di Sara Gandini e Laura Colombo

Pensare in presenza e niente esperte in cattedra anche quest’anno a Paestum. Si tratta del qui e ora, in relazione, una pratica politica viva, non un codice di comportamento o una lista di cose ammesse e precluse, non un’impalcatura. Infatti alcune a Paestum sono perfino salite sul palco per interloquire da femministe in un luogo del femminismo, nella maniera più efficace per loro.
L’imprescindibile per noi è poter scorgere semi di libertà femminile che germogliano. Quando ci sono donne che vivono la relazione tra loro come pratica politica e hanno il coraggio di rimettere in discussione tutto ma non il loro desiderio, il nostro stato di eccitazione prende il volo. È quello che abbiamo visto e sentito con la performance delle Femministe Nove a Paestum, che è stata un forte polo d’attrazione.
Ci sono state anche critiche decise, alcune hanno denunciato il rischio di ripetizione rispetto al femminismo degli anni ’70, una mancanza di originalità. Altre hanno detto che Paestum non era il luogo adatto per una performance di questo tipo, che l’intervento non doveva essere preparato in precedenza, che i termini del conflitto non erano chiari, che non ci si presenta come gruppo parlando a nome di un collettivo. Certamente queste critiche, che riguardano la pratica politica, sono importanti.
Noi vorremmo interloquire su un punto, contenuto nel manifesto letto durante la performance. È un conflitto necessario, perché ne va della nostra libertà. Come diceva Clara Jourdan a Paestum, si crea autorità femminile quando una donna riconosce a un’altra un di più su qualcosa d’importante per sé, senza pretendere reciprocità. Questo è l’atto significativo, rivoluzionario: posso creare autorità femminile, che circola nel mondo generando nuova società femminile per tutte. Nel loro manifesto, le Femministe Nove dicono di non voler vivere l’asimmetria dell’autorità. Noi pensiamo che questo sia un punto cruciale: cosa significa, oggi, riconoscere che non siamo tutte pari? Riconoscere il di più dell’altra? Perché è un guadagno per tutte? Noi sappiamo che quando riconosciamo in alcune donne un sapere, un’intelligenza e intuizioni che allargano l’orizzonte, i nostri riferimenti cambiano, il mondo cambia, perché deve fare i conti con la soggettività femminile. La misura su ciò che ha valore, il senso che diamo alle cose non è più lo stesso, e quello che capita è esattamente il potenziamento della libertà femminile, cui aspirano le Femministe Nove.
Ci rendiamo comunque conto che si tratta di un nodo politico intricato, da continuare a pensare. Facciamolo insieme!
Un punto del loro manifesto ci è piaciuto molto. Si tratta di un’affermazione importante, che riguarda noi e il nostro presente: «La rivolta è quello che il femminismo, in questo secolo, ha da ripensare». Noi diremmo, con le nostre amate Pussy Riot, che abbiamo vinto nel momento in cui impariamo «ad essere arrabbiate e a dirlo politicamente».
A Paestum abbiamo anche visto felicità e simpatia, voglia di divertirsi e gioire delle relazioni, desiderio di mettersi in gioco, con ironia. Le Femministe Nove erano fiere del lavoro che ci mostravano con la loro performance e questa forza si è irraggiata in tutta la sala di Paestum. Di questo siamo grate alle Femministe Nove, come siamo grate di avere nominato l’importanza dell’erotismo anche in politica, tema a noi caro da anni.
Desideriamo quindi creare momenti di scambio in presenza, in cui possiamo metterci in gioco in prima persona. Lo diciamo anche perché le Femministe Nove non c’erano nella preparazione di Paestum e ci avrebbe fatto piacere che invece fossero con noi nel pensare e organizzare l’incontro. È stato un momento molto conflittuale, che ci ha dato una grande occasione per conoscerci e rilanciare le relazioni tra noi, “venute dopo”. Solo puntando su relazioni vive possiamo mettere al centro la pratica del conflitto in modo fecondo. Nella speranza che coglieremo tutte l’occasione di ritrovarci a Bologna sabato 14 dicembre, accettiamo l’invito di Tristana Dini, Stefania Tarantino e Barbara Verzini.


(www.libreriadelledonne.it – 21/10/2013)

 di Franca Fortunato

 

Egregio direttore, non so quante donne e uomini si siano riconosciuti nel suo editoriale di sabato scorso, io di certo sì, non solo nei ringraziamenti al sindaco Pisapia e alla città di Milano da parte della “Calabria perbene”, ma essenzialmente nel titolo di apertura del giornale “Un omaggio all’amore per la libertà”. Grazie direttore per questo riconoscimento per Lea e per le tante donne che, anche in questa regione, per affermare la libertà propria e delle proprie figlie e figli, stanno pagando un prezzo molto alto. Anche se ci si ostina a considerare Lea e altre come donne dell’“anti ‘ndrangheta”, con il rischio di farne delle icone e delle martiri e magari delle sante, le protagoniste sanno bene che la loro forza non è il desiderio di distruggere la ‘ndrangheta ma quello di affermare la propria libertà, simbolicamente e materialmente. È quanto Lea ha insegnato a sua figlia Denise che al suo funerale ha riconosciuto l’eredità lasciatale dalla madre. «Per me è un giorno triste, ma la forza me l’hai data tu… se è successo tutto questo è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti. Ciao mamma». Denise ha onorato così sua madre, riconoscendo l’origine della sua forza in lei, nel suo desiderio di libertà, e si è legata a lei per sempre in un rapporto genealogico consapevole, dove il riconoscimento e la gratitudine verso la madre rende libera e forte la figlia. È questo il senso femminile dell’«Onora la madre». Altro è il senso maschile di tale “onorare”, di cui parla Angela Iantosa nel suo libro “Onora la madre – Storie di ‘ndrangheta al femminile”. Figlie che obbediscono alla madre onorando il padre che si serve di lei per conservare e trasmettere alle figlie e ai figli la sua legge, il suo codice, negando libertà alla madre e alla figlia, in verità non onorano la madre ma il padre. Le madri come Lea e la figlia come Denise hanno fatto ordine in quel mondo, rompendo quella catena in cui la madre uccide simbolicamente la figlia, e a volte anche materialmente come nel caso di Maria Concetta Cacciola.

Gentile direttore sono grata anch’io alla città di Milano – una città a me vicina e tanto cara per le tante amiche della Libreria delle donne e altre – per l’accoglienza che ha riservato a Lea e a sua figlia Denise. Nel giorno del funerale ho telefonato alla mia amica Pinuccia Barbieri perché mi mettesse in contatto con qualcuna delle donne che avesse deciso di partecipare al funerale. Volevo sentirmi presente. È così che a fine giornata, Antonella Nappi, femminista “storica”, mi ha raccontato quello che i giornali hanno poi pubblicato. Tantissime donne, giovani e meno giovani, tante bandiere, tanti fiori, tanta commozione, affetto e musica scelta da Denise. Alla mia domanda perché ci fosse andata, è seguita questa email significativa di come Lea e Denise appartengano, ormai, a tutte le donne, del nord e del sud. «Mi colpì e colpì molti milanesi la notizia del sequestro e dell’uccisione di Lea Garofalo a Milano da parte della criminalità organizzata e con il consenso del marito. Mi sono identificata nella figlia Denise che per tutto il viaggio di ritorno al sud con il padre e lo zio ha pianto (lessi sul giornale o mi figurai io stessa) mentre da loro apprendeva che la madre stava morendo o stava per essere uccisa. Le foto ce le mostravano assieme passeggiare in una via di Milano molto nota, potevamo essere noi, e nel momento in cui si separavano credendo di rincontrarsi di lì a poco. Non siamo abituati a Milano a notare i delitti della criminalità, il vasto ceto medio se ne sente indenne. Ma se li si considera, questi delitti appaiono più efferati di ogni altro per la freddezza della decisione. Inoltre l’uccisione di una donna che collabora con la giustizia, l’agire di un padre insensibile alla disperazione della figlia e l’impotenza di questa nel salvare la madre perché requisita lei stessa, sono una somma di orrori che rimangono impressi nella memoria. La scelta di Denise di denunciare il padre e i parenti ne hanno fatto un simbolo di grandezza civile e assieme al sacrificio cosciente della madre questa vicenda è divenuta un monumento di potenza umana e femminile. Il ritrovamento dei resti, il funerale laico, la dedica di un giardino della città a Lea, mi hanno stretta a queste due donne, introducendomi nella storia e così molti a Milano si sono sentiti in causa, sono stati presenti perché partecipi come familiari e come innamorati di queste due donne. Le bandiere di Lea sono esposte in negozi, associazioni femminile e in molte case». Lea e Denise hanno reso Milano una città vicina a quella Calabria perbene di cui lei direttore ha parlato nel suo editoriale. Grazie ai tanti uomini e alle tantissime donne che – come Antonella Nappi – si sono “innamorate” di Lea e Denise. Potenza dell’amore femminile per la madre.

(il Quotidiano della Calabria, 21 ottobre 2013)

Agorà del lavoro di Milano &
P
rimum vivere anche nella crisi:
la sfida femminista nel cuore della politica

Più forza ad ognuna/o, più forza collettiva

Molte le iniziative che vogliamo lanciare quest’anno:

– confronti aperti con economiste/i su temi di attualità che ci premono

– incontri mobili in città (sindacato, università, giornalismo, expo)

– laboratori di approfondimento (codici di autodeterminazione, reddito/welfare)

– creazione di una mappa on line di esperienze e contesti di lavoro “in relazione”

Questo è un programma aperto:
vieni a portare le tue competenze, i tuoi desideri, i tuoi bisogni

SIETE TUTTE E TUTTI INVITATE/I

L’Agorà del lavoro
per incontrarsi ribellarsi progettare
accade a Milano
 lunedì 21 ottobre 2013 dalle 18,30 alle 21

Viale D’Annunzio, 15;
tram 2 e 14 P.za General Cantore;
3 e 9 P.za 24 Maggio;
metro 2 Sant’Agostino

di Sara Gandini, Laura Colombo, Laura Minguzzi

Madre di Dio, Vergine, diventa femminista. Diventa femminista, diventa femminista.
(Preghiera punk delle Pussy Riot)

