Noi sulla questione della violenza contro le donne accettiamo notizie solo se vengono dalla Casa delle donne maltrattate. Ci sono troppe persone che si inventano queste cose solo perchè ci sono soldi e pubblicità.

Noi lavoriamo seriamente e crediamo nel lavoro di chi è impegnato in questo da più di vent’anni. La moneta cattiva caccia quella buona.

di Pierangela Cannone

La forza del sapere delle donne

Grande festa ieri per “Città Felice”. Giunta al ventennale della sua fondazione, l’associazione di donne ha voluto ripercorrere a ritroso il proprio vissuto nel territorio catanese: nella cornice del palazzo Platamone, si sono susseguiti interventi artistici e musicali, visivi e poetici. Iniziative, pubblicazioni, elaborazioni, creazioni artistico-performative si sono insediate nel fare di ogni giorno, nel segno del pensiero e della pratica politica di donne e di uomini che ne hanno riconosciuta l’importanza. Valore aggiunto dell’associazione è la presenza e il lavoro svolto in alcuni quartieri sia per impedire scempi e speculazioni sia per rilevarne la bellezza storica sia per intersecare le relazioni fra gli uomini e le donne che vi abitano.
«Dovremmo celebrare ogni giorno la presenza delle donne nella politica». A parlare è Anna Di Salvo, una delle fondatrici storiche di “Città Felice”. «Abbiamo cominciato a scommettere che il sapere e l’esperienza femminile potessero passare nel governo della città 20anni fa. Oggi abbiamo prova che anche sul piano culturale le donne hanno tanto da offrire allo sviluppo della vita pubblica cittadina. L’abitudine di molti ambienti è di avere carattere rivendicativo. Noi agiamo seguendo una politica femminile proprio per soppiantarela cultura maschilista che considera le donne come esseri inferiori, subordinati e subordinabili. Molti uomini – continua – oggi sono consapevoli dell’importanza della presenza femminile nella politica mettendo così in discussione l’esercizio assoluto del proprio potere decisionale. Le relazioni fra uomini e donne sono caratterizzate da un rapporto asimmetrico. Non si possono incontrare mai due opinioni diverse, ma possono fondersi attraverso il dialogo, generando così il progresso».
Luca Cangemi è un uomo che si è avvicinato al fare politico “rosa”: «Le donne di “Città Felice” hanno avuto il grande merito di far capire all’intera società che esistono anche loro. È bello camminare insieme per crescere».
«Inoltre – aggiunge Mirella Clausi di “Città Felice” – abbiamo a cuore anche i problemi che affliggono la città. A tal riguardo operiamo seguendo una logica propositiva. Vogliamo partorire idee costruttive. Non agiamo sempre come singola associazione, ma collaboriamo spesso con altre organizzazioni territoriali e non proprio per accrescere la nostra rete d’azione».
Di fronte a un tema scottante e attuale come il femminicidio, sia le donne sia gli uomini dell’associazione si porgono in una logica propositiva ed esplicativa: «Ai maschi – afferma Biagio Tinghino, membro di “Città Felice” e degli “uomini della differenza” – viene imposto, sin dalla nascita, un modello patriarcale di forza, rigidità e severità per cui mostrare le proprie emozioni diventa segno di scarsa virilità e debolezza. La repressione dei sentimenti porta ad alterazioni del carattere che possono sfociare anche nella violenza sulle donne. Occorre puntare all’educazione del singolo per educare l’intera comunità al rispetto del gentil sesso».
Poi è stata la volta delle testimonianze di Clara Jourdan, Franca Fortunato, Bianca Bottero, Katia Ricci, Giusi Milazzo e Pina La Villa. Infine è stata inaugurata, nella sede della Cgil, la mostra collettiva-itinerante “Lampedusa porta della vita”, a cura di “Città Vicine” e dell’associazione “Colors Revolutions” di Lampedusa.

(La Sicilia – 6/11/2013)

Nadezhda Tolokonnikova

 

L’annuncio del marito Pyotr Verzilov con un post su Twitter. Nadezhda Tolokonnikova aveva ottenutoil trasferimento due settimane fa, ma poi di lei si erano perse le tracce.

Un lunghissimo viaggio da una prigione all’altra, attraverso l’immensa Russia, cominciato quasi due settimane fa e ancora non terminato. Meta finale, probabilmente, la Siberia Orientale: è ancora giallo su Nadezhda Tolokonnikova, più nota come Nadia, la leader carismatica delle Pussy Riot imprigionata per due anni per una preghiera anti Putin eseguita nella Cattedrale di Mosca nel febbraio 2012, di cui si sono «perse le tracce» dal 21 ottobre quando è stata trasferita dalla prigione in Mordovia (600 km a est di Mosca) dove si trovava da 14 mesi, verso una destinazione ignota.

La giovane, che giovedì prossimo compirà 24 anni, è «in corso di trasferimento» verso un campo di lavoro nella gelida Siberia, più precisamente a Nizhni Ingash, nella colonia n.5, regione di Krasnoiarsk, 4400 chilometri da Mosca lungo la ferrovia Transiberiana, ha annunciato oggi via twitter il marito Piotr Verzilov, citando anonime «fonti penitenziarie». Proprio lui ne aveva denunciato per primo la «scomparsa», insospettito dalla mancanza di notizie. Ma invece di una pena più umana, secondo Verzilov, Nadia andrebbe incontro a «un esilio», una «punizione» dovuta alla lettera che la donna scrisse per chiedere il trasferimento in un altro carcere, denunciando le pessime condizioni di detenzione nelle prigioni russe. Lettera in cui Nadia parlava anche di minacce di morte nel penitenziario di Mordovia dove stava scontando la sua pena, contro le quali aveva lanciato un lungo sciopero della fame seguito dal ricovero in ospedale: «Festeggerà il suo compleanno in una cella di isolamento», conclude amaro il coniuge.

Anche il padre di Nadia, Andrei Tolokonnikov, ha espresso seria preoccupazione per la sua salute aggiungendo che le autorità russe non gli hanno comunicato dove sia diretta, nonostante avessero promesso di farlo.

Ma la ragazza «sta bene» e arriverà «molto presto» nella nuova colonia penitenziaria, assicura Vladimir Lukin, Commissario russo per i diritti umani, che ha contattato il Servizio Penitenziario Federale su pressione degli attivisti russi e internazionali che negli ultimi giorni hanno inscenato picchetti a sostegno della dissidente. Ma nemmeno lui sa dove si trovi Nadia. «Mi hanno detto che sta bene e che è ancora in viaggio diretta a uno dei penitenziari dove continuerà a scontare la propria pena», spiega l’ufficiale, ma per «ragioni di sicurezza» Tolokonnikova viaggia in uno scompartimento separato, ed è «tenuta in una cella separata tra una tappa e l’altra». Accompagnata da un medico, è in condizioni «soddisfacenti». La legge, ricorda, proibisce a parenti e avvocati di vederla e sapere dove si trova, finché non raggiungerà la sua meta finale. L’incertezza rimane: la condanna a due anni scade a marzo 2014. 

 

(La Stampa, 05/11/2013)

dal 5 AL 16 nOVEMBRE 2013

Associazione Culturale Renzo Cortina, Milano

 Figurazioni. Le artiste offrono tre diversi modi di rendere la figurazione in pittura, dai linguaggi piu’ composti a quelli piu’ classici. Nature morte e sguardi della vita quotidiana.
La mostra presenta tre artiste che offrono tre diversi modi di rendere la figurazione in pittura. A testimonianza del fatto che la pittura narrativa ritorna, nel tempo e con modalità differenti, ad essere una parte protagonista del panorama espressivo contemporaneo.

Alda Maria Bossi lavora sui temi della città e del quotidiano, nel suo sguardo più “domestico”, in ciò che nella casa avviene ed esiste. Una luce che richiama a volte l’americano Edward Hopper, anche per l’uso di colorazioni che danni un taglio compositivo essenziale alla composizione.

Francesca Lucchini presenta invece un linguaggio figurativo più scomposto, che si alimenta con l’uso ricco della materia pittorica, che in questi dipinti dà spunti evocativi ed allusivi.

Stefania Russo è invece la più “classica”, la sua pittura ricerca nel dettaglio e nel particolare la finezza esecutiva, la raffinatezza tecnica. Figure o nature morte, temi che vengono raccontati attraverso forma e segno analitico, ma non per questo “fredda”, anzi il suo linguaggio in questa piacevolezza fonda la sua poesia.

Inaugurazione martedì 5 Novembre 2013, alle 18.30

Associazione Culturale Renzo Cortina
via Mac Mahon 14, Milano
Da martedì a sabato ore 10 – 12.30 e 16.30 – 19.30, lunedì mattina e domenica chiuso
Ingresso gratuito

di Felice Accrocca

Il 2 novembre 1913 nasceva a L’Aia, in Olanda, Romana Guarnieri: i suoi genitori — Romano Guarnieri (1883-1955) e Iete van Beuge (1890-1971) — vi si erano trasferiti dopo il loro matrimonio nel 1909 a Nimega, città natale della madre, e qui nacque anche il fratello Leonardo (1915). Suo padre Romano, spirito indipendente e avventuroso, dopo la licenza liceale conseguita a Firenze, a soli diciassette anni aveva lasciato la famiglia e si era arruolato nell’esercito. Tornato nel capoluogo toscano, si legò agli intellettuali del «Leonardo» e de «La Voce» (Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini e altri), così come al gruppo dei futuristi di Marinetti; più tardi sarebbe stato tra i cofondatori dell’università per Stranieri di Perugia.

