di Cristina Piccino
Ci incontriamo in un bar. Cecilia Mangini e Mariangela Barbanente: cosa hanno in comune? Il fare cinema intanto. Cecilia minuta e elegante, negli anni Cinquanta ha sfidato quello che era un dominio maschile per eccellenza (e la cinefilia, come la critica, continua a essere un po’ maschio, a dispetto della declinazione ancora oggi): il cinema, appunto. Dietro alla macchina da presa, da sola e in complicità col marito regista Lino Del Fra, raccontava con piglio critico l’Italia del tempo: il dopoguerra, il mito di una modernità racchiusa nel boom economico, i paesaggi di un sud remoto, svuotato e messo da parte. Tutte e due sono pugliesi, nate a Mola di Bari — «siamo anche parenti!» — sorride Mariangela. E quella Puglia delle origini se la sono portata dentro nella distanza, è la terra che torna nelle loro immagini, l’orizzonte in cui si srotola una storia italiana di conflitti, paradossi, menzogne, speranze e tradimenti. É l’Italia che come il giovane Tommaso — protagonista dell’omonimo film di Cecilia Mangini — sogna il posto fisso in fabbrica, alla Monteshell di Brindisi. L’Italia degli abitanti della stessa città (Brindisi 65), risucchiati dall’arrivo dell’industria. E, a distanza di tanti anni, l’Italia delle braccianti agricole invisibili, massacrate dal capolarato, a cui dà voce Mariangela Barbanente in Sole. O quella dei migranti del suo Ferrhotel che a Bari aspettano come nuovi Tommaso un futuro che non c’è.
Il tempo, gli anni, «l’allegra soglia dell’età che mi porto addosso» dice Cecilia non senzavezzo, scuotendo la chioma di capelli bianchissimi che sovrasta la sua figura esile. Sono due mondi, Mariangela e Cecilia, generazioni distanti decenni, ma Cecilia è stata riscoperta e amata, dopo un silenzio colpevolissimo delle nostre storie del cinema istituzionali, proprio dai documentaristi più giovani come Mariangela.
Lei, Cecilia, di fare film ha smesso nel ’74, l’ultimo si chiamava La briglia sul collo, un capolavoro dissacrante sul sistema scolastico italiano, e contro gli stereotipi dei ragazzini di periferia (siamo a Roma). Poi però insieme a Lino Del Fra, viaggia lungo l’Italia girando Comizi d’amore 80, il nostro Paese e la sessualità, un rapporto che rivela, negli anni Ottanta di effervescenza tv, un universo arcaico.
Che a Mariangela fosse venuta voglia di raccontare l’avventurosa storia di Cecilia non c’è da sorprendersi. Ma un ritratto lo aveva appena iniziato a girare Davide Barletti (Non c’era nessuna signora a quel tavolo). «Cecilia mi ha detto: ’sono ancora viva, e di documentari sulla mia biografia ne basta uno!’. Però io a quel progetto ci tenevo. Le ho proposto allora di fare un film non su di lei ma con lei. All’inizio era perplessa, diceva che non aveva più la mano, che non era sicura di reggere il ritmo delle riprese … Sarei andata io a girare e avremmo lavorato insieme sui materiali». Chi conosce un po’ Cecilia Mangini, e la sua energia indomabile, può immaginare la risposta. «Mi ha detto che avrebbe perso la parte più divertente, il set. E siamo partite».
Cosa ha significato per Cecilia tornare al cinema? «Non ho fatto film ma ho continuato a lavorare in altro modo, partecipando all’organizzazione di festival, come Cinema del reale di Paolo Pisanelli. Lì per lì non ci credevo ma Mariangela è stata molto pervicace» risponde decisa.
In viaggio con Cecilia — ora in sala dopo l’anteprima al festival dei Popoli, e in tour con le sue registe: domani a Roma, cinema Eden, 20.30, poi Bologna (mercoledì 29 ore 20, cinema Lumière), Taranto (lunedì 3 febbraio, 20.30, cinema Bellarmino), Bari (martedì 4 febbraio, 20.30, Cinema Splendor), comincia così. All’inizio l’idea era di ripercorrere insieme, con due sguardi e due esperienze diverse, i luoghi narrati da Cecilia nei suoi film per ritrovare effetti e declinazioni di quel sogno industriale nel presente. Ma già durante i sopralluoghi, lo scorso luglio, inizia la vicenda dell’Ilva, la magistratura mette sotto sequestro gli stabilimenti siderurgici della famiglia Riva, ordinando l’arresto di Emilio Riva, per l’inquinamento mortale che producono. Una devastazione. Taranto reagisce contro la perdita del lavoro ma anche contro il lavoro che uccide. Le due cineaste, in macchina, nel paesaggio pugliese punteggiato dalle pale eoliche, si trovano di fronte una «realtà» che non avevano originariamente previsto. Ma non è questa la scommessa più appassionante del documentario? E poi la classe operaia, e la lotta, fanno parte dell’esperienza di Cecilia. Nei giorni infuocati dell’Ilva sono lì, tra gli operai e i cittadini in piazza. Intorno cercano le tracce di quella morte e di quella disillusione: nel mare che sputa cozze malate, nelle parole dei figli che hanno seppellito i padri, nella resistenza muta di chi è stato messo da parte. Dice Cecilia: «Non ero convinta di tornare sui luoghi dei miei film ma la storia di Taranto è la storia dell’Ilva, e prima dell’Italsider. Il confronto tra un’epoca che sembrava entrare nell’era moderna, quando giravo io, col petrolchimico e l’Ilva oggi diventava vitale».
E Mariangela: «Il microcosmo che raccontiamo è per noi la chiave d’accesso a uno stato delle cose più ampio. C’è un messaggio che si ripete nel film: ’la gente deve reagire’. Ma anche: ’la politica non fa più il suo dovere’. Abbiamo la magistratura, che però, inevitabilmente, torna alla politica.».
Puglia, Italia, o meglio Puglia, mondo. Davanti ai cancelli della fabbrica, Cecilia ritrova gli operai che aveva incontrato in Comizi d’amore 80. Il vecchio sindacalista, ex-operaio Italsider, parla di scioperi, di battaglie, della necessità di leggi. Dei politici che li hanno sempre abbandonati. Tutti. «Ora gli operai hanno paura» dice. Già. Alle domande incalzanti di Cecilia risponde il silenzio. La fragilità del precariato, la globalizzazione che detta legge e se ci stai bene sennò perdi il lavoro. Il nostro contemporaneo esplode, e implode, lì, in quel sud accecato dal sole.
«Ho un testardo attaccamento per l’impegno, che oggi suona quasi come una parolaccia» dice con impeto Cecilia. «Se facciamo film è per incidere sulla realtà, un diritto che ci viene continuamente limitato, penso a Renzi che ci toglie anche le preferenze …».
Ribatte Mariangela: « Non credo che oggi non esiste impegno, molti documentaristi sono mossi da una necessità politica, è cambiato però il modo di esprimerlo». Schermaglia che si dipana in tutto il loro viaggio in Italia. Cecilia e Mariangela, infatti, nel film non sono solo sguardo ma anche protagoniste. Entrano in campo, intervengono, conversano, e discutono tra loro, e davanti all’obiettivo (di Roberto Cimatti) con chi incontrano. Cecilia sulla barca condivide la rabbia e il dolore dei pescatori che tirano su le reti con le cozze da gettare via. Mariangela ascolta la ragazza del centro di ricerca che le spiega l’incidenza dei tumori.
Che strano, quasi beffardo, il cielo azzurro alle loro spalle. E il mare che fugge via dai finestrini del treno. A Brindisi Cecilia e Mariangela trovano i ragazzini coi drink in mano nella notte annoiata. Cecilia li provoca, Mariangela sposta il ragionamento …
«Diciamo che ci siamo tirate in campo reciprocamente — spiega Mariangela — Io ci tenevo a posare il mio sguardo su Cecilia perché gli incontri del film erano ’guidati’ dalla sua presenza. All’inizio pensavo che ci dovesse essere solo lei nell’inquadratura, poi però ci siamo rese conto che il rapporto non sarebbe stato alla pari. E il confronto tra la Puglia di ieri e quella di oggi era anche il confronto tra due persone con quarant’anni di differenza. Era dunque giusto metterlo in scena».
(il manifesto, 26 gennaio 2014)
di Sandra Morano
Ginecologa- Ricercatrice Università degli Studi di Genova
Bisogna ritornare, dopo decenni, a ridiscutere il fondamento di quest’arte che è modernamente andato perso, e con esso la relazione, e con questa la rappresentanza. E non bisogna avere vergogna di parlarne, come sembra che oggi avvenga: vite spese a prendersi cura di corpi e sentimenti non sono paragonabili a tanti altri lavori (14/1/2013)
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Cambiamento
Negli ultimi tempi ho ascoltato attentamente molti convegni in cui era declinata la parola “cambiamento” cercando un riferimento alle condizioni in cui continuiamo a lavorare, in un sistema che si sta sgretolando sotto i nostri occhi, in cui, a differenza che nelle generazioni precedenti, non è tanto il progresso tecnologico a comandare il gioco, ma sono i luoghi delle cure a trasformarsi fino a scomparire, lasciando sullo sfondo i curanti (e, ancor peggio, i curati). Tavole rotonde, corsi di aggiornamento, con protagonisti mutuati sempre più da altri mondi, dell’economia, dalle scienze ingegneristiche, della politica, a parlare a medici intorno ai sessant’anni, ovviamente in difficoltà ad accettare non tanto i tagli quanto i linguaggi ancora estranei alla loro quotidianità. I sindacati, a loro volta, facilmente definiti come conservatori di un mondo che è oggi quasi spazzato via, si affannano, come sempre, a mediare, stavolta tra la vita di intere generazioni e la linea decisa in altre sedi. In particolare un giovane bocconiano ha iniziato la sua relazione con una serie di grafici che illustravano il cambiamento richiesto dalla produttività, ed ha finito con una diapositiva in cui campeggiava l’imperativo “adapt or die”. Non c’era molto spazio per le sofferenze che siamo chiamati a vedere, diagnosticare, com-patire, talvolta guarire. Che questo lavoro ha ancora la capacità di farci toccare da vicino.
Dovremmo veramente ricominciare da qui. Da come, miracolosamente, contrariamente alla crisi del sistema di formazione, esportiamo medici capaci; come, in piena crisi economico/politica, il nostro SSN esca così bene dalle indagini demoscopiche (vedi Ilvo Diamanti: ma ce ne era bisogno? Non lo constatiamo quotidianamente lavorando nelle condizioni peggiori degli ultimi decenni?). In quali altri campi lavorativi, in un momento come questo, possono proliferare dibattiti a catena come quello sulla ricerca di un riformista che faccia il suo dovere, o quello sulla peculiarità delle donne in medicina? Ricordo le parole dell’oncologa Giuseppina Sarobba di Sassari: «Mi piacerebbe che il mio DG, o ancor meglio il mio Assessore alla Sanità, stessero accanto a me un giorno di ordinario lavoro per capire la complessità di cosa facciamo, come lo facciamo, con quali strumenti, con quale qualità». E quelle di M. Antonietta Calvisi, senologa di Nuoro: «[…] questo sistema sanitario […] è un sistema sempre più improntato a imperativi di produttività con una gestione di risposte di tipo imprenditoriale, e allora praticare una senologia fatta di percorsi e condivisione con la donna come fulcro è veramente molto difficile…». Questo confronto appassionato si è protratto per lungo tempo, in una società e in un SSN che si dice in crisi, fino a spingere Cavicchi al riconoscimento che la presenza delle donne in medicina ha portato ad «una idea nuova nella quale il cambiamento coemerge da una visione nuova da parte della donna medico tanto della medicina che della organizzazione sanitaria».
Relazione e rappresentanza
Il tema della relazione, tirato in ballo soprattutto riguardo al ruolo delle donne medico (un certo “innatismo”, una obiettiva maggiore facilità), lungi dall’essere rubricato come una “specialità femminile”, ci riporta al significato della stessa, cioè «il mezzo attraverso il quale è possibile ripensare conoscenza/prassi e clinica». «La differenza di genere non è solo un sistema arbitrario di soprusi ma è semplicemente una forma di antieconomia in tutti i sensi al pari di tutte le forme di anacronismo che riguardano i modelli organizzativi, la gestione finanziaria e le pratiche professionali ecc.»
