di Laura Minguzzi
La Servitù volontaria di Sarantis Thanopulos rubrica “Verità nascoste” del Manifesto di sabato 11 maggio 2013, pag. 15.
L’autore, psicanalista, consiglia una lettura che l’ha appassionato di Fabio Ciaramelli e Ugo Maria Olivieri, Il fascino dell’obbedienza che analizza il saggio del ‘500 di Etienne de La Boétie (amico di Michel de Montaigne) La Servitù volontaria appunto. Un classico sulla natura del totalitarismo o pensiero unico. Concordo con la conclusione dell’estensore dell’articolo, per averne fatto esperienza diretta, che dice: “Solo facendoci carico, attraversandolo, del dolore che può portarci o alla depressione o alla perversione del dominio sugli altri, possiamo giungere al luogo del nostro desiderio” e rispondere all’autorità del desiderio, aggiungo io. Continua Thanopoulos: “Perché sia la negazione del desiderio (risposta all’estrema precarietà della relazione con l’altro-a) sia la perversione del dominio sull’altro-a, portano alla cancellazione delle differenze, all’omologazione dei modelli di comportamento, alla passività del vivere.. I soggetti asserviti al fantasma del potere (da dominati o da dominatori) non hanno consapevolezza, esattamente come i depressi”.
Penso anch’io che abdicare al proprio desiderio porta alla depressione e rende i soggetti e di conseguenza il corpo sociale più propensi alla sottomissione. Questo vale anche per la società femminile. Andare all’origine dell’errore, della perdita e assumerne la responsabilità può essere una via d’uscita, un ritrovarsi e ritrovare energia, un rinascere alla vita attiva, alla politica, per tutti. Mi spingo a vedere un nesso anche con la stagnazione economica in cui si trova oggi l’Italia. Passare per questa porta stretta può aprire una strada per sbloccare energie vitali e rigenerare la vita associata, le relazioni fra i sessi. A Michel de Montaigne, a proposito del controverso tema dell’autorità vs potere, fa riferimento anche Luisa Muraro nella sua recente pubblicazione Autorità di Rosenberg&Sellier.
Ragazze in fuga per diventare suore
di Benedetta Argentieri
C’è un luogo molto speciale a 30 chilometri da Atene. Cinque case nascoste tra le montagne e il mare. Un piccolo villaggio che per quasi cinquant’anni ha accolto tutti i bambini senza una casa. Senza genitori oppure troppo poveri per avere un’esistenza decente. Abbandonati. In trecento sono cresciuti in questo orfanotrofio con l’amore e con le cure di sei donne “straordinarie”. E che a loro volta sono fuggite dalle loro famiglie, sfidato le forze dell’ordine e persino la chiesa ortodossa.
La regista americana (trapiantata in Grecia) Valerie Kontakos che ha deciso di fare un documentario sulla loro storia, non esita a chiamarle “femministe”. Sì, perché loro «sono andate contro tutti per fondare un loro ordine religioso e prendersi cura dei più piccoli».
Ce l’hanno fatta senza «finanziamenti dallo Stato» e sono andate avanti solo «con aiuti da privati». Kontakos ha scoperto il Lyrio Children’s Village per caso «attraverso alcuni amici». E dopo averlo visitato è rimasta incantata. Affascinata. E in questo momento di crisi economica «anche loro hanno bisogno di farsi conoscere per raccogliere fondi». Così ha aperto una piattaforma di crowdfounding e in pochi mesi ha superato il suo obiettivo (45mila dollari), raccogliendo quasi 65mila euro.
Mana (che in greco vuol dire mamma) vuole raccontare una storia cominciata nel 1962. Sei ragazze di 20 anni, sei amiche scappano di casa dallo stesso villaggio. «Vogliono diventare suore, ma fondando un loro ordine per prendersi cura dei bambini delle altre». A quell’epoca, anche per prendere i voti, bisognava avere 21 anni o almeno i permessi dei genitori. Ma le famiglie si oppongono. Loro spariscono. Così cominciano le ricerche. I giornali non parlano d’altro che di questa «gang» di giovani donne. E la polizia le trova. Tutte vengono rinchiuse dai parenti, confinate nelle loro stanze, fino a quando riescono a scappare di nuovo. E per tre anni rimangono nascoste. Lì, dove oggi sorge l’orfanotrofio.
«Hanno lavorato tantissimo. Non hanno chiesto nulla a nessuno. L’indipendenza prima di tutto. E passo dopo passo sono diventate un punto di riferimento per tutto la Grecia». Anche perché il loro metodo è molto diverso da quello usato dalle istituzioni. «Quando un bambino viene affidato a loro, cercano se ha fratelli in altri istituti per poter fare un ricongiungimento. I ragazzi non devono lasciare le loro case a 18 anni. Possono scegliere di rimanere, in un’altra casa». Ora a gestire questo «villaggio di bambini» sono quattro. «Una è morta. L’altra lavora in una casa che accoglie donne vedove. In grecia se tuo marito è morto puoi avere molte difficioltà». Suor Maria, Dorothea, Parthenia e Kaliniki continuano a stare lì, in quelle cinque case sulla montagna proprio davanti al Mar Egeo.
Lettera aperta scritta dalle donne delle Comunità cristiane di base in Italia come segno di solidarietà alle Sorelle religiose, frutto del confronto che abbiamo avuto al recente Incontro nazionale dei gruppi-donne dell CdB e non solo, che è avvenuto a Cattolica ( Rimini) il 10-12 maggio 2013, dal titolo: “Smontando impalcature, tessendo relazioni. In tempi di crisi, dove ci portano i soffi leggeri del divino?”
Come donne delle Comunità cristiane di base italiane che hanno scelto di stare insieme a donne appartenenti ad altri gruppi e associazioni, ci siamo riunite a Cattolica (RN) per confrontarci sul significato del nostro percorso di riflessione, intrapreso ormai da diversi anni, nella ricerca di un divino al di là della concezione patriarcale che ci viene tramandata.
Il tema dell’incontro “Smontando impalcature, tessendo relazioni. In tempi di crisi dove ci portano i soffi leggeri del divino?” indica anche che la nostra esperienza è stata caratterizzata dal riconoscimento dell’importanza vitale delle relazioni fra donne, impegnate in percorsi anche differenti ma segnati dalla autonoma ricerca di quella libertà femminile che abbatte gabbie ideologiche culturali e confessionali. Cerchiamo dunque di “tessere” relazioni con altre donne, sia che vivano esperienze di fede e testimonino con la loro vita l’aderenza al messaggio di Gesù e Maria di Nazareth, sia che siano laicamente presenti e agiscano nella più ampia comunità sociale del nostro paese per la valorizzazione della differenza femminile.
Oggi, ci rivolgiamo a voi donne “consacrate”, perché spesso avete avuto spazio nei nostri pensieri e nelle nostre riflessioni, con un’attenzione particolare al vostro ruolo e funzione nella comunità ecclesiale, ruolo e funzione spesso sottaciuti, oppure criticati, come è avvenuto di recente dalla gerarchia cattolica. Ecco il perché di questa lettera aperta, che è prima di tutto una comunicazione da donne a donne, con la quale vogliamo trasmettervi alcune considerazioni e riflessioni scaturite dal nostro confronto.
Ci viene spontaneo riconoscervi, come Maria di Magdala e le altre amiche di Gesù, nel ruolo di prime portatrici di una novità positiva nell’ambito della Comunità ecclesiale: “annunciatrici della resurrezione” che per noi significa innanzitutto promotrici di liberazione e di superamento della violenza. Spesso gli insegnamenti tradizionali ecclesiastici trascurano ed omettono la valorizzazione delle diversità di genere e si situano in sintonia con la cultura maschilista dominante che è causa di relazioni distorte e del diffondersi del sessismo.
Questa cultura conduce alla prevaricazione con una violenza che sempre più spesso diventa mortale per molte donne; il femminicidio è entrato ormai nel linguaggio comune per il suo accentuarsi in questi tempi nella cronaca quotidiana. Contro questa cultura occorre che le donne, tutte e di tutte le appartenenze, trovino alleanze e agiscano insieme sulla formazione, facendo leva sulla forza dell’amore sincero di cui sono portatrici.
Ci sembra anche giusto che sia riconosciuta in quanto donne la vostra presenza e la vostra autorità a prescindere dalla maternità, ‘fisica’ o ‘spirituale’, e senza dover sottostare ad un disegno di subordinazione o a ruoli prestabiliti; siamo certe infatti che un apporto importante di voi suore sia rappresentato dal valore aggiunto di maternità, affettività e tenerezza, ma siamo certe che non debba essere questa l’unica caratteristica che connota la vostra vocazione e il vostro ruolo all’interno della chiesa.
Le donne accompagnavano la missione itinerante di Gesù con i loro beni, col lavoro, con la sapienza, ognuna secondo la propria vocazione. Giovanna, Susanna, e molte altre. Maria, la mamma, a Cana ha l’autorevolezza di ‘ignorare’ una risposta piuttosto scostante del figlio e dice ai servitori di fare quello che lui dirà, sapendo evidentemente che lui farà quello che lei gli aveva chiesto; la donna siro-fenicia, con la sua accorata insistenza, forse aiuta Gesù ad allargare l’orizzonte della sua missione oltre i confini di Israele. E’ a una donna, la samaritana, che Gesù annuncia che è giunto il tempo di adorare Dio in spirito e verità e non più dentro il tempio. Ed è Marta, sorella di Lazzaro, che fa la sua professione di fede prima di Pietro, riconoscendo il Cristo come figlio di Dio.
Tutti gli episodi dei vangeli in cui le donne compaiono dimostrano la dignità e l’autorevolezza che Gesù riconosce loro, con anticonformistica audacia, anzi a nostro parere nel rapporto di Gesù con le donne c’è una rivoluzione totale, c’è una vera e propria investitura delle donne. Questo è stato il messaggio dissidente recepito dalle comunità cristiane delle origini; nei primi decenni della nascente chiesa troviamo tante donne che partecipavano attivamente nei vari ministeri delle comunità: Febe, Prisca, Maria, Giunia (definita da Paolo ‘insigne tra gli apostoli’ e poi diventata, come sappiamo, Giunio…). E’ fondamentale, in rapporto alle tradizioni, mantenere fedeltà a questo messaggio di liberazione.
