di Franca Fortunato
Un’antropologa, Giuditta Lo Russo, nel lontano 1995 pubblicò un libro sull’origine della paternità («Uomini e padri. L’oscura questione maschile», Ed. Borla), in cui portava alla luce le ragioni per cui gli uomini hanno inventato, nella lontana età primitiva, la figura del padre. Una questione ancora oggi aperta, come dimostra la vicenda della condanna dell’Italia, da parte della Corte europea dei Diritti Umani, sulla mancata possibilità di attribuire il cognome della madre al figlio e alla figlia, e il conseguente decreto legge del Governo. Per poter capire il senso di quel decreto, è il caso di ricordare quanto Giuditta Lo Russo sostiene nel suo libro. «In quell’età -lei scrive -, quando si ignorava la proprietà fecondativa dello sperma, c’era “ignoranza della paternità” e questo spiega l’allora matrilinearità (discendenza materna) a cui l’uomo poteva partecipare solo legandosi alla madre. Gli uomini si sentivano, così, esclusi dalla generazione della vita e dalla discendenza, il che creava in loro una “situazione esistenziale” insostenibile. È per inserirsi nel processo procreativo che inventarono, sul piano culturale e sociale, la figura paterna e il suo legame con il bambino. Originariamente, perciò, non è il figlio ad aver avuto bisogno di essere riconosciuto dal padre, ma è innanzitutto il padre che ha avuto fondamentalmente bisogno di questo riconoscimento e di dare il nome al figlio. L’uomo ha costruito il patriarcato per risolvere la sua “situazione esistenziale” nel processo procreativo, si è creato un ordine in cui si è dato una posizione di centralità e di dominio. Ha rovesciato la dipendenza naturale dalla madre nella dipendenza sociale della donna da lui, quale padre, marito, fratello. All’origine della creazione della paternità vi è la cancellazione della relazione primaria madre-figlio e figlia, e quando gli uomini conobbero il loro apporto genetico alla procreazione, se ne servirono per rafforzare, ancora di più, un ordine che assicurava loro potere e controllo, nella famiglia e fuori, sulla maternità, svalorizzata nella sua capacità riproduttiva. Quando si riconoscerà che “la madre è più antica del padre”, come scriveva Bachofen, e che si è figlie e figli perché si ha una madre, la questione del cognome ai figli troverà il suo giusto ordine.» Di questo libro parlai per la prima volta, su questo giornale, nel 2001 in occasione del caso di una donna, Anna D., che non aveva voluto che a suo figlio, nato da una relazione extramatrimoniale, fosse attribuito il cognome del padre. L’uomo, sposato, dopo qualche anno di riflessione, aveva deciso di legittimare il piccolo e per fare questo aveva ottenuto anche il consenso della moglie. Così i giudici, sia di primo che di secondo grado, avevano deciso che il minore si sarebbe chiamato come lui, previo abbandono del cognome materno. Anna, allora, fece ricorso alla Cassazione, che accolse la sua richiesta che il figlio mantenesse il suo cognome. Veniamo all’oggi. Un altro caso. Alessandra Cusan e Luigi Farro, genitori di Maddalena, nel 1999 si vedono impedito di registrare la figlia con il solo cognome materno. Si appellano alla Corte europea di Strasburgo e questa dopo anni, in chiave antidiscriminatoria, ha stabilito che i genitori hanno il diritto di dare ai propri figli e alle proprie figlie anche il solo cognome della madre, condannando l’Italia per averlo negato ai due coniugi. Il Governo corre ai ripari e in questi giorni ha approvato un decreto legge in cui si consente alla madre di dare il suo cognome ai figli e alle figlie solo se il padre è d’accordo. Ancora una volta la legge cancella e disconosce il fatto che donne e uomini veniamo al mondo da una donna. È lei che ci introduce nel mondo dandoci “la vita e la parola”, come scrive Luisa Muraro nel suo libro del 1991 «L’ordine simbolico della madre» (Ed. Riuniti). Non c’è simmetria, non c’è parità e uguaglianza, tra il diventare madre e il diventare padre. È finito, grazie alla rivoluzione femminista, il dominio maschile sul corpo delle donne e con esso il “vecchio” patriarcato, dentro cui gli uomini hanno inventato il primato della paternità con la trasmissione del loro cognome. Il “moderno” patriarcato, non potendo far più ricorso a quel dominio, usa la cultura della parità e dell’uguaglianza per neutralizzare la differenza femminile e rendere simmetrica la relazione tra i sessi, cancellando, ancora una volta, la relazione primaria madre-figlia, madre-figlio. Quando il Governo nel suo decreto, riferendosi all’attribuzione del nome materno, parla di “complessa materia” da approfondire con un “gruppo di lavoro presso la Presidenza”, in realtà non fa che nominare il disordine simbolico in cui si muovono uomini e donne quando si ostinano a non voler vedere ed accettare quello che è evidente da sempre: si viene al mondo da una madre.
(Il Quotidiano della Calabria, 17.01.2014)
di Alberto Leiss
Quando cambia la percezione sociale di fenomeni profondi appaiono neologismi – o parole vecchie che si caricano di nuovi significati – che dovrebbero aiutarci a comprendere, a reagire e agire meglio. Nel caso della violenza maschile contro le donne si discute sul termine femminicidio – sostenuto da molte donne, ma non proprio tutte, contestato da qualche uomo (ultimo Guido Ceronetti, che ha proposto di sostituirlo con ginecidio, alla greca. Forse desiderava semplicemente riconquistarsi un potere di nominazione perduto?).
Tra tante contraddizioni e ambiguità (a cominciare dal carattere emergenziale e repressivo delle recente legge), si comincia finalmente a vedere una verità semplice e incontestabile, ma da sempre rimossa: siamo noi uomini ad agire la violenza, siamo noi il problema.
In Italia, molti anni più tardi rispetto alle esperienze nel Nord Europa e nei paesi anglosassoni, si affacciano anche iniziative rivolte specificamente agli uomini per prevenire la violenza. Ecco affermarsi un’altra parola: maltrattanti. Lavorare con i maltrattanti per scongiurare i femminicidi, per riconoscere e combattere la violenza maschile. Guardandola in faccia.
Ne parla e ne discute in modo assai ricco un libro recente: Il lato oscuro degli uomini, a cura di tre donne, Alessandra Bozzoli, Maria Merelli e Maria Grazia Ruggerini, pubblicato da Ediesse. Ma vi si leggono anche numerosi interventi maschili.
Il dibattito pubblico sulla violenza degli uomini contro le donne potrebbe essere una buona leva per affrontare in modo molto più largo la quantità pervasiva di violenza che attraversa le nostre società. Esiste ormai una ricca letteratura sulla contiguità tra violenza bellica e violenza sessuale maschile (dagli stupri etnici ai vari maltrattamenti nelle caserme, ora che anche le donne vi sono ammesse). Né mancano linguaggi violenti e comportamenti variamente maltrattanti sulla scena quotidiana della politica e dell’informazione. Non serve aguzzare lo sguardo per vedere che anche in questo caso i protagonisti principali sono quasi tutti uomini.
Non voglio fare di tutte le erbe un fascio. Ma credo non sia infondato chiedersi se il rapporto che noi maschi abbiamo con il nostro corpo, e con le pratiche di costruzione dell’autorità, del potere, della forza e della violenza, non determini un continuum nelle culture individuali, familiari e collettive che producono e fino a oggi hanno legittimato i comportamenti violenti.
Non facciamo quindi degli interventi rivolti ai maltrattanti un argomento riservato agli “specialisti”, un modo per istituzionalizzare, patologizzare, e allontanare da tutti noi la figura – anzi, le tante figure – del maschio violento.
(il manifesto, 14 gennaio 2014)
Intervista a Paola Mattioli di Matteo Bergamini
Il pretesto per incontrarci e parlare, stavolta, è dato dal libro Mémoires d’Afrique. È l’ultima tappa di una serie di viaggi in Africa fatti da Paola Mattioli con Sarenco, negli scorsi anni, che sulla carta stampata (con prefazione di Achille Bonito Oliva) hanno trovato una nuova dimensione. Io diligentemente ho preparato una serie di domande, inviate prima alla fotografa, pensando che sarebbe potuto essere un modo semplice per seguire una traccia precisa. Quando arrivo in studio, invece, non solo trovo le risposte, ma un vero e proprio saggio (composto da numerosi frammenti di altri testi) che – come spesso accade – rappresentano per Mattioli quelle “note a margine” imprescindibili dai suoi scatti, dal suo modo di vedere la realtà. Ecco il risultato, decisamente originale, di un’intervista con tanti “Cfr”.
da Artribune
Sino al 4 febbraio 2014
Christiane Beer e Elena Modorati
Galleria Il Milione, Milano
Due modi di fare arte e di affrontare la scultura. Le opere scelte per “L’istante interminabile”, prevalentemente realizzate negli ultimi due anni, sono rilievi – da parete e da terra – costituiti da piu’ elementi accostati.
La Galleria Il Milione presenta la mostra Istanti Interminabili, con opere di Christiane Beer ed Elena Modorati che per la prima volta si prestano ad un confronto con una serie di opere recenti, proposte in un allestimento pensato per l’occasione dalle due artiste.
Le opere scelte per l’esposizione, prevalentemente realizzate negli ultimi due anni, sono sculture – o, più precisamente, rilievi – sia da parete sia da terra, costituite da più elementi accostati. Christiane Beer (Plauen, Sassonia, 1965) usa il cemento o la ceramica sintetica mentre Elena Modorati (Milano, 1969) adopera prevalentemente la cera alla quale accosta o innesta altri materiali: diversi tipi di carte, metalli, marmo.
Due posizioni distinte le loro, a partire dalla loro formazione: Beer si diploma in scultura con Giuseppe Spagnulo alla Staatlichen Akademie der Bildenden Künste di Stoccarda, mentre Modorati si è laureata in filosofia con indirizzo estetico all’Università degli Studi di Milano.