Anche la rappresentanza è in crisi. Ce lo ricordano quotidianamente tutti gli organismi democratici. C’è troppa distanza dai luoghi della vita reale in chi governa, oppresso dalla necessità di far tornare i conti.
Osserviamo le recenti manifestazioni di piazza, ricordiamo le condizioni in cui è nato l’ultimo governo, le non vittorie, le non sconfitte, le vere distanze della popolazione dalle urne. E per converso una crisi che investe anche il sindacato, nella difficile transizione. Prima ancora degli accadimenti di questi giorni, che ci ribaltano un paese attraversato da proteste di una parte di popolo che facciamo fatica a catalogare, ad incasellare in categorie a noi note, e talvolta anche a comprendere, il problema della rappresentanza era ampiamente conosciuto.
«Probabilmente pensano che la gente lavori di più perché ha dei soldi da ricevere, ma questo non è vero. Perché se si vogliono mettere i soldi come meta, ma si comportano male nei confronti delle operaie e di tutti in generale, si sbagliano. Non sono i soldi che fanno gola, ma è il rapporto, il clima, l’ambiente in cui si lavora.» (Delegate manerbiesi delle fabbriche tessili Marzotto e Confezioni Manerbiesi tra la fine degli anni ottanta e i primi novanta).
«Deve mantenere l’autorità sul lavoro chi il lavoro lo fa, non chi campa sul lavoro altrui. Chi svolge il lavoro conosce la qualità il valore, le competenze e le esperienze che servono per svolgerlo al meglio, ed è per questo che le delegate non possono accettare il dispositivo “più salario solo se c’è più utile”, e ancor meno il combinato disposto “più salario a chi produce più pezzi, a chi fa più quantità”. Questa è una logica che purtroppo sta dominando perfino in ambito sanitario, gli ambulatori medici e le visite specialistiche: chi sforna più pezzi – più corpi ammalati – è più gratificato dai premi incentivanti; allo stesso modo, le università che sfornano più studenti laureati, a prescindere dalla loro effettiva formazione, sono le più premiate.» (Annarosa Buttarelli, Sovrane, L’autorità femminile al governo, Il saggiatore).
Queste frasi ci fanno capire come il sapere di chi il lavoro lo fa sia superiore a tutto, e ri-definisce la rappresentanza, in un continuum che dalle considerazione delle operaie tessili di Manerbio arriva alle tesi di filosofe come Hannah Arendt o Simone Weil, che hanno scritto molto sulla rappresentanza, negandone l’organizzazione scissa dalla relazione. Dobbiamo, noi che facciamo, far sentire tutta l’autorevolezza e il peso, anche dell’agente, dei corpi pensanti che lo compiono. Non avere vergogna di parlarne, come sembra che oggi avvenga: vite spese a prendersi cura di corpi e sentimenti non sono paragonabili a tanti altri lavori. L’odierna crisi di rappresentatività investe trasversalmente tutti (uomini e donne, giovani e meno giovani), come appare non solo a livello elettorale, ma nelle stesse sedi di categoria in cui invece è sempre stata sinonimo di solidarietà e difesa di diritti.
Le donne, i giovani
Le prime: un fenomeno di cui già oggi non si può più fare a meno, quelle che sembra siano destinate a mantenere ancora funzionanti i sistemi di cura (ma quando mai ne sono state estranee? Se mai, storicamente espulse, oggi ritornano ad essere visibili nelle istituzioni di assistenza e formazione). Le riflessioni sulla rappresentanza dovrebbero essere sollecitate soprattutto a loro.
I giovani: in ambito sanitario ricordano un po’ la generazione Omega del fantathriller I figli degli uomini di PD James, unici giovani superstiti in un mondo vecchio e distrutto, in cui da un paio di decenni non nascono più esseri umani, e in cui la convivenza tra generazioni, con i reciproci patrimoni, sembra non poter più esistere. Giovani su cui sono puntate tutte le speranze ma senza un domani, continuamente guardati, invocati, ma non educati ad un futuro che gli adulti non sanno neanche immaginare. Questa la raccapricciante profezia del romanzo: nella realtà, nella nostra realtà, non è in un (inutile) duello tra sessi o generazioni, come pure inseguendo la “produzione di risorse e salute”, che si gioca la partita del futuro (e del cambiamento come precondizione) tutta interna al nostro terreno. Bisogna ritornare, dopo decenni, a ridiscutere il fondamento di quest’arte che è modernamente andato perso, e con esso la relazione, e con questa la rappresentanza.
Sembra paradossale in questo momento storico, ma è di questo che bisogna tornare a parlare tra noi, vecchi e giovani, uomini e donne: di formazione, di complessità, di incertezza (i tre viatici di Edgar Morin: il pensare bene, la strategia, la scommessa, che suonano estremamente attuali e pertinenti). Non con economisti, ma con filosofi, storici, pedagogisti medici, medici tout-court dobbiamo confrontarci, per riprendere il cammino che dalle ragioni ci possa condurre alla ragione dell’identità e del futuro della più antica professione di cura.
«Un’artista non è mai povera» faceva dire Karen Blixen a Babette quando raccontò di aver speso tutto il patrimonio vinto alla lotteria nella preparazione del bellissimo omonimo pranzo (Il pranzo di Babette). Dopo anni in cui molto è andato perso, ma è anche stato sperperato, non solo posizioni, ma anche fiducia, dignità, quel che resta ancora di quell’arte non è poco. Che, a dispetto di tutto, il 2014 sia l’anno del pensiero, e della riflessione.
Angela Putino Napoli 1946 – 2007
di Stefania Tarantino
Filosofa e femminista napoletana di grande forza umana e teoretica, Angela Putino ha lasciato un’impronta indelebile in chi l’ha conosciuta e in chi, anche senza conoscerla personalmente, ha frequentato i suoi testi. Veniva da una famiglia della media borghesia napoletana: la madre, Maddalena, insegnava in una scuola elementare, mentre il padre, Saverio, lavorava in una ditta di costruzione. La sorella, Anna, oggi in pensione, ha insegnato matematica e scienze in una scuola media. Racconta che sin da piccola Angela aveva una grande padronanza della scrittura e che le piaceva molto scrivere poesie, così come disegnare e dipingere con sapienza colori e forme. Non a caso, poi, il suo amore per Klee e Velasquez. Frequentò il liceo classico Sannazzaro di Napoli e, dopo il diploma, s’iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Si laureò in filosofia morale discutendo una tesi dedicata al filosofo tedesco Karl Jaspers, sotto la guida di Pietro Piovani. Partecipò attivamente al Sessantotto: oltre le tante manifestazioni, aveva dato vita a una comune e, in occasione del referendum sull’aborto, aveva raccolto firme improvvisando dei banchetti per strada.
All’inizio degli anni Settanta i suoi primi incarichi all’Università di Napoli e poi all’Università di Salerno dove insegnerà fino all’ultimo giorno.
È stata una donna libera che si poneva fuori dalle regole di pensieri e azioni codificate. La sua natura inaddomesticata, inquieta, la portava a varcare i confini del linguaggio, della parola funzionale: era una ricercatrice capace di disorientare chiunque volesse riportarla a ordini e schemi già confezionati. Amava gli spazi aperti. La sua casa, così piccola all’interno, godeva di una vista straordinaria sul golfo di Napoli e, cosa abbastanza rara nel centro città, era circondata da un grande giardino abitato da piante, fiori e tanti tanti gatti. Come racconta il suo amico, drammaturgo e attore Enzo Moscato, la sua casa era la casa di tutti/e, era una piazza, un’agorà accogliente in cui ciascuno/a si sentiva a casa propria. Era il frutto di un lavoro fatto con il suo amico Riccardo Dalise. “Zelig”: Giovanna Petrelli chiamava così Angela, per la capacità che aveva di vivere gli altri. Capacità e dono di una donna la cui vista segnava il suo rapporto con il reale. Te lo ridava vivo, bello e tragico. Lo dicono i suoi scritti e – per chi la conosceva – il suo sentire: il giardiniere che la aiutava e il preside di Facoltà avevano in lei lo stesso riguardo. Questa disponibilità alle relazioni, al fare comune, unita a un’indole brillante, ironica e divertente, è stato un elemento importante anche per il modo in cui ha inteso la filosofia e ha preso parte al femminismo italiano. La bellezza – che raramente nominava – era un suo composto. Lo era anche nel furore che la prendeva di fronte all’ingiustizia. […]
November 7, 2013
By Suzanne Persard, Huffington Post, 25 ott. 2013, dal sito di Malalai
Il numero di attentati subiti da Malalai Joya riportato dai media è molto spesso impreciso – la cifra esatta infatti è sette, non sei; senza considerare poi che questo numero si riferisce solo ai tentativi scoperti.
Nel 2007, Joya, giovane parlamentare afghana, venne espulsa dal governo per aver denunciato la presenza di signori della guerra in Parlamento. L’allora ventottenne Joya, attivista per i diritti delle donne, denunciò l’occupazione delle truppe americane in Afghanistan, i loro ufficiali fantocci, e definì i talebani retrogradi e medievali. Da quel giorno le minacce di morte si sono moltiplicate, così come gli attentati per mano dei talebani.
[…]
Dai tassisti afghani ai signori della guerra al potere, il nome di Joya echeggia in tutto il paese suscitando derisione, timore ma anche speranza. E mentre la sua campagna per i diritti delle donne e contro la violenza di genere non si ferma, Joya continua a ricevere minacce di morte mentre il numero di vittime di stupro e parenti che si rivolgono a lei in cerca di supporto è in continuo aumento. Dopo aver denunciato la misoginia e il patriarchia dilagante nel governo afghano e tra i fondamentalisti religiosi, Joya continua coraggiosamente la sua battaglia rischiando ogni giorno la propria vita.
Nonostante le atrocità commesse dai talebani, una guerra che ormai dura da dodici anni e le campagne in difesa delle donne, Joya ha accettato di rivelarmi i motivi che la spingono a non arrendersi e a continuare la propria battaglia per la liberazione del suo paese.
Hai sempre chiesto a gran voce la ritirata delle truppe americane dall’Afghanistan, dichiarando che solo il popolo può liberare il proprio paese dagli oppressori. Pensi che una vera rivoluzione democratica in Afghanistan sia possibile?
Nel mio Paese ci vuole tempo, ma grazie alla resistenza del popolo afghano, di studenti universitari, di intellettuali democratici e alcuni partiti politici che si oppongo con tenacia al regime fascista instaurato dalle truppe americane e Nato ed i loro lacché, signori della guerra e talebani – le persone che stanno alzando la propria voce sono sempre di più. Ci vorrà del tempo perché tutt’oggi milioni di afghani – più dell’ 80 per cento della popolazione – vive sotto la soglia di povertà. Il popolo afghano è oppresso da ingiustizie, disoccupazione, corruzione, povertà. Anche la mancanza di educazione è un grande elemento di oppressione per il popolo afghano, specialmente per le donne, le quali sono ancora una volta le principali vittime di violenze e ingiustizie.
Molti esempi dimostrano che è necessario del tempo perché avvenga un cambiamento radicale, specialmente se si considera che oggi al governo in Afghanistan vi sono terroristi reazionari, personaggi misogini, signori della guerra e indirettamente, anche i talebani. Questi rappresentano un grande ostacolo, specialmente per gli attivisti democratici il cui ruolo nella società è fondamentale. Nonostante tutti i rischi, le sfide e le difficoltà, noi attivisti siamo molto determinati e non ci fermeremo finché non avremmo ottenuto dei cambiamenti positivi per il nostro paese, soprattutto nel campo dei diritti umani, diritti delle donne e della democrazia. Al momento in Afghanistan non c’è nemmeno l’ombra di una democrazia.
Un popolo che si ribella è fonte di speranza… l’unico desiderio degli afghani è la giustizia. Il popolo afghano vuole giustizia. Ma è oppresso dalle forze americane e Nato che occupano il paese. La gente è stanca, ferita e l’odio verso questi terroristi è in forte crescita. Nonostante tutto, la loro battaglia non si ferma.
