Milano – dal 10/09/2013 al 05/10/2013
Galleria RENZO CORTINA Via Mac Mahon 14 -Milano
La sua è una pittura scultorea, quasi tridimensionale, per le masse imponenti che dominano su grandi tele, un impianto delle figure michelangiolesco, tanto da parere le Sibille della Sistina in chiave tedesca.
Il tema principale è quello della figura femminile, che occupa lo spazio senza lasciare trapelare nulla della condizione o della storia; un contatto a pelle con la materia sino agli inquietanti ritratti in bianco e nero, dove la pennellata è più sciolta e filante.
La celebre immagine della MELANCOLIA I di Durer è filtrata sino a noi, la ritroviamo nel distacco dal soggetto e nella posizione pensosa dei corpi, nella sognante immobilità delle donne: la pittrice elabora le proprie idee e rivive artisticamente le speculazioni filosofiche caricandole di tensione fantastica. La decisione di dipingere i corpi e i volti occupando tutta la superficie disponibile e in grandi formati sembra voler escludere la ricerca sia di un impianto prospettico che di una dimensione ambientale, quasi che le figure uscissero dalla dimensione in cui sono confinate per diventare vive.
PausaLavoro 2012
100, marzo 2012
Manager in bilico sull’orlo del potere, di Giordana Masotto
idee e pratiche per sottrarsi all’aut aut tra adeguarsi o escludersi
Tessiture postpatriarcali, domande del Gruppo lavoro
continua il confronto con il pensiero di Ina Praetorius
101, giugno 2012
Poste in gioco, di Giordana Masotto
pensieri in divenire su crisi, lavoro, politica, con i piedi ben piantati nell’Agorà del lavoro
Dire di no per affermare i nostri sì, di Silvia Motta
Contrattazioni forti, contrattazioni deboli, di Lia Cigarini
102, settembre 2012
Questioni inevitabili, di Giordana Masotto e Giovanna Pezzuoli
verso Paestum: la (ri)scoperta della radicalità
Una femminista alla festa della Fiom, di Giordana Masotto
più ci si àncora nelle soggettività, più si chiariscono gli scenari. È questa la strada per ripensare anche la rappresentanza
103, dicembre 2012
Paestum, teatro di un conflitto. È già politica, di Diversamente occupate
saperi e pratiche in azione
Decostruire il lavoro, vivere la politica, di Giordana Masotto
I numeri non mentono
non è vero che con la crisi “per le donne va anche peggio”
Generazione nuova e quinto stato, di Aldo Tortorella
pensare in grande per uscire dalla subalternità
PausaLavoro
84, marzo 2008
Il lavoro, come e perché, di Giordana Masotto
Ri-prendere la parola, di Lia Cigarini
l’aumento dell’occupazione femminile cambia le teorie sul lavoro
Carriera. Ma come piace a noi, di Oriella Savoldi
Una casalinga è una casalinga è una casalinga, di Lorenza Zanuso
come cambiano i nomi di un lavoro “indicibile”
Di convegno in convegno, di Pinuccia Barbieri
finalmente si è chiuso l’anno delle pari opportunità
parliamone: Bamboccioni e bamboccione, di Silvia Motta
controscenario: Nuove professioni autonome, di Anna Soru
85, giugno 2008
Nella confusione del presente, di Lia Cigarini
sta covando un qualche sconvolgimento
Chi vuol parlare ancora di soffitto di cristallo?, di Giordana Masotto
controscenario: La pensione delle donne, di Anna Soru
Crisi del sindacato o crisi degli uomini?, di gm
a colloquio con Chiara Eusebio, segretaria generale uscente della Cgil funzione pubblica di Pescara
Detassare gli straordinari. A chi giova, di gm
ci ha scritto: L’esperienza femminile mi ha “travolto”, di Massimo Cerini
86, settembre 2008
Meritevoli senza meritocrazia, di Giordana Masotto
competenze, competizione, contratti
C’è una bella differenza, di Lia Cigarini
passare dalla miseria alla soggettività politica
Maternità e dimissioni in bianco, di Maria Benvenuti
leggi su cui vigilare
controscenario: Lavorate donne, lavorate! (e fate più figli), di Lorenza Zanuso
Le donne secondo Ferrera, di Lorenza Zanuso
Appassionante, autonomo e ben remunerato, di Anna Soru
che cos’è un buon lavoro
87, dicembre 2008
è già politica , di Silvia Motta
narrare il lavoro è un atto politico creativo
forme autonome di associazione: La difficile strada del riconoscimento, di Anna Soru
il caso di Acta
La mia generazione contrattava. Ma solo per una carriera al maschile, di Lorella Zanardo
controscenario: Non chiamiamolo abbandono, di Lorenza Zanuso
buone notizie: La crisi e la cura, di Giordana Masotto
Il quaderno va in tour, di Pinuccia Barbieri
88, marzo 2009
Donne che parlano di eta’ della pensione, di aa.vv
a proposito di scambi e parità, libertà e modelli di welfare
Interrogare l’economia: Le nostre domande a Loretta Napoleoni, di Giordana Masotto
89, giugno 2009
Interrogare l’economia: Tra salari e profitti ci sono le donne, di Giordana Masotto
Il lavoro di riproduzione rende sostenibile l’intero sistema economico. Ed è destinato ad aumentare. Conversazione con Antonella Picchio
Il doppio sì fa parlare
a un anno dall’uscita, il quaderno continua a essere occasione di incontro, scambio e dibattito
90, settembre 2009
Interrogare l’economia: Un welfare a misura di relazioni, di Giordana Masotto
Riconoscere la dipendenza di ognuno, contestando i luoghi comuni del neoliberismo. L’economia critica deve molto al pensiero femminista, ma non lo riconosce. Conversazione con Laura Pennacchi
Capitale erotico, di Lorenza Zanuso
L’imprenditorialità delle ragazze immagine
91, dicembre 2009
Il lungo giorno del manifesto
Che cosa è accaduto con il Sottosopra – Immagina che il lavoro
Libere di uscire dalla gabbia della parità, di Anna Maria Ponzellini
Quelle che il lavoro non riescono a conoscerlo, di aa.vv
A Milano, nell’affollato incontro alla Casa della cultura, hanno parlato le più giovani. Manifestando il disagio per una condizione di precarietà che frena la possibilità di pensare e narrare il loro lavoro
Bergamo: Ci siamo decise a prendere parola e visibilità, di Pasqua Teora
Ho quarant’anni e ho provato la nuova autocoscienza, di Maria Benvenuti
Visto da sud: il confronto con le amiche della Cgil, di Anna Potito
A Foggia, lettera aperta a Mara De Felici, neosegretaria generale Cgil della città
Catanzaro: Una nuova relazione tra generazioni, di Franca Fortunato
92, marzo 2010
La quota forte?, di Lorenza Zanuso
L’occupazione delle donne in Italia si conferma centrale per capire dove va il lavoro. Un’analisi dei dati in tempo di crisi
è accaduto non per caso in università, il nostro luogo di lavoro, di Lola Santos Fernández e Laura Mora
Cercasi soggetto (politico) disperatamente, di Giordana Masotto
Ma c’è chi non vede la politica che c’è
Il femminismo non ci basta più, neppure a sud
Da qui possiamo partire per trovare una strada “autonoma”. Per riempire di esperienze e pensiero il silenzio in cui affondano le abissali differenze tra Nord e Sud
93, giugno 2010
«Tirate fuori i bisonti che sono dentro di noi. siamo donne, non è da tutti»
Parole e pratiche antidepressive per non farsi mettere in ginocchio dalla crisi
Il viaggio del manifesto del lavoro
Pensieri che resistono, pensieri che sanno trasformanre, di Giordana Masotto
A Carrara, cresce la “fabbrica che pensa”
Lavoro necessario per vivere e contabilità nazionale, di Lorenza Zanuso
Tutti viviamo in un mix di lavoro retribuito, di servizi e di lavoro familiare: è la composizione tra i tre che fa la differenza
94, settembre 2010
Dire ascoltare contrattare
Tre azioni che sintetizzano la nostra proposta politica nel Sottosopra – Immagina che il lavoro. Quelli che seguono sono alcuni pensieri che abbiamo ascoltato negli incontri e nelle discussioni su questo punto
Riprendersi il senso del lavoro, di Donatella Barberis
Se non possiamo più essere soggetti nel lavoro, può accadere che rinunciamo a esserlo anche sulla scena sociale e politica, per ridurci a consumatori
Differenza e identità: quanta confusione, di Lia Cigarini
Il “di più” delle donne oggi può avere una forza sovversiva
Il bello della politica, di Giordana Masotto
Quello che ho capito dalla mia esperienza dentro il Gruppo lavoro
Il lavoro di relazione? un’eccellenza che chiamano “spreco”, di Silvia Motta
Il caso esemplare dei servizi di Reggio Emilia
95, dicembre 2010
Immagina che a Milano
Comunque vadano le amministrative, lanciamo una scommessa: che qui possa nascere un luogo pubblico in cui il lavoro che cambia prende la parola
96, marzo 2011
Lavorare in transito, di Elisabetta Cibelli
Pensieri parole alleanze speranze di una lavoratrice precaria. Vulnerabile ma non sola. Che vive nei passaggi, scoprendo che le ferite sono anche feritoie. Per stare al mondo negoziando
Tre domande al sindacato, di Maria Benvenuti
Orari di lavoro, contrattazione, rappresentanze: sono i temi caldi su cui continuare il confronto
97, giugno 2011
Di produrre conflitto c’è bisogno, di Maria Luisa Boccia
Proprio ora che crisi e globalizzazione ci chiedono invece autodisciplina e adattamento
Dentro l’agorà del lavoro, di aa.vv.
