VENEZIA | 55. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia | 1 giugno – 24 novembre 2013
Berlinde De Bruyckere, artista di fama internazionale di base a Gand, è stata chiamata a rappresentare il Belgio nel Padiglione Nazionale alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte | La Biennale di Venezia. Lo S.M.A.K., il Museo D’Arte Contemporanea della città di Gand, è l’organizzatore del Padiglione alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte | La Biennale di Venezia, che apre al pubblico il 1 giugno 2013, per il quale la De Bruyckere ha concepito una nuova installazione site-specific, che partendo dagli elementi chiave della sua opera ne amplifica la potenza grazie alle interconnessioni con il contesto storico di Venezia. L’artista ha inoltre invitato l’acclamato scrittore J.M. Coetzee, vincitore nel 2003 del Premio Nobel per la Letteratura, ad essere suo curatore e collaboratore. La stima tra i due personaggi, che li ha portati a seguire vicendevolmente i reciproci progetti, dura da diversi anni. La De Bruyckere ha più volte dichiarato che vede in Coetzee uno “spirito affine”, che svela nello scrivere quello stesso desiderio “divoratore” che ella avverte creando le sue sculture.
Coetzee, riferendosi all’artista, ha aggiunto “Ho sempre ammirato l’opera di Berlinde De Bruyckere e, soprattutto, ne sono stato colpito in un modo spesso a me oscuro, ma non avrei voluto fosse altrimenti. Le sue sculture esplorano la vita e la morte – morte nella vita, vita nella morte, vita prima della vita, morte prima della morte – nel modo più intimo e disturbante. Illuminano, ma la luce è tanto buia quanto profonda”.
Coetzee non avrà un classico ruolo da curatore ma opererà come fonte di ispirazione e partner della De Bruyckere. Questa collaborazione è la naturale prosecuzione di un progetto congiunto dei due, del 2012, in cui è stato pubblicato il libro Allen Vlees (All Flesh), che univa le opere dell’artista con le parole dello scrittore. In particolar modo, le frasi più significative, estratte dai libri di Coetzee, sono state inserite dalla De Bruyckere accanto ai particolari delle proprie sculture, per suggerire – con la contrapposizione parola/immagine – due mondi paralleli che si arricchiscono ma non si descrivono mai a vicenda.
In aggiunta alla collaborazione con J.M. Coetzee, Berlinde De Bruyckere ha invitato Philippe Van Cauteren, direttore dello S.M.A.K. dal 2006, ad assumere il ruolo di co-curatore del Padiglion del Belgio. Sono da ricordare le mostre monografiche realizzate da questa istituzione sotto la sua direzione (Lois Weinberger, Kendell Geers, Paul McCarthy, Mark Manders, Dara Birnbaum, Jorge Macchi, Nedko Solakov, Joachim Koester) e i progetti artistici in spazi pubblici come TRACK. Philippe Van Cauteren sta inoltre preparando una retrospettiva su Berlinde De Bruyckere per il 2014, che avrà come sedi lo S.M.A.K.e il Gemeentemuseum in The Hague (Netherlands).
Berlinde De Bruyckere. Kreupelhout – Cripplewood Padiglione del Belgio
55. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia Giardini della Biennale, Venez
Berlinde De Bruyckere (Gand, 1964) realizza le sue sculture seguendo un personale linguaggio visivo molto fisico ed espressivo. Scava in profondità nelle onnipresenti esigenze e paure dell’uomo. Elementi come la vulnerabilità, la mortalità e la solitudine attraversano la sua opera. L’artista prende ispirazione dalla letteratura e dalla storia del cinema, ma la sua opera scultorea mostra anche una grande affinità con quella di maestri del calibro di Lucas Cranach e Antonello da Messina. Come scrive Ovidio nelle sue Metamorfosi, “La mia mente mi porta a parlare di figure che si tramutano in nuovi corpi”. Nel suo lavoro, la mutilazione e la violenza possono assumere forme estreme, ma sono sempre connesse alla possibilità di trasfigurazione e di crescita.
Berlinde De Bruyckere ha esposto nei maggiorni Musei ed Istituzioni in Belgio e all’estero. Tra le esposizioni più recenti, ricordiamo: Philippe Vandenberg & Berlinde De Bruyckere. Innocence is precisely: never to avoid the worst, De Pont Museum of Contemporary Art, Tilburg (Netherlands), 2012; The Wound, Arter, Istanbul (Turkey), 2012; We are all Flesh, Australian Centre for Contemporary Art, Melbourne (Australia), 2012; Mysterium Leib. Berlinde De Bruyckere im Dialog mit Cranach und Pasolini, che ha avuto come prima tappa il Kunstmuseum Moritzburg, Halle (Germania) successivamente trasferita al Kunstmuseum Bern, Switzerland, 2011; e la personale a (DHC / ART Foundation for Contemporary Art, Montreal, Canada, 2011. E’ attualmente in corso, fino al 12 maggio 2013, la personale In the Flesh alla Kunsthaus Graz e alla St Dominikus Chapel a Graz (Austria).
di Laura Minguzzi
A Milano ci sarà un giardino intitolato alla memoria di Anna Politkovskaja, giornalista russa, uccisa nel 2006 davanti al portone di casa all’età di quarantotto anni. In Corso Como ieri erano presenti alla breve cerimonia, il figlio di Anna, Ilyà, la sorella di Anna, Elena Kudìmova, che vive a Londra, una giornalista e il vice-direttore della Nòvaja Gazieta; il giornale per cui lavorava e conduceva le inchieste Anna P. “La memoria è un peso che si porta per tutta la vita perché il ricordo è sempre legato a chi non c’è più”, così ha detto Vitàlij Jaroshèvskij, davanti al giardino Anna Politkòvkaja che si affaccia davanti alla stazione Garibaldi. Forse il peso è da attribuire al fatto che in Russia prevale il ricordo formale, non si parla di lei, i suoi libri non sono pubblicati e nella redazione del giornale ci sono oramai troppe foto di giornaliste e giornalisti uccisi a causa delle loro inchieste. La sorella di Anna, Elena ha detto che il 12 maggio in Russia è giorno di festa. Una nuova festa nazionale voluta da Eltzin, ma nessuno sa cosa si festeggia. “ Io lo so cosa festeggio: sono orgogliosa di mia sorella Anna”. Durante l’ incontro pubblico all’Urban Center di corso Vittorio Emanuele, Elena ha annunciato che sta scrivendo un libro su Anna, insieme alla figlia Larisa Politkòvskaja. Il figlio Ilyja comunica alla stampa che il 21 giugno inizierà il processo contro cinque imputati, accusati di essere gli organizzatori e gli esecutori dell’omicidio. Ma dei mandanti non c’è ombra, anche se tutti sanno da dove è partito l’ordine. Era il 7 ottobre del 2006, giorno del compleanno di Putin.
Padiglione Spagnolo – Materiali Costruttivi e Guida di Sacca San Mattia, l’isola abbandonata di Murano, Venezia – Lara Almarcegui
Lara Almarcegui rappresenta la Spagna alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte–la Biennale di Venezia con una vasta installazione nel Padiglione Spagnolo che comprende un progetto di ricerca sull’isola Sacca San Mattia di Murano.
L’opera di Lara Almarcegui (Saragozza, 1972) parte dalla presa di coscienza della città, dei terreni incolti e degli edifici come spunto di riflessione sull’evoluzione dell’urbe stessa e sugli elementi che la compongono. Con progetti impegnati, che indagano le rovine moderne, gli spiazzi abbandonati, le montagne di macerie attraverso la realizzazione di guide, cartine e brochure, Almarcegui ha esibito il suo lavoro in diverse capitali – come Londra, Beirut o Vienna – e ha partecipato ad eventi internazionali d’arte contemporanea tra cui Manifesta 9 (2012) e la Biennale di São Paulo (2006).
