di Valentina

[…]

Il Time (settimanale statunitense) ogni anno dal 1927 nomina la PERSONA dell’ANNO, per l’appunto.

Fino al 1935 le nomine erano state solo maschili, tanto che la dicitura iniziale era “Uomo dell’anno”, poi modificata.

Eccimancherebbe.

 

Nel ’36 è apparsa la prima donna. Da lì a catena un susseguirsi di nomine femminili a cascata e…..ma va là.

In un totale di 86 anni e 86 nomine, ahimè, le donne che ho contato sono tre.

Eccezion fatta per l’anno 1975, in cui sono state nominate genericamente le “American Women” ….che son tante, certo, però ecco, non è proprio la stessa cosa….ci siamo capite.

di Valentina

Quest’anno c’era una donna in lizza.

Edith Windsor. Ci speravano in molti, in molte. Ci speravamo, in molte, in molti.

http://poy.time.com/2013/12/11/runner-up-edith-windsor-the-unlikely-activist/

Ma oggi, in copertina, la Storia ha vinto, la linea di successione non è interrotta ed è stato nominato Papa Francesco; massimo rispetto per carità, ma credo che le onorificenze e gli onori non gli manchino né mancheranno di certo.

Edith è rotolata al terzo posto.

Sarà per un’altra volta, cara.

O per un altro mondo.

 

di Giusi Fasano

Riuscirebbe a non avere un minuto di tempo libero anche se i giorni avessero il doppio delle ore. Riunioni politiche e tecniche, continui spostamenti aerei, convegni, interviste in tivù, incontri con mille associazioni, finanziamenti da chiedere, progetti da mettere in piedi e porte alle quali bussare nei palazzi della politica romana. Giusi Nicolini da maggio 2012 è la sindaca di Linosa e, soprattutto, di Lampedusa, fazzoletto di terra in mezzo al mare, approdo di speranza per migliaia di migranti. Isola dei sogni per chi fugge da guerre, fame e persecuzioni. Ma anche isola della vergogna come in questi giorni, dopo il video trasmesso dal tg2 sui migranti in coda, nudi, per la disinfezione antiscabbia nel Centro di accoglienza, un trattamento medico fatto con il compressore, come se le persone fossero macchine all’autolavaggio. “Immagini inguardabili” taglia corto la sindaca. “E sia chiaro che il problema qui non è Lampedusa ma il Centro. E quello che non funziona nel Centro è molto spesso frutto di una politica dissennata, immorale, sbagliata, assurda. E’ la politica che non sa decidere quello che sarebbe giusto fare e che la legge prevede: fare in modo che a Lampedusa i disperati in arrivo ci restino per un massimo di 72 ore. Perché un Centro di primo soccorso e accoglienza non può essere un posto dove le persone si fermano per due, tre o più mesi”. Roma, quindi. Il ministero dell’Interno, la prefettura di Agrigento… “Noi come Comune non possiamo assolutamente decidere nulla che abbia a che fare con il Centro. Io non posso nemmeno metterci piede se non chiedo l’autorizzazione alla prefettura. Hanno voce in capitolo soltanto i gestori. Ora: quello che si vede nel video è senz’altro una inutile umiliazione per gli immigrati e un grave errore di chi ha deciso di agire in quel modo. Ma ogni volta che riesco ad andare lì dentro vedo che il problema dei problemi è sempre uno solo: il sovraffollamento. E chi, dove e quando trasferire è un’indicazione che arriva dalla prefettura, quindi dal Ministero”. Ma Lampedusa, malgrado le bufere sulla gestione del Centro, resta il luogo dei desideri per chi è disposto a rischiare la vita pur di guadagnarsi una chance per il futuro. L’isola dalle porte aperte. “E così sarà sempre” assicura Giusi Nicolini.

Sindaca, che cosa le fa venire in mente la parola “accoglienza”?
Vista da Lampedusa accoglienza è soprattutto salvezza. Per noi dell’isola ha, per forza di cose, un’accezione più forte di quella generica. Non significa soltanto offrire calore a chi arriva, spesso significa salvare la vita a chi ha lasciato tutto dietro di sé. A volte ci chiede aiuto gente che non ha più addosso nemmeno il vestito con il quale si è messa in viaggio… La parola accoglienza evoca immagini di bambini spauriti, magari senza più i genitori, di persone che hanno bisogno di un pezzo di pane, di soccorritori che non si stancano mai. Credo che nessuno possa pensarci come un posto inospitale. Lampedusa è allenata ad accogliere chiunque, a cominciare dai migranti, certamente. Io sono convinta che non soltanto noi lampedusani ma tutti in Italia possiamo essere capaci di accoglienza. Per migliorare il soccorso a terra ed evitare sovraffollamento nel Centro di accoglienza si dovrebbero ridurre drasticamente i tempi di permanenza.

Mani tese verso i migranti. I lampedusani sono con lei?
Sulla questione dell’accoglienza e del soccorso in mare i lampedusani, tutti, hanno sempre fatto il loro dovere fino in fondo. Qui si vive di pesca e non c’è un solo pescatore che non aiuterebbe un uomo in mare in difficoltà. Ripeto: l’hanno sempre fatto e sempre lo faranno e, al di là dell’aiuto in mare, gli isolani corrono per dare una mano o un pezzo di pane quando ce n’è bisogno. Ma certo sono anche stanchi di essere sempre davanti all’emergenza. Se non è un barcone in arrivo è l’acqua che manca o sono le fogne che scoppiano… I miei cittadini, sia a Lampedusa che a Linosa, reclamano semplicemente più attenzione. e non soltanto sulla questione degli immigrati. Vorrebbero quantomeno lo stesso livello di interesse riservato ai cittadini italiani della terraferma. è una richiesta più che legittima.

Ottobre 2013 è stato il mese delle stragi. Centinaia di uomini, donne e bambini annegati a un passo dalla salvezza. Che cosa non potrà mai dimenticare di quei giorni?
Non c’è proprio niente che posso scartare dalla memoria. Nemmeno un dettaglio. Ma quando ci penso la prima parola che mi viene in mente è “orrore”. tutti quei corpi senza vita in fila, i bambini… dobbiamo fare in modo che non venga considerato mai più normale che si possa morire così, dobbiamo isolare chi dipinge gli sbarchi come un’invasione e l’accoglienza come un problema. e abbiamo il dovere di ricordare quello che è successo, per questo è giusta la proposta che il 3 ottobre diventi una data simbolica, che ogni anno quello sia, istituzionalmente, il giorno della memoria.

Cosa sogna la sua comunità per il 2014?
Il sogno di Lampedusa è che queste persone in fuga dai loro Paesi possano arrivare libere, che il Mediterraneo diventi un mare di scambi e di pace. Niente più morti e sofferenza. La politica può e deve fare più di quanto abbia fatto finora. Per incominciare, per esempio, i migranti dovrebbero poter chiedere il diritto d’asilo nelle ambasciate dei Paesi in transito: una cosa facile e veloce da fare che renderebbe minima la permanenza in Italia di chi arriva da noi e però, come tanti, è diretto verso il nord Europa. Le parole chiave per aiutare i migranti e noi stessi sono: conoscere, capire e accogliere. Lampedusa ci sta provando. La mia gente sa che fa moltissimo pur essendo l’isola così piccola e i mezzi così pochi. I lampedusani hanno bisogno di una sola cosa e cioè di non essere mai più lasciati soli. dobbiamo giocarla tutti assieme questa partita, se vogliamo vincerla.

di Alessandra Pigliaru

Scaffale. «Non si può insegnare tutto» di Luisa Muraro, a cura di Riccardo Fanciullacci. Un volumetto che in quattro conversazioni ripercorre il pensiero filosofico e politico dell’autrice

Nella com­plessa let­tura che il pre­sente richiede, il nuovo libro di Luisa Muraro ha un passo riso­luto e allo stesso tempo spiaz­zante. Si inti­tola Non si può inse­gnare tutto (Edi­zione La Scuola, pp. 127, euro 9,50) ed è un pic­colo volu­metto com­po­sto da quat­tro belle con­ver­sa­zioni curate con finezza da Ric­cardo Fan­ciul­lacci, già cura­tore della nuova edi­zione di Tre lezioni sulla dif­fe­renza ses­suale e altri scritti (Ortho­tes). Attra­verso un dia­logo che con­sente agio e rifles­sione, ven­gono riper­corsi alcuni pas­saggi fon­da­men­tali del suo pen­siero e della sua espe­rienza poli­tica. La forma scelta lascia aperta la pos­si­bi­lità di toc­care il movi­mento di ciò che Muraro stessa defi­ni­sce «il labo­ra­to­rio segreto della mente». Sem­bra quasi di poterne visi­tare il peri­me­tro, un andi­ri­vieni che lavo­re­rebbe a sua e a nostra insa­puta per farsi più nitido. Costruendo una tes­si­tura di pen­siero pen­sante sotto il segno costante della radi­ca­lità, la filo­sofa sistema una car­to­gra­fia ener­gica e a tratti emo­zio­nante di reso­conti e aned­doti pri­vati che vanno a pun­tel­lare una sto­ria più grande, quella che ad un certo punto fa irru­zione nella vita di tutte e tutti. Se gli imma­gi­nari posti in cir­colo dal Ses­san­totto in poi non pos­sono essere liqui­dati con bilanci fret­to­losi, è pur vero che resti­tuirne la por­tata attra­verso la pre­senza dei volti incon­trati garan­ti­sce almeno il desi­de­rio di pen­sare alla pre­zio­sità di «gio­vani che si erano messi il mondo nel cuore».

Le espe­rienze di que­gli anni e la rot­tura del fem­mi­ni­smo si decli­nano così in pas­saggi deci­sivi che Muraro ordina come sco­perta di sé e di una pro­messa che la moder­nità non ha saputo man­te­nere con le donne. Il passo al di là da parte del fem­mi­ni­smo o, più  sem­pli­ce­mente, a lato di quella moder­nità che si decise di squa­der­nare defi­ni­ti­va­mente, ha signi­fi­cato uscire dalla scena per man­canza di cor­ri­spon­denza piena. Ma in quest’oggi così poco cre­di­bile cosa ci viene resti­tuito dell’esplorazione di quell’altrove? L’irridere ad un pen­siero di seconda mano ha rac­con­tato che in luogo dell’ideologia le donne hanno pre­fe­rito, per esem­pio, espe­rire un’eccedenza: la libertà fem­mi­nile. Una libertà che deve sapersi misu­rare con il pre­sente e che in qual­che modo sa di sé. La dis­se­mi­na­zione delle pra­ti­che fem­mi­ni­ste non signi­fica che la scom­messa della dif­fe­renza ses­suale ita­liana sia un capi­tolo chiuso o che non la si possa far inter­lo­quire con altre pra­ti­che. Tutt’altro. La poli­tica delle donne che da quarant’anni sot­trae ter­reno al potere e al tor­na­conto, in que­sta sua man­canza di siste­ma­ti­cità resta una risorsa fon­da­men­tale di ulte­riori e pos­si­bili aper­ture, per donne e uomini.

Nello sfondo vivace che Muraro trat­teg­gia, si muo­vono così pen­sieri e rac­conti che hanno ani­mato la sto­ria del secondo Nove­cento ma anche l’avvicinamento alla filo­so­fia che le ha per­messo il rico­no­sci­mento del gesto filo­so­fico come intrin­se­ca­mente rivo­lu­zio­na­rio. Il sug­ge­ri­mento le arriva da Gustavo Bon­ta­dini, ma è lei stessa che se ne fa signora quando per esem­pio avvia la Scuola libera di filo­so­fia all’Università di Verona e quando nella sua ricerca sce­glie di affi­darsi ad una phi­lo­so­phia extra phi­lo­so­phiam in cui spic­cano i grandi testi del pen­siero fem­mi­nile – nar­ra­zioni che scar­di­nano gli stec­cati acca­de­mici e ren­dono il corpo a un sapere spesso algido. In que­sto senso, la lezione dell’antiautoritarismo di Elvio Fachi­nelli si intrec­cia nelle pagine di Muraro con un metodo di inse­gna­mento che possa dirsi già poli­tico nel rigore del desi­de­rio reci­proco dello scam­bio in pre­senza. Degli incon­tri nume­rosi, alcuni sono illu­mi­nati di una spe­ciale signi­fi­ca­zione. Per esem­pio il con­fronto con Luce Iri­ga­ray. E quelli che forse con­tano più di tutti: basti pen­sare a Lia Ciga­rini, con la pra­tica dell’autocoscienza prima e la fon­da­zione della Libre­ria delle donne di Milano così come della comu­nità di Diotima.

