di Silvana Mazzocchi
Contro la violenza domestica Stato e istituzioni possono fare la differenza e viene dall’Inghilterra l’esempio di una strategia che paga. Lo dimostra il lavoro svolto dall’ex guardasigilli, Patricia Scotland, un’avvocata che è stata la prima donna nera a far parte della Camera dei Lord e del Consiglio dei ministri e che, tramite la creazione di un sistema pensato dentro il dicastero degli Interni, è riuscita, nel giro di pochi anni, a ottenere una vistosa diminuzione delle vittime di violenza famigliare. E a mettere in atto procedure di contrasto più rapide e più snelle, riducendo drasticamente anche il costo sociale determinato dalla brutalità domestica.
A raccontare l’esperienza di Patricia Scotland e gli effetti prodotti dal coinvolgimento di Enti ed aziende soprattutto da parte di una delle Fondazioni da lei create, la Global Foundation for the elimination of Domestic Violence (Edv) è Il male che si deve raccontare (Feltrinelli), un libro utile e stimolante firmato da Simonetta Agnello Horby, scrittrice e avvocata siciliana che vive e lavora a Londra, (impegnata anche lei nella lotta contro la violenza domestica) e da Marina Calloni, docente alla Bicocca, che ha curato la parte dedicata all’analisi della situazione italiana.
Illuminante è ciò che emerge dalla comparazione del fenomeno tra i due Paesi. Oltre ai dati e alle statistiche (nel 2012 sono state 120 le donne uccise nel Regno Unito e 127, le vittime italiane), è la fotografia del quando e come si consuma l’odio contro le donne ad essere pressoché identica. Anche in Inghilterra, la violenza domestica non conosce né distinzioni di classe sociale , né di censo. E l’agire dell’uomo che abusa, picchia e colpisce a volte fino a uccidere, è sempre lo stesso. All’inizio della relazione il partner si mostra amorevole; solo in seguito inizia a cambiare, e lo fa secondo uno schema che disegna una precisa escalation: prima la donna viene isolata, quindi viene attaccata nella sua autostima, insultata, picchiata e tenuta sotto scacco fra richieste di perdono e minacce. A volte si arriva all’omicidio. Tanti i modi in cui si declina la violenza domestica: c’è quella fisica, quella sessuale, quella psicologica e quella economica. E l’unico modo per liberarsi è reagire, ma spesso è difficile, troppo difficile. Spesso l’abnegazione delle tante associazioni e Case delle donne che svolgono comunque un enorme lavoro non basta, ed è fondamentale che lo Stato e le istituzioni rispondano alle aspettative e siano in grado di supportare concretamente la donna che rischia e decide di denunciare l’uomo che abusa di lei e, spesso, dei suoi figli.
In questo senso l’approccio pragmatico dell’esperienza inglese, sembra aver dato i suoi frutti. Una volta accertato che spesso le donne non riescono a staccarsi dai loro aguzzini per mancanza di lavoro e sostegno economico, Patricia Scotland ha tra l’altro creato un Associazione senza scopo di lucro, con l’intento dichiarato di sensibilizzare i datori di lavoro al supporto delle dipendenti vittime di abusi. Un’iniziativa alla quale hanno ormai hanno aderito ben settecento aziende del Regno Unito, da quelle private alle multinazionali.
Benemerita la finalità del libro che tutto questo racconta per trasmetterne l’esperienza a chiunque lotti per cancellare la violenza sulle donne. Nella contro copertina di Il male che si deve raccontare, si avverte che i proventi del libro saranno destinati “alla creazione della sezione italiana della Edv e delle attività che, attraverso la Fondazione, hanno come obiettivo l’eliminazione della violenza domestica.”
Simonetta Agnello Hornby, il vostro libro ha il dichiarato obiettivo di creare una Edv italiana. Di che si tratta?
Si tratta di importare in Italia il sistema di Patricia Scotland, una parlamentare inglese laburista che, nei suoi undici anni al governo, e riuscita a diminuire la violenza domestica del 64% e le morti a Londra da 49 a 5 nel periodo di otto anni. il suo sistema e basato su cinque punti chiave:
1. Un consulente indipendente specializzato in violenza domestica che accompagna la vittima per i primi tre mesi dopo la denuncia (che può anche essere una comunicazione al medico, al datore di lavoro o all’avvocato e che non richiede dunque una condanna dell’aggressore).
2. Tribunali specializzati e una multi-agency risk assessment conference (MARAC).
3. Valutazione multidisciplinare della potenzialità del rischio e supporti immediati alla vittima ad alto rischio.
4. L’offerta di servizi continuati a sostegno delle vittime e dei loro figli per tre mesi.
5. Terapia e monitoraggio degli aggressori durante e dopo l’esecuzione della pena.
Può riassumerci la strategia applicata e gli obiettivi raggiunti?
E’ contenuta nei cinque punti appena elencati e in particolare: reazione immediata nei casi ad alto rischio, personale specializzato che supporta la vittima, tribunali sensibilizzati, aiuto non soltanto per la vittima, ma per la famiglia tutta e per i bambini. E terapia e monitoraggio degli aggressori. Oltre a un lavoro basato sul concetto olistico; i rei confessi sono aumentati dal 21% al 61%, le condanne sono passate dall’8% al 32% e le assoluzioni per insufficienza di prove sono diminuite dal 46% al 4%. Non solo: il costo nazionale del mancato lavoro delle donne vittime di violenza e diminuito in otto anni da 2.700 a 1.900 milioni di sterline.
La riduzione del fenomeno ha anche un enorme effetto sui figli, vittime silenziose della violenza domestica. la Scotland ha dimostrato che in Inghilterra ogni anno 750.000 minori sono coinvolti come testimoni o vittime, e la sua strategià include l’aiuto a questi grandi assenti nella speranza che, crescendo, non riprodurranno i comportamenti genitoriali.
Dal suo osservatorio, perché il femminicidio (brutta parola, ma efficace) è in Italia in continua espansione?
Dal mio osservatorio inglese, è evidente che le morti diminuiscono soltanto quando lo Stato aiuta le vittime di violenza a stare lontane o ad allontanare il potenziale aggressore. Si tratta, infatti, quasi sempre di morti annunciate. In Il male che si deve raccontare, scritto con Marina Calloni e pubblicato da Feltrinelli, parliamo delle mie clienti uccise dai loro compagni appunto perché lo Stato non era intervenuto e io non ero stata capace di allertare sufficientemente i servizi. In Italia, dove c’e un’alta percentuale di violenza domestica nelle coppie laureate e di professionisti, più che negli altri paesi, posso solo immaginare che sia la disoccupazione e il malessere che ne deriva a causare un aumento degli omicidi. A mio parere comunque tutta l’Europa si trova in uno stato di grande decadenza, e le uccisioni di uomini e donne in questo contesto sono un altro aspetto del degrado della nostra società. E sono in aumento anche gli abusi nei confronti dei minori da parte di genitori e delle persone a cui il loro bene è affidato; come si espande lo schiavismo dei giovani, in particolare delle donne, nel mercato sessuale.
Simonetta Agnello Hornby
con Marina Calloni
Il male che si deve raccontare
Pag . 188, euro 9
di Sara Datturi
È il settimo giorno di una rivoluzione che da Istanbul si sta progressivamente espandendo in tutta la Turchia. Tre i morti, finora, un ragazzo di 22 anni colpito alla testa ad Ankara, un altro di 20 colpito dai proiettili di plastica della polizia nel sud del paese e Abdullah investito da un taxi di fronte al Gezi Park di Istanbul. Tanti, troppi feriti (oltre 2800 secondo la ong Turkish Human Rights Association) e circa 800 arresti, dopo gli ultimi scontri di ieri pomeriggio a Ankara e la sera prima a Istanbul, che hanno visto in prima linea anche gli abitanti di uno dei quartieri più benestanti della città. Qualche incidente si è verificato a Besikstas e in seguito nei dintorni di Taksim, dove la gente è tornata a radunarsi numerosa. Intorno alle 11 di sera tutta l’area è stata irrorata da gas al peperoncino, ma ormai i manifestanti reagiscono con ironia e creatività. Si sono viste ragazze con i tacchi a spillo sfoggiare maschere antigas colorate, signori anziani con la mascherina al posto del tashbee (il rosario musulmano), bambini nel passeggino equipaggiati con occhialini da piscina.
Ieri, nonostante fosse una giornata lavorativa, la gente è tornata in piazza per ripetere il «no» a un governo che non lascia nessuna libertà di scelta ai propri cittadini. Un «no» secco alle risposte che il premier Erdogan ha dato in questi giorni di scontri. Ha definito irrilevante e futile la protesta, ha invitato alla calma, ha inveito contro Twitter ritenendolo uno dei colpevoli degli incidenti e prima di partire per una visita ufficiale in Marocco e Tunisia, ha avanzato la teoria del complotto internazionale. Ieri Erdogan si è limitato a dire che risolverà tutto al ritorno del suo viaggio, mentre il governo ha parlato con la voce più conciliante del vicepremier Bulent Arinc, che si è scusato per il comportamento violento della polizia ma solo con gli ambientalisti, la cui protesta in difesa di Gezi Park è stata «giusta e legittima», fino a che non hanno preso il sopravvento «elementi terroristi» che hanno provocato, ha detto Arinc, la risposta energica degli agenti antisommossa.
La gente a questo punto è ancora più indignata. E Taksim, che letteralmente significa «divisione», è stata ancora il punto d’incontro della miriade culturale, etnica, religiosa e politica di questa folla colorata, che vede come attrici principali le donne. Donne che non hanno paura, sono in prima linea nelle strade, di fronte ai blindati della polizia, fronteggiano gli agenti, parlano con loro, quasi sembra che li sfidino. Sono per strada sia fisicamente che moralmente. In tanti quartieri il rumore delle loro pentole, le grida dalla finestra e il click delle luci accese e spente a intermittenza sono diventati la colonna sonora di questa protesta. Donne che sfidano una società ancora fortemente maschilista, malgrado sia aumentano il numero di coloro che ricevono un’educazione e hanno un lavoro fisso. Ma le donne libertarie che vediamo in giro per Istiklal non rappresentano la situazione femminile in Turchia. Dati alla mano, il femmicidio è ancora un’emergenza in alcune zone del paese e secondo il ministro della famiglia di Ankara Fatma Sahin, dal 2009 al 2012 666 donne sono state uccise da mariti o familiari. Secondo un recente rapporto Onu il 39% delle donne turche ha subito violenze fisiche. I reati di natura sessuale sono aumentati del 400% negli ultimi 10 anni.
Ora vogliono decidere del loro futuro, unite a un’eterogeneo assortimento di gruppi e organizzazioni, tutte e tutti riuniti sotto la bandiera del «Buyun Egme!» (alzare la testa), diventato già uno slogan sulle magliette. «Voglio continuare ad alzare la testa – dice una giovane liceale – senza aver paura di cosa la gente pensa di me, vorrei poter decidere della mia educazione futura, vorrei poter decidere in cosa credere e chi diventare».