Romano e Iete si divisero nel 1919; il divorzio portò, qualche anno dopo, anche alla separazione dei due figli: nel 1925 Romana fu condotta a Roma dalla madre, che vi si stabilì con il suo nuovo compagno (l’architetto Gaetano Minnucci), mentre Leonardo rimase a Nimega, affidato ai nonni materni, con i quali visse fino a diciotto anni, allorché  si trasferì anch’egli nella capitale per frequentare l’università.

Nel 1938 Romana si laureò in Letteratura tedesca alla Sapienza e in quello stesso anno incontrò don Giuseppe De Luca, una delle menti più vivaci e geniali della cultura cattolica del XX secolo: con lui darà inizio a uno straordinario sodalizio intellettuale, interrotto solo dalla prematura morte di De Luca, nel 1962.

Fino all’incontro con il fondatore dell’Archivio italiano per la storia della pietà, Romana, che pure era stata battezzata, non aveva mai avuto alcun rapporto con la fede. Non solo: mi confidò lei stessa, quando la intervistai per «L’Osservatore Romano»: «Nella mia famiglia di artisti e di intellettuali agnostici nessuno mi aveva mai parlato di Lui. Non dico di Dio, ma di Gesù» (edizione del 1° gennaio 2000, p. 3).

In una lettera del 6 febbraio 1940, frammento di una corrispondenza ricchissima e preziosa, De Luca le scriveva: «Darei e do una parte della mia felicità, perché tu possa conoscer meglio Gesù, e non sperimentarlo come Legge ma come Grazia; non come un dovere, ma come un amore; non come coazione, ma come liberazione». Romana stessa pubblicò questo stralcio in un volume straordinario, che varrebbe la pena ripubblicare (Una singolare amicizia. Ricordando don Giuseppe De Luca, Genova, Marietti, 1998, p. 26). L’incontro con De Luca significò per lei anche l’inizio di un diverso percorso intellettuale: si orientò infatti decisamente verso gli studi di storia religiosa.

(L’Osservatore Romano – 3/11/2013)

di Alessandra Pigliaru

Ho cominciato a leggere Tam tam, l’ultimo libro di Vita Cosentino, e non me ne sono più potuta separare. Mentre leggevo infatti, una serie di immagini di gratitudine affastellava la mia mente ed è stato semplice restituire all’autrice l’attenzione che la sua storia e la sua scrittura meritano. Certe cose non vanno rimandate – mi sono detta – vanno accolte intere in una lettura che non può essere interrotta. Tam tam, dice Luisa Muraro nel suo scritto che precede il testo di Cosentino, è la storia di un combattimento. Sono d’accordo e aggiungo poetico, fiducioso e pieno di grazia. Non per questo meno forte, anzi. È proprio nella forma di questo corpo a corpo che Vita Cosentino scampa al disastro e acquista la forza che le è propria, perché ha una fiducia incrollabile che la guida nell’impreciso confine tra sé e il mondo. Il libro racconta di una circostanza specifica: una donna, che poi è la stessa autrice, si ammala improvvisamente di qualcosa che inizialmente le diagnosticano come paraplegia incompleta ma che in effetti non verrà mai ben distinta ulteriormente. Se apparentemente si tratta di un caso irrisolto, gli effetti sul corpo e sull’anima sono puntuali, dolorosi e del tutto inaspettati. Il lungo racconto rappresenta così un rinnovato apprendistato alla vita, un sì di amore che l’autrice – lo si avverte nettamente – ha già detto più volte nel corso della sua esistenza e che ora tuttavia sa di riconquistare. Questo attaccamento alla vita, di cui anche Muraro sostiene l’eccezionalità, ha qualcosa di alto. È un tragitto consapevole e autentico di una donna che rimette in discussione il proprio campo d’azione, i propri movimenti nello spazio che fino a un minuto prima riusciva a governare. Quella stessa donna calibra e valuta con pazienza la confidenza con il proprio corpo insieme a quella – che qui sembra più preziosa – con il tempo; lo trasforma di una qualità nuova, con la grande risorsa, dalla sua parte, delle relazioni. Raccontare i dettagli delle amicizie significa per Vita Cosentino ricomporre la mappa emozionale e politica di se stessa e delle sue età. Ciò che si agita in Tam tam è infatti una moltitudine di smarrimento e riappropriazione; una marea che non lascia mai inadeguate allo sguardo, al contrario è un frangersi di onde impetuose eppure indulgenti a cui si reclama di assistere. Certo che si ha paura di perdere il controllo e anche di non farcela ma la protagonista del libro non teme di misurarsi con le proprie istanze interiori, tutte luminose a puntellare la volta stellata di un’anima che si interroga. È così che i ricordi bambini si mescolano per sollecitare inattesi presagi. Allo stesso modo le certezze della maturità le consentono di sistemarli per fare ordine – uno nuovo o che forse c’è sempre stato. Vero è anche che c’è una nuova scansione temporale, un prima e un dopo. Una rinnovata attenzione per il circostante, come quel campo di papaveri che tutte le primavere rifiorisce accanto a casa sua e una generosità di gesti piccoli, minuti e resistenti che trovano dimora in chi ha già avuto la possibilità di gioirne. Se è la malattia a fare da spartiacque nella durata, Vita Cosentino insegna che non vi è un’interruzione ma un riadattarsi amoroso – seppur dolente – alle cose stesse. Ci sono poi istanti – simili alle foto che guarda ripetutamente – che raccontano qualcosa che svetta, che ripara dall’imponderabile e che ogni volta, come fosse la prima, entra nel piano di realtà per ridisegnarne il senso: l’amicizia e l’amore circolante di chi ha saputo starle accanto. Lo sguardo e le parole per lei, erodono l’abbandono e la solitudine e mettono al mondo un tra-noi che eccede dalla stessa scrittura ed è difficile da dire. È così che ho sentito Tam tam, proprio come un ritmo incessante e imprevedibile che mette in gioco ogni giorno lo scandire della vita di tutte e tutti, come fosse il desiderio che bussa alla porta per avvertire che dopo il combattimento arriva il tempo del sentirsi insieme – ancora – nella relazione. È a quest’ultima che il libro è rivolto e dedicato ed è per questo commovente esercizio di tenacia poetica e politica che vorrei ringraziare anch’io, tenendomi negli occhi l’immagine onirica di quei fiori bianchi che appaiono alla fine del libro. Piccoli e ripiegati in fascette umili. Ne sbocceranno di nuovi e saranno forse fragili – esattamente come l’umana condizione. Perciò i più forti e veritieri mai incontrati.

di Teresa Di Martino

E’ difficile recensire l’ultimo libro di Vita Cosentino, è difficile dire di un racconto così personale e quotidiano, di quello che accade dopo uno scontro violento tra una “lei” e un avversario invisibile, come lo definisce Luisa Muraro. Tam tam è la storia della protagonista, l’autrice, narrata in terza persona. Ma è una storia breve, gli ultimi due anni di vita, una vita del tutto nuova, che non è una nascita bensì una lotta per rimanere viva. E’ la storia di Vita dopo la malattia invalidante che l’ha colpita. Un racconto che vede protagonista lei, il marito e le sue amiche, compagne di vita e di militanza, ma che mette in primo piano il corpo, un corpo pesante, così ingombrante che le toglie anche le energie mentali: “Fatica a concentrarsi, comincia a leggere un libro e poi un altro e li lascia a metà. I progetti non hanno gambe per camminare e non ne vede più il senso” (p. 85). Partire da sè in questo caso non può ridursi a uno slogan femminista, si tratta non solo di ri-partire dal proprio corpo, ma anche di conoscerne i limiti e di prenderne le misure. Il problema non è solo non poter fare la vita di sempre – costantemente in giro, tra una riunione e l’altra, a quel convegno, a quell’assemblea, alla Libreria, a Verona – ma anche stare in piedi ai fornelli, andare a fare la spesa, un cinema, una mostra. Tutto diventa complicato: camminare, trovare luoghi senza barriere architettoniche, parcheggi coperti. Un limite che è anche una scoperta: Vita scopre il piacere di sedersi sulla panchina sotto casa e salutare il vicinato, la soddisfazione di lavorare con le mani (come da bambina), di sentirsi a casa in un bar dove la riconoscono. E’ come se questa faticosa ricerca di una misura nuova le aprisse un nuovo mondo, le svelasse anche i limiti di quel mondo che aveva sempre abitato. “Ha passato tanti anni in quella casa sempre correndo da un’altra parte […] La casa era in una specie di terra di nessuno. Così almeno la sentiva lei…” (pp. 97-98). Risuona. E mi chiedo: è davvero necessario che il corpo si fermi? Nelle riflessioni politiche con le mie compagne c’è sempre il desiderio di riappropriarsi di spazi e tempi che diano ascolto ad un corpo troppo spesso dimenticato, messo a tacere, trasportato di qua e di là. Lavoro, tempi frenetici, politica militante. Sì, ma c’è dell’altro. “Era sempre alla ricerca di qualcosa. Sì, ma cosa?” (p. 98). Una domanda a cui l’autrice non risponde, forse perché una risposta non c’è, forse perché ognuna ha la sua. Tam tam – un ritmo evocato e raccontato nel quotidiano – è una storia che destabilizza. Non è il racconto di un dolore – anche se se ne legge molto – ma è piuttosto la storia, semplice e complessa allo stesso tempo, di una lenta e paziente ricerca di sé, di un sé fatto di passato e presente, che prende le misure per “rifarsi una vita salvando quella di prima” (p. 11), lasciando spazio ai miracoli del quotidiano e alle scoperte di un nuovo modo di stare al mondo.