Sappiamo bene come proprio tra le suore ci siano fior di donne autorevoli nel pensiero, nell’azione, nella teologia femminista e nella profezia, tutti talenti che molte spendono con generosità anche sulle strade e sulle piazze italiane, a cui noi siamo debitrici. Riconoscendovi dunque grandi meriti, vi esortiamo, e vi chiediamo aiuto per avere sempre progetti di liberazione e conseguirli con la finalità universale che il messaggio evangelico suggerisce. Anche le discepole, a cinquanta giorni dalla morte di Gesù, insieme ai discepoli partirono dal luogo di incontro verso il mondo esterno, parlando tutte le lingue necessarie per la diffusione del messaggio di libertà per tutte le donne e gli uomini della terra.
Voi fate voto di povertà, si sa che la vostra testimonianza è prima di tutto con i più deboli, con coloro che non hanno potere e tra questi vi sono in primis proprio le donne, specialmente le donne oggetto di sfruttamento da parte di una cultura dominante maschile, e poi ci sono i bambini, gli ammalati, gli stranieri e le straniere: noi tutte vi siamo riconoscenti per questi compiti che svolgete con cura e prezioso impegno, cercando con tutte le vostre forze di rimediare ai disastri di cui altri sono responsabili.
Riguardo alla sessualità ci preme evidenziare che quando è vissuta nella consapevolezza ed auto-determinazione, nel piacere e nell’amore è pienamente appagante e per nulla “peccaminosa” come sono soliti richiamarci testi canonici e disciplinari: l’augurio per tutte le donne e quindi anche per voi è che ci sia una nuova “regola” che rispetti e valorizzi la sessualità e non già una negazione a priori dettata da pregiudizi e dal potere maschile di sottomissione del corpo delle donne!
Ci sembra anche importante che l’esercizio dell’autorità e dell’ obbedienza siano sempre improntati al rispetto della libertà femminile e della sua espansione, anche quando ciò comporti un conflitto, ogni volta che l’obbedire contrasti con la coscienza; occorre che abbiate il coraggio della disobbedienza costruttiva per il bene delle sorelle, delle donne in genere e della più ampia comunità religiosa. Diciamo questo proprio “in memoria di colei” che, a Betania, ebbe il coraggio, con un gesto non condiviso dai maschi presenti ma apprezzato da Gesù, di spargere il prezioso profumo di nardo sul capo di Gesù poco prima della sua morte: il profumo simbolo dello “spreco positivo” e come gesto d’amore.
Infine esprimiamo la nostra vicinanza e compartecipazione alle suore statunitensi, alle loro congregazioni e alle “madri superiori” che hanno compiti di guida ed organizzativi di carattere generale, affermando che il loro percorso e la loro ricerca teologica e biblica ci ha profondamente coinvolte. Nell’approfondire la loro condizione possiamo affermare che la libertà di espressione nella comunità ecclesiale di cui loro sono portatrici è molto positiva e può aiutarle ed aiutarci a vivere processi di libertà personale e di gruppo nella chiesa. A nulla varranno pertanto i criteri di giudizio delle gerarchie maschili, purtroppo ancora sorde alla novità positiva portata dalle donne, che non potranno cancellare il ruolo di profete dei “tempi nuovi” che tutte noi auspichiamo.
Donne delle Comunità cristiane di base di Alba, Roma, Firenze, Genova, Pinerolo, Napoli, Bologna, di Thea – teologia al femminile di Trento e Rovereto, delle Donne in Cerchio di Roma, dei gruppi Donne in ricerca di Padova, Ravenna, Verona, del Graal di Milano, di Identità e differenza di Spinea, ed altre singole donne, vi siamo solidali e vi inviamo il nostro affettuoso abbraccio sororale.
Cattolica (RN), 12 maggio 2013
di Virginia Woolf*
Sono le parole le vere colpevoli. Sono tra le cose più indisciplinate, più libere, più irresponsabili e più riluttanti a lasciarsi insegnare. Certo, possiamo sempre prenderle, suddividerle e metterle in ordine alfabetico nei dizionari. Ma le parole non vivono nei dizionari; vivono nella mente. Se ne volete una prova, pensate a quante volte, nei momenti di maggiore emozione, vi capita di non trovarne nessuna quando più ne avreste bisogno. Eppure il dizionario esiste; e lì, a vostra disposizione, ci sono mezzo milione di parole tutte in ordine alfabetico. Ma potete davvero usarle? No, perché le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente. Consultate il dizionario. Lì, senza alcun dubbio, si trovano drammi più splendidi di Antonio e Cleopatra; poesie più belle dell’Ode dell’usignolo; romanzi al cui confronto Orgoglio e pregiudizio e Davide Copperfield non sono altro che rozzi esercizi da dilettante. La questione è solo quella di trovare le parole giuste e di metterle nell’ordine giusto. Ma non possiamo farlo perché esse non vivono nei dizionari, ma nella mente. E come vivono nella mente? Nei modi più strani e svariati, non molto diversamente dagli esseri umani; vagando qua e là, innamorandosi e accoppiandosi. E’ indubbio che siano molto meno limitate di noi dalle convenzioni e dai cerimoniali. Parole regali possono permettersi di accoppiarsi con le più comuni. Parole inglesi sposano parole francesi, tedesche, indiane, e di colore se gli salta in mente di farlo. Di fatto, quanto meno indaghiamo nel passato della nostra cara madrelingua inglese, tanto meglio sarà per la reputazione di quella Signora. Perché è diventata una di quelle donne che passano di continuo da una persona all’altra.
Per questo, imporre regole a tali impedimenti vagabondi è del tutto inutile. Le poche regole di grammatica e di ortografia esistenti sono le uniche restrizioni che potremmo imporre loro. Al massimo possiamo dire loro – man mano che le spiamo dal profondo limite della caverna scura e male illuminata in cui vivono – che sembrano preferire la gente che sente e pensa prima di usarle, ma non deve essere gente che sente e pensa a loro, ma a qualcosa di diverso. Perché sono molto sensibili, e si sentono facilmente a disagio. Non amano che si discuta della loro purezza o della loro impurità. Se fondate un’Associazione a favore dell’Inglese Puro, esse mostreranno il loro disappunto fondandone un’altra a sostegno dell’Inglese Impuro – da cui deriva l’innaturale violenza di molti discorsi moderni; che altro non vuole essere se non una protesta contro i puritani. Le parole sono anche molto democratiche; pensano che una parola sia buona come un’altra; che le parole rozze valgano quanto quelle educate; che quelle incolte siano uguali a quelle colte; non esistono classi o titoli di merito nella loro società. E non amano essere sollevate in punta di penna ed esaminate una per una. Restano sempre unite in frasi, in paragrafi, e a volte per intere pagine di fila. Odiano essere utili; odiano dover far soldi; odiano andare in giro a tenere conferenze. In breve, odiano qualsiasi cosa imponga loro un unico significato, o che le immobilizzi in un’unica posa, perché cambiare fa parte della loro natura.
E forse è proprio questa la loro caratteristica più sorprendente: il loro bisogno di cambiare. Perché la verità che cercano di affermare ha tante facce; e proprio perché loro stesse sono molto sfaccettate riescono a comunicarla, illuminando ora un volto, ora un altro. Per questo possono significare una cosa per una persona e un’altra cosa per un’altra; per questo risultano incomprensibili a una generazione e del tutto scontate per quella successiva. Ed è proprio grazie a questa loro complessità che esse sopravvivono. Allora, forse uno dei motivi per cui oggi non abbiamo grandi poeti, grandi romanzieri, o grandi critici è che neghiamo alle parole la loro libertà. Le inchiodiamo a un unico significato, al loro significato utile; a quello che ci fa prendere un treno e che ci fa superare gli esami. E quando le parole vengono inchiodate a un unico significato, ripiegano le loro ali e muoiono. In conclusione, e con più veemenza, come noi stessi, le parole, per vivere a loro agio, hanno bisogno di agire per conto proprio. Senza dubbio a loro fa piacere che noi sentiamo e pensiamo prima di usarle; ma vogliono anche che ci concediamo una pausa; che diventiamo incoscienti. Il nostro inconscio è la loro privacy; la nostra ombra è la loro luce… Quella pausa è stata fatta, quel velo d’oscurità è stato calato per indurre le parole a unirsi in uno di quei matrimoni veloci che si traducono in immagini perfette e producono bellezza eterna. Eppure stasera niente di tutto questo accadrà. Quelle monelle sono adirate; scortesi; disobbedienti; mute. Cosa staranno confabulando?
«Il tempo è scaduto! Silenzio!»
* Questo magnifico testo è la trascrizione di una trasmissione radiofonica del 20 aprile 1937. Ed è contenuto in un libricino piccolo piccolo, edito da La Tartaruga nel 1996, insieme con tre saggi della nostra maestra Virginia Woolf. Sono: Come si legge un libro?, apparso su Yale Review nell’ottobre 1926; Lo scrittore e la vita (New York Herald Tribune, novembre 1926) e L’arte della narrativa (New York Herald Tribune, 1927). La traduzione è di Daniela Daniele. Ogni singola parola di quello libretto sarebbe da imparare a memoria. (Paola Ciccioli)
Mosca, 28 mag. (TMNews) – Maria Alyokhina, membro delle Pussy Riot condannata per il blitz musicale anti-Putin nella cattedrale moscovita di Cristo il Salvatore, è stata ricoverata presso l’unità medica della colonia penale dove è detenuta, nella regione di Perm. “Questo è il settimo giorno di sciopero della fame di Masha” ha twittato Voyna, il gruppo artistico vicino alla band. Allo stesso tempo, l’avvocato Oksana Darova ha detto che il personale della colonia penale ha rifiutato di farla entrare per visitare la sua assistita.
Alyokhina ha iniziato lo sciopero della fame il 22 maggio per protestare contro la violazione dei suoi diritti, in particolare contro il rifiuto da parte del tribunale Berezniki di farla assistere alle udienze sul procedimento avviato per decidere se concederle o meno la scarcerazione anticipata.
PROSSIMO APPUNTAMENTO lunedì 27 maggio 2013
L’Agorà del lavoro
per incontrarsi ribellarsi progettare
accade a Milano
lunedì 27 maggio 2013 dalle 18,30 alle 21
Viale D’Annunzio, 15;
tram 2 e 14 P.za General Cantore;
3 e 9 P.za 24 Maggio;
metro 2 Sant’Agostino
siete tutte e tutti invitati
Quali gli obiettivi dell’Agorà?
Mettere al centro dello spazio pubblico il lavoro e l’economia, illuminandoli con il punto di vista che nasce dall’esperienza e dal pensiero delle donne.
