettura di ciò che sta accadendo, non è chiaro chi controlla cosa.
L’entertainer è parte di una rappresentazione in cui lo spettatore è chiamato a prendere una posizione.
“BEYOND” (“Al di là”) è il titolo della grande installazione che occupa la platea della galleria: un pallone aerostatico realizzato con metallo di scarto. Lo spazio sopra la scultura è attivato da una serie di corde che, lasciate lasche, collegano il pallone al soffitto e alle balconate dell’ex cinema-teatro.
Alle corde sono appese delle bottiglie al cui interno l’artista inserisce un foglio su cui è scritto ‘BEYOND’ tradotto in centinaia di lingue diverse. L’uso dei contenitori di vetro si rifà al gesto poetico del “messaggio nella bottiglia”. L’intento è quello di realizzare una struttura non funzionale, e dall’aspetto verosimile, associata al desiderio di movimento, di superamento o, semplicemente, di comunicazione. Ad una lettura altrettanto stratifica e complessa si presta l’opera collocata sul palcoscenico. Qui una serie di scale giustapposte formano una “Wishing Arena”, una sorta di altissimo altare tempestato di candele votive poste dentro a cestini dei rifiuti (quelli che si trovano abitualmente nelle camere d’albergo). Cestini e candele sono collegate tra loro da una corda che
funge da ‘telefono senza fili’. Torna in quest’opera il tema della comunicazione, dell’ascesa, del dialogo con il proprio io interiore ma anche della scala sociale e del rapporto tra chi offre e chi riceve un servizio.
Appartenenza, emigrazione, distinzione tra nazionalità e nascita, identità (frantumata, frammentata e moltiplicata) sono alcuni dei concetti che convogliano in “Canned Smiles”. “Appartenere a un posto o a un altro è pura finzione… l’appartenenza è data dall’esperienza che si fa di un luogo, afferma  l’artista. Le lattine del sorriso – Jamaican Smiles e Black Smiles – le prime “fatte in Giamaica e distribuite in Italia”, le seconde “fatte in America e distribuite in Italia”, costituiscono un dittico ad ampia tiratura. Quest’opera introduce i temi della commercializzazione, del confine labile che separa “il falso” “dall’originale” ma apre anche le porte a quella visione creativa che è propria di tutti
gli artisti, a Nari Ward come a Piero Manzoni, qui evidentemente citato con uno dei suoi lavori più noti.

Mostra personale di una tra le più interessanti e raffinate artiste italiane, Margherita Morgantin.
Sono diversi i mezzi espressivi ai quali ricorre l’artista: performance, video, disegno,
fotografia e installazione. Misurazioni, schemi, tentativi di fissare e interpretare l’esistente
attraverso leggi reali o parodiate danno vita nel lavoro di Margherita Morgantin ad un
linguaggio visivo in perenne mutazione. Nei video la narrazione prende forma nel
susseguirsi d’immagini rarefatte e frammentarie; nei disegni, eseguiti con tratti veloci, linee
sintetiche ed essenziali, l’aderenza tra forme interiori e soggetto si offre come strumento di lettura delle cose e della loro fragile interpretazione.
Gli studi di Margherita Morgantin prendono avvio da un approfondimento sui metodi di
previsione della luce naturale. A partire da questa formazione in fisica dell’atmosfera,
l’artista sviluppa una poetica intima e personale che tiene insieme mente e sentimenti,
visione artistica e influenza scientifica. L’interesse per il linguaggio e le sue possibili derive e relazioni è il motivo del suo cercare, la filosofia e la fisica le forme da cui partire.
Il progetto presentato in questa mostra, è il frutto di un lavoro portato avanti negli ultimi
anni che vede l’indagine sull’identità e sulla rappresentazione dell’io esprimersi attraverso
modelli matematici. “Nella visualizzazione della serie infinita dei numeri primi, un metodico
lavoro di calcolo e di trascrizione visiva iniziato nel 2011, Margherita Morgantin rintraccia il
fondamento inaugurale e ambivalente della definizione dei rapporti. Questa sequenza
numerica di numeri singolari, la cui successione non è prevedibile attraverso alcuna formula, inizia infatti dal due. Due è la cifra che identifica il sistema binario che ha governato l’evoluzione del logos in termini di complementarietà degli opposti, ma che può designare anche la costitutiva vocazione dialogica che dischiude la singolarità dell’uno solo nell’apertura all’altro, nella coesistenza di differenze irriducibili. Due non come somma di due unità, ma come “contrario di uno”, per usare una felice espressione di Erri De Luca, che instaura nel concatenarsi dei rapporti a due a due il senso stesso dell’esistenza” (Uliana Zanetti, in Autoritratti. Iscrizione del femminile nell’arte italiana contemporanea, Corraini Edizioni, Bologna 2013).
La successione dei numeri primi rappresenta fin dall’antica Grecia uno dei misteri più
affascinanti della scienza. Nell’universo razionale della matematica, i numeri primi, cioè
divisibili soltanto per se stessi e per 1, si susseguono con un ritmo inafferrabile,
apparentemente illogico; potrebbero essere definiti gli “atomi dell’aritmetica”, gli elementi di
base con cui si costruiscono tutti gli altri numeri naturali. Margherita Morgantin partendo da
un’idea, quella di guardare come si dispongono i numeri primi in una struttura geometrica
semplice, rappresenta la sequenza disegnando quadratini rossi in una griglia lato 100 x
infinito, spostando così sul piano visivo quello che resta un enigma per il ragionamento
matematico. Nell’opera “2-499979” attualmente in mostra al Mambo di Bologna, i 52disegni ad oggi realizzati dall’artista, portati a formato digitale, costruiscono un unico file
potenzialmente infinito dove la griglia scompare lasciando solo i quadratini rossi. Nel
progetto concepito per Galleria Continua, nello spazio dell’Arco dei Becci, interviene
collocando i disegni originali (pastello rosso e stampa digitale su carta) in forma di orizzonte ridisegnato dall’imprevedibile e misterioso ritmo di quadratini rossi, che ci interroga sul passaggio da 1 a 2: la prima somma che sostanzialmente non riconosce un’alterità, dichiara l’artista, ma che dovrà farne i conti all’infinito.

 

 

 

Al Museo Poldi Pezzoli di Milano                                                                                              dal 16 maggio al 24 giugno 2013

Chiara Dynys interpreta Piero della Francesca. La mostra Simboli e geometria in Piero della Francesca. Una lettura di Chiara Dynys, a cura di Fiorella Minervino, è una personale, affascinante lettura dell’artista del San Nicola da Tolentino, capolavoro di Piero della Francesca conservato nella casa-museo di via Manzoni.
“Con questa esposizione – dichiara Annalisa Zanni, Direttore del Museo – prosegue il progetto del Poldi Pezzoli di valorizzazione dei propri capolavori ponendoli in relazione con l’arte contemporanea, secondo una volontà espressa nel testamento già da Gian Giacomo Poldi Pezzoli, fondatore del Museo”.
L’opera rinascimentale, che rappresenta il Santo in posizione ieratica che alza l’indice verso l’alto nella direzione degli astri e del cielo, ha ispirato Chiara Dynys, in un dialogo alchemico tra antico e contemporaneo. Chiara Dynys osserva il dipinto come un codice contenente un messaggio misterioso che Piero della Francesca, matematico oltre che pittore, ha voluto lasciare velato, solo accennato.
Come scrive Fiorella Minervino, nell’installazione l’artista milanese ha voluto “farvi confluire ogni suggerimento dalla pala, compresi i pianeti, le stelle, la santità, la trascendenza. L’artista ha disegnato uno spazio circolare, un’alchimia di specchi e di riflessi, un tempio o cappella che tutto può abbracciare in un baluginare di rifrangenze continue, sicché alla fine la pala del maestro di San Sepolcro si specchia nel tutto e tutto si riflette in lei”.
La pala di Piero della Francesca appare nel Salone dell’Affresco in un’installazione decagonale che ne attrae i colori e i concetti, facendoli riemergere decuplicati e riflessi in nove opere realizzate in vetro, argento, specchio e colori.
In mostra vi è anche una scultura più imponente che si rivolge frontalmente al San Nicola da Tolentino e lo contiene, in una riflessione piena ed emblematica.
Accompagna e illustra l’esposizione un video che racconta la cura del Museo verso l’opera del pittore umbro, la delicatezza con cui viene maneggiata e analizzata, nonché le “processioni” che caratterizzano ogni suo spostamento da una sala all’altra.
Correda la mostra un catalogo, edito da Umberto Allemandi, a cura di Fiorella Minervino, con testi di Fiorella Minervino, Antonio Paolucci, Giorgio Verzotti, Annalisa Zanni oltre a un ricco apparato fotografico che documenta la realizzazione delle opere e le fasi di allestimento della mostra.
La mostra è stata realizzata grazie al sostegno e al contributo di: Edward F. Greco, Giovanni Alliata di Montereale e Spazioborgogno; inoltre con il contributo di Fondazione Rocco Guglielmo, Pierluigi Gibelli e Candia Camaggi.
Con il patrocinio di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lombardia, Provincia di Milano e Comune di Milano – Cultura.
In collaborazione con: Associazione Amici del Museo Poldi Pezzoli e Fondazione Corriere della Sera

Inaugurazione 15 maggio ore 18.30

Museo Poldi Pezzoli
Via Manzoni 12 Milano
Apertura: da mercoledì a lunedì, dalle 10.00 alle 18.00
Chiuso il martedì
Ingresso: 9,00 € | 6,00 € ridotto | bambini fino ai 10 anni gratuito

di Laura Boldrini
Ci sono almeno due concetti che potrebbero essere evitati nelle cronache ormai quotidiane sulla violenza contro le donne. Il primo è il concetto di “emergenza”. C’è infatti uno strano automatismo nel nostro Paese. Secondo il quale se episodi analoghi e gravi si ripetono con una certa frequenza vuol dire che si deve rispondere con una logica emergenziale. Ed invece nel bollettino quotidiano dell’orrore contro mogli, fidanzate o amanti c’è una violenza stratificata e con radici profonde. Più aumentano i casi, più si dovrebbe ragionare in termini di problema strutturale e quindi culturale.

Il secondo concetto è quello di ‘raptus’, riportato spesso nei titoli dei giornali. Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c’è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito “raptus” era invece un gesto ampiamente annunciato. Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all’ossessione. Stordita dall’anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l’autore di quella violenza. Lo stesso che già due anni fa l’aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni.

Ed è stata forse improvvisa, la morte di Maria Immacolata Rumi qualche settimana fa a Reggio Calabria? È arrivata in ospedale in fin di vita per le percosse subite. Il marito ha raccontato di averla trovata dolorante e “intronata” una volta tornato a casa. Ma gli stessi figli hanno dichiarato: “Nostro padre l’ha picchiata per tutta la vita, era geloso, non voleva che lavorasse”. Ecco perché parlare di morti improvvise appare addirittura grottesco. Sette donne su 10, prima di essere uccise, avevano denunciato una violenza o avevano chiamato il 118. E allora perché non sono state protette?

Dunque il più delle volte sarebbe meglio parlare di assassinii premeditati e di omissioni da parte di chi avrebbe potuto e dovuto tutelare le vittime.

Il comitato “Se non ora quando” di Reggio Calabria dopo l’omicidio di Maria Immacolata si è chiesto: tutto questo si sarebbe potuto evitare se fossero state rifinanziati case-rifugio o centri antiviolenza? Non potremo mai sapere se Maria Immacolata si sarebbe rivolta a queste strutture, ma di certo sappiamo che sono troppo poche in Italia. E che sono ancora meno quelle in grado di offrire ospitalità alle donne. Si parla di un posto ogni 10mila abitanti. Dunque non c’è più tempo da perdere: i soldi per rifinanziare i centri antiviolenza devono essere trovati.