Il tuo coraggio nel denunciare la violenza sulle donne e la loro oppressione ha avuto un grande impatto in tutto il mondo. Conosci altre donne che sono state incoraggiate dalla tua forza a denunciare queste violenze o pensi che ci sia ancora un forte timore nel denunciare questi abusi a causa delle minacce che hai subito?
Entrambe le cose: quando dieci anni fa, nel 2003, decisi di far sentire la mia voce, denunciai pubblicamente la presenza di criminali tra le file del parlamento afghano. All’epoca rischiai più volte la vita, ma allo stesso tempo ricevetti il sostegno di milioni di afghani vittime di questi criminali. Oggi anche loro riconoscono la necessità di denunciare i crimini subiti e a distanza di dieci anni, le mie parole hanno trovato conferma: il muro di silenzio è crollato, la gente mi incoraggia ad andare avanti con la mia battaglia, cosa che pochi osano fare.
Fortunatamente le persone che denunciano pubblicamente la corruzione dilagante in Afghanistan sono sempre di più e la loro voce echeggia in tutto il mondo. Quello che dicevo io dieci anni fa, ora lo dicono anche loro. Questa è la nostra speranza per il futuro.
Vorrei inoltre precisare che la mia non è l’unica voce che incita il popolo a ribellarsi. Come me ci sono molti altri coraggiosi attivisti che rischiano la vita quotidianamente per incoraggiare il proprio popolo. Io faccio la mia parte, proprio come loro.
Quest’anno il parlamento afghano ha ridotto il numero di seggi riservati alle donne, dal 25 al 20 per cento. Ritieni che le donne nel tuo paese abbiano un ruolo politico rilevante?
Le donne che oggi siedono in parlamento hanno del potere ma sfortunatamente non lo usano nel modo giusto. La maggior parte dei seggi è riservata a signori della guerra, trafficanti di droga, criminali, persino talebani e solo il 20 per cento spetta alle donne, la maggior parte delle quali ha un ruolo puramente simbolico – appoggiano infatti i signori della guerra e l’occupazione americana. Queste donne non potranno mai essere vere protavoci del popolo afghano. Ricordo che quando ero in parlamento, una donna fondamentalista mi minacciò, dicendo che se avessi continuato a parlare mi avrebbe fatto cose che nessun uomo oserebbe fare.
Come rispondi a coloro che dicono che la tua battaglia ha influito negativamente sulla condizione dell donne in Afghanistan, addirittura peggiorandola? Ad esempio, la decisione del parlamento di ridurre il numero di seggi destinati alle donne potrebbe essere vista come una conseguenza del fatto che un numero sempre maggiore di donne sta denunciando le violenze subite.
No, non sono mai stata d’accordo con questo tipo di propaganda, perlopiù alimentata da personaggi conservatori quali signori della guerra, e sostenitori dell’occupazione americana. Hanno detto di tutto, che sono interessata solo alla fama, che intimorisco le donne, ecc. E’ la debolezza politica che alimenta questa propaganda. Da quando ho denunciato i criminali in parlamento, moltissime persone si sono schierate al mio fianco, la maggior parte di queste sono donne. Dal momento che sono costretta a vivere in clandestinità, mi chiedono come posso fare a far sentire la propria voce.
Un esempio è il caso della sedicenne Shekila, brutalmente violentata da alcuni signori della guerra – tra i quali un membro del consiglio provinciale – e uccisa con un colpo di arma da fuoco. Ebbene, tre parlamentari cercarono di falsificare il rapporto medico effettuato sul corpo della ragazzina. La famiglia della vittima è venuta da me per chiedere aiuto morale – per far sentire il proprio grido di indignazione – e finanziario – non potendo permettersi un avvocato. Un’altra ragazzina vittima di stupro è venuta da me per chiedere il mio sostegno e una delle mie guardie di sicurezza le ha salvato la vita. Ho seguito personalmente il suo caso, e molti altri ancora, non solo casi di stupro, ma anche casi di parenti che hanno perso i propri cari nei bombardamenti delle forze occupanti o per mano dei talebani o dei signori della guerra. Moltissimi di loro sono venuti da me chiedendomi di aiutarli a denunciare questi crimini e far sentire la loro voce in tutto il mondo, Afghanistan compreso.
Nonostante l’occupazione americana, la crescente misoginia, la corruzione, la presenza di signori della guerra e talebani in parlamento, cos’è che ti dà speranza e la forza per continuare la tua battaglia?
Sono molte le ragioni che mi danno speranza: per prima cosa, il nostro orgoglio. In passato il nostro paese non ha mai accettato l’occupazione di forze straniere e questo ci rende molto fieri. E poi la resistenza del popolo afghano, studenti universitari e partiti democratici come il Partito della Solidarietà Afghano, Hambastagi, che organizza manifestazioni di protesta contro l’occupazione, contro il regime dittatoriale in Iran, ma anche contro talebani, terroristi e signori della guerra, alle quali partecipano centinaia di migliaia di persone. E’ questo che ci dà speranza.
E le persone straordinarie che lavorano per il governo o l’esercito americano, come Bradley Manning, Edward Snowden, o molti altri che come loro trovano il coraggio di denunciare i crimini di guerra del loro governo – anche loro ci danno ragione di sperare. Sono la speranza di milioni di persone oppresse in tutto il mondo.
Anche tutti coloro che si battono per la giustizia nel mondo, inclusi gli Stati Uniti, contro la crisi economica, contro gli interventi militari, anche loro sono una grande fonte di speranza. In questo decennio di guerra, abbiamo perso praticamente tutto, ma c’è una cosa positiva che abbiamo conquistato, ed è la consapevolezza politica della maggioranza del popolo afghano che vive in condizioni di povertà estrema e senza educazione; questa consapevolezza è la nostra speranza.
Questo è il mio messaggio a tutti coloro che si battono per la giustizia nel mondo: è il coraggio del mio popolo, di questi giovani, di tutte le vittime di stupro, dei loro familiari, di tutti coloro che non vogliono più rimanere in silenzio e che stanno alzando la propria voce nonostante le continue minacce. Sono loro la nostra speranza.
di Franca Fortunato
In occasione della Giornata della Memoria, il 27 e 28 gennaio, arriva nelle sale italiane, ma solo in poche (70 in 19 città), in nessuna in Calabria, il film di Margarethe Von Trotta sulla vita di Hannah Arendt, una delle più grandi pensatrici del Novecento. Un film realizzato in coproduzione con Germania, Lussemburgo, Francia e Israele e che il New York Times ha definito “uno dei dieci film migliori del 2013”. Dopo la presentazione al festival di Toronto nel 2012, il film ha viaggiato negli Stati Uniti e in tutta Europa, tranne in Italia perché – come ricorda Ida Dominjanni su Alfapiù – le sale non ritennero “commestibile la storia di una ignota filosofa”. Per anni io stessa, da insegnante di filosofia, ho fatto conoscere la vita e il pensiero di questa grande pensatrice che non voleva essere annoverata tra i filosofi, “professionisti del pensiero”. Nel 1993 scrissi un testo scolastico “Hannah Arendt – L’amore per la politica”, ediz. Ursini, che ancora oggi è in uso nella mia scuola. La mia non è un’eccezione, basta guardare dentro molte scuole e università italiane e in tanti luoghi politici delle donne. Ma, torniamo al film. Ha un cast di produzione tutto femminile: la regista, la co-sceneggiatrice americana Pam Katz, la produttrice Bettina Brokemper, la direttrice della fotografia Caroline Champetier, la montatrice Bettina Boler. Il racconto si concentra negli anni 1960-1964, gli anni del processo Eichmann, a cui seguì il “caso Arendt”. Quando Hitler prese il potere, nel 1933, Arendt visse una svolta decisiva: il riconoscimento di essere ebrea segnava una profonda radicalizzazione esistenziale e, preso congedo dall’ambiente della filosofia esistenzialistica in cui era cresciuta, insieme alla madre Martha Cohn clandestinamente emigrò in Francia, dove rimase quasi dieci anni. Nel 1941 partì per gli Stati Uniti. Il congedo dalla filosofia avvenne per il giudizio duro che lei espresse sulla filosofia: un riflettere accademico che perde la connessione con la politica, come aveva visto accadere con Heidegger, che chinò il capo di fronte ai nazisti e, delirando, vide nel nazismo un momento di rinnovamento della vita stessa, e con Jaspers, suo maestro, che non capì cosa stesse succedendo fino a quando fu cacciato dall’università e dovette fuggire in Francia perché sua moglie era un’ebrea. Arendt, interrotta la sua carriera intellettuale, si dedica interamente all’attività politica: a Berlino frequenta i gruppi sionisti, a Parigi lavora per l’organizzazione che provvedeva a far emigrare ragazzi ebrei in Palestina, a New York diventa pubblicista, scrivendo su varie riviste ebraiche. Da queste colonne auspica la formazione di un esercito ebraico che partecipi alla lotta contro Hitler. Subito dopo la fondazione dello Stato d’Israele si unisce a un gruppo, guidato da Judat Magnus, che cercava un riavvicinamento tra arabi e ebrei sul suolo palestinese. Nel 1961, come inviata del settimanale New York, assisté alle 120 sedute del processo ad Eichmann, l’ex SS. a cui era stata affidata l’organizzazione dello sterminio ebraico e che i servizi segreti israeliani avevano catturato e rapito in un misero sobborgo di Buenos Aires, dove si era rifugiato con la famiglia. Tutto era ormai finito, quando scoppiò il caso Arendt, in seguito alla pubblicazione del suo libro “La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme”. Libro che la Feltrinelli oggi ripubblica in formato digitale, in coincidenza con l’arrivo del film della Von Trotta. Si cominciò ad accusarla di essere stata iniqua nei confronti dei capi delle varie comunità ebraiche che avevano dovuto collaborare con le autorità naziste e a cui sembrava imputare la colpa di una mancata resistenza al massacro; si finì col dare a tutto il libro il significato di un gesto di inimicizia verso il nuovo Stato degli ebrei, le sue istituzioni, la sua giustizia. Fu accusata di non “amare” il popolo ebraico. In effetti lei aveva messo in discussione l’idea rassicurante dell’assoluta innocenza delle vittime. Cosa insopportabile per gli ebrei, ma che già una di loro, Etty Hillesum, morta nel campo di concentramento di Auschwitz, aveva denunciato nel suo Diario. Arendt aveva definito il caso Eichmann “banalità del male” intendendo che lo spaventoso era che l’imputato non si rivelava la belva umana che l’accusa voleva dimostrare al mondo e che il mondo si attendeva di vedere. Per assurdo che fosse, il processo rivelava un Eichmann che aveva sempre concepito la sua attività come un “lavoro”, con tutte le caratteristiche del lavoro d’ufficio, meticoloso ed ordinato, che doveva esser fatto al meglio e che era moralmente neutrale. Eichmann manifestatamente non capiva, era incapace di pensare, si riteneva un uomo corretto e un buon cittadino, un funzionario scrupoloso e onestissimo (alla caduta del nazismo aveva perfino consegnato la cassa, di cui disponeva, a un funzionario civile). Rifuggiva dal sangue e, personalmente, non aveva mai ammazzato nessuno. Anzi, non odiava nemmeno gli ebrei, tra i quali aveva qualche parente, e se fosse dipeso da lui li avrebbe deportati nel Madagascar, dove si sarebbero forse salvati. Pure non era arretrato di fronte a nulla. Con lo svelare la “normalità” di Eichmann, per questo ancora più terribile, Arendt metteva in discussione l’idea rassicurante della eccezionalità della mostruosità del male. A distanza di tanti anni il suo insegnamento “per prevenire il male c’è bisogno dell’esercizio del pensare”, vive in quelle ebree ed ebrei, come la filosofa statunitense Julith Butler, recentemente accusata di appoggiare Hamas e Hezbollah, per aver condannato la politica israeliana – l’occupazione, l’uso delle detenzioni a tempo indefinito e il bombardamento della popolazione a Gaza – nei confronti del popolo palestinese. «L’errore – scrive la Butler nel suo libro “A chi spetta una buona vita?”, Ed. nottetempo – sta nel considerare lo Stato d’Israele come l’attuale rappresentante dell’ebraismo e nel pensare che, se una persona si definisce ebrea, questo implica dare sostegno a Israele e alle sue azioni. Ci sono sempre state tradizioni ebraiche che si sono opposte alla violenza di Stato, che hanno affermato la coabitazione multiculturale e difeso i principi dell’uguaglianza. Oggi è molto importante mettere in luce e tenere in vita queste tradizioni.»