L’avevamo proposta nel numero 95 di Via Dogana. Molte e molti hanno risposto al nostro invito a pensarci e organizzarla insieme. Quando questo numero di Via Dogana sarà stampato, la prima Agorà del lavoro sarà accaduta: a Milano, il 23 maggio. Come dicevamo nell’invito: “è un desiderio, una festa, un inizio. Per incontrarsi, ribellarsi, progettare”. Non possiamo dar conto della giornata del 23 maggio, perché il giornale chiude prima. Ma possiamo raccontarvi l’antefatto di quella giornata con alcune parole scambiate nelle riunioni preparatorie.
98, settembre 2011
Il senso e il conflitto, di Giordana Masotto
Considerazioni e domande sul femminismo oggi a partire dall’agorà e da altri accadimenti
99, dicembre 2011
Mettiamo l’economia al suo posto, di aa.vv
Discutendo di Penelope a Davos, di Ina Praetorius
E decidemmo di infondere i valori femminili nel mondo della finanza,
di Halla Tomasdottir
da “Girodivite”, 22 agosto 2013
LampedusaInFestival 2013: arte e politica sulla porta tra Africa e Europa
di Pina La Villa
Ho seguito gli eventi di LampedusaInFestival (19-23 luglio 2013) insieme alle amiche e agli amici della rete delle Città Vicine, una rete che tiene insieme – vicine per l’appunto – realtà associative sparse per l’Italia che hanno come comune denominatore il radicamento nella città e nel territorio, verso i quali attuano una politica di cura e di relazioni ispirate al pensiero della differenza. Una politica che agisce per proliferazione di buone pratiche e con la pazienza di costruire relazioni significative perché la città sia luogo “felice” di dialogo e confronto. Naturale quindi l’attenzione di Città Vicine a quanto è avvenuto in questi anni a Lampedusa, diventata luogo nevralgico del complesso fenomeno dell’emigrazione, naturale costruire con le associazioni che lo affrontano rapporti di collaborazione che vedono la rete partecipare per il terzo anno consecutivo al festival con diverse iniziative (quest’anno con l’allestimento della mostra “Lampedusa porta della vita” insieme all’associazione Colors Revolutions). Una sorta di “vacanza politica”, fra il desiderio e la difficoltà di entrare nella vita e nei problemi reali di un luogo come Lampedusa, da un lato l’isola di chi ci vive, dall’altro l’isola di chi fa la vacanza, da alcuni anni l’isola di chi vi approda sperando che sia solo una tappa per costruire il proprio destino in un mondo migliore di quello che si è lasciato.
Anna, Giusy, Pamela e io arriviamo il 17 luglio (Luca arriverà qualche giorno dopo). Il primo e il secondo giorno ce lo prendiamo per guardarci un po’ in giro, assistiamo agli ultimi ritocchi della mostra, vediamo la fatica e l’impegno dei volontari di Askavusa (l’associazione che cura l’organizzazione del festival) e di Colors Revolution. Il 19 luglio il LampedusaInFestival ha ufficialmente inizio ed è talmente ricco di eventi che da quel momento diventa difficile per noi dividerci tra le nuotate e il sole nelle spiagge di cala Madonna, isola dei conigli, cala Creta, cala Pisana, Ciatu Persu e gli appuntamenti del festival, sparsi nei vari luoghi dell’isola: dalla mostra “Con gli oggetti dei migranti” nella sede dell’area marina protetta, alla spiaggia dei conigli, con una lezione di Iain Chambers e la voce di Giacomo Sferlazzo, interprete di una canzone tradizionale dei pescatori di Lampedusa, a Piazza Castello per la visione serale di film e documentari. Ma c’è un altro luogo, oltre ai film in concorso, un luogo simbolico, in cui sembra sia stato possibile realizzare se non un incontro, almeno un gioco di sguardi per conoscere, per capire e capirsi.
Il luogo simbolico è l’arte, che guarda sempre un po’ più lontano.
“Lampedusa porta della vita” e “Sostiene Sankara” sono i titoli delle mostre qui allestite.
Realizzata da Anna Di Salvo (Città Vicine), Katia Ricci (Città Vicine) e Rossella Sferlazzo (Colors Revolutions), la mostra “Lampedusa porta della vita” ha già nel titolo il messaggio vitale dell’apertura, sottolinea la gioia dell’incontro. Il mare come culla della vita contro il dramma e il dolore della morte, il mare come luogo di scambi, come ricchezza di incroci, incontri, relazioni. Artisti e artiste da varie parti d’Italia hanno inviato foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori interpretando il tema proposto dalle curatrici: esprimere “la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. È questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie”. Nello spazio minuscolo della stanza, mentre viene proiettato il video realizzato da Mirella Clausi sulla vacanza politica delle Città Vicine “Lampedusa mon amour” del 2011, la mostra nella sua varietà rimanda in maniera immediata alla straordinaria storia del Mediterraneo, culla (è il caso di dirlo sottolineando il termine) di tre civiltà che ancora oggi in queste immagini appaiono unite, dai colori ai materiali ai visi e ai paesaggi. E a quel mare che facilità gli scambi e gli incontri. In fondo un grande abbraccio in segno di gratitudine all’isola, ai suoi colori e alla sua bellezza che non può che essere accogliente, un unico abbraccio verso chi abita l’isola e verso chi vi approda fra la paura e la speranza.
“Sostiene Sankara”, curata da Amina e Kanjano, con fumetti di vari autori e un video di Silvestro Montanaro dal titolo “Sankara… e quel giorno uccisero la felicità”, viene raccontata la vita e la vicenda politica di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso (letteralmente “terra degli uomini integri”), finita con la sua morte 26 anni fa. La storia di una terra libera, del tentativo di una libera costruzione del proprio spazio politico, della lotta contro chi determina invece le condizioni di vita impossibili da cui i migranti sono costretti a fuggire. Nessuna esperienza di libertà e di autodeterminazione è stata possibile in Africa.
L’arte, la politica, la città. Il LampedusaInFestival è questo. Ed è questo anche il senso dell’impegno politico di Giusi Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa e Linosa, ma da anni attiva nelle associazioni ambientaliste. Seguire il suo discorso significa seguire il futuro possibile dell’isola, e sicuramente l’abbandono di quelle politiche che l’hanno soffocata.
Jeans, camicia bianca e cappellino giallo. Giusi Nicolini si presenta così all’inaugurazione del LampedusaInFestival, il 19 luglio 2013, sotto il sole ancora torrido delle sette di sera. È il momento più intenso di tutto il festival. Un momento fortemente carico di simboli. La cerimonia d’inaugurazione si svolge di fronte al mare, laddove è più aperto, perché la costa non presenta baie e insenature. A picco sul mare, il palco sul quale si esibiranno i gruppi in concerto e dal quale sta parlando la sindaca, è pronto lì da anni: è la parte superiore di un vecchio bunker che risale alla seconda guerra mondiale, quando Lampedusa era il primo avamposto per respingere gli Alleati. A pochi metri di distanza, di fronte al bunker, la “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, opera di Mimmo Paladino. Dalle armi che respingono alla porta che accoglie. In fondo è la stessa trasformazione che Lampedusa ha operato in questi anni, e che traspare da ogni gesto e da ogni parola degli organizzatori e della nuova sindaca, orgogliosi di avere costruito il loro rapporto con i migranti sull’accoglienza e la solidarietà, anche a dispetto delle politiche volute dai vari governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni. Politiche che hanno arrecato ferite profonde alla cultura dell’accoglienza tipica di un isola persa in mezzo al mare, che fa parte della placca africana, e si trova più vicina all’Africa che all’Italia.
Il discorso di Giusi Nicolini, inizia però ricordando l’appello doloroso delle donne tunisine per ritrovare i loro uomini dispersi e la necessità di dare delle risposte concrete a quest’appello (“Appello per i migranti tunisini dispersi” http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995). Le donne tunisine stanno cercando circa 200 dispersi negli anni 2010-2012. È solo grazie a queste donne, sottolinea con forza la sindaca, che questi uomini non hanno smesso di esistere. La sua risposta all’appello è dunque un’esortazione – “prendiamo sul serio questo dolore” – ma anche una dura condanna – “Se esistono i migranti è per le scelte politiche dei governi” – e, infine, un’assunzione di responsabilità – “il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci”. Nella sua veste istituzionale Giusi Nicolini ha già inoltrato l’appello delle donne tunisine al presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ai ministri dell’Interno e degli Esteri e all’Unione Europea, in particolare per investire del problema l’agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.
Se i migranti arrivano disperati a Lampedusa è per le scelte politiche dei loro governi. Il compito politico di ognuno di noi è fare in modo che abbiano la possibilità di stare bene nei loro paesi d’origine. Ma il dato di fatto che i migranti fuggono dai loro paesi per le insostenibili condizioni di vita è ciò che viene sistematicamente oscurato da un’informazione che deforma la realtà e fa vedere nel migrante il nemico. L’immagine di moltitudini di migranti che arrivano a sorpresa sull’isola per assaltarla è falsa (è falsa e fuorviante la parola “sbarchi”, che dovrebbe essere sostituita da “soccorsi”), così come i numeri che sono stati dati qualche anno fa in coincidenza con gli eventi della primavera araba, per giustificare la politica dei respingimenti. Sono cose che a Lampedusa si sanno da sempre, così come da sempre è prevalsa, sulle paure create artificialmente, la cultura dell’ospitalità e della solidarietà.
Oggi Lampedusa è candidata al Nobel per la pace. Onorata, a nome della cittadinanza, Giusi Nicolini ha risposto a questa candidatura dicendo che prima occorre ottenere alcune cose di cui l’isola ha bisogno per meritare davvero questo alto riconoscimento: cambiare la legge Bossi-Fini e abolire alcune norme del pacchetto Maroni che oltre a essere odiose per i migranti condizionano negativamente e pesantemente i luoghi in cui arrivano.