Ekaterina Samutzièvich (Katja) è nata a Mosca il 9 agosto 1982. Dopo la scuola superiore ha frequentato l’Istituto dell’Energia di Mosca e si è diplomata nel 2005. Katja ha lavorato due anni in un’impresa bellica, dopo di che si è iscritta alla scuola di fotografia e multimediale A. Ròdcenko. Si è diplomata nel 2009, occupandosi poi di pratiche artistiche.
Nadezda Tolokònnikova (Nadja) invece è nata a Noril’sk, in Siberia, nel 1989, il 7 novembre, giorno della Rivoluzione. Dopo la scuola superiore si è trasferita a Mosca, dove si è iscritta alla facoltà di filosofia dell’Università Statale. Alla fine del quarto anno ha chiesto una temporanea interruzione degli studi per occuparsi a tempo pieno di arte.
Marja Aliòchina (Mascia) è nata a Mosca il 6 giugno 1988. Dopo la scuola superiore ha lavorato nel movimento “Danilovzy”, che assiste negli ospedali i bambini psichicamente malati. È stata una delle organizzatrici della campagna in difesa del parco Utrisc e ha fatto parte dell’organizzazione Green Peace. Prima dell’arresto studiava all’Istituto di Giornalismo. Si dedica anche alla poesia.
La giornalista Elena Masuk sul quotidiano online «Novaja Gazieta»[1] ha intervistato Nadja e Mascia, oggi rispettivamente nella colonia penale zona numero 14 della repubblica di Mordovia e nella colonia zona numero 28 Solikamsk nella regione di Perm[2].
Nadja viene svegliata dalle guardie alle cinque e mezza del mattino e per tutto il giorno deve cucire le giacche “Baltica” e “Meteor” per l’esercito: 320 al giorno per 350 rubli al mese. Il cappotto che porta addosso l’ha dovuto pagare 900 rubli, il fazzoletto 150 e le scarpe che indossa sono di un materiale molto freddo. Bisogna lavorare in fretta per rispettare i tempi della squadra. Si mette nella posizione yoga del loto per cucire più rapidamente ed estraniarsi. Legge la Bibbia, i filosofi russi Berdjàev, Rozànov, Soloviòv, Merezhkòvkij e il filosofo contemporaneo Zlavoj Zizek. Ama andare alle fonti della religione, contro la Chiesa gerarchica di potere:
«La nostra Preghiera non era né contro la Madonna, né contro Dio, invece ci hanno presentato come nemiche di Dio, delle teppiste. Anche N. Berdjaev e F. Dostoievskij furono condannati come nemici della Chiesa. Capita a tutti coloro che si interessano del destino della religione. Mi sento di continuare la tradizione di questi filosofi. […] Fin da piccola ho avuto la percezione dell’esistenza di qualcosa che io chiamo destino, altri Dio, altri Allah».
Le tre giovani donne che formeranno il gruppo delle Pussy Riot si conoscono nel 2008 e cominciano a frequentarsi periodicamente per discutere di arte e di politica. Nel 2010 nasce in loro il desiderio di creare un gruppo femminista che agisse nello spazio pubblico su temi politicamente rilevanti. Nel 2011 – momento politico particolarmente delicato segnato dalle elezioni della Duma e da numerose marce di protesta – insieme ad altre giovani donne, tra cui Katja e Nadja, ideano il gruppo, il nome e l’immagine. Nell’ottobre dello stesso anno le Pussy Riot, cantanti punk e femministe radicali, danno luogo alle prime performance illegali, in metro e sui tetti dei filobus.
Il 21 febbraio 2012 le Pussy Riot si introducono nella cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca e intonano la preghiera punk Santa Maria, Vergine, liberaci da Putin! La performance originaria dura meno di un minuto, ma le ragazze vengono portate fuori dalla chiesa dalle guardie private e arrestate. Il 17 agosto, dopo l’arresto e la carcerazione preventiva, Nadja e Mascia vengono condannate a due anni di rieducazione in due colonie penali differenti per “vandalismo motivato da odio religioso”. Katja, condannata a due anni con la condizionale, è attualmente in libertà vigilata. Nadja e Mascia, pur essendo più giovani e con bambini piccoli, sono in due colonie penali lontane 1000 km da Mosca, fra donne recluse per reati molto più gravi[3].
Dalla performance nella Cattedrale del San Salvatore è stato registrato un video ed edito il libro Una preghiera punk per la libertà (Saggiatore), traduzione di una pubblicazione curata nel settembre 2012 da Feminist Press che contiene poesie e preghiere delle Pussy, documentazioni e materiali del processo, e anche numerose testimonianze in loro supporto da parte di artiste e artisti di tutto il mondo. Alcune delle Pussy Riot hanno lavorato direttamente con Feminist Press per il progetto di questo libro. I proventi della vendita del libro (tramite il sito Free Pussy Riot) vanno in un fondo per le famiglie di Mascia e Nadja sulle quali sono pesate prima la difesa legale e ora le spese per la loro detenzione. L’ultima protesta delle Pussy Riot è stata lanciata in rete il 6 settembre 2012, con un video pubblicato su YouTube. Si vedono alcune componenti della band, rimaste libere a Mosca, con il capo coperto dal passamontagna colorato, che scendono da un muro e gridano un messaggio contro Putin: «Il nostro Paese è dominato da un uomo che pensa sia illegale definirsi femminista e sostenere i diritti di gay e lesbiche. Quest’uomo pensa che, se canti e balli in modo sconveniente, devi farti due anni di rieducazione».
Nadja aveva già fatto parte del gruppo «situazionista»[4] dei Vojnà (guerra) a cui si devono performance artistiche di grande impatto. Nel 2008 ad esempio, all’ottavo mese di gravidanza, Nadja ha partecipato a un happening dal titolo Copula per l’erede orsacchiotto, alla vigilia dell’elezione di Medvèdev, che in russo ha la stessa etimologia di medved'(orso): quattro coppie facevano sesso pubblicamente nel Museo Statale di Biologia di Mosca. Dopo questa performance è stata espulsa dall’Università Statale Lomonòsov di Mosca, la più antica e prestigiosa università del Paese. Sempre con il gruppo Vojnà nel 2010 ha partecipato a una performance nel tribunale Tagànskij, a Mosca, per denunciare la corruzione dei giudici, disseminando centinaia di scarafaggi neri per le stanze e i corridoi. L’evento dei Vojnà che ha suscitato maggiore eco internazionale è stato però a San Pietroburgo nel 2011: si trattava del disegno di un enorme fallo, lungo decine di metri, sul ponte Litèjnyj, davanti alla sede cittadina dell’Fsb, l’erede del Kgb; quando il ponte si alza, per far passare le navi, il grande fallo appare come in erezione di fronte al primo traghetto. Nell’ottobre del 2011 una parte delle donne che partecipavano alle azioni dei Vojnà si è staccata per fare azioni più spiccatamente femministe, come la campagna Bacia la sbirra: le ragazze tentavano di baciare sulla bocca tutte le poliziotte che incontravano.
Oleg Kùlik, che faceva parte del gruppo Vojnà, ha ricollegato queste performance all’azionismo russo, una “dichiarazione di pazzia” che ha radici nel 1600, nel movimento ascetico degli Stolti di Cristo. Asceti come Avvakùm e San Basilio il Benedetto, durante le loro performance aggressive erano i soli a poter criticare apertamente il potere attraverso azioni estreme in spazi pubblici simboli del Paese[5]. Kulik ammette però che l’arrivo del capitalismo in Russia e il disfacimento del socialismo hanno reso le azioni dei Vojnà invisibili: «Erano performance radicali basate sull’eliminazione di comportamenti civili, ma avvenivano sullo sfondo di un capitalismo selvaggio tale che la società non si scandalizzava più. Eravamo nulla in confronto ai politici di quegli anni».
In questo contesto nascono le Pussy Riot: «Amiamo il principio della rima cattiva e l’inspiegabile è nostro amico. Le opere intellettuali e raffinate dei poeti di Oberiu[6] e la loro ricerca del pensiero ai limiti del significato trovarono rappresentazione concreta quando pagarono la loro arte con la vita, sradicata dall’insensato e inspiegabile Grande Terrore. Pagando con la loro vita questi poeti dimostrarono che l’irrazionalità e l’insensatezza erano le fondamenta della loro epoca. L’essenza della vita umana sta in questo: essere un mendicante ma arricchire gli altri. Non avere niente ma possedere tutto. Si pensa che i dissidenti di Oberiu siano morti ma sono vivi. Sono stati puniti ma sono ancora di insegnamento».
Durante il processo dell’estate 2012, Nadja ha dichiarato: «Siamo giullari, skomoròkhi, forse addirittura pazzi sacri»[7].
La stampa ha giudicato la performance delle Pussy Riot incriminata una danza blasfema[8].
Ne hanno fatto una questione morale. In questo anche la stampa religiosa oltre che i giornali di regime e gli interventi dello stesso Putin hanno dato loro man forte. Pare che soprattutto la provincia e la campagna si siano espresse a favore della severità della pena per le ragazze, da intendere come un messaggio di rigore contro ogni opposizione politica[9]. Tutta la vicenda delle Pussy Riot può essere letta sotto diverse prospettive. Molta parte della stampa si è focalizzata sugli aspetti più facilmente accessibili e accattivanti della vicenda, cancellando completamente le coordinate politiche e artistiche in cui si muovono le Pussy Riot[10].
A noi preme osservare cosa le Pussy Riot possono darci in termini di forza e radicalità politica, senza dimenticare gli scivolamenti possibili quando affrontiamo realtà lontane da noi, geograficamente e culturalmente. Ma ci preme evidenziare la radicalità della loro pratica e il lavoro sull’immaginario e sul simbolico che realizzano con le loro performance. Le loro accuse sono diverse dalle solite tirate anti-Putin (le elezioni truccate, la retorica dei diritti umani, ecc.) e svelano la natura più intima del meccanismo di consenso del regime, risultando particolarmente indigeste. Infatti spiegano quanto Putin abbia sfruttato la religione ortodossa e soprattutto il suo apparato simbolico per costruirsi una “origine” teocratica. La Chiesa ortodossa russa ha accettato di rivestire questo ruolo ed è emersa come principale attore di questo progetto di legittimazione. Su questo Katja si è espressa nella sua difesa al processo: «Hanno utilizzato notevoli quantità di professionalità scenografiche, attrezzature video, lunghe dirette sulla televisione nazionale, numerosi sfondi per le notizie moralmente e eticamente edificanti, dove presentare i discorsi ben costruiti del Patriarca, spingendo in tal modo i fedeli a fare la scelta giusta politica in un momento difficile come quello che ha preceduto le elezioni per Putin». E poi «le immagini dovevano essere scolpite nella memoria, e costantemente aggiornate, ma al tempo stesso tutto questo doveva sempre dare l’impressione di qualcosa di naturale, continuo e imprescindibile».
«La nostra improvvisa apparizione musicale nella Cattedrale di Cristo Salvatore con la canzone Madre di Dio, spazza via Putin ha violato l’integrità dell’immagine mediatica che le autorità avevano voluto produrre e mantenere per tutto questo tempo, e ha rivelato la sua falsità. Nel nostro spettacolo abbiamo osato, senza la benedizione del Patriarca, unire l’immaginario visivo della cultura ortodossa con quella della cultura della protesta, suggerendo così che la cultura ortodossa non appartiene solo alla Chiesa ortodossa russa, al Patriarca e Putin, ma che potrebbe anche allearsi con la ribellione civile e lo spirito di protesta in Russia»[11].
Le Pussy Riot dichiarano di credere nel potere della preghiera e dell’arte, nel potere della parola e dell’amore. Non rivolgono proposte politiche a partiti, sindacati e istituzioni, e nemmeno al mercato dell’arte, ma lavorano sul piano simbolico. Quando Madonna e Bjork le hanno invitate a suonare con loro hanno risposto di essere lusingate ma hanno ribadito che le sole esibizioni a cui sono interessate sono quelle illegali: «Rifiutiamo di esibirci come parte del sistema capitalistico, in concerti dove vendono biglietti»[12].
Anche sul corpo Le Pussy Riot lavorano in modo interessante. Nascondono il viso con dei passamontagna colorati e indossano vestiti corti e calzamaglie colorate. Per evitare proiezioni sessuali maschili e sviare l’attenzione dai messaggi politici, annullano aspetti che possono costituire richiami sessuali (diversamente dalle femen[13] che si mettono a seno nudo), pur mantenendo forti tratti femminili: «Ci siamo chiamate Pussy [“figa”] per contrastare la mentalità machista corrente che vuole la donna, il sesso femminile accogliente, tenero, docile».
Questo lavoro sul proprio aspetto ha colpito molto l’immaginario collettivo, tanto che è diventato un Logo, volutamente non registrato, ed è stato ripreso ovunque, facendo il giro del mondo.
Le Pussy Riot hanno dunque mostrato la capacità di partire da sé, dalla loro verità, dal loro corpo, sfidando un decalogo morale molto rigido e insensato, senza fare compromessi. Si tratta di giovani donne coraggiose che hanno saputo mettersi in gioco personalmente fino in fondo, sfidando direttamente gli uomini di potere che determinano la vita del paese.
Criticano da un punto di vista russo e ci tengono a definirsi patriote. Nadja dice di odiare Putin ma di amare la Russia e di battersi perché la sua bambina possa crescere in una Russia libera. Si dichiara addirittura contenta di questa condanna spropositata, perché in questo modo il sistema Putin ha in realtà «emesso una sentenza contro se stesso».
Uno degli effetti più interessanti della condanna, secondo Nadja, è che il processo ha riunito forze diverse e opposte e che la pressione esigente, incalzante e costante della società sulle autorità del governo l’ha reso un evento politico che sta scrivendo la storia della Russia: «Ogni giorno, sempre più persone capiscono che, se il sistema attacca con tale veemenza tre giovani donne che si sono esibite nella cattedrale per quaranta secondi, significa che questo sistema teme la verità, la sincerità e la rettitudine che noi rappresentiamo»[14].
Il 26 gennaio 2013 in collegamento con la Libreria delle donne via Skype, Katja ha raccontato che, dopo la condanna, la lotta è per via giudiziaria, per la libertà di Nadja e Mascia, e per difendere le manifestazioni artistiche delle Pussy Riot, e anche il senso della loro azione dai travisamenti e strumentalizzazioni dei media.
Chi scrive ha incontrato nell’estate 2013 Pussy Katja a Mosca – avevamo già parlato con lei virtualmente (via Skype alla Libreria delle donne il 26.1.2013): una grandissima energia e una forza soprannaturale, forse frutto della libertà che lei e il gruppo incarnano. Tornando a questo mondo, Katja ha raccontato che il suo tempo lo passa con avvocati per presentare istanza di appello, a tutti i livelli, contro la condanna di Nadja e di Mascia, per ottenere una riduzione di pena. Inoltre si occupa della causa legale contro chi si è appropriato senza il loro consenso del logo del gruppo.
Quando uscirà Nadja si occuperà ancora di arte e politica. Vorrebbe continuare gli studi all’Università Statale di Mosca (MGU), concorrere per il dottorato. Durante l’intervista racconta della figlia Gera che può sentire quindici minuti al giorno: «La cosa che mi pesa di più nella colonia è l’impossibilità di concentrarmi nella lettura. C’è un regime dei tempi che è uguale per tutti. Il freddo e le privazioni materiali non mi disturbano troppo. Mi ritengo un po’ un’asceta».
Mascia racconta che è in isolamento perché non si è svegliata alle cinque e trenta in punto. Legge libri che gli amici le spediscono. Si sta preparando a una conferenza sui gruppi politici e artistici degli anni Venti-Trenta. A parte il periodo di isolamento (novanta giorni), anche lei cuce guanti per l’esercito per otto ore al giorno. È controllata in tutti gli spostamenti e non può comunicare con nessuno, né partecipare ai momenti collettivi della colonia penale: «La cosa che le pesa di più è la consapevolezza che lo scopo della permanenza nella zona di rieducazione è la formazione di una coscienza servile. Come luogo non è brutto, conserva vecchi ricordi storici. Qui sono stati rinchiusi, in esilio, Shalàmov e Bukòvskij, nella mia stessa cella di isolamento».