E cioè: ripensare tutto il lavoro a partire da quell’intreccio imprescindibile di vita e lavoro, produzione e riproduzione, denaro e riconoscimento, autonomia e dipendenza, individualità e relazioni in cui siamo immerse/i.
Quell’intreccio, se condiviso, può diventare per tutti forza su cui fare leva per il cambiamento.
Cerchiamo insieme come. Scommettiamo insieme su quella forza.
Vogliamo far crescere a Milano un luogo autorevole, una piazza pensante che esprima e vada oltre l’indignazione, che dia più forza e visibilità a ognuna/o nei suoi contesti di vita e lavoro, nei suoi desideri ma anche nelle contrattazioni e nei conflitti.
I principali contenuti emersi in ogni incontro verranno via via raccolti e fatti circolare nel blog: un sapere nato insieme, a disposizione di tutte e tutti.
agoradellavoro.wordpress.com
di Luciana Piddiu
“Occorrerà del coraggio per fare ciò che sono in procinto di fare: dire ed espormi all’enorme sorpresa che proverò di fronte alla povertà della cosa detta.”
(Clarice Lispector)
C’è una questione su cui da tempo vado interrogandomi: la separazione tra concepimento e genitorialità e le possibili conseguenze sulle vite dei bambini che vengono messi al mondo con queste moderne tecniche di fecondazione.
Per evitare fraintendimenti o malintesi, premetto che non ho alcun dubbio che singoli/e o coppie omoparentali o etero, affette da sterilità, possano essere ottimi genitori in grado di crescere con cura e amore le loro creature.
Non è questo il punto.
Mi inquieta che – per voler sembrare emancipati e al passo coi tempi – si semplifichi e si banalizzi una questione che rimane complessa. E non ci sarà legge al mondo, quand’anche fosse approvata all’unanimità e a furor di popolo, che possa nascondere o stemperare questa complessità.
Mi chiedo infatti che conseguenze potrà avere – a lungo termine – l’intermediazione del denaro con le relative pratiche di tariffazione in quella sfera cruciale dell’esperienza umana che è la generazione, legata intimamente alla sessualità e quantomeno al contatto, se non alla relazione, fra esseri di genere differente.
Dare la vita non è un privilegio, come sembra far intendere la rockstar Nannini in una intervista rilasciata a Vanity Fair, è solo una possibilità che può essere o no iscritta nei nostri corpi e che sarebbe auspicabile non vivere come obbligo sociale.
Il desiderio legittimo di essere genitori è stato, attraverso successivi slittamenti linguistici, trasformato in bisogno e da lì in diritto. Senza tenere in alcun conto che il desiderio di essere genitore è del tutto indipendente – per tutti – dalla possibilità biologica di riprodursi e senza considerare che l’assolutizzazione del desiderio ci ha reso ciechi e senza misura.
Dal desiderio totalizzante si è arrivati così al diritto, rivendicato dallo Stato, di avere (e sottolineo avere) un bambino con la conseguente riduzione del bambino a bene di cui ci si possa appropriare.
E’ evidente che tale diritto non esiste mentre esistono da parte degli adulti doveri verso i bambini tutti.
Possiamo davvero essere certi che la negoziazione prima e l’acquisto poi – non la donazione, come ipocritamente si dice – di tutto ciò che occorre per produrre ‘il bambino’ sarà ininfluente per i soggetti coinvolti? (passando sotto silenzio l’enorme giro di affari che si cela dietro le banche del seme e la locazione degli uteri di donne ridotte a puri contenitori).
I nati attraverso queste tecniche avranno diritto di accedere, se lo vogliono, all’identità dei loro genitori biologici?
La loro propria esistenza, resa possibile dalla differenza sessuale, e la loro identità anagrafica sarà iscritta nel loro stato civile o negata in nome dell’esigenza di non discriminare le coppie omoparentali rispetto alle altre ?
Se è ormai assodato che la filiazione è soprattutto simbolica e passa dunque dalle parole e dalla testimonianza, non è quantomeno azzardato supporre che non farà problema il non sapere da dove si viene, il non potersi collocare in una storia genealogica ?
Non penso davvero che sia di conforto per affrontare la vita scoprire che si è venuti alla luce grazie a un atto di compravendita.
Perché condanniamo senza appello l’acquisto di bambini e ci sembra invece lecita l’intermediazione del denaro e la mercificazione delle persone nel campo riproduttivo in cui ovociti, sperma e uteri sono trattati alla stregua di ‘capitali’ da cui trarre profitto?
A dispetto dell’ affermazione che i figli hanno solo bisogno di essere amati e sono di chi li educa e li cresce e non di chi li fa, a me pare che si celi in queste pratiche il ‘desiderio’ assoluto di trasmettere almeno in parte il proprio corredo biologico a bambini che saranno sicuramente beneamati e felici ma che non potranno non essere turbati dal sapere un giorno che qualcuno, inseguendo il proprio desiderio, ha deciso per loro di privarli di una mamma o di un babbo o comunque di cancellare la persona che li ha accolti e nutriti nei nove mesi di gestazione.
Non sarà uno zaino troppo pesante da portare in una società dalle appartenenze sempre più fluide e fragili, in un universo sempre più freddo? Davvero non è più essenziale alla condizione umana sapere da dove si viene per poter scegliere dove andare?
dal 26 Maggio al 28 luglio 2013
Sebbene Shirana Shahbazi utilizzi il medium fotografico analogico, i bordi delle sue forme sfociano continuamente nella contaminazione visiva con altri mezzi espressivi quali la pittura, l’incisione e la costruzione. Il tema della Natura Morta è ricorrente nel suo operato, ma Shahbazi si cimenta anche con il ritratto e il paesaggio, interrogandosi sulla dicotomia tra la modernità e la tradizione, tra l’epico e l’ordinario.
L’immaginario di Shirana Shahbazi è strettamente connesso alla tradizione della pittura occidentale, in particolare a quella dei maestri tedeschi e fiamminghi del XVII secolo. I meticolosi arrangiamenti di frutta, animali, fiori e gioielli riportano alla mente i dipinti della Vanitas, contenenti allegorie sul tema dell’inevitabilità della morte, sull’inconsistenza delle cose materiali, e sulla futilità dei piaceri terreni. L’artista crea nuove possibilità di rappresentazione combinando in modo drammatico diversi oggetti su un fondo nero.
Sull’artista:
Shirana Shahbazi nasce a Teheran nel 1974 e si trasferisce in Germania in tenera età. Studia fotografia a Zurigo, in Svizzera prima di completare una serie di residenze a New York (2003), a Berlino (2006), e presso l’Hammer Museum di Los Angeles (2008). Vive e lavora a Zurigo.
Le sue mostre personali, ampiamente acclamate dalla critica, hanno avuto un raggio internazionale, tra queste: Winterthur Museum (Svizzera), 2011; New Museum, (New York,USA), 2011; Hammer Museum (Los Angeles, USA), 2008; e Barbican Art Gallery (Londra, UK), 2008, e molte altre. L’artista ha preso parte anche a importanti mostre collettive tra cui “New Photography 2012” al MOMA (New York, USA), 2012.
______________________________
Shirana Shahbazi
martedì 28 maggio – venerdì 26 luglio 2013
CARDI BLACK BOX GALLERY
Corso di Porta Nuova, 38 – Milano
Tel.
+ 39 02 45478189
gallery@cardiblackbox.com
www.cardiblackbox.com
MEDIA CONTACTS:
Justin Conner, FITZ & CO, 212-627-1455 x233, justin@fitzandco.com
Jenny Isakowitz, FITZ & CO, 212-627-1455 x254, jenny@fitzandco.com
Elena Bodecchi, Cardi Black Box,
02 45478189 , elena@cardiblackbox.com
Immagini:
Shirana Shahbazi, From the series Flowers, Fruits & Portraits [Schmetterling-34-2009], 2009
C-print on aluminium 120 x 150 cm
Shirana Shahbazi. From the series Flowers, Fruits & Portraits [Stilleben-27-2008], 2008
C-print on aluminium 120 x 150 cm
Shirana Shahbazi. [Komposition-64-2013]
C-
di Ilaria Durigon, Chiara Melloni – redazione Femminile Plurale
femminileplurale.wordpress.com
femminileplurale@gmail.com
Articolo VD 104 ‘un sì e tre no’
La situazione politica attuale, soprattutto per la deriva che ha assunto negli ultimi mesi, e in particolare a partire dalle elezioni politiche di febbraio scorso, impone al femminismo una riflessione sulla direzione da prendere e sulle pratiche da sviluppare. È innegabile che gli ultimi avvenimenti nella politica nazionale abbiano nuovamente messo in luce la crisi di un sistema politico che da decenni si mostra come inadeguato rispetto alle trasformazioni avvenute sullo spazio sociale e sulla scena globale. La rappresentanza, questo meccanismo che, almeno formalmente, sta all’origine dello Stato, si è definitivamente mostrata come un sistema che produce una radicale separazione tra “politica” (intesa qui come specifica attività cui sono deputate determinate istituzioni statali) e cittadini. La fantomatica “democrazia diretta” millantata da Grillo e dal suo Movimento 5 Stelle non cambia nulla in questa analisi, anzi, se possibile, la aggrava: la retorica anti-partitica di un partito (sebbene con tratti modificati rispetto alla versione tradizionale) rende le sue dinamiche ancora più opache.
Quello a cui assistiamo è l’esito inevitabile di un sistema politico sorpassato, incapace di rispondere alle sfide del presente. Non si possono leggere la diminuzione costante della partecipazione popolare alle elezioni da un lato, e la pseudo partecipazione grillina dall’altro, se non come conseguenze di questa crisi. Come non comprendere d’altronde la disaffezione nei confronti di una simile politica, una politica che ha nel suo germe la disaffezione, una politica che spoliticizza, evidente antitesi di un potere che pretende di chiamarsi “politica” ma non lo è?
Che fare, quindi? Il femminismo, come giustamente sottolineate, ci fornisce la storia di una politica diversa, l’esempio di pratiche altre, espressioni di una tradizione di pensiero che non si accorda né con quella che trova il suo fulcro nello Stato e nelle sue strutture né con quella che fa del contrasto a queste ultime la propria missione. Potere e contro-potere sono i due poli di un’unica dialettica, sono cioè correlativi: poiché l’uno non può esistere senza l’altro, essi si danno – al di là dell’aspro contrasto apparente – sostegno a vicenda. Essi condividono lo stesso fondamento. Potremmo dire che sono le due facce di un’unica medaglia.