(da “Girodivite”, 22 agosto 2013)
da “Girodivite”, 22 agosto 2013
LampedusaInFestival 2013: arte e politica sulla porta tra Africa e Europa
di Pina La Villa
Ho seguito gli eventi di LampedusaInFestival (19-23 luglio 2013) insieme alle amiche e agli amici della rete delle Città Vicine, una rete che tiene insieme – vicine per l’appunto – realtà associative sparse per l’Italia che hanno come comune denominatore il radicamento nella città e nel territorio, verso i quali attuano una politica di cura e di relazioni ispirate al pensiero della differenza. Una politica che agisce per proliferazione di buone pratiche e con la pazienza di costruire relazioni significative perché la città sia luogo “felice” di dialogo e confronto. Naturale quindi l’attenzione di Città Vicine a quanto è avvenuto in questi anni a Lampedusa, diventata luogo nevralgico del complesso fenomeno dell’emigrazione, naturale costruire con le associazioni che lo affrontano rapporti di collaborazione che vedono la rete partecipare per il terzo anno consecutivo al festival con diverse iniziative (quest’anno con l’allestimento della mostra “Lampedusa porta della vita” insieme all’associazione Colors Revolutions). Una sorta di “vacanza politica”, fra il desiderio e la difficoltà di entrare nella vita e nei problemi reali di un luogo come Lampedusa, da un lato l’isola di chi ci vive, dall’altro l’isola di chi fa la vacanza, da alcuni anni l’isola di chi vi approda sperando che sia solo una tappa per costruire il proprio destino in un mondo migliore di quello che si è lasciato.
Anna, Giusy, Pamela e io arriviamo il 17 luglio (Luca arriverà qualche giorno dopo). Il primo e il secondo giorno ce lo prendiamo per guardarci un po’ in giro, assistiamo agli ultimi ritocchi della mostra, vediamo la fatica e l’impegno dei volontari di Askavusa (l’associazione che cura l’organizzazione del festival) e di Colors Revolution. Il 19 luglio il LampedusaInFestival ha ufficialmente inizio ed è talmente ricco di eventi che da quel momento diventa difficile per noi dividerci tra le nuotate e il sole nelle spiagge di cala Madonna, isola dei conigli, cala Creta, cala Pisana, Ciatu Persu e gli appuntamenti del festival, sparsi nei vari luoghi dell’isola: dalla mostra “Con gli oggetti dei migranti” nella sede dell’area marina protetta, alla spiaggia dei conigli, con una lezione di Iain Chambers e la voce di Giacomo Sferlazzo, interprete di una canzone tradizionale dei pescatori di Lampedusa, a Piazza Castello per la visione serale di film e documentari. Ma c’è un altro luogo, oltre ai film in concorso, un luogo simbolico, in cui sembra sia stato possibile realizzare se non un incontro, almeno un gioco di sguardi per conoscere, per capire e capirsi.
Il luogo simbolico è l’arte, che guarda sempre un po’ più lontano.
“Lampedusa porta della vita” e “Sostiene Sankara” sono i titoli delle mostre qui allestite.
Realizzata da Anna Di Salvo (Città Vicine), Katia Ricci (Città Vicine) e Rossella Sferlazzo (Colors Revolutions), la mostra “Lampedusa porta della vita” ha già nel titolo il messaggio vitale dell’apertura, sottolinea la gioia dell’incontro. Il mare come culla della vita contro il dramma e il dolore della morte, il mare come luogo di scambi, come ricchezza di incroci, incontri, relazioni. Artisti e artiste da varie parti d’Italia hanno inviato foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori interpretando il tema proposto dalle curatrici: esprimere “la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. È questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie”. Nello spazio minuscolo della stanza, mentre viene proiettato il video realizzato da Mirella Clausi sulla vacanza politica delle Città Vicine “Lampedusa mon amour” del 2011, la mostra nella sua varietà rimanda in maniera immediata alla straordinaria storia del Mediterraneo, culla (è il caso di dirlo sottolineando il termine) di tre civiltà che ancora oggi in queste immagini appaiono unite, dai colori ai materiali ai visi e ai paesaggi. E a quel mare che facilità gli scambi e gli incontri. In fondo un grande abbraccio in segno di gratitudine all’isola, ai suoi colori e alla sua bellezza che non può che essere accogliente, un unico abbraccio verso chi abita l’isola e verso chi vi approda fra la paura e la speranza.
“Sostiene Sankara”, curata da Amina e Kanjano, con fumetti di vari autori e un video di Silvestro Montanaro dal titolo “Sankara… e quel giorno uccisero la felicità”, viene raccontata la vita e la vicenda politica di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso (letteralmente “terra degli uomini integri”), finita con la sua morte 26 anni fa. La storia di una terra libera, del tentativo di una libera costruzione del proprio spazio politico, della lotta contro chi determina invece le condizioni di vita impossibili da cui i migranti sono costretti a fuggire. Nessuna esperienza di libertà e di autodeterminazione è stata possibile in Africa.
L’arte, la politica, la città. Il LampedusaInFestival è questo. Ed è questo anche il senso dell’impegno politico di Giusi Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa e Linosa, ma da anni attiva nelle associazioni ambientaliste. Seguire il suo discorso significa seguire il futuro possibile dell’isola, e sicuramente l’abbandono di quelle politiche che l’hanno soffocata.
Jeans, camicia bianca e cappellino giallo. Giusi Nicolini si presenta così all’inaugurazione del LampedusaInFestival, il 19 luglio 2013, sotto il sole ancora torrido delle sette di sera. È il momento più intenso di tutto il festival. Un momento fortemente carico di simboli. La cerimonia d’inaugurazione si svolge di fronte al mare, laddove è più aperto, perché la costa non presenta baie e insenature. A picco sul mare, il palco sul quale si esibiranno i gruppi in concerto e dal quale sta parlando la sindaca, è pronto lì da anni: è la parte superiore di un vecchio bunker che risale alla seconda guerra mondiale, quando Lampedusa era il primo avamposto per respingere gli Alleati. A pochi metri di distanza, di fronte al bunker, la “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, opera di Mimmo Paladino. Dalle armi che respingono alla porta che accoglie. In fondo è la stessa trasformazione che Lampedusa ha operato in questi anni, e che traspare da ogni gesto e da ogni parola degli organizzatori e della nuova sindaca, orgogliosi di avere costruito il loro rapporto con i migranti sull’accoglienza e la solidarietà, anche a dispetto delle politiche volute dai vari governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni. Politiche che hanno arrecato ferite profonde alla cultura dell’accoglienza tipica di un isola persa in mezzo al mare, che fa parte della placca africana, e si trova più vicina all’Africa che all’Italia.
Il discorso di Giusi Nicolini, inizia però ricordando l’appello doloroso delle donne tunisine per ritrovare i loro uomini dispersi e la necessità di dare delle risposte concrete a quest’appello (“Appello per i migranti tunisini dispersi” http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995). Le donne tunisine stanno cercando circa 200 dispersi negli anni 2010-2012. È solo grazie a queste donne, sottolinea con forza la sindaca, che questi uomini non hanno smesso di esistere. La sua risposta all’appello è dunque un’esortazione – “prendiamo sul serio questo dolore” – ma anche una dura condanna – “Se esistono i migranti è per le scelte politiche dei governi” – e, infine, un’assunzione di responsabilità – “il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci”. Nella sua veste istituzionale Giusi Nicolini ha già inoltrato l’appello delle donne tunisine al presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ai ministri dell’Interno e degli Esteri e all’Unione Europea, in particolare per investire del problema l’agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.
Se i migranti arrivano disperati a Lampedusa è per le scelte politiche dei loro governi. Il compito politico di ognuno di noi è fare in modo che abbiano la possibilità di stare bene nei loro paesi d’origine. Ma il dato di fatto che i migranti fuggono dai loro paesi per le insostenibili condizioni di vita è ciò che viene sistematicamente oscurato da un’informazione che deforma la realtà e fa vedere nel migrante il nemico. L’immagine di moltitudini di migranti che arrivano a sorpresa sull’isola per assaltarla è falsa (è falsa e fuorviante la parola “sbarchi”, che dovrebbe essere sostituita da “soccorsi”), così come i numeri che sono stati dati qualche anno fa in coincidenza con gli eventi della primavera araba, per giustificare la politica dei respingimenti. Sono cose che a Lampedusa si sanno da sempre, così come da sempre è prevalsa, sulle paure create artificialmente, la cultura dell’ospitalità e della solidarietà.
Oggi Lampedusa è candidata al Nobel per la pace. Onorata, a nome della cittadinanza, Giusi Nicolini ha risposto a questa candidatura dicendo che prima occorre ottenere alcune cose di cui l’isola ha bisogno per meritare davvero questo alto riconoscimento: cambiare la legge Bossi-Fini e abolire alcune norme del pacchetto Maroni che oltre a essere odiose per i migranti condizionano negativamente e pesantemente i luoghi in cui arrivano.
(da “Girodivite”, 22 agosto 2013)
Armi chimiche? Nuovo inganno della retorica militaresca
di Luca Telese
Sostiene Cecilia Strada un’idea che farà inorridire i politicamente corretti. Sostiene, cito tra virgolette, che non si capisce davvero la differenza tra morire di gas e morire di fosforo, morire di tritolo, morire mitragliato, morire con le viscere scomposte da una mina e gli arti spappolati, morire come uno dei tanti bambini dilaniati dalle bombe di notte, mentre dorme, davanti agli occhi di sua madre: Andatelo a dire a quella madre che il gas fa male, sostiene Cecilia, andatelo a dire a lei che le armi convenzionali sono buone e quelle non convenzionali sono cattive. Spiegatelo a lei che per due anni di guerra civile in Siria non abbiamo mosso un dito, che per centomila morti non ci siamo turbati, e che per cento gasati Obama ha detto: adesso basta, adesso attacchiamo.