La piazza è ancora in fermento. Alle tre di mattina, il Gezi park è un’oasi di chitarre e canzoni, il sonno dei giusti piomba su una città trasformata, ancor più bella se possibile. Cammino per la strada di Istiklak che solo una settimana fa era l’incontro rapido di migliaia di occhi, il simbolo e la vetrina di una Turchia in piena crescita economica e che oggi è un insieme di slogan rivoluzionari ripresi dalla gente per esprimere la propria voglia di cambiamento. Uno dei maggiori sindacati turchi, il Kesk, con i suoi 240,000 iscritti ha indetto uno sciopero generale che è iniziato ieri e andrà avanti anche oggi, per contestare la violenza indiscriminata usata dal governo.
La sfida di questi giorni porta con sé responsabilità e tante domande. Riuscirà questa piazza a sfidare questo governo? Sarà capace di ottenere il diritto di poter manifestare le proprie idee liberamente, a essere ascoltata e integrata nel processo decisionale? Sono tutti pronti ad aspettare il ritorno di Erdogan annunciato per venerdì. Nel frattempo non si va da nessuna parte: «Devrim simdi», La rivoluzione è adesso.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la testimonianza di Chiara Zani, 28 anni, pordenonese che vive e lavora a Istanbul da gennaio 2011.
Quarto giorno di scontri a Istanbul.
Ho deciso di condividere la mia esperienza degli eventi in qualità di Italiana, a Istanbul da due anni e mezzo. Sto partecipando a singhiozzo alle proteste, non dalla prima linea perché non posso sostenere il ricorso alla violenza neanche in risposta alla violenza, o forse non ne avrei il coraggio. Però credo nella circolazione dell’informazione, quindi ho trovato la mia forma di partecipazione “attiva” nella condivisione di ciò che leggo e che mi viene riportato da amici e conoscenti da sotto il gas e dietro le barricate.
Sono convinta che il mio punto di vista, che continua ad essere esterno nonostante non sia più certo l’ultima arrivata a Istanbul, possa essere una posizione privilegiata da cui osservare gli eventi recenti, e se possibile, esser d’aiuto per far capire che “aria” si respiri qui.
Che il verde di Piazza Taksim sia stato solo la scintilla iniziale degli scontri, è ormai noto a tutti. Allo stesso modo è ormai condivisa l’opinione, in Turchia come all’estero, che le proteste abbiano poi assunto ben altra forma e dimensione. Sono diventate il primo grande sollevamento popolare su scala nazionale contro il governo di Erdoğan, al potere da dieci anni con maggioranze plebiscitarie ma che negli ultimi anni si sta inesorabilmente allontanando dal suo popolo, attraverso una politica autoritaria, sempre più sprezzante del sostegno popolare.
Non mi addentrerò nelle ragioni politiche di questo crescente divario tra leader e popolo, perché c’è di certo chi lo sa fare meglio di me. Per quanto riguarda le proteste, il loro lato partecipativo, ho invece la mia esperienza personale da offrire come testimonianza.
Cresciuta in Italia, ho piena coscienza degli atteggiamenti disfattisti che da noi minano ogni forma di dissenso popolare, finendo per compromettere qualsivoglia manifestazioni di protesta nei confronti di chi ci governa: estremismi, strumentalizzazioni, pigrizia intellettuale, mancanza di interesse a proporre un modello alternativo.
Partendo da questi presupposti, ho subito potuto cogliere degli elementi di novità in queste proteste turche.
La prima novità è stata la mia reazione immediata e soggettiva alle proteste: lo stupore. Come se mi si stesse risvegliando la coscienza civile, anestetizzata per chissà quanto tempo dallo scetticismo e l’immobilità che si respirano nel Bel Paese. Cercherò di spiegare perché.
Due sono i fattori principali: in primis, la tipologia di gente che partecipa ai cortei. Niente black-blocs, niente tatuaggi a vista, ma tante maschere da imbianchino, striscioni e un mare di bandiere rosse che sventolano orgogliose.
La protesta di Gezi Park era nata come un’iniziativa a partecipazione limitata, come ce ne sono tante quasi ogni sabato lungo la vicina Via Istiklar, il viale pedonale del centro. Per il progetto di “trasformazione urbana” del parco, destinato ad esser demolito per – così si diceva – lasciar posto ad un centro commerciale, poche centinaia di persone avevano piantato picchetto da qualche giorno, in modo assolutamente pacifico. E’ bastato il commento tagliente di Erdoğan, che dichiara “Fate pure quello che volete, il progetto continuerà”, seguita dalla rimozione forzata e violenta di tende e persone da parte della polizia, con gas, ruspe e idranti, a scatenare l’indignazione prima, e la rabbia poi, dei cittadini di Istanbul. La famigerata goccia che fa traboccare il vaso.
Risultato: la gente si è riversata in strada. E non parlo di gruppi isolati di estremisti esaltati che inneggiano alla violenza e alla guerriglia urbana. Parlo di migliaia e migliaia di persone appartenenti a tutte le fasce d’età, di diverso colore politico, di diversa etnia (e questa è una particolarità dell’universo multietnico che noi chiamiamo “Turchia”), di diverso livello d’istruzione ed estrazione sociale.
In piazza, lungo le strade in direzione Taksim, sui battelli che attraversano il Bosforo verso la sponda europea, accanto ai militanti del movimento denominato “Occupy Gezi” si sono riuniti parlamentari e supporter dei partiti di opposizione, sindacati, attivisti di vari gruppi, ma soprattutto la gente comune: giovani e anziani, donne alla loro prima discesa in piazza, ragazze vestite alla moda e studenti di sinistra, manager, imprenditori, operai, pensionati.
Al grido di “Erdoğan, dimettiti” non si fanno intimorire facilmente dai poliziotti in divisa antisommossa e urlano la loro opposizione all’ennesimo pugno di ferro del governo, ad una leadership sempre più aggressiva, alle sue derive di tendenza islamista, alle restrizioni alle libertà personali degli ultimi tempi, alla dura repressione di ogni forma di dissenso (le immagini delle violenze della polizia durante i cortei del 1 Maggio sono ancora ben vivide).
La Turchia è giovane nello spirito, basta un colpo d’occhio per accorgersene. Soprattutto per un Italiano che a certe forme di mobilitazione dal basso, almeno negli ultimi trent’anni, non ha mai assistito, e non perché manchino motivazioni valide. Le proteste qui a Istanbul, o ad Ankara, Izmir, Eskisehir, hanno un volto talmente eterogeneo da ricordare, anche a chi ne ha solo sentito parlare, quale possa essere la voce di un popolo che esprime con forza la propria opinione. Uno spiazzante messaggio di unità, di solidarietà e, azzarderei, di speranza nella Democrazia con la D maiuscola.
Lungi da me ripiegare su facili moralismi o slogan di bassa lega. E’ chiaro che iniziative del genere devono poi trovare una loro traduzione in atti concreti e proposte di cambiamento realizzabili per non esaurire la loro carica propulsiva. Né bisogna confondere i recenti eventi turchi con le “Primavere” che hanno infuocato negli ultimi anni il Medio Oriente: qui il sistema democratico non vuole essere rovesciato, ma si tenta di far pressioni per modificarlo dall’interno, impiegando i suoi meccanismi propri per ottenere una leadership che dia ascolto alle esigenze reali dei cittadini.
Ad ogni modo, a dimostrare che le proteste non sono solo appannaggio di gruppi marginali ma vere e proprie marce popolari a cui partecipano tutti, ci sono le iniziative di quartiere. Si collocano a lato e a supporto delle grandi imprese sulla strada, guadagnano forse una foto e un commento sporadico, ma hanno un valore enorme perché includono nella protesta momenti di vita reale della gente, che mai prima d’ora aveva partecipato ad una manifestazione.
Porto un’esperienza diretta: le strade attorno casa mia, a circa 15 minuti a piedi da Piazza Taksim, si animano ogni sera di donne e bambini che dalla finestra di casa iniziano a sbattere cucchiai su padelle e pentolini, creando un clamore non indifferente. Allo stesso momento richiamano automobili che fanno carosello per i sensi unici del quartiere suonando il clacson all’impazzata, a cui rispondono i passanti che applaudono, le luci di terrazzi e stanze si accendono e si spengono, in un dialogo circolare che sia autoalimenta anche per ore e ore.
Venerdì sera hanno proseguito ininterrotti dalla sera fino alle 4 di notte, sabato pure. Un’esperienza totalmente coinvolgente per me, perché basilare, genuina, semplicemente condivisibile. Mi sono ritrovata più volte ad andare alla finestra e applaudire, senza volere, con il sorriso sulle labbra. Anche se mi svegliano di soprassalto alle 4 di notte.
La solidarietà di base tra la gente, attivamente coinvolta o solo sostenitrice, si è poi dimostrata in mille e un modo nei giorni della protesta: dagli istituti pubblici e privati delle zone in rivolta, tra cui consolati, università, hotel, che aprono le loro porte a qualsiasi ora a chi cerca rifugio dal gas, ai dottori volontari che forniscono prima assistenza nelle moschee, trasformate in luoghi di soccorso, alle famiglie che aprono le loro case a chi avesse bisogno di riparo nelle zone più turbolente della città e rinfrancano corpo e spirito dei manifestanti offrendo tè e limone contro gli effetti del gas al peperoncino, fino agli avvocati che si mettono a disposizione per assistere chi è stato arrestato e non ha mezzi, o conoscenze, per difendersi, e infine, ai manifestanti che si riuniscono dopo gli scontri a ripulire le piazze e le strade.
E sopra a tutto questo, la grande macchina che unisce gli sforzi della gente: la Rete. E’ questo il mio secondo motivo di stupore in questi giorni di protesta.
Nei primi giorni uno spazio, pur marginale, era pur dedicato dai giornali ai sit-in a Gezi Park, mentre i sostenitori dell’iniziativa cercavano dalla radio di richiamare attivisti e simpatizzanti – i risultati sono stati modesti, come s’è visto.
La vera e propria mobilitazione è stata registrata solo dopo la prima reazione di forza della polizia e i primi feriti. Senza alcun annuncio ufficiale, mentre mancava persino un sito internet dei militanti che potesse coordinare le proteste (“Occupy Gezi” sarebbe stato creato solo nel pomeriggio di venerdì, dopo ore di scontri), la chiamata alla protesta e’ stata diffusa soltanto attraverso i social network: Twitter, Facebook, Tumblr. Io stessa ne sono venuta a conoscenza venerdì tramite amici che pubblicavano foto su Facebook e ci comunicavano il cambio di prospettiva delle proteste.
Nei giorni successivi, solo attraverso questi canali è stato possibile capire cosa stesse succedendo nelle zone calde della città, di fronte al totale silenzio dei maggiori canali di informazione giornalistica.
Mentre la piazza si infiammava e esplodeva la violenza, i principali canali televisivi trasmettevano servizi riempitivi su divieti di fumo in Russia o documentari sui pinguini. Venerdì soltanto due canali trasmettevano online la situazione in tempo reale su Internet attraverso telecamere fisse in Piazza Taksim, a cui poi si sono aggiunte quelle in zona Besiktas, dove gli scontri maggiori hanno avuto luogo negli ultimi due giorni.
