di Elettra Deiana

La Camera dei Deputati ha licenziato il cosiddetto pacchetto sicurezza. Legge regressiva in generale, perché ispirata a una idea pan-penalista dello stato di diritto, e offensiva per le donne, per la parte che riguarda la violenza nei loro confronti. Le mette insieme ai furti di rame sui binari, all’uso dell’esercito conto i No Tav, alle frodi fiscali e altro.

 

Bisogna dirlo con estrema chiarezza che la legge è oscena, e c’è solo da augurarsi che inciampi al Senato o, finalmente, accenda qualche reazione adeguata nel mondo delle donne. Ma forse non succederà, perché i tempi sono quelli che sono, e così un’altra pagina oscura passerà come un sorso d’acqua. Legiferare in clima d’emergenza, come succede sempre più spesso, sotto la pressione mediatica e subendo il condizionamento di campagne di opinione infiammate, sull’onda dell’ultimo episodio, è quanto di peggio possa fare il Parlamento della Repubblica. Ma oggi la politica, che dovrebbe per suo mestiere e vocazione costruire le condizioni di un altro modo di procedere nell’attività parlamentare, ha abdicato al suo ruolo, e questa è diventata la norma.

 

È quindi soddisfatta Donatella Ferranti, del Pd, presidente della Commissione Giustizia della Camera e relatrice in Aula, che con sicurezza degna di miglior causa ha sentenziato che “le donne ora potranno contare su un tutela più attenta e incisiva”. Donne finalmente sotto tutela: questo il messaggio che il Parlamento trasmette alla società. Protette grazie a varie aggravanti del reato di violenza: la relazione affettiva “a prescindere dalla convivenza o dal vincolo matrimoniale”, per esempio. A quando allora un parametro statale per stabilire più precisamente quanto di quella relazione valga? Se è una relazione molto seria e impegnativa, aggraviamo la pena un po’ di più? E gli anni di relazione non li vogliamo contare? Se dieci un x in più? E se due invece un x in meno? Impazzimento della maionese giuridica.

 

Allo Stato – questo l’aspetto più negativo, evidente nella pretesa di imporre alla donna l’irrevocabilità della querela nei casi gravi, e di concederla in quelli meno gravi, ma sotto giudizio del magistrato – viene attribuita una responsabilità giuridica che non gli compete, perché tocca intimamente la faglia densa di inestricabili contraddizioni che, per ogni donna, sta nel rapporto tra pubblico e privato, tra personale e politico. Una dimensione – lo sappiamo bene – spesso opaca, indecifrabile, inafferrabile, dove agisce la seduzione dell’amore, il coinvolgimento delle emozioni, spesso anche negative, non di rado una vera e propria trappola d’amore, talvolta mortifera. E tuttavia di natura tale da eccedere sempre il rapporto che la legge sul piano generale stabilisce tra lo Stato e le sue cittadine.

 

Solo lei – quella donna colpita, malmenata ma lei sola – alla fine deve decidere della sua vita, perché solo lei può farlo. È su questo che si deve lavorare. Dare ogni aiuto alla donna che si rivolge allo Stato, fornendole ogni possibile mezzo perché sia lei stessa a rompere la trappola è una cosa. Che va fatta, con mezzi e sapienza. Invece procedere con autoritaria scelta unilaterale “per salvarla” è la cosa che non va fatta, che alimenta una visione vittimistica delle donne e cancella del tutto la radice femminile e femminista che ha cambiato lo sguardo sulle cose. Quello sguardo, per esempio, che ha svelato l’esistenza della violenza sessuale sulle donne. Non fatto domestico ma sociale, non personale ma pubblico.

 

Femminicidio, parola urticante e ancora sgradevole ai più, ha avuto la forza di svelare il lato oscuro dei rapporti tra i sessi, il rimosso della sessualità maschile nel confronto/scontro con un mondo delle donne che ha rotto schemi, ordini del discorso, priorità. E che ha mandato in tilt molte sicurezze maschili, a cominciare da quella di avere a disposizione il corpo delle donne. Ma per una sorta di diabolica torsione quella parola è stata sottoposta ad abuso semantico e simbolico, per rappresentare le donne come vittime, minus habens da tutelare, pretesto per alimentare le politiche securitarie oggi largamente invalse per dare risposta e tutto.

 

Il tutto con i furti di rame sui binari, le mobilitazioni No Tav, le frodi fiscali, i vigili del fuoco e le Province. Quale copertura migliore del femminicidio per far filare quel decreto senza intoppi nelle aule parlamentari?

 

Bisognerebbe parlarne seriamente.

di Giuseppe Caliceti
 
 
Che lavoro vorreste fare voi maschi da grandi?
«Il paleontologo o l’avvocato o il geologo». «Calciatore». «Il barista». «L’avvocato». «Il postino». «L’avvocato o il gommista». «Calciatore». «Il meccanico». «Il pilota». «Dottore». «Archeologo». «Paleontologo». «Astronauta». «Non so». «Calciatore». «Allenatore di calcio».
E voi femmine? «Parrucchiera». «O stilista o avvocato». «Parrucchiera». «Parrucchiera». «Estetista o parrucchiera». «Cantante». «Veterinaria». «Estetista». «La cassiera». «Ballerina». «Parrucchiera». «Veterinaria». «Cavallerizza». «Io ancora non lo so bene…». «Parrucchiera o estetista».
Che differenze ci sono tra maschi e femmine? «I maschi pensano di più allo sport, al movimento». «Le femmine alla bellezza». «I maschi scelgono cose più sportive». «O più sporche… Noi invece più pulite, delicate». «I maschi sono più scatenati». «Noi maschi facciamo cose più estreme, abbiamo più coraggio». «Noi femmine ci conteniamo di più, i maschi sono più liberi». «Le femmine sanno più di bellezza». «A noi se mentre giochiamo ci sporchiamo un po’ ce ne importa meno». «Ai maschi piace il rock, alle femmine musiche più romantiche». «Le femmine sanno arrangiarsi di più». «Noi femmine siamo più perfettine, più pignole, più precise, più calme».
Sono vere queste cose? O talvolta no? «Alcune no. A me per esempio piace anche la musica rock». «Io sono una femmina ma mia mamma dice che mi sporco sempre». «In palestra ci sono femmine più sportive di alcuni maschi». «Per me è un discorso che dipende dalle persone. Dipende dal maschio e dalla femmina, non si può dire per tutti». «Per me sono scatenate anche le femmine, delle volte». «Io sono una femmina ma mi vesto tutti i giorni sportiva, non elegante». «Per me chiacchierano molto anche certi maschi». «A me non piace il rosa anche se è il colore delle femmine».
Ditemi cose che per voi non sono vere
«Le femmine stanno sempre in casa a cucinare, a stirare, a pulire…». «Mio padre cucina lui, a casa». «Alcuni maschi interessano le cose d’amore». «In tv ci sono cuochi bravissimi». «Al mio compleanno hanno bisticciato le femmine più dei maschi». «Dei maschi non amano lo sport». «Delle femmine sono nervose». C’è qualcosa che le femmine non possono fare? Adesso, non ieri…
«Il prete». «Vestirsi da maschio…». «Il Papa». «Mettersi la gonna… però in Scozia…». «Andare nel bagno dei maschi». «Farsi crescere i baffi». «Raparsi a zero i capelli». «No, può, però è raro…». «Il casalingo?». «In Marocco non possono bere e fumare».
Nella nostra classe c’è qualcosa che possono fare solo i maschi e le femmine no? «Forse tagliarsi a zero i capelli…. No, se vogliono possono farlo anche le femmine».
C’è qualcosa che un maschio non può fare? «Truccarsi, anche se dei maschi che si truccano, per esempio L. in seconda si era messo il gel per la cresta nei capelli». «Mettersi la gonna, lo smalto». «Non possono giocare con le bambole, anche se certe volte di nascosto ci giocano». «Fare la miss». «No, ci sono anche i concorsi di bellezza per maschi».
C’è qualcosa che solo i maschi possono fare in questa classe e non le femmine? O viceversa? «No. Basta che sono educati e non fanno male a nessuno». «Vestirsi da femmina». «Però per carnevale qualcuno si era travestito da femmina». «Sì, ma a Carnevale!». «Se un maschio si mette le scarpe rosa, sarebbe per tutti un po’ strano, ma noi lo faremmo stare nella nostra classe». «Non devono entrare nel bagno delle femmine, però certe volte alcuni provano a entrarci ugualmente…»
 
(il manifesto,10 ottobre 2013)

di Franca Fortunato

 

Nei giorni dell’orrore, dello sgomento e del dolore, seguiti alla tragedia nel mare di Lampedusa, ero a Paestum insieme alle donne della rete delle Città Vicine, al secondo grande appuntamento del femminismo italiano – dopo quello del 2012 sul “Primum vivere… anche nella crisi”. Un primum che mi (ci) rende vicini tutti quegli esseri umani che, da anni, fuggono dai propri Paesi, in cerca di una vita da vivere. Ogni volta, la loro, è una sfida alla crudeltà degli scafisti e alla mancanza di umanità di leggi che permettono il libero trasporto delle merci ma non degli esseri umani e di leggi vergognose – come la Bossi-Fini del 2002, inasprita nel 2009 dall’introduzione, col consenso dei molti, del reato di clandestinità – che hanno cercato di trasformare il mare Mediterraneo in un “muro”, in difesa dell’egoismo dei cittadini legittimi da altri esseri illegittimi. Come è stato ricordato a Paestum, “ci sono corpi che contano e corpi che non contano”. Non contano i centinaia di corpi senza nomi, galleggianti o inabissati, che gridano “vergogna” a quanti ne hanno fatto dei “clandestini” e perciò stesso dei “criminali”. Non contano i corpi di centinaia di esseri umani rifiutati, morti in dispregio a qualsiasi senso di umanità e per la cui sepoltura non bastano neppure le bare. Dopo i primi corpi (111) che “non contano”, recuperati e sistemati nelle bare, per tutti gli altri (252), che sono da recuperare, non c’è una bara. Infilati nei sacchi e chiusi nella cella frigorifera, stanno in attesa che giunga per loro la nave con il ponte scoperto. Dove li porteranno? Certo, non nei vergognosi Centri di identificazione ed espulsione. Loro sono stati già espulsi, ma dalla vita. Alla presidente della Camera Laura Boldrini e alla ministra dell’Integrazione Cécile Kyenge, e a quante/i volessero seguirle, chiedo con forza di alzare le loro pretese e chiedere autorevolmente la cancellazione della vergogna dei Cei, del decreto legge sulla “sicurezza” e della Bossi-Fini. Non permettano che la loro esperienza di donne venga neutralizzata  dai partiti al governo e in parlamento, in nome della “stabilità”.