Bisogna guardare altrove e altrimenti, ci dice la nostra tradizione. Altrove rispetto ad un’idea di politica che si esaurisce nella delega, altrimenti rispetto ad una politica che si identifica con un potere che – se è sia formalmente che concretamente lontano dalle decisioni politiche effettive – nondimeno mostra gli effetti di quelle decisioni nei nostri stessi corpi, così vicino da essere ‘dentro’ di noi. Ci troviamo così, nostro malgrado, a reiterare quel potere per mezzo delle nostre azioni e del nostro modo di pensare.
Le pratiche femministe non rientrano nella categoria della reiterazione di questo potere. Sono pratiche di riappropriazione di sé, di ciò che ci circonda e del senso che gli diamo. E sono pratiche che potremmo definire ‘anarchiche’, i principi che le guidano sono quelli dell’autogoverno, della cooperazione e del mutualismo. Non si tratta, a nostro avviso, di “forze aventi natura costituente”, poiché con ciò si rimanda ancora al sistema simbolico dello Stato. Il femminismo, con la sua intrinseca anarchia, non si è modellato sullo Stato e sulle sue regole. La costituzione è un ordine fisso strettamente connesso alle idee di un’unità indifferenziata, uguaglianza e libertà, idee puramente formali, fondate sull’immagine di un soggetto neutro, pretesa universalizzante di un potere che più che tutelare tende ad uniformare. Il femminismo ha piuttosto creato nuove istituzioni, nel senso più ampio del termine. Ha creato nuove regole e nuovi luoghi per la loro estrinsecazione. Queste nuove istituzioni, non gerarchiche, si fondano su una politica dello stare insieme, una politica che trova il suo centro e il suo motore non nell’individuo ma nella relazione, ossia da due in su. Esse cioè sono anarchiche nel senso della creazione di un nuovo senso dell’ordine, non fondato sul potere, ma sulla collaborazione, sull’organizzazione collettiva e condivisa di ciò che si può definire “comune”. Nell’idea del comune sta quel superamento della distinzione tra pubblico e privato che è stato il vero punto di partenza del pensiero femminista. Esso è una sua istituzione.
A cosa diciamo sì?, ci chiediamo infine seguendo il vostro ragionamento. Diciamo sì al seguire la strada tracciata dalla storia del nostro movimento, a quel modo di fare politica intesa come pratica quotidiana che da sempre lo caratterizza.
Diciamo no a reiterare il potere dal quale vogliamo liberarci e no anche a seguire le illusioni di un contro-potere che, per una società a venire, non farebbe altro che riproporre il meccanismo attraverso cui il potere costituto detta legge oggi.
Piuttosto si tratta di continuare a scegliere la strada più difficile, cioè, come direbbe Ranciére, “dimostrare una capacità che è anche, contemporaneamente, una dimostrazione di comunità”.
Note sul convegno di Roma, 23 marzo 2013
di Bianca Bottero, Anna Di Salvo
Se il titolo esprime fermezza, forza e radicalità, l’insieme ricchissimo di contributi è risultato molto pensoso. Mentre quattro anni fa, al convegno “Microarchitetture del quotidiano: sapere femminile e cura della città” (confluito poi nel libro Architetture del desiderio, Liguori 2011) si espresse una vera e propria esplosione di creatività alternativa, tale da tracciare una sorta di nuova epopea, da evocare quasi la nascita di “un quinto stato”, a Roma il 23 marzo scorso ciò che era aurorale è diventato discorso critico, riflessione matura. Una riflessione che, pur a partire da tante importanti acquisizioni e ricchezza di rapporti, non può non fare i conti col presente, con le sempre più acuite condizioni di disagio sociale, delle e dei giovani in specie, con il “globalizzarsi” del disastro ambientale, col sempre più incerto e minaccioso futuro tra poteri mafiosi e occulte reti finanziarie, ideologie religiose, vecchi e nuovi potentati. Un futuro che minaccia anche la città, e in particolare i suoi spazi di libertà e di autonomia per donne e uomini.
Su questo sfondo il richiamo alla forza femminile nella cura, nella visione, nel desiderio continua a valere, ma sembra ora connotarsi di un senso di responsabilità ulteriore, della consapevolezza di possedere e saper individuare competenze e forme originali della politica che diano l’avvio a interessanti processi di trasformazione. Come se i pochi avanzamenti in campo amministrativo civile e simbolico di questi anni, malgrado la spinta e l’impegno della politica delle donne, avessero mandata delusa la speranza di cambiamento e imponessero di liberare infine la freccia del desiderio dalle tortuosità, dalle viscosità e dagli ostacoli di una realtà in cui si intrecciano perversamente pregiudizi e carenze culturali, sociali, istituzionali. Paradigmatico risulta di ciò il drammatico, emozionante bilancio tracciato dalle donne di “Femminile plurale” di Vicenza quando ricostruiscono la loro battaglia contro l’ulteriore insediamento militare americano nella loro città affermando tuttavia con fierezza il loro radicamento nella fedeltà a se stesse e alla politica che amplia il loro pensiero e il loro orizzonte; così come altrettanto fiera e quasi surreale risuona la narrazione che le donne delle Terre Mutate dell’Aquila fanno della loro città perduta e della festa per “La ricostruzione che non c’è stata”… Mentre addirittura commovente è l’intervento di Sara Bartolino dell’associazione Ipazia-Giardino dei Ciliegi di Firenze che, prima di illustrare la propria ricerca di dottorato su quanto in Austria viene realizzato da una tecnica della Municipalità di Vienna, connotata un po’ troppo da politiche di “genere”, per migliorare la condizione di vita femminile nella città, mette a verbale una vibrata denuncia sulla condizione di precariato, sua e di altre e altri, nell’università italiana.
Ecco allora delinearsi, in sempre nuove forme e proposte, il fronte di resistenza che si avvale in grande parte della creatività politica delle donne: nelle belle esperienze di auto organizzazione sociale riscontrate in Grecia da Silvia Marastoni in risposta all’aggressione violenta alla propria qualità di vita cui la popolazione greca è oggi sottoposta dai governanti; nel ritorno all’inchiesta sociale diretta, per indagare nel profondo la crisi e per il bene comune a Roma; nel progetto di co-hausing nato a partire da pratiche relazionali che sin da subito dia luogo a gesti concreti di solidarietà verso donne e uomini senzatetto di Giusi Milazzo a Catania; nell’invito alla reinvenzione di capacità sociali ed economiche indipendenti dal sistema, in grado di contrapporsi, con la solidarietà e l’intelligenza, alle violente logiche del mercato, come suggerisce da sempre Loredana Aldegheri della MAG di Verona. Ecco la proposta alta di rimettere in discussione il rapporto città-campagna per una nuova visione integrata, relazionale del paesaggio che viene da Nadia Nappo della rivista napoletana ADA e dal gruppo della cura del paesaggio di Napoli e il racconto di Nunzia Scandurra sulla lotta delle Mamme No Muos a Niscemi-Catania e delle donne di Capo Pecora a Cagliari, avverse al dominio militare USA che, con le sue antenne e le sue parabole per consentire il lancio dei suoi droni, copre di radiazioni le nostre splendide isole.
Anche nelle istituzioni politiche e amministrative le donne possono in qualche caso “fare la differenza”: è quanto ci testimonia il bell’intervento di Luna Mortini, assessora di un piccolo comune del mantovano che, collegata alla Libreria delle donne di Bologna, ha messo in atto una serie di azioni volte a un’alleanza dei piccoli comuni per esigere una nuova qualità di vita e una diversa modalità delle forme di governo nelle campagne. Non è dunque maturo il tempo, si domanda Sandra Bonfiglioli, di intervenire decisamente sulla qualità della vita delle donne nelle città con una nuova “grammatica” progettuale, che cambi i luoghi e soprattutto i tempi del loro lavoro e della loro vita? Ma perché ciò possa avvenire è necessario creare un rapporto di fiducia e relazioni anche con donne “dentro le istituzioni”, individuare figure sincere che divengano man mano di riferimento, posizione fatta propria da Maria Castiglioni che, con il gruppo delle Giardiniere, ha aperto un dialogo diretto con la giunta arancione di Milano per promuovere un intervento di riqualificazione urbana su un’area ex-demaniale della città.
Si tratta di tentativi, di proposte per un’elaborazione competente, ragionevole dei problemi, nate da un’urgenza di cambiamento che con assunzioni dirette di responsabilità sempre più si concentri sulla ridefinizione e la riappropriazione di spazi della città, facendo valere e significando soprattutto in questi tempi di crisi l’autorità, la libertà e la forza femminile anche intraprendendo interlocuzioni e conflitti con uomini (Luana Zanella, Letizia Montalbano). Su questo si interrogano Letizia Paolozzi e Laura Minguzzi che in modi diversi richiamano la problematicità del rapporto tra politica della differenza, della cura, della relazione e la tradizionale politica del potere maschile e sottolineano la necessità di preservare ambiti di autonomia nella pratica politica delle donne con attenzione al contesto e all’estetica: ben vigili contro ogni deriva, sempre latente anche nei più apparenti successi, verso una riduzione del “femminile” alle scontate formule del ri-governo.
Il pensiero delle donne e la pratica delle relazioni sono intimamente, intrinsecamente, operazione d’arte: come quella che ha sempre caratterizzato la politica delle Città Vicine (Katia Ricci) e connotato il rapporto con le artiste e gli artisti di Askavusa a Lampedusa; e come, ricordata da Luciana Talozzi, la Festa della Riconoscenza di Chioggia, esperienza artistica ogni anno riproposta per riconoscersi comunità, “diventare tra terra e cielo, comunità-abitante”, come dice con belle parole Sandra De Perini. Una comunità-abitante che “abbia cura” della città e si impegni nella ricerca di luoghi da salvare o da riqualificare, ma anche da assumere come fuochi di resistenza e di forza collettiva: come fanno a Milano le giovani e i giovani operatori dell’arte di Macao o le e gli occupanti del Teatro Valle a Roma. Roma, “una città che mette in difficoltà la vita delle donne e degli uomini che la abitano… dove la forma si oppone alla vita” (Carlo Cellamare).
