ciao a tutte, vecchie e nuove. Gnanca una busìa mi ha fatto tornare in
mente Ermanna Chiozzi una bracciante ferrarese pittrice naif che alla
morte del marito dipinse la sua vita sulle lenzuola del corredo, usate come
tela. Peccato sapere solo ora della donna che sul lenzuolo ha scritto la
sua vita, poteva uscirne uno straordinario libro con due modi di fare
autobiografia: la scrittura e la pittura. Vi abbraccio, continuate ad
esserci, io continuo a consigliare le vostre cose alle mie giovani amiche.
Delfina Tromboni
Intervista di Mariagrazia Gerina alla La presidente Laura Boldrini
La Padania l’ha ribattezzata la “papessa”. Il leghista Salvini dice che il problema non è il Papa ma lei che lo strumentalizza. Brunetta le ha dato dell’estremista perché non ha accettato l’invito di Marchionne in fabbrica. La presidente della Camera Laura Boldrini tira dritto per la sua strada. Quella dei “diritti” sui quali – ha detto al numero uno della Fiat – non accetta “gare al ribasso”.
Presidente lei che tante volte ha denunciato la strage nel Mediterraneo come ha accolto le parole del Papa da Lampeudsa?
È stata una grande emozione. Le sue parole sono un monito al Nord ricco del mondo e all’indifferenza. Il Papa ha rimesso al centro le persone che rischiano la vita in mare, ridando dignità a migliaia di morti e ai tanti che ce l’hanno fatta. Negli anni di lavoro con l’Alto commissariato, tra i miei obiettivi c’era il rispetto degli obblighi internazionali e dell’ordinamento italiano, che tutela il diritto d’asilo. Si è trattato di fare anche una battaglia culturale sull’utilizzo ingiusto di parole come clandestino.
“Un conto sono le prediche, un conto è il governare”, ha detto però Cicchitto.
Basta guardare quello che sta succedendo in Egitto per capire che è proprio dal governare che nasce tutto. Da che mondo è mondo le fughe sono conseguenza della cattiva politica, del fallimento della democrazia. La gente fugge quando non ha alternative. E gli Stati hanno l’obbligo di accogliere e verificare se ci sono motivi per rilasciare protezione internazionale. Il diritto d’asilo è nella Costituzione. Governare vuol dire gestire tutto questo, nel rispetto dell’ordinamento nazionale e degli accordi internazionali.
Lei come portavoce Unhcr dal 1998 al 2013 ha avuto come interlocutori governi di centrodestra e di centrosinistra. Quali risposte le davano?
Ci sono stati governi più disponibili al dialogo, altri meno. Ricordo momenti drammatici. Come quando nel 2009 l’Italia scelse di mettere in pratica il respingimento in alto mare senza concedere neppure la possibilità di presentare domanda d’asilo. Fu un momento molto difficile, come portavoce dell’Unhcr venni attaccata duramente. Ma poi l’Italia fu condannata dalla Corte europea dei diritti umani. L’altro momento drammatico fu nel 2011, quando i migranti che arrivavano a Lampedusa non furono più trasferiti fuori dall’isola e si creò quella situazione ingestibile tutta sulle spalle degli abitanti. In Libia c’era una guerra, nei paesi vicini arrivavano centinaia di migliaia di persone, in Italia dalla Libia arrivarono 28mila persone ma autorevoli esponenti politici parlarono di tsumani umano, di esodo biblico, facendo sentire l’opione pubblica minacciata.
I suoi interlocutori di allora sono gli stessi che adesso sostengono il governo delle larghe intese. Questo taglia le gambe alla speranza o c’è una possibilità di cambiare rotta?
Io mi auguro che in Italia si esca dall’utilizzo strumentale dell’immigrazione e dell’asilo, che si vada oltre le ideologie, le prese di posizione propagandistiche e le divisioni. Il paese ha bisogno di uscire dalla stagione della paura, nell’era della globalizzazione si va inevitabilmente verso società composite formate da persone che vengono da contesti diversi ma cittadini nel paese in cui vivono. Non si può giocare alla demonizzazione, ci vuole senso della realtà. Non c’è un nemico di fronte. Ci sono solo quattro milioni e mezzo di immigrati e alcune decine di migliaia di rifugiati di cui occuparsi nel rispetto del diritto nazionale e internazionale. Ci vuole più maturità.
Pensa che dal parlamento possa venire un segnale?
C’è un gruppo di parlamentari bipartisan che sta lavorando sui temi dell’immigrazione. Io mi auguro che si riesca ad arrivare presto all’elaborazione di un testo condiviso sulla cittadinanza.
Ne avete parlato con Napolitano che oggi (ieri per il lettore ndr) l’ha ricevuta?
Abbiamo parlato della visita del Papa a Lampedusa. E di quando lui era ministro dell’Interno. Anche da presidente della Repubblica, ha sempre sollecitato i partiti a riconsiderare la legge sulla cittadinanza.
Le ha espresso la volontà di andare a Lampedusa?
Non ne abbiamo parlato.
E lei ci tornerà?
Se me lo chiedono, volentieri.
Dallo stabilimento di Atessa dove lei non è andata Marchionne ha attaccato quanti “anche da autorevoli istituzioni” considerano “esercizio dei diritti” “comportamenti violenti”.
Non credo che si riferisse a me. Io considero il mondo delle imprese centrale per la ripresa del paese, per questo ho ricevuto delegazioni di imprenditori, sono andata dai giovani industriali, ho accolto l’invito del presidente di Confindustria. Ma non posso esimermi dal ribadire che ci vuol rispetto dei lavoratori. Un concetto che dovrebbe essere pacifico. Lo dice la nostra Costituzione. Questo scrivevo nella lettera a Marchionne. Non si può pensare che il gioco al ribasso sui diritti sia il modo per uscire alla crisi.
Marchionne risponde che rischiamo di morire di diritti.
Non penso sia questo il rischio, piuttosto oggi ci sono più generazioni che vivono la precarietà del lavoro e di ogni ambito della vita. E che rischiano di morire della mancanza di diritti. Il nostro paese ce la farà se i lavoratori avranno più capacità di incidere. La formula di chi ordina e di chi esegue non è più praticabile, bisogna coinvolgere chi lavora nei processi produttivi.
Gliele dirà a voce queste cose?
Perché no? Se ci sarà occasione. Ho lavorato una vita per la mediazione, non mi tiro mai indietro di fornte a uno scambio di vedute.
Brunetta le dà dell’estremista, Salvini dice che strumentalizza il Papa. Sente il suo ruolo in discussione?
Ormai il gioco è a chi rilancia di più. Ma non è nel mio stile uscire dal linguaggio del rispetto. Quando uno ha buone ragioni non ricorre alle grida. Continuo nella mia strada e se questo provoca reazioni scomposte, non è un mio problema. Non mi interessa assecondare il pensiero unico. Seguo la mia coscienza e il programma che ho esposto il giorno in cui sono stata eletta alla presidenza della Camera. Quello è il mio impegno con gli italiani.
di Franca Fortunato
Che in Egitto si sia consumato, con il sostegno della piazza, un colpo di Stato contro la “democrazia”, è indiscutibile. Il che dovrebbe fare riflettere quanti in nome della stessa “democrazia”, che un anno fa ha eletto presidente dell’Egitto Morsi, hanno trasformato gran parte del mondo in un teatro di guerra. Iraq, Afghanistan, Libia, a cui si aggiungerà ben presto Siria ed Egitto. Sì, perché nessuno si illude che i cosiddetti Fratelli musulmani, gli stessi che in Siria stanno combattendo contro Assad e che gli Stati Uniti hanno deciso di armare, se ne staranno da parte. In Egitto c’è già una guerra civile, dove il popolo è diviso in due schieramenti, l’un contro l’altro armato. Con questo non voglio dire che il governo Morsi – come ogni governo fondamentalista, autoritario e sessista – non andava abbattuto, ma vorrei che qualcuno rispondesse a queste semplici domande. Come è stato possibile che dalla cosiddetta “primavera araba” è venuto fuori uno come Morsi? Come mai alle elezioni gli islamici fondamentalisti hanno ottenuto la maggioranza dei voti? Davvero i Fratelli musulmani sono la maggioranza del popolo egiziano? In democrazia i presidenti si cacciano con il voto o con i colpi di Stato? Oggi, il Cairo, Alessandria e altre città dell’Egitto sono diventate teatro di scontro tra musulmani e laici, tra sostenitori di Morsi ed esercito, garante della parte avversa. Ma come si può pensare di risolvere così le questioni che hanno a che fare con la costruzione di una civile convivenza? Mi hanno molto colpita le manifestazioni di gioia in piazza Tahrir alla notizia del colpo di Stato. Se capisco la gioia per essersi liberati di un fondamentalista, non comprendo però la fiducia nei militari e nei loro metodi. La situazione di guerra civile, che si è creata in Egitto, mi fa pensare – con i dovuti distinguo – alla città di Alessandria tra il IV e il V secolo d.C. Anche allora la città venne scossa da violenti conflitti tra una parte e l’altra della popolazione. Si trattava di conflitti religiosi tra pagani e cristiani. Oggi tra musulmani, cristiani e laici. Allora la città di Alessandria fu teatro di scontri e di violenze da entrambe le parti. Sembrava tutto perduto alla causa di una convivenza tra pagani e cristiani. Ma su tutti si erse l’opera di una donna, una scienziata, un’astronoma, una filosofa, Ipazia d’Alessandria che, tenutasi lontana dallo scontro e dalla piazza, si scelse un luogo autonomo, la cultura, da dove salvare la convivenza tra le parti avverse e tenere unito, così, il popolo egiziano. Il Museo di Alessandria, dove lei insegnò per venti anni, finiti gli scontri con la vittoria dei cristiani, divenne, grazie a lei, punto di riferimento della vera “primavera araba”. Il Museo e la sua scuola divennero il cuore culturale e civile non solo di Alessandria ma di tutto l’Egitto. Se allora non prevalsero l’odio e le divisioni, fu merito anche di questa donna che godette di grande autorità presso i governanti e la popolazione tutta. Le donne egiziane, oggi, imparino da questa loro antenata, abbandonino i militari e gli uomini che si fronteggiano nelle piazze. Che la libertà per cui dicono di combattere gli uomini in Egitto, come in altri Paesi, non sia la libertà delle donne è chiaro, non solo da quanto ha fatto contro le donne Morsi e il suo governo o Erdogan in Turchia, ma soprattutto dalle violenze, dagli stupri che accompagnano le manifestazioni di piazza. Su La Repubblica del 4 luglio scorso, la giornalista Eleonora Vio ha denunciato le centinaia di stupri in piazza Tahrir durante le ultime manifestazioni, di cui sono stati accusati i Fratelli musulmani. Nello stesso tempo, ha ricordato come «le violenze contro le donne in piazza sono iniziate nel 2011, durante il governo ad interim delle Forze Armate – le stesse del colpo di Stato – seguito alla caduta di Mubarak. Episodio simbolo fu quello, ripreso in un video, della manifestante velata trascinata a terra e denudata da un gruppo di agenti di polizia fino a rivelarne il reggiseno, come anche le centinaia di “test di verginità” a cui le dimostranti furono forzatamente sottoposte negli stessi mesi. Solo una di loro, Samira Ibrahlm, è riuscita a portarli in tribunale». Non c’è “primavera araba” senza libertà delle donne. Escano, perciò, dalle manifestazioni di piazza. Abbandonino gli uomini che siano i Fratelli musulmani o i militari. Non esultino né per gli uni né per gli altri. Facciano un lavoro autonomo di tessitura di rapporti tra donne e tra donne e uomini, che diano inizio ad una vera primavera araba. Sarebbe bello se tutte le donne si schivassero e lavorassero altrove per un Egitto, un Cairo, un’Alessandria dove venisse riconosciuta, come ai tempi di Ipazia, l’autorità femminile, capace di tessere relazioni di differenza con quanti vogliono davvero un Egitto, un mondo, libero per uomini e donne.