Di fronte a tutti quei corpi “che non contano” ma si contano, mi chiedo come si è potuto arrivare a tanto. Come non pensare all’egoismo e alla crudeltà di una società opulenta chiusa nel piccolo spazio degli interessi di pochi? Come è potuto accadere che per molti esseri umani Lampedusa da “porta della vita”, “porta dell’Europa”, sia divenuta porta della morte? Come è potuto accadere dopo che, grazie al lavoro di accoglienza di Giusi Nicolini e di tante donne e uomini di Lampedusa, è stato eretto il monumento all’accoglienza e alla vita perché stragi come queste non avvenissero mai più? Conosco la sindaca e molte di quelle donne e uomini, sin da quando nel 2011 alcune della rete delle Città Vicine scegliemmo di passare una vacanza politica a Lampedusa. In quell’inverno l’isola si era resa tristemente famosa per l’“emergenza” degli immigrati tunisini, che il governo Berlusconi e il ministro Maroni strumentalizzarono per fare passare in parlamento il famigerato “pacchetto sicurezza”, che introduceva il reato di “clandestinità”. Una vergogna che porta le firme di Berlusconi, allora presidente del Consiglio, Maroni, ministro dell’Interno, Alfano, ministro della Giustizia e Carfagna, ministra per le Pari Opportunità. Il decreto legge venne controfirmato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Allora Giusi Nicolini era responsabile di Legambiente e lei ci fece capire come a Lampedusa, nei tre mesi di emergenza, era stato “massacrato” un modello di accoglienza, “una vocazione naturale” di “isola di accoglienza”, “terra che ti salva la vita”, “ponte del Mediterraneo”, e trasformata in “isola carcere”. Nei mesi dell’emergenza, infatti, il Ministro Maroni e il sindaco di Lampedusa, De Rubeis, denunciato allora, come il suo collega di Treviso, per istigazione al razzismo, scelsero deliberatamente di abbandonare quella gente alla fame e al freddo, per creare il sovraffollamento e fare scoppiare il “caso Lampedusa”. È da questa storia, politica e legislativa, che vengono i corpi senza nome dell’ultima grande tragedia di Lampedusa. Una storia che va riconosciuta come un’onta e cancellata. Profonda è la mia vicinanza e delle donne e uomini della rete delle Città Vicine alla sindaca Giusi Nicolini, alle migranti e ai migranti, alle abitanti e agli abitanti dell’isola, a Giacomo Sferlazzo dell’associazione Askavusa e Rossella Sferlazzo dell’associazione Color Revolutions, che piangono, ancora una volta, morti senza nomi, corpi che “non contano”.

 

 (Il Quotidiano della Calabria, 9 ottobre 2013)

di Liana Milella

 

Letta e la fine del ventennio? «Un’affermazione valida per la messinscena della politica». Lo scontro dentro il Pdl? «Vedo un tentativo di eliminare gli “incommoda”». Si va verso una nuova Repubblica? «Non vedo né la prima né la seconda né la terza». Berlusconiè finito? «Non mi interessa lui, ma i problemi che lui ha contribuito a creare». Il professor Gustavo Zagrebelsky non si smentisce.

Caustico. Netto nel non assolvere “questa” politica. Ma pronto a negare la prospettiva di una prossima avventura nella politica. Lei, Rodotà, don Ciotti, Landini e Carlassare. Nomi che fanno rumore se si ritrovano assieme. Come succede il 12 ottobre. Che accade, alla fine voi di Libertà e giustizia vi siete decisi a far nascere un nuovo partito? «Sgomberiamo il campo fin da subito.

La rispostaè noe aggiungo, siccome da diverse parti si è fatto credere il contrario, che è un “no” evangelico: Quel che è sì è sì, quel che no è no, e tutto è opera del maligno». Però il Vangelo non mette mai un limite alla provvidenza…

«Se fosse sì, non sarebbe la provvidenza, ma la “sprovvidenza”. Ci mancherebbe solo che si pensasse di fare un nuovo, ulteriore, partitino».

Però… però… mi lasci dire, quando il manifesto dell’incontro, che non a caso si intitola “La via maestra”, parla di «miserie, ambizioni personali, rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato» non può che venire in mente il rifiuto di “questa” politica. Che ne richiama una nuova.

«Certamente. Ma per operare un rinnovamento o addirittura un ribaltamento delle pratiche politiche e sociali che ci affliggono in questi anni non c’è bisogno “di nuovi soggetti politici”- espressione, tra le tante, che io odio -. C’è bisogno invece, secondo noi, che ciascuno, quale che sia il suo impegno nella società, faccia valere nelle sedi che gli sono proprie (politica, sindacato, cultura, scuola, tutto insomma ciò che ha riguardo con la vita civile) l’esigenza del rinnovamento. Comprenda e faccia comprendere che, continuando così, il nostro Paese si mette su un binario morto».

Lei, come sempre, è bravissimo nello scegliere espressioni e concetti forbiti, ma parliamo politichese: ci giura che un partito nuovo non nascerà? «Nessuno di noi è profeta. Ma il 12 ottobre non c’è la fondazione di alcun partito.

Anzi, il nostro intento è quello di raccogliere le preoccupazioni e le forze, non di dividerle ulteriormente».

Scusi se insisto, ma mi pare che qualcuno sia convinto che state proprio lavorando verso quell’approdo.

«Ribadisco, il nostro è un intento politico, ma non nel senso dei partiti. Se si può dir così, è un intento anche più ambizioso: lavorare alla rinascita di una politica, nel senso autentico della parola».

Lei non vede la politica “giusta” in Italia? «In Italia esiste solo una messinscena della politica. La politica comporta il confronto tra ideee progetti. Oggi mancano le idee e i progetti, e a maggior ragione manca il confronto. Dunque, manca la politica. Venendo meno la politica, la democrazia stessa deperisce. Perché mai i cittadini si dovrebbero impegnare, anche solo nella cabina elettorale, se tanto tutto è destinato a restare quello che è? Viviamo da alcuni anni in stato di necessità. Ma la democrazia è lo stato della libertà».

Come mai, però, associazioni che pur avrebbero potuto rispondere al vostro appello solo rimaste silenti? «L’adesione è larghissima. Chi si è tenuto in disparte, l’ha fatto, mi sia permesso di osservare, perchéè caduto nell’equivoco del “nuovo soggetto politico”. Chiarito il quale, mi auguro che ci siano ripensamenti». La nostra Costituzione. Lei torna lì, alla Carta del ’48. Contestata, e che si cerca di riscrivere. Perché va tenuta ferma? «C’è un paradosso. Tutti o quasi rendono omaggio alla prima parte della Costituzione, quella che tratta dei diritti, dei doveri, della giustizia, del lavoro, della libertà, della solidarietà. Quella parte descrive un tipo di società, molto lontana da quella in cui viviamo, che a noi invece pare tuttora di vivissima attualità. Proprio questa parte della Carta, però, è quella più largamente inattuata o violata. Le si può rendere omaggio in astratto perché ce ne si può dimenticare in concreto. C’è poi la seconda parte, che riguarda l’organizzazione della politica, e quindi i mezzi necessari per promuovere quel tipo di società. Oggi la discussione riguarda la riforma di questa seconda parte. Ma prima e seconda parte sono collegate e alcune delle modifiche che si prospettano, modifiche che definirei oligarchiche, si muovono nella direzione opposta all’attuazione della prima parte».

Costituzione e costituzionalisti. La Moralità pubblica. Che pensare quando si legge dello scandalo dei professori sotto accusa per i concorsi truccati? «Nel campo universitario c’è un ineliminabile aspetto di cooptazione. Naturalmente, quella che dovrebbe essere cooptazione dei migliori può degenerare in corruzione. La linea di confine è labilissima. Anche se, oltre un certo limite, lo scandalo diventa evidente. Mi auguro che si chiarisca che quella linea di confine non è stata superata».

Letta ha detto che mercoledì «siè chiuso un ventennio». Alfano ha vinto su Berlusconi, il Parlamento ha confermato il governo. Davvero un ventennio è finito? «Chi e come lo si può dire?».

Letta lo dice.

«Temo che sia un’affermazione valida per la messinscena, quello che volgarmente si definisce il teatrino della politica. Quando evochiamo “ventenni” che si chiudono, credo che si debba pensare a quel rinnovamento profondo della politica di cui dicevo prima. Qualcuno potrebbe ipotizzare che si tratti solo di una razionalizzazione di ciò che ci sta appena alle spalle e che sta cercando di mettere ai margini gli “incommoda”».

A proposito di “incommoda”, guardiamo all’estate di Berlusconi, al disperato tentativo di evitare la condanna, una politica concentrata su questo mentre la gente è sempre più povera. Lei pensa davvero che si possa tornare indietro? Non c’è troppa prima repubblica, addirittura peggio della prima, in questa seconda? «È difficile non vedere una profonda continuità nelle strutture e nelle concezioni profonde del potere politico, economico e sociale, e perfino criminale, della nostra società. Da questo punto di vista non c’è stata né una prima, né una seconda, né una terza Repubblica. Sono mutate le forme esteriori. Il 12 ottobre ci interrogheremo non sulle forme, ma sulla sostanza. E ci auguriamo che da qui possa nascere un vero rinnovamento».

