di Cettina Tiralosi

La mia ricerca pittorica negli ultimi anni ha preso questa piega.
Si è piegata e ripiegata al digitale come quando si stira una stoffa per farle prendere la sua forma più gradevole al tatto e alla visione.
Dalla realizzazione del video “Dal Tramonto all’Alba” (2010) e l’installazione “Pomeriggio
d’Autunno” (2011), questa ultima esposizione “Arte e Libertà : qualità di un desiderio femminile agente” (2013) si dispiega in un percorso studiato mai improvvisato, tra il tempo e lo spazio vissuto e vivente, consapevole e scelto.
Uno spazio-tempo digitale non perfetto ma certamente luogo simbolico in virtù di un’esistenza autentica, essenziale e immediata.
Nell’arte come nella vita non cerco la “perfezione” perché è un’ambizione in verità troppo spesso ottenuta a costo di umiliazioni, invece cerco la “relazione vivente” da alimentare semplicemente come sorgente di benessere e felicità.
Questa è la mia esperienza negli anni più recenti ed è ciò che più ci individua, io credo, negli intrecci e sviluppi ad ogni evento realizzato insieme alle amiche dell’Associazione Italiana Alhambra.
Nelle mie opere digitali dedicate all’Etna, in mostra all’incontro di domani 29 luglio 2013 presso il Giardino delle Arti di Taormina, ho voluto rappresentarla come in una delle infinite combinazion di circostanze in concomitanza alla nostra vita quotidiana, al senso del nostro agire e stare al mondo, anziché sceglierla come vulcano-montagna nella sua veste più “spettacolare” di una episodica eruzione.
L’ho scelta nel nostro stare in sua presenza, come in un rito di libertà dalla paura della sua forza trasformatrice, come uno spiraglio d’aria tra una porta socchiusa in una giornata assolata d’estate.
La mia ambizione non è l’esibizione, ma la relazione.
La mia sfida e la mia scommessa in un ambiente arido se non distratto da timori e paure, è cercare l’accoglienza e l’ascolto, delizie di “frutti” irrinunciabili per vivere e gioire come rose del deserto.
Cettina Tiralosi

Pubblicato il 28 luglio 2013 sul blog
http://cettinatiralosiblognotes.wordpress.com/2013/07/28/storia-di-un-desiderio-femminile-agenteun-cambiamento-nelle-scelte-tra-il-tramonto-e-lalba/
cettinatiralosiblognotes.wordpress.com
cettinatiralosi@yahoo.com

di Gianna Fregonara

A sua insaputa due settimane fa Inna Shevchenko è diventata la Marianna di Francia sui francobolli dell’era Hollande: lei, ventitreenne ucraina e leader delle femministe più arrabbiate e mediatiche del momento, è ritratta al posto di solito riservato ad attrici e star per rappresentare il modello della bellezza francese. La notizia, considerata una gaffe del governo francese, contro il quale peraltro Inna e le ragazze di Femen hanno manifestato in topless, ha fatto il giro del mondo. Proprio come quest’altra notizia di poche settimane prima: tre attiviste di Femen, una tedesca e due francesi, venivano scarcerate a Tunisi dopo 29 giorni in cella per aver protestato sempre in topless per solidarietà con Amina Tyler, la ragazza che ha postato su Facebook la sua foto a seno nudo.

A Kiev una settimana fa sono state arrestate e visibilmente picchiate tre attiviste di Femen: il governo voleva evitare che, con la visita di Putin per celebrare i 1.025 anni di cristianizzazione di Russia, Ucraina e Bielorussia, si ripetesse l’episodio di Amburgo, quando un piccolo flash mob (in topless) ha «disturbato» la visita del presidente russo ad Angela Merkel.

Di loro si parla (non sempre bene) sulla Rete e sui giornali di tutto il mondo. Su Google le ricerche per Femen hanno superato quelle per «femminismo». Ma chi sono queste ribelli (e anche vittime)? Sono la nuova espressione del femminismo del XXI secolo o si tratta di fortunate piazziste di se stesse nella società dell’immagine e di Facebook? Belle, arrabbiatissime e molto giovani. Determinate, fastidiose per i regimi non democratici, ma anche per i politici in genere, e molto, molto mediatiche: protestano usando il seno come arma, si autoproclamano le nuove femministe, ignorano gli altri movimenti. Decine di migliaia di sostenitrici in tutto il mondo, partite dall’Ucraina e approdate prima in Francia (qui è arrivata casualmente una delle loro leader in fuga dal Paese dopo aver segato la croce dedicata alle vittime dello stalinismo, come gesto di solidarietà verso le Pussy Riot condannate a due anni di reclusione a Mosca), in Germania e ora anche nei Paesi arabi. Non senza incomprensioni e problemi.

Alle femministe storiche, e in genere ai commentatori di questi fenomeni, non piacciono. Del resto loro, che arrivano da un Paese dove gli anni Settanta non ci sono stati, del femminismo dicono: «Pensavamo che volesse dire vestirsi male con capigliature strane e odiare gli uomini», ha raccontato a «Die Zeit» Alexandra Shevchenko, una delle tre attiviste picchiate nei giorni scorsi.

«Eppure io una continuità con le battaglie femministe la vedo — spiega Barbara Mapelli, femminista da sempre e in procinto di aprire a Milano la «Casa delle donne» di via Marsala —. È vero che nel loro modo di protestare, di riappropriarsi del corpo c’è anche una parte di narcisismo, di ambiguità, che non tutto è un gesto politico, ma non me la sento di esprimere un pregiudizio negativo nei loro confronti. Da “vecchia femminista” dico che ogni battaglia ha le sue forme e i suoi gesti». Eppure il fenomeno ha solo cinque anni. Ecco il racconto dell’origine della protesta nelle parole della leader più in vista in questo momento Inna Shevchenko: «Quando abbiamo cominciato era tutto diverso. Eravamo un gruppo di ragazze che si incontravano al bar con le amiche. Volevamo fare qualcosa, protestare contro il turismo sessuale nel nostro Paese. Organizzammo una gigantesca manifestazione con grandi cartelloni. Lo abbiamo fatto per due anni, ma nessuno si è accorto di noi. Eravamo sempre più arrabbiate e intanto anche la rivoluzione arancione (il movimento di protesta che scosse l’Ucraina nel 2004) era fallita. Anzi, già dimenticata. Il nostro primo topless è stato così un atto politico. All’inizio io ero contro, ma volevamo essere radicali nella nostra protesta anche se non eravamo pronte a prendere le armi. Poi ci siamo dette: ma la nostra pistola ce l’abbiamo qui, il nostro corpo li può spaventare. Siamo diventate un fenomeno globale».

E infatti Femen sta dilagando ovunque: partite nel 2008 a Kiev, con la loro fondatrice, l’economista esperta di teatro Anna Hutsol, si sono messe in mostra agli Europei di calcio nel 2012, poi a Istanbul, sulla Tour Eiffel, a Davos, di nuovo a Parigi di fronte alla Grande Moschea e ancora in Vaticano, a Milano, a Londra, Amburgo e infine a Tunisi e di nuovo a Kiev. Ma restano i dubbi se i loro flash mob impressionino per i contenuti o per il topless. Secondo il settimanale tedesco «Die Welt» nel movimento c’è una certa naïveté, «dilettantismo vero e proprio», oltre che non poca opacità nei conti e nella raccolta dei fondi. Non la pensa così Giorgia Serughetti, autrice di Uomini che pagano le donne (Ediesse, 2013) e attiva in «Se non ora quando», ultima incarnazione italiana del femminismo, oggi alla ricerca di un rilancio: «Sono entusiasta delle Femen, è un modo nuovo di portare avanti le stesse battaglie degli altri movimenti femministi. Il corpo nudo ormai è svuotato di carica eversiva, essendo stato commercializzato per decenni. Le trovo molto attuali e contemporanee, senza nulla togliere alle battaglie fatte con le parole». C’è da chiedersi allora perché dalle femministe non sia arrivato un vero e proprio endorsement: «Queste proteste non producono pensiero, sono più spettacolari che altro, tuttavia mandano dei messaggi forti, da non sottovalutare».

Il loro recente approdo nei Paesi musulmani è tra i più controversi: sono state le stesse femministe islamiche a protestare, accusando le compagne «bianche» di un femminismo coloniale e rifiutando un aiuto non richiesto alla loro battaglia: «Le femministe straniere dovrebbero venire ad aiutarci, non ad aggravare il problema, e non saranno loro a salvare le donne non bianche dagli uomini non bianchi» ha dichiarato al «Courrier International» la filosofa statunitense di origine bengalese Gayatri Spivak.

In Italia Femen si sta organizzando con un certo ritardo: i flash mob in piazza San Pietro durante il Conclave e al seggio dove ha votato Silvio Berlusconi a Milano sono stati inscenati dalle «straniere»: «Può sembrare facile spogliarsi in mezzo a una strada, ma non è così, ognuna di noi ha davanti a sé una preparazione sia fisica che psicologica e poi bisogna essere preparate quando si viene bloccate dalla polizia», ha spiegato al Corriere.it la referente del gruppo, che si chiama Mary ed è una studentessa.

«Riconosco la forza della provocazione, ma io sono critica — spiega Lea Melandri, che di battaglie ne ha fatte tante e che ora è impegnata a organizzare l’incontro nazionale di Paestum dedicato e preparato dalle giovani femministe italiane — perché da questo movimento viene messo sotto silenzio tutto quel patrimonio di cultura e pratica politica che è il pensiero del femminismo, si rischia di cancellare un pezzo di storia del movimento. Anche la provocazione alla religione di queste ragazze la trovo fuori luogo: la religione va interrogata, messa in discussione. Quello che temo è che attirino più l’occhio che le coscienze evocando un atteggiamento voyeuristico e non di pensiero».

t. ci.