Data l’importanza per la felicità femminile che sempre attribuiamo all’uso libero e creativo dello spazio urbano (estensione del concetto woolfiano di “Una stanza tutta per sé”), vorremmo infine riportare alcune parole tratte da “Il quartiere dei desideri”, scritto di Cristiana Storelli per il convegno: “Perché parlare di quartiere? E in aggiunta dei desideri?…Trovare il quartiere dei desideri significa vivere il luogo scelto ed essere in grado di apportare quanto sognato, ma non solo. Ritorno al mio quartiere… lo percorro in lungo e in largo alla ricerca non già di pregi o difetti, ma del quartiere che desidero. Allora vedo, sento, percepisco, ascolto (ascolto tutto anche il sonoro) e immagino. Come potrebbe essere il quartiere dei desideri. Che non può essere solo mio. Anche di altre/i e condiviso. Proprio per non lasciare ad altri le decisioni e osare. Così si sviluppa il sentimento di quartiere, quello desiderato”.
Propositi, progetti, rilanci, appuntamenti dunque a “Ci prendiamo la città”. Consapevoli della fondamentale importanza della comunicazione, delle relazioni e degli scambi sia con realtà affini sia con altre non necessariamente prossime alla politica della differenza, insieme connotate da elaborazioni specifiche nei diversi ambiti disciplinari. Così che, come in questo importante incontro, frutto di un costante impegno di relazioni e di scambi politici con realtà molteplici, di movimento, istituzionali, artistici, accademici, la rete delle Città Vicine (che, come ricordano Franca Fortunato e Mirella Clausi in apertura del convegno, celebra già il suo 13esimo compleanno), possa rafforzare e approfondire con sempre maggiore radicalità il proprio percorso e si inserisca in un orizzonte più vasto a unire, anche con il linguaggio dell’arte, pratiche, competenze e azioni e gesti forti per continuare a prenderci la città.
Link ai video del convegno
prima parte
seconda parte
terza parte
quarta parte
di Bia Sarasini
Va ringraziata in pubblico, va onorata Ingrid Loyau-Kennett. Donna coraggiosa. È scesa dall’autobus fermato dalla tragedia in corso, a Wolwich, lascia la borsa. Ha visto l’uomo a terra, Lee Rigby, il militare in abiti civili investito con l’auto e poi fatto a pezzi da due uomini, uno si chiama Michael Adebolajo, entrambi sono nati a Londra, figli di immigrati nigeriani.
Lei è andata in soccorso. Si è resa conto che non c’era nulla da fare per quell’uomo ormai morto. Non si è spaventata quando ha visto i due uomini che lo hanno massacrato, le armi che avevano con sé. Ha parlato con loro. Ha chiesto. Cosa vuoi fare. Voglio uccidere di più, le è stato risposto. L’ho guardato negli occhi, ha detto. Non era ubriaco, non era drogato. Era agitato, ma poteva parlare.
Non ha tirato fuori uno smartphone, non ha permesso che l’assassino che brandisce un machete e una mannaia coperti di sangue come lui, diventasse una scena proiettata in tv, tanto simile alle scene splatter viste in tanti film prontamente evocati. Ci vuole una vera sorveglianza interiore per restare al punto, per dirsi: questo è vero. E non passare oltre.
Ho pensato che era meglio che si concentrassero su una sola persona, ha detto al Daily Telegraph.
È grazie a Ingrid Loyau-Kennett, sola a muoversi in quello spazio lasciato vuoto, è per lei che questo fatto atroce può essere guardato. Nell’inumano che viene alla luce, nella ferocia di un conflitto che schiaccia tutti, il soldato ucciso che si sente al sicuro nella città lontano dal terreno di guerra, i suoi assassini che nella guerra lontana si identificano con il nemico.
È per lei, attraverso di lei, che si ritrova un filo. Esile ma forte. Di relazione, di parola, di presenza. Di cura della città, della convivenza.
È riuscita ad allontanarsi, è risalita sull’autobus che si spostava per fare spazio alla polizia. E mentre tutti le dicevano stai giù, stai giù, lei ha visto arrivare l’auto della polizia, sono scesi due poliziotti, un uomo e una donna, sparavano.
Ha guardato bene cosa succedeva nella sua città.
di Bia Sarasini
È una sventura, quella che è capitata a Vita Cosentino. Eppure, nel leggere il suo Tam Tam – dove alcune volte risuona questa parola cara a Simone Weil – sembra quasi il contrario. Se non proprio una fortuna, l’attacco improvviso della malattia invalidante che l’ha colpita senza che nessuno sia in grado tuttora di fare una diagnosi precisa, sembra l’occasione di una scoperta preziosa. Una scoperta che Vita fa nel vivere il suo malanno, e noi con lei, leggendo. La scoperta che anche nella sventura la vita è quello che è, che affetti, relazioni, sentimenti, dolcezze e dolori si possono sempre vivere con altre e altri.
Se lo si sa fare, se lo si cerca, se si accoglie l’aiuto, l’attenzione, l’amore che viene dagli altri. Senza pretese, senza porre ostacoli. Vita sa farlo. È quello che le dice il marito. Ha saputo starle vicino perché l’ha presa così, senza lamentarsi, senza abbattersi. È quello che le dicono le amiche, le persone che la incontrano nella sua malattia. Vorrei averle io tutte queste amiche che mi aiutano, le dice la fisioterapista.
Luisa Muraro, nell’introdurci in questo racconto, parla della vita “bella e crudele”, e usa il linguaggio epico del combattimento, perché questo è quello che conduce Vita: una battaglia millimetro su millimetro, per riconquistare autonomia, per continuare a tessere la sua vita. Ma non è così che ne scrive.
Vita Cosentino, nella Libreria delle Donne di Milano, in via Dogana, nel suo lavoro di ricerca intorno alla sua attività di insegnante, ha sempre analizzato con attenzione le parole. E con cura le sceglie. Semplici, dirette, senza fronzoli. Per dire della malattia che l’ha colpita, che l’ha messa di fronte alla morte. Del dolore su cui non mente, su cui non indugia. Dell’analisi che conduce per dire che quella che vive, che i sentimenti, le parole, gli incontri di due anni di malattia, sono vita. Noi leggiamo, con stupore meravigliato, pieno di gratitudine.
Vita Cosentino, Tam Tam, Nottetempo, Roma 2013, 104 pagine, 7 euro
pubblicato anche in www.societadelleletterate.it
di Benedetto Vecchi
L’affresco avvincente di una città preda di strozzini, malavita organizzata e squali della finanza. Alla ricerca della libertà e dell’autonomia. Un gruppo di donne in conflitto con l’altra metà oscura del cielo.
Mai far del male a una donna, perché se reagisce, la sua vendetta sarà tremenda. È un «concetto» che ricorre spesso nel noir firmato da Massimo Carlotto e Marco Videtta da poco nelle librerie. Il titolo è programmatico – Le vendicatrici, sottotitolo Ksenia (Einaudi, stile libero, pp. 317, euro 15) – perché è la prima di una serie di quattro romanzi che hanno come protagoniste altrettante donne, violentate o umiliate dall’altra oscura metà del cielo che sono i maschi di questo romanzo. Nessuna di loro, compaiono tutte e quattro in questo primo tassello del puzzle che i due scrittori vogliono costruire, accetta il ruolo di vittime che la società vuole loro cucire addosso. Non è forse un caso che Ksneia sia aperto da una frase tratta dal libro di Luisa Muraro Dio è violent (Nottetempo), uno dei più interessanti saggi sulla crisi del politico interpretata alla luce del declino del patriarcato e dal punto di vista della differenza sessuale. Luisa Muraro sfugge da sempre alla trappola di guardare alle donne come vittime, preferendo sottolineare la ricerca di una libertà femminile che fa dell’autonomia una delle stelle polari dei comportamenti individuali e collettivi delle donne. Quello della filosofa femminista è un saggio che ha fatto molto discutere, perché sostiene che in talune condizioni la forza è una possibilità nelle mani di chi agisce una politica della trasformazione. Nel romanzo di Carlotto e Videtta, la forza è spesso tradotta in uso della forza, e dunque c’è il ricorso alla violenza per contrastare la violenza dei maschi sulle donne.
I protagonisti delle «vendicatrici» sono quindi donne. I maschi sono un groviglio mefitico di passioni tristi e violente. È contro di loro e all’impunità che le convenzioni sociali garantiscono che vale la pena usare la violenza se questo garantisce la possibilità di riprendersi la vita nelle proprie mani. Sia però chiaro, ci sono anche donne dominate da passioni tristi, soltanto che alcune decidono di farla finita con una vita che non è vita e che non è degna di essere vissuta. A differenza dei precedenti romanzi in solitaria di Carlotto e Videtta e di quello scritto a quattro mani (Nordest, edizioni e/o), il teatro dove è messa in scena la storia di Ksenia non è una delle tante città del nord est o della Sardegna, bensì Roma. Una metropoli dove la fanno da padroni usurai, malavita organizzata, palazzinari, squali della finanza e personaggi politici collusi con la criminalità. Un grumo di potere che plasma la vita di uomini e donne risucchiati nel vortice del successo e dell’arricchimento facile. L’imprevisto in questo noir si chiama Ksenia.
Donna siberiana, aspirante atleta caduta in disgrazia, vuole lasciarsi alle spalle lo squallore della sua vita di miseria. Per lei, Roma è una terra promessa a portata di mano, basta che sposi un facoltoso e affascinante uomo di mezza età, nonostante sia consapevole che a lei piacciono le donne. Accetta e si ritrova in un girone dell’inferno. Il promesso sposo è violento, volgare, uno «strozzino» che tiene sotto il suo maleodorante tallone un quartiere intero. Ha rapporti con la camorra, presenza ormai insediata in una città con un sindaco che ha promesso legalità e sicurezza, aprendo invece autostrade alla speculazione edilizia, alle privatizzazioni di quello che è rimasto pubblico a Roma. Prima ci aveva pensato un altro sindaco di uno schieramento virtualmente all’opposto di quello che ha la maggioranza in Campidoglio a iniziare i lavori di demolizione dell’ethos pubblico. Ksenia sarà ridotta in schiavitù, marchiata a sangue da un documento di matrimonio.
Una schiava che comincia da subito a meditare vie di fuga. I personaggi che popolano le pagine del romanzo sono figure familiari per chi vive in una città come Roma. Ci sono i coatti con un passato squadrista alle spalle, il contabile dello strozzino, esempio di una postmoderna banalità del male, vittime che diventano carnefici e viceversa. Infine, una varia umanità che si barcamena tra lavori precari, sogni di mobilità sociale verso l’alto e illegalità diffusa.