Sostiene Cecilia Strada che intorno alla nuova mistica della guerra si celebra un grande inganno, un inganno ancora peggiore di quello della vecchia retorica militaresca, del coraggio virile e del morire per la patria. Sostiene Cecilia Strada che non esistono guerre umanitarie, che malgrado le intenzioni non c’è nessun peace keeping in Afghanistan, che dopo la fine apparente del conflitto in Iraq i morti e i feriti curati negli ospedali di Emergency sono aumentati del 55%, che a Fallujah, dopo la pioggia salvifica dell’uranio impoverito nascono bimbi con due teste, e feti malformati, e arti monchi. Sostiene che l’illusione di un intervento chirurgico può produrre l’effetto domino di cento rappresaglie impazzite, sostiene Cecilia che la cosa più difficile è spiegare ai bambini che si risvegliano nei lettini senza gambe, che quella mina era sepolta nella terra trent’anni prima che lui nascesse per un conflitto che oggi non ricorda più nessuno.
Sostiene Cecilia Strada che nessun parlamentare italiano è mai stato in Afghanistan mettendo il naso fuori da una base militare, e che lei, a tutti quelli che da dodici anni votano senza un dubbio per rifinanziare missioni militari che costano come due finanziarie, lei a quei deputati gli vorrebbe offrire una gita di istruzione in uno degli ospedali di Emergency, una gita tra i cadaveri e i mutilati, una gita tra gli orrori, dove possano toccare con mano la morte e sentire con il loro olfatto che gli “effetti collaterali” di un presunto bombardamento chirurgico sono fatti di corpi e sangue.
Sostiene Cecilia Strada che questa gita dovrebbe far capire una semplicissima cosa che la politica sembra non voler mai vedere. Sostiene Cecilia strada che la ferocia della guerra può essere anche solo un dettaglio, un odore, un pungolo che avverti quando entri in corsia.
Sostiene Cecilia strada che «La guerra, la guerra è anche questo. L’odore di bruciato, l’odore della gente che brucia».
(www.linkiesta.it, 6 settembre 2013)
Mantova 2013- «SOVRANE» di Annarosa Buttarelli per Il Saggiatore.
di Alessandra Pigliaru
La critica al lessico politico monosessuato esercitata in nome dell’autorità femminile. Il 7 settembre l’autrice ne parlerà al Festivaletteratura
Nell’attuale crisi di civiltà a cui stiamo assistendo non sembra che discutere della fine delle istanze patriarcali sia più sufficiente. Sebbene la libertà femminile abiti da tempo altri luoghi simbolici, è pur vero che le logiche misogine e monosessuate presenti nelle istituzioni politiche e culturali partecipano di un certo panorama asfittico contemporaneo. Il ripensamento dovrà dunque essere intero oppure continuerà a mantenersi inefficace, parziale e deludente. Ciò che deve sostanziarsi è una «conversione trasformatrice», laddove per conversione si intende una totale sovversione che possa indicare l’origine, politica e di civiltà, su cui interrogarsi. È pur vero che la rivoluzione femminista ha definitivamente manomesso il sistema patriarcale ma c’è da aggiungere che oggi «nessuna riforma darà buoni frutti se non si riprendono dalla radice i motivi e le pratiche con cui rendere immaginabile una nuova convivenza».
Il sesso dello Stato
È con questa presa d’atto che si apre il nuovo, splendido lavoro di Annarosa Buttarelli, pubblicato in questi giorni per Il Saggiatore e dal titolo eloquente: Sovranità. L’autorità femminile al governo (pp. 240, euro 18; l’autrice sarà presente al Festivaletteratura di Mantova il 7 settembre nell’incontro «Alle radici di una nuova convivenza» con Stefano Rodotà e Marina Terragni, ore 15, Archivio di Stato). La proposta politica è precisa e arriva immediatamente al punto, arricchendo a questa altezza la riflessione intorno alla sovranità. Infatti «l’autorità a radice femminile origina una pratica della sovranità capace di sovvertire la sua concettualizzazione consueta e le conseguenze sul piano istituzionale». L’idea di sovranità su cui si concentra il discorso di Buttarelli ha già espunto il modello dell’assolutismo monarchico insieme al meccanismo della rappresentanza e quello dello Stato-nazione. Avanza così un percorso che in Sovrane si costruisce incarnandosi in una genealogia di donne esatta e imprevista. La sovranità è il modo scelto per muoversi dentro una «storia vivente» e i suoi interstizi germoglianti. Raccontare ciascuna delle loro storie è la possibilità di vedere all’opera l’autorità femminile ulteriormente specificata: «filosofia radicale a tutti gli effetti e di qualità elevatissima, distillata dalla paziente ricerca e dalla distanza, sempre marcata storicamente, rispetto all’idea che il potere e le sue istituzioni siano tutto e possano tutto».
Traversando il contributo di alcune pensatrici, da Nicole Loraux a Carole Pateman passando, tra le altre, per Maria Zambrano e Simone Weil, Annarosa Buttarelli illumina in tal senso la signoria di Cristina di Svezia, Elisabetta I d’Inghilterra, Elisabetta del Palatinato, Ildegarda di Bingen, Anna Maria Ortese e infine delle Preziose. Il significato relazionale dell’autorità non si può riferire al concetto di rappresentanza, semmai ad un modo che conduca verso una ri-presentazione «già da sempre» esistita. La sovranità capace di dislocazione dal potere è quella che non vuole impadronirsi del mondo eppure lo sa governare. Se è vero ciò che suggerisce Iris Murdoch, «è un compito vedere il mondo così com’è», sarà opportuno – per innescarne il riorientamento – poter affilare quel vedere in un movimento ascendente che dia conto dell’incontro tra donne e uomini in relazioni di differenza.
Due sono però le esperienze di autorità sulle quali il libro si sofferma: la prima è quella delle operaie tessili di Brescia che, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, affrontarono la crisi della fabbrica in cui lavoravano rifiutando la rappresentanza sindacale di categoria e facendosi così carico per prime delle trattative; un esercizio politico importante mai separato dal tessuto relazionale che le sosteneva tutte, l’una per l’altra. La seconda pratica è invece stata messa in scena a Ostiglia tra il 1991 e il 2004, quando Graziella Borsatti venne eletta sindaca del comune nel mantovano. Il dato che allora fece la differenza fu lo smantellamento del simbolico della rappresentanza e l’avvio di una «comunità governante», felice espressione suggerita dalla stessa Annarosa Buttarelli alla sindaca.
Il potere delle relazioni
L’arretramento del potere davanti all’autorità femminile era dovuto ad una rete di relazioni e ad uno scambio simbolicamente proficuo che ha potuto governare una comunità – nel suo stesso farsi governante. Non si era nei pressi della parità – concetto che dispone la trappola nello stesso terreno avvelenato da cui si pretenderebbe di smarcarsi – ma accanto al senso di un verticale rivolgimento. Ciò che interroga anche oggi dell’esperienza di Ostiglia è la faccenda aperta dell’abbandono del dettato ideologico dell’apparato partitico che ha sospinto il lavorio della sindaca, e di donne e uomini in relazione con lei, più in là dell’ostacolo consentendo una «stagione del buongoverno». Se ci si concedesse alla sapienza di una cosmologia politica dettata dall’autorevolezza delle relazioni si potrebbe «disfare il potere senza rinunciare alla responsabilità politica»? Sì, avendo tuttavia la capacità di mantenerne l’intento nel tempo. Certo si lambirebbe forse il nodo di quella crisi delle istituzioni politiche a cui si cerca, inutilmente, di mettere delle pezze con proclami più o meno percorribili ma pur sempre sterili. Quanto sarebbe utile, oltre che efficace – per donne e uomini – prendere esempio dalle buone e possibili pratiche di sovranità a radice femminile? Come chiosa Buttarelli infatti le si può ripetere ogni volta che si renderanno necessarie. Quel che è più difficile è apprenderne il segno, consapevoli che non è mai una questione di trono ma di postura.
(il manifesto-6 settembre 2013)
di Corinna De Cesare
Ha rotto il soffitto di cristallo, ossia la barriera che ostacola le donne a fare carriera per mancanza di pari opportunità. Ora c’è la scogliera. Antonella Mansi, 39 anni, è stata chiamata alla guida di una delle più importanti fondazioni bancarie, quella del Monte dei Paschi di Siena. Non le spetta un compito facile: deve ripianare 350 milioni di debito vendendo parte di quel 33,4% dell’istituto senese colpito dallo scandalo dei derivati. Ma oltre ai problemi finanziari di cui dovrà farsi carico, c’è anche quello del glass cliff. Nel 2004 un gruppo di ricercatori dell’Universitá di Exter, Inghilterra, coordinati da i professori Michelle Ryan e Alex Haslam, ha coniato questo termine per definire una sindrome secondo cui le donne hanno più possibilità di ricoprire posizioni di leadership, se sono ad alto rischio di impopolarità e fallimento. «Ci vuole una donna» è insomma la formula adottata per progetti particolarmente spinosi e usata in molti casi, dicono i malpensanti, per spostare l’attenzione sulla novità “di genere”.
Forbes ha citato il glass cliff per Carly Fiorina (Hewlett-Packard) e più di recente per Marissa Mayer, chiamata un anno fa alla guida di Yahoo! per risollevare le sorti di quello che un tempo veniva considerato il principale motore di ricerca online.
«Il rischio del glass cliff dipende dalla storia aziendale» ha spiegato a tal proposito l’Harvard Business Review: se la società ha una tradizione di leader femminili, è più probabile che i manager e gli amministratore delegati donna siano scelti per progetti con una realistica possibilità di successo. Al contrario, si palesa la scogliera.