Alcuni mi fanno notare che sarebbe utile introdurre un’aggravante per i casi di femminicidio. Altri, invece, sottolineano che non servono nuove norme, ma un’effettiva applicazione di quelle già esistenti. Se è così, allora bisogna capire dove e perché si inceppa il meccanismo dell’attuale legislazione. Si potrebbe dunque immaginare una sorta di monitoraggio dell’applicazione delle norme in materia di violenza alle donne. Monitoraggio che non rientra nelle mie competenze di presidente della Camera, ma che mi farò carico di sottoporre alla competente commissione Giustizia, presieduta dall’onorevole Donatella Ferranti, della quale conosco sensibilità e impegno su questo tema. Intanto può servire che l’Italia ratifichi la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne: il 27 di maggio andrà in aula alla Camera come richiesto dalle deputate dei più vari gruppi politici.

C’è poi la questione della violenza via web. Ciò che mi sta a cuore è che si eviti l’equazione secondo cui, se le minacce, gli insulti sessisti, avvengono sulla rete, sono meno gravi. Non è così: la rete invece amplifica e pensare di minimizzare vuol dire non aver capito la portata del danno che dal web può derivare sulla vita reale delle donne. Questo non significa, lo ripeto, invocare un bavaglio. Semplicemente far sì che le norme già esistenti possano trovare effettiva applicazione anche per la rete. Oggi invece false identità o server collocati all’altro capo del mondo offrono un comodo riparo.

Infine, l’utilizzo del corpo della donna nella pubblicità e nella comunicazione. L’Italia è tappezzata di manifesti di donne discinte ed ammiccanti, che esibiscono le proprie fattezze per vendere un dentifricio, uno yogurt o un’automobile. In tv i modelli femminili che vengono proposti in prevalenza sono la casalinga e la donna-oggetto, possibilmente muta e semi-nuda. Da lì alla violenza il passo è breve. Se smetti di essere rappresentata come donna e vieni rappresentata esclusivamente come corpo- oggetto, il messaggio che passa è chiarissimo: di un oggetto si può fare ciò che si vuole. E invece è proprio a tutto questo che bisogna dire no.

Vorrei farlo usando le parole di una donna, una poetessa messicana, Susanna Chavez. Per anni si era battuta contro rapimenti, violenze e femminicidi nella sua città, Juarez. Un impegno che ha pagato con la vita, due anni fa è stata uccisa anche lei nello stesso modo delle vittime che aveva tentato di difendere. “Ni una mas”, era il suo slogan, “Non una di più”.

* Questo è l’intervento del presidente della Camera, Laura Boldrini, al convegno che si terrà oggi a Roma, presso lo Spazio Europa, organizzato dall’Unione forense per i diritti umani e da Earth-Nlp

dal blog di Sabina Ciuffinihttp://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/15/femminicidio-meglio-viva-che-con-te/594128/

[…]

Paola Cortellesi con la sua faccia spiritosa e il suo sorriso irresistibile mi è sembra piaciuta come donna e come attrice, ma nel suo intervento ha ripetuto più di una volta una frase pericolosa: “Meglio morta che con te…”. Questa è la distrazione di cui parlavo prima, l’ingenuità che si paga anche in termini di comunicazione.

Il tema è tale che non ammette margini di errore oltre quelli già accaduti, che hanno provocato la morte. “Meglio morta che con te” è la frase sbagliata, quella giusta, secondo me, è “meglio viva che con te”, e questo perché con quell’uomo, che ha confuso fatalmente la forza con la violenza, non si può essere che morte.

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Intervento di Laura Colombo a Spinea per un incontro sul tema “LA POLITICA DEL DESIDERIO” organizzato dall’Associazione culturale Identità e Differenza il 6 aprile 2013

Questa sera parliamo insieme di desiderio, non nel senso alienato della perdita di sé nella rincorsa di oggetti e successo. Nel nostro discorso il desiderio lo leghiamo strettamente alla politica, richiamandoci direttamente al movimento delle donne, che nel secolo scorso ha compiuto l’unica vera rivoluzione duratura (come ha detto lo storico Eric Hobsbawn, recentemente scomparso).

Che cos’è questa cosa rivoluzionaria che chiamiamo femminismo? In parole semplici possiamo dire che è un movimento che ha cambiato la Storia perché ha messo al mondo la libertà femminile e questa ha modificato totalmente la vita di tanti uomini e donne.

C’è stata una mossa fondamentale che ha dato inizio alla trasformazione radicale del rapporto tra i sessi e della società. Si è trattato che molte donne hanno abbandonato la politica mista, eravamo negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, in un momento storico ricco di movimenti sociali che mettevano in discussione la cultura e la politica, le donne uscivano dai gruppi misti per trovarsi tra sole donne. E avevano la consapevolezza che quel gesto, trovarsi tra donne e parlare a partire dalla propria esperienza di tutto quello che era sempre stato ben chiuso in un cassetto (la sessualità, la maternità, il lavoro, il rapporto con gli uomini, il rapporto con la madre, con la cultura, …) fosse già politica. Sentivano che solo prendendo in mano la propria vita in prima persona e non consegnandosi alle aspettative maschili, al destino patriarcale disegnato per le donne (essere mogli e madri), solo in questo modo avrebbero potuto capire chi fossero davvero e si sarebbero potute avvicinare al proprio desiderio, al proprio sentire autentico. Sapevano anche che tutto questo avrebbe trascinato un cambiamento rivoluzionario, era una strada di non ritorno. È proprio dalla separazione e dal trovarsi tra donne che ha potuto nascere quella libertà che oggi si riflette in conquiste sociali stabili: per le donne è normale studiare, uscire di casa senza sposarsi, viaggiare con le amiche, avere o no un figlio, amare liberamente, stare da sole, cose impensabili fino a pochi decenni fa, quando i figli nati fuori dal matrimonio erano chiamati “illegittimi”, non avevano gli stessi diritti dei figli nati in un matrimonio e le donne incinte fuori dal matrimonio subivano la riprovazione sociale.

Il trovarsi tra sole donne di quegli anni è stato soprattutto la ricerca e la scoperta di nuove parole per dire l’esperienza femminile autentica, facendo un salto in avanti rispetto alla – seppur sacrosanta – critica all’oppressione che le donne vivevano. Si tratta di quello che alcune nominano come “politica del simbolico”, “esistenza simbolica”, espressioni forse un po’ oscure che però se riusciamo ad avvicinarci possono illuminare la nostra vita (a me è successo così).

Per cercare di cogliere la potenza del simbolico, partiamo da una favola Il cavaliere e le ingiustizie, di Marina Valcarenghi, tratta dalla raccolta Il buio è un cavaliere. Racconta di un cavaliere, abile spadaccino, che gira il mondo per eliminare le ingiustizie: in un paese sconfigge il mostro che mangia una donna al giorno, poi libera le donne e gli uomini con gli occhi neri dalla tirannia di un re che impediva loro di uscire di casa, e ancora, nel paese dove gli abitanti facevano favolose torte al formaggio che solo il principe poteva mangiare, assesta due colpi di spada e del principe non se ne parla più, così tutti si possono tuffare sulle torte al formaggio. Poi arriva nei pressi di un villaggio e vede uomini, donne e bambini, tutti con bellissimi capelli, riuniti a discutere. Quando chiede cosa stia succedendo, gli dicono che il re ha ordinato a tutti di tagliarsi i capelli, ma a loro piacciono così. Il cavaliere parte lancia in resta, ma … “«Fermo, bel cavaliere» gli disse allora una ragazza con una lunga treccia e gli occhi brillanti «non pensarci tu, ci pensiamo noi. Li salviamo da soli i nostri capelli.» «Ma come» protestò Lampo. «Tu intervieni oggi» continuò la ragazza, «ma domani arriverà un altro re che vorrà tagliarci i capelli e chi sa cos’altro e tu non ci sarai. E allora non serve a niente. Dobbiamo cavarcela da soli di modo che si sappia bene che nessuno ci potrà obbligare a vivere in un modo che non vogliamo.»” Il cavaliere protesta che lui ha sempre riportato la giustizia nel mondo, non è vero che è inutile quello che fa. E lei lo invita a tornare nei paesi che ha salvato e così lui si rende conto che la ragazza ha ragione: nel primo paese è arrivato un mostro che mangia non una, due donne, nel secondo le persone dagli occhi neri sono di nuovo rinchiuse, nel terzo le torte al formaggio prendono ancora la via della reggia. Allora torna dalla ragazza e … “si tolse il mantello rosso, ci mise sopra la spada e rimase a vivere lì dove imparò a lavorare, a giocare e a divertirsi insieme a tutti gli altri”.

La ragazza agisce politicamente, nel senso basilare di una sapienza che nell’agire genera libertà per sé e per gli altri. Il cavaliere rappresenta quello che normalmente viene inteso per politica nel suo senso più nobile (cioè quando il termine non indica l’interesse personale e la volontà di dominio): testimoniare la giustizia e la verità e combattere l’ingiustizia a qualunque costo, anche a costo della vita. Addentriamoci nell’agire politico di lei. Innanzi tutto, mette in primo piano la dimensione della singolarità e della soggettività, il desiderio di esserci e di contare, la voglia di fare della propria vita un’avventura vissuta in prima persona e l’intento di darsi significato e trovare parole di verità sulla propria esperienza. Luisa Muraro, che è una filosofa che con altre ha fondato la Libreria delle donne di Milano, lo chiama desiderio di esistenza simbolica, vale a dire la possibilità di avere “senso di sé, sicurezza di sé, conoscenza di sé, sentirsi esistere”. Detto in altri termini, poter dare un senso libero a ciò che si è e si vive. Il senso libero è quello che il tu, in prima persona, puoi produrre, trovando parole adeguate alla tua esperienza e ai tuoi desideri.

Non so se qualcuno di voi ha visto il recente film Viva la libertà di Roberto Andò. È la storia del segretario politico del principale partito d’opposizione, grigio e depresso, protagonista di compromessi e tatticismi che stanno portando il partito alla rovina. In crisi per i sondaggi pre-elettorali in calo e le forti contestazioni, decide di sparire. Per vicende che non sto a spiegare fino in fondo per non rovinare il film, prende il suo posto il suo gemello, identico a lui, uscito da poco da una casa di cura per malattie mentali. Quest’uomo imprevedibile, geniale, fantasioso, in contatto con se stesso, amante della verità e straordinariamente comunicativo riesce a riaccendere la passione innanzi tutto all’interno del suo partito e anche tra la gente. Il suo portaborse a un certo punto gli confessa, quasi in colpa: “Il fatto è che uno come lei, io stesso lo voterei”. Durante il comizio finale della campagna elettorale, in una piazza gremita, infiamma gli animi dicendo che nel grande cartello che fa da sfondo alla scena ci sono parole importanti (le solite: diritti, lavoro, etc) ma manca quella essenziale, passione, e recita una poesia di Bertold Brecht che invita a un rivolgimento profondo: non aspettarsi o rivendicare cambiamenti (postura che invita all’eterno lamento) ma cercare risposte dentro di sé e attuare le modificazioni in prima persona. Quest’uomo porta avanti una politica piena di citazioni colte, veicolate con un linguaggio semplice; una politica fatta di gesti gentili e di ironia sottile, non di urla. Una delle scene più visionarie è quella in cui viene ricevuto dalla cancelliera tedesca e insieme ballano un tango a piedi scalzi, invece di discutere di crisi, spread e diplomazia.