ROMA – Concreta, Alessandra Bencini arriva subito al cuore del problema: «Noi senatori siamo quelli che facciamo la differenza». Perché è proprio lì, fra i banchi grillini di Palazzo Madama, che potrebbe nascere un esecutivo diverso da quello tenuto in vita dalle larghe intese: «Se è possibile un governo di cambiamento? Per me sì, ma io valgo uno ed eventualmente deve discuterne l’ assemblea. Siamo in cinquanta e vince la maggioranza». Senatrice Bencini, in una mail Riccardo Nuti ragiona di un mini programma di governo. Per superare le larghe intese e cambiare la legge elettorale con il Pd. «Anche secondo me si può fare. Se dovessimo mai arrivare a questo afflato, dovremmo dare prova di essere volenterosi nel perseguire l’ obiettivo. In modo da verificare, inoltre, se sono gli altri che vogliono tarparci le ali. Ciò detto, secondo me al Pd non conviene. E neanche al Pdl. A entrambi i partiti conviene andare avanti così». Eppure dopo la condanna di Berlusconi sembra uno scenario possibile. «Nell’ eventualità in cui dovessero interpellarci e ci venga chiesto di impegnarci – e per ora è fantapolitica – vorrei che ci chiedessero e accettassero almeno alcuni nominativi di ministri a cinquestelle». Attivisti o anche altre personalità giudicate valide dal M5S? «Penso a personalità autorevoli per i ministeri». Quanti fra i suoi colleghi del Senato sono pronti a ragionare come lei di questo governo del cambiamento? «Non so, forse siamo metà e metà. Ma certo credo ci siano molti delusi per il fatto che tutto il lavoro che abbiamo fatto non è stato considerato. Qui cassano ogni nostra proposta senza neanche leggerla. Tutto il lavoro finisce per essere buttato via. È una cosa che ti demoralizza, per cui magari c’ è chi vuole mettersi in appoggio. Così forse ci ascoltano». Resta l’ ormai annoso problema della fiducia. Il Movimento cinque stelle non intende concederla a nessuno. È possibile trovare una soluzione? «Non lo so, spererei di sì per riuscire a dare le risposte che servono. Noi all’ inizio avevamo tanto da imparare, ma dopo sei mesi siamo migliorati e stiamo iniziando a capire. Però, certo, negli altri partiti c’ è gente che è lì da vent’ anni e conosce tutti i trucchi e i trucchetti…». Dopo l’ apertura di Nuti è arrivata, puntuale, la smentita. Non è la prima volta che accade. Temete di essere “contaminati” anche discutendo di intese con altri partiti? «Non riesco a capire questa cosa del dire e poi non dire. Sono una persona molto semplice e pragmatica, non comprendo certi giochi. Prendo atto, semplicemente. E poi non so a chi rivolgermi, a chi chiedere per la strategia. Rimango ad ascoltare quello che il gruppo ha da dire. Poi, certo, dico anche la mia». Lo fece anchea inizio legislatura. Quando, unica tra tutti i senatori, chiese di mettere ai voti la possibilità di ragionare con Bersani. Alcuni mesi dopo il confronto potrebbe riproporsi. «Se anche si tornasse a parlarne dopo sei mesi, forse lo si farebbe con maggiore cognizione di causa. Ed è meglio così». Non faccia professione di modestia. Forse aveva visto lontano. «No, guardi, dico davvero: non siamo sprovveduti come sei mesi fa. Con il senno del poi è andata bene così. Le cose hanno i loro tempi. E io, che a casa sono una “belva” che va sedata (ride, ndr) al lavoro e in politica invece non accelero mai».

 

da il manifesto

Nella notte di venerdì 19 luglio, centinaia di uomini e donne No Tav cercano di avvicinarsi alle recinzioni che espropriano una parte della Val Susa: terra di boschi e lavande, terra che dovrebbe dare frutti, terra che uomini e donne hanno vissuto e rispettato. Terra di lotte partigiane, sentieri che hanno visto combattere, e vincere, contro i nazisti. Ma quella terra ora è deserto, ruspe che scavano e abbattono, recinti e check point, gas che avvelenano, con le popolazioni civili, i loro campi e le loro vigne. Una terra strappata al presente in nome di un “progresso” che avvelena le vite delle donne e degli uomini, impegnato a distruggere i valori e la dignità delle comunità. Un salto indietro nella storia.Venerdì 19 luglio uomini e donne No Tav si avvicinano nel buio per battere sulle reti e gridare: «Mia nonna partigiana me l’ha insegnato, tagliare le reti non è reato». Qualcosa è accaduto, venerdì notte, in Val Susa. Centinaia di agenti, esercito armato e attrezzato per la guerra, hanno assalito quegli uomini e quelle donne armati di torce e limoni e bottiglie d’acqua. Hanno chiuso loro ogni via d’uscita e, novella Diaz, hanno operato una mattanza. I più giovani, come testimoniano gli anziani della valle, hanno cercato di proteggere una via d’uscita ai più deboli, consentendoli di arrampicarsi sulla montagna, fuori dai sentieri chiusi dalle “forze dell’ordine”. Hanno pagato un prezzo altissimo, 63 feriti, 2 fermati, 7 arrestati. Una nostra amica, Marta, 33 anni, pisana, viene fermata, colpita alle spalle durante la fuga. La sua testimonianza racconta le manganellate alla schiena mentre è schiacciata per terra dagli scarponi di agenti di cui non riesce neanche a vedere il volto. La notte è satura di gas e lei non è protetta da maschere, a differenza degli agenti. La trascinano in due, uno le stringe il collo, dell’altro restano sul suo braccio le impronte livide della stretta. La trascinano mentre altri intervengono. Uno alza il manganello e le spacca la bocca (sei punti esterni, due interni), altri le palpeggiano il seno e il pube. È un coro di insulti, un gridare «puttana». Sanguinante la portano dentro il cantiere, gli insulti e gli sputi continuano, ci sono i magistrati e anche una donna poliziotto che non porta conforto ma altri sputi e insulti e molestie verbali. Un medico di polizia raccomanda il ricovero immediato in Pronto Soccorso. Passeranno quattro ore. Quattro ore di sangue sul volto e sputi e insulti al suo essere donna. Dal Pronto Soccorso la rilasceranno indagata a piede libero. Non è il caso di farla vedere a un giudice. Ma la Diaz di Marta non è finita. Non è bastato il pestaggio, non sono bastate le violazioni al suo corpo di donna, non sono stati sufficiente “lezione” gli insulti e gli sputi e il ritardo nei soccorsi. Marta non è stata zitta. Ha alzato la faccia ferita, è andata davanti alla stampa e ha osato raccontare. Lei, l’unica dei fermati di quella notte d’inferno che poteva parlare. E allora la caccia alle streghe riparte. Come donne conosciamo i toni e i modi e la violenza profonda di chi ti umilia e viola e insulta un’altra volta. Ed ecco spuntare l’Ugl, sindacato di destra, a chiedere per Marta punizioni esemplari. Ed ecco un senatore della Repubblica, Stefano Esposito, Partito Democratico, divertirsi a twittare che Marta è bugiarda, che le manganellate giuste che ha preso se l’è cercate con la sua «guerra allo Stato» e che certo nessuna molestia c’è stata. Una follia di machismo, una banale arcaica prepotenza sulle donne umiliate e su Marta violata che si permette ancora di ribadire, dalle frequenze di una radio nazionale. Come donne non possiamo tacere. Non possiamo tollerare che la terra, gli uomini e le donne continuino ad essere violati. Non possiamo più sopportare che la vita e i bisogni di tutte e di tutti siano travolti dall’arroganza dei pochi che su questo possono lucrare. Un arroganza che si crede onnipotente, che pensa di poter travolgere i corpi e le vite delle donne e degli uomini, con la violenza delle armi, prima, con quella degli insulti e della denigrazione e delle menzogne, poi. Per Marta e i feriti della Val Susa esigiamo giustizia. Per le donne violate esigiamo rispetto. Se il carnefice è pagato dallo Stato ne esigiamo di più.

Seguono 268 firme di donne pisane No Tav più altre 156 maschili e quello di 46 organizzazioni. L’appello è ancora aperto e può essere sottoscritto via mail all’indirizzo senonconmarta@gmail.com

 

recensione di Luisa Muraro

 

Era nata nel 1920 da genitori ebrei ucraini in fuga verso l’America attraverso un’Europa che si stava riprendendo dalla follia della Grande guerra e non sapeva di andare incontro a peggiori tragedie, ma sulla strada dei fuggiaschi un mostro era già appostato, l’antisemitismo. Arrivarono vivi in Brasile, i genitori e le tre figlie. Clarice, la minore, tornerà in Europa alla fine della seconda guerra mondiale (nel 44-46 la troviamo a Napoli), sposa di un diplomatico che la portò anche negli Usa, una vita che non le piaceva e cui pose fine con il divorzio. Tornò a vivere a Rio con i suoi due bambini, e riprese la sua strada che era di scrivere. “Non potrei vivere senza scrivere”, dirà. Il suo primo romanzo era apparso nel 1943. Di sé confidò pubblicamente: “Come nacqui? Per un quasi. Potrei essere un’altra. Potrei essere un uomo. Fortunatamente sono nata donna. E vanitosa. A un elogio sul giornale, preferisco che esca una mia buona foto”. Come mostra l’immagine di copertina di Le passioni e i legami, Clarice Lispector era una donna bella che nelle foto sorride raramente. Scrivendo, sempre tra fine notte e prima mattina, aveva l’abitudine di fumare; l’alba del 15 settembre 1966, nel suo appartamento di Rio de Janeiro, si addormentò con la sigaretta accesa e scoppiò un incendio che, dopo mesi di ospedale e sofferenze, le lasciò la mano destra e le gambe offese. Morì di cancro nel 1977, aveva cinquantasette anni.

