In vista della giornata mondiale contro la violenza di genere di oggi, la Ragna-Tela, rete etnea contro ogni forma di sopruso sessista, ha organizzato un incontro con il legale che opera da più di vent’anni nell’associazione Casa delle donne maltrattate di Milano. La prima del genere fondata in Italia. «Al centro di tutto mettiamo la volontà della donna, non la soffochiamo dicendole cosa fare», spiega l’avvocata, che si dice anche «stufa dell’antiviolenza commerciale».

«Ho ascoltato storie di donne che mi hanno raccontato il loro privato, intimo e doloroso insieme. Aprendosi, mi hanno detto chi sono io: grazie alle relazioni, allo scambio di esperienze e al riconoscimento di quelle che capitano semplicemente perché si è donne». In 22 anni di volontariato all’interno della Casa delle donne maltrattate di Milano, la prima associazione per le vittime di violenza di genere fondata in Italia, Manuela Ulivi di storie ne ha sentite molte. All’associazione si sono rivolte più di 20mila donne, circa mille all’anno. Ma davanti ai presenti nel salone Russo della Cgil, in via dei Crociferi, all’incontro organizzato dalla Ragna-Tela – la rete catanese di donne e uomini contro la violenza sessista che sta lavorando al progetto di un condominio condiviso per ospitare donne maltrattate – non ne racconta neanche una e allo stesso tempo parla di tutte. Di come l’hanno fatta diventare «un’avvocata, più che un avvocato – dice – perché mi avvicino alle persone che mi chiedono aiuto non portando sopra di loro la legge, ma le mie competenze e creando una relazione».

«Quello che conta è la volontà della donna – spiega Ulivi – Perché, solo quando chi subisce violenza matura una scelta, si può agire. Il nostro non è un intervento soffocante in cui si dice alla donna cosa deve fare – aggiunge. – Siamo lì per ascoltarle, mentre di solito le donne non si ascoltano: si guardano, si giudicano e, quando si ascoltano, lo si fa per i particolari morbosi.» L’avvocata e le altre socie della Casa invece hanno deciso di proteggerle e lo fanno anche scegliendo di non andare in televisione. «Tante volte siamo state invitate – afferma – ma non volevano che raccontassimo la nostra esperienza, solo che portassimo una donna».

L’unica storia alla quale accenna è quella di una donna maltrattata dal marito alla quale il giudice negli anni Novanta ha riconosciuto solo 300mila lire di mantenimento, costringendola, ormai sessantacinquenne, a trovare un altro modo per sopravvivere. «Quando mi ha ringraziata perché senza di me non avrebbe avuto il coraggio di separarsi – racconta – mi ha fatto capire che non sempre la risposta si trova davanti a un giudice. Con questo non voglio dire che non si debba denunciare, ma che a volte le donne fanno anche altri percorsi e io mi sono abituata ad accettarli». All’inizio Ulivi pensava che la legge potesse cambiare le cose, «e in parte – dice – è stato così, ma adesso so anche che la sensibilità di un magistrato e delle persone in generale cambia il modo di intervenire sul tema».

Manuela Ulivi si definisce una «rompiscatole consapevole», prendendo spunto dalla descrizione che la femminista catanese Grazia Giurato fa di sé nel libro autobiografico Ancora ci credo, che le ha regalato per accoglierla. «E i magistrati di Milano lo sanno bene», aggiunge Ulivi, facendo riferimento alle lotte che porta avanti per abbattere le resistenze dei giudici ad applicare la legge nei casi di violenza sulle donne. A darle ragione anche il magistrato della Procura etnea Marisa Acagnino, presente in sala: «La scarsa sensibilità di noi magistrati su questo problema è frutto della cultura del nostro Paese», afferma. «Adesso la legge permette al giudice di allontanare dal domicilio il marito, il compagno, il padre violento, mettendo il diritto della donna sopra quello di proprietà o di libertà dell’uomo, ma i magistrati mostrano una certa resistenza ad applicare questa legge – spiega il giudice – I provvedimenti di questo tipo sono ancora pochi e poche sono le istanze. È un cane che si morde la coda. Anche l’addebito nelle separazioni – aggiunge – è riconosciuto solo se ci sono prove evidenti di violenza, ma la svalutazione della donna, lo sfruttamento, l’insulto, che sono anche i casi più frequenti, sono difficili da provare».

L’avvocata e le sue colleghe portano avanti diversi progetti per sostenere le donne maltrattate, come quello sulla sicurezza, che permette di valutare il rischio di tornare a casa. «Le donne che subiscono violenza pensano di poterla gestire, ma è una sensazione di onnipotenza che può portare a situazioni di pericolo», spiega Ulivi. È attivo anche un progetto per le giovanissime, perché «se un minore denuncia abusi in famiglia si attiva tutto, se la denuncia arriva dopo i 18 anni non succede nulla e anzi spesso sono emarginate dagli stessi famigliari». Inoltre, le socie della Casa si occupano anche di formare le operatrici dei centri di ascolto, negli ultimi anni sempre più in aumento: «Aprite gli sportelli, ma fatelo bene», raccomanda l’avvocato.

«Finalmente si parla di maltrattamento ed il fenomeno è all’attenzione di tutti. Anche se a volte è usato per farsi pubblicità e fare carriera», denuncia il legale milanese, che confessa di essere «stufa dell’antiviolenza commerciale, quella delle campagne pubblicitarie alla Yamamay». «Ci vanno tutti a nozze – insiste – perché è un argomento che paga e attira, poi noi facciamo il lavoro sporco. Ma non siamo crocerossine, noi mettiamo la donna al centro e attorno a lei tutti quelli che possono dare una mano». E Ulivi ne è sicura: «Uscire dalla violenza si può, raccontando tutto a un’altra donna che non si conosce, in anonimato, segretezza e libertà». Grazie a quella che chiama la «pratica di relazione tra donne». «La stessa che mi ha cambiato la vita, anche nel modo di fare la mia professione», dice.

di MarinaTerragni

 

Università di Parma, 14-15 novembre. Convegno “Disonorare la violenza-Le radici culturali della violenza maschile”

Voglio celebrare –si fa per dire- insieme a voi questa Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne innanzitutto con uno spostamento immediato dell’obiettivo: dalle donne (le vittime) agli uomini (gli autori). Impariamo a chiamare la cosa con il suo nome: violenza maschile. Raccolgo questo invito da donne e uomini che lo scorso 14-15 novembre si sono incontrati all’Università di Parma per scambiare pensieri ed esperienze nel corso del seminario “Disonorare la violenza-Le radici culturali della violenza maschile”. Studiose e studiosi, docenti, operatrici e operatori dei centri antiviolenza e dei servizi pubblici, donne e uomini impegnati da molti anni in un percorso di autocoscienza e di politica comune che hanno contribuito con il loro sapere e i loro vissuti alla due giorni organizzata da Marco Deriu, docente di sociologia a Parma e membro dell’associazione Maschile Plurale:

“Ho voluto rischiare una “Babele” di approcci e di linguaggi” dice Deriu, facendo un bilancio “ma tutti hanno contribuito e si sono posti in ascolto. Fatto importantissimo, nessuno ha riproposto qui la logica securitaria che ha informato il decreto antifemminicidio. Per la stragrande maggioranza degli intervenuti la questione della violenza maschile è culturale: i casi di femminicidio non sono letti come episodi di devianza, ma come fatti paradigmatici, che mettono in gioco questioni di identità”.

Nella sua introduzione alle giornate di studio, alle quali hanno partecipato anche studenti dell’università, Marco Deriu ha voluto ricordare che fra il 2000 e il 2012 in Italia sono stati registrati 2020 casi di femminicidio.

Siamo contro un approccio securitario, paternalistico e vendicativo” ha detto. “La cornice di emergenza rischia di riproporre gli stessi codici maschili che producono la violenza. Si deve evitare di proiettare il problema fuori di sé, intendendolo come “sociale”. Noi uomini dobbiamo essere consapevoli della nostra cultura. Un’altra scommessa è che questa collaborazione tra donne e uomini sul tema della violenza possa diventare una pratica riconosciuta su molti altri temi. Anche il linguaggio che usiamo è importantissimo: Foucault parlava di formazioni discorsive che diventano cornici, modi di inquadrare le questioni. Per esempio: parlando di violenza sulle donne si guarda prevalentemente alla vittima, lasciando in ombra l’autore. Parlare invece di violenza maschile sposta la cornice. Se le donne vengono intese come soggetti deboli e vulnerabili, si afferma che gli uomini sono forti e invulnerabili. Ma le stesse modalità dei femminicidi (solo nel 10 per cento dei casi a mani nude, il 30 per cento con armi da fuoco, il 30 per cento con armi da taglio, il 30 per cento con armi improprie) smonta l’idea della forza e dell’invulnerabilità maschile. Molti autori di violenza pensano a ciò che hanno fatto come a qualcosa di  morale e onorevole. Si devono individuare i fondamenti che autorizzano, legittimano, fondano la violenza nelle relazioni. Dobbiamo disonorare la violenza”.

 

Questo post è  piuttosto lungo. Propone spunti da approfondire e richiede una certa attenzione. A seguire alcune delle cose ascoltate nella due giorni di Parma: solo poche parole, a volte semplici flash selezionati in soggettiva (gli unici testi integrali di cui al momento dispongo e che linko sono quelli di Sergio Manghi e Letizia Paolozzi: sarò eventualmente lieta di pubblicarne altri). Chiedo anche scusa ai molti che non sono riuscita a menzionare. Leggete queste parole con calma, e meditatele.

(in coda al post trovate invece il link a un testo di Maschile Plurale, diffuso nelle ultime ore, che invita ad andare oltre al discorso sulla violenza per una pratica p

“L’11 per cento delle donne in gravidanza subisce violenza. E’ proprio durante la gravidanza che la violenza maschile debutta o aumenta”. Antonella Grazia, coordinamento politiche sociali Regione Emilia Romagna.

La formazione degli psicologi contro la violenza non basta. Ci dev’essere un vero cambio di paradigma culturale”. Paolo Volta, direttore attività sociosanitarie AUSL Parma.

Come nel caso delle baby-prostitute di Roma,  si continua a porre la vittima al centro dell’attenzione. Ma la vittima non è la causa della violenza. E’ la sessualità maschile che va messa al centro. A nessun uomo è consentito chiamarsi fuori. Si tratta di sottrarsi all’idea che la sessualità sia agita in un campo dove si oppongono forza e resistenza”. Alessandro Bosi, sociologo, università di Parma.

Continuare a pensare alle donne come soggetti deboli e da tutelare riproduce un ambito semantico che ammette la violenza”. Laura Fruggeri, psicologa, università di Parma.

Spesso nella violenza all’interno della coppia c’è anche amore che corre, con esiti mostruosi”. Letizia Paolozzi, giornalista (l’intervento integrale qui).

Il decreto anti-femminicidio punta sull’emergenza e sulla repressione: paradossalmente, anziché destrutturare il paradigma della violenza –donna soggetto debole-, questa logica lo rafforza, dando l’idea che il problema siano quei pochi criminali, e non la sessualità maschile”. Alberto Leiss, associazione Maschile Plurale.

In carcere incontro uomini che non hanno saputo che cosa fare della loro forza. Cioè della loro vulnerabilità e della loro mancanza di intenzionalità. Si tratta di trovare un nuovo esercizio per quella forza. Oggi noi operatori siamo in difficoltà perché è caduta la barriera protettiva della disciplina, e in quello sfiguramento a cui siamo esposti riconosciamo parti di noi… Si fugge la propria fragilità come se fosse la morte, e si tenta l’ultimo controllo sulla vita, dandole la morte”. Ivo Lizzola, pedagogista, università di Bergamo.

La scena della violenza maschile è sempre triangolare: uomo-donna-uomo. La contesa di Lancillotto e Artù per Ginevra era una contesa di potere fra uomini. Per capire la violenza su una donna, cherchez l’homme, l’altro uomo: una convergenza omosessuale che esclude ogni donna, ancora prima della violenza”. Sergio Manghi, sociologo, università di Parma (qui il testo integrale dell’intervento).

 “Mi relazionavo alle donne con un atteggiamento di superiorità o di inferiorità. La consapevolezza della differenza ha sciolto questo nodo. Ho deposto il sentimento di superiorità riconoscendo la libertà femminile. Il patriarcato ha pensato la differenza sessuale come inferiorizzazione della donna, il che permette l’esercizio del dominio. Ma io mi sforzo di deporre le attese che il patriarcato ha posto in me. Per non sentirmi una nullità rinunciando al potere, confido nel fatto che mi venga riconosciuta una certa autorità. A rendermi autorevole è la mia fedeltà a un desiderio profondo, che non si identifica con il mero desiderio sessuale”. Marco Cazzaniga, Associazione Identità e differenza di Spinea.