Selezionata dal curatore Octavio Zaya, Almarcegui porta alla Biennale della città lagunare – il più grande evento del mondo dell’arte contemporanea – due proposte interconnesse tra loro che si muovono sulla scia delle sue opere precedenti. La prima interessa lo spazio fisico del Padiglione Spagnolo ai Giardini; l’altra rivolge la sua ricerca ad uno spazio vuoto accanto all’isola di Murano.
Nel Padiglione, una grande installazione scultorea interagisce con l’architettura dell’edificio costruito da Javier de Luque nel 1922, occupandone tutto l’interno. L’intervento Materiali Costruttivi del Padiglione Spagnolo è costituito da cumuli di diversi materiali edilizi, corrispondenti per tipologia e misura agli stessi che furono impiegati per erigere l’edificio stesso nel secolo scorso.
Una grande montagna – costituita da detriti di cemento, tegole e mattoni trasformati in ghiaia – occupa la sala centrale, rendendo virtualmente impossibile l’accesso diretto a questo spazio. Altre montagne più piccole, fatte ciascuna di un solo materiale (segatura, vetro e una miscela di scorie e cenere d’acciaio), sono posizionate nelle sale perimetrali, dove il pubblico può circolare attorno al cumulo principale.
“I materiali provengono da resti di demolizioni che, dopo essere stati sottoposti a un processo di riciclaggio, sono stati trasformati in ghiaia attraverso il sistema di trattamento dei materiali attualmente utilizzato a Venezia”, spiega l’artista riguardo al proprio intervento.
Parallelamente, Almarcegui ha sviluppato nei pressi di Murano il progetto Guida di Sacca San Mattia, l’isola abbandonata di Murano, Venezia, una ricerca che interessa l’isola artificiale di Sacca San Mattia, formatasi attraverso l’accumulo di materiali dell’attività edilizia e da scarti di produzione del vetro dell’isola di Murano. Il progetto consiste nello studio di un terreno incolto nella Sacca San Mattia, la sua formazione, il suo presente geologico e ambientale, e le proposte progettuali che sono state fatte e i motivi per i quali non sono state messe in atto.
Dice l’artista “Ho svolto le ricerche preliminari attraverso diverse conversazioni con urbanisti e architetti di Venezia, i quali mi hanno parlato dei loro futuri piani progettuali, in modo che io potessi identificare gli spiazzi e i terreni vuoti che saranno prossimamente interessati da queste trasformazioni. Per selezionare quelle più significative ho visitato le aree interessate”. E aggiunge: “Sacca San Mattia mi è sembrato, nel contesto di Venezia, lo spazio più adatto per la sua complessa e strana configurazione: un vasto terreno formato da strati di residui dell’industria del vetro e di quella della costruzione.” Infatti, la Sacca è una vecchia discarica abbandonata creata tra il 1930 e il 1950 dall’accumulo di calcinacci e materiali di dragaggio della laguna. Con una superficie di ventisei ettari non costruiti, è lo spazio vuoto disponibile più esteso di Venezia, caratteristica che da luogo a speculazioni di ogni genere, come il controverso progetto di scavare un tunnel ferroviario proprio sotto la laguna per connettere l’aeroporto con la città che porterebbe ad avere una stazione proprio in quest’area.
Nel 1995 la giovane artista ha trascorso un mese a restaurare l’antico mercato della città spagnola di San Sebastiano che stava per essere demolito. Fu il suo primo grande progetto, sebbene sapesse che il tentativo di salvare l’edificio sarebbe fallito. Ne seguirono altri, come la creazione di un albergo gratuito in una vecchia stazione di treni abbandonata nei pressi di Saragozza (1998), o la sua serie di nove poster intitolata Demolizioni, Spiazzi Incolti, Orti Urbani (1995-2002).
“Mi interessano gli spiazzi incolti in quanto spazi che non fanno parte di nessun progetto urbanistico. Sono spazi importanti in sé stessi” osserva l’artista “nei quali mi trovo molto a mio agio. Mi danno una sensazione di libertà molto gradevole”. Le Guide agli spazi incolti sono tra le sue opere più diffuse, un modo di conservare queste aree che spariranno con lo sviluppo della città. Lo spiazzo incolto, protetto durante l’intervento dell’artista, rompe temporaneamente la catena economica di sviluppo che governa la logica urbana, ma anche la sua storicità. L’esistenza di questi spazi acquista significato all’interno della città come resto archeologico del suo passato, ma anche come una potenzialità di ciò che lo spazio vuoto potrebbe diventare.
D’altra parte, le sue ricerche sui materiali di costruzione e sulle demolizioni l’hanno ispirata a usare gli stessi elementi edilizi degli stessi edifici come materia prima del suo lavoro. Nel 2000, accanto a un deposito d’acqua del XIX secolo nella località francese di Phalsbourg che era sul punto di essere demolito, dispose gli stessi materiali con cui il deposito era stato costruito, decostruendo quindi il fabbricato negli elementi che erano stati utilizzati per erigerlo.
In una fase successiva di questo processo decostruttivo Almarcegui è arrivata a ridurre un’immensa megalopoli come São Paulo, trasformando la somma delle sue componenti (cemento, pietra, legno, asfalto…) in tonnellate di “peso morto”, come critica alla crescita accelerata della città. “Cerco di parlare di qualcosa evitando di presentare un’immagine. È un modo di eliminare qualsiasi idealizzazione dello spazio. Presentare un edificio come cento tonnellate di calcestruzzo, trenta di acciaio e dieci di mattoni significa ridurlo alla sua realtà grezza e fisica. Inoltre, mostrare gli “ingredienti” di un edificio ci consente di immaginare un luogo tale e quale era prima di essere costruito e come sarà poi nel futuro, dopo che sarà demolito”, ha dichiarato recentemente.
Domenico Oliviero
Intervista a Chiara Fumai
Biennale 2013: parla la vincitrice del Premio Furla.
Ha sbaragliato gli avversari del Premio Furla 2013 con un video in cui, seduta al tavolo e con un coltello fra le mani, rileggeva Scum- Manifesto per l’eliminazione del maschio scritto da Valerie Solanas (quella, per intenderci, che sparò a Andy Warhol). Lei è Chiara Fumai, 35enne romana. Le sue opere sono una combinazione di spiritismo e filosofia telemita, illusionismo e freak show, discomusic e pensiero anarco-femminista. In occasione della Biennale di Venezia presenta in anteprima l’elaborazione definitiva del progetto alla Fondazione Querini Stampalia. L’installazione, prodotta dalla Fondazione Furla, sarà poi esposta al MAMbo di Bologna.
Pensa davvero che un mondo senza maschi sarebbe migliore?
Il testo della Solanas non è una minaccia ai maschi, ma una proposta alle donne di uscire dagli stereotipi.
Come spiegherebbe a E.T. il progetto di Venezia?
Lo inviterei ad assistere a una mia visita guidata. A un tratto, lo guarderei negli occhi fino a fargli provare disagio e con il linguaggio dei segni gli parlerei dell’esclusione di un soggetto dalla storia. Uscirebbe avvertendo il peso di una minaccia, ma poi finirebbe per ringraziarmi. L’opera infatti si chiama Non intendevo minimamente allarmarti.
L’arte di oggi è ancora rivoluzionaria?
L’arte deve stimolare domande che anticipano trasformazioni culturali. Non penso che il passato sia stato più diligente del presente.
Baselitz ha detto: «Le donne non sanno dipingere. Ci sono eccezioni ma nessuna è Picasso». Che ne pensa?
È qualunquismo. La creatività femminile deve esplorare ancora tante visioni del mondo. Ma giustificare ciò come un dato naturale vuol dire avere il cervello
atrofizzato.
Se le dico Venezia?
Penso alla predica domenicale di Francesco Urbano Ragazzi all’oratorio di S. Ludovico.
Quando si è sentita per la prima volta artista?
Non scivoliamo nelle romanticherie.
