Questo è il link del Milano Film Festival con i premiati della diciottesima edizione:
http://www.milanofilmfestival.it/box.php?id=981
Incetta di premi per le donne:
Concorso Lungometraggi
Menzione Speciale a
MIRAGE A LʼITALIENNE di Alessandra Celesia / Francia / 2013 / 90ʼ 
che vince anche il  Premio Aprile  (attribuito dal comitato di selezione al film che meglio rappresenta lo spirito del festival) come  Miglior Film

Premio del Pubblico – Lungometraggio
GRZELI NATELI DGEEBI (IN BLOOM) di Nana Ekvtimishvili, Simon Groß / Georgia, Germania, Francia / 2013 / 102ʼ
che vince anche il  Premio della Giuria degli Studenti

Premio Staff Milano Film Festival

(ex aequo  con  DENTRO di Emiliano Rocha Minter / Messico / HD / 2012 / 13ʼ  )
QUELQUʼUN DʼEXTRAORDINAIRE di Monia Chokri / Canada / 2013 / 16mm / 29ʼ


Concorso Cortometraggi
Menzione Speciale a
CHIGGER ALE (HERE COME THE PROBLEMS) di Fanta Ananas / Etiopia, Spagna / 2013 / HD / 11ʼ 

 

Sporcatevi le mani. Basta che siate donne: alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma il progetto relazionale di Francesca Montinaro. Ancora due giorni di “casting”…

Francesca Montinaro - Ritratto continuo mod. 3.375.020.000

3.375.020.000. È numero approssimativo di donne nel mondo. Ed è anche parte del titolo del progetto che l’artista Francesca Montinaro sta sviluppando alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, e che sarà finalizzato per 2 mesi dal prossimo ottobre. Ritratto continuo, e proprio di ritratti femminili si tratta: “Ritraggo la donna in maniera originale e priva di artifici”, spiega l’artista, “usando il mezzo del ritratto video, come uno spettacolo rituale muto, lento, ipnotico”.
E chi sono le protagoniste? “Scrittrici, giornaliste, scienziate, la stessa direttrice del museo Maria Vittoria Marini Clarelli, insieme a donne comuni e suore”. E anche chi sta leggendo questa news, se lo desidera: Montinaro effettua le riprese fino al 22 settembre, e lancia una public call per trovare soggetti. “Al centro del mio esame è il ruolo della Donna. Chiedo ad ognuna di Voi di sporcarsi le mani  usandole come mezzo di comunicazione, scrivendoci sopra frasi brevi ed universali sul proprio ruolo, lanciate a generazioni future. La partecipazione richiede pochi minuti”. Nelle immagini, si può capire meglio il senso del progetto: per chi fosse interessata, basta farsi viva alla GNAM…

newsletter DOMANDE n. 77 – 10 settembre 2013

In Inghilterra si stanno sperimentando le free-school, in America le charter-school, scuole interamente pagate dallo Stato, ma gestite autonomamente da privati (presidi, gruppi di professori, comitati di genitori, ong, ecc.).

Andrea Ichino propone di sperimentarle anche in Italia.

Per leggere l’intervista: http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2331

Un esempio dall’Inghilterra: alla West London si insegna il latino, si fa musica e la disciplina è ferrea… Intervista a Thomas Packer.

http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2255

L’esperimento inglese: 118 nuove scuole autonome, tutte diverse

http://redazioneunacitta.wordpress.com/2013/08/28/lesperimento-inglese-118-nuove-scuole-statali-tutte-diverse/

E’ uscito il n. 205 di Una città. Per leggere il sommario:

http://www.unacitta.it/newsite/sommari.asp?anno=2013&numero=205

Rassegna d’Arte al femminile

Da tempo donne italiane croate e slovene lavorano insieme per andare oltre quelle conflittualità “che guardano ancora spesso alle divisioni di un passato lontano che fu delle nostre  madri e nonne. Vogliamo essere “cittadine” del mondo, rispettose dei diritti di tutte e di tutti.” E hanno individuato nella rappresentazione artistica un linguaggio “universale” capace di superare i confini e di raccontare una visione comprensibile immediatamente. Quasi un approccio fisico, attraverso le opere, al pensiero di donne. (Ester Pacor)

 

Quest’anno, in occasione dell’entrata della Repubblica di Croazia nell’Unione Europea, la Rassegna d’Arte al femminile, giunta alla seconda edizione, si terrà dal 10 al 20 ottobre a Parenzo in Croazia.

 

LA RASSEGNA E’ ORGANIZZATA DALLE ASSOCIAZIONI: Žene Europe – Donne d’Europa – Ženske Evrope – Women of Europe; UDI “il caffè delle donne”Trieste; ArteVita DE Gente Adriatica FVG; Laboratorio Donnae, Roma; Eleonora Pimentel Lopez de Leon di Napoli; Stazione Rogers; l’Associazione Društvo POEM, Koper;

 

CON il Comune di Parenzo, la Comunità degli Italiani, l’Università Popolare di Parenzo e in collaborazione con Intramoenia di Udine, Trieste Film festival, Gruppo 78, Maremetraggio, Circolo Fotografico Triestino, SPaesati, Roiano per tutti di Trieste.

 

PROGRAMMA 

 

Giovedì 10 ottobre 2013 ore 18:00 Sala della Dieta istriana Matka Laginje 6, Poreč – Parenzo apertura e saluti:

 

Štifanić Dobrilović, vice sindaco di Parenzo; Viviana Benussi Vice Presidente della Regione Istriana; Graziano Musizza, Comunità degli Italiani di Parenz; Sanja Radetić Factorić, direttrice dell’Università Popolare di Parenzo.

 

ore 18,15 Strumentisti della Scuola di musica italiana dell’Università Popolare di Parenzo

 

ore 18,30 inaugurazione della mostra Art Watchings “èvoluta” con le opere di:  Alice Zen, Amina Konate Visintin, Anita Silva, Anna Savron, Banafshef Rahmani, Bruna Daus, Elena Clelia Budai, Fulvia Zudich, Gigetta Tamaro, Graziella Valeria Rota, Jelena Kovacic, Julijana Božič, Lilia Batel, Marilena Bordin, Marina Battistella, Monica Kirchmayr, Nada Moretto, Nadia Blarasin, Maria Rosaria Rubulotta, Mirta Kokalj, Pina Nuzzo, Roberta Basile, Sabrina Morena.  Con i video di: Lucia Flego, Melita Richter, Rina Rossetto.

 

ore 19,00 Art Book: Graziella Valeria Rota, “Espansioni” 2012 ed. TT e “Tre mondi un sentiero”, ed. Poem 2013; Valentina Colli, “Viola” Romanzo breve-ed. Armando Siciliano 2013; Nicoletta Nuzzo,  “Grembo” Poesie -ed. Rupe Mutevole 2012.

 

PROGRAMMA COMPLETO

 

INFO

 

Žene Europe – Donne d’Europa – Ženske Evrope – Women of Europe, Ines Dojkić: ines.dojkic@civilnodrustvo-istra.hr

 

Dal 4 al 27 ottobre 2013, all’Ex Refettorio del Complesso San Paolo con  Sede in Via Boccaleone 19, Ferrara 44100 , sarà presentata la mostra NOW! Giovani Artiste Italiane, organizzata dall’UDI Ferrara e dal Comitato Biennale Donna. Inserita nel progetto “Dentro le Mura”, la collettiva presenta i lavori di quattro artiste italiane under 35 – Ludovica Carbotta, Silvia Giambrone, Laurina Paperina, Elisa Strinna – ed è curata da Lola G. Bonora e Silvia Cirelli. Proseguendo l’ormai consolidato compito di promuovere le voci femminili della scena contemporanea, il Comitato Biennale Donna questa volta esplora le eccellenze della giovane arte nostrana, esaltandone la versatilità sia espressiva che linguistica e indagandone le peculiarità tematiche. In un momento storico e sociale in cui la giovane creatività fatica a emergere e ad avere la giusta visibilità, la mostra NOW! vuole confermare quanto sia vivace e talentuoso il panorama artistico italiano, incubatore di dinamiche presenze che hanno saputo sviluppare percorsi artistici di risonanza non solo nazionale ma anche internazionale. Lontana dal tentativo di definire una specificità generazionale e tanto meno di genere, l’esposizione non vuole circoscrivere la dimensione estetica dell’arte emergente, quanto, al contrario, valorizzarne le differenze nell’approccio linguistico e nella grammatica stilistica, allo scopo di stimolare riflessioni sulla multiforme contemporaneità italiana.