(Il Quotidiano della Calabria – 25/1/2014)
di Sara Gandini
Un giorno si è decisa a raccontarmi. Lei sapeva che lui era separato, che probabilmente aveva altri figli, che aveva dei debiti, ma le aveva garantito che in qualche anno tutto sarebbe andato a posto. E poi grazie a lui erano potute venire in Italia quando sua figlia aveva cinque anni. Non avevano avuto alternative, in Congo soffrivano la fame. Negli ultimi anni, a causa delle varie guerre per il petrolio, a mala pena riuscivano a mangiare una volta al giorno. Se non altro ora avevano un tetto sotto cui dormire e mangiavano tutti i giorni. Non era molto, ma d’altronde anche la ministra Kyenge è arrivata in Italia facendo la badante e dopo varie traversie è riuscita a studiare e a realizzarsi anche nel lavoro.
Dal giorno in cui sono arrivati in Italia sono passati otto anni e sono nati altri due figli. Tutti e cinque hanno vissuto con i risparmi di lei e gli aiuti della parrocchia. La casa in cui abitano in Giambellino appartiene a una cooperativa che realizza progetti per l’integrazione. Ma a chiamarla casa ci vuole coraggio: pareti scrostate, umidità ovunque, infissi inesistenti, il riscaldamento spesso salta. In una stanza più cucina vivono in cinque e non hanno nemmeno l’acqua calda.
Lui si era impegnato a farsi carico di affitto, bollette e retta scolastica, in attesa di avere una situazione economica che gli consentisse di provvedere a tutte le necessità della famiglia, momento che non è mai arrivato. In compenso un bel giorno lei si è trovata sotto casa la polizia, intenzionata a sfrattarli. Ed è così che ha scoperto che il marito non solo non aveva mai dato un soldo per cibo e vestiti, ma non aveva nemmeno mai pagato una retta scolastica, né una rata d’affitto e ultimamente neanche le bollette della luce. Infatti, a distanza di qualche giorno dall’arrivo della polizia, le hanno pure tagliato l’elettricità. Quando sono andata a trovarli, i due sorridenti bambini di tre e cinque anni giocavano alla luce della candela.
A questo punto, la mia amica si è mossa da sola per salvare il tetto che ha sulla testa. Certo non è stato facile, con tre figli da accudire, di cui due piccoli, e senza conoscere bene l’italiano, ma lei è sveglia ed è riuscita a contattare gli assistenti sociali, un’avvocata per separarsi, e ora ha trovato anche un lavoro part-time. Solo dieci giorni al mese, a fare le stanze in un albergo fuori Milano, ma meglio di nulla. È riuscita anche a rivolgersi al SICET (Sindacato Inquilini Casa e Territorio)1, per capire come muoversi per non perdere la casa. E il SICET è stata proprio una bella scoperta, in termini di umanità, disponibilità e competenza. Si sono mossi concretamente e in modo intelligente nelle mediazioni con la proprietà della casa per trovare soluzioni e cercare alternative praticabili per tutti.
Con lei ho vissuto di nuovo il respiro affannoso per l’angoscia di trovarsi in un paese lontano, di cui non sai lingua e usanze, senza soldi né familiari a cui chiedere aiuto. Ho sentito quasi sulla mia pelle la sua sofferenza l’ingiustizia che viveva. Forse perché anch’io ho vissuto all’estero. Sono stata un anno in Inghilterra e sono partita senza conoscere l’inglese e senza soldi. Ero studentessa di un master, quindi ero una privilegiata, ma la mia borsa di studio prevedeva soltanto di rimborsarmi spese che non sapevo come anticipare. E conosco bene l’angoscia di perdersi in un paese lontano dove non conosci nessuno. So cosa significa sentirsi persa di fronte a contratti da firmare di cui non capisci nulla, lavorare da cameriera e non sapere prendere le ordinazioni, sentirsi sola in un paese sconosciuto.
E così, toccata dalla sua storia, ho iniziato a coinvolgere alcuni genitori, un professore e una professoressa della classe delle nostre figlie – scuola media Rinascita – ed è iniziato un bello scambio di solidarietà e attenzione. C’è stato chi ha contattato gli amici valdesi, individuando un posto in cui rifugiarsi in mancanza di alternative, chi ha trovato un’avvocata per chiedere consigli, chi ha prestato una stufetta per scaldare il bagno e chi ha portato giocattoli per i bambini. Abbiamo raccolto i soldi per pagare la bolletta della luce e abbiamo cercato soluzioni per affrontare il freddo invernale, e poi serate nelle case per conoscersi e creare occasioni di scambio tra noi genitori. Mentre i professori si sono mossi per avvertire le istituzioni, assistenti sociali e consultori per la famiglia. È stato bello perché ognuno a modo proprio ha dato un contributo, umanamente, economicamente o cercando soluzioni, e la forza della scuola-comunità su cui punta Rinascita ha ridato energia anche a me, che mi ero fatta carico in prima persona di diversi problemi. Ho cercato di raccogliere informazioni, fare mediazioni, creare contesti ed è stata un’esperienza impegnativa e molto interessante, che mi ha permesso di scoprire mondi lontani. Alcuni genitori si sono stupiti e mi hanno chiesto come faccio a trovare tante energie per occuparmi e appassionarmi anche di questi problemi. Ma io so che per affrontare la mia angoscia per il mondo non posso far altro che mettermi in gioco personalmente, puntando sulla forza delle relazioni e facendone materia politica. Anche da questi racconti di vita vissuta, forse proprio dalle esperienze personali, spesso nasce la voglia di ribellarsi, di lottare a livello politico e provengono le domande che rimettono in moto.
Proprio grazie alla mia amica mi sono affacciata sul mondo parallelo del Giambellino, il quartiere in cui si trova la bellissima scuola media di mia figlia, Rinascita. È stato un incontro duro ma interessante, che mi ha spinto ad approfondire una serie di questioni di cui non mi ero mai occupata, a cercare di capire il mondo delle case popolari dell’Aler e delle case occupate del quartiere dove va a scuola mia figlia. Ho così scoperto che, sebbene l’Aler abbia generato un deficit di 207 milioni di euro, il Comune di Milano le ha dato in gestione oltre 28.000 appartamenti2 . Di fatto in realtà ora l’Aler vorrebbe solo privatizzare sebbene si stima che l’edilizia pubblica a Milano riesca a soddisfare solo il 4% delle richieste di case popolari.3 C’è ovviamente chi sostiene che la colpa dei buchi economici dell’Aler sia dei migranti, dei morosi incolpevoli o degli occupanti. Ma Lucia Castellano, capogruppo del Patto Ambrosoli al Consiglio regionale della Lombardia ed ex-assessora alla casa del Comune di Milano, denuncia stipendi sproporzionati per i dirigenti e quadri, oltre alle spese per consulenze esterne, e ha promosso una commissione d’inchiesta che faccia luce sulle responsabilità del disastroso buco di bilancio.4 Anche un’altra donna, l’assessora ai Lavori pubblici del Comune di Milano Carmela Rozza, sostiene che «si vuole fare ricadere le colpe del buco sugli inquilini, mentre qui si tratta di ben altro». Infatti dobbiamo ricordarci che l’assessore regionale alla Casa un anno fa era Domenico Zambetti, arrestato con l’accusa di voto di scambio con la ’ndrangheta e accusato anche di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione, scarcerato a fine aprile ma in attesa di processo.5 Se la Regione ha le sue responsabilità anche il comune non è da meno. Infatti i fondi al momento sono solo in una direzione: l’ecomostro di piazza Maggi, il progetto Citylife, i vari grattacieli del quartiere Isola e gli enormi nuovi quartieri di lusso sulle aree dismesse delle stazioni ferroviarie milanesi, che hanno visto un notevole dispendio di capitali pubblici. È evidente che la città ha bisogno di nuove case popolari e di ristrutturazione di quelle esistenti, non di residenze di lusso.
Voglio però finire questo racconto con una buona notizia. Sappiamo che sono tanti i luoghi abbandonati di Milano, pubblici e privati. Ebbene, l’assessora all’Area metropolitana, Casa, Demanio Daniela Benelli e l’assessora Lucia Castellano nel 2012 hanno promosso un’iniziativa molto interessante, offrendo gratis a cittadini e associazioni 1.200 spazi di edilizia pubblica e un centinaio di edifici, perché diventino luoghi di aggregazione. 6
Si tratta di un bando attraverso il quale hanno cercato di coinvolgere cittadini e associazionismo per promuovere progetti sociali, culturali, imprenditoriali, per valorizzare soprattutto le periferie.7
Chissà, forse anche la vicenda del centro sociale MACAO8, che rappresenta un’esperienza culturale e politica fuori dalle istituzioni, ha insegnato ad affidarsi e non solo a chi ha interessi economici e speculativi ma a chi ha passione politica, come quella che mi ha spinto a raccontarvi questa storia. È importante però ricordare che il collettivo di MACAO spinge a riflettere anche sullo strumento del bando perché implica troppa burocrazia. E a questo i nostri assessori dovranno cominciare a pensare davvero, se le loro intenzioni sono serie.7
1. http://www.sicet.it/
2. http://www.milanox.eu/case-popolari-il-buco-nero-dellaler/
3. http://www.abitarenellacrisi.org/wordpress/?p=1513
6.http://www.02blog.it/post/57193/gratis-ai-cittadini-gli-spazi-abbandonati-del-comune
L’interiorità, lo sguardo dentro
Femminile,plurale.
Rassegna in 3 atti a cura di Alessandra Redaelli.
http://www.biffiarte.it/home.php?evento=247
di Laura Minguzzi
Giusi Nicolini, Sindaca di Lampedusa, fa notizia perché ha rifiutato l’invito del Sindaco di Firenze, ora anche segretario del Pd, Matteo Renzi, di fare parte della sua “squadra”. La cosa fa notizia perché stride: una donna eccellente perché dovrebbe andare agli ordini di un uomo così discusso e discutibile? Perché mai avrebbe dovuto considerarlo un privilegio, quando il luogo che governa, Lampedusa, porta della vita, rappresenta geopoliticamente una centralità nel mondo contemporaneo, che il sindaco neanche se la immagina? Un gesto, il suo, che dà pienamente conto di quella ‘A’ che fa la differenza. C’è una bella sproporzione fra i due! Da un lato una politica, quella della sindaca, che abbraccia un luogo, se ne fa carico, dove la presenza non è optional e l’ascolto di stanziali e migranti, vivi e morti, ne è parte ineludibile, non delegabile.. dall’altro una O, anzi due, del sindaco-segretario di partito che pare abitare un non-luogo, quello della politica rappresentativa, di potere… Ogni giorno sforna idee, progetti, sfarfalla qui e là, con ogni mezzo di locomozione reale, anche la bicicletta, e virtuale, rincorso da telecamere e giornalisti in un bla, bla assordante e vuoto..
La Sindaca, consapevole della grandezza della sua politica, non ha ceduto al richiamo del potere mediatico e ha detto NO.
di Enzo Scandurra
Carla Ravaioli è stata trovata morta il 16 gennaio. Morta in… “perfetta” solitudine nella sua bella casa di via del Seminario, al centro di Roma, accanto al Pantheon. C’è da riflettere su come una persona così pubblica possa morire in una grande città senza quasi che nessuno dei suoi amici lo sappia; sparire nel nulla, nell’oblio della dimenticanza. Della solitudine degli anziani, dello sfaldamento dei legami comunitari, della dissoluzione delle relazioni amicali, la politica non se ne occupa. Dei sentimenti, di ciò che ci lega l’uno all’altro, della rete invisibile di amicizie, percorsi, storie condivise, non ne rimane traccia se non nel privato del dolore personale. Carla ne soffriva; era troppo fiera per lagnarsene in pubblico, ma ne soffriva. E il suo carattere già ruvido, poco incline alle lusinghe e spesso provocatorio, in questa solitudine aveva accentuato questi aspetti. Eppure quando ci si vedeva a cena tutti insieme, lei finiva col mostrare quel lato dolce e affettuoso che teneva riservato; esprimeva a volte una ingenuità contrastante con quella sua immagine severa e burbera.