Ma tutto questo che ho detto e il tanto altro che si può dire di lei, diventa superfluo in presenza della sua opera. Devo spiegare come. Nella sua opera c’è il molto e il tanto altro di ogni esistenza umana, tra gli estremi coincidenti del silenzio e del reale, ma è tutto preso nel processo del suo diventare impersonale: “io ho l’impersonale dentro di me e non è corrotto né corruttibile dal personale che talvolta mi inganna: ma mi asciugo al sole e sono un impersonale dal nocciolo secco e germinativo” (Acqua viva, Sellerio 1997, p. 27). In altre parole, la sua materia prima è il vivere e il sentire che per forza di cose sono il suo proprio vivere e sentire, che lei disfa perché si veda di che cosa sono fatti. La parola è l’agente di questa operazione, che lei, Clarice, asseconda.

Il fascino della sua scrittura è grande e strano, difficilmente analizzabile; una componente ne è il senso di liberazione che dà a chi legge, per una silenziosa decantazione dell’anima dalle cose che ingombrano, ma senza che niente di essenziale sia perduto, anzi: quello che era andato perduto ora è ritrovato e salvo.

I letterati del suo paese non hanno tardato a percepire la potenza innovatrice della sua scrittura, accostandola ai grandi della letteratura occidentale. Lei, che aveva fatto studi giuridici, obiettò con semplicità: io non li ho letti.

Davanti a un autore, qui un’autrice, di prima grandezza, tutti i commenti vanno bene e nessuno va bene. Conta la lettura.

Perciò facciamo festa al librone recentemente pubblicato da Feltrinelli che raccoglie i titoli maggiori dell’opera di Lispector, a cominciare da La passione secondo G.H. a L’ora della stella passando per La mela nel buio e L’apprendistato, oltre a un buon numero di racconti, in traduzioni di qualità, autrici Adelina Aletti e Renata Cusmai Belardinelli. Dico librone perché si tratta di ottocento pagine e quaranta euro, costoso per le persone scarse di soldi, scomodo da maneggiare per tutti. Credo di aver trovato un senso a questa operazione editoriale: la vedo come un ritorno in forze, dopo che i singoli libri di Lispector, immessi uno per uno nel mercato, non avevano ricevuto la risposta che meritavano. Con questo investimento massiccio, l’editore dice al mercato: io ci credo.

Non ripasserò la storia che ho visto dall’osservatorio della Libreria delle donne di Milano, aperta poco prima che la scrittrice brasiliana arrivasse in Italia grazie a La Rosa di Torino che pubblicò Un apprendistato (1981) e La passione secondo G.H. (1982). Preferisco cercare il perché della finora inadeguata ricezione italiana. Un motivo sta nella scarsa o nessuna sinergia tra pensiero femminista e cultura intellettuale, in Italia. Feltrinelli, per esempio, ha pubblicato di preferenza le femministe Usa di successo, ignorando il pensiero femminista italiano. Lispector, che non è mai stata femminista, è molta più vicina al femminismo “latino”, che rivendica la fortuna di nascere donna, che a quello nordico della gender theory.

Un altro, diverso, motivo sta nella mancata percezione dell’attrito tra lei e la cultura cosiddetta postmoderna. Le parentele tra Lispector e le avanguardie letterarie del Novecento sono innegabili ma sono superficiali. Lei pratica consapevolmente la decostruzione della fiction narrativa e ne rende partecipe la lettrice o il lettore, ma lo fa per l’esigenza di rendere dicibile il vero e non per approdare alla sua insensatezza. Lo dice il finale della Passione secondo G.H., che consideriamo il suo capolavoro, e meglio ancora lo dice l’impianto dell’Ora della stella. Qui, in una forma altamente godibile, l’autrice spoglia sé stessa e la sua opera dalle maschere che inventa per riuscire a vincere l’interdetto che colpisce la verità, e lo fa davanti a noi, ma non è uno spogliarello di relativismo postmoderno. Lo fa perché a noi che leggiamo, almeno a noi, arrivi quel vero la cui esigenza la spinge a scrivere. “Finché avrò domande e non avrò risposte continuerò a scrivere”, dichiara Rodrigo S.M, il suo alter-ego.

(Luisa Muraro, “Alfabeta2” n. 31, luglio-agosto 2013)

 

Intervento di Laura Colombo all’incontro “Donne e uomini: Che fare?” presso la Libreria delle donne di Milano

“Cosa cambia se cambiano i desideri degli uomini?” è il titolo dell’incontro organizzato a marzo di quest’anno da Maschile plurale a Roma: una due giorni aperta a donne e uomini. Io e Sara siamo andate e abbiamo visto la partecipazione di tanti uomini da tutta Italia che riflettono e lavorano politicamente mettendo al centro la differenza, principalmente sul tema della violenza.
Lì a Roma si è parlato molto di pratiche, si è messo in luce che il partire da sé e la relazione, per eccellenza pratiche politiche femministe, sono essenziali per fare una politica che si discosti dalla logica del potere gerarchico. Lia Cigarini ha sottolineato che però è essenziale costruire relazioni duali perché per cambiare la politica non si possono portare avanti le due parzialità separate. Io e Sara abbiamo allora pensato di continuare a riflettere pubblicamente, in continuità ideale con l’incontro di Roma.

Farlo in questo luogo, per noi è simbolicamente importante e personalmente la ritengo una cosa molto bella, perché segna la fecondità della pratica politica delle donne, capace di operare tagli per mettere al mondo altro. Mi riferisco al taglio che negli anni ‘70 le donne hanno fatto nei confronti della politica maschile, che è arrivato a toccare il rapporto stesso, personale, con gli uomini. Ciò ha prodotto un guadagno di essere e libertà per ciascuna donna, spaccando completamente la polis, oltre a mostrare la forza che può scaturire dal rapporto tra donne e dalla fedeltà al proprio sé.

Non solo: la forza della relazione tra donne, nata dal gesto di separazione, ha anche lasciato in eredità alle donne venute dopo una nuova possibilità, quella di instaurare, se desiderato, un rapporto diverso con gli uomini. La pratica politica delle donne in questo modo mette bene in rilievo la differenza che c’è tra “generazione” e “genealogia”. Nel femminismo, oggi, ci siamo anche noi con la nostra particolare posizione: siamo in un momento storico dove, come dicevo, la libertà femminile è da tempo venuta al mondo e ha fatto cambiamenti non solo a livello individuale ma anche sociale. Stiamo quindi da un lato in una continuità con le donne venute prima, che il riconoscimento della genealogia femminile rende evidente, e dall’altro in una discontinuità necessaria, perché data da diverse condizioni dell’esperienza (per esempio: non c’è più quel senso di possibilità e futuro dato dal clima di rivoluzioni possibili, sono anche diversissime le condizioni delle forme e del senso della politica, del lavoro, del rapporto con gli uomini ecc).

In questa rivoluzione simbolica delle donne anche gli uomini hanno guadagnato, anche se non è scontato vedere un guadagno di libertà nella perdita di privilegi. Ma i nostri compagni di avventura questo guadagno ce l’hanno ben presente e raccontano che la loro libertà non si sente limitata o in perdita a causa della libertà femminile, che considerano anzi una risorsa, come spiega Stefano Ciccone in Essere maschi.

È per questo che noi vogliamo fare del rapporto tra i sessi una questione politica e abbiamo iniziato molti anni fa con un gruppo solo milanese di riflessione tra donne e uomini. Poi, frequentando i seminari di Identità e differenza abbiamo conosciuto Marco, Stefano, Alessio ecc e io e Sara abbiamo scritto una mail di invito ad alcuni di loro, per il lavoro che da anni facevano sulla violenza, creando così il gruppo Intercity-intersex, sempre più convinte che sia necessaria un’invenzione sulla relazione tra donne e uomini.

Ci sciamo scelti e ci siamo piaciuti, questo va detto.

Per iniziare i nostri incontri l’invito partiva dalla cronaca, quella sulla violenza sessista quotidiana, con l’intento di tirar fuori che cosa non ci va giù dello stato delle relazioni tra donne e uomini, a partire dalle nostre concrete relazioni e che cosa ci sembra invece un punto di forza, uno scatto di libertà per entrambi.

Siamo anche partite dalla distanza percepita tra ciò che viviamo nel rapporto con l’altro sesso e quanto è rappresentato dai media, e ancora, da quanto viviamo e la cronaca quotidiana che restituisce purtroppo la sensazione di impotenza per la violenza sessista sempre più efferata (pensiamo agli stupri di Tahrir, oppure a quelle giovani donne che accettano il fatale ultimo incontro con l’ex fidanzato ecc). Per questo siamo convinte che, partendo dalle relazioni donne-uomini che conosciamo, sia necessario fare del rapporto tra i sessi un fatto politico.

Non siamo state le prime e i primi a fare un lavoro politico tra donne e uomini, ma su una cosa penso di sì: presto quello che facevamo, sempre basato sul partire da sé, è diventato una sorta di autocoscienza tra donne e uomini, quindi innanzitutto creazione di uno spazio simbolico di fiducia per poter agire il conflitto, in modo che si potesse esprimere la politicità di questo rapporto.

Brevemente la storia del gruppo Intercity: 2006 al 2008 abbiamo iniziato ritrovandoci nelle case, eravamo una decina, non di più. Abbiamo parlato di maternità e paternità con confitti ferocissimi, di lavoro, interrogando sempre le pratiche, di rapporti di coppia e innamoramenti, mostrando contraddizioni e differenze rispetto al passato, di sessualità, confrontandoci con la sessualità omosessuale, porno e post-porno. Poi abbiamo continuato fino al 2011 allargando lo scambio ad altre relazioni, altri gruppi, assumendoci l’organizzazione di  una serie di incontri residenziali in posti belli, in modo che la bellezza dei luoghi, senza bisogno di spendere tanto, fosse un aspetto fondante dei nostri scambi.

Adesso il gruppo non c’è più, ma le relazioni che ci sono ci permettono di fare e moltiplicare occasioni e iniziative, e in qualche modo non possiamo più prescindere dalle relazioni che abbiamo e stiamo coltivando. Un esempio recentissimo: siamo tra le firmatarie dell’invito al prossimo incontro di Paestum, un invito tutto frutto di tante mediazioni. Io e Sara abbiamo posto con forza il fatto che a Paestum quest’anno ci sia la possibilità di uno scambio anche con gli uomini. La lettera non ne fa menzione ma la mediazione cui siamo arrivate e che ci sembra ottima, è che l’invito non è esteso a tutti gli uomini ma a quelli con cui siamo in relazione.