L’attenzione di Christiane Beer si concentra sulla perfezione delle forme; una sorta di sua geometria mentale la porta infatti a governare la materia e i materiali attraverso una disciplina assoluta del fare. Anche il procedere di Elena Modorati contempla un aspetto mentale, che la porta ad affondare nelle sue fusioni scritti silenziosi, in bilico fra presenza ed assenza, ma in un esito complessivo di effusione e morbidezza.
Nei due campi, così, la partita si gioca fra esperienza e astrazione dell’idea, rigore intellettuale e intensa spiritualità. Le modalità operative sono lente e meticolose, fisiche e contemplative insieme; l’immaginazione oscilla in moto perpetuo fra Classico e Romantico.
Due modi di fare arte e di affrontare la scultura, quindi, complementari: entrambe lavorano per gruppi di opere, definiscono lo spazio e indagano il limite con un atteggiamento che prevede la costruzione di forme impregnate di riflessioni di matrice filosofica, che a volte traspaiono esplicitamente. Forme essenziali, minime, necessarie… quasi degli schermi entro i quali istanti interminabili e sovraumani silenzi vengono bloccati in un attimo di spazio.
Inaugurazione 5 dicembre ore 18
Galleria Il Milione
via Maroncelli, 7, Milano
lun-ven 10,30-13 e 15,30-19 sab su appuntamento. Chiuso dal 23 dicembre al 7 gennaio 2014
Ingresso libero
da 30/1/2014 al 4/5/2014
Micol Assael Hangar Bicocca, Milano Il progetto per HangarBicocca, che comprende alcune delle piu’ importanti installazioni dell’artista e due opere inedite, e’ un percorso che coinvolge gli spettatori in modo fisico e mentale mettendo in gioco in modo radicale la relazione delle opere con lo spazio. comunicato stampa A cura di Andrea Lissoni La mostra La mostra comprende alcune delle più importanti installazioni dell’artista e due opere inedite che occuperanno interamente gli oltre 1800 mq di spazio dello Shed. Micol Assaël, nata in Italia ma vissuta quasi sempre all’estero, si è presto distinta come una delle voci più originali dell’arte europea e ha esposto nelle più importanti biennali e in numerosi musei tra cui il Palais de Tokyo di Parigi e la Kunsthalle di Basilea. Il progetto per HangarBicocca è un percorso che coinvolgerà gli spettatori in modo fisico e mentale mettendo in gioco in modo radicale la relazione delle opere con lo spazio. Micol Assaël (1979) vive attualmente in Grecia. Fenomeni fisici, magnetismo, ingegneria elettrica, così come la loro interazione con il corpo umano, sono elementi centrali nella sua ricerca artistica. La percezione sensoriale, soprattutto quella dello spettatore, è infatti una componente fondamentale per l’artista: le sue installazioni, tanto radicali quanto poetiche, influenzano fisicamente e mentalmente lo spettatore, mettendolo spesso in una posizione di pericolo reale o supposto. Presso HangarBicocca Micol Assaël presenta quattro installazioni essenziali del suo percorso di ricerca e due opere inedite. Ha avuto mostre personali presso la Kunsthalle Basel, Basilea (2007), il Palais de Tokyo, Parigi (2009), Wiener Secession, Vienna (2009), Kunsthalle Fridericianum, Kassel (2009) e MUSEION, Bolzano (2010), e ha partecipato a mostre collettive fra cui la Biennale di Venezia (2003 e 2005), Manifesta (2004), la Biennale di Mosca (2005), la Biennale di Berlino (2006), la Biennale di Sydney e After Nature (New Museum, New York) (2008), Chasing Napoleon (Palais de Tokyo, Paris, 2009)
Responsabile Ufficio stampa – Angiola Maria Gili mob. +39 335 6413100 angiola.gili.ex@hangarbicocca.org Ufficio stampa e web – Stefano Zicchieri mob. +39 334 6160366 stefano.zicchieri@hangarbicocca.org Tel. +39 02 644 231232 press@hangarbicocca.org Inaugurazione giovedì 30 gennaio 2014, ore 19.00 Hangar Bicocca via Chiese 2, 20126 Milano Orari d’apertura: Lun-Mar-Merc: chiuso Gio-Ven-Sab-Dom: 11.00-23.00 Ingresso libero
di Alessandra Pigliaru
Dopo il bell’esordio di Undici (2008), finalista al Premio Calvino del 2007, Mia figlia follia (2010) e Ogni madre (2012), tutti editi per le edizioni nuoresi Il Maestrale, adesso arriva un’ulteriore conferma: Savina Dolores Massa è una scrittrice molto brava e leggerla è un’esperienza di bellezza che ci si dovrebbe saper concedere. Il suo ultimo romanzo si intitola Cenere calda a mezzanotte (Il Maestrale, pp. 430, euro 18) ed è un canto maturo, pieno e commovente. A muoversi nelle folte pagine consegnateci dall’autrice oristanese sono personagge e personaggi dal carattere cocciuto e fiero che fanno della propria precarietà l’osservazione privilegiata del mondo, al dritto e al rovescio. Non temono giudizi, distinguono catastrofi dell’anima e del corpo e raccontano una storia che si svolge lungo quasi cento anni nella piccola comunità di Aristànis (nome in sardo di Oristano).
Il carattere di transitorietà contrassegna le descrizioni fatte da Massa, tuttavia la significazione esatta è quella che si gioca tra il raddoppiamento della realtà e la condizione materiale di vita. Se la prima non è mai una scappatoia bensì la capacità elettiva della scrittura di costruire mondi possibili, la seconda mostra come di quel desiderio di allontanamento non si possano tacere mai le metamorfosi corporee. La cenere non si sofferma qui solo alla finitudine ma diviene crocicchio tra realismo magico e poetica della vulnerabilità. E di storie esemplari, potremmo aggiungere, che cuciono l’atmosfera rarefatta e al contempo tangibile di donne e uomini comuni in costante combattimento.
La disciplina per resistere
Nella piccola comunità sarda che Savina Dolores Massa racconta a partire dagli inizi del Novecento, la cenere è infatti anche la pietas che viene meno quando i viventi cercano si sopraffare le proprie e i propri simili, fino a rappresentare le spoglie di un modo nuovo di stare nel mondo tra la necessità di fare comunità e la libertà di contravvenire alle regole prestabilite. Ma la cenere è altresì la stessa che Bonaria e Peppina utilizzano nel proprio lavoro in una casa padronale.
Nel registro ironicamente tagliente utilizzato dall’autrice, la confidenza con la propria fragilità è proporzionale alla forza del prendere parola. Un ordine del discorso che l’autrice disciplina politicamente in favore di chi resiste o ha resistito. Le voci inaddomesticate che non sanno nulla dell’avidità e alle quali «la vanità non serve», assumono nel romanzo una travolgente energia assertiva. Si deve dare retta a quel vociare perché in fondo è proprio questa la lezione di fuoco a cui il romanzo e l’interesse della scrittrice da sempre si appella. Si potranno scoprire i racconti di amore e di morte della famiglia Mammaiòni, cioè di quando Antonio perde la moglie Bonaria, creatura taciturna «che lasciava il calco di sé ovunque», in seguito a un incidente tanto piccolo quanto fatale. Nella decisione dell’uomo di farne durare il ricordo attraverso lo scambio con i propri tre figli ancora piccoli, prende avvio l’esercizio simbolico della riconoscenza. Soprattutto si imparerà la stoffa sociale e di affezione trasformativa che Savina Dolores Massa consegna a Chicchino, Giomaria, Angelo, Rebecca, Tommaso, Maria e a tutta la litania di donne e uomini che abitano le dense pagine di Cenere calda a mezzanotte. In un orizzonte privo di eroismi e risarcimenti dell’onore perduto, l’autrice converte il corpo della scrittura in una moltitudine che sa mettersi a repentaglio «anche quando in pancia si agitavano spade che ferivano, e non erano duelli tra cavalieri e cavalli (…) ma fame». Fino al gioco della memoria. O ancora fino al protagonismo di una intera comunità del desiderio che trafigge la storia dell’ingiustizia e del costante mancarsi e ritrovarsi.
I perimetri rivoltati
Nella sistemazione cangiante di generazioni che si dipanano in una tessitura relazionale sorprendente, Savina Dolores Massa si muove con maestria a tratteggiare un paesaggio — umano e naturale — parlante di attese e premonizioni, consapevole di una restituzione complessa tra lotta per la sopravvivenza ed eredità di chi ci ha preceduto. Su quest’ultimo tema, il congegno della scrittura raggiunge un compimento nella narrazione di luoghi paradigmatici di cui possiamo seguire il dettaglio nel tempo. Tra le tante, particolarmente importante è la storia di Petronilla e Luisetta, madre e figlia che scoprono la difficoltà di dirsi prossime nell’accoglienza di un corredo familiare pesante con cui non si finisce mai di fare i conti. Del resto l’interrogazione rimane aperta: «Perché questa sorte di nascere donna? E cosa volevi essere? Nuvola».
Ma il corpo a corpo non è solo quello con la propria madre, è bensì più ampio e controverso come ogni signora della scrittura sa presagire. È infatti nell’assunzione di responsabilità verso il futuro da parte della genealogia che l’autrice trova una sua specifica libertà di movimento. Intanto del suo stesso lavoro, giacché Cenere calda a mezzanotte è un libro che per rigore e dedizione riesce a comporre in via definitiva la costellazione di alcune letture capitali. Non stupiranno in questo senso diverse consonanze con le grandi scritture poetiche e letterarie novecentesche, tra tutte basti pensare a quelle con Anna Maria Ortese. In secondo luogo, nel suo lento rimembrare la storia di una terra che può essere la Sardegna come qualsiasi altra, perché a parlarne sono quelle e quelli che ne hanno saputo agitare e rivoltare i perimetri. E se la preferenza va alla quotidianità di allargati nuclei familiari che cercano di darsi giustizia, è vero che in questa cura per chi riesce a sopravvivere non c’è mai celebrazione della vittima. Piuttosto si reclama la prosecuzione di una resistenza visionaria che, ogni volta come fosse la prima, sceglie la narrazione esperienziale come metodo ineludibile e competente di dare parola al mondo.
