di Marco Travaglio
Queste panzane possono reggere in Parlamento, sui giornali, in tv. Ma c’è almeno un luogo, in Italia, impermeabile alle balle: il Tribunale di Milano. E non solo alle balle. Le giudici Turri, De Crostofaro e D’Elia, insultate e minacciate dal-l’imputato B. e dai suoi sgherri, spernacchiate dalla delegazione parlamentare Pdl in marcia sul Tribunale, depistate da orde di falsi testimoni, intralciate da manovre e cavilli assortiti (ricusazioni, istanze di rimessione, legittimi impedimenti, ileiti acute e malattie immaginarie, ostruzionismi, ricorsi alla Consulta), provocate dagli onorevoli avvocati, “avvertite” dal capo dello Stato che ancora l’altro giorno ammoniva le toghe a tener conto delle conseguenze politiche dei loro atti, scippate di uno dei due reati dalla controriforma Severino e infine intimidite dall’infame clima di larghe intese che butta tutto in politica e carica i giudici di responsabilità che non possono né devono avere, hanno tenuto i nervi saldi e sentenziato sine spe ac metu. Senza lasciarsi condizionare né impressionare da niente e da nessuno.
(Il Fatto Quotidiano, 25 Giugno 2013)
di Antonio Padellaro
È stata una buona giornata per la Costituzione della Repubblica, quella che all’articolo 101 dice che la giustizia è amministrata in nome del popolo e che i giudici sono soggetti soltanto alla legge.
Facile a dirsi, ma nella realtà dei fatti significa scontrarsi con i reparti corazzati del Caimano, sfidare l’informazione padronale pronta a vendere qualsiasi balla utile al capo, subire le tragicomiche sceneggiate di amazzoni provviste più di botulino che di amor proprio. Andranno ricordati i nomi delle giudici della IV sezione del Tribunale di Milano, Turri, D’Elia e De Cristofaro e quello della pm Boccassini: quattro donne che facendo il proprio dovere hanno riscattato le altre donne e gli altri uomini, funzionari di palazzo in carriera, accusati di falsa testimonianza a favore della nipote di Mubarak e del suo mentore. Quello che le carriere poteva farle e disfarle con un semplice schiocco delle dita.
(Il Fatto Quotidiano, 25 Giugno 2013)
di Franca Fortunato
«L’unica regola che valga veramente è quella dei rapporti di forza, il resto è disordine. (…) Credo che rinunciare alla prepotenza per convivere civilmente con altri, lo abbiano chiamato contratto sociale. Ci hanno scritto sopra dei gran libri e molta storia occidentale si è sviluppata alla luce di questa idea», è quanto scrive Luisa Muraro nel suo libro Dio è violent (Nottetempo 2012), offrendo una chiave di lettura di quanto è successo e succede nel mondo, almeno dalla Grande guerra a oggi. È finita la società moderna patriarcale, nata dal patto tra uomini, pensato in assenza delle donne, che ha dato vita a un ordine sociale e simbolico fondato sulla democrazia rappresentativa, sui diritti e i trattati internazionali. Una fine che si è trascinata per tutto il Novecento, fino ai nostri giorni, con le guerre in Libia, in Iraq e in Afganistan, tutte «promosse da paesi occidentali con argomenti manifestamente deboli se non contrari al diritto internazionale». Adesso si preparano a intervenire in Siria. Forza e violenza del potere si abbattono continuamente sulle città – come è avvenuto in Piazza Taksim a Istanbul, dove la polizia ha pesantemente represso la protesta che, nata per difendere un parco, l’unico polmone verde rimasto in città, si è trasformata nella lotta per la libertà di decidere della propria città come della propria vita.
La protesta, come quella della No Tav, del No Dal Molin, del No Muos e di gruppi e Associazioni nati un po’ ovunque nel nostro Paese in difesa dei “beni comuni”, del territorio, della propria città dalla speculazione e dalla logica di mercato, ci parla di un’altra democrazia, di un altro governo delle città e del suo territorio, di donne e uomini che vogliono essere protagonisti nello spazio pubblico. Da anni con la rete delle Città Vicine, che vede insieme donne e uomini amanti della propria città, seguo con interesse quanto accade nelle città. Ed è così che Istanbul l’ho sentita da subito una città a me vicina nel desiderio di una città altra da quella voluta da Erdogan. In prima fila nelle proteste ci sono le donne. A Istanbul, come in Val di Susa, a Niscemi, a Vicenza, nelle strade, nel Parco, le donne hanno affrontato senza paura i blindati della polizia, fronteggiato gli agenti, parlato con loro. Nella notte degli sgomberi una donna ha gridato loro «Fermatevi! Vi ho partorito io». «Voglio continuare ad alzare la testa – ha gridato una giovane liceale – senza aver paura di cosa la gente pensa di me, vorrei poter decidere della mia educazione futura, vorrei poter decidere in cosa credere e chi diventare». Nei quartieri il rumore delle pentole, le grida dalla finestra e il click delle luci accese e spente a intermittenza hanno accompagnato la protesta. Non so se il Parco sarà distrutto per fare largo al centro commerciale, ma so che le donne e gli uomini di Istanbul, che non rinunciano alla loro lotta, hanno già vinto, perché hanno dimostrato che un’altra città, un’altra Turchia, è possibile. È quanto è avvenuto anche a Vicenza, dove il movimento No Dal Molin è vero che non ha potuto impedire la costruzione della base americana, ma non ha disperso quanto ha guadagnato nella lotta. Donne e uomini, infatti, sono ancora lì a ricordare che un’altra Vicenza è possibile, specie dopo le conseguenze devastanti all’ambiente della base, che ha distrutto il sistema di drenaggio, creando un perpetuo pericolo di inondazioni, come è avvenuto con l’alluvione del 2010, che Vicenza non aveva mai avuto. Il 25 aprile le donne e gli uomini del movimento sono scesi in piazza con le bandiere della pace listate a lutto. Hanno protestato e fatto saltare per il 4 maggio l’Open day, l’inaugurazione della base che – come racconta Antonella Cunico sull’ultimo numero di Via Dogana – i militari volevano trasformare in una festa con la cittadinanza e seppellire, così, gli anni di opposizione della città. La base è stata inaugurata, ma senza festa condivisa. A Niscemi, altre donne, madri, nonne, sono in prima fila contro il Muos, il sistema satellitare voluto dalla marina militare americana, mentre in Val di Susa continuano la lotta contro l’alta velocità. Sono donne che non rinunciano a “Prendersi la città”, come hanno testimoniato con il loro racconto al convegno delle Città Vicine del 23 e 24 marzo scorso a Roma. E le donne del Parlamento dove sono? Perché stanno in silenzio? Perché hanno voluto essere elette?
(Il Quotidiano della Calabria, 24.06.2013)
Incontro all’Alveare – Tra amore e violenza, l’autorità – Lezione
Incontro all’Alveare – Tra amore e violenza, l’autorità – Dibattito
Le “madri” di Istanbul rispondono all’ultimatum di Erdogan, che le invitava ad “andare in piazza per prendere i loro figli”, srotolando un centrino gigante dal museo di Ataturk: ““Non toccate i nostri ragazzi, devono restare qui!”
di Associazione “Casa delle donne di Milano”
Comunicato stampa
Un successo per Milano e per le donne
Una splendida notizia: finalmente anche Milano avrà la Casa delle donne, come moltissime città in Europa e nel mondo. Lunedì 17 giugno 2013 abbiamo saputo che il nostro progetto ha vinto il bando indetto dal Comune di Milano per la gestione dello spazio di via Marsala, destinato appunto alla Casa. Siamo arrivate fin qui grazie a un percorso iniziato due anni fa con i Tavoli delle donne, nati su invito di Anita Sonego, presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano.