Anche il Movimento 5 Stelle e la loro recente vittoria elettorale a mio avviso mostrano che il desiderio di esistenza simbolica è potente e può essere agito pubblicamente. Le donne e gli uomini del M5S ci mostrano il desiderio di esserci e contare, il desiderio di sentire che è possibile l’espressione di sé, sentire che la rete di relazioni intorno a sé è forte e capace di portare avanti un cambiamento, capire che il cambiamento è qui e adesso, nella vita di ciascuno e della comunità, non delegato a logiche bizantine o determinato solo dai poteri forti. Non voglio fare del trionfalismo, voglio solo mettere in luce l’aspetto essenziale di protagonismo e di espressione libera della soggettività di ciascuno che i partiti hanno ormai dimenticato e infatti ci ritroviamo con i cadaveri dei partiti e l’agonia della rappresentanza.  Un ottimismo troppo facilone però si scontrerebbe con le contraddizioni del Movimento: a fronte di pratiche “dal basso”, rese vive dalla partecipazione di ciascuno, la voce mediatica è rappresentata dalle urla e invettive di Grillo che punta il dito contro la corruzione dei politici, l’ipocrisia, la falsità e l’arrivismo, tutte cose vere, certo, ma inserite in un orizzonte di antipolitica capace di catalizzare la rabbia diffusa, l’essere-contro, il cinismo e il nichilismo. I politici devono essere “spazzati via”, ciascuno sa e può decidere e qui entra in gioco l’aspetto della Rete e della tecnologia proposto dalla coppia Grillo/Casaleggio come forma di democrazia autentica. Clikko dunque sono, esisto attraverso il “mi piace” o il tweet dell’hashtag del momento. C’è una fiction tv inglese, trasmessa poco tempo fa da sky (si trova in rete) che, con la potenza dell’immaginario propria del cinema riesce a farci vedere cose nuove. La serie si chiama Black mirror e la puntata di cui vi voglio brevemente parlare è Vote Waldo. Waldo è un orsetto blu, animato da un attore comico che gli dà voce ed espressioni attraverso joystick e guanti sensibili. Lui è sullo schermo, dietro – invisibile – c’è l’attore che lo anima. Gli interlocutori sono politici che irride, investe di una volgarità grossolana, denuncia essere più irreali di lui nella loro evanescenza. Ha talmente tanto successo che i produttori decidono di candidarlo alle elezioni, che naturalmente vanno bene per lui. Ha successo perché dice cose vere, e ciascuno di noi ha bisogno di verità, fa crollare l’impalcatura di ideologie vuote che sostengono il nulla dei partiti, fa percepire che ciascuno in prima persona possa esprimersi attraverso la Rete. E però. Diversamente dal film che citavo prima, l’orizzonte è un vuoto in cui sfogare la rabbia, non ci sono passioni che accendono il desiderio di cercare nuove risposte dentro di sé e insieme agli altri, la candidata laburista sconfitta infatti gli dice: “Io almeno qualcosa di buono volevo farlo, tu sai solo dire vaffanculo”. L’attore che anima Waldo a questo punto va in crisi e se ne va, ma ne arriva subito un altro, il ghigno e le invettive dell’orsetto possono continuare per sempre, dietro lo schermo ci sarà sempre qualcuno, purtroppo qui non è più la soggettività in gioco. L’attore pentito non fa una bella fine, un po’ come gli espulsi dal M5S presi dalla crisi di coscienza, di prospettive e di democrazia e poi espulsi dal movimento stesso che avevano contribuito a creare.

Quindi il protagonismo e la libera espressione della soggettività sono alcuni ingredienti importantissimi ma non basta. L’essenziale è la sfida politica.

Nella della politica delle donne l’orizzonte politico è quello della libertà femminile, che è libertà di donne e uomini. Protagonismo e soggettività sono ingredienti, il lievito è la pratica di relazione e del conflitto non distruttivo che, tornando alla favola, vediamo all’opera nell’agire politico della ragazza: lei infatti ci mostra che la libertà è un’esperienza che si fa con altre e altri, in comune. Esserci in prima persona significa entrare in contatto profondo con il proprio desiderio, che può essere messo a fuoco solo nella relazione. Il cavaliere comprenderà la verità della ragazza, essendo disposto a mettersi in gioco nel dialogo con lei e si aprirà a un cambiamento ampio, il mondo in cui lavorare, giocare e divertirsi insieme. La giovane donna ha fatto esistere qualcosa che non c’era prima nell’immaginario del cavaliere, la possibilità di cambiamento in prima persona, nella relazione con altre e altri. L’impensato, qualcosa che prima non era mai passato per la del cavaliere, si affaccia e rivolge completamente la sua vita.

Incontrare la politica, il femminismo, è stato per me esattamente questo. Posso dirlo anche in altri termini: è il fatto di non essere pigra, non accontentarmi delle interpretazioni già date al mio essere donna, al contrario, modificare il mio rapporto soggettivo con la realtà. Si tratta di una vera e propria lotta per la trasformazione personale, che porta cambiamenti nel proprio ambiente e, di conseguenza, nel mondo. La politica che ho incontrato e che ha acceso la mia passione è la politica del simbolico, che ha il suo centro nel saper dire quello che mi capita con la fiducia che non capita solo a me e poter partire da lì per creare libertà, quello che in termini più filosofici si può esprimere come il nesso tra esperienza e dicibilità dell’esperienza stessa, quel legame fruttuoso che dà valore pubblico ai vissuti per arrivare all’indipendenza simbolica dal potere dominante. Simbolico significa qui una cosa grande, la possibilità di fare politica al di fuori della conquista del potere o dell’antagonismo al potere, al di fuori della pura rivendicazione di diritti.

Non sto dicendo che non si debba protestare quando c’è da protestare o rivendicare quando c’è da rivendicare. Sto dicendo che c’è un altro piano, che non si può mettere a paragone con la rivendicazione perché è altro, è l’impensato che arriva e sconvolge.

L’ordine simbolico è l’insieme dei significati e dei principi accettati a livello di immaginario collettivo in una certa epoca. Per esempio l’ordine simbolico patriarcale assume il sesso maschile come misura per l’intero genere umano e si pone come modello per entrambi i sessi. Però non tutto è immutabile: immaginatevi la prima volta che una donna non ci sta e dice no al posto che l’uomo (la società, la cultura, la Legge) ha pensato per lei.

Faccio alcuni esempi, il primo un fatto epocale successo in Italia: nel 1965 una giovane donna siciliana, Franca Viola, rifiuta il matrimonio riparatore al suo rapitore. Siamo appena prima della presa di coscienza estesa del femminismo. Solo nel 1981 sarà fatta una legge che abolisce la possibilità di cancellare una violenza sessuale tramite un successivo matrimonio (la stessa che abroga le disposizioni sul delitto d’onore[1]). In un’intervista a Franca Viola quarant’anni dopo lei dice: “Ero contenta quando sentivo di altre ragazze che si erano salvate facendo la mia stessa scelta, mi faceva piacere sapere che, anche se indirettamente, ero stata io ad aiutarle. Quella legge era evidentemente ingiusta e andava cambiata[2], c’è sempre una prima volta, e io fui quella che diede inizio al cambiamento”. Questo è un fatto eclatante, però immaginiamoci anche le prime donne che hanno pensato di non voler restare subordinate al marito anche se erano sposate, alle prime che hanno desiderato di poter scegliere quando e con chi avere dei bambini. Sono questioni che riguardano primariamente la libertà femminile, non le leggi sul divorzio e l’aborto (che va bene che ci siano, s’intende, non le sto mettendo in discussione).

Arriviamo vicino ai giorni nostri. Pensiamo alla legge che prevede permessi per la cura dei figli anche per il padre. Gli uomini, per lo più, non colgono questa occasione. Non c’è da stupirsene: solo quando riusciranno a fare una mossa interiore di libertà, capiranno di sé ciò che la legge non potrà mai dare e dire. Ancora una volta ripeto che il problema sociale esiste, ma riguarda in grande misura la sfera interiore, il senso che ognuno dà al fatto di essere padre o madre, uomo o donna: se un uomo ha sempre avuto sotto gli occhi il modello della cura come ambito proprio delle donne, non riesce a immaginare qualcosa di diverso, e solo una messa in discussione profonda, in relazione con altri uomini, può permettere un cambio di rotta. Le nostre schiavitù sono vincoli che abitano la nostra mente. È da lì che devono cominciare a sparire. La sfida dell’azione politica che fa leva sulla libertà è proprio di immaginare qualcosa che non c’è, creare ciò di cui hai bisogno. La vera prima mossa è lo scatto interiore di consapevolezza, la messa a fuoco, insieme ad altre, dei bisogni reali. E questo è il lavoro politico sul simbolico, ovvero lottare per far accadere qualcosa di diverso da quello che è prevedibile e scontato, da quello che sembra ovvio e inevitabile.

E tutto questo non è altro che la passione e la lotta comune per la libertà, l’unica vera ricchezza che abbiamo nella vita (assieme e accanto all’amore).

Vien da dire “sì, belle parole, ma con la crisi della politica istituzionale e la crisi economica fatichiamo a trovare un barlume di desiderio come ne parli tu…”. Rispondo e concludo citando un breve pezzo delle lettere di  Etty Hillesum (Etty Hillesum, Lettere, Adelphi, pag. 45):

“Io credo che … Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. A volte penso che ogni situazione, buona o cattiva, possa arricchire l’uomo di nuove prospettive. E se noi abbandoniamo al loro destino i duri fatti che dobbiamo irrevocabilmente affrontare – se non li ospitiamo e nelle nostre teste e nei nostri cuori, per farli decantare e divenire fattori di crescita e di comprensione -, allora non siamo una generazione vitale. Certo che non è così semplice […]; ma se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo – e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione -, allora non basterà. Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di filo spinato, e congiungersi con quelle che là fuori ci si deve ora conquistare con altrettanta pena, e in circostanze che diventano quasi altrettanto difficili. E forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sbandata potrà di nuovo fare un cauto passo avanti”.



[1] legge n. 442 del 5 agosto 1981

[2] L’art. 587 del codice penale consentiva che fosse ridotta la pena per chi uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per difendere “l’onor suo o della famiglia”.

un resoconto di Mira Furlani, Firenze

Premessa:

Gli incontri naz.li dei gruppi autonomi donne delle comunità cristiane di base (d’ora in avanti leggere Cdb) sono nati 25anni fa, dopo il seminario nazionale delle Cdb miste (uomini e donne) intitolato “Le scomode figlie di Eva” (Brescia, aprile 1988). Dopo quel seminario un certo numero di donne, protagoniste fin dagli anni ’60 della nascita in Italia delle Cdb, decisero di riunirsi da sole. Lo hanno fatto seguendo le orme dell’esperienza femminista, ma in un’ottica di fede cristiana vissuta come esperienza nel proprio contesto territoriale, superando le dicotomie credenti/non credenti, praticanti/non praticanti, religiosi/laici. I nostri incontri naz.li si fanno quasi ogni anno e vengono preparati facendo riferimento a donne appartenenti a diversi gruppi, collocati in differenti territori del Paese e coordinati da periodiche riunioni collettive di due giorni.

 

Breve resoconto:

Il XX Incontro ha avuto per titolo Smontando impalcature, tessendo relazioni. In tempi di crisi, dove ci portano i soffi leggeri del divino? Questa volta è stato preparato dal gruppo donne Cdb di Pinerolo (TO) con la collaborazione esterna di altre donne, appartenenti ad altri gruppi. Le donne di Pinerolo hanno proposto un metodo nuovo, quello che hanno vissuto nell’incontro di Paestum dell’ottobre scorso (Primum vivere: la rivoluzione necessaria. La sfida del femminismo nel cuore della politica). Ci hanno fatto la proposta di praticare un “pensare in presenza”, in cui ciò che ci accomuna sia la pratica dell’ascolto e dello scambio, per lavorare ad una autonomia di pensiero che sola può produrre azioni efficaci: donne che ricevono la loro forza da sé e dalle altre donne.

Abbiamo condiviso che la pratica femminista funziona così: “Mette in scena più che stilare programmi, mostra il cambiamento più che dichiarare intenzioni, modifica la soggettività più che enumerare obiettivi” (Ida Dominijanni).