di Silvia Baratella
Da un trafiletto sul Corriere della Sera del 25 giugno 2013 apprendiamo che la ministra Cancellieri avrebbe intenzione di proporre al Consiglio dei ministri la procedibilità d’ufficio nei casi di violenza contro le donne perché questa, ha dichiarato durante un convegno sulla violenza “di genere” al Policlinico Umberto I di Roma, «libererà le donne da una preoccupazione grave e affannosa, quella di dover fare querela.» Come dire: “libererà le donne dalla scelta”. Infatti “procedibilità d’ufficio” significa che, una volta venuta a conoscenza del reato anche su segnalazione di terzi, l’autorità ne persegue automaticamente gli autori, indipendentemente dalla volontà della parte lesa. Ovvero, «processo sempre, anche se la vittima non vuole»*.
In questo modo la ministra dimostra scarsa stima per le donne e scarso rispetto per la loro autonomia. Infatti le scavalca, delegando ad altri (o ad altre, ma non cambia) il compito di stabilire qual è il loro bene e di agire in loro nome. Così non rende la vita più facile a nessuna, in compenso cancella simbolicamente il valore e la forza di ciascuna. Non è di questo che abbiamo bisogno.
Si può obiettare che, nonostante le intenzioni “maternaliste”, gli interventi d’autorità potrebbero avere effetti pratici positivi, magari salvare delle vite. Ma per i reati di lesioni gravi e di sequestro di persona la procedibilità d’ufficio c’è già, e trova applicazione anche in casi di violenza maschile contro le donne. Non occorre introdurla specificamente, ma preparare gli operatori e le operatrici dei servizi a farne uso quando serve.
E non si può fare a meno di ricordare che molte donne sono state uccise dopo lunghi crescendo di abusi, violenze, minacce e persecuzioni, inutilmente costellati di provvedimenti restrittivi da parte dei tribunali contro i persecutori. La legge degli uomini non sembra avere strumenti efficaci per fermare un assassino finché non ha già ucciso, né con né senza procedibilità d’ufficio.
Del resto non è la prima volta che se ne parla. Quando nel 1979 Mld, Udi e altri gruppi di donne presentarono la loro proposta di legge di iniziativa popolare sulla violenza sessuale, vi inserirono anche la procedibilità d’ufficio. Molte obiettarono che la scelta doveva spettare sempre e comunque all’interessata, che non poteva essere obbligata a sopportare l’ulteriore violenza agita nel dibattimento. Sempre nel 1979, infatti, il documentario Processo per stupro, diretto da Loredana Rotondo per la Rai e girato al Tribunale di Latina, aveva mostrato a tutto il paese quanto potesse essere duro il processo per la parte lesa. Quando la proposta arrivò in parlamento, poi, questo optò per la querela di parte ritirabile.
Sono passati trentaquattro anni. Molte cose sono cambiate da allora, e molte altre no. Innanzitutto, è cambiato il fuoco del dibattito, che allora era centrato essenzialmente sui casi di stupro, mentre oggi l’attenzione si è spostata su violenza domestica e stalking. È cambiato il rapporto della società con la violenza maschile contro le donne; oggi fa scandalo che ci sia, allora faceva scandalo che le femministe ne parlassero. È cambiato l’atteggiamento delle forze dell’ordine. Allora, chi denunciava una violenza subita veniva perlopiù invitata a non procedere. Oggi, in polizia si insegna a riconoscere le violenze contro le donne e a cercare di intervenire. Sono cambiate le donne. Allora, cominciavano appena a nominare i loro desideri e a prendere parola pubblica contro la violenza maschile. Oggi, hanno messo in piedi una rete di Case di accoglienza e di centri antiviolenza. Le giovani, poi, sono molto più determinate nei loro progetti di vita, anche se spesso combinano sicurezza di sé con grandi fragilità. Verrebbe da dire che non sono cambiati gli uomini, visto che ogni giorno violentano e che ammazzano le loro compagne. Eppure, se oggi è più chiaro che la violenza contro le donne è un problema degli uomini, mentre trentaquattro fa era considerata una voce della “questione femminile”, lo si deve anche alla presa di parola di alcuni uomini, che hanno fatto un percorso inimmaginabile nel 1979.
Cosa può fare allora, trentaquattro anni dopo, la ministra della Giustizia? Se vuole solo “liberare” le altre donne dalla preoccupazione di scegliere, è meglio se non ne fa niente, grazie.
Se invece volesse, come la invitiamo a fare, cercare di contrastare la violenza maschile e la cultura di cui si nutre, può fare due cose: la prima è riconoscere la forza e i desideri che donne hanno già messo in campo, e chiedere ai suoi colleghi di governo di sostenere anche economicamente le case delle donne e i centri antiviolenza. La seconda, e proprio nel suo ambito di competenza, è far risarcire le vittime della violenza maschile. In sede penale i giudici perlopiù non impongono ai colpevoli alcun risarcimento, benché abbiano la potestà per farlo (vd. l’articolo di Antonio Bevere su Il manifesto, 20/6/2013: http://www.libreriadelledonne.it/testimone-e-risarcita-per-un-giusto-processo-proviamoci-anche-con-i-soldi/). La ministra della Giustizia è la figura più indicata per impartire un orientamento in questo senso ai tribunali italiani. E chissà che toccati nel portafoglio gli uomini non tengano un po’ più a freno la loro tracotanza?
(*) Non credere di avere dei diritti, Libreria delle donne di Milano, 1987, Rosenberg & Sellier
di Carlotta Susca
In Guardami, Jennifer Egan ha rivolto le proprie attenzioni allo sguardo prima che alla percezione del trascorrere degli anni (con cui ha costruito un rizoma malinconico sull’ineluttabilità della perdita nelle relazioni), e sullo sguardo intesse una riflessione sfaccettata, dai molteplici riverberi. Abbiamo Charlotte, la modella sfigurata e ricostruita chirurgicamente che ha perso l’identità derivatale dall’aspetto fisico, e con essa tutta la rete di relazioni legate al mondo della moda; Moose, che ha cambiato la propria percezione del mondo in seguito a una concatenazione di riflessioni derivanti dalla consapevolezza che l’introduzione di specchi e vetri ha stravolto arredamento e abbigliamento nel Medioevo; un detective, Antony Halliday, che ovviamente passa la propria vita a osservare gli altri; Charlotte (omonima), che insegna a suo fratello l’imperturbabilità del volto e guadagna sicurezza dall’assenza degli occhiali; Z./Aziz/Michael, terrorista mediorientale conquistato progressivamente dalla cultura made in Usa, e paradigmaticamente in viaggio verso Ovest, sempre più a Ovest, fino a far smarrire al lettore le proprie tracce mentre punta al miraggio cinematografico (ancora: visione!) di Los Angeles.
Poi abbiamo la “stanza degli specchi”, metafora del successo, che si rivela – ovviamente – effimero. E la prefigurazione dei social network, che Gianluigi Ricuperati sottolinea nella sua recensione sulla Repubblica. Insomma: seppur con lungaggini a tratti intollerabili, un montaggio lento per almeno quattro quinti del libro, una struttura, in definitiva, che se creata in Italia sarebbe stata opportunamente “asciugata” dalla maggior parte degli editor, i pregi di Guardami sono nel richiamo costante delle tematiche fra i vari personaggi; in quello che, in effetti, è un gioco di specchi. In cui la visibilità che nelle Lezioni americane di Italo Calvino era trattata come facoltà dell’ingegno, capacità immaginativa più o meno scientifica, analitica o sintetica, infinitesimale o tendente all’infinito, è trattata come costruzione di superficie volta all’ipnosi dello spettatore: il dominio statunitense è quello dei cataloghi di moda di infimo ordine, il mondo del fashion è composizione di bellezze interscambiabili. E il racconto di una vita emblematica perché ordinaria o straordinaria è costruzione di immagini che funzionano, corredo di video che stravolgono la realtà a vantaggio della presenza di controfigure che bucano lo schermo.