Le vendicatrici è un noir che non si fa leggere tutto di un fiato. Appartiene a quei rari esempi dove i colpi di scena, i cambiamenti di ritmo, l’irruzione di nuovi personaggi tolgono quasi il fiato, facendo abbandonare la lettura per riprenderla quando il respiro torna normale. La morte dello strozzino, l’irruzione della sorella, tanto arrogante quanto sadica, la presenza confortante di altre donne che non accettano di essere vittime passive, l’infermiere cubano, comunista non pentito nonostante abbia conosciuto le prigioni de La Havana solo per aver consigliato Fidel di migliorare il sistema sanitario, fiore all’occhiello della rivoluzione nell’isola caraibica. La violenza dei carnefici sale di intensità fino a quando entra in campo Sara, donna che sa come preparare una vendetta. E vendetta sarà, anche se bisogna aspettare gli altri romanzi per capire bene come sarà il mosaico finale delle «vendicatrici».
Questo è un noir dove la politica è sullo sfondo, a testimoniare il ruolo di comprimario che ormai svolge negli assetti di potere. Amministra l’esistente, cioè crea le condizione affinché il grumo tra finanza, rendita e sfruttamento di chi lavora si amalgami bene. È però un romanzo «politico» anche se nessuna delle protagoniste immagina che le decisione di porre fine alla violenza su di loro sia un gesto politico. Prova a spiegarlo l’infermiere, ma sa che può aiutare una strada da seguire: come percorrerla lo decideranno però le donne, perché lui ha fatto il suo tempo.
In passato Carlotto e Videtta hanno offerto mappe del potere esistente, consapevoli che sono cangianti nel tempo e nello spazio. C’è però una costante: l’interdipendenza, se non la fusione tra l’economia legale e quella criminale. Il problema è come rompere questo intreccio, non per tornare alla situazione precedente, ma per dare nuova forma e sostanza a parole dal sapore retrò come dignità, libertà, uguaglianza. Non c’è risposta certa per questo, ma forse per segnare un punto fermo vale un refrain del gruppo rap italiano Assalti frontali: fare movimento per il movimento.
dal 22/5/2013 al 4/8/2013 Galleria Raffaella Cortese-Via Stradella 7 Milano
Proseguendo la serie di doppie personali, la Galleria Cortese è orgogliosa di presentare le mostre di Ana Mendieta (nello spazio di via Stradella 7) e di Martha Rosler (in via Stradella 1).
Due mostre di due artiste, punti di riferimento nella storia dell’arte, che con diverso approccio hanno indagato tematiche quali il femminismo e l’appartenenza sociale e culturale e le relative contraddizioni, attraverso il mezzo fotografico e video.
Esule cubana, compie gli studi artistici presso l’Iowa State Univeristy negli Stati Uniti dove viene a contatto con il movimento delle donne e abbraccia gli ideali del femminismo. Mendieta fa una propria sintesi della Body Art e della Land Art sovvertendo i gesti monumentali dei land-artisti attraverso l’inserimento nel paesaggio del corpo umano. In quegli anni inizia a realizzare performance rituali, fotografie e sculture, in cui immerge il suo corpo nella natura, partendo da un legame spirituale e fisico con la Terra.
In mostra i suoi primi lavori fotografici degli anni 70 dove si confronta con la discriminazione, la violenza carnale e la morte. Dopo aver letto dello stupro e dell’assassino di una studentessa nel suo stesso campus universitario, Mendieta reagisce mettendo in scena il brutale episodio usando il proprio corpo: “Sto lavorando con il mio sangue e il mio corpo”, afferma l’artista. Nascono così i famosi lavori Untitled (Rape Performance), 1973 e Sweating Blood, 1973.
L’artista prende a prestito simboli e aspetti di pratiche rituali di antiche culture indigene delle Americhe, Africa ed Europa e vi incorpora elementi della natura e di riti sacrificali “primitivi” associati alla “santeria cubana”. Nella serie di opere “Siluetas”, forme che evocano il suo corpo, usa sangue, acqua, terra e fuoco. Le sagome vengono bruciate nel legno, modellate con tumuli di terra, erba, polvere da sparo o fiori; galleggiano sulla corrente, eruttano come vulcani o si mimetizzano con il paesaggio, come si percepisce dai video in mostra. Mendieta ha saputo esprimere con l’arte «l’immediatezza della vita e l’eternità della natura».
E’ attualmente in corso un’importante retrospettiva dell’artista al Castello di Rivoli, Torino.
Ana Mendieta (L’Havana, Cuba, 1948, New York 1985). Tra le principali mostre personali dedicate all’artista cubano-americana ricordiamo nel 2004 la mostra itinerante Ana Mendieta: Earth Body, Sculpture and Performance 1972-1985, Whitney Museum of American Art, New York; Hirshhorn Museum and Sculpture Garden, Smithsonian Institution, Washington D.C.; Des Moines Art Center, Des Moines e Miami Art Museum, Miami; nel 2002 Ana Mendieta (1948-1985) – Body Tracks, Neues Museum Luzern, Lucerna e Fries Museum, Leeuwarden; Ana Mendieta Selected Works, Kunst-Werke Berlin KW Institute of Contemporary Art, Berlino; nel 1996 Ana Mendieta (1948-1985), Helsinki City Art Museum, Helsinki; Uppsala Konstmuseum, Uppsala; The Living Art Museum, Reykjavik e Museum of Contemporary Art, Roskilde; Ana Mendieta, Centro Galego de Arte Contemporanea, Santiago de Compostela; Kusthalle Düsseldorf, Düsseldorf; Fundació Antoni Tápies, Barcellona; Museo de Arte Contemporaneo de Monterrey, Monterrey e Museo Tamayo, Città del Messico; nel 1994 Ana Mendieta: The Late Works, Cleveland Center for Contemporary Art, Cleveland e Artothèque de Caen, Caen.; She got Love, Castello di Rivoli.
Martha Rosler – CUBA, JANUARY 1981
Il solo show Cuba, January 1981 di Martha Rosler presenta fotografie inedite in Europa, a colori e in bianco e nero, inclusi dei dittici. Nel 1981, Martha Rosler e un gruppo di altre artiste ed intellettuali, parteciparono a un viaggio culturale organizzato da Ana Mendieta e Lucy Lippard. Attraversando l’isola, Rosler fotografò persone, negozi, edifici e i manifesti e cartelloni, che costellavano le strade e gli spazi pubblici. Così l’artista ha ricordato quel periodo:
“Il mese di gennaio del 1981 segnò la fine degli anni Settanta, non solo per ovvie ragioni, ma segnò anche il momento successivo all’elezione di Reagan e ai discorsi riguardanti il disgelo, i diritti umani e l’uguaglianza, e precedente all’insediamento del presidente, alla carica di neoliberalismo, anti-terrorismo e avventurismo militarista, e all’affermarsi della retorica economica dell’offerta con effetto a cascata, mascherando l’enorme ridistribuzione della ricchezza verso l’alto.
Il fenomeno migratorio da Cuba verso la Florida, noto come The Mariel “boatlift”, era terminato in ottobre, appena in tempo per l’elezione di Reagan nel mese di novembre. Ma ciò che hanno significato gli anni Ottanta, per noi e per i cubani che incontravamo, non si era ancora concretizzato, e rimaneva relegato nei nostri incubi e nelle nostre paure.”
Inquadrata cronologicamente tra la celebre opera di Rosler The Bowery in two inadequate descriptive systems (1974/75), composta di fotografie e testi, e il suo saggio In around and afterthoughts (on documentary photography) (1981), questa serie si colloca accanto alle fotografie di aeroporti, strade, vetrine e trasporti pubblici che caratterizzeranno tutta la sua carriera.Le immagini rappresentano un’esperienza visiva degli spazi comuni della società, luoghi dove il mondo esteriore ed interiore si incontrano: caffé, scuole, saloni di bellezza, teatri, chiese. Poiché Cuba, all’epoca era quasi inavvicinabile per i cittadini americani – e lo è tuttora – queste fotografie si inseriscono in una nebulosa di congetture ampiamente contrastanti sulla cultura cubana e sul ruolo del comunismo cubano.
Martha Rosler è nata a Brooklyn, New York, dove vive e lavora. Diversi musei europei e americani le hanno dedicato importanti retrospettive, come quelle al New Museum di New York e all’International Center of Photography, tra il 1998 e il 2000, e alla GAM di Torino nel 2010. I suoi fotomontaggi sono stati esposti al Worcester Art Museum in Massachusetts nel 2007.
I suoi scritti sono stati pubblicati su riviste e cataloghi, e i suoi 17 libri, con fotografie, testi e narrazioni, tradotti in molte lingue. Decoys and Disruptions: Selected Writings, 1975-2001, un libro di saggi della Rosler, è stato pubblicato dlla MIT Press nel 2004 (e ristampato nel 2008). Altri progetti includono le itineranti Martha Rosler Library, comprendente 8.000 volumi della sua collezione, e If You Lived Here Still, entrambi realizzate in collaborazioni con e-flux. Recentemente, il Museum of Modern Art di New York` ha ospitato la sua mostra e performance Meta- Monumental Garage Sale (2012).
Per ulteriori informazioni contattare Chiara Tiberio 022043555 o info@galleriaraffaellacortese.com
Inaugurazione mercoledì 22 Maggio ore 19.00
Galleria Raffaella Cortese
via A.Stradella, 7, Milano
Orari: da martedì a venerdì 10-13 – 15-19.30; sabato 15-19.30
e su appuntamento.
Ingreso libero
di Sara Gandini
Riprendo e cito alcuni pezzi da un articolo di Angela Azzaro pubblicato su ‘Gli altri’ il 13 maggio 2013 http://www.glialtrionline.it/2013/05/13/boccassini-chiede-la-galera-per-berlusconi-ma-il-vero-processo-e-quello-contro-ruby/.