L’incontro è partito il sabato mattina 11 maggio con una assemblea generale, il gruppo di Pinerolo ha letto una traccia per “pensare in presenza”, suddivisa in cinque punti:

–          Validità del nostro percorso politico.

–          Qual è il nostro rapporto con le radici, con la nostra storia?

–          In tempi di crisi, costruire una “sottile striscia di futuro”.

–          Al di là del centro e del margine, è importante collocarsi mentalmente nello spazio simbolico adeguato e praticare azioni efficaci.

–          In vista del seminario naz.le con le Cdb in ambito misto (donne e uomini) che cosa condivideremo?

Dopo aver letto la traccia è seguito un dibattito dal quale è emerso che Dio era l’assente e che l’Annuncio è politica (l’Annuncio è quello del Cristo risorto, fatto dalle donne che erano andate al sepolcro e l’avevano trovato vuoto). Si è discusso della politica delle donne, mai esente da conflitti. Sono nate divergenze di vedute sul come relazionarsi fra noi, sull’autorità che tende a diventare potere, confondendosi l’una con l’altra. Alcune hanno detto che non concepiscono che i nostri rapporti possano diventare anche sottilmente violenti, mentre per altre il conflitto non è mai pacifico e va nominato senza paura. Sono emersi vecchi conflitti scaturiti nel precedente incontro naz.le svoltosi a Monteortone (PD) nel dicembre 2011. Alla fine una donna appartenente a un ordine religioso si è risentita per le parole rivolte alle religiose da papa Francesco: “Siate madri non zitelle” e ha proposto una iniziativa che vada oltre la protesta delle religiose che si sono sentite umiliate da quelle parole.

Nel pomeriggio ci siamo divise in tre gruppi. Nel mio gruppo si sono ricordate le donne alle quali avevamo mandato l’invito in quanto “esperte” che in passato si sono succedute nei nostri incontri naz.li. Fra le assenti figurava Chiara Zamboni, la quale però ci ha mandato una bella riflessione sul tema dell’importanza di serbare nel proprio cuore quel che accade, le parole ascoltate, gli avvenimenti e i segni, per un allargamento dell’anima che può trasformarli in un divenire infinito di significazione (Chiara Zamboni, Verona 9 maggio 2013, vedi).

Della riflessione di Chiara Z. ci ha colpite la frase meditare ciò che avviene e portarlo a significato. Dopo un intervento/testimonianza della teologa Adriana Valerio è stato chiesto di specificare cosa lei intende quando pronuncia la parola “grazia”: essa ci ha risposto che intende “l’orizzonte di senso in cui ci poniamo”.

Sono state riproposte tre posizioni conflittuali emerse al mattino nel dibattito generale e ci siamo domandate come uscirne con una proposta politica che non ci tagli le unghie. Le domande principali che sono emerse sono le seguenti: Può l’amore, nel senso del volemose bene, tradursi in proposta politica capace di risolvere i conflitti? Oppure è l’autorità una struttura mediatrice di natura simbolica che può porci in un orizzonte di senso (la grazia) che faccia ordine laddove c’è disordine?

A questo punto è intervenuta una donna appartenente all’Ordine della Sororità, Ordine fondato da Ivana Ceresa di Mantova, morta alcuni anni fa. In sintesi essa ci ha detto che i conflitti che noi abbiamo nominato, loro li vivono tutti e anche di più. Ci ha parlato anche della regola scritta da Ivana C., del metodo col quale eleggono ogni anno la loro Presidente e che, come convocate, bisogna sentire questa voce autorevole. Ha ricordato che Ivana C. diceva che la mancanza di amore è mancanza di riconoscimento di autorità, e che riconoscere l’autorità femminile e dare riconoscimento di autorità, è un simbolico che crea forza femminile, è uno spostamento di orizzonte che dà senso a ciò che ci capita.

Successivamente si sono intrecciati molti altri interventi, in sostanza tutti quanti intorno all’amore, visto anche come disobbedienza all’ordine, e l’autorità come esperienza che ti sposta.

La domenica mattina 12 maggio è stato fatto il resoconto del lavoro dei gruppi. Del mio gruppo ho raccontato sopra, degli altri due non ho preso appunti. Per chi interessa rimando al blog che si trova nel sito www.cdbitalia.it nel link “gruppi donne cdb”, oppure agli Atti che saranno stampati in futuro.

Violenze sessiste, corpi sessuati e desideri sessuali

Eccoci, finalmente. Ci siamo sempre state, ma da un po’ è cambiata la mia percezione di voi, di noi, all’interno di un percorso che costruiamo insieme da un anno: Macao.

Un fatto ha lasciato esplodere la ricerca di un tempo diverso, nel quale è comparsa una nuova ri-conoscenza l’una dell’altra; o meglio, è stata la nostra reazione forte e scomposta alla violenza sessista e alle sue forme tacite o esplicite, a farlo.

Improvvisamente si è smascherata la nostra ingenuità: pensavamo davvero che certe violenze non avessero accesso a Macao?

Al contrario, abbiamo riscoperto che non esiste luogo dove l’ordine sociale non si esprima nella sua pervasività, dove i corpi non siano disciplinati e trasfigurati dai codici della cultura, che non esiste un ‘fuori da’; eppure, prima non ne avevamo mai parlato.

Svelare cose che lo sapevo ma… è faticoso, le parole si sporgono dalla nostra soggettività e si fanno comuni e tangibili, tramite l’evidenza dei nostri corpi. Questo ci trasforma. Stare in relazione e fare politica acquisiscono un senso più radicale, si avvicinano ad un luogo profondo in cui l’immaginazione di pratiche diverse diventa necessaria.

Tempo fa, alcuni amici russi raccontavano il senso dei tuffi nelle acque gelate. ”C’è un momento” – dicevano – “dove il corpo acquista nel dolore percezione di sé”. Lontane da una deriva masochistica, assomiglia al motivo per cui ora convergiamo verso una pratica che brucia: c’è una forza che ci rigenera.

Siamo consapevoli che non vogliamo parlare di violenza carnale né fare di noi la categoria delle vittime; vogliamo parlare di sessismo e machismo. Non vogliamo parlare di sessi indistintamente; vogliamo parlare di differenza, di eccedenze impossibili da neutralizzare. Non vogliamo parlare di un desiderio astratto; vogliamo svelare desideri individuali e provare a leggere quelli collettivi. Non vogliamo tacere ciò che lo spirito del capitalismo agisce sui nostri tempi di vita e sui nostri corpi; vogliamo mostrare come siamo e come viviamo. Non vogliamo parlare di stereotipi, i ruoli non sono maschere che si possano cancellare facilmente; vogliamo capire cosa è stato naturalizzato sui corpi, secolo dopo secolo, ancor prima di ciò che è inscritto sulle nostre vite dalla realtà che viviamo. Non vogliamo illuderci che ci siano luoghi diversi, liberati dai rapporti di dominio, né nelle nostre relazioni personali, né nelle lotte che ci uniscono.

Non vogliamo tacere un conflitto che si rinnova: riconoscere apertamente la sua (im)mutabilità è radicale.

Così ci prendiamo il tempo per discutere e fare, per quello che non vogliamo e per quello che siamo e che vogliamo.

Vi aspettiamo!

 

Occupare il conflitto

Violenze sessiste, corpi sessuati e desideri sessuali

 

Venerdì 10 Maggio

 

18.30

Agorà al cuore dei movimenti: rotture e nuovi immaginari

Gli ambiti di movimento sono davvero liberati da una cultura sessista, da immaginari e linguaggi egemoni ed eteronormati?

Quanto questi agiscono sulle forme di lotta e sui linguaggi politici?

Quali sono le dinamiche relazionali e di potere che si generano al loro interno?

Come riconoscerle e trasformarle?

E cosa accade quando si svelano?

Partiamo da queste domande e dal racconto di esperienze dirette, per una diversa consapevolezza delle relazioni e per il desiderio di una forza generativa di nuovi conflitti ed immaginari, avanzando la richiesta di una ripresa del femminismo, di quello che è stato capace di pensare a una trasformazione radicale delle forme della convivenza e del mondo.

 

In serata:

 

Macao One Song Band in collaborazione con Manù One Woman Band

a seguire un secret concert!

 

Sabato 11 Maggio

 

10.00/14.00

Presa di parola e altri linguaggi, laboratorio con Marcela Serli.

Laboratorio teatrale sull’umiliazione di genere: un percorso libero costruito all’interno di una struttura drammaturgica data in uno spazio, alla ricerca di parole perdute. Due giorni di studio sull’impersonificazione del ‘nemico’, sulla materia femminile/maschile, su di sé, sulle proprie verità e le proprie bugie.

Un laboratorio per affrontare temi dolenti attraverso un gioco ridente.

 

14.00/18.00

Guerriglia semiotica: cambiamo i connotati al territorio!

Workshop sul deturnamento/deturnaggio dei significanti dispotici.

Laura Corradi, autrice del libro “Specchio delle sue brame”, analizzerà gli stereotipi di razza, classe, genere, età ed orientamento sessuale presenti nelle pubblicità.

I temi su cui si lavorerà riguardano principalmente la violenza simbolica; l’uso del corpo di bambini/e, adolescenti e di richiami sessuali eteronormativi nella comunicazione pubblicitaria.

Cosa portare? Pubblicità in forma cartacea o digitale; puoi scattare delle foto a immagini pubblicitarie nel tuo quartiere o città sulle quali vorresti lavorare criticamente e creativamente.

 

18.00/21.00

Workshop di auto difesa femminista

 

In serata:

 

Cabaret con Cinzia Marseglia, Nadia Puma e Alessandra Ierse.

 

Domenica 12 Maggio

 

10.00/14.00

Presa di parola e altri linguaggi, laboratorio con Marcela Serli.

Laboratorio teatrale sull’umiliazione di genere: un percorso libero costruito all’interno di una struttura drammaturgica data in uno spazio, alla ricerca di parole perdute. Due giorni di studio sull’impersonificazione del ‘nemico’, sulla materia femminile/maschile, su di sé, sulle proprie verità e le proprie bugie.

Un laboratorio per affrontare temi dolenti attraverso un gioco ridente.

 

dalle 14.00

Brunch con Alessio miceli di Maschile Plurale

Altri desideri degli uomini. Oltre la cultura della violenza.

Se la violenza di tanti uomini contro le donne è un problema culturale, allora

è possibile una trasformazione sullo stesso piano della cultura degli uomini. Uscire da questa cultura maschile dominante della violenza.

 

Lunedì 13 Maggio

 

18.00/20.00

Esperienza diretta: laboratorio aperto per re-agire la città.

Durante la settimana, a partire dalle suggestioni di Occupare il conflitto, questo laboratorio è un tempo che (ci) dedichiamo alla riflessione, alla produzione di linguaggio, di pratiche artistiche e di relazioni. Per creare azioni dentro la città nella giornata di domenica 19 Maggio e per costruire legami che possano durare nel tempo.

 

dalle 21.00

 

Così vicine così lontane. Fra-intendimenti, incontri e conflitti tra modelli culturali.

La maggiore mobilità, la frequenza degli spostamenti individuali e di gruppo, insieme alle opportunità di scambio concesse da internet, offrono ricorrenti possibilità di incontro che producono momenti conflittuali, anche in circostanze e luoghi considerati protetti.

Questo perché non esistono spazi che le relazioni umane possano rendere neutrali, ciascuna e ciascuno di noi riproduce modelli culturali che da sempre mostrano difficoltà nella gestione del conflitto. Attraverso il racconto di esperienze di donne, singole e realtà collettive, l’incontro si propone di svelare alcuni fra-intendimenti che la retorica della “bellezza della differenza” culturale tende ad eludere senza riconoscerli come sintomo di un disagio a volte più profondo delle apparenze. Intervengono le venticinqueundici.