Jennifer Egan, Guardami
E se l’invasione di immagini è una violenza a cui si è assuefatti, ma non abbastanza da non riuscire, a tratti, ancora a rendersene conto, ecco che un’opera d’arte viva benché decadente (nella sua quotidiana mortalità e nel disfacimento proprio della vita) regala allo spettatore uno sguardo di rimando, la percezione di essere a propria volta visibile, punto di concentrazione tattile di una identità.
Nella performance al MoMA, The Artist is Present, Marina Abramović restituisce all’osservatore lo sguardo: non è tanto l’artista presente a suscitare l’interesse delle masse appostate per quindici minuti non già di celebrità, quanto, forse, di eternità, così come non è la percezione di far parte di un’opera d’arte a dare a quelle masse l’impressione di essere centrali in un’opera al pari dell’opera stessa, che senza di loro non esisterebbe. Lo spettatore sente di essere guardato, di non essere più, appunto, solo spettatore, ma anche oggetto di attenzione e, in quanto tale, protagonista di un processo, non comprimario. Se di opera d’arte si tratti non sono in grado di giudicarlo, ma credo che sia quantomeno anche un’indagine sociologica o, meglio, che lo sia suo malgrado, forse. Lo spettatore riabilitato nella sua importanza identitaria, come Aziz che, da fruitore rancoroso della cultura occidentale, finisce per abbracciarla nel momento in cui gli è concesso di prenderne parte: e allora la visione non è più una violenza ma, entrati nel meccanismo, si diventa parte della fascinazione, produttori di meraviglia (per citare ancora Ricuperati, il cui ultimo libro si intitola La produzione di meraviglia).
È la seconda puntata della miniserie Black mirror a riassumere il modo in cui il sistema della visione sia in grado di blandire lo spettatore potenzialmente dissidente facendolo entrare nello spettacolo, disinnescandone il potenziale sovversivo. E se questo è stato compreso a fondo dalla Egan, non so quanto intenzionalmente la Abramović lo metta in atto, ma di sicuro contribuisce a focalizzare l’attuarsi del processo.
Carlotta Susca
di Marta Sironi
Qualcuno ricorderà i numeri di “Aspirina”, la rivista satirica edita dalla Libreria delle donne di Milano a metà anni Ottanta (1987-91). Lo scorso marzo “Aspirina” è tornata a fare il suo effetto con un numero di prova: ma la vera prima uscita è stata il 19 giugno. Un nuovo giornale online “stagionale” (4 numeri annui) nato dalla voglia di prendere posizione, ma per ridere, in un momento particolarmente adatto per mettere alla prova le armi della satira, capace,con la sua ricchezza semantica e critica, di affrontare temi di grande attualità, per esempio, il movimentismo e il fermento femminista, parlando naturalmente anche di argomenti senza tempo come l’amore e il lavoro … Ad affrontare antichi e nuovi argomenti sono chiamate matite di diverse generazioni, impegnate in un serrato dialogo con alcune delle protagoniste storiche: Pat Carra, ieri come oggi tra le guide dell’impresa, ma anche Grazia Nidasio che non manca di affidare qualche battuta disincantata alla sua Stefi, stupendoci peraltro con personaggi inediti per questa “Aspirina” estiva. Tra le gigantesse del disegno anche due firme d’oltreoceano: Alison Bechdel (con un inedito in Italia) e Liza Donnelly, la cartoonist del “The New Yorker”, con un imperdibile pezzo proprio sulla creazione umoristica.
“Aspirina” si propone in modo nuovo, sfruttando le potenzialità del web e dell’animazione, facendo leva sull’apporto di tante disegnatrici, di diverse generazioni: il progetto web è di Loretta Borrelli e la grafica di Elena Leoni, tra le matite Dalia Del Bue e Federica Del Proposto, il personaggio di Wonderrina, super eroina pasticciona, inventata per “Aspirina” da Annaurla. Non mancherà il segno incisivo di Teresa Sdralevich a fianco delle immutate Suor Pat e Suor Ste che per questa fredda estate propongono, per chi abbia l’umore sotto i tacchi, delle risolutive infradito.
La ricchezza dei contributi grafici e scritti – che si rinnoveranno nelle prossime uscite con appuntamenti ricorrenti e sempre nuove firme – rendono “Aspirina” un prodotto maturo della coscienza politica e della creatività al femminile che parla, in modo chiaro, una lingua universale. In proposito mi viene in mente una lucida ma divertita analisi della Szymborska che – in una breve recensione del 1969 di un libro sulla scrittura cinese – osservava: “C’è un segno, è naturale, per ‘moglie’, e un altro per ‘amante’. ‘Moglie’ è donna più ramazza, ‘amante’ donna più flauto”. Aggiungendo un’eloquente riflessione conclusiva:: “Non so se esista un segno per esprimere l’ideale che qui in Europa cercano d’inculcarci le riviste femminili, una sintesi di ramazza e flauto”. Oggi “Aspirina” intende superare qualsivoglia definizione stereotipata, mettendo in scena la risata e il sorriso femminile, in forma solista, duale e corale.
LETTERA DI INVITO A PAESTUM 2013
4, 5, 6 OTTOBRE
Libere davvero. Libertà è poter essere, poter scegliere, poter desiderare. È una pulsione naturale, un bisogno palpabile, una lotta irrinunciabile. Voglia di libertà è quello sguardo sul mondo che rivendica un diverso stato delle cose. Spazi, relazioni, persone, potere, conflitti possono essere ripensati, anzi sovvertiti ed è proprio il femminismo quella brezza che ci trasporta verso altri luoghi, altri immaginari.
La libertà delle donne è oggi pericolosamente messa in discussione, in ogni ambito della vita, dal tentativo di negare conquiste che sembravano consolidate al manifestarsi di nuove forme di dominio. Il presupposto per dirsi davvero libere è in primis l’aver accesso ai mezzi per condurre una vita dignitosa. Quella di cui stiamo parlando è un’emergenza: le condizioni materiali di vita sempre più precarie, i tagli ai servizi pubblici essenziali, non solo ci condannano ad un’esistenza parziale, una “sopravvivenza”, ma ci rendono anche costantemente ricattabili.
Il femminismo, oggi come ieri, è una lotta di libertà, un desiderio di rivoluzione. Paestum 2013 nasce quindi da un’urgenza, l’urgenza di incontrarsi, proporre alternative, l’urgenza di trovare una strada che ci permetta di essere libere, o almeno che ci offra la possibilità di provarci. Si tratta di riattualizzare le pratiche politiche che, storicamente, appartengono al femminismo: il partire da sé come modo di guardare al mondo e alle relazioni. Ma si tratta anche di immaginare nuovi modi, nuove possibilità.
Se la libertà si dà essenzialmente nella relazione e non è mai, come vorrebbe il liberalismo, una condizione del singolo, inteso come atomo separato, è anche nella relazione che si possono immaginare nuove pratiche.
La creatività politica come pratica collettiva è qualcosa che appartiene al femminismo.
Paestum 2012
Nel 2012 ha avuto luogo a Paestum l’incontro nazionale Primum Vivere. È stata vissuta così un’esperienza epocale: 1000 donne si sono incontrate e hanno ripreso, insieme, le fila di un discorso il cui livello nazionale era stato interrotto quasi quarant’anni prima. Da quell’esperienza si sono irradiate nuove energie per tutte le donne che vi hanno partecipato, e non solo. Questo è il punto di partenza per rinnovare l’esperienza di quell’incontro. Facendo un passo in più. Dando come acquisito il lavoro svolto l’anno passato, ora si tratta di alzare la posta in gioco.
Perché incontrarsi di nuovo?
Sappiamo per esperienza che le donne, attraverso la conquista costante della propria liberazione, hanno rifiutato “la Donna”, la riduzione e astrazione di sé stesse in un gruppo omogeneo. Con questa consapevolezza della pluralità guardiamo ai percorsi politici che le donne intraprendono, assumendo le proprie differenze come un dato positivo, in grado di dare di una spinta vitale e propulsiva che nessuna unificazione potrebbe dare. Ma sappiamo anche che la pluralità, se non sostenuta da un confronto autentico, rischia di sfumare in dispersione e frammentazione, in specificità che portano all’isolamento – concettuale, e dunque politico – delle tante questioni aperte. L’invito a Paestum vuole andare in questa direzione: desiderare di incontrarci di persona significa anzitutto assumere la pluralità come presupposto di percorsi comuni, che non snaturino le nostre differenze ma, al contrario, la arricchiscano. Non una dinamica fusionale di assimilazione, bensì l’incontro nel rispetto reciproco dei percorsi differenti. In questo senso invitiamo a partecipare singole, gruppi, associazioni: l’invito a Paestum 2013 vuole essere nello spirito dell’apertura e del riconoscimento reciproco, per riprendere a tessere la politica delle donne nella mutua consapevolezza dell’esistenza dell’altra.
Un incontro aperto
Paestum 2013 vuole essere un incontro in cui ogni donna si senta libera di partecipare, di esprimersi, di dare il suo contributo nella prospettiva, eminentemente politica, di produrre un cambiamento: essere lei stessa, lei nella relazione con l’altra e le altre, il motore di quel cambiamento. Il primo sforzo che intendiamo compiere è quindi quello di rendere questo incontro il più aperto possibile. Vorremmo infatti che fossero presenti tutte quelle singole, gruppi, associazioni che se anche non riconducibili in maniera diretta al femminismo come punto di vista teorico, nondimeno siano nate sul solco di quella tradizione, prodotto concreto di quelle lotte e di quelle idee. Pensiamo a tutte coloro che si dedicano alla libertà femminile e lo fanno nella pratica quotidiana: chi, a vario titolo, si occupa di sessualità, violenza e discriminazioni è invitata ad essere presente a Paestum per condividere la propria esperienza. Ma pensiamo anche quelle ragazze più giovani che di femminismo hanno forse solo sentito parlare, ma che ugualmente vivono il peso di un patriarcato che cade nella violenza, nei “delitti d’onore” mascherati da passione, ritorna nella dipendenza economica dagli altri, ma anche solo nell’impossibilità di seguire la propria strada, di perseguire la propria libertà.