Il possibile fra uomini e donne è la scommessa politica che vogliamo giocarci, sapendo che bisogna fare invenzioni perché le parole scambiate diventino patrimonio da spendere nel mondo. Sapendo anche che la rivoluzione del femminismo ha fatto crollare il patriarcato ma la misoginia no, anzi!

La difficoltà più grande, che è anche la scommessa più grande, è il fatto che il nostro oggetto di riflessione è la relazione stessa, non abbiamo un oggetto tra noi (la scuola, il sindacato, ..) e quindi tenere il filo politico è molto complicato. Lo scivolamento sul piano puramente esperienziale è sempre in agguato. Ci siamo trovati davanti alla tenaglia di cui parla Carla Lonzi cioè: “l’aspirazione a segnare di sé il mondo e la rinuncia a esso, pur di non tradirsi, di non venir meno alla sua verità” (da “L’Io in rivolta“ di Boccia).

Un’altra difficoltà grande è stata conquistarci un terreno di fiducia per praticare il conflitto, anche perché, come dice bene Lia Cigarini nel suo ultimo libro-intevista C’è una bella differenza, c’è una tendenza maschile a separare i piani del discorso, dividere il personale, dal politico e le pratiche che insieme alle donne vengono riconosciute in altri contesti più segnati dal potere sono dimenticate. Quindi la famosa tenaglia, la contraddizione tra la fedeltà a sé (rinunciando al mondo) e il desiderio di cambiamento del/nel mondo (che rischia di snaturarti), sembra una contraddizione presente e attiva per le donne e invece sembra più schizofrenica per gli uomini.

Però abbiamo tenuto duro, perché sentivamo che l’incontro con questi uomini che si muovono in altro contesti, città, gruppi esperienze politiche, in parte con pratiche simile alle nostre, in parte con altre pratiche e altri desideri, ci apre la possibilità di vedere e stare in modo differente in contesti a noi prossimi, con uomini e donne che non hanno le nostre parole e non conoscono le nostre pratiche. In altri termini, si apre la possibilità anche nella vita quotidiana, non solo nelle riunioni, di un’apertura all’altro, e questa apertura viene da quello che abbiamo intravisto con questi uomini.

Vi leggo un piccolo intervento di Jones, che abbiamo sbobinato da uno dei nostri incontri, e che mette bene in luce questo aspetto. Si tratta della sua esperienza di lavoro precario e di come il lavoro nel nostro gruppo ha influenzato il suo porsi:

“il nostro modo di lavorare ha avuto grandissime ripercussioni sul modo in cui abbiamo gestito e organizzato la lotta nel mio lavoro. Fino a due anni fa io ero isolato e mobbizzato, ognuno entrava a testa bassa, e aveva un rapporto individuale e gerarchizzato con il proprio capo/a. Ognuno isolato e oppresso, ma con i suoi piccoli privilegi e riconoscimenti, grazie a relazioni basate su seduzione e potere. A prescindere dalle condizioni materiali. Ognuno ha poco ma ha l’idea di avere da perdere. Come fai a cominciare? A metterti insieme? Alcuni, anche per storia o perché precari da più anni, erano più incazzati e politicizzati. All’inizio eravamo una decina, di cui io unico uomo. Partivamo da cose semplici e banali: da quanto tempo siamo precari, desiderio di stabilità, casa, famiglia. Cose magari contestabili, ma era il loro bisogno, che non metto in discussione, affrontato senza nessuna ideologia. Cominciammo a parlare a partire da queste cose, è stato un lavoro costante di rafforzamento dei legami per cercare di fare uscire delle cose. Restando sul piano delle relazioni, cercando di conoscersi… Io ho imparato di più a vedere l’altra in quanto tale. Sapendo che siamo diversi. Io spesso mi trovo contro le persone che ideologicamente mi sarebbero più affini, perché si muovono in modo totalmente ideologico. Mentre ho costruito relazioni reali di scambio con persone lontanissime da me per ideologia, provenienza ecc. Partendo da desideri e dal dare valore e importanza alle stesse cose. Io non so come andrà a finire la nostra lotta sindacale, ma la qualità della mia vita lavorativa è senza dubbio migliorata. Le situazioni materiali sono anche peggiori perché con i capi c’è meno un rapporto pacificato ma c’è maggiore solidarietà tra noi. Questo per dire che le pratiche hanno un riverbero concreto anche in altri contesti delle nostre vite”.

Un ultimo elemento che vorrei porre è, ancora una volta, qualcosa che fa ingombro: la questione dell’eros. Nei movimenti, non solo tra uomini e donne, è una questione aperta. Mi pare che il punto sia che, mentre – per lo più – le donne riescono a tenere separata l’energia erotica dall’agito della sessualità, per gli uomini i piani si sovrappongono molto facilmente.

Non possiamo non riconoscere che l’eros circola in politica, nei movimenti, nei contesti allargati, nel lavoro. Non nominarlo nei suoi aspetti positivi e oscuri, negarlo fa solo disordine. Se questo fatto non si tiene presente, rimane l’oggettivazione del corpo femminile, l’uso feticcio delle donne, l’abbiamo visto bene con le vicende di B. (la Cacca) negli ultimi anni o nell’orrore degli stupri di Tahrir. Invece noi vogliamo mettere in scena altro, vorremmo che l’immaginario registrasse che c’è dell’altro perché sappiamo che è possibile.

 

 

 

 

 


Caroline Criado-Perez, giornalista free lance, aveva gioito mercoledì scorso quando la Banca d’Inghilterra aveva presentato al mondo la nuova banconota da 10 sterline con il volto di Jane Austen. Era stata proprio Caroline a lanciare una petizione online per la candidatura della scrittrice che aveva ricevuto ben 35mila firme. Ma poi su Twitter sono arrivate le minacce di violenza: «Questa Perez avrebbe bisogno di una bella battuta», «Saltate sul treno dello stupro @CCriadoPerez è al comando» e così via in un crescendo di volgarità. «In molti mi hanno detto di ignorare le minacce – ha scritto la giornalista su The Independent – ma avevamo appena battuto la Banca di Inghilterra, non avevo alcuna intenzione di farmi mettere a tacere da questi uomini»: Così Caroline ha risposto per le rime ai tweet e dopo un po’ ha ricevuto una marea di supporter che hanno lanciato una petizione per chiedere al social network di sanzionare i colpevoli: 11mila le firme raccolte .

Intervento introduttivo all’incontro organizzato il 7 Luglio 2013 presso la Libreria delle donne di Milano

di Sara Gandini


Noi siamo nate politicamente alla Libreria delle donne di Milano. Sappiamo che riconoscere valore alla genealogia femminile è ciò che ci dà forza. E allo stesso tempo sappiamo quanto sia importante non consegnarsi completamente all’autorità. Sappiamo quanto sia importante – l’abbiamo imparato qui – saper reggere i conflitti con le donne cui riconosciamo autorità, e non rinunciare alla propria verità.

E sappiamo anche affrontare la fatica di assumerci quest’autorità, quando occorre.

Siamo inoltre consapevoli che le conquiste non sono mai date definitivamente e vanno riconquistate ogni volta, ma questo momento storico non è come quando il femminismo sorgivo doveva nominare e significare pratiche impreviste.

Anche per noi il motore primario è una passione politica che ha a che fare con l’amore per la libertà femminile, con il desiderio di relazione, prima di tutto tra donne.

Ma ciò che ci muove nel fare politica è anche il desiderio di relazione con gli uomini, perché il desiderio nasce dalla mancanza. Ovviamente non c’è simmetria tra il femminismo sorgivo e la nascita di relazioni politiche con gli uomini, ma dalla storia delle donne abbiamo imparato che ciò che muove, quando si fanno salti simbolici importanti, è sempre il desiderio.

Per questo vorrei iniziare anch’io raccontandovi del nostro percorso di uomini e donne venuti dopo il femminismo, e radicati in una pratica politica femminista.

Ci siamo chiamati intercity-intersex perché l’ironia era una delle leve cui abbiamo tenuto per non farci spaventare dalla sfida che avevamo davanti. Non avevamo un obiettivo specifico, una progettualità concreta su cui puntare, avevamo solo il desiderio di relazione che ci muoveva.

Qualcuna di noi all’inizio non voleva sentir parlare di incontrarsi in un gruppo misto. Ma poi l’affidarsi prima di tutto alle relazioni tra noi donne ha permesso un’apertura imprevista a questo progetto, che ha arricchito lo scambio tra noi.

Una delle leve della nostra pratica era la discussione in presenza, in cui al centro c’era prima di tutto quello che capitava tra noi, nelle relazioni tra noi. Lo scambio era spontaneo mosso da quello che ci premeva al momento, quello che capitava nelle nostre vite. Un’altra delle leve è stata il fatto di esserci scelti, nome per nome. Eravamo consapevoli di portare avanti una sfida politica alta. Avevamo la sensazione di stare su una frontiera di cui si vuole spostare il limite.

Ci siamo creati uno spazio che prescindeva da quello che pubblicavano i giornali, un luogo in cui ci orientavamo, trovavamo le nostre parole, le nostre priorità. Ci siamo resi conto che l’unico modo per trasformare il mondo era quello di coltivare luoghi di questo tipo.

Grazie a Carla Lonzi avevamo la consapevolezza che le questioni personali e intime avevano valore nel momento in cui riconoscevamo una politicità alle singolarità, anche se il senso politico va di volta in volta riconquistato, quando si vuole tenere insieme il personale e il politico, quando si sa l’importanza dell’autocoscienza ma si è al tempo stesso mossi dall’urgenza di esserci e intervenire sul mondo.