Sta di fatto che il libro non ha certo l’ardire di dare rispo­ste ulti­ma­tive ma assume l’incedere di una scrit­tura incal­zante e al con­tempo desi­de­rosa di con­fronto. A farsi spa­zio è in fondo la con­di­vi­sione di un per­corso che possa indi­care un orien­ta­mento pos­si­bile. Un grano di senape che non rac­conta la para­bola del futuro una volta per tutte ma, nella sua irri­du­ci­bi­lità a qual­cosa che lo possa dimi­nuire, dice l’esistenza di qual­cosa che può tra­sfor­marsi. O tra­fig­gere l’ingranaggio del potere. Dipende da quale uso se ne fa.

Il desi­de­rio poli­tico che sot­tende l’architettura di Non si può inse­gnare tutto si depo­sita in effetti in diverse occor­renze. Ce n’è tut­ta­via una in par­ti­co­lare che salda quel «filo di feli­cità» alla «dici­bi­lità del vero» e che è di note­vole inte­resse. Su entrambi gli argo­menti la filo­sofa è tor­nata più volte ma, nel momento di sban­da­mento in cui versa il pre­sente, si impone ad un’attenzione più accu­rata. Sì, per­ché di que­sta feli­cità forse dovrebbe impor­tarci un po’ di più, soprat­tutto se signi­fica il legame genea­lo­gico con qual­cosa di inin­ter­rotto che ci riguarda, donne e uomini. Somi­glia a quella domanda che Cri­stina Campo scri­veva nell’ultima let­tera a Mita «Chi ci inse­gnerà la disci­plina della gioia?». A rispon­derle, sep­pur ideal­mente, potrebbe essere pro­prio la stessa Cla­rice Lispec­tor citata da Muraro, quando dice che «la tra­iet­to­ria siamo noi». Ecco in che modo si com­batte anche per la dici­bi­lità del vero. Nell’insufficienza del mondo non si inau­gura solo un gesto filo­so­fico, lo si capi­sce bene, ma un reale dotato di una con­tin­genza effi­cace, cor­po­rea e sim­bo­lica in que­sti anni anche di alcune espe­rienze maschili, e di una cru­cia­lità che, appunto, non si può inse­gnare ma si deve invece spe­ri­men­tare e rac­con­tare. Sulla soglia di una sto­ria che non rico­no­sce la per­si­stenza della geron­to­cra­zia, per esem­pio, e che pur tut­ta­via non ha vel­leità ento­mo­lo­ghe intorno alle gio­vani gene­ra­zioni, si potrebbe resti­tuire a que­ste quat­tro decise con­ver­sa­zioni il senso di un augu­rio. Che l’avventura più alta e rischiosa, per dirla con Carla Lonzi, siamo noi.

 

di Gian Arturo Ferrari

Conoscevo da bambino una maestra amica di mia nonna, anche lei maestra. Alta e segaligna, spesso abbigliata con un turbante, quest’amica era figlia di un professore già allievo all’Università di Bologna di Giosuè Carducci. In omaggio al quale aveva composto versi in cui inneggiava al senso panico della natura e agli amori delle lepri sulle colline dell’Appennino emiliano. Intitolandoli, sulle orme delle Odi barbare del maestro (ma con scarsa fantasia), Echi barbari. Sicuramente non ignaro, ma altrettanto sicuramente incurante, delle implicazioni, in un empito di classicismo il professore aveva battezzato la figlia Saffo. In effetti poi «la Saffo», come veniva chiamata, non si maritò mai, né le si conoscevano amori di sorta. Cosa non così rara nei tempi passati, quando capitava di incontrare persone, almeno all’apparenza, asessuate. In ogni caso il professore ebbe fortuna a vivere alla fine dell’Ottocento anziché ai tempi nostri, dato che oggi l’uso disinvolto del nome della poetessa di Lesbo l’avrebbe fatto incorrere in aspre censure. Infatti «l’aggettivo “saffico”… richiama atmosfere lascive e seducenti, adatte a stuzzicare anche il lettore maschio». Così almeno dettano le «Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone Lgbt» promulgate, è il caso di dirlo, dall’Unar, Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali, con il patrocinio (ahimè!) del Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio. Anziché il condannato «saffica/o», le Linee guida raccomandano l’uso di «lesbica/o» (non ignorando, ma considerando a quanto pare ininfluente che rimandino entrambi allo stesso soggetto, cioè la summenzionata Saffo). Ma soprattutto invitano perentoriamente ad adottare il termine «ellegibiti» (Lgbt) che sta per lesbica, gay, bisessuale, transgender. E anzi lamentano, con l’irritazione riservata agli scolari testoni, che molti si arrestino davanti all’ermeticità dell’acronimo Lgbt, con il pretesto che non sanno che cosa voglia dire. Mentre sanno benissimo ” dicono le Linee guida ” che cosa voglia dire Ocse. (Il che, ci sia consentito, è tutto da vedere…). I destinatari delle Linee guida, i bisognosi cioè di essere guidati, sono i giornalisti, vil razza dannata di pigri, imprecisi e confusionari nella migliore, di finti equanimi, di seguaci di falsi esperti, di spregiatori delle associazioni e delle comunità nella peggiore delle ipotesi. Occorre una raddrizzata. Ed è precisamente questo che le Linee guida si propongono di dare. Con il corredo, sulle orme dell’Agenzia Stefani e delle istruzioni diramate nei bei tempi ai giornali, di disposizioni particolareggiate e specifiche. Anche sull’uso delle immagini: quali mettere e quali no, cari giornalisti. Basta esibizionismi e ostentazioni da Gay pride. E attenzione! soprattutto rispetto per «la lavoratrice del sesso trans», ineffabile espressione in cui alcune figure rese familiari dalla cronaca si stagliano su uno sfondo di campi e di officine. E ovunque un mare di fogli, un grande sventolio di codici deontologici, raccomandazioni del Consiglio d’Europa, strategie nazionali, agenzie per i diritti fondamentali, carte, risoluzioni e sentenze di ogni genere. Non che tutto sia da buttare. L’invito alla precisione terminologica, ad esempio, è da seguire e le spiegazioni sono chiare e puntuali. Ma il tono didattico, insofferente, accusatorio non è sopportabile. Molto grande è il debito che tutti abbiamo nei confronti degli omosessuali, donne e uomini. Siamo tutti vissuti e volenti o nolenti abbiamo tutti avuto parte in un mondo che nei loro confronti ha esercitato una violenza intollerabile, esplicita e implicita, materiale e morale. Con cinismo, con cattiveria. Un mondo crudele. Tanto più crudele a casa nostra, in Italia, sotto il peso dei miti mediterranei della virilità aggressiva e della femminilità arresa. Ma quel mondo è finito, si è dissolto con una stupefacente rapidità. Nell’arco di una generazione si è passati dai risolini dietro le spalle a rapporti sereni, rispettosi, cordialmente rispettosi delle scelte di ognuno. Il che non salda il debito antico. Non è la rapidità del cambiamento a poter costituire una sorta di indulgenza generale. Ma non è l’editto delle Linee guida il modo di pagare quel debito. Non con questo grottesco capovolgimento delle parti per cui i perseguitati di ieri si trasformano non tanto nei persecutori, quanto nei bacchettoni di oggi. C’è nel nostro inconscio nazionale un istinto inquisitorio profondo, un piacere segreto nell’identificarsi con le figure della tradizionale oppressione autoritaria. Che tutti, a parole, diciamo di esecrare: il poliziotto, il professore, il prete. Nelle Linee guida c’è il tono minaccioso del questurino, la matita blu che si avventa sugli strafalcioni, la minuta casistica del confessionale. È triste che gli eredi, i reduci e i beneficiari di un grande movimento di liberazione si ritrovino così inaspriti, così a loro volta  incattiviti. Come se in una delle pochissime vere incarnazioni di un reale progresso non ci fosse alcuna gioia. Ma solo rancore.

(Corriere della Sera – 18 dicembre 2013)

Redazione di Noi donne

Giuliana Dal Pozzo, giornalista sempre dalla parte delle donne, direttora storica di Noi Donne e fondatrice del Telefono Rosa, è morta a Roma all’età di 91 anni il 15 dicembre 2013. Nata a Siena nella contrada dell’Oca, ha lavorato nelle redazioni dell’Unità e di Paese Sera e ha diretto Noi Donne dal 1954 al 1961 e poi, dopo Miriam Mafai, dal 1970 al 1981. L’allora organo ufficiale dell’Unione Donne Italiane divenne con lei una rivista attenta al costume e che, superando l’ufficialità, anticipava i temi del femminismo ancora sotterraneo. Per oltre un ventennio, nella rubrica di posta delle lettrici, “Parliamone insieme”, Giuliana Dal Pozzo affrontò le questioni del divorzio, dell’aborto e degli anticoncezionali in un’epoca in cui era addirittura reato parlare di quella che veniva definita con una circonlocuzione
“interruzione della maternità”. Nel 1969 una inchiesta sul “maschio di sinistra” rompeva un altro tabù, mettendo in luce le ipocrisie della parte progressista. Nel 1988, quando ancora di femminicidio non si parlava granché, ideò il Telefono Rosa, un’associazione di volontarie per le donne vittime della violenza tra le pareti domestiche e sui luoghi di lavoro.
Sull’argomento pubblicò anche un libro, Così fragile, così violento (Editori Riuniti) in cui la violenza maschile veniva raccontata dalle donne.
Premio Saint-Vincent per il giornalismo, è stata anche autrice dell’enciclopedia ‘La donna nella storia d’Italia’, di vari saggi, di un romanzo, ‘Ilia di notte’, scritto con Elisabetta Pandimiglio (Editrice Datanews), e del diario a Maestra. Una lezione lunga un secolo(Memori). Nel 2007 il presidente Napolitano l’aveva nominata Grande Ufficiale della Repubblica.
I funerali si sono svolti a Roma, nella chiesa Mater Dei, in via della Cammilluccia 120, martedì 17 alle ore 10.30.

(noidonne.org, 16 Dicembre 2013)

di Maria Luisa Agnese

Potrebbe capitare, in un prossimo futuro, che prima di entrare al cinema sperando di goderci un bel film, dovremo controllare, oltre alle critiche e alle stellette, anche il bollino rosa, quello che garantisce che la pellicola sia femminilmente corretta. Che cioè abbia passato un test molto in voga già oggi in Svezia, basato su tre parametri: che ci siano almeno due donne fra i protagonisti, che le due parlino tra loro, e possibilmente non solo di uomini. E’ verissimo che sono pochi i ruoli esaltanti per le donne al cinema, a Hollywood come in Europa o in India, e che le eroine e le donne carismatiche scarseggiano, che le belle parti per le donne, specialmente dopo i famosi anta, si fanno più che desiderare, mentre gli stereotipi abbondano. Lo sappiamo bene e ci auguriamo copioni e testi adeguati che rispecchino la situazione reale, e complessa, della donna oggi. Ma siamo sicuri che la strada maestra per ottenerli sia un bollino rosa che rispetti quelle tre regolette: discutibilmente necessarie ma certamente non sufficienti a garantire contenuti non discriminatori. Se infatti andiamo a fare il giochino di chi passa e chi no, scopriamo che un po’ casualmente son promossi Blue Jasmin, Bling Ring e Iron Lady, mentre non si salverebbero neppure per il rotto della cuffia Pretty Woman, Gravity, Pulp Fiction e Truman Show. E una volta appurato che, a causa delle tre regolette svedesi, ci saremmo perse capolavori come Harry ti presento Sally, non avremmo per questo deciso quale film abbia contribuito di più alla causa della parità femminile. Senza contare che poi, se avessimo rispettato quell’ultima regola che vuole calmierare le chiacchiere fra donne, ci saremmo private di tutta la saga post moderna di Sex and the City, serie con prevalenza di femmine protagoniste che, guarda caso, come da sempre è accaduto nel mondo, dai ginecei agli harem, parlano parecchio, tra loro, proprio di uomini. Siamo sicuri che saremo davvero più libere e più realizzate quando non parleremo più di loro? O tutto ciò non rischia di innescare, nel mondo femminile, l’ennesimo boomerang per troppa correttezza? Tanto più che quando si tratta di arte è perlopiù vietato tarpare le ali alla fantasia .