NOTE

1. NovayaGazeta N°7 del 23 gennaio 2013. Quando non indicato diversamente le dichiarazioni sono tratte da questa intervista.
2. Traduzione di Laura Minguzzi.
3. Come si spiega? Un proverbio russo dice “Non sottovalutare i secondi”. L’avvocata di Katja ha sostenuto nella sua difesa che la ragazza voleva partecipare attivamente alla preghiera punk ma non ha fatto in tempo perché trattenuta dai poliziotti: Katja, sostiene, è stata davanti all’altare quindici secondi e non quaranta-cinquanta come le altre, anche se non ha nascosto il carattere politico dell’azione.
4. Il Situazionismo è un movimento artistico e politico nato alla fine degli Anni ’50 del secolo scorso, animato da una critica radicale della società capitalistica e della sua cultura.
5. Dal sito Repubblica Pussy Riot: “Non trattate gli artisti come fossero animali”.
6. Unione per l’arte reale. Ultima formazione letteraria d’avanguardia, creatasi nella Russia degli anni Venti a Leningrado. I componenti furono colpiti dalle purghe staliniane.
7. Dal sito Rivista Studio Gli shomorokhi erano dei menestrelli che si esibivano sia in pubblico che per lo zar nella Russia medievale e, come le Pussy Riot, univano il dileggio alla disobbedienza.
8. «Il luogo scelto dalle Pussy Riot per la loro preghiera punk non poteva essere più simbolico. Una preghiera alla Madonna davanti all’altare della Cattedrale del Cristo Salvatore per liberare la Russia dal male, cioè da Putin. La Cattedrale, voluta da Alessandro I per festeggiare la vittoria su Napoleone, era stata demolita negli anni trenta per ordine di Stalin per fare spazio al progetto del Palazzo dei Soviet. Il grattacielo non fu mai realizzato e al suo posto, negli anni sessanta, fu costruita un’enorme piscina di acqua calda per poter praticare il nuoto a cielo aperto sotto la neve di gennaio e febbraio. All’inizio degli anni novanta sono iniziati i lavori di ricostruzione della cattedrale, nello stesso luogo e a imitazione dell’originale, in stile neobizantino e ugualmente ricca e monumentale».
9. Secondo le ipotesi del sito Echo di Mosca, pare che Nadja e Marja abbiano tenuto, durante il processo, una linea di difesa che assomigliava più ad un attacco. Hanno preso la parola dichiarando apertamente che Putin è responsabile delle condizioni di vita pessime della maggior parte della popolazione e quindi di essere lui per primo immorale; alle sue insinuazioni di avere perfino scelto un nome indecente, hanno risposto puntualmente che sono molto più rozze e indecenti le sue espressioni; per esempio in occasione dell’attentato al Teatro Dubròvka di Mosca nel 2002, dove per liberare gli ostaggi fu usato dagli Omon (corpo speciale anti-terrorismo) un gas letale che ne uccise più di quanti ne avrebbero uccisi le-i terroriste-i, Putin gridò ai quattro venti che avrebbe «fatto fuori i ceceni perfino nel cesso!»
10. Da una parte i commentatori si sono scagliati contro la “cattiva Russia” e dall’altra si sono sprecati in commenti che ricamavano sessualmente l’immagine delle tre giovani Nadja, Mascia e Katja (“look pre-Raffaelita”, “labbra alla Angelina Jolie”, “sex symbol voluttoso”) puntando su richiami sessuali, semplificando la vicenda e omettendo le ragioni profonde della protesta.
11. «l’Unità» 16 agosto 2012. Pussy Riot, le dichiarazioni al processo
12. dal sito RaiNews24.
13. Movimento di protesta ucraino fondato a Kiev nel 2008, diventato famoso su scala internazionale per la pratica di manifestare in topless contro il turismo sessuale, il sessismo e altre discriminazioni sociali.
14. Una preghiera punk per la libertà; ed. Saggiatore (pag. 31).

di Margherita Ghilardi

Un sottoscala o una soffitta? Una cantina? Un ripostiglio? Chissà dove vanno a finire le scrittrici dimenticate, si chiedeva una ventina di anni fa Luigi Baldacci, molto lodate in vita ma presto sgombrate dai piani alti della storia letteraria, spazzate via nelle antologie e nei bilanci definitivi della critica. Per scrivere di quell’ingiustizia a lui era venuto in mente un luogo più insanguinato che polveroso, lo stanzino di Barbablù con le mogli sgozzate appese alle pareti. L’immagine è truculenta ma efficace, a scavarla nella memoria, quasi un chiasmo della fantasia, ha forse contribuito il «grosso sangue» di Oloferne, la «carneficina tessuta rivo per rivo» da Artemisia sulla sua tela più famosa e tra le pagine del più famoso libro di Anna Banti: perché a Anna Banti l’articolo di Baldacci dedicato. Profetico, se la scrittrice ricordata spesso da Dacia Maraini come una delle sue «cinque madri» letterarie, insieme a Elsa Morante e Lalla Romano e Anna Maria Ortese e Natalia Ginzburg, in quello stanzino ci è rimasta chiusa più o meno fino a oggi. Tanto che il volume di Romanzi e racconti con cui adesso viene accolta nei «Meridiani» Mondadori (pp. CLXIX-1789, € 65,00), riconquistando così il posto assoluto che le spetta nel nostro Novecento, sembra rivelare le stesse indelebili tracce di sangue impresse sulla piccola chiave della fiaba. Restituzione di un autore ai suoi lettori ma soprattutto proposta di interpretazione – «la forma antologica l’abbiamo sempre conosciuta in funzione d’intendimenti critici» chiosava del resto Anna Banti scrivendo nel 1952 di testi ottocenteschi –, il libro obbedisce a un’intenzione perseguita con coerenza: la scelta si giustifica nel bellissimo saggio introduttivo firmato come l’intero progetto editoriale da Fausta Garavini. L’idea che lo sostiene è suggestiva, affonda la sua radice più segreta e trova una legittimazione vera nel sangue di Oloferne dipinto da Artemisia, se in quel sangue Anna Banti ha riconosciuto per la sua protagonista il ricordo sofferto dello stupro, esposto sulla tela «con mezzi che la mente avrebbe dovuto difendere e mantenere inviolati». Così, da scrittrice a scrittrice, Garavini attraversa la narrativa di Anna Banti inseguendo la scia sanguinosa di una ferita ancora aperta, cerca nella trama l’impronta di un’ossessione appena camuffata: ogni romanzo, sia di manifesta ispirazione autobiografica come Un grido lacerante o come invece La camicia bruciata di rigorosa ambientazione storica, replica in variazioni anche sorprendenti la medesima, personale infelicità nel matrimonio. Racconta un’avvelenata solitudine, la gelosia e l’esclusione in cerca di riscatto. Lucia Lopresti, questo il nome anagrafico, Roberto Longhi lo aveva conosciuto all’ultimo anno di liceo: lei studentessa, lui giovanissimo insegnante di storia dell’arte. Si sposeranno nel 1924, ma per la moglie Longhi resterà nel tempo il Maestro e l’Assente. Prima, storica dell’arte; poi grande narratrice, saggista, critico militante e direttore di «Paragone» a fianco del marito, sulla sua pagina continuerà ad allungarsi l’ombra sfuggente di lui, «il lampo di uno sguardo aquilino» desiderato e irraggiungibile. Garavini spoglia Anna Banti della sua regale leggenda, trapunta di «maledetti equivoci», per restituirle dolore e lacrime, un corpo che palpita nella luce in apparenza gelata della sua scrittura. «Chi sono io?» è la domanda che si ripete uguale nelle due opere collocate agli estremi della parabola bantiana, e del volume: rappresentazioni eroiche di una stessa eccezione femminile, mitologie famigliari o narcisistiche proiezioni di un destino, gli altri cinque romanzi e i quindici racconti che vi sono accolti si allacciano a formare un’oroscopica risposta. «Da piccola avevo la mania di dire la verità – soltanto volevo che tutti credessero ciecamente alle favole che raccontavo», scrive a Longhi e ha solo vent’anni. La sua narrativa rovescia finzione e realtà come fossero guanti spaiati, gioca moltiplicando gli abbagli in uno specchio, costruisce sosia, controfigure, doppi. Nasconde ciò che ha perduto o che non trova. L’ampia Cronologia che stemperandone la natura anche polemica Garavini giustappone al saggio introduttivo, allestita con materiali inediti e in qualche caso finora irreperibili perché ritenuti distrutti dall’autrice insieme a gran parte del suo archivio, ripete come in un calco lo stesso profilo di accorata solitudine, timida fierezza, passione mai veramente corrisposta. Ed è un peccato, se in quella privata esperienza rimane chiuso l’archetipo di ogni narrazione, che il ricco percorso biografico risulti così sbilanciato in avanti e schiacciato sulla maturità. Infanzia e adolescenza di Anna Banti, tradite oltretutto da qualche inesattezza, sfumano dentro una fiabesca nebulosa. Non però la vicenda editoriale e la fortuna dei suoi libri, ricostruite grazie a una folta documentazione, perfino con imprevedibili sorprese malgrado l’endemica assenza di abbozzi e redazioni manoscritte, nelle Notizie sui testi curate da Laura Desideri, cui si deve anche la preziosa, esaustiva Bibliografia. «Questa è vera religione, concludeva: restituire al genio dei morti il dovuto riconoscimento», riflette per l’autrice in uno degli ultimi racconti del volume (il caravaggesco Tela e cenere) la giovane badessa del monastero napoletano di Santa Chiara. È un’avventura e una festa passeggiare in questo «Meridiano», abitarci dentro, seguire attraverso la sua lunga teoria di stanze l’incedere di un talento fastoso, lussureggiante, eccentrico. Eppure dopo un po’ lo spazio si restringe, tra le pagine non filtra un soffio d’aria. Né un suono né un brusio arriva dall’esterno. La storia, intesa come storia non di una vita ma di uno stile, scorre al di là delle finestre sigillate. «Una volta chiesi a Cecchi: “Cecchi, mi dica, in tutto questo magma di gente che scrive – i neorealisti, gli onirici, i surreali, gli informali – che cosa rappresento io? Lui scosse la testa sorridendo. Forse non sapeva o non voleva dirmelo». A quarant’anni di distanza l’opera inquieta di Anna Banti aspetta ancora lo sfondo su cui riposare.  Si perdono senza una guida i crocevia in cui la sua ricerca espressiva ha incontrato sentieri diversi, le idiosincrasie e i reciproci influssi, gli scambi decisivi. Sfuggono come sabbia dispersa dal vento le sue vistose preoccupazioni  strutturali, quelle spericolate contaminazioni tentate sulla pagina tra classicità e avanguardia, l’uso disinvolto della tradizione. Malgrado l’apparente, intenzionale anacronia, ogni parola di Anna Banti respira in sintonia con la sua epoca. La lettura altrimenti diventa claustrofobica. Per capire la difficile conquista di quella che Cesare Garboli ha definito «una scrittura nervosa, intima, da fioretto», di uno stile divenuto secondo Pier Paolo Pasolini sempre meno «duro, ribattuto, severo», non sarebbe stato inutile esibire le indicazioni fornite dall’analisi dei documenti ritrovati. Perché non illustrare almeno le direzioni principali delle varianti offerte dalle attestazioni a stampa? Il passaggio del primo racconto a un capitolo di Itinerario di Paolina rivela all’altezza dell’esordio un’inclinazione inattesa per la sovrabbondanza metaforica. E perché in presenza di redazioni plurime in volume adottare qui la più arretrata rifiutando d’ufficio la ne varietur? Vanificata dalle opzioni testuali, la volontà dell’autore è contraddetta anche dalla scelta ingarbugliata di sottrarre quasi tutti i racconti alla compagine delle raccolte originali, mescolandoli ai romanzi in un ordine retroattivamente cronologico che ne altera, poiché artificioso, la prospettiva autentica nel tempo. E ancora perché, se Storia e autobiografia sono la stessa cosa, rinunciare a una parziale descrizione delle fonti? Come per le seicentesche carte d’archivio utilizzate in Artemisia, la potenza della fantasia inventiva di Anna Banti, la sua identificazione con le istanze anche morali del suo protagonista, acquisterebbe profondità e risalto nel confronto tra il grande affresco dipinto in Noi credevamo e i memoriali relitti da Domenico Lopresti, il suo nonno patriota e galeotto nelle carceri borboniche. Un’occasione mancata? Lei, se è vero quello che disse di Berthe Morisot, del «futuro delle proprie opere non si curò mai». Noi ci guadagneremo volentieri l’incanto e la felicità della lettura  con una lunga apnea. Ne saremo a sufficienza ripagati.

