Gentilissime,
sono Viviana Carfì, giornalista imprenditrice ed esperta mondo arabo. Ho sempre apprezzato e stimato il Vostro spazio culturale e da giovanissima trascorrevo ore nella vostra sede storica di via Dogana.
Vi scrivo per parlarvi del libro di una mia carissima amica che è uscito già 1 anno fa ma che a Milano non è stato ancora presentato. I media però si sono molto interessati della vicenda che ha coinvolto in prima persona l’autrice, Marinella Colombo a cui lo Jugendamt tedesco ha sottratto i figli nati dal matrimonio con un cittadino tedesco. Da anni Marinella lotta per avere giustizia per i suoi figli costretti a vivere senza madre, ma lotta anche per tutti quei genitori che separatisi da coniugi tedeschi, hanno dovuto rinunciare ai loro figli per sempre. Oggi Marinella è una delle maggiori esperte di Diritto Minorile (sta per terminare il master) e ogni giorno riceve richieste di aiuto da tutto il mondo.
‘Non voglio che la Germania (paese dove ho vissuto e che ho amato moltissimo) dia di sé l’immagine terribile che le impongono i procedimenti dello Jugendamt (letteralmente, ufficio della gioventù). Vorrei, al contrario, che fossero per primi i tedeschi a comprendere che togliere i figli al coniuge straniero senza una ragione plausibile, ma solo per far prevalere la propria supremazia, lede ineluttabilmente l’immagine di una nazione, già fortemente indebitata nei confronti del mondo intero.
Vi saluto cordialmente.
Viviana Carfì
Libro: Marinella Colombo
Non vi lascerò soli
In lotta con la giustizia che mi ha sottratto i figli
di Pat Carra
Alcune esponenti delle pari opportunità hanno presentato a Milano il Progetto Violentology per combattere la violenza contro le donne senza salvarne alcuna. Durante la conferenza stampa, le promotrici hanno dichiarato “la violenza crea risorse, soprattutto per chi ne parla a vanvera”. Un manipolo di maschi negazionisti che sbraitavano “ma quale violenza, quelle se la cercano!” è stato invitato da tre uomini coscienti a iscriversi al corso di recupero L’Homme Nouveau.
Il Progetto si articola in tre punti:
1. Istituire la Facoltà di Violentologia presso l’Università Milano Bicocca. Gli anacronistici Women’s studies si trasformeranno in Victim’s studies per confluire nella Facoltà. L’accesso è aperto a sociologhe, psicologhe, forze dell’ordine, criminologhe, councelor, costituzionaliste, avvocate, mediatrici familiari, intellettuali a spasso, prefiche di giornali e TV, scrittrici, esperte in accensione di ceri…
2. Istituire il Premio Livido, che premia l’opera letteraria-artistica più cruenta e senza speranza. Non sono ammesse storie che finiscono bene, con la protagonista che si salva grazie all’aiuto di donne forti e competenti, magari di un centro antiviolenza femminista. Il Premio intende sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alla sventura di nascere donna.
3. Estendere il trend violentologico al mondo della moda. Stiliste, designer, costumiste, acconciatrici preparano una sfilata a tema: trucchi bluastri, vesti stracciate, scarpe scassate. Una corrente stilistica che si ispira ai corsi di autodifesa femminile, presenterà la linea di intimo MedioevoCoevo: camicie da notte in maglia di ferro, vestaglie in cuoio imbottite e rinforzate, mutande e reggiseno con cartucciera.
(Aspirina n.3, Autunno 2013)
http://www.aspirinalarivista.it/
Bookcity Libreria delle donne 23 novembre 2013
Narrazione di Marirì Martinengo
Io ho molto amato Ildegarda di Bingen.
Offre un’immagine fortificante di donna.
Ha destato in me ammirazione la sua grande capacità di mettersi in relazione con donne e uomini, umili e grandi, a voce e per iscritto, unita però anche a quella di trovare i modi per ribellarsi quando un rapporto si faceva vincolante, e successivamente di escogitare le vie per confliggere senza rompere e ottenere quanto voleva.
L’epistolario ne è testimonianza.
Questa capacità era figlia di una visione filosofico/religiosa che vedeva nell’interrelazione fra le varie componenti dell’universo e degli esseri viventi sulla terra (donne e uomini, animali e piante), un armonioso disegno ultraterreno.
L’epistolario attesta anche l’alta considerazione di cui godeva Ildegarda: molti e molte si rivolgevano a lei per avere consigli, regole e norme su come comportarsi, quale condotta tenere in una determinata occasione, numerosissime donne la chiamavano “madre”e preferivano ricorrere a lei, piuttosto che a preti o a vescovi o ad abati, autorità ufficiali, preposte dalla Chiesa a governare il popolo dei fedeli, riconoscendo in lei una vera interprete e fedele portavoce di Dio.
Mi hanno affascinato le sue doti artistiche (pittura, poesia, scrittura, musica, canto), l’interesse per le scienze (botanica, medicina), per la filosofia e la teologia, le sue doti profetiche (nel medioevo questo voleva dire non previsione del futuro, ma la conoscenza della volontà divina).
Ho visto in lei una fondatrice di autorità e di genealogia femminili, notando anche che tutto questo non faceva velo alla sua umanità: aveva infatti personalità dotata di grande equilibrio, dove l’aspetto autorevole e grandioso si affiancava e alternava al piano delle emozioni e delle passioni, senza escludere quello della fragilità fisica che non nascondeva.
Ildegarda scrisse molti libri, riflesso della sua cultura, dei suoi interessi: fra gli altri Scivias, Liber meritorum, Liber divinorum operum, Causae et curae, che studia le malattie e i loro rimedi (il corpo è degno di attenzioni al pari dell’anima); le stava particolarmente a cuore la conoscenza e la cura del corpo femminile.
Compose e musicò poesie e inni. Scrisse un numero imponente di lettere (tramite le quali, uniche, ai suoi tempi, scorreva la comunicazione fra persone lontane), intrattenendo rapporti di natura politica con imperatori come Federico Barbarossa e i quattro papi che si susseguirono nel pontificato durante la sua esistenza.
Due parole sulla sua vita.
Ildegarda nacque da nobile famiglia nell’Assia renana, vicino a Magonza, visse nel XII secolo (1098-1179), fu contemporanea cioè di Chiara d’Assisi, di Eloisa, di Eleonora d’Aquitania, della Contessa di Dia e delle altre prime trovatore occitane, di Bernardo di Chiaravalle, di Pietro Abelardo. Trascorse la vita nei due monasteri di Disibodenberg e di Rupertsberg, svolgendo le mansioni di reggitrice spirituale e materiale della comunità a lei affidata.
È figura d’altissima statura, poliedrica e complessa, frutto di un medioevo giunto al culmine della sua maturazione.
Compresa della grandezza di Ildegarda, rivolgo su di lei uno sguardo consapevolmente parziale, soggettivo, laico, di donna.
Dopo aver visto il film di Margarethe von Trotta, Vision, ho scelto di parlare qui di un episodio della vita di Ildegarda, trattato nel film e che io ho studiato attraverso le numerose lettere della nostra badessa e delle sue e dei suoi corrispondenti, ad esso dedicate.
Mi sono avvicinata ad Ildegarda una trentina di anni fa circa, in modo occasionale: mia figlia aveva manifestato l’intenzione di andarsene di casa, quando mi è capitato di leggere la lettera che Ildegarda aveva scritto a Richardis, nella quale lei, badessa, madre spirituale e maestra, si rivolgeva alla giovane monaca che era in procinto di lasciare il monastero di Rupertsberg, fondato da Ildegarda, nel quale aveva vissuto ed era stata educata.
Mi sono sentita in sintonia.
Richardis era figlia della marchesa von Stade (grande benefattrice del monastero di Rupertsberg, cui aveva donato terre e beni), la quale aveva affidato la bambina a Ildegarda per la sua educazione e istruzione. Una volta cresciuta, la giovane, colta, sensibile, intelligente era diventata di grande aiuto per la sua maestra nelle sue attività culturali e spirituali. Fra le due donne era nato un forte legame di stima, di affetto, di riconoscenza. Una miniatura, inserita in uno dei libri di Ildegarda, le mostra a colloquio l’una accanto all’altra.
Ad un certo punto alla giovane, i cui meriti avevano oltrepassato le mura del Rupertsberg, venne offerta la carica di badessa del monastero di Bassum, vicino a Brema, città nella quale suo fratello Hartwig era vescovo. Era un incarico di prestigio, allettante per la giovane e che avrebbe accresciuto il credito e la reputazione della famiglia, che non a caso premeva per l’accettazione.
Ecco il motivo della lettera di Ildegarda a Richardis, di cui dicevo, essa è molto toccante, vibra di emozioni: di amore per la sua giovane allieva, di dolore per la sua partenza, di orgoglio ferito per il ventilato abbandono. Allora mi ci ero riconosciuta.
Non si conosce chiaramente la volontà di Richardis, cui è riferito, a questo proposito, il verbo “inclinavit” che in latino è di significato ambiguo: significa sia “propendere per” sia “ piegarsi a”. La giovane voleva effettivamente assumere la funzione di reggitrice di un monastero o era sollecitata energicamente dalla famiglia?
Ildegarda mise in gioco tutta la sua autorità magistrale e profetica, per sventare il proposito, sostenendo che individuava nella permanenza di Richardis presso di sé il disegno divino, mentre vedeva nell’accoglimento dell’incarico occasione di superbia, di allontanamento dalla via di salvazione.
Per ottenere quanto desiderava, scrisse un gran numero di lettere: alla madre di Richardis, al fratello di lei Hartwig, a personaggi influenti, come vescovi e alti prelati del circondario, perfino al papa Eugenio III e infine, visti incerti o vani tutti i tentativi, alla stessa Richardis: «Audi me; filia, matrem tuam in spiritu dicentem. Dolor meus ascendit…».
Dotata di talento drammatico, mise in scena un vero e proprio dramma, con tanto di personaggi, scene, azione. Da ricordare il dramma che Ildegarda aveva scritto e musicato, l’Ordo virtutum, che è forse la prima sacra rappresentazione europea, in cui il diavolo e un angelo si contendono l’anima di un defunto.
La prima lettera in ordine di tempo Ildegarda la indirizzò alla marchesa von Stade, nel riconoscimento e nell’ossequio all’autorità materna, quindi si rivolse via via a coloro che pensava potessero influenzare il corso degli eventi nel senso a lei favorevole.
Ildegarda avrebbe voluto che Richardis si fermasse presso di sé, non solo perché le voleva bene (da tenere presente che siamo nel XII secolo, tempo segnato dalla cultura dell’amore) e si giovava del suo aiuto e del suo consiglio, ma perché riteneva fosse la scelta migliore che la giovane monaca restasse nell’ordine materno garantito dal proprio monastero e non entrasse nell’ordine patriarcale cui la famiglia e le sue regole sono soggette.
Coltivava il progetto di creare genealogia femminile: lei stessa era stata allieva della nobile badessa Jutta, da cui aveva appreso gli insegnamenti che a sua volta trasmetteva.
Tutta l’energia e la passione dispiegate risultarono inutili: Richardis si allontanò dalla sua maestra, dal luogo e dalle occupazioni che aveva condiviso con lei, ricoprì l’incarico per cui era stata eletta, compiendo forse un passo di indipendenza, di crescita, di raggiungimento di un obiettivo. In questo suo gesto mi pare di scorgere la compiutezza dell’educazione impartitale dalla sua maestra: la giovane entra nell’età adulta.
Ma la storia non finisce qui.
Richardis morì quasi subito dopo il suo arrivo nel nuovo monastero.