Mansi (nella foto con Emma Marcegaglia) è la prima donna a guidare Fondazione Monte dei Paschi di Siena, ma ha alle spalle un’esperienza che è partita dall’azienda di famiglia ed è arrivata fino alla vicepresidenza di Confindustria. Il New York Times, dopo l’arrivo di Jill Abramson, prima donna alla direzione in 160 anni di storia del quotidiano americano, è tornato in attivo.
Da una scogliera che è stata scalata, si gode di un panorama ancora più emozionante
(La ventisettesima ora- 4 settembre 2013)
http://27esimaora.corriere.it/
L’articolo che pubblichiamo è tratto da «Donne Chiesa Mondo», supplemento dell’Osservatore Romano in uscita il 2 settembre. Il mensile, coordinato da Lucetta Scaraffia e Ritanna Armeni, dà voce alle istanze delle donne nella con Chiesa, con contributi non solo femminili e cattolici. L’editoriale, a cura di Giulia Galeotti tratta della violenza sulle donne; un’inchiesta, a firma della Armeni, è dedicata a un centro milanese antiviolenza; il Segretario di Stato britannico William Hague propone di punire severamente gli stupri di guerra. Il ritratto della santa del mese è affidato alla regista e sceneggiatrice laica Liliana Cavani, che oltre a film famosi come “Il portiere di notte” (1974) ha girato due pellicole dedicate al patrono d’Italia: .”Francesco d’Assisi” (1966) e “Francesco” (1989) e ne sta preparando una terza. Qui immagina il contenuto della lettera che Francesco, alla corte del Saladino, ricevette da Chiara e di cui, tornato in Italia non rivelò mai il contenuto.
di Liliana Cavani
ANTICIPAZIONE IL NUOVO NUMERO DI «DONNE CHIESA MONDO», IL MENSILE FEMMINILE DELL’«OSSERVATORE ROMANO» APERTO AL MONDO LAICO
Chiara e Francesco, la lettera ignota
Liliana Cavani immagina il grido della santa: «Tradiscono la povertà»
«Carissimo fratello in Cristo, che il Padre ti dia pace e salute. Avrei voluto scriverti soltanto per darti notizie di allegrezza ma non è questo il momento. Tutte insieme noi le tue piccole sorelle abbiamo riflettuto e soprattutto pregato tanto per toccarti in Spirito affinché le parole che leggerai non ti feriscano troppo ma raggiungano lo scopo che è quello di illuminarti sulla urgente necessità di lasciare la Terra dei Mori e tornare. La fraternitas è come una povera barca in mezzo a una grande tempesta e corre il rischio di essere sommersa. Ecco la causa. Chi la guida in tua assenza dà ordini ai Fratelli e alle Sorelle opposti e contrari a quelli che intendevi tu. Questo provoca discussioni e liti continue che tu conosci ma che sapevi gestire con pazienza e saggezza. Tre mesi dopo che sei partito per la Terrasanta ci sono state assemblee di Fratelli sempre più frequenti alle quali noi Sorelle non eravamo mai chiamate a partecipare. Leone, Egidio e qualche altro venivano tristissimi a riferirci quanto accadeva. E tu puoi immaginare quello che accadeva. Riproponevano per la Fratellanza una Regola di vita opposta a quella che tu avevi indicato con tanta chiarezza e pazienza. Chi si opponeva veniva zittito e cacciato fuori. Per questo tanti Fratelli sono confusi, altri tristissimi e dispersi. Molti invece sono contenti di seguire le nuove direttive. La prima conseguenza è che la nostra amatissima Signora Povertà fedele compagna delle nostre vite è cacciata via con fastidio e persino disprezzo. I Fratelli che continuano ad amarla sono accusati di eresia e cacciati ma il vero motivo è che sono considerati troppo fedeli alle tue direttive. Il cuore di tutta la questione tu la conosci bene. Dicono che tu negavi loro il diritto di studiare e di approfondire con lo studio la parola di Gesù Cristo. Lo sanno bene che tu dicevi ben altro. Dicevi che lo studio è importante quando aiuta gli uomini a essere liberi e dicevi anche che lo studio è persino santo se è al servizio della Verità e della Vita. E per te proprio Cristo è Verità e Vita. Per molti di loro invece lo studio è un mezzo per sottomettere chi non ha studiato e non conosce le parole per chiedere giustizia. Ed è proprio la parola fraternitas che sembra irritare questi dotti come se non ne comprendessero il significato travolgente, quello che ha travolto te e attraverso te tanti uomini e donne compresa me. Questo ci dà una grande tristezza e possiamo soltanto pregare per questi fratelli dotti affinché Gesù Cristo li illumini ma per ora ? è amaro dirtelo ? sono vincenti e tenuti in considerazione da Roma. Ed è a causa di tutto questo che la tempesta si è abbattuta anche su di noi Piccole Sorelle tue. Due mesi fa da Roma è arrivato l’ordine di fare di San Damiano, che per noi è sempre stata semplicemente la Casa, un vero convento come tutti gli altri conventi. Se ricordi bene c’era già una minaccia nell’aria anche prima che tu partissi, ma grazie alla tua presenza l’autorità restava ferma come una belva trattenuta a catena. L’ordine da Roma ha imposto da subito a noi Sorelle di non uscire mai più e di non incontrare più i Fratelli, nessuno di loro. Eppure non ci fu mai scandalo di qualsiasi specie ma scambio di aiuto e di consigli e ci aiutavano coi malati all’ospizio per casi difficili come i paralitici da far muovere. Eravamo di fatto una fraternitas. Oltre a portoni e cancelli anche le sbarre alle finestre ci separano da tutti. Non abbiamo più potuto andare a lavorare chi al servizio in una casa di benestanti chi alla fabbrica per ottenete il sostentamento per noi e per i nostri fratelli poveri o ammalati. Ti chiederai di che cosa viviamo. Ecco la maggiore sorpresa. Il nutrimento ci deriva dalle consegne dei «nostri contadini» che ci portano ogni ben di Dio. Noi siamo diventate infatti le loro «padrone». Insomma la Chiesa ci ha conferito delle rendite e così viviamo di rendita. Sembra quasi uno scherzo se pensi che io e altre sorelle abbiamo lasciato comodi palazzi e ricche mense per abbracciare Signora Povertà per vergogna verso i fratelli svantaggiati. Siamo di nuovo privilegiate e protette e ci sentiamo come quei pupazzetti coi quali si gioca da bambine e che vengono sbattuti qua e là. Il Commesso Pontificio che ci ha portato il documento riguardo l’usufrutto delle terre che ci hanno conferito ha riso quando gli ho detto che non volevamo quel privilegio di rendita ma invece il privilegio di essere povere. Ci ha fatto notare che moltissimi fratelli erano ben felici di avere ottenuto delle sedi confortevoli per lo studio e la preghiera. Non c’è stato verso di fargli capire che eravamo felici di guadagnarci di che vivere come fanno la maggior parte dei «fratelli». Non riusciva a capire che non mi riferivo a fratelli di sangue, ma ai fratelli in Dio, che è ben più importante. È stato un dialogo impossibile. I primi tempi non riuscivamo quasi a mangiare per l’imbarazzo. Ci vergognavamo e donavamo tutto. Poi insieme a Leone e Pietro sono andata dal Vescovo a parlargli e così d’intesa con lui, con lui solo, appena fa buio io e alcune sorelle usciamo a portare cibo e assistenza ai nostri fratelli in difficoltà. Ma il principale impulso per la nostra resistenza è la certezza che quando tornerai verrà chiarito questo equivoco. Un’interpretazione così errata delle parole del Vangelo non può che essere un equivoco. E proprio a causa di questo equivoco tanti Fratelli hanno accettato case e persino palazzi per vivere nell’agiatezza. Dicono che studiano e che perciò necessitano di riposare comodi, di nutrirsi con cibi delicati e vestirsi con panni morbidi. Non la pensano così i primi arrivati alla fraternitas, Leone, Rufino, Pietro, Egidio e altri. Sono rimasti fedeli al Vangelo alla lettera e pertanto continuano a vivere come prima ma sperano e pregano perché presto si faccia chiarezza. Quanto sia necessario che tu esista non puoi neanche immaginarlo. È giunta qui la notizia, grazie a un mercante che l’ha diffusa, che hai incontrato il Sultano e che avete parlato di una possibile Pace. Il Vescovo è venuto a riferircelo di persona. Esultava per la gioia ma pare che a Roma abbiano altre idee. È evidente che in Terrasanta hanno bisogno di te e io e le Sorelle rischiamo di essere importune. Ma è giusto che tu conosca tutto per poter decidere e per questo preghiamo tanto e…». La lettera si interrompe qui. Provocò di sicuro molto dispiacere a Francesco. Sapeva che Chiara non l’avrebbe mai scritta se i fatti non fossero stati anche peggiori. Elia da Cortona che stava con lui in Terrasanta, ricorda che l’amico leggendola aveva le lacrime ma non rivelò il contenuto a nessuno. Decise però di tornare in Italia col primo possibile vascello. Questa lettera non è mai stata letta da alcun biografo. Nelle Fonti francescane si legge però una lettera inviata da Chiara a Francesco in cui lo sollecitava a tornare. Era infatti il periodo nel quale dentro alla fraternitas c’erano grandi dissensi. L’ho scritta immaginandola. Ora mi sembra così vera che non posso distruggerla.
«Sono alto 1,86, peso 80 chili e ho messo le mani addosso alla mia ragazza, che è alta 1,60 scarsi». E’ stupito e spaventato di se stesso Francesco, 48 anni, denunciato dalla propria compagna. E’ sul labile confine tra normalità e banalità del male che in Questo non è amore (Marsilio) si raccontano anche gli uomini. Nel libro-inchiesta (che il 21 settembre sarà premiato a Ferrara con il Premio Estense) scritto dalle giornaliste del Corriere che fanno capo al blog La 27 ora le voci delle donne sono il racconto della fatica e della forza di chi ha detto basta. Ma perché un’inchiesta penetri davvero un fenomeno, è vitale ascoltare anche l'”altra voce”.