(Alias – inserto del Manifesto, 20-10-2013)

DA EXIBART DEL 9 OTTOBRE 2013
Giovane, ma con le idee chiare. Alice Ginaldi dice la sua sul sistema dell’arte contemporanea. E di chi gli gira intorno. Spesso con ignoranza.
di Manuela Valentini

Alice, presentati per favore.
«Vivo e lavoro a Gorizia e ho trent’anni esatti, compiuti a giugno».
Come fai a riconoscere la qualità o meno in un’opera? Cosa valuti per capire se ti trovi davanti a un’opera d’arte valida?
«Mi fa davvero piacere rispondere a questa domanda. Proprio oggi mi è capitato di parlare con una persona per un progetto didattico la quale, quando ho raccontato che lavoro come curatrice d’arte contemporanea, mi ha domandato, con tono un po’ stizzito: “Cosa intendi per arte contemporanea? Cinema, pittura, scultura?” Devo dire che mi capita spessissimo di confrontarmi con persone, anche molto colte o “studiate”, che non hanno la benché minima idea di quello che è “l’universo arte”. Credo che un’altissima percentuale di italiani ignori completamente chi sia Duchamp. Sarebbe interessante fare un sondaggio… Molte volte mi sono chiesta il perché di questo. Un sistema dell’arte troppo snob e autoreferenziale? Una mancanza di formazione scolastica? Un disinteresse quasi totale da parte dei mass media? A dire il vero non saprei rispondere. Se dovessi spiegare che cosa fa di un lavoro un buon lavoro, potrei dire che un buon lavoro si riconosce da diversi fattori che, combinati, permettono all’opera di essere (permettimi il termine in senso metaforico) tautologica, ossia di possedere un’evidenza di per sé, di essere “artisticamente autosostenibile”. Quando osservo un lavoro cerco di immedesimarmi nell’autore tentando il più possibile di entrare dentro l’opera. Tra i vari fattori, personalmente trovo importante che l’artista sappia fermarsi al momento giusto, abbia il coraggio di eliminare il superfluo e sia in grado di rendere facilmente leggibile il suo lavoro. Oltre è questo è tutto cuore ed emozione. Ci sono artisti unanimemente riconosciuti che non mi trasmettono nulla, sebbene mi accorga della portata del loro lavoro. Credo, per fortuna, che l’arte sia sempre e comunque legata al sensibile e credo che dovrebbe continuare ad esistere per tutti sebbene, come ovvio, i livelli di lettura e comprensione della stessa manifestino profondità molto diverse a seconda di chi osserva. In conclusione ogni opera d’arte parla un linguaggio, quello artistico che a sua volta non è mai mutuabile e comprensibile. Non è forse questo il suo lato migliore? Essere soprattutto intraducibile».
Come, dove e quanto la crisi economica ha influito nella tua professione? Ne stai risentendo? In generale e nel tuo caso specifico.
«Anche questa domanda mi tocca nel vivo… Personalmente sto vivendo un momento lavorativo molto difficile. Negli ultimi tempi ho sentito spesso dire che per fare il curatore si debba essere ricchi o di buona famiglia. Inizialmente la cosa mi irritava parecchio, mentre poi ho capito che non si tratta di un’affermazione cinica ma semplicemente realista. “I primi fondi che tagliano sono quelli alla cultura” è la frase che negli ultimi tre anni ho sentito pronunciare più spesso, seguita da un’alzata di sopracciglia che sottintende “come ovvio che sia”, a sua volta succeduta da un “è il primo settore che ne risente perché non è indispensabile”. Cosa su cui non sono affatto d’accordo. Anzi, ritengo che il male principe del pensiero comune sia ritenere la cultura superflua ed inutile o, nel migliore dei casi, che possa essere ripensata come gallina dalle uova d’oro, il modo migliore per risollevare le sorti economiche del paese, come direbbe criticamente Tomaso Montanari, a mo’ di «Disneyland culturale». Tutto questo credo sia ampiamente discutibile e ritengo che la millantata inutilità della cultura sia stata imposta da una scala di valori impostaci arbitrariamente. Detto questo, molti dei miei conoscenti che gravitano nel mondo dell’arte non si riescono a mantenere grazie ad esso. Alcuni hanno una doppia vita: pittore e commesso, curatore e guida turistica. E questo nel migliore dei casi, perché altri non riescono nemmeno a trovare un lavoro palliativo che possa garantire l’autosufficienza per poter continuare a fare l’artista o il curatore. Per quanto mi riguarda, a luglio mi sono abilitata all’insegnamento di storia dell’arte e devo aspettare il 2014 inoltrato perché possa appena inserirmi nelle graduatorie…».

Quanto peso ha il giudizio di un critico d’arte sul lavoro di un artista? E una galleria quanto influisce sul suo successo?

«Se il critico è influente sicuramente può fare la differenza per quanto concerne la visibilità degli artisti che segue. Non è infrequente che artisti mediocri diventino qualcuno perché nelle grazie di tal curatore o critico, come è altrettanto facile che artisti molto in gamba siano più sfortunati. Non c’è sempre meritocrazia, ma un bravo critico difficilmente ignorerà un artista davvero valido. Aggiungo tra l’altro, a costo di apparire brutale, che oggigiorno un artista non basta che sia un bravo artista ma deve anche saper essere un buon manager di se stesso. Nell’era dei social network, piaccia o meno, l’artista bohémien è decisamente anacronistico».
A cosa ti stai dedicando al momento?
«Sto portando a conclusione parte di un grosso progetto regionale (Youth Talent) con l’associazione Dreamers di Udine con cui abbiamo imbastito diversi workshop per giovani artisti. Personalmente ho curato il workshop di scultura assieme all’Associazione E di Venezia, per il quale abbiamo invitato come docenti Francesco Carone, Eugenia Vanni e Nicola Genovese e di cui è ancora visitabile la mostra L’età dell’utile all’Oratorio di San Ludovico a Venezia; il secondo workshop che ho organizzato è quello di pittura per cui ho invitato come docente Lorenza Boisi. Inoltre mi sto occupando di altre due mostre, una che inaugurerà a gennaio presso la Galleria Massimo De Luca a Mestre e sarà una bi-personale di Giusy Pirrotta ed Elisa Strinna, l’altra, a marzo, sarà una mostra “curatoriale” presso la Mestna Galerjia di Nova Gorica».

Incontro al Circolo della rosa, introduce Rosaria Guacci

Inizia il seminario annuale di Diotima a partire da venerdì 11 ottobre 2013, ore 17.20-19.20, e proseguirà con questo calendario:

  

11 ottobre – Antonietta Potente

Non solo madri e spose: altri itinerari misticopolitici

Scrive Antonietta Potente per suggerire questioni e riflessioni in rapporto alla sua conferenza: “La mia ricerca e riflessione si muove attorno agli stili di autorità femminile nello spazio ecclesiale e sociale, chiamato: vita religiosa.

Le fonti della mia ricerca sono: le Scritture Ebraico-Cristiane; la mia esperienza riguardo alla passione di tante donne verso la realtà umano-cosmica e le loro relative strategie per starci dentro.

L’ispirazione che traggo da questa ricerca è che, secondo le Scritture, l’unica sposa di Cristo è l’umanità (vedi libro dell’Apocalisse), contrariamente a quello che dicono molti, pensando che la via religiosa sia una delle forme di vita che sostituisce la maternità reale con quella spirituale e l’essere sposa di qualcuno, con l’essere sposa di Cristo. In questa scelta non c’è niente di compensatorio o sostitutivo ma solo la consapevolezza di trovare altre strategie, per essere comunque ammesse a partecipare alla ricostruzione della storia. Ed è questo ciò che è stato fatto da tante donne nei secoli.

Vi racconterò dunque, quali sono queste strategie e qui ne riporto solo alcune: solitudine consapevole come archè della libertà e parresia; condivisione della solitudine e della ricerca costante con altre ed altri che vivono le stesse passioni. Conoscenza esperienziale della vita (aspetto misticopolitico) ed essenzialità per non creare gerarchie inutili. Queste sono premesse importanti per trovare modi alternativi e non gerarchici (cioè escludenti) di autorità. Altri aspetti li cercheremo insieme il giorno stesso dell’incontro”.

 

18 ottobre – Sandra Divina e Luisa Muraro

Con la spada in pugno

L’incontro sarà articolato attorno a un racconto autobiografico di Sandra Divina e un commento-intervista a lei da parte di Luisa Muraro.