Come incontrarsi
Acquisendo Paestum 2012 come punto di partenza, proponiamo per l’incontro di quest’anno una focalizzazione diversificata sulle questioni aperte e urgenti. La mattina di sabato 5 ottobre sarà dedicata a un’assemblea plenaria di apertura, mentre la mattina di domenica 6 ottobre a una plenaria conclusiva. Nel pomeriggio di sabato proponiamo di dividere il lavoro in Laboratori dedicati a temi specifici. Paestum è aperta! all’iniziativa e al contributo di tutte. Quella che segue perciò è una lista di temi suscettibile di modifiche in base agli interessi che via via emergeranno e saranno proposti. La struttura del lavoro nei Laboratori rimarrà, così come in plenaria, orizzontale e volta alla maggiore partecipazione e condivisione possibili.
1. Corpi femminili e godimento
2. Cura di sé, delle relazioni, del mondo
3. Salute delle donne e aborto
4. Maternità e non maternità
5. Nuovi diritti e nuovi rovesci
6. Violenza, femminicidio
7. Tratta
8. Sex work
9. Reinventare il lavoro e l’economia
10. Tra donne, senza frontiere: donne migranti e seconde generazioni
11. La costruzione dell’immagine delle donne nei media
12. Pedagogia della differenza
13. Autogoverno come pratica politica
14. Sessualità e autodeterminazione
Una sfida di economia condivisa
Infine, in vista di questo incontro nazionale, vogliamo proporre a tutte una pratica di condivisione dell’economia, e riappropriarci di questa parola – oggi carica solo di significati negativi – in quanto nostra esperienza di comunità. Ci preoccupa infatti che i costi necessari per raggiungere e alloggiare a Paestum possano scoraggiare, o addirittura impedire ad alcune donne di partecipare. In questo incontro vorremmo quindi proporre un esempio di economia del dono, che rinsaldi le relazioni di fiducia tra noi e che sia effettiva pratica di cooperazione. Ci rivolgiamo a tutte le interessate all’incontro, e anche a chi desidera che esso si possa attuare il più ampiamente possibile, al di là della propria personale partecipazione. Per far esistere Paestum 2013 è costituito il Fondo “Paestum: economia delle relazioni tra donne”: con gli introiti saranno ridotti i costi di partecipazione per chi ne farà richiesta. Vogliamo proporre questa come una pratica che si oppone alle logiche patriarcali del profitto e della competizione, e dare vita a un esempio virtuoso di cura delle relazioni.
Anna Maria Bava, Barbara Cassinari, Chiara Melloni, Elena Marelli, Elisa Costanzo, Gabriella Paolucci, Giulia Druetta, Ilaria Durigon, Laura Capuzzo, Laura Colombo, Maria Bellelli, Nadia Albertoni, Rosalba Sorrentino, Sabina Izzo, Sara Gandini, Silvia Landi, Stefania Tarantino, Tristana Dini, Valeria Fanari
dal 4/7/2013 al 18/7/2013
Associazione Apriti Cielo! Milano via Spallanzani, 16 (cortile interno) 02 99203159
Julia Mastrogiacomo
dal 4/7/2013 al 18/7/2013
Le parole non sono le cose. Le parole de-finiscono. La cosa esiste in sé, non dalla parola, ma dall’azione. Così, si ri-definisce il reale. La parola crea immaginazione, ma poi la cosa, il gesto, l’atto hanno bisogno di un’azione per farsi, di un veicolo per esistere. Quell’esperienza, quel gesto, quel tratto sono il soffio della vita. Dal finito all’infinito, vanno e tornano. Verso il limite del visibile, all’orizzonte si posizionano. Qui, si incontrano tutte le visioni, tutti i sospiri, tutti i desideri. Là, una linea è tutte le linee. Là, io mi incontro con te.
Traduzione di Laura Minguzzi
Salve, cara Laura!
Sono molto felice di sentirti. Noi viviamo, sopravviviamo, lavoriamo,
studiamo (con mia figlia Maria frequentiamo la facoltà di
giurisprudenza), ci occupiamo di Slava (la nipotina), ci prendiamo
cura della nonna (mia madre ha 85 anni), organizziamo il museo delle
donne. Pensiamo di riuscire ad aprirlo al pubblico in agosto. Abbiamo
deciso di consacrare una parte dell’appartamento al museo. Da tutta
l’Ucraina sono stati raccolti soldi per restaurarlo. Adesso siamo al
momento della realizzazione e stiamo organizzando le mostre. Ci
saranno anche i vostri manifesti che hai portato da Milano sul
femminismo degli anni settanta.
A proposito del documento “Carta Morale” è stato pubblicato in Russia
e per il momento non ci riguarda. Noi ce ne occupiamo poco (per non
contribuire a diffondere simili sciocchezze). Anche se, In generale,
anche da noi la Chiesa si esprime in modo forte contro il movimento
della differenza di genere identificandolo con i matrimoni
omosessuali!! Farsi ascoltare e spiegare qualsiasi cosa è impossibile
perché non vogliono ascoltare niente. Ma spero che da noi non si
arrivi ad un tale marasma!
In ogni caso comunque è stato chiuso il centro per le politiche di
genere dove io lavoravo e da luglio sono disoccupata.
Per il momento non posso dire cosa sarà in futuro. Maria vuole creare
un corso universitario online per madri con bambini per insegnare loro
a fare progetti di lavoro autonomo, imparare le nuove tecnologie. Io
l’aiuterò in questo progetto. Riguardo a Julja Timoscenko molti
pensano e anch’io lo penso che ne abbiano fatto un “caprio
espiatorio”. Forse proprio perché donna, anche se non femminista, ma
che viveva secondo i principi del femminismo. Poi naturalmente c’è la
lotta politica per il potere, ma non penso che lei sia più colpevole
di altri uomini dell’alta politica. Se c’era da mandare qualcuno in
galera non era certo solo lei.. Ma le è successo questo..Julia non ha
mai fatto una politica di sostegno alle donne per cui adesso non ci
sono molte donne che la difendono. Lei è entrata nel gioco delle
regole maschili. In generale qui ci aspettiamo un “crollo” della
democrazia.
L’arte è sacra e profana? mercoledì 10 luglio 2013 ore 18.00 Palazzo Reale, Milano Sala Conferenze piazza Duomo 14 – 3° piano
In occasione della 55. Esposizione Internazionale d’Arte a Venezia, che per la prima volta ospita il Padiglione del Vatcano, il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano in collaborazione con Museo Tornielli di Ameno propone un approfondimento sul tema dell’arte sacra e profana. L’incontro, curato da Francesca Pasini, prende le mosse dall’esperienza della mostra Natvità e nascite laiche organizzata dal Museo di Ameno con la curatrice nel novembre del 2012 e dal conceto di “consacrazione che trasforma i musei in templi” coniato da Maurizio Ferraris in un artcolo pubblicato su La Repubblica (gennaio 2013). Testmone d’eccezione dell’incontro sarà l’artsta contemporaneo Adrian
Paci, che nel 2011 ha creato una via crucis per la chiesa di San Bartolomeo a Milano e che il prossimo 5 otobre – in occasione della 9° Giornata del Contemporaneo in Italia – inaugura una personale al PAC di Milano.
Intervengono
Enrica Borghi, coordinatrice del Museo Tornielli e presidente “Associazione Asilo Bianco” – Ameno
Maurizio Ferraris, docente di Estetca – Università di Torino
Francesca Pasini, curatrice della mostra Natvità e nascite laiche
Adrian Paci, artsta
Alessandra Pioselli, critca d’arte e diretrice dell’Accademia Carrara di Belle Art – Bergamo
INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI
Informazioni stampa
Ufficio Stampa Asilo Bianco | Alessandra Valsecchi tel. 340 3405184 – ale.valsecchi@gmail.com
Ricevuto da Francesca Pasini
www.archiviomauriziospatola.com
in rete nel sito www.archiviomauriziospatola.com un’ampia documentazione sulla mostra Libriste alla Classense 2013, organizzata a Ravenna nel marzo/aprile scorsi, con le opere visuali di sessanta autrici attive negli ultimi cinquant’anni e apparse su libri, antologie, riviste e cataloghi a bassa tiratura. Nel documento sono riprodotti i lavori di 33 poetesse-artiste e le tre introduzioni a firma di Claudia Giuliani, Ada De Pirro e Dino Silvestroni. Potete vederlo qui: http://www.archiviomauriziospatola.com/prod/pdf_worksand/W00194.pdf
riproduzioni integrali dei libri di altre artiste e poetesse e di riviste contenenti testi di donne:
- nella sezione Archivio al punto 16, il primo numero della rivista “Offerta speciale” fondata nel 1978 da Carla Bertola e Alberto Vitacchio;
- nella sezione Audiovideopoetry, al punto 3 il primo numero della rivista di poesia sonora “Baobab” (1978) con le voci di e Alyson Knowles e Giulia Niccolai;
- nella sezione edizioni Tam Tam, al punto 4 il libro di Giuliana Pini Otto in si minore (1982) e al punto 5 il numero 9 della rivista “Tam Tam” con testi di Biancamaria Frabotta, Mirella Bentivoglio, Giulia Niccolai, Fernanda Pivano e Milli Graffi
- nella sezione Flash, al punto 4 il libro della pittrice genovese Luisella Carretta I segni del movimento (con prefazione di Giorgio Celli), al punto 6 la raccolta di poesie della torinese Chiara Colli Parole libere (2000) e al punto 5 un documento sulla mostra “Campo visivo” realizzata a Graz e Vienna, nel 2012, da Gertrude Moser-Wagner
- nella sezione WorksAndWordsAndWorlds al punto 10 parziale riproduzione del libro di Giulia Niccolai Cos’è poesia (2012)
di Luca Fazio
Ha scrutato il cielo in profondità come pochi altri, ma non ha trovato tracce di alcun dio. Anzi. Ha scoperto il segreto per non avere paura della morte, come gli epicurei e i pensatori alla Montaigne: «Fino a quando sarò viva non c’è la morte e quando ci sarà la morte non ci sarò io». Niente hanno potuto suo padre, protestante, e sua madre, cattolica: «Non ho mai capito il turbamento religioso dei miei genitori, la loro preoccupazione per l’aldilà». Forse è proprio grazie al suo ostinato ateismo, unito all’impegno per i diritti civili e alla passione politica che più volte l’hanno spinta a buttarsi in politica per spirito di servizio, che Margherita Hack è diventata l’icona di una sinistra che non è mai esistita, così perfetta che sembra quasi il frutto di un esperimento scientifico impossibile da replicare.