(il manifesto, 8 gennaio 2014)
di Chiara Melloni
Il sortilegio (più come che perché)
Durante le vacanze di Natale ho letto per la prima volta tutti, o quasi, i libri di Elena Ferrante. È stato un corpo a corpo con una scrittura potente e magnifica. Scrivo questa multi-recensione un po’ per raccontare i suoi libri, di più per raccontare come si sono fatti leggere.
[…]
http://femminileplurale.wordpress.com/2014/01/09/recensione-elena-ferrante-tutti-i-libri/
Il bando di concorso Grazia Zerman di quest’anno, rivolto a 25-35enni, è interessante perché invita a scrivere di lavoro oltre i luoghi comuni circolanti e consente ora di farlo anche in forma narrativa. Vai al bando
Dopo essere passato con successo alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sarà trasmesso su Rai Tre, oggi martedì 7 gennaio alle 23.20 dopo Ballarò, Con il fiato sospeso, il film di Costanza Quatriglio.
Nel dicembre 2008 la notizia dell’apposizione dei sigilli ai laboratori di chimica alla facoltà di farmacia dell’università di Catania, a causa del sospetto ambientale, oltre al ritrovamento del memoriale del dottorando Emanuele Patané, morto di tumore al polmone nel 2003, hanno costituito per Costanza Quatriglio lo spunto per dare l’avvio alla lavorazione del film. Nel diario il ventinovenne denunciava le condizioni insalubri dei locali non idonei alla ricerca scientifica.
Un processo tuttora in atto, che vede imputati i vertici della facoltà per inquinamento e discarica non autorizzata. Vincitore del premio “Gillo Pontecorvo – Arcobaleno Latino”, il film è il frutto di una lunga documentazione che mette in luce l’obsolescenza di strutture preposte alla ricerca oltre all’amara constatazione della ricattabilità in cui spesso vivono gli studenti universitari. Le musiche del film sono di Paolo Buonvino, con brani live dei Black Eyed Dog. Con il fiato sospeso è prodotto da Jole film e Costanza Quatriglio, con la collaborazione di Ines Vasiljevic e Istituto Luce Cinecittà.
Questa la sinossi: Stella studia farmacia all’università. Quando è l’ora della tesi viene inserita in un gruppo di ricerca. Pian piano capisce che nei laboratori di chimica qualcosa non va. L’ambiente è insalubre, qualcuno comincia a star male, i professori parlano di coincidenze. L’amica Anna, che ha lasciato gli studi per suonare in un gruppo indie-punk, vorrebbe che Stella smettesse di lavorare in quei laboratori; Stella, al contrario, non vuole rinunciare al suo sogno.
“Nel cinema – dichiara la regista Costanza Quatriglio – esiste una soglia oltre la quale la differenza tra generi, dispositivi della narrazione, messa in scena e rappresentazione del reale dissolvono nella costruzione di un’esperienza che rende lo spettatore parte integrante del film. Esiste inoltre una soglia oltre la quale un film perde la sua libertà per essere parte di un sistema di valori, accettato e riconosciuto. Infine esiste una soglia ogni qual volta si è al cospetto dell’intimità di un personaggio, delle sue debolezze, delle sue ossessioni o del suo dolore. Ho realizzato il film come un funambolo che cammina su queste soglie, con l’eccitazione di potercela fare, di poter dominare questa materia difficile. La storia dei giovani che studiano in laboratori di chimica insalubri e dannosi ci racconta di come l’Italia sia un paese senescente, che negli anni ha dato prova di essere incapace di progettare il futuro. Qui non sono le fabbriche inquinanti a essere messe in discussione. In questa storia non ci sono padroni ma padri”.
(il vicecancelliere tedesco)
di Andrea Tarquini
Successo e potere non bastano: un uomo è realizzato se sa anche essere davvero un padre presente, e trovare tempo per i figli. Magari a spese del tempo del lavoro. È la parola d’ordine del movimento trasversale dei maschi consapevoli, tendenza in crescita nella Germania della grande Coalizione. Lo ha lanciato nientemeno che il vicecancelliere, superministro dell’Economia e leader della Spd, Sigmar Gabriel. Die Neue Väter, i nuovi padri: il movimento fa proseliti in corsa, 91 papà di Germania su cento lo appoggiano.
Il suo simbolo è Marie, una tenera bimba di due anni. Figlia appunto del vicecancelliere e della sua seconda moglie, la dentista di Magdeburgo Anke Stadler. «Anke ha bisogno di tempo per il suo lavoro, dunque è giusto che io dia una mano», si è confessato il compagno Gabriel a Bild. «Mercoledì tocca a me andare a prendere Marie al Kindergarten, e occuparmi di lei, e ne sono felice». Scelta difficile, inevitabilmente concordata con un’altra donna, la cancelliera Angela Merkel, perché proprio il mercoledì si tiene a Berlino la riunione settimanalechiave del governo.
Come conciliare i ruoli di papà e di numero due del governo della prima potenza europea? Se necessario, Sigmar Gabriel si farà sostituire. Oppure, giocando con Marie tra altalene, scivoli e castelli di sabbia dell’asilonido, sarà in contatto con la cancelliera con lo smartphone, o esprimerà le sue scelte con sms o cinguettando su Twitter.
«Del resto parliamoci chiaro», spiega l’iperattivo, 54enne papà vicecancelliere, «non si governa né abbastanza né bene se non ci si rassegna a studiare dossier e consultare esperti anche in viaggio, se non si pensa a soluzioni dei problemi anche fuori del lavoro». E subito aggiunge: «Avere abbastanza tempo per i figli, e per aiutare la partner, è imperativo, così come è consigliabile andare a fare la spesa… altrimenti noi politici rischiamo di estraniarci dalla realtà, di perdere contatto e conoscenza del mondo reale in cui vivono i cittadini che ci eleggono».
Certo, obiettano scettici e maligni: quella del vicecancelliere che un giorno alla settimana lascia vuota la sedia al vertice per giocare con Marie accovacciato in grisaglia nella sabbia del Kindergarten è anche un’ottima trovata d’immagine e di pr. E altrettanto certo, nota malizioso Spiegel online, è che tante volte al Kindergarten e poi a casa papà Sigmar sarà sì accanto a Marie o passeggerà tenendola per mano, ma con l’altra mano terrà sempre lo smartphone all’orecchio per contatti continui con Merkel, e chi sa quante volte Marie gli dirà «Ma insomma, quand’è che infine giochiamo?». Però la scelta resta. E appare sincera, perché non è la prima volta che il compagno Gabriel antepone la famiglia alla leadership politica. Nel 2012, dopo la nascita di Marie, prese tre mesi di congedo parentale, e solo online, con lo smartphone e Twitter, fu dirigente del più antico partito di sinistra del mondo. Scusate se è poco.
Sono passati, nella moderna società tedesca, i tempi in cui i padri che dedicavano più tempo della media ai figli venivano derisi con disprezzo arrogante dai conservatori come “volontari dei pannolini”. Già 27 papà su cento nel paese hanno preso il congedo parentale per occuparsi dei bimbi, tendenza in aumento. E in dieci anni è raddoppiato (dal 10 al 20 per cento) il numero dei padri che hanno chiesto un orario di lavoro parttime in nome della prole. Per le piccole aziende è un problema, i big del made in Germany come Lufthansa invece appoggiano il trend: «Un padre vicino ai figli ha una sensibilità che serve anche a noi come azienda», afferma Bettina Volkens, capo del personale nella compagnia.
Gabriel non è il solo qui nell’establishment ad aver scelto i figli. Gli fa compagnia illustre Jörg Asmussen, fino a poco fa secondo tedesco al vertice della Banca centrale europea. Adorava quel lavoro, e il gusto di schierarsi con Draghi contro il compatriota falco Jens Weidmann, presidente della Bundesbank. «Ma due figlie di sei e cinque anni contano di più, quindi sono divenuto sottosegretario al Lavoro per stare a Berlino accanto a loro, non più a Francoforte, e mi è indifferente se mi si giudichi un modello o uno scemo» afferma. Pazienza se “Supermario” si è dispiaciuto di perderlo.
(La Repubblica, 6 gennaio 2014)
di Stefania Ragusa, Ilaria Sesana
L’intervista comincia con una domanda del ministro:
«Al mio predecessore, Andrea Riccardi, nessuno chiedeva conto e ragione di quel che avveniva nei Cie. A me sì. Come mai?». C’entra il colore della pelle. C’entra l’origine straniera. C’entrano – e lei lo dice chiaramente – anche giochi politici, che non fanno bene alla causa dell’integrazione. Che è «la politica del futuro».
Da quando è diventata ministro, Cécile Kashetu Kyenge ha raccolto a ciclo continuo insulti razzisti (risulta il ministro più insultato al mondo, in una singolare classifica) e varie contestazioni. In particolare, è stata accusata di avere cambiato idea su temi sensibili, come la chiusura dei Cie. «Non ho cambiato idea. Le mie opinioni sono note (Kyenge per molti anni si è battuta per la chiusura dei Cie e per una nuova legge sull’immigrazione, ndr) e il mio percorso da politica e attivista pure. Come ministro ho però un margine di azione limitato ed è all’interno di quei limiti che posso agire e agisco. Tra chi mi chiede di forzare questi limiti qualcuno è in buona fede, perché davvero non conosce le competenze del mio ministero e confonde l’Integrazione con l’Immigrazione. Altri no, non sono in buona fede».
Le competenze del suo ministero. Partiamo da qui.
«Le mie deleghe sono: Integrazione, Politiche giovanili, Servizio civile Nazionale, Adozioni Internazionali, Antidiscriminazione razziale, Strategia di inclusione di Rom, Sinti e Caminanti. In questi ambiti ho pieno potere decisionale pur essendo limitata dalla mancanza di risorse: il mio ministero infatti è senza portafoglio. Posso inoltre essere presente ai tavoli in cui si discutono i temi legati all’immigrazione, collaborare e agire da pungolo. Ma le decisioni finali spettano ai ministri che hanno la delega per quella materia specifica, non al mio ministero. Che non può diventare il capro espiatorio per quello che gli altri dicasteri non fanno».