Una pratica di partecipazione e confronto che si è sviluppata attorno ad alcuni temi di interesse collettivo come gli spazi, il lavoro e la salute, da un punto di vista di genere.
In particolare noi del Tavolo Spazi abbiamo sin dall’inizio individuato come primo obiettivo la progettazione di uno spazio comune per le donne in questa città, interpretando un desiderio da lungo tempo espresso dai movimenti milanesi e mai sinora realizzato. Ci siamo quindi costituite in Associazione di promozione sociale, un passo rivelatosi necessario per interloquire con l’Amministrazione e partecipare al bando comunale.
La nostra Associazione conta già circa 350 iscritte, ed è solo l’inizio. Questo successo ci emoziona e ci rende molto felici, ma anche consapevoli dell’impegno che ci assumiamo nei confronti di tutte le donne della città, con cui vogliamo al più presto condividere il progetto e gli obiettivi, aprendo lo spazio della Casa alla più ampia partecipazione, affinché possa rappresentare un vero punto di riferimento per ognuna e per tutte.
Se oggi il “sogno” di una Casa per le donne a Milano può diventare realtà, lo dobbiamo anche al sostegno di alcune donne delle istituzioni: oltre ad Anita Sonego, Daniela Benelli, Lucia Castellano, Marilisa D’Amico, Ada De Cesaris, Patrizia Quartieri, Francesca Zajczyk.
Per info: casadonnemilano@gmail.com, www.casadonnemilano.blogspot.it, www.facebook.com/CasaDelleDonnediMilano
Come narratore sento urgente la necessità di rimettere al centro del racconto le nostre responsabilità di uomini
Riccardo Iacona
L’intervento che Riccardo Iacona ha tenuto di fronte ai detenuti della Casa di reclusione di Padova
durante la giornata nazionale di studi “Il male che si nasconde dentro di noi“ – 17 maggio 2013
SE QUESTI SONO GLI UOMINI
di Riccardo Iacona
Video presentazione del libro
http://www.chiarelettere.it/author/iacona-riccardo/index.php
Chiarelettere, Collana Reverse, pp. 272, euro 13,90
L’intervento che Riccardo Iacona ha tenuto di fronte ai detenuti della Casa di reclusione di Padova
durante la giornata nazionale di studi “Il male che si nasconde dentro di noi“ – 17 maggio 2013
Rassicuro tutti che Presa diretta continua, e pensiamo anche di tornare sui temi della violenza di genere, che da soli, e devo dire che abbiamo affrontato in prima serata in una trasmissione, nello spazio nobile dell’approfondimento giornalistico, là dove passano le grandi questioni nazionali. Il processo di rimozione, a fronte di una cronaca che continua a raccontare la morte di queste donne,e’ nel nostro Paese talmente potente, che nessuna trasmissione di quelle di peso, cioè di quelle che parlano dei problemi nostri, economici, sociali, politici, ha mai messo al centro negli ultimi anni in prima serata per due ore il tema della violenza di genere. Questo è uno degli aspetti che mi ha spinto a fare questo lavoro d’inchiesta. Sono stato in giro per due mesi, ho ricostruito una decina di queste storie avvenute nel 2012, gettando come piace a me “la rete larga”, quindi attraversando i contesti, parlando con i testimoni, con i vicini di casa, con i parenti, i poliziotti, i magistrati che hanno fatto l’inchiesta. Ma, soprattutto, attraversando quegli straordinari laboratori che sono i tanti centri antiviolenza che da anni costruiscono questa contronarrazione se non altro perché hanno il compito concreto della cura; cioè si sono posti l’obiettivo di mettere in atto delle pratiche di recupero, di cura, di salvataggio della donna e di reinserimento delle donne maltrattate o a rischio vita, per consentire loro di riprendersi la vita in mano. Ho fatto quindi questo lavoro nel tentativo di squarciare questo velo di rimozione, talmente potente da cancellare persino i numeri. Pensate, davanti ai 30 morti di Scampia, la famosa faida di Scampia, si è mossa tutta l’Italia e Romano Prodi andò a fare un consiglio dei ministri straordinario proprio a Napoli, per segnalare all’opinione pubblica tutta l’importanza di quelle morti e oggi se un ragazzo viene ucciso a Scampia tutti sanno che non è un morto qualsiasi, è un morto di mafia. Quelle morti non sono senza senso, ci segnalano l’esistenza di un contropotere nel nostro Paese e quanto è larga quella terra di confine dove si incontrano la Mafia, L’Economia e la Politica. Ma non sono bastate invece le 124 donne uccise solo l’anno scorso per far fare questo scatto di assunzione di responsabilità politica da parte della nostra classe dirigente. 124 corpi, 124 donne uccise che non avevano un nome e cognome, finivano nelle cronache delle storie d’amore andate a male, senza che scattasse mai un allarme nazionale. Ma sono tante le cose che non tornano nel racconto che si fa delle storie delle donne uccise nel nostro Paese. I numeri che crescono. Perché crescono? Cosa ci segnalano?
Ma poi la giovane età dei protagonisti di queste storie, questo è qualcosa che ci deve far pensare. È una guerra moderna, questa. Non siamo di fronte ad una Italia in bianco e nero, no, non ci sono alibi, non sono storie di una periferia culturale, economica o morale del Paese. Non sono storie lontane da noi. Non sono storie di pazzi. Sono storie nostre, questo ci racconta la cronaca del loro martirio, 124 donne nel 2012 come se fossero state uccise tutte da un solo uomo e tutte per lo stesso motivo: libertà. Libertà di scegliere, di lasciare, di decidere di vivere da sola, anche con i figli a carico, voglia di riprendersi la vita in mano, una vita dove lui non è previsto. Sono morte non perché deboli ma perché forti, sono state uccise quando si sono liberate del loro uomo, sono martiri della libertà. Eppure vengono raccontate come morti d’amore, l’amava così tanto che poi alla fine l’ha uccisa. E noi così le uccidiamo due volte, cancellando anche quel grido di libertà che ci lanciano dai marciapiedi di Italia ogni due, ogni tre giorni. Ora arrivo al finale, a quello che ho scoperto con questo viaggio di inchiesta. Sul resto, sulle tante storie che vi racconto nel libro esercitate voi il vostro giudizio, mettete a nudo i vostri sentimenti. Ma questo è quello che mi sento di dover scrivere alla fine di questo viaggio: l’Italia è un Paese profondamente ostile alle donne italiane e questo è il nostro Afghanistan. Non deve stupire quindi che nelle classifiche internazionali di “gender gap” siamo in una posizione vergognosa, per le condizioni di vita della donna siamo più vicini ai Paesi del nord Africa che alla Germania e la Francia, per non parlare del Nord Europa. Ecco perché c’è bisogno di una contronarrazione, che disegni bene e netti i confini del nostro Afghanistan e come comunicatore, come narratore sento forte, urgente la necessità di rimettere al centro del racconto le nostre responsabilità di uomini.