Il suo impegno politico, senza mai trascurare il ruolo di bastiancontrario dell’Altissimo, più volte ha trovato sbocchi nella politica politicante con diverse candidature alle elezioni; ma solo come testimonial di un’idea, per regalare voti e lasciare il posto il giorno dopo essere stata eletta. Non si contano le sue cariche, i suoi tentativi di dare una scossa alla sinistra, le sue battaglie; ma a niente sono valse le migliaia di firme raccolte per la sua nomina a senatrice a vita.
Fiera garante scientifica del Cicap (Comitato di controllo per il controllo delle affermazioni del paranormale) e presidente onoraria dell’Uaar (Unione atei agnostici razionalisti), dal 2005 Margherita Hack si è iscritta all’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Nello stesso anno si era candidata alle elezioni regionali in Lombardia, scegliendo il Partito dei comunisti italiani (5.634 voti a Milano, poi «regalati» all’attore Bebo Storti). Stesso partito per le elezioni politiche dell’anno successivo (eletta alla Camera, ha rinunciato al seggio). Alle europee del 2009 ha prestato il suo volto alla Lista Anticapitalista (senza superare la soglia del 4%). Memorabile, sempre nel 2009, una sua lettera aperta pubblicata su MicroMega e indirizzata al presidente del Consiglio Berlusconi – sembra scritta oggi. Poi, nel 2010, ancora politica attiva nelle file della Federazione della Sinistra con più di 7.000 preferenze (e ancora dimissioni per lasciare libero il seggio). Molto gradita a sinistra anche come opinion maker, come quando nel 2012 ha «scelto» Vendola alle primarie del centrosinistra (anche se subito dopo ha «votato» Renzi contro Bersani). Per restare alla politica, l’ultima sua presa di posizione è stata in favore di Emma Bonino presidente della Repubblica.
E c’è dell’altro. Margherita Hack è stata nominata «personaggio gay dell’anno» nel 2010, più volte si è detta a favore dell’eutanasia e da sempre si è dichiarata animalista e vegetariana. Forse, per non restare prigioniera di un’immagine in odore di santità, la scienziata ha voluto dare solo un piccolo dispiacere ai suoi fan ecologisti di sinistra. Era favorevole all’energia nucleare: «Io sono un’ambientalista e so che l’energia nucleare inquinerebbe molto meno dell’energia a petrolio, a metano e a carbone». Una grandissima lezione anche questa: nessuno è perfetto.
di Alberto Leiss
Se il liberismo si corregge, resiste e si replica, è il modello culturale che va attaccato e cambiato. A cominciare dal separatismo maschile, mettendo in campo una soggettività diversa da quella novecentesca basata sul lavoro salariato classico.
I tentativi di realizzare una qualche forma di socialismo, o comunismo, sono falliti. Con tragici attentati alla libertà di uomini e donne. Sta fallendo anche il modello liberista che ha vinto dappertutto dopo l’89? La “terza via” che si è affermata in Cina è molto potente, ma anche molto inquietante. Perché è così difficile affermare una via diversa, capace di unire libertà, desiderio, economia sostenibile, giustizia sociale? Il capitalismo globale e finanziarizzato ha creato poteri mondiali opachi e fortissimi, non ancora sufficientemente analizzati. La politica democratica è in crisi culturale ovunque, e con essa la sinistra. Cresce una vasta critica, di movimenti, intellettuali, economisti, alla finanziarizzazione (99% contro 1%). Ma il modello, con qualche relativa correzione, resiste e si replica. Forse ancora si è poco riflettuto sulla sua “efficacia”, nonostante la crisi. Certe analisi dicono che aumentano enormemente le disuguaglianze, ma anche che la condizione economica e culturale della massa dei più poveri – pur in crescita demografica – migliora in termini assoluti. Il sistema, a modo suo, “funziona”. Per affermare un’alternativa più giusta non si tratta di limitare il mercato, ma di cambiarlo portandoci la moneta materiale e simbolica di desideri, sentimenti e comportamenti diversi da quelli che sostengono la logica del capitalismo sfrenato attuale. Molto si discute di caduta dell’autorità, sovranità, legittimità della politica democratica. La spiegazione più corrente è la crisi dello stato nazionale, e il dominio dei cosiddetti “mercati”. Vero, ma c’è una specificità. Il potere politico, e i sistemi di produzione di autorità sociale (informazione, accademia, chiesa, gli stessi poteri economici ecc.) sono tuttora dominati dal maschile. Ma il separatismo maschile, per lo più inconsapevole, che informa il potere è sempre meno riconosciuto nell’epoca della rivoluzione e della libertà femminile. Ne è spia anche il recente dibattito sul “femminicidio”: la reazione sempre più ampia contro la violenza maschile quotidiana indica che è matura la ricostituzione dalla radice del patto sociale, riconoscendo la differenza dei sessi e la nuova dialettica della libertà che ne è determinata. Un potere separatista maschile consapevole – quello della Chiesa cattolica – per reagire a una drammatica crisi di autorità, ha tentato una rivoluzione simbolica con le dimissioni di Benedetto XVI, l’elezione di un papa che si è chiamato Francesco in nome della povertà, l’abbraccio dei due papi fratelli. Ma una nuova autorità e credibilità della democrazia passa per una modificazione profonda delle relazioni politiche tra uomini e donne. Non basta la logica del 50% (democrazia paritaria), che permette a ciascun sesso di rimuovere la relazione e non intacca il predominio maschile, per quanto screditato, nei luoghi del potere. Propongo che si sperimenti la pratica della indicazione obbligatoria di un uomo e una donna insieme per le principali cariche apicali nei partiti e nelle associazioni (forse anche nelle istituzioni?). Per rendere visibile la necessità di mutare il senso di questa relazione fondamentale, e quindi della natura del potere. Il lavoro resta centrale per l’identità della sinistra. Ma la soggettività determinata dal lavoro salariato classico che sosteneva l’idea della lotta di classe è inesorabilmente tramontata. Il mondo dei lavori è radicalmente mutato, e il capitale ha vinto, ma è cambiato anche il rapporto fondamentale tra lavoro produttivo, cura e lavoro di cura. Tra pubblico e privato. La femminilizzazione del lavoro (enormemente cresciuta negli ultimi decenni) e la crisi del welfare aprono contraddizioni nuove. Le identità sociali si misurano insieme sui tempi della vita e del lavoro. Al sindacato, a partire dalla Fiom, alle forze della sinistra, rivolgo questa proposta: sperimentare pratiche politiche radicate in un territorio, capaci di intercettare le nuove figure sociali tra impieghi sempre meno garantiti, lavoro precario e cura del vivere. Per far maturare relazioni di riconoscimento, nuove capacità di autorappresentazione e di rappresentanza. Progettare nuove modalità di linguaggio e di conflitto. Reinventando nel contesto locale/globale attuale il ruolo delle antiche leghe territoriali del lavoro. Coinvolgendo, oltre certe rigidità ideologiche, gli spazi occupati in nome dei beni comuni. Segnalo l’esperienza dell’Agorà del lavoro a Milano (agoradellavoro.wordpress.com ) e la riflessione sulla cura aperta dal testo “La cura del vivere” delle femministe del “gruppo del mercoledì” di Roma (www.donnealtri. it/2011/10/la-cura-del-vivere/). Da vecchio “trentiniano” diffido di forme di reddito che non siano legate a forme di produzione (o di cura, per quanto detto prima). Propongo che si discuta l’idea di legare il reddito minimo garantito per le fasce giovanili all’istituzione di un servizio civile obbligatorio nazionale e internazionale. Per un anno i giovani, dopo la scuola o l’università, dovrebbero impegnarsi per metà del periodo in attività di cura del territorio o delle persone che ne hanno bisogno in Italia, per la restante metà in Europa o in altri paesi vicini (per es. nell’area del Mediterraneo). Non escludo che – in questo caso su base volontaria – questo servizio possa riguardare anche interventi in favore della pace in aree di conflitto. Il servizio civile serve anche per orientare a sbocchi occupazionali. La moltiplicazione dei mezzi di comunicazione non sembra accompagnarsi all’aumento delle capacità reali di scambio tra persone più colte e informate. Ma questa è una precondizione fondamentale di ogni speranza democratica (e si vedono gli equivoci pericolosi sull’uso del web da parte del MoVimento 5Stelle, che pure ha il merito di averne visto la centralità). La tecnologia va accompagnata da adeguata elaborazione culturale. In ogni scuola dovrebbero essere istituiti e considerati fondamentali non solo corsi per capire l’informatica e l’uso del web, ma anche corsi di retorica, per sapere che cos’è il linguaggio e imparare a leggere e a parlare, e corsi di musica, per imparare l’intensità delle comunicazioni non verbali e la capacità di esprimersi insieme tra diversi. Bisognerebbe poi appendere nel proprio studio la massima di un celebre film: “L’unica forma di comunismo realizzabile (e desiderabile) è quella di un concerto musicale”.