C’è una domanda che vorrebbe le facessi?
Sì: conosce la data in cui verrà stabilito il Nuovo Ordine Matriarcale?
Luce Irigaray “Elogio del toccare” – il Melangolo pp. 80, € 7
Un pamphlet della filosofa elogia il “toccare”
“Dobbiamo restituire all’altro la nostra pelle,
fino a raggiungere un’intima comunione”
L’ultimo saggio di Luce Irigaray, la pensatrice belga che negli Anni Settanta infiammò la scena filosofica e psicanalitica con Speculum e la teoria della differenza, è un libro piccolo e densissimo appena tradotto in Italia dal Melangolo.
Signora Irigaray, nell’«Elogio del toccare» lei denuncia la perdita di significato del tatto nella cultura occidentale, dominata dal «logos» maschile: secondo lei, siamo dunque una grande testa che continua a pensare ma che ha dimenticato la pelle?
«E’ così. Il fatto che l’uomo abbia costruito la propria cultura attraverso la dominazione della propria origine naturale e della prima relazione con la madre gli ha impedito di coltivare la dimensione sensibile dell’identità umana. E dunque il tatto non è stato considerato un modo di entrare umanamente in comunicazione con l’altro(a), di restituire all’altro(a) la propria pelle attraverso le carezze, di avvicinarsi l’uno(a) all’altro fino a un’intima comunione grazie al tocco delle mucose».
Poi sono arrivati i computer, le macchine che si frappongono ai corpi. Ci si guarda attraverso gli schermi e ci si relaziona in modo virtuale. Eppure, i modelli più richiesti di tablet e cellulare si definiscono proprio «touch» e mettono l’accento sulle proprie qualità tattili. Non lo trova paradossale?
«L’industria lo fa per motivi commerciali, per dare l’idea di un contatto da lontano immediato e permanente. Certo il privilegio della vista nell’elaborazione della cultura occidentale non ha contribuito a una coltivazione del tatto. E l’uso della tecnica per dominare la natura ha trascinato con sé lo sviluppo di tutte le tecnologie che ci allontanano sempre più dal toccarci reciprocamente».
Che cosa è successo quando, per i postumi di un incidente, ha cominciato a fare yoga?
«Lo yoga e le tradizioni orientali mi hanno riportato ad abitare il corpo da cui la tradizione occidentale mi aveva invece esiliata, sia riducendomi a una semplice naturalità a disposizione di una cultura al maschile sia attraverso la sottomissione della mia energia corporea a valori soprasensibili. La pratica dello yoga, specialmente la cura del respiro, mi ha aiutata a superare a poco a poco la scissione fra corpo e mente, corpo e anima, dalla quale si è elaborata la tradizione occidentale. Il respiro è ciò che ci permette di passare da una vitalità soltanto naturale a una vitalità e perfino a una possibile condivisione spirituali, che restano radicate nel corpo e lo trasformano in un corpo spirituale che può fare da mediatore tra di noi. La pratica dello yoga mi ha perfino portata a un’interpretazione del messaggio cristiano dell’incarnazione che non mi era stata insegnata, benché sia fedele a parole del Vangelo. Ho in parte reinterpretato in questo modo l’evento dell’Annunciazione nel piccolo libro Il mistero di Maria (ed. Paoline 2010). Ma già in Amante Marina alludo all’importanza della fedeltà alla natura e del toccare nella vita del Cristo stesso, il mediatore fra appartenenza naturale e appartenenza divina».
La salvezza sta ancora nel desiderio?
«Il desiderio è una fonte di energia naturale di cui il nostro corpo ha bisogno per crescere e fiorire. E’ come un sole interiore che si manifesta e si irradia attraverso il nostro corpo: per mantenere e portare a compimento la nostra vita dobbiamo coltivarlo, anche prendendoci cura della nostra bellezza naturale».
Come lei scrive, «trasformare il proprio corpo in un’opera d’arte, non con voluttà narcisistica, ma per rendere possibile un’umana condivisione di bellezza con l’altro». Eppure lei, che tanto ama la cultura greca e che si è addirittura identificata nella figura di Antigone, conclude che coltivare la propria differenza coincide con un destino tragico.
«Rispettare la propria appartenenza sessuata implica sempre una parte di tragedia perché ognuno di noi deve assumerla e coltivarla nella solitudine. Per di più il desiderio aspira all’infinito e all’assoluto, mentre dobbiamo incarnarci in un mondo e una storia che sono finiti. Inoltre, dobbiamo rinunciare alla soddisfazione immediata del nostro desiderio per rispettare la differenza tra le nostre identità sessuate, e anche opporci alla riduzione della nostra identità sessuata all’universalità di un individuo neutro. Sono le due chiavi del tragico insegnamento di Antigone, che come ricordo nel libro All’inizio, lei era, appena uscito da Bollati Boringhieri, prima di unirsi al fidanzato Emone deve dare sepoltura al fratello Polinice. Obbedendo a un ordine più alto, a leggi non scritte che il nuovo ordine rappresentato da Creonte intende abolire. Ma forse l’attuale nostalgia di un ritorno alla cultura greca significa un voler tornare al nostro sé, un sé da cui la nostra tradizione ci ha sempre di più esiliati(e). Si tratta allora di tornare a un’autoaffezione di cui l’età d’oro della Grecia ci aveva già privati(e) sottoponendo il nostro essere globale a una dominazione del mentale. Ora l’autoaffezione ci è necessaria come il pane, perché è la prima condizione della dignità umana».
13/06/2013 La Stampa – Tuttolibri
di Alessandra Coppola
«La società civile è più avanti delle leggi vigenti», Cécile Kyenge e Giuliano Pisapia si son trovati d’accordo: dal territorio, dal basso, dalle amministrazioni locali, arriva a Roma una «spinta a cambiare». La ministra dell’Integrazione e il sindaco: ieri pomeriggio è stata la prima volta che si sono incontrati. Una conversazione veloce a Palazzo Marino, con «la promessa di risentirci per progetti comuni – spiega al Corriere Kyenge -: Milano è un osservatorio importante», perché «città di seconde e ormai terze generazioni»; perché qui, più che altrove, «sta crescendo un ceto medio di origine straniera, con un peso economico e culturale». Il «tour» nazionale della ministra farà di nuovo tappa in Lombardia, allora. «Dal mio insediamento sto girando in tutta Italia – racconta la mattina, in apertura del convegno a Villa Clerici nella Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile – per testimoniare la vicinanza delle istituzioni, portare le buone pratiche, stare in mezzo alle persone…». […] Nota a margine di una giornata intensa, dedicata all’infanzia e alle seconde generazioni. Al convegno, i bambini sfruttati: «C’è un dato paradossale inquietante in Italia – sottolinea Kyenge -: in un periodo in cui la disoccupazione degli adulti aumenta, il lavoro minorile non decresce. Il triste segnale che in certi ambiti non è concorrenziale la competenza dei lavoratori, ma la fragilità sociale, la loro ricattabilità». La ministra cita Don Milani e parla di «regressione»: la disparità aumenta. Bisogna garantire ai bambini l’infanzia, continua, «è la missione degli adulti, la mia missione è la nuova cittadinanza, in cui ognuno di noi possa sentirsi protetto e i diritti siano equamente distribuiti». La riforma è in discussione in Parlamento, non si insiste più sullo «ius soli», si parla di «modello condiviso da più persone e da tutte le forze politiche: ascolterò anche chi la pensa diversamente da me». «Tempi lunghi» prevede la ministra, intanto «stiamo lavorando sulla semplificazione burocratica, sulla rimozione degli ostacoli, c’è chi aspetta anche 15 anni per ottenere la cittadinanza», ed è materia che si può affrontare più velocemente, con le circolari. Le stesse parole ritornano poche ore dopo al G.Lab, lo sportello gestito dalla Rete G2-Seconde generazioni, in centro, in via Dogana. Ci sono di nuovo l’assessore Majorino, con il «collega» alla Cultura Filippo Del Corno, e un gruppo di ragazzi seduti in cerchio che aggiornano Kyenge sulle «buone pratiche» milanesi: le informazioni ai diciottenni nati in Italia da genitori stranieri, il progetto dell’ immigration center , il museo delle culture nell’ex Ansaldo. Majorino, in particolare, sollecita la rappresentante del governo sulla «fase di crisi di risorse locali: verremo a battere cassa».