SCHEDA LIBRO
Quello che state per leggere è l’incredibile racconto di una tragedia nazionale, che macina lutti e sparge dolore come una vera e propria macchina da guerra. Una guerra che prima di finire sui giornali nasce nelle case, dentro le famiglie, nel posto che dovrebbe essere il più sicuro e il più protetto e invece diventa improvvisamente il più pericoloso.
Solo a metà del 2012 sono più di 80 le donne uccise in Italia dai loro compagni. 137 nel 2011. Una ogni tre giorni. Riccardo Iacona ha attraversato il paese inseguendo le storie dei tanti maltrattamenti e dei femminicidi. Finalmente la voce di chi subisce violenza possiamo ascoltarla, insieme alle parole degli uomini, quelli che sono stati denunciati: “Avevo paura di perderla. Gliele ho date così forte che è volata giù dal letto…”.
“Qual è allora l’Italia vera, quella dove l’amore è una scelta e le donne sono libere, o quella delle tante case prigione in cui siamo entrati?… Questa è una storia che ci riguarda da vicino, perché ci dice come siamo nel profondo” scrive Iacona. È un fenomeno che non si può catalogare tra i fatti borderline. Sono migliaia i casi di violenza silenziosa e quotidiana che si consumano nelle nostre case. “La sera, appena sentivamo il rumore della macchina di lui, io e i bambini entravamo in agitazione; dicevo loro: ‘Mettetevi subito davanti alla tv’.”
Così la vita diventa un inferno, se questi sono gli uomini.
Riccardo Iacona è giornalista Rai da più di vent’anni. Autore e conduttore di PRESADIRETTA su Rai3, ha scritto L’ITALIA IN PRESADIRETTA (Chiarelettere 2010).
di Antonio Bevere
Nel preambolo della Convenzione del Consiglio d’Europa contro la violenza sulle donne è riconosciuta la natura strutturale di questo fenomeno, che lo rende, da un lato, manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi; dall’altro, meccanismo cruciale, per la conservazione della subordinazione femminile alla supremazia degli uomini. Di qui la premessa che «l’uguaglianza di genere de iure e de facto è un elemento chiave» per la prevenzione della violenza maschile.
A questo va congiunta la constatazione che questa violenza sta aumentando – in un nuovo spessore di antagonismo e di resistenza – in stretta correlazione al crescente successo dell’emancipazione femminile, all’interno della coppia, della famiglia, dell’ambiente di lavoro, della vita politica.
La donna ha infranto la pace sociale fondata sulla sua globale sottomissione e la reazione dell’uomo si arma di nuova violenza, in tutte le occasioni di confronto, per un’impossibile restaurazione dei vecchi rapporti di forza.
Gli Stati che hanno aderito alla Convenzione sono ben consapevoli della svolta storica e drammatica che i rispettivi cittadine e cittadini stanno vivendo in un conflitto sociale, che ha la negativa caratteristica della prevalente invisibilità, della difficile percezione collettiva, che sono superate solo in occasione di clamorosi fatti di sangue. Di qui il paziente, certosino, difficile impegno degli Stati di dare il buon esempio, contraendo l’obbligo di astenersi «da qualsiasi atto che costituisca una violenza nei confronti delle donne» e di garantire che «le autorità, i funzionari, i rappresentanti statali, le istituzioni e ogni altro soggetto pubblico che agisca in nome dello Stato si comportino in conformità con tale obbligo». Di qui l’impegno di adottare «le misure legislative e di altro tipo, necessarie per esercitare la debita diligenza nel prevenire, indagare, punire i responsabili e risarcire le vittime di atti di violenza commessi da soggetti non statali…»
Questi impegni, in considerazione del mio lavoro, mi vedono in gran parte coinvolto, portandomi a tornare sul tema della donna come protagonista e come utente della funzione giudiziaria. Sotto quest’ultimo profilo, la donna che ha subito angherie, lesioni fisiche e morali si presenta sempre più spesso non solo nella tradizionale veste di dolente vittima, ma anche di titolare della pretese risarcitorie, la cui soddisfazione sollecita e precisa costituisce un indubbio motivo dissuasivo della ripetizione di esibizioni aggressività maschile. Un dato confortante è costituito dal superamento del vecchio principio Unus testis nullus testis, nel senso che la parte lesa, anche se unica teste di accusa, non presenta una affidabilità ridotta, bisognevole di conferme dei cosiddetti riscontri. La testimonianza della vittima, al pari di tutte le testimonianze, una volta che sia stata sottoposta al generale controllo sulle sue capacità percettive e mnemoniche, può costituire, da sola, la base su cui fondare l’affermazione di responsabilità della persona accusata, quando risulti la corrispondenza al vero della sua rievocazione dei fatti, non smentita da elementi di pari o prevalente spessore di credibilità.
Il giudice, accertato il fatto lesivo, secondo la comune giurisprudenza, ha il dovere di liquidare non solo la somma di denaro che sia reintegratrice della diminuzione patrimoniale, ma anche la somma che sia di ristoro pecuniario per gli accertati comportamenti, che inequivocabilmente sono da ritenere – secondo la comune esperienza e secondo consolidati criteri della civile convivenza – fonte di sofferenza per chi ne sia stato investito.
Questa impostazione venale della questione donna è utile per mettere in evidenza un ostacolo all’operatività concreta delle disposizioni della Convenzione, dirette a efficacemente «proteggere tutte le vittime da nuovi atti di violenza». All’art. 18 è previsto, per tale finalità, l’impegno degli Stati contraenti di adottare «misure legislative o di altro tipo necessarie, conformate al loro diritto interno, per garantire la cooperazione tra tutti gli organismi statali, comprese le autorità giudiziarie, i pubblici ministeri…».
Questa cooperazione, secondo la mia esperienza di tribunale, è elusa da gran parte dei giudici penali che, una volta accertata e sanzionata la responsabilità per i più diffusi reati anti-donna (maltrattamenti, stalking, molestie, lesioni, violenza privata), invece di immediatamente scandire gli specifici elementi valutativi da considerare fonte di sofferenza, invece di quantificare la entità del danno e la correlata dimensione del ristoro pecuniario, girano la questione al giudice civile. Non si tien conto che lo stesso giudice penale – già investito della cognizione di quel reato – è in grado, con il corredo degli atti di causa acquisiti specialmente in primo grado, di meglio apprezzare la responsabilità, anche agli effetti civili e del risarcimento dei danni.
A giustificazione di questa omissione, non rileva che nel corso del dibattimento la difesa della parte civile abbia omesso eventualmente di formulare le domande, di chiedere accertamenti risolutivi, sui danni morali e materiali, causati dalla condotta dell’imputato: la legge riconosce al giudice i necessari poteri integrativi e di supplenza. Pertanto ingiustificatamente il processo penale, nella grande maggioranza dei casi, si autolimita, sul piano degli interessi civili della vittima, a premessa silente dell’accertamento che più concretamente interessa la vittima. Questa è così costretta, una volta esauriti i tre gradi di giudizio penale, a ripercorrere una nuova scalinatella longa longa, per arrivare alla definitiva conquista del ristoro dei danni.