 

È scrittrice amatissima in Italia, Elisabeth Strout, da quando lettori e lettrici italiane l’hanno scoperta all’uscita di Olive Kitteridge , con cui ha vinto il Premio Pulitzer nel 2009. Nata nel Maine, stato statunitense del New England dove i suoi antenati approdarono nel 1603, vive tra New York e la sua terra, che è la sua vera fonte di ispirazione. Con il suo quarto libro, I ragazzi Burgess, assume sempre di più il profilo di autrice “classica”. Con una scrittura scarna e profonda indaga la vita quotidiana di una piccola città, l’incrocio terribile e inaspettato con i drammi del mondo contemporaneo e globale.

 

La storia del suo ultimo romanzo parte da un ragazzo che getta una testa di maiale dentro una moschea della sua città, dove da poco si è insediata una comunità di somali musulmani. Dove ha trovato l’ispirazione?

 

«La notizia letta anni fa su un giornale ha catturato la mia immaginazione. I fratelli Burgess proprio non so da dove vengano. I personaggi si impongono alla mia attenzione, a poco a poco diventano sempre più reali»

 

Ricordo che per Olive Kitteridge lei parlò di qualche somiglianza con alcune vecchie zie.

 

«È vero, in Olive ci sono alcuni aspetti di vari parenti. Ma per i fratelli Burgess non ho avuto modelli, anche se naturalmente mi è capitato di osservare interazioni tra fratelli. Devo dire che è stato straziante portarseli dietro tutto il tempo che ci è voluto a scrivere il libro, sono personaggi difficili. Molto faticoso, proprio in senso fisico. Come se mi mangiassero da dentro»

 

Pur con un personaggio centrale e ricorrente, “Olive Kitterige” era una raccolta di racconti. Perché ora ha scelto il romanzo?

 

«Mi sembrava che l’ampiezza delle emozioni, della geografia, dei temi richiedesse una struttura più grande. Ci si sposta tra il Maine, l’Arkansas, l’Arizona, nel conflitto tra città e campagna, questioni esplosive come il razzismo. Ci volevano le spalle ampie del romanzo»

 

Che ne pensa del premio Nobel assegnato a Alice Munro?

 

«È fantastico. Sono veramente contenta, è una grande scrittrice, che mi affascina. Negli anni lei è riuscita a creare un genere suo, una forma stilistica molto particolare a cui è rimasta fedele negli anni. E racconta la vita quotidiana di un microcosmo»

 

A proposito di microcosmo, il razzismo che lei racconta in un piccolo mondo, risulta esplosivo.

 

«Come si dice, il personale è politico. Ho indagato cosa succede quando temi così dirompenti, non sono fatti lontani, che avvengono altrove, ma entrano nella esperienza della vita quotidiana di tutti. In una piccola comunità. Le idee che uno può avere ne risultano sconvolte. Tutto cambia quando lo straniero è vicino a te, le proprie reazioni possono sorprendere»

 

Qual è il segreto della sua scrittura così luminosa?

 

«Scrivo e riscrivo. La prima stesura è a mano, mi sembra che corrisponda di più al ritmo dell’immaginazione. Poi correggo e riporto tutto al computer. Poi riscrivo ancora. Ci metto anni a scrivere un libro. Voglio raggiungere la coerenza tra il modo in cui è scritto e quello che racconta. E per questo ci vuole tempo»

 

Anche chi come me non è mai stato nel Maine, sente nei suoi libri la presenza molto forte di quel luogo, quello spazio. Quasi come se il Maine fosse un personaggio. Per lei questo ha senso?

 

«Sono l’erede di una lunga tradizione. Non solo la mia famiglia vive nel Maine da secoli, ma sia mia nonna che mia madre sono state delle grandi contastorie. Le ascoltavo. Ascoltavo mia madre, la sua voce molto asciutta, il suo stile molto minimalista, l’ho interiorizzata. Sì, penso che ci sia una voce del Maine nel mio raccontare»

 

Pensa che nello scrivere essere donna abbia un significato?

 

«Certo, sono una donna, penso come una donna e immagino che si veda anche nel mio modo di scrivere. Ma non è una cosa per cui mi scaldo molto. Non scrivo di questioni delle donne o cose del genere. Non mi interessa. Anche se questo fa arrabbiare molte mie amiche».

 

Come è arrivata a scegliere di scrivere?

 

«Per via di mia madre. Mi ha spinto lei. Lei desiderava profondamente diventare una scrittrice, e non c’è riuscita. Era in ogni caso una formidabile storyteller. Mi ha comunicato il suo desiderio, la sua passione».

 

 

Elisabeth Strout:

 

I ragazzi Burgess, traduzione di Silvia Castoldi, Fazi Roma 2013, 447 pagine, 18,50 euro

 

Olive Kitteridge, traduzione di Silvia Castoldi, Fazi Roma 2009, 18,50 euro

 

 


(Traduzione della email di Katja Samutzievic del 25 ottobre 2013 e commento)


Una parola rivolta alla Chiesa di Roma, perché intervenga ad alleviare le sofferenze di queste povere Criste, a liberarle finalmente! La Chiesa ortodossa nella persona dell’archimandrita Vsevolod Chaplin, che prima aveva accusato le Pussy Riot “di avere lanciato una volgare sfida ai cristiani ortodossi”, aveva in seguito scritto una lettera in cui si dichiarava disponibile a perdonare le giovani artiste. Tutto questo fa vergogna per la Russia. La Chiesa cattolica, Bergoglio, si esprimano in loro favore, bisogna dare le prove che appartengono ad una civiltà cristiana. Sappiamo che recentemente Putin ha celebrato il suo secondo matrimonio in una Chiesa ortodossa a Murmansk. Perché dunque tanto rigore e crudeltà verso Nadja e Mascia? Solo perché hanno rivolto alla Madonna una preghiera femminista per liberare la Russia da Putin?


Лаура, добрый день!


Я была очень занята в последнее время, навалилось много дел и проблем, связанных с уголовным делом. Пока я получила отказ от Верховного суда, теперь осталась последняя ступень опротестовывания приговора. Но шансов уже очень мало.


По поводу Нади, да, она сейчас в Челябинске по сообщениям от ФСИН, здоровье у нее не очень, у нее возобновились от голодовки головные боли, ей никто сейчас не помогает, так что ей сейчас совсем сложно, я сильно переживаю по этому поводу. Но ничем сейчас на данный момент помочь не могу, все что могу делаю, но этого явно не достаточно. Тут даже правозащитные организации ничего не могут сделать, единственное что удалось ее перевести в другую колонию, это уже хоть что-то.


Маша тоже переживает по поводу всего происходящего, она отозвала свое ходатайство о смене вида наказания из-за Надиной голодовки и ситуации в качестве жеста солидарности, но об этом мало кто знает, СМИ не стали это тиражировать, поэтому Маша тоже переживает.


Ciao Laura!


Sono stata molto impegnata negli ultimi tempi, si sono accumulati molti problemi e cose da fare, legate alla cause penali in corso. Per il momento ho ricevuto un rifiuto da parte della Corte Suprema al ricorso che avevo presentato per chiedere la riduzione della pena. Adesso è rimasto solo l’ultimo livello gerarchico a cui presentare un appello contro la condanna di Nadja e Mascia.

 

Per quanto riguarda Nadja, adesso si trova in un’altra colonia penale a Celjabínsk. La sua salute non è molto buona. Dopo lo sciopero della fame ha frequenti mal di testa. Ora non l’aiuta nessuno per cui la sua situazione è molto difficile e io ne soffro molto. Faccio tutto quello che posso ma sento che non è sufficiente quello che posso fare io. Perfino le associazioni umanitarie non possono fare più nulla in questo momento. L’unica cosa positiva è che è stata trasferita in un’altra colonia penale, che è quello che lei aveva chiesto.

 

Anche Mascia soffre per quello che sta succedendo, ha respinto il ricorso che aveva presentato per cambiare il tipo di condanna da scontare a causa dello sciopero della fame che Nadja stava conducendo, come forma di solidarietà con lei. Ma non si sa molto. I media non parlano di questa sua azione e perciò anche lei soffre.


di Stefania Cantatore

A pagina 51 di Repubblica di oggi 24 Ottobre la notizia del nuovo disco di
Cantat, traghettata dalla notizia del suo pentimento.
Il femminicidio fa pagina e perchè no pubblicità.
La scrittura assolutamente parallela dei due fatti, il disco e il femminicidio è un vero paradosso. Uno come Cantat può continuare a lavorare, perchè è ancora giovane, dopo una blanda detenzione di 8 anni e chiede non essere più identificato “col suo gesto”. Acqua passata, e i fatti gli danno ragione, Bertrand Cantat ha avuto anche il tempo tra un disco e l’altro di, probabilmente, indurre al suicidio nel 2009 Krizstina l’ex moglie che era tornata a vivere con lui dopo averlo difeso al processo.