I punti potrebbero essere, ma anche cambiare in corso, su:

–   Odio e amore nella relazione con la madre e parentale (padre e madre).

–   L’autorità come leva simbolica che ha a che fare con la capacità di cercare aiuto là dove ce ne siano già le condizioni. Anche: di creare le condizioni per essere aiutate da altre, da altri.

–   Come sopportare il negativo – come farsi forza – e come trasformare il negativo in positivo. Qual è l’alchimia simbolica che permetta questo.

 

25 ottobre – Federica Giardini, Federica Castelli e Valeria Mercandino

Né costrizione né persuasione. Figure di incontro e scontro

Ecco i punti suggeriti per il dibattito dalle tre relatrici:

–   Invitiamo a pensare l’autorità a partire sia da esperienze vissute sia da figure di personagge filosofiche.

–   Come pensare il legame tra autorità e linguaggio? Qui intendiamo il linguaggio come “espressione”.

–   Autorità in carne ed ossa: cosa significa?

–   Indichiamo qui di seguito figure dell’autorità, che poi nel dibattito potranno essere ulteriormente arricchite:

. nel rapporto tra generazioni. Ad esempio Federica Giardini si riconosce la posizione di chi è venuta “dopo”, rispetto all’autorità di donne che la precedevano. Ulteriormente diversa la posizione di Valeria Mercandino e Federica Castelli.

. nei rapporti intergenerazionali.

. nella relazione duale.

. nella relazione in contesto. Volendo esplicitare, portiamo questo esempio: quando la relazione didattica sostiene la relazione d’autorità? E quando invece la sostituisce?

 

8 novembre – Tristana Dini e Barbara Verzini

Corpo a corpo

Tristana e Barbara suggeriscono queste questioni a cui invitano a riflettere in vista del loro intervento:

–   Come accedere alla dimensione della propria autorità e come agirla.

–   Prendersi autorità come dare inizio, rapporto tra origine e originalità.

–   La questione di restituire quel che si è ricevuto e che cosa tenere per sé. Tristana e Barbara suggeriscono che c’è qualcosa che si tiene per sé nel tempo presente, e che, più che restituirlo, lo si rigioca altrove, nell’ottica di un’“eredità senza testamento”. Ci è stato trasmesso qualcosa di meraviglioso, ma se non possiamo disporne liberamente, questa eredità rischia di paralizzarci, se invece possiamo agirla dove, quando e come si pensa giusto, allora diventa ricchezza, nuova vita.

–   Autorità e relazione. L’autorità sorge quando c’è capacità di stare nel conflitto, un conflitto non distruttivo ma vitale, che porta entrambe a un inaspettato, fuori dal proprio terreno, a un guadagno imprevisto: corpo a corpo!

 

15 novembre – Annarosa Buttarelli e Marta Alberti

Forza d’amore

Le due relatrici hanno individuato a loro volta queste questioni:

–   Cosa significa sperimentare che l’autorità è generativa.

–   L’autorità risponde a bisogni dell’anima così come li ha descritti Simone Weil e rielaborati María Zambrano.

–   Si dice “per forza o per amore”: l’autorità crea ponti perché è forza d’amore, e questo lo diciamo a partire dalla nostra esperienza.

–   Forza d’amore nella politica: una nuova forma della sovranità.

–   Problemi della differenza sessuale: autorità di posizione (preferita dagli uomini); autorità nella relazione (preferita dalle donne). Come praticare politicamente le due differenti esigenze?

 

Gli incontri si terranno in aula T5 della Facoltà di Lettere e Filosofia, via San Francesco 22, Università di Verona.

Il seminario vale come crediti liberi D per i corsi di laurea del dipartimento di Filosofia, Pedagogia, Psicologia.

 

di Alessandra Pigliaru

 

Quando sono stata a Paestum ho avvertito nitidamente che le esperienze più dense politicamente sarebbero state quelle dei laboratori del 5 ottobre. Ho avuto conferma delle mie sensazioni quando, dopo averli frequentati, ho potuto parlare con alcune donne che avevano partecipato. Certo, c’è stata anche una breve restituzione nelle plenarie ma forse per via dei gruppi piccoli o – più semplicemente – per i temi proposti e scelti appositamente dalle partecipanti, le donne con cui ho parlato mi hanno raccontato di scambi in presenza proficui, a volte emozionanti. Così, ho pensato che sarebbe stato bello far circolare alcune di quelle parole. In questo senso, ho predisposto delle brevi interviste (complessivamente nove) ad alcune delle donne che hanno preso parte all’incontro femminista di Paestum 2013 per chiedere, a ciascuna di loro, impressioni sui laboratori frequentati (e a volte moderati) a partire da sé. Le donne che ho contattato sono state scelte secondo due criteri. Il primo è quello felice della relazione politica precedente tra noi. Il secondo è quello della loro scoperta proprio nello scambio in presenza durante la tre giorni di Paestum. Poter entrare in relazione con loro e le loro narrazioni, inframmezzate da pochissime domande da parte mia, è stato il mio desiderio principale. Si tratta in effetti di alcune esperienze soggettive e come tali hanno per me una grande forza politica. Non restituiscono l’intera e composita articolazione del convegno in presenza ma, nel mio desiderio, vorrei riconsegnassero lo sguardo vivido e autentico di chi è stata a Paestum e ha discusso di pratiche a partire da sé. Per fare il punto sul guadagno della condivisione e del confronto. Il metodo utilizzato è quello relazionale della conversazione lasciando in questo modo ampio spazio alle interlocutrici che hanno risposto generosamente. Nessuna interpretazione da parte mia, semplicemente il desiderio che anche queste narrazioni possano contribuire a un virtuoso ed efficace dopo-Paestum. Dal 15 ottobre dunque, ogni due giorni, pubblicherò nel mio blog personale http://gliocchidiblimunda.wordpress.com le interviste che, come mi auguro, potranno aprire a una condivisione e ulteriore presa di parola anche da parte di altre partecipanti.

 

In breve elenco di seguito i laboratori e le donne che ne parleranno:

Autocoscienza à Ivana Pintadu, Lucia cardone, Leda Bubola

Welfare, nuove cittadinanze à Laura Capuzzo

Pedagogia della differenza à Antonia de Vita, Valentina Festo, Alessio Miceli

Cura di sé, delle relazioni, del mondo à Fulvia Bandoli

Maternità, non maternità à Ilaria Durigon, Chiara Melloni

Sessualità, amore, violenza à Gabriella Paolucci

Pratiche di autodeterminazione: corpi e sessualità à Collettivo AlterEva

Lavoro, economia à Irene Strazzeri

Democrazia, autogoverno, istituzioni delle donne à Annalisa Diaz

Tutto quello che accade quando si tratta di contrastare istituzionalmente la violenza contro le donne ha sempre dello stupefacente.

Il centro donna di Napoli, dove ha sede il centro antiviolenza, dal 2 ottobre è stato dichiarato inagibile causa la caduta di qualche calcinaccio. Chiuso!

Che si tratti o no di un eccesso di prudenza, tanta sollecitudine nel chiudere non è stata seguita da altrettanta nel fare le dovute riparazioni, nonostante i ripetuti solleciti delle operatrici.

Con ogni probabilità il governo cittadino dà il peso che ha sempre dato al femminicidio: un argomento da celebrazioni.

E tuttavia parole ne sono state spese tante, qualcuna anche scritta, e di queste non si può non chiedere conto a chi le ha pronunciate. Provvedere alla riapertura è il minimo gesto, in un panorama di inadempienze e inadeguatezze.

Ne chiederemo conto alla segreteria del Sindaco che da tempo fa a meno di una delegata alle pari opportunità (in simmetria col governo nazionale, per motivi e in circostanze sorprendentemente analoghi), assumendosi di fatto una competenza che ci auguriamo sappia gestire nel confronto con le donne.

Udi di Napoli

(Portavoce Stefania Cantatore)

di Nicoletta Tiliacos

Si intitola “Prenditi cura” (edizioni et al., 80 pagine, 9 euro), il piccolo e prezioso diario di viaggio della giornalista e saggista Letizia Paolozzi (femminista e fondatrice del sito donnealtri.it) tra e con coloro che da qualche anno riflettono, nelle situazioni più diverse, sul grande tema della “cura del vivere”. La stessa autrice spiega all’inizio che il suo libro (pubblicato dall’editore Sandro D’Alessandro, morto pochi giorni fa, nella collana “Due”, diretta da Liliana Rampello) vuole essere “il viaggio di una parola-chiave, sgomitolata con tonalità, colorazioni, vocaboli diversi dialogando con tante donne (e alcuni uomini) in un percorso e in molti spostamenti che mi hanno fatto muovere la mente”. All’origine del percorso – che conduce l’autrice, e noi con lei, a Napoli, a Livorno, a Reggio Emilia, a Correggio, a Torreglia (Padova), perché l’incontro e la discussione faccia a faccia è la pratica più logica e giusta, in epoca di rete fagocitante, per dare il giusto valore alle parole e alle relazioni – all’origine del percorso, si diceva, c’è la constatazione che “nell’altalena delle donne tra lavoro e vita c’è qualcosa in più. Un resto che socializzazione totale, servizi organizzati, personale a pagamento non bastano a cancellare. Non che siano inutili. Il punto è che c’è un resto – a cui attribuiamo il nome di cura – che né il welfare statale né il mercato possono dare”. Questo scriveva, nel settembre del 2011, il “Gruppo del mercoledì” (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini, oltre alla stessa Paolozzi), in un lungo documento che guardava con occhi nuovi ai temi dell’autodeterminazione, della dipendenza, del “rovesciamento di idea di cura” del quale si è resa consapevole protagonista in Italia almeno una parte del femminismo della differenza. “Ci piacerebbe discutere – oggi che la differenza sessuale è in campo – del perché le donne non hanno mai abbandonato questo lavoro di riproduzione della vita, questa manutenzione, (termine usato in ‘Immagina che il lavoro’ del gruppo del lavoro della Libreria delle donne)”. Anche l’emancipazionismo, come la cultura della sinistra, non hanno capito l’importanza e l’attaccamento, per tante donne, a quel “di più”, a quel “resto” incarnato dal fatto che “la complessità del mondo ha bisogno della dimensione della cura”. Che è anche “un collante, una garanzia affinché il mondo non si regga solo sulle relazioni di potere, ricchezza, sfruttamento, ma restituisca senso alla fragilità, al limite, alla responsabilità. Purché si distingua tra ‘cura’ e ‘lavoro di cura’. Purché si rifiuti la visione della cura come lavoro residuale. O servile”.

Così il documento del “Gruppo del mercoledì”. Letizia Paolozzi, nel raccontare di incontri, assemblee e appuntamenti in giro per l’Italia, mette a fuoco la necessità del progetto enunciato due anni fa, anche in rapporto all’esaurimento delle culture tradizionali del Novecento. Non bisogna pensare alla cura come “a una poco ambiziosa Ong”, scrive: “Abbiamo maneggiato la cura nel convincimento che possa tradursi in possibilità del buon vivere”, in un nuovo modello per la politica, nell’“aspirazione a sostituire il vecchio ordine con uno nuovo”. Nessun minimalismo, insomma, nessun “ritorno a casa”, nessuna mistica dell’oblatività, nessun “obbligo di natura” a carico delle sole donne: “La cura è caratteristica delle donne ed è innegabile che ci sia stato e ci sia un enorme sfruttamento della cura. Perciò spesso era stata considerata una negazione dell’autodeterminazione femminile. Oggi sempre più si riconosce l’indispensabilità della cura, che però non va trasformata in un nuovo welfare sulle spalle delle donne. Bisogna cambiare il modo di produrre e di vivere. Non è una via facile. La cura va intesa inevitabilmente in un orizzonte conflittuale. Ma, soprattutto, dare valore alla cura significa aprire una diversa considerazione del rapporto tra libertà e dipendenza. Dipendiamo da chi ci ha messi al mondo, da chi ci ha aiutato a crescere, dalla terra che ci accoglie. Insomma, cura come dipendenza? Anche. Il senso da dare alla libertà, come scrive Hannah Arendt, non equivale alla indipendenza da tutto e tutti”.