I giudici del tribunale civile di Roma si son mostrati ben lieti e disponibili a illustrarci, dati alla mano, quali siano la sofferenza e i danni causati da un tipo di parolaccia, dalla lesione di un braccio, dalla angoscia di una persecuzione.
Ci vuole ben poco, quindi, perché i giudici penali (con l’ausilio del pm – interessato all’intero accertamento del fatto e delle sue conseguenze – e con la dovuta iniziativa dei difensori della parte civile) raggiungano il necessario ampliamento conoscitivo e la dovuta competenza tecnica per far ottenere alla giustizia italiana il riconoscimento di «esercitare la debita diligenza nel prevenire, indagare, punire i responsabili e risarcire le vittime di atti di violenza commessi da soggetti non statali…» (art. 5 comma secondo della Convenzione).
(il manifesto, 20/06/13)
«Ho fatto dieci anni di militanza, dieci anni di femminismo, dieci anni di psicoanalisi», dice una. E l’altra: «Quanto ti danno di pensione?». Prima regola dell’umorismo: partire da sé, prendersi in giro, guardare il mondo con leggerezza e libertà per stanare contraddizioni, cliché e paradossi. E così Aspirina, che nell’edizione uscita dal 1987 al 1991 aveva come sottotitolo “Rivista per donne di sesso femminile” (allusione all’inconcludente politica delle pari opportunità) torna alla ribalta con una nuova (e bella) edizione on line che tocca tutte le corde dell’umorismo. Dalla satira politica all’humour nero, dal gusto demenziale alla vena poetica e surreale. Ci sono le “nuvole estive” con i dialoghi tra due suore firmate Pat&Ste («Da quando sono suora non mi fai più l’oroscopo dell’amore», dice una dalle lunghe ciglia. «Hai incontrato qualcuno al Concilio?» le domanda l’altra), ma anche il video Soyita di Elena Leoni che smonta il mito del veganesimo e del cruelty free con lo“spermatozoo vegetale al 100 per 100…”, o ancora i dissacranti Pensieri di una misantropa (dove il politicamente corretto «Non sprecare il cibo! Pensa ai bambini africani che muoiono di fame. Mangia anche per loro!» diventa «Non sprecare il cibo! Pensa ai bambini africani che muoiono di fame. Mangia prima che arrivino!»).
Dice Pat Carra, una delle fondatrici
Come sottotitolo avevamo pensato a “Rivista per l’influenza femminista”, giocando sul doppio senso. Una rivista cioè per guarire dal femminismo, e qui c’è tutta la nostra autoironia. Ma anche una rivista per contagiare le altre. Tutte le donne che ancora non hanno preso questa “malattia”…
Nessuna intenzione didattica, chiarisce subito, ma forse l’idea che attraverso paradossi e metafore, che colpiscono più direttamente l’inconscio, la satira possa indurre unamaggiore consapevolezza di tanti discorsi paludati e rigorosi. E dunqueAspirina, “rivista acetilsatirica”, edita dalla Libreria delle Donne di Milano, dove viene presentata oggi dalla redazione al gran completo (alle ore 18.30, in via Pietro Calvi 29), ha raccolto voci in giro per il mondo.
Come quella di Liza Donnelly, cartoonist del New Yorker, che descrive in modo quasi diaristico la sua giornata cercando con il fumetto di mettere fine a tutte le brutture (povertà, fame, stronzi sessisti…) ma prima deve procurarsi un caffè, e anche se è un complotto patriarcale ne ha bisogno per far ridere…
O come la statunitense Alison Bechdel che racconta le vicissitudini tragicomiche di un gruppo di lesbiche e dei loro amici. Così la rivista rinata nel 2013 si propone di riempire un vuoto tipicamente italiano. Perché da noi la corrente del fumetto legato alla politica e all’impegno è poco battuta rispetto agli Stati Uniti e alla Francia (pensiamo solo alla grande Claire Bretecher).
Riprende Pat:
È proprio questa la scommessa di Aspirina, uscire dalla nicchia, aprendosi anche a contributi maschili, in fondo il fumetto è un linguaggio accessibile, popolare, con la sua libertà e la sua leggera follia
Fumetto ma anche scrittura umoristica e video sempre con una veste grafica curatissima e divertenti “tendine” che introducono alla pagina successiva. Occhieggia la scritta «Sei stanca della militanza, vuoi andare in vacanza?», mentre il segno nitido di Federica Del Propostoracconta desideri perentori e sconsiderati in Voglio un figlio e Elena Leoni si sbizzarrisce in Nuvole Queer («Mia figlia ha l’identità fluida». «Non me ne parli, la mia è il quarto coming out che fa quest’anno»). E se Piera Bosotti tocca corde poetiche nell’onirico, coloratissimo video Il muro della Bicocca-Sirena, le più giovani della redazione si scatenano nel test demenziale Di quale femminismo sei?
Tre profili per dodici domande, tipo Cos’è l’affidamento?
- adottare a distanza una femminista di Milano
- Farsi adottare da una femminista se disposta a trasferirsi al mare
- La carta fedeltà della coop Sibilla Aleramo.
Oppure Cos’è l’autocoscienza?
- Un app per I phone
- La coscienza di essere coscienti di essere coscienti di essere coscienti…
- Un’auto ibrida e intelligente.
A voi il piacere di rispondere!
No, non si tratta di Sister Act. E nemmeno della suora canterina Debbie Reynolds del film di Henry Koster. Siamo piuttosto dalle parti delle suorine punk del primissimo Pedro Almodovar, quello dell’Indiscreto fascino del peccato. Sante emissarie della gioia universale, le suore dell’irresistibile documentario di Joe Balass sono state per anni uno dei segreti meglio custoditi della comunità lgbt. Joy!, documentario di Joe Balass, autore di Baghdad Twist, ripercorre la parabola terrena delle Sisters of Perpetual Indulgence (le sorelle dell’indulgenza perpetua), una comune fondata su un approccio politicamente radicale, una fede eroticamente sincretica, un misticismo intimo e rivoluzionario, nonché un animismo visionario e onnicomprensivo.
Sorta nella San Francisco più radicale, la comune si caratterizza da subito come una sorta di happening perenne. Una festa mobile. Le diverse anime del progetto s’intrecciano indissolubilmente in uno dei tentativi di convivenza utopica più radicale di sempre.Balass, ascoltatore complice e attento, evidenzia con grande partecipazione il progetto sciamanistico del gruppo, cogliendo in controluce le metamorfosi affrontate dalla comunità e dalla società cui le sorelle si rivolgevano. Come in una sorta di torsione floreale del vilipendio punk di John Waters, le sorelle dell’indulgenza perpetua, cosa di cui abbiamo, in definitiva, bisogno tutti, s’impegnano a diffondere la «gioia universale» dichiarando guerra senza quartiere alla «colpa stigmatica».
Al di là dell’inevitabile coloritura camp, Balass coglie con grande acume i residui di una pratica politica che dagli anni Sessanta in poi ha rischiato di essere marginalizzata e che nel riprocessare l’identità di un gruppo non ha mai cessato di chiamare in causa il resto della società civile.
Come una sorta di battaglione di angelicate truppe di guardiani del karma, le sorelle dell’indulgenza perpetua offrono un modello di vita fondato sull’accettazione instancabile dell’altro e al tempo stesso il ribaltamento continuo di qualsiasi nozione di ruolo e identità. Dietro la facciata d’irresistibile anarchia cova, infatti, un’evidente traccia di malinconia che rivela come obiettivi e lotte non sempre abbiano ottenuto i risultati agognati.