Un uomo che ha agito violenza mi ha detto: mi chiedo come mai all’esterno sono irreprensibile, mentre all’interno, nella mia vita personale, commetto atti così gravi. Gli uomini si interrogano quando viene data loro la possibilità di farlo. Secondo la definizione di Per Isdal, psicologo norvegese fra i primi a occuparsi di questi temi, violenza è qualunque cosa impedisca a una persona di fare quello che vuole fare, o che la induca a fare ciò che non vuole, e ciò indipendentemente dal fatto che la persona si senta o non si senta offesa”. Alessandro De Rosa, LDV -Liberiamoci dalla Violenza- di Modena.

“C’è il rischio che tutto questo parlare di vittime di violenza ci scaraventi nella miseria femminile. E’ molto importante illuminare la forza delle donne dove c’è. Sara Gandini, Libreria delle donne di Milano.

 “Siamo tutti allenati a non riconoscere la violenza che agiamo, è molto importante entrare in contatto anche con la nostra violenza: non potrò mai portare qualcuno dove io stessa non sono arrivata: ciò che serve è una pratica di relazione. Gli autori di violenza si rappresentano quasi sempre come sovrastati e totalmente dipendenti dalle donne. Come possiamo parlare di un dominio maschile quando tutte facciamo esperienza della vulnerabilità degli uomini? Il fatto è che se non veniamo assoggettate siamo pericolose per la soggettività maschile”. Chantal Podio, psichiatra, Forum Lou Salomè di Milano.

Lo stupro e la violenza non sono devianza e disordine, ma la conferma esacerbata di un ordine: nel lavoro di Maschile Plurale siamo partiti di qui. Io credo che la violenza maschile non sia frutto di una natura, ma di una cultura che chiede di essere discussa. La crisi dell’ordine simbolico patriarcale mi mette in crisi, ma dà anche spazio alla mia vita. Non vogliamo più essere “contro la violenza”: si tratta di poter trovare un nuovo modo del desiderio degli uomini”. Stefano Ciccone, associazione Maschile Plurale

Per i maschi musulmani la forza dei ruoli imposti dal codice d’onore è molto forte: uscirne è difficilissimo. La complicità di molte donne con questi meccanismi è legata all’amore: amano i propri padri e fratelli. Non possiamo cambiare se non coinvolgiamo anche queste donne e questi uomini. E non basta dire: prima o poi ci arriveranno. La loro sofferenza è qui e ora”. Tiziana Dal Pra, associazione Trama di Terra, Imola.

Nessun reato tanto grave gode di una simile complicità. Dare “quattro schiaffi a quella stronza” o “farle la festa” trova complicità estese in tutti gli ambienti sociali”. Daniele Barbieri, giornalista

La paura mi porta a contatto con la mia ombra, zona di buio che però procede a un’apertura di verità. Il rischio è farsi paralizzare dalla paura: è qui che posso prendere la scorciatoia della violenza. Un altro rischio è desiderare solo ciò che è dato come desiderabile: qui ciò che si paralizza è l’autenticità del desiderio”. Alessio Miceli, associazione Maschile Plurale

La dipendenza non riconosciuta si lega alla violenza. Si diventa incapaci di mediazione e di un sano conflitto. La dipendenza parla dell’origine, e della potenza generativa della madre, di cui gli uomini hanno sempre cercato di appropriarsi. L’altra faccia della dipendenza è un’idea di autonomia come libertà assoluta e senza legami. Questa coppia di opposti, dipendenza-autonomia, nasconde la realtà, creando molto malessere nelle relazioni tra donne e uomini”. Giacomo Mambriani, associazione Maschile Plurale

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/

 


‘Solo se la pianta della democrazia crescerà nel terreno arato dall’autorità femminile sarà possibile rigovernare il mondo.’ Stefania Ferrando e Giacomo Clemente ne discutono con Annarosa Buttarelli

di Maria Novella De Luca

È un giorno speciale. Si festeggia il compleanno di Sabrina, tre
anni. Scrive Monica, il 26 novembre del 2011, sul suo taccuino
Moleskine, riempito di grafia minuta e precisa: «Guido entra in
cucina con la sua “38″, io sono di spalle, davanti alla macchina
del gas, e mi punta la pistola alla nuca, sento il gelo, mi giro,
che fai, dico, tanto è scarica, risponde lui. Me la faccio daree
vedo invece che ha tutti proiettili in canna…». Questa è la
storia di Monica, del suo orrore quotidiano e di un diario che le
salva la vita. Uno dei tanti diari che le donne vittime di
stalking e di persecuzioni domestiche conservano per paura di
essere uccise, perché i figli sappiano, per avere una prova da
portare in tribunale. Quasi mai infatti le violenze in casa, gli
stupri, le botte, le sevizie psicologiche hanno testimoni. Così le
donne scrivono. Perché la scritturaè anche conforto, voce intima
che diventa parola, grido. Racconta Teresa Manente, avvocato
penalista che dirige il pool legale dell’ associazione “Differenza
Donna”: «Grazie al diario di Monica siamo riusciti a far
condannare per maltrattamenti il suo ex compagno. Nei centri
antiviolenza consigliamo sempre alle vittime di avere un quaderno,
di fermare la memoria: spesso si tende a rimuovere il dolore, a
voler dimenticare. Vorrei che i diari di Monica, tre anni di
intime testimonianze, servissero alle altre, a quelle che hanno
paura. Ricordo sempre una madre: viveva nel terrore di essere
uccisa dal marito, e scriveva un diario perché dopo la sua morte
la figlia potesse sapere la verità». Monica ha 40 anni e fa l’
impiegata, Guido, coetaneo, è una guardia giurata, in casa ha
fucili e pistole. L’ amore dura un anno. Poi nasce Sabrina e tutto
va in pezzi. Guido, già ossessivo e violento, diventa ilcarnefice
di Monica, fino a che lei trova il coraggio e fugge con la figlia.
Senza più guardarsi indietro.I loro nomi non sono veri, quelli
autentici sono custoditi in un fascicolo del tribunale di Roma.
Queste sono le pagine dei diari di Monica.
6 GENNAIO 2009 Sabrina
è nata da poco. Quando piange Guido perde il controllo. Monica
scrive: «Guido è entrato in camera da lettoe mi ha urlato che sono
madre incurante, una trucida, piuttosto che crescere dei figli con
te di donne me ne faccio quante me ne pare…».
10 FEBBRAIO 2009
Monica è provata, preoccupata. Minaccia di andare via. «Quando
sono tornata dalla spesa con Sabrina, Guido mi ha spinto contro il
muro. Che vuoi fare? Dov’ eri? Te ne vuoi andare? Tanto io ammazzo
te, tuo padre, tua madre e se mi mettono dentro sti’ ca…, la
bimba crescerà con gli assistenti sociali, ma quando esco dal
carcere, trova me, mica te…».
30 APRILE 2009.
Guido alterna scoppi di rabbia a momenti di dolcezza. In casa ha una pistola e
tre fucili. Le chiede perdono, le dice di amarla. Vuole rapporti
sessuali reiterati e continui. Monica è turbata: «Sono andata al
Cim, al consultorio, dallo psicologo. Devo capire perché sto
ancora con lui, forse in me c’ è qualcosa di sbagliato se non
riesco ad aiutarlo, ha promesso di andare da qualcuno a farsi
vedere».
20 DICEMBRE 2009
«Guido mi aggredisce per ogni cosa, dice
che allontano Sabrina da lui, che sono un cattiva madre, e gli fa
schifo che in lavatrice mescoli i miei panni con i suoi. Poi di
notte cerca di abbracciarmi, vuole fare l’ amore, ma non voglio,
ho paura di quest’ uomo, non lo capisco più».
15 GIUGNO 2010
Monica è confusa. Cerca di vivere una quotidianità normale, per
amore di Sabrina, tenta ancora di salvare la famiglia. Con quella
tenacia cieca di molte donne maltrattate. Ecco il racconto di un
giorno di pace. «C’ è forte vento ma scendiamo in spiaggia.
Sabrina si diverte, corre, gioca, facciamo il bagno insieme,
raccogliamo i paguri, guardiamo i pesci… Guido prende due polpi
che mangiamo con la pasta, a cena».
18 OTTOBRE 2010.
Nella storia
tra Monica e Guido non ci sono più tregue. Ma lei ancora non trova
la forza di andare via. Ha paura. «Porto Sabria scuola, torno, lui
nonè andato al lavoro, ormai approfitta di ogni momento in cui la
bambina non c’ è per impormi rapporti sessuali. Mi chiudo in
bagno, Guido entra, mi chiede se mi va, dico di no, allora lui mi
sbatte contro la vasca, mi stringe la testa sul rubinetto, e mi
ricordo, mi teneva così, mi sono passati ottomila pensieri, tra
cui questo, stai ferma immobile che così poi non succede».
27 FEBBRAIO 2011
Monica finalmente si rivolge al centro antiviolenza.
Dove capiscono il pericolo, le suggeriscono di andare via subito,
e di continuare a tenere i diari. Guido è ossessionato all’ idea
che Monica, la sua vittima, possa sfuggirgli. Per due volte Monica
finisce alpronto soccorso. «Mi dice che se mi azzardo a portargli
via Sabrina lui mi eliminerà, lui può distruggerei cervelli,
perché lui è padrone di farmi ridere o piangere, io conosco chi
nemmeno sai, mi farò giustizia da solo».
16 APRILE 2011
«Sono esausta – annota Monica – ieri mi ha annunciato che un giorno
scivolerò in bagno sbattendo forte la testa, e resterò in un lago
di sangue. Scrivo questo diario perché se dovessi morire mia
figlia saprà chi mi ha ucciso». Guido ha un fucile, una pistola
calibro 9, e due calibro 38.
26 NOVEMBRE 2012
Guido punta una pistola carica alla nuca di Monica. Poi esce sul balcone e spara in aria.
20 APRILE 2012
Dopo quella minaccia di morte qualcosa
nell’ anima di Monica si risveglia. Oltre ad annotare ogni
sopruso, inizia a registrare le telefonate. Frequenta il centro
antiviolenza Diventa vigile, si protegge. Finalmente scappa con
Sabrina, si rifugia dai suoi genitori. Consegna i suoi diari e le
registrazioni telefoniche. Prove schiaccianti contro Guido. Diari
che sono però anche l’ atroce romanzo di un storia comune. Adesso
Monica ha un nuovo compagno, ed è tornata a sorridere.

(Repubblica, 24/11/2013)

Buongiorno,

mi chiamo Laura Marzi e sono dottoranda a Parigi 8. Vi scrivo perché nella mia tesi vorrei dare voce al binomio femminismo e narrazione e credo che l’esperienza italiana sia quella che é maggiormente stata in grado di metterlo ”in pratica”.

Conosco il lavoro di Cavarero, ma so che voi siete pozzi di conoscenza, dando anche al pozzo un valore positivo e femminista, un carattere Ortesiano.