In questo desolato vuoto della politica occorre ripensare i rapporti umani, le nostre soggettività frammentate e imbarbarite, i sentimenti troppo facilmente rimossi da inadeguata vergogna. Altrimenti nessuna politica è possibile. Carla era una militante, una compagna, una persona che aveva attraversato tutte le grandi questioni novecentesche: il lavoro, l’ambiente, il femminismo, il disarmo. Vivere a due passi dal Pantheon non le ha evitato di morire in solitudine. A Roma succede anche questo: si può scomparire in mezzo alla folla, diventare una pratica ingombrante, un corpo privato della pietà degli amici, sottoposto alla umiliazione dell’autopsia.
È sconcertante la distanza della politica dalla vita quotidiana. C’è da chiedersi in che direzione stiamo andando perché senza più la solidarietà che ci lega, senza quei sentimenti di pietà, di riconoscimento umano, niente funzionerà mai, nessuna nuova sinistra sarà mai possibile.
Questa nostra città — Roma — è anche una città imbarbarita, una città crudele; una città che, forse, “distratta” dalla sua gloriosa storia, è spietata e indifferente alla sorte di ognuno di noi, chiusa nella sua austera e vetusta fissità, quasi fosse ancora la città degli imperatori, dei papi, del fascismo e del clericalismo. Roma così non l’avevo mai vista è il titolo del racconto che Pasolini fa della città in occasione dei funerali di Di Vittorio: “[…] Guardo anche gli altri. Piangono, con una smorfia di dolore disperato. Non si curano né di nascondere né di asciugare le lacrime di cui hanno pieni gli occhi”. Se la politica non incrocia la sofferenza degli uomini e delle donne, allora ha perso di vista la propria direttiva primaria: il valore di essere insieme. E di questa politica non sappiamo che farcene.
(il manifesto, 21 gennaio 2014)
di Giovanni Vigna
Mantova, 18 gennaio 2014, Nena News – Myriam Marino è un’attivista per i diritti umani che coniuga la letteratura, la passione per l’arte, l’impegno politico e sociale. Ha iniziato a fare politica fin da giovane partecipando a sit-in contro l’apartheid in Sudafrica e contro la guerra in Vietnam. Ha vissuto in prima persona i movimenti del ’68 e del ’77, poi per dieci anni si è occupata di politica attiva nei gruppi della sinistra extraparlamentare.
Dopo la seconda Intifada, esplosa nel 2000, Myriam ha aderito alla rete Ebrei contro l’occupazione (Eco) e tuttora partecipa a incontri pubblici, dibattiti e diverse manifestazioni. Da qualche anno è entrata nel direttivo dell’associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese che si occupa di promuovere le adozioni a distanza di bambini palestinesi orfani o feriti ed è impegnata a diffondere la conoscenza della vasta e straordinaria cultura palestinese.
Il Piano Prawer è un progetto del governo israeliano che prevede la distruzione di 35 villaggi beduini non riconosciuti da Tel Aviv, l’espulsione e il trasferimento forzato di 70mila beduini palestinesi in nuove municipalità e la confisca di oltre 800mila dunam di terra. Il Piano Prawer è stato bloccato. Perché il governo Israeliano è tornato sui propri passi?
È stata una piccola vittoria del movimento popolare che aveva organizzato manifestazioni dovunque. Nelle città palestinesi e israeliane, in Europa e negli Stati Uniti era stata lanciata la «giornata della rabbia» che ha sortito qualche effetto sul governo israeliano. Non sono però ottimista. Non credo che il governo israeliano voglia tornare davvero sui propri passi, probabilmente l’annuncio della cancellazione del piano Prawer è stata solo una manovra di distrazione per ripresentare il progetto in gennaio fuori dal clamore mediatico. Il 12 dicembre scorso Benny Begin, parlamentare del Likud designato da Netanyahu per apportare modifiche al progetto, ha annunciato la decisione del governo di rinunciare al piano Prawer. Begin ha affermato che Netanyahu aveva accettato le sue raccomandazioni sulla cancellazione del progetto, ma esistono motivi per sospettare che nulla sia cambiato. Per esempio, il generale a capo dell’unità responsabile del trasferimento forzato dei palestinesi ha dichiarato: «Non ho ricevuto istruzioni in merito, il lavoro della mia unità prosegue regolarmente. Begin può dire quello che vuole ma tanto il progetto non sarà eliminato». D’altra parte la presidente della commissione affari interni Miri Regev ha osservato: «Non c’è stata alcuna richiesta da parte del governo di alterare il piano». Anche se il progetto del governo venisse effettivamente bloccato, Israele non rinuncerà ai suoi obiettivi di spopolare il deserto del Naqab dai beduini. Anche molto prima del piano Prawer, il governo ha demolito numerose volte il villaggio di Al Arabiya e dobbiamo aspettarci, sia che il piano Prawer venga realizzato sia che venga annullato, continue demolizioni, espropriazioni e deportazioni.
Nelle ultime settimane a Gaza è salita la tensione. Dal 20 dicembre sono morti quattro palestinesi e un soldato israeliano. Decine i feriti nei raid dell’aviazione di Tel Aviv. A cosa è dovuto questo aumento delle azioni militari israeliane contro i palestinesi?
Con tutta probabilità tutto ciò è causato dai negoziati in corso. Netanyahu sta cercando di renderli ancora più inutili e forse sta tentando di provocare una risposta palestinese violenta per poter giustificare gli obiettivi criminali che si prefigge. Ma è necessario sottolineare che Israele non ha bisogno di particolari ragioni per intensificare la violenza dell’occupazione che, anche senza le uccisioni, si manifesta quotidianamente in molti modi.
Secondo il Ministero dei prigionieri dell’Autorità Nazionale Palestinese, nel 2013 le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 3.874 cittadini palestinesi. I negoziati di pace sono utili?
La soluzione politica è la fine dell’occupazione e dell’apartheid e l’archiviazione dell’ideologia sionista, la costituzione di uno Stato unico democratico binazionale nel quale siano rispettati i diritti di tutti. Come si possa giungere a questo risultato considerando l’appoggio che Israele ottiene dagli Stati Uniti e dall’Europa, malgrado le famose linee guida, che non hanno certo impedito all’Italia di intensificare accordi commerciali e militari con Israele, è un discorso più complicato. Uno strumento efficace che sta mettendo in atto la società civile a livello internazionale e che sta dando concreti risultati è il BDS (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni).
I cosiddetti negoziati di pace non sono soltanto inutili, ma anche dannosi. Non ci sono mai stati accordi che abbiano favorito i palestinesi o migliorato la loro vita e tanto meno lo sono stati quelli di Oslo. Perché i negoziati possano dare risultati occorre la precondizione di un piano di parità, cosa che non sussiste tra gli israeliani occupanti e i palestinesi occupati.
Il Segretario di Stato Usa John Kerry, da parte sua, caldeggia uno stato palestinese demilitarizzato, con i confini controllati dall’esercito israeliano, praticamente una serie di bantustan controllati da Israele, un’assurdità già bocciata in passato. Nel frattempo non si ferma la giudaizzazione di Gerusalemme con demolizioni, espropriazioni di abitazioni, arresti. Inoltre gli israeliani impediscono a chi ha lasciato la città di ritornarci. Per finire in bellezza abbiamo letto sui giornali la pensata del ministro israeliano degli Esteri Avigdor Lieberman che ripropone di espellere i rifugiati palestinesi del 1948 e di mandarli nel “nuovo Stato” in cambio di non si sa quali territori. Ciò costituisce un tentativo di raggruppare i palestinesi nel più piccolo spazio possibile, secondo il principio sionista sempre operante di ottenere quanto più territorio possibile con il minor numero di palestinesi possibile. In sintesi si tratta di una brutta farsa.
Lei fa parte dell’Associazione Ebrei Contro l’Occupazione (Eco). Perché un ebreo, soprattutto una persona che vive in Israele, può scegliere la scomoda posizione di criticare le politiche del governo di Tel Aviv?
Effettivamente per chi è cresciuto in Israele, nutrito della sua letale propaganda, è molto difficile dissentire. I giovani sono educati a credere che l’esercito israeliano sia il più morale del mondo e che sia la loro vera famiglia. La loro opinione è che «tutti ci odiano nel mondo» e che quindi «abbiamo il diritto di difenderci». Inoltre i giovani crescono con la convinzione che i palestinesi siano terroristi che vogliono “buttare a mare” gli occupanti. Credono a questa e ad altre sciocchezze, a partire dai libri di testo scolastici, dalle esercitazioni militari con l’esercito che hanno luogo fin dal periodo delle scuole elementari. Inoltre chi esprime il proprio dissenso è considerato uno spostato mentre chi non svolge il servizio militare non può usufruire di alcuni servizi.
Per quanto riguarda la mia condizione, sono sempre stata solidale con la causa palestinese e fin dagli anni Settanta ho manifestato con gli studenti palestinesi del Gups (Unione Generale degli Studenti Palestinesi), le associazioni studentesche dell’epoca, anche se solo dopo la seconda Intifada ho concentrato il mio impegno unicamente sulla Palestina.
Quali obiettivi si propongono le associazioni Ebrei Contro l’Occupazione e Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese di cui lei fa parte?
Entrambe le associazioni si propongono di sostenere i palestinesi nelle loro giuste lotte, ma direi che, più che sostenere, si tratta di riconoscere che noi e i palestinesi abbiamo un’unica lotta da portare avanti perché l’influenza letale del sionismo si fa sentire anche qui da noi. I palestinesi sono, in un certo senso, un “popolo cavia” sul quale si compiono esperimenti di repressione e di controllo per poter poi esportare gli stessi strumenti di repressione anche in Europa al fine di controllare e reprimere le lotte popolari. Nello specifico l’associazione Eco, che con il tempo è diventata una Onlus, nata sull’onda della seconda Intifada con una lettera pubblicata sul Manifesto con il titolo «Non in mio nome», si batte per i diritti umani e politici dei palestinesi e per la fine dell’occupazione, organizzando conferenze, dibattiti, scritti e convegni.
Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese è un’associazione di appoggio alla Mezzaluna Rossa Palestinese (Croce Rossa) che si occupa di adozioni a distanza di bambini palestinesi orfani o feriti, ma anche di far conoscere la cultura palestinese, la sua ricchezza e la sua bellezza. L’associazione è interessata anche a diffondere la conoscenza delle “eccellenze” palestinesi. Questo popolo, pure così tormentato, impossibilitato a creare una propria economia dalle restrizioni dell’occupazione, dai protocolli economici (frutto degli accordi di Oslo) che vietano l’esportazione e dalle continue distruzioni, è però capace di produrre eccellenze in molti campi.
L’incontro impremeditato con Hadewych e la mistica femminile ·
09 dicembre 2013
di Romana Guarnieri
Un incontro impremeditato, legato al caso, questo mio con Hadewych. Un incontro che poi mi ha familiarizzata con tanto pensiero e tanta mistica femminile, di tutti i tempi e luoghi, dalla Porete (con relativa indagine a livello europeo sull’eresia prequietista del Libero Spirito) a Chiara da Montefalco, da Angela da Foligno alla Paluzzi, sino ad Adrienne von Speyr e i suoi intriganti misteri, nelle quali via via sono inciampata, e che hanno in vario modo segnato i miei studi, la mia riflessione, e, con le molte amicizie di studio e di fede, la mia stessa esistenza.
Da noi, all’epoca della mia inchiesta, Hadewych era ignota sin nel nome. Fu un incontro a dir poco folgorante. L’indagine in sé mi avvinse: per la prima volta m’impegnavo in una ricerca di spiritualità medievale direttamente su manoscritti/incunaboli/cinquecentine, di cui, data la mia formazione letteraria tutta moderna, non avevo fatto mai prima esperienza.