Con la loro diffusione orizzontale, i social network hanno svolto un ruolo imprescindibile nel connettere fra loro i diversi gruppi di partecipanti e coordinare le loro azioni. Soltanto grazie al tam tam su Facebook, ad esempio, 40.000 persone si sono riuscite a incontrare sabato alle 5 di mattina sul lato asiatico di Istanbul per attraversare l’iconico Ponte sul Bosforo e raggiungere a piedi Piazza Taksim, mentre i tutti collegamenti diretti alle zone della protesta erano stati sospesi.
Tuttora, Twitter è il canale privilegiato per rapidi aggiornamenti tra manifestanti sullo stato degli scontri, permette di andare in soccorso di chi è in difficoltà, o a chi non è in strada di ottenere informazioni reali, per quanto volatili come può essere una opinione personale, sulla realtà di ciò che sta accadendo.
I social network hanno poi assicurato una dimensione più ampia alle proteste, scoppiate a catena in diverse città del Paese prima, e poi sostenute a distanza da manifestazioni in numerose città europee e al di là dell’oceano. Molti amici dall’Italia o da altre città turche me lo stanno confermando in questi giorni: anche ora che i media turchi hanno iniziato a interessarsi alla vicenda, Twitter e Facebook rimangono il metodo principale per avere un collegamento alla base e aggirare la distorsione delle informazioni ufficiali.
La copertura internet nelle zone della protesta da venerdì è comunque presente solo a macchia di leopardo nelle zone degli scontri, totalmente assente attorno a Gezi Park. Punti wi-fi e password d’accesso sono stati messi a disposizione da bar e locali della zona per permettere ai manifestanti di continuare la loro opera di condivisione. Ancora una volta, indirizzi e codici sono stati diffusi via Facebook e Twitter.
E noi, nel piccolo del nostro gruppo su Facebook, portiamo avanti un’attiva condivisione di informazioni e aggiornamenti, sia per gli italiani in protesta qui che per gli italiani che seguono dall’estero, o hanno familiari in Turchia. Tentiamo poi di controllare la veridicità delle notizie che ci arrivano e pubblicare solo quelle confermate da testimoni oculari. Una piccola lezione di etica giornalistica per i non addetti ai lavori, possiamo dire.
Il rischio di strumentalizzazioni è infatti ora tanto elevato quanto è elevata la capillarità di questi canali di condivisione, aperti a ogni voce e a ogni opinione.
In risposta ai numerosi fotomontaggi e video fasulli condivisi dai militanti degli scontri sono comparsi in questi giorni fotografie e video elaborati con Photoshop che tentano di screditare i manifestanti di Gezi Park, mostrandoli come estremisti sbandati e violenti. La dialettica tra i due lati della protesta ha ormai invaso pure questi spazi, ratificandone cosi’ una volta per tutte il ruolo attivo nelle proteste.
Lo stesso Erdoğan, nelle sue prime dichiarazioni sulle proteste domenica, ha definito Twitter “il principale male del mondo”. Queste parole, talmente incaute e provocatrici da forse sottendere una precisa strategia, sono state seguite dall’inevitabile rinfocolare degli scontri e delle repressioni della polizia, sempre più violente. E’ di ieri notte, lunedì, la conferma del primo morto, ucciso da un proiettile sparato da un poliziotto.
In un’immagine: il popolo turco è in marcia, in modo spontaneo ma organizzato. Rifiuta chiare affiliazioni politiche e si pone come un movimento del popolo, halk, nato genuinamente dalla frustrazione per le politiche recenti del governo e la retorica unilaterale del premier. Addirittura la proposta circolata su Facebook ieri di cantare la Marcia di Atatürk, l’inno nazionale di indipendenza, alle 9 di sera in tutto il Paese non ha avuto luogo, a dimostrazione della volontà di inviare un messaggio ben preciso.
Rimane solo da augurare un proseguimento concreto a questa marcia della Gente. Ma anche solo cosi, ora come ora, io ho trovato molti motivi per ammirarlo, questo Popolo Turco.
di Renata Pisu
C’è qualcosa di immutabile e sconcertante nel disconoscimento cinese del privato nella sfera sociale e nella sfera del sentimenti. Non nella sfera della proprietà che quella ormai viene riconosciuta come forse davvero “privata” dopo che il socialismo ha assunto i “colori cinesi”, cioè è diventato capitalismo. Molti cinesi però ancora sono scettici, dicono “vedrai che da un giorno all’altro il partito metterà la mano anche sulle nostre fabbriche, le nostre case, la nostra terra”. Non si fidano. E le prime a non fidarsi sono le donne che del loro corpo non sono mai state proprietarie, nemmeno dei loro sentimenti, nemmeno di quello che si considera ovunque sotto il cielo come l’amore più puro, disinteressato, sublime: l’amore materno.
Prima che venisse adottata su scala nazionale la politica del figlio unico per coppia, il partito, tutore della pubblica morale, aveva lanciato negli anni Sessanta una vasta campagna ideologica per sradicare la concezione assai diffusa che l’amore materno non avesse connotazione di classe, che le madri proletarie e contadine amassero i loro bambini come le madri borghesi.
Non era così: opuscoli, storie a fumetti, addirittura opere teatrali e romanzi, svilivano il sentimento materno di quelle donne che consideravano nemiche di classe. E se la madre non apparteneva a una delle classi popolari impegnate nella costruzione del socialismo, cioè operai, contadini e soldati, anche il frutto del suo ventre era sin dal momento del concepimento nemico di classe. Questo perché, come è stato più volte ribadito durante la Rivoluzione culturale, “da uovo marcio nasce uovo marcio”, coloro che non potevano vantare origini di classe come si deve, venivano esclusi dalla scuola e dall’università, sottoposti alla gogna della loro comunità che non li considerava figli di mamma. Una mamma reazionaria non era una mamma. Sul libretto di identità di ogni cinese era obbligatorio che venisse menzionata la classe sociale di origine.
Mentre questa campagna si stava spegnendo, ecco che viene lanciata la politica del figlio unico per coppia e le prime coppie ad aderirvi furono quelle borghesi. Perché più istruite? Perché residenti in città? Perché più spaventate dal rigore delle sanzioni applicate in caso di disubbidienza? O perché ormai convinte di non poter amare un figlio di vero amore proletario? Chissà: comunque tra le masse popolari la politica di limitazione delle nascite ha avuto più difficoltà a imporsi ma, alla fine, ha trionfato con milioni e milioni di aborti, volontari o coatti: aborti dolorosi anche a gravidanza inoltrata, perpetrati su donne per lo più da altre donne, le ostetriche di villaggio, come si racconta in “Rane”, l’ultimo romanzo dello scrittore cinese Mo Yan, Premio Nobel per la letteratura. E in tutta questa tragedia, in queste storie atroci, in queste ripetute violenze, aspirazioni senza anestesia, allargamenti del collo dell’utero, forcipi infetti, piccoli crani schiacciati con le pinze, urla di dolore e torrenti di sangue, gli uomini restano sullo sfondo. I dolori che hanno subito e continueranno a subire le donne, perché l’abolizione della politica del figlio unico è prevista per il 2015, appena li sfiorano. Loro incarnano il Potere, loro non hanno mica l’utero.
Oggi però per la prima volta nella Cina moderna, comunista o meno che sia, sembra che le donne siano sul punto di rivendicare la loro intima proprietà privata, se non l’habeas
corpus totale, almeno quello del loro utero. Reggevano la Metà del Cielo, come si usava dire negli anni di Mao, ma del loro utero non erano padrone, come non lo erano dei loro sentimenti, nemmeno di amore materno. Riusciranno a vincere questa battaglia per abolire la proprietà pubblica dei corpi femminili? L’onta di severe multe per le ragazze madri il cui utero, diteci, a chi apparterrà mai? Se riusciranno in questa battaglia per l’unica cosa che forse vale davvero la pena di privatizzare, anche noi che da decenni diciamo inascoltate “l’utero è mio e me lo gestisco io” dovremo essere loro molto grate.
Un comunicato dalla piazza, serrata contro la violenza della polizia.
Chi sta vivendo su quelle strade quei momenti ed ha contribuito alla traduzione e condivisione di queste righe, mi racconta che è stato scritto con la lotta NoTav nel cuore, e quindi con la speranza che quel movimento lo legga e lo faccia proprio.
Se ne diranno di cose, su questi quattro giorni. Si scriverà, si parlerà, si tracceranno grandiosi scenari politici.
Ma che cose e’ successo veramente?
La resistenza per il parco di Gezi ha infiammato la capacità di gente come noi di autorganizzarsi ed agire – e per accenderla è bastata una scintilla. Abbiamo visto il corpo della resistenza stendersi verso di noi lungo il pontre del Bosforo, abbiamo visto il suo coraggio mentre combatteva per respingere gli idranti su Istiklal; Abbiamo visto le sue braccia in tutti quelli che, piegati da un’orgia di lacrimogeni, lottavano per mettere i compagni in salvo; abbiamo visto il corpo della resistenza in ogni negoziante che ci ha offerto il cibo, in ogni dottore sceso in strada per soccorrerci, in tutti quelli che hanno aperto la casa ai feriti, nelle nonne rimaste sveglie alla finestra a sbattere pentole tutta la notte contro la repressione.
La polizia ci aveva dichiarato guerra – ma non e’ riuscita a spezzare quel corpo. Ha finito le scorte di lacrimogeni contro di noi, ci ha gassati nei tunnel della metro, e’ venuta di notte a darci fuoco nelle tende, ha usato i proiettili di gomma.
L’uso folle dei gas lacrimogeni, 1 giugno 2013, piazza Taksim, Istanbul
Ma era bastata una scintilla per accendere il corpo della resistenza, e ormai poteva solo continuare. E quel che rimane di tutte queste esperienze, di tutte le nostre storie quel che resta di tutte le nostre, sara’ la linfa per questo corpo, sara’ memoria collettiva. Ci seguira’ in altre resistenze ed altre battaglie, ripetendocelo ancora e ancora: possiamo scegliercelo noi, il nostro destino, agendo collettivamente. Possiamo sceglierci quale vita vivere – e in quale città vogliamo viverla.
Gezi è stato un viaggio fatto di tenacia, creatività, determinazione, e coscienza. Dal parco la resistenza ha travolto piazza Taksim, e da Piazza Taksim via verso il resto del paese, finche’ Gezi e’ diventato per tutti noi lo spazio in cui tirar fuori tutta la rabbia contro chiunque voglia imporci come vivere nella nostra citta’. Adesso che questa rabbia l’abbiamo vista, che questa solidarieta’ l’abbiamo assaggiata, niente sara’ piu’ come prima. Nessuno di noi sara’ piu’ lo stesso. Perche’ abbiamo scoperto qualcosa del nostro essere insieme che mai prima avevamo visto. E non l’abbiamo solo visto: l’abbiamo creato insieme. Ci siamo visti far partire una scintilla, accendere il corpo della resistenza e farlo camminare.
La lotta per il parco di Gezi ha fatto scattare la rivolta giovanile di almeno due generazioni cresciute sotto i governi autoritari di Recep Tayyip Erdoğan e le imposizioni dell’AKP.
The day after, stamattina
Sono i figli delle famiglie sfrattate da Tarlabaşı in nome della speculazione edilizia, sono gli operai licenziati in nome della privatizzazione, i precari schiacciati ogni giorno sotto la ruota del profitto. Le lotte a venire faranno tesoro di questa rabbia. Ma c’è molto di più.