Sappiamo dalle lettere del fratello indirizzate a Ildegarda che , durante il periodo trascorso a Bassum, aveva versato molte lacrime per aver lasciato la sua maestra e il suo monastero e aveva manifestato più volte il desiderio di farvi ritorno.
A conclusione di questa drammatica vicenda, si può dire che l’autorità di Ildegarda e la sua lungimiranza risultarono vincitrici e il suo prestigio e il suo credito aumentarono, ma questo fu per lei certo un amarissimo trionfo.
Io ho dedicato due saggi a Ildegarda di Bingen, ambedue costruiti sulla base della corrispondenza in lingua latina intercorsa fra lei e le sue / i suoi corrispondenti. Nel primo saggio, intitolato Ildegarda e Richardis, pubblicato su Diotima. Il cielo stellato dentro di noi dalla Tartaruga editrice, nel 1992 (da tempo esaurito, ne ho fatto alcune fotocopie) racconto la storia di questo episodio; il secondo, intitolato L’armonia di Ildegarda, si trova insieme ad altri saggi nel volume Libere di esistere, pubblicato dalla SEI, nel 1996 (che abbiamo in Libreria), che, sempre attraverso un’ampia scelta di lettere scambiate con monache e badesse, mostra l’armoniosa visione che Ildegarda aveva dell’universo, delle corrispondenze fra cielo e terra, fra Dio e gli esseri umani, fra macrocosmo e microcosmo.
Sentendomi inadeguata, non ho osato avvicinare Ildegarda nella profondità e nell’estensione delle sue conoscenze, mi sono rivolta all’epistolario, convinta che fosse l’unica possibilità accessibile a me, rappresentasse cioè una dimensione più raggiungibile; ma soprattutto perché le centinaia di lettere che si conservano, insieme alle risposte ad esse, sono una testimonianza preziosa della sua tenace volontà di mettersi in relazione con altre e altri.
di Barbara Verzini – Tristana Dini – Stefania Tarantino
La proposta di incontrarsi a Bologna il 14 dicembre è nata dal nostro desiderio di rivedere tutte quelle donne che a Paestum 2013 abbiamo sentito dissonanti ma vicine per biografia politica e condizioni di vita materiale condivise. A seguito dei vari fraintendimenti, relativi soprattutto al fatto che il nostro invito è rivolto alle donne della nostra generazione politica, vorremmo evidenziare che individuare con chi interloquire in un appuntamento preciso e contestuale, non significa per noi cancellare la ricchezza e la vitalità del rapporto tra generazioni politiche diverse. Un invito lancia, infatti, nel mondo una possibilità in più, e lascia la destinataria nella piena libertà della sua scelta. È una scommessa che vuole offrire un’occasione per riflettere insieme su ciò che ci sta a cuore.
Questi i temi che proponiamo per la discussione:
La pratica del conflitto e di autorità tra donne della generazione politica che negli anni ’70 non c’era.
La ricerca di un’originalità nelle pratiche e del partire da sé a fronte di un contesto mutato.
L’importanza di ritessere una trama tra teorie e pratiche nella politica delle relazioni tra donne.
Sabato 14 dicembre 2013, dalle 15.00 al 19.30, presso Centro delle donne di Bologna, Via del Piombo 5, 40124 Bologna
di Francescomaria Tedesco
Si potrebbe continuare così molto a lungo, oggi nel giorno del cordoglio sincero dell’opinione pubblica mondiale, ma anche dell’orgia commemorativa collettiva, del luogo comune giornalistico infiocchettato da parole che ‘toccano il cuore’ del lettore in cerca del santino di turno.
Questa dei santi, peraltro, è storia vecchia ma solo di recente entrata a far parte della comunicazione politica in modo ufficiale: i candidati alle primarie del Partito democratico sono stati interrogati sul loro personale Pantheon. Matteo Renzi ha un Pantheon un po’ affollato, con dentro Margareth Thatcher e, per l’appunto, Madiba (che la Iron Lady considerava senza mezzi termini un terrorista), al quale il sindaco ha consegnato l’anno scorso il Fiorino d’Oro della Città di Firenze.
Il problema è che quando ti mettono in un Pantheon, quando ti fanno diventare un santo o un santino, o peggio un nonno-di-tutti, si passa dalla cronaca all’agiografia. Non che Mandela non lo meritasse, per la sua vita piena di sofferenza e di lotta.
Ma proprio su quest’ultimo punto sarebbe bene dire qualcosa, al fine di evitare che il vecchio combattente per la libertà sia raffigurato come un leone sorridente e sdentato, una specie di vecchia gloria rimbambita accanto alla quale farsi scattare sciacallesche foto promozionali, o da menzionare quando si vuol fare cassetta.
È successo a molti, è successo anche a Gramsci diventato agli occhi dei giovani studiosi dei cultural studies britannici (e di rimando anche per gli italiani) «la versione sarda di un professore del politecnico di Londra che insegna teoria del discorso» (T. Eagleton, Figure del dissenso, cit., p. 285).
Nelson Mandela ebbe il coraggio di intravedere il vicolo cieco dell’azione non violenta a tutti i costi, e fu uno dei fondatori dell’ala armata dell’African National Congress. Questo dato, al di là degli insopportabili deliri leghisti, non può essere edulcorato, o rimosso, dagli agiografi dell’ultima ora. Fa parte della biografia di Mandela.
Quelli che oggi commemorano Mandela sono spesso gli stessi che stigmatizzano ogni forma di violenza, non solo la violenza verbale delle aule parlamentari ma anche solo i toni vagamente polemici di qualcuno che abbia il coraggio di dire qualcosa nell’era della ‘conciliazione sociale’ a tutti i costi. Quelli che dicono alla generazione perduta dei giovani e meno giovani che non prenderanno la pensione di stare calmi, di non sfasciare niente, di essere ‘ragionevoli’. Quelli che criticano il risentimento, la rabbia. Quelli che invitano, dalle loro comode posizioni di potere e di sicurezza economica, alla ‘civiltà’.
Ora è chiaro che la situazione attuale, ad esempio in Europa, non può essere paragonata alla situazione del Sudafrica di Mandela. Ma è anche vero ora come allora in gioco sono i diritti, e non meno importanti. Oggi è in gioco la democrazia. Sono in gioco i diritti sociali. Quelli civili e politici. È in gioco il futuro di milioni di persone. Tutti quelli che oggi inneggiano a Mandela dovrebbero ricordare che nel 1985 egli rifiutò — come ricorda Daniele Mastrogiacomo nel miglior articolo di oggi — la libertà condizionata poiché gli avevano chiesto di rinnegare la lotta armata. Sarebbe restato in carcere altri 5 anni. Mandela sapeva di non essere a un pranzo di gala. E non era, come molti di coloro che oggi inondano di lacrime le bacheche dei social network, un rivoluzionario da operetta.
Ciò che voglio dire è che il tema della violenza politica è completamente scomparso dal dibattito filosofico, politologico, giuridico, etico contemporaneo. Certo in Italia ci sono state le BR, se ne è discusso a lungo e nessuno vuole riaprire quel capitolo doloroso. Ma forse proprio memori da quella distorsione, da quella ubriacatura, si dovrebbe partire per superarla, per archiviarla come tale. E per ripensare, con strumenti nuovi, il tema della violenza legittima. Lo ha fatto Luisa Muraro in un suo libro, Dio è violent. Occorre continuare a farlo assieme. Per capire se è proprio vero che non c’è altro, per il futuro, che la delega della forza del soggetto allo Stato (o alle istituzioni sovranazionali). Forza utilizzata, abbiamo scoperto nel corso della storia, per fini nobili e (molto più spesso) molto meno nobili. O se si può pensare di riprendersi, e in che misura, una porzione di quella forza, di quella possibilità di esercizio della violenza, su cui il Moderno si è fondato da Hobbes in poi. Di quanta violenza abbiamo bisogno? si chiedeva Muraro. Ed è una domanda inevasa a cui occorre rispondere.
Ora è chiaro che se non si tematizza questa problematica, senza strizzatine d’occhio da cattivi maestri ma senza partecipare della melassa buonista e transpartitica che in queste ore ricorda un Mandela dimezzato, la violenza ce la troveremo per le strade senza averla capita.
E non servirà liquidare la rivolta come jacquerie priva di coscienza politica, così come non serve oggi liquidare la protesta di pochi intellettuali ancora integri come ribellismo intellettuale delle élite.
Assistiamo sempre più spesso a richiami alla moderazione da un lato, a una reboante retorica della rivolta e della violenza dall’altra. Entrambe le posizioni oggi commemorano Mandela, colui che con la violenza ebbe a che fare davvero, colui che considerava Fidel Castro un compagno in armi.
Forse è bene ricordarselo, è bene ricordarsi le varie sfaccettature del grande Madiba. Che non era una mammola o un leone sdentato o peggio un leone impagliato per le foto coi turisti, ma un combattente e un guerrigliero, che seppe rinunciare alla violenza e portare il proprio paese verso la verità e la riconciliazione.
(lepalaisdurire.wordpress.com, 6 dicembre 2013)
di Franca Fortunato
Dolore, smarrimento, incredulità sono i sentimenti che mi hanno stretta in una morsa alla notizia dell’arresto di Carolina Girasole. Ho sentito il vuoto di parole dentro di me. Non riuscivo a dire a me stessa se non «non è possibile», «non può essere vero». Poi ho letto i giornali e la cronaca giudiziaria. A quel punto ho deciso di scrivere questa che vuole essere una lettera aperta, da parte di una donna che, pur non avendola mai conosciuta personalmente, ha sempre scritto e parlato di lei, non come simbolo dell’anti ’ndrangheta (i simboli non appartengono alla storia delle donne), ma semplicemente come una donna tra le tante che, giorno dopo giorno, lottano, anche in questa terra, per poter affermare la propria libertà e riappropriarsi della propria vita. Lei aveva scelto di affermare il suo desiderio di donna stando nelle istituzioni, come le altre sindache con cui ha stretto una relazione politica forte, in nome della buona politica e della buona amministrazione.
«Carolina Girasole è una delle tante donne che stanno dimostrando che anche in Calabria è possibile la buona politica e la buona amministrazione, lontane dal malaffare e dalla complicità mafiosa. La sua esperienza, come quella che stanno portando avanti altre donne quali Maria Carmela Lanzetta, Annamaria Cardamone, Elisabetta Tripodi ed altre, presentate in modo riduttivo dai mass media come “sindache anti ’ndrangheta”, credo che ci parli innanzitutto di passione politica, di amore per il proprio paese e la propria terra, che è amore per la madre, di desiderio libero femminile di amministrare con trasparenza e correttezza. La ’ndrangheta non ama la buona politica e la buona amministrazione. Ecco perché ha combattuto Carolina e combatte le altre, cerca di fermarle con violenze e intimidazioni. Chiamare Carolina Girasole e le altre “sindache anti ’ndrangheta” non rende giustizia al senso libero della loro differenza, ingabbiandole in un immaginario massmediatico che vuole la Calabria terra di ’ndrangheta e anti ’ndrangheta. Carolina come Giuseppina (Pesce) e le altre sono donne accomunate non dalla lotta alla ’ndrangheta ma dal desiderio di libertà per sé, per i propri figli e figlie e per la Calabria tutta. E gli uomini di ’ndrangheta le combattono, innanzitutto per tutto questo. Non so se Carolina sarà rieletta sindaca e se Giuseppina riuscirà a ricostruirsi una vita, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, ma stiano sicure che niente e nessuno potrà cancellare il valore delle loro scelte con cui hanno segnato questa terra.» Così scrivevo su questo giornale appena qualche mese fa, prima delle elezioni amministrative a Isola Capo Rizzuto, rispondendo a un editoriale del direttore Matteo Cosenza che generosamente ringraziava Carolina e Giuseppina Pesce, per la «speranza di cambiamento» che rappresentavano per la Calabria. Per anni, il nome di Carolina Girasole l’ho portato in giro tra le donne di tutta Italia e nelle aule scolastiche, tra le mie alunne, come testimonianza di una realtà femminile che è già cambiata e sta cambiando la Calabria. In nome di tutto questo chiedo pubblicamente a Carolina Girasole di dire chi è veramente e come è arrivata ad amministrare il Comune. Smentisca tutto quello che ho scritto su di lei. Ogni donna che sceglie di entrare nelle istituzioni, che lo sappia o meno, deve rendere e rende sempre conto alle altre donne di quello che fa, di come agisce e di come si rapporta a uomini e donne in quei luoghi. Carolina deve rendere conto, del suo operato e delle accuse che le vengono mosse dai magistrati, a tutte le donne come me, che hanno creduto e credono ancora in lei. Aspetto, pertanto, che lo faccia con una lettera pubblica alle donne calabresi.