(Corriere della Sera – 15 dicembre 2013)


DAL SITO DI EINAUDI 

Il tradizionale discorso di accettazione del Premio Nobel per la Letteratura si è tenuto, quest’anno, sabato 7 dicembre. Alice Munro non è salita sul palco dell’Accademia di Svezia, ma ha deciso di intervenire con una splendida intervista, che potrete leggere nella traduzione di Susanna Basso.


Una conversazione con Alice Munro 

Ho cominciato a interessarmi alla lettura molto presto, quando qualcuno mi lesse una storia di Hans Christian Andersen: La Sirenetta; ora, non so se la ricorda, La Sirenetta, ma è una storia tristissima. La sirenetta si innamora di un principe, ma non lo può sposare, essendo una sirena. Guardi, è davvero triste, le risparmio i dettagli. In ogni caso, appena la storia finì, io corsi fuori e mi misi a girare intorno alla casa di mattoni dove abitavamo allora, e mi inventai una fiaba a lieto fine, perché mi pareva che glielo si dovesse, alla sirenetta, e chissà come non mi passò per la mente che la diversa storia che avevo creato era solo per me, non avrebbe mai circolato, ma a me pareva comunque di aver fatto del mio meglio, ero convinta che da allora in poi la sirenetta avrebbe sposato il principe, che sarebbero vissuti per sempre felici e contenti, e che lei se lo meritasse, dal momento che aveva fatto delle cose tremende perchè il principe potesse rientrare in possesso delle sue facoltà ed evitare turbamenti. Si era dovuta trasformare fisicamente, procurarsi arti come quelli delle persone normali, mettersi a camminare, ma ogni passo le costava atroci sofferenze. Ecco che cosa era stata disposta a fare per conquistare il principe. Perciò mi pareva che meritasse di più che una morte in acqua. E non mi preoccupavo del fatto che il resto del mondo non conoscesse mai la versione nuova, perché dopo averla pensata mi sembrava che esistesse comunque. Ecco. Ho cominciato presto a scrivere, come vede.

E, ci dica, quando ha imparato a raccontare storie, a scriverle?
Inventavo storie in continuazione. Andavo a piedi a scuola, ed era lontano, e di solito durante il tragitto inventavo una storia. Sempre più spesso, crescendo, le mie storie parlavano di me che ne ero l’eroina in situazioni diverse; non mi importava che non venissero subito pubblicate, anzi, non so neppure se al tempo avessi in mente che altri le dovessero conoscere o leggere. Il punto era il racconto in sé, di solito molto appagante dal mio punto di vista, animato dall’idea di fondo della sirenetta, e cioè che lei era temeraria, intelligente, capace in senso lato di costruire un mondo migliore con la sua sola presenza, in quanto dotata di poteri magici e cose simili.

Era importante il fatto che la vicenda sarebbe stata narrata da una prospettiva femminile?
Non ho mai pensato che fosse importante, ma d’altra parte non ho mai pensato a me stessa se non come a una donna, e di buone storie che parlavano donne e bambine ce n’erano parecchie. Con l’arrivo dell’adolescenza l’equilibrio si sbilancia a favore della collaborazione da offrire all’uomo per aiutarlo a realizzare i suoi traguardi e così via, ma da bambina non mi sentivo affatto inferiore in quanto femmina. Forse perché abitavo in una zona dell’Ontario dove a leggere e raccontare storie erano soprattutto le donne, mentre gli uomini erano impegnati a fare le cose importanti e non si occupavano di sicuro delle storie. Perciò mi sentivo piuttosto a mio agio.

In che modo l’ambiente l’ha ispirata?
Sa, non credo di averne avuto bisogno. Ritenevo le storie essenziali per il mondo e volevo contribuire con qualcuna di mia, era questo che desideravo fare e la cosa non aveva niente a che vedere con gli altri, non era necessario che lo dicessi a nessuno. È stato solo molto più tardi che mi sono resa conto di quanto sarebbe stato bello se anche uno solo di quei racconti avesse raggiunto un pubblico più vasto.

Che cosa è importante per lei in una storia?
Beh, all’inizio naturalmente la cosa importante era il lieto fine, non tolleravo che una storia finisse male, almeno non per le mie eroine. Poi ho cominciato a leggere libri come Cime tempestose, che finivano malissimo, e a quel punto ho cambiato radicalmente idea e mi sono appassionata al tragico.

Che cosa c’è di interessante nella descrizione della vita della provincia canadese?
Basta viverci per saperlo. Sono dell’avviso che qualsiasi vita e qualsiasi posto possano essere interessanti. E poi non credo che sarei stata altrettanto coraggiosa se fossi vissuta in città, in competizione con altri a un livello culturalmente più alto. Con questo non ho dovuto misurarmi. Ero la sola persona di mia conoscenza che scrivesse racconti, anche se non li raccontavo a nessuno, e per quanto ne sapessi, almeno per qualche tempo, ero la sola persona al mondo che fosse capace di farlo.

È sempre stata così sicura della sua scrittura?
Lo sono stata a lungo, ma crescendo e incontrando altre persone che scrivevano, sono diventata al contrario molto insicura. È stato allora che ho capito che era un mestiere un po’ più difficile di quanto mi aspettassi. Ma non ho mai rinunciato; scrivere era una delle cose che facevo.

Quando inizia una storia, ha già in mente la struttura narrativa?
Sì, ma poi spesso si modifica. Parto da un intreccio e ci lavoro e magari mi accorgo che va da un’altra parte e che le cose succedono mentre scrivo, però devo comunque partire da un’idea abbastanza chiara sul contenuto della storia.

Quanto la assorbe l’attività di scrittura?
Oh, moltissimo. Comunque le mie figlie hanno sempre mangiato lo stesso, dico bene? Come casalinga ho imparato a scrivere nei ritagli di tempo e credo di non averci mai rinunciato, nonostante i periodi di scoraggiamento, quando mi rendevo conto che le mie storie non erano abbastanza buone, che avevo ancora tanto da imparare e che sarebbe stata molto più dura del previsto. Ma non mi sono fermata, credo di non averlo mai fatto.

Qual è la parte più difficile quando si scrive una storia?
Credo sia la rilettura, quando capisci che non funziona. Si parte dall’euforia, si approda a una soddisfazione discreta e poi, una mattina, prendi in mano il testo e pensi «che stupidaggine», ed è allora che ti ci devi proprio impegnare. A me è sempre sembrato che fosse la cosa giusta; se qualcosa non funzionava era colpa mia, non della storia.

Ma come la modifica se non è soddisfatta?
Ci lavoro, parecchio. Aspetti però, cerco di spiegarmi meglio. Potrebbero esserci dei personaggi che sono stati trascurati: bisogna riflettere su di loro e trasformarli. Una volta tendevo a concedermi una prosa molto fiorita, ma a poco a poco ho imparato a limarla al massimo. Quel che si fa è semplicemente concentrarsi sulla storia e scoprire di che cosa parla davvero. Magari credevi di saperlo sin dall’inizio e invece avevi ancora tanto da imparare.

Quante storie ha buttato via?
Ah, da giovane le buttavo via tutte. Non saprei, ma di recente non mi succede più spesso; di solito so che cosa occorre fare per renderle vive. Anche se trovo ancora, sempre, un errore qua e là, e mi rendo conto che è un errore, ma che lo devo lasciar andare.

Rimpiange le storie che butta via?
Non direi, perché quando succede mi ci sono già arrovellata abbastanza da sapere che non funzionava alla radice. Ma, come dico, ormai non succede più molto spesso.

Come cambia la scrittura, col passare degli anni?
Oh, beh, direi in modo molto prevedibile. Si comincia a scrivere di giovani principesse bellissime, poi si passa alle massaie con figli e ancora più avanti alle vecchie e così via, senza che occorra opporre resistenza. Perché cambia la visione della vita.

Crede di essere stata importante per altre scrittrici, in quanto madre di famiglia capace di far coesistere il lavoro di casa con la scrittura?
Davvero non saprei, spero di sì. Da giovane in effetti mi rivolgevo ad altre scrittrici, erano fonte di grande sostegno per me, ma non so dirle se lo sono stata anch’io. Credo che per le donne sia diventato, non voglio dire molto più facile, ma di sicuro più accettabile dedicarsi a qualcosa di impegnativo e non solo concedersi il proprio piccolo svago, quando sono tutti usciti di casa; fare sul serio con la scrittura, insomma, come fanno gli uomini.

Che impatto crede di avere su chi legge i suoi racconti, specie se donna?
Beh, vorrei che le mie storie emozionassero i lettori, non mi importa se uomini, donne o bambini. Voglio che parlino di vita, che non facciano solo pensare «sì, ecco, è proprio vero», ma che offrano una specie di ricompensa attraverso la scrittura, il che non significa che debbano essere a lieto fine, ma piuttosto che quello di cui si legge tocchi il lettore tanto da farlo sentire un po’ cambiato, alla fine.

“Chi ti credi di essere?” Che cosa ha significato per lei questa espressione?
Beh, sono cresciuta in campagna, in un ambiente di origine perlopiù scozzese e irlandese nel quale l’idea di non dover apparire né ritenersi troppo in gamba era molto diffusa. Anche quello era un ritornello ricorrente “Ah, ti credi in gamba tu”.  E per dedicarsi a un’attività come la scrittura per molto tempo si ritenne necessario credersi in gamba, ma io ero solo un po’ stravagante.

È stata una femminista ante litteram?
Non conoscevo neppure la parola, ma sono stata femminista naturalmente, perché sono cresciuta in una zona del Canada dove dedicarsi alla scrittura era più facile per una donna che per un uomo. I grandi scrittori, quelli importanti, erano uomini, ovviamente, ma scoprire che una donna scriveva racconti la screditava meno di quanto avrebbe screditato un uomo. Scrivere non era roba da uomini. Comunque, le cose andavano così quando io ero giovane; adesso è tutto cambiato.

Crede che la sua scrittura sarebbe stata diversa, se avesse concluso gli studi?
È probabile, in effetti. Sarei stata molto più prudente e molto più spaventata all’idea di essere uno scrittore, dal momento che più scoprivo che cosa avevano fatto altri e più mi intimidivo. Forse avrei pensato di non essere all’altezza, ma non credo che avrei rinunciato, comunque. Forse per un po’, ma il desiderio di scrivere era talmente forte in me che ci avrei provato lo stesso.

Crede che la scrittura per lei sia stata un dono?
Le persone che mi circondavano probabilmente l’avrebbero definita così, ma a me non è mai sembrata un dono; mi sembrava solo una cosa che sapevo fare, se mi ci impegnavo molto. Perciò, se di dono si è trattato, di sicuro non ha reso le cose facili, almeno non dopo La Sirenetta.

Ha mai avuto delle esitazioni, ha mai pensato di non essere abbastanza brava?
Continuamente, continuamente! Ho buttato via più di quanto abbia mai spedito agli editori o abbia portato a termine, almeno fino quasi ai trent’anni. Ma non ho mai smesso di imparare a scrivere come volevo. Perciò, no, non posso dire che sia stato facile.

Che ruolo ha avuto la figura di sua madre?
Oh, il rapporto con mia madre è stato sempre molto complicato, perché lei era malata di Parkinson e aveva bisogno di costante aiuto, aveva difficoltà di parola, la gente non la capiva quando parlava eppure lei amava essere in compagnia, stare in mezzo agli altri, ma naturalmente il suo problema glielo impediva. Perciò la sua persona mi metteva in imbarazzo; le volevo bene ma per certi versi non volevo essere identificata con lei, detestavo espormi ripetendo le cose che voleva farmi dire al posto suo; è stato difficile, come sarebbe per qualsiasi adolescente interagire con un genitore o una persona in qualche modo menomata. A quell’età si vorrebbe essere completamente liberi da problemi simili.