L’attore Jean Louis Trintignant, il padre di Marie, pensava che Cantat si sarebbe suicidato e,dice, se non lo ha fatto è un problema suo. Vero ma chi legge, potrebbe

avere un altro problema, se un uomo autorevole come Trintignant, parla di
una soluzione extragiudiziaria, che sa per altro di giustizia fai da te,
affidata alla “coscienza del delinquente”.
A noi restano due la certezze: la prima, che una condanna più dura avrebbe
forse addolorato la povera Krizstine, ma le avrebbe certamente salvato la
vita. La seconda è che pagina 51 di Repubblica poteva essere usata meglio.

 

La santa del mese raccontata da Luisa Muraro

«La santa Caterina era figlia d’un re». Così cominciava una filastrocca scherzosa che cantavamo da ragazze. Raccontava il conflitto tra Caterina d’Alessandria e suo padre pagano. In realtà, cioè nella leggenda ufficiale (non c’è storia documentata), il conflitto che la porta al martirio è con l’imperatore romano Massimino. Ma sempre di uomini che fanno la legge si tratta.

Le origini regali sono un attributo metaforico delle donne che danno prova d’indipendenza simbolica, quelle che Annarosa Buttarelli chiama «sovrane» in un libro che ha proprio questo titolo. Di Guglielma Boema dicevano che era figlia e sorella di re (e forse era vero alla lettera); ascendenze regali Margherita Porete attribuisce simbolicamente alle «anime annientate» e la poetessa Emily Dickinson a sé.

L’iconografia conferma le origini regali di Caterina, che tra i santi è riconoscibile per alcuni simboli che sono la corona in testa, un libro in una mano, spesso la palma del martirio nell’altra, e una ruota ai suoi piedi.

L’imperatore l’aveva condannata alla tortura della ruota, che miracolosamente non funzionò; ordinò allora il taglio della testa che si staccò dal corpo facendo sgorgare non sangue ma latte. Lei divenne così la patrona dei fabbricanti di ruote e delle donne che allattano. E il libro? L’imperatore tentò di riportarla al culto degli dei e le mandò a questo scopo cinquanta filosofi, ma fu lei a convincere loro della superiorità del messaggio cristiano, diventando così la patrona dei filosofi. Latte, ruota, libro, davvero una magnifica costellazione di simboli.

Di questa grande santa della Chiesa orientale molte cose evocano la figura storica di Ipazia d’Alessandria, filosofa neoplatonica martirizzata nel 415 da un gruppo di cristiani fanatici al tempo del vescovo e padre della Chiesa Cirillo, che la considerava con un’ombra di gelosia per il grande seguito di cui godeva. Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che santa Caterina d’Alessandria sia una figura creata per riparare e coprire questo misfatto. Non ci sono prove. D’altra parte non ci sono prove nemmeno dell’esistenza storica della martire cristiana. È per questo che il suo culto è stato limitato ma, fortunatamente, non soppresso.

Il vantaggio delle figure leggendarie è che si offrono alla nostra fantasia senza preclusioni. Caterina è stata per secoli una presenza viva nella pietà popolare e un esempio di grandezza femminile. Quando, dall’Oriente si diffusero in Occidente i racconti dei pellegrini e dei crociati, l’Europa si popolò di donne di nome Caterina, e di cappelle o chiese con lo stesso titolo.

Nella basilica di San Clemente in Roma a santa Caterina è intitolata una cappella affrescata da Masolino da Panicale. Fra le chiese, la più imponente è forse la basilica di Galatina, nel Salento. Il ciclo pittorico a lei dedicato comincia mostrandola che entra, seguita da altre donne, nel luogo di un culto pagano, alza il braccio indicando il cielo e predica; gli adoratori degli idoli — alcuni vestiti da prelati! — non le prestano attenzione ma l’imperatore sì: dal trono punta un dito sulla contestatrice e i due, entrambi incoronati, si fronteggiano in primo piano, a destra e a sinistra del quadro.

Ci sono anche testimonianze scritte. Si legge, negli atti del processo contro la “setta” guglielmita, ai tempi di Papa Bonifacio VIII, che le devote di Guglielma aggiravano i divieti dell’Inquisizione venerando la loro santa sotto le sembianze di santa Caterina che facevano dipingere in questa o quella chiesa della città.

Arrivando in Europa Caterina non perse il suo tratto di donna libera capace di disobbedire agli uomini per obbedire a Dio. Il documento più impressionante di ciò lo offre il processo di condanna di Giovanna d’Arco. Santa Caterina, insieme a santa Margherita, anche questa venuta dall’Oriente, è una presenza costante al fianco di Giovanna, accusata di essere una strega e un’eretica: «Santa Caterina ha detto che verrà in mio aiuto», «Santa Caterina mi risponde subito», «Su questo mi consiglierà santa Caterina» e così via.

Nelle prime udienze, lei parla delle voci che le trasmettono la volontà divina, ma senza dargli un nome. L’inquisitore la incalza, vuole che dica se era la voce di un angelo, di un santo o di una santa, oppure «quella di Dio senza intermediari». Formula insidiosa, quest’ultima, del che la giovane donna — aveva diciannove anni — sembra avvertita, perché a questo punto dà al giudice l’informazione richiesta: «Erano le voci di santa Caterina e di santa Margherita, che hanno il capo cinto di belle corone, ornate e preziose». Aggiunge: «Dio mi ha permesso di rivelarlo», spiegando così la sua passata reticenza.

Il testo del processo rappresenta un documento, storico e spirituale insieme, stupefacente. Illustra un conflitto che sembra fatalmente impari, tutto essendo dalla parte del tribunale, autorità, esperienza, dottrina, potere, e tutto invece che finisce per sbilanciarsi dall’altra parte, di una diciannovenne che difende il suo onore di cristiana e la sua libertà di coscienza.

A questo servono le sante e i santi, suppongo.

Filosofa e scrittrice, Luisa Muraro ha insegnato a lungo all’università di Verona. È stata tra le fondatrici della Libreria delle Donne di Milano e della comunità filosofica Diotima. È autrice, tra gli altri, di Il pensiero della differenza sessuale (1987), L’ordine simbolico della madre (1991), Oltre l’uguaglianza. Le radici femminili dell’autorità (1994), Lingua materna, scienza divina. Scritti sulla filosofia mistica di Margherita Porete (1995), Le amiche di Dio (2001), Il Dio delle donne (2003), Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna (2011), Dio è violent (2012), Autorità (2013).


(Donne, Chiesa, mondo – Inserto mensile de L’Osservatore Romano – 2/11/2011)

di Nadia Tarantin

Sono d’accordo con Francesca Rosati Freeman nei suoi commenti all’intervista di Bia Sarasini a Ricardo Coler, a proposito del grave equivoco culturale e politico che si crea, accreditando l’idea che nella società Mosuo “comandano le donne”. Aggiungo che, come ci hanno insegnato gli studi di molte e in modo particolare – su questo punto – la ricerca e la pratica di Heide Göttner-Abendroth, è il paradigma che va cambiato, se si vogliono capire veramente le società cosiddette “in balance” (ossia senza sopraffazione di un sesso sull’altro), dove si pratica il “visiting marriage” (le coppie si incontrano nella stessa casa soltanto di notte).

Società dove, per riconoscimento di chi ha studiato questo e altri popoli che conservano tale struttura sociale e culturale, non COMANDA nessuno, né uomini né donne.

(Avendo letto un po’ di cose sui Mosuo fa rabbrividire la frase di Coler a proposito del fatto che di giorno le donne “guardano gli uomini dall’alto in basso”. Impensabile! Proiezione?)

Il paradigma che emerge dall’intervista (il libro non l’ho letto, mi spiace) è quello vecchio, da Bachofen in poi, che vede queste società come società in cui vengono ROVESCIATI i ruoli tradizionali. Bachofen ne negava l’esistenza, ma così le vedeva. Mi sembra che Francesca Rosati Freeman spieghi molto bene che non è proprio questa la cosa.

Non per niente, tutte le studiose che hanno riscoperto e ri-valorizzato queste società, a partire da Marija Gimbutas, non hanno voluto usare il termine matriarcato (“comando delle madri”, come estensione del significato di arché, principio), per non cadere in quel paradigma sbagliato e in quest’equivoco.

Il termine viene usato, consapevolmente e scientemente da HGA (acronimo con cui è conosciuta Heide fra chi la legge e la frequenta), perché lei traduce il suffisso greco arché in altro modo: non principio/comando, ma INIZIO. E così facendo vuole onorare la madri da cui tutto è cominciato (e da cui tutto, in fondo, comincia).