(Il Quotidiano della Calabria, 5.12.2013)
Racconta Andrea Cataldi: «Era martedì e io ero a letto con una tonsillite. In soggiorno mia moglie, alla diciottesima settimana di gravidanza cerca di tenere a bada il nostro primogenito Daniele non le concede tregua (…) Nella frenesia si fa largo il trillo di un telefono che non avremmo voluto sentire». Simona alza una cornetta «che non avrebbe dovuto alzare». Dall’altro capo l’ospedale di Ascoli Piceno, la città dove vivono, con i risultati dell’amniocentesi: «Dovremmo parlare con voi». E arriva «il buio, all’improvviso». In pochi minuti raggiungono la struttura. La tonsillite di Andrea è una «questione già vecchia». «Trisomia 13, sindrome di Patau» c’è scritto nella cartella. Un caso rarissimo, uno su diecimila. Chi ne è affetto nasce deforme e non vive più di tre mesi. «Incompatibile con la vita» dicono all’ospedale, «incompatibile con la vita» pensano i genitori sconvolti. «Piano piano, quasi bisbigliando, ci viene illustrato l’unico scenario plausibile, proprio quello più impensato, proprio quello che mai avremmo preso in considerazione»: l’aborto.
«Quella parola si fa fatica a pronunciarla, persino il personale medico accenna, ammicca, ricorre agli acronimi: Ivg, Itg». Figurarsi poi quando devono «confessare che: “noi qui queste cose non le facciamo, siamo obiettori”». Se si vuole ci sono altre strutture. Ancona, San Severino Marche o Pesaro. «Ma ad Ancona la lista d’attesa è lunga» e più si aspetta più diventa complicato, pericoloso. La scelta cade su San Severino Marche, due ore di auto. Eppure la legge, la «194», ideata 35 anni fa per regolare la proceduta diaborto, dovrebbe obbligare gli ospedali dove esiste un reparto di ostetricia e ginecologia, come quello di Ascoli, a eseguire interruzioni di gravidanza dopo i primi novanta giorni. L’articolo 9, che regola il diritto all’obiezione di coscienza, lo dice chiaramente quando riporta che «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti ad assicurare l’espletamento delle procedure previste…».
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Ma se la legge lo recita, in Italia in pochi la applicano. Per capire quanti, visto che il ministero della Salute non fornisce un elenco aggiornato degli ospedali neiquali siano operanti i reparti di ginecologia che garantiscano l’aborto terapeutico (dopo i primi 90 giorni), e dato che l’Istat non fornisce questo tipo di informazioni, trincerandosi dietro un illusorio «segreto statistico», la Laiga (Libera associazione ginecologi per l’applicazione della 194) ha fatto una sua personale ricerca. «Ospedale per ospedale» ci dice la dottoressa Anna Pompili. Non tutti, naturalmente, ma una fetta talmente larga di strutture da rendere lo studio un prezioso documento. I risultati si fermano all’aprile di quest’anno, ma da allora si può immaginare che poco sia cambiato, in meglio.
Il responso è netto: nel nostro Paese la «194» è spesso carta straccia. Sommersa da una dilagante obiezione di coscienza, spesso piegata a logiche che nullahanno a che fare con un reale convincimento interiore, e da una conseguente e ben più grave obiezione di struttura. Una realtà che il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, fa finta di non vedere fissando il numero di obiettori a una cifra che balla, per ogni regione, intorno al 70%. Ma si tratta di una media semplice, fuorviante. In certe realtà l’applicazione della 194 è complicata.
Nel Lazio, ad esempio, l’unica regione nella quale l’indagine è completa, su un numero totale di 391 ginecologi strutturati nei reparti solo 33 non obiettori eseguono l’interruzione di gravidanza volontaria. Neanche uno su dieci. Non che da altre parti vada meglio. In Sardegna negliospedali Civili di Bosa e di Ozieri, sono quasi tutti obiettori. In Campania solo il 16% dei ginecologi è non obiettore, in Calabria la percentuale si abbassa anche di più (sfiorando appena il solo il 7%).
Ma anche al nord si trovano delle realtà piuttosto complesse. All’ospedale di Bergamo sono obiettori 20 ostetrici-ginecologi su 27, 32 anestesisti su 100 e 52 membri del personale sanitario non medico su125. A Seriate, sempre in Lombardia, su 33 ostetrici-ginecologi 21 sono obiettori. L’en plein lo fa il presidio di Treviglio: 14 ginecologi e 22 anestesisti. Tutti obiettori. Ma ci sono, come ha denunciato il Pd locale, anche i casi di Montichiari, in provincia di Brescia, di Cuggiono, presidiodell’ospedale di Legnano, di Iseo, che dipende dall’ospedale di Chiari, di Sondalo e di Chiavenna, distaccati dell’ospedale della Valtellina e Valchiavenna. Quante interruzioni si sono fatte? Zero. In totale, ha calcolato la Laiga, su 441 strutture italiane sentite, solo poco più del 10% garantiscono l’aborto terapeutico. Molti pazienti sono così costretti a spostarsi in un altro ospedale. Come succedeva a Caserta, dove nella Clinica S. Anna, convenzionata con la Regione e autorizzata ad eseguire interruzioni di gravidanza, nel 2012 si sono presentate 1633 donne. Di cui solo il 30% residenti in città o in provincia. Il resto, sette donne su dieci, proveniva da altre zone: Napoli (il 50% delle pazienti) o Frosinone e Latina. Ma questo accadeva fino all’agosto di questo anno. Avendo già esaurito il budget a disposizione, la clinica S. Anna non effettua più aborti.
Se la regione o la città più vicina rappresentano la prima opzione, alle volte si sceglie anche di andarsene all’estero. In Gran Bretagna, ad esempio. Con quasi ottocento sterline molte cliniche praticano l’interruzione terapeutica. Nel paese (secondo i dati della Uk Abortion Statistics relative al 2012) la presenza delle italiane (oltre un centinaio) è seconda solo a quella delle irlandesi. Tenendo a mente, però, che per le leggi di Dublino, l’aborto è illegale. Fino a qualche anno fa anche la Svizzera era gettonata, ma come ci spiega il dottor André Seidenberg dell’Università di Zurigo «l’anno scorso nella mia clinica è arrivata solo una donna italiana». Meglio allora la Spagna, o la Slovenia. Come ha fatto Anna, anni 37: «Sonopartita senza la certezza di abortire. Una volta lì mi hanno sottoposta a una visita con ecografia, un colloquio con genetista e alla fine una commissione medica ha deciso se potevo procedere o meno. Io mi sono trovata molto bene,personale medico molto disponibile e scrupoloso».
RESISTENZA
Se spesso sidecide di andarsene, altre volte invece ci attrezza per resistere. Alessandra fa parte di un piccolo ma agguerrito collettivo nato a Jesi (nelle Marche). È composto da una decina di donne (età media 33 anni) e ha adottato un nome che è un programma: «Collettivo Vialibera194». L’idea di formare un gruppo in difesa della legge che regola l’aborto ha preso corpo nel gennaio del 2013. «A Jesi – spiega in una mail il Collettivo – con l’obiezione degli ultimi ginecologi, nel luglio del 2012, non è stato più possibile accedere al servizio di interruzione di gravidanza. Una situazione che abbiamo ritenuto gravissima e insostenibile visto che si tratta di una prestazione garantita dal sistema sanitario nazionale».
Da qui l’idea di formare un gruppo di difesa della 194. Attraverso incontri, dibattiti e la creazione di un apposito blog, il Collettivo si è impegnato nel creare una rete di sostegno per l’applicazione della legge nelle Marche. E da maggio fino a settembre, ha raccolto oltre quattromila firme, messe nero su bianco in una petizione con la quale si chiede il ripristino della legalità non solo nella zona di Jesi e Fabriano, ma nell’intera regione. In questa loro battaglia il Collettivo non è solo. Tra i co-promotori compaiono altri 58 soggetti, tra partiti politici locali, associazioni e piccole istituzioni. Il problema è che queste firme sono pronte ma nessuno vuole riceverle. «Stiamo attendendo ancora da parte dell’Assessore alla Sanità della Regione Marche, Almerino Mezzolani, un appuntamento, più volte rimandato, per la consegna della petizione». Nel frattempo nell’ospedale di Jesi il servizio è stato ripristinato solo parzialmente con un numero di interventi (otto in un mese) eseguiti da una ginecologa che con cadenza settimanale fa la spola tra Jesi e Fabriano.
POLITICA IMMOBILE
Dunque, in Italia c’è una legge che dopo 35 anni è praticamente disattesa. E che, ormai, in pochi reclamano. Anche perché l’argomento spacca le maggioranze politiche. Come è successo in Toscana lo scorso 2 ottobre quando, in Consiglio regionale, la maggioranza di centro sinistra si è divisa (compreso il Pd) su una mozione, primo firmatario il capogruppo Fds-Verdi Monica Sgherri, che impegnava, tra l’altro, la Giunta toscana a «emanare atti che prevedano con effetto vincolante per tutte le strutture dove si pratica l’interruzione volontaria di gravidanza perassicurare la piena applicazione della legge 194, e di istituire elenchi dimedici obiettori e non obiettori». Il documento era stato sottoscritto da vari consiglieri di maggioranza, specialmente donne. La mozione fu respinta, per un solo voto di scarto, anche per colpa delle numerose assenze in aula e i voti contrari di alcuni consiglieri Pd (di area ex Margherita), che non hanno seguito il resto del proprio gruppo ed hanno votato contro la mozione insieme all’opposizione.
Di legge 194, dunque, meglio non parlarne. Racconta ancora Andrea Cataldi in una lettera recapitata anche al Tribunale del malato di Ancona: «Simona mi stringeva come se fossi l’unica sua speranza, assisto al parto, ed al raschiamento che ne segue. Vedo nascere mio figlio Francesco e lo vedo morire. Se non fosse stato per un’unica mezz’ora» nella quale hanno ricevuto assistenza medica, «in pratica l’interruzione di gravidanza l’avremmo dovuta gestire autonomamente, nella più totale solitudine di una stanzetta le cui pareti incombono ancora sui ricordi. Poi tutto finisce e ci chiediamo di dimenticare, dobbiamo solo dimenticare.
(L’Unità 5 12 2013)
Scuola di scrittura pensante®
anno 2014
Partire da sé e arrivare ai confini del mondo
con la scrittura
Apriamo le iscrizioni alla Scuola di scrittura pensante, giunta all’ottavo anno, ogni anno essendo a sé stante. Vi ricordiamo che c’è il numero chiuso. La scuola si tiene nei mesi di gennaio, febbraio e marzo, al sabato mattina. L’hanno ideata e la conducono Luisa Muraro e Clara Jourdan.