Dalla trincea di San Francisco alla relativa tranquillità del profondo sud degli Stati Uniti, Joy! segue il percorso di una spiritualità tanto profonda quanto indefinibile. Imprendibile e in continuo e instancabile dialogo con il mondo. Un dialogo articolato come un processo di messa in scena inarrestabile. Come un racconto senza fine.
Il conflitto nel tentativo di dichiarare superata la dicotomia fra corpo e spirito diventa il segno di una società, quella statunitense ma non solo, che pur dichiarando di aderire ai valori cristiani, di fatto, in nome di quegli stessi valori che dichiara di difendere, pratica la segregazione delle idee e dei corpi.
La gioia universale diventa così l’ultima arma possibile da utilizzare contro l’ideologia della colpa stigmatica che vorrebbe ridurci tutti a dei macilenti brandelli di carne torturata dai sensi di colpa.
Joy!, nell’ambito del Mix, si presenta come uno dei punti chiave di un programma articolato e ricco che si propone di indagare e mettere in luce le numerose possibilità insite nella cultura dell’alterità e della differenza.
Le suore di Balass, che potrebbero essere state partorite dalla mente cosmica e psicomagica di Jodorowski, rappresentano oggi le ultime vestigia di un’utopia comunitaria che raccontano anche le profonde trasformazioni che la comunità ha affrontato nel corso degli ultimi quarant’anni. In questo senso Joy! è il film ideale per tracciare un bilancio e ipotizzare strategie future.
di Cristina Carpinelli
Ucraina – Il caso Yiulia Tymoshenko
La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha ritenuto illegale e arbitraria la decisione presa dalle autorità ucraine di sottoporre Yiulia Tymoshenko al carcere preventivo. Il 5 agosto 2011, l’ex premier era stata, infatti, arrestata, e nello stesso giorno veniva disposta la sua custodia cautelare presso il carcere di Sizo, a Kiev. La Corte di Strasburgo sostiene che non vi siano motivi sufficienti per tenerla chiusa in carcere prima del processo. Nella sentenza della Corte, emessa il 30 aprile 2013, si rileva la violazione da parte delle autorità ucraine di vari commi dell’art 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza, a un riesame della legittimità della detenzione e al risarcimento per carcerazione illegale) e dell’art 18 (limitazione dell’uso di restrizioni ai diritti) della Convenzione europea. La Tymoshenko (53 anni) era stata sottoposta al carcere preventivo con l’accusa di aver ostacolato i procedimenti contro di lei e di aver mostrato un comportamento poco rispettoso in aula nei confronti del giudice e dei testimoni. Ma questa accusa non è sufficiente secondo la Convenzione europea dei diritti umani per sottoporre qualcuno a carcerazione preventiva. Inoltre, la Tymoshenko, eseguendo le disposizioni della procura, non aveva mai lasciato Kiev prima del suo arresto ed era stata presente a tutte le udienze. I giudici della Corte di Strasburgo si sono espressi anche in merito ai ricorsi presentati dalla diretta interessata contro la detenzione preventiva ritenendo che questi sono stati respinti dal tribunale di Kiev senza essere analizzati in modo adeguato. La Corte di Strasburgo non ha, tuttavia, accolto il ricorso avanzato dall’eroina della Rivoluzione arancione per presunti maltrattamenti e mancanza di cure durante il suo trasferimento all’ospedale delle Ferrovie di Kharkiv nell’aprile 2012. Per la Corte europea non si è, infatti, rilevata alcuna violazione dell’art. 3 (divieto di trattamenti inumani o degradanti) della Convenzione europea. Ha anche affermato che le autorità ucraine hanno fatto enormi sforzi per assicurare all’ex premier le cure necessarie.
L’11 ottobre 2011, l’ex premier veniva condannata in primo e secondo grado a sette anni di reclusione da parte del tribunale di Kharkiv e della corte di Cassazione di Kiev che l’avevano accusata rispettivamente di malversazione ed evasione fiscale, e di abuso di potere, avendo imposto nel 2009 alla società statale energetica Naftogaz un accordo con il colosso russo Gazprom – senza il preventivo consenso del governo da lei guidato – per le forniture di gas russo a un prezzo che il governo ucraino aveva ritenuto “svantaggioso” (450 dollari ogni 1000 metri cubi). Le era stato imposto, inoltre, dal tribunale, un risarcimento di 200 milioni di dollari alla società energetica statale Naftogaz. Il 29 agosto 2012 la Corte suprema dell’Ucraina nell’ultimo grado di giudizio confermava i sette anni di reclusione per la “Tigre bionda”. La sentenza diventava, dunque, definitiva. In questi anni, la Tymoshenko era stata rinchiusa prima nel carcere di Kiev e poi al “Colony Correctional Kachanivska” di Kharkiv.
Le autorità ucraine hanno fatto sapere che valuteranno le ragioni sostenute dalla Corte di Strasburgo. Lo ha comunicato alla stampa internazionale il rappresentante di Kiev alla Corte europea dei diritti dell’uomo, Nazar Kulchitsky, precisando, tuttavia, che prima di rilasciare dei commenti le autorità ucraine dovranno entrare in possesso di una copia del dispositivo della sentenza.
Intanto, Yiulia Tymoshenko ha espresso dal carcere la sua gioia per la sentenza della Corte europea: “Sono felice che la Corte europea per i diritti umani, l’unico tribunale di verità e giustizia che si è occupato delle questioni in Ucraina, abbia stabilito che il mio arresto e la mia detenzione siano illegali. (…) Sono felice che tutto il fango e le bugie con le quali le autorità hanno cercato di affondarmi negli ultimi anni siano state cancellate”. Yevhenia Tymoshenko, figlia della leader dell’opposizione ucraina, ha definito la decisione della Corte di Strasburgo, in un incontro con i giornalisti a Kiev, “una prima vittoria”: “In questo momento pensiamo che si tratti di una prima vittoria, di un primo passo verso la riabilitazione politica totale e la liberazione immediata”. Il 19 aprile 2013, più di 20 deputate ucraine hanno firmato e inviato al presidente Viktor Yanukovich una richiesta scritta per la scarcerazione della leader dell’opposizione Yiulia Tymoshenko. La richiesta scritta è stata pubblicata nel sito dell’ex eroina della Rivoluzione arancione. Nella sua nota di chiusura si sostiene che ”concedere la grazia all’ex premier sarebbe un vero gesto di perdono in vista della Pasqua” (che per gli ortodossi quest’anno si è celebrata il 5 maggio).
La scarcerazione della leader dell’opposizione ucraina Yiulia Tymoshenko rappresenta un punto chiave della politica dell’UE per la conclusione di nuovi accordi commerciali con le autorità di Kiev. Lo ha affermato l’ex presidente del Parlamento europeo, Pat Cox. I nuovi accordi riguarderebbero la possibile firma di un’intesa di associazione e di intercambio commerciale tra le due aree, prevista per il prossimo novembre.