La fondazione Lella Golfo della fondazione Bellisario: «L’organizzazione del lavoro è tipicamente maschile»I numeri Sono 10.231 le nuove imprese «rosa» rispetto al 2012: rappresentano quasi i tre quarti del totaleDiecimila aziende in un anno. A Londra fenomeno «mumpreneurs»
di Elvira Serra

Sono il fattore D della ripresa economica. Le donne imprenditrici stanno aumentando a un passo triplo rispetto agli uomini. E se non si riesce ancora a quantificarne l’incidenza sul Pil, tutti assicurano che la ripresa passa anche da lì. In Italia e all’estero. In Inghilterra è di due giorni fa la notizia, uscita sul Sunday Times, che le mumpreneurs, le mamme che si sono messe in proprio dopo la nascita dei figli, hanno dato una spinta al rilancio economico. Ed è significativo che siano donne il 63 per cento di chi frequenta i corsi di StartUp Britain, la campagna del governo per neoimprenditori. «Il segreto sta nella creatività abbinata alla flessibilità» aveva spiegato in un’intervista alla 27esima Ora l’autrice di The End of Men, Hanna Rosin.Da noi questa creatività si è espressa con oltre diecimila imprese «rosa» in un anno. Unioncamere ha calcolato che in dodici mesi, da marzo 2012 al marzo successivo, le imprese femminili sono arrivate a un milione 424.798, pari al 23,5% del totale. Le 10.231 unità in più rappresentano quasi i tre quarti di tutto il saldo delle nuove imprese (+13.762). Questi, però, non sono numeri fissi: si portano dietro più posti di lavoro, più reddito, più consumi.«Nella mia esperienza ho potuto notare che dopo la prima maternità una mamma su tre abbandona il lavoro; dopo la seconda, due su tre» racconta Patrizia Eremita, 48 anni, un figlio di sei, responsabile e fondatrice di mammaelavoro.it, società che offre servizi alle donne che cercano lavoro o che vorrebbero aprire un’attività in proprio. Fino al 2010 lei era manager in un istituto bancario inglese, si è ritirata un anno dopo essere rientrata al lavoro dopo la nascita del bambino. «Viaggiavo spesso, il mio ruolo chiedeva una importante disponibilità di tempo. Così mi sono lanciata sul progetto del sito, il primo anno in sordina, poi a tempo pieno. Il vantaggio è che ora riesco a conciliare la vita professionale con quella familiare».Neppure Sabrina Tassari, 42 anni e tre figli, riusciva più a star dietro al suo incarico di assistente di direzione. «La mia disponibilità doveva essere 24/7 (ventiquattr’ore per sette giorni, ndr). È andata bene per la prima gravidanza, dopo è diventato troppo difficile». Così ha dedicato il 2009 al «quarto figlio», il progetto di una «grotta di sale» a Milano, Halosal, un posto dove igienizzare le vie respiratorie. «E da un anno finalmente lavora con me un’altra persona e ci dividiamo tra mattina e pomeriggio. Oltretutto questa attività è perfetta con il calendario scolastico e l’estate riesco a seguire i bambini come voglio».Mettersi in proprio rappresenta spesso l’unica soluzione per inseguire le proprie ambizioni professionali e soddisfare il legittimo desiderio di maternità. «Ormai è un fatto che le imprenditrici aumentino a tassi molto superiori rispetto a quelli maschili e che abbiano retto meglio la crisi. Molte di loro all’arrivo di un figlio preferiscono lasciare tutto piuttosto che essere mortificate nelle legittime aspirazioni. Perché l’organizzazione del lavoro è tipicamente maschile» interviene Lella Golfo, promotrice con Alessia Mosca della legge sulle quote di genere in Italia. E cita storie di mamme e imprenditrici, alcune delle quali premiate dalla Fondazione Marisa Bellisario, che lei ha fondato e di cui è presidente. Spiega: «Penso a Sara Roversi, bolognese, due figli, che ha fondato con il marito You Can Group Srl, incubatrice di progetti finora vincenti; oppure a Marzia Camarda, che nel 2005 ha creato con due socie Verba Volant, società di servizi per l’editoria tutta al femminile. Anche lei ha un figlio».Paola Profeta, docente alla Bocconi ed esperta di economia di genere, spiega che non sappiano ancora quante delle nuove imprenditrici siano arrivate sul mercato dopo aver perso il lavoro, dopo essersi licenziate o dopo che il marito è rimasto disoccupato. «L’Italia deteneva il record europeo delle famiglie monoreddito. Adesso non se lo può più permettere. Il loro ingresso comunque fa bene all’economia e contribuisce a rilanciarla».Questa centralità economica delle donne è certamente di buon auspicio. Tuttavia Simona Cuomo, coordinatrice dell’Osservatorio sul Diversity Management, invita a non perdere di vista un punto: «Questa è una strada per uscire dalla crisi. Ma non dimentichiamoci che il vero tema è la giustizia organizzativa. Purtroppo la maternità resta un nodo critico nello sviluppo delle carriere: le barriere invisibili restano il maggiore ostacolo».

(Corriere della Sera – 17 settembre 2013)

di Serena Fuart

Ci sono davvero molti modi originali e creativi di fare politica. Uno per esempio l’ho scoperto questa primavera ed è fare politica andando in bici.

Vorrei raccontare la mia esperienza all’iniziativa Dike on bike, ovvero lesbiche in bici, promossa da ArciLesbica Il Riparo Padova e ArciLesbica Treviso in collaborazione con il Comitato Vicenza Pride e l’Associazione Pianeta Cuore, che ha avuto luogo il 14 e il 15 giugno.

Ho partecipato a questa esperienza con molta curiosità e sono rimasta davvero entusiasta di questa originale invenzione di fare politica.

L’iniziativa prevedeva due giorni in bici. Ogni bicicletta portava un cartello con scritto Dike on bike nella parte anteriore. Tutte le partecipanti inoltre indossavano una maglietta viola con la stessa scritta. Un modo per rendersi visibili e dire al mondo “ci siamo”. Il percorso partiva venerdì da Treviso per arrivare a Padova in serata (62 km). Si pernottava lì e il giorno successivo si pedalava da Padova a Vicenza (48 km) con arrivo al Gay Pride che aveva luogo il 15 giugno, sabato pomeriggio.

I percorsi non erano su piste ciclabili ma su strade provinciali in modo che più persone possibile potessero vederci. Univamo il piacere della bici, del pedalare, del fare sport, a una causa politica molto importante per Arcilesbica che è la visibilità. Inoltre avevamo la possibilità di conoscerci e intrecciare nuove relazioni in quanto le partecipanti provenivano da città diverse del nord Italia.

Ma il tutto non solo per la visibilità.  In quel periodo un’esponente della Lega Nord, una donna, aveva fatto delle dichiarazioni sessiste e razziste nei confronti della ministra Kyenge. Mentre eravamo in una delle nostre soste alcune donne di Arcilesbica ragionavano su una risposta da dare a tali affermazioni. Ebbene l’ispirazione non è arrivata durante la sosta ma nel corso della successiva pedalata. Infatti, fermate di nuovo, una di noi comunicò quello che aveva pensato: un comunicato stampa in cui, oltre a rispondere a tono alla leghista, si dedicava il nostro Pride alla ministra Kyenge. Pedalare quindi è stata fonte di ispirazione!

L’iniziativa di Arcilesbica è stata per me illuminante perché è la dimostrazione di un modo originale e creativo di fare politica.