Nel 2014 la scuola sarà dedicata alla narrazione: come si fa a raccontare quello che capita al mondo, agli altri, a sé? Sappiamo che la soggettività non è separata o fuori dalla realtà, tuttavia il movimento di partire da sé senza restare appiccicate/i al proprio io, è difficile: bisogna imparare dei procedimenti o avere delle invenzioni.
Il racconto è una di queste invenzioni. Risale alla notte dei tempi ed è sempre buona: in forma del racconto si può dire di tutto, fatti, sentimenti, idee.
Abbiamo sempre lavorato alternando teoria ed esercitazioni pratiche, lettura compresa. In programma, quest’anno, ci sarà anche il saper leggere e correggere i propri scritti.
Il corso comincerà sabato 11 gennaio 2014 e continuerà per tutti i sabati fino al 22 marzo compreso, con una pausa il sabato 1° febbraio. Dieci incontri dalle 10.30 alle 13.00, presso la Libreria delle donne in via Pietro Calvi, 29 – 20129 Milano (tel. 02 70006265). I locali sono aperti dalle 10.15. La prima mezz’ora è dedicata allo scambio informale, la lezione vera e propria comincia alle 11.
Suggerimenti di lettura:
Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame; Virginia Woolf, Le tre ghinee (Feltrinelli, 1980); John Maynard Keynes, Melchior: un nemico sconfitto (in Le mie prime convinzioni, Adelphi, 2012, pp. 37-104, oppure in Politici ed economisti, Einaudi, 1951, pp. 39-80); Luciana Castellina, La scoperta del mondo (Nottetempo, 2011); Laura Pariani, Il piatto dell’angelo (Giunti, 2013); Luisa Muraro, Non si può insegnare tutto (La Scuola, 2013).
N.B.: questi testi saranno usati durante il corso, ma non è obbligatorio leggerli prima.
Strumenti professionali: Piccolo manuale di editing, a cura di Ferdinando Scala e Donata Schiannini (Modern Publishing, euro 10); Il nuovo manuale di stile di Roberto Lesina (Zanichelli, euro 9,80). Una buona grammatica scolastica non farebbe male.
Luisa Muraro e Clara Jourdan
Per altre informazioni e per iscriversi, rivolgersi a Clara Jourdan: info@libreriadelledonne.it oppure c.jourdan@tiscali.it, tel. 02 58108763. Potete contattarla di persona il venerdì pomeriggio (ore 16-19) presso la Libreria delle donne.
di Gianluca Briguglia
Christine de Pizan, al termine del Medioevo, in un libro che non smette di stupire, immaginava una città costruita secondo i suggerimenti di Ragione, Rettitudine e Giustizia, una città fortificata chiamata la città delle dame, la città delle donne. Ripensare il mondo dalla prospettiva femminile è per Christine possibile e necessario, ne va delle donne e ne va degli uomini. Può sembrare un paradosso, ma forse è la lettura di Boccaccio – fonte certa – che le ispira un progetto di città delle donne che va molto al di là delle sue fonti. Non il Boccaccio misogino di una certa fase della sua produzione, ma il raccontatore dell’apporto femminile alla civiltà umana: dee, regine, poetesse, figure femminili storiche, sovrane. Certo in Boccaccio, e anche in Christine, alcune di loro sono descritte come virtuose in un senso maschile, ma molte altre sono figure della cura, della relazione, della generazione.
Il cammino delle sovrane, cioè di un pensiero di fondazione alternativa della convivenza, è un cammino lungo ma costante.
Annarosa Buttarelli, nel libro Sovrane. L’autorità femminile al governo, non cita Christine e forse scarterebbe Boccaccio, ma riprende quel filo e quel cammino di sovranità. Se c’è una via diversa per ripensare e rifondare la politica, questa via passa attraverso il pensiero dell’autorità femminile. È questo uno degli assunti del libro, un assunto carico di implicazioni e conseguenze. La prima è la necessità di decostruire il meccanismo della sovranità e quello della democrazia così come si sono formati nella tradizione occidentale.
Buttarelli ne mostra la strada sempre tenendosi in dialogo con pensatrici come María Zambrano, Simone Weil, Nicole Loraux, Carole Pateman. Il mito di fondazione della democrazia occidentale moderna, quello del contratto sociale, nasconderebbe e proteggerebbe un rimosso, quello del «contratto sessuale», come ritiro dell’intervento femminile (e del suo pensiero) nella sfera privata e come soggezione ai maschi in quanto tali. Sarebbe dunque questa soggezione non naturale a rendere possibile il contratto sociale moderno, che dà vita a una società civile di individui liberi, allo spazio del pubblico, «maschile», e all’oblio del privato femminile (e al paradossale spostamento del privato nel mondo civile attraverso l’impresa capitalistica). Questa subordinazione originaria rimane il modello e l’antecedente della subordinazione dell’individuo alle relazioni in ambito pubblico. D’altra parte lo stesso atto di fondazione della democrazia ateniese, archetipo di ogni pensiero democratico successivo, come uscita da una condizione di guerra civile, non sarebbe altro che il riconoscimento tra uomini, tra fratelli – in quanto figli della stessa città –, che si sono armati gli uni contro gli altri. La violenza inventa la democrazia e ne rimane paradossalmente garante.
Sono forse questi i due atti fondativi che bloccano permanentemente democrazia e sovranità, mentre la riflessione di Buttarelli fa affiorare possibili linee differenti di pensiero. L’autorità femminile è improntata alla relazione, è generatrice di relazione. Per questo la finzione dell’individuo e la nozione di rappresentanza, che da essa scaturisce, escluderebbero l’esperienza femminile dal modello politico della nostra tradizione. La rappresentanza di fatto oscura le pratiche delle relazioni, modellizza l’esperienza politica e del potere su una base non femminile. Proprio come il «popolo», termine che resiste all’individualismo politico, che resiste alla gerarchizzazione e al comando, le donne indicano con la loro esperienza l’orientamento al relazionale. E proprio gli elementi che relegavano l’esperienza femminile al privato, al non pubblico, al non politico – Buttarellii sulla scorta della Zambrano evoca l’intimo, il contestuale, il domestico – diventano la sostanza di un ripensamento dell’autorità nella sua radice femminile. Se la sovranità è ciò che sta sopra, nell’esperienza femminile essa si manifesta come la anarché di Antigone, come il senza-principio, il «da sempre», che è uno stare sopra la legge e non contro, una relazionalità che precede la legge. Quello femminile, discendente da questa concezione di sovranità, è dunque un governo delle relazioni e del loro spazio simbolico, non della rappresentanza come sostituzione, come rappresentazione fittizia di individui.
Un rovesciamento simile è operato dalla Buttarelli anche come accesso alle pratiche economiche. L’amore per il superfluo, che a detta dell’autrice caratterizza le donne, consente di pensare l’economico in modo diverso, «saltando l’utile», cioè cercando di sfuggire alle morse antropologiche di un capitalismo che dà all’accumulazione e alla moltiplicazione di denaro il valore simbolico portante. Ciò a cui pensa Buttarelli è invece un’economia del «soprammercato», uno spazio simbolico che mette in valore ciò che essenziale e ciò che è superfluo, che dialogano tra loro sfuggendo alla logica dell’utile, criterio guida di una certa cultura economica contemporanea.
Le emergenze storiche o testuali di queste linee di sovranità e autorità femminili sono per Buttarelli rintracciabili in concrete esperienze di vita o di scrittura, a cui il libro dedica un capitolo: la badessa del XII secolo Ildegarda di Bingen, che fa del discernimento l’accesso a una razionalità che è la vera regalità; o Elisabetta I d’Inghilterra, che si proclama Vergine a significare il suo essere svincolata da qualsiasi soggezione; o anche Elisabetta del Palatinato, che in un carteggio con Cartesio sulle passioni dell’anima lo richiama alla concretezza dell’esperienza e della vita; o Anna Maria Ortese e la sua cosmologia politica, le Preziose e Carla Lonzi.
È con loro, per Buttarelli, che si possono trovare varchi di comprensione di una differente e praticata esperienza di sovranità, come è in esperienze contemporanee – come quella delle operaie tessili di Brescia tra anni ’80 e ’90 che in un delicato frangente di crisi rendono la relazione nel lavoro e il valore della cura e della qualità un’opzione praticabile di organizzazione – che il governo femminile mostra la sua autorità. Il libro di Annarosa Buttarelli è ricco e complesso, non privo di tensioni interne, che certamente stimola approfondimenti, richiede discussione, provoca obiezioni (il relazionale è solo ed eminentemente femminile? Non è la finzione individualista una trappola senza genere, per così dire?). È però anche un libro profetico, quando propone il progetto di un’alleanza tra donne e uomini per ripensare la sovranità e organizzare diversamente la nostra convivenza, ascoltando le leggi della vita e della relazione. Che sia giunto il tempo di farsi guidare dall’autorità femminile e dal suo governo?
(Il Sole 24 ore, domenica 1° dicembre 2013)
Annarosa Buttarelli, Sovrane. L’autorità femminile al governo, Il Saggiatore, Milano, pagg. 238, € 18
Irene Kung
Fondazione Forma per la Fotografia, Milano
La foresta dell’anima. Tra i primi scatti del suo progetto si trovano gli ulivi ritratti in tutta la loro potenza e maestosita’, presenze uniche che si impongono alla nostra visione quasi all’improvviso, stagliandosi su uno sfondo completamente nero.
“Ho derubato i boschi – I fiduciosi boschi –
Gli innocenti alberi mostravano i loro ricci e i loro muschi
per compiacere la mia fantasia”
Emily Dickinson
Irene Kung possiede un pregio raro: il suo sguardo riesce ad entrare in una relazione empatica con il soggetto fotografato qualunque esso sia. Siamo abituati a conoscerla per le sue città caratterizzate da atmosfere oniriche e misteriose, ma in occasione della mostra di Forma Galleria sarà possibile conoscere un altro aspetto della sua poetica… Il rapporto con la natura e in modo particolare con gli alberi.
Tra i primi scatti del suo progetto si trovano gli ulivi ritratti in tutta la loro potenza e maestosità, presenze uniche che si impongono alla nostra visione quasi all’improvviso, stagliandosi su uno sfondo completamente nero. Osservando questi primi esperimenti è immediato il collegamento con le fotografie degli edifici che l’hanno resa famosa, ma il suo sguardo non si è fermato, ma a continuato ad evolversi. Gli alberi, ancora i protagonisti assoluti, sono ora in balia del vento, accarezzati dalla neve, i loro colori hanno potuto conquistare l’atmosfera circostante e hanno preso il posto del nero assoluto.
In mostra la straordinaria possibilità di vedere alcuni scatti inediti che ritraggono le ultime tappe del viaggio di Irene Kung attraverso La foresta dell’anima.
Irene Kung – Nata a Berna nel 1958, prima di stabilirsi in Italia ha vissuto e lavorato a Madrid e New York come graphic designer, pittrice e fotografa.
Inaugurazione giovedì 28 novembre alle 18.30
Forma Galleria
Piazza Tito Lucrezio Caro, 1 Milano
Orari: martedì a venerdì dalle 10 – 19; sabato dalle 12 – 18
Ingresso libero
dal 28/11/2013 al 8/2/2014
Jana Sterbak
Galleria Raffaella Cortese, Milano
Dai disegni degli anni ’80 alle sculture dell’ultimo decennio. La metafora della condizione umana, soggetto indagato da Sterbak fin dai primi anni ’90, rappresenta il fil rouge della mostra, con un focus sulla difficolta’ di movimento impedito da strutture create dall’artista stessa.