Estasi o folgorazione, tutt’altro da quello con Ruusbroec, fu dunque il mio impatto con Hadewych. Neppure l’ombra in lei della savia trattatistica normativa, che pretende metter ordine e dettar regole in una realtà così segreta e sfuggente, così imprendibile e imprevedibile qual è — insieme alla poesia e alla preghiera — l’amore: ogni amore, non ultimo l’amor di Dio.
No, nulla nell’amore drammatico cantato da Hadewych, di quella caricatura antica che ancor oggi ci vien presentata da alcuni “accompagnatori” — spariti dal mercato i “direttori spirituali” — come una cosa di tutta pace, rettilinea, quasi idilliaca, con i suoi “passi” ovvero “gradi” rassicuranti, numerati secondo sequenze simboliche, meglio se ternarie — ma anche il numero 7 è sempre andato forte! — e con le sue “stazioni”, obbligate, riscoperte dai nuovissimi ricercatori del santo Graal; soprattutto con le proprie “tecniche’’ (per non dir trucchi, infallibili come i “fiori di Bach”), le quali, purché docilmente seguite secondo prescrizioni/ricette di “maestri” vanesii ci metterebbero al riparo da errori fatali, nella corsa a ostacoli che è la vita di noi poveretti, destinati — anzi predestinati — senza quei loro presidii a romperci l’osso del collo nella folle impresa.
No, se Dio vuole! Nulla di tutto ciò in Hadewych, neanche quando consiglia imperiosa o si confida con vera tenerezza con le sue amiche.
Hadewych è l’amore in presa diretta. Amore capriccioso, come ogni amore di donna. Amore non teorizzato — ovvero calato dalla mente al cuore — bensì vissuto nella sua totale gratuità e sconcertante imprevedibilità e immediatezza, senza mediazioni né controlli, e per questo sospetto agli inquisitori che, dopo averle ucciso — nel 1236 — un’amica, «per via del suo “giusto” (“diritto”?) amore» la costrinsero alla macchia. È l’amore/desiderio, caro alla poesia cortese e alle mistiche del Due-Trecento, centrale nella riflessione moderna, da Hegel a Heidegger, sino a Lévinas.
Un amore solitario, insoddisfatto, possessivo nonostante l’affetto per le destinatarie delle sue lettere e la volontà di condividerlo con le molte persone autorevoli con cui è in relazione. Un amore trepido ma fermissimo. Battagliero, impaziente. Fierissimo, pronto a subire ogni ingiustizia e persecuzione. Un amore detto e ridetto con furia, intrattabile e intollerante nel rimprovero all’Amato, drammaticamente gridato in mille modi diversi, nel dolore come nella gioia, sempre nel giro strettissimo, drammaticamente incisivo, di pochi versi di una stessa poesia: violento, audace, insaziabile amore che la brucia nel midollo dell’anima, lasciandola inappagata, a volte addirittura distrutta dal disgusto di vivere.
Un amore insicuro, come ogni vero amore geloso, che non sopporta rivali; prepotente, assillante, non dà tregua a chi lo vive e a chi ne è oggetto. E tuttavia da esibire come esemplare, capace di coinvolgere il mondo intero, a patto però di restare unico, solus cum sola, se no son guai. L’amore che ha soggiogato Hadewych è pazzia, e inferno. Slancio e ardimento. Totalmente disinteressato, si offre in nudità totale.
Questo è Hadewych. Inquieta e inquietante. Modernissima. Questo e altro ancora. Troppo da poterlo dire in una semplice prefazione, senza infastidire il lettore emunctae naris, che le cose davvero importanti ama scoprirle da sé.
E la cosiddetta “storia”, ovvero “dottrina”? E la cronaca, la teologia, letteratura, cultura? Cose bellissime, intelligentissime; curiosità legittime, certo, persino nobili, non dico di no. Ma insomma… Su Hadewych e il suo mistero, studia e studia, siamo tuttora a un pugno di notizie, incerte le più, sfuggenti, balbettate e subito smentite, e a induzioni/deduzioni che non soddisfano chi ama muoversi sullo “storicamente assodato”. Hadewych è tutta nei suoi scritti. A noi, farla vivere ancora.
Quanto a me, ristampo immodificate — ormai cancellate da decenni di distrazione dalla memoria, affidata a fragile carta stampata, frammento di storia anche loro — le introduzioni che accompagnarono queste mie antiche versioni, uscite semiclandestine, tra il 1947 e il 1950, come una rispettabile “novità” ne «I Fuochi».
La preziosa collana («lucciole fosforescenti e campestri» li definì il loro ideatore-direttore, scrivendone ad Antonio Baldini nel 1952), da poco creata per la Morcelliana di Brescia da don Giuseppe De Luca, fu una delle sue ultime fatiche editoriali extra moenia: le Edizioni di Storia e Letteratura erano ormai nate e ben presto finirono per divorarselo tutto.
Anche in quell’occasione, con la sua nota generosità e competenza, a me principiante egli resse la mano, tanto nelle versioni che nelle introduzioni, sì che a lui va ancora una volta il mio grazie a distanza di tanti anni. Fummo in molti — giovani meno giovani, sino a un Papini di molti anni più vecchio di lui — a beneficiare in questo modo della sua ricchezza intellettuale e spirituale, generosa senza limiti: pagine e pagine, a volte capitoli interi di libri altrui, non c’è da sbagliare, sono di sua mano (v. il capitolo di chiusura dell’Agostino di Papini o l’introduzione ai loro Scrittori cattolici Italiani) e sarebbe ora che anche di questo aspetto di lui, prete segreto nella cultura del nostro secolo, si prendesse coscienza e conoscenza. Dopotutto, di uomini, di preti così ne ho incontrati pochi, anzi nessuno.
di Romana Guarnieri
di Luca Mastrantonio
Wislawa Szymborska è scomparsa il primo febbraio di due anni fa, a 88 anni, ma è possibile passare un’ora in sua compagnia grazie al documentario La vita a volte è sopportabile (uscito da Casagrande, con libro che raccoglie testi di Roberto Saviano, Francesco M. Cataluccio, Matteo Campagnoli, Jaroslaw Mikolajewski). Il film di Katarzyna Kolenda-Zaleska è un ritratto assai fedele all’umorismo della poetessa polacca; e sorprendentemente intimo, perché fa breccia nella riservatezza di un’autrice che, dopo il Nobel del 1996, temeva di perdere il contatto con la vita reale: musa irrinunciabile per un lirismo filosofico intriso di quotidianità.Com’è riuscita la regista a convincere la Szymborska? Con un viaggio, un percorso a premi stravagante, come certe passioni della poetessa; in particolare, l’acquisto compulsivo di souvenir e oggetti kitsch, presi in giro per il mondo, che poi, per svuotare casa, regalava agli amici durante cene che finivano con pesche miracolose (o mostruose); e poi l’attrazione per i cartelloni di paesi dai nomi surreali (Neanderthal e Sodoma). Li faceva fotografare dal segretario Michal Rusinek, grazie al quale il film apre i cassetti fisici (600, in un appartamento di 60 mq, a Cracovia) e mentali della poetessa; di lei racconta aneddoti e appunta le poesie composte durante il viaggio (a cavallo del 2008): sono limerick , umoristici componimenti brevi, che la Szymborska s’inventa e poi recita davanti al cartello del paesino di Corleone, in Italia, o nella città di Limerick, in Irlanda (da cui deriva il nome del genere poetico).Dal gomitolo di interviste spunta fuori un divertente dialogo a distanza con Woody Allen, in un scambio di battute autoironiche e vicendevole adorazione. Per i più sentimentali, ci sono gli occhi lucidi della poetessa quando legge Amore a prima vista ; ai patiti del rimorso, concede un pensiero sui suoi versi giovanili in omaggio a Stalin: «Non mi giustifico, li ho scritti; me ne pento». E poi: «Mancano di conoscenza e immaginazione».Miti senza pentimento, invece, sono Ella Fitzgerald, Al Pacino, Havel e il pugile polacco Andrew Golota («che dire, un uomo vero» sospira davanti a una sagoma che lo ritrae). E sopra tutti Vermeer: il documentario registra l’estasi sotto-palpebra della poetessa davanti alla Lattaia , in un museo olandese, cui poi dedicherà una poesia («giorno dopo giorno versa / il latte dalla brocca nella ciotola / il mondo non merita / la fine del mondo»).Il film riesce a far trapelare la luminosità della Szymborska, la sua gioia di vivere, vedere e scrivere, attraverso parole, gesti e sorrisi; oggetti grotteschi, come il sommergibile-accendino, o vezzosi, come i cappellini; e poi certi riti, dall’amato caffè nero, lungo, alle sigarette lente, boccheggiate. Quando aveva iniziato a fumare? Prima della guerra, dice. E poi, smilitarizzando la risposta, precisa: ma si trattava di una questione d’amore.
(Corriere della Sera, 17 gennaio 2014)
di Aida Secibel Realpe Valencia
Era il 24 settembre 2002 quando sono arrivato in Italia: ero emozionato e spaventato. Dopo un mese il mio primo impiego: dovevo prestare assistenza a un paziente emiplegico. Ero incerto se accettare questo lavoro: non parlavo ancora bene l’italiano e poi pensavo di non essere in grado di eseguire l’igiene, ma ho accettato e subito dall’inizio mi è piaciuto, anche perché questa famiglia era buona con me, e mi sembrava di assistere i miei nonni. Poi ho saputo dell’esistenza di un corso che ti permetteva di lavorare con persone anziane e malate, così ho deciso di frequentare il corso per Operatori Socio Sanitari.
Nel maggio 2005 sono stato assunto nella RSA PER CONIUGI reparto ALZHEIMER: credevo che avrei trovato delle coppie di marito e moglie, invece erano quasi tutte donne, perché gli uomini erano deceduti. Il primo giorno mi sono state date informazioni su questa patologia, e poi mi bastarono pochi minuti per rendermi conto di essere entrato in una realtà a me sconosciuta. Ricordo ancora con affetto che la signora Elisa, mi disse : “Dammi la mela cotta”. Io le detti la mela e quando finì di mangiarla ritirai il piatto vuoto e le posate. A un certo punto sentii urlare: “A che ora date la mela cotta!”. Non ci credevo che fosse proprio la signora Elisa che aveva appena finito di mangiarla. Gli altri operatori si erano dimenticati di avvisarmi che non dovevo portare via il suo piatto. Per calmare la sua rabbia, mi procurai una nuova mela cotta e gliela porsi, scusandomi con lei, che mi rispose molto seccata: “ Che questa cosa non si ripeta più”. La signora Elisa così si era calmata, e io da questo episodio che per me era senza significato, ma che aveva invece scatenato tanta rabbia nella signora
Elisa, ho capito che dovevo avere più informazioni riguardo questa patologia. Un’altra volta si è persa nel parco dietro la struttura e non riconosceva l’operatore sanitario che l’aveva trovata e che voleva riaccompagnarla: aveva paura e si è fidata soltanto di un altro operatore che invece aveva riconosciuto; mi rendevo sempre più conto della gravità di questa malattia. Dopo una caduta, la signora Elisa ha subito un declino anche fisico: le hanno posizionato una PEG per alimentarsi, tutti i suoi muscoli si sono atrofizzati:ha assunto una posizione forzata, ha piaghe da decubito, non parla più, a volte sorride e muove solo gli occhi. Talora vado a trovarla e ricordiamo i momenti belli che abbiamo vissuto insieme: nei momenti di lucidità mi dava consigli, poi si dimenticava tutto, oppure ripeteva le stesse cose cento volte. Mentre le parlo, l’accarezzo, le dò un bacio e lei mi sorride. Anche se non si può spiegare a parole, questo per me è un regalo della vita.