A sostenere l’infelice uscita della Boccassini su Ruby, “«furba di quella furbizia orientale propria della sua origine», un gruppetto di italiani ha manifestato davanti al tribunale di Milano con frasi ad effetto: “Ruby in Marocco quelle come te le lapidano, in Italia possono fare ‘comizzi’ a favore del loro protettore”. Ma più che lo sparuto gruppo di manifestanti, loro sì degni di una società integralista, le reazioni più misogine e moraliste arrivano dai social network: l’obiettivo non è tanto Berlusconi, ma Ruby. Ogni offesa è benvenuta, compresa quella di usare le sue foto in pose erotiche. Lo ha mostrate tutto impettito anche un giornalista come Gianluigi Nuzzi. Se le ha fatte, è il ragionamento dei tanti, perché non mostrarle? Ma una cosa è decidere di farle girare in certi circuiti, un’altra è usarle per denigrare una donna, sottoporla al pubblico ludibrio e dimostrare un’equazione davvero assurda: se si spoglia è chiaro che si prostituisce. Siamo così arrivati al paradosso, al nocciolo della questione. Un processo fatto, in teoria, per difendere Ruby […] in quanto minorenne, è diventato una gogna mediatica contro questa ragazza. Non so cosa abbia fatto davvero. E non mi interessa. Qualsiasi cosa abbia deciso in passato, vorrei tanto dirle che non tutte le donne italiane sono contro di lei. Vorrei spiegarle che alcune di noi hanno criticato le posizioni di ‘Se non ora quando’ che aveva di fatto lanciato la prima grande manifestazione usando la sua immagine per criticarla. “Tu Ruby, io lavoro”, si leggeva nella piazza di donne.”
Torno a me per ricordare che noi siamo scese in piazza con il rossetto rosso Ruby.
L’ultimo splendido libriccino di Luisa Muraro (Autorità, collana Gemme, Rosenberg&Sellier) prosegue nell’opera di scuotimento del buonismo generale iniziato con il molto discusso Dio è violent… Parlo di scuotimento, perché, si sa, l’autorità è una parola, una pratica, addirittura un modo di vivere molto difficile da metabolizzare nel mondo contemporaneo. Quasi impossibile, fino ad ora. Muraro aveva già guidato la Comunità filosofica Diotima a rompere il tabù di cui è fatta oggetto l’autorità, attraverso la ricerca di una sua altra radice capace di scongiurare gli esiti nefasti della sovrapposizione di significato tra autorità e potere. Ne era uscito il libro di Diotima, Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità (1995); libro imperfetto fin che si vuole e degno delle obiezioni che ha ricevuto, ma tuttavia molto tempestivo e acuto nell’indicare una via di liberazione dal grave problema della disgregazione dei legami sociali, dovuta anche al senso malinteso dato alla parola “uguaglianza”. Perfino Zygmund Bauman – meglio tardi che mai – si trova ora costretto a scrivere Le radici del male, un libro in cui il “male” dei nostri tempi è identificato con la scomparsa della percezione delle “dissimmetrie”, delle qualità differenti di capacità, merito e sapienza, svaporate nel fumo del buonismo illuminista del “diritto” all’uguaglianza. Un malinteso fatale.
Il lavoro di Luisa Muraro porta ora a una sua perfezione il tema “autorità” attraverso alcune potenti mosse filosofiche, tra cui un’ulteriore radicalizzazione rispetto al lavoro fatto da Diotima.
Nella radicalizzazione si fa aiutare dal linguista Benveniste che assicura al lemma un campo semantico dispiegabile intorno al senso di “promuovere all’esistenza”, marcandone così la qualità generatrice di vita. Con Diotima, ci si era fermate al senso latino di augere, che significa far crescere, aumentare. Ma questo, mentre da un lato stabilisce una genealogia femminile del fare autorità, dall’altro, la stringe indubbiamente su di un motivo materno-nutritivo. Un senso che espone troppo l’autorità all’obiezione della ricaduta nell’incarnazione appropriativa e saturante, soprattutto da parte delle donne. In altre parole, rendeva facile far ricadere l’autorità nell’essere una rigida posizione individuale, e non un’energia realizzatrice e circolante nelle relazioni, come in effetti è. La radicalizzazione operata da Luisa Muraro, sottolineandone l’efficacia generativa, rende ora possibile pensarla e praticarla nelle relazioni anche incarnandola provvisoriamente, senza timore dell’appropriazione, poiché è rivolta all’esistenza di altro da sé. Pure mantenendo la genealogia femminile, dato il campo semantico del “mettere al mondo”, l’autorità può riprendere il suo essere “forza misteriosa” che attraversa alcune, alcuni ma non tutti, e che può legare in una benefica relazione di fiducia. L’analogia è con la fiducia dai tratti gioiosi che, nell’infanzia, lega il bambino e la bambina alla propria madre. L’impronta di quella fiducia si rende disponibile anche a chi sa già parlare e desidera che venga al mondo il desiderio altrui, o a chi desidera trovare in altre, in altri l’orientamento per il proprio desiderio.
Una delle mosse filosofiche tra le più belle di Luisa Muraro è quella di collocare proprio nell’infanzia l’inizio della capacità generativa della relazione d’autorità: l’infans, chi non sa ancora parlare, dall’interno di questa relazione impara a parlare, cioè a pensare, cioè a venire nel mondo attraverso il linguaggio. Come a dire che l’autorità mette e rimette in condizione di pensare facendo capitare il meglio di ogni trasformazione possibile con la sola forza della parola, detta e offerta in una relazione potente e “senza i mezzi del potere”. Spostare nel territorio dell’infanzia l’esperienza della generatività dell’autorità, permette a Luisa Muraro di fare un’altra mossa: portare finalmente alla luce, oltre alla sua misteriosità da mantenere tale, anche la sua fragilità.
La natura fragile dell’autorità si evidenzia nel fatto che è tutta affidata alla forza delle relazioni e alla capacità di discernere quelle che la possono far esistere irradiandola anche al contesto di vita in cui si mostrano queste stesse relazioni. Si può sperimentare frequentemente quanto offendere o aggredire una relazione di autorità (dunque, di fiducia) produca un effetto di desautorazione e disgregazione di tutto il contesto in cui la relazione aggredita portava orientamento. Quando questo accade si diffonde una certa sofferenza e si rompono, senza rimedio, legami sociali e politici, poiché non si possono imporre fiducia e autorità, anche se sono proprio loro a tenere ordinati i contesti.
La forza dell’autorità costituisce anche la sua fragilità. E con questa indicazione, Luisa Muraro riesce a dislocare decisamente l’autorità dal potere e a ridefinirla come esperienza generativa dei legami sociali. Soprattutto, fa circolare in questi la libertà necessaria a mettere al mondo il proprio meglio, e forse la vita umana stessa.
Niente ci fu, di Beatrice Monroy, è una storia siciliana avvenuta nel 1965. La protagonista è Franca Viola, diciassettene, rapita e violentata che disse no al matrimonio riparatore
di Mirella Mascellino
Niente ci fu, di Beatrice Monroy, è una storia siciliana dolorosa ed emblematica, avvenuta nel 1965. La protagonista è Franca Viola, all’epoca una ragazza diciassettenne, di Alcamo, paese mafioso in provincia di Trapani, dove come in altri paesi siciliani era comune la pratica di rapire le donne che rifiutavano i pretendenti e dopo il ratto, secondo l’articolo 544 del Codice Rocco, il matrimonio riparatore premiava il rapitore, senza chiedere l’opinione della preda. Franca Viola fu la prima donna che ha detto “no” al matrimonio col carnefice Filippo Melodia, malacarne di famiglia mafiosa, che per otto giorni la rapì e violentò, in una casa di campagna. Dalla sua parte Franca ebbe i genitori forti e determinati, Bernardo e Vita. Benché semplici, si opposero al matrimonio riparatore e con “Niente ci fu”, espressione tipicamente siciliana per indicare un nonnulla, incoraggiarono la figlia a rifiutare le nozze riparatrici che per il Codice penale fascista perdonava lo stupratore. La Monroy, da brillante narratrice quale è, fa si che Franca Viola, attraverso il suo No di libertà, dia voce alle tante donne sopraffatte dal dolore della violenza, nel silenzio e nella vergogna senza resistervi, soccombendo talvolta e rimanendo ferite a vita. Un racconto tra il mito e la realtà, la storia della Sicilia di cinquant’anni fa, fra le voci di Danilo Dolci, Leonardo Sciascia e Lodovico Corrao, deputato e avvocato di Franca Viola, le pagine del quotidiano L’Ora con la cronaca dei tempi, lo stupro durante la guerra in Kossovo e l’attualità della violenza contro le donne. Franca diventa un’eroina, Melodia, condannato a undici anni di carcere con sentenza senza precedenti, finirà la sua vita ammazzato. Nel 1968, la Viola si sposerà in abito bianco con un uomo che ama, vivendo, tuttora, in riservatezza, consapevole della rivoluzione, cui è legata la sua vita, che cambiò la Sicilia, l’Italia e la storia di noi donne.
Beatrice Monroy, Niente ci fu, Ed La Meridiana, pagg 110, euro 13,50
Incontro al Circolo della rosa
Incontro del 18 maggio 2013 – Libreria delle donne-Circolo della rosa- Milano-
Questa sera festeggiamo l’uscita della rivista DWF dedicata alla Storia vivente. Attorno a questo tavolo, Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Luciana Tavernini ed io -Marina Santini- racconteremo il nostro percorso e apriremo alla discussione sui nodi della Storia vivente.
DWF: che cos’è?
Innanzitutto per rispondere a distanza al giornalista che ci ha detto di non sapere cosa fosse DWF due parole sulla rivista che affonda le sue radici nel 1975; da allora ha seguito il dibattito del movimento delle donne, vuole essere ed è stata un riferimento essenziale per chiunque si occupi del pensiero politico e della cultura delle donne in Italia e nel mondo: è insomma una rivista di ricerca, approfondimento, memoria e storia di ciò che le donne producono.
Questo numero è dedicato a “La pratica della storia vivente”.
Con questa pubblicazione si concretizza il desiderio di far conoscere, anche in Italia, il lavoro che come Comunità abbiamo iniziato nel 2006. Dico anche in Italia, perché alcuni testi erano usciti, sollecitati dalla storica Milagros Rivera, sulla rivista spagnola DUODA (Università di Barcellona). Marirì e Laura qualche tempo fa, si mettono in contatto con Federica Giardini, allora nella redazione di DWF, le propongono la traduzione di questi testi e di dedicare un numero alla storia vivente. La richiesta è subito accolta, i testi sono accettati dalla redazione. Le difficoltà ci sono state invece nelle relazioni che avremmo preferito fossero più strette, soprattutto con la nuova redazione composta di giovani ricercatrici precarie. Noi avremmo sperato in maggiori scambi.
Chi siamo
Lavoriamo sulla storia dal 1988 come Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica: abbiamo fatto insieme un lavoro politico di storia, fondato su relazioni di affidamento e di disparità, abbiamo sempre seguito la pratica di pensare, progettare, scrivere in relazione. Sono gli anni in cui, sulla spinta del desiderio di Marirì Martinengo, abbiamo studiato le badesse nei monasteri medievali, individuando la libertà femminile e il contesto relazionale come categorie della storia; abbiamo scoperto che attraverso lo studio del contesto, creato da una figura femminile che gode di autorità e centrato sulle relazioni tra donne e tra donne e uomini, potevamo comprendere e rinnovare la storia.