Quattro artiste italiane under 35 – Ludovica Carbotta, Silvia Giambrone, Laurina Paperina, Elisa Strinna – in mostra all’ex Refettorio del Complesso San Paolo di Ferrara. La mostra inizia il 4 ottobre, intanto noi abbiamo fatto loro quattro domande. Per iniziare il confronto.

Now! porta in scena quattro giovani artiste. Anche se non è obiettivo della mostra fare delle specificità di genere, trovo interessante il fatto che uno spazio espositivo possa essere terreno laborioso di condivisione e confronto tra giovani donne. Una sorta di gineceo 2.0, in cui si fa e si diffonde arte, in piena libertà. Come avete vissuto questa esperienza al femminile?
Elisa Strinna: Riconosco che, nella storia della nostra cultura, il genere maschile è stato protagonista indiscusso, relegando le donne nei ginecei. Più che con una questione di genere, credo queste operazioni abbiano a che fare con una questione di potere. Confrontarsi tra donne oggi può dare l’occasione di mettere in relazione l’apporto specifico di genere con un discorso culturale più ampio.
Laurina Paperina: Ho voluto partecipare a questo progetto perché penso sia importante confrontarsi in continuazione, sia con nuovi spazi che con artisti e curatori; dal mio punto di vista, penso che la mostra possa essere interessante perché dà spazio a quattro artiste con linguaggi espressivi completamente diversi fra loro.
Ludovica Carbotta: Per ora la possibilità di condivisione e confronto rimane solo sulla carta; si tratta, credo, più che altro di una scelta, una visione curatoriale.
Il confronto su quelle che possono essere affinità e differenze intorno al nostro lavoro è stato argomento di ricerca delle curatrici. Quindi direi che sto vivendo quest’esperienza con curiosità, aspettando di vedere e conoscere meglio le ricerche delle mie colleghe.
Silvia Giambrone: Non ho ancora esattamente compreso cosa significhi l’aggettivo ‘femminile’. Sono sempre stata diffidente, e lo sono ancora, rispetto all’idea di mascolinità e femminilità. Non credo sia qualcosa che rappresenti il genere né che ne venga rappresentato. Credo che rinegoziare ogni volta parole come queste possa produrre cambiamenti radicali nella cultura, cambiamenti che la cultura stessa chiede.               Avete più o meno la stessa età, siete tutte nate nei primissimi Anni Ottanta. C’è stato un fatto storico, culturale o sociale, oppure una personalità che ha maggiormente influenzato il vostro percorso artistico?
Elisa Strinna: Essendo nata nei primi Anni Ottanta, la mia crescita è coincisa con una trasformazione culturale che identifico nel passaggio dal pensiero “attivo” della controcultura al pensiero “liquido” postmoderno. Forse questa vicinanza a un tempo che ha segnato svolte epocali mi ha portata a non riuscire mai a identificarmi completamente nell’epoca che stiamo vivendo. Sono più orientata a stabilire relazioni con epoche e culture che mi stimolano, coltivando un pensiero trasversale, che a vivere nell’ossessione della contemporaneità.
Laurina Paperina: Sicuramente la nascita di Internet.
Ludovica Carbotta: Ci sono stati diversi fatti storici che mi hanno colpito e influenzato: l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 è forse il ricordo più vivido e spaventoso, ricordo qualche sensazione relativa al disastro di Cernobyl, ricordo molto bene la serie di blackout nei primi Anni Zero. Un aspetto molto importante è anche il fatto che il filtro da cui si apprendevano notizie e avvenimenti era molto spesso la televisione, i ricordi dunque si visualizzano in termini di immagini e se ne fa nuova esperienza ogni volta che si rivedono quelle immagini.
Silvia Giambrone: Mai avuto eroi né antieroi. Nel corso della mia vita ho amato ascoltare alcune voci più flebili, quelle coperte da voci più forti, come quelle della poesia, che mi hanno resa sensibile a ciò che risuona proprio perché non viene mai detto esplicitamente. Per quel che riguarda l’arte e la vita, devo molto a Carla Lonzi, la filosofa e storica dell’arte femminista morta nel 1982, che ho trovato solo pochi anni fa. Posso dire che averla incontrata ha aperto nuove strade alla mia vita e al mio lavoro; ho trovato in Sputiamo su Hegel nuovi paradigmi che non mi hanno più abbandonata.La mostra mette in evidenza la vostra capacità di utilizzare differenti linguaggi artistici. Come avviene la scelta del medium e come incide sul risultato?
Elisa Strinna: Parte del mio lavoro è incentrata sul desiderio di indagare linguaggi diversi e come questi agiscano sulla nostra percezione. Ma il medium nel mio caso resta sempre strettamente correlato all’idea. La prassi genera intuizioni, nello stesso tempo credo che ogni idea, ogni percezione abbia un medium privilegiato attraverso cui manifestarsi. Cercare di avvicinarmi il più possibile a tale forma, è intrinseco al mio modo di operare.

La mostra mette in evidenza la vostra capacità di utilizzare differenti linguaggi artistici. Come avviene la scelta del medium e come incide sul risultato?
Elisa Strinna: Parte del mio lavoro è incentrata sul desiderio di indagare linguaggi diversi e come questi agiscano sulla nostra percezione. Ma il medium nel mio caso resta sempre strettamente correlato all’idea. La prassi genera intuizioni, nello stesso tempo credo che ogni idea, ogni percezione abbia un medium privilegiato attraverso cui manifestarsi. Cercare di avvicinarmi il più possibile a tale forma, è intrinseco al mio modo di operare.
Laurina Paperina: Tutto nasce dal disegno, che poi si trasforma in pittura, installazione o in videoanimazione.
Ludovica Carbotta: La scelta del medium riveste la stessa importanza dell’esperienza diretta, si tratta di una scelta di linguaggio che implica una fascinazione e una fiducia verso il mezzo stesso.
Per dare materialità a un’ esperienza e cercare di definirla in una forma conclusa, mi piace considerare ogni lavoro come indipendente. La scultura, il video, la foto assumono quindi l’eredità dell’esperienza, custodendone le forze fisiche e nascondendo talvolta gli aspetti più emotivi e immateriali legati alla temporalità dell’esperienza stessa. La forma finita in questo modo supera l’esperienza, la sorpassa e la definisce con la sua fisicità.
Silvia Giambrone: Più che esplorare un singolo linguaggio, quello che mi interessa maggiormente è cercare la traduzione più consona al mio sentire, a ciò che non potrei tradurre diversamente. Così il linguaggio segue il concetto e l’intuizione. Preferisco l’installazione per il suo carattere più versatile e perché mi permette di avere un rapporto più intenso e sensuale con lo spazio. Ma amo molto anche la performance, che ogni volta mi riporta al mio corpo in modo molto intenso. In ogni caso, mi interessa che si raggiunga un certo grado di intensità: il linguaggio viene scelto in base a questo obiettivo.

Nella situazione attuale, facendo un piccolo bilancio, cosa non lascereste dell’Italia per nulla al mondo e per quale ragione scappereste immediatamente all’estero (e dove)?
Elisa Strinna: Non lascerei l’Italia per la complessità della sua cultura, per alcuni italiani, per l’ambiente. Mi rendo conto, però, come oggi nel nostro Paese viviamo un profondo svuotamento, in cui le risorse interiori sono sempre più annichilite. È difficile trovare supporto sociale, difficile trovare chi viva con coerenza coltivando visioni profonde, impegnato a difendersi dal pensiero razionale dominante. In ogni caso, non ho un luogo in particolare in cui vorrei vivere, ma piuttosto una serie di viaggi ed esperienze che vorrei fare in giro per il mondo.
Laurina Paperina: In questo momento sono negli Stati Uniti e questa domanda me la faccio praticamente ogni 5 minuti e ancora non ho trovato una risposta. Per mia fortuna viaggio spesso all’estero; a dire la verità, sono obbligata a farlo, perché purtroppo in Italia è quasi impossibile vivere facendo solo l’artista, almeno per me e per il tipo di lavoro che faccio.
Ludovica Carbotta: Dell’Italia non lascerei mai i suoi paesaggi, i tantissimi luoghi ancora da scoprire e visitare, le chiese barocche, la comicità, il senso dell’umorismo italiano, il vino e tutti i piatti regionali chiaramente; le ragioni per cui scapperei, o meglio scapperò, dall’Italia sono legate essenzialmente al lavoro, alla diverse possibilità che ci sono fuori. Parlo sia in termini di esperienza formativa che in termini di sostentamento economico. Sul dove, ora penso all’Inghilterra, a Londra: negli anni passati ho avuto modo di studiare lì e ho trovato la città molto stimolante.
Silvia Giambrone: Amo quelli che amo e amo tantissimo Roma ed entrambi mi tengono ancorata all’Italia, ma non è un rapporto di vero e proprio vincolo, anche perché passo tanto tempo in viaggio e tornare a casa è sempre un piacere. Ogni tanto si parte per consolarsi, ci si fa accogliere da un Paese che funziona meglio, che supporta meglio esseri umani e artisti, si va a respirare un po’ d’ordine e un maggiore grado di civilizzazione e poi si torna in questo nostro caos sempre irretiti dal non capire come, nonostante il degrado crescente, questo Paese non perda mai la propria bellezza.