Qualche giorno prima della sentenza della Corte europea a favore di Yiulia Tymoshenko, il presidente ucraino, Viktor Yanukovich, aveva concesso la grazia a Yuri Lutsenko, ex ministro dell’Interno del governo di Yiulia Tymoshenko e uno dei leader della rivoluzione arancione, aprendogli le porte del penitenziario, dove sarebbe dovuto rimanerci sino al 2014 per abuso di ufficio e storno di fondi pubblici. La grazia era arrivata anche per un altro ministro della ex-squadra di Yiulia Tymoshenko, per la quale, invece, per il momento non sembra esserci alcuna speranza.
D’altro canto, un’indagine Usa, di cui aveva dato notizia l’Ansa il 13 dicembre 2012, non aveva certo favorito la Tymoshenko, dopo che il rapporto aveva clamorosamente smentito la tesi sostenuta dall’ex premier ucraina della sentenza “a sfondo politico”. L’indagine voluta dal presidente ucraino Viktor Yanukovich, e affidata dal ministero della Giustizia allo studio legale statunitense Skadden, Arps, Slate, Meagher and Flom (uno dei più grandi e prestigiosi del mondo) ha negato che vi fosse una motivazione politica nella controversa sentenza Tymoshenko. Il rapporto, di oltre 300 pagine, aveva legittimato il verdetto delle autorità ucraine nei confronti di Yiulia Tymoshenko, pur riconoscendo che vi erano state alcune violazioni del diritto alla difesa ma non tali da ribaltare la sentenza fondata su “supporti probatori” e “non politicamente motivata” o frutto di una “giustizia selettiva”: “Basandoci sulla revisione della documentazione, non crediamo che la Tymoshenko abbia fornito specifiche evidenze della motivazione politica che sarebbero sufficienti a ribaltare la sua condanna secondo gli standard americani”, era scritto nelle conclusioni dell’indagine. Si trattava di un colpo duro per l’ex eroina della Rivoluzione arancione (notoriamente sostenuta dagli Usa), che aveva sempre accusato l’attuale presidente ucraino, suo grande rivale politico, di essere il mandante di una rappresaglia politica nei suoi confronti per mettere a tacere l’opposizione.
Per ascoltare in diretta la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Tymoshenko, collegarsi a: http://www.echr.coe.int/ECHR/Homepage_En/
(Noi Donne.org, 18/06/13)
Versione originale:
«Cher Nicolas, très brièvement et respectueusement,
1) je suis à tes côtés pour te servir et servir tes projets pour la France.
2) J’ai fait de mon mieux et j’ai pu échouer périodiquement. Je t’en demande pardon.
3) Je n’ai pas d’ambitions politiques personnelles et je n’ai pas le désir de devenir une ambitieuse servile comme nombre de ceux qui t’entourent dont la loyauté est parfois récente et parfois peu durable.
4) Utilise-moi pendant le temps qui te convient et convient à ton action et à ton casting.
5) Si tu m’utilises, j’ai besoin de toi comme guide et comme soutien: sans guide, je risque d’être inefficace, sans soutien je risque d’être peu crédible. Avec mon immense admiration. Christine L.»
Traduzione:
«Caro Nicolas, molto brevemente e con molto rispetto,
1) sono al tuo fianco per servirti e per servire i tuoi progetti per la Francia.
2) Ho fatto del mio meglio e posso aver fallito periodicamente. Te ne chiedo scusa.
3) Non ho ambizioni politiche personali e non desidero diventare un’ambiziosa servile come molti di coloro che ti circondano e la cui lealtà è talvolta dell’ultima ora e talvolta poco duratura.
4) Utilizzami per il tempo che ti serve e che serve alla tua azione e al tuo casting.
5) Se mi utilizzi, ho bisogno di te come guida e come sostegno: senza guida, rischio di essere inefficace, senza sostegno, rischio di essere poco credibile. Con la mia immensa ammirazione. Christine L.»
di Martina Cavallarin
È possibile ripartire da un’utopia? Utopia è una parola difficile e pericolosa, un territorio in cui si eliminano le differenze, si omologano le cose. Ma questo perché per troppo tempo si è pensato alle grandi utopie; a me piace pensare di tornare alla misura d’uomo, quella che poi riconosco come misura massima, XXL, che può generare il cortocircuito e alimentare la velocità intesa come velocità della mente e profondità del pensiero.
Per questa esposizione universale Massimiliano Gioni è partito da un’utopia, un progetto mai realizzato dall’artista autodidatta Marino Auriti che nel 1955 depositò, presso l’ufficio brevetti statunitense, il progetto per costruire un edificio di 136 piani, alto 700 metri, per un’estensione di 16 isolati a Washington. Da quest’idea mai realizzata prende titolo la Biennale, Il Palazzo Enciclopedico, titolo che è un concetto esistente, non una fantasia come Gioni ha tenuto a sottolineare, e che ha srotolato evolvendo un processo a mio parere studiato con cura e raffinata intelligenza concettuale.
Percorrendo le Corderie dell’Arsenale ed esplorando con bulimia il Padiglione delle Esposizioni dei Giardini, il tempio del curatore incaricato, il mistero si manifesta con la presenza del Libro Rosso di Jung. posto al centro della sala centrale. Dice Gioni: “Oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancora più disperati […] La 55. Esposizione Internazionale d’Arte indaga queste fughe dell’immaginazione in una mostra che – come il Palazzo Enciclopedico di Auriti – combina opere d’arte contemporanea e reperti storici, oggetti trovati e artefatti”. Il tentativo è la catalogazione del sapere, la mappatura di universi invasivi e invadenti, esagerati e smisurati, dove multidisciplinarietà e metalinguaggi sono insiti nella struttura espositiva per una declinazione costante di sintetizzazione delle cose del mondo, o meglio dei mondi. In tale progetto l’analisi si realizza tra privato e pubblico, personale e universale per un’arte relazionale alle prese con sociale e quotidiano, dentro e fuori un’indagine antropologica prima ancora che artistica. Una rivelazione spuria difficile da strutturare, curiosa da vedere. E ciò che ho visto è stata una densità del “saper fare”, una serie di lavori a intensa temperatura progettuale, indipendenti e compartimentati in stanze personali, concettuali ma densi, saturi di atmosfere ad alta concentrazione d’anima, il più delle volte comunicativi per linguaggio, supporto o struttura formale, spesso elaborati con matita e pennello prima ancora che impostati sulla meccanica bulimica di costruzioni atrofiche.
Ed è in questo spazio che molto sapora di carta, olio, grafite, materie plastiche, in questo spazio innesto il mio pensiero rivolto alla capacità e necessità artistica, all’auspicabile scomparsa d’installazioni macro e confuse. Ce lo dimostra bene l’artista sino-americana Sarah Sze come la sua installazione organica, antigravitazionale, disorientante, decontestualizzata, scientifica, da archivistica del quotidiano sia pratica difficile, ma che lei realizza con talento e magia creatrice. Se la Biennale 2013 attiva “un’indagine sul dominio dell’immaginario e sulle funzioni dell’immaginazione”, rifacendosi a quello che lo studioso Hans Belting ha definito una “antropologia delle immagini”, la domanda instillata pone l’accento su quale sia lo spazio concesso all’immaginazione in un’epoca assediata dalle immagini esteriori, un arco storico che Jean Baudrillard nel testo La sparizione dell’arte sostiene forse essere al “grado Xerox della cultura”.