Mi auguro tanto che possiate rispondermi, intanto vi ringrazio.

di Marco Politi

Qualcosa non funziona nella decisione presa al liceo Mamiani di cancellare l’appellativo di padre e madre sul libretto delle giustificazioni, introducendo l’etichetta “genitore 1” e “genitore 2”. E non convince la spiegazione fintamente naïve della direzione di “non sapere” se averlo fatto significhi avere “innovato o meno”, perché si tratterebbe di adeguarsi ai cambiamenti della società e di tenere conto delle famiglie allargate.
Di Scajola ce ne sono già abbastanza in politica, ci siano risparmiati negli istituti destinati ad alimentare il senso critico delle giovani generazioni.
Dunque partiamo dal fatto che è un’innovazione e discutiamo laicamente se ha senso.
Salta agli occhi che la dicitura ha un suono orrendamente burocratico. I numeri si appiccicano agli individui nelle istituzioni spersonalizzanti e non si capisce perché sia necessario introdurli a scuola. Io sono il padre di mio figlio e non il “genitore 1 o 2” e voglio essere riconosciuto tale dai miei interlocutori.
Esiste da tempo immemorabile la dicitura “padre, madre o chi ne fa le veci”. (Se si voleva, si poteva cambiare in “…o chi ha la cura dell’alunno”). Perciò è assolutamente fuori luogo citare la complessità dei nuovi nuclei familiari, perché la vecchia dicitura copre ogni situazione e risponde sia all’esigenza tecnica di depositare una firma sia a quella di qualificare il partner di coppia che si cura del figlio altrui. Con affetto, amore, senso di responsabilità, ma sapendo tutti, a partire dal ragazzo o la ragazza, che è figlio o figlia altrui.
Allora conviene andare al nocciolo della questione. La nuova dicitura, scelta volutamente, finisce per uniformare forzatamente le situazioni plurali di una società multiforme. Proprio questo livellamento è inaccettabile, perché mescola indebitamente la giusta battaglia per il riconoscimento dei pari diritti di ogni tipologia di nucleo familiare con il disconoscimento della storia di ciascun individuo. Ogni ragazzo o ragazza ha il diritto di vedere riconosciuto il cammino del proprio entrare nel mondo come soggetto biopsichico, anello di una catena che non è soltanto Dna ma “storia” di una persona, di famiglie, di generazioni, di percorsi collettivi. Una storia in cui la nascita e la provenienza non sono elementi accidentali. Ed in cui l’adozione – storicamente – aveva una sua solennità a ragion veduta, perché significava l’ingresso in un’altra storia.
In questo cammino la madre è la madre, il padre è il padre, il partner della madre o del padre è appunto il partner di lui o di lei. E il figlio di una coppia, che abbia fatto la fecondazione eterologa , non a caso nei paesi più avanzati ha il diritto garantito di andare a scoprire chi è l’“altro” genitore nascosto che gli ha permesso di nascere.
Tutto questo non è in-differenziato. Le differenze hanno un senso, le differenze hanno valore, le differenze sono soprattutto realtà. Schiacciare le differenze per inscatolarle sotto un’etichetta per la quale ogni situazione sarebbe uguale all’altra non è per nulla progressista. Non è neanche politically correct, è politically storto.
Il progresso culturale contemporaneo si è orientato da decenni alla tutela giuridica egualitaria delle situazioni plurali. Tutelare la pluralità è progresso. Cancellare la pluralità non lo è. Sostenere che il riconoscimento della pluralità sarebbe discriminatorio è falso.
ECCO, la terminologia scelta al Mamiani è fondamentalmente falsa perché mistifica le realtà e non tiene conto del fatto che le giovani generazioni sono da tempo abituale alla fluidità delle situazioni di coppia e alla mescolanza di figli di diversi “letti” (si sarebbe detto un tempo). E queste generazioni non hanno bisogno che una burocrazia scolastica imponga un’etichettatura che va bene per le lampadine e già meno bene per le mele. Com’è purtroppo difficilmente evitabile in un paese, dove la sfera familiare è stata appalto per secoli dell’autorità ecclesiastica, al primo accenno di discussione si sono alzati i lamenti di chi è stato sempre contro tutto: il divorzio, la pillola, la legge sull’aborto, la fecondazione artificiale, il testamento biologico. Ma qui il discrimine clericali e anticlericali non c’entra niente.
Qui si tratta di esaminare se una scelta di livellamento dei nomi è in sintonia con la crescita di soggettività e la valorizzazione delle differenze, che caratterizzano la nostra società.
Genitore 1 e Genitore 2 ha il sapore di una manipolazione e come ogni contraffazione sarebbe bene toglierla dal commercio.


Liliana Rampello introduce la conversazione con Agnese Grieco scrittrice, drammaturga e regista teatrale a partire dal libro di Erika Mann da lei curato

Le due agorà previste per il 25 novembre e per il 16 dicembre confluiscono in un unico incontro speciale che si terrà mercoledì 18 dicembre: da Roma arriveranno Federica Giardini, Teresa Di Martino, Eleonora Forenza per approfondire nella nostra piazza pensante i temi legati al lavoro e al reddito, anche a partire dal loro ultimo libro Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro. Arriverà anche l’economista Antonella Picchio e donne e gruppi di altre città per continuare lo scambio sul primum vivere gìà avviato nel laboratorio di Paestum. A breve seguirà l’invito.

La Chiesa d’Inghilterra rompe con la tradizione e si avvia verso una scelta clamorosa: 378 favorevoli, otto contrari, 25 astenuti, è praticamente un plebiscito la votazione con cui il Sinodo della Chiesa anglicana, riunito da ieri a Londra, ha deciso per l’apertura al vescovato alle donne. Una grande vittoria per Justin Welby, nuovo arcivescovo di Canterbury, tra i maggiori sostenitori della riforma.
Ma il voto, apparentemente un passaggio condiviso dalla quasi totalità dei membri dell’assemblea, si lascia dietro una scia di polemiche. A sollevarla una frangia, interna agli anglicani, che da tempo si fa portatrice di una controproposta che vieterebbe l’accesso alla carriera ecclesiastica ai fedeli di sesso femminile. Un lungo braccio di ferro che va avanti dalla fine dell’anno scorso, quando la precedente riunione della Chiesa di Stato inglese aprì le consultazioni ufficiali sulla proposta di riforma della legislazione episcopale.

Non tutti, infatti, sono d’accordo nel compiere questo passo. A partire proprio dalle protagoniste della storica apertura: le donne. Già prima del Sinodo del 2012, infatti, 2.200 aglicane avevano presentato una petizione in opposizione alla nuova legislazione. Il Sinodo aveva tentato in tutti i modi di far rientrare la polemica trovando un compromesso: “rispettare” le singole Chiese anglicane sparse nel mondo qualora non avessero consentito l’apertura alle donne vescovo. Ma, nonostante ciò, non si raggiunse un accordo su che cosa questo ‘rispetto’ dovesse implicare. A conti fatti, comunque, la proposta di riforma non riuscì ad ottenere (per soli sei voti) i due terzi dei consensi, necessari per l’approvazione, e la questione fu rimandata.

Oggi, però, le pressioni fatte dai vertici anglicani in questi dodici mesi hanno trovato terreno fertile, portando l’assemblea verso un voto pressoché unanime. Secondo Welby, infatti, la “Chiesa madre” di 80 milioni di anglofoni nel mondo doveva necessariamente aprire le porte alle donne vescovo. Una concessione che, in effetti, è già prassi consolidata nelle comunità anglicane di Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda. Un’iniziativa, la sua, che gode del sostegno del premier britannico David Cameron, che riferendo in Parlamento si è dichiarato “fermamente a favore delle donne vescovo, che riaffermano la posizione della Chiesa d’Inghilterra come una Chiesa moderna e in sintonia con la nostra società”.

Difficile, comunque, che le proteste si plachino. Secondo Susie Leafe, a capo del gruppo “Proper Provision” (che riunisce le oppositrici alla riforma) “non è un problema di uguaglianza, ma di teologia. Uomini e donne sono stati creati uguali da Dio, ma ci sono delle differenze nel ruolo che uomini e donne hanno all’interno della famiglia e nella Chiesa di Dio”.

Anche perché la questione è tutt’altro che chiusa. La decisione, ora, dovrà passare l’esame del Sinodo generale della comunione anglicana, in programma fra luglio e novembre 2014. La palla, poi, andrà al Parlamento inglese; ogni deliberazione del Sinodo deve essere infatti ratificata da Westminster. Dopodiché, l’ultimissima parola spetterà alla regina Elisabetta, capo della Chiesa anglicana, che dovrà dare il suo assenso alla riforma. Se tutto però andrà come prevedono a Canterbury entro la fine del prossimo anno la nuova legislazione riuscirà a entrare in vigore e la Chiesa d’Inghilterra vedrà ordinata, dopo anni di battaglie verbali, la sua prima donna vescovo.

 

di Anna Maria Crispino

Quando nel 2007 le fu assegnato il Premio Nobel per la Letteratura – riconoscimento atteso da anni, sin dalla pubblicazione de Il taccuino d’oro (1962) – alcuni commentatori sostennero che il Premio arrivava troppo tardi: non solo perché Doris Lessing aveva 88 anni, ma perché le “tematiche femminili” che trattava erano ormai superate.  Anche quell’anno i pronostici più autorevoli indicavano tra i favoriti Philip Roth, come in questa edizione 2013 in cui il Nobel è andato a Alice Munro sollevando identici mugugni.  Ma per Doris Lessing il valore di quel Premio va ben al di là della motivazione della giuria di Stoccolma, e il tempo lo ha dimostrato. Lei non è stata infatti solo “la cantatrice epica delle esperienze femminili” ma una formidabile anticipatrice delle domande e delle inquietudini sui nodi problematici che il tormentato Novecento ha lasciato in eredità alle generazioni del terzo millennio: domande sull’identità, l’appartenenza e il rapporto con l’Altro – lei, nata nell’allora Persia, cresciuta fino a trent’anni nell’allora Rhodesia -,  sulla sinistra e sulla violenza, sulle relazioni tra donne e uomini, sul rapporto tra le generazioni indagato con il bisturi di precisione della scrittura nel farsi dello suo “stile tardo” (vedi Passaggi d’età, a cura di Crispino e Luongo, Iacobelli editore 2013). Basta scorrere l’elenco dei titoli delle sue oltre 50 opere, dall’autobiografia ai romanzi di ambientazione africana, dal ciclo di Martha Quest ai romanzi scritti sotto lo pseudonimo di Jane Somers, fino ai saggi raccolti in Le prigioni che abbiamo dentro. Cinque lezioni sulla libertà (minimum fax 2003). Il suo sguardo sul mondo è lucido fino alla spietatezza, la sua capacità introspettiva e retrospettiva, quella capacità che in altri campi abbiamo chiamato “partire da sé”,  dall’esperienza di stare ben salda nel trascorrere del suo tempo ma di ricorrere alla memoria e a volte di proiettarsi in un futuro fantascientifico,  “incarnano” la sua scrittura ad alto tasso di letterarietà.

Doris Lessing non parla “di donne”, parla “da donna” del mondo. E se la stampa rendendole omaggio certamente non mancherà di sottolineare la sua riluttanza a definirsi “femminista” –  per l’ormai radicata cattiva abitudine denigratoria che i media esercitano nell’usare il termine – non c’è dubbio che la sua opera rappresenti un monumento proprio alla profonda consapevolezza dell’essere donna e  del parlare (scrivere) e agire con l’assoluta libertà che questa consapevolezza comporta. E che si chiama femminismo. Non a caso, nel recensire il primo volume della sua autobiografia (Under my skin 1994, Sotto la pelle Feltrinelli 1998) Antonia Byatt scriveva: “Doris Lessing è la grande cronista della nostra storia di gruppo” (in Leggendaria, n. 66/2007), intendendo per “gruppo” sia la generazione adulta nel secondo dopoguerra sia le donne, scrittrici e non.

di Anna Maria Crispino

“Due occhi neri penetranti e indagatori incastonati in un volto sereno, i capelli grigi strettamente raccolti in due bande dietro la nuca”: così la descrive Maria Antonietta Saracino, eccellente traduttrice di molte sue opere. Ed era proprio così quando la incontrai una prima volta negli anni Ottanta, a Milano, a casa di Laura Lepetit , sua editora per L’erba canta e Gatti molto speciali: parlammo a lungo, in quella occasione, ma forse mi favorì solo perché ero tra le poche presenti a parlare correntemente l’inglese. Ne ho un ricordo vago, ero distratta dalla disinvoltura con cui indossava una maglia piena di patacche, mentre mangiava con gusto i piccoli rustici del buffet allestito in suo onore. Ero davanti ad una leggenda vivente e mi concentravo su quelle macchie e sulla pettinatura così antiquata, sulle rughe scavate del volto e l’assoluta mancanza di trucco e di civetteria. Forse ero intimorita, l’ascoltai più che interrogarla, e lei mi raccontò del viaggio, della sua impressione su Milano e dei suoi gatti. Di scrittura, di letteratura non volle parlare. Ebbi la sgradevole sensazione che fosse stata un’occasione persa, imperdonabile per una giornalista.

Qualche anno dopo la rincontrai una seconda volta, in una sede molto più formale. Avevo avuto il privilegio di essere invitata al seminario annuale del British Council a Cambridge sui Contemporary British Writers, un’iniziativa per mettere in contatto giornalisti di diversi paesi con scrittrici e scrittori, tra conferenze, chiacchiere e drinks. Lei era lì e questa volta le chiesi un’intervista. Se mi riconobbe, non lo diede a vedere. Ci appartammo, con il piccolo registratore tra noi due su un tavolino. La interrogai su Jane Somers, sull’incredibile scherzo che aveva fatto all’intero establishment editoriale mandando il romanzo agli editori sotto pseudonimo, sulla protagonista di quello straordinario romanzo che ritrae una cinquantenne che improvvisamente si accorge della vecchiaia incombente. Ma quando insistetti sulla relazione tra la protagonista, la vecchia che accudisce e la nipote – tre generazioni di donne colte nel loro divenire – mi rimproverò perché le facevo domande “femministe”: lei non era femminista, disse, le femministe pensano di poter fare a meno degli uomini, mentre il problema è la società, l’insufficienza dei servizi sociali che abbandonano i vecchi e i poveri, la mancanza di cura e di amore. Mi irritai. Pensai che forse era di cattivo umore, o forse aveva un brutto carattere, oppure che avessi sbagliato il modo di porle le domande. Ma, pensandoci a mente fredda nei giorni seguenti, la verità è che non tollerava l’essere etichettata – e negli anni Ottanta della signora Thatcher quell’etichetta di femminista era diventata molto pesante da portare. Ma che, soprattutto, come per molte altri scrittrici e molti altri scrittori, c’è spesso uno scarto tra le intenzioni dichiarate di un’opera e ciò che essa in realtà rivela alla lettura. Uno scarto che è un di più, una ricchezza. Ed è questo il bello  – o meglio “il dono”, come sostiene Saracino – della letteratura.