Serena Vanzaghi da Artribune del 13 settembre 2013

Ferrara // fino al 27 ottobre 2013
Now! Giovani artiste italiane
a cura di Lola G. Bonora e Silvia Cirelli
COMPLESSO DI SAN PAOLO
Via Boccaleone 19
 0532 206233

dal 21 settembre  al  1 dicembre 2013
di Caroline Demarchi
performance 20 settembre 2013 ore 16:00
Fruit c/o Artelibro – Palazzo Re Enzo
21 settembre – 1 dicembre 2013
Musée de l’OHM c/o Museo Civico Medievale, Sala 2
Il lavoro documenta le diverse fasi di assimilazione della parola scritta: in occasione di Artelibro
un testo fondamentale della cultura occidentale viene mostrato prima e dopo un singolare processo
di interiorizzazione; l’azione di assimilazione della parola scritta a cui è possibile assitere venerdì
20 settembre alle ore 16:00 presso lo spazio Fruit a Palazzo Re Enzo, dà luogo ad un prodotto
che rimane esposto nella pergula del Musée de l’OHM a partire da sabato 21 settembre presso la
Sala 2 del Museo Civico Medievale.
*Qui il commento critico del Direttore:

Musée de l’OHM c/o Museo Civico Medievale, via Manzoni 4, Bologna
Pergula: Caroline Demarchi 20 settembre –1 dicembre 2013.
Negotium: Temporaneamente in prestito. Per informazioni chiamare il +393334858488.
Secreta: Per visitare la collezione chiedere la chiave del terzo cassetto alla reception del Museo Medievale
Orari di apertura: da martedì a venerdì dalle 9:00 alle 15:00; sabato, domenica e festivi dalle 10:00 alle 18:30. Chiuso il lunedì.
Chiusura anticipata alle 14:00 il 24 e 31 Dicembre. Biglietto : 5 euro. Tel.: 3383751951; e-mail: openingheremuseum@gmail.com ;
website: http://pergolaxchiara.wordpress.com/ohm/

INAUGURAZIONE DOMENICA 22 SETTEMBRE 2013

LeoNilde Carabba,

direttrice e coordinatrice delle mostre dell’Alveare,

ha il piacere di annunciare che

Domenica 22 settembre 2013 alle ore 18,30

ci sarà la personale, dal titolo:

FOTO: POESIE di PANE

di

Anna Maria Di Ciommo

Curatrice Grazia Chiesa Presidente della Fondazione D’Ars Oscar Signorini Onlus

La mostra dura fino a domenica 13 ottobre compresa. 

ingresso riservato solo alle donne

presso l’ALVEARE  MILANO

“Centro creato dalle donne per le donne”

via della Ferrera 8

20142 Milano

zona: Alzaia Naviglio Grande

tram 2-47

Tel.  02 87 06 76 99  dopo le ore 18.00

E-mail: alveare.milano@gmail.com

www.alvearemilano.org/page.php?29

apertura dal martedi’ alla domenica dalle 18

Due parole sulla mia scelta: propongo Anna Maria Di Ciommo, con le sue Poesie di Pane, come prima mostra della Stagione 2013/2014 perché il suo è un gesto che cura e quindi mi sembra una scelta che ha un carattere altamente simbolico. Non dirò altro e lascio parlare il testo di Grazia Chiesa, sua Curatrice.

Facciamo un passo indietro all’8 dicembre 2012, a Vigevano, nell’ambito della mostra Venti veggenti, è andata in scena la performance Pasta Madre, ovvero il rinfresco del lievito naturale per il pane. Hanno partecipato gli artisti, ma anche i visitatori, sia adulti che bambini. La pasta madre – mantenuta in vita dagli opportuni rinfreschi – è un impasto di farina e acqua acidificato da lieviti e batteri lattici che, fermentando, lo rendono più digeribile e conservabile rispetto ad altri metodi. Durante il rito della lavorazione, donne, uomini e bambini hanno espresso il loro impegno attraverso la gestualità, in particolare delle mani, così sono diventate il principale veicolo di comunicazione. Le mani, a volte energiche e a volte delicate, si sono dedicate con rispetto all’impasto, senza mai aggredirlo ma piuttosto accarezzandolo, entrando in sintonia con quello che è uno dei più antichi esempi di nutrimento naturale. Qui è intervenuta l’artista Anna Maria Di Ciommo, fotografando con attenzione ogni momento della performance, ogni gesto, ogni particolare, cogliendo le diverse sfumature a seconda di chi ne fossero gli attori. Il risultato è analisi attraverso l’obiettivo fotografico.

 

Circolo della rosa

 di Federica Fabbiani

 

Ciao a chi legge,

spero di fare cosa gradita (altrimenti mi scuso subito) nel segnalare

che è online un nuovo progetto dell’Associazione Orlando: ebook @

women – la libreria digitale femminista.  

Navigabile all’url http://ebook.women.it/, questa nuova avventura

digitale si pone l’obiettivo di pubblicare e diffondere riviste

storiche e contemporanee del femminismo italiano in formato elettronico.

Nel corso del 2012/2013 è stata predisposta una piattaforma di

editoria elettronica per valorizzare il patrimonio

storico-documentario della Biblioteca Italiana delle Donne / Archivio

di storia delle donne: uno strumento per sostenere studiose e

ricercatrici nel processo di diffusione di materiale documentario

spesso di difficile e/o scarso reperimento. Si tratta, quindi, di

digitalizzare copie cartacee di riviste storiche del femminismo

italiano in modo da consentire alle utenti della Biblioteca / Archivio

delle Donne e alle naviganti tutte di interagire efficacemente con le

moderne tecnologie digitali e di sperimentare nuovi contenuti e

modalità di studio e di trasmissione dei saperi. L’obiettivo è di

realizzare un’unica infrastruttura comune per la distribuzione online

di riviste femministe storiche, offrendo l’opportunità di accedere a

una crescente repository di titoli.

La prima rivista disponibile nella sua intera collezione (1987 – 1996)

è il periodico Lapis, percorsi della riflessione femminile, diretto da

Lea Melandri, e posseduta in forma cartacea dalla Biblioteca Italiana

delle Donne di Bologna. Già tutta digitalizzata, sono disponibili

online (adesso) i primi 14 numeri al prezzo politico di 1 euro l’uno.

Online e pronto per la lettura su computer o e-reader anche un breve

saggio di Raffaella Lamberti: Hannah Arendt: il pensiero della nascita

– Intervento di Raffaella Lamberti al seminario del 19/20 maggio 1989.