Ci siamo interrogati a lungo sulla questione del dentro e il fuori, come giocare la ricchezza della nostra riflessione nel mondo, come farne una risorsa di fronte ad uno scenario politico ad un’impasse. E allo stesso tempo sentivamo che se non c’era continuità con la nostra vita, dalle relazioni d’amore al lavoro, dubitavamo di riuscire a dare un taglio politico profondo al nostro scambio.

Tutto questo percorso ha portato prima di tutto a conquistare fiducia nelle relazioni tra noi, una fiducia per nulla scontata. Abbiamo sperimentato che potevamo anche agire conflitti con passione, ma le relazioni non erano in discussione. Non tra tutti, non sempre, ma la qualità delle relazioni e dello scambio è sempre stata posta prima di tutto.

Certamente avevamo chiaro che le pratiche e le domande che affrontavamo erano il cuore della politica femminista. La novità è viverle nelle relazioni duali, tra uomini e donne, e nel fatto che ora questi temi possono essere al centro di una pratica condivisa tra uomini e donne.

Ci siamo presto resi conto che mettere a tema le relazioni politiche tra donne e uomini, a partire da un desiderio di relazione, introduceva il tema dell’erotismo e dei corpi, da cui non si può prescindere. E questo sappiamo che non è semplice perché nel mondo c’è un uso strumentale e brutale dell’erotismo tra donne e uomini, giocato al ribasso, sulla miseria simbolica dei corpi.

In questi giorni ad esempio ho visto dei video su youtube che mi hanno molto scosso: domenica 30 giugno a il Cairo sono stati denunciati ben 46 stupri, avvenuti durante le manifestazioni anti-Morsi. La tattica sembrava essere sempre la stessa e ha un nome: “circolo infernale”. Prevede infatti la partecipazione fino a qualche centinaio di uomini, organizzati in cerchi. Lo stupro di gruppo si consuma nel cerchio interno. Nel centro intermedio vi sono uomini che fanno finta di voler aiutare le vittime, che non sanno più di chi fidarsi…Si trattava dei loro compagni di lotta?

Ma anche a casa nostra quotidianamente si parla di femminicidio e di violenza sulle donne sui media mainstream e su internet. E sappiamo che gli autori di questa violenza sono padri, mariti, fidanzati, amanti…

Questo immaginario negativo è estremamente potente, sembra quasi non lasciare spazio per altro se non il senso di impotenza o la negazione.

Anche noi infatti abbiamo iniziato i nostro primi incontri parlando di violenza sulle donne, ma poi abbiamo capito che dovevamo lasciare spazio per altro, dovevamo far emergere il nostro desiderio e le potenzialità del positivo, anche se non era facile.

L’attrazione, l’eros, il desiderio di relazione sono stati nominati fin dall’inizio come aspetti su cui volevamo puntare. Primo perché sapevamo che nominare solo la relazione di cura per noi significava tirarsi fuori dalla relazione vera. E poi perché non ci bastava nominare la relazioni tra i sessi come una necessità, affermando che il rapporto con gli uomini sarebbe necessario per costruire una convivenza più civile, non segnata dalla violenza. Si tratterebbe di una necessità finalizzata a un obiettivo nobile ma, se non sorretta da un reale desiderio di incontro con l’altro, diverrebbe di corto respiro.

La mediazione maschile nel mondo che alcune di noi chiedono agli uomini non può prescindere dalla realtà della relazione. Più volte abbiamo affrontato in interventi pubblici il tema dell’eros perché sappiamo che si tratta di una forza che trascina, che rende inventivi. L’esperienza dell’erotismo è legata alla necessità dello scambio con l’altro, al sentimento del non bastarsi. Lo sanno bene le donne, con l’esperienza del femminismo degli anni ’70.

Tra donne però ha fatto ordine la figura della relazione madre-figlia, mentre tra donne e uomini la figura dei fratelli e sorelle è stata scartata fin da subito perché abbiamo capito che neutralizzava un’energia che sapevamo essere catalizzante. Allo stesso tempo abbiamo visto che nominare l’eros faceva problema perché immediatamente compare la figura eterosessuale della coppia, con tutto l’immaginario che si porta dietro: Le relazioni duali tra uomini e donne non trovano una rappresentazione sulla scena pubblica, politica.

Ci siamo chiesti se il fatto che stentino ad emergere relazioni duali tra uomini e donne, che sappiano modificare l’immaginario, che sappiano ridisegnare la scena pubblica, abbia a che fare con la mancanza di figure di riferimento che sappiano mantenere la complessità e l’energia. Infatti spesso vengono nominati i gruppi, luoghi, eventi, che lasciano le relazioni nell’indistinto e non hanno la stessa forza dirompente di relazioni in cui un uomo e una donna si scelgono e puntano sulla relazione per acquisire forza, grazie al riconoscimento di autorità.

Ed arriviamo al tema dell’autorità, che è una questione complessa, perché nel nostro caso coinvolge i rapporti con chi è venuta prima di noi, e ha messo al mondo il femminismo, e anche tra noi, tra uomini e donne, eredi di pratiche non inventate da noi.

Mi riferisco al concetto di autorità così come ne parla Luisa Muraro nel libretto appena uscito intitolato appunto Autorità. Luisa scrive “coltivare il senso dell’autorità è una scommessa in favore di qualcosa di meglio per l’umanità e la civiltà, consapevolmente alternativa al culto del dio potere”. Può agire senza i mezzi del potere e del dominio, ma ha bisogno della libera fiducia nella relazione, e si rinnova di volta in volta.

Con questo incontro noi ci assumiamo la responsabilità e l’autorità di narrare e nominare relazioni feconde tra uomini e donne, con i nodi e le contraddizioni irrisolte che segnano il nostro percorso.

Marco Deriu entra direttamente in tema, nel suo testo intitolato “Un’autorità sgombra dal potere. Relazioni e conflitti di riconoscimento nella transizione della mascolinità” pubblicato nel libro collettaneo Silenzi scrivendo che il problema dell’autorità per gli uomini è che nella loro testa quest’idea è intimamente collegata al tema della gerarchia, del potere e del comando. E’ come se non ci fosse più uno spazio simbolico agibile per un’idea di autorità maschile se non in senso deteriore.

All’inizio sottolinea l’alienazione tipicamente maschile in cui gli uomini si perdono in una ricerca senza posa di riconoscimento collettivo, che va dalle preferenze elettorali alla quantità di lettori, o dire io, alla conta del numero di partecipanti a manifestazioni e iniziative. Mostrando una mancanza di radicamento verso i rapporti più intimi e la perdita di sé.

Tuttavia rilancia, nominando il desiderio di indagare come si può rigiocare il tema dell’autorità in termini più liberi e positivi nelle relazioni tra uomini e donne.

Inoltre Marco lancia uno spunto di riflessione interessante quando, raccontando alcune esperienze concrete dei gruppi di uomini che lavorano sulla violenza maschile, sottolinea che è più facile essere uniti nella critica, e presa di distanza dalla violenza, ma è più difficile far spazio e valorizzare ciò che accade di nuovo e di positivo nelle nostre vite e nelle nostre relazioni.

Dobbiamo dire che in ogni caso, rispetto all’autorità, c’è un’asimmetria importante tra il movimento femminista e il percorso che sta facendo Maschile plurale. Il femminismo ha potuto riconoscersi in un orizzonte di libertà, da una posizione di sottomissione, mentre l’esperienza maschile non ha potuto e non deve poter dirsi estranea alla storia del proprio genere, che è una storia di dominio. Infatti il lavoro di Maschile Plurale è stato per tanti anni rivolto a superare la miseria di questa storia e delle sue rappresentazioni. Ma bisogna fare i conti con una diffidenza profonda, che forse solo le relazioni tra i sessi forse potranno cambiare: la diffidenza degli uomini verso se stessi, da cui nasce la società maschile. Si tratta di una diffidenza che ostacola la trasformazione, che non va rimossa ma trasformata in qualcos’altro di cui prendersi cura.

Invitare Marco Deriu, Stefano Ciccone, Alessio Miceli, Claudio Vedovati e Giacomo Mambriani, ma non solo, promuovere ora questa iniziativa con loro, in questo luogo che rappresenta per noi il luogo dell’autorità femminile, per Laura Colombo e me ha significato mostrare il valore del percorso fatto insieme, e allo stesso tempo significa mettere sulla scena pubblica relazioni tra i sessi in cui gira autorità e fiducia e un sapere che ci fa crescere e stare nel mondo con più forza. La nostra scommessa è che le relazioni in cui la differenza e la disparità vengono messe al centro dello scambio possano modificare l’immaginario e far emergere nuove figure dello scambio. La nostra scommessa politica è che questa sia una risorsa, non solo per chi ha desiderio di relazione con gli uomini, ma anche per chi ama stare nel separatismo o non ha un grande desiderio di scambio, nella speranza che grazie a queste narrazioni si possano intravvedere altre strade.

Un po’ come quando Laura mi diceva che aveva potuto affrontare il suo desiderio di maternità quando aveva visto in me un modo nuovo di essere madre.

di Antonella Cunico

 

FESTA SENZA PACE PER LA BASE, titolava il Giornale di Vicenza commentando l’inaugurazione della nuova caserma militare statunitense sull’area del Dal Molin.

Infatti la mobilitazione ha scandito la giornata del 2 luglio, attesa con crescente preoccupazione da parte delle autorità USA per le diverse azioni di protesta che con segno diverso avrebbero costellato più luoghi della città.

Dal primo mattino siamo arrivate in viale Ferrarin in bicicletta, noi di femminileplurale con le Donne in Rete per la pace, alcune donne del presidio e le Donne in Nero di Padova che spesso in questi sette anni hanno supportato le nostre iniziative.

I cristiani per la pace avevano già disposto attorno alla grande rotatoria che immette all’ingresso principale della base numerose le croci bianche simili a quelle dei cimiteri di guerra.

Sul lato sinistro dell’incrocio era stata affissa una gigantesca bandiera della pace listata a lutto e sul lato opposto della strada altri attivisti agitavano le bandiere No Dal Molin.