Guardando a tanta arte e a tanti artisti può sembrare che lo spazio si sia fatto piccolo e angusto e che l’interstizio della soglia delle possibilità conceda troppo alla ferita da cauterizzare con la temperatura liquida dell’arte. Ma l’arte possiede l’arma dell’impertinenza: sfuggente, endemica e fisiologica, difficile e incatalogabile, l’impertinenza è l’opera d’arte, e questa fa la differenza, a mio avviso, ancora una volta. Nella vicinanza tra positivo e negativo di nietzschiana memoria, solo per poco tale intensità determinata dal sovraccarico d’immagini può apparire una minaccia; occorre ripristinare un disordine che è solo denuncia di un altro ordine e di un’altra natura, smascherando tutto ciò che è formale, dichiarato, corretto, stabilito. In quest’universo a clima incostante a mio avviso Gioni ha lanciato il messaggio di cui abbiamo bisogno oggi: cultura, costruzione processuale, team preparati e intelligenti, richiamo all’arte con la A maiuscola proprio passando attraverso outsiders non istituzionalizzati al loro tempo, ma ossessivi e concentrati. Walter Benjamin: “La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza”.Mi torna in mente il libro del 2006, The Sight of Death, in cui T.J. Clark parla del suo rifiuto verso i media che affonda in una prolungata esplorazione e rivisitazione di un paio di dipinti di Poussin che egli cerca di vedere e rivedere in tutta la complessità della loro risonanza compositiva. Clark si chiedeva come potesse funzionare la nostra comprensione di un cambiamento d’immagine nel tempo.
A Venezia ho visto un’idea, idea disegnata dal progetto del Palazzo Enciclopedico ed esplosa nelle opere della maggior parte degli artisti invitati, ovvero quella di tornare all’utopia del segno con un innesto allargato e chirurgico di trascendenza che abiliti all’incidente e all’inciampo della creazione, con spiritualità da rintracciare, illuminare e rimettere al centro della mappatura antropologica, culturale e sociale del cammino dell’uomo.
Penso all’inclinazione che l’artista, ciascun artista che in quanto tale vive in crescita e sperimentazione, può dare affinché la sapienza compositiva e creatrice si articolino attraverso una rete salda di cultura, anima e conoscenza in cui la difformità crea il suo scarto evidenziando l’opera, l’impertinenza, una necessità strutturale che è la più straordinaria delle imperfezioni possibili, è arte e vita insieme.
Martina Cavallarin da Newsletter Artribune del 16 giugno 2013
Intervista con Nicola Costantino alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (partecipazione nazionale dell’Argentina).
Intervista con Rossella Biscotti alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (la Biennale di Venezia, 2013)
Intervista a Camille Henrot alla 55ma Biennale di Venezia, 2013
Intervista con Eva Kotatkova alla 55. Esposizione Internazionale d’Arte (la Biennale di Venezia, 2013).
Da sabato 6 luglio 2013, alle 17, a domenica 7 luglio, alle 13.
Alla libreria delle donne di Milano, Via Pietro Calvi 29.
Oggi il femminismo nomina il desiderio di relazioni politiche significative fra donne e uomini e negli ultimi anni molte realtà hanno scommesso su una pratica che mette al centro la differenza maschile e femminile. Pensiamo all’Autoriforma della scuola, a come Maschile Plurale affronta il tema della violenza sessista sulle donne, ai vari gruppi di riflessione e associazioni, sparsi in tutta Italia, in cui si cerca di instaurare relazioni tra donne e uomini che siano all’altezza dei desideri e delle esigenze del femminismo. Pensiamo anche a come i rapporti tra i giovani, oggi, cerchino di essere all’altezza del cambiamento introdotto dalla libertà femminile. E però.
All’assemblea di Roma del 12 maggio scorso, intitolata “Cambiare le forme della politica e della partecipazione per valorizzare le differenze e ricostruire la sinistra”, organizzata da “Riprendiamoci la politica”, e all’incontro “Mio fratello è figlio unico” organizzato da Maschile Plurale si è parlato della difficoltà a far emergere una pratica maschile che parta dall’assunzione di un proprio desiderio di trasformazione delle relazioni e delle vite e si è sottolineata l’impasse che si incontra nel dare vita a relazioni politicamente significative tra donne e uomini consapevoli della differenza.
Lia Cigarini nel suo libro C’è una bella differenza (et. al 2013) ragionando sugli ostacoli nelle relazioni di differenza con gli uomini, mette al centro del discorso alcune difficoltà che riguardano più direttamente gli uomini, come la separazione dei piani , dei campi del discorso e dei luoghi del pensiero e della vita. “Per cui, quando discutono della differenza (o si confrontano con il pensiero e la pratica delle donne) usano un linguaggio e sembra che la differenza sia l’asse centrale della loro passione e del loro ragionamento, mentre quando agiscono nella politica maschile usano un altro linguaggio e un’altra centralità”. Lia nomina anche il timore del conflitto che porta gli uomini a eliminare il conflitto fra i sessi dalla relazione in cui sono coinvolti, deprivandola. “È difficile convincerli che ci può essere conflitto senza lotta contro”.
Marco Deriu al convegno del Gruppo Identità e Differenza, tenutosi a Torreglia lo scorso 25-26 maggio sottolineava la tentazione di mettere il femminile “tutto dalla parte del bene, lontano dal negativo maschile”. Luisa Muraro, sempre a Torreglia, sottolineava che la debolezza degli uomini è il senso che danno alla loro virilità: quando vanno nei luoghi maschili, gli uomini non riconoscono l’autorità donne femminile per non rinunciare all’immagine della propria virilità.
Nel volume collettaneo Silenzi. Non detti, reticenze e assenze di (tra) uomini e donne (Ediesse 2012) Stefano Ciccone e Marco Deriu affrontano il rancore degli uomini e la difficoltà a confrontarsi con l’autorità femminile e maschile.
Partendo da questi nodi politici e ciascuno partendo da sé, continueremo a discutere della scommessa, della posta in gioco e delle difficoltà nelle relazioni politicamente significative tra donne e uomini.
Sappiamo dalla storia femminista che, per mettere a tema il desiderio, un movimento deve interrogarsi sulla sessualità. Dopo cena proponiamo la visione del film “Amore liquido” (prodotto in modo indipendente dal regista Marco Luca Cattaneo). È un film che affronta la sessualità maschile oggi, in un tempo di sconnessione tra desiderio e godimento.
La domenica mattina sarà dedicata alla discussione libera dei temi emersi sabato.
Sara Gandini, Laura Colombo, Marco Deriu, Alessio Miceli e Stefano Ciccone
da La Repubblica del 8 giugno 2013
Icastica, tre mesi di performance
l’arte declinata al femminile
Al via la prima edizione della rassegna di cultura estetica internazionale, che fino all’1 settembre trasformerà tutta Arezzo in una grande galleria d’arte contemporanea. Protagoniste, una quarantina di firme da 20 paesi che hanno invaso strade, piazze, musei, basiliche e anche la casa dove Vasari scrisse le celebri “Vite”
di ALESSANDRA CLEMENTI
AREZZO – Possono artiste contemporanee come Marina Abramovic, Mona Hatoum e Heike Weber dialogare, rispettivamente, con maestri della storia dell’arte come Giorgio Vasari, Cimabue e Piero Della Francesca? Questo colloquio ambizioso è proposto da Icastica a Arezzo, una manifestazione, o art event come piace precisare agli organizzatori, di arte diffusa, di espressività visiva attuale.