Nel 2005 Marirì scrive La voce del silenzio in cui afferma che “C’è una storia vivente annidata in ciascuna/o di noi”.
E da qui (fine 2006) si è verificata una svolta nel nostro lavoro di gruppo: Marirì propone la pratica della storia vivente, cioè l’indagine interiore come motore di un modo di scrivere la storia da parte di donne. Avvertiamo che con questo cambiamento di prospettiva anche il nome della nostra Comunità deve modificarsi. Nasciamo come Comunità di pratica della storia vivente.
Marirì ha quindi avuto l’idea e ha dato origine a questa pratica, Milagros Rivera la storica spagnola ne ha riconosciuto l’originalità e ne ha sottolineato pubblicamente la novità in un convegno a Roma e così l’ha rilanciata come invenzione politica per fare ricerca storica.
Come spesso accade, ci ha fatto capire Clara Jourdan in un articolo di VD, è l’altra che ti fa vedere il salto che hai fatto, che coglie la novità del tuo pensiero. Ed è stata sempre Milagros Rivera colei che ci ha fatto fare il passo verso la scrittura.
Fino alla pubblicazione su Duoda avevamo solo raccolto articoli e saggi, scritti da altre in cui noi sentivamo essere presente un’affinità e contenere alcuni elementi riconducibili alla pratica della storia vivente (la storia delle viscere di Maria Zambrano ad es.) e li inserivamo nel sito Donne e conoscenza storica di Donatella Massara.
Ora il materiale via via sempre più ricco, lo abbiamo messo a disposizione in una stanza dedicata alla Pratica della storia vivente nel sito della libreria delle donne.
Dal settembre 2011 la Comunità si è aperta all’incontro con altre, Graziella Bernabò, Gemma De Magistris, Laura Modini, Giovanna Palmeto, che avevano più volte espresso il desiderio di sperimentare questa pratica.
Contenuti della rivista.
Nodi irrisolti
Nel corso di questi anni, come emerge dai testi qui pubblicati, abbiamo indagato alcune possibili cause della difficoltà di parola pubblica femminile; ci siamo interrogate, partendo da forme di resistenza femminile -anche estreme-, a ciò che è considerato ‘sviluppo’, in relazione alla trasformazione dell’Italia da paese agricolo a industriale; abbiamo messo in luce modelli di autorità femminile come quello delle ‘salvatrici delle situazioni impossibili’; abbiamo analizzato la differenza tra munificenza e ricchezza e l’ambiguità della preferenza.
Il testo di Marirì Martinengo La voce del silenzio. Mi ha chiamata da sempre è parte del libro, del 2005, intitolato La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone, donna “sottratta”. Qui è riportata la frase che ha dato inizio alla nostra pratica “C’è una storia vivente annidata in ciascuna e ciascuno di noi, costituita di memorie, di affetti, di segni nell’inconscio; Io racconto una storia vivente che non respinge l’immaginazione, un’immaginazione che affonda le sue radici nell’esperienza personale, storia più vera perché non cancella le ragioni dell’amore, non respinge le relazioni, dal suo progetto cognitivo”. La sua storia vivente era la memoria di sua nonna, Maria Massone, rinchiusa in una casa di cura poco dopo aver partorito il suo quinto figlio fino alla sua morte, molti anni dopo. Questo si può chiamare “liberazione dell’oggettività”. Non solo senza rinunciare alla verità ma mostrandola o, meglio, osando “abbracciare il vero”.
La storia respinta, storia come vita significante, nel suo testo Laura Minguzzi lavora il nodo, forse il più difficile della vita di una donna, che è la morte violenta della madre, quando la figlia è una ragazza giovane. E riesce a mettere in luce, attraverso l’osservazione dei sintomi di questo nodo, la storia del processo si trasformazione da rurale a industriale di una zona del Nord d’Italia, nella seconda metà del XX secolo. Dopo la lettura di quanto scrive Laura sarà difficile leggere il processo di industrializzazione come l’abbiamo sempre fatto.
Il volto ambiguo della preferenza. Marina Santini, partendo da un’esperienza infantile, indaga il rapporto problematico tra giudizio, uguaglianza, e preferenza femminile, vista nella valenza ambigua di valorizzazione ed esclusione, inserito nel passaggio dalla scuola elitaria alla scuola di massa degli anni Sessanta.
Luciana Tavernini inserisce già nel titolo stesso il nodo: I grumi oscuri del disordine simbolico. S’interroga sull’origine della difficoltà della parola pubblica, prendere la parola per dire ciò che è, e la rintraccia in esperienze legate alla sessualità. Parla partendo da sé, delle conseguenze che può avere la difficoltà di una madre nel trovare le parole per raccontare a sua figlia il concepimento e la nascita.
- Ultimo in questa sezione è l’articolo di Milagros Rivera La storia vivente, una storia più vera in cui l’autrice parla proprio di Storia vivente v. p. cinquantatré.
La pratica della storia vivente ha un effetto di veridicità sulla scrittura della storia. L’effetto di veridicità consiste nel legare la scrittrice (senza escludere lo scrittore) e la scrittura, legare corpo e parola intimamente, trasparentemente, luminosamente: senza separazioni tra soggetto e oggetto, senza sintesi, senza idealizzazione, senza menzogne, senza strumentalizzazioni della storia, senza nascondere ambizioni di potere; con negativi, con paradossi, con impotenza, con autocritica, con epifania di realtà, con amore, con povertà scelta.
- Segue poi una sezione in cui abbiamo raccolto due saggi.
L’intervento di Graziella Bernabò su Scrivere biografie di donne (GB è autrice di due bellissimi libri su Antonia Pozzi ed Elsa Morante) e di Marirì Martinengo Una storia personale. Omaggio alla memoria, madre del percorso storiografico in cui si puntualizza la differenza tra storia personale, biografia e autobiografia. (storia personale, cioè la narrazione, a partire da sé, di un breve periodo di vita). La storia personale è legittima al pari della storia oggettiva, per cui, entrando a pieno diritto in ambito storiografico, rompe la barriera fra privato e pubblico, con l’affermazione sottesa, che anche la testimonianza personale fa parte della nostra storia.
PRATICA DELLA STORIA VIVENTE
L’originalità della nostra pratica è che ognuna pesca dentro di sé. Un partire da sé ma non pensare solo a sé. Adottiamo un tempo dilatato, fluido in modo tale che ciascuna abbia agio di scendere nella propria interiorità, di risalirne e di riannodare l’antico al presente mettendo tutto in parola, con un via vai che prefigura quello che pensiamo possa essere il tempo della storia. Ci diamo il tempo largo del racconto e dell’ascolto. Il racconto è inizialmente della singola, esso però diventa a più voci, nel momento in cui l’una o l’altra, sentendolo risuonare dentro di sé, in analogia o per contrasto, lo collega al proprio vissuto del passato e/o del presente. Qui sono importanti la presa di parola di ognuna, l’oralità e l’ascolto reciproco. Anche se non si tratta di autocoscienza perché questa ripresa nel ricordo fa vedere davvero ciò che è accaduto. Le altre fanno da specchio e da limite. I temi emersi nella riunione precedente sono ripresi e filtrati, di nuovo interpretati collettivamente. Un avanti e indietro che riflette anche il nostro differente concetto di tempo. Questo procedere infonde forza e dà a tutte un guadagno simbolico, riconoscibile in altre situazioni, dove ognuna di noi lavora, vive o è impegnata politicamente. La pratica della storia vivente è una figura dello scambio, come dice Laura Ming., che dà forza nell’arena pubblica (una sorta di Agorà della storia), per avere voce ascoltata e ripresa nella nostra battaglia simbolica per iscrivere la differenza sessuale nella storicità. Per non stare incollate al contesto, al fare, ma pensare, produrre parole, risignificare i fatti che accadono e che sono accaduti. Questi racconti spogliati del superfluo, raffinati e portati a un livello tale da renderli validi per tutte e tutti li chiamiamo storia e costituiscono un frammento di simbolico per scrivere la storia.
Con l’invenzione di questo luogo spazio-temporale della pratica della storia vivente ci siamo incontrate periodicamente per arrivare alla scrittura femminile della storia.
Non consideriamo la pratica della storia vivente, l’unico modo di fare storia, tanto è vero che ciascuna di noi scrive altre forme di storia ad esempio Marirì con La signora del Monte (Martinengo 2011) ha scritto storia personale; Luciana e Marina si stanno occupando di storia contemporanea del movimento delle donne, basandosi su documenti e raccogliendo testimonianze.
Insomma la storia vivente – diciamo nell’introduzione – nasce dalle profondità dell’essere di colei (o colui) che scrive, è frutto dello scavo intorno e dentro il grumo oscuro che portiamo al nostro interno, di solito ignoto o ininterrogato. Si tratta quindi di un partire da sé radicale che evidenzia, fra le altre cose, l’origine della passione del nostro fare storia.
Un’operazione coraggiosa: attraversare la sofferenza, la perdita dolorosa riguarda anche la storia di un paese. Sia per gli individui, che per il paese attraversare un dolore è la possibilità di aprire una via e realizzare desideri che erano rimasti bloccati.
Attraversare il dolore libera energie dentro di noi e permette come dice Milagros Rivera di redimere il passato. Il dolore che raccontiamo, il nodo irrisolto che cerchiamo di mettere in luce ha radici sociali nella nostra epoca. La storia vivente intacca le strutture simboliche della scrittura della storia.
Sembra che quello che nasce dentro non sia storia, Milagros invece ha riconosciuto valore un modo nuovo di fare storia, trova parole e un simbolico nuovo per scrivere la storia delle donne. Rifonda la storia, rinnova partendo da quello che lei stessa ha dentro. A lei ha permesso di riattraversare, rileggere la dolorosa guerra civile spagnola, redimere vincitori e vinti. Far sì che chi fa storia entri nella scrittura è un modo nuovo di fare storia.
Altra cosa è dedicarsi alla stesura della biografia di un’altra donna.
Altra cosa ancora sono l’autobiografia racconto della propria vita o di gran parte di essa e la storia personale che ne mette in scena alcuni sprazzi, dove le emozioni, l’esperienza propria, i ricordi giocano un ruolo di primo piano e l’assunzione in proprio diventa materia stessa del narrare.
www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/