Un giudizio flash su Berlusconi. È ancora “vivo” politicamente, ha ancora appeal da spendere o è politicamente già in archivio? «A me non interessa tanto questo; mi interessa piuttosto che, Berlusconi o non Berlusconi, ci si occupi dei problemi del nostro Paese, la cui gravità Berlusconi ha contribuito ad accentuare e che rimarranno tali e quali davanti a noi, anche senza di lui».

Lo spauracchio delle elezioni. Minacciato da mesi. Che vantaggi avrebbero gli italiani da un nuovo voto? «Un voto che riproduca la situazione attuale non serve a niente. Un voto che rimetta in moto il confronto politico sarebbe invece essenziale. Ma per questo occorrerebbe un’altra legge elettorale».

 

(la Repubblica, 7 ottobre 2013)


dal progetto Orto d’Artista, 6° Edizione – Dalla Semina al Raccolto

 

Palazzo Isimbardi, Cortile d’Onore – C.so Monforte 35 Milano

Inaugurazione lunedì 7 ottobre ore 18.00. La mostra rimarrà aperta sino a domenica 13 ottobre

 

Presso il Cortile d’Onore di Palazzo Isimbardi (sede della Provincia di Milano) in C.so Monforte 35 si inaugura lunedì 7 ottobre pv, alla presenza del Presidente del Consiglio della Provincia Bruno Dapei, una nuova mostra personale di topylabrys, al secolo Ornella Piluso, dal titolo Paradossiplastici.

Per scelta dell’Artista, né un’antologica né un’esposizione recapitolativa degli ultimi anni della sua intensa attività, divisa tra un operare individuale e di uno corale all’interno e alla guida di Arte da mangiare mangiare Arte. Piuttosto, una mostra incentrata sulla plastica, la materia prima che topylabrys utilizza nel suo lavoro, sul suo valore, sul suo significato, sui paradossi e sulle ambiguità che l’operare con essa comporta.

Ancora una volta, quindi, un tracciato di una testimonianza di assai più lungo termine, non solo per la qualità e quantità delle “opere” esposte ma anche e soprattutto per le implicazioni di valore simbolico o concettuale e di valenza tecnico-scientifica o operazionale che si riscontrano al cospetto di siffatti elaborati. Il duplice focus arte-scienza è il fondamento della poetica stessa di topylabrys sin dagli anni in cui ella operava presso i laboratori Montedison o altrimenti presso quelli della Mazzucchelli 1849 Spa di Castiglione Olona.

 

Il progetto realizzato quest’anno è molto ampio e prevede diverse installazioni, ognuna di queste unica e, nello stesso tempo, collegata alle altre da forti legami di senso:

 

Paradossalmente cibo – installazione composta da cibi commestibili e non e da contenitori di cibo in plastica

Fiamme compresse – ovvero, il paradosso a cui l’uomo da sempre tende, cercando al contempo di dominare la natura e piegarla ai propri bisogni

Compressione impossibile – in questa installazione il Paradosso plastico viene rappresentato attraverso la compressione della stoffa posizionata tra due lastre di plexiglas che impediscono la libertà della materia: questa infatti arrotolandosi si comprime su se stessa creando motivi tridimensionali

Ritratti Critici. A cospetto dell’Artista il Critico si accartoccia – installazione composta da una serie di ritratti fotografici di Critici d’arte realizzati dalla coppia di giovani artisti di Studio Pace10 (M. Scardecchia e G. Maggio) e reinterpretati in chiave plastica e paradossale da topylabrys.

Bollicine nello Spazio- grande installazione che si ispira ai vini della Franciacorta. L’installazione conta circa 130 globi in plastica elaborati individualmente e vuole sottolineare un mondo in continuo movimento. Le bollicine di vino sono espressione di energia e, paradossalmente, ricordano forme irreali dell’Universo, un mondo extraterrestre pieno di possibilità e sogni. In particolare, questa installazione vuole essere un omaggio a Margherita Hack, grande scienziata recentemente scomparsa, una donna che ha indicato e aperto la strada verso un mistero tutto da esplorare, l’Universo

Ulivo e Rete – il paradosso qui sta nell’inglobare la forza propria dell’ulivo in una struttura leggera e trasparente.

 

All’interno della mostra, hanno poi un ruolo molto importante i momenti dedicati a:

 

Orto della Bellezza Italiana: la Semina – giunto alla sua 4° Edizione, l’Orto della Bellezza italiana (progetto ideato da Elisabetta Invernici e dalla stessa Ornella Piluso) viene interpretato come valore etico e non come esperienza legata all’immagine. Quest’anno topylabrys seminerà “LANA”; le “zolle” destinate ai Semi sono realizzate con più lastre di ferro piegate su di loro quasi a creare una plissettatura e sono posizionate all’interno di un “letto” di lana che sembra proteggere i Semi stessi.

 

Tutti i presenti saranno invitati dall’Artista a compiere il gesto della Semina: ad ogni persona verranno consegnati insieme ai batuffoli di lana dei biglietti dove vi saranno scritte frasi, parole, espressioni tutte riguardanti VALORI. I biglietti dovranno essere lanciati nelle “zolle” e in primavera si potrà assistere alla Raccolta d’Arte, ovvero ai VALORI cresciuti nel tempo.

 

Durante la mostra sarà presente la videoprotezione di Bollicine nello Spazio realizzata grazie alle foto dall’Artista Armando Tinnirello.

 

Paradossi Plastici ha ottenuto il Patrocinio di: Consiglio della Regione Lombardia, Regione Lombardia Assessorato alla Cultura, Presidenza del Consiglio della Provincia di Milano, Comune di Milano, EXPO 2015 e di Assocomaplast.

 

INGRESSO LIBEROORARI: dal lunedì al venerdì 10.30-12.30/16-18; sabato e domenica 11-18

INFO: www.artedamangiare.it; 02 54122521 ; info@artedamangiare.it

Da Artribune del 6 ottobre 2013

Perché il museo a cielo aperto di Maria Lai non vada incontro al degrado, il Sistema Turistico Locale di Ulassai ha promosso la manifestazione “Ripuliamo l’arte”. Dal 6 ottobre, decine di volontari disseminati sul territorio daranno nuova vita alle opere site specific dell’artista scomparsa quest’anno.

Mano a secchi, scope, stracci, pennelli e vernici protettive. Parola d’ordine: Ripuliamo l’arte. A sei mesi dalla scomparsa di Maria Lai, Ulassai, paese d’origine dell’artista, si arma di coraggio rimboccandosi le maniche per dare lustro a un tesoro a cielo aperto ancora parzialmente ignoto: 13 grandi opere site specific realizzate tra il 1982 e il 2009 su gran parte del territorio comunale. La manifestazione, fortemente voluta dal Sistema Turistico Locale – che comprende anche il museo della Fondazione Stazione dell’Arte -, prevede l’intervento di decine di volontari pronti a mettere a lucido tutte le installazioni e a dotarle delle indicazioni necessarie per renderle finalmente fruibili, dal momento che “ogni opera d’arte deve diventare pane da offrire a una mensa comune”.
Da Il Lavatoio – primo degli interventi sul territorio dopo la performance Legarsi alla Montagna -, costruzione diroccata che ha visto il contributo di tre artisti Costantino Nivola, Luigi Veronesi e Guido Strazza che, con le loro fontane, hanno impreziosito il grande Telaio soffitto, per arrivare alle più recenti Fiabe intrecciate, scultura d’acciaio ispirata a una fiaba scritta da Gramsci per il figlio che Maria Lai intreccia concettualmente alla leggenda sarda da cui è scaturita la celebre performance, e La cattura dell’ala del vento

Tra queste si snodano le altre opere in parte ideate per tamponare il dilagare del cemento armato nel paesaggio naturale a causa di alluvioni e frane: Le capre cucite, teorie di monumentali capre fissate con graffe di ferro che si stagliano sulle pareti a suggerire la tradizionale tessitura sarda; La scarpata, pareti contenitive che accolgono pietre franate con l’intento di dare voce alla memoria delle rocce; La strada del rito dove pani, uccelli e pesci stilizzati di evangelica memoria si susseguono per oltre sette chilometri di muratura. Per concludere con I Muri del groviglio, fili di parole incisi sul cemento ancora fresco. Pensieri e riflessioni sull’arte che partono dal presupposto che il vero problema non sia solo quello di divulgare l’arte bensì di educare l’individuo a interpretarla, non a caso “è necessario che qualcuno ci aiuti nell’incontro con l’opera, per poi ritrovare l’opera da soli”. La riflessione sul ruolo dell’arte è espresso sinteticamente quanto poeticamente anche su una lavagna ricavata da una parete rocciosa che esibisce la frase “l’arte ci prende per mano” e nella serie dei pani in terracotta smaltata allestiti in via Venezia.

Il percorso a cielo aperto prosegue con Il gioco del volo dell’oca, metafora del percorso esistenziale, per un’interazione tra espressività artistica e comunità, sotto forma di uno dei giochi più celebri che inizia così: “Il guscio dell’uovo si rompe da dentro quando il pulcino inizia a bussare, bussa il pulcino che vuole passare dal guscio dell’uovo al guscio del mondo”. E si conclude con la Casa delle Inquietudini, che origina da una fiaba di Salvatore Combosu, dove l’inconscio che genera i mostri – animali primordiali dalle fattezze antropomorfe -, incarna paure e inquietudini dell’intera comunità. Sì, perché Maria Lai è capace di scuotere le coscienze, risvegliare miti atavici assopiti con la poesia del gesto creativo lento e silenzioso, semplice e quotidiano, che affonda le radici nel simbolo ma anche nell’essenza dell’identità e dell’appartenenza. Selvatica come la sua terra ha sempre guardato al mondo con gli occhi di un bambino con l’ansia e la voglia di infinito. In un intimo e continuo colloquio imprescindibile da tutto ciò che è natura poiché “il paesaggio non si pone come luogo da arredare, resta protagonista e l’arte nasce per dargli voce”.