In occasione del Salone del Libro di Torino, Elena Donà ha avuto modo di intervistare la scrittrice iraniana Sahar Delijani, che ha appena pubblicato il suo primo romanzo “L’albero dei fiori viola”, e di parlare con lei dell’Onda Verde, dei trentenni iraniani di oggi, nati sotto Khomeini ed emigrati all’estero, e dell’intreccio fra la rivoluzione fallita degli anni Ottanta e le rivolte del 2009.

di Elena Donà – 28 Maggio 2013

La scrittrice iraniana Sahar Delijani ha appena pubblicato il suo primo romanzo “L’albero dei fiori viola”

È raro che una frase come “Quando sono uscita di prigione…” si concluda con “…mi ha allevata mia nonna”. Ma è ordinaria amministrazione per molti bambini nati in Iran negli anni Ottanta, ai tempi della rivoluzione di Khomeini, che avrebbe dovuto portare diritti e libertà e che invece ha finito per diventare più cieca e sanguinaria del regime che aveva abbattuto.

 

Bambini nati in carcere, da genitori colpevoli di pensare con la propria testa: molti erano giovani e avevano studiato Marx; credevano in uno stato laico e democratico, con gli stessi diritti per tutti, indipendentemente dalla fede e dall’ispirazione politica. E soprattutto, erano stati loro l’avanguardia della rivoluzione, una rivoluzione passata alla storia come ‘islamica’, ma nata invece come un mosaico di realtà completamente diverse fra loro. Tra i rivoluzionari convivevano socialisti ed esponenti del clero sciita, islamici moderati, liberali, comunisti e nazionalisti, uniti dalla volontà di mettere fine all’oppressione violenta della monarchia dello Shah, Mohammad Reza Pahlavi.

 

Ma qualcosa era andato storto: la Rivoluzione, raccolta attorno alla figura dell’Ayatollah Khomeini aveva virato verso un progetto di società islamica che escludeva il dissenso. Nel giro di pochi anni quegli stessi giovani che avevano guidato la lotta erano diventati i nuovi nemici; infedeli, pericolosi dissidenti da chiudere in carcere o zittire per sempre. Nelle fosse comuni iraniane sono finiti migliaia di morti, non si sa nemmeno il numero esatto. Loro non parlano più; ma i loro figli, i bambini nati nelle carceri dei Pasdaran, sono ancora qui e hanno cominciato a raccontare.

 

Una di loro è Sahar Delijani, l’autrice di “Children of the Jacaranda Tree”, “L’albero dei fiori viola”, nell’edizione italiana di Rizzoli. Una storia che parla della rivoluzione sì, ma soprattutto della vita che continua, nonostante la paura; parla della sua famiglia, di chi Tehran ha dovuto lasciarla, come Sahar, e di chi ha deciso di restare; e parla di quei bambini, diventati giovani adulti, che nel 2009 erano di nuovo in piazza, come i genitori trent’anni prima, per provare a cambiare ancora una volta il loro Iran. E se i bambini cominciano a parlare, non li ferma più nessuno.

 

Nel libro L’albero dei fiori viola si intrecciano le storie di padri, alle prese con la rivoluzione tradita degli anni Ottanta, e quelle dei figli, scesi in piazza nel 2009 con l’Onda Verde

 

Sahar, nel tuo libro si intrecciano le storie di padri, alle prese con la rivoluzione tradita degli anni Ottanta, e quelle dei figli, scesi in piazza nel 2009 con l’Onda Verde, contro il regime di Ahmadinejad. Tu, come tanti giovani iraniani della tua generazione, non vivevi più nel tuo Paese già da tanti anni quando sono scoppiate le rivolte a Teheran. Come ti sei sentita a vivere l’Onda da lontano, a seguirla su youtube?

 

Per fortuna che c’erano Facebook e Twitter! I social network ci hanno avvicinato a quello che stava succedendo. I giorni del movimento abbiamo potuto seguirli praticamente in presa diretta, è stato veramente toccante. Anche un po’ strano però: tu sei lì a casa, tranquilla, sicura, senza correre nessun rischio e vedi le persone in piazza… ho provato anche un po’ di invidia: tutti quei giovani per strada… C’era così tanta energia, così tanto entusiasmo. Vedevo la storia cambiare davanti ai miei occhi e io mi sentivo fuori da tutto. Però si è creato un ponte bellissimo tra noi, noi iraniani che eravamo lontani, e loro, i ragazzi del movimento. Non ci hanno mai fatti sentire esclusi, o colpevoli di non esserci. Volevano che fossimo la loro voce. Era nostra responsabilità far arrivare a tutti il loro messaggio, far capire al mondo che cosa stava succedendo laggiù.

 

Ormai vivi in Italia da sette anni. Cosa non abbiamo capito noi dell’Iran?

 

Che il mio Paese non è fatto solo di uomini severi e barbuti, con la fissa della bomba atomica. L’Iran è molto di più: è poesia, è il sorriso delle persone, è festa… è così tante cose. E invece sembra che l’Occidente questo lato non voglia mostrarlo mai.

 

Si ha l’impressione che l’Iran sia rimasto un po’ isolato anche durante la Primavera Araba. È andata così o è una lettura sbagliata?

 

Il punto è che il movimento dell’Onda verde è stato molto diverso dalle altre primavere. Intanto è stato il primo. E poi, noi volevamo le riforme non la rivoluzione. Veniamo da un Paese che la rivoluzione ce l’ha avuta appena trent’anni fa, anche se è fallita, mentre gli altri Paesi Arabi arrivavano da anni, secoli di dittatura. Era completamente diverso. Noi dovevamo pensare e calcolare i nostri movimenti, non spaccare tutto.

sahar delijani

“Il mio Paese non è fatto solo di uomini severi e barbuti, con la fissa della bomba atomica. L’Iran è molto di più”

 

Ora che i riflettori si sono spenti, che cosa sta succedendo a Teheran?

 

Fra un mese ci saranno le elezioni, e c’è di nuovo speranza. Dopo quattro anni in cui non sapevamo più che cosa fare, anni pieni di dolore e di dubbi, con queste elezioni alla gente è tornata la voglia di votare. In Iran la speranza non muore mai. È sempre lì, aspettiamo solo il momento giusto. Anche la lotta dei nostri genitori non è mai finita, continua con quelli della mia generazione. Per questo abbiamo il dovere di raccontare.

 

E tu l’hai fatto. Che cosa dicono mamma e papà?

 

Mia mamma era contentissima. E mio papà… è un anno che piange, non si è ancora fermato! Anche se il primo a leggere il libro è stato mio marito, la cosa più importante era che lo leggessero loro. È la loro storia, una storia che non hanno potuto raccontare per troppo tempo. Quando eravamo piccoli non dovevamo dire a nessuno che eravamo figli di persone che erano state mandate in prigione. Anni così ti danno una forma per sempre e la paura ti rimane addosso. Ma qualcuno doveva raccontare. Perché non ci può essere un futuro senza memoria: la memoria non è il passato, è il presente. È il futuro.

di Marisa Bulgheroni

New York, 1959

(Il Mondo, 22 dicembre 1959)

C’è una fotografia di Carson McCullers fatta dodici anni fa da Cartier-Bresson: con la frangetta, le calze di lana bianca al ginocchio, le scarpe basse, una sigaretta in mano, il viso chiuso in una interrogazione che è anche una sfida, la scrittrice, a trent’anni, fa pensare alle adolescenti dei suoi libri, dure e sensibili. Come loro è diversa dalle infinite ragazze americane pettinate e vestite allo stesso modo; basta il suo fastidio per il fotografo, la sua impazienza di andarsene dallo sfondo di bianchi e neri – il balcone di legno della casa alle sue spalle, l’ombra del portico – per distruggere ogni sospetto di artificio.

A quel tempo Carson McCullers viveva già a Nyack, presso New York, ma spiritualmente non si era allontanata dal Sud: durava intorno a lei la fama di fanciulla prodigio che aveva raggiunto all’improvviso col suo primo romanzo, Il cuore è un cacciatore solitario. In questa bizzarra storia di un sordomuto, di una ragazzina che sogna di studiare musica, di un barista, di un anarchico, di un medico negro, la giovane scrittrice aveva voluto esprimere la sua precoce coscienza della solitudine umana. Ogni personaggio è solo nella piccola città meridionale, dove pure è impossibile non incontrarsi, solo dentro il proprio cuore, solo della solitudine delle stelle che appaiono vicine e sono infinitamente lontane.

Oggi la ragazza di Cartier-Bresson è una donna stanca e ammalata che vive chiusa nella casa di Nyack, lavorando a un romanzo cominciato qualche anno fa, sul tema della morte, aspettando i ritorni quotidiani della sorella che lavora a New York. Da quando suo marito è morto, tragicamente, non vede quasi nessuno. La governante negra la difende con tanto calore dagli estranei che chi cerca di vederla si scoraggia. La sua voce stessa, al telefono, può essere dura e lontana, come se parlasse da oltre una porta chiusa. Quando riuscii a convincerla che mi sarei trattenuta soltanto la mezz’ora tra l’arrivo e la partenza dell’autobus, mi pareva di essere già stata sconfitta da quella voce, che non valesse neppure la pena di andare.

Era una di quelle giornate piovose in cui gli orizzonti di una grande città si chiudono, e Nyack, che pure è a un’ora da New York, si perdeva nella distanza: la immaginavo come una grigia cittadina quasi industriale e non come un grande giardino stillante di pioggia sotto un cielo chiaro. La casa, nel verde dei grandi alberi piumati, aveva la grazia nordica del legno verniciato, del tetto spiovente, delle finestre a piccoli riquadri, ma ispirava anche un vago senso di abbandono, come le case del Sud.

La governante negra, con il suo sorriso infinitamente comprensivo e la sua segreta allegria, non poteva non essere del Sud. E dentro la casa c’era il silenzio, il grande silenzio delle scale di quercia, dei mobili antichi, delle porcellane preziose, delle tende di mussola, il silenzio magico delle vere case, fatte di lunghe accumulazioni di pensieri, di ore vuote, di voci familiari, di orologi che battono all’improvviso. Carson McCullers indossava con noncuranza una vestaglia di seta grigia; nel suo viso sciupato i grandi occhi castani erano fieramente giovani. Si scusò con calore di essere molto stanca, aveva riposato qualche ora dopo aver finito un articolo per Esquire, che le era costato una grande fatica. Sedemmo di fronte alla finestra; la pioggia rigava i vetri appannati con una furia primaverile. Carson McCullers disse: «Non mi intervisti, la prego, non posso sopportare questo genere di cose, e odio rispondere alle domande». La governante ci servì il caffè come in un salotto dell’Ottocento, con ricami, argento, lieve tintinnio. Non avrei neppure saputo rivolgerle domande che non mi suonassero, in quell’atmosfera, inutili, non c’erano tecniche possibili per rompere l’esclusività del suo isolamento. Così sedemmo in silenzio. Sapevo che Carson McCullers era una persona difficile, ma in un paese come l’America, dove l’educazione alla cordialità è nell’aria, anche se qualche volta tutto finisce lì, quel silenzio era soltanto singolare, come essere capitati in un paesaggio nuovo. Poi parlammo affrettatamente; mi raccontò delle sue estati nella Georgia, dove è nata, di come le occorsero due anni per scrivere l’inizio del romanzo breve Invito di nozze che si svolge durante una di quelle estati, di come ora scrivere le costi fatica, con un braccio paralizzato, non può lavorare mai più di due o tre ore al giorno. Mentre parlava i suoi occhi si accendevano di una bella luce scura per spegnersi subito se le parole la riportavano dentro di sé: il suo viso, allora, si chiudeva, come se la stanchezza, il fastidio che esistano gli altri la inaridissero. Quel viso aveva ceduto da tempo al dolore, alla paura della morte, all’angoscia della solitudine; l’amore per la poesia resisteva soltanto negli occhi.

Il nuovo silenzio fu più lieve, come se la distanza iniziale fosse diminuita. D’improvviso mi chiese che cosa facevo io veramente in America, se non avevo nostalgia di casa. Il pendolo suonò le sei, l’autobus sarebbe ripartito tra pochi minuti, e ora si sentiva l’ombra invadere gli angoli della grande casa, con il primo freddo della sera. Ci alzammo. Sulla porta mi abbracciò e mi baciò sulle guance, con un’ansiosa gentilezza. Mi augurò buon viaggio con la voce di chi vede un viaggio anche nello svoltare l’angolo della propria casa.