(dal Corriere della Sera, 13 giugno 2013)
dal 11/6/2013 al 12/7/2013
Institut Francais Milano (ex Centre Culturel Francais) C.so Magenta, 63 Milano
IV edizione del Premio Artgallery, ideato per valorizzare a livello internazionale la creativita’ di artisti di eta’ inferiore ai 35 anni, dare loro la possibilita’ di essere conosciuti dal grande pubblico e lavorare con gallerie affermate. In esposizione 10 opere dell’artista nella personale “Pensieri ruvidi”
a cura di Rossella Farinotti
L’11 giugno 2013, a Milano, nella splendida cornice del Palazzo delle Stelline, all’institut français Milano, si inaugura la personale di Silvia Mei, una giovane artista sarda che ha vinto la quarta edizione del “PREMIO ARTGALLERY”, istituito dall’associazione ArtGallery per valorizzare a livello internazionale la creatività di artisti di età inferiore ai 35 anni, e dare loro la possibilità di essere conosciuti dal grande pubblico e lavorare con Gallerie affermate. Il premio per il vincitore di ciascuna edizione è proprio l’organizzazione di una personale in una sede di prestigio e aperta al pubblico. Per ottenere questo ambito riconoscimento Silvia Mei ha superato una severa selezione tra oltre 600 candidature arrivate da tutto il mondo. Nella mostra, curata da Rossella Farinotti, sono presenti una decina di opere realizzate appositamente per l’occasione dall’artista. Le opere della Mei (1985), dai risvolti figurativi e dalle forti tematiche, rispecchiano la sua personalità: in bilico tra una grande voglia di esprimersi e rivendicare un forte malessere, curata nei dettagli, si raffigura nelle sue opere come un essere deforme dai tratti crudeli – gambe spezzate, unghie arcigne, volti materici dal naso bovino, peli sulle gambe che sembrano spine, che si trasformano in rami. La mostra, dal titolo Pensieri ruvidi, rappresenta al meglio i lavori dell’artista, che riproduce senza un’iniziale progettualità ma in un continuo work in progress, le sue paure, angosce e desideri. Elementi ricorrenti ma sempre diversi tornano nelle sue tele, come il corvo che mangia una mano per far sentire dolore, o che attacca il bambino a cui la madre ha tolto il cuore; è la mano che non arriva a toccare la sua compagna; è la lacrima che sprizza senza un motivo compreso; è l’anziana che tocca la pancia della figlia, un segnale di protezione, o di allarme. Completa il percorso della personale di Silvia Mei l’esposizione di un’opera di ciascuno degli altri primi finalisti di questa edizione del Premio ArtGallery: Chiara Luraghi (seconda classificata), Roberto Fanari (terzo classificato); Ilaria Piccardi (Menzione Speciale “giovane talento”), Luca Spano (Menzione Speciale per la fotografia), Davide Bastolla (Menzione Speciale per la video arte). Presenzierà all’evento il Console Generale di Francia a Milano Joël Meyer. La mostra è aperta al pubblico fino al 12 luglio, con ingresso libero, da martedì a venerdì dalle 15 alle 19 L’iniziativa ha il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lombardia –Culture, Identità e Autonomie della Lombardia,, Provincia di Milano, Comune di Milano; ha il sostegno di Altavia, Campari, Cartaematita e l’Institut français Milano
Associazione ArtGallery | È un’associazione no-profit che dal 2003 promuove lo sviluppo della creatività in campo artistico attraverso una galleria d’arte on-line, attività di ufficio stampa, promozione su social networks, mostre e rassegne artistiche, eventi, manifestazioni culturali e collaborazioni con aziende. Da 4 anni organizza il Premio ArtGallery per giovani artisti. Biografie artisti SILVIA MEI Silvia Mei è una pittrice di origine sarda, classe 1985. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Sassari nel 2009, si trasferisce a Milano per frequentare l’Accademia di Brera, di cui le manca solo la tesi. Tra il 2010/2013 è finalista in diversi premi, tra cui Premio Celeste (secondo premio) e Italian Factory. Ha partecipato a collettive come Arte Accessibile, o presso la galleria Antonio Colombo o Fabbrica Borroni. E personali dai titoli Ad Mirabilia, Reincarnati in natura, e Different Identities. I lavori della Mei rappresentano il binomio tra forte istinto primitivo nella composizione della figura e nell’uso del colore, contrapposto a una naturale ricerca minuziosa nei dettagli. Una struttura forte e tangibile in ogni lavoro dove sono protagoniste, su grandi fogli di carta bianca, principalmente figure umane in coppia, o gruppi famigliari. “Intendo la spontaneità che accompagna la sincerità infantile: il mio lavoro è una sorta di ritorno al passato, (istinto) con la coscienza del presente… Il decadimento talvolta si trasforma in malattia, deformità, un malessere fisico e quindi interiore che di solito uso come autopunizione o vendetta. Il colore è protagonista di ogni opera, insieme all’umano e alla natura”
Institut francais Milano (ex Centre Culturel Francais)
corso Magenta, 63 – Milano
Martedi – venerdi ore 15-19
Ingresso libero
di Alberto Leiss
Ha ragione Franca Fortunato, nel suo intervento dello scorso 30 maggio: la violenza contro le donne non finirà mai se non cambiamo noi uomini. Se non diventiamo consapevoli dei meccanismi che questa violenza genera. È un lavoro molto difficile, che dobbiamo fare tutti, perché non basta sentirsi non colpevoli e condannare la violenza che fanno altri. Ma qualcosa comincia a muoversi. Non solo da parte dei non moltissimi maschi che da tempo stanno tentando anche pubblicamente questo lavoro: e ringrazio Franca per aver citato le iniziative di Maschileplurale, di cui anch’io faccio parte.
Non meritano quasi risposta le parole di chi ha pensato di inserire il barbaro femminicidio di Fabiana in una cultura delle relazioni tra uomini e donne “calabrese”. Lo dico solo perché mi piace accennare qui al particolare affetto che mi lega alla Calabria, terra bellissima che ho scoperto da ragazzo quando con la famiglia passavamo vacanze meravigliose alla scoperta delle spiagge del Sud, dove allora (metà degli anni ’60) si poteva campeggiare liberamente e solitariamente, conoscendo persone ospitalissime. Poi ho ritrovato Cosenza, amici e amiche, nei tanti anni, dopo il 2000, in cui ho tenuto corsi di storia del giornalismo all’Università della Calabria. Anche grazie all’amicizia e collaborazione con un uomo come Mario Alcaro, filosofo, e la moglie Amelia Paparazzo, storica: Alcaro l’avevo conosciuto anni prima in occasione della pubblicazione del suo libro sull’“Identità meridionale” dove si sfatano molti pregiudizi negativi sulla cultura e il modo di vivere nel Sud. Un testo che fece discutere.
Con alcuni amici di Maschileplurale scrivemmo nel 2006 un testo, un appello rivolto agli altri uomini per affermare una elementare verità quasi sempre rimossa: la violenza contro le donne è un problema nostro, di noi uomini. Dobbiamo rendercene conto e farcene carico (www.maschileplurale.it).
Allora lo dicemmo anche per reagire al clima mediatico che enfatizzava episodi come l’uccisione della giovane Hina da parte del padre immigrato e musulmano. Quasi che la minaccia della violenza venisse solo o prevalentemente da culture straniere, diverse dalla nostra. No: i nemici violenti delle donne italiane erano e sono per lo più i loro mariti, fidanzati, parenti e conoscenti italiani. I delitti si compiono “normalmente” tra le mura domestiche.