Dopo qualche mese, quando mi sentivo un po’ più sicuro, perché stavo imparando tante cose, è arrivata la signora Alessandra: alle ore 14 di ogni giorno lei voleva andare a casa sua prima che cominciasse a piovere , perché aveva lasciato aperto il gas. Non serviva a nulla calmarla e tranquillizzarla, diventava sempre più aggressiva fino a diventare violenta, nemmeno i sedativi somministrati dal medico la calmavano. E così ogni giorno alle 14 in punto: nessuno ci dava indicazioni su come comportarci e per noi operatori era un incubo. Un giorno cercai di coinvolgere la signora Alessandra in un’ attività molto semplice, le dissi se mi aiutava a riordinare il carrello della biancheria e a mettere le bustine di the nelle tazze: queste attività la distoglievano dall’idea di andare a casa e così tutti gli operatori cominciarono a cercare la sua collaborazione e così si andava alla grande. Anche lei ora è peggiorata, è allettata, a volte parla ancora, ricorda tutto il suo passato , ricorda ancora episodi accaduti durante la guerra, tutto il suo tempo si è fermato li. Ricordo anche con affetto la signora Bianca, molto simpatica che ogni giorno faceva cappelli all’uncinetto: li doveva finire il sabato quando arrivava la figlia, ma alla quale li consegnava per venderli e il ricavato serviva per aiutare i bambini poveri. Ne ha fatto uno anche per me: non era molto bello, però l’amore che ci ha messo per farlo mi ha riempito il cuore.
Un giorno mentre non si è accorta della mia presenza, l’ho sentita che parlava: “Muro ascolta quello che devo dirti, adesso sono triste perché mio figlio non c’è più, dimmi perché è morto così: lui non doveva andare all’idroscalo, e li che è morto, ma questo non lo sa nessuno, e io lo racconto a te perché sono sicura che non lo dirai a nessuno, ma toglimi questo dolore che ho dentro nel cuore “. Mentre ascoltavo queste parole, il mio cuore voleva piangere, quanto dolore ho sentito quando parlava col muro, perché ,era l’unico che l’ascoltava. Mamma mia tante altre cose mi sono capitate, ho voluto raccontarvene solo alcune.
(la Bellezza delle cose, n°6/2013)
di Alessia Fortunato
Tirarmi fuori da sotto le lenzuola, certe mattine, diventa quasi impossibile. Il fiato corto e una sensazione di gelo nello stomaco m’impediscono anche soltanto di tirarmi su a sedere. Penso all’acqua fredda e salata che mi riempiva la bocca e il naso impedendomi di respirare, che mi investiva a ritmo regolare senza darmi tregua. Le urla disperate di chi, come me, lottava per tener cara la pelle in quella situazione di paradossale, grottesca comicità. Duecento naufraghi che, in preda al panico, affogano in due metri d’acqua dopo uno spiaggiamento. Arrivare fin lì era già stato inumano e spaventoso, ma nel momento in cui tutto sembrava superato, quando finalmente un senso di gioia si stava impossessando di noi, era accaduto l’impensabile. Non c’è scampo a questi pensieri quando decidono di riemergere. Lo fanno con una violenza tale da stordirmi. Fissare attonita il soffitto di casa non mi impedisce comunque di sentirmi in tutt’altro luogo, lontano, avverso, terribile. Sento le preghiere di chi vuole rimanere a galla e non ce la fa, le urla rabbiose di chi, disperato, non trova appiglio a nulla, se non a discapito di chi gli sta intorno, aggrappandosi a spalle, braccia o tenendo giù la testa a qualcuno per permettersi il lusso di una boccata d’aria in più. Partiti dalle coste dell’Africa avevamo abbandonato la nostra terra, i nostri risparmi e la nostra dignità; ma qui, in mezzo al mare, abbiamo perso ogni briciolo di umanità, siamo diventati bestie feroci capaci di tutto pur di sopravvivere. Io ho graffiato, morso, inveito e bestemmiato; e ogni volta che accadeva avevo paura di me e di quello in cui il mare mi stava trasformando. Vivo a Milano da otto anni ormai, ma questo non mi impedisce di ricordare quel momento come se fosse ieri, ma no, che dico, come se fosse ora, qui, adesso. Ce l’avevano detto che sarebbe stato pericoloso, ma anche che ne valeva la pena. L’Italia era la nostra speranza, la possibilità di un futuro degno delle nostre anime. Scappavamo dalla guerra civile, dalle persecuzioni dovute alla maledetta religione, la maledetta fede che non unisce né genera fratellanze, ma solo vittime. Io ero una di quelle. Non potevo più lavorare, non potevo più vivere, dovevo nascondermi, nasconderci. Si, perché Shaadiya aveva solo sei anni e dopo che mio marito era stato ucciso da chi pretendeva di addomesticarci in nome di un altro credo, io e lei eravamo un corpo solo, un’anima disperata in cerca di libertà. Dopo mesi di rappresaglie e attentati, con la nostra città ridotta a un pallido ricordo di ciò che era un tempo, ho trovato posto su di una imbarcazione diretta verso le coste della Sicilia. Shaadiya mi sussurrava, la notte, prima di addormentarsi, che Parigi sarebbe stato il posto perfetto dove continuare il mio lavoro, che sarei diventata famosa anche lì. Se non fosse stato per lei mi sarei lasciata morire. Quando è morta ho dovuto decidere di vivere. Ho dovuto decidere di riscattarmi, di rimettere insieme quel che rimaneva della mia vita, di ciò che avanzava di me dopo che il mare mi aveva risputata fuori, dopo avermi tolto l’ultimo pezzo di carne che faceva di me un essere umano.
A un certo punto, non so dire bene quando, in mezzo a quelle braccia che boccheggiavano, premuta al corpo della mia bambina morta, io ho sentito un profumo. Ho sentito l’aroma speziato di maqluba: pollo, riso, melanzane, cavolfiore, sentivo ogni singola fragranza di quella prelibatezza, ingrediente per ingrediente. Mi riportava a casa, al caldo, tra le mura domestiche, dove mi dilettavo a preparare piatti di ogni sorta per esercitarmi e diventare sempre più competente. La mia bambina diceva che non ne avevo bisogno, che ero la chef più brava di tutta la Tunisia. E lei sapeva riconoscere un buon piatto. Quell’odore è stato come uno schiaffo in pieno viso, un risveglio dalla sopraffazione che mi stava dominando, dal mio desiderio di abbandonarmi all’abbraccio salmastro del mare e sprofondare giù con lei stretta al cuore. La motovedetta di stanza a Lampedusa, che ci venne a recuperare, arrivò in quel momento. Uno degli uomini di bordo mi issò sul ponte quasi con compassione, sapeva di dopobarba e sale. Mi guardò tenere tra le braccia Shaadiya e, capendo che non me la sarei lasciata togliere, ci coprì con una coperta di lana spessa e accogliente. Fu mentre raggiungemmo il porto che maturai la decisione di fare dell’Italia l’ultima tappa della mia fuga, non c’era più spazio dentro di me per i voli pindarici fatti sotto le coperte, che piano piano erano diventati quasi una realtà, una possibilità poi non così tanto campata per aria. Sentivo il bisogno di dovermi punire per averci creduto troppo, per aver tentato di illudermi che potevo fare ed avere di più per me e per la mia bambina. Nel mio paese lavoravo per rinomati ristoranti e, quando davano feste di rilievo con menu ricercati, io facevo le prove a casa, con marito e figlia che si improvvisavano giudici esemplari, mai troppo teneri sapendo quanto ci tenessi a far bella figura. Quando iniziò la persecuzione mi dissero di abbandonare tutto. Avrei dovuto evitare di mostrarmi eccessivamente: ero fin troppo emancipata per essere una donna. Quando mi proposero l’Italia, e magari dopo la Francia, mi misero in guardia sul fatto che con ogni probabilità avrei dovuto rinunciare al mio lavoro di sempre, alla mia passione, all’attitudine che mi caratterizzava. Ma guardavo la mia bambina ed ero pronta a rinunciare a tutto per lei, qualsiasi cosa pur di darle un futuro degno di tale nome; e poi c’erano i nostri sogni, che ci bastavano. Non nel nostro paese però, non in quel momento tanto teso e controverso.
Nel centro di prima accoglienza a Lampedusa, dove sono stata portata, non pensavo ad altro che al cibo: spezie, carne, verdure, formaggi, frutta, noci, salse. Ripassavo a mente tutte le ricette che conoscevo, come un mantra. Non per fame, quella mi è passata nel momento in cui Shaadiya ha smesso di respirare, ma perché potessero tenermi aggrappata a quel briciolo di sanità mentale che mi impediva di urlare e strapparmi i capelli per la disperazione. Il mantra serviva a rimescolare ricordi di piacevole intensità per lenire le ferite che avevo dentro. Dopo un po’ ho iniziato a sentire il bisogno fisico di cucinare. Sognavo la notte di essere circondata dai miei utensili, sentivo in quei sogni la felicità d’un tempo, quella amara che non sarebbe mai ritornata, ma che mi faceva andare avanti lo stesso. La cucina del centro era triste e mal fornita, l‘andavo a sbirciare nelle notti in cui il sonno non arrivava a portarmi conforto; allora andavo là: toccavo i mestoli, le pentole, le fruste, le saliere, i pomelli del gas. Annusavo l’origano e il pepe, le uniche spezie contemplate lì dentro. Un giorno mi feci coraggio e mi presentai alla porta della cucina chiedendo ai volontari di permettermi di dare una mano ai fornelli. Capirono, forse dal mio sguardo, che non era voglia di rendermi utile, ma necessità. Fu un toccasana, un accenno di paradiso, il mio, personale.
Mangiavo come un’ uccellino ma sognavo piatti faraonici. L’appetito era affogato nel Mediterraneo e non dava segni di voler tornare. Ma mi stava bene così. Avevo bisogno di cibare l’anima, non il corpo.
Quando, mesi dopo, ci consegnarono i nostri documenti da rifugiati politici, dopo aver valutato con estenuante minuzia ogni nostra singola situazione, partii alla volta di Milano. Avevo una lontana cugina che mi avrebbe temporaneamente ospitato. Temporaneamente per me, non per lei, che mi avrebbe anche tenuta per sempre tra le sue mura; io avevo bisogno di solitudine, di metabolizzare, di ricominciare a vivere senza nessuno che mi sostenesse. Pensare al cibo mi aiutava a farlo.
Dopo due anni dalla morte di Shaadiya io avevo già un lavoro e un buco da chiamare casa, che mi permettevano di respirare autonomamente. Da allora, lavoro in una mensa scolastica, dove gli odori del cibo non possono chiamarsi profumi, ma sono almeno qualcosa. A casa non cucino liberamente il ricettario che ho in testa perché so cosa dicono gli italiani degli stranieri, che esagerano nelle spezie, che contaminano scale e androni dei palazzi, che insozzano i vestiti lasciati ad asciugare. Le ripasso mentalmente, a volte sono un chiacchierare continuo al di sotto del rumore dei pensieri, non mi lasciano mai. Quando mi sveglio, e il naufragio della nostra bagnarola mi assale, cerco disperatamente di aprire il ricettario e rifugiarmi tra le sue pagine, ma nella maggior parte dei casi, non ci riesco: la sua copertina è pesante, spessa e, per me, ancora in balia delle onde, è uno sforzo sovrumano riuscire ad aprirla.
Quando ho trovato la medicina a questo stato di attanagliante angoscia, nemmeno me ne sono resa conto.
Vicino casa mia c’è un parco, e, sentendo parlare delle mie colleghe, ho scoperto che al suo interno c’è un centro che si occupa di aggregazione multiculturale di quartiere. Ho pensato per mesi di andarci, ma ho trovato scuse a me stessa perché farlo avrebbe significato scoprirmi, dover interagire. Io in questi anni ho stretto legami, se tali si possono definire, solo superficiali: le mie colleghe, con cui scambio non più di quattro parole alla volta; la mia padrona di casa, al momento di pagarle l’affitto; i commercianti del quartiere e i vicini, a cui non nego mai un saluto e un sorriso. Mi sono mimetizzata, ho lavorato con abnegazione, dopo ogni turno sono tornata a rifugiarmi a casa, a leggere montagne di libri innamorandomi della letteratura di questo paese e imparando così l’italiano come mai avrei pensato di poter fare. Non l’ho imparato per usarlo, ma per capirlo, per capire cosa mugugna in metro il razzista di turno o la parola gentile dell’anziana che aiuti a scendere dall’autobus. Ma soprattutto per le ricette, quelle della tv, quelle che gli italiani amano tanto. ” Hai visto ieri la ricetta della Parodi? Massì, dai, quella con le zucchine” ” Le ricette della Clerici sono favolose, sto diventando bravissima seguendola ogni giorno” Ne sentivo molti di discorsi del genere e il mio italiano stentato non mi aiutava certo a comprendere meglio il significato. Da noi non ci sono le ricette in tv, da noi non c’è chi ti spiega come si cucina, da noi quello lo fanno le nonne e basta: morte quelle, puoi solo sperimentare. Così ho iniziato a seguire questi elogi via cavo alla cucina, perfezionando la mia dimestichezza nella preparazione di piatti italiani, cosa che mi ha fatto apportare delle migliorie anche alla mensa, spesso insipida e dai colori spenti. Cucinavo pietanze italiane per sopperire al mio desiderio di quelle arabe, anche se sotto pelle sentivo serpeggiare la frustrazione.