La resistenza per il parco di Gezi ha cambiato lo la stessa definizione di quel che chiamiamo spazio pubblico, perchè la battaglia per il diritto a restare in piazza Taksim ha stracciato l’egemonia del vantaggio economico come regola morale.
Ha respinto il piano di riqualificazione col quale l’AKP avrebbe voluto sconvolgere il ruolo sociale dei nostri spazi urbani, cambiare le regole di come viviamo la nostra citta’, e a quale prezzo, e con quale estetica. Recep Tayyip Erdoğan ha provato a imporci la sua idea di piazza, ma oggi quello che e’ piazza Taksim lo abbiamo deciso noi cittadini: Taksim e Gezi park sono i nostri spazi pubblici.
Questa invece è Ankara, sempre ieri
Abbiamo visto che basta una scintilla per accendere il corpo della resistenza. Adesso sappiamo che ci portiamo dietro altre scintille per altre nuove battaglie. Adesso sappiamo di cosa siamo capaci quando lottiamo collettivamente contro l’esproprio dei nostri beni perche’ abbiamo scoperto cosa si prova a resistere. Da qui non retrocediamo. Sappiamo che basta un momento perche una scintilla prenda fuoco – e di scintille ne abbiamo ancora tante.
Questo e’ soltanto l’inizio – la lotta continua!
Müştereklerimiz
Roma fino all’8 settembre 2013
Fiona Tan – Inventory
a cura di Monia Trombetta
MAXXI Via Guido Reni 4-Roma
L’inventario di Fiona Tan
L’inventario di Fiona Tan In anteprima mondiale al Maxxi di Roma, l’ultima opera di Fiona Tan, “Inventory”, che dà il titolo alla mostra. Altre videoinstallazioni esplorano spazio e i concetti di tempo e memoria. Con una chiave di lettura presa in prestito dal pensiero di Foucault. Fino all’8 settembre.
Le eterotopie sono per Foucault dei contro-luoghi presenti in ogni civiltà; utopici ma concretamente realizzati, con il “compito di creare uno spazio illusorio che denuncia come ancor più illusorio ogni spazio reale”. Ci sono eterotopie del tempo che si accumula, come i musei, ma anche “di devianza”, come tutti quei luoghi entro cui la vita umana è relegata, ad esempio le carceri. Il pensiero del filosofo francese può diventare chiave di lettura dei video di Fiona Tan (Pekanbaru, 1966; vive ad Amsterdam) in mostra al Maxxi di Roma.
L’esposizione si articola sui tre piani del museo, instaurando con le sue architetture un dialogo fluido e senza divisioni nette, con risultati eccellenti. Sono le installazioni a definire i luoghi, proponendo nessi e rimandi. Al piano terra, Correction (2004): sei grandi pannelli con 330 ritratti di prigionieri e guardie carcerarie statunitensi. Foucault, parlando del Panopticon (la prigione ideale ideata da Jeremy Bentham, a cui l’opera s’ispira), lo descrive come tanti “piccoli teatri in cui ogni attore è solo, perfettamente individualizzato e costantemente visibile”. Così lo spettatore, accerchiato dall’installazione e senza via di fuga, ne diviene protagonista, insieme controllore e controllato.
Al lavoro sono accostate otto stampe da Le Carceri d’Invenzione di Piranesi. La Tan qui mette in relazione le immagini scenografiche dell’incisore settecentesco, (scale ripide che sembrano salire all’infinito, passerelle lanciate su vuoti vertiginosi) con il progetto di Zaha Hadid. Se il museo, come suggerisce Foucault, è un’eterotopia paradigmatica della collettività moderna, nel passato era espressione di una scelta individuale. Come quella di Sir John Soane, collezionista d’antichità che nel 1820 apre al pubblico la propria casa di Londra. Girato in quel luogo denso di suggestione, il video Inventory è esposto a Roma in anteprima mondiale. Ripresi con sapienza tecnologica da ottiche diverse, gli stessi frammenti rivelano l’ambiguità della visione; la corruzione di un impulso emotivo nei confronti dell’oggetto, in compulsiva “accumulazione perpetua e indefinita del tempo”.
Ancora Disorient, lavoro visto alla Biennale del 2009, si avvale di una doppia proiezione. Su uno schermo, l’immaginario museo privato di Marco Polo; sull’altro, un viaggio trasversale nel mondo d’oggi, complesso e degradato. Infine, Cloud Island (2010), sguardo su Inujima e le sue rovine industriali. Qui l’isola giapponese, vista anche come contro-utopia, può rappresentare “la ripetizione con differenza dislocata, di un luogo altro”.
Lori Adragna
Roma // fino all’8 settembre 2013
Fiona Tan – Inventory
a cura di Monia Trombetta
MAXXI
Via Guido Reni 4
06 39967350
info@fondazionemaxxi.it
www.fondazionemaxxi.it
Metapadiglione alla Biennale d’Arte. Katrín Sigurdardóttir per l’Islanda
http://www.artribune.com/2013/06/metapadiglione-alla-biennale-katrin-sigurdardottir-per-lislanda/
Katrín Sigurdardóttir rappresenta l’Islanda attraverso il contrasto. “Foundation” unisce l’opulenza dei padiglioni settecenteschi alla serietà del lavoro nella Lavanderia di Palazzo Zenobio. E la curatela è di Ilaria Bonacossa. Abbiamo intervistata
Alla 55. Biennale di Venezia, la presenza islandese è affidata a Katrín Sigurdardóttir, artista nata a Reykjavík nel 1967. L’installazione proposta a Venezia sarà poi esposta in Islanda e negli Stati Uniti, conservando tracce e memoria delle precedenti variazioni.
La ricerca di Sigurdardóttir è una riflessione su come la memoria, la distanza e l’emotività influenzano lo spazio. A Venezia un’ulteriore tappa di questo percorso: partendo dalla forma classica del Padiglione settecentesco, l’artista ha realizzato una piattaforma sospesa di circa 90 mq, rivestita da formelle artigianali realizzate assieme al suo team, a creare un motivo ispirato al barocco. L’installazione mette in comunicazione l’interno e l’esterno della Lavanderia di Palazzo Zenobio ed è accessibile attraverso una scala che parte dal giardino. Il pubblico, entrando attraverso le porte ridotte a causa dell’altezza della pavimentazione, è costretto ad abbassarsi e rialzarsi, cambiando il proprio punto di vista. Foundation riproduce a Venezia uno degli elementi che caratterizzano il lavoro della Sigurdardóttir: il fattore sorpresa spesso ricercato nelle sue opere attraverso l’utilizzo di scale o sproporzioni stranianti o come in questo caso di contrasti.
Mi racconti della genesi del tuo progetto e la scelta della location della Lavanderia?
Foundation è nato proprio come una risposta alle sollecitazioni che il luogo mi ha dato quando l’ho visto. La vegetazione del vecchio giardino e l’ambiente circostante di questa parte di Dorsoduro hanno giocato a loro volta un ruolo importante nell’ideazione. Questa è quella che considero “Venezia bella”, lontana dai percorsi del turismo di massa e dei suoi grandi numeri. È la Venezia “più vera”, dove le superfici anche meno conservate sono comunque testimonianze della storia della città. Questo emerge nella Lavanderia, che sembra in un certo senso una sorta di rovina. Desideravo lavorare in un ambiente che conservasse il più possibile il suo aspetto antico, in grado di testimoniare una “storia ininterrotta” della vita che vi si è svolta. Al tempo stesso desideravo che si trattasse di uno spazio non troppo definito, che avesse in sé una vaghezza, in grado di lasciare spazio alla possibilità di contemplazione.
Come si è sviluppata la collaborazione con le curatrici del progetto e in particolare con Ilaria Bonacossa?
Si è trattato di un processo lungo un anno e mezzo, durante il quale abbiamo lavorato molto assieme. Il mio rapporto lavorativo con Ilaria è iniziato a Torino dieci anni fa, quando ci incontrammo in occasione di Artissima per poi ritrovarci un anno dopo per realizzare un’esposizione alla Fondazione Sandretto. Da allora abbiamo lavorato assieme in numerose altre occasioni e considero la nostra collaborazione molto significativa e importante, poiché negli anni Ilaria mi ha aiutato a sviluppare alcuni dei concetti chiave della mia ricerca. Conosco Mary Cerruti dai tempi in cui vivevo a San Francisco, agli inizi degli Anni Novanta, è la direttrice e curatrice dello Sculpture Center di Long Island, che si occupa in particolare di scultura contemporanea e sperimentale. Questa però è stata la prima volta che abbiamo lavorato assieme.
L’intero progetto è sviluppato attorno al concetto di Padiglione inteso in senso settecentesco, solitamente sinonimo di ufficialità, sfarzo e celebrazione, che tu hai declinato in un luogo non deputato all’ufficialità. Il contrasto è quindi una delle chiavi di lettura principali di questo tuo lavoro?
Sì, in molti sensi il lavoro è un’interpretazione del concetto tradizionale di “padiglione” e di tutto quello che simboleggia: opulenza, potere, intrattenimento… Così ho cercato di contrastare tutte queste caratteristiche, collocando l’installazione in un edificio che normalmente era destinato a funzioni totalmente contrapposte e che rappresenta il lavoro e la servitù. Penso proprio che uno dei nuclei di questo progetto sia il contrasto che nasce tra le immagini che evoca comunemente tra l’idea del Padiglione visto come una sede dell’ufficialità e la volontà di “utilizzarlo” in un modo differente dando origine a tutto un nuovo corollario di significati e suggestioni.
Come è nata l’idea di far viaggiare Foundation esponendola in altre sedi dopo Venezia? In che modo le diverse esposizioni saranno collegate tra loro?
Quando mi è stata presentata l’opportunità di far viaggiare il progetto concepito per Venezia portandolo in due altre sedi a Reykjavík e allo Sculptur Center di Long Island City, ho pensato fosse davvero interessante lasciare al lavoro la possibilità di continuare a svilupparsi piuttosto che limitarmi a realizzare una copia da esporre in altri luoghi dopo la Biennale. Foundation riguarda anche i temi legati alla memoria e li sviluppa su numerosi livelli e questo aggiunge un ulteriore livello alla riflessione: l’opera infatti non solo commemora i padiglioni dell’era barocca ma anche i nuovi “padiglioni” contemporanei nei quali verrà esposto, conservando ogni volta le tracce dell’esposizione precedente.
Valeria Barbera
Incontro in Libreria il 2 giugno 2013
Giordana Masotto
Report Agorà 27 maggio 2013
In apertura si dà lettura dell’invito
Maggio 2011 – maggio 2013: due anni di Agorà. Facciamo il bilancio
(…) In particolare vorremmo dirci con chiarezza:
Quali critiche rivolgi al progetto e alla pratica dell’A.?
La partecipazione all’A. ci dà/ha dato più forza e consapevolezza?
Come sono cambiati a Milano il lavoro e la politica in questi due anni?
Oggi il primum vivere femminista quanto e come è entrato nelle analisi e nelle pratiche politiche sul lavoro?