Su un punto toccato da Franca vale la pena di discutere: non serve a nulla fare leggi e firmare convenzioni internazionali o formare task-force governative? Certo non serve se non ci si interroga “sulle radici profonde della violenza”. Ma il dibattito politico e mediatico, anche se non privo di ambiguità e strumentalismi, è utile proprio per approfondire la discussione. Negli ultimi tempi anche uomini che hanno uno “statuto mediatico” ampio – giornalisti come Gad Lerner o Riccardo Iacona, un intellettuale come Adriano Sofri, scrittori come Francesco Piccolo e Massimo Carlotto – hanno affrontato esplicitamente il tema partendo dalla propria condizione di uomini. Nel dibattito alla Camera sull’approvazione della convenzione di Istanbul non solo molte donne, ma anche qualche uomo – ricordo Gennaro Migliore, esponente di Sel – ha affrontato il tema della violenza legandolo al più generale contesto politico e sociale in cui le posizioni di potere gestite prevalentemente da noi maschi stanno dando pessima prova. Contribuendo a disegnare quel modello sociale e simbolico “patriarcale” che non regge più e che è alla radice anche delle violenze contro le donne dei singoli.
È vero che molto spesso la violenza maschile è una reazione dovuta all’incapacità di riconoscere l’autonomia e la libertà che in questo tempo le donne si sono conquistate. Lo vediamo ormai in tutto il mondo. Io, con gli altri amici di Maschileplurale – e spero anche molti altri uomini – penso che invece dovremmo sapere vedere nella libertà femminile l’occasione anche per una nuova consapevolezza di noi stessi e di una nuova libertà maschile. Un’occasione per liberarci dai condizionamenti, dalle paure e dall’insicurezza che producono quotidianamente parole, pensieri, gesti violenti contro le donne che diciamo di amare. Ma questo non è amore.
Il Quotidiano della Calabria -11 giugno 2013
di Elena Guerra
Il genere umano è femminile all’Università di Lipsia. La proposta arriva dal fisico Kosef Kaes, facendo modificare oltre alle parole anche carte intestate, biglietti da visita e siti web, i nuovi riferimenti come Professorin, Assistentin,Wissenschaftlerin o Rektorin, cioè professoressa, assistente (ma in tedesco il maschile e il femminile sono diversi), ricercatrice e rettrice.
E in Italia? La notizia farà scalpore, ma qualcosa si sta finalmente muovendo, come già avviene in diverse realtà tra carta stampata e portali web (Combonifem per esempio). Anna Finocchiaro, durante il suo ministero alle Pari opportunità, emanò una direttiva, circolata nelle scuole italiane e negli uffici pubblici, nella quale si affermava la doverosità, sia nell’istruzione di base come nella politica, di usare maschile e femminile nel linguaggio, o l’introduzione del linguaggio sessuato nel regolamento del Consiglio comunale di Imola nel 2010 grazie a Paola Lanzon.
Durante il seminario “Parole libere, parole d’odio (sul Web)”, moderato dal direttore di Post Luca Sofri, introdotto dalla presidente della Camera Laura Boldrini e animato, tra gli altri, dal professor Stefano Rodotà e Josefa Idem, ministra delle Pari opportunità (per chi lo desidera c’è il video integrale dell’incontro dal minuto 10:00), le nomine istituzionali sono state tutte declinate al femminile, perché il cambiamento passa anche dal linguaggio […].
(Combonifem, 11.06.2013)
Archivio Bonotto, terminato il percorso di catalogazione della raccolta di opere e documentazioni sugli artisti Fluxus e sulla Poesia Sperimentale, si trasforma in Fondazione e invita Yoko Ono per una mostra e una lecture. Con la sua installazione l’artista lancia una provocazione agli artisti contemporanei e, allo stesso tempo, ricorda momenti e persone che hanno lasciato un segno nella sua vita.
L’invisibile reso visibile. La Biennale secondo Letizia Ragaglia
La 55. Biennale d’Arte cambierà il mio modo di vedere le cose e penso che questo capiterà anche a molti visitatori. Una cosa non da poco. Ho trovato il Palazzo Enciclopedico una mostra coerente, mai banale, ma nemmeno noiosa, perché anche le ripetute ossessioni dispiegate nelle due sedi costituiscono delle affascinanti avventure immaginarie.
Il museo di Bolzano inaugura il 2013 con la personale di Rosemarie Trockel. La produzione multipla e plurima dell’artista tedesca è messa in luce attraverso oltre ottanta opere dagli Anni Settanta a oggi, provenienti da collezioni pubbliche e private. Artribune ha incontrato uno dei due curatori del percorso, Dirk Snauwaert, per analizzare da vicino ogni scelta.
di Maria Novella De Luca Erano le invisibili. Quelle che dal lavoro erano uscite, spesso alla nascita del primo figlio, quelle che nel lavoro non erano mai entrate, quelle che invece volevano finalmente riposarsi. Diplomate, anche laureate, classe mediae working class. Oggi sono capofamiglia, spinte fuori dall’ ombra, uniche portatrici di reddito, un esercito crescente di donne che nella desertificazione della crisi si sono reinventate salari e mestieri, dando vita ad un nuovo, singolare e moderno matriarcato. È nella classifica dell’ ultimo rapporto Istat, che segnala il dato paradossale di un aumento dell’ occupazione femminile (più 117mila unità rispetto al 2008) mentre la recessione spazza via stipendi maschili e giovanili, che si trovano le cifre di questa embrionale inversione di ruoli. Le famiglie in cui soltanto la donna lavora, (negli Stati Uniti dove il fenomenoè esploso si chiamano breadwinner, procacciatrici di cibo), nel 2012 sono diventate l’ 8,5% delle coppie con figli. Un numero significativo, ma ancor più significativo se si legge nella sua velocissima evoluzione temporale, passata cioè dal 5% del 2008 all’ 8,4% di oggi. (segue dalla copertina) Racconta Giuseppina Albinoni, insegnante di scuola primaria, e mamma di Alice e Giorgio di cinque e sette anni. «Sono una di quelle maestre precarie ma fortunate che per anni hanno potuto contare su supplenze annuali e semestrali. Ogni notte, da Battipaglia, mi mettevo in viaggio per Roma, una vita d’ inferno, ma ce la facevo. Dopo la nascita di Alice però la fatica è diventata troppa. Mio marito era responsabile di un grosso supermercato, guadagnava discretamente. Così ho deciso per un po’ di restare a casa. Due anni fa Salvatore è stato licenziato, sei mesi di cassa integrazione poi più nulla. Mi sono fatta forza e ho ricominciato a partire, ad alzarmi alle tre del mattino. E’ durissima, ma oggi per fortuna ci sono i soldi del mio stipendio. E insegnare è bellissimo». Cifre, segnali, da guardare in filigrana però, avverte Daniela Del Boca, che insegna Economia Politica all’ università di Torino. «Dietro questo mutamento di ruoli ci sono le donne più povere, quelle del Sud, che costrette dalla crisi del lavoro di mariti e partner, vincono passività e scoraggiamento ed escono di casa, accettando le uniche occupazioni disponibili, nel terziario, nei servizi, nell’ assistenza. Ma ci sono anche le coppie più giovani, in cui i maschi hanno accettato che si possa lavorare a fasi alterne, e se lei non c’ è, lui si prende cura della famiglia». E poi le over 50, (molte già vicine ai sessanta), sostegno di interi nuclei, per le quali il miraggio della pensione si è allontanato, e infine Daniela Del Boca, una percentuale ancora minima in Italia di manager, professioniste il cui stipendio è più alto di quello dei coniugi. Ma dietro questo affacciarsi di nuovo “matriarcato” c’ è una economia da tempo di