Sua madre è stata anche una fonte di ispirazione?
Probabilmente sì, ma non in modi che potessi individuare e comprendere. Non ricordo un tempo della vita nel quale io non abbia scritto storie, se non proprio sulla carta, raccontato, e non a lei, ma a chiunque. Eppure, il fatto che mia madre leggesse, e così pure mio padre…Credo che mia madre si sarebbe mostrata più accogliente nei confronti di qualcuno che volesse diventare scrittore. L’avrebbe giudicata un’attività ammirevole, ma le persone che mi circondavano non sapevano che io volessi fare lo scrittore, perché non permettevo a nessuno di scoprirlo; alla maggior parte di loro sarebbe sembrato ridicolo. Molte delle persone che conoscevo non avevano l’abitudine di leggere, perciò affrontavano le cose in modo molto pratico e io sentivo di dover proteggere la mia visione della vita.

È stato difficile raccontare una storia vera da una prospettiva femminile?
No, niente affatto, essendo la mia, non mi ha mai dato problemi. Sa, uno dei fenomeni particolari per chi è cresciuto in un ambiente come il mio è che se qualcuno leggeva, erano le donne, se qualcuno studiava, spesso era una donna, magari per diventare maestra di scuola, o qualcosa del genere; lungi dall’essere interdetto alle donne, il mondo dei libri e della scrittura si rivolgeva più a loro che agli uomini, impegnati in campagna o in altri mestieri.

Lei è cresciuta in una famiglia proletaria?
Sì.

E anche le sue storie sono nate lì.
Sì. Non perché volessi scrivere storie proletarie. Mi guardavo intorno e scrivevo di quello che vedevo.

E le stava bene di dover scrivere a orari fissi, secondo una tabella di marcia dettata dai figli e dalla cena da mettere in tavola?
Beh, scrivevo appena potevo, e il mio primo marito mi sosteneva moltissimo; per lui scrivere era un’attività lodevole. Non lo giudicava un mestiere inadatto a una donna, come molti degli uomini che ho conosciuto in seguito. Per lui era importante che lo facessi e non ha mai cambiato idea.

***

In libreria

Fu molto divertente al principio, perché ci trasferimmo qui, decisi ad aprire una libreria, e tutti pensavano che fossimo impazziti e che avremmo fatto la fame, ma non è stato così. Lavoravamo parecchio.

Quanto contava la libreria per voi due, all’inizio?
Era la nostra vita. Tutto ciò che avevamo. L’unica fonte di reddito. Il giorno dell’inaugurazione incassammo 175 dollari. Ci parvero molti. E avevamo ragione, perché ci volle parecchio tempo prima che riuscissimo a guadagnarne di nuovo altrettanti.
Io stavo dietro al banco, cercavo i libri per i clienti, le cose che si fanno in una libreria, insomma, generalmente da sola, e la gente entrava e si metteva a parlare di libri. Era soprattutto un punto d’incontro, prima ancora che un posto dove si andava a comprare, specie la sera, quando io ero in negozio da sola  e certe persone passavano regolarmente per parlare del più e del meno; era bellissimo, mi divertivo. Fino a quel momento ero stata una casalinga, chiusa in casa tutto il giorno. È vero che intanto scrivevo, ma quella fu una grande occasione di conoscere il mondo. Non credo che guadagnassimo molto; forse chiacchieravo un po’ troppo, anziché promuovere gli acquisti, ma è stato un periodo stupendo.

Un cliente in libreria.: – I suoi libri mi ricordano casa mia. Sa, io abito poco sotto Amsterdam. Grazie infinite, buongiorno.

Ma ci pensa? Non sa quanto mi fa piacere quando qualcuno si avvicina in questo modo, non solo per un autografo, ma per spiegarti come mai lo vuole.

***

Lei desidera che i suoi libri siano fonte di ispirazione per le giovani donne e le incoraggino a scrivere?
A me importa solo che amino leggerli. Preferisco di gran lunga che la gente si diverta con i miei libri, più che trovarli fonte di ispirazione. È solo questo che voglio: che si divertano, che li sentano vicini alle loro vite in qualche modo. Il resto è meno importante. Quel che voglio dire è che non mi sento, non credo di avere intenti politici.

Lei è un’intellettuale?
Forse sì. Non so bene che cosa significhi, ma credo di sì.

Sembra avere una visione molto semplice delle cose.
Ah, sì? Bene.

Beh, ho letto da qualche parte che a lei interessa che le cose si spieghino semplicemente.
Sì, è vero. Ma non penso mai di volerle spiegare in modo più semplice; questo è solo il mio modo di scrivere. Credo di scrivere naturalmente così, senza dover pensare di rendere il mondo più semplice.

Le sono mai capitati periodi in cui non riusciva più a scrivere?
Sì. Beh, ho anche smesso di scrivere, quando è stato? circa un anno fa. Ma quella è stata una decisione, più un non voler scrivere che non riuscirci; avevo deciso di vivere come il resto del mondo. Perché quando si scrive si fa una cosa di cui gli altri non sanno niente, e non se ne può parlare, si torna di continuo al proprio mondo segreto per poi fare cose diverse nella vita normale. E questo mi ha un po’ stancata; l’ho fatto sempre, per tutta la vita. Quando mi capitava di incontrare scrittori diciamo più accademici, mi agitavo perché sapevo che non avrei mai potuto scrivere come loro, non avevo quel dono.

Immagino si tratti di un modo diverso di raccontare una storia.
Sì, ma io non ho mai lavorato alle storie in modo, come dire, consapevole, o meglio, naturalmente sono consapevole, ma lavoro più secondo il mio bisogno e il mio gusto che seguendo un’idea.

Aveva mai pensato di vincere il Premio Nobel?
Oh, no, mai! Una donna! D’accordo, qualche donna l’ha avuto. Insomma, questo onore mi fa felice, molto, ma non ci avevo mai pensato, forse perché gli scrittori tendono a sottovalutare il proprio lavoro, specie a cose fatte. Comunque non si va in giro a dire agli amici, sai, forse vincerò il Premio Nobel. Si tende a non farlo.

Le capita ultimamente di tornare a leggere uno dei suoi vecchi libri?
No! No! Mi spaventa. È probabile che proverei un bisogno irrefrenabile di cambiare una cosetta qua e una là; l’ho anche fatto, su certe copie tirate fuori dalla libreria, ma poi mi rendevo conto che non serviva a niente, perché le copie in circolazione restavano uguali.

C’è qualcosa che vorrebbe dire ai membri dell’Accademia di Stoccolma?
Oh, voglio dire che sono estremamente grata di questo grande onore e che niente, niente al mondo poteva rendermi più felice. Grazie!

***

Intervista di Stefan Åsberg.

Produzione: Swedish Educational Broadcasting Company and Swedish Television.

Registrata il 12 e 13 novembre 2013, in Canada.

©Swedish Academy, Swedish Educational Broadcasting Company and Swedish Television.

di Tiziana Migliati

La messa sta per cominciare. Dana English si guarda allo specchio mentre si sistema il colletto bianco. Capelli corti, un filo di trucco. La camicia nera dentro i pantaloni stretti in vita da una cintura. Prende il paramento sacro color verde e oro e lo infila con cura dalla testa. Si volta verso la croce in sagrestia e si raccoglie per qualche momento prima di uscire, sull’altare. Dana è un sacerdote e celebra la messa nella chiesa anglicana di All Saints nel cuore di Roma. È stata ordinata il 30 giugno di quest’anno insieme alla reverenda Mary Styes: sono le uniche donne prete della confessione anglicana nella città dei Papi e in Italia, mentre a Milano per la chiesa vetero-cattolica in comunione con rito anglicano c’è Maria Vittoria Longhitano.

Dana, americana di 55 anni, sposata e con due figli che vanno a scuola, è arrivata in Italia nel 2008 dopo che il marito ha perso il lavoro alla Lehman Brothers. Mary, 53 anni, inglese, ha un marito di origini italiane e figli grandi tornati oltre Manica; è a Roma da 13 anni.

La vocazione è arrivata in età diversa per ciascuna di loro: per Dana è successo quando era una giovane studentessa a Yale, per Mary quando era già madre di famiglia e medico. Sul compito che si sentono chiamate ad assolvere non hanno dubbi: annunciare la Parola e celebrare l’Eucarestia. Per tre anni ancora dovranno lavorare con il cappellano in qualità di assistenti. In chiesa per 8 ore al giorno e poi a casa a preparare la cena, seguire i figli nei compiti o presenziare gli incontri per lo studio della Bibbia.

La reverenda Mary stringe il breviario, indossa pantaloni e una camicia celeste col colletto bianco, occhi limpidi. “In Italia siamo due donne prete anglicane, di base a Roma ma spesso ci chiamano a Macerata, Città della Pieve, Padova. Seguiamo comunità di persone anglofone che provengono da vari paesi europei, America e Africa. Ci sono anche degli italiani che frequentano la nostra chiesa, all’inizio forse per la curiosità di vedere una donna sull’altare.”

 

Il sacerdozio femminile è un tema di dibattito su cui le posizioni sembrano radicalizzate: la chiesa anglicana lo consente da vent’anni, la cattolica lo vieta da sempre e lo ha specificato papa Wojtyla con una formulazione definitiva nel 1994, dopo le prime ordinazioni femminili in Inghilterra. Come è stato istituito il sacedorzio femminile nella vostra chiesa?

Mary – Il governo della chiesa anglicana è diverso da quello cattolico. Le decisioni non sono prese dal Papa in maniera assoluta ma si discute, come in Parlamento, e poi si vota. Abbiamo un capo, l’arcivescovo di Canterbury, che deve ascoltare un governo di vescovi, chierici e laici, tutti eletti. Il Sinodo generale ha deciso di dare l’ok al sacerdozio femminile per la prima volta nel 1987, e dopo un ulteriore esame in una commissione di vescovi la pronuncia definitiva è arrivata nel novembre 1992.

Dana – Nella chiesa anglicana americana (che prende il nome di episcopale ndr) una donna prete può diventare anche vescovo. La prima è stata nominata nel 1989 in Massachusetts.

 

C’è qualche indicazione o prescrizione per le donne prete nelle Scritture?

Mary – Ci sono elementi nella Bibbia, nelle lettere, nei vangeli che sembrano confermare che le donne possano parlare di Dio, predicare, celebrare la messa. Ma vi sono anche delle indicazioni per cui le donne debbano restare silenziose, in disparte. Le contraddizioni sono evidenti. Secondo me non c’è nessun divieto, il Signore ha chiamato tutti quanti a dire il Vangelo. Il primo testimone della Resurrezione è stata Maria Maddalena, inviata lei a diffondere la notizia.

Dana – La prima chiesa fondata in Europa da Paolo di Tarso è nata nella casa di una donna, Lidia, che ne ha preso il comando quando l’apostolo è partito. Nei primi due secoli dopo Cristo nelle chiese domestiche a Roma molti leader erano donne, ma poi la cultura secolare patriarcale ha preso il sopravvento sulla concezione cristiana di eguaglianza che aveva Gesù.

 

Un prete donna dà qualcosa in più rispetto ad un uomo nello svolgimento del ministero?

Mary – Non qualcosa in più, forse qualcosa di diverso. Penso che ci completiamo. Celebro la messa come una mamma che serve a tavola. Con quella ospitalità. Poi le differenze stanno nella personalità di ognuno. Ero medico e mi sento portata per la pastorale degli ammalati.

Dana – Mi concentro molto sulla parola. Non basta che un prete compia dei rituali se nessuno poi li capisce. Predicare, educare è fondamentale: sono laureata in letteratura prima che in teologia e mi piace attingere anche ai testi “profani” per parlare del sacro. Per esempio la Divina commedia di Dante.

 

Nella chiesa le donne hanno già dei ruoli, perché avete scelto di diventare sacerdote?

Mary – Ero parte di un gruppo domestico di studio sulla Bibbia e ho chiesto al mio parroco di frequentare un corso di teologia. Prima non pensavo che le donne potessero celebrare la liturgia, e mentre lo facevo ho sentito con forza che questa era la chiamata di Dio. Ho dovuto aspettare un po’ di anni, avevo due bambini piccoli, ma appena ho potuto ho lasciato la professione e ho studiato alla Eastern Region il Ministry Course facendo la pendolare tra l’Italia e l’Inghilterra.

Dana – Dopo il college sono andata a Yale e ho iniziato a frequentare un corso di teologia, poi sono diventati due e alla fine sono andata alla Divinity school e ho svolto un tirocinio in una parrocchia presbiteriana in New England. I preti erano uomini di mezza età, flaccidi e stanchi, uno di loro riciclava sempre le stesse prediche… che orrore! Lì sono stata consapevole della mia vocazione. Mi sono detta: queste cose che sto vedendo in chiesa potrei farle io, e pure meglio.