Care di Femminile Plurale, nel resoconto dell’incontro di sabato 22 giugno a Bologna, in relazione a Paestum 2012 scrivete che c’è voglia di fare “un ulteriore passo in avanti, apportando cioè elementi di novità”.
Siamo d’accordo e crediamo che un punto importante, che marcherebbe una differenza sostanziale rispetto allo scorso anno, sarebbe l’invito esteso anche agli uomini.
Sappiamo bene che il gesto di separazione delle donne fatto negli Anni ‘70 (non il separatismo!) ha messo al mondo una forza e una libertà inedita per le donne (e anche per gli uomini). Sappiamo che il femminismo ha scompaginato il rapporto tra i sessi e vediamo quotidianamente come uomini e donne cerchino di essere all’altezza del cambiamento introdotto dalla libertà femminile. E però.
La violenza sessista sulle donne, la politica rappresentativa e i partiti, l’organizzazione del lavoro e l’economia mostrano il caos di un sistema che frana.
A noi pare che oggi non si possa fare a meno di scommettere su una relazione politica significativa tra donne e uomini per un cambiamento radicale.
Concordiamo quindi con Giordana Masotto e Giovanna Pezzuoli che scrivono, in articolo pubblicato su Via Dogana 102, che la radicalità del femminismo ora si gioca nell’aprire conflitti fecondi con gli uomini. E’ ora di “andare a un confronto serrato, riconoscendo la forza del nostro pensiero e della nostra pratica” http://www.libreriadelledonne.it/pubblicazioni/vd102-questioni-inevitabili/
Proprio sulla domanda “Uomini e donne: che fare?” si apre anche un incontro che abbiamo promosso alla Libreria delle donne di Milano il 6-7 Luglio e a cui siete invitate:
http://www.libreriadelledonne.it/uomini-e-donne-che-fare/
A presto!
Laura Colombo & Sara Gandini
di Francesca Bonazzoli
Solitudine Sessi, protesi, arti, dentiere: troppo fuori dagli schemi, per stile e comportamenti, per avere successo popolareIl suo motto: «Io dipingo prima di tutto per guarirmi»
È stata ritratta da Andy Warhol e Man Ray, con il quale è rimasta in contatto tutta la vita; ha avuto per amici i personaggi della Torino intellettuale come Felice Casorati, Cesare Pavese, Edoardo Sanguineti, Corrado Levi, Massimo Mila, Italo Calvino, Carlo Mollino. Eppure il primo importante riconoscimento pubblico le è arrivato solo nel 2003 quando la Biennale di Venezia le ha conferito il Leone d’Oro alla carriera. Lei, Carol Rama, che oggi ha 95 anni, lo accettò con amarezza considerandolo tardivo per una carriera cominciata a undici anni e rimasta totalizzante, più ancora di una ragione di vita. «Io dipingo prima di tutto per guarirmi», ha detto. «Posso avere dei mal di denti micidiali, ma se incomincio a dipingere dopo un quarto d’ora non sento più niente, sono come drogata, è meraviglioso».Troppo eccentrica per avere successo popolare con le sue immagini conturbanti di sessi, protesi, arti, dentiere; troppo fuori dagli schemi dell’arte, per stile e per comportamento; troppo solitaria nel rifugio della sua claustrofobica mansarda torinese con le finestre coperte da tende nere. «Se è vero che sono così brava non capisco perché abbia dovuto fare tanta fame, anche se sono donna», disse in un’intervista del 1985 a Lea Vergine. Finalmente tutti oggi la riconoscono come un genio e una maestra del Novecento, e tuttavia il mercato continua a preferirle personaggi che hanno saputo vendersi meglio. Barcamenarsi fra povertà e debiti è stato il suo assillo fin da quando aveva otto anni e il padre si suicidò per il fallimento dell’impresa. Franco Masoero, uno dei suoi mercanti, stampatore torinese che l’ha introdotta alle tecniche dell’incisione seguendola a partire dal 1993 nelle sue sperimentazioni, dal 29 giugno prossimo le ha organizzato al museo comunale d’arte moderna di Ascona una mostra di cento grafiche, alcune delle quali fogli unici usciti ora per la prima volta dai cassetti del laboratorio, perché una volta stampata l’opera poteva diventare oggetto d’interventi successivi eseguiti a mano, magari con smalti da unghie o con l’acquerello. Molte sono anche le incisioni su fogli di seconda mano, soprattutto progetti d’architetture disegnati precedentemente da amici «affinché mi aiutino a inventare un’immagine erotica, sentimentale, un’immagine privata insomma, ma che non sia poi così legata a me». Questo gioco tra lo sfondo prestampato della carta e il soggetto inciso caratterizza in particolare due cicli di opere uniche. Su supporti di tela e di carta al tino sono state infatti riportate le matrici di alcune incisioni servite a Carol Rama per intervenire con pittura e collage. Per esempio, nella serie «La mucca pazza» (2001) in cui mammelle e dentature di mucca si muovono e si ripetono con ritmo musicale; o nelle tele del 2002, dove l’elemento prestampato infrange il rigore della struttura geometrica realizzata con camere d’aria di bicicletta, con carta vetro o con qualche vecchio oggetto. Insomma, la tecnica calcografica della Rama è decisamente fuori da regole e tradizioni. Del resto, anche per quanto riguarda la pittura, fu lei stessa a spiegare: «Non ho avuto modelli per il mio dipingere; non ne ho avuto bisogno avendo già quattro o cinque disgrazie in famiglia, sei o sette tragedie d’amore, un malato in casa, mio padre che si è suicidato. ? Il senso del peccato è il mio maestro». RIPRODUZIONE RISERVATACAROL RAMA. L’OPERA GRAFICA. Ascona, Museo comunale d’arte moderna, via Borgo 34. Ore 10-12 e 15-18; dom. e festivi 10.30-12.30; lun. chiuso. Ingr. fr. 15; www.museoascona.ch. Fino al 15 settembre
(26 giugno 2013 – Corriere della Sera)
di Alessandra Pigliaru
Nella storia del pensiero, e soprattutto in quella della moderna civiltà occidentale, esistono idee controverse di non facile digestione. Alcune, in particolare, sembrano scontare un passato e una stratificazione storico-politica tesa a sovrastarne il significato effettivo. Sembra che all’idea di autorità accadano entrambe le cose, contesa come è da chi ne rigetta completamente il senso e da chi le manifesta una costante diffidenza.
Da molti anni, la riflessione intorno al tema dell’autorità è centrale nel femminismo della differenza italiano di cui Luisa Muraro è figura di spicco. Leggere oggi il suo nuovo libro dal titolo «Autorità» (Rosenberg & Sellier), consente di fare il punto su una questione spinosa e decisiva come quella dell’autorità, per mostrarne la posta in gioco nel presente del dibattito politico. Il libro è un lungo ragionamento, costellato da numerosi riferimenti filosofici, storici, artistici e letterari. Muraro sceglie alcune figure che più di altre forniscono la possibilità di interrogazione intorno all’autorità.
Principi che si inceppano
Dalla figura di Antigone che nel conflitto tra due leggi, sceglie quella più autorevole nominata nel suo ordine simbolico, fino ad arrivare ad Anne Elliot, la protagonista del romanzo Persuasione di Jane Austen, che affronta con grazia la questione del consiglio autorevole. In questo dettato di forza simbolica femminile, a farsi segno dell’autorità sono state le madri di Plaza de Mayo, così come oggi – riempiendo le piazze con i propri simili, contro la sordità e cecità del potere costituito – lo sono quelle di Istanbul. Con lo stesso desiderio di chiarezza, la filosofa segnala alcuni passaggi storici cruciali entro cui rivoltarsi contro il principio di autorità si è reso necessario. Si pensi al lungo cammino che dalla culla del Rinascimento e della Riforma protestante è giunto fino alla Rivoluzione scientifica approdando al movimento studentesco. In questi passaggi, che sono altrettante aperture di modelli politico-culturali, l’intera società è stata travolta e trasformata dal suo interno. In effetti, quando l’incarnazione del principio di autorità non funziona più o cerca connivenze con l’oppressione del potere, è pur vitale rivoltarsi. Cioè l’applicazione di quel principio – quando non è tenuto insieme da un senso riconosciuto di giustizia – si deforma repentinamente in autoritarismo, in dispositivo bieco e scellerato con tutte le conseguenze rapinose nella vita di ognuna e ognuno di noi. Ciò, sostiene Muraro, non significa che l’autorità possa essere bandita dalle faccende umane appunto perché a essa è interna una qualità inconsumabile che si muove tra relazione e riconoscimento e che, se praticata avendo cura della sua forza simbolica, diventa risorsa di accrescimento e felicità tra le persone. Certo se ne deve saper fare un buon uso dopo aver compreso che «L’autorità viene riconosciuta, attribuita, accettata, assunta, nasce cioè in una relazione dove nessuno la possiede di suo» (p. 54).
Così è capitato a Galilei che per tagliare i lacci delle posizioni bibliche e aristoteliche si è appellato al grande libro dell’universo, capace di tradurre in forma rigorosa le sorti della scienza. Per farlo ha avuto bisogno tuttavia di attendibilità, quella di cui la conoscenza della lingua lo aveva dotato. Una cosa è infatti la liberazione dal passato di una tradizione che opprime e schiaccia, altra cosa è la necessità – superato il rifiuto – di una parola che assicuri a sé forza e credibilità. Diversamente da ciò che capitò a Montaigne – che Muraro avvicenda con Kant in capo alla questione legge-giustizia-autorità –, chiudere con il principio di autorità ha significato riconoscere le imperfezione dei legislatori, uomini vani, per aprire ad un’indagine che parta dalla soggettività di ciascuno.