Come accennava Francesca Rosati Freeman a commento dell’intervista di Bia, le società “in balance” ci dicono altro da un semplice trasferimento di potere e di comando da un sesso all’altro, ci insegnano come si può superare la pratica e il concetto patriarcale di potere stesso, basato sulla sopraffazione di un sesso su un altro, sull’uso della violenza anche nelle forme della manipolazione intellettuale e dei ruoli, sulla disparità che sottovaluta (piuttosto che sulla differenza che nutre e arricchisce).

Le società “in balance” ci dicono che si può improntare la vita sociale sull’autorevolezza femminile, che non è MAI autorità fine a se stessa, con l’unico scopo di riprodursi e incrementare il potere di qualcun/a su qualcuna/ qualcun altro, ma viene usata SEMPRE ai fini del bene comune e per progredire tutte e tutti insieme, uomini e donne, nelle loro differenze.

Non c’è alcuna arroganza tipica del potere.

(Vedi stupore dell’autore intervistato per il fatto che le donne Mosuo, dopo aver organizzato e disposto i lavori da svolgere, vi partecipino anch’esse.)

Seguendo il ragionamento riduttivo che emerge dall’intervista, noi donne dovremmo essere felici e accontentarci del fatto che le manager donna, ad esempio, sappiano COMANDARE meglio degli uomini (maggiore collaborazione, condivisione, ecc, cose stranote su cui non mi soffermo), mentre dalle società “in balance” emerge chiaramente che non è proprio questo il punto. Il punto è: da quali caratteristiche o qualità nasce l’autorevolezza capace di organizzare una società in modo armonico, e in modo che nessuno/a venga penalizzata/o, in modo che le risorse siano ben distribuite, che non si distrugga l’ambiente, che siano bandite avidità calcolo e violenza? Quelle società credono che la fonte di queste caratteristiche e qualità l’abbiano le donne, e su quelle qualità si reggono.

Gli uomini si conformano perché trovano quelle regole buone e convenienti, piacevoli per sé, quindi non c’è proprio bisogno, a mio avviso, che nessuna/o comandi.

Un punto secondario di dissenso mio dal modo come l’intervista fa immaginare la socieà dei Mosuo riguarda la sottolineatura dell’aspetto della libertà sessuale nella pratica del “visiting marriage”. Quest’aspetto, da quel che ho letto, sicuramente c’è, ma non è il principale.

La ragione del “visiting” sta nel fatto che nessuna persona, maschio o femmina, lascerà mai di giorno la casa della madre, e il motivo profondo, a mio avviso, è che così nessuna persona mai si allontanerà dalle fonti di quella autorevolezza originaria.

Capisco bene che, così descritte, queste società assomiglino a un’utopia; e non mi azzardo neppure a immaginare che se ne possa costruire oggi l’eguale, ma penso che sia ormai improcrastinabile  discutere e superare il vecchio paradigma alla base delle storiche discussioni sul matriarcato. Come l’intervista di Bia Sarasini secondo me dimostra, sono sottili e pericolose le trappole del (vecchio) paradigma,  o dei (vecchi) paradigmi, perché di questo tema si sono occupate antropologia e sociologia, storia delle religioni e molte altre discipline. Come dimostra il fatto che sia caduta in qualche equivoco Bia Sarasini, una donna espertissima di cose di donne, attentissima e intelligente, abituata a guardare sempre oltre, femminista senza aggettivi.

Che io stimo moltissimo.

Non oso pensare come  potranno fare strame del popolo Mosuo i cosiddetti “media”, quindi se qualcosa del mio ragionare vi ha convinte/i, cercate su internet il sito e il libro di Heide, pubblicato in Italia da Venexia, i testi di Riane Eisler e via via quanto potrà servire a tutte noi per fondare un nuovo paradigma.

 


di Giancarla Codrignani


Bologna, 9 ottobre 2013


Caro Papa Francesco,

come non provare sentimenti di amicizia e di fraternità nei suoi confronti e non solidarizzare con i segnali che viene lanciando attraverso l’infittirsi di relazioni con persone più o meno note della società italiana? Non intendo accrescere il numero dei corrispondenti che incomincia, forse, a farsi molesto; ma sono indotta a interpellarla dopo la notizia del suo intento di pronunciarsi sullo spazio da assegnare alle donne nella Chiesa. Presumo sia anche per lei un dato di realtà che non i disegni di Dio, bensì i ruoli gerarchicamente diversi che uomini e donne hanno storicamente assunto comportano differenze che non vanno sottovalutate, soprattutto se si ricercano nuovi equilibri.

Essendo anche lei un uomo come gli altri, sa bene che difficilmente agli uomini capita di dire parole adeguate quando parlano con noi, soprattutto se pensano di parlare “per” noi. Anche la Chiesa ci conosce solo attraverso una convenzione che non corrisponde alla nostra ermeneutica, di credenti e di non credenti: senza una donna non ci sarebbe stata nascita, senza un’altra donna non ci sarebbe stato annuncio (sarebbero mai arrivati al sepolcro vuoto gli apostoli senza Maria di Magdala?). Come “genere” siamo meno sensibili alle ambizioni di potere che sono incoerenti, almeno nella Chiesa, anche per un uomo. Tuttavia non siamo così stolte da non esser state sempre consapevoli che, anche se in dottrina non si ritrovano giustificazioni alla discriminazione, la Chiesa è rimasta maschile fin da quando la tradizione dei primi secoli ha trasmesso gli scritti dei “padri” della Chiesa e non delle madri, menzionate solo in quanto viri dimidiati. Carlo Maria Martini fin dal 1981 ha posto l’urgenza di un nuovo riconoscimento della presenza femminile nella Chiesa, ma non ne sono seguite innovazioni. Anzi l’attribuzione al nostro genere di uno speciale “genio femminile” è rimasto nel tradizionalismo e non sono sembrate amicali le misure adottate dal suo predecessore per accertare l’ortodossia della Federazione delle suore americane (LCWR). Per questo sono certa della sua informazione previa sull’ormai imponente letteratura specifica di teologhe e filosofe e dell’ opinione femminil-femminista (uso l’aggettivo, anche se riprovato da rappresentanti della gerarchia poco attenti alle dinamiche sociali) del popolo di DIo e anche della condivisione delle idee con donne religiose e laiche cattoliche (ma non solo). Tuttavia oso esprimerle la mia preoccupazione: in tempi in cui la Chiesa soffre abbandoni “di genere”, le donne si aspettano di ottenere non rappresentanza, ma riconoscimento di soggettività. Non le deluda.

Perdoni la confidenza nella sua disponibilità. La ricordo con sentimenti di fiducia e affetto

G.C.

 

Mi permetto di allegarle il testo dell’introduzione del card. Carlo Maria Martini al Convegno tenutosi a Milano nell’aprile del 1981

 

Perché, si chiede ad esempio la donna, identificare l’immagine di Dio con quella trasmessaci da una cultura maschilista? Quale l’annuncio kerigmatico per lei, non rinchiuso in una visione moralistica? Quali indicazioni per un cammino spirituale e di santità che la stimolino adeguatamente? Quali indicazioni per una rinnovata prassi pastorale, per un cammino vocazionale per il matrimonio, per la consacrazione religiosa, la famiglia, in considerazione della nuova coscienza di sé che la donna ha acquisito? Quali indicazioni per un linguaggio globale, anche liturgico, che non faccia sentire esclusa, nella sua elaborazione, la donna?

Perché così poche e inadeguate risposte alla valorizzazione del proprio corpo, dell’amore fisico, dei problemi della maternità responsabile?

Perché la pur grande presenza delle donne nella Chiesa non ha inciso nelle sue strutture? E nella prassi pastorale perché attribuire alla donna solo quei compiti che lo schema ideologico e culturale della società le attribuiva, e perché non esplicitare i suoi carismi “opera dello Spirito Santo”?

I ruoli ecclesiali affidati alle donne sono allora secondo i carismi di una Chiesa condotta dallo Spirito oppure ancora frutto di una mentalità maschile?

Le donne si chiedono tutto questo. Non sempre lo esprimono. Sentono ancora timore a infrangere una “iconografia” della donna cristiana, dentro la quale peraltro stentano a riconoscersi e non riescono più ad adattarsi.

La Chiesa deve porsi in ascolto. Deve lasciarle esprimere da protagoniste. Il loro modo di leggere, interpretare la vita ha una rilevanza che deve segnare un cammino pastorale che non può vedere le donne perennemente soggette o brave e fedeli esecutrici, quasi vergognose o timide di fronte alla forza che potrebbero esprimere in novità.

I ministeri, carismi, servizi, sono doni per la comunità ed esigono una profonda e attenta rilettura che apra nuove vie alla comprensione del ruolo delle donne nella Chiesa.

La filosofia e la teologia nelle loro varie branche, l’esegesi biblica, la pastorale hanno un compito urgente da svolgere con gli strumenti che a loro sono propri.

Le scienze umane aprono loro ampi spazi di documentazione e di fondazione. Ma anche la vita delle donne, anzi, dalla loro vita parte un richiamo fortissimo di novità. Le più mature non esprimono vane rivendicazioni di false parità: chiedono di costruire in pienezza e con coraggio, mettendo in discussione se stesse, la società e la Chiesa.