 

Martedì 14 Maggio

 

18.00/20.00

Esperienza diretta: laboratorio aperto per re-agire la città.

Durante la settimana, a partire dalle suggestioni di Occupare il conflitto, questo laboratorio è un tempo che (ci) dedichiamo alla riflessione, alla produzione di linguaggio, di pratiche artistiche e di relazioni. Per creare azioni dentro la città nella giornata di domenica 19 Maggio e per costruire legami che possano durare nel tempo.

 

dalle 21.00

Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà, incontro con Lea Melandri.

Ha insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene corsi presso l’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano, di cui è stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E’ stata redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L’erba voglio (1971-1978), di cui ha curato l’antologia: L’erba voglio. Il desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. 
Ha preso parte attiva al movimento delle donne negli anni ’70 e di questa ricerca sulla problematica dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni: L’infamia originaria, edizioni L’erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997); Come nasce il sogno d’amore, Rizzoli 1988 (ristampato da Bollati Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991; La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996; Una visceralità indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000; Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati Boringhieri 2001; Preistorie. Di cronaca e d’altro, Filema 2004; cura e posfazione di: Manuela Fraire e Rossana Rossanda, La perdita, Bollati Boringhieri 2008. Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà, Bollati Boringhieri, 2011.
Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: “Ragazza In”, “Noi donne”, “Extra Manifesto”, “L’Unità”. Collaboratrice della rivista “Carnet” e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la rivista “Lapis. Percorsi della riflessione femminile”, di cui ha curato, insieme ad altre, l’antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista, Manifestolibri 1998.

Il 2 ottobre 2011 è stata eletta Presidente della Libera Università delle donne di Milano. Il 7 dicembre 2012 è stata insignita dell’ Ambrogino d’oro dal Comune di Milano.

 

Mercoledì 15 Maggio

 

18.00/20.00

Esperienza diretta: laboratorio aperto per re-agire la città.

Durante la settimana, a partire dalle suggestioni di Occupare il conflitto, questo laboratorio è un tempo che (ci) dedichiamo alla riflessione, alla produzione di linguaggio, di pratiche artistiche e di relazioni. Per creare azioni dentro la città nella giornata di domenica 19 Maggio e per costruire legami che possano durare nel tempo.

 

 

dalle 21.00

Percorsi pedagogici alle diversità.

Disfare i modelli dominanti come “antidoto” alla degenerazione violenta delle relazioni tra i sessi.

Proiezioni video: ‘Bomba libera tutti’, di Pina Caporaso; ‘Il cielo è sempre più blu’, di Alessandra Ghimenti.

Intervengono: Pina Caporaso, Alessandra Ghimenti; Giulia Selmi e Maria Agnese Maio (Il progetto Alice).

 

Giovedì 16 Maggio

 

18.00/20.00

Esperienza diretta: laboratorio aperto per re-agire la città.

Durante la settimana, a partire dalle suggestioni di Occupare il conflitto, questo laboratorio è un tempo che (ci) dedichiamo alla riflessione, alla produzione di linguaggio, di pratiche artistiche e di relazioni. Per creare azioni dentro la città nella giornata di domenica 19 Maggio e per costruire legami che possano durare nel tempo.

 

dalle 21.00

Ri-generare conflitto.

Incontro con Federica Giardini.

Federica Giardini insegna Filosofia politica all’Università “Roma Tre”. Coordina il sito dell’Associazione Internazionale delle filosofe (www.iaphitalia.org) ed è redattrice di “DWF” e di “Alfabeta2”.

Le ricerche più recenti utilizzano la differenza come operatore per affrontare alcuni temi portanti del pensiero politico contemporaneo: dalle relazioni di obbedienza/disobbedienza alle trasformazioni della politica a partire dall’ordine delle relazioni tra umano e non umano (“cosmopolitica” e beni comuni), all’esperienza sessuata della forza.

Tra i suoi scritti: L’alleanza inquieta. Dimensioni politiche del linguaggio (Le Lettere 2010); Relazioni. Differenza sessuale e fenomenologia (Luca Sossella 2004); la cura di Sensibili guerriere. Sulla forza femminile (Jacobelli 2011) e, con A. Buttarelli, Il pensiero dell’esperienza (Baldini Castoldi Dalai 2008).

 

Venerdì 17 Maggio

 

17.00/19.00

Esperienza diretta: laboratorio aperto per re-agire la città.

Durante la settimana, a partire dalle suggestioni di Occupare il conflitto, questo laboratorio è un tempo che (ci) dedichiamo alla riflessione, alla produzione di linguaggio, di pratiche artistiche e di relazioni. Per creare azioni dentro la città nella giornata di domenica 19 Maggio e per costruire legami che possano durare nel tempo.

 

dalle 19.00

#imprudenze2013

Tra le righe di un viaggio in l’Italia negli spazi occupati che stanno liberando la cultura, il segno delle donne che nascono il cambiamento.

 

Non leggete i libri, fateveli raccontare di Luciano Bianciardi, uno spettacolo di e con Angelo Romagnoli.

In scena a La Balena Ex-Asilo Filangeri di Napoli, al Teatro Rossi Aperto di Pisa, al  M.A.C.A.O. di Milano, al Teatro Marinoni Bene Comune di Venezia e al Teatro Valle Occupato di Roma.

 

“non si dice più intellettuale. se è per questo non si dice più nemmeno passeggiatrice. eppure non è che non ci sia più la prostituzione. c’è la prostituzione, e c’è il lavoro intellettuale. e ci sono anche delle belle intersezioni tra i due campi.

non ci facciamo ingannare dalla corsa all’eufemismo. è chiaro che non puoi portarti fuori una zoccola di livello, ti porti fuori una escort. che giustamente ti dirà che zoccola lo dici a tua madre. la specificità della prestazione viene etichettata a seconda della prestazione svolta, e la realtà degli accadimenti sottintesa dall’etichetta stessa. pertanto, così come la prostituzione profila la clientela e accoglie il desiderio nei suoi tanti gusti, lo stesso avviene per l’universo intellettuale. che svolge le sue mansioni di cecchinaggio, lecchinaggio, poesia e strategia per il committente (padrone). oggi è consulente, giornalista, stratega, comunicatore, copywriter. intellettuale non lo dice più, lo trova presuntuoso e, peggio che peggio, desueto. e poi fa troppo Sinistra. mentre a Destra il sangue defluisce dalle meningi a vantaggio dei corpi spugnosi. eppure di intellettuali non ce ne sono mai stati tanti. così come non c’è mai stata tanta Plutocrazia, parola che è svanita perché faceva troppo Fascio, ma più probabilmente perché soffiava troppo forte sulla foglia di fico di chi i soldi li caccia e le anime le affitta.”

 

Sabato 18 Maggio

 

15.00/17.00

Giochiamocela! Workshop sui sex toys e altri giochi erotici, a cura di Maia Pedullà.

Un’occasione per un approccio informale e informato all’utilizzo di alcuni giochi prodotti e pensati per il piacere, che sia solitario, di coppia, di gruppo… sex toys, giocattoli erotici: cosa sono, come si usano, quali le differenti caratteristiche tecniche per aiutarci a scegliere il sex toy che fa per noi? Ma anche oggetti di uso comune: banane, zucchine, spazzolini elettrici, cucchiai, specchi, spumarole…

Più strutturato di una chiacchierata, più confidenziale di un corso, più interattivo della lettura di un manuale.

Durante il workshop si condividono saperi ed esperienze sulle pratiche di safer sex e prevenzione, sulle variabili di rischio nella trasmissione di malattie sessualmente trasmissibili, sui modi concreti con cui ci troviamo a fare scelte situate. Durante il workshop si ricevono informazioni ma non solo: si può toccare, annusare, guardare, raccontare, interrogarsi insieme.

Perché piacere erotico e sessualità non sono solo genitalità: c’è sperimentazione, relazione, invenzione, scoperta. La sicurezza e il benessere non sono solo questioni sanitarie: ci sono rischi relazionali, ci sono trattative, proposte, risposte, soluzioni da inventare.

Infinite sono le fantasie di cui possiamo nutrire il nostro desiderio, infiniti i giochi, gli oggetti, i ruoli che possiamo assumere. Il workshop non è uno spazio di giudizio né di censura, ma di promozione di una cultura della sessualità critica, mai data per scontata, e soprattutto consensuale.

 

Maia Pedullà 39 anni, nata a Genova, vive a Bologna. Ha tenuto laboratori didattici sull’uso dei sex toys in tutta Italia, in una prospettiva di promozione e visibilità di forme di sessualità consapevoli, consensuali, più sicure; ha cogestito per anni un sexyshop al femminile e organizzato laboratori di autoformazione alla sessualità per adult*. Conduce il laboratorio “No Tarzan, No Jane – Il genere come performance”, e il laboratorio teatrale continuativo “Mi sto strett@ – per donne e altre favolosità, per altre invenzioni”. Ha fra l’altro curato l’edizione italiana di “Temporaneamente tua. Intimità, autenticità e commercio del sesso” di Elisabeth Bernstein, Odoya Edizioni, 2009.

 

17.00/20.00

Esperienza diretta: laboratorio aperto per re-agire la città.

Durante la settimana, a partire dalle suggestioni di Occupare il conflitto, questo laboratorio è un tempo che (ci) dedichiamo alla riflessione, alla produzione di linguaggio, di pratiche artistiche e di relazioni. Per creare azioni dentro la città nella giornata di domenica 19 Maggio e per costruire legami che possano durare nel tempo.

 

Domenica 19 Maggio

 

dalle 14.00

Esperienza diretta: re-agire la città!

Azioni in città.

“Lampedusa porta della vita” mostra, vacanza, bellezza

 

 

Cara amica e caro amico,

quest’estate a Lampedusa il gruppo Colors Revolutions di Rossella Sferlazzo e la rete delle Città Vicine intendiamo organizzare una mostra all’interno del programma dell’ormai tradizionale Lampedusainfestival che si svolgerà nella stupenda isola dal 19 al 23 luglio 2013 a cura dell’associazione Askavusa.

Ti invitiamo a partecipare con una tua opera visiva, che potrai  realizzare con la tecnica a te più congeniale, che abbia come tema “Lampedusa porta della vita” e che faccia riferimento ed esprima la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. E’ questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie. Intrecci di relazioni e scambi che Lampedusa da sempre ha favorito grazie alla sua posizione geografica e alla sua vocazione all’ospitalità, com’è accaduto anche con le Città Vicine che per il terzo anno consecutivo l’hanno scelta per la loro Vacanza Politica che si svolgerà lungo tutta la durata del Lampedusainfestival.

La mostra avrà un iter viaggiante per ricordare gli ingiusti e pericolosi viaggi che donne, uomini e bambini delle terre d’Africa e d’Oriente sono costretti/e a compiere prima d’arrivare sino a noi.

Nei giorni del Lampedusainfestival sono previste altre manifestazioni artistico- espressive-coloristiche che vedranno le e gli artisti di Colors Revolutions e delle Città Vicine esprimersi nella decorazione a soggetto della parete e della porta di una casa di Lampedusa.

Nel gran finale del Festival, poi, le donne e gli uomini presenti potranno essere coinvolti nella performance “Le relazioni dei colori” durante la quale ciascuno/a sceglierà una fascia di stoffa di un colore dell’Arco-baleno per legarsi a un’altra/o, motivando il perché della scelta di quel colore e di quella persona; infine il tessuto di relazioni umane e di fasce colorate vedrà il formarsi di una ragna-tela umana colorata con i colori “rambow”, tenendo presente che l’Arco-baleno rappresenta visivamente e simbolicamente di per sé un varco, l’Arco d’accesso alla speranza e alla felicità…

 

– La grandezza dell’opera dovrebbe rispettare all’incirca la dimensione A4 mentre il formato sarà a propria scelta (ovale, rettangolare, irregolare…) ed essere inviata, corredata da una breve descrizione anche poetica del lavoro e da un curriculum dell’artista, con posta celere immancabilmente entro i primi di giugno 2013 per permettere a Rossella Sferlazzo di realizzare un video delle opere, da proiettare durante il festival, al seguente indirizzo:

Rossella Sferlazzo, via Rosolino Pilo 35, 92010 Lampedusa.