Per qualsiasi informazione e/o chiarimento sul progetto, navigazione

del sito e modalità di fruizione degli ebook, basta una mail

all’account ebook@women.it oppure a me (fabbiani@women.it)

Link: http://ebook.women.it/

Grazie dell’attenzione e buona giornata,

Federica Fabbiani

 

Server Donne – www.women.it

Visioni lesbiche (ebook) – http://40k.it/visioni-lesbiche/

twitter: @serverdonne

 

di Laura Minguzzi

Il 29 agosto, di ritorno da Vladivostok, dove sono arrivata con la Transiberiana, ho appuntamento con Pussy-Katja alle cinque al Kutzneskij Most. Un luogo storico del centro, non lontano dalla Lubjanka, dove un tempo scorreva il fiume Neglìnnaja e ora via pedonale. Eccola di corsa, quasi non la riconosco, tanto è lo scarto fra la realtà viva e l’immagine sullo schermo; dal vivo, in presenza, sono quasi folgorata dall’energia e dalla forza che sprigionano il suo sguardo mobilissimo e il suo corpo. La figura di un folletto mi è venuta alla mente, una forza soprannaturale, non di questo mondo, con cui sono entrata in contatto, mi ha fatto pensare che sia frutto della libertà che lei e il gruppo incarnano. Tornando a questo mondo, ci sediamo in un caffè all’aperto. Lei ordina un maxi-cappuccino, io un maxi-tè, e comincio a tempestarla di domande. Katja mi racconta che il suo tempo lo passa con avvocati/e per presentare istanza di appello, a tutti i livelli, contro la condanna di Nadja e di Mascia, per ottenere una riduzione della pena. Inoltre si occupa della causa legale contro chi si è appropriato e sfrutta, senza il loro consenso, il logo del gruppo. Durante la nostra conversazione Katja mi spiega che è molto complicato far visita a Nadja e Mascia; occorre una lunga trafila burocratica per ottenere i permessi necessari. Solo i familiari possono andare. Inoltre Nadja è sottoposta al regime di detenzione più duro, con controllo delle lettere che scrive e che riceve. Invece Mascia, dopo lo sciopero della fame, ha ottenuto qualche miglioramento delle condizioni di vita. Lei è curiosa di sapere se sono già andata alla Cattedrale di Cristo Salvatore. Certo, subito, e mi è sembrato di entrare in un aeroporto, tanti sono i controlli per la sicurezza con metal detector e un sacco di “milizia” in divisa e privata, cui occorre mostrare il contenuto delle borse. Una novità: pare che le gerarchie ecclesiastiche stiano ammorbidendo la posizione di dura condanna nei loro confronti. Un alto esponente della chiesa ortodossa ha scritto una lettera in cui dichiara che occorre perdonare e non demonizzare le Pussy Riot. Katja pensa per ragioni strumentali, in vista dei Giochi Olimpici di Sochi del 2014. La parola “femminismo” invece continua a essere oggetto di tabù nella stampa e in tutte le sedi istituzionali. Il film documentario sul processo, la protesta e la loro storia, Pussy Riot – A Punk Prayer (titolo originale Pokazatelnyy protsess: Istoriya Pussy Riot) di Mike Lerner, Maxim Pozdorovkin, verrà forse proiettato a Mosca in dicembre all’interno di un festival del cinema. Finora, dice Katja, è stato proiettato solo al Sundance festival, a NewYork, a Roma, al MAMbo di Bologna e in Ucraina.

La foto, scattata da un artista Artiom Loskùtov, amico di Katja, fa parte di una mostra fotografica dal titolo “Le migliori fotografie della Russia” che ha avuto luogo nel Museo di arti figurative di Ekaterinburg nei mesi di luglio e agosto 2013.

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di Mira Furlani

 

Cara Teodora Episcopa,

ai tuoi cinguettii circa l’ordinazione sacerdotale delle donne, papa Francesco ha risposto che la questione è stata chiusa, pertanto era un NO. A me importa poco perché quello che vorrei é un sacerdozio radicalmente diverso dall’attuale, anche per i maschi.

M’importa molto, invece, quello che il papa ha aggiunto a giustificazione del suo diniego: ha detto che doveva essere fatta una “teologia della donna” e che la Vergine Maria é stata superiore agli apostoli, quindi nessuno chieda un posto diverso per le donne.

Lasciamo Maria madre di Gesù dove già sta, ma proprio partendo da dove sta Maria io non chiedo, ma in quanto donna pretendo dal papa un posto nella chiesa cattolica degno di Lei. Questa pretesa proviene anche dalla teologia femminista della differenza donna/uomo. Ivone Gebara, teologa cattolica, il 4 agosto scorso, ha detto:… papa Francesco, per favore, si informi su Google su alcuni aspetti della teologia femminista, almeno nel mondo cattolico. Forse questo interessamento potrebbe aprire altre strade per realizzare il pluralismo di genere nella produzione teologica!

Cara Teodora, ti invio il seguente articolo in cui alcune importanti teologhe dicono la loro rispetto alle chiusure di papa Bergoglio, perché una “teologia della donna” esiste già e loro, che ne sono le protagoniste, non resteranno a guardare passivamente le paure del potere maschile, papa compreso. Ciao, tua sorella Teodorina.

 

da: Adista Notizie n. 29 del 31/08/2013

 

[L’articolo dalla news del sito delle teologhe] 

 

ROMA-ADISTA. Se i riconoscimenti tributati a papa Francesco in occasione della Giornata mondiale della gioventù dello scorso luglio sono stati tanti ed entusiastici, molte donne sono rimaste però profondamente deluse dalle sue parole di chiusura rispetto all’ordinazione femminile: Questa porta è chiusa, aveva detto il papa nel suo colloquio con i giornalisti sul volo di ritorno dalla Gmg, aggiungendo che una teologia della donna resta ancora da fare e che, come Maria è più importante degli apostoli, così la donna nella Chiesa lo è rispetto a vescovi e preti.

 

Non ha nascosto il suo disappunto, in un articolo pubblicato su Brasil de Fato (2/8), la nota teologa brasiliana Ivone Gebara, la quale, pur riconoscendo come, di fronte alle acclamazioni generali, qualsiasi annotazione critica potrebbe risultare inopportuna, esclama: Dopo tanti anni di lotta, povera me, se me ne stessi zitta!. La teologa non nasconde la gioia provata nel sentire la simpatia, l’affetto e la vicinanza del papa argentino come pure la coerenza di alcune posizioni rispetto alle strutture della Curia romana, ma si domanda: Come può papa Francesco semplicemente ignorare la forza del movimento femminista e la sua espressione nella teologia femminista cattolica?. Evidenziando come l’abbondante e innovativa produzione teologica femminista continui a risultare inadeguata per la razionalità teologica maschile e a rappresentare una minaccia al potere maschile dominante nelle Chiese, Ivone Gebara denuncia come la maggior parte degli uomini di Chiesa e dei fedeli consideri la teologia una scienza eterna basata su verità immutabili e insegnata soprattutto da uomini, oppure, e in seconda battuta, dalle stesse donne ma secondo la scienza maschile prestabilita. E, rivolgendosi a Bergoglio, lo invita ad informarsi su alcuni aspetti della teologia femminista, almeno nel mondo cattolico. Forse – aggiunge – il tuo possibile interesse potrebbe aprire percorsi nuovi per cogliere il pluralismo di genere nella produzione teologica!. Quanto alle parole del papa sulla grandezza di Maria, si tratta ancora una volta, sottolinea, di un’espressione consolatoria astratta della teologia maschile: Si ama la Vergine distante, e vicina all’intimità personale, ma non si ascoltano le grida delle donne in carne e ossa. È più facile innalzare lodi alla Vergine e inginocchiarsi di fronte alla sua immagine che rivolgere l’attenzione a quel che avviene alle donne in molti luoghi lontani del nostro mondo. Di più: il rischio, a suo giudizio, è che, se Benedetto XVI, ‘con le sue posizioni rigide’, aveva alimentato una critica del clericalismo e dell’istituzione papale, ora molti fedeli e operatori di pastorale si abbandonino alla simpatica e amorevole figura di Francesco promuovendo un nuovo clericalismo maschile e una nuova forma di adulazione del papato. Il momento – conclude – esige prudenza e una critica vigile, non per screditare il papa, ma per aiutarlo a realizzare una Chiesa plurale e rispettosa dei suoi molti volti.

 

Ma Ivone Gebara non è l’unica delusa.