Non avevamo quasi parlato, eppure mi pareva di aver capito tutto quello che da lontano ero stata curiosa di sapere. Se ci fosse un limite di artificio nei suoi libri, se l’estrema grazia dello stile non fosse un gioco raffinato. Invece la sua vita, in quello strano angolo di Sud vicino a New York, era nuda: il silenzio della casa e il suo chiudevano un universo poetico più che un mondo romanzesco. Era un poco come aver fatto visita a Emily Dickinson vestita di bianco nel suo giardino di Amherst. Donne capaci, a questo modo, di solitudine, di infelicità senza essere patetiche, non sembrano appartenere alla stessa razza delle garrule studentesse, delle solerti frequentatrici dei circoli femminili, delle attive matriarche la cui socialità si esprime con violenza, nel trucco come nei fiori sul cappello. Pure – pensavo, mentre l’autobus correva nel tramonto verso New York, verso le ore meccaniche – le donne come Carson McCullers non sono forse che l’altra faccia della femminilità americana, la forza dei pionieri sottratta volontariamente alla società, ostinatamente conservata per la poesia.

Di Carson McCullers in libreria:

Il cuore è un cacciatore solitario, Einaudi

Riflessi in un occhio d’oro, Einaudi

La ballata del caffè triste, Einaudi


Rosa Brignone
fondatrice di Time for Equality dà notizia del primo Dossier tematico che trae ispirazione dalle questioni sollevate dalla giudice Paola Di Nicola nel libro La Giudice. Una donna in Magistratura, e discusse nella conferenza-dibattito organizzata da Time for Equality il 30 maggio scorso a Lussemburgo.
Il Dossier  è disponibile in italiano, inglese e francese al seguente link: http://timeforequality.org/dossier-la-giudice/

Completano il dossier dei video inediti della conferenza e una sezione work-in-progress sulle donne in magistratura a livello europeo. Le riflessioni di Paola Di Nicola rimandano infatti a un problema culturale di fondo, che va al di là dei confini italiani, e che non riguarda solamente le donne né solamente la magistratura.

«La prima ministra Enrico Letta…». Che ne dite? Vi pare una formula corretta? Risposta: no. Dunque perché dovrebbe essere corretto dire: «Il ministro Maria Chiara Carrozza»? Risposta: a rigor di logica (grammaticale) non è corretto, ma per alcune professioni e cariche l’uso ci suggerisce il maschile anche quando abbiamo a che fare con un referente femminile. Niente di più sbagliato. In un mondo politicamente corretto, che mostra di promuove (a parole) le pari opportunità e bandisce (a parole) la discriminazione sessuale, la lingua resiste nelle vecchie consuetudini. Eppure, persino un’istituzione antica come l’Accademia della Crusca invita a cambiare abitudini linguistiche in linea con i mutamenti sociali, e proprio in questi giorni (fino a domani) a Firenze la manifestazione La Piazza delle Lingue, dedicata ai problemi del multiliguismo, affronta la «questione femminile». Che persistano gli stereotipi maschilisti, lo dimostra il fatto che usiamo «infermiera», «operaia» e «lavandaia», ma ci ostiniamo a non riconoscere la corretta identità a un «ingegnere» o a un «primario» di sesso femminile, come se il prestigio sociale fosse prerogativa esclusiva degli uomini. Dunque, Gae Aulenti rimane «un architetto» e Laura Boldrini «il presidente» della Camera. Al punto da produrre a volte contorsioni morfologiche che sfiorano il ridicolo: «La sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini è andata…». Cadendo nell’errore, visto che la lingua italiana non permette di concordare al femminile un sostantivo maschile. Se è vero che la discriminazione sessuale si nasconde anche dietro l’apparente neutralità del sistema linguistico, è ora di dar retta all’Accademia della Crusca: dunque, evviva le sindache, le prefette, le avvocate, le ministre, le notaie, le magistrate, le ingegnere. E le donne poliziotto siano una volta per tutte poliziotte e basta.

Link consigliati dalla redazione del sito della Libreria:
Intervento presente sul sito dell’Accademia della Crusca del marzo 2013
Linee guida per l’uso del linguaggio al femminile nelle pubbliche amministrazioni

Intervista di Marianna Cappi

 

Che cosa l’ha spinta, da non credente, allo studio delle mistiche? Che cosa può dirci ancora oggi la loro esperienza?

La distinzione così drastica tra credenti e non credenti, non mi corrisponde e siamo in molte a pensarla così, forse anche tra gli uomini. Io aspetto che sia ripensata. In generale io aspetto che tutto quello che riguarda la religione possa rinnovarsi alla luce di una ritrovata competenza femminile, nuova e antica insieme. Con il femminismo questo lavoro è cominciato ed è promettente.

Alcune di quelle “esperte” di Dio che chiamiamo mistiche, hanno potuto parlare ai loro contemporanei e hanno ricevuto un posto nella tradizione religiosa. Sono le più note, che in certi casi vuol dire note ma misconosciute o subordinate a esigenze devozionali. Altre sono state silenziate o dimenticate. Il caso di Margherita Porete morta nel 1310) è complesso: lei, condannata per eresia, era sparita dalla storia della Chiesa, mentre il suo libro, Lo specchio delle anime semplici, ritoccato e adattato, si salvò come opera di anonimo.

Oggi, ci rivolgiamo alle già note per conoscerle meglio, alle altre per cominciare ad ascoltarle. In tutte loro risuona la voce di un’autorità femminile nelle cose dello spirito. La civiltà umana, io sostengo al pari di altre e altri, ha bisogno di autorità femminile, oggi più di ieri.

Quale potrebbe essere un’azione politica efficace delle donne nella chiesa? Un confronto teorico o uno scontro con la gerarchia ecclesiastica? Insistere sugli esempi di grandezza femminile o fare azioni sovversive come le Pussy Riot in Russia?

Invece di “scontro”, che fa pensare alla guerra, io metterei “conflitto”.

Quanto alle Pussy Riot, esse hanno agito contro il potere politico di Putin e hanno usato l’edificio sacro non per profanarlo ma per dare maggiore risalto alla loro temeraria protesta. Il clero e i fedeli sono rimasti scandalizzati, ma non è detto che la Vergine Maria (alla quale le Pussy hanno chiesto di liberare la Russia da Putin) si sia sentita offesa.

Precisato questo, ecco la mia risposta. Chi vuole agire nella Chiesa per cambiarla (e non per distruggerla), uomo o donna che sia, ha una sola strada da seguire, pare a me, che è di obbedire a ciò che Dio ispira, obbedire a Dio e non agli uomini. Le alternative che tu proponi non sono veramente alternative, purché il criterio sia rispettato e non si prenda per comando divino una volontà tutta e solo propria. In effetti, che cosa vuol dire in pratica un’ispirazione divina? Non si può rispondere in generale e in astratto, ma è evidente che per le donne questo equivale a diventare indipendenti dal potere maschile. Quando e come agire, dipende da quelle che siamo e che desideriamo, da quello che crediamo giusto e vero, dalle circostanze, dai mezzi a nostra disposizione… Tutto questo, altro non è che l’agire politico, ossia un agire, nello spaziotempo che ci è dato, per guadagnare esistenza libera e convivenza pacifica rispetto al sistema dei rapporti di forza che vuole dominare il mondo intero. Con la differenza che, essendo la Chiesa una società religiosa, entra in gioco un di più, un eccesso rispetto alle misure umane.

Il suo libro Il Dio delle donne (Mondadori 2003; Il Margine 2012) ha trovato interlocutori tra gli uomini di Chiesa? Qualcuno le ha risposto?

Sì alla prima domanda, quel libro ha trovato lettori e interlocutori tra uomini di Chiesa, così come ha trovato lettrici tra le consacrate (quelle che noi chiamiamo suore), oltre che tra le comuni laiche, femministe e non. Io non mi aspetto di avere successi di massa e il libro non l’ha avuto (prova ne sia che non è stato più ristampato da Mondadori e ora lo pubblica Il Margine di Trento). Ma la risposta venuta da vere lettrici e veri lettori, mi ha ampiamente gratificata.

Lei, nella seconda domanda, sembra chiedere un’altra cosa e cioè se ho avuto risposte specifiche da parte di uomini di Chiesa (la cattolica e le altre, intendo) e questo mi dà lo spunto per precisare la mia posizione. Io non ho formulato domande in quella direzione, tranne quelle fatte in fase di ricerca trovando sempre un aiuto generoso.

Il mio scopo, in negativo, è stato di combattere i pregiudizi antireligiosi e anticlericali specialmente nel movimento delle donne. In positivo, come negli altri miei scritti, mi sono rivolta a donne e uomini (se ci sono e mi pare di sì) che desiderano che a questo mondo ci sia libertà femminile. Per me questo è il nome riassuntivo della libertà umana. Gli uomini indifferenti alla libertà delle donne o, peggio, che si credono in diritto di comandare solo perché uomini, diventano servi di un falso primato. (Qui si annida l’ambiguità del sacerdozio e della gerarchia solo maschile.) 

Detto in breve, c’è femminismo possibile all’interno della Chiesa?

Naturalmente che sì, tant’è che il femminismo è diffuso anche all’interno delle Chiese cristiane e ha dato vita a una ricca teologia femminista. Alcune Chiese ne hanno accolto qualche istanza, penso specialmente al sacerdozio femminile, che fino ad oggi è stato invece escluso da altre tra le più importanti, quella Ortodossa e quella Cattolica romana.

Indubbiamente la società religiosa di tipo gerarchico oppone al femminismo resistenze. Queste sono di natura diversa ma non maggiori di quelle che oppongono altri tipi di società, a me pare. Che ci siano resistenze, d’altra parte, è inevitabile quanto opportuno, purché non perdiamo tempo e non sprechiamo energie in polemiche impostate male, nella difesa dei privilegi e per paura dei conflitti. Che i preti s’informino meglio sul femminismo, che le suore si facciano coraggio e alzino la voce, che le femministe leggano le teologhe e imparino un po’ di religione.

Va detto, per finire, che la società religiosa offre alle donne risorse originali di libertà e di forza. Quali, per esempio? Dio, ci rispondono le mistiche e le sante. La cultura della vita interiore e la familiarità con il linguaggio simbolico, aggiungo io.

 La Chiesa, storicamente un’istituzione guidata da uomini, fa affidamento di preferenza sulle donne per la trasmissione delle pratiche religiose in famiglia. Le donne non rischiano in questo modo d’intrattenere le norme patriarcali?

È ben vero, l’antico ufficio delle donne in ambito familiare per la continuità di usi, costumi e fede, ha comportato anche la trasmissione di norme ingiuste o di valori falsamente assoluti. Ma è inevitabile. Immersi in una civiltà (tale dobbiamo considerare il patriarcato) ne assimiliamo il buono e il cattivo; discriminarli è possibile ma solo in parte. La formazione morale e politica possono aiutarci in questa impresa. Porto un esempio: il pensiero femminista (Adrienne Rich, Nato di donna; il “Sottosopra” Più donne che uomini; Diotima, Il cielo stellato dentro di noi) ci ha insegnato ad aprire conflitti se necessario senza fare la guerra alle nostre madri.

Ci sono epoche di rottura in cui si comincia a vedere qualcosa di quello che non andava. Si cerca allora di operare dei cambiamenti. Ai nostri giorni, un’importante spaccatura che ha fatto vedere cose sbagliate e inique del passato, ha preso il nome di femminismo e, come noto, riguarda il rapporto fra donne e uomini così come la presenza delle donne nella vita pubblica. È stato come buttar giù un muro che toglieva aria e luce. Ma non è tutto rose e fiori, intorno ci sono macerie e per tante cose bisogna ricominciare da capo, per altre inventare il nuovo, per altre ancora portarle con noi, come fecero gli ebrei nella traversata del deserto.