Per ulteriori contatti e informazioni: katia.ricci@libero.it Rossella.sferlazzo@email.it lacittafelice@libero.it mirellacla@gmail.com

 

MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna
Mostra: 12 maggio – 1 settembre 2013. Inaugurazione 11 maggio 2013
Incontri e conferenze: maggio 2013
Inaugurerà l’11 maggio al MAMbo Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell’arte italiana contemporanea, un’ampia e articolata esposizionecollettiva dedicata airapporti fra donne e arte in Italianegli ultimi decenni

di Franca Fortunato

Annamaria Cardamone è stata eletta sindaca di Decollatura, un paesino di appena 50 kmq e 3.300 abitanti, situato alle pendici della Sila piccola nella provincia di Catanzaro in Calabria, alle amministrative del maggio 2011. È qui che è nata nel 1963. Ci incontriamo per farmi raccontare la sua storia. Comincia dall’inizio, dalla sua infanzia, e i suoi occhi chiari e il suo viso da bambina di donna adulta si riempiono di orgoglio. Sua madre coltivatrice diretta e suo padre commerciante di legname, sin da piccola le inculcarono una mentalità economica. Annamaria, seconda di sette figli (tre donne e quattro maschi), è l’unica in famiglia ad aver studiato e ad essersi laureata. Lo ha fatto affrontando e superando la contrarietà del padre con il sostegno della madre che – come tante della sua generazione – le ripeteva: «Le donne devono essere indipendenti. Tu devi avere un reddito». E lei i soldini se l’è guadagnati sin da piccola. Studente alla Scuola media preparò da privatiste due bambine per la primina. Grande lavoratrice Annamaria che non ha mai avuto paura di nessun uomo, compreso suo padre a cui si ribellava se maltrattava sua madre. Durante le elementari la mattina si alzava prestissimo per andare a guardare le pecore e solo dopo essersi lavata andava a scuola, dove a volte arrivava con qualche minuto di ritardo e si scusava per essersi “svegliata tardi”. «In quel momento era una vergogna per me andare a guardare le pecore. Però ero sempre preparata. Studiavo sempre. Vedevo nascere gli agnellini e dentro di me mi dicevo “questa vita la lascio”.» E così è stato. Frequenta la Ragioneria a Lamezia Terme e poi si scrive all’università a Messina alla facoltà di Economia e Commercio. Con l’aiuto della madre convince il padre a lasciarla andare e lavora per contribuire al suo sostentamento. Da laureata, dopo un corso di dirigente aziendale, per due anni si stabilisce a Palermo dove fa la responsabile amministrativa prima di una banca e poi di un’azienda agroalimentare. Annamaria interrompe la sua esperienza palermitana quando lascia il marito, un giovane messinese conosciuto negli anni dell’università, perché l’aveva ingannata.

«La mia vita è cambiata quando mi sono sposata con un siciliano. Siamo stati insieme tre anni e dopo sei mesi di matrimonio l’ho lasciato perché ho scoperto che aveva un figlio con la mia amica che abitava con me.» Annamaria ha un crollo, va in depressione e in analisi. «Questa storia mi ha fatto perdere tre-quattro anni, ma non mi sono arresa.» Tornata in Calabria, va a vivere e a insegnare a Lamezia Terme. Entra nella Coldiretti e dal 1996 al 2005 lavora all’interno del Gruppo d’azione locale, una Società che si occupava di progettazione integrata territoriale rurale, e ne diventa la vicepresidente. Comincia così la sua vita di progettista di fondi comunitari che la vedrà dirigere nel 2006 la Fondazione per la progettazione territoriale per i Dipartimenti regionali e i Comuni. È col suo ritorno in Calabria che entra attivamente in politica. Iscritta al Pd allo scioglimento della Dc, viene candidata alle regionali del 2010: «È stata una candidatura di servizio. Non volevo, ma mi ha chiamata la coordinatrice del Pd, Caterina Corea, e mi ha convinta». Non andrà al consiglio regionale ma a Decollatura risulterà la prima delle elette, sostenuta da un gruppo di giovani che conta su di lei per le prossime amministrative. Accetta. «Quando ho detto sì sentivo il dovere verso quei giovani che mi avevano aiutata e poi non era giusto lasciare il mio paese nel degrado. Era sempre stato un bel paese turistico. Potevamo fare qualcosa, potevamo farlo rinascere. Ho chiesto che nella lista non ci fossero persone che erano state già candidate e che ci fosse una buona presenza femminile. E così è stato. Non conoscevo la realtà del Comune. Sapevo che c’era un debito altissimo e che c’era stata una cattiva e disordinata gestione amministrativa. Per due volte c’era stata la Commissione antimafia anche se il Comune non era mai stato sciolto. C’erano stati episodi di esplosione di bombe e di macchine bruciate.»

Annamaria sin dalla compilazione della sua lista, civica e di sinistra, capisce che la gente è spaventata, non si sente libera di candidarsi, ha paura dell’ex sindaco da cui si sente ricattata. Ha difficoltà a trovare candidate e candidati. Alla fine nella sua squadra entrano sei donne e cinque uomini. Contro di lei tre liste tutte di uomini che, durante la campagna elettorale, cercano di delegittimarla con ingiurie e volgarità. Riceve anche lettere anonime offensive. Quando gli uomini vogliono denigrare una donna l’attaccano sempre sul piano personale, ne mettono in dubbio la moralità e le capacità, la deridono sul piano fisico. Annamaria reagisce non rispondendo, anche se ne soffre. La gente è vero ha paura, non si espone, ma la vota. Viene eletta sindaca con 827 voti. Allora tutto il paese partecipa alla festa della vittoria. «C’erano tante donne della campagna. Gli uomini della sinistra piangevano.»

Dopo appena tre giorni dall’insediamento Annamaria si rende conto della gravità della situazione economica amministrativa. Le arriva un pignoramento di 110 mila euro relativo al 1992-93. «L’ho fermato e lì ho capito che la segretaria e l’Ufficio tecnico non stavano con me. Nel giro di un mese mi sono resa conto che avevamo un debito di 1 milione e mezzo di euro. Mi è arrivata una bolletta per due anni di telefoni cellulari a carico del Comune di 27 mila euro e bollette elettriche per 450 mila euro. Ho capito che avevano fatto clientela.» Cambia la segreteria e il responsabile dell’Ufficio tecnico. Il vicesindaco, un imprenditore del luogo, si dimette per pressioni esterne. I suoi avversari, capeggiati dall’ex sindaco, cercano prima di farsela amica, lei rifiuta ogni invito, poi la attaccano sulla stampa e scommettono sulle sue dimissioni entro pochi mesi. Le arrivano lettere anonime che lei porta al Procuratore. Cercano, insomma, di fermarla. Lei va avanti. Sostituisce il vicesindaco dimissionario con una donna. In Giunta la maggioranza è donna. Si costituisce parte civile in un processo, che dovrebbe svolgersi a breve, per aver il Comune acquistato mezzi usati, messi sotto sequestro perché rivelatisi rubati. Erano stati venduti dal figlio dell’ex vigile, mandato in pensione al suo insediamento. Padre e figlio sono gli stessi che oggi sono accusati di aver ucciso a Decollatura, in pieno giorno, due mafiosi di Lamezia Terme, sembra per una questione di tangenti. Il padre è latitante, il figlio in carcere. Il fatto risale al gennaio scorso. (Domenico Mazzatesta, ex vigile in pensione, è ritenuto responsabile del duplice omicidio di Giovanni Vescio, 36 anni, e Francesco Iannazzo, 29 anni, di Lamezia uccisi il 19 gennaio alle ore 15,30 in un bar di Decollatura e che dopo l’omicidio si è dato alla fuga. Nel settembre dello scorso anno ignoti collocarono presso la sua abitazione un potente ordigno che nell’esplosione provocò forti danni all’edificio. Il figlio Giovanni, dopo il duplice omicidio, è stato arrestato perché ritenuto uno degli autori.)

Anche il depuratore è sotto sequestro. «L’ho fatto dissequestrare, messo a norma e oggi è un gioiello perché scarica acqua pulita.» Annamaria incomincia a fare ordine tra i dipendenti e le dipendenti che le fanno «la guerra. Passavano persino i documenti all’ex sindaco». Elimina piccoli privilegi e pratiche consolidate di clientela; apre un ufficio per le relazioni con il pubblico, cura la formazione del personale, in tutto 12 a tempo indeterminato, a maggioranza donne. Annamaria è un vulcano di iniziative e di progettualità. Apre, con l’aiuto di volontarie e volontari, una scuola estiva per i bambini della scuola materna; dà l’avvio a una fattoria didattica in collaborazione col centro mentale del luogo, dove opera una cooperativa di genitori che «cucinano, animano il centro, stanno con i figli e almeno due volte a settimana mangiano tutti insieme». Concede a una cooperativa un ettaro di terreno su cui si coltivano ortaggi e farro che vengono venduti.

Criticata dai suoi nemici, apprezzata dalla popolazione, Annamaria va avanti. Coinvolge la popolazione nella elaborazione del Piano strutturale comunale, apre le scuole materne ai figli degli immigrati rumeni e polacchi, coinvolgendo le loro madri. «Ci sono molte famiglie di rumeni a Decollatura e alcune di loro non possono pagare né il trasporto né la mensa. Allora faccio uno scambio di servizi. Le mamme, con una assicurazione annuale, fanno le pulizie al comune e in cambio hanno la mensa e il trasporto per i loro figli». Accoglie 20 ragazzi egiziani di cui tre ragazze, aderendo a un progetto regionale e li iscrive alla scuola Industriale di Soveria Mannelli, salvandola così dalla chiusura per mancanza di allievi. «Mi hanno aiutata tre professoresse in pensione che mi sono state vicine. Mi hanno dato forza, coraggio. Si sono dedicate ai ragazzi prima insegnando loro l’italiano e adesso col dopo scuola.» Risolve il problema della raccolta dei rifiuti, che nella regione Calabria è drammatica. Lo fa stabilizzando, tra le critiche e le proteste dei e delle dipendenti, dodici lavoratori e lavoratrici precari. «Non avevano la dignità di lavoratori, e questo mi pesava, in particolare per una donna gravemente ammalata che non aveva permessi per curarsi. Io glieli davo lo stesso. Ho chiuso il contratto con una Società esterna dei rifiuti che costava 148 mila euro all’anno, li ho assunti e sette di loro lavorano nella raccolta differenziata porta a porta.»