La galleria Raffaella Cortese è orgogliosa di ospitare, negli spazi di Via Stradella 1 e 7, la terza personale di Jana Stebark, artista ceca naturalizzata canadese, nota fin dagli anni ’70 e ’80 per le sue performance ispirate alle tematiche del potere e della sessualità. La sua produzione è caratterizzata da una grande sperimentazione e spazia dalla performance alle installazioni, dalla scultura al video e alla fotografia.
A seguito della partecipazione di Jana Sterbak alla mostra Les Papesses ad Avignone, nella prestigiosa sede dei Palazzo dei Papi e della Fondazione Lambert, saranno esposti a Milano una selezione di lavori che coprono un ampio lasso temporale, dai disegni degli anni ’80 alle sculture dell’ultimo decennio. La metafora della condizione umana, soggetto indagato da Jana fin dai primi anni ’90, sarà il fil rouge della mostra, con un focus in particolare sulla difficoltà di movimento impedito da strutture create dall’artista stessa.
In mostra lavori celebri come Uniform (1991) e Proto-condition: Cage for sound (1994), sculture utilizzate come gabbie per immobilizzare il corpo e renderne faticoso il movimento. Altre opere suggeriscono un ipotetico utilizzo reso vano dai materiali usati per la loro realizzazione, come Spire Spine (1983), una colonna vertebrale di scorta in bronzo e Corona (2007), una corona di foglie di alloro bagnate nell’argento. Chemise de Nuit, invece, si presenta come un’insolita camicia da notte femminile a cui sono stati applicati dei peli sul petto che sottolineano l’interesse dell’artista per le tematiche legate al Gender.
Jana Sterbak (Praga, 1955) vive e lavora a Montreal, Canada. Negli ultimi vent’anni i suoi lavori sono stati esposti nei più importanti musei del mondo: la National Gallery of Canada ad Ottawa (NGC) (2012, 2008), il Centre Pompidou a Paris (2010-09), il Musée d’art contemporain de Montréal (2012, 2011), la 50° Bienniale di Venezia (2003), e il Museum of Modern Art di New York (1992).
Nel 1995-1996 la mostra Velleitas è stata ospitata dal Musée d’art moderne di Saint-Etienne, da Fundació Antoni Tapies di Barcelona e dalla Serpentine Gallery, Londra. La personale Jana Sterbak: States of Being, organizzata da NGC, ha viaggiato nel Nord- America tra 1991 e 1992. Jana Sterbak ha ricevuto premi prestigiosi quali il Governor General’s Award in Visual and Media Arts in 2012 e il Prix Antoine Guichard, in Francia nel 1994.
Inaugurazione alla presenza dell’artista Giovedì 28 novembre dalle 19 alle 21
Galleria Raffaella Cortese
Via Stradella 1 e 7, Milano
Orario: da martedì a sabato 10-13 e 15-19.30
Ingresso libero
dal 5/12/2013 al 2/3/2014
Palazzo Morando – Costume, moda, immagine, Milano
Un nuovo ritratto dipinto da Marion Pik
Un nuovo ritratto dipinto da Marion Pike. In mostra ritratti di Coco Chanel, dipinti negli anni Sessanta dall’artista americana Marion Pike, assieme ad altre opere di Pike raffiguranti Parigi. Completano la rassegna, a cura di Amy de la Haye, docente del London College of Fashion, abiti e accessori che la stilista francese regalo’ a Marion e alla figlia di lei Jeffie Pike Durham, nonche’ lettere che documentano la straordinaria intesa creativa ed emotiva delle due artiste.
L’Avanguardia russa, la Siberia e l’Oriente.
Kandinsky, Malevič, Filonov, Gončarova.
27 settembre 2013-19 gennaio 2014
Organizzazione: Fondazione Palazzo Strozzi
A cura di: John E. Bowlt, Nicoletta Misler, Evgenija Petrova
La mostra, attraverso la scoperta dei capolavori delle collezioni russe dell’Avanguardia, presenta una ricchissima esposizione di opere mai viste in Italia unendo spiritualità e antropologia, filosofia e sciamanesimo in un viaggio iniziatico verso una nuova frontiera artistica.
Una straordinaria rassegna internazionale che attraverso le opere dei grandi artisti del primo ’900 conduce il visitatore a percorrere un viaggio straordinario, in una terra di frontiera ai confini del mondo, tra ghiacci e deserti sterminati. L’arte russa infatti ha potuto attingere più di ogni altra a un Oriente dalle molteplici sfaccettature che si estende geograficamente dalle steppe dell’Asia all’India, dalla Cina al Giappone.
L’esposizione sviluppa attraverso 130 opere (79 dipinti, acquerelli e disegni; 15 sculture e 36 tra oggetti del repertorio etnoantropologico e incisioni popolari) suddivise in 11 sezioni, la complessa relazione fra l’arte russa e l’Oriente, attraverso pittori famosissimi come Wassily Kandinsky, Kazimir Malevič, Natal’ja Gončarova, Michail Larionov, Léon Bakst, Alexandre Benois, Pavel Filonov, che influenzarono lo sviluppo dell’arte moderna ormai un secolo fa. Artisti profondamente consapevoli dell’importanza dell’Oriente, che contribuirono a un ricco dibattito culturale che lasciò un segno profondo e permanente sulle teorie estetiche del tempo come sulle opere realizzate in quel periodo.
Una rassegna che mette in relazione gli esponenti principali dell’Avanguardia russa con altri artisti dell’epoca, altrettanto significativi benché forse meno noti, come Nikolai Kalmakov, Sergej Konenkov e Vasilij Vatagin, la maggior parte delle cui opere sono esposte in Occidente per la prima volta.
di Antonietta Lelario, Laura Colombo e Sara Gandini
C’è la mamma col gonnellone (questa è Sara) e quella con il tailleurino, c’è quello in giacca e cravatta e il sessantottino col codino. C’è la mamma sudamericana che fortunatamente quest’anno non lavora di sabato e può organizzare il laboratorio per cuocere i biscotti, e il papà professore, che si arrabbia perché la locandina per il mercatino di Natale non ha una grafica accattivante. C’è la mamma con il figlio dislessico, che non si accontenta che diano dei compiti più facili ma pretende che a scuola ci sia una biblioteca con libri adatti. E poi la “commissione disabilità”, creata dai genitori ma che pretende interlocutori attenti anche tra i professori. È stato pure inventato l’Aperilibro: aperitivo e libro per un’offerta. I soldi andranno spesi per comprare le lavagne multimediali (ogni classe ne ha una), i pc, lezioni extra per fare i compiti per chi ne ha bisogno.
I genitori ci sono a scuola e sono molto vivaci. Vogliono esserci e portare idee e progetti.
Sono cambiate molte cose negli ultimi trenta, quarant’anni. Ieri le insegnanti cercavano in tutti i modi di coinvolgere i genitori. Oggi madri e padri chiedono di partecipare e spesso è l’istituzione che si ritira, bloccata da regolamenti, programmi, tempistiche. Questo cambiamento già in atto si è visto bene nel laboratorio Pedagogia della differenza di Paestum 2013, il convegno femminista Libera: ergo sum. Nel laboratorio, pensato da donne e uomini, circolava intelligenza e passione. Mamme, ricercatrici, insegnanti e chi lavora nella formazione ci siamo messe e messi in gioco, noi con la nostra libertà, con le differenti soggettività e parzialità.
Da una voce maschile – Alessio – è arrivato l’invito a far proprie le pratiche del femminismo e “scardinare l’istituzione dentro di sé”. Agiamo fuori dalle strettoie delle regole, dei voti e dei tempi imposti dei programmi, dice un professore. “Se io non ci credo, posso darmi l’autorità di insegnare tenendo presenti le domande di senso che sono alla base dei saperi, senza inseguire tassonomie, posso non farmi ingabbiare dalle rigidità burocratiche.” Un bell’esempio maschile di tenere insieme lotta al potere e assunzione di autorità, imparando dal sapere delle maestre, sapientemente narrato nel dvd L’amore che non scordo. E così, forse proprio perché l’esperienza politica che è stata fatta a scuola e all’università è forte, nel laboratorio Pedagogia della differenza di Paestum 2013 abbiamo potuto superare quella fastidiosa impressione di cominciare sempre daccapo.
Qual è il campo di battaglia? Lo disegna una mamma, insoddisfatta del comportamento della maestra di sua figlia, che si chiede se non sia possibile “obbligare le maestre ad agire tenendo presente la differenza”, e altre che mostrano l’esigenza di andare oltre gli stereotipi. Cercare soluzioni imposte dall’alto? Non è questa la strada.
L’unica strada è scommettere sulla soggettività e sulle relazioni: una pratica che ci mette in gioco profondamente e produce cambiamenti radicali. E così interviene una mamma – Laura – che invita a “non essere schematici perfino nella lotta agli stereotipi, perché i bambini e le bambine attraversano tante fasi di crescita e di ricerca per capire chi vogliono essere e questo loro percorso va seguito con cautela e attenzione senza preconcetti su principesse e cavalieri”. Non si tratta quindi di negare gli stereotipi, ma di affrontare i nodi della crescita in modo meno semplicistico, interrogandosi sul filo che corre tra lo stereotipo e la ricerca che bambine e bambini hanno la necessità di fare, in quanto esseri sessuati che si muovono in un mondo profondamente mutato dalla libertà femminile. La trasformazione è così grande che, se da una parte una bambina di cinque anni ha già consapevolezza del valore della propria differenza, dall’altra un insegnante sottolinea che “oggi sono i ragazzi ad aver più bisogno della differenza maschile, sono loro ad aver bisogno di sapere chi sono”.
I temi si rincorrono, il tempo è poco e sono tante le cose da dire in ogni intervento, ma l’attenzione all’uso (sessuato) della lingua emerge continuamente. Molte mostrano una rabbia crescente verso un uso della lingua che rende visibile una strategia di potere. Perché si usa tranquillamente “segretaria”, “cameriera”, “infermiera” ma non “ingegnera”, “notaia”, “primaria”? Il riconoscimento sociale dei ruoli influenza il nostro linguaggio, tentando di riassorbire la domanda femminile di cambiamento. Per questo non basta “ribadire che l’uso sessuato della lingua è una questione di correttezza”, ha insistito Marirì, perché è fondamentale l’assunzione della propria autorità che plasma la società in cui viviamo. Infatti a Paestum circola la consapevolezza che il linguaggio si modifica con noi, perché grazie al linguaggio passa il simbolico, cioè il senso che diamo al nostro muoverci nel mondo.
L’abbandono della lente catastrofista, nonostante le difficoltà oggettive che la scuola italiana attraversa, ci ha consentito di uscire dalla logica del lamento. Le politiche degli ultimi anni sono riuscite a smorzare l’entusiasmo di molti insegnanti, ma Pia ci ha ricordato che se, come è evidente, tutti continuano a parlarne è perché a scuola si gioca una partita importante per la società intera.
di Ernesto Rossi
Sono passati pochi giorni dalla Giornata Mondiale dei Diritti dell’infanzia. Il Comune ha rischiato di ripetere l’impresa di Moioli-Decorato: lei a celebrarla coi discorsi, lui con lo sgombero di Rubattino. Occasione persa. Ma lo sgombero rimane: in via Brunetti e via Montefeltro si prepara quello di circa 1.500 rom romeni, metà bambini, che si sono lasciati “accumulare”… anzi, vi si è contribuito con tutti gli altri sgomberi diffusi sul territorio milanese di piccoli gruppi che venivano ad aggiungersi qui, non avendo dove rifugiarsi. Così ora si procede, con un unico intervento spettacolare. Una ripulitura generale della città, perché si presenti al meglio in vista dell’EXPO 2015.
Ma dove andranno, visto che i posti in emergenza che sono stati predisposti (via Barzaghi, via Lombroso, via Novara) non sembrano superare le duecento unità? E perché, proprio adesso che arriva il gelo di Attila, mettere per la strada centinaia di persone senza riparo, e di bambini?