 

 

Le norme sulla violenza contro le donne modificate dal decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito con modificazioni in legge 15 ottobre 2013, n. 119. Aggiornamento al 16 ottobre 2013. In giallo e corsivo le modifiche. Testo redatto da Maria (Milli) Virgilio e Silvia Santunione.

http://mariavirgilio.files.wordpress.com/2013/10/le-norme-modificate-aggiornamento-al-16-ottobre-2013.pdf

Incontro al Circolo della rosa con Marina Terragni e Luisa Muraro

di Luisa Muraro

Vi ricordate il gioco di palla avvelenata? In Italia, politica e cultura lo giocano con molte palle: con l’ambizione, i soldi, il successo, la paura, il tornaconto… Ci sono anche quelli che si avvelenano per l’indignazione e lo scoraggiamento. Io appartengo a quest’ultima categoria.

Solo così mi spiego di aver scritto Far finta di capirsi su papa Francesco che s’intrattiene con Scalfari sul quotidiano La repubblica. E mi dispiace non tanto per quello che ho scritto, ma perché c’è altro da dire sul papa, che è ben più importante. Una come me, questo altro tenta di dirlo oppure tace.

In quel mio testo esprimevo il discredito per i nostri personaggi pubblici, zelanti e calcolatori insieme, e il timore che il papa si sarebbe prestato alle loro furberie. Il suo predecessore, mi sono detta, probabilmente l’ha avvertito sui personaggi della Curia, ma sa che fuori dalla Curia sono dello stesso stampo? In quel Far finta di capirsi c’era anche un tentativo, malriuscito, di pensare che fingere è diventato inevitabile e accettabile, ma questo non corrisponde al mio modo di pensare né di comportarmi.

Tuttavia ci sono domande che continuo a pormi. Il papa lo sa che metà almeno della gente che va in chiesa, nelle regioni più cattoliche d’Italia, non vuole che si tocchi la Bossi Fini, vale a dire una legge che aggrava le sofferenze e i rischi cui sono esposti i migranti? Le prediche, anche le più ispirate, non bastano, bisogna prima ascoltare senza giudicare. Altrimenti quella gente continua a pensarla come il don Abbondio dei Promessi sposi, quando il cardinal Federigo gli rimprovera la sua mancanza di amore e di coraggio: facile predicare la generosità per te che sei supergarantito, sono io che vedo minacciato un modesto benessere faticosamente raggiunto.

Nessuno avrebbe potuto fare questa obiezione a Gesù di Nazareth.

Qui c’è tutto il problema, quello di un messaggio di amore e di pace incarnato da un uomo povero tra i poveri, trasmesso da donne e uomini che si sono sentiti da lui profondamente toccati. Dopo di loro sono venuti altri che si sono organizzati e ordinati in una gerarchia solo maschile, sul modello dell’Impero romano, facendo la legge sull’umanità comune (laici e donne) e alleandosi variamenti con i poteri di questo mondo. La coerenza delle origini andò perduta ma non la memoria del messaggio, grazie soprattutto a una minoranza di uomini e donne che hanno cercato di farsi memoria vivente del Salvatore. Parole, queste ultime, che riassumono il programma di Celeste Crostarosa  (Napoli 1696- Foggia 1765), una donna coraggiosa che ha combattuto la prepotenza clericale e che forse sarà proclamata santa, grazie anche a questo papa.

Ecco che cosa c’è da dire di Bergoglio, che si mostra deciso a fare il suo possibile per ridurre l’enorme divario tra il messaggio di Gesù di Nazareth e la Chiesa cattolica romana, non quella segreta e santa che non ne ha bisogno, ma quella ufficiale che tutti abbiamo davanti agli occhi. Chissà se gli sarà possibile, ma non c’è dubbio che, in questo suo impegno, va aiutato.

(Luisa Muraro – Libreria delle donne 26 ottobre 2013)

di Liliana Rampello

 

Ho letto con molto interesse il numero della rivista DWF (n.3, 2012) dedicato alla pratica della storia vivente a cura della Comunità di Storia Vivente di Milano, formata da donne che conosco personalmente e il cui valore mi è quindi ben presente. E’ in ragione di questa relazione che vorrei fare qualche considerazione e soprattutto qualche domanda (non retorica).

La cosa che funziona bene in questa pratica è intanto che si sconfigge da subito l’idea che rispetto alla storia tradizionale ci sia da rivendicare, o aggiungere, o completare qualcosa che lì non è dato (le donne). E’ vero, non è dato, ma la mossa da fare è appunto, come qui suggerito, cambiare il proprio sguardo e tagliare in modo diverso la faglia della storia, delle storie che ci hanno raccontato e raccontiamo.

Di fatto, così, ci teniamo tutta la storia. Il che significa però che ho bisogno di tutta la storia, anche quella che segue “paradigmi” tradizionali, intanto perché sono molteplici, spesso baruffanti tra loro, soggetti a mutamenti di statuto e dunque sfuggono anch’essi, spesso, alla loro stessa imbalsamazione, ma poi perché anche la storia vivente va messa da qualche parte che sta nel comune, di donne e di uomini.

Mi viene in mente una vecchia distinzione consueta nei corsi universitari di un tempo: la disciplina correva su due binari, il corso istituzionale e il corso monografico. Bè, il primo era noioso, scontato, “nozionistico”, il secondo di solito legato alla ricerca in corso del docente, magari a una sua mania, e trasmetteva più liberamente la passione dello studio, ma erano entrambi necessari. Lo so adesso con più chiarezza che le grandi partizioni, le date, la sequela dei re, delle guerre, tutte quelle nozioni costruite sui “fatti”, sui “documenti” (e non apro qui la questione degli archivi e della conservazione) pur essendo sempre interpretati, pur essendo storia dei vincitori e non dei vinti (e men che meno delle donne), pur nella loro lampante parzialità costituiscono dei quadri di intelleggibilità, senza i quali tutto fluttua in una sorta di intemporalità inspiegabile. Sono quadri da cui fuoriuscire, i cui limiti vanno problematizzati, spezzati, tagliati appunto da un altro sguardo perché il non detto arrivi a presentarsi, a occupare la scena alla luce dell’impensato. Per una storiografia non lineare ma in chiave geologica direi, tale da comprendere la stratificazione genealogica. Ma quadri utili: l’ho capito quando, a riforma del triennio universitario avvenuta, eliminati tutti gli istituzionali, mi sono trovata a dover giudicare studenti che mettevano Shakespeare indifferentemente nel dodicesimo o nel sedicesimo secolo, il che mi faceva supporre che non avevano capito granché, perché l’assenza di partizione temporale mandava a farsi benedire molto altro.

Qui la mia domanda alla Comunità: ferme restando le importanti novità sul valore della presa di parola della storica, il suo giocarsi in prima persona, il valore epistemologico del sentire e dell’emozione, ho l’impressione che queste scoperte politiche trovino un potenziale limite se la storia vivente viene presentata soprattutto come possibilità di interpretare un sintomo di disagio o sofferenza personali. In che modo questa storia non rimane personale? Come medio tra ciò che mi capita e ciò che capita (ed è già capitato?). Non credo che la risposta sia nella comunità stessa, nelle sue relazioni interne. Ho trovato questa mediazione spesso risolta dall’arte, e per mia esperienza soprattutto nella letteratura, ma nella storia di cui qui si parla il nesso mi sembra ancora problematico. E’ una pratica inaugurale, certo, ma la domanda va posta, mi pare.

 

 

Mi sembra che il punto del sintomo, legato in modo a volte troppo meccanico con il sentire (prevalentemente sentirsi bene o male) sia richiamato in forma più o meno esplicita in tutti i contributi (anche in quelli più “teorici”, di Milagros Rivera e Marirì Martinengo) e che porti in sé il pericolo che il partire da sé diventi un parlare di sé, che cura la singola, le permette la parola pubblica, la riconcilia con la madre, in un percorso che si richiude su di sé, nel cuore delle sue relazioni, dal presente non al presente, ma sul presente. Intendo dire con questo che radicate nel presente non dobbiamo richiuderci “su” di esso, in un percorso consolatorio, ma portare l’esperienza del passato “al” nostro presente come rottura, come discontinuità. L’orientamento della libertà femminile non ha contenuti, men che meno prescrittivi, quale altro passo si può immaginare allora a partire da qui? Passo che affondi nel tempo della persona e però anche di una comunità più vasta, di chi ascolta e comincia poi altrove? D’accordo niente paradigmi, ma anche il metodo si ossifica in paradigma (aperto fin che si vuole) se non troviamo la mediazione fra storia vivente (del suo soggetto parlante, della parola della sua esperienza) e storia delle altre e degli altri, prima e dopo di noi, vicino e lontano.

In questo senso i contributi ribadiscono spesso cose simili, seppure con alcuni spunti molto aperti che mi piace richiamare perché aiutano a evitare di ripetere una stessa invenzione, mi riferisco al testo di Laura Minguzzi, che interroga, nel cerchio fra sé e sua madre, la storia del fratello e la storia dell’evoluzione di un intero paese, lasciando aperta la domanda sulla realtà di una trasformazione e delle sue contraddizioni, e all’intervento sulla scrittura delle biografie di Graziella Bernabò, che bene mostra il difficile gioco fra empatia e distanza e quanto sia necessario l’uso responsabile e consapevole della lingua.