Roberta Vanali

di Luca Fazio

 

«Enrico Letta guardi questi morti, l’immigrazione non è un’emergenza, esisterà per decenni, dobbiamo smetterla con l’ossessione di respingerli»

«Smettiamola, smettiamola». In Italia c’è un solo rappresentante delle istituzioni che in un momento come questo ha il diritto di dire come la pensa sull’immigrazione, perché sa di cosa sta parlando. Gli altri oggi piangono, piangono tutti, ma sono lacrime di coccodrillo. Nella migliore delle ipotesi. Si chiama Giusi Nicolini, ed è la sindaca di Lampedusa. Più che dare il nobel per la pace ai lampedusani, lo meritano ma ne farebbero volentieri a meno, bisognerebbe nominarla ministro dell’immigrazione e darle pieni poteri. Non è la prima volta che Giusi Nicolini piange da sola davanti ai morti imbustati sul molo della «sua» isola. Non è la prima volta che il suo grido di dolore viene ignorato da tutti, in Italia e in Europa.

Nell’agenda del governo delle larghe intese, nemmeno dopo la storica visita di papa Bergoglio, non c’è un solo appunto per rivedere le politiche migratorie del paese.

Se fossero vivi, quei cadaveri che oggi tutti piangono si chiamerebbero «clandestini» e per molti di loro si aprirebbero le porte delle prigioni per stranieri (Cie). E la legge Bossi-Fini è ancora lì, e ai banchetti dove si raccolgono firme per la sua abrogazione non c’è la fila dei politici che in queste ore si stanno facendo riprendere con il viso contrito. Giusi Nicolini lo sa, «l’Italia ha normative disumane: tre pescherecci sono andati via perché il nostro paese ha già processato i pescatori che hanno salvato vite umane per favoreggiamento all’immigrazione clandestina. Il governo deve cancellare subito questo reato».

Già, il governo. Questo, gli altri. Di centrodestra, di centrosinistra. Pieni di cattolici che adesso pendono dalle labbra di papa Francesco. Pare che il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ieri mattina abbia ricevuto un telegramma che è come uno schiaffo: «Venga a Lampedusa a contare i morti». Lo ha invitato Giusi Nicolini. Quello che gli dirà lo ripete da anni, è stata costretta a ripeterlo anche ieri. «Accanto al profondo dolore c’è lo sgomento e la rabbia per l’atteggiamento delle istituzioni italiane e dell’Europa che continuano a considerare il fenomeno dei migranti come un’emergenza. I migranti arrivano sulle nostre coste da anni e continueranno a farlo ancora per molto tempo. È evidente che occorrono scelte politiche diverse. Se le istituzioni non interverranno subito, saranno inevitabilmente complici di questo assurdo e vergognoso eccidio».

La sindaca di Lampedusa ha una idea forte che è un dovere morale, la creazione di corridoi umanitari, «siamo noi che dobbiamo fermarci nell’ossessione di respingerli». Chissà se riuscirà a convincere il presidente Giorgio Napolitano, che ancora ieri, affranto, suggeriva di pattugliare le coste dei paesi da dove i migranti scappano dalle guerre, oppure il ministro degli Interni Angelino Alfano, che mai si è occupato di immigrazione e che al massimo riesce a indignarsi da Bruno Vespa se gli stranieri reclusi nei centri di detenzione incendiano i materassi per disperazione.

I politici adesso vedranno un bel mucchio di cadaveri, e per non disperare la sindaca Giusi Nicolini in cuor suo deve crederci ancora: «Chiunque vedrà questi morti allineati sulla banchina, penserà ciò che sto pensando io: perché non li mandano a prendere vivi? Smettiamola, smettiamola…».

 

(il manifesto, 4 ottobre 2013)


Care redattrici del sito,
bambini, donne, uomini, sono 94 oggi i migranti morti nel mare di Lampedusa.
A loro desidero dedicare questa mia poesia, scritta per una circostanza diversa, una migrante aveva partorito.
Abbiamo urgente bisogno di una politica dell’amore.

Annunciazione  ( Lampedusa, marzo 2011: una migrante ha partorito )

di un angelo a corto di
parole
e come districarsi
nel miscuglio di carne
e carne
rimescolati
e sangue lievitato in figlio
e tuo e mio senza confini
- o fragile placenta -
di questo meditava Maria nel suo silenzio

e morte già veduta dentro il figlio

Emanuela Mariotto

Cara, 

una mia carissima amica ha recentemente perduto la compagna, con la quale aveva vissuto una relazione molto intensa per 35 anni di vita. Ora questa mia amica è a pezzi; una delle cose che rileva e che la fanno soffrire è che non riesce, con le donne con cui ha condiviso di più, a, diciamo, trovare un terreno comune per parlare della perdita, per motivi credo i più vari. Mi chiedevo se per caso sei a conoscenza di libri o di film o di qualunque cosa che racconti  esperienze personali che possano servirle a riflettere, diciamo, a riflettere il suo lutto nell’esperienza di altre. Ho idea che questo potrebbe aiutarla nel senso almeno di tenerla prossima a questo suo dolore che è anche per lei un fatto vitale, adesso, non so come dire.

Silvia

AITR, Associazione Italiana Turismo Responsabile, che nei mesi scorsi ha organizzato l’evento “Lampedusa, piacere di conoscerci” come atto di vicinanza e di amicizia verso la popolazione di un’isola che da sola, e ormai da anni, deve affrontare continue situazioni di emergenza impegnandosi in generose azioni di solidarietà, esprime il proprio dolore per la tragedia dei giorni scorsi e avanza una proposta.

AITR ritiene che, nell’attesa del necessario impegno dell’Unione Europea, dell’attivazione di Frontex, dell’avvio di azioni politiche ed economiche di sostegno nei paesi africani, che produrranno risultati positivi forse fra anni e decenni, l’Italia debba compiere degli atti concreti e coraggiosi, anche se tali atti potranno risultare impopolari e comportare qualche sacrificio e forse anche qualche incomprensione con altri stati europei.

L’Italia deve abolire subito la legge Bossi Fini e deve spingersi oltre.

Deve andare a prendere i profughi e i migranti sulle coste nordafricane, là dove in condizioni disumane aspettano di essere imbarcati.

Mandare delle navi, accoglierli a bordo, condurli nel continente, assisterli, aiutarli a raggiungere i luoghi dove desiderano recarsi, in Italia o in altri paesi.

Attraverseranno il mare in totale sicurezza e saranno sottratti ai criminali che oggi governano questo traffico vergognoso, incontreranno l’accoglienza e la solidarietà che spettano a chi ha già sofferto troppo.

La ricca Europa è in grado di farsi carico di questa scelta, che comporta ben modesti costi economici rispetto all’immensità dei costi umani.

Poi, passata l’emergenza, si potrà passare ad azioni politiche più meditate e profonde, capaci di rimuovere le cause, di risolvere i problemi, di produrre risultati stabili nel tempo. Ma dopo.

www.noidonne.org

Riprende l’Agorà del lavoro.
Il luogo è quello che già conoscete di Viale d’Annunzio.
Il calendario: i primi tre incontri sono fissati per il 21 ottobre, il 25 novembre e il 16 dicembre.
Dopo i molti progetti e desideri lanciati alla chiusura di giugno (vedi agoradellavoro.wordpress.com) preferiamo definire l’invito del primo appuntamento dopo l’incontro nazionale di Paestum del 4-6 ottobre, nel quale i temi economia/lavoro avranno certamente uno spazio importante.

A prestissimo! Intanto mettete le date in agenda!

PAESTUM 2013

Dal 4 ottobre un nuovo incontro nazionale del femminismo italiano. Per le organizzatrici non è la continuazione dello scorso anno, bensì il tentativo di mettere in relazione percorsi diversi tra loro, sia dal punto di vista generazionale che delle pratiche politiche.

Il 4, 5 e 6 ottobre viene rinnovato l’appuntamento di Paestum, l’incontro nazionale femminista inaugurato – felicemente – lo scorso ottobre. Si tratta anche quest’anno della «sfida femminista nel cuore della politica» che accoglierà una tre giorni (di cui il 5 e il 6 effettivi) di plenarie, laboratori e scambi in presenza.

L’incontro non si connota come mera prosecuzione di quello precedente, bensì come ulteriore condivisione, scambio simbolico e di desiderio politico.

Mentre l’anno scorso la lettera d’invito è stata pensata e firmata da donne che praticano il femminismo e la politica delle donne fin dagli anni Settanta e Ottanta, quest’anno le protagoniste sono quelle che tra i Sessanta e gli Ottanta sono nate. Il rilievo, che non inerisce al solo dato biografico, dice di un discorso genealogico fondamentale che restituisca la misura di un’ulteriore scommessa; un reciproco riconoscersi nelle differenze che riesca a rispondere all’attuale crisi economica e di civiltà. Non solo verso chi è «arrivata prima» ma anche tra chi, pur essendo vicina anagraficamente, mette in atto pratiche politiche differenti. Si legge nella lettera infatti che «Paestum 2013 vuole essere un incontro in cui ogni donna si senta libera di partecipare, di esprimersi, di dare il suo contributo nella prospettiva, eminentemente politica, di produrre un cambiamento: essere lei stessa, lei nella relazione con l’altra e le altre, il motore di quel cambiamento».