I primi tre interventi sono critici, anche se chi parla ha continuato a venire traendone informazioni, idee e spunti di riflessione. Maria Carla Baroni critica il taglio parziale con cui si è parlato di lavoro precario: benché per alcune poche sia una occasione di libertà, per la maggior parte delle donne è un danno grave. Lamenta poi l’abbandono di molte sindacaliste avvocate magistrate, inizialmente più presenti. Infine denuncia che “ci siamo limitate allo scambio di esperienze e pensieri e non si passa mai al che fare: proposte al comune di milano, ai programmi delle regionali, proposte di legge di iniziativa popolare”.
Antonella Nappi: “Mi aspettavo che si cercasse linea di azione e riferimento teorico, raccontare un altro modo di vivere come nel Sottosopra. Speravo ne uscisse di più e speravo anche che ci fosse più dibattito e attenzione ai pareri discostanti. L’elaborazione teorica, se pure c’è stata da parte di alcune, non è stata condivisa e fatta circolare.”
Maria Benvenuti riconosce che “dovevamo fare un miracolo: una saldatura tra politica prima e politica seconda. Inventare un percorso nuovo a partire dal taglio del Sottosopra. Dal partire da sé bisognava passare alla condivisione di obiettivi comuni. Trovare forme di lotta diverse anche fuori della politica della rappresentanza. È per questo che tante/i hanno abbandonato. Non si è dato risposta a quella esigenza. È questo che dobbiamo fare per rilanciare.”
A comporre un bilancio sono venute di persona anche donne che seguono l’A. da lontano. Per loro è una grande ricchezza e sono grate a chi dà vita e continuità all’iniziativa. Elena Schnabel, a Trento, da anni non frequenta il gruppo donne “perché mi dà un senso di già visto, non mi aspetto granché. Invece avere notizie dell’A. mi dà forza e speranza che dal femminismo possa ancora venire qualcosa di buono. Ho sempre ammirato da lontano il metodo di lavoro, la ricchezza unica del partire da sé. Confrontarsi senza obiettivi prefissati. Le critiche stesse sono una conferma della ricchezza del metodo.” Anche Maria, che fa l’avvocata lavorista a Livorno, è fedele a distanza: “Mi dà forza e nutrimento. Non sottovalutate l’importanza di dare voce a un punto di vista prezioso contro l’imperante dispositivo della flessibilità. Accentuato dal disfacimento anche politico di questo ultimo periodo.” Sottolinea che per uscire dall’impotenza, per non consegnarti inerme a una misura che non è la tua è importante la pratica politica diversa: ripartire dalla forza dei propri desideri uscendo dal racconto dei propri limiti e dal dispositivo dell’inadeguatezza imposta dall’esterno.
Tornando a Milano, un terzo grazie viene da Serena Fuart: “mi ha aiutato personalmente a girare a mio vantaggio la difficile condizione di lavoro in cui ero caduta, che era molto svalutante. Frequentando l’A. mi sono data la capacità di avviare nuovi progetti.”
Nella contrapposizione tra autocoscienza e concretezza, cerca di fare il punto Lia Cigarini: “L’A. era stata pensata come racconto e confronto di esperienze con la modalità dell’autocoscienza in cui il racconto in presenza acquista senso politico. Questa modalità ha dato libertà alle donne sulla sessualità, ma sul lavoro non basta, non soddisfa. Molte già dopo il primo incontro, l’hanno detto: ‘non ho capito che cosa volete fare’. E allora si tira fuori la concretezza, che è una parola assai ambigua in politica. Tende a bloccare l’autocoscienza e l’approfondimento, a comprimere l’irriducibilità della soggettività negata nel lavoro/economia/politica. Il primum vivere non ha grandi possibilità se noi stesse togliamo valore alla soggettività di chi lavora. Ma è vero che questa modalità stenta a diffondersi. Il problema è che non c’è intorno quel movimento di ribellione su cui all’inizio avevamo scommesso, non c’è invenzione di forme di connessione adeguate alla frammentazione presente. Le precarie non possono trovare senso nel lavoro. Così si mette in discussione il partire da sé come efficace, e si vuole arrivare rapidamente a un obiettivo o a un movimento che non si vede. Io modestamente in queste condizioni considero un relativo successo dell’A. avere tenuto il rapporto con alcune sindacaliste, ma la battaglia si deve radicalizzare perché questo sindacato è quasi morto. Forse bisogna entrare in attrito, in conflitto con questo sindacato. Sinergia o conflitto? Mi interessa trovare le forme politiche.”
Sulla pratica del partire da sé Lidia Cirillo obietta che non è l’unica del femminismo, ma nell’A. è molto difficle immettere elementi diversi. “Specifico del femminismo è di entrare in qualsiasi pratica e sovvertirla. In A. possiamo adottare pratiche molteplici che siano in sintonia con le intenzioni. Per esempio in una discussione molto ampia sento il bisogno di qualcuna che relazioni, che abbia competenze; oppure si potrebbe creare un luogo aperto che diventi punto di riferimento, in cui le donne possano venire.” Lia ribatte che non c’è un’unica pratica. Acta, sindacaliste della Cgil hanno portato qui il proprio modo di pensare e agire. Su queste diversità avviene la riflessione non l’individuazione di obiettivi.
Michela Spera, Fiom nazionale, non ha dubbi: l’ha sempre lasciata perplessa l’idea emersa agli inizi di poter influire sulla amministrazione comunale. “Era una scommessa impossibile. Se volessi incidere in quella direzione mi appoggerei a quella che Lia chiama una organizzazione un po’ vecchia (il sindacato). Di certo non è con questo proposito che vengo qui.” In A. invece incontra mondi che nel suo mondo non vede: e ricorda in particolare il lavoro autonomo e le manager. Quanto al partire da sé, lo ritiene assai utile “perché la perdita di senso ce l’hai sia quando fai le cose concrete sia quando fai le discussioni”. Partire da sé vuol dire dare senso a quello che sei e fai. Circa la crisi democrazia/rappresentanza, concorda che non c’è movimento.
L’A. come piazza in cui si confronta una molteplicità di pratiche: così la sintetizza Vita Cosentino. “È un fantasma paralizzante che si debba tutte fare la stessa cosa, come vuole la concretezza. Qui invece le diverse pratiche (diversi femminismi, sindacato, ecc) si parlano e questa conoscenza allargata modifica il mio modo di vedere il mondo, mi modifica. È una ricchezza.”
Nella mancanza di movimento, l’A. è anche un luogo di resistenza, che dà spazio e voce a pratiche che altrove non hanno spazio perché tutto è dominato dalla parità: così la vede Marianna Bruno che lavora in Cgil. “Io non riesco a condividere la critica che nasce dal bisogno di concretezza: io concreta lo sono già nel mio lavoro sindacale, ogni giorno. Qui mi aspetto scambio e riflessione che mi sono molto utili e mi danno forza. Qui mi interrogo e non mi sento negata nella mia esperienza sindacale. Qui mi sento legittimata a portare nel sindacato la soggettività delle donne al lavoro. Fare rete con le relazioni. Non è semplice contrastare il discorso paritario dominante anche in Cgil. Per tutto questo sono debitrice all’A.”
È Chiara Martucci a riportare il discorso su quello che ancora non c’è nell’A., nonostante l’interesse per i confronti che avvengono e per l’alto livello rispetto ai discorsi correnti. “Non trovo l’invenzione di nuove pratiche condivise (azioni e orizzonti simbolici) spendibili altrove. Non sento che si instaurano nuove relazioni di fiducia che vanno oltre questo luogo. E non è stata superata la distanza intergenerazionale.”
Di fronte alla drammatica instabilità lavorativa e di vita che riguarda tutti, Anna Maria non vede possibilità di azioni collettive. “La solitudine è devastante: ben vengano mille A., mille luoghi in cui il lavoro è pensabile e io posso pensarmi al lavoro. Il sindacato rappresentava situazioni omogenee e non è in grado di rappresentare questa disomogeneità.”
Ma anche esportare l’A. non è semplice. Lo ricorda Clelia Mori: “Abbiamo tentato di fare A. a Reggio Emilia dentro la Cgil e sulla spinta di Paestum chiamando al confronto le donne di Femminileplurale ma è fallito perché mancava il metodo dell’ascolto, del partire da sé. Così siamo ricadute in una metodologia vecchia da sindacato/partito. Questa non è una pratica semplice perché raccogliere esperienze e dargli parole è spostare la lettura delle cose. Se abbiamo fallito è proprio perché non c’era sufficiente chiarezza sul metodo e sulla sua importanza.”
Lea Melandri ritorna sull’A. come luogo di confronto, non omogeneo, ma che ha al centro l’autocoscienza, che è agire politico: “Sono venuta all’A. proprio perché il Gruppo lavoro della libreria ha deciso di aprire un luogo pubblico in cui si poteva riprendere il confronto di opinioni. La rivoluzione del femminismo è stata riportare al politico ciò che era considerato non politico, in particolare la centralità del corpo, attraverso cui passa gran parte dell’espropriazione subita dalle donne. Per questo bisogna continuare a raccontarsi. Adesso qui si ripropone la dualità storica tra pensare e fare. Autocoscienza è fare perché modifica. È pratica. Usciamo da questa contrapposizione sterile, non siamo un gruppo di intervento politico tradizionale. Questo è il lavoro che continuiamo a fare qui: cercare i nessi corpi/lavoro, soggetti/leggi. Come si intreccia la vita personale e il corpo nel lavoro e come si può modificare, con quali pratiche e quali strumenti. Quando parla una sindacalista io sento subito se usa un linguaggio tradizionale. Purtroppo sentiamo poche politiche e poche sindacaliste che parlano questa altra lingua che ha dentro il corpo e i saperi della modificazione di sé. Più spesso parlano un linguaggio neutro con qualche contenuto da politiche di genere. Questo è un luogo insostituibile. Siamo qui a cercare i passaggi, non gli obiettivi.”
Luisa Pogliana dà un’altra testimonianza del vantaggio personale della pratica dell’A.: “So che cosa perderei se non ci fosse più. Venire qui è stato alimentarmi dei pensieri di altre, vedere cose che non vedevo, prendere forza per andare più armata nei luoghi in cui sono. Agire in modo diverso. Costruire insieme la consapevolezza Oggi è preziosissimo un luogo in cui alimenti la speranza e il senso di quello che continui a fare.” Come Marisa Guarneri: “Qui ho preso strumenti importanti per analizzare diversamente il lavoro sociale che mi impegna da tanti anni.”
Sandra Bonfiglioli invece invita ad allargare gli orizzonti: “Certamente l’A. ci ha legittimate a guardare le cose in modo diverso e ad agire ciascuna nel proprio campo. Ma la responsabilità che sento di più è nei confronti del paese: un’opera di civilizzazione, quella che le donne hanno sempre fatto. Come ci giochiamo la fertilità che sentiamo e che ci dà forza? Possiamo rilanciare l’A. ma dandoci un orizzonte di progetto. Lia nel suo libro parla di fase costituente. Io preferisco parlare di nuovo patto sociale. Ho pensato all’immagine del gong che trasmette con le sue onde un suono forte e suggestivo. Il prossimo anno possiamo essere questo. Abbiamo la forza per farlo. Perché le persone che sono qui sono intrecci di relazioni vaste.”