(Intervista di Marianna Cappi a Luisa Muraro, donneuropa.it, 15novembre 2013)

 

SCAFFALE «Prenditi cura» di Letizia Paolozzi, per le edizioni et al

Alessandra Pigliaru
Quante sono le parole di cui possiamo e forse dobbiamo riappropriarci, ripulendone e decostruendone i significati dominanti? La cura, per esempio, è una di queste. Se, infatti, nel comune e un po’ confusionario immaginario viene a segnalare l’idea opprimente dell’obbligo, dello sforzo o di un’altrettanto perniciosa sindrome salvifica, oggi sappiamo che vale la pena soffermarcisi con meno pregiudizi. Soprattutto consapevoli di una storia – principalmente quella del pensiero e dei saperi delle donne – che ne può riconsegnare un senso politico vitale. Come avverte Letizia Paolozzi nel suo ultimo libro Prenditi cura (et al, pp. 80. euro 9) la partita è riaperta. Bello e agile, viene pubblicato per le edizioni et al. inaugurando «Due», la collana diretta da Liliana Rampello. È proprio l’indizio del due il misurarsi incessante nella differenza che Paolozzi sceglie per il suo saggio.
Connotata da chi ha preteso diventasse parte di un welfare ambiguo o da chi, in maniera dissennata, ha creduto potesse supplire a un certo disamore alle radici della convivenza, oggi si può ricominciare a parlare di cura. Di fatto, è già da tempo che la stessa autrice, insieme al «gruppo del mercoledì», la medita e la discute. Trascorso già un anno dall’inserto della rivista Leggendaria che riportava il documento La cura del vivere (contenuto in appendice al libro), Paolozzi con l’efficacia che contraddistingue la sua scrittura torna così su un tema spinoso per concedergli ulteriori aperture. Prenditi cura prende avvio proprio dagli incontri che hanno preceduto e succeduto la riflessione con il gruppo romano. Il titolo è un suggerimento verso chi, tenendo sempre presente la libertà femminile come punto fermo e non negoziabile, desidera fare della cura un orizzonte politico e di esistenza possibile. A ben pensarci, è una posizione radicale che modifica una volta per tutte la visione del mondo e dei rapporti che lo abitano. Il carattere forzoso e oblativo viene smontato, così come l’apparente ambivalenza tra libertà e dipendenza; su quest’ultima si dovrebbe mostrare un po’ di indulgenza verso se stessi e comprendere, come suggerisce l’autrice attraverso Hannah Arendt, che non vi è una mai un’indipendenza da tutto e da tutti. Viene invece fatto ordine su una discussione che non concerne più una femminilità di servizio, piuttosto rilancia buone pratiche per un presente dotato di un qualche senso. Il primo che viene rintracciato è quello delle relazioni tra donne e uomini nel solco di una interrogazione che dura da anni; come quella citata, per esempio, del gruppo Identità e differenza di Adriana Sbrogiò e Marco Cazzaniga. Da Torreglia a Reggio Emilia e Correggio, passando per Milano, Roma e Paestum sono tante le tappe del viaggio descritto da Letizia Paolozzi con volti, parole e dissomiglianze per parlare di lavoro, ambiente, relazioni come altrettante modalità di scrutare il mondo, giacché è chiaro: la cura è l’altro nome dell’attenzione. Certo, esaminando la sua storia etimologica ci si renderebbe conto di quanti e quali significati custodisca. Dall’accudimento alla sollecitudine, passando per il cuore e l’inquietudine fino ad arrivare al guardare. La cura allora si può forse interpretare con la capacità di osservare, nello stesso tempo, il dettaglio e l’intero. Non è un martorio, al contrario è un sapere di sé e dell’altro, che accresce e che comporta una condivisione profonda. E dal confronto andrebbe, appunto, ridiscussa per fare arretrare la sciatteria, cifra che articola tanta politica ma anche tanta relazionalità contemporanea.
Privo di sistematicità, il libro di Letizia Paolozzi è soprattutto la restituzione meditata di dibattiti e incontri in presenza. Dice pure che sia donne che uomini raccontano un conflitto. Tuttavia «se gli uni dovrebbero aprirlo con se stessi e con la società, per le altre invece si tratta di porre un limite a quel ‘troppo’ di slancio che mettono nelle relazioni fino a rinunciare a se stesse». Eppure c’è una novità sostanziale, passata nella storia della cultura e sul piano del simbolico, che ha fatto sì che le donne riuscissero a riappropriarsi della cura non più intesa come un costrutto ingombrante, fonte di molesta preoccupazione. Un guadagno che ha a che vedere con la consapevolezza di una posta in gioco più alta ed estesa: quella del buon vivere. Il «di più» ha una doppia sembianza: è valore aggiunto dell’autenticità ma è anche un «troppo» che, se non sorvegliato, rischia di affliggere.
Ribaltamento di una disaffezione pervasiva, la cura interroga il presente della politica, delle nostre relazioni e del mondo. Non come una pratica che si scaglia contro qualcosa, bensì come la possibilità attiva e incarnata della resistenza e della riparazione. E poi, come propone Paolozzi, «se provassimo a fare della cura un punto di appoggio per rinnovare i comportamenti? Purché non si torni a quell’obbligo di natura, una specie di lettera scarlatta, appiccicata sulla fronte delle donne. Bisogna, piuttosto, provocare delle incursioni nel presente, nominando quali sono le condizioni da porre, i conflitti da aprire: quale forma di civiltà dei rapporti vogliamo». In questo cambiamento già in atto, che la cura sia tornata a far parlare di sé pare, infine, decisivo. Perché possiamo assumerla come una semantica della generosità, dovuta prima di tutto a ciascuna e ciascuno di noi e tramutarla in apprendistato capace – nella sua circolarità – di disfare l’accerchiamento del potere.

di Nadezhda Tolokonnikova, una delle componenti del gruppo punk Pussy Riot

Questo lunedì 23 settembre, inizio lo sciopero della fame. È un metodo estremo, ma sono assolutamente sicura che rimane l’unica soluzione nella situazione in cui mi trovo.

La direzione della colonia penale rifiuta di ascoltarmi. Ma non rinuncerò alle mie rivendicazioni, non intendo rimanere senza parlare né guardare senza protestare la gente che cade dallo sfinimento, ridotta in schiavitù dalle condizioni di vita che prevalgono nella colonia. Esigo il rispetto dei diritti umani nella colonia, esigo il rispetto delle leggi in questo campo della Mordovia. Esigo che veniamo trattate come esseri umani anziché come schiave.

Un anno fa sono arrivata alla colonia penale n° 14 del paese di Parts. Le detenute dicono: «Chi non ha conosciuto i campi della Mordovia semplicemente non ha conosciuto i campi». Avevo sentito parlare dei campi della Mordovia allora, quando ero ancora nel carcere preventivo n° 6 di Mosca. Laggiù il regolamento è più duro, le giornate lavorative più lunghe e i soprusi più flagranti. Quando partite per la Mordovia, ci si congeda da voi come se partiste per il martirio. Fino all’ultimo, ognuna spera – «forse, nonostante tutto, non sarà la Mordovia? Forse ci sfuggirò?» Non ci sono sfuggita e nell’autunno del 2012, sono arrivata nella regione dei campi sulle rive del fiume Partsa.

La Mordovia mi ha accolta con la voce del vice direttore capo del campo, il tenente-colonnello Kuprianov, che esercita di fatto il comando nella colonia n° 14: «E sappia che dal punto di vista politico, sono uno stalinista.» L’altro capo (dirigono la colonia in tandem), il colonnello Kulaghin, mi ha convocata il primo giorno per un colloquio che aveva per scopo di costringermi a confessare la mia colpa. «Le è successa una disgrazia. Non è forse vero? Le hanno dato due anni di campo. Di solito, quando le succede una disgrazia, la gente cambia il proprio punto di vista sulla vita. Deve riconoscersi colpevole per usufruire della liberazione anticipata. Se non lo fa, non ci sarà nessun condono».

Ho subito dichiarato al direttore che intendevo effettuare soltanto le otto ore di lavoro quotidiano previste dal Codice del Lavoro. «Il Codice del Lavoro è una cosa; l’essenziale è rispettare le quote di produzione. Se non si rispettano, si fanno delle ore supplementari. E poi, qui, ne abbiamo piegato parecchie più dure di lei!» mi ha risposto il colonnello Kulaghin.

Tutta la mia brigata nel laboratorio di cucito lavora dalle 16 alle 17 ore quotidiane. Dalle 7.30 fino a mezzanotte e mezza. Nel migliore dei casi, rimangono quattro ore di sonno. Abbiamo un giorno di ferie ogni sei settimane. Quasi tutte le domeniche sono lavorative. Le detenute presentano richieste di deroga per lavorare durante i giorni festivi, «di loro iniziativa», secondo la formula in uso. In realtà, ovviamente, è tutto tranne che di loro iniziativa; le richieste di deroga sono scritte su ordine della direzione del campo e sotto la pressione delle detenute che ritrasmettono la volontà dell’amministrazione.

Nessuna osa disubbidire (rifiutare di scrivere una richiesta che autorizzi a lavorare di domenica, non lavorare fino all’una di notte). Una cinquantenne aveva chiesto di tornare negli edifici abitativi alle venti anziché a mezzanotte, per potersi coricare alle 22.00 e dormire otto ore, almeno una volta alla settimana. Si sentiva male, aveva problemi di pressione. In risposta, ci fu una riunione della nostra unità dove l’hanno rimproverata, l’hanno insultata ed umiliata, l’hanno chiamata parassita. «Credi di essere l’unica ad avere sonno? Bisognerebbe legarti ad un aratro, grossa vacca!» Quando il medico dispensa dal lavoro una delle donne della brigata, anche in questo caso, le altre le piombano addosso: «Io sono andata a cucire perfino con 40° di febbre! Ci hai pensato a chi dovrà fare il tuo lavoro?».

Al mio arrivo sono stata accolta nella mia brigata da una detenuta che era vicina alla fine dei suoi nove anni di campo. Mi ha detto: «I secondini non oseranno fare pressione su di te. Le detenute lo faranno per conto loro.» E infatti il regolamento è concepito in modo tale che ad essere incaricate di sfiancare la volontà delle donne, di terrorizzarle e trasformarle in schiave mute sono le detenute; fungono da capi squadra o responsabili di unità.

Per mantenere la disciplina e l’ubbidienza nel campo, esiste tutto un sistema di punizioni informali: «rimanere nel cortile fine allo spegnersi delle luci» (proibizione di entrare nelle baracche, che sia autunno oppure inverno – nella squadra n° 2, quella delle handicappate e delle pensionate, c’è una donna alla quale hanno amputato un piede e tutte le dita delle mani: era stata costretta a passare un’intera giornata nel cortile – piedi e mani si erano congelati), «vietare l’accesso all’igiene» (divieto di lavarsi e di andare in bagno), «vietare l’accesso alla mensa e alla caffetteria» (divieto di mangiare il proprio cibo, di consumare bibite calde). C’è da ridere e da piangere quando una quarantenne dice: «Ma insomma,oggi siamo punite! Ma ci puniranno anche domani, mi chiedo?». Non può uscire dal laboratorio per fare la pipì, non può prendere una caramella dalla borsa. Vietato.

Ossessionata dal sonno, sognando soltanto un sorso di tè, la prigioniera spossata, molestata, sporca, diventa un materiale docile alla mercé dell’amministrazione, che vede in noi soltanto una manodopera gratuita. Nel giugno del 2013, il mio stipendio era di 29 rubli (meno di un euro!). Mentre la brigata produceva 150 divise di poliziotti al giorno. Dove finisce il prodotto della vendita di queste divise?

Varie volte, il campo ha incassato sussidi per cambiare completamente le attrezzature. Ma la direzione si è accontentata di far ridipingere le macchine per cucire dalle detenute stesse. Dobbiamo cucire con macchine obsolete e scalcinate. Secondo il Codice del Lavoro, se le condizioni delle attrezzature non corrispondono alle norme industriali contemporanee, le quote di produzione devono essere diminuite rispetto alle quote-tipo del settore. Ma le quote di produzione non smettono di aumentare. A sbalzi e senza preavviso.

«Se gli lasciamo capire che possiamo fare 100 divise, alzeranno il livello fino a 120» dicono le operaie esperte. Ora, non si può non fabbricarli – oppure tutta la squadra verrà punita, tutta la brigata. Ad esempio, sarà costretta a rimanere parecchie ore in piedi sulla piazza d’armi. Con la proibizione di andare in bagno. Con la proibizione di bere un sorso d’acqua.

Due settimane fa, la quota di produzione per tutte le brigate della colonia penale è stata arbitrariamente aumentata di 50 unità. Se prima la norma era di 100 divise al giorno, ora diventava 150. Secondo il Codice del Lavoro, i lavoratori devono essere avvisati dei cambiamenti delle quote di produzione almeno due mesi in anticipo. Nella colonia n°14, ci svegliamo un bel giorno con una nuova quota, perché è saltato in mente ai nostri «mercanti di sudore», così le detenute hanno soprannominato la colonia. Gli effettivi della brigata diminuiscono (alcune sono liberate, altre trasferite), ma le quote di produzione aumentano, e coloro che rimangono lavorano sempre più duro.

I meccanici ci dicono che non hanno i ricambi necessari alle riparazioni e che non bisogna contarci: «Quando li riceviamo? Ma dove credi di essere per fare simili domande? Qui siamo in Russia, no?».