In posizione di massima visibilità ci siamo allineate noi donne, tutte vestite di nero, ciascuna con una lettera bianca a formare la scritta BASI MILITARI = MORTE.

Le macchine di rappresentanza e i pullman che entravano alla base per la cerimonia dovevano obbligatoriamente passare davanti a noi, rallentando per accedere alla rotatoria.

Dalla nostra posizione abbiamo così potuto osservare nei convenuti gli atteggiamenti più diversi: gli ufficiali e le loro eleganti ospiti sfilavano in auto scintillanti, per lo più impettiti, guardando avanti, alcuni con aria imperturbabile, altri scuotendo la testa, con espressione di grave riprovazione.

La truppa costituita dai militari dal cranio rasato arrivava invece su giganteschi fuoristrada e auto dai colori chiassosi, per lo più passava sghignazzando e mostrando il dito medio, ma non tutti ci hanno rivolto gesti offensivi: alcuni soldati, molto giovani, rivolgevano invece altrove ho sguardo imbarazzato.

Dagli italiani ci siamo sentite urlare “Andate a casa!” o “Andate a lavorare!”, insomma gli slogan consueti, che non brillano per originalità; ci ha divertite invece un: “Andate a fare polenta!”… avremmo voluto offrirla a chi l’ha caldeggiata, considerato l’afa della giornata…

Molti suonavano il clacson in segno di approvazione; alcuni, abbassando il finestrino, hanno gridato “Brave!”; altri sono passati levando il pugno chiuso con espressione solenne e altri ancora mostrando il pollice verso in segno di OK. Le donne sembravano più titubanti, o forse tenevano per sé le loro considerazioni. Alcune ci indicavano ai figli posti sul sedile posteriore.

Un anziano è arrivato in bicicletta con bottiglie di acqua fresca, gesto molto apprezzato perché non è stato così facile stare in piedi per ore, immobili e in silenzio…

Ci sono stati, naturalmente fra le manifestanti degli avvicendamenti e delle pause, ma è anche vero che alcune di noi sono rimaste a oltranza dal mattino al tardo pomeriggio ed è stato con rapidità ed efficienza che abbiamo fatto fronte anche a qualche malore, coperto con discrezione da immediate sostituzioni sul campo.

Sono arrivate le TV locali a intervistarci, Mariangela delle Donne in Rete ha parlato in diretta con i cronisti di alcune radio e il questore, uscito dalla cerimonia, è passato a salutare.

Dai cronisti abbiamo avuto le news di quanto accadeva all’interno, dove l’inaugurazione della cerimonia si era svolta non solo low profile, ma addirittura rasoterra… 

 

Queste, infatti, le notizie confermate poi dai notiziari regionali e documentate da autorevoli testimoni: il rituale si è svolto in un clima di freddezza, senza la partecipazione dei rappresentanti del governo, senza acclamazioni, né fanfare: si è percepita una divisione netta, fisica, fra le autorità italiane intervenute – il prefetto, il questore, alcuni politici – da un lato, e gli statunitensi – l’ambasciatore, i militari – rigorosamente dall’altro.

Il sindaco, al quale migliaia di cittadini e cittadine hanno rivolto l’appello a non partecipare a una cerimonia da molti considerata offensiva per la dignità della città di Vicenza ha dichiarato che… fatalità! …aveva stabilito di andare in ferie proprio in questa settimana.

Il vicesindaco si è comunque presentato, ma senza la fascia tricolore: poiché la fascia rappresenta l’appartenenza dell’autonomia locale allo stato, la sua mancanza ha voluto marcare simbolicamente la distanza e l’estraneità di questa amministrazione nei confronti delle scelte che due diversi governi hanno imposto alla comunità vicentina, negando il referendum e la valutazione dell’impatto ambientale.

Ma di grande effetto è stata l’assenza del vescovo, che ha declinato l’invito e ha dato disposizione affinché nessun sacerdote della diocesi partecipasse all’inaugurazione della caserma, sembra abbia detto che non c’è nulla da benedire.

 

Alle cinque alcune di noi sono andate in corso Palladio e sono rimaste per un’ora in silenzio davanti al portone di palazzo Trissino, sede del comune, in segno di biasimo, perché avremmo voluto una posizione non pilatesca da parte del sindaco. La gente passava, ci guardava, poi scrutava l’interno cercando del palazzo cercando una spiegazione…

Un ambulante all’angolo la suonato “Bella ciao” a chiarire il significato della nostra presenza lì: è stato un ottimo e imprevisto contributo spontaneo alla nostra iniziativa.

La giornata si è conclusa con la fiaccolata promossa dal presidio permanente, alla quale hanno partecipato un migliaio di persone.

Ritengo che sia stato importante lo sforzo per far convergere le differenti espressioni di dissenso in questa giornata. Il dialogo riaperto fra le diverse componenti del movimento presenta ancora difficoltà e in alcuni momenti degli irrigidimenti: qualcuno, dal presidio, ha denigrato le bandiere listate a lutto e stigmatizzato l’azione promossa dalle donne definendola “mortifera” e deprimente.

Sul sito del presidio si legge “L’elogio della cesoia”, ovvero l’esaltazione dell’azione dei “lavoratori dell’altro comune” che domenica sera, con volto coperto ed elmetto giallo in testa hanno tagliato le recinzioni della base Pluto. “Chi ha scelto l’inaugurazione della base vorrebbe vederci chiusi in una rotatoria”, si nota polemicamente. “Noi dopo esserci presi per una domenica site Pluto torniamo ad attraversare la città”.

Non credo che sia stato irrilevante essere state insieme, donne di gruppi diversi, davanti alla base.

E penso che si possano sostenere le posizioni di cui si è convinti senza dover necessariamente svilire quelle degli altri: ma pare che questa sia una modalità di cui alcuni proprio non riescono a fare a meno, quasi che la propria tesi acquisti più valore se si costruisce sulla denigrazione delle altre.

Pur continuando a ritenere importante il lavoro comune prendo atto realisticamente delle difficoltà di tenere insieme le diverse anime del movimento, questa storia non è nuova. Le donne che militano all’interno dei gruppi misti l’hanno già sperimentata molte e molte volte.

 

Ma noi siamo determinate ad andare avanti, se possibile insieme, se possiamo senza contrapposizioni, tuttavia con le nostre modalità:

 

Fosse la nave di raso, non occorrerebbe lottare –

Per camminare sui mari ci vogliono i piedi di cedro

 (Emily Dickinson)

 

http://www.femminileplurale.net/

una mail da Maria Belelli

Fai girare la notizia di andare sul blog e lasciare il proprio commento di adesione. Ecco il link dove puoi dire la tua:

http://paestum2012.wordpress.com/category/adesioni-2013/

 

Grazie, ciao da parte di tutte qui a Paestum!

una mail da Sara Borrillo

Cari e care,

segnalo l’uscita dell’ultimo numero della rivista della SIS, Genesis, sul tema Femminismi nel Mediterraneo.

Il saggio sul femminismo in Egitto, di Lucia Sorbera, è disponibile in inglese al link www.societadellestoriche.it

la SIS  e Genesis, in accordo con la casa editrice Viella, hanno deciso di anticipare il saggio di Lucia Sorbera Early Reflections of an Historian on Feminism in Egypt in Time of Revolution, che sarà pubblicato sul prossimo numero di Genesis, Femminismi nel Mediterraneo. Il saggio, che contiene anche alcune recenti interviste a donne che hanno partecipato alle primavere arabe del 2011, offre utili strumenti per leggere e comprendere, anche in una prospettiva di genere, le attuali vicende egiziane.

Potete leggerlo integralmente dal sito della SIS, www.societadellestoriche.it, dove troverete anche l’indice del fascicolo in uscita.

Vi auguriamo buona lettura e vi invitiamo a far circolare il saggio tra quante/i crediate possano esserne interessati.

La cacciatrice è in Laguna. Ileana Sonnabend a Ca’ Pesaro

La Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro ospita la collezione di Ileana Sonnabend, talent scout, collezionista e amante dell’arte. Ecco come un museo si trasforma in un percorso didattico lungo cento anni. A Venezia, fino al 29 settembre.(LEGGI)

di Alessandra Pigliaru

Le donne raccontano la loro partecipazione nella raccolta «Ferite di parole» curata da Leila Ben Salah e Ivana Trevisani per Poiesis editrice.

C’è un filo rosso che lega le rivolte arabe di Tunisia, Egitto, Libia e Siria? Quell’ordito sottile, più evidente alla nostra attenzione dal gennaio 2011, non accenna a disfarsi, anzi si fa sempre più fitto e infuocato – come registrano le cronache di questi mesi. Nel fronte comune all’oppressione, la presenza femminile è stata, ed è, maestosa. A dirci del suo guadagno sono Leila Ben Salah, giornalista italo-tunisina, e Ivana Trevisani, psicologa impegnata a fianco di organizzazioni non governative sui traumi post-bellici. L’occasione è un libro firmato da entrambe e dal titolo eloquente: Ferite di parole. Le donne arabe in rivoluzione, mille fuochi di voci di gesti e di storie di vita (Poiesis editrice, pp. 187, euro 16).

Non si tratta di un saggio né di un dossier asciutto e neutrale; diciamo subito infatti che la forma scelta dalle due autrici è quella del viaggio accogliente e intensamente emotivo attraverso la testimonianza diretta delle protagoniste. E sono talmente tante le donne coinvolte in quelle rivoluzioni che durante la lettura si ha quasi la sensazione di un leggero stordimento pensando alla qualità di tutte le loro storie.