È “l’Europa che ce lo chiede”? Non pare. A Natale del 2011 venne a Palazzo Marino il signor Schokkenbroek, inviato appositamente dal Consiglio d’Europa. Incontrò a porte chiuse il sindaco e gli assessori Granelli e Majorino: neppure un comunicato stampa, per una visita così importante, ma la materia era… delicata: si chiedeva al Comune di Milano di cessare gli sgomberi o comunque di adeguarli alle prescrizioni dell’UE: preavviso, assistenza, destinazione alternativa garantita.
Sono anni che si parla di prevenzione. Per la salute, ma vale anche nel sociale. Costa meno, evita sofferenze. Serve a tutelare i diritti fondamentali delle persone. Boh.
Insomma, per tutte queste ragioni (!) lunedì mattina si sgombera. Manteniamo le tradizioni.
Sono nomadi? e noi li aiutiamo.
Caritas su sgombero rom
CARITAS: «Lo sgombero è una sconfitta per tutti». Luciano Gualzetti, vicedirettore della Caritas ambrosiana, commenta così su Incrocinews.it la maxioperazione nei due campi rom attigui al quartiere Musocco-Certosa, a nord della città. «Si era proposto alla Prefettura di soprassedere allo sgombero, di non procedere – sottolinea Gualzetti – perché non provocava altro che la dispersione sul territorio delle persone. Però non siamo stati ascoltati. Adesso non è possibile trovare una soluzione immediata».
«Si libera certamente un quartiere esasperato da questa presenza, e non gli si può dare torto – afferma Gualzetti -. Il punto è non arrivare lì: perché se c’è un centro con oltre 600 persone vuol dire che si è costruito nel tempo. Questi problemi sono grandi, di difficile gestione e soluzione, nessuno ha la bacchetta magica e quindi vanno gestiti quotidianamente, senza lasciarli andare fino ad assumere dimensioni di questo tipo, perché poi diventano ingestibili se non con interventi di rottura come questi». Gualzetti offre il contributo della Caritas per affrontare l’emergenza: «Massima disponibilità a collaborare, però con questo stile di partecipazione e di accompagnamento che deve essere quotidiano, che prevede tempi lunghi, che non può sopportare queste accelerazioni che poi rischiano di far tornare indietro o di esasperare le situazioni che sono di difficile gestione. L’esperienza che abbiamo fatto in questi anni ci ha insegnato molto». In concreto la Caritas, attraverso la Cooperativa Farsi prossimo gestisce il centro di accoglienza temporanea (60-120 giorni) in via Lombroso dove ci sono 60 posti liberi. Ma pur aggiungendo quelli messi a disposizione dal Comune in via Barzaghi, tuttavia non sono sufficienti ad accogliere tutti. «Siamo sempre stati disponibili a dialogare, e a partecipare alla costruzione di soluzioni. Lo sgombero di oggi è una sconfitta per tutti – conclude Gualzetti -. Speriamo che ci insegni a collaborare di più, mantenendo e incrementando i tavoli di confronto su queste vicende».
e da UPRE Roma (http://www.upreroma.it/index.php/chisiamo)
Via Montefeltro-Brunetti: un altro sgombero di massa alla vigilia dell’inverno.
Danni certi, soluzioni incerte nonostante le grandi somme investite
Oggi 25 novembre è stato sgomberato il “fortino” di via Montefeltro-Brunetti occupato da circa 700 rom rumeni, risultato della fallimentare chiusura del campo regolare di via Triboniano e degli ultimi sgomberi di questa amministrazione. 240 persone hanno accettato la proposta del Comune di essere accolti nei centri di accoglienza, per gli altri – oltre 400 tra uomini donne e soprattutto bambini – c’è solo la ricerca di un altro ricovero di fortuna in attesa del prossimo sgombero.
Tutto si è svolto con ordine, quindi cosa c’è che non va?
Prima di tutto si rendono più gravi situazioni già difficili vista l’arrivo dell’emergenza freddo. Come ogni anno tutte le associazioni laiche, religiose, di rom hanno chiesto una moratoria di queste operazioni per l’inverno, perché le condizioni di queste comunità non diventino tragiche. Ma invano.
In secondo luogo è necessario riflettere sulla scelta di un meccanismo che è destinato a non portare risultati nonostante il costo elevato – sono previsti 4 milioni di euro in due anni – perché, ribadiamo, gli sgomberi senza soluzioni alternative non hanno risolto il problema con De Corato e non lo risolvono ora. I rom degli insediamenti spontanei sono più di 2000, i posti nei centri di accoglienza sono 120 in via Barzaghi e 148 nel nuovo centro di via Lombroso. In questi centri si può stare fino a 200 giorni durante i quali dovrebbero nelle intenzioni dell’amministrazione, essere avviati percorsi di inserimento abitativo, lavorativo e scolastico. Ma trascorsi i 200 giorni quelli di via Barzaghi vanno in via Novara (centro per rifugiati) per lasciare posto ai nuovi sgomberati in attesa che scadano i termini per quelli di via Lombroso, che a loro volta lasceranno il posto ad altri sgomberati in un carosello di gente che gira dal campo a un centro poi a un altro centro per tornare alla fine del giro al campo e magari ricominciare tutto da capo perché nonostante i numeri esigui non ci sono risultati per quanto riguarda casa e lavoro. Di fatto, oltre alla generale difficoltà per la crisi, se non si ha un lavoro certo (95% la percentuale di disoccupazione tra i rom) non si trova una casa e se non si ha una casa, cioè una residenza, non si trova lavoro.
Un altro carosello infernale che non si può alleviare con l’assistenza temporanea offerta, senza dimenticare il peso determinante che gioca la discriminazione e il pregiudizio nei confronti dei rom che li esclude a priori dal ricevere offerte di lavoro.
Ci vogliono quindi politiche diverse, strumenti diversi, sui quali convogliare le risorse disponibili ed è questo l’invito che la Consulta Rom e Sinti di Milano rivolge con urgenza all’amministrazione della nostra città.
di Alessandra Pigliaru
La solidarietà appartiene all’orizzonte molto scivoloso della bontà. Ecco perché l’idea della solidarietà non piace a tutti, proprio perché quel che vi si annida è il doppio volto di una bontà che spesso non ha niente di autentico bensì di funzionale ad altri e ben più prosaici scopi. Eppure la benevolenza, letteralmente volere il bene (proprio e altrui), non segnala solo la retorica dei buoni sentimenti dove ci vogliamo tutti e tutte un gran bene e desideriamo esclusivamente il meglio per il nostro prossimo (tutto d’un fiato così, senza virgole). Nella benevolenza che si nasconde dietro la solidarietà c’è solidus, l’intero che, espunto dal suo significato giurisprudenziale di obbligo, oggi – in questi giorni – si declina nella forza. Dunque non nella solidità di una compagine che non viene scalfita da niente ma nella forza – che dice un movimento del corpo e un tragitto simbolico fondamentale. Questo perché la solidarietà di questi giorni in Sardegna sta prendendo corpo, nel vero senso del termine. Anzi, lo ha già preso quel corpo, per mano, negli occhi e nelle intenzioni piene, di donne e uomini che hanno saputo dire un grande sì. È un sì che non riguarda le gerarchie, i ruoli e le parate da convenevoli istituzionali. È un sì che fa arretrare l’asfissia dell’oppressione, tentando di attraversare la distanza e la separazione dagli altri corpi che non ce l’hanno fatta e che si sono perduti in questi giorni dolorosi. Nell’acqua, nel fango e nell’incuria di politiche scellerate. È un sì che non ama le ribalte, ha una storia antica e non c’entra niente con l’orgoglio e neppure con gli angeli, lo vorrei sottolineare. Non c’è stato neppure il bisogno di discuterlo quel sì perché appunto è stato intero. E quando le cose sono intere c’è poco da obiettare. L’insieme è accaduto solo dopo, quando quel sì è stato della medesima forza per ciascuna e ciascuno. E forte, non come una popolazione o una cittadinanza ma come quei corpi che, sardi o no, toccano la catastrofe e la risignificano. Come è successo, seppure in condizioni e in proporzioni del tutto diverse, all’Aquila e in tutti quei territori maltrattati da uno sfruttamento ormai senza freni. Del tutto senza freni. Ma questo rilievo della colpa ora mi interessa meno. Mi interessa invece raccontare quello che ho visto, tutti quei sì che mi hanno fatto pensare alla cosiddetta solidarietà che può diventare, a ben guardare, una pratica politica di forza plurale, corpi e desideri insieme. Invece di solidarietà la si può chiamare vicinanza, rende meglio l’idea di quel che è successo. L’esperienza che vi racconto è sicuramente simile a molte altre che in queste ore si stanno sviluppando qui ma siccome è nata a Sassari, città in cui vivo, la posso condividere. Si tratta del desiderio di alcune donne e alcuni uomini, tutt* tra i trenta e i quarant’anni, che attraverso un passaparola hanno stabilito di mettersi a lavorare per sfidare un disastro come quello che si è consumato lunedì in diverse zone dell’isola. E hanno trovato un luogo che accogliesse ciò che poteva occorrere a chi ha perso tutto, o quasi. Certo che c’è una ferita grande e incolmabile che segna una linea definitiva nella perdita: chi è scomparso nessuno potrà restituirlo. Nell’esperienza che vorrei condividere, non c’è neppure chi pretende di gestire una circostanza tremenda come questa per lavarsi la coscienza. Nessuna organizzazione prestabilita, nessun partito. Tante delle cose lette in questi giorni mi hanno fatto arrivare alla conclusione che forse le situazioni-limite consentono almeno di capire chi fa sul serio e chi fa finta. Non c’è tempo per le mediazioni, emerge tutto – anche qui – per intero. E certo, è paradossale che avvenga in un momento in cui si contano i resti. All’ex questura di Sassari, oggi denominata exQ da quando qualche anno fa è stata occupata ed è diventata centro di scambio sociale e di arte, si sono così ritrovate e ritrovati i ragazzi e le ragazze di cui vi raccontavo prima. Fanno parte di un’età di difficile sistemazione. C’è chi la chiamerebbe giovane generazione eppure non sono più così tanto giovani. Pensiamoci. Comunque, Elisa, Marco, Maria Vittoria, Eleonora, Antonella, Peppe, Silvia hanno saputo creare una rete incredibile. Anzi, del tutto credibile giacché sono state centinaia gli uomini e le donne arrivate all’exQ, che gentilmente ha fornito gli spazi, per aiutare a smistare gli enormi carichi che via via arrivavano e arrivano. Dagli abiti ai passeggini, giochi per la prima infanzia, materassi, prodotti per l’igiene ma anche tute da lavoro e coperte, piumoni, stivali di gomma, pale, secchi, medicinali da banco, cibo per animali; tutto ciò insieme alle tante altre cose che nello specifico si decidono in base alle esigenze comunicate dai vari paesi colpiti dall’alluvione. Si sono spartiti i compiti, chi monitorava il magazzino, chi piegava e selezionava con cura ciò che andava riposto nelle scatole, chi teneva i contatti per i vari carichi e scarichi, chi dava il via per le catene di gente che dall’ingresso ai piani restava lì anche per ore a passare pacchi, buste e casse d’acqua, chi gestiva poi la pagina facebook creata per coordinarsi con quelli che da fuori leggevano e rispondevano. Aggiornata ogni mezz’ora quella pagina ha avuto presto migliaia di contatti. Segnano le esigenze che si fanno sempre più specifiche cercando di capire come fare, dove andare e soprattutto quando muoversi. Ogni sera riunione e report per dare dettagli a chi ha fornito e fornisce la propria collaborazione. Molti furgoni si sono mossi da Sassari verso le zone colpite dall’alluvione, aziende e privati hanno messo a disposizione i propri mezzi e il proprio tempo. E molte, davvero molte persone si susseguono anche in queste ore per aiutare nello smistamento ma anche nei rapporti con i vari centri (in tal senso penso al lavoro di Marilina, per esempio). L’emergenza, mi dico, c’entra relativamente. Unioni significative e confronti critici come quelli che si sono creati in questi giorni non lasciano spazio a dubbi: come quando sono stata all’Aquila poco tempo fa e le pratiche delle donne di TerreMutate mi sono arrivate così forti e giuste. Non erano i buoni sentimenti ma quella distanza che si accorcia tra ciò che sono i corpi e quel che è: qualcosa di autentico, veritiero. Mentre pensavo a questo legame, le ragazze e i ragazzi erano sempre lì a chiarirmi una volta per tutte come quel sì tutto intero li stava facendo diventare una piccola comunità desiderante che si stringeva e disegnava nuovi scenari di partecipazione politica. Perché questa è già politica ed è quella che fa sul serio, mi sono detta. Non c’è posto per la finzione né per i giochi del potere. Va ascoltata e tenuta da conto altrettanto seriamente. Il patto che si sceglie di stabilire in queste circostanze non ha un fine utilitaristico, è piuttosto uno scambio di credibilità e desiderio che passa per le parole e per i pensieri. Un patto di fedeltà che ciascuna e ciascuno sa per sé e dunque può riconoscere nell’altro. Molte parole sono state condivise in questi giorni, una di queste l’ha usata Elisa: famiglia. Una famiglia che si sceglie. La seconda parola l’ha usata Eleonora: azione. Scrive che i fatti conquistano più delle parole che facilmente incantano. Vorrei rispondere a Elisa e a Eleonora che ciò che hanno messo in circolo tutte e tutti in questi giorni mi è arrivato come un gesto di grande forza e fierezza. La famiglia che si è potuta scegliere è in fondo l’altro nome di una comunità più grande. Ci si sente responsabili di quella comunità nel momento in cui le si riconoscono i desideri e i corpi che la abitano. E i fatti non conquistano più o meno delle parole. La conquista vera è sapersi in una relazione che tiene salde e saldi, nonostante tutto, e che riconnota la paralisi. Questo lo si è già pensato, dunque messo in parole e in azioni. Parole che raccontano non dell’identità ma della differenza che una comunità che si governa da sé mette in essere. Con tutte le vulnerabilità che il presente ricorda e alle quali si risponde con una vicinanza e una forza che si riconoscono nelle altezze rare di chi fa del proprio desiderio un’impresa di amore. Perché questa, appunto, è una pratica che dall’interezza di sé ti guarda dritta negli occhi. Non c’è un’agenda programmatica, né obblighi o malintesi da rappresentanza, né favori da mantenere. E perciò ha tutta la mia attenzione. Esattamente come mi è stata restituita: intera, forte. E profondamente grata.