Decollatura con Annamaria diventa un esempio di buona amministrazione e le donne la sostengono. «La forza mi viene dalle donne che hanno voglia di fare e di lavorare.» Guai a chiamarla “sindaca anti ‘ndrangheta”, appellativo che rifiuta anche per le sue colleghe, Maria Lanzetta sindaca di Monasterace e Carolina Girasole di Isola Capo Rizzuto. «Non ci sono famiglie mafiose a Decolattura, c’è criminalità, non posso nasconderlo altrimenti non ci sarebbe stato un duplice omicidio alle tre del pomeriggio nel centro del paese. Non mi sento una dell’antimafia, né un’eroina che vuole salvare tutto. Quello che faccio lo faccio con passione. Questo vale anche per le mie colleghe con cui ci diamo forza, ci incoraggiano e ci sosteniamo, altrimenti è facile lasciare e dire basta. Nessuna di noi va a combattere la ‘ndrangheta, né aspira al martirio. Il nostro messaggio è che anche in Calabria c’è e si può fare la buona amministrazione. Siamo sindache che abbiamo applicato la legalità e la trasparenza, che dovrebbe essere una cosa ordinaria, non straordinaria. I giornalisti dovrebbero parlare di quello che facciamo, ma con i mass media si fa più audience quando si parla di mafia.» Annamaria è convinta che le donne la politica la fanno meglio degli uomini perché «non siamo predisposte alla corruzione, che è facile averla. In più la soddisfazione la troviamo nella relazione con l’altro, con la comunità, con chi ci sta accanto che lavoriamo, io lavoro, per farlo/a crescere». La storia di Annamaria non è una storia di lotta alla ‘ndrangheta o alla criminalità, ma di passione politica, di amore per il proprio paese che è amore per la madre, di desiderio libero femminile di buona politica e buona amministrazione, che in Calabria tante donne, come lei, stanno portando avanti con il consenso e il sostegno, soprattutto, di altre donne. La ‘ndrangheta e la criminalità politica mafiosa le combattono per tutto questo. Le intimidiscono, cercano di fermarle. Alcune di loro vivono sotto scorta. Chiamare queste donne sindache anti ‘ndrangheta non solo è riduttivo e pericoloso perché ne fa dei facili bersagli, ma non si rende giustizia al senso libero della loro differenza, ingabbiandole in un immaginario mass mediale che vuole la Calabria terra di ‘ndrangheta e anti ‘ndrangheta .

 


Care amiche della redazione del sito,

ho letto la vostra lettera Grandi pretese e qualità delle relazioni. Ci tengo a sottolineare che l’esperienza dell’essere con voi, fatta con video in streaming, é stata per me e altre amiche, molto positiva e bella, bella per gli aspetti che voi stesse nominate nella lettera, ma anche per aver finalmente potuto collegare alcuni visi ai nomi, nomi già sentiti o visti solo come firme su Via Dogana o nel sito stesso. Anche le voci, i movimenti, gli arrivi e il daffare della libreria, prima dell’inizio delle lezioni di Luisa Muraro, sono state cose importanti, hanno comunicato dal vivo l’esperienza quotidiana del luogo. Certamente la relazione in presenza é cosa diversa, meno fuggevole, dove può girare più sostanza.

Ho visto le tre lezioni cibo del corpo, cibo dell’anima. In generale tutto é filato liscio, salvo nel finale del dibattito nell’ultima lezione, dibattito molto interessante, durante il quale gli ultimissimi interventi sono risultati incomprensibili per la velocità delle immagini. Direi molto poco rispetto a quello che abbiamo ricevuto, un problemino da non giustificare reazioni d’impazienza e di collera, tanto più che i video sono ancora in linea, visibili e ascoltabili quante volte si vuole.

Quando fu fatta la proposta dei video in streaming vi ho scritto le mie perplessità; erano rivolte più verso l’impegno che voi vi stavate assumendo che non rispetto alle mie pretese. Sappiamo tutte/i che la tecnologia spesso fa cilecca, sappiamo anche quante energie, tempo e competenze occorrono per farla funzionare e per stare bene al “gioco amoroso”. Vi dobbiamo molta riconoscenza per quello che avete già fatto. Non é da tutti….

Sono certa che continueremo l’esperienza, voi in primis che ne siete le autrici, noi lontane fruitrici che desideriamo esservi vicine, in una corrente sempre più vasta di reciproca libertà.

di José Saramago

 

Vedo dai sondaggi che la violenza contro le donne è la questione numero quattordici tra le preoccupazioni degli spagnoli, anche se ogni mese si contano sulle dita delle mani, e disgraziatamente non ci sono abbastanza dita, le donne uccise da coloro che credono di esserne i padroni. Vedo anche che la società, nella pubblicità istituzionale e in varie iniziative civiche, considera, certamente con grande precauzione e lentezza, che questa violenza è un problema degli uomini e che gli uomini sono chiamati a risolverla. Da Siviglia e dall’Estremadura spagnola ci hanno raggiunto, tempo fa, notizie di un buon esempio: manifestazioni di uomini contro la violenza. Fino ad ora erano state solo le donne a scendere in piazza per protestare contro i continui maltrattamenti subìti per mano di mariti e compagni (compagni, triste ironia di questa parola), e che, nonostante in moltissimi casi assumano aspetti di tortura fredda e deliberata, non arretrano davanti all’omicidio, allo strangolamento, all’accoltellamento, alla garrota (il taglio della gola), all’acido, al fuoco. La violenza da sempre esercitata sulla donna ha trovato, nella prigione in cui si è trasformato il luogo di coabitazione (nessuno potrebbe chiamarlo “casa”), lo spazio per eccellenza per l’umiliazione quotidiana, per il pestaggio abituale, per la crudeltà psicologica come strumento di dominio.
È il problema delle donne, si dice, e questo non è vero. Il problema è degli uomini, dell’egoismo degli uomini, del sentimento malato di possesso degli uomini, della pigrizia degli uomini, di quella miserabile codardia che li autorizza ad usare la forza contro un essere fisicamente più debole e di cui è stata sistematicamente ridotta la capacità di resistenza psichica. Pochi giorni fa, a Huelva, seguendo le solite regole dei più anziani, alcuni adolescenti di 13-14 anni hanno violentato una ragazza della stessa età e disabile mentale, forse perché pensavano di avere diritto al crimine e alla violenza. Diritto di usare ciò che consideravano proprio.
Questo nuovo atto di violenza di genere, oltre a quelli che si sono verificati durante questo fine settimana – a Madrid è stata uccisa una ragazza, a Toledo una donna di 33 anni morta davanti a sua figlia di sei – avrebbero dovuto far scendere gli uomini in strada. Forse 100.000 uomini, solo uomini, nient’altro che uomini, che si mostravano per le strade, mentre le donne, sui marciapiedi, lanciavano fiori, questo potrebbe essere il segnale di cui la società ha bisogno per combattere, dal suo proprio interno e senza indugio, questa insopportabile vergogna. E perché la violenza di genere, con morte o senza, divenga infine uno dei primi dolori e preoccupazioni dei cittadini. E’ un sogno, è un dovere. Può non essere un’utopia.

 

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Traduzione a cura di Adriana Nannicini

Verona, 9 maggio 2013.

Chiara Zamboni per il XX incontro nazionale donne delle comunità cristiane di base

Il tema che propongo è quello dell’importanza di serbare nel proprio cuore quel che accade, le parole ascoltate, gli avvenimenti e i segni, per un allargamento dell’anima che può trasformarli in un divenire infinito di significazione.

Lo spunto mi è dato da due passi brevissimi del vangelo di Luca, molto simili tra di loro. Mi hanno sorpreso e fatto pensare. Non li avevo mai letti né sentito altri che li commentassero, ma del resto la mia cultura religiosa è limitata.

In Luca 2,19 dopo la descrizione della natività e poco prima che i pastori ritornino ai loro greggi leggiamo: «Maria, da parte sua, custodiva il ricordo di tutti questi fatti e li meditava dentro di sé». Così, dopo che Gesù ritorna con i genitori a Nazaret, avendo discusso con i sacerdoti al tempio, si legge: «Sua madre custodiva dentro di sé il ricordo di tutti questi fatti» (Luca, 2,59).

Sappiamo di Maria molte cose nei vangeli. Qui la immagino a partire da queste annotazioni. Lei conserva e medita dentro di sé le parole e gli avvenimenti. I segni. La sua è una forma di raccoglimento. Tutto il corpo partecipa di quel che accade, si lascia toccare. Parole e avvenimenti si incidono e lasciano tracce nel lato inconscio del corpo che serba una memoria involontaria.

Certo, assieme a Giuseppe, rimprovera il figlio, ma di questi fatti, attorno a cui si avvolge e che la avvolgono, non parla.

È notevole che è di lei che viene detto che serbava in sé questi avvenimenti, e non di Giuseppe, che pure era presente assieme a lei in entrambe le situazioni.

Mi sembra molto bello che sia proprio alla figura femminile più importante dei vangeli che viene attribuita l’esperienza simbolica di un doppio tempo. Da un lato il tempo immediato, quando ad esempio rimprovera il figlio. Oppure quando lo spinge, come nelle nozze di Cana, a mostrare la sua qualità divina. Dall’altro il tempo infinito del silenzio e della meditazione degli avvenimenti. Usando un’espressione del Dialogo di Caterina da Siena, si potrebbe dire: il tempo infinito dell’infinito desiderio e della passione infinita. Che risulta la trama vera del disegno dei fatti immediati. Così il tempo finito, del giorno per giorno, è visto in controcanto con il tempo infinito.

Noi oggi leggiamo i fatti dei vangeli come fatti simbolici. La natività, Gesù nel tempio, e così via. Maria, vivendoli, ne mostra una comprensione non tanto intellettuale, quanto con tutto il suo corpo. Con il tempo “altro” che il lato inconscio del corpo richiede. Con la meditazione “dentro di sé”. Una meditazione infinita che dura tutta una vita.

Si può pensare, per analogia, all’andamento del diario di Etty Hillesum. Se nella prima parte del diario lei è catturata dagli avvenimenti del giorno per giorno che descrive, commenta, a cui reagisce nell’immediatezza, poi, andando avanti nel diario, gli avvenimenti risultano eventi visti in una luce sempre più ampia. E si arriva così all’ultima parte del diario, dove descrive lo slargarsi dell’anima, che diventa pianura senza confini. Gli eventi sono sì immediati, ma allo stesso tempo letti a partire ormai dalla prospettiva della pianura sconfinata, in cui l’anima si è trasformata.

Caterina da Siena parlava di un tempo infinito, trama della finitezza. Etty Hillesum ha immagini spaziali. L’anima è diventata spazialmente infinita, pianura dell’essere. Simone Weil sapeva ragionare su queste questioni adoperando l’immagine dell’acqua, materia fluida, nella quale tutti gli eventi trovano il loro peso ponderato. Il loro significato. Acqua diventa – per Simone Weil – la nostra anima quando, mettendo tra parentesi l’io, si fa misura impersonale delle cose.

Questa prospettiva infinita da cui guardare il finito diventa in Annamaria Ortese quella del corpo celeste, che è la terra, pianeta di un sistema all’interno di una galassia in infinito movimento. Parlare a partire dalla terra, il nostro suolo, è già parlare allora da un tempo e spazio in movimento infinito. È da lì che lei considera gli accadimenti storici che ci coinvolgono.

Ritorno a Maria. Maria non arriva ad una posizione religiosa come la Hillesum, la Weil, forse la Ortese. Lei infatti parte già da una posizione religiosa, che ha preso corpo nell’accettare le parole di Gabriele che le annunciano la nascita divina per suo tramite. Ha accettato il mistero. Ma il fatto è che il mistero, l’enigma del divino lei stessa lo va scoprendo e meditando per tutto il movimento della sua vita, che seguiamo in parte nei vangeli. Con tutto il suo corpo va meditando in silenzio lo svolgersi e il significarsi dell’enigma, che non è indipendente dalla sua meditazione.

È come se lei fosse la custode dello svolgersi dell’enigma. Vivendolo in silenzio e in solitudine. Di questo non fa parola con altri nei vangeli. È come se noi fossimo debitrici a lei della memoria significativa dei fatti: meglio alla sua silenziosa testardaggine di custodire, meditare quel che avviene, portarlo a significato.

Se si parte dal presupposto che tutto quello che è scritto nei vangeli ha necessità, allora queste due frasi di Luca possono suggerire che i protagonisti del teatro del vangelo, delle azioni visibili sono soprattutto altri, ma che se queste azioni hanno un significato divino ponderato, dobbiamo essere grate a questa silenziosa meditazione di Maria, che va trasformando gli eventi da semplici fatti a figure di un movimento infinito di desiderio e di passione.

di Elisabeth Jankowski

Come pietra paziente (Pierre de patience, Francia, Afghanistan, Germania e Gran Bretagna, 2012, 102’). Il film diretto dall’afgano Atiq Rahimi, che vive in Francia da 30 anni (sceneggiato con Jean-Claude Carrière), è tratto dal suo romanzo Pietra di pazienza vincitore del Goncourt nel 2008 (Einaudi). La protagonista è l’attrice iraniana Goldhifeth Farahani.