 

La chiesa anglicana ha delle aperture sul ruolo del sacerdote e dei laici?

Mary – Che non ci siano abbastanza preti è un problema per tutte le confessioni, perché non avvalersi dell’aiuto dei laici? Il sacerdote svolge molti compiti che nella chiesa anglicana sono affidati a credenti non ordinati: lo studio della Parola e delle scritture, per esempio.

Dana – I fedeli sono partecipi anche del processo decisionale con un terzo dei seggi. Nella chiesa cattolica il potere è più concentrato e istituzionale.

 

Voi siete donne, mogli e madri. E il celibato?

Mary – Il celibato è una delle scelte possibili. Il nostro vicario è scapolo, io sono sposata. Nella nostra chiesa c’è spazio per tutti. Ognuno porta la sua esperienza come un dono: io posso capire meglio come funziona la vita familiare, lui la vita da single. Un prete celibe può dare tutto se stesso alla chiesa, io devo conciliare casa e parrocchia. Nella mia esperienza, penso che una vita matrimoniale serena aiuti un sacerdote a essere più equilibrato.

Dana – I nostri mariti ci supportano emotivamente ed economicamente. Nell’anglicanesimo molti reverendi non percepiscono uno stipendio e per mantenersi devono trovare un lavoro part-time al di fuori della chiesa. Questo accade perché quando si sceglie la parrocchia in cui stare si è considerati volontari; se ci si mette a disposizione del vescovo, per qualunque destinazione, le cose cambiano.

 

Cosa pensate di Papa Francesco? Si è pronunciato anche sui gay. E nella chiesa anglicana?

Mary – Questo Papa è una ventata di aria fresca nella chiesa mondiale. Nei nostri gruppi spesso citiamo l’omelia della domenica a San Pietro. La chiesa anglicana ha regole proprie in ogni paese. In Inghilterra i gay non possono essere ordinati preti o vescovi, ma sono benvenuti come credenti.

Dana – Francesco lancia dei temi di discussione universali. Nella chiesa americana episcopale ci sono i preti gay ma secondo la tradizione dipende dal vescovo se possono esercitare il ministero.

 

Da sacerdoti protestanti cosa direste al Papa sulle innovazioni necessarie alla chiesa cattolica?

Mary – Come protestante la mia fede è basata sulle scritture dove molti divieti non ci sono. Nel cattolicesimo invece vi è un dogma e una tradizione molto lunga che impedisce un’apertura innovativa. Ma i tempi cambiano, c’è carenza di preti, ed è un problema: o si devono istruire i laici e permettere loro di fare di più nelle parrocchie, o si devono incentivare le vocazioni. La chiesa anglicana ha fatto un passo in avanti con l’ordinazione delle donne, ma non posso dire a un’altra chiesa come fare.

Dana – La chiesa cattolica potrebbe riformarsi per essere più trasparente, più inclusiva, più aperta. La domenica mattina, fuori dalla chiesa, incontro molti turisti che guardano il colletto da prete e mi chiedono qualcosa, per curiosità. Ma il più delle volte tra la gente noto indifferenza. Sono dispiaciuta della secolarizzazione della società. C’è sempre meno interesse ad approfondire la vita spirituale.

(espresso.repubblica.it, 20 novembre 2013)

 

Nota editoriale

Perché parlare ancora di relazioni? Perché è da qui che siamo ripartite per essere efficaci in un sistema e in un tempo che sanno più di sconfitta che di vittorie, che raccontano, in nostra assenza, di noi e dei nostri corpi.

Si è scelto così non tanto di restituire delle riflessioni compiute sulle pratiche di relazione in atto nella nostra politica, quanto di metterle in scena, di abbandonare il linguaggio già consolidato e rassicurante dell’analisi per entrare in quello del dialogo vivo di donne che si confrontano sulle forme e sulle pratiche delle loro relazioni in atto. Sfumano i contorni noti in cui si struttura il pensiero per lasciare spazio alla vivacità della scena di una relazione, senza mediazioni.

Una finestra aperta alla possibilità di una nuova nominazione.

MATERIA

POLIEDRA

SELECTA

Recensioni: Arfini, Loiacono/Fiorilli; Benazir/Lo Moro

La redazione
www.dwf.it
redazione@dwf.it

Partire da sé e arrivare ai confini del mondo

con la scrittura

 

Apriamo le iscrizioni alla Scuola di scrittura pensante, giunta all’ottavo anno, ogni anno essendo a sé stante. Vi ricordiamo che c’è il numero chiuso. La scuola si tiene nei mesi di gennaio, febbraio e marzo, al sabato mattina. L’hanno ideata e la conducono Luisa Muraro e Clara Jourdan.

 

Nel 2014 la scuola sarà dedicata alla narrazione: come si fa a raccontare quello che capita al mondo, agli altri, a sé? Sappiamo che la soggettività non è separata o fuori dalla realtà, tuttavia il movimento di partire da sé senza restare appiccicate/i al proprio io, è difficile: bisogna imparare dei procedimenti o avere delle invenzioni.

Il racconto è una di queste invenzioni. Risale alla notte dei tempi ed è sempre buona: in forma del racconto si può dire di tutto, fatti, sentimenti, idee.

Abbiamo sempre lavorato alternando teoria ed esercitazioni pratiche, lettura compresa. In programma, quest’anno, ci sarà anche il saper leggere e correggere i propri scritti.

 

Il corso comincerà sabato 11 gennaio 2014 e continuerà per tutti i sabati fino al 22 marzo compreso, con una pausa il sabato 1° febbraio. Dieci incontri dalle 10.30 alle 13.00, presso la Libreria delle donne in via Pietro Calvi, 29 – 20129 Milano (tel. 02 70006265). I locali sono aperti dalle 10.15. La prima mezz’ora è dedicata allo scambio informale, la lezione vera e propria comincia alle 11.

 

Suggerimenti di lettura:

Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame; Virginia Woolf, Le tre ghinee (Feltrinelli, 1980); John Maynard Keynes, Melchior: un nemico sconfitto (in Le mie prime convinzioni, Adelphi, 2012, pp. 37-104, oppure in Politici ed economisti, Einaudi, 1951, pp. 39-80); Luciana Castellina, La scoperta del mondo (Nottetempo, 2011); Laura Pariani, Il piatto dell’angelo (Giunti, 2013); Luisa Muraro, Non si può insegnare tutto (La Scuola, 2013).

N.B.: questi testi saranno usati durante il corso, ma non è obbligatorio leggerli prima.

Strumenti professionali: Piccolo manuale di editing, a cura di Ferdinando Scala e Donata Schiannini (Modern Publishing, euro 10); Il nuovo manuale di stile di Roberto Lesina (Zanichelli, euro 9,80). Una buona grammatica scolastica non farebbe male.

 

Luisa Muraro e Clara Jourdan

 

Per altre informazioni e per iscriversi, rivolgersi a Clara Jourdan: info@libreriadelledonne.it oppure c.jourdan@tiscali.it, tel. 02 58108763. Potete contattarla di persona il venerdì pomeriggio (ore 16-19) presso la Libreria delle donne.

di Mattia Ferraresi

 

La “femminista dissidente” allieva di Harold Bloom ha detto basta alla chiesa secolarizzata che nell’opera d’arte cerca solo lo choc. Intervista esclusiva a Tempi.

 

A forza di sbarazzarsi dei vecchi cimeli nel nome dell’avanguardia, del nuovismo, della liberazione da oppressioni non meglio specificate, della decostruzione, del post-qualunque cosa, della ribellione al principio di non contraddizione, insopportabile retaggio della logica aristotelica, la cultura contemporanea si è ritrovata vuota e triste come una casa sfitta. Nelle sue stanze l’aria si è fatta irrespirabile. La forza scioccante di tanta arte prodotta in opposizione alle convenzioni si è imborghesita, diventando la più bolsa delle convenzioni. Gli intellettuali “contrarian”, quelli ostili alle idee da salotto e ai loro meccanismi onanistici, si sono rifugiati in bolle culturali sterili come quelle che disprezzavano e dai loro amboni hanno dettato uno sciapo manifesto ideologico: la dimensione del significato è assurda e inutile. Il significato non esiste. E se esiste fa schifo. Svuotiamo i musei polverosi, bruciamo le vecchie librerie, cancelliamo i dogmi, recidiamo i fili, spariamola grossa, scriviamo tanto e male, rigettiamo la trascendenza e cancelliamo la religione organizzata, diciamo ovvietà che possono sembrare intelligenti ai lettori di Hitchens e agli ammiratori di Cattelan. Un programma non particolarmente vasto per una generazione che ha fatto una rivoluzione con il fiato corto e per quella successiva che tenta di tenerla in vita con risultati che oscillano fra il ridicolo e il pietoso. Oggi di quell’epoca idolatrata sono rimasti soltanto surrogati. Negli anni Settanta c’erano le immagini potenti di Mapplethorpe, oggi ci intratteniamo con quelle insipide usate da David Bowie in un video che non riesce nemmeno ad aspirare alla blasfemia. Negli anni Ottanta c’era quella musa pop rigogliosa e vitale di Madonna, oggi c’è il suo simulacro asessuato e posticcio, Lady Gaga.

Pochi intellettuali cresciuti nel brodo controculturale degli anni Sessanta hanno intuito che la propria generazione si stava infilando in un vicolo cieco come Camille Paglia, critica d’arte e donna di lettere cresciuta alla scuola di Harold Bloom. Paglia dice di essere stata la prima studentessa lesbica di Yale. Di certo è stata una delle più controverse, la «femminista dissidente» che elogiava la forza vitale della pornografia, difendeva la prostituzione («la prostituta non è la vittima dell’uomo, come dicono le femministe, ma la sua conquistatrice») e metteva lo spogliarello nel genere della danza sacra, con le offerte votive infilate negli slip. Di recente ha sostenuto che affermare l’indipendenza femminile andando in giro sole con un abito corto alle tre di notte è «una fantasia borghese», perché «se fai pubblicità poi devi essere disposta a vendere». Ha criticato Lacan, Foucault, Derrida, ha abbandonato il marxismo che inquinava l’accademia, si è ribellata, da atea, al cliché antireligioso di rigore fra gli intellettuali liberal e le femministe emancipate, e ha criticato il “suo” partito democratico da posizioni paralibertarie. Le espressioni più taglienti le ha riservate alle donne del partito e in particolare a Hillary Clinton, una «che non ha mai raggiunto nessun risultato» e che ha alimentato l’ossessione di genere, come se il compito delle donne in politica potesse essere perimetrato nell’emancipazione. Sono le donne repubblicane che parlano di economia e politica estera senza bisogno di fare rivendicazioni le vere emancipate. Quando era una studentessa ha mosso mari e monti per convincere Susan Sontag, nume tutelare del femminismo, a tenere una conferenza nel suo college, e ha capito la vacuità del pensiero della sua eroina quando questa si è messa a leggere un «racconto noioso e sconfortante che non voleva dire nulla».

Sontag è soltanto una delle tante vittime di questa «guerriera naturale». Il suo ultimo libro, Glittering Images, è un viaggio nell’espressione artistica «dall’Egitto a Guerre Stellari» (sarà pubblicato in Italia per l’editore Il Mulino in autunno); nel viaggio si scopre che il filo che tiene insieme l’espressione umana è la ricerca del significato. La critica marxista «che permea l’accademia (attraverso il post-strutturalismo e la scuola di Francoforte)» non è in grado di rendere ragione della dimensione psicologica, metafisica e spirituale dell’uomo, mentre il «dogma liberal» secondo cui «lo choc conferisce automaticamente importanza all’opera d’arte» è tramontato: «Nel ventunesimo secolo cerchiamo il significato, non la sua negazione». In un’intervista a Tempi, Paglia racconta la sua missione di recupero del significato dopo tanta nullificazione, la natura fisica dell’arte e il rapporto con la dimensione religiosa, «un vasto sistema di simboli che contiene verità profonde sull’esistenza umana».

Cercare un significato nell’esistenza è un’attività che è stata dichiarata inutile e persino illegittima dalla cultura ufficiale. Come siamo arrivati a questo punto?