Anche nell’ambito della violenza sulle donne stiamo assistendo ad un importante cambio di tendenza: dal mettere in scena soltanto lei, vedendola quasi esclusivamente come vittima, si inizia a volgere lo sguardo sul versante maschile. Gli interventi infatti non si concentrano più solo sulle donne, ma sono nati percorsi di “trattamento” per maltrattanti, sex offender, per coloro che esercitano la violenza in tutte le sue forme. Inoltre il diffondersi capillare delle teorie femministe e il lavoro di riflessione di gruppi di uomini porta l’attenzione sul fatto che le donne non sono vittime da proteggere, soggetti deboli a cui imporre un percorso di uscita dalla violenza, ma sono al contrario donne che hanno desideri e strategie da tenere in considerazione anche nel lavoro di uscita dalla situazione violenta. Ma per risolvere il problema è necessario chiamare in causa anche l’uomo con il retaggio della cultura patriarcale che si porta dietro, il suo concetto di mascolinità, oltre che a intervenire naturalmente sulla sua storia più propriamente personale. Questa in sostanza la tesi del libro Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento (a cura di Alessandra Bozzoli, Maria Merelli, Maria Grazia Ruggerini, Eidesse ed., 2013) che mi trova e d’accordo, ma aggiungerei una considerazione che dirò più avanti.
La prima parte del libro presenta una panoramica delle azioni contro la violenza e degli organi preposti a questo in Italia e all’estero. I capitoli successivi riportano riflessioni di donne e uomini sulla necessità di intervenire sugli autori della violenza per frenare il fenomeno e per attuare un cambiamento perché la violenza delle donne è un problema degli uomini.
Ma come vengono visti nel libro questi uomini violenti? Non mostri o immigrati anche se spesso le campagne di comunicazione tendono a farli vedere proprio così, come si sostiene nel capitolo di Cristina Oddone Invisibili e muti. Gli uomini e la comunicazione sulla violenza maschile contro le donne. Il considerarli come fossero un fenomeno isolato, lontano dalla normalità, significa relegare il problema a casi specifici o convincersi che gli interessati siano stranieri. La violenza è invece un problema che riguarda tutti ma proprio tutti gli uomini, perché trae origine dalla loro cultura millenaria. Questo fatto viene sottolineato a più riprese anche nelle approfondite riflessioni da parte alcuni altri autori nei capitoli successivi, autori che sono per lo più uomini impegnati in un lavoro di riflessione su di sé e di messa in discussione di tante strutture patriarcali che governano le loro, le nostre vite.
Viene dato inoltre particolare rilievo al fatto di non trattare la violenza sulle donne soltanto come una patologia individuale. È una questione più estesa, come accennavo, che affonda le sue radici nella cultura patriarcale, in un determinato modo di concepire la mascolinità, nel sistema di valori patriarcali i quali hanno come conseguenza, tra le altre cose, carenze nel riconoscimento delle emozioni, la scarsa capacità di mettersi nei panni dell’Altra/Altro, la difficoltà di gestire conflitti e di mettersi in gioco in una relazione con una donna. Poi ci sono naturalmente anche le cause individuali, il libro non lo nega anzi, ma le vede inserite appunto in un più ampio contesto sociale. Ho trovato molto stimolante il capitolo di Chantal Podio, L’invidia maschile e la sua violenza, nel quale c’è un’accurata riflessione sugli elementi profondi che sono alla base della misoginia, misoginia che può in certi casi sfociare in violenza, come la paura del femminile, la paura della forza delle donne, l’invidia per un corpo che può generare.
Mi sento di sostenere questo testo perché mette in discussione tanti schemi e preconcetti patriarcali, un tempo dominanti e oggi traballanti. La cosa che condivido, inoltre, è il fatto che non ci sia una criminalizzazione dei responsabili che vengono considerati soggetti deboli, in tanti casi vittime a loro volta di violenza. Nel libro si sostiene l’importanza di una punizione ma anche di un percorso di messa in discussione dei pilastri della loro cultura millenaria. Sono sicuramente d’accordo, ma quello che aggiungerei è che una seria riprovazione sociale avrebbe l’effetto di trattenere una parte di loro prima che accada il peggio senza dover ricorrere alla prigione.
di Ida Dominijanni
Ci sono talvolta danni simbolici incalcolabili provocati da operazioni animate magari dalle migliori intenzioni. E’ precisamente questo il caso della gigantesca operazione politica e mediatica allestita negli ultimi mesi sul cosiddetto femminicidio, e arrivata alla sua apoteosi nei giorni scorsi con la celebrazione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Al netto della ripetitività della ricorrenza, per molti versi uguale a se stessa ogni 25 novembre che dio manda al mondo, tiriamo le somme delle novità intervenute quest’anno dopo l’operazione suddetta, come fa e chiede di fare Angela Azzaro su www.glialtrionline.it.
Abbiamo in primo luogo una nuova legge, fatta per decreto governativo, che pur contenendo alcune norme parziali utili, secondo i centri antiviolenza, a contrastare il massacro quotidiano delle donne, tratta un problema sociale e culturale come un problema di ordine pubblico, riduce le donne a soggetti deboli sotto tutela dello Stato e della giurisdizione, ed è riuscita – un inedito assoluto – a usare il corpo femminile per normare questioni che col corpo femminile non c’entrano nulla, tipo il conflitto sulla Tav.
Abbiamo in secondo luogo un’iconografia pubblica, diffusa con gran dispendio di mezzi dalla televisione pubblica e privata nonché dalla pubblicità istituzionale del governo, che raffigura volti e corpi di donne pestati, smostrati, devastati. Per giunta in una involontaria ma evidente contrapposizione con i volti ben truccati e i corpi ben vestiti di altre donne che su vari palcoscenici, teatrali e televisivi, nazionali e internazionali, combattono meritoriamente contro il femminicidio in nome e per conto delle prime, sovente riempiendole di ottimi consigli: ribellati, denuncialo, liberati eccetera eccetera. Le immagini non mentono: lo spostamento dell’obiettivo dal corpo della vittima al corpo del carnefice che invochiamo da anni non c’è stato. Sotto i riflettori – e in fondo in fondo sotto accusa – c’è sempre il corpo femminile, mai quello maschile.
Pochissimi anni fa, in un recente passato ancora presente, sotto i primi colpi del sexgate berlusconiano eravamo all’improvviso diventate tutte veline e escort: il variegato mondo dell’informazione si produsse in questo giudizio sommario, o per accusare il berlusconismo (”tutte manipolate”) o per assolverlo (”tutte libere di valorizzare il proprio capitale di bellezza”). Adesso siamo diventate tutte vittime, ma di uomini senza faccia e senza parola. Poco più tardi, sotto i secondi colpi del sexgate, lo stesso variegato mondo dell’informazione, talvolta con le firme femminili in prima linea, si produsse invece nell’esercizio di dividerci in donne perbene (mogli e madri della patria) e donne permale (veline e escort di cui sopra). Adesso ci ritroviamo divise fra donne disgraziate e donne fortunate. Un bel vantaggio, non c’è che dire.
Non l’unico tuttavia: ce n’è un altro, ancora più tondo. Questo dispendio di immagini di donne massacrate e sfigurate vorrebbe fare leva, si presume, su un risveglio della coscienza maschile e sul richiamo degli uomini violenti a una qualche legge morale. Qualcuno però spieghi ai maghi della pubblicità e della comunicazione che la violenza ha spesso moventi inconsci, e che l’inconscio non risponde ai richiami morali: talvolta vuole solo godere, e di cose indicibili. Quell’insistenza sui volti e sui corpi femminili sfigurati e vittimizzati potrebbe non stimolare affatto una resipiscenza della coscienza maschile, ma l’inconscio godimento sadico che muove la violenza, la alimenta e se ne alimenta. L’anno prossimo, per favore, obiettivo sugli uomini: volti non mostruosi né sfigurati, ma normali, normalissimi.
di Annamaria Rivera
Ora che il femicidio (1) e il femminicidio hanno guadagnato l’attenzione dei media e delle istituzioni, il rischio è che, costituendo un tema in voga, la violenza di genere sia usata per vendere, fare notizia, sollecitare il voyeurismo del pubblico maschile. Un secondo rischio, già ben visibile, è che la denuncia e l’analisi siano assorbite, quindi depotenziate e banalizzate, da un discorso pubblico – mediatico, istituzionale, ma anche ad opera di “esperti/e” –, costellato di cliché, stereotipi, luoghi comuni, più o meno grossolani. Proviamo a smontarne alcuni, adesso che, spentisi i riflettori sulla Giornata internazionale contro la violenza di genere, anche la logorrea si è un po’ smorzata.