 

Un lungo cammino

Salah e Trevisani precisano tuttavia da subito che il contributo delle donne arabe durante le ribellioni arriva da lontano. Del resto, come ricorda Naziha Rejiba, scrittrice tunisina, «devo immediatamente dire che non è stata la rivoluzione che mi ha liberata, ero libera ben prima del 14 gennaio». Questo per indicare che le rivolte, spesso descritte dai media come punto zero della liberazione delle donne, si posizionano invece in un cammino politico più lungo e complesso. Sia in Egitto che in Tunisia, per esempio, vi erano già state sollevazioni nelle quali le donne erano state cruciali. Si pensi alla protesta del pane avvenuta nel gennaio del 1977 sollecitata proprio delle tunisine abitanti le campagne che avviarono una grande manifestazione pacifica. Oppure ai più recenti scioperi del 2008 lungo il bacino minerario di Gafsa, al confine con l’Algeria: un significativo dissenso messo in campo da donne e moltissimi giovani disoccupati che bloccò per cinque mesi l’attività estrattiva di fosfati dell’intera regione contro il regime corrotto e clientelare delle assunzioni. E quando, nello stesso anno, a Redeyef molti giovani vennero arrestati dopo una dura repressione da parte di Ben Ali, furono sempre le donne tunisine a scendere nuovamente in strada chiedendone la scarcerazione mentre «gettavano pietre sui militari inviati a soffocare le rivolte» – come dice Aziza, una delle testimoni incontrate dalle autrici – capaci di restituire una quotidianità tanto lontana quanto importante.

Nello scenario di lotta, in evoluzione in queste stesse ore, Ferite di parole si colloca opportunamente tra i contributi sulla condizione delle donne arabe e la relazione tra femminismo e Islam; tra gli altri, basti pensare all’ottimo saggio di Anna Vanzan, Le donne di Allah. Viaggio nei femminismi islamici (ripubblicato di recente in versione economica sempre per Bruno Mondadori, pp. 177, euro 11) ma anche a Gender Jihad. Storia, testi e interpretazioni nei femminismi mulsulmani, curato da Marisa Iannucci (Ponte Vecchio, pp. 200, euro 13). L’esperienza femminista e la politica delle donne hanno radici profonde e si rivelano in una forte presenza che non fa delle strade e delle piazze arabe un misto di soggettività indistinte bensì una rete di esistenze e di corpi che ribadiscono la propria libertà.

È la voce autorevole di Saida Garrach, avvocata e attivista nell’Association Tunisienne des Femmes Démocrates, a porre l’accento sul ruolo decisivo della costruzione di reti sociali e politiche. È la sinergia tra le diversi attori e attrici che fino ad oggi, nelle zone rurali tunisine, fa da supporto alle donne vittime di violenza. In questo senso, il libro risulta una figurazione narrativa tutta giocata sulla competenza teorica e politica delle relazioni femminili. Nel vociare delle testimonianze, le donne sembra abbiano trovato il rimedio alle ferite. Seppure in un tempo doloroso infatti riconoscono il solco di una genealogia plurale e di pratiche efficaci disponibili anche in tempo di rivoluzione. Sulla solidità delle pratiche politiche femminili si pensi al lavoro fatto da Hoda Sha’arawi che già nel 1923 fonda in Egitto l’Unione Femminista Egiziana. Ma anche, tra accesso all’istruzione e mutamento dell’istituto familiare, l’impegno del Network of Women’s Rights Organizations ma anche quello della rete Femmes Maghreb 2002. Allo stesso modo, in Libia e in Siria, le esperienze di autodeterminazione e libertà hanno assunto negli anni un ruolo di primo piano; per esempio con il Club Letterario delle Donne, a oggi la più antica organizzazione non governativa siriana fondata nel 1919 da Marie Ajami.

 

Un protagonismo essenziale

Tutte queste storie, che traversano il passato per riportarci al nostro presente storico, stanno a significare che «la cura della vita e del mondo in cui stare con agio è stata la mossa giocata dalle donne nelle rivoluzioni del mondo arabo».

Accanto alle madri che con coraggio scendono in piazza per chiedere giustizia per i propri figli uccisi ci sono molte giovani donne, tunisine ed egiziane in particolare, che hanno sollecitato e documentato le manifestazioni e le rivolte attraverso social network e blog. Lina Ben Mhenni – candidata nel 2011 al nobel per la pace – è una di queste. Nel suo diario virtuale A tunisian girl ha raccolto le testimonianze delle lotte avvenute tra Regueb, Kasserine e Sidi Bouzid, mentre Maha Issaoui, un’altra blogger, informava sulla repressione poliziesca nelle strade di Sidi Bouzid e Asmaa Mahfouz incitava alla manifestazione del 25 gennaio in Piazza Tahrir. In tal senso, comprendere la portata del protagonismo femminile nelle primavere arabe diventa essenziale; illumina una cartografia rivoluzionaria scritta e raccontata nel solco della libertà femminile che non va rivendicata ma solo illuminata. Con forza e nella lotta.

(il manifesto, 18 luglio 2013)

Il presidente della Camera: tempi maturi per una legge contro il sessismo

di Paola D’Amico
I tempi sono maturi per una legge contro gli stereotipi sessisti. Ma nessuna norma ha senso se non cammina insieme a un profondo cambiamento culturale». Laura Boldrini, presidente della Camera, parla ad una platea di donne (tante) e uomini (pochi), alla Camera del Lavoro di Milano. Punta il dito contro un’anomalia italiana: «In altri Paesi non si usano donne seminude per vendere yogurt e valigie, né vedi lo spot con la famiglia seduta a tavola e la mamma che serve». E per promuovere la vendita di una macchinetta per il caffè non si ricorre allo slogan «te la diamo gratis». Due proposte di legge sono già state presentate e Laura Boldrini conta «su un Parlamento che più giovane e con più donne possa mettere il tema in agenda». Lo dobbiamo, insiste commuovendosi, a Fabiana Luzzi, l’adolescente bruciata viva dal fidanzato in Calabria e a tutte le donne uccise, «perché la loro autonomia era ritenuta insopportabile». A chi parla di clima da austerità bacchettona, la terza carica dello Stato ricorda le 60 vittime di femminicidio da inizio anno, una «strage che prosegue indisturbata». E, poi, sul segnale dato dalla presidente Rai Anna Maria Tarantola, con l’annullamento di Miss Italia e dell’Isola dei famosi in linea con il progetto di «puntare sulla qualità e non su sensazionalismo e tv del dolore», conclude: «Rinunciare è una scelta moderna e civile. Le ragazze italiane devono poter andare in tv, per farsi apprezzare, anche senza sfilare con un numero. In tv solo il 2 per cento esprime un parere, parla. La battaglia per libertà e inviolabilità della persona non è una censura moralistica». E immediata arriva la replica di Patrizia Mirigliani: «In tutto il mondo si valorizza la bellezza nazionale. Avrei piacere di incontrare la Presidente per renderla partecipe di quanto Miss Italia abbia fatto per le donne, ovviamente in un settore a lei poco conosciuto».È importante, aveva detto Graziano Gorla, segretario generale della Camera del lavoro, aprendo il convegno che la «spinta al cambiamento arrivi da Milano, capitale dell’editoria, della moda, della finanza». La pubblicità è spesso sessista, omofobica, classista, razzista. Virilismo e misoginia, come ha scritto Sandro Bellassai, in pubblicità vanno di pari passo. L’Italia è alla deriva, sorda ai richiami dell’Europa, perché quei messaggi discriminatori e degradanti fondati sul genere sono un ostacolo per creare una società moderna e paritaria. Non manca l’invito a Calderoli a dimettersi. «Ha offeso la ministra Kyenge due volte, in quanto nera e in quanto donna, smettiamo di trattare questi episodi come incidenti istituzionali», dice l’assessore ai Servizi Sociali di Milano, Pierfrancesco Majorino. «Vorrei vivere in un Paese in cui non devo chiedere le dimissioni del vicepresidente del Senato, perché si sarebbe già dimesso da solo», aggiunge il segretario generale Cgil, Susanna Camusso, che poi trascina la platea in un lungo applauso ampliando l’orizzonte della violenza sulle donne alla vicenda di Alma Shalabayeva e della figlia: «Ma se non fossero state una moglie e una bambina le avremmo restituite a un dittatore?». Senza etica, c’è la barbarie, dice. «La condizione della donna è una misura della democrazia», conclude chiedendo che i centri antiviolenza escano dalla lunga stagione dell’emergenza fondi e siano riconosciuti come Livelli essenziali di assistenza.

(Corriere della Sera – 16 luglio 2013)

Inna Shevchenko ha fatto presente nel suo dossier che le femen sono note come movimento politico di lotta. Inizialmente hanno usato i mezzi preziosi della democrazia, sono passate a questo linguaggio provocatorio per il silenzio totale in cui le loro proteste cadevano sia da parte dell’autorità politica che da parte dei media.


Passeggiata internazionale tra i Padiglioni della Biennale, dove ci si ricorda quanto ogni luogo e ogni essere umano siano diversi…

Regia e montaggio Domenico Palma, luglio 2013

 

MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna, via Don Giovanni Minzoni, 4. In occasione di Biografilm Festival 2013, dal 15 giugno al 14 luglio proiezione del film Pussy Riot – A Punk Prayer (titolo originale Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot) nella sala video all’interno della Collezione Permanente MAMbo.
Pussy Riot – A Punk Prayer
Titolo Originale:Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot
Regia: Mike Lerner, Maxim Pozdorovkin
Paese: Russia, UK
Anno: 2013
Durata: 90 minuti
Proiezioni: martedì, mercoledì e venerdì h 12.30, 14.00, 15.30; giovedì, sabato e domenica h 12.30, 14.00, 15.30, 17.00, 18.30 (lunedì chiuso)Per ulteriori informazioni:

www.biografilm.it/2013/

intervista

Perché sono felice

Marina Abramovic’, la più celebre protagonista di performance shock, racconta com’è cambiata: “Ora basta provocazioni, voglio trasmettere una nuova serenità”

di Andrea Visconti da “La Repubblica”

“Sono felice. Una felicità interiore profonda che non ho mai provato in vita mia. Lo scriva, ci tengo tanto che si sappia”, dice la performance artist Marina Abramovic’ arrivata all’angolo di casa, al termine di una lunga chiacchierata sulla carriera che nell’arco di quarant’anni l’ha portata da Belgrado, dove è nata, fino a New York, dove abita e lavora da una quindicina d’anni.

di Michele Giorgio

 

Debutta a Gerusalemme «Il mio nome è Rachel Corrie», dedicato alla giovane attivista americana uccisa a Rafah dieci anni fa dall’esercito israeliano. In scena un’attrice israeliana, Sivane Kretcher, regia di Ari Remez. Lo spettacolo ha acceso molte discussioni e provocato proteste politiche.