 

Nel suo blog su Religión Digital, la teologa laica Patricia Paz, pur convinta della necessità di condurre una rilettura del ministero ordinato alla luce del Vangelo e della prassi di Gesù e dunque ‘non particolarmente interessata’ alla questione dell’ordinazione delle donne, rivolge una critica dettagliata alle parole del papa.Possono esserci – si chiede – formulazioni definitive in un mondo in cui si scoprono in ogni momento cose nuove e cadono paradigmi di ogni tipo?. E aggiunge: Che dolore sentire che qualcosa di tanto importante per tanta gente si scontri con una “porta chiusa”! Forse non seguiamo Gesù proprio perché ha aperto tante porte, superando paradigmi sociali, culturali e religiosi?. E ancora: Mi risulta inaccettabile continuare a sentir parlare delle donne come se fossimo un gruppo di persone immature che non possono assumere decisioni e hanno bisogno che altri, gli uomini, dicano loro cosa possono o non possono fare. È ora di iniziare a parlare con le donne e non delle donne. Non se ne può più, dice, del fatto che esaltino la nostra dignità, la nostra importanza, il nostro genio e poi ci escludano. E, infine, in che senso siamo più importanti dei vescovi e dei preti se manchiamo di autorità e di potere decisionale?.

 

È quanto sottolinea anche la teologa statunitense Mary Hunt, contestando ‘la stessa teologia trita e ritrita secondo cui la Vergine Maria è più importante di chiunque altro nella storia’ quando di fatto le donne non possono prendere decisioni a livello ecclesiale né esercitare il ministero sacramentale e neppure compiere scelte etiche. Respingendo qualsiasi esaltazione della donna che non sia accompagnata da cambiamenti strutturali concreti, la teologa assicura che le donne non resteranno a guardare passivamente gli uomini, papa compreso, mentre cercano scuse per il rifiuto dell’ordinazione femminile. (claudia fanti)

di Gianni Ferronato

Castelfranco Veneto (TV), 28 Agosto 1993

Leggo da alcuni mesi Via Dogana su segnalazione di un’amica, Adriana Sbrogiò, che da due anni, in modo autorevole, mi ha messo di fronte alla problematica dell’identità di genere.

Ho sempre apprezzato le lotte per l’emancipazione della donna, anche quelle del primo femminismo (anni 60-70), pur con qualche fastidio per gli atteggiamenti “rivendicazionisti”.

L’apprezzamento nasceva, più che altro, dalla constatazione della reale condizione di ingiustizia in cui vive la donna. Allo stesso modo solidarizzavo con tutte le lotte di liberazione (operai, terzo mondo,… )

Riconoscevo l’ingiustizia vissuta dalla donna quando, per esempio, più giovane, constatavo che i lavori domestici, a parità di altre condizioni, erano svolti quasi esclusivamente dalla mamma e dall’unica sorella, e non dagli altri quattro fratelli. Anche se sentivo una punta di rimorso per questa situazione, a me, maschio, era consentita questa pigrizia. Nessuno mi diceva niente.

Del primo femminismo ricordo soprattutto le battaglie per la parità dei diritti e delle possibilità, cosa che, pur giusta ora vedo anche insufficiente,.

Del secondo femminismo, mi colpisce soprattutto l’affermazione dello “specifico femminile”, e la ricerca autonoma dell’identità femminile. Sento meno rivendicazione e più ricerca, meno protesta e più progettualità.

Grazie alla mia amica Adriana e a Via Dogana ho preso coscienza di due problemi:

1) Il linguaggio è effettivamente modellato sul maschio e dal maschio. Molto bella l’analisi di Luce Irigaray in Amo a te a tal proposito. Ancora oggi mi scopro ad usare termini e riferimenti al maschile an­che quando mi rivolgo a una donna. Non basta però cambiare il linguaggio perché cambi la cultura e la società. Linguaggio, cultura e struttura sociale sono variabili interdipenden­ti, sono facce di un’unica realtà. Certamente il riconoscimento dell’identità femminile (e contestual­mente la riscoperta di quella maschile) sono condizioni preliminari per un cambiamento significativo del linguaggio. Ma per tale scopo non basta volgere al femminile i sostantivi nati maschili.

2) La dimensione femminile, almeno nella cultura corrente, viene conce­pita come ciò che è complementare al maschile. Io stesso ho sempre pensato “il femminile” come ciò di cui sento la mancanza, ciò che mi completerebbe e che per questo desidero. Oggi mi rendo conto che il femminile potrebbe essere semplicemente un mondo diverso senza necessariamente essere complementare. Un mondo dunque che aspetta soprattutto di essere riconosciuto, non interpretato. Un mondo che tenta di esprimersi e descriversi con il suo punto di vista proprio e che non è giusto descrivere dal  punto di vista maschile. Un mondo la cui “epifania” presuppone voci di donna chiare e coraggiose e orecchi di uomo disponibili e attenti. Il riconoscimento della differenza e dell’irriducibilità dell’una all’altro è d’altra parte il presupposto di una vera relazione tra soggetti, mentre il loro misconoscimento degrada la relazione in un rapporto tra soggetto e oggetto, tra persona e cosa. Questo il senso, per me, di Amo a te di Luce Irigaray.

Devo a Elide, mia moglie, e a Giorgio, mio figlio, invece un’altra consapevolezza solo da poco realizzata. E cioè di quante piccole cose quotidiane abbia bisogno la vita per poter sbocciare e crescere, e di quanto senso e significato esse possano essere riempite. Tutte piccole cose generalmente sorvolate o disdegnate dagli uomini quasi fossero attività servili, mentre vengono preferite attività attinenti l’esercizio del potere o della violenza.

Credo che parecchi uomini si domandino a che cosa serve un potere che può solo distruggere. Da Hiroshima in poi il potere dell’uomo ha superato la soglia dell’impotenza nel senso che ormai non

può fare più nulla per fermare la violenza che ha generato. Ma che razza di potere è mai questo? Altri se lo chiedono (vedi Warren Farrel, The Myth of Male Power, Repubblica 25.8.93 pag.23), ma forse in altro senso perché alcune cose che appaiono nella recensione sono dissentibili anche per me.

Ho come l’impressione che la storia fatta dagli uomini sia al capolinea, che per un nuovo inizio (se mai ci potrà essere) c’è bisogno di un nuovo input (quello delle donne?), e che l’unica attività giusta che possono fare ora gli uomini è “l’attività del ri-conoscere”.

 

Dopo di ché tutto è da rifare e da riscrivere sia da parte degli uomini che da parte delle donne.

Gianni Ferronato 


Appello per la accolta di fondi per sostenere la partecipazione delle donne all’incontro di Paestum 2013. A cura delle donne di Artemide.

Tutte le informazioni qui: http://paestum2012.wordpress.com/2013/07/15/fondo-paestum-2013-economia-delle-relazioni-tra-donne/#more-1553

 

UN DUE TRE… STELLA!

Carla Accardi
Corrado Levi
Gilberto Zorio

a cura di Yari Miele e Federico Sardella

Opening: mercoledì 16 ottobre ore 19

MARS è lieto di annunciare la mostra UN DUE TRE… STELLA! con opere di Carla Accardi, Corrado Levi e Gilberto Zorio, ideata e curata espressamente da Yari Miele e Federico Sardella per la riapertura autunnale dello spazio.

MARS, spazio non commerciale attivo dal 2008 gestito da artisti, vanta un calendario di eventi performativi e di esposizioni sul modello delle più diffuse realtà autogestite europee, sin dalla sua apertura ha dato voce ad artisti giovani ed esordienti. Eccezionalmente questa mostra presenta tre fra i più importanti e conosciuti artisti italiani, il cui percorso e le cui attitudini, li hanno naturalmente portati a confrontarsi e a sostenere il lavoro e l’impegno di artisti di generazioni successive.

Concepita e realizzata in collaborazione con gli artisti, questa mostra si inserisce nella programmazione di MARS in modo leggero, nonostante la caratura delle personalità coinvolte.