 

La logica virtuosa del dono

Se il «primum vivere», e lo straordinario lavoro politico avviato l’anno scorso, rimane sullo sfondo come intendimento che trasforma le priorità dello sguardo sul mondo, oggi le firmatarie pongono l’accento sul significativo «Libera ergo sum». Anna Maria Bava, Barbara Cassinari, Chiara Melloni, Elena Marelli, Elisa Costanzo, Gabriella Paolucci, Giulia Druetta, Ilaria Durigon, Laura Capuzzo, Laura Colombo, Maria Bellelli, Nadia Albertoni, Rosalba Sorrentino, Sabina Izzo, Sara Gandini, Silvia Landi, Stefania Tarantino, Tristana Dini, Valeria Fanari hanno stabilito di intitolare così la lettera di convocazione in cui, tra le altre cose, si legge: «l’invito a Paestum 2013 vuole essere nello spirito dell’apertura e del riconoscimento reciproco, per riprendere a tessere la politica delle donne nella mutua consapevolezza dell’esistenza dell’altra». Certo, la scelta della stessa sede poteva rischiare di apparire come una reiterazione insidiosa, eppure come specificano Ilaria Durigon e Chiara Melloni di «Femminile Plurale»: «Nessuna di noi voleva istituzionalizzare quell’incontro come qualcosa di statico. Si cercava il modo di renderlo un evento vivo, rispondente a quello che eravamo diventate grazie a Paestum 2012, alle nostre relazioni, così arricchite». La preparazione della convocazione, proseguono Durigon e Melloni, viene rifinita e veicolata tramite web, restituendo – nel risultato finale – l’efficacia di un lavorio di mediazione durato mesi. Ciò che emerge è un contenuto «altamente politico, capace di riconsegnare il senso della crisi del nostro tempo». Perciò «la lettera è un buon punto di inizio, per guardare avanti, un punto di inizio che speriamo Paestum riuscirà a superare: vogliamo andare oltre quella lettera, e farlo grazie a tutte le donne che parteciperanno». Da sottolineare che da un punto di vista logistico, e per agevolare gli spostamenti, anche quest’anno l’associazione Artemide, composta da Sabina Izzo, Gabriella Paolucci e Maria Bellelli, ha preparato l’accoglienza. C’è inoltre una novità: è stato costituito, insieme all’ausilio della Libreria delle donne di Bologna, il fondo Paestum: economia delle relazioni tra donne, affinché la logica virtuosa del dono si sostanzi e succeda a quella del profitto. «Con gli introiti saranno ridotti i costi di partecipazione per chi ne farà (ne ha fatto) richiesta».

Pensata nel solco di un agire femminile capace di «alzare la posta in gioco», la lettera racconta di una radicalità interrogante. C’è una frizione manifesta quando la libertà femminile viene confusa con una rivendicazione che strattona al ribasso. In questo senso non vi è comunque contraddizione se il presente della politica, nominato con forza simbolica, si coniuga con l’elemento materiale delle vite di ciascuna. «Libera ergo sum», monito augurale e già illuminato, va inteso dunque in una grammatica della generosità più ampia che sappia raccontare una contemporaneità composita e spesso conflittuale. Per questo, i temi proposti per l’incontro del 2013, oltre a essere numerosi e sostanziandosi proprio nella libertà femminile da cui prendono avvio, definiscono ulteriori territori di riflessione.

 

L’agenda dei lavori

Il 5 ottobre verranno appunto avviati i laboratori ai quali si potrà partecipare, tutti corrispondenti ai temi proposti nella convocazione e modificati o puntualizzati grazie agli incontri preparatori avvenuti in numerose città e nel blog dedicato all’esperienza di Paestum (raccolta di materiali, report e commenti si possono trovare in www.paestum2012.wordpress.com): sessualità – amore – violenza; lavoro – economia; democrazia – autogoverno – istituzioni delle donne; maternità – non maternità; pedagogia della differenza; welfare – nuove cittadinanze; autocoscienza; cura di sé, delle relazioni, del mondo; pratiche di autodeterminazione: corpi e sessualità. Negli scorsi mesi, il blog ha ospitato diversi interventi legati sia ai temi della lettera che a questioni politiche più stringenti come la partecipazione degli uomini al convegno femminista. Seppure non sia questo il punto, come sottolineano Sara Gandini e Laura Colombo della Libreria delle donne di Milano, «al di là di Paestum lo scambio con gli uomini ci permette di fare i conti con l’altro da sé, necessario per mettere al lavoro in modo creativo la differenza sessuale». In riferimento al tema del separatismo, sottolineano che «è stato importante e non si può superare senza un forte dibattito. La pratica della separazione è fondamentale perché rappresenta la dimensione del tra donne che può dare indipendenza simbolica dall’uomo e far guadagnare il primato del rapporto donna con donna. Molte sono le strade che il femminismo prende e prenderà, ma sull’essenziale siamo d’accordo: non vogliamo l’inclusione, la parità, l’emancipazione».

Sul lavoro e l’economia, si soffermano invece Tristana Dini e Stefania Tarantino. Entrambe fanno parte della rivista on line Adateoriafemminista (fondata da Angela Putino e Lucia Mastrodomenico) e così precisano: «Abbiamo desiderato fortemente l’incontro di Paestum 2013 perché sentiamo la necessità di aprire nuovi spazi teorici e pratici per la politica delle donne in questo paese. Facendo parte di quella generazione che oggi fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro, vorremmo mettere al centro l’intreccio tra libertà femminile e condizioni di vita materiale. Certo, il desiderio di libertà è radicato, prima che nelle condizioni materiali di vita, nel nostro corpo e nella nostra anima ma è essenziale interrogarci, a partire dall’esperienza di ciascuna, sulla trasformazione del lavoro nel sistema neoliberista. Il lavoro oggi assume un carattere divoratore che si gioca sia sul piano individuale che su quello relazionale: la posta in gioco sta nella capacità di porsi nel punto sensibile tra libertà e vita materiale, tra simbolico e fattuale, per rompere l’isolamento con un agire collettivo e incanalare le energie evitandone la dispersione. La forza femminile mostra come al risentimento e alla difesa, sia necessario opporre un’azione politica inedita, capace di spostare il terreno di gioco imposto dall’esterno, per spiazzare il senso di ciò che sembra immodificabile. Si tratta di non subire la vita, ma di viverla. Per noi è importante, infatti, non solo rompere l’isolamento con un agire collettivo, ma anche saper incanalare le energie evitandone la dissipazione».

Dalla fine di Paestum 2012 fino a oggi, fra le mille donne che vi hanno partecipato – provenienti da tutta Italia – molte hanno messo in atto pratiche di confronto nelle proprie associazioni di riferimento, collettivi, librerie e gruppi di appartenenza locali, costruendo reti. E se lo scorso anno grande attenzione ha avuto il tema della rappresentanza, è pur vero che, da parte soprattutto delle generazioni più giovani, si era già mostrato l’interesse verso una materialità delle esistenze che non solo andrebbe interrogata ma di cui si deve anzitutto avere competenza, per non rischiare di esserne soggiogate. Dall’incontro scorso non è venuto fuori nessun documento programmatico, e altrettanto accadrà nei prossimi giorni, giacché un convegno femminista non può configurarsi nella logica di un’agenda partitica. A questo proposito, secondo Durigon e Melloni, «è chiaro come la politica statale sia incapace di produrre mutamenti strutturali, in quanto parte essa stessa della struttura, del sistema da modificare. I cambiamenti strutturali non si realizzano ai piani alti, ma a quelli bassi delle relazioni concrete tra le persone. La politica statale, politica sterile incapace del nuovo, sarebbe autentica politica solo se si facesse recezione passiva delle istanze provenienti dal piano sociale, piano in realtà autenticamente politico, il piano dei cambiamenti veri e duraturi».

 

Continuare il cammino

Durante questa tre giorni, ci sarà spazio anche per la convivialità e la fruizione artistica. Ardesia, composta da Stefania Tarantino (voce) e Maria Letizia Pelosi (chitarra), proporrà una selezione di brani dal loro primo cd Incandescente, ispirato dalla lettura de Le tre ghinee di Virginia Woolf.

In conclusione, come ribadiscono Gandini e Colombo, «per Paestum 2013 è stato molto importante l’incontro di Bologna e il gesto che lì è stato fatto da Lia Cigarini, Lea Melandri e le altre promotrici di Paestum 2012, che hanno detto “andate avanti voi”. È stato il tirarsi a lato (non indietro!) della generazione che ha aperto la strada. Adesso tocca a noi far sì che questa strada sia percorribile da altre e che altre possano entrarci. C’è un’eredità ricchissima del femminismo, e l’essenziale di questa ricchezza è ancora tutto da scoprire. La società, la cultura maschile in crisi hanno creduto di farcela offrendo come risposta l’inclusione delle donne. Ma non si tratta di questo. Qui si pone un problema di fiducia, di credito, si può dire di autorità: l’eredità ricchissima del femminismo deve essere vista e accettata».

Come appare evidente, la formazione diversa delle donne che hanno firmato la lettera di convocazione non significa rinunciare all’incontro in presenza, oppure osteggiarsi l’un l’altra per produrre meccanismi di rifiuto e chiusura. Paestum 2013 diventa piuttosto una scommessa che vale la pena di affrontare per mettersi in gioco. Non in un monologo comiziale e neutro ma appunto – come già accaduto nel 2012 – nel modo del femminismo: quello del partire da sé, interamente, con tutto il rischio e il guadagno relazionale che ciò comporta.

(su ScalfariBergoglio e le vie del Signore)

di Luisa Muraro

 

Nelle belle maniere non pochi trovano l’esonero dal dire quello che pensano e come stanno le cose. Il problema è complicato, ma, in ogni caso, si tratta di un rischio che corre la nostra già scarsa possibilità di ascoltare qualcosa di vero. Le belle maniere non sono nemiche della schiettezza e neanche della verità, ma ci vuole una virtù speciale per la quale non esiste neanche il nome. Alcuni (fra i quali Angela Putino, ricordate?) l’hanno chiamata parresía, che è una parola antica.

Non abbiamo la parola perché non abbiamo la virtù. Ci ho pensato a proposito dei discorsi che si sono scambiati Scalfari di Repubblica e papa Bergoglio l’estate scorsa.

Io non so se sia cosa buona e opportuna che un papa si metta a recitare in un simile teatro rubando la scena ai cattolici laici, ma bisogna dire che il discutibile costume l’avevano inaugurato altri papi e che in questo caso l’iniziativa è venuta tutta da Scalfari.

Scalfari ha scritto a papa Francesco una anzi due lettere pubbliche. Si tratta, a dir poco, di testi carenti di verità soggettiva, con molti luoghi comuni, notizie raccolte per l’occasione, domande che solo l’italica indifferenza religiosa fa sembrare vere domande.