Può tracciare un primo bilancio di questi primi sette mesi da ministro?
«Sette mesi sono pochi e allo stesso tempo sono tanti. Abbiamo lavorato molto e siamo riusciti a ottenere parecchie cose: piccoli miglioramenti su tanti fronti diversi. Cominciamo con i tavoli. Ne abbiamo avviato uno per l’inclusione di rom sinti e caminanti, facendo partire una commissione ad hoc, unica in Europa, per definire lo status giuridico di quelle persone che, per varie ragioni, non ce l’hanno e si trovano a vivere come fantasmi: non si tratta di singoli ma di intere comunità. Abbiamo fatto partire il tavolo per il dialogo interreligioso. Partecipiamo a quello per i minori non accompagnati.
Abbiamo contribuito all’avvio di un fondo per l’imprenditoria femminile, che è per tutte le donne, non solo per le immigrate. Abbiamo avviato vari protocolli con gli enti locali per valorizzare e premiare le buone pratiche di integrazione.
A luglio abbiamo varato il primo piano triennale contro il razzismo. Abbiamo recepito una direttiva europea che permette l’accesso ai bandi per il pubblico impiego a titolari di protezione umanitaria e lungo soggiornanti.
Inoltre, attraverso il decreto scuola, abbiamo ottenuto di far valere il permesso di soggiorno per motivi di studio per tutto il periodo della formazione. In questo modo si agevola il percorso degli studenti e si rende anche l’Italia più competitiva a livello internazionale.
Stiamo lavorando poi, attraverso le Politiche giovanili, per favorire la partecipazione dei giovani a tutti i livelli, che è un passaggio di estrema importanza per il futuro. Abbiamo ottenuto una semplificazione nell’iter per la cittadinanza, prevedendo altri criteri per dimostrare la presenza continua sul territorio oltre a quello della residenza anagrafica (grazie a questo passaggio, una persona come Liza Suamino, di cui il nostro giornale ha raccontato la storia, può finalmente ottenere la cittadinanza italiana, ndr). Abbiamo portato avanti la campagna contro l’hate speech sul web. Abbiamo scelto di farlo attraverso le politiche giovanili perché riteniamo importante educare i giovani a un uso diverso e più consapevole del web e dei sistemi informatici. Abbiamo promosso e adottato, inoltre, la dichiarazione di Roma, che vuole essere uno strumento concreto contro la xenofobia e per la riscoperta dei valori fondanti dell’Europa».
Cos’è la Dichiarazione di Roma?
«Di questa Dichiarazione, presentata a settembre, si è parlato molto in Europa. In Italia la notizia è passata pressoché inosservata. Si tratta di un Patto – che al momento è stato sottoscritto da 23 Paesi – finalizzato a contrastare razzismo e discriminazione, a impegnare chi riveste un ruolo di responsabilità (rappresentanti delle istituzioni, politici, pubblici ufficiali…) a utilizzare un linguaggio corretto e educativo. Intende agire sul piano della cultura ma prevede sanzioni (che saranno poi definite dai singoli stati) per chi deroga dal principio in questione. A fine gennaio ci sarà un altro incontro, che coinvolgerà tutti gli stati Ue. Nel nostro Paese c’è una preoccupante tendenza a sottovalutare la portata e gli effetti del razzismo verbale, a considerarlo quasi una goliardata. Invece si tratta di una condotta da perseguire in modo sistematico e soprattutto quando appartiene a chi dovrebbe dare l’esempio».
Ma c’è stata anche la riapertura agli stranieri del Servizio Civile Nazionale. Un’azione accompagnata da molte polemiche…
«Quest’anno – malgrado la difficoltà a reperire le risorse – abbiamo aperto un bando che permetterà a oltre 15 mila ragazzi e ragazze di impegnarsi in progetti sociali e nel volontariato internazionale. Poi, come stabilito da una sentenza del Tribunale di Milano, lo abbiamo riaperto includendo, per la prima volta, i ragazzi di origine straniera. Ed è stato importante perché la possibilità di partecipare al servizio civile fa parte di un percorso di cittadinanza piena. La giurisprudenza spesso indica delle strade e bisogna saper cogliere questo messaggio per cercare di cambiare politicamente l’impostazione del sistema.
Noi abbiamo fatto la nostra parte ma il percorso va completato in Parlamento, modificando quella legge che equipara il servizio civile a quello militare che è riservato ai soli cittadini italiani e che di fatto ostacolava questa apertura. I parlamentari, che hanno gli strumenti per farlo, devono impegnarsi per fare le modifiche di legge necessarie».
A questo elenco potrebbe aggiungersi presto una legge organica sul diritto d’asilo?
«Quando abbiamo iniziato il nostro mandato questo tema non era tra le priorità del Governo. Ora ha assunto un ruolo centrale: stiamo recependo tutte le direttive europee che riguardano l’asilo e completeremo questo lavoro entro il mese di gennaio. Successivamente armonizzeremo il tutto con la normativa nazionale per arrivare alla stesura di un testo unico che dovrebbe essere pronto entro i primi mesi del 2014. Tra le direttive recepite ricordo quella che permette ai profughi riconosciuti di essere equiparati ai lungo-soggiornanti e, quindi, muoversi e cercare lavoro anche all’interno dell’Unione Europea. Se ne è parlato poco ma rappresenta un cambiamento molto importante».
Il 2014 sarà anche l’anno buono per la riforma della legge sulla cittadinanza?
«Per me questa rimane una priorità, un obiettivo e anche una promessa. La cittadinanza è lo strumento principale per promuovere l’integrazione e la partecipazione attiva dei giovani, in tutti i settori. Senza cittadinanza è difficile parlare di integrazione completa. Alla nuova legge si dovrà arrivare però in accordo con tutte le parti e con il coinvolgimento di tutti. Il cambiamento dovrà essere condiviso. Per evitare che, con un nuovo governo, si cambi di nuovo la legge».
Qual è lo ius soli che ha in mente?
«La mia proposta, da deputata, è stata quella di uno ius soli temperato per i bambini che nascono in Italia da genitori stranieri che hanno alle spalle un percorso di integrazione. Mentre, per coloro che arrivano qui molto piccoli, prevedeva la possibilità di ottenere la cittadinanza dopo aver concluso un ciclo scolastico. Tutto questo per favorire una piena partecipazione e la consapevolezza dell’universalità dei diritti umani. Ma anche per tener conto della specificità dell’Italia che è stato a lungo un paese d’emigrazione e che solo da pochi anni è diventato anche d’immigrazione».
Che fine ha fatto la legge per il diritto di voto agli stranieri?
«È una questione che a me sta molto a cuore, ma nel nostro ordinamento il potere legislativo spetta al Parlamento. È stata depositata una proposta di legge su questo argomento e i parlamentari hanno tutti gli strumenti e il potere per portarla avanti. Auspico che lo facciano».
Ministro, perché ha partecipato ad Agrigento alla contestata cerimonia funebre per le vittime del 3 ottobre?
«Per rispetto verso le persone e verso le istituzioni. Agrigento non è stata una mia scelta. Sarebbe stato molto significativo farli a Lampedusa, dove pure ci sono state funzioni e celebrazioni secondo i vari riti religiosi. Ma io dovevo comunque essere presente».
Molto insultata ma anche molto amata e popolare. Chi l’ha sostenuta in questi mesi?
«C’è un tipo di sostegno, morale e verbale, che ho ricevuto e ricevo da tante persone, da quella che chiamo l’Italia migliore e che spesso passa inosservata perché non fa rumore. È un appoggio che va oltre la mia persona e che riguarda le idee e i valori per cui mi sto impegnando. C’è un altro tipo di sostegno. A livello territoriale, l’ho avuto da molti enti locali, che mi hanno appoggiato, per esempio, nella campagna sulla cittadinanza onoraria, che è molto importante sul piano culturale. Ho avuto il sostegno, poi, di molti colleghi e del presidente del Consiglio. Ma l’aiuto vero, che deve ancora arrivare, è l’attribuzione di risorse economiche alle politiche sull’integrazione».
Cosa pensa dell’interesse che si è scatenato attorno alla sua famiglia d’origine?
«Io rappresento una novità per l’Italia e non mi sorprende la curiosità. Ci sono state però delle punte di esagerazione. Penso ai video fatti su mio padre, che probabilmente sono stati legati anche a un certo desiderio di denigrare e sui quali non mi sono mai pronunciata. Cosa volete che dica? Per me mio padre è mio padre, la mia famiglia è la mia famiglia. Chi conosce la cultura africana può capire e apprezzare. L’identità è fatta anche di contaminazioni. Io ho scelto di essere cittadina italiana, ho le mie idee, ma non rinnego le mie origini: chi lo fa perde una parte della propria identità».
(Corriere delle migrazioni, 6 gennaio 2014)
cara redazione del sito,
vedo con un certo stupore che avete inserito un’intervista a camille paglia, con l’aggiunta di una sottolineatura redazionale sull’intelligente provocazione.
Sono un po’ stupita e ne deduco semplicemente che non conoscete i noiosissimi e petulanti libri della signora.
Paglia è solo, da anni, un’ottima venditrice di se stessa, solleva un po’ di polvere e resta così sul mercato le sue provocazioni consistono quasi sempre in insulti violenti verso il lavoro degli altri e delle altre (quasi tutti ovviamente, senza troppe distinzioni).
Quanto all’intervista provate a rileggerla attentamente: è introdotta in modo roboante e stupido dal saccente giornalista e nelle risposte si rivela solo la mediocrità vanagloriosa di questa “femminista, atea, lesbica e libertina”.