Ognuno dei tre artisti proporrà un’opera recente, scelta pensando agli spazi di MARS ed al possibile dialogo che inevitabilmente scaturirà fra opera ed opera nel contesto della mostra ma anche nell’ottica dell’operazione UN DUE TRE… STELLA! contestualizzata rispetto a MARS ed al suo pubblico.

La mostra sarà visitabile la sera dell’inaugurazione mercoledì 16 ottobre, dalle ore 19 alle ore 22 e nei giorni successivi su appuntamento.

Un pieghevole realizzato da MARS, con immagini delle opere e uno scritto di Yari Miele e Federico Sardella accompagnerà l’evento.

 

 

Seguirà comunicazione dettagliata e progetto della mostra.

 

 

 

 

MARS

via G. Guinizzelli 6, Milano (MM Pasteur)

www.marsmilano.com

mars.mailto@gmail.com

 

Info:  339 3939920

 

di Gianni Ferronato


Castelfranco Veneto, Aprile 1994

Ho scelto tre articoli per parlare di Via Dogana e li ho scelti in modo che esprimessero lo stato attuale del mio itinerario di presa di coscienza dell’ “ordine simbolico materno”.

Questo itinerario comincia con una coincidenza significativa e cioé un lungo percorso comunicativo con Adriana Sbrogiò (da14 anni) e la lettura de L’ordine simbolico della madre di L. Muraro (da qualche mese).

Non avrei mai apprezzato fino in fondo il valore di Adriana e l’importanza delle cose che lei da sempre va dicendo e testimoniando con la vita se non ci fosse stato il libro della Muraro a darmene la chiave di lettura. Ne ho ricavato tra l’altro una migliore consapevolezza di punti di vista tipicamente maschili, come il dare per scontato molti diritti o per naturali molti comportamenti ai quali io pure ero o/e rischio di essere soggetto.

D’altra parte se non ci fosse stata la relazione con Adriana, il libro della Muraro mi sarebbe parso troppo estremista e troppo teori­co per invogliarmi ad un ulteriore approfondimento.

Nel mio itinerario precedente ci sono altre donne importanti: mia madre che ho sempre riconosciuto come una donna di mediazioni amorevoli, capace di andare oltre la rigidità dei principi e delle norme. Mia moglie che mi insegna la concretezza del quotidiano e la possibilità di dare significati profondi anche alle cose generalmente considerate banali o disonorevoli da noi uomini, ma che in fondo sono le cose essenziali per la vita: il nutrire, il curare, il pulire. Altre donne, Angela Vo1pini in particolare, mi hanno insegnato ad ascoltare e a legittimare i miei desideri profondi.

Solo ora però capisco che ciò che esse mi hanno insegnato non fa parte di un bagaglio di persone per caso di sesso femminile, ma fa parte di uno specifico femminile che prima non sapevo cogliere.

Il primo articolo è Guardo dove?  Dialogo tra una studente ed una inse­gnante di storia dell’arte di Katia Ricci e L. Muraro sul  numero 12 del 1993. Due paginette che sintetizzano a meraviglia ciò che è stato per me il contenuto più prezioso de L’ordine simbolico della madre anche se all’inizio il più difficile da accettare perché mi sembrava una bestemmia contro le migliori conquiste della democrazia. Questo contenuto è il primato del principio materno in quanto la relazione con la madre è la prima relazione di ogni essere umano, è il punto di vista che fonda la possibilità di spostarsi in altri punti di vista, è il termine di paragone di ogni altra relazione, è il luogo dove le parole esprimo­no direttamente l’esperienza della relazione e non come succede poi, specialmente a noi uomini, l’esperienza di altre parole secondo una serie di mediazioni che alla fine rendono irriconoscibile ed incomunicabile il nostro essere.

Il secondo articolo è La mia strada nel gran fumo della politica di Graziella Borsatti sul n. 4/5 del 1994 che riprende questo tema in ter­mini di esperienza politica. Viviamo in una società in cui le parole servono più a nascondersi che a ritrovarsi perché le mediazioni, che pure sono necessarie, sono mediazioni di potere e non mediazioni di amore. Condivido pienamente l’idea che la politica è ricerca incessante delle mediazioni e cura delle relazioni. Nel mio cammino io l’ho pensata con altre parole (quelle di E. Baroni): la politica è comunicazione di progetti. Ma ciò presuppone la cura delle relazioni tra gli uomini e le donne portatori di quei progetti. La cura delle relazioni è una preoccupazione più della donna che non dell’uomo. Noi ci proiettiamo di più nelle cose da fare, nei progetti, a volte rischiando assurdamente in nome di questi di perdere o dimenticare relazioni importanti.

Vorrei segnalarvi però un terzo articolo per comunicarvi una sensazione di disagio che prove a volte di fronte a certi atteggiamenti di donne. Si tratta di Una filosofia di guerra sulla vita di Laura Boella sul n°10-11 del 1993. Non conosco Hans Jonas e forse ho capito male, ma perché titolare Una filosofia di guerra sulla vita a proposito di uno che ha cercato di fondare un’etica della responsabilità basando la responsabilità di ciascuno di noi verso un altro sul semplice fatto che l’altro è in vita? Si potrà benissimo dire che questo approccio ha dei limiti (e io sono d’accordo). Ma quando si dice che questa è una filosofia di guerra ho come l’impressione che si voglia buttar via l’acqua sporca insieme al bambino perché questo signore è un uomo. E mi chiedo: dell’ordine simbolico paterno ci sarà pure qualche cosa di positivo da salvare? COSA?

di Maria Concetta Sala

Si può giungere al racconto della propria vita quotidiana sotto la spinta di un’inquietudine oppure perché lo impone un’ispirazione che detta dentro, oppure a causa dell’ingorgo delle emozioni e del groviglio dei fili dell’esistenza, per tutte queste ragioni insieme e per molte altre ancora… lo si fa comunque e quasi sempre perché incalza una necessità. È raro che tale necessità sia determinata dalla volontà e dal desiderio di offrire «un segno tangibile e duraturo della [propria] gratitudine» alle amiche e al marito, come dichiara Vita Cosentino alla fine del suo Tam tam (pubblicato con una nota di Luisa Muraro dalle Edizioni Nottetempo).

L’autrice di questo piccolo libro della gratitudine è una donna consapevole di essere donna, una ex insegnante che non solo ha innescato il movimento dell’autoriforma della scuola coniugando pedagogia della differenza e pratica politica e si è profusa nell’organizzazione di convegni e manifestazioni sulle realtà scolastiche italiane, ma ha anche scritto testi e curato raccolte che ancora oggi offrono a chi lavora nella scuola uno sguardo differente – ad esempio, il volume collettaneo Lingua bene comune (2006) e, con Maria Cristina Mecenero, Daniela Ughetta e Mauela Vigorita, il film “L’amore che non scordo. Quattro storie di maestre e di un maestro” (2008). Su “Via Dogana”, la rivista della Libreria delle donne di Milano, continua a tenere una rubrica intitolata “E in risposta i due punti”, un verso della poetessa polacca Wisława Szymborska che ai punti interrogativi della poesia come a quelli della vita risponde con un segno di interpunzione assunto non nella sua funzione esplicativa ma come pausa e apertura ad altro.

L’immagine dei due punti mi accompagna nella lettura del libro di Vita Cosentino, che è e non è autobiografia, che è e non è diario, che è e non è cronaca: il suo racconto in terza persona tenta di restituire un’esperienza del corpo e dell’anima della protagonista, esperienza avviatasi con «una lieve fitta alla schiena», sintomo di una malattia invalidante che le cambierà la vita e che insinuerà nel suo intimo l’ansia che quell’oscuro male possa colpirla ancora. Capita una disgrazia, il corpo non risponde più ai comandi: ci si può rassegnare o rimandare al futuro la vita; Vita Cosentino sceglie, anzi decide di vivere la vita «con tutto il godimento che [le] era possibile in quella situazione».