La negazione del significato da parte degli artisti e degli intellettuali contemporanei è una posa antiquata che risale allo choc della cultura europea per i disastri prodotti dalle due guerre mondiali. Le radici del nichilismo di oggi si vedono nel Dadaismo, nella Terra desolata di Eliot dopo la Prima guerra mondiale e in Aspettando Godot di Samuel Beckett dopo la Seconda guerra. Niente dimostra in modo più chiaro la mia ribellione contro quell’ideologia depressiva, oggi diventata un cliché, della mia avversione al dramma di Beckett, che accetto come una pietra miliare del teatro minimalista, ma che penso sia il prodotto di una mente infantile, sottosviluppata e misogina.

In che modo Samuel Beckett ha influenzato la cultura successiva?

È molto significativo che Aspettando Godot abbia ispirato Michel Foucault e anche Susan Sontag, che ha portato il dramma a Sarajevo. Quand’ero al college, negli anni Sessanta, odiavo quell’opera teatrale, che per me rappresentava la vacuità e l’alterigia della vecchia, sterile avanguardia, che allora era stata spodestata da Andy Warhol e dalla Pop Art. Fellini ha mostrato che quella visione del mondo elitaria e claustrale era già esausta nella Dolce vita, dove l’intellettuale Steiner, completamente alienato, si uccide e ammazza i suoi figli.

Poi però c’è stato una specie di revival spiritualista.

La mia generazione “back to nature” si è gettata nelle braccia di un appassionato, assertivo rock ’n’ roll e dell’emotivamente espressiva musica soul afro-americana, sviluppo delle canzoni religiose, e ha cercato un significato nell’induismo e nella “ricerca di visione” dei nativi americani. Ma questa alternativa non ha retto. La distruzione del significato nel post-strutturalismo contemporaneo, che ha saturato l’accademia in Inghilterra e negli Stati Uniti, è un sistema cinico e meccanico che ha distrutto i talenti di un’intera generazione di studenti promettenti. Non avremo nulla di interessante nell’arte finché le tossine del post-strutturalismo non saranno state espulse.

Se dovesse fare un nome fra i responsabili di questa involuzione, quale farebbe?

Direi Foucault, che mosso dall’invidia ha tratto le sue posizioni da Nietzsche. Riconosco tuttavia Nietzsche come un pensatore sottile ed erudito. Foucault, invece, a parte la storia moderna non sapeva niente, i suoi scritti classici sono imbarazzanti e non aveva la minima idea di cosa fosse l’arte. La sua santificazione da parte di ingenui professori di lettere è uno scandalo enorme.

Ha scritto che l’arte è «il matrimonio fra l’ideale e il reale» e spesso contrappone una concezione unitaria alla dicotomia fra il mondo materiale e quello intellettuale. La crisi culturale di cui parla è anche frutto di questa divisione radicale?

La critica d’arte è diventata incapace di dire cose significative perché si è alienata dal regno delle cose fisiche. La mia definizione di arte è: idee espresse in forma materiale. L’arte non è filosofia, una rete di parole. L’arte usa e si rivolge ai cinque sensi. Non c’è dubbio che la mia passione per l’aspetto artigianale dell’arte venga dalla mia origine italiana. I miei quattro nonni e mia madre sono nati in Italia. Molti immigrati partivano da Ceccano, il paese di mia madre, vicino a Frosinone, per andare a lavorare nelle fabbriche di scarpe Endicott-Johnson, nello stato di New York. Mio nonno conciava le pelli durante il giorno e a casa faceva continuamente cose pratiche, dalla lavorazione di metalli al vino. Tutte le donne cucivano. Per la vecchia cultura italiana il lavoro manuale non era una vergogna, anzi, era il segno di energia e abilità. Lo si vede in Michelangelo e Bernini, artisti che non avevano paura di sporcarsi. Penso che questo principio ibrido, la fusione di idealità e fisicità, sia uno dei segreti dell’arte italiana. Non è un caso che abbia passato 42 anni a insegnare nelle scuole d’arte. Non comunico molto bene con la maggior parte dei professori, che vivono in una bolla mentale artificiale e spesso noiosamente borghese. Il mio habitat naturale è fra gli artisti, perché penso con il corpo.

La riduzione marxista «distrugge la magia e il mistero dell’arte». Ma perché quel padrone dell’universo che è l’uomo del ventunesimo secolo dovrebbe avere bisogno di magia e mistero?

L’arte è tutta una questione di magia e mistero, sia nella fase creativa che in quella ricettiva. L’arte è una forma di divinazione che opera nel livello pre-razionale del sogno. Il marxismo è l’atteggiamento “di default” fra i professori di arte e lettere, anche se la maggior parte di loro non sa quasi nulla di economia. Per esempio, negli ultimi quindici anni la parola “rinascimento” è stata lentamente abbandonata dai dipartimenti di letteratura, che la sostituiscono con la ridicola dicitura “prima modernità”, basandosi sulla storia economica. Il termine rinascimento ora è sgradito perché suggerisce che quel magnifico periodo è stato la “rinascita” di qualcosa che gli accademici di sinistra vogliono negare, le titaniche conquiste greco-romane che incontrano la civiltà giudaico-cristiana e danno forma alla cultura occidentale. Il marxismo può funzionare come strumento per interpretare il periodo successivo alla rivoluzione industriale, ma è inutile quando si parla delle società agricole premoderne. E a parte questo, il marxismo è miope: non ha una metafisica, non contempla la natura e la vastità dell’universo.

Lei ha criticato spesso «l’impoverimento visivo» portato dal protestantesimo, un’ondata iconoclasta che ha cercato di cancellare l’enorme repertorio di immagini del cattolicesimo.

I grandi riformatori – Lutero, Calvino, Knox e Zwingli – hanno accusato il cattolicesimo di idolatria per la sua arte, considerata giustamente un retaggio dell’incontro con il paganesimo antico. La Riforma ha lanciato una campagna di distruzione delle statue medievali, dei crocifissi, delle vetrate, con l’illusione di ritornare alla parola pura. Il protestantesimo è tutto orientato verso la parola, è quello l’unico mezzo per arrivare al divino. Nel tempo questa insistenza sul verbo ha ucciso la rappresentazione, la carnalità. Il mio interesse per l’arte è nato in chiesa: le prime opere che ho visto sono state le meravigliose statue e le vetrate della chiesa di Sant’Antonio da Padova, a Endicott, nello stato di New York. È lì che sono stata battezzata.

A vedere certe chiese contemporanee sembra che anche il cattolicesimo sia diventato un po’ protestante…

Sì, e questa tendenza alla protestantizzazione del cattolicesimo, almeno qui in America, è una cosa che mi addolora profondamente. Le chiese vengono rimodellate e “modernizzate”, le statue e i crocifissi a grandezza naturale associati un tempo alla devozione degli immigrati vengono rimpiazzate con rappresentazioni mediocri e di solito dalle fattezze “astratte”. Niente di tutto questo stimolerà l’amore per il bello in chi le guarda.

A proposito di religione. Ha litigato spesso con chi assumeva la “postura cinica” dell’ateo à la Christopher Hitchens, un luogo comune nel mondo degli intellettuali. Perché lei, che è un’intellettuale atea, si è dedicata a un’attività tanto impopolare?

Hitchens non sapeva quasi niente della storia della religione e del suo ruolo nella società, né si disturbava a fare delle ricerche. I suoi scritti sulla religione sono inutili, superficiali e incredibilmente pieni di errori. Ho dichiarato il mio ateismo nel 1990 – molto prima di Hitchens – quando il mio primo libro mi ha catapultato sulla scena pubblica, ma ho un rispetto enorme per la religione, che considero una fonte di valore psicologico, etico e culturale infinitamente più ricca dello sciocco e mortifero post-strutturalismo, che è diventato una religione secolarizzata. Una volta ho anche scritto «meglio Geova di Foucault». Quello che è stato completamente dimenticato dalla mia generazione è che molti di noi erano impegnati in una ricerca di significato di tipo spirituale. La controcultura hippie non era soltanto politica: nel rifiutare le convenzioni sociali, il materialismo e la religione organizzata, cercava la verità in tutte le cose. Abbiamo ereditato il fascino per il buddismo dai poeti beat e dagli artisti degli anni Cinquanta, ma è l’induismo, con la sua teatralità, la sensualità, il senso della commedia e la legge del karma che ci ha conquistato. Per questo i Beatles sono andati in India, anche se poi sono tornati delusi dal loro guru. Tutti i rituali ci affascinavano, anche se, sfortunatamente, troppi dei miei compagni usavano droghe psichedeliche e funghetti allucinogeni per sostenere la loro ricerca spirituale. Io, cresciuta nella cultura del vino, non avevo nessun interesse nelle droghe, e forse è per questo che sono ancora qui. Un motivo per cui tanti dicono che i miei lavori sono strani o inclassificabili è perché molti dei miei coetanei di talento si sono bruciati il cervello e i polmoni. Mi piace chiamare la mia corrente “critica psichedelica”, anche se non ho mai provato Lsd: sono stata profondamente influenzata dal rock psichedelico, con le sue distorsioni mistiche.

Si definisce una persona religiosa?

Anche se sono atea, sono religiosa. Vedo il mondo come lo vedevano i filosofi del “sublime” nel diciottesimo secolo: sento il timore e lo stupore per la bellezza della natura, per la sua potenza, per la sua grandezza. Ho sempre combattuto i codici morali puritani, le regole sui comportamenti sessuali privati, ma ammiro le religioni per il profondo senso di grandezza e allo stesso tempo di evanescenza che l’uomo rappresenta di fronte al divino. È il segno di una struggente ricerca di significato documentata in tutta la storia dell’umanità.

(Tempi, 27 maggio 2013)

di Franca Fortunato

Che cosa sta capitando intorno a noi? Dico questo pensando alla sentenza della Cassazione che ha annullato la condanna a 5 anni di reclusione, inflitta per ben due volte a Pietro Lamberti, 60 anni, impiegato presso i Servizi sociali di Catanzaro, per aver avuto una relazione con una bambina di 11 anni, con la motivazione che c’era “amore” tra i due. Una sentenza incredibile, assurda. Vorrei fare notare che stiamo parlando di una bambina e di un signore anziano. Davvero un uomo adulto è uguale a una bambina? Davvero avere 11 anni è la stessa cosa che averne 60? Una bambina ha bisogno di difesa, di protezione, di amore. Una bambina di 11 anni è una creatura che sta ancora crescendo e il suo corpo porta i segni di una sessualità acerba e in boccio. Una bambina è un essere umano da accompagnare nella crescita con rispetto e cura dei suoi sentimenti e delle sue ingenuità. È questo che la madre si aspettava nei confronti di sua figlia da quell’uomo a cui l’aveva affidata e di cui si fidava, forse, perché l’essere anziano, sposato e con figli lo rendeva rassicurante. Una madre ferita che non ha esitato a denunciare l’uomo quando ha capito che cosa aveva fatto alla sua creatura. Come mai la notizia non è arrivata sulle pagine dei maggiori giornali nazionali? Come mai nessun commento è seguito su questo giornale? Se n’è discusso, e molto, invece, su alcuni blog di donne come Sud-de-genere di Doriana Righini e Maschile/Femminile di Marina Terragni. È da loro che riprendo il post di Lorella Zanardo, autrice del video Il corpo delle donne, perché profondamente vero e dice l’essenziale. «L’uomo condannato – lei scrive – oggi viene riabilitato perché la Cassazione ritiene ci fosse “Amore” tra i due. Amore perché la piccola gli scriveva messaggi d’amore e gli chiedeva “ma tu mi ami?”». Ma, chiede Zanardo, «avete bambine di 11 anni? Ne avete conosciute? E allora sapete che a 11 anni, anche se hanno un piccolissimo accenno di seni o si atteggiano a grandi, le bambine a 11 anni sono bambine. Piccole. Sono appena uscite dalla scuola elementare. Sono delle creature innocenti e aperte al mondo, come è giusto che sia (…). Io credo che la piccola calabrese amasse il signore di 60 anni. Perché no? Posso immaginare come ci si aggrappi a un uomo adulto che si occupa di te, quando la famiglia alle spalle, per ragioni diverse, latita. Amore nel senso più bello: ti amo perché mi vuoi bene, avrà pensato la piccola che chiedeva rassicurazioni a questo signore che si prendeva cura di lei. E se amo dunque mi fido. E se lui che amo mi dice che lo devo toccare, io lo farò. E se lui che amo mi dice di fare delle cose, io le farò. Perché no? Di lui mi fido». Zanardo lancia a questo punto un’ accorata richiesta: «Ora vi prego di considerare questa vicenda con tutto l’amore possibile per questa bambina. Non serve gridare al mostro. Serve spiegare a questa Italia allo sbando, a questi giudici di un Paese smarrito e feroce verso gli innocenti, cosa significhi essere bambine e bambini». E incalza: «Siete consapevoli di cosa sta accadendo? Centinaia di ore in tv, nelle scorse settimane dove nei salotti discutevano delle matrone e dei canuti signori delle responsabilità di 14 e 15enni nel “concedere i loro corpi”, mi riferisco al caso Parioli. Nessun riferimento alle colpe degli adulti. Una cattiveria feroce si riversa sulle bambine: lo vedete? Modelle di 12 anni, soubrette appena maggiorenni col compito di attizzare vecchi corrotti, pubblicità che sfruttano ogni singolo pezzo di carne di corpicini in sviluppo. Il mercato in affanno che dilania le giovanissime, target ambito. E uomini impauriti che abdicano al loro ruolo di padri, per fingere di essere eterni adolescenti. Dalla parte delle bambine». Fermiamo questa ferocia. Facciamo capire che c’è una questione che riguarda gli uomini e la loro sessualità nel rapporto con le donne e le bambine. Spostiamo lo sguardo dalle vittime agli uomini violentatori e stupratori. Chiamiamo le cose col loro vero nome, al di là delle sentenze. Diciamo allora che violare il corpo di una bambina di 11 anni, carpire e sfruttare il suo bisogno di amare e di essere amata, è un atto spregevole, uno stupro e una violenza inaccettabili.