E solo prestando ascolto anche agli uomini sarà possibile combattere femminicidio e violenza.
il 6-7-8 settembre 2013 a Corinaldo (Senigallia – AN)
Selene Lazzarini / Jean-Baptiste Maitre / Chiara Pergola
a cura di Fulvio Chimento.
Il programma del Festival è arricchito, l’8 SETTEMBRE 2013 ALLE ORE 21.30, dalla presenza di VANDANA SHIVA, che presenta il suo libro dal titolo: Storia dei semi, La Feltrinelli, 2013.
http://www.ayurveda-ashram.it/
www.facebook.com/ashram.joytinat
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Il 6-7-8 settembre 2013 si svolge la III edizione del Festival *Dolce India*, organizzato dall’Associazione Joytinat Yoga e Ayurveda presso l’Ashram Joytinat di Corinaldo (Senigallia, AN), realtà fondata nel 2003 dal maestro indiano Swami Joythimayananda nella splendida cornice delle colline marchigiane. Il festival, organizzato dall’Associazione Joytinat Yoga e Ayurveda e ideato da Fulvio Chimento e Antonella Malaguti, funge da cassa di risonanza culturale al Convegno Internazionale di Ayurveda, che giunge quest’anno alla sua XV edizione, con un ricco programma dedicato alla letteratura, all’arte, alla fotografia, alla musica, alla danza, alla meditazione e alla cucina ayurvedica. In collaborazione con Regione Marche, Navdanya International e Aam Terra Nuova Edizioni. Ingresso libero a tutte le iniziative del Festival.
Italia-Oriente…
È questo il nome di una sezione specifica del Festival *Dolce India* dedicata a iniziative di particolare interesse nei confronti della cultura contemporanea. Sabato 7 settembre alle ore 18.30 verranno svelate le opere di Chiara Pergola (fino all’1 settembre 2013 è presente in mostra alla collettiva organizzata dal Museo MAMbo di Bologna: Autoritratti. Iscrizione del femminile nell’arte italiana contemporanea)e Jean-Baptiste Maitre, artista parigino residente in Olanda (Gallery Martin van Zomeren, Amsterdam), elaborate durante una residenza presso l’Ashram Joytinat; l’evento ideato e curato da Fulvio Chimento. L’iniziativa è tesa a creare un confronto tra la cultura occidentale e orientale attraverso l’arte contemporanea, e le opere, realizzate con materiali reperiti in loco, sono ispirate a una riflessione inerente i cinque elementi su cui si basa la filosofia indiana: terra, aria, fuoco, acqua, etere. I lavori dei due artisti affiancheranno quelli realizzati nella scorsa edizione da Umberto Chiodi e Valerio Giacone.
Completa il programma di Italia-Oriente l’installazione di Selene Lazzarini dal titolo Abitare il corpo, con cui l’artista si confronta con il tema principale della XV conferenza internazionale d’ayurveda: “l’arte dell’abitare” (inaugurazione ven. 6 settembre ore 18.30.
In foto: Alzabandiera. © Chiara Pergola.
di Pina La Villa
Ho seguito gli eventi di LampedusaInFestival (19-23 luglio 2013) insieme alle amiche e agli amici della rete delle Città Vicine, una rete che tiene insieme – vicine per l’appunto – realtà associative sparse per l’Italia che hanno come comune denominatore il radicamento nella città e nel territorio, verso i quali attuano una politica di cura e di relazioni ispirate al pensiero della differenza. Una politica che agisce per proliferazione di buone pratiche e con la pazienza di costruire relazioni significative perché la città sia luogo “felice” di dialogo e confronto. Naturale quindi l’attenzione di Città Vicine a quanto è avvenuto in questi anni a Lampedusa, diventata luogo nevralgico del complesso fenomeno dell’emigrazione, naturale costruire con le associazioni che lo affrontano rapporti di collaborazione che vedono la rete partecipare per il terzo anno consecutivo al festival con diverse iniziative (quest’anno con l’allestimento della mostra “Lampedusa porta della vita” insieme all’associazione Colors Revolutions). Una sorta di “vacanza politica”, fra il desiderio e la difficoltà di entrare nella vita e nei problemi reali di un luogo come Lampedusa, da un lato l’isola di chi ci vive, dall’altro l’isola di chi fa la vacanza, da alcuni anni l’isola di chi vi approda sperando che sia solo una tappa per costruire il proprio destino in un mondo migliore di quello che si è lasciato.
Anna, Giusy, Pamela e io arriviamo il 17 luglio (Luca arriverà qualche giorno dopo). Il primo e il secondo giorno ce lo prendiamo per guardarci un po’ in giro, assistiamo agli ultimi ritocchi della mostra, vediamo la fatica e l’impegno dei volontari di Askavusa (l’associazione che cura l’organizzazione del festival) e di Colors Revolution. Il 19 luglio il LampedusaInFestival ha ufficialmente inizio ed è talmente ricco di eventi che da quel momento diventa difficile per noi dividerci tra le nuotate e il sole nelle spiagge di cala Madonna, isola dei conigli, cala Creta, cala Pisana, Ciatu Persu e gli appuntamenti del festival, sparsi nei vari luoghi dell’isola: dalla mostra “Con gli oggetti dei migranti” nella sede dell’area marina protetta, alla spiaggia dei conigli, con una lezione di Iain Chambers e la voce di Giacomo Sferlazzo, interprete di una canzone tradizionale dei pescatori di Lampedusa, a Piazza Castello per la visione serale di film e documentari. Ma c’è un altro luogo, oltre ai film in concorso, un luogo simbolico, in cui sembra sia stato possibile realizzare se non un incontro, almeno un gioco di sguardi per conoscere, per capire e capirsi.
Il luogo simbolico è l’arte, che guarda sempre un po’ più lontano.
“Lampedusa porta della vita” e “Sostiene Sankara” sono i titoli delle mostre qui allestite.
Realizzata da Anna Di Salvo (Città Vicine), Katia Ricci (Città Vicine) e Rossella Sferlazzo (Colors Revolutions), la mostra “Lampedusa porta della vita” ha già nel titolo il messaggio vitale dell’apertura, sottolinea la gioia dell’incontro. Il mare come culla della vita contro il dramma e il dolore della morte, il mare come luogo di scambi, come ricchezza di incroci, incontri, relazioni. Artisti e artiste da varie parti d’Italia hanno inviato foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori interpretando il tema proposto dalle curatrici: esprimere “la drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita. È questa un’emozione che vede partecipi anche le donne e gli uomini abitanti l’isola, in un’inter-azione di desideri, curiosità, perplessità e bellezza tra chi arriva e chi accoglie”. Nello spazio minuscolo della stanza, mentre viene proiettato il video realizzato da Mirella Clausi sulla vacanza politica delle Città Vicine “Lampedusa mon amour” del 2011, la mostra nella sua varietà rimanda in maniera immediata alla straordinaria storia del Mediterraneo, culla (è il caso di dirlo sottolineando il termine) di tre civiltà che ancora oggi in queste immagini appaiono unite, dai colori ai materiali ai visi e ai paesaggi. E a quel mare che facilità gli scambi e gli incontri. In fondo un grande abbraccio in segno di gratitudine all’isola, ai suoi colori e alla sua bellezza che non può che essere accogliente, un unico abbraccio verso chi abita l’isola e verso chi vi approda fra la paura e la speranza.
“Sostiene Sankara”, curata da Amina e Kanjano, con fumetti di vari autori e un video di Silvestro Montanaro dal titolo “Sankara… e quel giorno uccisero la felicità”, viene raccontata la vita e la vicenda politica di Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso (letteralmente “terra degli uomini integri”), finita con la sua morte 26 anni fa. La storia di una terra libera, del tentativo di una libera costruzione del proprio spazio politico, della lotta contro chi determina invece le condizioni di vita impossibili da cui i migranti sono costretti a fuggire. Nessuna esperienza di libertà e di autodeterminazione è stata possibile in Africa.
L’arte, la politica, la città. Il LampedusaInFestival è questo. Ed è questo anche il senso dell’impegno politico di Giusi Nicolini, da un anno sindaca di Lampedusa e Linosa, ma da anni attiva nelle associazioni ambientaliste. Seguire il suo discorso significa seguire il futuro possibile dell’isola, e sicuramente l’abbandono di quelle politiche che l’hanno soffocata.
Jeans, camicia bianca e cappellino giallo. Giusi Nicolini si presenta così all’inaugurazione del LampedusaInFestival, il 19 luglio 2013, sotto il sole ancora torrido delle sette di sera. È il momento più intenso di tutto il festival. Un momento fortemente carico di simboli. La cerimonia d’inaugurazione si svolge di fronte al mare, laddove è più aperto, perché la costa non presenta baie e insenature. A picco sul mare, il palco sul quale si esibiranno i gruppi in concerto e dal quale sta parlando la sindaca, è pronto lì da anni: è la parte superiore di un vecchio bunker che risale alla seconda guerra mondiale, quando Lampedusa era il primo avamposto per respingere gli Alleati. A pochi metri di distanza, di fronte al bunker, la “Porta di Lampedusa-Porta d’Europa”, opera di Mimmo Paladino. Dalle armi che respingono alla porta che accoglie. In fondo è la stessa trasformazione che Lampedusa ha operato in questi anni, e che traspare da ogni gesto e da ogni parola degli organizzatori e della nuova sindaca, orgogliosi di avere costruito il loro rapporto con i migranti sull’accoglienza e la solidarietà, anche a dispetto delle politiche volute dai vari governi italiani che si sono avvicendati negli ultimi anni. Politiche che hanno arrecato ferite profonde alla cultura dell’accoglienza tipica di un isola persa in mezzo al mare, che fa parte della placca africana, e si trova più vicina all’Africa che all’Italia.