guerra (gli uomini erano al fronte, le donne cercavano di sopravvivere), o il compiersi di una parità di sessi? Dice Del Boca: «Ho riflettuto a lungo, e nonostante questo risveglio sia figlio della disoccupazione maschile, e gli impieghi che le madri di famiglia riescono a trovare siano magari dequalificati, c’ è qualcosa di positivo. Lavorare vuol dire uscire di casa, guadagnare, aver contatti, è istruttivo per i figli e il marito. Un giorno, quando usciremo dall’ emergenza, queste donne avranno un’ esperienza in più». Adesso però il prezzo da pagare sembra alto, a volte insostenibile. Al di là delle condizioni sociali. «Quando Piero ha perso il lavoro e non è più riuscito a trovarlo – racconta Antonia, ginecologa romana – qualcosa dentro di lui si è rotto. Eppure di soddisfazioni professionali ne aveva avute tante, ma la sua azienda ha “rottamato” i cinquantenni, ingegneri con più di trent’ anni di esperienza. Abbiamo due figli adolescenti, e oggi viviamo soltanto con il mio stipendio di medico ospedaliero. Abbiamo ridotto tutto, facciamo una gran fatica, ma non siamo poveri. Piero però è sempre arrabbiato, depresso, sembra quasi avercela con me, perché ho una professione che amo e mi coinvolge. Non so cosa succederà di noi due…». Conferma con amarezza Anna Oliverio Ferraris, psicologa, e attenta analista dei rapporti familiari: «Quando un uomo resta disoccupato ne risentono tutti. La moglie, i figli e non solo in termini economici. È la perdita di ruolo che brucia nel cuore dei maschi, la paura di perdere autorevolezza, nel nostro paese il fattore culturaleè ancora molto forte, non c’ è intercambiabilità, se non in una piccola area di coppie giovani, le donne da sempre hanno invece doppi, tripli ruoli, riescono comunque ad attivarsi». Allora bisogna circoscrivere l’ area in cui questo matriarcato sembra fiorire, seppure come risposta ad una tragedia di fabbriche che chiudono e salari che svaniscono. Spiega Linda Laura Sabbadini, direttore del Dipartimento di Statistiche sociali dell’ Istat: «L’ occupazione femminile ha un andamento atipico rispetto alla crisi. Fino al 2010 sono state le donne ad aver perso di più, espulse da ogni tipo di attività. Poi mentre i settori tradizionalmente maschili entravano in recessione, edilizia, industria pesante, anche l’ indotto delle grandi fabbriche, le donne in particolare al Sud, nelle aree povere, si sono inserite nei servizi, nel terziario, in professioni che oggi sostengono le famiglie». Ecco allora le voci del territorio, come quella di Rosalba Cenerelli, segretario provinciale della Cgil di Napoli, che descrive quel deserto di salari e occupazione che stringe Afragola, Giugliano, Frattamaggiore, Casoria. «Ormai qui lavorano soltanto le donne. È impressionante: ad ogni ora del giorno vedi centinaia di uomini per strada, al bar, senza fare nulla. Alcuni, i più giovani, si occupano dei figli, della casa, molti invece sono bloccati, paralizzati. Così sono le madri ad aver preso le redini, anche quelle che non avevano mai lavorato: commercio, servizi, piccole fabbriche tessili, servizi alla persona, cooperative sociali. Pochi soldi, spesso al nero, ma garanzia di sopravvivenza. E pur nella difficoltà, il fatto che le donne diventino sostegno economico è comunque positivo, agli occhi dei figli, del marito, della società. È una emancipazione». Perché accade che dopo un po’ queste madri chiedano diritti, asili nido, scuole. E la risposta maschile è duplice. «Ci sono casi in cui la violenza domestica aumenta – dice Cenerelli – gli uomini sono frustrati, disperati. E infatti sia le Asl che noi come sindacato stiamo aprendo sportelli di ascolto per dare sostegno a chi ha perso tutto». Oppure si cresce. Come è stato per Rosa Amato, 37 anni, e suo marito Eugenio. «Sono un’ artigiana del cuoio, ma dopo la nascita dei nostri tre figli non ero più riuscita a lavorare. A Pasqua del 2011 la ditta di Eugenio ha chiuso, siamo sopravvissuti con la pensione di invalidità di mia madre. Poi è successo il miracolo: una mia amica mi ha detto che cercavano operaie esperte in una fabbrica di cinture a Frattamaggiore. Ho fatto una settimana di prova e mi hanno preso, subito, facendomi anche i complimenti. Lavoro otto ore al giorno, sono in regola e con gli straordinari arrivo a mille euro. Può sembrare nulla ma noi viviamo. Ed Eugenio si occupa dei bambini e della casa. È bravissimo, meglio di me… ».
di Valerio Magrelli
“La morte del padre”, il romanzo di esordio nel ’78 di Alice Ceresa.
Una famiglia borghese è alle prese con qualcosa d’ingestibile come la sepoltura di un patriarca. Quattro gli attori, madre, figlio, figlia maggiore e figlia minore (il personaggio autobiografico dell’autrice). Sette le sezioni, che esaminano il modo in cui ciascuno di loro vive la scomparsa del capofamiglia. Così, nell’introdurre La morte del padre di Alice Ceresa (et al./edizioni), Patrizia Zappa Mulas descrive la “radiografia poetica” di un funerale degno delle figure maciullate di Bacon. Uscito nel ’78, il libro fu accolto da un Alfredo Giuliani entusiasta: «Mirabile: c’è una pacata visionarietà che fa pensare a certi racconti magici e fantasmatici di Kipling e di Henry James».
Nata nel 1923 a Basilea, la Ceresa abbandonò la casa paterna a sedici anni, spostandosi tra il Sud della Francia e Zurigo. Qui strinse amicizia con molti fuoriusciti, tra cui Comencini, Fortini e Silone, che nel ’50 l’avrebbe chiamata a Roma come redattrice di Tempo presente. Solo due i suoi titoli pubblicati, oltre a quello già citato: La Figlia prodiga, 1967, e Bambine, 1990. L’esordio fu esplosivo. Coronato dal Pre- mio Viareggio, il volume fu apprezzato da Parise, Vittorini, Calvino e in particolare Manganelli: «Alcuni, e io tra questi, lo trovarono un libro affascinante, per certi versi unico».
All’origine di tanto successo, stava la qualità del suo stile di “emigrata”. Dopo aver vagabondato fra tedesco e francese, questa lettrice e traduttrice coltissima scelse infatti un italiano del tutto personale, «che ha un inconscio fondo germanico » (Zappa Mulas). Inversioni sintattiche, interruzioni, rallentamenti ritmici, disposizioni abnormi di articoli, avverbi e digressioni, producono una prosa scandita, notava Manganelli, quasi in versetti. Quanto al tema della sue opere, è presto detto: l’unica cosa che la interessava, era mettere in luce l’ineguaglianza femminile, analizzarne l’inesorabile sviluppo. Infatti, è ancora Giuliani a osservarlo, la Ceresa «sembra la più dotata e insieme la più trascendentale esploratrice di quel fenomeno che è il disastro di crescere».
Il disastro di crescere e di morire, viene da aggiungere di fronte al libro appena ripubblicato, poiché anche la scomparsa assume qui un aspetto speciale. Secondo la curatrice, il colpo di genio del racconto consisterebbe nell’intuizione che la morte non sia un distacco istantaneo, bensì un lento processo. Ecco perché il defunto, “impossibilitato a ogni personale intervento nel procedimento altrove svolto intorno alla sua persona, si trova finalmente indifeso alla mercé dei vivi”. Così, se nella sua prima notte di morto il padre vaga ancora «nei meandri del suo proprio corpo alla ricerca di una impossibile uscita», nella seconda, egli abbandonerà anche l’ultima occupazione di sé per venir meno «come entità munita di un proprio io». La morte, insomma, sopravviene «come una glaciazione », una ritrazione e una sparizione definitiva.