Il meccanismo della devozione
Gli esempi che ci vengono forniti durante la lettura concorrono tutti a rimarcare una questione dirimente che è poi il rilancio del libro: così come autorità e potere sono disgiunti, altrettanto distanti sono l’ordine simbolico e l’ordine sociale. Sulla prima dicotomia è fondata la tesi del libro ma anche la possibilità della scommessa della politica contemporanea: dove compare l’autorità il potere arretra. Potremmo dunque aggiungere che laddove non c’è autorità – intesa come forza simbolica e scambio tra i viventi – quel posto vuoto viene depredato e occupato impunemente dal potere. Anche qui il territorio lambito sembra essere quello tra forza e violenza: dove manca l’autorità, avanza la violenza giacché la relazione tra chi esercita il potere e chi ne è soggiogato non consente un riconoscimento, tantomeno scelta. È piuttosto un obbligo di obbedienza e devozione unilaterale che non concede contraddittorio. Dalla confusione, spesso per niente ingenua, di autorità e potere nasce la sopraffazione. Nel meccanismo del potere, che muta in coercizione, si è dinanzi ad una sottomissione e ad un’oppressione dettate da una gerarchia dei rapporti di forza. Tale gerarchia insieme ai rapporti di subalternità prende il posto della mancanza di autorità comportando lo sfascio al quale oggi assistiamo. In questa traiettoria, si mescolano un po’ le carte facendo finta che non esista altro modo se non il proprio di impadronirsi del consenso. C’è un vuoto dunque – in questo momento fulgidamente rappresentato dalla politica istituzionale – che cerca di assumere su di sé autorità per farne scempio, pensando forse che nessuno se ne accorga.
Ecco che la proposta politica del libro di Luisa Muraro sta a questa altezza: fare dell’esperienza dell’autorità un modo dello scambio che apra alla discussione critica e comporti un orientamento di senso. Una corrispondenza che eventualmente possa renderci anche un po’ felici. In fondo è la stessa interlocuzione richiesta alla lettrice e al lettore quando, nella seconda parte del libro, viene chiesto di continuare a scrivere quelle pagine bianche. Si deve sempre domandare la restituzione di quel riconoscimento di autorità, perché la promessa non può essere fatta una volta per tutte. È un rischio evidente ma è questa la scommessa in un presente così poco credibile: mettersi in gioco con la forza radicale di una soggettività che intenda le relazioni tra donne, e quelle tra donne e uomini, come il centro della politica.
Dal lavoro alla cura
Sull’efficacia politica della pratica e dei saperi femministi che guardano al presente, si apre «C’è una bella differenza» (et al./ Edizioni). Fitta e importante conversazione tra Luisa Cavaliere e Lia Cigarini, il volumetto offre molteplici sollecitazioni riguardo temi e problemi cruciali al centro del dibattito politico contemporaneo. In particolare, il nucleo portante è rappresentato dalla discussione dell’esperienza di Paestum, l’incontro nazionale avvenuto lo scorso ottobre che ha visto la partecipazione di quasi mille donne. Cavaliere e Cigarini, entrambe promotrici e firmatarie – insieme a Lea Melandri e ad altre femministe italiane – della lettera d’invito, percorrono le ragioni che hanno fatto di quell’incontro una posta di radicalità politica. Più desiderato come un grande gruppo di autocoscienza, la tre giorni ha consentito di mettere in circolo numerose e diverse pratiche politiche. I temi discussi sono altrettante questioni aperte sul tavolo del confronto tra generazioni politiche che riguardano tutte e tutti: dall’economia, quindi il lavoro e la cura, fino allo statuto stesso della democrazia, insieme all’idea di rappresentanza-autorappresentazione, passando per il nodo della violenza. Cigarini, pungolata dalle domande di Cavaliere, mostra quali e quante parole siano state messe in circolo, a ben guardare sono le stesse che la politica delle donne ha trasmesso e su cui ha riflettuto in questi quarant’anni, attraverso associazioni, librerie e tutte quelle realtà che hanno lavorato con convinzione e tenacia. Una sfida femminista dunque che si è intesa – e si intende – capace di affrontare la crisi politica dell’ordine maschile, rilanciando la forza e la consapevolezza del femminismo. La questione del lavoro è stata molto presente a Paestum così come viene ulteriormente discussa anche nel libro con i riferimenti all’Agorà milanese, un luogo pensante fondato da Lia Cigarini e da altre che riflette sul lavoro riunendo donne e uomini intorno alle teorie e alle pratiche sul tema. Anche a Paestum il lavoro è stato centrale, nominato, sessuato nelle narrazioni della precarietà e sottoprecarietà, che si sono confrontate a partire da sé, riflettendo sulla materialità delle singole esistenze.
Verso la tuffatrice
Certamente l’altra questione aperta appare quella della rappresentanza, così come il conflitto e il tentativo di confronto tra politica prima e seconda. Nessuna parola definitiva è stata detta tuttavia e neppure la si attendeva. Se il femminismo italiano è infatti da sempre la spinta propulsiva della riflessione politica che metta al centro la libertà femminile e la sapienza delle pratiche di relazione, appare chiaro come Paestum abbia rafforzato e confermato la capacità e il potente confronto di soggettività politiche. Secondo Cigarini «La crisi merita un pensiero efficace. Primum vivere mette al centro e indica come imprescindibile la materiale irruzione della soggettività, delle storie e delle vite (…) Primum vivere. La mia proposta dunque è di dire e ribadire pubblicamente quello che sappiamo su come vogliamo vivere e sul lavoro necessario per vivere, a partire dalla critica della evidente unilateralità dell’economia maschile, sia di quella dominante che di quella di opposizione. Con la consapevolezza che quello che si dice e si agisce ha un valore universale: vale non solo per noi, non solo per le donne» (pp. 27, 28).
Le parole di Eleonora Forenza, ricordate da Cigarini, «siamo tutte femministe storiche», inchiodano alla responsabilità le diverse generazioni che attraversano le ragioni strettamente anagrafiche per dirsi anzitutto politiche – a Paestum come nell’intera cartografia italiana dei femminismi. Sono tuttavia le osservazioni di Maria Giovanna Piano – anche queste citate da Cigarini – ad apparire dirimenti per la forza di Paestum 2012, quella rappresentata dalla tuffatrice (versione che riprende l’immagine del tuffatore ritratto in una pietra tombale esposta nel Museo Archeologico di Paestum). Di quella immagine, Piano segnala la movenza del tuffo declinato dalle parole delle donne come «azzardo, radicalità; la direzione è il cuore di una realtà disorientata che oggi più che mai chiede soggettività politica per una decifrazione “altra”, per un “altro” passaggio». È davanti a quella distesa d’acqua, che è poi il movimento stesso del presente della politica declinato al futuro, che la soggettività imprevista del femminismo mostra la propria dirompenza. In quel tuffo, che inaugura ancora una volta – come fosse la prima – una separazione da quel che resta del patriarcato. Bisognerebbe pensarci e discuterne ancora, perché il potere è altra cosa non solo rispetto all’autorità ma anche rispetto alla libertà. O almeno: c’è una bella differenza.
(il manifesto, 27 giugno 2013)
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Venerdì 28 giugno verranno inaugurate le mostre “Carol Rama. Oltre l’opera grafica”, ore 17.30 presso il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona, e “Francesca Gagliardi – Luca Mengoni. Il laboratorio delle metamorfosi”, ore 19.00 presso Casa Serodine, Piazza S. Pietro, Ascona. |
Sulla violenza sessista si racconti con sobrietà, si commenti con lucidità e si presti più attenzione a coloro che la contrastano giorno per giorno
di Marisa Guarneri
Ci sono due parole che non riesco a pronunciare senza provare disagio e irritazione: femminicidio e complicità.
Il primo termine perché ha sintetizzato, banalizzandolo a volte, l’uccisione di donne da parte di partner o ex, e familiari. Ha prodotto nei media la ricerca della morte più cruenta e sanguinaria… cronaca nerissima. Con i colpevoli a volte giustificati per l’abbandono o la separazione o il rifiuto di una relazione e trattati come eroi negativi.
Queste storie fuori dai riflettori andrebbero analizzate nel dettaglio, non solo per trovarne le motivazioni profonde e gli antefatti, ma anche per rilevare tutto ciò che si poteva fare e non si è fatto da parte di molti soggetti presenti nella cerchia familiare, nei servizi sociali e nelle istituzioni. In ogni caso la mole delle uccisioni ha costretto il Governo a firmare e non solo ad aderire alla Convenzione di Istanbul, l’indignazione saliva non solo dalle pagine dei giornali. Insieme all’indignazione l’emulazione e la vittimizzazione di tutte le donne di sesso femminile!
Altra questione la complicità… di chi, per che cosa ed a vantaggio di chi?
È risaputo che la violenza continua produce nella donna che la subisce dei danni di vario genere e tutti contemporaneamente: danni psicologici, fisici, cognitivi e prima di tutto indebolisce progressivamente la capacità di difendersi. Quindi passività, confusione, depressione ecc. non sono cause, ma conseguenze oltre naturalmente a vincoli valoriali e religiosi.
Dovremmo tutti e tutte non prescindere dalla complessità della questione. Ma oltre a questo il giudizio e spesso la condanna di atteggiamenti che conosciamo o peggio non conosciamo dipendono molto dallo sguardo di chi osserva a dovuta distanza. Un poco di silenzio da parte di tutte e tutti in questo momento sui fatti sanguinosi e più attenzione ai soggetti positivi che producono proposte e progetti non soltanto antiviolenza, ma capaci di aprire cammini di libertà sarebbe gradita.