La protagonista del suo Tam tam racconta lo shock della violenta interruzione, la fatica della riabilitazione, il ritorno a casa segnato dallo spavento e poi dall’ascolto del corpo che le permette di conseguire piccoli miglioramenti «lentissimi ma inarrestabili», la ricerca di un buon centro per continuare la fisioterapia, l’impresa di accogliere un micio, il pellegrinaggio alla ricerca di cure alternative, il travaglio per riuscire ad accettare l’assunzione di un farmaco antidolorifico… La narrazione della via crucis scorre parallelamente al racconto della presenza preziosa del marito e delle amiche, che fin dall’inizio offrono quel sostegno umano che è la vera ricchezza di cui possiamo sempre disporre, purché donato liberamente e generosamente.

Questo piccolo libro risponde al dono con la gratitudine, sia l’uno che l’altra fondati su relazioni radicate in una pratica segnata dall’umano, non per chiudere con un punto fermo il racconto dell’esperienza, ma, a mio avviso, per fermarsi sulla sponda dei due punti e da lì permettere a chi legge di avvistare un territorio nel quale malattia e salute coesistono e di esperire per empatia che ogni inizio non è altro che un seguito, sia in poesia che nella vita, come suggerisce l’amata Szymborska.

Attraverso una scrittura fortemente tesa a trattenere ogni minimo cedimento, eppure dal respiro sintattico leggero, Tam tam registra il miracolo di un’invenzione, quella che la filosofa Luisa Muraro coglie con acume nella chiusa della sua nota: «La donna che racconta, e con il racconto si aiuta, inventa un’arte di vivere di cui non ho mai letto: lei lotta per rifarsi una vita salvando quella di prima, vale a dire per creare una continuità nella tremenda discontinuità del danno patito. […] Per trovare un corrispondente di quest’arte, si pensi alle città nate nel Medioevo […] un insieme ammirevole ispirato dall’accettazione della contingenza del nostro vivere e dal gusto della convivenza degli esseri umani».

di Laura Colombo e Sara Gandini

A Mantova, il 7 settembre, durante l’incontro “Alle radici di una nuova convivenza” del Festival di Letteratura in cui si presentava il libro “Sovrane” di Annarosa Buttarelli, è capitato qualcosa di importante. Stefano Rodotà, davanti a una platea di centinaia di uomini e donne, ha riconosciuto il debito che ha nei confronti del sapere politico delle donne. Un sapere da cui ha imparato molto, senza rendersi conto che si trattava di pensiero e pratica femminili. Un uomo della sua età e con la sua esperienza ha riconosciuto pubblicamente la sua parzialità e si è messo in ascolto, dichiarando quanto la politica istituzionale non esaurisca il senso della politica e sottolineando che esistono livelli in cui agisce efficacemente la politica delle donne, al di là delle istituzioni.

 

Nella storia, dice Buttarelli nel suo libro, tante donne hanno sperato che gli uomini capissero le loro parole. A Mantova è successo che un uomo di grande valore si fermasse per ascoltare e capire una donna pensante mentre raccontava il sapere femminile in politica, dalle Preziose e le sovrane della Storia, alle operaie di Brescia e la sindaca di Ostiglia.

In particolare, l’esperienza di Ostiglia mostra la forza delle relazioni di donne e uomini con cui la sindaca ha lavorato per “disfare il potere senza rinunciare alla responsabilità politica” e far nascere una “comunità governante”. I racconti che fa Buttarelli mostrano quanto sia importante per donne e uomini far proprie le pratiche di sovranità a radice femminile se si vuole fare politica fuori dalla scena del potere, consapevoli che la politica delle donne è politica per tutti.

Siamo d’accordo con Ilaria Durigon, Chiara Melloni e Laura Capuzzo che la questione da discutere non è uomini sì/uomini no a Paestum, perché tutte noi che facciamo politica sappiamo che il quotidiano conflitto con gli uomini non può prescindere da uno scambio relazionale. La doppia militanza, che porta alcune a occuparsi delle “questioni femminili” (aborto, femminicidio, violenza…) tra donne e di tutto il resto con gli uomini (nei movimenti e nei partiti), non ha senso.

Altra cosa è la scelta della separazione degli anni ’70, taglio essenziale che ha aperto lo spazio simbolico per la libertà femminile. Ora le donne possono contare su relazioni conflittuali, su scambi intensi, sulla possibilità di dirsi la verità, su un “tra donne” che ridisegna l’orizzonte politico e le relazioni con l’altro sesso, su una forza che già c’è e va vista. Il “tra me e il mondo un’altra donna” ci permette oggi di poter stare nel mondo, e con gli uomini, in un modo differente.

È vero, come dice Lea Melandri, che Paestum non è un convegno donne-uomini ma un convegno femminista, segnato da una storia e da pratiche radicali che sanno modificare i contesti. Un convegno femminista che si pone sfide alte e vuole giocarsi ovunque il sapere acquisito, con uomini e donne, fuori e dentro le istituzioni. Stefano Rodotà e Annarosa Buttarelli hanno mostrato che lo scambio con uomini, che sanno vedere la loro parzialità e riconoscere il debito che hanno nei confronti del sapere delle donne, è un guadagno per tutti. Sempre più uomini comprendono quanto sia necessaria la radicalità della politica delle donne e questa mossa di riconoscimento è fondamentale per giocare insieme una scommessa politica di vero cambiamento.

Perché Paestum possa essere “uno spazio transizionale”, in cui “il possibile che preme con il desiderio e il reale che frena con la paura” urtandosi si incontrino, bisogna avere fiducia che la politica delle donne è politica per tutti, come scrive Luisa Muraro su Via Dogana n. 106. E la forza delle relazioni tra donne ridisegna un nuovo ordine, diciamo noi. Il timore che la presenza maschile possa togliere spazio alla libera espressione femminile è sintomo di una mancanza di fiducia che non ci possiamo permettere. La nostra scommessa è alta, lo sappiamo, perché dobbiamo fare i conti con fantasmi e paure che vengono da lontano, ma non si può rimandare ad altre date e altri luoghi. È necessario giocarsela qui e ora, brandendo le nostre spade come incita Muraro, se necessario. Non è più tempo per pensare che le donne non sono pronte. Il sapere e le pratiche delle donne vengono da lontano e da qui uomini e donne possono ripensare il buon governo del mondo.

Nel comunicato stampa del prossimo incontro nazionale di Paestum si citano la sessualità e la violenza contro le donne come temi centrali, sottolineando che si vuole indagare le ragioni profonde, inscritte nelle relazioni tra i sessi, “profondamente mutate dall’autonomia e dalla differente consapevolezza di sé delle donne. E dalla reazione di paura e rifiuto che questo suscita negli uomini”. Uno scambio di questo tipo avrebbe decisamente corto respiro se non ci confrontassimo con il punto di vista degli uomini che da anni lavorano su questi temi, mettendo al centro il partire da sé e la pratica di relazione come bussole nel loro agire.

Infine vogliamo ribadire che il sogno dell’armonia tra donne è molto rischioso perché può portare all’omologazione e, come giustamente scrivono Ilaria, Chiara e Laura, Paestum non è luogo di unificazione né di neutralizzazione.

Noi abbiamo firmato la lettera di invito a Paestum 2013 delle giovani (e meno giovani) femministe, nonostante alcune perplessità, perché vogliamo sostenere la passione politica, l’energia e l’entusiasmo che emerge dallo scambio tra noi “venute dopo”, proprio grazie alle differenze. Differenze che secondo noi stanno nel solco della genealogia più che della generazione. Infatti, come hanno scritto le promotrici di Paestum 2012 in conclusione del manifesto di convocazione, se sulla scena pubblica il cambiamento tra i sessi non appare è “perché il rapporto uomo-donna non viene assunto come questione politica di primo piano. Eppure, solo in questo modo possono sorgere pratiche politiche radicalmente diverse, produzioni simboliche e proposte per una nuova organizzazione del vivere”. Noi prendiamo sul serio questa sfida affinché il rapporto uomo-donna possa essere assunta come questione politica di primo piano.

Nei laboratori del prossimo incontro di Paestum potremo continuare a discuterne con tutte e tutti i presenti.

http://paestum2012.wordpress.com/2013/09/11/la-politica-delle-donne-e-politica-per-tutti/