Le immagini si susseguono, stupefacenti: «Adesso la figura del padre stranamente inizia una sua lunga serie di metamorfosi molto simili alle laboriose spoliazioni di certi rettili della famiglia degli anellidi». Il suo corpo, cioè, emigrerà per sempre, travasato nel ricordo altrui. Di più: l’elaborazione del lutto corrisponderà a una vera e propria operazione cannibalesca: «Il padre viene così incorporato un poco per volta senza che sia possibile, poiché effettivamente di una specie di materiale pasto si tratta, evitare macinanti movimenti della mascella e perfino schioccare di labbra, nonché successivamente appunto le pigre e impartecipi pause di quella che senz’altro si dovrebbe chiamare l’invisibile e personalissima digestione».
Nella scrittura di Alice Ceresa l’intensità è proporzionale alla brevità. Forse ciò spiega perché il suo modello letterario fosse un pittore, Paul Klee, che fece della concentrazione un’arte dello sguardo.
di Anna Potito
Domenica 19 maggio a Foggia l’isola pedonale, nel tratto compreso tra Il Teatro Comunale U. Giordano e il corso Vittorio Emanuele, al tramonto, era in grande fermento. Anziani, giovani, coppie di fidanzati, giovani genitori con bambini in carrozzina, ragazzini in bicicletta, cani al guinzaglio con padroni al seguito. Chi si fermava a guardare incuriosito, chi chiedeva cosa stesse succedendo. Accanto ai cestini dei rifiuti, quelli color grigio piombo spesso poco usati e poco visti, qualcuno, a volte un uomo, a volte una donna, armeggiava con nastri, cartoni, strisce, strani oggetti colorati. Dopo un po’ i cestini dei rifiuti si sono vestiti di colori, immagini, suoni, bocche sorridenti, ali d’angelo, animali, palloncini, cuori, ranocchi, grandi bolle, abiti da sposa, rotoli di poesie, cappelli, serpenti. Orme variopinte e frecce indicavano il percorso che conduceva verso di quelli: fantasiose e pirotecniche installazioni artistiche, generoso dono di 15 artiste e artisti, che con questa performance hanno voluto ricordare alle abitanti ed agli abitanti, spesso distratti, che i cestini per piccoli rifiuti ci sono, per portarli alla loro attenzione e per significare che quello che sembra un rifiuto può diventare cosa preziosa. Singolarmente o a piccoli gruppi abbiamo camminato per ammirarli in un percorso che era anche un incontro con nuovi sguardi, il ritrovamento di un’amicizia da qualche tempo trascurata, un’emozione da condividere notando qualcosa della città che forse non ricordavi. A un certo punto, al suono ritmato di una musica incalzante, rinforzato dai bonghetti di ragazzi spuntati da non so dove, un gruppo di donne si è staccato e ha intrecciato una danza che mimava i movimenti di chi, andando frettolosamente per la strada, getta distrattamente una carta, saltella per scansare una cacca di cane, a stento riesce ad evitare una buca vista all’ultimo momento. Allo stesso ritmo un altro gruppo raccoglieva le carte gettate, con guanti e pinze prendeva gli escrementi ponendoli nei sacchetti opportuni, simulando i gesti doverosi di chi vuole che la propria città sia come la propria casa, vivibile, per ricordarlo a cittadini poco educati e ad amministratori poco attenti che hanno trascurato questa città che non si rassegna, però, ad essere bistrattata. Il flashmob era così veritiero da suscitare schifo, sorpresa e poi ilarità, specie nei ragazzini. Assenti ancora una volta gli amministratori con i quali, pure, da qualche tempo, a partire dall’emergenza rifiuti causata dal fallimento della società che ne gestiva la raccolta e lo smaltimento (AMICA ma poco amichevole con i cittadini) abbiamo ripreso il dialogo. Sulla spinta di una grande mobilitazione cittadina da alcuni mesi si è creata spontaneamente una rete di associazioni, le tante, fertilmente operative, che fanno riscontro all’incuria o all’indolenza di chi amministra la città, che ha preso nome UN’ALTRA FOGGIA È POSSIBILE. La rete ha incontrato e incontra periodicamente alcuni responsabili dell’Amministrazione comunale, un tavolo stabile di consultazione in cui portare le richieste, ascoltare le proposte, discutere, contrattare bisogni e possibilità di soddisfarli. Non pensiamo di gestire insieme il potere né intendiamo costruire un contropotere ma non vogliamo delegare e ci riappropriamo di quello che è nostro. Siamo convinte ed anche convinti, giacché nella rete ci sono alcuni uomini e molti giovani, che abbiamo senso di responsabilità e la consapevolezza di possedere competenze e forme originali di fare politica. Anche questa iniziativa mostra la diversità tra la politica della differenza, che è politica della cura e delle relazioni, dalla tradizionale politica del potere maschile che predilige apparati e podii. Alla maniera delle donne, che cercano di rimediare il pranzo con quello che c’è in casa, vogliamo cogliere l’occasione e fare di un problema un’opportunità, arrivare gradualmente a rifiuti-zero, non riciclaggio ma riciclo, non scarto ma humus fecondo, occasioni lavorative per nuove industriose modalità. Per ri-suscitare in ciascuna/o di noi che abita questa città il piacere di viverci è necessario ritrovare dentro di noi una scintilla di bellezza; cosa è meglio dell’arte e della creatività? Gli artisti e le artiste si sono sbizzarriti e ci hanno stupito. I corpi in movimento armonioso che hanno attraversato le strade hanno mostrato che la città può essere un luogo di gioia naturale e gratuita. Nessuno dei passanti è rimasto insensibile, molti hanno commentato, plaudito, qualcuno era ammirato ma disincantato; tante si sono aggiunte alla danza, molte avrebbero voluto.
Quando a un tratto è calata la sera, un telaio di 4 metri per 4, retto da tante mani maschili e femminili ha tessuto una trama di fasce su cui erano scritti i nomi delle Associazioni che aderivano all’iniziativa: Rete Città Vicine, Merlettaia, Link studenti, Foggia in movimento, Arcobaleno, Cicloamici, Amici della domenica, Forum dei Giovani, Libera, Capitanata rifiuti zero, Comunità sulla strada di Emmaus, Correre è vita, Ubik, Foggia city half maratha. A gara, mani note e sconosciute hanno intrecciato fasce colorate e variopinte dando vita ad un arazzo: l’intreccio di tutte e tutti, la trama e l’ordito che fa di un insieme di persone in un certo luogo una comunità. Si è percepito in maniera quasi tangibile che prendersi cura della città è prendersi cura della vita, propria e altrui, perché la città è il luogo della vita e solo insieme si può combattere l’illegalità, la prepotenza, la strafottenza, l’individualismo. Una falce di luna nascente si è levata alta nel cielo azzurro intenso, quasi l’auspicio di un nuovo inizio. Un’altra Foggia è possibile.
Incontro in Libreria l’8 giugno 2013
Anna Seccia, artista a360 gradi, invita il pubblico a prendere parte a un progetto che si terrà nella splendida cornice di Venezia durante le 55. Biennale, nel contesto della Mostra del Museo Macia che si terrà nella città lagunare dall’8 giugno al 31 luglio presso Palazzo Merati.
L’originale progetto artistico della pittrice pescarese Anna Seccia raggiunge ogni volta un successo sorprendente. Nel corso dell’esperimento pittorico che dà vita all’opera d’arte collettiva, il pubblico è invitato a partecipare ad una creazione senza pianificazione, seguendo la propria spontaneità e abbandonando riferimenti a modelli da seguire. È un modo per vivere, attraverso il gioco, i propri talenti, con la gioia del proprio sentire, lasciandosi ispirare dalla sonorità musicale e dall’energia che essa emana.
In una recente recensione cosi scrive Genziana Ricci: “Per un artista creare un’opera seguendo il flusso del proprio istinto è una cosa naturale come respirare: dalla sua parte ci sono esperienza, tecnica, retaggio culturale.