Strano che ci siate cascate, e peccato vedere rilanciate simili sciocchezze sul sito della libreria.
ciao
lilli
di Sara Gandini
Nell’ospedale in cui lavoro sono apparentemente tutti maschi.
di Pietro Greco
Ora lavora alla Casa Bianca, come assistente della direzione per le scienze forensi nell’ambito dell’Ufficio che si occupa di politica della scienza e della tecnologia. È una biologa, con un master in energia e risorse. Ma la rivista «Nature» l’ha eletta a personaggio scientifico tra i 10 più rappresentativi dell’anno per le sue capacità giuridiche. Si chiama Tania Simoncelli ed è lei che ha messo insieme le giuste argomentazioni che lo scorso mese di giugno hanno convinto la Corte Suprema degli Stati Uniti a giudicare non brevettabili i geni semplicemente individuati e isolati dal Dna di un organismo vivente. Una sentenza storica, che pone fine a 30 anni di prassi contraria in voga negli Stati Uniti.
Per affermare questo principio, nel corso degli ultimi tre decenni, sono scesi in campo molti sostenitori del principio secondo cui «non si brevetta la vita». La Corte Suprema non ha detto questo. Non ha distinto tra vita e non vita. Ma tra invenzione e scoperta. Ha riconosciuto, però, che è possibile brevettare le invenzioni, in cui c’è un elemento di novità prodotto dall’uomo, non le semplici scoperte.
Il merito di Tania Simoncelli è di aver impegnato l’American Civil Liberties Union (ACLU), un’organizzazione non governativa che si batte per i diritti civili, in una battaglia legale contro un’azienda, la Myriad Genetics, che avendo isolato i geni umani BRCA1 e BRCA2 coinvolti in alcuni tipi di tumori, pretendeva salate royalties da chiunque li volesse utilizzare. Tania Simoncelli, che ha chiare origini italiane, ha convinto la Corte Suprema che la pretesa – fondata sulla mera scoperta e non su un’autentica invenzione – offende sia i diritti degli individui sia la libertà di ricerca. E ha vinto. Segnando una tappa storica nel rapporto tra diritto e genetica.
La sua bravura ha convinto la Casa Bianca ad assumerla.
di Janice Turner
A marzo, in uno studio di Los Angeles, ho visto una ventenne esuberante e piuttosto infantile che dimenava il fondoschiena. Dato che Miley Cyrus stava a piedi nudi, con indosso una stupida tutina e che il pubblico era costituito da sua madre Tish e dalla squadra, per lo più al femminile, della rivista Elle, che stava facendo un servizio fotografico, la danza sembrava più l’esibizione di un’adolescente stramba e iperattiva che uno spettacolo ad alta carica erotica.
Se solo avessi capito allora che stavo assistendo a quello che poi è diventato un momento simbolo per la cultura pop di quest’anno… Quante pagine sono state occupate da discussioni scatenate su quel sederino magro che si muoveva su e giù. Miley Cyrus è una marionetta dell’industria musicale maschilista, che vende il suo talento femminile come ballerina di lapdance, o è piuttosto una bambola famosa e impertinente che esprime la propria sessualità? Via al dibattito.
Di certo, a marzo avrei optato per la seconda risposta. La canzone che aveva messo era «My Neck, My Back» (Il mio collo, la mia schiena) della rapper di colore Khia: il suo testo esplicito invita, una volta tanto, gli uomini ad impegnarsi per dar piacere alle donne. E più tardi, quando ho intervistato Cyrus a casa sua, non mi sembrava un’ex bambina prodigio incasinata e bisognosa d’affetto, ma una ragazzina punk posata e dall’aria professionale in felpa e anfibi Dr. Martens, che affermava di essere «sicuramente» femminista, che si infuriava quando la gente dava per scontato che il suo assistente fosse gay solo perché lavora per una donna e che pensava che «la maggior parte della musica è discriminatoria». Le canzoni scritte da lei, invece, parlano «di quando esci a divertirti con gli amici», e se lei agita il didietro lo fa solo per se stessa.
Eppure in agosto, dopo che si era esibita nel «twerking» con Robin Thicke agli MTV Video Awards con il controverso brano «Blurred Lines», con un testo — «So che ti piace» — accusato di «invitare allo stupro», Cyrus si è ritrovata al centro di una tempesta culturale. Là sopra c’era l’interprete della pura Hannah Montana che dimostrava, dal vivo e su un palco, quanto si sia diffusa la cultura del porno e quanto sia stata interiorizzata dalle giovani donne.
Ora sto osservando un altro didietro: quello di Kate Moss che, a quattro zampe e vestita da coniglietta, fa pubblicità al suo primo servizio su Playboy. La top model più importante della sua generazione, ricca, potente e ammirata, che supplica in quella ridicola divisa da geisha anni ‘50, impregnata dello squallore da geriatria di un Hugh Hefner strafatto di Viagra. Sul serio, Kate, non sei abbastanza ricca? Ma, soprattutto, quanto mi sembra «vecchia», stranamente inattuale. Cinque anni fa avrebbe potuto farlo per il gusto di un fascino retrò o con un’ironia postmoderna. Ma non adesso. Non dopo un anno straordinario per il femminismo. Nel 2013 il femminismo è diventato mainstream.
Questo mese, nella sede di un’agenzia pubblicitaria a Shoreditch, ho partecipato a un dibattito organizzato dalla rivista Elle dal titolo «Il femminismo ha bisogno di cambiare immagine?». La sala era piena: le donne erano tutte ventenni strafighe all’inizio della loro carriera, molto lontane dal modello delle femministe con i peli sulle gambe. Online il dibattito ha ricevuto 83 milioni di visite. La sensazione era che il femminismo non ha bisogno di un nuovo marchio: ha già cambiato da solo la sua immagine. Come mi ha spiegato Rachel, una modella di 28 anni, «è stato il libro di Caitlin Moran, “How to Be a Woman” (Come essere donna), a cambiare le regole». Un’opera sul femminismo, uscita due anni fa, che finalmente non era solo per accademici e non era colta in modo imbarazzante, ma che era amichevole, inclusiva, aperta anche agli uomini. Ha venduto circa un milione di copie in tutto il mondo. Ed è stato perfetto per le ragazze delle superiori, che hanno poi avviato associazioni femministe nelle scuole o campagne contro le discriminazioni sul web, come per esempio «Everyday Sexism».
Un effetto boomerang che ha fatto sentire migliaia di donne un po’ più coraggiose. Fino a cinque anni fa, il commento osceno di un collega maschio, l’allusione a chiudere un incontro di lavoro in un locale di lapdance, poteva essere tollerato: siamo tutti uguali ormai, gente, quindi perché scaldarsi tanto? Ma quando David Cameron ha detto ad Angela Eagle «Datti una calmata, mia cara», o quando George Galloway ha detto che non si può violentare qualcuno con cui si è già andati a letto quella stessa notte, perché «è già iniziato il gioco del sesso», le donne hanno trovato una parola per definire tutto questo. Una parola della vecchia scuola, una parola che perfino io mi sono vergognata di usare in questo secolo: maschilista.
Quest’anno la nave già in risalita del femminismo ha fatto un pieno di carburante che l’ha trasformata in missile: la rabbia. Nella prima metà del 2013, sui giornali campeggiavano gli occhi spalancati di Jimmy Savile, le storie clamorose degli abusi e degli stupri di ragazze negli orfanotrofi, negli ospedali e persino nelle case di cura. Durante la primavera sono emerse altre vicende. Gli omicidi di due bambine: April Jones, uccisa da Mark Bridger, e Tia Sharp, ammazzata da Stuart Hazell. Tutti e due gli uomini avevano passato ore online guardando prima materiale pornografico molto spinto e poi materiale pedopornografico. A Cleveland, in Ohio, tre giovani donne hanno strisciato fuori dal seminterrato di Ariel Castro dopo anni di stupri e botte.
A Nottingham, Mick Philpott è stato incarcerato per aver causato la morte dei suoi sei figli in un incendio doloso: un piano sciagurato, architettato per incastrare l’ex fidanzata che aveva osato fuggire al suo dominio. Dalla parrucchiera, al telefono con la mamma, con gli amici e su ogni profilo di Twitter le donne non facevano che disapprovare terrorizzate. Questa insolita compresenza di notizie da prima pagina ha messo in relazione l’immagine delle donne – viste come sventole imbronciate, passive, sempre disponibili – con la mentalità dei maschi che le avevano violentate e uccise. Il diritto a parlare ha assunto un senso nuovo: è diventato il diritto di chiedere dei cambiamenti. Le campagne per finirla con i topless sulla terza pagina del Sun, per affrontare il problema del porno online, hanno conquistato nuovi seguaci. Si è capito che il sistema culturale iniziava a incrinarsi: Rupert Murdoch diceva tra i denti che le foto a seno scoperto sul suo giornale erano «troppo obsolete»; il governo e Google rivedevano la loro politica sui filtri anti porno; Facebook doveva ribaltare la sua linea che permetteva immagini di violenza sessuale; le associazioni studentesche mettevano al bando la canzone «Blurred Lines». Dopo un decennio passato in trincea, il femminismo si faceva avanti.
Due cose hanno accelerato la sua avanzata. Prima di tutto, protestare, scrivere slogan e indossare spillette è diventato di moda. E il successo crescente dei social media implica che ogni offesa misogina può essere scoperta, raccontata, finire al centro di una campagna, richiedere le scuse ufficiali. Gli appelli delle femministe su Twitter, inoltre, travalicano le frontiere nazionali. Il trattamento riservato a Julia Gillard, primo premier donna dell’Australia, l’orribile caso di stupro e omicidio su un autobus in India, la reazione delle saudite al divieto di guidare, l’ostruzionismo durato una notte intera portato avanti dalla senatrice texana Wendy Davis per difendere il diritto all’aborto: tutto questo ha fatto crescere il senso di una causa comune.