Insomma il lavoro politico di questa Comunità fa venir voglia di interrogarsi sulla storia, di cercare di capire come si accede al sapere, a un sapere, fa venir voglia di leggere la storia per confrontare, capire e guardare tutto in modo nuovo, cercando le “fonti” dentro e fuori di sé. Un nuovo spazio di interrogazione per tutte.

di Marialaura Galante

 

Ieri sera sono stata al cinema a vedere questo film. È una tragedia, direi greca secondo il canone. Un’azione, in unità di tempo e di luogo. Un organismo che si presenta quindi come un insieme di parti funzionanti tra loro, che riesce a produrre catarsi anche nello spettatore, che utilizza l’elemento dell’accidentalità della situazione e della “presunta” normalità dei protagonisti, che grazie alla forma artistica e quindi “poetica” va oltre l’accidentalità vera dei fatti e consente conoscenza. Le protagoniste (varie) si trovano inaspettatamente – per un infausto destino – in un luogo dove si configurerà un’azione che durerà 24 ore, ferme nello stesso luogo, con la stessa scena, nella stessa città (o strada).

L’azione è data dalla caparbia scelta di due protagoniste di non cedere l’una all’altra, bloccate nelle menti come nella strada. Siamo davanti a un blocco che si autoproduce, che genera altre azioni e che poi, a sua volta, dentro quel groviglio obbligato e non libero, trova la sua deflagrazione liberatoria. Le protagoniste sono donne giocate a multipli di due: le due, la mamma e la figlia, le due mamme e le due figlie, la coppia in carne e ossa, la coppia simbolica, la coppia metaforica, l’agito del materno fuori da sé o per mezzo dell’altra. C’è una situazione che si genera nella e dalla violenza di un ambiente ostile alle due, tre, quattro rispecchiantesi donne. Le donne protagoniste, e non quelle traslate, sono inchiodate nella loro vicenda e nei loro automatismi. Soprattutto nell’unica emozione che ha permesso loro di vivere e tentare la “libertà” fino a quel momento: la rabbia caparbia e sfidante, e vitale. Fino a che la violenza a cui si sono opposte con questa rabbia e con strategie proprie che non rivelano libertà vera diventa il passaggio per ribaltare sulla città la sua insania, a costo della tragedia. Una sottrazione cercata ed esplosiva all’interno del meccanismo stesso: un elemento di disordine totale: quello femminile prima che trovi parola. Più forte e decisivo dell’omertoso delinquenziale volgare brutto subumano maschile quando è violento e senza parola. La giovane donna arrabbiata, figlia arrabbiata, gioca in alleanza con l’altra, perché l’una senza l’altra non si dà, perché forse una serve all’altra per arrivare alla rivelazione (di sé), forse perché quella partita è una partita che disarciona quella solita della volgarità prepotente. Una delle due svolge anche la funzione di innesco: sarà l’occasione della più anziana per la sua scelta definitiva. E non so cosa penserà dopo. O se avrà bisogno di pensare come invece deve fare il pubblico. L’altro a “salvarsi” è il bambino. Dunque… C’è una grande bellezza giocata sull’autenticità. Nonostante la grande bruttezza della scena e della “città”.

Nel film di Emma Dante ci sono la grande bellezza della vitalità e della rabbia, e della loro esplosività; c’è l’artificio – bello e creativo appunto – di cercare e immaginare strategie di sopravvivenza, la possibilità di abbattersi – per quanto tragicamente – su una violenza di stampo maschile indicibilmente volgare e deprivante, e alla fine impotente e “incapace”.

A questo punto, con le due donne si salva – sempre nonostante la tragedia – il ragazzino, il nipote che viveva in diretto contatto con la nonna primitiva e autentica.

E lì mi è venuto d’istinto pensare a quanto dice Carla Lonzi dei giovani e delle donne quali unici soggetti rivoluzionari. Non so se Emma Dante volesse dire questo, ma io credo che un lavoro cinematografico e letterario come quello di Via Castellana Bandiera non possa che partire da sé, dalla conoscenza di sé per arrivare a rappresentarne il gesto politico – cioè pubblico e di relazione – (delle due: la vecchia e la giovane, la mamma e la figlia, le duellanti, le Thelma e Louise, del gesto nella città o i suoi abitanti).

La catarsi finale libera persone in corsa, verso il burrone – forse –; per me fuori finalmente dall’isolamento.

 

Via Castellana Bandiera è un film del 2013 scritto e diretto da Emma Dante, con Alba Rohrwacher, Elena Cotta, Emma Dante, Renato Malfatti. La storia è ambientata a Palermo, tratta dal romanzo della stessa Dante, edito da Rizzoli nel 2009.

Il libro “Prodigiose amazzoni – Opere di artiste a Roma dal Rinascimento al primo Ottocento”, di Gabriella Romano, ha vinto il 1° premio della sezione “Arti Visive” del Premio Il Paese delle donne & Donna Poesia, edizione 2013.

 La cerimonia di premiazione si terrà il 30 novembre, dalle 16,30, nella Casa internazionale delle donne, Via della Lungara 19, Roma, nella Sala Simonetta Tosi.

dal 22 ottobre al 24 novembre 2013

Circolo Ufficiali dell’Esercito – Palazzo Cusani, Milano

Fault lines (linee di faglia). Gli artisti presentano una selezione di lavori recenti e nuove produzioni realizzate appositamente per la mostra: sculture sonore, performance, video e immagini si intrecciano con la storia del luogo e con la cronaca dei nostri giorni. Un variopinto carillon in cui si muovono trombettisti indiavolati, pianisti intrappolati nei loro strumenti, soprani e tenori rinchiusi in grandi bozzoli di poliuretano, ballerini che si trasformano in porte. Un percorso in cui suoni e musica diventano metafore di rapporti di forza, conquista, resistenza e seduzione.

 

 

comunicato stampa

—english below

Dal 22 ottobre al 24 novembre 2013 la Fondazione Nicola Trussardi presenta Fault Lines la prima grande mostra personale di Allora & Calzadilla in un’istituzione italiana.

La Fondazione Nicola Trussardi ha invitato la coppia di artisti americani a progettare un intervento per Palazzo Cusani, straordinario gioiello architettonico nel cuore di Milano, in via Brera, da più di quattro secoli teatro di avvenimenti storici, culturali, politici e mondani che si sono intrecciati con la storia d’Italia. Attualmente Palazzo Cusani è sede del Comando Militare Esercito Lombardia, del Circolo Unificato del Presidio Esercito, oltre che sede di rappresentanza del Comandante il Corpo d’Armata di Reazione Rapida della NATO.

Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla rappresentano una delle voci più impegnate del panorama artistico internazionale: hanno esposto con mostre personali nei più importanti musei del mondo – tra cui il Museum of Modern Art di New York e lo Stedeliijk Museum di Amsterdam – e hanno preso parte alle maggiori kermesse internazionali, tra cui Documenta a Kassel, la Biennale di Venezia, la Biennale del Whitney di New York, quelle di Gwangju, Sydney, Sao Paulo, Sharjah, Istanbul e Lione. Nel 2011 hanno rappresentato gli Stati Uniti d’America alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.

Le opere di Allora & Calzadilla nascono dalla combinazione sperimentale di elementi e linguaggi diversi – scultura, fotografia, performance, musica, suoni e video – alla ricerca del punto di incontro tra leggerezza e complessità da cui avventurarsi nell’esplorazione delle geografie psicologiche, politiche e sociali della cultura contemporanea globalizzata. Per loro l’arte è un pretesto per indagare concetti chiave del nostro presente, quali l’identità nazionalità, la democrazia, il potere, la libertà, la partecipazione e i cambiamenti sociali.

Da questo approccio nasce la scelta del titolo per la mostra con la Fondazione Nicola Trussardi: Fault Lines, letteralmente linee di faglia, quelle fratture del suolo che si formano nel punto di incontro tra due masse rocciose in movimento, linee frastagliate, instabili, che nascondono fragilità profonde, pronte ad arrivare da un momento all’altro al punto di rottura. In questo caso le Fault Lines diventano punto di partenza per un’indagine del concetto di confine, di quelle linee fisiche e simboliche che separano due mondi, facendosi limite, demarcazione, catalizzatore di tensione.

Come etnografi post-coloniali, Allora & Calzadilla scandagliano limiti e contraddizioni del mondo globale, combinando nei loro lavori frammenti di una società in continua trasformazione di cui rileggono gli eventi per tracciare mappe e percorsi dove tempo e spazio si fondono in potenti metafore. Con un gioco di continue sovrapposizioni e sostituzioni, cambiamenti repentini e rotture, la coppia di artisti compone un mosaico di geografie instabili ed equilibri precari contemporaneamente paradossali e rivelatori, in cui il corpo è terreno di confronto, di scontro, di scambio di energia, e lo strumento con cui connettersi al resto del mondo.