Ma concepire un’opera attraverso un happening pittorico nel quale un gruppo di persone vengono invitate a creare senza pianificazione, è tutt’altra questione: è necessario saper guidare le dinamiche relazionali e divenire mezzo di connessione tra le individualità.”
1. Chi è Anna Seccia
È una pittrice abruzzese perdutamente innamorata del colore e dell’arte. Una passione che ha coinvolto e determinato le scelte di tutta la sua vita.
2. Come e quando ha iniziato ad amare l’arte
Sin da piccola ho sempre amato i colori, dipingere era l?unica attività che riusciva a farmi star “buona” anche perché ero abbastanza discola. La mia formazione artistica è avvenuta presso il Liceo artistico e la Facoltà di Architettura della città di Pescara. Ho successivamente, giovanissima, anche insegnato pittura presso lo stesso istituto. Posso dire che è stato un percorso naturale avendo maestri di rilievo e il mio pensiero va a Giuseppe Misticoni, Elio di Blasio e tanti altri.
3. Che tipo di arte propone
Propongo l’arte della gioia, del gioco creativo-espressivo, della condivisione, dello star bene con il colore insieme agli altri, dell’essere se stessi senza giudizio.
4. Perché è un tipo di arte innovativa
Perché rende il pubblico partecipe attivamente della creazione, lo fa sentire protagonista, lo fa sentire in sintonia con l’artista e viceversa. È innovativa perché mira alla definizione globale dell’identità del singolo e della collettività attraverso la creazione di un opera basata sull’integrazione al fine di condividere emozioni ed espressività.
5. È stata selezionata dal Museo Macia a partecipare nel contesto della Biennale, che invito intende fare?
L’invito a partecipare alla creazione dell’opera pittorica relazionale è rivolto a tutti, non ci sono limiti di età, non bisogna saper dipingere. La creatività appartiene a tutti è nel dna di ciascuno di noi, va soltanto tirata fuori. Io accompagnerò tutti quelli che vorranno mettersi in gioco insieme a me, attraverso una gestualità libera, per lasciare una traccia pittorica della propria presenza e unicità sulla tela che in questo contesto rappresenta l’esistenza del qui e ora, dove le diverse singolarità dei partecipanti produrranno un esito, sotto il profilo artistico e umano, unico e irripetibile.
di Lea Melandri
sabato 22 giugno 2013 a Bologna nella sede dell’Associazione Orlando
Convento di Santa Cristina – via del Piombo 5 – Bologna
Ore 11 – 17
Care amiche,
alcune di voi avranno ricevuto tempo fa una mail da parte mia in cui si prospettava, sia pure soltanto come ‘sondaggio di desideri’, la possibilità di un Paestum 2013. L’idea ha avuto molti consensi, soprattutto dalle città del Sud, ma ha anche sollevato dubbi in parte condivisibili. Si è deciso perciò di non fare forzature e di abbandonare il progetto, non senza delusione da parte mia e delle amiche di Paestum, disposte ad ospitarci con lo stesso entusiasmo di un anno fa.
Il desiderio di rivedersi in un incontro nazionale tuttavia è rimasto, sia pure ridimensionato dal punto di vista organizzativo e alleggerito del significato simbolico che ha avuto per tutte noi Paestum, come luogo della stagione ‘rivoluzionaria’ del femminismo, ripresa di radicalità e così via.
In sostanza: dopo una breve ricognizione tra gruppi, associazioni e singole, si è deciso di proporre un incontro nazionale di almeno due giorni da tenersi in autunno e in una città facilmente raggiungibile da Nord e Sud (presumibilmente Roma).
Per prepararlo e promuoverlo ci si vedrà, con tutte quelle che possono e desiderano partecipare,
sabato 22 giugno 2013 a Bologna nella sede dell’Associazione Orlando
Convento di Santa Cristina – via del Piombo 5 – Bologna
Ore 11 – 17
Tenuto conto della presenza a Paestum di molte donne di generazioni più giovani, rispetto a quelle che avevano voluto il convegno, si è pensato di lasciare a loro quest’anno il maggiore spazio nella decisione di temi e modalità di incontro.
Saranno sicuramente presenti, per contatti presi, Femminile Plurale, Altereva, Il Collettivo Femminista Benazir (Verona) e altre associazioni collegate in rete da dopo Paestum 2012.
Mi auguro che siate in tante a condividere il piacere di rivederci, tornare a confrontare e discutere insieme i nostri diversi percorsi di femminismo.
A presto
Lea Melandri
Dopo le notizie (scarne) apparse sulla Stampa delle ultime efferatezze verso Mascia e Nadia, le Pussy Riot in regime di detenzione, Laura Minguzzi ha contattato Yekaterina “Katia” Samutsevich che le ha scritto via email:
“Mascia e Nadia stanno vivendo un periodo difficile. Mascia si sta riprendendo dopo lo sciopero della fame, ma noi temiamo che presto le possano essere date nuove sanzioni nella colonia penale. Anche per Nadja c’è stato un irrigidimento del regime di detenzione, le hanno bloccato tutti gli scambi con l’esterno, non può nè telefonare nè ricevere lettere. Adesso io non posso comunicare con loro. Io continuo a lottare per ottenere l’emanazione di una sentenza di assoluzione affinchè la decisione del tribunale di Chamovnicesk (il tribunale della regione di Perm, dove si trovano le colonie penali) venga cambiata e la sezione di vigilanza liberi Mascia e Nadja (sto presentando il mio appello a questo organo
di controllo). Purtroppo il precedente appello è stato respinto e quelli presentati da Nadja e Mascia sono rimasti senza risposta, ma noi continueremo a presentare appelli. C’è ancora speranza. Io, da parte mia, non posso fare nessun progetto e nessuno spostamento perché mi trovo ancora soggetta al regime di libertà vigilata”.
di Clara Jourdan
Sul Fatto Quotidiano del 30 maggio scorso è apparso un interessante articolo di Sandra Amurri sul voto alla Camera della Convenzione di Istanbul contro il femminicidio. In particolare, dà la bella notizia dello «scampato pericolo che venisse incluso l’articolo 3 della Convenzione secondo cui “la violenza nei confronti delle donne” comprende “tutti gli atti di violenza fondati sul genere” allargando il fronte anche alle coppie gay come auspicato da alcuni esponenti del Pd e da Sel». È però inesatto dire che l’autorizzazione della Camera dei deputati alla ratifica della Convenzione di Istanbul non include l’art. 3. Lo include, ma con la nota verbale che contestualmente alla firma della Convenzione il Governo italiano ha depositato presso il Consiglio d’Europa, con la quale ha dichiarato che «applicherà la Convenzione nel rispetto dei princìpi e delle previsioni costituzionali». Tale dichiarazione interpretativa – apposta anche a seguito di quanto chiesto al Governo con le mozioni approvate al Senato il 20 settembre 2012 – è motivata dal fatto che la definizione di “genere” contenuta nella Convenzione è ritenuta troppo ampia e incerta. L’art. 3, lettera c) della Convenzione infatti recita: «Con il termine genere ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini» (vedi Camera dei deputati Dossier ES0036).
Chiarito questo, trovo molto importante che il parlamento italiano non abbia accettato l’idea del “genere”, che tende a neutralizzare la differenza sessuale e nello specifico nascondere il fatto che il problema sociale della violenza contro le donne fa parte della “questione maschile”. Sono uomini che uccidono e donne che vengono uccise, e per motivi legati alla sessualità maschile che non accetta la libertà femminile. Parlare di “genere” sposta invece lo sguardo alla superficie culturale della realtà, che diventa simbolicamente indifferente e perde il suo senso. E come si vede dagli interventi citati nell’articolo il “genere” si presta a tipiche operazioni maschili: stare con le donne quando fa comodo. Il linguaggio dunque è un campo di battaglia cruciale e non va mai sottovalutato.
(Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 6 giugno 2013)