Il papa lascia passare del tempo e per finire risponde. Sta al gioco dell’altro cercando di fare il suo: dichiara apertamente che non seguirà l’impostazione (si fa per dire) di Scalfari, reimposta il tutto, sale sul pulpito che gli offre il quotidiano e fa una lezione di dottrina cristiana, a partire da sé e dalla sua esperienza religiosa. Notevole è l’enfasi che mette sull’autorità di Gesù di Nazareth, bilanciando tacitamente la tesi di Scalfari sul potere che avrebbe fatto la fortuna storica della Chiesa cattolica.

Qual è il punto critico della faccenda? Che qui s’incontrano atteggiamenti e argomenti molto distanti e non commisurati fra loro. Poteva uscirne uno scontro, invece no, appena qualche attrito. Dalla loro combinazione che è un inevitabile compromesso e un far finta di capirsi, deriva l’effetto politico dell’intera faccenda.

Domanda: è un effetto politico nel senso vero e quasi perduto della parola, per cui qualcosa cambia in meglio nella condizione comune? O si tratta di una sia pur nobile trovata pubblicitaria nello stile corrente che strumentalizza tutto e tutti, e fa guadagnare alcuni pochi?

Non discuto le intenzioni, m’interrogo sugli effetti. Non ho una risposta, ma ho un elemento che potrebbe servire. Ad alcune persone in buona fede lo scambio tra Scalfari e Bergoglio è apparso come il segnale che la separazione tra credenti/non credenti è finalmente finita. Che è, da un sacco di anni, la posizione personale e la ripetuta richiesta di molte femministe, me compresa. Al pensiero femminista corrisponde anche la posizione centrale assegnata da Bergoglio alla relazione, fino a dire che la verità stessa è relazione.

Posizioni non nuove per molte di noi, dunque, ma nuova ho sentito la gioia con cui queste coincidenze sono state percepite. E interpretate come segni che il pensiero delle donne sta avanzando per vie che non sappiamo. Come potremmo se, come dice il popolo, le vie del Signore sono infinite?

Tradotto in parole non popolari: la scena pubblica ha certe caratteristiche dello spazio transizionale (Winnicott), dove si gioca e si recita (in inglese e francese, è una sola parola: to play, jouer) tra realtà e finzione. La qualità degli attori e il senso stesso della recita dipendono, per una parte essenziale, dal pubblico: si può dire così? Ma noi vogliamo continuare a fare questa parte?

Qui finisce la prima puntata; seguirà Come fai a dire la verità, se sei un papa? a commento dell’intervista che papa Bergoglio ha dato alla rivista Civiltà Cattolica.

(Luisa Muraro)

 

PINA INFERRERA

27 Settembre 2013

Galleria d’Arte Moderna Via Capolungo, 3                                                                                                                     16067 Genova-Nervi

Donna e natura protagoniste di intrecci indissolubili in questo quarto appuntamento di “Natura-Contemporanea” che si inaugura in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio 2013 e che vede protagonista Pina Inferrera, artista dai natali messinesi di lunga e ben strutturata carriera.
Per il mio ruolo istituzionale e per una solidarietà femminile immediata e doverosa, mi piace sottolineare il suo impegno sul fronte di una duplice denuncia contro l’ininterrotta violenza perpetrata dall’uomo verso la donna e verso la natura, entrambe vittime quasi predestinate in una società contemporanea che, a dispetto di fantascientifici progressi in tutti i campi, non riesce a cancellare crudeltà, ferocia, maltrattamenti, soprusi, avidità e speculazioni indiscriminate nei confronti di chi ha debolezze strutturali o tradizionalmente attribuite.
Le fotografie di Inferrera, le sue installazioni – che restituiscono funzione, addirittura con dignità d’arte, a rifiuti d’industria pronti a rinascere sotto le creative spoglie di gocce d’acqua e di crisalidi fattrici di vita – si offrono come inequivocabili e impietose testimonianze quando mostrano, con delicatezza di segno, la costrizione della condizione femminile e la serrano, per esempio, nella prigionia dolorosa di una luccicante moda-tortura; quando documentano lande desolate e tronchi irrevocabilmente mutilati al posto di quelli che un tempo dovevano essere splendidi boschi e foreste.
Immagini-monito significative e preziosi documenti che attestano, d’altro canto, le scelte di
campo e la convinta partecipazione di molti artisti contemporanei, con le loro profetiche consapevolezze, alla costruzione di una società più cosciente e giusta, di una civiltà più umana e più disponibile a un rispettoso rapporto con la natura: Pina Inferrera è tra loro e con gratitudine, per la qualità formale e il messaggio che diffondono, ospitiamo oggi le sue opere nelle sale dei Musei di Nervi.
Carla Sibilla
Assessore alla Cultura e Turismo
del Comune di Genova

di Alessandra Pigliaru

Il compito di colei o colui che scrive sembra consistere nel «diventare vedenti». Così credeva Ingeborg Bachmann quando, nel corpo a corpo con il dolore dell’ingiustizia, considerava l’incontro con la verità dell’invisibile. Esiste però un territorio liminare, governato e complicato dalle piccole cose, in cui la scrittura è obbligata a farsi asciutta, puntuale e priva di pietà perché deve decostruire le menzogne costruite dalla Storia. Ciò che accade si sostanzia così in un fatto che si ha la responsabilità di raccontare così com’è – mondando l’elemento intimistico per renderlo il più rispondente alla veridicità degli eventi. È anche questa una strada per arrivare alla consapevolezza di «farsi vedenti», e infine dire «mi si sono aperti gli occhi».
Forse è così che Erika Mann scrive i dieci racconti contenuti nell’importante volume The Lights go down (Farrar & Rinehart, New York/Toronto 1940), ora finalmente pubblicato in Italia per le cure di Agnese Grieco con il titolo Quando si spengono le luci. Storie dal Terzo Reich (Il Saggiatore, pp. 272, euro 19,50). Raccontare la vicenda biografica e intellettuale di Erika Mann, scrittrice, performer e conferenziera di fama internazionale, equivale a percorrere gli anni bui di una storia ancora scottante: quella della follia nazista ma anche dell’impegno politico di numerosi intellettuali contro la tracotanza di un potere che, innervatosi nella società tedesca, aveva conosciuto numerose connivenze nel resto del mondo.
Tedesca di nascita, Erika ebbe come padre l’illustre – e ingombrante – Thomas. Proprio con lui e la famiglia – tra gli altri si ricorda il fratello Klaus, adorato – si trasferisce negli Stati Uniti. È il 1937 e dall’esilio scrive le storie raccontate in Quando si spengono le luci. Tutte realmente accadute, sono state segnalate alla scrittrice che ha modificato i nomi e alcuni dettagli per evitare ritorsioni nei confronti delle e dei protagonisti.
I racconti, tra il diario di viaggio e la cronaca, sono esemplari e si dipanano in una piccola cittadina bavarese tra il 1936 e il 1938. Spigolosi e a tratti cinicamente ironici, proprio come appare la stessa Erika in alcune fotografie che la ritraggono, i dieci racconti descrivono la vita quotidiana della classe media tedesca in relazione al Terzo Reich. Per stessa ammissione dell’autrice, non si tratta di tratteggiare le vicende di criminali efferati né di eroi buoni e puri di cuore. Erika Mann mantiene piuttosto il controllo di passioni e impulsi caotici e si fa regista di minute faccende senza voce. Come nota sapientemente Agnese Grieco, che cuce una postfazione tanto preziosa quanto generosa, la scrittura di Mann risente della sua formazione cinematografica e teatrale tesa alla costruzione di una vera e propria scena della visione. Come a dire che quella possibilità di spalancare gli occhi – per chi ha colto l’assurdità della sopraffazione – in Erika Mann diviene una lama lucida e calibrata che allestisce il senso dell’umana e fragile condizione.
La piena conduzione da parte dell’occhio registico-scrittorio è la modalità scelta per separarsi dall’eccesso affettivo, e trasformarsi in ospiti di un paese straniero che si guarda per la prima volta e senza pregiudizi. I protagonisti e le protagoniste delle storie non possono che essere gente comune: commercianti e aspiranti maestre, piccoli imprenditori, burocrati e sacerdoti, così come contadini, madri e professori. In ciascuna e ciascuno di loro la gratitudine nei confronti dello Stato tedesco è variamente presente e, al contempo, deflagra nell’incomprensibilità quando la si misura con la propria coscienza. Erika Mann divide e monda la narrazione per riconsegnare un ritratto reportagistico senza sconti. Si potrebbe parlare di banalità del male, se non fosse che quel male rappresentato dal totalitarismo si lega a una coazione pervasiva di ogni comune sentire. La paura, ma anche la tonalità di un consenso piegato alla propaganda, non conosce scampo. Se alcuni trovano il modo per salvarsi, fosse anche solo con l’uso della ragionevolezza, altri risultano affidarsi a una forma destinale vittimistica. Difficile uscirne vivi. «Solo in rari momenti di chiarezza che mutava in spavento si ponevano la domanda riguardo a chi avesse la responsabilità di tutto ciò. Perché, si chiedevano allora, perché seguiamo con cieca ubbidienza un destino chiamato Adolf Hitler? Perché noi tutti ubbidiamo?». L’ignavia ineluttabile fa il resto.
Ma di queste esistenze apparentemente ordinarie che non sempre hanno avuto parole per nominare l’orrore, la scrittrice racconta il passo a venire. Il Terzo Reich è così metafora dell’inerziale soggiogamento dinanzi al mostruoso che comunque non smette di interrogare il nucleo rivoltoso di se stessi. Sottolinea infatti Agnese Grieco, «alle spalle di tutte le figure narrate dalla Mann, la domanda che cosa fare? risuona centrale, ineludibile: un appello alla scelta di un atteggiamento responsabile».
Forse una risposta efficace una volta per tutte non può essere data, proprio per questo il monito sul che cosa fare? deve avere la forza del ritorno al presente, nell’attenzione costante. In special modo dinanzi a ogni forma di oppressione o semplicemente di fronte alla meschinità di uno Stato che pretenda di barattare il proprio bene con la libertà di uomini e donne.

report di Katia Ricci

Incontro alla Merlettaia mercoledì 18 settembre 2013 con Rosaria Bruno, responsabile del Coordinamento umanitario del Segretariato dell’ONU, che opera in Siria da 11 mesi per coordinare le attività e rendere possibile l’accesso della popolazione agli aiuti delle varie agenzie, Croce Rossa, privati, fondazioni, militari di stanza in Siria.