In qualche mese alla fabbrica della colonia, ho praticamente imparato il mestiere di meccanico. Per forza e sul campo. Mi buttavo sulle macchine con il cacciavite in mano, in un tentativo disperato di aggiustarle. Per quanto le tue mani siano coperte di punture d’ago, di graffi e ci sia sangue dappertutto sul tavolo, provi comunque a cucire. Perché sei una anellino di questa catena di produzione e la tua parte di lavoro è indispensabile che tu la faccia alla stessa velocità delle sarte esperte. E questa dannata macchina che si guasta ogni due secondi!

Poiché sei la pivellina, e vista la carenza di attrezzature di qualità nel campo, a te ovviamente tocca il peggior motore della catena. Ed ecco che il motore si guasta di nuovo, ti precipiti alla ricerca del meccanico (introvabile), le altre ti urlano contro, ti accusano di far naufragare il piano, ecc. Nella colonia non è previsto nessun tirocinio alla professione di sarta. Si sistema la pivellina al suo posto di lavoro e le viene dato un compito.

«Se non fossi la Tolokonnikova, da molto tempo ti avremmo sistemata» – dicono le detenute in buoni rapporti con l’amministrazione. E infatti le altre sono picchiate. Quando sono in ritardo nel lavoro. Sulla schiena, sulla faccia. Sono le detenute stesse a picchiare, ma non succede nessun pestaggio nella colonia che non sia approvato dall’amministrazione. Un anno fa, prima del mio arrivo, è stata pestata a morte una Zingara nell’unità 3 (l’unità 3 è l’unità punitiva, è li che vengono mandate dall’amministrazione quelle che devono subire pestaggi quotidiani). È morta all’infermeria della colonia 14. L’amministrazione è riuscita a nascondere che era morta durante il pestaggio: come causa del decesso hanno segnato attacco cerebrale.

In un’altra unità, le sarte novelle, che non riuscivano a completare la norma, sono state costrette a svestirsi e a lavorare nude. Nessuna osa lamentarsi presso l’amministrazione, perché l’amministrazione ti risponderà con un sorriso e ti rispedirà nella tua unità, dove, per aver fatto la spia, verrai riempita di botte, su ordine di quella stessa amministrazione. Questo nonnismo controllato è un mezzo comodo per la direzione per sottomettere completamente le detenute a un regime di mancanza di diritti.

Nel laboratorio prevale un’atmosfera di nervosismo sempre foriera di minacce. Le donne, che mancano costantemente di sonno e che vengono continuamente stressate da questa corsa disumana alla produzione, sono pronte a esplodere, a urlare, a battersi per il minimo pretesto. Non molto tempo fa, una ragazza ha ricevuto una forbiciata alla tempia perché non aveva fatto passare abbastanza in fretta un pantalone. Un’altra volta, una detenuta ha provato ad aprirsi la pancia con una sega. Si è riuscite a fermarla.

Quelle che erano alla colonia 14 nel 2010, l’anno degli incendi (delle foreste) e del fumo, raccontano che mentre l’incendio si avvicinava ai muri del recinto, le detenute continuavano ad andare a lavorare e a rispettare la norma. Non si vedeva a due metri a causa del fumo., ma le donne si erano legate fazzoletti umidi attorno al viso e continuavano a cucire. Per via dello stato di emergenza non erano più portate in mensa. Alcune donne mi hanno raccontato che avevano una fame spaventosa e che tenevano un diario per annotare l’orrore di quei giorni. Una volta spenti gli incendi, i servizi di sicurezza hanno perquisito le baracche da cima a fondo e confiscato i diari, in modo che niente trasparisse fuori.

Le condizioni sanitarie nella colonia sono concepite in modo che il detenuto si senta una bestia sporca ed impotente. E benché ci siano servizi igienici in ogni unità, l’amministrazione ha immaginato, con uno scopo punitivo e pedagogico, un «locale igienico comune»: cioè una stanza prevista per 5 persone, dove tutta la colonia (800 persone) deve andare a lavarsi. Non abbiamo il diritto di lavarci nei servizi delle nostre baracche, sarebbe troppo comodo!

Nel «locale igienico comune», regna il parapiglia permanente e le donne, armate di bacinelle, provano a lavarsi più in fretta possibile «la loro nunù» (così si dice in Mordovia) arrampicandosi le une sulle altre. Abbiamo il diritto di lavarci i capelli una volta alla settimana. Ma pure questa «giornata del bagno» a volte è cancellata. Il motivo: una pompa che ha ceduto, una tubatura ostruita. E’ successo che un’unità non possa lavarsi per due o tre settimane.

Quando un tubo si ostruisce, l’urina rifluisce dai servizi verso i dormitori e gli escrementi risalgono a mucchi. Abbiamo imparato a sturare noi stesse le tubature, ma le riparazioni non durano molto, si ostruiscono ancora e ancora. Non c’è una sonda per sturare le tubature nella colonia. Si fa il bucato una volta alla settimana. La lavanderia è uno stanzino con 3 rubinetti dai quali sgocciola un filo di acqua fredda.
Sempre con uno scopo educativo, bisogna credere, le detenute ricevono soltanto pane duro, latte generosamente annacquato, cereali sempre rancidi e patate marce. Quest’estate la colonia ha ricevuto una grossa partita di tuberi nerastri ed appiccicosi. Che ci hanno fatto mangiare.

Si potrebbe parlare senza fine delle condizioni di vita e di lavoro nella colonia 14. Ma il rimprovero principale che le faccio è di un altro ordine. È che l’amministrazione fa il possibile per impedire che la minima denuncia, la minima dichiarazione riguardo alla colonia 14 esca dalle sue mura. Il più grave sta nel fatto che la direzione ci costringe al silenzio. Senza fermarsi davanti ai mezzi più bassi e più subdoli. Da questo problema derivano tutti gli altri: le quote di lavoro eccessive, la giornata lavorativa di 16 ore, ecc.

La direzione si sente invulnerabile e non esita ad opprimere sempre più le detenute. Non riuscivo a capire i motivi per cui tutte tacevano, prima di dover affrontare io stessa il mucchio di ostacoli che si ergono di fronte al detenuto che ha deciso di agire. I reclami non possono uscire dal territorio della colonia. Unica possibilità: fare uscire i reclami tramite il legale o la famiglia. L’amministrazione, meschina e rancorosa, usa tutti i mezzi di pressione affinché il detenuto capisca che la sua lamentela non gioverà a nessuno. Potrà solo peggiorare le cose. La direzione ricorre alle punizioni collettive: ti lamenti che non ci sia l’acqua calda? Si taglia l’acqua del tutto.

Nel maggio 2013, il mio legale, Dmitri Dinze, ha presentato una denuncia alla Procura Generale contro le condizioni di vita nella colonia 14. Il tenente-colonnello Kuprianov, vicedirettore del campo, ha immediatamente introdotto condizioni insostenibili nel campo: perquisizioni a ripetizione, rapporti su tutte le persone in relazione con me, confisca dei vestiti caldi e minaccia di confiscare pure le calzature calde. Al lavoro si sono vendicati dandomi lavori di cucito particolarmente complessi, aumentando le quote di produzione e provocando imperfezioni artificiali. La capa della brigata vicina alla mia, braccio destro del tenente-colonnello Kuprianov, spingeva apertamente le detenute a strappare la produzione sotto la mia responsabilità nel laboratorio, affinché fossi spedita in cella per «degrado di beni pubblici». La stessa ha ordinato a delle detenute della sua unità di provocarmi a una rissa.

Si può sopportare tutto. Tutto ciò che riguarda soltanto sé stessi. Ma il metodo della responsabilità collettiva in vigore nella colonia ha delle conseguenze più gravi. Per ciò che fai, soffre tutta la tua unità, tutto il campo. E, cosa più perversa: ne soffrono tutte coloro che ti sono diventate care. Una mia amica è stata privata della liberazione anticipata, liberazione che cercava di meritare con il suo lavoro, rispettando ed anzi superando la sua quota di produzione: ha ricevuto una nota di biasimo perché, io e lei, avevamo presso insieme un bicchiere di tè. Lo stesso giorno, il tenente-colonnello Kuprianov l’ha fatta trasferire in un’altra unità.

Un’altra mia conoscente, una donna molto colta, è stata spedita all’unità punitiva, dove viene picchiata tutti i giorni, perché ha letto e commentato con me il documento intitolato «Regolamento interno dei centri penitenziari». Sono stati compilati rapporti su tutte le persone in contatto con me. Ciò che mi faceva male, era vedere perseguitare donne che mi sono vicine. Allora il tenente-colonnello Kuprianov mi disse, ridacchiando: «Non ti devono rimanere molte amiche!» E mi spiegò che tutto ciò succedeva a causa della denuncia del mio legale.

Adesso capisco che avrei dovuto dichiarare lo sciopero della fame fin dal mese di maggio, nella situazione di allora. Ma di fronte alla pressione terribile che l’amministrazione imponeva alle altre detenute, avevo sospeso i miei reclami contro la colonia.

Tre settimane fa, il 30 di agosto, ho inviato al tenente-colonnello Kuprianov una richiesta affinché conceda 8 ore di sonno a tutte le detenute della mia brigata. Si trattava di diminuire la giornata lavorativa da 16 a 12 ore. Ha risposto: «Benissimo, da lunedì la brigata lavorerà soltanto otto ore». So che era un tranello perché in otto ore è fisicamente impossibile rispettare la nostra quota di cucito. Di conseguenza, la brigata non ce la farà e verrà punita.

«E se vengono a sapere che tutto ciò succede per colpa tua, ha continuato il tenente-colonnello, mai più ti sentirai male, perché nell’altro mondo uno si sente sempre bene.» Dopo una pausa il tenente-colonnello ha aggiunto: «Ultima cosa: non chiedere mai niente per le altre. Chiedi soltanto per te stessa. Sono anni che lavoro nei campi e tutti coloro che vengono a chiedermi qualcosa per qualcun altro finiscono direttamente in cella all’uscita del mio ufficio. Tu sarai la prima a cui non succederà».

Nelle settimane successive, nell’unità e in laboratorio, le condizioni sono diventate insostenibili per me. Le detenute vicine all’amministrazione hanno cominciato a spingere le altre a vendicarsi: «Ecco, siete punite per una settimana: vietato prendere il tè e mangiare fuori dalla mensa, vietate le pause toilette e le sigarette. D’ora in poi, sarete punite tutto il tempo se non cambiate comportamento con le pivelline e particolarmente con la Tolokonnikova; fate loro ciò che è stato fatto a voi. Siete state menate, neh? Vi hanno rotto il muso di sicuro? Allora spaccateglielo anche a loro. Per questo, nessuno vi rimprovererà».

Più di una volta hanno cercato di trascinarmi in conflitti e risse, ma che senso avrebbe entrare in conflitto con delle donne che non sono libere dei loro atti e agiscono su ordine dell’amministrazione?

Le detenute della Mordovia hanno paura della propria ombra. Sono terrorizzate. E se ieri ancora erano ben disposte verso di me ed imploravano: «Fa qualcosa per le 16 ore lavorative», dopo la pressione che la direzione ha fatto pesare su di me, hanno pure paura di rivolgermi la parola.

Ho proposto all’amministrazione di placare il conflitto, di porre fine alla tensione artificialmente alimentata contro di me dalle detenute sottomesse all’amministrazione, così come alla schiavitù dell’intera colonia riducendo la giornata lavorativa e riportando le quote di produzione alla norma prevista dalla legge. Ma in risposta, la pressione è ancora salita. Perciò, da questo lunedì 23 settembre, inizio uno sciopero della fame e rifiuto di partecipare al lavoro da schiave nel campo, fintanto che la direzione non rispetterà le leggi e non tratterà le detenute non più come bestiame offerto ad ogni arbitrio per i bisogni della produzione tessile, ma come persone umane. (Pubblicata sul sito Mediapart il 25 ottobre 2013, tradotta dal russo al francese da Marie N. Pane)

 

di Laura Minguzzi

 

Gentile Guardasigilli dott.ssa Annamaria Cancellieri,

mi rivolgo a Lei con una Preghiera per la libertà e non a caso cito il famoso titolo della canzone-performance che ha reso noto in tutto il mondo il gruppo femminista-punk russo delle Pussy Riot. Queste giovani donne hanno rivolto la loro preghiera alla Madonna nella Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca affinché liberi la Russia dallo zar Putin e per questo hanno subito una condanna sproporzionata: sono state condannate a due anni di lavori forzati a scopo rieducativo!! Oggi due giovani donne del gruppo, Nadja Tolokonnikova e Marja Aliochina sono ancora rinchiuse in due colonie penali, rispettivamente in Mordovia e nella Siberia Orientale. Vivono in condizioni deplorevoli e stanno rischiando di compromettere gravemente la loro salute per gli scioperi della fame che sono state costrette a mettere in atto per fare pressione sulle autorità carceraria, denunciando pubblicamente le crudeltà fisiche e le minacce a cui sono sottoposte. Sono madri di due figli piccoli, Gera e Filipp, che soffrono per l’assenza delle cure materne. Conoscendo la Sua sensibilità verso le giovani donne e le madri in particolare, Le chiedo di intercedere presso il suo omologo russo, il Ministro dell’interno russo, affinché si attivi per una riduzione della pena e la liberazione immediata delle due giovani condannate affinché possano tornare alle loro famiglie, ai loro studi e alle loro case a Mosca. Confidando nel Suo sollecito intervento, Le inoltro cordiali saluti.
Laura Minguzzi

(il manifesto, 13 novembre 2013)

di Lucia

 

Caro Direttore, le scrivo questa lettera perché so che nel suo giornale al quale sono abbonata date spazio alle persone normali come me, che hanno qualcosa da denunciare, ma che nessuno ascolta. Sono dieci anni che faccio la spesa nello stesso supermercato e sono dieci anni che fuori dallo stabile c’è un senegalese che vende calzini, tovaglie, borse e cose del genere. È sempre stata una persona gentilissima, non ha mai inseguito nessuno per vendere qualcosa, anzi. A me, che vado al supermercato, non ha mai chiesto nulla, sono io che quando posso acquisto qualcosa. Ogni tanto mi sono fermata a parlare con lui, ha due bambini e una moglie in Senegal, e tutti gli anni, dopo le leste natalizie, torna qualche mese a casa da loro per portare il poco che è riuscito a guadagnare. 