(www.libreriadelledonne.it, 26 giugno 2013)
Il suo motto: «Io dipingo prima di tutto per guarirmi»
È stata ritratta da Andy Warhol e Man Ray, con il quale è rimasta in contatto tutta la vita; ha avuto per amici i personaggi della Torino intellettuale come Felice Casorati, Cesare Pavese, Edoardo Sanguineti, Corrado Levi, Massimo Mila, Italo Calvino, Carlo Mollino. Eppure il primo importante riconoscimento pubblico le è arrivato solo nel 2003 quando la Biennale di Venezia le ha conferito il Leone d’Oro alla carriera. Lei, Carol Rama, che oggi ha 95 anni, lo accettò con amarezza considerandolo tardivo per una carriera cominciata a undici anni e rimasta totalizzante, più ancora di una ragione di vita. «Io dipingo prima di tutto per guarirmi», ha detto. «Posso avere dei mal di denti micidiali, ma se incomincio a dipingere dopo un quarto d’ora non sento più niente, sono come drogata, è meraviglioso».Troppo eccentrica per avere successo popolare con le sue immagini conturbanti di sessi, protesi, arti, dentiere; troppo fuori dagli schemi dell’arte, per stile e per comportamento; troppo solitaria nel rifugio della sua claustrofobica mansarda torinese con le finestre coperte da tende nere. «Se è vero che sono così brava non capisco perché abbia dovuto fare tanta fame, anche se sono donna», disse in un’intervista del 1985 a Lea Vergine. Finalmente tutti oggi la riconoscono come un genio e un maestro del Novecento, e tuttavia il mercato continua a preferirle personaggi che hanno saputo vendersi meglio. Barcamenarsi fra povertà e debiti è stato il suo assillo fin da quando aveva otto anni e il padre si suicidò per il fallimento dell’impresa. Franco Masoero, uno dei suoi mercanti, stampatore torinese che l’ha introdotta alle tecniche dell’incisione seguendola a partire dal 1993 nelle sue sperimentazioni, dal 29 giugno prossimo le ha organizzato al museo comunale d’arte moderna di Ascona una mostra di cento grafiche, alcune delle quali fogli unici usciti ora per la prima volta dai cassetti del laboratorio, perché una volta stampata l’opera poteva diventare oggetto d’interventi successivi eseguiti a mano, magari con smalti da unghie o con l’acquerello. Molte sono anche le incisioni su fogli di seconda mano, soprattutto progetti d’architetture disegnati precedentemente da amici «affinché mi aiutino a inventare un’immagine erotica, sentimentale, un’immagine privata insomma, ma che non sia poi così legata a me». Questo gioco tra lo sfondo prestampato della carta e il soggetto inciso caratterizza in particolare due cicli di opere uniche. Su supporti di tela e di carta al tino sono state infatti riportate le matrici di alcune incisioni servite a Carol Rama per intervenire con pittura e collage. Per esempio, nella serie «La mucca pazza» (2001) in cui mammelle e dentature di mucca si muovono e si ripetono con ritmo musicale; o nelle tele del 2002, dove l’elemento prestampato infrange il rigore della struttura geometrica realizzata con camere d’aria di bicicletta, con carta vetro o con qualche vecchio oggetto. Insomma, la tecnica calcografica della Rama è decisamente fuori da regole e tradizioni. Del resto, anche per quanto riguarda la pittura, fu lei stessa a spiegare: «Non ho avuto modelli per il mio dipingere; non ne ho avuto bisogno avendo già quattro o cinque disgrazie in famiglia, sei o sette tragedie d’amore, un malato in casa, mio padre che si è suicidato. ? Il senso del peccato è il mio maestro».
CAROL RAMA. L’OPERA GRAFICA. Ascona, Museo comunale d’arte moderna, via Borgo 34. Ore 10-12 e 15-18; dom. e festivi 10.30-12.30; lun. chiuso. Ingr. fr. 15; www.museoascona.ch. Fino al 15 settembre
Il dibattito attuale sul femminicidio non ne mette adeguatamente a fuoco un aspetto fondamentale: la violenza contro le donne scatta ed è più efferata non dove le donne sono più oppresse e discriminate ma, come reazione maschile alle manifestazioni di libertà femminile, quando le donne si ribellano e il controllo maschile sulla loro vita vacilla. Alla luce di ciò, sono valide le misure messe in campo, da ultimo anche dalla Convenzione di Istanbul, per contrastare questo terribile fenomeno?
Nel 1988 il regista americano Jonathan Kaplan scandalizzò mezzo mondo con un film, “The Accused” (“Sotto accusa” la versione italiana), che capovolgeva la narrazione abituale dello stupro con un semplice spostamento della telecamera, puntandola non sul corpo della vittima violato sul flipper di un bar malfamato ma sulle movenze bestiali del bacino dello stupratore. Non solo. Ispirandosi a un fatto di cronaca realmente accaduto, Kaplan non scelse come vittima una brava ragazza con la gonna al ginocchio che tornava a casa da scuola, ma una bad girl che faceva la cameriera nel bar di cui sopra e colpiva al cuore gli avventori, e gli spettatori, ballando spericolatamente con una minigonna mozzafiato: una di quelle ragazze che insomma, secondo il senso comune, lo stupro “se lo cercano”. Una indimenticabile Jodie Foster conquistò l’oscar dimostrando al mondo – oltre che, nel film, alla procuratrice che si occupava del caso – che uno stupro è uno stupro e non è meno grave se lo stupratore sostiene che l’hai “provocato” ballando o facendo qualsiasi altra cosa una donna possa e debba essere libera di fare; e Kaplan si guadagnò la nomination a un premio speciale per i diritti umani dimostrando che se si vuole davvero combattere la violenza sulle donne bisogna imprimere allo sguardo e al giudizio la stessa rotazione che lui aveva osato con la telecamera: dal corpo della vittima alla sessualità del carnefice, perché è il carnefice, e non la vittima, a essere “sotto accusa”.
Venticinque anni dopo, in pieno exploit italiano e mondiale della questione del cosiddetto femminicidio, i punti fuori fuoco sono sempre questi stessi: la libertà delle vittime, e le movenze, e i moventi, dei carnefici; e non è l’adesione a una norma internazionale – come la pur meritoria Convenzione di Istanbul recentemente adottata dal nostro Parlamento – a metterli meglio a fuoco, anzi. Certo, oggi nessuno sosterrebbe né nell’aula di un tribunale né in pubblico, non foss’altro che per prudenza politically correct, che una donna violentata o assassinata “se l’è cercata” (anche se restano non infrequenti – l’ultimo l’ho visto poche sere fa su Canale 5 – i processi alle vittime coperti dalla retorica della compassione); ma la censura della libertà femminile ricompare in altre e più sofisticate forme.
La cornice discriminatoria e il paradigma dell’oppressione in cui la Convenzione inquadra ogni atto di violenza sulle donne (dalle mutilazioni genitali allo stupro, dallo stalking all’assassinio) lascia infatti fuori campo il lato più inquietante del femminicidio, e cioè il fatto che almeno in Italia esso permane, e sembra assumere un profilo perfino più efferato, nelle situazioni in cui le donne non sono né oppresse né discriminate, come reazione maschile alle manifestazioni di libertà femminile. Basta leggere i casi di cronaca purtroppo quotidiana delle donne assassinate, o ascoltare i racconti delle donne maltrattate o malmenate o stuprate che trovano accoglienza nei centri antiviolenza, per capire che l’aggressione maschile scatta precisamente quando esse si ribellano, o semplicemente reclamano la libertà di abbandonare un rapporto che non funziona, di vivere da sole o di prendere la propria strada. Scatta dunque precisamente non laddove il controllo maschile sulla loro vita è saldo, ma laddove vacilla; non, o almeno non solo, laddove il patriarcato permane, come ha sostenuto in coro tutto il dibattito parlamentare, ma laddove tramonta. Il che non è senza conseguenze per l’analisi del lato maschile del problema. Gli uomini che violentano e uccidono le donne lo fanno perché sono il sesso dominante o perché temono di non esserlo più? E la loro violenza ha a che fare, e come, con la crisi del patto sociale e politico, e con la più profonda crisi di civiltà, che l’Italia sta vivendo da decenni senza trovare le parole giuste per dirla e affrontarla? Ancora: se è così, la ricetta paritaria che la Convenzione propone per arginare il femminicidio non è per caso anch’essa fuori fuoco? Il problema è la parità di genere non raggiunta, o la libertà di un sesso che l’altro non riesce ad accettare?
Non sono le uniche domande che la discussione attuale sul femminicidio suscita. La Convenzione di Istanbul, ad esempio, statalizza massimamente la tutela delle donne vittime di violenza, investendo governi, Parlamenti e giurisdizioni nazionali, nonché organismi internazionali e sovranazionali, di compiti di prevenzione, repressione e assistenza. È chiara l’intenzione di alzare in tal modo l’allarme e la responsabilizzazione pubblica sulla costellazione di fenomeni che va sotto il nome di femminicidio. Tuttavia stupisce non ritrovare, nel Parlamento italiano, alcuna eco della cautela da sempre espressa dal movimento femminista nei confronti della delega alla dimensione statuale e al trattamento legislativo, giudiziario e amministrativo di fenomeni profondamente radicati nella dimensione soggettiva, interpersonale e culturale: una delega che sconfina facilmente non nella responsabilizzazione ma nell’autoassoluzione collettiva. Di quella cautela, che pure influenzò largamente, negli anni Ottanta e Novanta, il lunghissimo iter della legge italiana contro la violenza sessuale, non è rimasta traccia. Così come non c’è traccia, per venire a fatti più recenti, della violenza simbolica sul corpo femminile esercitata da un ventennio di linguaggio televisivo berlusconiano o berlusconizzato, e questo malgrado la Convenzione di Istanbul dedichi alla violenza mediatica un paragrafo apposito. Siamo in tempi di larghe intese, e si vede.