“Non ci sono più buoni e cattivi, le violazioni sono commesse da tutti contro tutti. Attualmente ci sono centomila morti certificati, sessantamila scomparsi, un numero imprecisato di morti in zone che non abbiamo raggiunto, 2 milioni di rifugiati nei paesi vicini, 5 milioni di sfollati interni.”

Questo l’impressionante bilancio, purtroppo provvisorio, di una guerra insensata, come si suole dire e che, invece, ha una sua logica, come tutte le guerre.

“Eppure tutto è cominciato con una manifestazione di studenti a Dera, che sull’onda della cosiddetta primavera araba, reclamavano libertà civili e personali, come il diritto di associazione e la libertà di stampa. Ma la repressione del governo è stata brutale. Ha indicato i manifestanti come terroristi. Hanno peggiorato la situazione le sanzioni e l’embargo, che sempre e soprattutto colpiscono la popolazione civile. Il risultato è stato che l’opposizione democratica è uscita dal paese e gruppi di ribelli hanno preso le armi.

La Siria è un paese secolare, un crogiuolo di varie culture, etnie e religioni, con un equilibrio tra loro, sancito dalla costituzione. Aveva alti indicatori di benessere, un notevole livello di emancipazione delle donne, che occupano posti importanti nelle professioni e nell’amministrazione, ma limitate libertà per tutti. Ancora oggi il governo cerca di assicurare i servizi pubblici.

In seguito alla repressione, i gruppi di intellettuali sono andati in esilio verso la Turchia, la Francia e l’Inghilterra, mentre nel 2011 è sorta l’opposizione armata dei cosiddetti ribelli. Il governo, che fino a poco tempo fa negava che ci fosse una crisi umanitaria, solo da ora comincia a fare delle ammissioni e a riconoscere che c’è una lotta contro i terroristi, usando la stessa terminologia che usava nei confronti degli studenti. Si è esasperata la posizione dei radicali e le regole della guerra non sono più rispettate da nessuno.”

Alla domanda se e da chi è stato usato il gas nervino, così ha risposto: “Non posso rispondere e nessun ispettore dell’ONU può dirlo, o meglio gli ispettori possono dire soltanto, come hanno detto, che in quella determinata circostanza che hanno analizzato, è stato usato il gas”. Il Coordinamento umanitario (di cui Rosaria Bruno è a capo in Siria) è un “agente neutro”, che non ha interessi particolari né propri progetti da portare avanti.

“L’assoluta neutralità è la condizione perché altre agenzie possano svolgere i loro progetti nelle zone difficili. La nostra organizzazione è riuscita a negoziare con i vari gruppi armati e il governo al fine di fornire assistenza umanitaria e la sospensione del fuoco per l’accesso umanitario. Operiamo in una situazione molto difficile perché siamo appena 4000 operatori su 21 milioni di abitanti, ai quali bisogna aggiungere 5000 sfollati palestinesi e altri sfollati dei paesi confinanti. A questi si aggiungono i Curdi, che in un primo momento guardavano con favore gli oppositori, mentre adesso sono alleati del governo.

Attualmente stanno entrando in Siria gli Hezbollah a fianco di Assad.

A rendere ancora più difficili gli interventi, bisogna tener presente che le zone controllate dagli oppositori o dal governo cambiano continuamente. Quando vado in missione da Damasco ad Aleppo impiego 14 ore per passare attraverso le varie zone e i relativi controlli, mentre prima ne occorrevano solo 4. Tutti abbattono aerei e stanno usando carri armati contro scuole e ospedali. Infatti, a rendere più terribile la situazione, è intervenuta la distruzione e l’occupazione degli ospedali e l’attacco alle ambulanze che trasportano i feriti perché si presume che i feriti siano combattenti.”

Alla domanda sulla condizione e sul ruolo che hanno le donne dice:

“Prima il codice era particolarmente avanzato per le donne, mentre ora nelle zone controllate dagli islamisti le donne non possono più lavorare e ci sono stati molti arresti, per cui stanno sorgendo gruppi femminili armati e ci sono stati scioperi e blocco dei convogli dei ribelli perché le donne non vogliono perdere il livello di emancipazione. Ma da parte di tutti si fanno violenze sulle donne, che subiscono stupri, aborti e hanno difficoltà a partorire.

Le viene chiesto come potrebbe comportarsi il movimento pacifista italiano, quale parte sostenere e come orientarsi.

“Per la prima volta – risponde – il governo italiano con Emma Bonino ha assunto una posizione ragionevole. C’è una sola agenzia italiana pacifista che opera in Siria e sono poche quelle che hanno esperienza umanitaria. Solo Emergency e Medici senza frontiere, che non operano in Siria. La posizione del Papa è stata molto efficace e ha mosso i capi religiosi. Anche i giovani e gli oppositori vogliono il dialogo, ma sono fuori del paese. La popolazione è stanca e vuole la pace, in più in Siria, date le condizioni di benessere prima della guerra, non sono abituati alle ristrettezze. Il camion che distribuisce l’acqua, mentre in Africa è accolto come un miracolo, in Siria provoca disagio psicologico e umiliazione. I bambini erano abituati a mangiare regolarmente e a fare merenda, ora invece sono malnutriti.

Al di là delle dichiarazioni gli USA sono cauti nell’azione, perché c’è il rischio dell’allargamento del conflitto. L’Iraq è più pericolosa della Siria perché c’è molta instabilità e lì si sono rifugiati molti siriani, così come in Turchia, dove potrebbe esserci fermento e in Giordania, maggiore alleato dell’USA, che ha accolto i siriani, ma nei campi.

Siamo riusciti a far riaprire le scuole, abbiamo dato fondi e convinto gli insegnanti a riaprire, sia pure in condizioni difficili e vincendo le loro resistenze, preoccupati che l’alto numero degli allievi andasse a discapito della qualità. Altra differenza con paesi in crisi come in Africa, dove l’apertura di una scuola, anche con un numero elevatissimo di alunni è accolta con felicità. Ma, in compenso, è rimasto forte il senso di solidarietà, per cui, per esempio, le persone che le ricevono, dividono fra loro le razioni, mentre in Africa si scannerebbero per assicurarsele interamente. Abbiamo maggiori difficoltà a negoziare con i ribelli, perché il governo, per avere consensi, non blocca gli aiuti e, comunque, è un governo socialista, che persegue l’uguaglianza, assicura i servizi pubblici, e sostiene il ruolo forte dello Stato.”

Alla domanda sul rapporto tra le varie etnie e le varie religioni, risponde che in Siria etnie e religioni sono la stessa cosa, anzi le chiamano sette. “Oggi l’opposizione armata cerca di portare il conflitto verso una logica religiosa, mentre tutto è iniziato con la richiesta di maggiore democrazia.

Purtroppo l’occidente continua a voler esportare il proprio modello democratico, e accoglie con favore la cosiddetta primavera araba, sperando che ne sortirà una società simile a quella occidentale. Ma non succede questo: in Tunisia, per esempio, le donne ora stanno molto peggio. Noi occidentali non siamo capaci di dialogare con l’Islam, che ha componenti molto diverse. Le voci moderate non sono sostenute e se ne vanno dai propri paesi.”

Le viene chiesto quale ruolo hanno i cristiani. “All’inizio non si sono schierati, poi hanno subito rapimenti, come è successo al patriarca ortodosso. Molti stanno scappando per gli attacchi da parte dei gruppi che vogliono la formazione di uno stato islamico.”

Infine Rosaria Bruno ritorna a mettere l’accento sull’importanza di continuare a mantenersi neutri per poter agire. Ma il ruolo di “agente neutro” del Coordinamento umanitario non impedisce però la consapevolezza della differenza tra donne e uomini nel rivendicare il particolare interesse e impegno personale nell’operare per la riapertura delle scuole e nel campo della comunicazione. Per questo dice che la sua organizzazione è impegnata in una campagna di comunicazione attraverso i social network per spiegare la loro azione e la necessità di mantenersi neutri tra le parti contrapposte.