Il discorso di Giusi Nicolini, inizia però ricordando l’appello doloroso delle donne tunisine per ritrovare i loro uomini dispersi e la necessità di dare delle risposte concrete a quest’appello (“Appello per i migranti tunisini dispersi” http://www.storiemigranti.org/spip.php?article995). Le donne tunisine stanno cercando circa 200 dispersi negli anni 2010-2012. È solo grazie a queste donne, sottolinea con forza la sindaca, che questi uomini non hanno smesso di esistere. La sua risposta all’appello è dunque un’esortazione – “prendiamo sul serio questo dolore” – ma anche una dura condanna – “Se esistono i migranti è per le scelte politiche dei governi” – e, infine, un’assunzione di responsabilità – “il silenzio è l’unica risposta che non possiamo permetterci”. Nella sua veste istituzionale Giusi Nicolini ha già inoltrato l’appello delle donne tunisine al presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, ai ministri dell’Interno e degli Esteri e all’Unione Europea, in particolare per investire del problema l’agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea) il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere.
Se i migranti arrivano disperati a Lampedusa è per le scelte politiche dei loro governi. Il compito politico di ognuno di noi è fare in modo che abbiano la possibilità di stare bene nei loro paesi d’origine. Ma il dato di fatto che i migranti fuggono dai loro paesi per le insostenibili condizioni di vita è ciò che viene sistematicamente oscurato da un’informazione che deforma la realtà e fa vedere nel migrante il nemico. L’immagine di moltitudini di migranti che arrivano a sorpresa sull’isola per assaltarla è falsa (è falsa e fuorviante la parola “sbarchi”, che dovrebbe essere sostituita da “soccorsi”), così come i numeri che sono stati dati qualche anno fa in coincidenza con gli eventi della primavera araba, per giustificare la politica dei respingimenti. Sono cose che a Lampedusa si sanno da sempre, così come da sempre è prevalsa, sulle paure create artificialmente, la cultura dell’ospitalità e della solidarietà.
Oggi Lampedusa è candidata al Nobel per la pace. Onorata, a nome della cittadinanza, Giusi Nicolini ha risposto a questa candidatura dicendo che prima occorre ottenere alcune cose di cui l’isola ha bisogno per meritare davvero questo alto riconoscimento: cambiare la legge Bossi-Fini e abolire alcune norme del pacchetto Maroni che oltre a essere odiose per i migranti condizionano negativamente e pesantemente i luoghi in cui arrivano.
(da “Girodivite”, 22 agosto 2013)
di Beppe Severgnini
Ero a Madonna di Campiglio e li ho incrociati. Professionisti di mezza età con redditi da adulti e vezzi da giovani: un’auto veloce, un’attenta trasandatezza nei vestiti, le salite in bici come nuova sfida, il calcio o il tennis praticati con agonistica serietà, i risultati esibiti come prove di gioventù residua. Chiacchiere notturne di amori e viaggi. L’estate come stagione speciale, un catalogo di possibilità tra città vuote e spiagge piene; e la montagna dell’infanzia, dove tornare da vincitori.
Non ho incontrato Vittorio Ciccolini con Lucia Bellucci, ma avrei potuto. A Campiglio come in tante località turistiche italiane, belle e borghesi.
Una coppia italiana in rotta verso un ristorante: lei, estetista, sorridente sotto tanti capelli; lui, avvocato, concentrato come il protagonista di un telefilm. Finito male, purtroppo: Vittorio, veronese di 45 anni, ha ucciso Lucia, pesarese di 31 anni. L’ha strangolata, l’ha accoltellata, ha cercato di metterne il corpo nel bagagliaio della Bmw cabrio, non c’è riuscito e ha guidato col cadavere a fianco fino a Verona. Poi ha chiuso macchina e vittima nel garage della madre. Arrestato, ha confessato: «Ho fatto una cavolata». Chiamala cavolata.
La sociologia dell’orrore è rovesciata: i mostri non sono semplificazioni lombrosiane, personaggi abbruttiti e abitualmente violenti. Molti studiano, lavorano, guadagnano, si vestono bene. Tra di noi ci sono uomini tragici e pericolosi mascherati da persone prevedibili; e li riconosciamo quando è tardi.
Noi maschi dovremmo occuparci di più del femmicidio: parlarne, scriverne, domandare, provare a capire. Anche a costo di dire e scrivere leggerezze. È invece un dramma confinato in un universo femminile: ne parlano le donne, ne scrivono le donne, le fotografie sono quasi sempre delle vittime e non dei carnefici. È come se noi uomini volessimo prendere le distanze da qualcosa che non capiamo e di cui abbiamo paura.
Ha ragione Giulia Bongiorno, che suggerisce di evitare “l’ultimo incontro” che spesso il maschio ossessivo pretende: perché potrebbe diventare l’ultimo per davvero. Intervistata da Giulia Dedionigi su Corriere.it, l’avvocato penalista annuncia che assisterà i famigliari della ragazza uccisa a Campiglio. E consiglia alle donne di non minimizzare, di interpretare i segnali in modo razionale:
«un approccio pressante non è più corteggiamento, ma un’indicazione che qualcosa comincia a non andare».
L’avvocato Bongiorno ha ragione: ma non è facile.
Sul sito dello Studio Legale Corcioni di Verona, dove l’omicida lavorava, una biografia esemplare nella sua normalità. «Vittorio Ciccolini – Nato a Verona il 20 luglio 1968, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Modena il 4 marzo 1997 con la votazione di 110/110, titolo della tesi Problemi in tema di colpevolezza. Ha superato l’esame di Stato presso la Corte d’Appello di Venezia. È iscritto all’Albo degli Avvocati di Verona e alla Camera Penale Veronese. Si occupa di affari penali, anche in qualità di difensore d’ufficio, ed è costantemente impegnato in vari approfondimenti della materia. Sue passioni, oltre il diritto, sono la lettura di testi filosofici del Maestro di Königsberg (der bestirnte Himmel über mir und das moralische Gesetz in mir), la pratica del tennis a buon livello, dello sci e la ricerca di funghi (stagione permettendo, Boletus edulis e Cantharellus cibarius)».
Filosofia e micologia. Kant e funghi. Sci e tennis. Codici e processi. E poi, una sera d’agosto del 2013, un giro in Val Rendena, simile a tanti altri. Raccontano i camerieri della locanda “Mezzosoldo” di Pinzolo al cronista dell’Adige: «Hanno mangiato tagliata con verdure e bevuto due bottiglie di Marzemino, lui assecondava in tutto le richieste di lei e poi andava continuamente in bagno». Sono usciti dal locale e hanno parlato a lungo nel parcheggio. Poi sono partiti. Il finale, purtroppo, lo sappiamo.
È in questa normalità che noi maschi dobbiamo scavare. 762 donne uccise dal 2009: una ogni tre giorni. Non chiamiamoli “omicidi passionali”: la passione non c’entra. Non chiamiamoli raptus: sono atti spesso prevedibili e talvolta preparati. Sono azioni covate tra ossessione, orgoglio ed egoismo, che sfociano in un epilogo orrendamente semplice. «Ogni delinquente va soggetto, nel momento del delitto, a una specie di prostrazione della volontà e della ragione, alle quali subentra invece una puerile, fenomenale leggerezza…».
Vi sembra eccessivo ricorrere a Fedor Dostoevskij per cercare di capire un avvocato di Verona che in una notte d’estate uccide e si distrugge? Non lo è. I démoni purtroppo sono tra noi, e dentro di noi.
twitter @beppesevergnini
di Daniela Ranieri
La tragedia del quattordicenne che si è ucciso perché emarginato in quanto gay ha prodotto uno choc. Come tutti gli choc, anche questo non dà quasi tempo di pensare: il coro si alza unanime: bisogna fare una legge perché non accada più. Il meccanismo basato su fatto di cronaca-legge è una finta soluzione, il cui perno non è l`eliminazione definitiva del danno ma l`occultamento temporaneo delle sue ragioni, una specie di reazione igienica che somiglia alla rimozione, istantanea e emotiva. In questo esorcismo di massa, si ignora volutamente che una legge che estenda all`omofobia e alla transfobia l`art. 3 della legge Mancino, che prevede un`aggravante della pena per i reati commessi sulla base di “discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”, è auspicabile a prescindere dal gesto insopportabile e toccante di un adolescente che capitola di fronte alla derisione e alla violenza dei coetanei, a loro volta epitomi, vittime e mezzi di trasmissione dei valori di una società intera.
La cultura del rispetto passa per un`educazione civica sui temi etici che dovrebbe impegnare la politica più in profondità che non con una legge nuova o l`aggiunta di due parole a una vecchia: come per la questione del cosiddetto femminicidio, che si tenta ipocritamente di sterilizzare, passa per la formazione, che in un Paese in cui la retorica del fare ha preso il sopravvento sulla pratica del pensare e in cui le scuole vengono sempre più aziendizzate non può permettersi di veicolare l`idea che diritti e doveri fanno parte di un`educazione alla bellezza e alla felicità; che ladreria e furbizia non pagano e anzi sono punite; che la prepotenza non fa diventare potenti, o ministri; che linguaggio e azioni sono porzioni contigue del diritto di tutti di vivere in una società.
Possibile che si accetti di considerare come uniche le due alternative: quelli che vogliono punire per legge chi si dichiara
contro i matrimoni gay, e quelli che la legge non la vogliono per continuare a chiamare i gay “froci”? Possibile che si sia ancora al punto per cui il diritto di disporre della propria persona sia bloccato dalla moratoria di una parte politica che teme di perdere il consenso del suo elettorato più gretto, limitato e meschino (magari lo stesso a cui oggi scappa una lacrimuccia e invoca una pena)? Non è fuori di dubbio, benché sia comodo, credere che la derisione dei bulli, il sorrisetto maligno, la mossa dell`indice all`orecchio, possano costituire istigazioni a commettere reati contro chi ne è oggetto, o al suo suicidio. Non rientrano tutti questi casi nell`universo del buon senso per cui non bisogna molestare la gente?