Ma la nuova faccia tosta del femminismo non è piaciuta a tutti, e in estate c’è stato il primo colpo di coda. Quando Elizabeth Fry è stata tolta dalle banconote da 5 sterline, ultima donna (tranne la Regina, d’accordo) rimasta a rappresentare la valuta britannica, Caroline Criado-Perez ha lanciato una campagna semplice, di basso profilo, per sostituirla con l’immagine di un’altra donna. Alla fine il governo ha accettato di mettere Jane Austen sulle banconote da 10 sterline. Eppure, questa vittoria modesta ha scatenato la rabbia di alcuni uomini. La Criado-Perez è stata minacciata di stupro via Twitter, e poi altre donne che parlavano troppo hanno ricevuto messaggi come questo: «ABBIAMO MESSO UNA BOMBA FUORI DA CASA TUA. ESPLODERÀ ALLE 10:47».
Tuttavia sembra spesso che il più grande nemico del femminismo siano le donne stesse. Quando Sheryl Sandberg ha pubblicato «Facciamoci avanti», sfidando le donne più dinamiche ad occupare i posti di lavoro migliori, è stata subito smontata e additata come quella fortunata che se ne fregava delle più povere. Quando Lena Dunham ha scritto «Girls», il suo ritratto della classe media di Brooklyn che non alza un dito, è diventata una razzista che non dava risalto alle donne di colore. È come se ogni opera artistica, ogni dichiarazione politica pronunciata da una donna, dovesse portare in qualche modo il peso impossibile di rappresentare l’intero genere femminile. Ora è buona norma in ogni intervista a una donna famosa — che sia Beyoncé o Mary Berry — domandare: «Sei femminista?». E se dice di no o, addirittura, «Dipende da cosa si intende», viene tagliata fuori dal pantheon delle donne da ammirare.
Questo metadiscorso è così chiuso su se stesso e, a tratti, così crudele, che c’è da chiedersi se, proprio quando le ragazze si stanno convincendo, non stiano per essere di nuovo allontanate dalle lotte intestine. Non è tempo di far risorgere un altro principio femminista dimenticato degli anni Settanta, la solidarietà femminile? Nel 2014 forse potremmo dimostrarci l’un l’altra un po’ più di gentilezza, riconoscere che per cambiare qualcosa c’è bisogno di una comunità più vasta. E che se vogliamo apportare un qualsiasi dannato cambiamento, il femminismo deve abbracciare sia le donne che lavorano che le ragazze che scuotono il sedere.
(L’autrice è un’editorialista del Times. Traduzione di Sara Bicchierini.)
Corriere della Sera, 31 Dicembre 2013
Lelio Demichelis
Non c’è amore, non c’è relazione così come non c’è socialità senza un prendersi cura dell’altro (o dell’altra o degli altri come insieme); senza una coscienza/conoscenza di sé (sii te stesso/a) quale premessa necessaria per una responsabilità per gli altri e per ciò che è altro da noi. Ma come prendersi cura di qualcuno/qualcosa se la società di oggi è dominata da egoismo, solipsismo/egotismo, competizione, scontro, mala-educazione, tutti vivendo solo nell’immediatezza e nell’istantaneità del qui e ora (perdendo quindi il senso del futuro) e non con gli altri ma contro gli altri?
Questa è una società egemonizzata dal discorso del tecno-capitalismo: ieri (nel neoliberismo del godimento) indotto dalla diffusione del principio di piacere, del narcisismo, dell’edonismo; oggi, dalla crisi del 2007, indotto dal neoliberismo della colpa e della penitenza e quindi obbligata a impoverirsi per salvare quello stesso capitalismo che la sta uccidendo. È una società fatta di persone abbandonate a se stesse, senza più le tutele del vecchio welfare, quando c’era anche lo stato a prendersi cura di chi era in difficoltà; ed è una società transitata in pochi anni dal femminismo al bunga bunga e dove l’erotizzazione è massima e minima è invece la sensualità. Una società come questa, può ascoltare chi propone il passaggio ad un virtuoso prendersi cura come pratica quotidiana di vita, come quotidiano esercizio di responsabilità?
Ovviamente, per noi la risposta è: sì, dovrebbe, se vuole continuare a definirsi società. E ad aiutare la riflessione, ecco l’ultimo lavoro di Letizia Paolozzi, Prenditi cura, (et-al edizioni). Un libro che è «il viaggio di una parola-chiave, sgomitolata con tonalità, colorazioni, vocaboli diversi dialogando con tante donne (e alcuni uomini) in un percorso e in molti spostamenti che mi hanno fatto muovere la mente», un viaggio che vuole evitare «le interpretazioni di parte, i dogmi, le teorie coese.
Le donne (e i pochi uomini) sono partite da sé, nella loro differenza, andando verso l’altro (o l’altra), con la curiosità di sporgersi oltre gli impedimenti. Tenere in conto il proprio ‘io’ per una lettura della società è utile soprattutto in un tempo nel quale le culture della sinistra ci sono state sfilate come un tappeto da sotto i piedi».
Ma cos’è la cura? In primo luogo non è una questione di donne, anche se è rimasta per secoli solo nelle loro mani, mentre dovrebbe riguardare anche (o soprattutto) gli uomini, che invece hanno lavorato poco o niente in questo senso. E avere come altro di cui prendersi cura non solo gli altri, ma anche l’ambiente, le prossime generazioni e il futuro – ed ecco l’incontro con il principio responsabilità di Hans Jonas.
L’attenzione alla cura non dovrebbe essere poi neppure solo cosa da femministe, perché si impone con urgenza come dovere di tutti per salvare almeno quel poco di società e di socialità rimasto in piedi dopo la loro quasi-demolizione da parte dell’economia e della tecnica, apparati che riducono gli uomini e le donne da persone a merci o a nodi di una rete (e Letizia Paolozzi giustamente ricorda che nel femminismo «viene preferita una felice disomogeneità dei pensieri alla mitizzazione della Rete»). La cura, dunque, per tornare a costruire una trama di relazioni tra persone e non invece, come oggi sembra accadere, con un aggeggio tecnologico che traduce il prendersi cura in un misero mi piace.
Tutto nella convinzione che la cura possa recuperare l’idea di un buon vivere. Che sconfigga il mal vivere di oggi. Ma per farlo occorre «cambiare il modello sociale ed economico del nostro quotidiano, prestando attenzione alla qualità dello sviluppo, alla messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case», ovvero «significa immaginare un ordine simbolico diverso da quello del dominio, della competizione, dello sfruttamento». Ma il capitalismo e la tecnica sono strutturalmente maschili; e per di più i maschi «insistono nel disegnare cattedrali astratte piuttosto che partire dalla materialità della vita. E la materialità della vita comprende l’avere cura».
Vero. Ma forse – è una osservazione da maschio, costruttore instancabile di cattedrali, di utopie, di astrazioni – è anche vero che non basta partire dalla materialità che è o sarebbe pratica femminile; che senza grandi narrazioni o senza immaginazione progettuale e/o senza utopia, anche il prendersi cura degli altri e della terra faticherà a diventare un sapere sociale condiviso e capace di spezzare finalmente l’egemonia del modello tecno-capitalista, della sua volontà di potenza, della sua incapacità di cura perché intrinsecamente nichilista.
D’altra parte, come ricorda Letizia Paolozzi, «l’esperienza della cura si aggrappa a una narrazione appena tentata, ancora insufficiente». Eppure necessaria, per re-imparare ad essere e a vivere in-comune. In-comune, appunto: pratica virtuosa oggi sopraffatta da quelle logiche di comunità (territoriali o di rete) che ci fanno dimenticare che il passaggio dalla comunità/comunitarismo all’essere-in-comune (ma ce lo ricorda Laura Pennacchi) è fondamentale «per alimentare la ricchezza e la molteplicità, superando la dicotomia individualismo-comunitarismo».
Letizia Paolozzi è comunque ottimista. E per fortuna, almeno le donne lo sono ancora: legate alla materialità (pur con i limiti, per noi, detti sopra) non si lasciano sopraffare dal crollo continuo e disperante – per noi maschi – delle nostre astrazioni e delle nostre grandi narrazioni che pure (e per una fortuna speculare) continuiamo a cercare. Oggi infatti, molte gerarchie si sono sfarinate, il mondo è pieno di fatti nuovi, dunque «non lasciamo le cose come sono. La cura del vivere rappresenta, comunque, una condizione di conoscenza».
Da sottoscrivere.
Letizia Paolozzi
Prenditi cura
et al. (2013), pp. 80
€ 9,00
di Domenico Comegna
La pensione di vecchiaia delle donne si allontana sempre di più. L’innalzamento del limite di età è iniziato nel 1993 con la riforma Amato che ha portato la soglia anagrafica, sebbene gradualmente, da 55 a 60 anni. A partire dal 2012 è cambiato tutto. La legge Monti-Fornero ha infatti dato un deciso colpo di acceleratore alla equiparazione con gli uomini, già peraltro decisa dal precedente governo Berlusconi, che nell’estate 2011 aveva previsto un percorso che doveva iniziare nel 2014 per raggiungere il traguardo nel 2026. Ma non è stato così.
Dal primo gennaio 2012, infatti, l’età delle donne è salita di colpo a 62 anni – soglia alla quale già nel 2013 sono stati aggiunti 3 mesi (per via dell’adeguamento alle cosiddette speranze di vita) – e sarà ulteriormente elevata a 63 anni e 9 mesi nel 2014. Per le lavoratrici autonome (commercianti, artigiane e coltivatrici dirette), invece, lo scalone del 2012 è stato di 3 anni e 6 mesi (l’età è passata da 60 a 63 anni e mezzo). Limite che salirà a 64 e 9 mesi nel 2014. Più difficile infine anticipare la vecchiaia, per entrambi i sessi. Chi non ha ancora l’età, l’anno prossimo dovrà infatti accumulare almeno 42 anni e 6 mesi di contributi (41 e 6 mesi le donne).
Un’ancora di salvezza, a caro prezzo, è prevista per le sole donne. Se scelgono di andare in pensione con le vecchie regole – ossia a 57 anni di età con 35 di contributi (58 anni se lavoratrici autonome) – potranno continuare a farlo, in via eccezionale sino al 2015, scegliendo però un trattamento calcolato interamente con il sistema contributivo. Questo criterio, riferito alla contribuzione accumulata nell’arco della intera vita lavorativa, è sicuramente meno vantaggioso del sistema «retributivo», riferito agli stipendi degli ultimi anni, con una perdita in termini di pensione stimato in misura pari a circa il 25-30%.