(Il Quotidiano della Calabria, 10.12.2013)




La Biblioteca Virtual de investigación Duoda (BViD) – Biblioteca virtuale di Duoda: erudizione e rinnovamento del linguaggio scientífico (2003-2013): http://www.ub.edu/duoda/bvid

María-Milagros Rivera Garretas, Núria Jornet Benito, Elisa Varela Rodríguez, Azucena Ruiz Viedma
È un progetto più grande di noi quattro e di tutto il gruppo di ricerca, nato nel 2003 nel Centro de Investigación Duoda dell’ Università di Barcellona e aperto al pubblico nel 2011 con la modalità di accesso libero. Nacque dalla necessità di recuperare il vincolo tra la parola e la verità che l’oppressione fallica che fu per alcune di noi il passaggio nell’università aveva indebolito o spezzato. Per questo, tra gli strumenti di ricerca secondari ce n’è uno chiamato “La historia viviente” che, dialogando con le pratiche della Comunità di storia vivente della Libreria delle donne di Milano, propone alle autrici e curatrici dei testi della Biblioteca che pensino e descrivano il loro processo personale di scambio tra la vita testimoniata dalle fonti storiche che studiano e le relazioni vitali che generarono e sostengono la loro vocazione di storiche.

La Biblioteca Virtual de investigación Duoda contiene quattro moduli o collezioni: A) Autrici classiche (secoli II-XXI); B) Autrici e autori in relazione di interscambio; C) Testi politici: Governare con amore; D) Momenti storici delle donne in Catalogna.

Desideriamo che l’erudizione sia il fondamento e l’ispirazione di un cambiamento del linguaggio scientifico del nostro tempo: un cambiamento che riannodi il vincolo, perso durante la modernità e la postmodernità, tra la scuola e i corpi. Riteniamo che il linguaggio scientifico richieda di essere rinnovato perche l’università si è femminilizzata durante le due ultime decadi del secolo XX però il suo linguaggio continua ad essere quello proprio di un mondo senza donne. Riteniamo che la coincidenza tra le cose, le parole e i corpi si sia perso nell’università del presente perché la rivoluzione che è stata la sua femminilizzazione, tanto inaspettata, non è stata né intesa correttamente né significata nella sua originalità né contrastata con il linguaggio scientifico tradizionale, un linguaggio nato dalla potenza significante del tra-uomini. Con la conseguenza che noi donne non ci riconosciamo, o ci riconosciamo appena, nel linguaggio scientifico. Il che significa che molto dell’esperienza umana femminile originale rimane, nell’università, senza significare, vale a dire, senza esistenza simbolica.

Quello che noi universitarie non abbiamo trovato nell’università è stata la validità della lingua materna. La lingua materna è quella che, da piccole o da piccoli, impariamo da nostra madre o da chi ci abbia amato. La lingua materna tiene conto della sessuazione umana: è lei che ci insegna a riconoscerla e a darle esistenza simbolica parlando al femminile e al maschile.

La Biblioteca Virtual de investigación Duoda pretende di contribuire alla attualizzazione del linguaggio scientifico attraverso la rivoluzione ermeneutica che consiste nel prendere come mediazione della realtà e della storia la libertà femminile. È da tempo che molte di noi donne non ci sentiamo né discriminate né oppresse. Per questo, cerchiamo un linguaggio con cui esprimere il nostro senso originale e sessuato della libertà.

Per ottenerlo, la BViD segue due vie di lavoro: a) La via euristica y b) La via ermeneutica.

La via euristica consiste nella selezione, pubblicazione, traduzione, se è il caso, soggettazione, collocazione e introduzione nella Biblioteca di un corpus selezionato di opere scritte e iconografiche prodotte da donne e da uomini non patriarcali in Europa e in America tra i secoli II e XXI. Le opere appartengono a materie diverse tra quelle umanistiche, materie che la configurazione della Biblioteca mette in grado di nutrirsi e trasformarsi mutualmente.

La originalità più rilevante del lavoro euristico che proponiamo consiste nella soggettazione del corpus completo di fonti selezionate. Si tratta di un tipo di soggettazione di una certa difficoltà, che consiste nel dissezionare la lingua con la propria lingua, chiamando a intervenire nella dissezione la storia vivente di ciascuna autrice o curatrice delle opere selezionate, per identificare così nell’uso della lingua da parte di autrici e autori non patriarcali pratiche originali di significazione libera (non dettata da stereotipi di genere) della differenza sessuale. Infatti è la propria storia vivente che orienta la scelta delle parole e delle nozioni per la soggettazione, quella che riconosce il loro valore come indizi di esperienza femminile libera nel patriarcato.

La via ermeneutica consiste nello scoprire e interpretare, negli usi della lingua che si vanno identificando nel corpus di opere selezionate, i cambiamenti storici derivati da queste pratiche originali di significazione libera della differenza sessuale. In altre parole, cerchiamo di scoprire, valorizzare e studiare le invenzioni simboliche rilevanti che sono state efficaci nel passato per esprimere il senso libero dell’esssere donna o uomo, e possano servire nel presente per suscitare il desiderio di sessuare il linguaggio scientifico.

 

(Trad. dallo spagnolo di Luciana Tavernini)



di Dario Di Vico

 

Anche il Censis sceglie di scommettere sulle donne. Superando un certo scetticismo degli anni passati il 47simo rapporto sulla situazione sociale del Paese stavolta parla esplicitamente di loro “come nuovo ceto borghese produttivo”. Dopo cinque anni di pesante crisi non solo il protagonismo femminile non è stato asfaltato ma addirittura si propone in chiave di rifondazione dal basso della classe dirigente. Già da qualche anno i sociologi avevano cominciato a individuare una sorta di effetto elastico: le risorse rosa erano rimaste troppo a lungo compresse nella società italiana per una serie infinita di vincoli, una volta preso però l’abbrivio avrebbero riguadagnato posizioni in maniera molto veloce. Ed è quanto è avvenuto in questi anni “controvento” – ovvero in un contesto recessivo che in linea di principio non aiuta certo ad aprire le società – grazie a un sovrappiù di motivazioni.

 

I numeri lo attestano: il saldo delle imprese femminili nell’ultimo anno è stato di 5 mila in più, sono aumentate anche le cooperative con titolare donna e soprattutto le società di capitali a conduzione femminile (9 mila in più). Ma al di là dei freddi dati la novità sta proprio nel giudizio straordinariamente caldo del Censis, che riconosce alle donne «capacità di resistenza ma anche di innovazione, di adattamento difensivo e persino di rilancio e cambiamento».

 

La società italiana nella fotografia scattata da Giuseppe De Rita è “sciapa e malcontenta” e proprio per questo è meritoria una ricognizione che punta a identificare i soggetti che si muovono in controtendenza. Le metafore a cui ricorre – come d’abitudine – il Censis per indicare l’alto valore aggiunto di questi sforzi quest’anno sono due, “energie affioranti” e “sale alchemico”, e servono a indicare fenomeni capaci di andare oltre la mera sopravvivenza alla crisi. E qui accanto alla “borghesia rosa” il Rapporto scommette sulla «faticata soggettività degli stranieri che vivono in Italia», sia in termini imprenditoriali sia di partecipazione sociale. E ancora De Rita sottolinea “l’importanza crescente” delle centinaia di migliaia di italiani che studiano e/o lavorano all’estero e che un giorno possono essere richiamati «a fare un’Italia orizzontalmente operante nella grande platea della globalizzazione». Infine il Censis rinnova la sua fiducia sulle forze di territorio, almeno quelle che si stanno affrancando dal localismo e stanno mostrando una carica di immedesimazione tra la vita della comunità e le imprese. «Cosa che una volta valeva solo per l’Olivetti» e oggi invece si registra in buona parte del Nord.

 

Sul piano lessicale, terreno di impegno tutt’altro che secondario del deritismo militante, la proposta del Rapporto è di sostituire la vecchia espressione di “coesione sociale” con “connettività”. Non stiamo parlando della banale connessione tecnico-digitale – avvertono gli estensori – ma addirittura del filo rosso del nuovo sviluppo. E chi meglio delle donne ha dimostrato la capacità di fare rete, di costruire “nuova civiltà collettiva” partendo dalle esperienze orizzontali e non dalle agende fitte di priorità individuate a tavolino? Il Censis continua a credere nella spontaneità dei processi sociali e nella loro lenta maturazione, spera che si connettano generando ulteriore valore aggiunto, pensa che in fondo sia questo il vero argine al populismo e se i tempi della politica non sono quelli della società, beh .. pazienza.

 

Scrive De Rita: «Non si costruisce nessuna classe dirigente con annunci di catastrofe emessi a ritmo continuo, con continue chiamate all’affanno, con continue affannose proposte di rigore, con un continuo atteggiamento pedagogico cui è sotto inteso un moralistico pregiudizio nei confronti delle qualità civili della gente». Forse mai come quest’anno il Rapporto aveva dedicato così poco spazio al quadro politico: sette paginette, tabelle incluse, in un librone che ne conta 540. Il titolo del capitolo contiene già un giudizio piuttosto netto (“avvitamento della politica”) e il testo si appunta criticamente sul ritorno del decisionismo testimoniato dai 664 provvedimenti emanati dai governi Monti e Letta, di cui però sono stati realmente adottati solo 225, pari al 33,9%.

 

È risaputo che il governo dei tecnici prima e quello delle larghe intese dopo non abbiano entusiasmato De Rita che in quest’occasione ha voluto soprattutto sottolinearne il paradosso tra una produzione legislativa poderosa e la cronica incapacità di implementazione delle novità. Quanto alle virtù salvifiche dei riti delle primarie o delle nuove leadership il Rapporto non ne parla: preferisce riporre le speranze, come da tradizione, sulle trasformazioni collettive di lungo periodo. Anche per questo inneggia alle donne.