 

di Luisa Muraro

Leggendo Sovrane di Annarosa Buttarelli (Il Saggiatore 2013), ho riconosciuto una scrittura politica di tipo nuovo, l’ho riconosciuta per la prima volta, nonostante che la comunità Diotima, io stessa e tante altre la pratichiamo da anni. Ma mai mi ero resa conto delle sue caratteristiche così bene come questa volta. La ragione, forse, è che l’autrice di questo libro non ha la preoccupazione di pagare tributi alla tradizione. In ciò mostra di essere veramente quello che lei stessa dice di sé, una seguace di Carla Lonzi.

Il sottotitolo, «L’autorità femminile al governo», è una specificazione del titolo e una proposta politica. Ma il titolo da solo dice di più e fa capire meglio il senso del libro.

Il libro si sviluppa avendo a sua disposizione una cultura ormai riccamente articolata, fatta di ricerche in tante direzioni, di prove letterarie e artistiche, di pratiche e riflessioni teoriche, e soprattutto di vissuti, confronti e conflitti. Questa cultura è cresciuta per l’impulso della presa di coscienza femminista. Che non s’impara dai libri, naturalmente. In Sovrane come negli altri testi della nuova scrittura si trovano però i suoi frutti.

Sovrane è essenzialmente un’idea. Un’idea degna di questo nome (ha scritto un filosofo) è come una madre di famiglia numerosa che raccoglie amorosamente intorno a sé i suoi figli. Non si riassume in poche righe. Posso però indicarla in una precisa intuizione di Annarosa Buttarelli: donne e popolo sono una “strana coppia” in cui soltanto può sostanziarsi il concetto di sovranità popolare. Che mi ha fatto pensare: è vero! E poi chiedermi se non lo abbiamo capito troppo tardi. Insomma, un libro da leggere e discutere.

Il nuovo di questa scrittura che dicevo all’inizio, ora vedo in che cosa consiste. Sta nel lavoro dell’immaginazione. Che vuol dire: fine della pseudo-scienza politica e fine dello pseudo-marxismo portato in cattedra da generazioni di accademici.

Il risultato sembra un miraggio ma non è tale, è un disegno che legge la realtà attraverso i desideri, e i desideri attraverso la realtà. Questo non è scientifico, si obietta. Lo è, invece, per chi ha la consapevolezza che il reale non è soltanto fuori ma ci attraversa, e i desideri che abbiamo dentro possono andare fuori.

«L’immaginazione è una forma di libertà, una sempre rinnovata capacità di percepire ed esprimere la verità»: parole grandiose che riporto qui avendo fiducia in colei che le ha scritte, Iris Murdoch.

di Elena Stancanelli

 

«Amore mio, quando leggerai queste parole avrò già lasciato questo mondo». Se parlassimo di un romanzo, lo chiameremmo incipit. E una frase così, con tutta la sua spudoratezza sentimentale, ci costringerebbero subito a prendere una decisione. Reggeremmo, daremmo all’ autore una chancee leggeremmo la sua storia, se si fosse presentato a noi con una frase del genere? Ma Il blu è un colore caldo, opera prima di Julie Maroh, non è un romanzo, non è soltanto un romanzo. È una storia raccontata per parole e immagini. Un fumetto, una graphic novel, una forma bastarda che ha un passato brevissimo. Una forma fanciulla dunque, ancora barbarica e innocente. Che per questa sua fanciullezza può permettersi spudoratezze impensabili in altri luoghi, e grazie alla sua bastardaggine, l’ originale incontro di testo e immagini, agisce con una doppia seduzione. Le prime tavole, quelle sopra le quali scorre la frase «amore mio, quando leggerai queste parole avrò già lasciato questo mondo», sono a colori. C’ è una città, una ragazza triste, pioggia, alberi spogli. La ragazza scende da un autobus, entra in una casa, incontra una donna che le consegna una lettera. Che inizia con la frase «amore mio, quando leggerai queste parole avrò già lasciato questo mondo». Questa dunque, è una storia che inizia dalla fine. Tutto è già accaduto, quando Emma entra nella casa natale di Clémentine, e si chiude nella sua stanza per leggere i suoi diari. E il centro di questa storia non è esattamente al centro, ma verso il fondo, subito prima del precipizio. In una scena che dovrebbe essere fatta di urla e concitazione, e invece si svolge tutta in silenzio, come un sogno. È una scena che occupa quattro pagine e due piani, su e giù per una scala. Al buio, nella casa di Clémentine. Quando il padre sorprende Emma nuda, e capisce che le due ragazze non sono amiche, ma amanti. E tutto il mondo che era, coi suoi segreti, si dissolve, mentre le ragazze vengono cacciate e inizia una vita nuova. Questa vita nuova, la vita adulta, Julie Maroh, la racconta a colori. Questa storia che inizia dalla fine, e ha il suo centro molto più avanti di quanto ti aspetteresti, è dunque un cerchio, all’ interno del quale è nascosta la vecchia esistenza di Clémentine. Malinconica e incomprensibile, disegnata soltanto in marrone, nera seppia. Clémentine è un’ adolescente normalmente infelice, con una famiglia normalmente greve (per esprimere la grevità del padre, l’ autrice gli fa cucinare pentolatee pentolate di spaghetti col sugo, particolare sul quale sarà il caso di non soffermarsi). È carina, piace ai maschi, ha molte amiche. Ma quel marrone, quel nero, la opprimono. Un giorno, mentre attraversa una piazza, incrocia una ragazza con i capelli blu. La notte successiva a questo incontro casuale, fa un sogno. Che le mani di lei, della ragazza coi capelli blu, la accarezzino, tingendo piano piano di blu tutta la sua vita. Da quel blu, come da una sorgente edenica della pittura, si generano tutti gli altri colori. La storia raccontata da Julie Maroh non ha un punto di equilibrio, non si ferma mai. Non trova mai un tempo della soddisfazione, del semplice andare delle cose. Precipita di continuo da un lato o dall’ altro. C’ è solo un istante ed è quello che precede la scena delle scale. Mentre Clémentine ed Emma fanno l’ amore nella stanzetta dove lei è cresciuta, nel letto piccolo dove è stata bambina l’ una placando il desiderio dentro il corpo dell’ altra. Il resto del tempo si tratta di combattere nemici, genitori, ex fidanzate, amiche rabbiose. E subito dopo, quando inizia la vita e le due ragazze vanno a vivere insieme, fare fronte alla frustrazione, il tradimento, la malattia. Il blu è un colore caldo è una storia d’ amore tra due donne, e non elude la battaglia contro i pregiudizi. Sembra quasi che l’ autrice ritenga il racconto delle difficoltà, più importante della storia d’ amore in sé. E per questo costruisce un contesto anche politico, l’ elezione di Sarkozy, le manifestazioni contro il piano Juppè che bloccarono Parigi per tre settimane. Capisco bene l’ irritazione che deve aver provato Julie Maroh nel vedere il bellissimo film che Abdellatif Kechiche, La vita di Adele, Palma d’ oro al Festival di Cannes, ha tratto dal suo fumetto. Perché il regista ha scelto la strada opposta. Piuttosto che pensare la diversità. ha preteso la normalità. Ha immaginato la protagonista, Clémentine, diventata Adele (dal nome della meravigliosa attrice che la interpreta), come una ragazza che diventa donna con l’ ambizione più semplice del mondo: essere maestra d’ asilo. L’ ha fatta vestire come mille altre ragazze, le ha dato una famiglia normale. Le ha condonato la malattia, e ha fatto persino sparire la precedente fidanzata di Emma per non crearle nessun casino. Abdellatif Kechiche ha spianato la strada a una storia d’ amore tra due donne che non combattono contro un mondo ostile, ma contro la loro confusione, le debolezze, le tentazioni che si portano dentro. Come facciamo tutti, ogni giorno. E in questo modo fa un film che spezza il cuore, con due protagoniste indimenticabili. Dove c’ è sesso, certo, ma il vero scandalo, per gli appassionati del turbamento, è tutto quell’ amore

di Giacomo Valtolina

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Tremila bandiere gialle con il viso sorridente di Lea e una scritta eloquente («Vedo sento parlo») e migliaia di segnalibri stampati con l’appello di Denise, la figlia di Lea («In ricordo della mia giovane mamma, uccisa per il suo coraggio»). Il Comune e l’associazione Libera hanno annunciato ieri a Palazzo Marino il giorno dei funerali civili della donna che oggi sarebbe prossima ai 40 anni. Il 19 ottobre. E se sul rito in piazza Beccaria (alle 10.30) ci sono ancora dei dubbi, di certo al pomeriggio (dalle 14 alle 19), le bandiere gialle sventoleranno ai giardini di viale Montello, che verranno a lei intitolati con una targa e dei manifesti informativi, davanti al civico 6, quello del «fortino delle cosche», sgomberato a giugno, dopo 40 anni d’illegalità. Pisapia, ieri, ha chiesto ai milanesi di scendere in piazza per una «festa cittadina»: «Lea non era nata a Milano ma ci era arrivata piena di speranze trovando il coraggio di ribellarsi». Sotto gli occhi del presidente della commissione antimafia David Gentili, il docente della Statale Nando Dalla Chiesa, il presidente del Consiglio comunale Basilio Rizzo, e l’assessore Franco D’Alfonso, il sindaco ha poi elencato gli sforzi «concreti» dell’amministrazione contro le mafie: dalla costituzione di parte civile in ogni processo di criminalità organizzata fino al Festival dei beni confiscati, la cui seconda edizione sarà intitolata a Lea (8-10 novembre).Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha invece parlato del «debito che abbiamo con chi è rimasto solo» come Denise, 21 anni. Il «suo invito ad accompagnare la mamma» va raccolto perché «i sogni e le speranze di Lea devono camminare con le nostre gambe. La memoria ci sfida tutti: commuoversi non basta, bisogna muoversi». È l’esempio di Lea e del suo «atto potente».