L’anno prossimo – considerando l’aumento dell’età di 3 mesi (speranza di vita) e la cervellotica interpretazione della legge da parte del Ministero, secondo cui il termine del 31 dicembre 2015 contiene anche il periodo di attesa per l’apertura della finestra di 12 mesi (18 le lavoratrici autonome) – le donne dipendenti, per ottenere la pensione contributiva, oltre ai 35 anni di contribuzione, devono compiere i 57 anni di età entro il 31 agosto 2014.
I persistenti dislivelli retributivi fra uomini e donne, che ancor oggi caratterizzano il lavoro femminile, si riflettono negativamente sui trattamenti pensionistici, in via tendenziale più bassi per le donne rispetto agli uomini.
Le riforme dei regimi di pensionamento, ed è l’Unione europea a ricordarcelo, devono essere inoltre associate a politiche attive del mercato del lavoro, ad azioni di istruzione e di formazione continua, a sistemi di sicurezza sociale e di assistenza sanitaria, nonché a un miglioramento delle condizioni di benessere nel lavoro. È noto, poi, che le donne sono fortemente impegnate nel lavoro di cura (insegnamento, sanità, anziani, bambini) e, comunque, nei lavori ad alto contenuto relazionale, sia per il mercato, sia in ambito familiare.
Si tratta di lavori fondamentali per la nostra esistenza che sottopongono ad alti livelli di affaticamento chi li svolge (più donne che uomini) e che, proprio per questo, avrebbero meritato, ad esempio, di essere ricompresi nella disciplina in materia di «lavoro usurante». Invece, gli adeguamenti per il lavoro usurante previsti dalla riforma Fornero solo attività tradizionalmente maschili: lavori nelle cave ed in galleria, nel vetro, alla catena di montaggio, alla conduzione di autobus e pullman turistici.
Per la pensione rosa non c’è proprio pace. A riaprire la questione è la Commissione europea, recentemente intervenuta sulla differenza di genere per quanto riguarda il sistema di contribuzione per andare in pensione. La Commissione ha infatti deciso di aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia a causa dell’attuale normativa che fissa una differenza tra uomini e donne negli anni di contributi necessari per ottenere il pensionamento anticipato (41 e 5 mesi per le donne e 42 e 5 mesi per gli uomini), normativa che andrebbe contro i regolamenti Ue che stabiliscono la parità di trattamento tra i due sessi.
Una sanzione che non dovrebbe comunque coglierci impreparati: anche nel recente passato – per l’esattezza nel 2010 – la Commissione Ue aveva messo sotto accusa il nostro Paese, già condannato sul tema dalla Corte di Giustizia Ue nel 2008, chiedendo un’immediata equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne nell’ambito della Pubblica amministrazione. All’epoca la questione fu risolta attraverso la contestata riforma che innalzò anche per le donne, a partire dal 2012, l’età pensionabile a 65 anni.
Nessuno meglio di Yasmina Reza, una delle più grandi commediografe viventi, capace di saltare dal teatro alla prosa, può dirci qualcosa di significativo sul dialogo. Nota per II dio del massacro da cui Roman Polanski ha tratto Carnage, è anche una sublime scrittrice di romanzi e racconti, come Felici i felici (Adelphi). L’incontro è a Milano, durante Boo-kcity. Reza è intensa come la sua scrittura: non spreca parole, non le usa mai a caso, cerca sempre un termine preciso che dia un senso superiore al discorso. Una tensione del genere rende emozionanti le chiacchierate con lei, è una tensione che assomiglia a quella che si trova nelle sue opere.
Nelle sue pièce spesso si parte da una banale discussione per arrivare al massacro. Mi racconta il lavoro che fa intorno al pretesto per far tirare fuori dai suoi personaggi tutta la loro rabbia e infelicità?
Lo scatto nasce sempre da qualcosa di piccolo e preciso. Il pretesto non è un pretesto: è la piccola cosa che fa slittare tutto, è un «rivelatore». Se ci arrabbiamo per la scelta di un formaggio, come all’inizio di Felici i felici, può voler dire che la coppia è in uno stato di tensione tale che il minimo incidente domestico può portare alla catastrofe. Dato che scrivo tutto al presente, non posso usare dei «rivelatori» più profondi, che provengono dal passato. Devono essere precisi e immediati.
In Uomini incapaci di farsi amare, Adam chiede a dio di aiutarlo a scrivere. «Aiutami a trovare le parole per dire la verità», dice. «La verità senza desiderio di originalità, senza desiderio né più né meno». Che verità cerca lei?
Quando scrivo non voglio essere falsa. Quando si ha talento, è molto facile essere falsi. Il talento è pericoloso, perché si è a proprio agio con le parole. A un tratto qualcosa suona bene, è carino… Si può essere facilmente provocatori e inutilmente violenti, però funziona. E io non voglio questo. Voglio potermi rileggere fra dieci anni e risentire l’emozione che mi ha portato a fare quella cosa. Ed è molto diffìcile, soprattutto quando vai avanti con la carriera. Non avevo di questi problemi a vent’anni.
Dopo che succede?
Dopo, tu fai quella che si definisce una carriera letteraria, ci sono persone che ti amano, altre no, ma hai sentito quello che dicono di te. E si rischia di essere un po’ guastati, soprattutto dai complimenti. I complimenti te li ricordi e sono dei nemici. Perché se dicono di te: Sa fare bene i litigi, allora tu ti dici: So fare bene i litigi. E ti ritrovi con qualcosa che sai fabbricare ma che magari non è del tutto giusto in quel contesto e in quello spazio. Invece lo sforzo deve restare presente. Ti devi sforzare di essere sempre un debuttante.
Nel teatro costruisce il crescendo con delle domande o la variazione di una frase. Nella prosa invece il ritmo viene dalla punteggiatura, la variazione funziona per analogia o per contrasto con il resto del discorso. Sono tecniche studiate oppure va a orecchio? Come si fa a scrivere un dialogo che suoni così naturale? É una questione di ritmo?
É chiaramente una questione di ritmo, di orecchio. In un certo senso assomiglio di più a un musicista o a un pittore che a uno scrittore. Il mio percorso è iniziato con il teatro che è una scuola straordinaria, perché è molto tecnico. É un’arte difficile, le costrizioni sono molte: bisogna raccontare tutto in uno spazio chiuso, c’è solo il corpo muto e il dialogo. Questa scuola è potente perché ti insegna ad ascoltare, a capire come una frase può risuonare dopo un silenzio. Quando sono passata alla prosa ho avuto l’impressione di ritrovarmi in un campo di margherite dove potevo saltellare.
La prosa come un campo di margherite?
Sì, mi dava una sensazione di libertà, tutto diventava possibile, non c’erano più costrizioni. Ma io ho conservato il senso della costrizione perché era il mio modo di esprimermi. Ho conservato il tempo limitato, il presente, i pochi personaggi. L’ho fatto senza volere, era una cosa istintiva. Salvo che nei dialoghi, dove potevo utilizzare tutti i colori della letteratura, dire una cosa e scrivere che il personaggio ne sta pensando un’altra, per esempio.
Come fa a sentire se un dialogo funziona o no? Se li recita a voce alta? Cosa le fa capire se una battuta è giusta o sbagliata?
Scrivo e poi ripeto a voce alta. A volte non ne bisogno, sento subito se funziona o no. Altre devo fare le prove. Non parlo a voce alta, mormoro. A volte lo faccio anche per strada, perché scrivo molto mentre cammino: la gente mi guarda e mi prende per pazza.
Nelle sue opere c’è un’azione drammatica che investe anche gli oggetti, che finiscono per canalizzare la violenza dei personaggi. Mi può parlare di questo rapporto con le cose?
Penso che gli oggetti siano dei nemici intimi. Vivono la loro vita: cadono, scompaiono, non funzionano, invecchiano come noi. Siamo sempre minacciati dagli oggetti, abbiamo una relazione continua con loro, e non è una buona relazione. Non andiamo d’accordo. L’oggetto si sopporta solo se è perfettamente adattato al nostro bisogno, quando sta al suo posto, immobile. Ma non succede mai.
Nelle pièce, spesso costruisce il crescendo che porta all’esplosione dei rapporti, passando da un tema all’altro, apparentemente senza nesso. Eppure il segreto è tutto qui…
É la chiave stessa della mia scrittura. Molti mi hanno chiesto se ho fatto o studiato psicanalisi, perché la psicanalisi procede per analogie. Ma io non l’ho mai fatta né studiata, è una cosa istintiva. Perché tutto è legato, siamo degli esseri misteriosamente intricati e c’è come un filo che è impossibile sciogliere. Per me è naturale procedere così, ragiono poco sulla mia scrittura, non mi guardo troppo scrivere.
Ho notato che nel teatro usa le domande per rendere incalzante il dialogo. É come se la domanda generasse rovina. Lo stesso succede con le ripetizioni, la frase si aggrava, diventa sempre più violenta. Mi può spiegare questa tecnica?
Prendiamo Art, in una scena si ripete la parola «capolavoro» tre volte con intonazioni diverse. Ognuno mette sulla parola «capolavoro» l’intenzione che ha. E una scrittura che si affida completamente all’attore, la mia. Non è una tecnica, è un modo di dare spazio all’attore. É per questo che quando recitano dei pessimi attori è una catastrofe.
Lei ha scritto: «Certi eventi, certi esseri sono come i paesaggi. Possiamo coglierli (o ricordarcene) soltanto passando, di sfuggita».
Ci vuole distanza. Gli avvenimenti decisivi sono come la luce delle stelle morte, sono cose viste e sentite in un certo momento, ma la loro luce persiste. E io scrivo perché la luce persiste.
L’articolo completo è su la Repubblica di sabato 17 novembre (traduzione Marzia Porta).