Sul palcoscenico la giovane attrice israeliana Sivane Kretchner porta la keffiyeh palestinese intorno al collo. Come faceva Rachel Corrie. Sorride, alza la voce, mormora, è triste, talvolta si chiude in un silenzio di dolore. Racconta Rafah, la vita di povera gente, la tragedia di un popolo lasciato solo. Case su case ridotte in macerie da bulldozer, giganteschi e accecati come il Polifemo di Ulisse. Sono passati più di dieci anni dal giorno dell’uccisione della giovane pacifista americana schiacciata da una ruspa mentre provava a impedire la demolizione di una casa. Eppure sembra ieri. Il testo che recita Kretchner sono le parole che Rachel scriveva al computer, nel diario di un viaggio in Palestina dal quale la giovane americana non sarebbe mai tornata. Una cronaca bagnata dal sangue di innocenti, anche il suo, da lacrime che hanno scolpito la memoria ma sulle quali non si posa la polvere del tempo. Nessuno dimentica quelle parole. Sono vive, attuali. Ora tradotte anche in lingua ebraica.

La compagnia di Kretchner, diretta da Ari Remez, ha deciso di mettere in scena in Israele Il mio nome è Rachel Corrie, spettacolo visto in molte città del mondo, boicottato in altre, sulla vita prima e durante la permanenza a Gaza dell’attivista americana dell’International Solidarity Movement (Ism). Una scelta coraggiosa, quella condivisa a Gerusalemme dal Teatro Khan, specie se si tiene conto delle proteste e polemiche che ha suscitato in ambienti istituzionali, arrivati a minacciare il taglio di fondi e contributi. «Israele è il luogo più naturale, più appropriato dove rappresentare Il mio nome è Rachel Corrie – spiega Ari Remez. – Qui il pubblico ha l’opportunità di porsi delle domande sulle sue scelte di vita e su come sono prese le decisioni nella società in cui vive.» Per Remez la decisione di debuttare a Gerusalemme ovest non è casuale; gli israeliani che vi abitano, infatti, sono in maggioranza orientati a destra e conservatori rispetto ad altre città. E per questo spera anche che le discussioni suscitate dalla prima rappresentazione, qualche giorno fa, aiutino a riempire altri teatri.

Sivane Kretchner è più bella di Rachel, ragazza dall’espressione austera, con un perenne velo di tristezza poggiato sul volto. O almeno così appariva a chi ha avuto modo di conoscerla. L’attrice israeliana è brava perché riesce a tirare fuori la bellezza interiore della pacifista americana, a rappresentare i suoi ideali, i suoi sogni. Perché ha capito ciò che tanti, ai vertici dell’establishment politico-militare del suo Paese, non vogliono riconoscere. «Per me Rachel Corrie non era una persona controversa – dice Kretchner – la sua anima era bellissima.»

No, non è l’attrice che si innamora del suo personaggio. È piuttosto una giovane che ha compreso le motivazioni che hanno spinto una ragazza di 23 anni a lasciare la sua tranquilla e comoda vita in una piccola città americana per andare a Gaza a proteggere civili innocenti.

Rachel, racconta Sivane Kretchner, non era una «terrorista affiliata all’Ism», come i nazionalisti israeliani più accesi dicono e scrivono. «Rachel Corrie odiava Israele e noi non dobbiamo glorificarla con una rappresentazione in un teatro che gode di finanziamenti pubblici», ha protestato alcuni giorni fa il vice sindaco di Gerusalemme David Hadari, in riferimento ai fondi messi a disposizione del teatro Khan dal comune. Il sindaco Nir Barkat ha però escluso qualsiasi forma di censura.

Ma davvero Rachel Corrie odiava Israele? Piuttosto amava i diritti di un popolo che subisce una dura occupazione da quarantasei anni. Rachel è arrivata a Gaza nel pieno della seconda Intifada. Un anno prima Israele aveva rioccupato le principali città palestinesi con l’offensiva «Muraglia di Difesa». A Rafah le ruspe dell’esercito israeliano continuavano ad abbattere le case palestinesi lungo il confine con l’Egitto – 1600 fra il 2000 e il 2005 – per costruire un alto muro. Il 10% degli abitanti della terza città di Gaza sono rimasti senza abitazione. Nel gennaio 2003, quando Rachel Corrie giunse a Rafah, gli israeliani distruggevano in media 12 case la settimana. I volontari dell’Ism erano gli unici che con la loro presenza, cercavano di impedire le demolizioni. Il 16 marzo di quell’anno Rachel venne travolta e schiacciata dai cingoli di un bulldozer militare mentre con il suo corpo si opponeva all’ennesima distruzione.

Per Israele l’uccisione dell’attivista americana è stata un «incidente», come recita la sentenza emessa lo scorso agosto, al termine di un lungo processo civile nel tribunale di Haifa, voluto dai genitori della giovane americana. Vi si legge che Rachel «si è messa da sola e volontariamente in pericolo. È stato un incidente da lei stessa provocato». I giudici hanno dato pieno credito alla versione dell’accaduto fornita dall’autista della ruspa militare, il soldato Y.P. (la sua identità non è mai stata rivelata). Nella testimonianza, resa alla fine del 2010, Y.P. confermò che erano presenti civili mentre «operava» la ruspa il 16 marzo 2003. Ma che non smise di «lavorare» perché aveva ricevuto l’ordine di continuare: «Io sono solo un soldato, non davo io gli ordini».

Rachel Corrie, con addosso una giacca arancione fosforescente, Y.P. ha detto di non averla vista e di non aver udito i suoi compagni urlare quando la giovane è finita sotto i cingoli.

I genitori di Rachel hanno accolto con dolore e frustrazione la decisione della corte. Ma non con rassegnazione: «Tanti ci chiedono che cosa ci aspettavamo dal processo, noi non ci aspettavamo giustizia, noi la pretendiamo. E penso che ognuno debba pretenderla, altrimenti la giustizia non ci sarà e semplicemente morirà», ha dichiarato Craig Corrie, padre della giovane.

Il mio nome è Rachel Corrie è stato rappresentato per la prima volta a Londra nel 2005. Da allora ha girato ovunque ma non al New York off-Broadway Theater dove nel 2006 le pressioni di gruppi locali pro-Israele sono riuscite a imporre l’annullamento della data. Lo stesso è successo a Toronto e in Florida, tanto che nel marzo 2006 Vanessa Redgrave ha scritto: «Questa è una censura del peggior tipo… È una lista di proscrizione di una ragazza morta e dei suoi diari. Una ragazza molto coraggiosa ed eccezionale che tutti i cittadini, qualunque sia il loro credo e la loro nazionalità dovrebbero essere fieri che sia esistita… Questa pièce non è di parte, è sulla necessità di proteggere gli esseri umani. Rachel Corrie ha dato la sua vita per proteggere una famiglia, non ha usato né una pistola né una bomba».

Qualche mese dopo Mario Vargas Llosa ha aggiunto: «Le lettere che Rachel scriveva da Rafah rivelano una progressiva presa di coscienza di una giovane che scopre, condividendole, la miseria, l’abbandono, la fame e la sete di una umanità senza speranza, emarginata in case precarie, minacciata da sparatorie, retate, espulsioni, dove la morte imminente è l’unica certezza per bambini e anziani… Ciò che più l’affligge è l’indifferenza, l’incoscienza di tanti milioni di essere umani, nel mondo intero, che non fanno niente né vogliono sapere della sorte ignominiosa di questo popolo in cui adesso lei è immersa».

Per capire chi era Rachel Corrie basterebbe ascoltare Rachel and the Storm (http://www.youtube.com/watch?v=cKyZBjqRx6g), un brano a lei dedicato dalla band aretina «La casa del vento», impreziosito dalla voce di Elisa: «…È arrivato il momento, io non posso aspettare, è un momento perfetto per decidere di andare. Vorrei farvi vedere l’arida terra su cui cammino. Tutti segni del fuoco, dove crescono i loro bambini. Come il cielo e la terra noi ci incontreremo. Dopo il sogno e la veglia noi ci incammineremo».

A fine luglio Sivane Kretchner e Ari Remez saranno di nuovo al Khan Theatre di Gerusalemme.

(il manifesto, 12 luglio 2013)

di Zina Borgini


L’urgenza della  poesia scritta qui sotto è scaturita dopo aver rivisto sul canale 5 della Rai il film

“The Artist Is Present”  performace di Marina Abramovic’  tenutasi al MoMa di New York da marzo a maggio 2010


Ti accolgo con il vestito rosso-passione

per un messaggio d’amore

per scatenare calore

per dirti son qui in presenza  a disposizione

ti do il  fuoco,l’energia, la forza

ti offro il mio cuore…

 

e resto per giorni a guardarti

 

poi cambio colore.

 

Il vestito nero-mistero

l’anima oscura il lato tormento

non detto ingombrante

la rabbia che punge lacerante

pessimista abnegazione, sacrificio,

che allontana  il mio guardare.

 

Poi cambio il colore

 

Mi vesto di blu siderale

mistero lunare terre nuove da esplorare,

indagini nei confini celesti

freddo intelletto, verità, fedeltà e costanza

ti offro occhi profondi e  curiosi

ti penetro guardandoti. E resto.

di Zina Borgini

 

Infine il colore della luce

 

Ecco il vestito più caro: il bianco

quello della candida-pace che purifica,

che quietamente conduce nei miti della creazione

quello che aiuta il pianto a sgorgare

dall’occhio allagato a rigare lentamente la gota

Ti  offro la mano  aperta,  a coppa,

poi scade il tempo per guardare

 

Mi ritiro,  forte nel silenzioso  riposo.