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 (Corriere della Sera,15 ottobre 2013)

di Franca Fortunato

A Malala il Parlamento europeo ha assegnato il  premio Sakarov per la pace. Candidata anche al Nobel, è la prima adolescente a ricevere tale riconoscimento. Nata nel “posto più bello del mondo”, nella valle dello Swat, “un giardino dell’Eden”, fatto di montagne, cascate e laghi dalle acque cristalline, al cui ingresso sta scritto: BENVENUTI IN PARADISO, Malala è un’adolescente del nostro tempo che ha compreso come i libri e le penne siano “le armi più potenti” per conquistare libertà e autonomia da uomini che vogliono imporre con violenza il proprio potere sul corpo e la mente delle donne. Lo sono nel suo Pakistan per i talebani, espressione di un patriarcato religioso violento ed oppressivo, lo sono per i mafiosi di casa nostra, che non accettano la fine di rapporti di subalternità e di complicità delle donne della “famiglia”. Lo sono i tanti maschi che uccidono le donne e fanno violenza sul loro corpo. Ma quell’ordine sociale e simbolico è finito, sta finendo, ovunque nel mondo, perché le donne, le giovani – come Malala – non danno più ad esso alcun credito. Il desiderio di libertà per una donna, nel momento in cui lo riconosce, è inarrestabile e irreversibile, in Pakistan come in Italia e nel mondo. La scuola, nonostante tutto, resta ancora l’unico luogo di incontro tra generazioni, dove la donna più grande autorizza la più giovane nel suo desiderio di libertà ed autonomia. Non è un caso che nel nostro Paese siano più donne che uomini a insegnare e che le ragazze studino di più, si laureino meglio e prima dei maschi. Malala sa della forza del desiderio femminile, sa del piacere femminile per lo studio, a cui lei è stata introdotta dal padre, fondatore di scuole in Pakistan. Ma – ogni donna lo sa – non basta avere penne e libri, se questi sono scritti come se le donne, con il loro pensiero e la loro esperienza, non ci fossero mai state. Dare esistenza simbolica alle ragazze nelle scuole è, da anni, l’impegno di molte insegnanti, ma non è ancora senso comune in una scuola, più volte (de)riformata, che resta fortemente maschile e maschilista. Libri, penne, ed esistenza simbolica non possono non andare insieme per dare consapevolezza e coscienza di sé alle tante ragazze che non sono disposte, come Malala, a rinunciare ad andare a scuola. Anche lei conosce questo bisogno simbolico, quando parla delle donne da cui trae forza, Benazir Bhutto e Malalai di Maiwand. La prima, due volte a capo del governo pakistano, uccisa nel 2007 in un attacco suicida talebano al termine di un comizio a Rawalpindindi, a circa 30 kilometri dalla capitale Islamabad. La seconda, da cui ha preso il nome, la grande eroina afghana la cui storia ha sentito sin da piccola. Adolescente – come Malala – Malalai, durante la lotta contro l’occupazione britannica del suo paese, insieme ad altre donne del villaggio si recò sul campo di battaglia per soccorrere i feriti e portare acqua ai combattenti. L’esercito stava per essere sconfitto, così, quando il portabandiera cadde morto, la ragazza sollevò alto il suo velo bianco e marciò sul campo di battaglia alla testa delle truppe. Malalai cadde sotto il fuoco nemico, ma le sue parole e il suo coraggio ispirarono le truppe spingendole a ribaltare le sorti della battaglia. L’intera brigata inglese fu massacrata. Malala è un’adolescente coraggiosa, che fa paura ai talebani più delle armi e delle guerre occidentali per la “democrazia”. «Cercheremo ancora di uccidere Malala, magari anche in America o nel Regno Unito… Non ha fatto nulla per meritare il prestigioso premio Sakharov… I nemici dell’Islam la stanno premiando perché ha abbandonato l’Islam e si è secolarizzata… sta ricevendo premi perché sta lavorando contro l’Islam: la sua battaglia contro l’Islam è la ragione principale dei suoi premi», ha tuonato Shahidullah Shahid, portavoce dei talebani pakistani. Per la sua età, Malala dovrebbe essere a scuola e studiare con le sue compagne, e invece è costretta a vivere lontana dal Pakistan, ma non rinuncia ai suoi sogni. Un giorno – come lei stessa ha dichiarato al Corriere della Sera – tornerà nel suo paese per fare politica e diventare non presidente, nomina conferita dall’alto, ma prima ministra, una carica elettiva scelta dal popolo. Quante bambine e bambini nei barconi della morte di Lampedusa non hanno più nessun sogno perché non hanno un futuro?  Non c’è crimine più esecrabile del rubare la speranza del futuro alle nuove generazioni.

 

(Il Quotidiano della Calabria, 15 ottobre 2013)

di Giordana Masotto

Qualche spunto per tracciare un bilancio e per ripartire.


Efficacia/inefficacia

Sui guadagni personali siamo tutte d’accordo. Li sentiamo e li viviamo sulla nostra pelle. Il pensiero generato dal femminismo radicale, riconoscendo il massimo valore politico al partire da sé, schiude orizzonti impensati, che ci danno forza e ci consentono di stare nel mondo senza tradire noi stesse. La relazione tra donne – quando viene gestita con consapevolezza politica – ci mette in grado di riconoscere la disparità e dunque ci mette in grado di dare e ricevere valore. Tutto ciò è gioioso e confortevole. Eccitante (non proprio uno “stato di eccitazione permanente”, ma la possibilità di accedere a un di più di energia radicata nel sé). È un percorso imprescindibile, che si sostanzia nell’autocoscienza: a Paestum i laboratori su sessualità, autodeterminazione, maternità (tra gli altri) l’hanno ribadito, si sentiva dall’entusiasmo delle partecipanti. Le cose diventano più problematiche se guardiamo la scena pubblica, là dove “la finzione crea realtà” (come dice Luisa Muraro). Qui dobbiamo registrare una desolante impenetrabilità.

 

Su questo punto nessuna ha ad oggi la soluzione in mano. Anche se c’è chi, presa dall’ansia e pressata dall’orrore dell’attualità (Lampedusa e femminicidio), spaccia per risolutive (catartiche?) pratiche pur legittime, come la raccolta di firme. Legittime, ma che non affrontano il problema di fondo. Che è: come far agire e rendere visibile il pensiero e la pratica del femminismo radicale nella scena pubblica. Letizia Paolozzi l’ha detto così: voglio vedere il segno che ci portano le donne nei luoghi politici che pure ci piacciono, nelle battaglie che pure ci interessano. Ma questo segno – che volendo parlar difficile sarebbe “cambiare il simbolico” – si fa gran fatica a vederlo. Se non riesco a metterci quel segno, non mi basta neppure impegnarmi in “frequenti incursioni” (Fulvia Bandoli) in territori non immediatamente femministi, che pure mi premono e che sono di “esigenza pressante”.

In un incontro nazionale del femminismo voglio proprio andare insieme a caccia di quel segno, in tutti i territori possibili che ci dettano i nostri interessi. Questo è stato il passo avanti di Paestum 2012 che prendeva di petto la “voglia di esserci e contare” se ne faceva carico, la interrogava.

Quest’anno invece l’articolazione dei laboratori esprimeva un’altra priorità: intendeva, se ho ben capito, mettere alla prova del presente quel generativo partire da sé in tutti i campi dell’esperienza, dai più intimi ai più pubblici. Questa è stata la sua ricchezza.

Ma l’esigenza di cui sopra permane e ha continuato a lavorare e a emergere, soprattutto nelle plenarie. Chi dunque si fa abbagliare da quella pessima sequenza finale dell’incontro come fosse l’epifania di chissaché commette in un sol colpo due errori: intralcia il percorso di comune ricerca di efficacia pubblica nel segno della differenza, e contemporaneamente oscura la articolata ricchezza di questo Paestum.

Le regine del micro

Tra l’uno e l’altro territorio delineato sopra – il personale e il pubblico – ce n’è un altro in cui siamo regine: le micropratiche o microsoluzioni. E “micro” non vuole essere riduttivo. Indica piuttosto una misura in cui riusciamo ad agire controllando le conseguenze. Si tratta di territori prossimi alla nostra esperienza quotidiana di vita/lavoro/politica in cui la contaminazione appare possibile, la forza si esprime, il cambiamento a portata. I laboratori sulla cura, sulla scuola, sul welfare, da quanto ho capito, hanno dato voce a queste pratiche incarnate. Anche il laboratorio lavoro economia, cui ho partecipato, ha raccontato di questa grande capacità delle donne di tenere vivo e aperto il movimento tra libertà e necessità, di saper costruire anche sulle macerie e nella penuria, di occupare lo spazio, di dire dei no, di conservare la dignità, di prendere forza da altre donne, di contrastare lo scippo di relazioni nella vita/lavori di oggi, di inventare politica.

Vogliamo andare oltre, ma è necessario tenere i piedi ben piantati in questa forza che c’è. Riconoscendo che non c’è “la pratica” risolutiva e universale, ma tante pratiche incarnate. Pratiche parziali, pratiche plurali da tenere in tensione tra di loro.

Conflitto e autorità

Ma secondo me un problema rimane. Perché i problemi sono macro e la nostra voglia di cambiamento anche: nientemeno che un cambio di civiltà. Per fare un passo avanti su questo problematico crinale su cui camminiamo, il nodo del conflitto mi pare centrale. Penso infatti che quel segno della differenza che vogliamo portare in ogni ambito non possa che essere un segno di rottura.

Anche nel laboratorio lavoro – economia è emerso con chiarezza. Ma i conflitti non sono facili: spesso paiono inciampare in un irrefrenabile impulso ad “anticipare” obiezioni e contrasti: come se non potessimo esimerci dal trovare/incarnare la soluzione prima ancora di aver dato spazio al confronto.

Su questo punto Antonella Picchio ha tagliato corto: nelle attuali drammatiche condizioni di vita/lavoro il conflitto individuale è insostenibile, ti succhia la vita e ti toglie energie. E ha concluso: il necessario conflitto su questi temi e nella prospettiva del “primum vivere” non può che essere collettivo. Alcune osservano anche che nelle attuali condizioni di lavoro a volte ti manca proprio l’interlocutore con cui aprire il conflitto. Io ripenso alla forza di contrattazione che a volte sanno scatenare le lavoratrici madri. Ma mi dico subito che non possiamo e non vogliamo trasformarci tutte in madri coraggio. La presa di coscienza ha dato e dà molta forza ma non pretende di trasformarci tutte in eroine.

Ci vuole un’invenzione, un passo avanti: uno di questi è creare spazi aperti che esprimano un’autorità condivisa su cui fare leva per agire conflitti. A Milano l’esperienza dell’Agorà del lavoro va in questa direzione: infatti è un luogo pubblico, aperto a uomini e donne ma in cui si riconosce l’autorità del punto di vista delle donne sul lavoro; è espressione di diversi femminismi radicali milanesi oltre che di donne singole, studiose e sindacaliste. Molte già ci hanno detto che prendono forza dall’Agorà. E quest’anno vogliamo metterci più in gioco in città. È un esperimento in evoluzione, non facile. È una strada stretta, ma può rappresentare un passaggio utile in questa ricerca di efficacia e di radicalità in cui siamo impegnate.

di Stefano Montefiori

 

«Ai grandi uomini, la Patria riconoscente», si legge sul frontone del Panthéon di Parigi, la chiesa di Santa Genoveffa trasformata in mausoleo degli eroi di Francia dopo la Rivoluzione. Quando il 2 aprile 1791 morì il conte di Mirabeau, e fu deciso di destinare alle spoglie sue e degli altri grandi della République quella gigantesca costruzione neoclassica, a nessuno venne neanche lontanamente in mente che tra loro avrebbe potuto esserci una donna, come dimostra la scritta. E infatti, finora sono entrate nel Panthéon solo in due e non per meriti propri: Sophie Berthelot riposa accanto al marito grande chimico Marcellin Berthelot, e Marie Curie è stata aiutata ? come se ce ne fosse bisogno, nonostante i suoi due premi Nobel ? dalla presenza del marito Pierre. In una Francia dove la metà dei ministri è donna (9 su 18, anche se Interno, Esteri, Finanze e Lavoro vanno agli uomini), un Panthéon esclusivamente maschile è un anacronismo imbarazzante, la rappresentazione simbolica e quanto mai monumentale della disparità tra i sessi nella società. Per questo in occasione dell’ultimo 8 marzo il presidente François Hollande ha giudicato essere venuto il momento di «accogliere delle donne nel Panthéon», e ha affidato a Philippe Béleval, presidente del Centro dei monumenti nazionali, il compito di redigere un rapporto per aiutarlo nella riflessione. Béleval ha appena consegnato la relazione di una cinquantina di pagine al presidente, che entro la fine dell’anno scioglierà la riserva e dirà quali personalità ha scelto. Intanto, il rapporto Béleval individua i requisiti fondamentali dei nuovi ingressi: bisognerà rendere omaggio «a donne del XX secolo che incarnino un forte messaggio di impegno repubblicano». Più nel dettaglio, Béleval raccomanda di premiare «personalità che abbiano mostrato, durante una o due guerre, tutto il loro coraggio e abbiano poi saputo trarre da quelle esperienze dolorose ? perché potrebbero essere state torturate o deportate ? le risorse per un nuovo impegno, in favore della pace, della giustizia sociale o della scienza». Che una donna, per entrare al Panthéon, debba preferibilmente avere subito torture o deportazioni, fa un po? sorridere.Comunque, il requisito del martirio nel XX secolo manca alle donne più citate nella consultazione pubblica lanciata su Internet il 2 settembre, e alla quale hanno partecipato 30 mila francesi. Ci sono la drammaturga e pioniera del femminismo Olympe de Gouges, autrice della «Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina» e ghigliottinata nel 1793 perché ritenne barbara l’uccisione di Luigi XVI; poi la scrittrice Simone de Beauvoir, l’etnologa che partecipò alla Resistenza Germaine Tillion, la filosofa Simone Weil. Il collettivo femminista La Barbe ha scritto però una semiseria lettera aperta a Hollande, pregandolo di non sforzarsi troppo e di lasciar perdere. «Monsieur le Président , ci sono monumenti che non possono e non devono subire l’oltraggio della modernità. È su questa pietra angolare del patriarcato che i nostri figli imparano a rigar dritto in un mondo ben ordinato. Né cento, né dieci, né una donna, e soprattutto non la Gouges devono entrare. Perché non c’è miglior modo di farla finita con il Panthéon».