Giovanna Pezzuoli ha modificato nel tempo le sue aspettative, passando da una visione quantitativa (“mi aspettavo di allargare a dismisura, intercettando altre soggettività, chi vive con difficoltà nel lavoro”) alla ricchezza e intensità di alcuni momenti specifici: maternità, lavoro dipendente/autonomo, precarietà. “Momenti intensi, ma in cui non riesco a far entrare la mia soggettività, eppure per me il lavoro è stato ed è importantissimo. Per questo partecipo con meno intensità. E mi scopro afasica. Forse dovremmo parlare di relazioni di lavoro che sono quelle che mi danno problema (con le colleghe). Parlarne come nesso non come specificità.”
“Quando all’inizio dicevamo piazza pensante per ribellarsi, io intendevo una cosa precisa – dice Maria Grazia Campari – essere radicati in questa città. Poi però mi sono resa conto che questa idea è infondatissima. Come verifichiamo anche ai tavoli: niente riesce a perforare questa cortina di estraneità del comune di Milano. Forse dobbiamo cercare pratiche spendibili altrove come dice Chiara Martucci. Spendibilità esterna per me vuol dire capacità di fare rete allo scopo di ribellarsi. Continuare a interrogarci su che pratica fare insieme. Le riflessioni qui sono sempre estremamente interessanti, ma non voglio arricchirmi da sola, voglio condividere, entrare in contatto con altre persone fuori di qui. Attivare quel gong per cercare rispondenze nelle persone intorno a me.”
In conclusione Giordana Masotto sottolinea una differenza che è emersa dagli interventi: l’A. risulta essenziale, fortificante e nutriente per chi ha al di fuori di qui un suo luogo di presenza e azione politica. “Ma allora vorrei avere dentro l’A. più ritorni di ciò che avviene in altri contesti. Se l’A. elabora pensiero che poi viene speso altrove io vorrei che questo altrove fosse restituito all’A. riconoscendole la funzione di punto di riferimento. Quindi un ritorno non casuale, ma puntuale e consapevole. Oggi ci sono stati molti gesti di restituzione. È una dinamica importante che può costituire una indicazione anche per il futuro. I nessi con la realtà di Milano ci sono, ma vanno esplicitati.” Chi invece per condizioni di lavoro si sente in un vuoto, sente che l’A. non fa quello che dovrebbe fare. È dall’A. che vorrebbe una pratica da spendere. “Questo mondo di relazioni liquide non consente di portare altrove una soggettività resa più consapevole qua dentro. Quell’altrove è solitudine e isolamento.”
In chiusura invita a continuare questo confronto il 24 giugno guardando avanti, al prossimo anno. L’A. potrebbe articolarsi in momenti diversi con diversi metodi di lavoro, pensando anche a incontri fuori di qui che creino legami con realtà diverse.
(a cura di Giordana Masotto)
Su Il Fatto Quotidiano del 29 maggio 2013 è stato pubblicato l’articolo L’avvocata: “Non posso più difendere questa ragazza” di Beatrice Borromeo.
Pubblichiamo qui un commento di Manuela Ulivi della Casa delle donne maltrattate di Milano CADMI
“Ho una certa pratica di colloqui con donne che nascondono o non vogliono vedere la violenza subita. Ascolto e accolgo il loro racconto e mi figuro le immagini di quanto riportano a me. Il terrore e la paura che evocano mi fanno reagire e dico loro una parola o una frase che mi sarebbe, forse, venuta spontanea se avessi vissuto qualcuno dei momenti di quel racconto. A volte le donne non ci fanno caso, altre si fermano e si capisce che rimangono sorprese e che qualcosa di diverso è scattato nel loro pensiero. Questo è quanto mi rende più felice, per loro e per me. Forse non avrei rinunciato al mandato di Rosaria, anche se non conosco la vicenda che ha portato la mia collega a questa scelta, perciò il mio non è un giudizio sulla posizione da lei assunta. Esprimo qui solo il mio pensiero, legato alla mia pratica professionale: se avessi pensato di poter essere ancora un punto di riferimento avrei mantenuto la sua difesa, lasciando a Rosaria uno spazio per ripensare e rielaborare la sua posizione. Sono le pratiche che nel mio studio hanno sulla copertina la dicitura “stand by”. Mi avrebbe senz’altro fatto rabbia sapere che lei vuole tentare ancora di cambiare qualcosa di un rapporto che già l’ha condotta vicino alla morte. Non avrei prestato senz’altro il fianco ad un lavoro di ridimensionamento della gravità di quanto subito da questa donna, ma avrei lasciato a lei la scelta di stabilire il suo punto di insopportabilità della sofferenza. Mantenere aperta la possibilità di un contatto può fare una grande differenza per la donna proprio quando ritratta o torna dall’uomo violento, perché viene additata come una pazza e lasciata sola. Intanto lui le fa ancora di più terra bruciata intorno, mentre tutti stanno zitti o guardano giudicanti più la donna che l’uomo. Proprio per questa ragione sapere che un’altra donna è sempre disposta a mettersi in relazione con te, ad ascoltare il racconto della tua vita anche quando più nessuno ti vuole credere, può essere un’ancora di salvezza. Spesso ci ritroviamo a dire agli altri cosa dovrebbero fare, soprattutto se sono donne. Stare a fianco della donna maltrattata, o essere anche solo un suo potenziale punto di riferimento, sapere per lei che c’è un’altra donna che è sempre disposta ad ascoltarla, è il senso anche del lavoro di un’avvocata che ha visto tutta l’ambiguità e la complessità del rapporto con un uomo violento. Mai arrendersi lo diciamo alle donne, ma allora anche come loro legali possiamo darci lo stesso obiettivo.”
Il riconoscimento sarà consegnato sabato 1° giugno 2013, alle ore 11, ai Giardini della Biennale. Sono stati attribuiti all’artista austriaca Maria Lassnig e all’artista italiana Marisa Merz i Leoni d’oro alla carriera della 55. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia – Il Palazzo Enciclopedico (Giardini e Arsenale, 1 giugno – 24 novembre 2013) La decisione è stata presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta del Curatore della 55. Esposizione Massimiliano Gioni.
Note biografiche
Maria Lassnig è nata nel 1919 a Kappel am Krappfeld, Austria. Vive e lavora a Vienna.
Marisa Merz è nata nel 1926 a Torino, Italia. Vive e lavora a Torino.dal 30/5/2013 al 29/6/2013 Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Corso Magenta, 50 Milano
Dadamaino 1930 – 2004. La mostra, a cura di Flaminio Gualdoni e Stefano Cortina, presenta un ampio repertorio di opere che documentano tutte le stagioni di Dadamaino, in cui figurano realizzazioni imponenti come una versione de “Il movimento delle cose”, opera inedita che si sviluppa su una lunghezza di 30 metri.
comunicato stampa
a cura di Flaminio Gualdoni con Stefano Cortina
Si inaugura il 30 maggio la prima ampia mostra retrospettiva che la città di Milano, e in particolare la Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, dedica a Dadamaino dopo la sua scomparsa. La Galleria Gruppo Credito Valtellinese, spazio milanese dell’omonima Fondazione, propone dal 31 maggio al 29 giugno un’importante retrospettiva che raccoglie le opere più significative prodotte dal 1958 al 1998.
Cresciuta nel vivace ambiente milanese degli anni ’50, in cui la giovane generazione tenta vie diverse rispetto all’informale, Dadamaino è da subito nell’avventura di Azimut con Piero Manzoni ed Enrico Castellani, e guarda a Lucio Fontana come al proprio maestro. Le serie dei Volumi e dei Volumi a moduli sfasati, con i quali prende parte alle maggiori mostre europee del tempo, la afferma come una figura primaria dell’arte nuova.
Vengono in seguito l’adesione a Nouvelle Tendance, opere di più chiara ispirazione ottico – cinetica e neocostruttiva, e una lunga stagione di fervida militanza politica. Alla metà degli anni ’70 Dadamaino avvia la sua stagione di straordinaria maturità, con serie come Alfabeto della mente e I fatti della vita, che espone in una sala memorabile alla Biennale di Venezia del 1980. Inizia qui il suo lungo viaggio nel segno insignificante e nel tempo della scrittura, che ne fa per certi versi una figura affine ad artisti come Roman Opalka e Hanne Darboven.
Nascono dagli anni ’80 serie come Il movimento delle cose, che presenta alla Biennale di Venezia nel 1990, Passo dopo passo, Sein und Zeit, che la consacrano come una delle figure di maggior spessore poetico della ricerca contemporanea.
Tra le grandi personali che si tengono in quegli anni, fanno spicco quella al Padiglione d’arte contemporanea di Milano nel 1983, alla Casa del Mantegna di Mantova e alla Stiftung für Konkrete Kunst di Reutlingen nel 1993, al Museo di Bochum nel 2000.
La mostra presenta un ampio repertorio di opere che documentano tutte le stagioni di Dadamaino, in cui figurano tra l’altro realizzazioni imponenti come una versione de Il movimento delle cose, inedita, che si sviluppa su una lunghezza di trenta metri. La mostra, prodotta e organizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese in collaborazione con l’Archivio Dadamaino, è a cura di Flaminio Gualdoni con Stefano Cortina, coordinamento di Susanne Capolongo. Per l’occasione viene edito un ampio catalogo con testi introduttivi dei curatori e di Elena Pontiggia.
Mostra prodotta e organizzata dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese in collaborazione con l’Archivio Dadamaino
Immagine: Dadamaino: Oggetto ottico dinamico , 1961-1962 , Alluminio su tavola , cm 120×120
Ufficio Stampa
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo
tel.
+39 049.663.499
info@studioesseci.net
Vernice per la stampa giovedì 30 maggio ore 12.00
Inaugurazione giovedì 30 maggio ore 18.30
Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Corso Magenta, 59
Orari e ingressi
da martedì a sabato 15.30 – 19.00
chiuso domenica e lunedì
Ingresso libero
Per la nostra cultura ed economia. L’artista Jasmina Cibic ha sviluppato il tema “Il Palazzo Enciclopedico” privilegiandone l’aspetto utopico, manifestando una presa di posizione radicale rispetto alle strategie predefinite dell’iconografia nazionale.
Comunicato stampa

L’artista Jasmina Cibic è stata scelta dal Ministero della Cultura sloveno per rappresentare la Repubblica di Slovenia alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia con un progetto dal titolo Per la nostra cultura ed economia. Il lavoro sarà prodotto dalla Gallerie e Museo Civico di Lubiana assieme alla Galleria Škuc e curato da Tevž Logar. Il commissario è Blaž Peršin.
“Per la nostra cultura ed economia” prende come spunto il tema della 55. Esposizione Internazionale d’Arte, il Palazzo Enciclopedico. L’artista sviluppa questo concetto privilegiandone l’aspetto utopico, manifestando una presa di posizione radicale rispetto alle strategie predefinite dell’iconografia nazionale.
Consapevole della (possibile) censura, propria della struttura formale di una mostra del genere, Jasmina Cibic esporrà due film che drammatizzano le contraddizioni proprie dell’identità nazionale slovena indagandone le trasformazioni dal passato al presente. Le pareti interne del padiglione sloveno saranno ricoperte con le immagini di uno scarafaggio, mancata icona nazionale slovena a causa della connotazione ideologica del suo nome scientifico “Anophthalmus hitleri”.