Anzitutto: la violenza di genere non è un rigurgito dell’arcaico o un’anomalia della modernità. Sebbene erediti credenze, pregiudizi, strutture, mitologie proprie di sistemi patriarcali, è un fenomeno intrinseco al nostro tempo e al nostro ordine sociale ed economico. E comunque è del tutto trasversale, presente com’è in paesi detti avanzati e in altri detti arretrati, fra classi sociali le più disparate, in ambienti colti e incolti.
Del tutto infondato è il dogma secondo il quale la modernità occidentale sarebbe caratterizzata da un progresso assoluto e indiscutibile nelle relazioni tra i generi, mentre a essere immersi/e nelle tenebre del patriarcato sarebbero gli altri/le altre. Per riferire dati ben noti, nell’ultimo rapporto (2013) sul Gender Gap del World Economic Forum, su 136 paesi di tutti i continenti, le Filippine figurano al 5° posto su scala mondiale per parità tra i generi (dopo Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia), mentre l’Italia è solo al 71°, dopo la Cina e la Romania e in controtendenza rispetto alla maggior parte dei paesi europei.
Eppure non sempre c’è un rapporto inversamente proporzionale tra la conquista della parità di genere e la violenza sessista. Esemplare è il caso della Svezia (ma anche, in diversa misura, della Danimarca, Finlandia, Norvegia). Questo paese, da sempre in prima linea nel garantire la parità fra i generi, tanto da occupare, come si è detto, il 4° posto su 136 paesi, registra un numero crescente di stupri: negli ultimi vent’anni si sono quadruplicati, al punto da interessare una donna svedese su quattro. Ciò dipende non solo dal fatto che il numero di denunce sia aumentato rapidamente quale effetto di una crescente consapevolezza femminile, ma anche da un reale incremento dei casi.
Ancora a proposito dell’Europa e volendo fare un riferimento ormai storico, si può ricordare che un paese come la Jugoslavia, il quale all’epoca si distingueva per un livello alto di emancipazione femminile, di sicuro più elevato che nell’Italia di allora, ha conosciuto nel corso della guerra civile l’orrore degli stupri etnici. Il pene usato come arma per colpire i nemici attraverso i corpi femminili mostra, fra l’altro, la continuità tra l’odio e la violenza “etnici” e la violazione delle donne, finalizzata al loro annientamento: lo stupro nasconde sempre un desiderio o una volontà di colpire l’identità e l’integrità della persona-donna.
Ci sono ragioni varie e complesse che possono spiegare come mai in società “avanzate”, avanzi pure il numero di stupri e femicidi. Per citarne una: non tutti gli uomini sono in grado o disposti ad accettare i cambiamenti che investono i ruoli e la condizione femminile, che anzi spesso sono vissuti come minaccia alla propria virilità o al proprio “diritto” al possesso se non al dominio. La narrazione della virilità è divenuta oggi meno credibile che in passato. E molti uomini appaiono spaventati dalle rappresentazioni e dalle immagini dell’intraprendenza, anche sessuale, delle donne (più che dalla realtà di una loro autonomia effettiva, almeno in Italia, dove è alquanto debole). Questa inadeguatezza della società (maschile) si riflette anche nelle prassi delle istituzioni rispetto alla violenza di genere, spesso tardive e/o inadeguate. Per esempio, in molti casi che hanno come esito il femicidio, le vittime avevano denunciato più volte i loro persecutori.
Tutto questo per dire che il sadismo, la volontà di reificare e/o annientare le donne e gli altri sono all’opera dentro le nostre stesse società, in forme più o meno latenti, finché certe condizioni non ne rendono possibili le manifestazioni palesi. Il sistema di dominazione e appropriazione delle donne (per usare il concetto-chiave della sociologa femminista Colette Guillaumin) tende a colpire – con lo stupro o il femicidio – non solo le estranee o quelle che, come in Jugoslavia, sono state alterizzate e nemicizzate, ma anche le donne con le quali s’intrattengono relazioni d’intimità o prossimità. Basta dire che, su scala globale, il 40% delle donne uccise lo sono state da un uomo a loro vicino. E, per riferirci ancora all’Europa, secondo le Nazioni Unite la metà delle donne assassinate tra il 2008 e il 2010 lo sono state da persone cui erano legate da qualche relazione stretta (per gli uomini lo stesso dato scende al 15%).
Per tutto ciò che abbiamo detto finora, conviene diffidare degli schemi evoluzionisti e dei facili ottimismi progressisti: il pregiudizio, la dominazione e/o la discriminazione in base al genere – come quelli in base alla “razza”, alla classe, all’orientamento sessuale – non sono necessariamente residuo arcaico del passato, segno di arretratezza o di modernità incompiuta, destinato a dissolversi presto. Sono piuttosto tratti che appartengono intrinsecamente e strutturalmente anche alla tarda modernità; o forse dovremmo precisare alla modernità decadente. Per dirla nei termini delle curatrici de “Il lato oscuro degli uomini”, un libro prezioso, appena pubblicato nella collana “sessismoerazzismo” dell’Ediesse, la violenza maschile contro le donne è sia “prodotto dell’ordine patriarcale”, sia “frutto delle moderne trasformazioni delle relazioni fra donne e uomini” (p. 33).
Secondo un altro luogo comune corrente, per contrastare e superare la violenza di genere sarebbe sufficiente un cambiamento culturale, tale da archiviare finalmente i residui della cultura patriarcale e di tradizioni retrive. Una pia illusione: la Svezia può dirsi forse un paese dominato da cultura patriarcale? Insomma, se è vero che la violenza di genere è un fenomeno strutturale, come si ammette, essa è incardinata in dimensioni molteplici. Per dirla in modo succinto, il dominio maschile ha una matrice culturale e simbolica, certamente, ma anche assai materiale. Se ci limitiamo al caso italiano, il neoliberismo, la crisi del Welfare State, l’esaltazione del modello del libero mercato, le privatizzazioni, poi la crisi economica e le politiche di austerità hanno significato per le donne arretramento in molti campi. E arretramento significa perdita di autonomia, dunque incertezza di sé, maggiore subalternità e vulnerabilità.
Certo, in Italia, un contributo rilevante alla reificazione-mercificazione dei corpi femminili lo ha dato la televisione, in particolare quella berlusconiana. Per lo più volgare, sessista, razzista, è stata ed è elemento cruciale dell’offensiva contro le donne e le loro pretese di uguaglianza, autonomia, liberazione. Essa ha finito per condizionare non solo il linguaggio dei politici, sempre più apertamente sessista, ma la stessa struttura del potere politico e delle istituzioni. Per non dire dell’uso dei corpi femminili come tangenti: merci di scambio di un sistema di corruzione ampio e profondo a tal punto da essere divenuto sistema di governo. Ed è innegabile che oggi in Italia vi sia una notevole complicità della società, delle istituzioni, dell’opinione pubblica, perfino di una parte della popolazione femminile rispetto a un tale immaginario e a un simile utilizzo dei corpi femminili.
E allora non c’è niente da fare? Tutt’altro. Ma la questione va declinata anzitutto in termini politici. A salvarci non sarà il recente provvedimento – tipica misura da larghe intese – che affronta il tema della violenza maschile in termini tutti emergenziali (e accanto a misure repressive contro il “terrorismo” dei NoTav, i furti di rame e cose simili). E neppure possiamo illuderci che l’attenzione riservata a questo tema dalle istituzioni e dai media mainstream rappresenti un avanzamento certo e irreversibile. Né compete principalmente alle donne la cura (ancora una volta!) del “lato oscuro degli uomini”. A noi tutte spetta, invece, contribuire a ricostruire una soggettività collettiva libera, combattiva, consapevole della propria autonomia e determinazione. E tale da sabotare l’esercizio del dominio maschile, su qualunque scala e in qualunque ambito si manifesti.
(MicroMega, 27 novembre 2013)
Nota: Con femicidio si intendono tutte le uccisioni di donne avvenute per motivi di genere, quindi a prescindere dallo stato o meno di mogli. L’utilizzo di un termine specifico per identificare l’evento dell’uccisione della donna serve anche per distinguere tale esito estremo da quelli che rientrano nella generale categoria di femminicidio e che coincidono con ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico e/o psicologico (definizione tratta dalla ricerca sui femicidi in Italia 2011, Casa delle donne per non subire violenza).
di Luciano Moia
Non basteranno le leggi, non basteranno le “giornate contro”, non basteranno convegni e riflessioni, non basteranno le tante parole ascoltate in questi giorni a debellare l’odiosa tragedia del femminicidio.
Giusto, certo, alzare la guardia e diffondere dati, conoscenze e consapevolezza su un sommerso impressionante, troppo spesso avvolto dal silenzio pesante del familismo peggiore. Ma se noi uomini, noi padri per primi non ci convinceremo dell’urgenza di inaugurare una nuova stagione educativa contrassegnata da esempi inequivocabili di rispetto e di attenzione verso il mondo femminile, non riusciremo mai a estirpare questo virus malefico. Serve cioè una svolta radicale per sgomberare il campo da un certo clima di omissioni, di silenzi, di indifferenza.
Di fronte a un sistema che, attraverso i media, la pubblicità, la tv e ogni altro genere di spettacolo vomita a getto continuo immagini ammiccanti e volgari del corpo femminile, ci vogliono dosi robuste di pazienza, gesti contrassegnati dall’umiltà e una carica inesauribile di energia. La pazienza serve per non stancarci di spiegare ai nostri figli maschi – soprattutto se adolescenti – che è segno di maturità e di equilibrio rifiutare il ciarpame machista alimentato anche di piccoli soprusi e di dispotismi apparentemente innocui.
E che sono i piccoli gesti di rispetto e di tenerezza a costruire un’identità maschile che, se vuol essere davvero controcorrente e alternativa, dev’essere modellata sulla dimensione della reciprocità e della condivisione. L’umiltà è poi indispensabile per rivedere i nostri comportamenti, spesso inconsapevoli, ma talvolta viziati da distrazioni banali, omissioni più o meno gravi nei confronti di mogli, fidanzate, amiche, figlie, colleghe, ma anche di tante altre donne a cui talvolta ci siano rivolti con parole e atteggiamenti sbagliati.
E ancora l’umiltà serve – e ce ne vuole tanta – per riconoscere la disparità del nostro impegno sul fronte domestico. Le statistiche non lasciano spazio al dubbio. Noi maschi italiani siamo agli ultimi posti in Europa per il tempo dedicato all’educazione dei figli e alle faccende di casa. Le nostre partner, tra ufficio e lavoro domestico, accumulano in media 4, 5 ore di lavoro quotidiano in più. Un primato di cui dovremmo vergognarci. Anche perché i figli guardano e giudicano.
Nella migliore delle ipotesi prendono le distanze. Nel peggiore si adeguano. Ma se è vero, come è vero, che si educa soprattutto attraverso gli esempi, è indispensabile recuperare terreno e credibilità anche rimboccandoci le maniche. Il dovere e la bellezza della parità dei ruoli si proclama sul campo, affiancando la nostra lei in tutte le incombenze, non teorizzando buone intenzioni sprofondati nella poltrona del salotto. Il virus dell’intolleranza verso le donne e gli stereotipi sulla presunta inferiorità femminile, combustile silente e pernicioso di tanti gesti di violenza, si combatte con la virtù dei fatti, non con la demagogia delle parole.
E infine la carica di energia. A quella dobbiamo ricorrere per non spegnere mai il fuoco dell’indignazione. Indispensabile per reagire con fermezza e per bollare come ingiusti e insopportabili agli occhi dei nostri figli i tanti episodi di stalking, di violenza e gli altri reati obbrobriosi contro le donne che trovano spazio nei titoli dei tg e nelle pagine dei giornali. Perché solo il protagonismo convinto di noi uomini e di noi padri sul fronte educativo servirà a costruire un futuro di autentica e condivisa parità.
(Avvenire, 26 novembre 2013)