Nei magnifici spazi di Palazzo Cusani – per la prima volta aperti all’arte contemporanea grazie alla collaborazione del Comando Militare Esercito Lombardia – Allora & Calzadilla presentano un’imponente selezione di lavori recenti, per lo più inediti in Italia, e nuove produzioni realizzate appositamente per la mostra. Dal maestoso Salone Radetzky – la sala da ballo con stucchi e affreschi originali intitolata al generale austriaco che nel Palazzo ebbe il suo quartier generale fino alle 5 Giornate di Milano – alla Sala delle Allegorie – con i suoi dipinti e soffitti affrescati raffiguranti scene e simboli della mitologia greca –si susseguono sculture sonore, performance, video e immagini che si intrecciano con la storia del luogo e con la cronaca dei nostri giorni, destabilizzandole e riordinandole secondo un ritmo narrativo che alterna sorpresa, poesia, umorismo ed epifanie.

Allora & Calzadilla trasformano le sontuose sale barocche del Palazzo in un variopinto carillon in cui si muovono trombettisti indiavolati, pianisti intrappolati nei loro strumenti musicali, soprani e tenori rinchiusi in grandi bozzoli di poliuretano, ballerini che marciano trasformandosi in porte, dando vita a un percorso in cui suoni e musica diventano metafore di rapporti di forza, conquista, resistenza e seduzione. Per l’opera Stop, Repair, Prepare, ad esempio, gli artisti hanno modificato un pianoforte a coda, scavandovi un buco circolare: ogni ora, un pianista in piedi al centro del piano, da dietro la tastiera tenta di suonare il quarto movimento della Nona Sinfonia di Beethoven. Comunemente conosciuto come Inno alla gioia, questo famoso coro finale è da sempre evocato come una rappresentazione musicale della fraternità umana e della fratellanza universale, usato come inno nei contesti ideologicamente più disparati, dalla Comunità europea alla Rivoluzione Culturale cinese, dalla Rhodesia sostenitrice della supremazia bianca al Terzo Reich, per citarne solo alcuni. Sediments, Sentiments, invece, è un’imponente scultura in poliuretano dal cui interno cantanti lirici interpretano frammenti dei più importanti discorsi ufficiali pronunciati dai protagonisti della storia del XX° secolo – da Martin Luther King a Nikita Khrushchev, dal Dalai Lama a Saddam Hussein – smontandone il linguaggio retorico e smascherandone gli artifici.

Cuore della mostra – accanto a due installazioni appositamente pensate per gli spazi di Palazzo Cusani – è la nuova trilogia di film appena realizzata da Allora & Calzadilla per il Festival d’Automne à Paris e presentata in anteprima assoluta in Italia, in cui gli artisti indagano la storia della musica e in particolare il legame tra le nostre culture primitive, le nostre origini e la funzione del suono. Come in un vero e proprio esperimento di etnomusicologia contemporanea, Raptor’s Rapture, esposto lo scorso anno a Documenta a Kassel, Apotomē e 3 studiano i modi in cui la musica e i suoni possono trasformarsi in portatori di leggende, miti e valori, diventando al tempo stesso strumento per conoscere noi stessi, la nostra storia, e tracciare le basi per un cambiamento futuro.

Con Fault Lines la Fondazione Nicola Trussardi continua il suo percorso con cui dal 2003 esplora Milano, riscoprendo e valorizzando con l’arte contemporanea luoghi dimenticati e gioielli preziosi nascosti nel cuore della città. Dopo le importanti mostre personali di Michael Elmgreen & Ingar Dragset, Darren Almond, Maurizio Cattelan, John Bock, Urs Fischer, Anri Sala, Paola Pivi, Martin Creed, Pawel Althamer, Peter Fischli e David Weiss, Tino Sehgal, Tacita Dean, Paul McCarthy, Pipilotti Rist e Cyprien Gaillard, la Fondazione Nicola Trussardi è ora orgogliosa di presentare questo nuovo grande progetto di Allora & Calzadilla, con cui celebra il decimo anniversario di attività nomade.

CENNI BIOGRAFICI
Jennifer Allora è nata a Filadelfia (USA), nel 1974.
Guillermo Calzadilla è nato a La Havana (Cuba), nel 1971.
Si sono incontrati durante un viaggio di studio a Firenze e hanno iniziato a collaborare nel 1995. Vivono e lavorano a San Juan, Portorico (USA).
Parallelamente agli studi all’Università di Richmond, un Master in Scienze al Massachusetts Institute of Technology e una borsa di studio all’Art Independent Study Program del Whitney Museum per Jennifer Allora, e agli studi alla Escuela de Artes Plásticas a San Juan e un Master al Bard College per Guillermo Calzadilla, la coppia ha intrapreso una carriera artistica che li ha portati a esporre nei più importanti musei del mondo.
Nel 2004 hanno vinto il Gwangju Biennale Prize indetto dall’omonima Biennale in Corea, mentre nel 2006 sono stati finalisti dell’Hugo Boss Prize del Guggenheim Museum di New York e del Nam June Paik Award di Dusseldorf. Nel 2010 sono stati finalisti per il 4th Plinth Commission, per la realizzazione di una scultura temporanea a Trafalgar Square, a Londra.
I loro video, le loro installazioni, sculture e performance sono stati esposti in mostre personali nelle principali istituzioni internazionali, tra cui l’Indianapolis Museum of Art (2012), il Castello di Rivoli (2011), il Museum of Modern Art di New York (2010), il National Museum of Art, Architecture, and Design di Oslo (2009), il Kunstmuseum Krefeld (2009), l’Haus der Kunst di Munich (2008), la Kunstverein Munich (2008), lo Stedeliijk Museum di Amsterdam (2008), la Kunsthalle di Zurigo (2007), la Serpentine Gallery di Londra (2007), la Renaissance Society di Chicago (2007), la Whitechapel Gallery di Londra (2007), il Palais de Tokyo di Parigi (2006), lo S.M.A.K- Stedelijk Museum voor Actuele Kunst di Ghent (2006), il Dallas Museum of Art (2006). Hanno preso parte alle maggiori kermesse internazionali, tra cui Documenta a Kassel (2011), la Biennale di Venezia (2011, 2005), la Biennale di San Paolo a San Paolo del Brasile (2011, 1998), Performa a New York (2009), la Biennale di Gwangju in Corea (2008, 2006), la Biennale di Lione (2007, 2005), la Biennale di Istanbul (2007), la Biennale di Sharjah (2007), la Biennale di Mosca (2007, 2005) e la Biennale del Whitney Museum di New York (2006).
Nel 2011 hanno rappresentato gli Stati Uniti d’America alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.
Fault Lines con la Fondazione Nicola Trussardi è la loro prima grande mostra personale in un’istituzione italiana, e la più grande mostra personale che abbiano mai realizzato.

PALAZZO CUSANI
Palazzo Cusani è una residenza privata nobiliare barocca situata in via Brera 13-15, nel cuore di Milano, costruita su progetto dell’architetto Giovanni Ruggeri all’inizio del XVII° secolo e poi rinnovato tra il 1775 e il 1779 da Giuseppe Piermarini, con una nuova facciata neoclassica interna.
Nel 1808 il Palazzo fu venduto da Luigi Cusani al Regno d’Italia e da allora l’edificio è stato sede del Ministero della Guerra durante l’occupazione napoleonica e quella austriaca, per poi diventare una delle sedi dell’Esercito Italiano.
Palazzo Cusani conserva ancora intatti in tutto il loro fascino gli stucchi e gli affreschi tardo barocchi e la sua magnifica sala da ballo – ormai comunemente soprannominata Salone Radetzky, intitolato al generale austriaco che ispirò a Johann Strauss padre l’omonima marcia e che nel Palazzo ebbe il suo quartier generale fino alle 5 Giornate di Milano – mentre la maggior parte degli arredi originali sono andati persi.
Per più di due secoli, in particolare durante la proprietà della famiglia Cusani e con la presenza di Ferdinando Cusani (1737-1815), il palazzo è stato al centro della vita sociale d’élite della città, ospitando ricevimenti indimenticabili e sontuose feste nel suo splendido giardino. Particolarmente drammatico fu, invece, nell’agosto del 1943, il bombardamento alleato che danneggiò seriamente il Palazzo pur non abbattendolo, come avvenne invece per l’adiacente chiesa di Sant’Eusebio e per altri palazzi storici lì accanto. Durante i mesi successivi alla Liberazione vi si stabilì il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà agli ordini del generale Raffaele Cadorna. Oggi Palazzo Cusani è sede del Comando Militare Territoriale di Milano e del Circolo Ufficiali di Presidio dell’Esercito, oltre che del Comando del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della Nato.
Dopo essere rimasto chiuso al pubblico per molti anni, Palazzo Cusani ospiterà per la prima volta nella sua storia una mostra d’arte contemporanea, grazie alla collaborazione con il Comando Militare Esercito Lombardia.

Immagine: Apotomē, 2013 | still da video, film super 16mm transferito su video HD | © Allora & Calzadilla; Courtesy Galerie Chantal Crousel, Paris

Per informazioni:
Lara Facco – Ufficio Stampa, Fondazione Nicola Trussardi
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E. lf@fondazionenicolatrussardi.com – E. press@fondazionenicolatrussardi.com
www.fondazionenicolatrussardi.com

Anteprima stampa martedì 22 ottobre, ore 11:30
Opening martedì 22 ottobre, ore 18:30

Palazzo Cusani
via Brera 15, Milano
La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10:00 alle 20:00
ingresso libero