Scoperto in una grotta slovena, questo insetto è stato identificato nel 1933 da Oscar Scheibel, entomologo dilettante e grande ammiratore di Hitler, che nel 1937 denomina il coleottero omaggiando il suo idolo e ricevendo per questo una lettera di ringraziamento dallo stesso Führer. Specie maledetta per il nome affibiatole, il coleottero hitleriano è divenuto l’oggetto del desiderio di numerosi collezionisti filonazisti. Benché l’innocente coleottero cieco sia privo di un forte interesse per il mondo scientifico, rischia di scomparire non solo dalla memoria nazionale della Repubblica di Slovenia, ma anche dal suo habitat naturale per trovare spazio come souvenir negli studioli dei nostalgici collezionisti neonazisti.
L’artista, in collaborazione con più di quaranta entomologi internazionali, illustratori scientifici e rinomate istituzioni tra cui il Museo di Storia Naturale di Londra, il Museo di Scienze Naturali di Tel Aviv e il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha realizzato una serie di illustrazioni dello scarafaggio in questione che andranno a ricoprire interamente le pareti del padiglione; questa serie di disegni e dipinti sarà presentata come una sorta di istanza enciclopedica.
La ricerca di Jasmina Cibic è incentrata su diversi eventi storici che hanno contributo alla creazione di miti nazionali elaborando una presentazione che critica la creazione di false icone, fardelli storici irrisolti e tentativi di costruzione di illusorie identità nazionali.
Gli interventi di Jasmina Cibic sono sempre pensati per luoghi e contesti specifici. “Per la nostra cultura ed economia” ripropone questa metodologia. Concentrandosi sulla struttura architettonica del padiglione Sloveno, nato come residenza privata, Jasmina costituisce un dialogo tra questa esperienza intima e quella pubblica che impegna la galleria: l’intero spazio espositivo sarà occupato dall’installazione ideata dalla Cibic e rielaborato in un boudoir.
Il progetto “Per la nostra cultura ed economia” sarà accompagnato da una dettagliata pubblicazione con i testi di Mladen Dolar, Lina Džuverović, Nika Grabar, Petja Grafenauer, Tevž Logar, Suzana Milevska e Jane Rendell, corredati da un ampio apparato iconografico.
Contatti stampa:
A plus A Centro Espositivo Sloveno
press@aplusa.it
+30 041 2770566
Inaugurazione 30 maggio ore 18.30
A+A Centro Espositivo Sloveno – A plus A
calle Malipiero, 3073 (San Marco) – Venezi
Orario: mart-dom 110-18
Ingresso libero
Buongiorno,
sono insegnante in uno dei tanti centri industriali del vicentino. Ho alunni che si chiamano Alessandro, Matilde, Matteo, ed altri Yoshra, Imane, Nudrat. Tra loro, pur con le differenze di sesso e personalità, si considerano pari, in quanto sono a fianco uno dell’altro fin dal reparto maternità in cui sono nati.
Mantenere l’attuale legge sulla nazionalità, che un giorno porrà differenze di diritti e doveri tra gli uni e gli altri, significa sprecare un patrimonio di democrazia che questi giovanissimi ci offrono.
I miei migliori saluti,
Claudio
di Franca Fortunato
“TAM Tam” è il titolo del libro scritto da Vita Cosentino per l’edizione Gransasso nottetempo in cui l’autrice, nell’anniversario della diagnosi della sua malattia, una paraplegia incompleta, riattraversa giorno per giorno le sue ansie, paure e fatiche, e racconta della sua gioia nello scoprire di avere tante amiche e amici, che si stringono intorno a lei e non la lasciano sola. Sono loro, accorse da ogni dove al suono di un tam tam, che le danno la forza di vivere nella malattia e la rendono consapevole di essere una donna ricca, di una ricchezza non monetabile. Un tesoro il suo, a cui attingere anche nella fatica quotidiana di re-imparare azioni semplici come vestirsi, lavarsi, essere autonoma. Quando la malattia arriva inaspettata e violenta squarcia il velo della morte e con il suo carico di paura e ansia svela e ci dà consapevolezza del nostro attaccamento alla vita. E’ quanto sperimenta anche Vita. <<Stretta tra due concezioni: la vita rimandata al futuro, la vita rassegnata alla disgrazia, mi sono trovata a pensare che non potevo aderire né a l’una, né all’altra. Dentro di me urgeva un’altra concezione: quella era tutta la vita che avevo in quel momento e volevo viverla con tutto il godimento che mi era possibile in quella situazione>>. Vita sceglie di vivere nella malattia e non di sopravviverle . Scrive il libro in terza persona per aiutarsi a “distaccarsi da sé” e procede nella forma del diario, dove sentimenti, eventi, accadimenti, volti e ambienti vengono annotati, raccontati e descritti nei particolari in modo puntuale e paziente. In clinica o in casa, quando le giornate si sono fatte lunghe e il tempo ha cambiato dimensione, si è fatto lento e vuoto, lei si abitua a viverci dentro e scopre il desiderio di riempirlo non solo con le terapie riabilitative e la somministrazione di farmaci, ma con incontri, lunghe discussioni, uscite per la città con le sue amiche di sempre, munita della sua inseparabile macchina fotografica. Vita è decisa a riprendersi la vita ed il suo presente, in cui c’è tutto il suo futuro. In quel prima e dopo la malattia c’è il senso del suo raccontarsi nelle relazioni politiche e amicali che ha intessuto negli anni con la politica delle donne. La sua vita è cambiata, perché la malattia la cambia, ma nel suo scorrere non spezza quel filo col passato fatto di relazioni, interessi, lotta e creatività. <<La donna che racconta – scrive Luisa Muraro nella prefazione – inventa un’arte di vivere di cui non ho mai letto: lei lotta per rifarsi una vita salvando quella di prima, vale a dire che crea una continuità nella tremenda discontinuità del danno patito>>. Tam tam è un libro breve ma intenso come lo è la vita di una donna che non si arrende alla malattia e al fantasma della morte. Scritto in una forma scorrevole, si legge con leggerezza nonostante la materia di cui tratta.
“Tam tam” Vita Cosentino Edizione gransasso nottetempo pagg.108 €7,00
di Altereva
Ciao a tutt*,
siamo il collettivo AlterEva, un gruppo di Torino che si occupa di tematiche di genere dal 2008. (www.altereva.it)
Coerentemente con il nostro spettro di attività, abbiamo deciso di organizzare un festival a tema “liberazione sessuale”.
Il nostro progetto si propone di coinvolgere il pubblico studentesco per sensibilizzarlo sul tema della sessualità e della libera e consapevole disposizione del proprio corpo. Consisterà in una rassegna serale di tre giorni – 27/28/29 giugno (il 30 solo per il pomeriggio)- nella quale svilupperemo, attraverso proiezioni dibattiti performances e concerti tre tematiche principali. I temi che vogliamo affrontare sono: ruoli e stereotipi; autodeterminazione, letta in chiave Lgbtqi; piacere e desiderio.
Inoltre, al termine della rassegna, domenica 30 giugno, vi proponiamo un incontro nazionale, in occasione del quale discutere le azioni da mettere in campo riguardanti il tema della sessualità e coordinarci tra collettivi, gruppi e singole.
Vi chiediamo quindi di pensare ed elaborare qualsiasi forma di partecipazione e di condivisione, per costruire con noi questa Plaza del Sexo – Desiderio di rivoluzione.
Vieni! A Torino 27/28/29 e 30 Giugno – Collettivo AlterEva
Oggetto del progetto:
Il progetto intende affrontare la sessualità e più in particolare la questione ancora controversa del significato di liberazione sessuale. Benché la sessualità sia manifestazione primaria dell’identità e parte significativa della vita di ogni persona, essa non viene mai affrontata; quotidianamente siamo esposti ad una sessualità standardizzata, che rimanda a stereotipi di genere.
È necessario decostruire questi stereotipi in quanto veicoli di una rappresentazione troppo limitata e fuorviante della realtà, all’interno della quale crescono relazioni di subordinazione, comportamenti a rischio e violenze.
Attraverso i canali di comunicazione di massa, infatti, viene fornita un’interpretazione della sessualità costruita a partire dai retaggi di una cultura di stampo patriarcale che identifica il soggetto donna come un oggetto di cui disporre.
Per costruire una società che promuova il libero sviluppo della personalità e la crescita di relazioni umane sostenibili è necessario rappresentare un’altra idea di sessualità che implichi autodeterminazione, rispetto e cura di se stessi e degli altri.
La riflessione intorno al proprio corpo e alla propria sessualità dunque è un modo per veicolare, in particolare tra le giovani e i giovani, un messaggio di consapevolezza (soprattutto nell’ambito della contraccezione) e di cura. La prima è intesa quale realizzazione personale, volta a rendere il proprio quotidiano più appagante e completo; la seconda è concepita come rispetto per se stessi e per gli altri e rappresenta il fondamento principale per la libertà di ciascuna/o di noi.
Tramite questo progetto crediamo di poter comunicare l’idea per la quale, nell’ottica della libera “disposizione” del proprio corpo, esso non deve mai essere un oggetto passivo asservito a desideri non propri, ma soggetto, svincolato dai canoni imposti dalla nostra società.
Chi siamo e perché lo facciamo?
Il collettivo AlterEva nasce dalle mobilitazioni studentesche del 2008. A partire da quell’esperienza abbiamo sentito l’esigenza di costruire percorsi di formazione e di azione sulle tematiche di genere, perché crediamo che nessun contesto, nessuna piazza, nessuna relazione possano essere vissute senza una consapevolezza della propria sessualità e dei rapporti tra generi.
La sessualità è un filtro di comprensione necessario. E’ il terreno di lotta su cui abbiamo riflettuto durante tutto il nostro percorso come collettivo femminista: inizialmente nei momenti di autocoscienza, momenti di scambio e condivisione tra donne; successivamente, mosse dall’esigenza di prendere parola nello spazio pubblico, proponendo percorsi di sensibilizzazione sulla sessualità secondo una prospettiva di genere. A questo scopo abbiamo adottato diversi strumenti: conferenze, contestazioni e laboratori, giungendo fino alla creazione di una campagna regionale sulla sessualità rivolta a ragazze e ragazzi delle scuole medie superiori (Sex Choices).
La nostra è una lotta di liberazione sessuale perché crediamo che i corpi siano la piazza pubblica nella quale si svolgono le lotte di dominio: dalla violenza all’aborto, dalla mercificazione alla medicalizzazione (etc). Ed è proprio attraverso questa piazza che l’oppressione patriarcale agisce nelle nostre relazioni, nella società; nel pubblico come nel privato.
Riscoprire il corpo come soggetto attivo ci sembra un atto necessario per affrontare criticamente quegli stereotipi di genere socialmente condivisi che danno luogo a relazioni di subordinazione e comportamenti a rischio di violenza. Affrontare criticamente la sfera della sessualità diventa strumento di liberazione individuale e collettiva, di rivoluzione e capovolgimento. Il corpo, il piacere, il desiderio, il sesso, l’autoerotismo sono strumento di emancipazione da una società patriarcale e moralista e nel contempo sono percorsi di conoscenza di sé e di costruzione del Sé.