(27esimaora, 7 dicembre 2013)

Brera omaggia la signora della Body Art e storie simili. A Lea Vergine Laurea Honoris Causa in “Comunicazione e didattica dell’Arte”
«Rigorosa e anticonformista, colta e ironica, capace di dialogare da più decenni con la cultura nazionale e internazionale, le sue mostre e i suoi saggi percorrono la contemporaneità e offrono l’occasione di riflettere su comportamenti, passioni, riti, mode. I suoi saggi svelano le trame complesse delle azioni umane: interagiscono con la cultura del passato, parlano del presente e lasciano intravedere il futuro. Una presenza intellettuale che la vede sempre impegnata in prima linea, ponendola tra gli interpreti più fecondi e significativi del dibattito artistico, con la particolare unicità, tipica di ogni artista, di rendere consapevoli». Peccato che però la persona in questione non sia un’artista, bensì una delle critiche d’arte più autorevoli del Belpaese: Lea Vergine.
La precedente motivazione? È per una Laurea Honoris Causa che arriva a riconoscere una grande carriera, data dall’Accademia di Belle Arti di Brera, in Comunicazione e Didattica dell’arte. In più per la critica della Body Art il titolo di Accademico d’Italia. Critica militante, salita alla ribalta delle critiche d’arte italiane nel 1974 con la pubblicazione de Il corpo come linguaggio. Body Art e storie simili, nel 1980 cura a Milano la mostra “L’altra metà dell’Avanguardia”; nel 1990 è commissario alla Biennale di Venezia; nel 1991 il convegno “Arte: utopia o regressione?”, organizzato a San Marino, resta negli annali delle manifestazioni culturali più importanti del decennio, poi è la volta di “Trash. Quando i rifiuti diventano arte”, e poi “Il bello e le bestie” e altri saggi, da Ininterrotti transiti a L’arte in trincea, fino all’ultima mostra, curata con la sua particolare e personalissima maniera, “Un altro tempo.Tra Decadentismo e Modern Style”, al Mart di Rovereto all’inizio di quest’anno. A fare da messi per la consegna del Premio il direttore dell’Accademia Franco Marrocco e il mondo della politica milanese: l’Assessore Filippo Del Corno, Domenico Piraina, responsabile del Polo museale e dei Musei scientifici di Milano e Francesca Alfano Miglietti, docente del dipartimento di Comunicazione e Didattica dell’arte di Brera, che terra colloquio con la critica, che non tradisce le aspettative, scrivendo di se: «Non mi sono mai sentita un critico, piuttosto una persona che scriveva di cose che non erano e potevano essere». L’appuntamento, con un incontro speciale, è per mercoledì 11 alle 10.30, nell’Aula 10 dell’Accademia.
da Exibart 6 dicembre 2013


Un titolo e un libro (edizioni Astragalo 2013) per raccontare la scuola elementare-primaria e insieme la società italiana dal 1940 a oggi. Le autrici sono ottanta maestre consapevoli dell’importanza del loro lavoro, presente dovunque, dalle frazioni di montagna alle affollate periferie delle città. Come riescono a salvare le relazioni umane minacciate dai problemi del mondo contemporaneo? Ne parliamo con alcune di loro. Clara Jourdan introduce l’incontro.

di Alessandra Pigliaru

Stefania Tarantino è una filosofa, musicista e femminista napoletana. Per lei non sono tre ambiti separati, ma un connubio singolare frutto di una ricerca personale iniziata più di quindicina d’anni fa e ancora in atto.  Alla fine degli anni Ottanta entra in relazione con Celeste Zaccaria, femminista e sua maestra di solfeggio e pianoforte, una figura centrale nella sua formazione sia musicale che politica. Intorno ai diciotto anni si trasferisce a Napoli e qui comincia a sperimentare i primi componimenti, testi e partiture, separandosi dal repertorio classico e tentando nuove formule. Frequenta l’ambiente underground, si iscrive alla Facoltà di filosofia e comincia una densa attività politica. Proprio in questi anni conosce Maria Letizia Pelosi, chitarrista e co-autrice con cui anni dopo fonderà la band musicale Ardesia. Le esperienze sono numerose sia nel sud Italia che all’estero [1] e i fili che Stefania decide di non recidere mai sono quelli che le consentiranno di studiare filosofia e occuparsi ancora di musica.

Ciò che tiene tutto insieme è la passione per il pensiero e la scrittura delle donne. Da Hannah Arendt a Virginia Woolf, passando per Emily Dickinson, Carla Lonzi e molte altre, per Stefania ci sono parole che vanno meditate, apprese, diffuse e trasformate in testi musicali. Studiosa rigorosa, scrive saggi filosofici di un certo rilievo [2]. Ora, per esempio, sta per consegnare due volumi, uno dei quali questa volta tratta la relazione tra Simone Weil e Maria Zambrano. Eppure, nonostante il lavoro sul pensiero e sulla scrittura, pensa che il lavoro sullo sconfinamento dei linguaggi sia fondamentale per sperimentare nuove esperienze artistiche e politiche. Così come succede nel primo album di Ardesia, Incandescente, che ho ascoltato dalla sua viva voce lo scorso ottobre a Paestum, rimanendone colpita.

Cominciamo da Incandescente che tu e Maria Letizia Pelosi avete inciso dopo aver raccolto numerosi pezzi scritti in precedenza. Ci sono testi bellissimi ispirati a molti momenti importanti della letteratura poetica, della filosofia ma anche più in senso stretto della politica. Penso all’audacia per aver contaminato Carla Lonzi e uno dei suoi libri più belli, Vai pure. Quale è il tuo approccio quando decidi di musicare un testo e che tipo di riscrittura metti in atto?

«Prima di tutto devo sentire risuonare in me ogni singola parola. L’approccio alla musicalità intrinseca nelle parole è per me fonte di libertà e di creatività. Lascio che siano loro a “fare” e “produrre” qualcosa in me, non il contrario. Con questo voglio dire che una volta che ho trovato il filo rosso di un’idea, di un’emozione, di uno stato d’animo, la musica viene quasi da sé. Così è stato, ad esempio, per le due poesie di Emily Dickinson (The grass so little e I held a jewel) in cui la musica mi è letteralmente fuoriuscita dalle mani, o anche per Nu’segreto (l’ultima chiave), poesia scritta da una mia zia (Maria Albertina Lomello), una donna anonima e sconosciuta scomparsa ormai tantissimi anni fa che prima di andarsene ha lasciato a sua figlia una raccolta di poesie. Un giorno mia madre mi ha fatto dono di quella raccolta. Quella poesia mi si era appiccicata addosso, era diventata la mia preghiera quotidiana. Poi, non ho avuto dubbi: quella poesia doveva essere conosciuta, trasmessa, e ho deciso di musicarla e di tradurla nella meravigliosa lingua napoletana. Anche sulla rielaborazione di testi cerco di far emergere la parte che più mi ha colpito, che sento appartenermi perché tocca e fa vibrare le corde della mia anima. Mi capita allora di lavorare su una parola, su una frase, un periodo, e cerco di trovare il modo giusto per tradurla musicalmente e vocalmente. Poi, ci sono anche testi che non sono ispirati da letture, ma che sono nati da mie personali esperienze di vita come, ad esempio, Ad un’amica, Respira o Oscuramenti.

Nella canzone Incandescente  da cui l’intero album prende il titolo, avete voluto restituire l’intensità de Le tre ghinee. Ciò che vorrei sapere da te è quanto questa forza femminile ti accompagna in una scelta non facile e non commerciale come quella del progetto musicale di Ardesia. So per esempio che fino ad ora avete autofinanziato l’album.

«Si, l’album è stato interamente autofinanziato da me e da Maria Letizia Pelosi e finora il lavoro è stato “a perdere”, almeno dal punto di vista economico, il che mi ha creato enormi difficoltà trovandomi ancora in una situazione precaria, con contratti che oggi ci sono e domani non so. Nonostante questo, abbiamo creduto profondamente in questo progetto e non ci siamo arrese di fronte alle tante porte chiuse e ai soliti discorsi ripetuti quasi con le stesse parole da quelli del settore. In un video che ho visto di recente su youtube, Jodorowsky, parlando del cinema afferma che è qualcosa di “sacro” e che esso serve innanzitutto ad aprire la nostra coscienza. Proprio per questo lui ha scelto di non fare cinema industriale per guadagnare denaro ma, al contrario, ha scelto di fare cinema per perdere denaro. Ora, io di denaro da perdere non ne ho proprio e ho anche difficoltà a procurarmene come “precaria” della ricerca, però penso che questo tipo di radicalità, quando ne va di qualcosa di noi, di qualcosa di “sacro” in noi, e non solo del nostro guadagno o successo, sia la strada maestra per continuare a fare ciò in cui si crede. Ci vorrà più tempo, sarà più faticoso e complicato, ma si potrà fare».

Il prossimo lavoro si intitolerà Dove non potrò (da una poesia di Lina Mangiacapre  poeta e artista femminista). Mi hai detto che stai aspettando l’incontro giusto. Hai delle aspettative?

«Nella vita ci vuole anche un po’ di fortuna. A volte basta essere nel posto giusto al momento giusto e tutto cambia. Altre volte basta essere la moglie di, la sorella di, la nipote di, la figlia di, ecc, di qualcuno già avviato e riconosciuto ed è tutto è più facile. Questo accade in tutti gli ambiti. Ma la fortuna non elargisce i suoi doni solo alla cieca, a volte si sincronizza con quello che consciamente e inconsciamente stiamo cercando. Ciò che posso dire è che per passare dall’idea alla sua realizzazione (cioè incidere, produrre materialmente questo secondo album) avrei bisogno oggi di incontrare la persona giusta. Però, anche qui, non voglio forzature. Ogni incontro per me è un dono, accade come qualcosa di inaspettato ed è una cosa bella, bellissima, proprio perché tale. Qualcuno/a entra nella nostra vita. Qualcuno/a che prima non c’era, che non immaginavamo potesse incrociare il nostro cammino, da un giorno all’altro sconvolge gli assetti già dati e consueti del nostro quotidiano. Ogni buon incontro ci fa conoscere qualcosa in più di noi stessi perché crea un’alchimia unica e irripetibile che non avevamo previsto. Così è stato, per citarne solo uno, l’incontro con Constance Frei quando vivevo a Ginevra. Musicologa e violinista, con lei è nato subito il desiderio, la curiosità di sperimentare e di suonare insieme. Mi auguro che, in questo preciso momento della mia vita, mi possano accadere nuovi incontri così: la possibilità di intrecciare la mia sensibilità ad un’altra per vedere cosa produce il contatto e per condividere un progetto comune. Del resto, sono convinta che se qualcosa si darà è perché, seppur imprevedibile e inaspettato, nulla accade a caso e invano!»

Nel nuovo cd ci sarà anche un brano ispirato alle pagine di Ondina se ne va di Ingeborg Bachmann che hai intitolato La collana di conchiglie. Un testo che parla della violenza sul corpo femminile e della difficoltà di amarsi nel pieno rispetto reciproco. Ce ne sarà anche un altro su Angela Putino  che, a proposito di incontri, per te ha significato molto. Desidero concludere questa nostra breve conversazione lasciandoti qualche considerazione proprio sulla tua relazione con lei.

«La relazione con Angela è stata molto importante e ha contribuito a rafforzarmi sul piano della contaminazione tra filosofia e musica. Come ho raccontato nel documentario realizzato da Nadia Pizzuti Amica nostra Angela  più volte, nelle nostre conversazioni mi spingeva a lavorare su questo. È stata una donna che sapeva ascoltare con tutto il corpo. Sembra una cosa facile ma non è così. Il suo era un ascolto che equivaleva a un’attenzione massima all’altro. Un atteggiamento profondamente ricettivo, che nasceva dall’equilibrio di attività e passività. La sua passione per il teatro, la sua ricerca continua di linguaggi che non fossero specializzati, faceva di lei una sperimentatrice nata e una donna capace di sostenere la tua passione fino in fondo. Vedeva lontano Angela. Qualche tempo fa una sua amica, Giovanna Petrelli, mi ha dato un testo che sto mettendo in musica e che abbiamo deciso di intitolare Ballata per Angela, un testo allegro e divertente che mette in primo piano tutta la sua ironia e la sua grande gioia di vivere. Ecco, è questo che più mi sta a cuore: raccontare piccoli frammenti dell’esperienza vissuta di alcune donne per me significative, narrare in pochi versi la loro “differenza”, cantarla e, in un certo senso, ringraziarle per il loro non essersi risparmiate e per l’aver innescato, tramite il pensiero e la scrittura, veri e propri processi di cambiamento necessari, oggi più che mai, a donne e uomini».

[1] nel 2000 scrive un’opera teatrale dal titolo La rivolta del 2640, andata in scena grazie al sostegno e l’appoggio del gruppo “Zezi teatro” nell’ambito della manifestazione “Maggio dei monumenti”. Dopo poco partirà per Ginevra, città in cui vivrà quattro anni e in cui darà vita al gruppo musicale “Retrovia” con cui si esibirà in molti locali della città.

[2] La libertà in formazione. Studio su Jeanne Hersch e Maria Zambrano (Mimesis) http://www.mimesisedizioni.it/Filosofie/La-liberta-in-formazione.html

Esercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica (Liguori)

 

http://www.societadelleletterate.it/2013/12/pezzo-3/