Nella città del Petrarca per quasi tre mesi, dall’8 giugno, e fino all’1 settembre, vanno in scena performance, spettacoli, mostre, letture, di quaranta protagoniste internazionali di tutte le discipline artistiche, distribuite in venti luoghi e snodi cruciali del centro storico cittadino. Oltre quattro chilometri di percorso, scanditi dalle installazioni aeree di abiti usati, firmate dalla finlandese Kaarina Kaikkonen, “panni stesi” sotto le logge vasariane e in piazza Duomo; dalle ondine di resina della scultrice iperrealista americana Carole Feuerman,nei musei e nelle gallerie; dalle pecore di bronzo di Karen Diefenbach disposte sulle antiche mura cittadine di Praticino. Opere site-specific, inedite, e installazioni multimediali già viste, ma di grande impatto visivo, come ExIt, il giardino simbolico di bare e ulivi di Yoko Ono nella Chiesa sconsacrata di Sant’Ignazio, che arriva ad Arezzo dopo New York e Vienna.
La prima edizione di Icastica è nata grazie alla passione e alla competenza dell’assessore comunale alla cultura Pasquale Macrì, supportato dal curatore e direttore artistico Fabio Migliorati e dalla giunta giovane e dinamica che governa Arezzo. Spiega Macrì: “Se per Icastica s’intende arte di rappresentare la realtà, arte che diventa modello come nel passato, dal classicismo dell’età Pericle all’architettura fiorentina del Rinascimento, modelli che sono diventati linguaggio universale, stile, canone, questo significato è entrato in crisi con le avanguardie nel Novecento, quando i linguaggi diventano plurali, l’arte è per tutti, e tutti si possono esprimere in tutti i sensi al di là delle Accademie. E noi siamo in perfetta linea con questa visione. La manifestazione si chiama Icastica ma è un’icastica plurale, ogni artista ha la propria”.
Eventi tutti declinati al femminile, che – dice ancora l’organizzatore – “non sono un tentativo di stabilire a tavolino quote rosa, e nemmeno un omaggio. Semplicemente una presa d’atto, una considerazione che la donna da oggetto della rappresentazione artistica è diventata soggetto di produzione artistica. Un’espressione artistica paritetica espressa anche dai prezzi di mercato delle opere di queste artiste, che va detto, hanno collaborato per buona parte a titolo gratuito. E la manifestazione, che si articola in tre mesi ha infatti un costo contenuto: circa 260 mila euro per il 90% coperti da sponsor privati.
Fil rouge e temi centrali di Icastica 2013 la glocalizzazione, un concetto introdotto dal sociologo Roland Robertson che lega globale e locale, e il filo, la tessitura. Non si è inteso rappresentare un femminile di genere, superficiale, né politico né sociologico, semmai antropologico. La differenza tra Ulisse, che esce e cerca, e Penelope che allaccia legami, affettivi, familiari e sociali. Una Penelope internazionale che crea e tesse trame: “Siamo partiti da Louise Bourgeois, dalla donna ragno. Noi quel filo l’abbiamo preso e abbiamo deciso di svilupparlo in tutti i continenti. Forse quello che ha appassionato le artiste è anche questo aspetto…”, spiega ancora Macrì.
E il simbolismo di Penelope si rinnova nel tappeto non tessuto, un tombolo di silicone, della tedesca Heike Weber nella Chiesa di San Francesco, opera che segna il passaggio verso il ciclo di affreschi delle Storie della Vera Croce, capolavoro di Piero della Francesca. Il filo, il tessuto, la trama ritornano nelle opere esposte nella galleria comunale: nella leggera rete di coralli dell’artista peruviana Cecilia Paredes; nei crini di cavallo lavorati e appesi come fili sospesi dell’israeliana Belle Shafir; nei quadri tessuti e ricamati della russa Tatiana Akhmetgallieva, nel patchwork di borse di rafia colorata di un’altra peruviana, Ximena Garrido-Lecca.
Mentre sono attese nelle prossime settimane le esibizioni di attrici e protagoniste del palcoscenico (Luciana Savignano, Emma Dante, Roy Assaf, Isabella Rossellini, Monica Guerritore), si susseguono performance di strada ed eventi musicali come il dj-set di Skin che ha inaugurato ieri sera la manifestazione. In città sono, ancora, volutamente work in progress, tra gli sguardi dei curiosi, allestimenti come la monumentale gettata di libri della spagnola Alicia Martin, in corso d’Italia, soggetta, per espresso volere dell’artista, agli agenti naturali: sole, pioggia, vento, vandali.
Un’icona pop dell’arte contemporanea come Marina Abramovic ha scelto invece una sede più defilata, dedicata e prestigiosa come la casa del Vasari. Qui espone The Communicator. Le sei teste di cera pietre vetri e cristalli dell’artista macedone affiancano in mostra l’interessante corpus autografo di documenti e lettere dell’autore (e all’autore) delle Vite de’ più eccellenti pittori. Il genius loci che ha scritto e fatto la storia dell’arte nel Cinquecento e chi la incide ai giorni nostri. Un confronto suggestivo.
La più “Icastica”? È Kaarina Kaikkonen. L’artista finlandese vince la prima “Chimera d’oro”, assegnata dalla Biennale di Arezzo
Ve lo avevamo raccontato qualche giorno fa, in occasione dell’opening. Ad Arezzo sabato si è aperta la prima Biennale, “Icastica”: un progetto tutto declinato al femminile e intitolato “Glocal Woman”. E come in tutte le manifestazioni d’arte contemporanea che si rispettino non poteva mancare un primo premio. E se a Venezia ci sono profusioni di Leoni, nella cornice romantica di Arezzo vola invece una “Chimera d’oro”. Che quest’anno arriva dritta dritta a Kaarina Kaikkonen, artista finlandese sdoganata in Italia grazie al supporto della gallerista romana Sara Zanini, al Pastificio Cerere e, l’anno scorso, anche grazie alla Collezione Maramotti, con una splendida installazione intitolata Are We Still Going On? Ad Arezzo la Kaikkonen ha portato, declinata in nero e a colori, un’installazione articolata su oltre 120 metri tra le Logge del Vasari e Piazza Libertà, che sarà visibile fino al prossimo 1 settembre. La scelta di assegnare la “Chimera” a Kaikkonen è arrivata dalla giuria composta da Marco Bazzini, direttore del Pecci di Prato, Maria Grazia Bellisario, Sovrintendente MIBAC; dalla critica Laura Cherubini, Maria Vittoria Marini Clarelli della GNAM di Roma; Micol Forti dei Musei Vaticani, Roma; Michele Loffredo di Casa Vasari; dall’Assessore alla cultura della città toscana Pasquale Giuseppe Macrì, dalla direttrice del MAXXI Arte Anna Mattirolo, dal curatore e presidente di “Icastica” Fabio Migliorati, Franziska Nori della Strozzina, dal filosofo Mario Perniola e Paola Refice, del Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo. Il secondo e terzo premio di “Icastica” sono andate invece all’artista palestinese Raeda Sa’adeh e all’indiana Monali Meher.
da Exibart del 14/6