Crediamo sia importante portare queste riflessioni anche al di fuori dei collettivi, dei gruppi, delle associazioni.
Collettivo Altereva
di Sandra Amurri
Ieri mentre a Corigliano Calabro si celebravano i funerali di Fabiana Luzzi, 16 anni, uccisa da un suo coetaneo, la Camera ha approvato all’unanimità, 545 voti a favore, la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta nei confronti delle donne e la violenza domestica siglata a Istanbul nel maggio del 2011. Disegno di legge che dovrà, ora, passare l’esame del Senato. L’aula di Montecitorio ha salutato l’esito del voto con un lungo applauso. Il testo prevede il contrasto a ogni forma di violenza, fisica e psicologica sulle donne, dallo stupro allo stalking, dai matrimoni forzati alle mutilazioni genitali e un forte impegno sul fronte della prevenzione, avendo come obiettivo il contrasto a ogni forma di discriminazione e promuovendo “la concreta parità tra i sessi, rafforzando l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne”.
Uno strumento internazionale giuridicamente vincolante di protezione delle donne che prevede anche un’ampia rete di assistenza per le vittime di violenza. IN ORDINE, l’Italia è il quinto Paese ad aver ratificato il testo della Convenzione dopo Montenegro, Albania, Turchia e Portogallo ma affinché la Convenzione sia applicata occorre che venga sottoscritta da almeno 10 Stati di cui 8 debbono essere componenti del Consiglio d’Europa. “Con l’approvazione di oggi della Ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa, si apre uno scenario più incisivo per il nostro governo nel contesto europeo e internazionale nella lotta al femminicidio”, ha spiegato la parlamentare italo-brasiliana Renata Bueno, membro della commissione Esteri della Camera.
“La Convenzione è importante perché incardina il fenomeno della violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e istituisce la perseguibilità penale degli aggressori”. Mentre Save the Children auspica che, di pari passo con la riforma normativa, venga garantito uno stanziamento di risorse economiche finanziarie adeguate a rafforzare la rete dei servizi e ad attuare politiche integrate, misure e programmi destinati a prevenire e combattere ogni forma di violenza, come ad esempio il ripristino del fondo contro la violenza alle donne, e l’istituzione di un apposito fondo per garantire una piena tutela e un indennizzo equo e adeguato alle vittime di reati intenzionali violenti”. C’è inoltre da augurarsi che gli accordi tra i vari Stati vengano tradotti in piani di intervento concreti affinché siano tutelate tutte le immigrate perché la violenza sulle donne non conosce colore della pelle, età o confini geografici. Voto, quello della Camera, che il ministro per l’integrazione, Cécile Kyenge ha definito “benefico” perché incoraggia, in quanto “non potremo mai assuefarci all’orrore di gravissimi fatti di cronaca contro le donne, ma neanche alle tante e continue violenze domestiche e nei luoghi di lavoro”.
RESTA la vergogna dell’aula quasi deserta durante la discussione di lunedì scorso, presenti solo i deputati del M5S e pochi altri nonostante il femminicidio sia un tema così caro ai politici che per disquisirne si contendono i talk show. Scampato anche il pericolo che venisse incluso l’articolo 3 della Convenzione secondo cui “la violenza nei confronti delle donne” comprende “tutti gli atti di violenza fondati sul genere” allargando il fronte anche alle coppie gay come auspicato da alcuni esponenti del Pd e da Sel. Paola Binetti di Scelta Civica aveva già messo le mani avanti invitando a evitare “ambiguità”, mentre Dorina Bianchi del Pdl aveva precisato che la questione non era “prioritaria”, anzi era “inopportuna” anche per i costi sul Welfare e il parlamentare di Scelta Civica, l’ex portavoce della comunità di Sant’Egidio, Mario Marazziti aveva sottolineato come la definizione di genere della Convenzione approvata dal Consiglio d’Europa fosse troppo ampia. Mentre l’Avvenire ha tenuto a rassicurare i lettori che il voto di ieri non prevedeva modifiche o emendamenti come a dire, appunto, che non vi sarebbe stata la scongiurata ipotesi che venisse inclusa la definizione di genere prevista dall’articolo 3 della Convenzione.
di Beatrice Borromeo
“Antonio non sarebbe mai arrivato a incendiarmi viva, io non sono come Fabiana”. Rosaria Aprea, la miss casertana che due settimane fa era in fin di vita per le botte del compagno, l’imprenditore Antonio Caliendo, giura alla sua avvocata che tra lei e la sedicenne di Corigliano – strangolata, accoltellata e data alle fiamme – la differenza c’è eccome.
«È convinta che lui si sarebbe fermato prima. Mi parlava mentre alla tv scorrevano le immagini di quella ragazzina uccisa in Calabria, e si annunciava il suo funerale: sono certa che anche Fabiana, proprio come Rosaria, avrebbe detto che dopotutto non era in pericolo», racconta Carmen Posillipo, che fino a ieri ha difeso Rosaria. E che ora, dopo la scelta di lei di tornare assieme al suo aggressore e di fare pure una colletta per pagargli la cauzione (è ancora in carcere con l’accusa di lesioni gravissime), ha rinunciato a rappresentarla.
Avvocata Posillipo, ha detto che rinuncia perché non vuole assistere all’anteprima di un omicidio.
«Rosaria è appena stata dimessa dall’ospedale: ha una cicatrice che va dal seno alla pancia, le hanno asportato la milza, non ha più l’ombelico. Se è sopravvissuta è solo perché è sana e molto giovane. Non era la prima volta che il fidanzato la picchiava, e l’ho avvertita che quando Caliendo tornerà, sarà ancora più aggressivo. Ma lei dice che riuscirà a gestirlo, che le ha già chiesto scusa… Io supporto un’associazione contro la violenza sulle donne: non posso più difendere questa ragazza. Da come parla non sembra convinta di questa scelta. Ho passato molto tempo con Rosaria in questi giorni. Ha appena vent’anni, mi sono affezionata sia a lei sia a sua madre. Continuano a telefonarmi pregandomi di ripensarci ma la mia decisione, purtroppo, proprio perché meditata è irrevocabile.»
Quando le ha detto che non l’avrebbe più rappresentata?
«Quando lei, che continua a giustificare il compagno, mi ha comunicato che non lo avrebbe querelato. “È già in carcere, abbiamo un figlio, lo amo”, ripete. Ma non ci sono scuse. Dunque rinuncia anche al risarcimento danni? Sì, ed è una follia, perché sarebbe una cifra importante che le consentirebbe di prendersi cura del figlio. Il fattore economico ha pesato molto, in tutta questa storia. Perché? La famiglia di Rosaria ha grandi difficoltà. La madre, che si è risposata, ha altri figli piccoli. Vivono in 7 con un unico stipendio. Con Caliendo, Rosaria ha scoperto la vita: lui le ha regalato un’auto, l’ha fatta uscire e divertire. Non vuole tornare alla condizione di prima. A costo di rischiare la vita? Infatti c’è anche un aspetto più profondo: il padre di Rosaria, Mauro, è morto quando lei aveva 9 anni. Ha dato lo stesso nome a suo figlio: è una perdita che l’ha segnata moltissimo. E la mia impressione è che anche la madre abbia sofferto molto, non so se di violenze solo psicologiche o anche fisiche. Ogni volta che provo a parlarle, glissa. Proprio come la figlia.»
Quindi esclude, com’è stato scritto, che Rosaria abbia paura dalla famiglia del compagno?
«Anzi, non si sono proprio fatti vivi. La sorella di lui è andata a trovarla in ospedale e le ha detto di contare sul loro appoggio. Ma Rosaria ha provato a contattarli varie volte e nessuno le ha risposto. Sono convinta che si tratti semplicemente di dipendenza mentale. E dell’incapacità di realizzare che quello che è capitato a Fabiana e alle altre può benissimo succedere anche a lei.»
(da Il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2013)
Lettera aperta al Direttore del Tg2 Marcello Masi
Direttore Marcello Masi,
Siamo donne e uomini che quotidianamente attraverso il sito di informazione www.zeroviolenzadonne.it cercano di diffondere un messaggio diverso contro la violenza sulle donne e un punto di vista altro sulla relazione tra uomini e donne. Lo facciamo attraverso contributi che vengono scritti ad hoc per il nostro sito, e attraverso soprattutto una rassegna stampa quotidiana che tocca molti temi, uno fra tutti: la violenza contro le donne.
E proprio questo tema ci porta oggi a scriverLe.
Oggi una grande donna, una grande attrice ci ha lasciati: Franca Rame.
Nella vostra edizione delle 13 le avete giustamente dedicato un servizio all’interno del Tg. Questo, a firma della giornalista Carola Carulli, recitava testualmente “Una donna bellissima, amata e odiata. Chi la definiva attrice di talento che sapeva mettere in gioco la propria carriere per un ideale di militanza politica totalizzante e chi invece la vedeva come la pasionaria rossa che approfittava della propria bellezza fisica per imporre attenzione; finché il 9 marzo del 1973 fu sequestrata e stuprata. Ci vollero 25 anni per scoprire i nomi degli aggressori, ma tutto era caduto in prescrizione”.
Del suo stupro ha parlato la stessa Franca Rame in più di un’occasione, indicando nella matrice fascista i suoi aggressori.
Metterla in discussione o peggio – come è stato fatto nel vostro servizio – ometterla, è sicuramente una scelta ben precisa di cui ci stupiamo.
Ma ciò che più ci fa rabbrividire è la giustificazione neppure troppo velata degli stupratori, perché questo è stato fatto! Incolpare Franca Rame di “approfittare della propria bellezza fisica per imporre attenzione; finché il 9 marzo del 1973 fu sequestrata e stuprata” ci sembra del tutto inaccettabile.
Nessuna giustificazione può essere impugnata in caso di stupro: né una minigonna, né una maglietta scollata, né un atteggiamento politico distante da chi scrive un servizio giornalistico. Soprattutto se va in onda su una rete pubblica e in un orario di punta.
I giornalisti hanno un ruolo determinante nell’informazione, nella formazione e nella costruzione dell’immaginario collettivo.
Sostenere che Franca Rame con la sua indubbia bellezza sia responsabile dello stupro di gruppo che ha subito per mano di fascisti e i cui mandanti non sono oramai più sconosciuti è un atto irresponsabile nei confronti di tutte le donne che quotidianamente subiscono violenza – sia essa fisica, psicologica, economica, sessuale – e che decidono di ribellarsi al proprio aguzzino.
Ed è anche un atto irresponsabile nei confronti della stessa Rame, che con la forza che l’ha caratterizzata in ogni attimo della sua vita – pubblico e privato – ha deciso di rendere collettiva la sua esperienza drammatica. Perché non si sentiva in colpa, perché non aveva alcuna colpa per essere stata stuprata e selvaggiamente aggredita da fascisti.
Chiediamo dunque a Lei e alla giornalista Carola Carulli di spiegarci perché avete deciso di giustificare uno stupro di gruppo e di non citare la matrice fascista degli aggressori.
Distinti Saluti
La Redazione di www.zeroviolenzadonne.it