Qualche giorno fa sono andata a fare la spesa e quando sono arrivata lui era lì fuori che parlava con i gestori del supermercato. Quando sono uscita aveva tolto tutta la merce esposta ed era seduto su una panchina. Mi sono fermata e gli ho chiesto cosa fosse successo. Mi ha risposto che gli era stato detto che qualcuno si era lamentalo e che per questo non poteva più stare lì. Giorni dopo ho saputo che è stato un assessore della giunta guidata dal Pd (partito che io ho votato qui a Grosseto) a intimorire i gestori dei supermercati della città dicendo loro che, nel caso avessero trovato qualcosa di illecito nel ragazzo che vendeva lì fuori, ci sarebbero andati di mezzo anche loro.

Scrivo a voi perche ho scritto al sindaco su facebook ma non ho avuto risposta. Vedere una persona brava come lui in lacrime mi ha fatto indignare non poco, io so che probabilmente la legge è dalla parte dell’assessore, ma sinceramente questo non mi interessa. In un Paese tome l’Italia, dove a comandare ci sono solo inquisiti ed evasori condannati in Cassazione, credo che il mio amico Mustafà sia il problema minore, l’ultimo. Tutti dicono che sì, dispiace, ma d’altra parte non ce la possiamo prendere più di tanto. È vero che in Italia sono milioni le persone che hanno perso ii lavoro e milioni quelli che non ce l’hanno. Io stessa sono un’operaia, lavoro per una ditta da otto anni e il mio stipendio è 960 euro, mille quando va bene, e con straordinari regolarmente non pagati (e comunque mi ritengo fortunata ad averlo un lavoro); però, nonostante tutto questo, non riesco a rimanere indifferente. Sono giorni che ci penso e vorrei tanto fare qualcosa per lui.

Questa lettera è uno sfogo che spero possa far capire agli italiani che non sempre dobbiamo girarci dall’altra parte e dire che i problemi gravi sono altri. Alle volte sarebbe bene cercare di aiutare chi ci è più vicino, anche con piccoli gesti. Mi vergogno di essere italiana, perché siamo un Paese di razzisti, ladri e raccomandati. Siamo un Paese dove il prossimo conta niente, dove il lavoro “va dato agli italiani”, ma la verità è che i lavori migliori vanno ai raccomandati. Ecco, io credo che la politica dovrebbe dare il lavoro a tutti, soprattutto a chi se lo merita, italiano o no. Mai come ora mi rendo conto di quanto sia stata fortunata ad aver avuto una famiglia che mi ha insegnato a rispettare tutti e a non voltarmi mai dall’altra parte se qualcuno è in difficoltà: questo vorrei insegnare anche a mio figlio. Grazie per l’attenzione.

Lucia

 

(Il Fatto quotidiano, 12/11/2013)

La vicenda di Adam Krug, filosofo impolitico di grande fama che si ritrova ostaggio di una rozza dottrina egualitaria, detta «Ekwilism»

di VALENTINA PARISI

In un immaginario atlante della letteratura russa anche le pozzanghere – ignorate dai cartografi per la loro indubbia transitorietà – potrebbero vantare una posizione di rilievo accanto a specchi d’acqua più blasonati, almeno da quando Nikolaj Gogol’ decise di elevare ironicamente a segno

distintivo della città ucraina di Mirgorod quella gigantesca quanto inestinguibile pozza che ne occupava quasi tutta la piazza principale: «Meravigliosa pozzanghera! Case e casette, che da lontano si possono scambiare per biche di fieno, la circondano, e stupiscono della sua venustà». Capace di riflettere l’universo intero a partire dalle catapecchie sbilenche che la cingevano, l’iperbolica pozzanghera di Mirgorod sarebbe riaffiorata in forma assai più frammentaria

sui marciapiedi berlinesi invariabilmente lucidi calcati negli anni Venti dall’esule Vladimir Nabokov, diventando – insieme a specchi, vetrine e occhiali – ricettacolo privilegiato

degli sdoppiamenti sperimentati dai suoi protagonisti. Ma se in Gogol’ il rovescio speculare del mondo era popolato, in ossequio alla tradizione, da creature fantasmatiche quali ondine e coboldi, nelle opere mature di Nabokov il tema quasi ossessivo dell’inversione ottica, pur continuando a essere fonte inesauribile di illusioni grottesche, assume un significato endoletterario sempre più evidente, elevandosi a metafora dei rapporti tra autore e personaggio. Ne è una prova Bend sinister, primo romanzo scritto da Nabokov sul suolo americano tra il 1942 e il 1946, e ora proposto da Adelphi con il titolo Un mondo sinistro (traduzione di Franca Pece, pp. 259, €18,00) dopo che I bastardi, l’edizione curata per Rizzoli da Bruno Oddera, non era stata più ristampata da decenni. Già la varietà di soluzioni escogitate per rendere il titolo dà un’idea della densità semantica di questo congegno narrativo in sé perfettamente concluso, nitido e al tempo stesso ineffabile, che ricorda i cerchi concentrici in rapido dissolvimento prodotti da un sasso gettato in una pozzanghera. Immagine questa che, appena turbata dalla caduta di un paio di foglie, compare nell’incipit per poi riaffacciarsi puntualmente alla fine, quando il demiurgo Nabokov esce alla ribalta onde richiamare gli attori – come egli stesso preannuncia nell’introduzione – ossia per congedare i propri personaggi e disperdere così la finzione fabulare testé orchestrata.

Tra le due apparizione di questa enigmatica pozzanghera, «foro spatoliforme attraverso il quale si vedono gli inferi del cielo», si snoda la vicenda del povero Adam Krug, filosofo di fama mondiale, nonché individuo sommamente apolitico, ostaggio suo malgrado del grottesco regime autoritario instaurato dall’ex compagno di scuola Paduk, soprannominato confidenzialmente il Rospo, in nome di una rozza dottrina egualitaria, detta per l’appunto «Ekwilism». Da qui l’interpretazione in chiave distopica attribuita al romanzo e alimentata in parte dallo stesso Nabokov, là dove a guisa di ironico omaggio ai due massimi stati di polizia del Ventesimo secolo (e a fini chiaramente stranianti) impone ai suoi personaggi di parlare a sprazzi vuoi in russo, vuoi in tedesco, lingue che stravolge fino a ottenere un idioma totalitario alquanto incomprensibile. Tuttavia qualsiasi eventuale accostamento a Orwell viene respinto – ancor più che dall’arcigno commento dell’autore nella prefazione – dal tono di straordinaria leggerezza che Nabokov conferisce alla sua narrazione. L’unico registro in grado di mettere alla berlina il regime da operetta di Padukgrad, smascherando la sua irrimediabile, gogoliana poslost’ (banalità). Se è facile immaginare come all’inizio Krug

non avesse ostentato altro che indifferenza verso l’irresistibile ascesa al potere dell’ottuso Paduk,

la perdita dell’amatissima moglie Ol’ga lo rende indifeso di fronte alle richieste di collaborazione

che il nuovo governo gli avanza con insistenza sempre maggiore. Benché il protagonista sfoderi una impenetrabilità tetragona rifiuta di firmare una supplica del rettore che scongiura il Rospo di non chiudere l’università cittadina, fondata su «Scienza e Amministrazione »), da lì a breve gli emissari di Paduk riusciranno a individuare quel lato della sua personalità su cui far leva – o, meglio, recuperando il sottile gioco di parole andato perduto nella traduzione, a scorgere quell’«impugnatura» nascosta che trasforma il filosofo da un inespugnabile «cerchio» (questo il significato del suo cognome in russo) in un ben più maneggevole «boccale» (secondo la lettura tedesca dello stesso termine Krug). Questa leva è l’adorato figlio David, incantevole monello

di otto anni, cui Nabokov attribuisce tratti di capricciosa spensieratezza altrove riferiti al proprio rampollo, Dmitrij. A momenti idillici di fuga nel passato (su tutti lo splendido capitolo nono, dedicato all’incontro mancato con la futura moglie) si alternano attimi in cui il protagonista si sente in dovere di risvegliarsi dall’incubo in cui crede di essere intrappolato, poiché le guardie rivoluzionarie di Paduk si dimostrano «quanto mai convenzionali» e arrestano uno dopo l’altro tutti i suoi amici. In realtà, solo l’intervento compassionevole del deux ex machina autorialemetterà

fine allo strazio del filosofo, consegnato alla follia dalla consapevolezza di non essere stato in grado di proteggere il figlio e di aver decisamente sopravvalutato la propria intangibilità

di uomo apolitico.

Al netto della propria innata freddezza, Nabokov sembra nutrire una particolare pietas nei confronti di Krug, cui elargisce dettagli inequivocabili della propria biografia, non fosse altro perché negli anni Quaranta all’autore trincerato a studiare farfalle nel «paradiso» per lepidotterologhi

allestito nel museo zoologico di Harvard doveva di tanto in tanto profilarsi l’interrogativo circa cosa sarebbe stato di lui, se non fosse riuscito ad abbandonare prima la Russia sovietica, poi la Germania nazista con tanto di moglie ebrea al seguito e, infine, nel maggio 1940 Parigi, in procinto di

cadere in mano ai tedeschi. Il fascino di questo testo impeccabile risiede d’altronde dell’inestricabilità tra Dichtung e Wahrheit, divenute ormai indistinguibili in virtù di un

rigoroso procedimento alchemico. Sicché al filosofo in crisi viene «prestata » l’immagine della vita umana sospesa come in una culla tra l’abisso immemore che precede la nascita e quello post mortem, non meno misterioso, che, guarda caso, apre l’autobiografia Conclusive Evidence, iniziata

proprio nel 1946. E, ancora, Pietroburgo, città natale dell’autore, si riflette specularmente nel doppio onirico e grottesco di Padlukgrad, dove la casa dei Nabokov a due passi dalla «cattedrale dalla cupola bronzea» di Sant’Isacco viene proiettata sulla mappa urbana a nord anziché a sud,

così come pure l’imponente residenza del Rospo, «ridipinta» in una tonalità rosa opposta nello spettro al verde caratteristico del palazzo d’Inverno (suo prototipo). D’altro canto, la poetica del rispecchiamento  pervade tutta l’opera a partire dalla scena in cui Krug, dopo la morte della moglie, percorre avanti e indietro il ponte sul fiume Kurche taglia in due la città, finché non ottiene un salvacondotto a nome di un certo Gurk (il suo stesso cognome letto al contrario).

Ogni personaggio letterario – questo il suggerimento di Nabokov – vive di una vita riflessa, prigioniero di quel peculiare rovescio della realtà circoscritto dalla superficie riflettente

di una pozzanghera o dalla macchia similmente oblunga del Bend sinister, in araldica la tipologia di stemma in cui la sbarra trasversale corre dall’estremità superiore sinistra a quella inferiore destra, come a denotare un rapporto di filiazione bastarda in opposizione al risvolto «corretto» del bend dexter. Ma agli eroi prediletti – e Krug è certamente tra questi – è concessa la possibilità di intravvedere, in attimi di singolare chiaroveggenza, il proprio «osservatore interno », «la mente che sta dietro lo specchio », la mano dell’autore-burattinaio. Mentre ai lettori non si chiede

altro che di stare, ammirati e riconoscenti, al gioco.