E giusto che si cominci a chiamare tutte le forme di violenza e di offesa, anche le più subdole, col loro nome di reato, e che chi ne è oggetto possa fare appello alla legge che lo regola; ma è il caso di diffidare del desiderio di punizione sorto a caldo, che non è quasi mai un sintomo affidabile di progresso.
Immaginare che quei ragazzini che deridevano il povero ragazzo subiscano un castigo esemplare è solo uno sfogo, che è più contiguo al moralismo di quanto si pensi, e pertiene a quella sfera del politically correct che è solo un velo linguistico che occulta e irrigidisce ogni ragionamento.
Non si riflette che quando un adolescente arriva a togliersi la vita perché gay, è perché nei contesti in cui vive non è riuscito a immaginare nessun futuro possibile per lui o lei anche in quanto persona gay. Né sull`effetto devastante non
solo del mancato diritto (alle unioni tra persone dello stesso sesso, ad esempio), ma anche del doppio vincolo per cui la società, magari con una legge instantanea, stabilisce che sei sì uguale agli altri, ma quello che tu definisci amore non è amore, e necessita di un brevetto, di una deroga, di una concessione, disconfermando la tua stessa percezione del mondo. “Nel frattempo si spera che altri gay non si ammazzino”, dice fondatamente Natalia Aspesi su Repubblica. Appunto: facciamo in modo che il progresso non finisca per essere un processo schizofrenico di stimoli di morte e risposte di parole.
(Il fatto quotidiano – 13 agosto 2013)
di Clotilde Bertoni
Ce ne sono, lo sappiamo, di classici intramontabili, trasversali a gusti diversi, eternamente sotto i riflettori. Ma pochi casi sono eclatanti come l’opera di Jane Austen: così legata al suo tempo eppure di moda più che mai, oggetto di citazioni, trasposizioni, riecheggiamenti, ben installata nel canone ma continuamente trascinata nel kitsch da una mastodontica fanfiction che include adattamenti per ragazzi, sequels melensi, parodie brillanti (il primo Bridget Jones fa chiaramente il verso a Orgoglio e pregiudizio ), riscritture in chiave horror o noir pullulanti di zombie e delitti. La forza di quest’opera, del resto, sta proprio nella capacità di resistere agli snaturamenti, di superare in attualità le attualizzazioni, di oltrepassare se stessa: le sue trame catturano non solo con l’incanto sempreverde delle crinoline, delle uniformi, dei viaggi in carrozza e delle feste da ballo, ma anche con una rappresentazione delle trappole della socialità e delle contraddizioni dei sentimenti che valica ampiamente i limiti d’epoca; le sue conclusive immagini di conciliazione armonica tra le classi e di giudizioso appagamento dei desideri sono implicitamente incrinate dalle precedenti, problematiche messinscene del richiamo degli interessi, della tendenza alla manipolazione, della difficoltà di conoscere gli altri e se stessi; la voce narrante che si premura di rassicurare i lettori, seguita sornionamente a provocarli . Una provocazione che si fa al tempo stesso più nascosta e più affilata nel terzo romanzo pubblicato dalla scrittrice, Mansfield Park , ora riproposto da Einaudi in una nuova edizione (traduzione di Luca Lamberti, introduzione di Roberto Bertinetti, pp. XX-486, euro 12,00): uno dei suoi libri più interessanti e meno popolari (sebbene abbia avuto la sua dose di rifacimenti e di versioni per il grande e piccolo schermo); come Bertinetti ricorda, quello che più ha spaccato la critica, quello che lascia aperti più interrogativi. Come gli altri, si incentra su un microcosmo circoscritto, ma, anziché ruotare intorno a una singola protagonista, segue un’orchestrazione più corale, frantumata in svariati punti di vista; come gli altri, racconta il passaggio da uno scompiglio temporaneo a un nuovo equilibrio, ma rendendolo particolarmente ambiguo. Il microcosmo stavolta è quello dei Bertram, una famiglia dell’aristocrazia fondiaria che comprende un padre severo, Sir Thomas, una madre indolente, una zia detestabile, due figlie ambiziose, Maria e Julia, un figlio maggiore scavezzacollo, Tom, e uno cadetto irreprensibile, Edmund, e infine una nipote povera grata e obbediente, Fanny; e a questo nucleo si aggiungono, al principio della storia, due affascinanti e anticonvenzionali vicini di casa, i fratelli Henry e Mary Crawford. Una costellazione di caratteri fin troppo classica, che però dà vita a un incastro di rapporti sempre più complesso: la prolungata libertà di cui i giovani godono grazie a un’assenza di Sir Thomas – che va a Antigua per occuparsi di un suo possedimento in crisi – innesca una girandola di corteggiamenti, innamoramenti e rivalità, che è favorita dall’allestimento di una pièce teatrale (tipica valvola di sfogo di emozioni latenti o inconfessate), e che poi – provvisoriamente interrotta ma in effetti complicata dal ritorno del capofamiglia – precipita in un crescendo di rotture e scandali di un’audacia per Austen molto insolita (c’è anche una fuga dal tetto coniugale). Pure qui, però, l’ordine si ricompone e nel modo più categorico: l’autorità di Sir Thomas è ristabilita, i personaggi a essa sottomessi sono ricompensati, la morale e le gerarchie tradizionali sembrano trionfare. Il romanzo può quindi apparire (e a molti è apparso) una testimonianza ulteriore della prudenza e del conservatorismo dell’autrice, per giunta più marcata delle altre. Perché, come ha notato uno dei suoi interpreti più famosi, Edward Said, lo svolgimento raccolto dell’intreccio sottende vaste e inquietanti implicazioni storico-geografiche: il potere che Sir Thomas esercita nella tenuta di campagna che dà il titolo al libro, ha un puntello, appena adombrato ma basilare, in quello che rinsalda nel possedimento di Antigua, piantagione mandata avanti da schiavi; la supremazia domestica del pater familias riflette la supremazia imperiale dell’Inghilterra. A ben guardare, però, questa sottoscrizione delle logiche egemoniche (e del loro sottofondo colonialista) non è così energica né così limpida. Innanzitutto, è sostenuta da istanze scarsamente convincenti: l’autorità di Sir Thomas, reazionaria quanto fragile (incapace di affrontare le deviazioni dei figli); il rigido conformismo di Edmund; e l’inscalfibile virtù – consistente soprattutto in cocciuto attaccamento ai principi appresi – di Fanny, eroina positiva giudicata da più critici (Kingsley Amis, ad esempio) francamente detestabile, ricalcata su celebri prototipi (da Cenerentola alla Pamela di Richardson) ma priva della loro amabilità. Inoltre, se le metamorfosi incalzanti del costume e le altrettanto incalzanti pressioni dei sentimenti sono in conclusione represse o sconfitte, vengono messe in toccante risalto da diverse linee del racconto: la vicenda di Henry, come il Valmont delle Relazioni pericolose seduttore sedotto, che si innamora contro le sue stesse aspettative di Fanny; la raffigurazione ellittica ma intensa, fluttuante tra empatia e severità, dell’adulterio commesso da Maria, mosso da una passione doppiamente frustrata, sanzionata dal contesto e non veramente corrisposta; e la caratterizzazione di Mary, incarnazione dell’indipendenza di spirito secondo Sir Thomas nelle ragazze «sgradevole e ripugnante più di ogni altro difetto», consorella più disinibita dell’Elizabeth di Orgoglio e pregiudizio , definita da Virginia Woolf miscuglio di bene e male, schiettamente attenta al suo futuro economico, ma anche sensibile e generosa, legata a Edmund da un amore reciproco ma miniato da una totale divergenza di vedute – di tutte le scissioni tra ragione e sentimento concepite dall’autrice, la più lancinante e insanabile. Le tensioni aperte dalla trama sono chiuse nel finale con una sbrigatività non casuale o maldestra, ma probabilmente voluta. La celebrazione dell’ordine ripristinato è così veloce da sembrare un tributo obbligato, espressione, più che di condivisione autentica, di un rispetto persistente ma intriso di disagio. E d’altra parte, lo scarso spazio concesso alla sorte dei personaggi trasgressivi è significativamente evidenziato («Lasciamo che siano altre penne a indugiare su colpe e mestizie»): quasi a sottolineare da un lato la propria impossibilità di addentrarsi nelle dinamiche della ribellione e di opporsi radicalmente ai valori ufficiali, dall’altro la propria refrattarietà alle tinte accese e ai toni melodrammatici. Qui Austen disegna contrasti più estremi del solito tra la pervicacia del vecchio e l’insorgenza del nuovo, e tra i freni del buonsenso e l’indocilità delle passioni; mai però attraverso la chiarezza della polemica o l’incandescenza del pathos, bensì sempre mediante la sua tanto elogiata (ma a volte non valorizzata abbastanza) art of allusion , la furtiva ironia battezzata da Nabokov (proprio all’interno di una lettura, peraltro piuttosto riduttiva, di Mansfield Park ) la sua «fossetta speciale». Un’ironia che qui si fa insieme più impalpabile e più acuminata, e perciò più sollecitante; che invita a passare dalla lettura alla rilettura, e a dilatare il godimento del testo in prolungato affondo nei suoi sensi impliciti.
(il Manifesto, 10 agosto 2013)
Incontro al Circolo della rosa il 6 luglio 2013
Caro Vescovo di Roma, se una donna si sente chiamata da Dio al sacerdozio, chi sei tu per giudicare?
Incontro al Circolo della rosa il 6 luglio 2013