Corriere della Sera, 14 ottobre 2013)

 

 In memoriam

 

 di Liliana Rampello

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Sandro D’Alessandro, il nostro amico editore, è morto all’improvviso giovedi 10 ottobre.

Un dolore grande; con lui perdiamo un interlocutore appassionato, colto e lungimirante; la sua piccola casa editrice, et-al, ha accolto i nostri pensieri, la nostra elaborazione, ha pubblicato in pochi anni molti libri che rendono conto del suo interesse verso il femminismo, i femminismi. Ogni proposta che da noi proveniva era esaminata rapidamente, valutata e giudicata con la sensibilità di un vero lettore, discussa animatamente e proposta poi al pubblico con coraggio e fiducia nell’intelligenza comune. Di questo, della sua amicizia con le donne, gli siamo grate.

Vi invitiamo a guardare il sito che parla del suo lavoro (www.etal-edizioni.it), a scorrere i titoli  delle sue collane, a leggere i suoi libri, a ricordarlo con affetto.

 

Laura Colombo e Sara Gandini

 

Nel mondo accadono cose così sproporzionate che il senso di impotenza ci lascia disarmate. Di fronte a tragedie come Lampedusa o a leggi securitarie pensate per difendere il corpo delle donne senza tener conto del loro sapere, la politica istituzionale ci lascia sconcertate. Per affrontare il senso di angoscia e disorientamento si scrivono appelli, ci si indigna, si raccolgono firme, si manifesta in piazza. Tutto per placare l’ansia e il senso di colpa, facendo leva sul sacrosanto senso di giustizia. È il momento di riconoscere che queste pratiche non hanno efficacia, sanano solo la nostra angoscia.

Vogliamo uscire dal teatro in cui questa politica ci incastra. La democrazia sta perdendo ogni credibilità. Vogliamo trovare il coraggio di tenerci la fame di giustizia, la rabbia che si rinnova a ogni urgenza, vogliamo rimanere nel vuoto di risposte immediate, senza risparmiarci le domande radicali sull’efficacia delle pratiche politiche.

È proprio sulla questione dell’efficacia delle pratiche femministe che punta il dito Luisa Betti nel suo articolo Femminismo, la sfida giovane pubblicato sul Manifesto del 8 ottobre 2013. L’obiezione tocca un punto cruciale: il femminismo radicale risolve i problemi sociali di donne e uomini?

Luisa Betti mette al centro del discorso la scissione fra consapevolezza e capacità di trasformare, fra esperienza femminile e sua traducibilità nello scambio sociale, fra «pensare» e «fare», fra «dentro» e «fuori».

La questione è emersa con forza a Paestum, nell’incontro nazionale delle femministe, in cui alcune hanno chiesto che l’assemblea si pronunciasse sul pacchetto sicurezza, che vede la donna come «soggetto debole», non in grado di decidere e che, secondo la presidente della commissione giustizia, «deve essere difesa anche da se stessa». Altre avrebbero voluto che l’assemblea esprimesse pubblicamente la solidarietà alla sindaca di Lampedusa e alla sua popolazione, oltre che agli immigrati vittime di politiche insensate.

Come dice Luisa Betti, si tratta di questioni scontate. Siamo tutte con la coraggiosa sindaca che racconta le politiche disumane, e molte scrivono con intelligenza mettendo in discussione il pacchetto sicurezza.

Noi diciamo che non vogliamo più essere “democratiche”, “altruiste”, “solidali”, “buone”. Le prese di posizione solidaristiche o scandalizzate non ci bastano. Vogliamo un cambiamento di civiltà profondo, possibile solo con la consapevolezza e la pratica di relazione. L’autocoscienza non regala soluzioni, è una messa in discussione continua, che ha permesso alle donne di guadagnare una forza imprevista. Il femminismo radicale ha trasformato la società attraverso le relazioni tra donne e la presa di coscienza in prima persona. Il femminicidio per esempio, l’uccisione delle donne a causa del loro essere donne, è al centro del dibattito politico e, grazie al femminismo, alcuni uomini hanno capito che è un problema loro, legato alla soggettività e sessualità maschile.

Il femminismo radicale non punta alla rivendicazione di diritti per le donne attraverso le istituzioni del potere maschile, punta a cambiare l’ordine sociale e simbolico maschile attraverso la presa di coscienza delle donne e la scommessa su relazioni e mediazioni femminili: libertà come fine dell’agire politico, interrogazione radicale sul come – prima che sul cosa – della politica.

Le risposte più immediate sono anche le più scontate, e fanno parte degli strumenti politici che tradizionalmente sono a nostra disposizione. Forse è ora di rimanere nell’angoscia e nella rabbia, avendo fiducia che le pratiche politiche femministe della consapevolezza e della relazione sono efficaci e producono cambiamenti profondi.

Lo possiamo fare perché sappiamo che è possibile anche la gioia. Da Paestum ognuna di noi porta a casa la consapevolezza di una forza femminile che è la base di ogni cambiamento radicale. Una forza data dalla genealogie e dalle relazioni tra donne, da pratiche che non fanno concessioni al potere.

«Perché ora so di una straordinaria forza» cantava Stefania Tarantino (Ardesia music band – ardesiaband.it) a Paestum, in una canzone ispirata alle tre ghinee di Virginia Woolf. Questo è capitato a Paestum e lo portiamo ovunque andiamo. Da qui non si torna indietro.


(il manifesto, 14 ottobre 2013)

 

di Franca Fortunato

È di questi giorni la notizia del ritorno in Calabria di Rosy Canale, la donna che si è ribellata alla ’ndrangheta, che voleva spacciare droga nel suo locale a Reggio Calabria, il “Malaluna”, diventato il titolo di un testo teatrale che presenterà, domenica, in anteprima al teatro Il Grillo di Soverato. Torna da New York dove è andata a vivere con la figlia dopo le minacce della ’ndrangheta per il suo impegno con le donne di San Luca e la pubblicazione del libro La mia ’ndrangheta, scritto insieme alla giornalista di Io Donna del Corriere della Sera, Emanuela Zuccalà, per l’edizione Paolini, dove ripercorre la sua storia. Storia di una calabrese che sognava di diventare cantante e che, ben presto, sente il bisogno di aria nuova. Come tante, lascia la Calabria per andare all’università, a Pisa. Si sposa, ha una figlia, si laurea, si separa dal marito e torna nella sua città, dove diventa imprenditrice. L’incontro con la ’ndrangheta non si fa attendere. Gestisce con successo un pub che, ben presto, trasforma in un locale raffinato, stile newyorchese, il “Malaluna”. La ’ndrangheta, a sua insaputa, decide di fare del suo locale una piazza di spaccio di droga, di cocaina. Quando lei se ne accorge butta fuori tutti, nel suo locale la droga non la vuole. Ed è guerra aperta. Viene minacciata, subisce intimidazioni per un anno, quando una notte, mentre fa ritorno a casa sulla sua auto, viene fermata dai sicari della ’ndrangheta. Le puntano la pistola in faccia. Lei reagisce e la massacrano di botte, fino a ridurla in fin di vita. La sua gamba destra maciullata porterà per sempre il segno di tanta violenza. È viva per miracolo. Per mesi viene portata da un ospedale all’altro, da Milano a Parigi. Fugge dalla Calabria e va a vivere con la figlia a Roma.

Sono passati tre anni, da quella notte, quando in televisione le arrivano le immagini della strage di Duisburg. Queste riaccendono in lei il desiderio di fare qualcosa per la sua gente e per se stessa. Va a stare a San Luca col desiderio di incontrare le donne e capire cosa significa per loro convivere con la violenza e la criminalità, che lei aveva conosciuto su se stessa. Cerca la sua guarigione tra quelle donne. Apre un laboratorio di pittura all’interno della Scuola Media per «portare i ragazzi a contatto con la bellezza». È così che entra in contatto con le donne, le madri dei bambini e delle bambine, che a casa iniziano a parlare della strana signora senza marito, venuta da Roma per insegnare loro a «colorare». Tra quelle donne, con cui fonderà il Movimento delle donne di San Luca e della Locride, troverà, per la prima volta, la forza di raccontare la sua storia e la violenza subita. Capisce che il suo dramma non è dissimile da quello che tormenta le case delle donne di San  Luca che «hanno perso mariti, padri, fratelli e figli per mano assassina. Sono profonde conoscitrici della paura, dell’ansia, della legge del più forte». Loro possono capirla più di chiunque altro. E la capiscono. Al suo racconto, molte piangono.

Rosy comprende che quelle donne sono stanche, hanno solo bisogno di autorizzazione e consapevolezza per rompere abitudini, comportamenti, mentalità mafiose, come ha fatto Teresa Strangio, madre di Francesco Giorgi e sorella di Salvatore, trucidati a Duisburg, che il giorno dei funerali, contravvenendo a una regola mafiosa, ha perdonato gli assassini, rompendo la spirale della vendetta. O come Giulia Stranges, unica donna divorziata di San Luca, che non ha mai accettato imposizioni e violenze. Il Movimento diventa il luogo simbolico dell’incontro tra donne, al di là e al di sopra della divisione, imposta dagli uomini, tra famiglie rivali. Lavorano insieme nei laboratori di sartoria, di ricamo, del telaio e della produzione della saponetta. Sfilano, con i fazzoletti rosa al collo, accanto ai ragazzi delle scuole di tutta la Calabria e al viceprefetto, Giuseppe Priolo, al corteo organizzato dall’associazione La Gerbera Gialla di Adriana Musella per ricordare le vittime della mafia. Nella villa dello storico boss Antonio Pelle, detto ’Ntoni Gambazza, Rosy apre una ludoteca per i bambini e le bambine di San Luca. Il Movimento cresce, le donne diventavano sempre più coscienti, mentre i mass media, locali e nazionali, si accorgono di loro.

È allora che Rosy capisce che nel paese il vento è cambiato. C’è chi non apprezza. Le malelingue mettono in giro la voce che lei è l’amante del prefetto, mentre il prete del paese, don Pino Strangio, dal pulpito tuona: «Questa donna è arrivata in mezzo a noi, bisogna capire se l’ha mandata la Provvidenza o il demonio». Diventa «la forestiera» e la «soubrette». Qualcuna si dimette dal Movimento. Rosy non aspetta di essere, ancora una volta, massacrata. Decide di andare via. Le donne difendono il Movimento, non vogliono che finisca. Da Roma Rosy mantiene i contatti con loro e organizza la loro partecipazione a una mostra fotografica a New York.

Dopo di allora, Rosy non è più tornata a San Luca. Ritorna oggi a Soverato per dire ancora una volta: «a San Luca come altrove, il cambiamento autentico può arrivare soltanto dalle donne». E io le credo. Bentornata Rosy.

(Il Quotidiano della Calabria, 12 ottobre 2013)