Scritto da Nadia Tolokonnikova e Slavoj Zizek
La corrispondenza tra una delle promotrici di Pussy Riot Nadia e Slavoj Zizek
«Caro Slavoj, ricordati che io scrivo da un carcere di un paese dove vige un sistema feudale». Nadia Tolokonnikova, la più colta, la più ribelle, e di fatto la leader naturale delle Pussy Riot, chiudeva così l’ultima lettera a una star della cultura mondiale, il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek. Era il 13 luglio e Nadia era ancora ospite della colonia femminile IK 14 della paludosa Mordovia dove scontava insieme alla sua compagna Maria Aljokhina una condanna a due anni per aver osato cantare sull’altare della cattedrale di Mosca una canzoncina anti-Putin. A settembre, dopo la sua ennesima protesta contro i sistemi di detenzione e dopo uno sciopero della fame che l’ha ridotta in precarie condizioni di salute, è letteralmente scomparsa. Per quasi un mese le autorità penitenziarie hanno negato di sapere dove fosse finita, impedito ogni corrispondenza, vietate le visite del marito e perfino degli avvocati. Nadia è riapparsa solo l’8 novembre, il giorno dopo il suo ventiquattresimo compleanno, nel carcere punitivo di Nizhnij Igash nella Siberia centrale. Questo almeno a leggere i documenti ufficiali che confermano il trasferimento “per motivi di ordine disciplinare”. (…)
Spero che in prigione tu riesca a leggere
CARA Nadezhda, spero che in carcere tu sia riuscita ad organizzare la tua vita attorno a dei piccoli rituali che la rendano tollerabile, e che abbia tempo per leggere. Riporto qui di seguito ciò che penso riguardo alla tua difficile situazione. A proposito dei radicali, il saggista politico americano John Jay Chapman scrisse nel 1900 che “in realtà dicono sempre la stessa cosa. Non cambiano: tutti gli altri cambiano. Vengono accusati delle colpe più improbabili: di egoismo e smania di potere, di indifferenza nei confronti delle sorti della loro causa, di fanatismo, di banalità, di mancanza di senso dell’umorismo e di irriverenza. In realtà, però, toccano un tasto sensibile. Ed è a questo che si deve il grande potere dei radicali più tenaci. All’apparenza nessuno li segue, e tuttavia tutti hanno fiducia in loro”. Non è forse un’accurata descrizione dell’effetto prodotto dalle esibizioni delle Pussy Riot? Sembra che le gente non vi segua, ma sotto sotto credono in voi.
Dalla crisi del 2008 nei Paesi occidentali questa sfiducia nella democrazia ha iniziato a prendere piede. E se fosse giustificata? Nell’Europa occidentale le élite al potere sanno sempre meno come governare. Basti vedere in che modo l’Europa sta affrontando il problema della Grecia. (…)
Slavoj Zizek 2 gennaio 2013
Siamo ribelli, in una ricerca senza fine
Caro Slavoj, nell’autunno del 2012, quando ancora ero in attesa di processo e mi trovavo in carcere a Mosca insieme ad altri attivisti delle Pussy Riot, ti feci visita. In sogno, naturalmente. Capisco ciò dici riguardo ai cavalli, allo Spirito del Mondo, alla dabbenaggine e alla mancanza di rispetto. Le Pussy Riot hanno dimostrato in effetti di appartenere a una forza che ha come obiettivo la critica, la creatività, la co-creazione, la sperimentazione e la realizzazione di iniziative immancabilmente provocatorie. Prendendo a prestito la definizione di Nietzsche, siamo figlie di Dioniso che navigano all’interno di una botte senza riconoscere alcuna autorità. Siamo i ribelli che invocano la tempesta, e crediamo che la verità possa essere trovata solo in una ricerca senza fine. (…)
Nadezda Tolokonnikov 23 febbraio 2013
Quei maghi della finanza che stanno sbagliando tutto
Cara Nadezhda, fai bene a mettere in dubbio l’idea che gli “esperti” vicini al potere siano in grado di prendere delle decisioni. Gli esperti sono, per definizione, servi di chi è al potere (…) Il filosofo deleuziano Brian Massumi afferma che il capitalismo ha già superato la logica della normalità totalizzante per adottare quella dell’eccesso imprevedibile: “Più è vario, addirittura imprevedibile, e meglio è. La normalità comincia a perdere d’influenza. Le regolarità si allentano. Questo allentarsi della normalità si iscrive nella dinamica del capitalismo”.
Slavoj Zizek 4 aprile 2013
Smascheriamo il capitalismo
Caro Slavoj, il capitalismo moderno ha davvero soppiantato la logica delle norme totalizzanti? O piuttosto è intenzionato a farci credere di aver superato la logica delle strutture gerarchiche e della normalizzazione? Il capitalismo moderno deve dimostrarsi flessibile, addirittura eccentrico. Tutto mira a colpire le emozioni del consumatore. Il capitalismo moderno cerca di convincerci di essere mosso da principi di libera creatività, di sviluppo infinito e infinita varietà. Sorvola sul suo altro aspetto, in modo da occultare il fatto che milioni di persone sono ridotte in schiavitù da una legge di produzione onnipotente e incredibilmente stabile. Noi intendiamo smascherare questa menzogna (…)
Nadezda Tolokonnikov 16 aprile 2013
Pussy Riot dimostra che il cinismo opportunistico non è l’unica opzione
Cara Nadezhda, sono le folli dinamiche del capitalismo globale a rendere così difficile e frustrante l’opporre a questo una resistenza efficace. Pensa alla grande ondata di proteste che nel 2001 si diffusero in Europa, dalla Grecia alla Spagna, a Londra, a Parigi. Benché fossero prive di una piattaforma politica comune, la miseria e lo scontento dei dimostranti si trasformarono in un grande atto di mobilitazione collettiva. Eppure quelle proteste non furono che un gesto puramente negativo di rifiuto e una richiesta altrettanto astratta di giustizia… Cosa si può fare in una situazione in cui le manifestazioni, le proteste e persino le elezioni democratiche non producono alcun effetto? Le esibizioni delle Pussy Riot non possono essere ridotte a delle semplici provocazioni sovversive. Dietro alle dinamiche delle loro iniziative vi è la stabilità di una ferma posizione etica e politica. Dimostra a migliaia di persone che il cinismo opportunistico non è l’unica opzione, e che esiste ancora una causa comune per la quale valga la pena combattere.
Slavoj Zizek 10 giugno 2013
Il tempo ci darà ragione
Caro Slavoj, nella mia ultima lettera, non solo non ho spiegato con sufficiente chiarezza le diverse modalità con cui il “capitalismo globale” agisce in Europa e negli Usa, da un lato, e in Russia dall’altro. Tuttavia, alcuni eventi recenti in Russia – il processo ad Alexei Navalny, l’approvazione di leggi anticostituzionali che limitano la libertà – mi hanno fatto infuriare. L’ultima volta che ho provato una rabbia simile fu nel 2011, quando Putin dichiarò che si sarebbe candidato alla presidenza per un terzo mandato. La mia rabbia e la determinazione portarono alla nascita delle Pussy Riot. Cosa succederà adesso? Lo dirà il tempo. I governi dell’Europa e degli Usa collaborano come se nulla fosse con la Russia, malgrado questa imponga delle leggi medievali e arresti i politici dell’opposizione. (…)
Nadezda Tolokonnikov 13 luglio 2103
(comune-info.net/2013/11/pussy-riot-e-zizek-il-capitalismo-ci-fa-schiavi/ 20-12-2013)
Mentre la Russia concede l’amnistia alle musiciste russe vi presentiamo un estratto video che le racconta in modo del tutto inedito.
http://www.wired.it/attualita/2013/12/18/pussy-riot-vs-putin-documentario/
Alle Pussy Riot è stata concessa l’amnistia voluta da Putin per il ventennale della costituzione russa e le attiviste potranno tornare in libertà prima della fine dell’anno. Maria Alyokhina e Nadezhda Tolokonnikova, le due attiviste ancora in carcere, erano state arrestate nel marzo del 2012 e condannate nell’agosto dello stesso anno per le loro performance contro la politica di Vladimir Putin. In particolare, a causare le condanne, era stata la “Punk Prayer” tenuta dalle Pussy Riot nella cattedrale di Mosca nel febbraio dello scorso anno. Le Pussy Riot erano state condannate, dopo aver trascorso 4 mesi dietro le sbarre in attesa di processo, per “vandalismo” e “odio religioso” e incarcerate in Siberia.Un nuovo documentario racconta la storia delle Pussy Riot, fino all’arresto e alla condanna. “Pussy Versus Putin” è un film girato dal collettivo di attivisti anonimi russi Gogol’s Wives ed è prodotto dalla Journeyman Pictures, già al lavoro con WikiLeaks per il documentario “Mediastan”. La pellicola è stata presentata allo scorso International Documentary Film Festival di Amsterdam dove ha vinto il premio come miglior documentario di media durata. “Pussy Versus Putin” segue, telecamera in spalla, le Pussy Riot durante le loro performance in occasione delle elezioni politiche in Russia del 2012, culminate proprio con la manifestazione alla cattedrale della capitale. Wired ne pubblica oggi un estratto.
Il documentario include riprese che immortalano le Pussy Riot suonare sopra il tetto di un bus bloccato nel traffico, su un’impalcatura in una stazione della metro e partecipare a manifestazioni politiche. La telecamera non si ferma davanti alla reazione delle forze dell’ordine e molte scene sono girate da dietro le sbarre dove i membri del collettivo vengono rinchiusi dopo un fermo. Nel film appare anche l’apparizione di alcune componenti delle Pussy Riot sul palco del concerto dei Faith No More a Mosca come segno di protesta durante il processo.
Lo stile del documentario è volutamente scarno e dallo stile punk: le immagini si susseguono senza commenti né voci narranti, parlando per sé e senza grandi interventi di regia. Il film dura solo 60 minuti, ma offre un punto di vista diretto sulla gravi conseguenze cui si espone chi, in Russia, esprime il dissenso nei confronti del Cremlino.