Ecco una sintesi in dieci punti delle riflessioni delle giornaliste della «27esima Ora» sul ruolo dei media. 1 Evitiamo di riferirci alle donne come «soggetti deboli», vittime predestinate, e agli uomini come «soggetti violenti», in preda a ineluttabili meccanismi mostruosi. Le donne vengono rese vulnerabili, in determinate condizioni, dalla violenza che gli uomini agiscono, in determinate condizioni. Insistere su deboli e violenti in una società che ancora tende a crescere le bambine come dolci e gentili e i bambini come forti e aggressivi conferma uno dei pre-giudizi alla base della non parità e alla radice della violenza. 2 Raptus di gelosia, omicidio passionale, l’ha uccisa, ma l’amava moltissimo. Sono frasi fatte e rifatte da una cultura che pesa sulla libertà di donne e uomini. Non lasciamoci tentare dal lato morboso delle storie. Le storie vanno raccontate, ma proviamo a rinunciare alle parole sbagliate, dai testi ai titoli. 3 Cerchiamo di porre la stessa attenzione nell’iconografia. Spesso proponiamo ai lettori solo le facce, i corpi, i sorrisi delle donne ferite o uccise. Le chiamiamo Angela, Maria, Serena. Rubiamo le loro immagini da Fb. Ma dove sono gli uomini che commettono quei reati? Ombre e, in quanto tali, ci limitano nel decifrare il male. 4 Non si può imporre a ogni articolo o titolo intenti educativi, ma la storia non può partire e fermarsi all’ultimo atto. 5 Non stiamo parlando di un’emergenza, di un’onda improvvisa che si è alzata e che si abbasserà. La violenza degli uomini sulle donne è una realtà che permane nei codici espressi e nell’oscurità dei corpi. Quello che rende strutturale la violenza è la natura stessa delle relazioni violente, anche quando non si concludono con un femminicidio. Sospendiamo la battaglia dei numeri. Stiamo sprecando tempo ed energie che potremmo dedicare alle persone.6 Offriamo le testimonianze di quante sono riuscite a «venirne fuori». Proporre modelli positivi ? donne che si sono chiuse una porta alle spalle e sono state sostenute da forze dell’ordine, magistratura, comunità di accoglienza ? aiuta la diffusione di una consapevolezza che oggi in Italia è ancora debole. Una storia che si rivela sbagliata può essere chiusa: esiste un sistema di sicurezza al quale si ha diritto di ricorrere. Quando una donna viene uccisa nonostante ripetute denunce non è perché «non c’era nulla da fare», ma perché c’è stata una falla in quel sistema e su quella falla si deve lavorare.7 Non basta develinizzare i palinsesti di televisioni-giornali-siti di giornali. Raccontiamo le donne reali: che lavorano o che fondano una propria impresa, che avanzano nella ricerca o nelle istituzioni; che scelgono di dedicarsi alla cura della famiglia senza sentirsi obbligate; che cambiano idea su una scelta precedente senza temere le conseguenze del passo indietro.8 Gli uomini che «condividono la subcultura della superiorità maschile» sono più inclini a diventare «partner abusanti». E «le donne portate a concepire un ruolo subalterno» nella coppia sono più inclini a subirla. Non ci resta ? come mass media ? che contribuire al sovvertimento della subcultura generale della diseguaglianza secondo cui la mascolinità si esprime attraverso il dominio. Proviamo a cambiare racconto: raccontiamo che la violenza è fragilità. La scuola può aprire dal basso un laboratorio di idee al quale i media devono partecipare rivoluzionando, insieme, i codici lessicali e le rappresentazioni rosa-azzurre che definiscono le aspettative e determinano i desideri.9 Evitiamo la contrapposizione maschile-femminile. Non lasciamo che la violenza sulle donne resti una conversazione tra donne. Gli uomini che prendono la parola su questioni di genere spesso temono di essere poco credibili. Invece la voce di un uomo ? un giornalista, nel nostro caso ? ha effetto amplificato sul pubblico. Allo stesso tempo è fondamentale raccontare gli uomini autori di violenza, dove nascono il rancore e la rabbia e l’incapacità di sopportare un «no» o un «basta». L’esperienza dei centri di ascolto per i violenti si può rivelare utilissima per smontare il meccanismo che sta sotto l’idea sbagliata di virilità.10 Perché il fattore culturale che definisce i rapporti tra uomini e donne è così resistente? Scrive Lea Melandri che le donne restano legate al «sogno d’amore», il richiamo a un focolare che ne faceva le protagoniste della casa e del rapporto con i figli. E che gli uomini restano prigionieri dell’idea di rappresentare l’universale, frutto di un genere che ha avuto privilegi, ma anche mutilazioni della libertà. Come parlarne senza semplificazioni o denunce spettacolari? Nella nostra formazione dovrebbe entrare una riflessione sulle differenze tra i generi. La libertà di pensiero e giudizio è uno strumento base del giornalismo. Forse dovremmo chiederci perché sia ancora così difficile usarlo quando parliamo di donne e uomini. Molto sta cambiando, ma siamo ? noi per primi ? in una terra di passaggio. Interrogarsi è un acceleratore.

Corriere della Sera – 25 settembre 2013

Il convegno/ LAURA BOLDRINI: CHIAMATEMI «LA» PRESIDENTE
di Luisa Betti

Nel salottino accanto alla sala Zuccari di palazzo Giustiniani, le prime ad arrivare ieri mattina per il convegno «Convenzione di Istanbul e Media» sono Barbara Stefanelli e Luisa Pronzato, del Corsera. In sala c’è a vicepresidente del senato, Valeria Fedeli, che ha organizzato l’evento. Subito dopo arrivano la presidente della Rai, Tarantola, la presidente della camera, Boldrini, Giannini e Calabresi, di Repubblica e La Stampa, e infine Sara Varetto di SkyTg24 con il presidente del senato, Pietro Grasso.
Caffè, acqua, convenevoli, e ci mettiamo a sedere al tavolo pronti a sviscerare il peggio, o il meglio, sulla narrazione del femminicidio e gli stereotipi nei media. Dopo i saluti di Grasso e di Boldrini la sala è già calda, perché le due alte cariche dello stato introducono il tema prendendolo di petto: Grasso dice che «la parità trai generi deve essere perseguita oltre la legge, oltre le regole, oltre le quote», ma è Laura Boldrini che lancia alla platea un perfetto “dritto”, parlando di cambiamento culturale e del linguaggio a partire da sé: «Se una giudice chiede di essere chiamata la giudice, una ministra la ministra, perché non si fa? Perché forse siamo comete che non lasceranno il segno? Se chiamassi il direttore Calabresi, direttrice, non credo sarebbe contento, eppure io vengo ogni giorno chiamata signor presidente».
Sulla stessa lunghezza d’onda sono gli interventi di altre due donne autorevoli: Fedeli parla dell’articolo 17 della Convenzione di Istanbul che «richiama all’impegno dei media sulla violenza contro le donne», ribadendo che per avere un reale cambiamento questa Convenzione «bisogna conoscerla, leggerla, saperla»; mentre la presidente Rai si lancia in un discorso ricco di dati, mettendo sul piatto il lavoro, posti apicali d’azienda, stereotipi, fino a dichiarare quello che potrebbe essere uno slogan: «Via gli stereotipi, anche a scapito dello share».
Poi arrivano il direttore della Stampa e il vice di Repubblica, e il tavolo prende un’altra piega. Calabresi, si avventura nel paragone tra le donne che vivono violenza e le vittime di terrorismo, insistendo sul dare voce a chi non l’ha e su fatto che «emergenza sul femminicidio significa emergenza nel cambiare la situazione», anche se poi «in Finlandia muoiono più donne che in Italia»; e Giannini riprende l’ottimo articolo di Adriano Sofri sulla minimizzazione della violenza, pubblicato dal suo giornale, ma cita anche «l’amore malato che poi diventa amore criminale, una bellissima trasmissione televisiva», senza forse sapere che è proprio quel tipo di narrazione, che insiste su particolari anche morbosi, a essere messa in discussione a quel tavolo.
Ma sono ancora le donne a riportare la palla al centro: Sarah Varetto insiste sui ruoli decisionali, e la vice del Corsera, Barbara Stefanelli, propone 10 punti pratici sulla narrazione della violenza, un bell’input fatto anche grazie all’immenso lavoro della 27esima ora. Un’occasione che prendo al volo per concludere gli interventi del tavolo con diversi punti: sul fatto che il femmincidio è la violenza che una donna può subire nell’arco di una vita fino alla sua uccisione – e non l’atto criminoso in sé – e che quindi se l’80% della violenza in Italia è domestica, non ci stiamo inventando niente; che se vogliamo davvero cambiare la cultura, i nodi sono la scuola e i media, ma soprattutto l’informazione di stampa, tv e web che se si pone come oggettiva e che incide sull’opinione pubblica; e infine che esiste una vittimizzazione secondaria anche nei media, in quanto una narrazione stereotipata ha un effetto devastante e diretto in quelle aule di tribunale e in quelle caserme in cui le donne non sono ancora oggi pienamente credute.
Il modo per uscirne? Immettere nel tessuto vivo dei giornali, al di là di blog e rubriche, giornalisti e giornaliste formati sulla materia, non come jolly occasionali ma in posti precisi e anche di responsabilità. Una corretta narrazione del femminicidio, non può passare per una certa “sensibilità” al tema: un direttore metterebbe qualcuno che fa sport a fare economia perché è “sensibile” alla materia? Non credo. E su questo gli uomini, che sono la maggioranza dei “capi” nelle redazioni italiane, ci dovrebbero ascoltare.
il Manifesto – 25 settembre 2013

Mostre, incontri, letture, performance e musica Dal 14 settembre al 27 ottobre 2013

Vignetta di Corvo Rosso

La campagna

Il Sistema Bibliotecario Urbano di Milano, in collaborazione con l’editore OSA Books & Media, presenta una campagna di sensibilizzazione e di informazione sul tema della violenza sulle donne.
La campagna prende il titolo dalla mostra No al Silenzio! Basta violenza sulla donne del satirist Furio Sandrini, alias Corvo Rosso, ideatore, curatore e promotore dell’iniziativa. La mostra fa da cornice al ricco programma in  calendario che, per la prima volta in Italia (e probabilmente nel mondo), si presenta come una manifestazione diffusa sul territorio di un’intera città. Per oltre un mese, dal 14 settembre al 27 ottobre 2013, Milano sarà infatti teatro di una molteplicità di eventi sul tema: letture, presentazioni di libri e incontri con gli autori, perfomance, musica, mostre e spettacoli, ma anche occasioni per conoscere il lavoro di tutti i soggetti impegnati nella prevenzione e nel contrasto alla violenza sulle donne.
Oltre il 27 ottobre sono previste altre iniziative che daranno continuità alla campagna No al Silenzio! Basta violenza sulla donne fino al 25 novembre 2013, giorno in cui in tutto il mondo si commemora la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, secondo la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 17 dicembre 1999.
Hanno aderito alla manifestazione l’Assessorato alle Politiche Sociali e Cultura della Salute, l’Assessorato alla Sicurezza e Coesione Sociale, la Delegata del Sindaco alle Pari Opportunità oltre a editori, librerie, ospedali, università e associazioni impegnate nel campo.

Gli eventi

Furio Sandrini, ideatore, curatore e promotore dell’iniziativa, sarà presente come moderatore e animatore a molti eventi in programma. Così faranno Matteo Albertini e Giovanna Daniele, della redazione di Corvo Rosso Magazine on line. Partecipano agli incontri con improvvisazioni musicali Il Corvo Rosso Jam Reading Tour e i musicisti Floriano Bocchino (pianoforte), Arrigo Cappelletti (pianoforte), Roberto Piccolo (contrabbasso), Maurizio Signorino (sax) e Giampiero Spina (chitarra).

PROGRAMMA