Un film schierato, contro la guerra, naturalmente, e in un primo momento si potrebbe pensare che volesse promuovere la causa delle donne sottomesse in Afghanistan. Ma a un secondo sguardo si rivela che Atiq Rahimi sta parlando contro la violenza degli uomini, una violenza contro le donne e contro altri uomini, perfino della stessa propria fazione. Inneggia invece alla violenza delle donne. Difatti la protagonista tiene sempre il coltello a portata di mano e la sua confidente, la zia, si è liberata dalla condizione di donna sfruttata, esiliata e violentata solamente uccidendo un uomo. Anche la protagonista diventerà violenta, ma solamente nel momento in cui deve lottare per la propria sopravvivenza. Si potrebbe dire che il regista-scrittore distingue fra una violenza gratuita e distruttiva maschile e una violenza necessaria e liberatoria delle donne.

La formazione della giovane donna protagonista si svolge fra due luoghi forti, quello della guerra e quello dell’amore. Il primo è il quartiere sotto attacco dove si trova la casa che abita con le sue due figlie e il marito in coma che cura amorevolmente. È il luogo dei monologhi e solo alla fine il luogo di un vero incontro con il giovane uomo inesperto. In quell’inizio di vera vita amorosa è solo possibile il gesto, il toccarsi ma non ancora la parola dialogata.

L’altro è la casa-bordello dove vive e lavora la zia, unica parente rimasta alla giovane protagonista. Mentre il primo è un luogo grigio, o comunque a tinte pallide, polvere, spari, violenza di ogni genere, l’altro è un luogo a tinte calde, gioiose dove le donne praticano il mestiere dell’amore che non sembra in nessun momento sgradevole o colpevolizzante. Ed è in quel luogo che gli uomini si rivelano bisognosi, inesperti e fragili. Hanno bisogno di essere guidati dalle donne nell’amore.

Per la giovane protagonista è un luogo di rifugio e sicurezza dove porta le sue bambine per saperle ben accudite ed è un luogo della parola dove la protagonista può parlare con la zia, da donna a donna, e dove si compie la sua formazione interiore. È la zia che le rivela i segreti del pensiero patriarcale secondo cui alla donna sono riservate solo violenza e privazione di ogni libertà.

Una terza istanza è il corano sempre presente come oggetto nella stanza del marito e nelle invocazioni della donna nei momenti di sconforto. E sarà il corano, con l’aiuto della zia, che la guiderà verso la sua vita più vera.

I due luoghi riflettono la filosofia espressa nel film per bocca della zia: Chi non sa fare l’amore, fa la guerra. Difatti il marito è descritto come un uomo di guerra che già al fidanzamento e poi al matrimonio era presente solo in foto e quando è arrivato, alla fine, non ha avuto la capacità di guardare lei, di parlarle e di capire i suoi desideri.

Il regista parla di un popolo che è in guerra da generazioni e di uomini che vestono le armi come un abbigliamento quotidiano.

Non da sempre. Io mi ricordo gli anni Settanta quando studiavo all’università in Germania e avevo conosciuto più di uno studente afghano. Erano uomini dolci e belli e molto amati dalle donne. Delle due amiche afghane, che avevo conosciuto allora, oggi una fa la ginecologa e l’altra l’oculista. Non vorrei che il film facesse credere che il patriarcato nella forma più violenta si trovi in quella terra lontana. Il patriarcato è stato ovunque, e anche da noi e nelle nostre famiglie. Gli uomini differenti per indole, invece, esistono ovunque, anche in Afghanistan, come molti dei nostri giovani e, nel film, il soldato balbuziente.

Merito di Atiq Rahimi è quello di farci vedere una donna con il burqa, diventato ormai un’immagine importante dei nostri media. Non è quella donna repressa che si pensa comunemente ma una donna pensante, sensibile, intelligente che cerca la propria strada.

Ma ciò che stupisce di più in questo film è la citazione del Corano per bocca del muezzin che dall’altoparlante della moschea legge il testo sacro che accompagna la scena della città in guerra mentre la protagonista la attraversa per andare a trovare le figlie nella casa della zia. Riferisce il dialogo tra Khadija e Maometto, suo marito, che dice: “Khadija, sto per diventare pazzo”. Khadija lo consola e dopo ripetute afflizioni di Maometto Khadija gli rivela la presenza di un angelo.

Ed è la zia che afferma che Khadija avrebbe dovuto assumersi lei la parte dell’essere messaggera, il Profeta lei stessa, invece che dare solo consigli a Maometto. Ed è sempre la zia che parla della pietra di pazienza, che non solo dà la libertà alla persona, che ha confidato tutti i suoi segreti a questa pietra, ma fa anche diventare profeta ogni persona che si libera dalle ossessioni.

Così la protagonista può alla fine esclamare: “Sono diventata profeta. Sono diventata profeta”.

DAL 7 MAGGIO AL 3 GIUGNO 2013

Acquario Civico, Milano

Water in Genesis. Fulcro del tema della mostra e’ un essere vivente, umano-vegetale, che e’ idealmente cresciuto all’interno di un vaso colmo d’acqua e che svetta dal bordo nella sua liberta’ gestuale.


comunicato stampa

a cura di Elena Di Raddo

“In questa mostra è racchiuso il senso della nascita e della crescita, ed è riassunta anche la ricerca da diversi anni condotta dall’artista, che ha sempre cercato di unire nel suo lavoro il valore formale dell’immagine a un contenuto filosofico. Fulcro del tema della mostra è un essere vivente, umano-vegetale, che è idealmente cresciuto all’interno di un vaso colmo d’acqua e che svetta dal bordo nella sua libertà gestuale. Questa forma, che da vegetale si sta trasformando, allude chiaramente all’uomo, ma nello stesso tempo, nella sua schematicità, fa riferimento a un concetto più astratto di vita. E’ segno simbolico del ciclo biologico della vita, del suo generarsi e rigenerarsi.” Elena Di Raddo Evento Expo, Comune di Milano. L’intera iniziativa, che ha come tema uno degli argomenti fondamentali di EXPO 2015, è stata pensata come una sorta di piattaforma culturale che riunisca in unico dialogo il mondo della scienza, dell’architettura e dell’arte: verranno infatti organizzate delle tavole rotonde con la partecipazione di diversi professionisti e workshop didattici rivolti alle scuole, in cui verrà realizzata un’installazione collettiva che sarà esposta nella mostra.

Marica Moro è nata a Milano nel 1970 e dopo la laurea in Arti visive e Discipline per lo Spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, espone in molte mostre e manifestazioni in Italia e all’estero; negli ultimi anni la sua ricerca artistica spazia dalla videoanimazione, all’installazione scultorea, con l’uso di resine e materiali plastici, fino alla contaminazione tra pittura e arte digitale. Da qualche anno collabora anche con aziende di Design. Nel 2010 ha partecipato a “Water and biodiversity”, con la Galleria 10.2! e Visionlab alla Triennale Bovisa di Milano e a “Culture Nature”, a cura di Alessandra Coppa e Fortunato D’Amico, con testo in catalogo di Elena Di Raddo, evento collaterale della Biennale di Architettura di Venezia, ha inoltre realizzato “L’albero rovesciato”, con la collaborazione del Museo d’arte Paolo Pini, un’opera scultorea permanente per l’Ospedale Niguarda Cà Granda di Milano. Nel 2011 ha partecipato, tra le altre iniziative, al Festival dei Giardini-Green Street di Monza, a cura di Alessandra Coppa, a In principio… Origine e inizio dell´Universo, a cura di C. De Carli e Francesco Tedeschi, Università Cattolica di Milano, 012 Proetica-profetica, alla Stazione di Porta Nuova a Torino e alla mostra Designer in 3D alla Triennale Bovisa, dove è stata esposta “Genesis” una sua opera monumentale, poi ospitata nel 2012 dal Museo d’arte contemporanea di Lissone. Nello stesso anno ha inoltre esposto nella mostra personale Materpolis-City genesis, a cura di Eleonora Fiorani, Spazio City Art, Milano e a Pink vision- Art Science and Bricks, a cura di A.Pizzati Caiani, Triennale, Milano. Nel giugno del 2013 l’artista esporrà alla Galleria d’arte moderna di Genova nella mostra “SEEDS”, a cura di Fortunato D’Amico e MariaFlora Giubilei.

Sponsor Gobbetto, Edilgreen Sponsor tecnico Plastecnic

Inaugurazione: 7 maggio ore 19

Acquario Civico
viale Gadio, 2, Milano

Orari: martedì-domenica ore 9.30-12.30 e 14.30-17.30

Ingresso gratuito

 

di Alina Marazzi, Italia, 2013, 83 min.

Note di Laura Modini dopo aver visto l’ultimo film di Alina Marazzi.

Dico subito che non sono più giovane e che non ho mai avuto figli.
Detto questo, il film “Tutto parla di te” è riuscito a catturarmi, non immediatamente, ma insinuandosi dapprima nei miei pensieri per poi giungere al cuore, rievocando ricordi e racconti ascoltati nel corso degli anni di altre donne amiche che hanno vissuto l’esperienza della maternità.
Questo film non si ammanta di emozioni scalpitanti, non ci sono momenti catartici scoppianti di colori e suoni, non c’è pronto il melodrammone, no!
“In tutto parla di te” il clima è pacato, alle volte distaccato, come se la regista volesse tenere a freno emozioni incontrollabili.
Le immagini esteticamente pulite (ottima fotografia) non sono mai esplosive. Tutto è quasi normale, nel bello che accoglie il nostro occhio lasciandoci il tempo di ascoltare, guardando e seguendo una sofferenza muoversi viva nella suo quotidianità.
Dunque, vita normale di donne dei nostri giorni che si muovono tra desideri contrastanti: lavoro, amore, realizzazione artistica, famiglia. Giovani donne che sentono la loro vita piena bloccata, per un attimo come congelata da quell’evento magari anche desiderato  ma che spesso non le trova sufficientemente pronte per viverlo.
Donne che si trovano davanti a un’esperienza terribilmente sconosciuta che le risucchia totalmente e le fissa in un tempo che non concede tregua. “Un figlio è per sempre” dice una protagonista. E’ vero, l’amore per un figlio può non finire mai, ma in quel momento sembra che non finiranno mai anche i pianti notturni e l’accudimento costante.
Credo, che Alina Marazzi con questo ultimo film voglia chiudere un cerchio aperto con “Un’ora sola ti vorrei” dove ha raccontato la vita di sua madre terminata con un suicidio dopo la seconda gravidanza.
In “Tutto parla di te” invece si sofferma nella vita di tante giovani donne, nei loro sentimenti, nelle loro debolezze, la telecamera indugia sulle loro lacrime, sulla loro momentanea fragilità, sui loro gesti sconsolasti. Ma non eccede, è misurata, è in ascolto, quasi la regista voglia trovare una soluzione, una via di scampo.
E la trova mettendo a confronto la storia di una donna non più giovane che ha elaborato il suo dolore e che vuole liberarsene per sempre. Riflettendola in quella di una neo mamma in crisi: la relazione che si instaura tra le due donne diventa appagamento e liberazione di sensi di colpa che l’una provava verso la madre e l’altra prova verso la sua piccola creatura.
Per le due coprotagoniste, tanto diverse ma tanto unite, un dolore senza nome custodito nel cuore e nel cuore risolto.
E la trova! Ma ce la suggerisce con una delicata fantasia animata quasi non abbia il coraggio di dirla a piena voce, quasi sia così difficile ipotizzarla con corpi vivi e situazioni reali.