Ho preso coraggio il giorno che mi sono trovata tra le mani un volantino di quel centro, datomi da una collega di cui fino a quel punto avevo ignorato la sensibilità e lungimiranza nello scrutarmi, che invitava la popolazione del quartiere ad una cena solidale multietnica in cui tutti potevano portare qualcosa di cucinato a casa. Ci sarebbero stati anche dei bambini, figli di altri che avrebbero assaggiato qualcosa fatto da me, piccole manine che afferrano forchette o sprofondano direttamente nel piatto che hanno davanti, vivendo il cibo come solo loro sanno fare: in modo totalizzante. Avevo tre giorni di tempo per decidere cosa cucinare. Mi mi assalì una pazzesca febbre di adoperarmi ai fornelli, ero irrequieta ed emozionata. Il giorno prima della cena mi presi un permesso dal lavoro, mi svegliai all’alba e andai per mercati e negozi a scegliere tutto ciò che mi serviva, quei posti che sbirciavo solo da lontano con il dolore nel cuore e la voglia di entrarci. Quando l’ho fatto, in uno di quelli che mi appariva il più fornito, ho trattenuto a stento le lacrime dalla gioia. Annusavo il baharat, sentendone ogni sfumatura, toccavo le spezie colorate disposte sui vari banchi e le mie dita, a quel contatto, sussultavano di piacere e nostalgia. Contemplavo in estasi il ras al-hanut: ogni Attar, il tipico erborista arabo, possiede un suo dosaggio che custodisce con gelosia. Ho comprato ogni specialità della mia terra, quelle cose dai gusti indescrivibili e introvabili nella cucina italiana. Ho comprato ogni cosa che mi suscitasse emozione e che fosse necessario alle ricette della mia mente. Sono tornata a casa colma di squisitezze di ogni sorta, che avrebbero dato vita a piatti deliziosi e ricercati: la bamia, una verdura dalla forma di un piccolo zucchino; il burghul, che è grano cotto al vapore, essiccato e quindi macinato; il carvi, spezia molto usata nella cucina araba, che io mescolo con il coriandolo macinato, il peperoncino e l’aglio, componendo un preparato squisito che si chiama tabel; il cardamomo, la curcuma, lo jebne, un formaggio prelibato e cremoso; il laban, un latte acido sostituto di quello normale; il mâ e-zzahr, un distillato di fiori d’arancio per i dolci; la melokhiyya, simile nelle foglie agli spinaci ma si usa essiccata, come spezia.
Appoggiate le borse ho fatto l’ultima cosa importante che mi avrebbe messo in pace con me stessa: sono andata a ogni porta del mio palazzo a chiedere anticipatamente scusa per gli odori che avrebbero sentito, ma spiegando che proprio non ne potevo fare a meno. Ogni porta che si apriva, ogni viso che spuntava, sentivo il mio cuore riempirsi di emozioni strane e contrastanti; siamo pochi nel palazzo e i vicini mi hanno accolto con gentilezza e cortesia, cosa che ho trovato inaspettata dato il mio pregiudizio su di loro: me li immaginavo scorbutici e poco inclini ad avermi come abitante del palazzo. Sono stata accolta da frasi di incoraggiamento, di noncuranza verso quegli odori che ” Che saranno mai! Con tutto lo smog che respiriamo, sarà mica la sua cucina a ucciderci! ” ” Si, però poi vogliamo assaggiare qualcosa anche noi! “. Quando sono ritornata nel mio appartamento ero stordita, ubriaca di quel mondo la fuori che mi stupiva e che non mi era per nulla ostile. È la forza del cibo, direbbe mia nonna, donne che conoscono lo sforzo che si nasconde tra le pareti della cucina sanno di essere accomunate da un segreto.
Dopo aver iniziato a spacchettare gli acquisti fatti e a tirar fuori gli utensili la casa era tutta un’inebriante disordine di oggetti da cucina e profumi intensi. Il ricettario era aperto nella mia mente, avevo già selezionato i piatti da preparare, in ordine di portata, con ogni ingrediente posto in una lista di priorità di utilizzo. Avrei fatto delle piccole porzioni di ogni piatto, preludio delle portate vere e proprie che avrei preparato il giorno dopo, e le avrei fatte assaggiare alla mia dirimpettaia, una trentenne sola e dall’aria trasognata che era scoppiata in una dolcissima risata sonora di fronte alle mie maldestre e paradossali scuse. Iniziare è stato come fare un salto nel passato, in quel passato che rivivo solo nei sogni, mi sono immersa negli odori e nelle padelle fino a riemergerci soddisfatta ed emozionata. Solo io so quanto sarebbe stato bello girarmi e trovare i miei due amori, lì, al di là del tavolo, ad aspettare con l’acquolina in bocca di assaggiare ogni portata. Ma la faccia stupita e deliziata della mia dirimpettaia mentre mangiava e tra un boccone e l’altro mi riempiva di parole d’ammirazione, mi ha reso più sopportabile e più dolce il ricordo di ciò che è stata la mia vita precedente.
Quella notte non chiusi occhio, ero eccitata all’idea di quella cena e al tempo stesso atterrita, ma non mi sentivo così viva da tantissimo tempo, e questo mi bastava. Al mattino l’alba mi trovò già ai fornelli, impaziente di mettermi al lavoro. Avevo casa nel cuore e il presente negli occhi. Un presente che mi stava dando una possibilità di esprimermi, di manifestare il mio amore sconfinato per il cibo, signore conviviale di ogni incontro umano, anche se fosse stato solo per qualche ora. Quando alla sera arrivai al centro, aiutata dalla mia vicina del piano di sopra munita di macchina e di inaspettata disponibilità, a cui avevo fatto assaggiare, in pegno, un fatayer ancora caldo e invitante, mi accolsero esclamazioni di stupore per la quantità di cibo che avevo portato, per i profumi intensi ed esotici che si sprigionavano nell’aria primaverile. Ringraziavo imbarazzata e rispondevo alle mille domande delle ragazze che avevano organizzato la cena, mi contagiarono con il loro entusiasmo e la curiosità che dimostravano nei miei confronti. Mi chiesero di aiutarle negli ultimi preparativi di allestimento della sala adibita per la cena e mi presentarono ad ogni partecipante che via via entrava chiedendo da dove provenissero profumi tanto inebrianti.
La cena fu un sogno, un’emozione indescrivibile, i miei piatti furono divorati, i bambini erano in solluchero per i dolci al miele e mandorle, e mi ronzavano intorno facendomi domande e mandandomi in visibilio. Una donna tunisina mi si avvicinò e mi abbracciò stretta stretta, piangeva, e mi disse che da quando aveva lasciato la sua terra non aveva più assaggiato nulla di simile, nonostante fossi più giovane di lei, mi disse che le ricordavo sua nonna, che le ricordavo casa.
Al momento di riordinare ogni cosa, una delle responsabili del centro mi chiese di lasciarle il mio numero perché pensava di avere una proposta da farmi.
E me la fece.
Insegno ogni mercoledì cucina tunisina a chiunque voglia imparare, ho una mia aula nella struttura al centro del parco, vengono i miei conterranei che vogliono rispolverare le vecchie tradizioni o vogliono mantenere i propri ristoranti sempre curati nei particolari della preparazione, vengono stranieri di altri paesi a cui interessa conoscere i segreti di noi arabi, alchimisti delle spezie, e gli italiani, tanti, tante, che vogliono sperimentare, abbracciare una cultura che vivono quotidianamente a Milano, quasi a volerla comprendere, condividere. Questa è la mia medicina, questo il mio riscatto. Aprirmi alla comunità che mi circonda mi infonde gioia e calore. Mi sento amata e rispettata. Ma soprattutto posso esprimermi e ritornare ad amare la vita.
Io non sogno più il mare ingordo e funesto, ma sogno tanto la mia Shaadiya, le dedico ogni piatto che cucino, ogni chicco di grano, ogni spezia con cui mi sporco le mani.
27 gennaio: UNA ROMPISCATOLE POSTPATRIARCALE
INCONTRO CON INA PRAETORIUS
Agorà del lavoro di Milano
&
Primum vivere anche nella crisi:
la sfida femminista nel cuore della politica
Era a Davos nel 2005/6/7 al Forum economico mondiale. Lì ha avuto una visione: ha immaginato Penelopi con i loro telai che tessevano e disfavano sotto gli occhi di banchieri e miliardari.
Nel 2013 ha fatto campagna, in Svizzera, per un reddito di base incondizionato con l’intento di interpretarlo in chiave postpatriarcale.
Ina sceglie azioni ad alto contenuto simbolico per ribaltare i paradigmi dell’economia e del lavoro.
Quale l’efficacia di queste azioni?
Come si inseriscono nell’orizzonte teorico del suo pensiero?
Riprendendo il filo di questi due anni di “piazza pensante” discutiamo tutte e tutti insieme come si intrecciano i desideri delle donne su vita/lavoro con un’azione politica che incida sull’economia e sul lavoro.
SIETE TUTTE E TUTTI INVITATE/I
L’Agorà del lavoro
per incontrarsi ribellarsi progettare
accade a Milano
lunedì 27 gennaio 2014 dalle 18,30 alle 21
Viale D’Annunzio, 15;
tram 2 e 14 P.za General Cantore;
3 e 9 P.za 24 Maggio;
metro 2 Sant’Agostino
Alessandra Pigliaru
Cartografie. «Tutto sulla speranza» della filosofa australiana Mary Zournazi. Considerata un gesto politico radicale, questa raccolta di saggi mette in campo riflessioni e punti di vista su una categoria sempre più relegata nell’ambito della metafisica.
«Quando non abbiamo più speranza, abbiamo anche poco spazio per riflettere e impegnarci». È ciò che si sostiene nell’ottimo volume di Mary Zournazi dal titolo Hope – New Philosophies for Change (Pluto Press Australia, 2002) ora tradotto in Italia con il titolo Tutto sulla speranza. Nuove filosofie per il cambiamento (Moretti&Vitali, pp. 283, euro 22). Il libro è composto da dodici conversazioni che la filosofa australiana ha intrattenuto con scrittori, scrittrici, filosofi e filosofe in tante parti del mondo. Il testo, tradotto da Annamaria Arancio con la revisione di Marta Alberti, Laura Maltini Lepetit e Silvia Zanolla, è il primo prezioso tassello che inaugura la collana diretta da Annarosa Buttarelli, «Pensiero e pratiche di trasformazione». Già accolto positivamente dal dibattito scientifico internazionale, Slavoj Žižek lo ha definito un libro di cui c’è bisogno come il pane quotidiano perché finalmente mostra la relazione «tra speranza metafisica e politica rivoluzionaria». Si comincia appunto da questo rilievo per domandarsi in che modo una riflessione sulla speranza possa essere utile in un tempo apparentemente così disperato. E in che modo possa essere una leva efficace per trasformare il presente.
In cerca della felicità
Zournazi non cerca facili soluzioni, pone piuttosto domande intelligenti che sollecitano sapientemente il senso critico di lettori e lettrici. È appunto certa che la speranza sia lo spartiacque attraverso cui poter decifrare il mondo perché ne sa descrivere la ricaduta etica. Prima di farne una filosofia, l’idea di speranza si colloca nella storia del pensiero e della politica fino a esprimere la temperie socio-culturale in cui viviamo. Se restiamo nei pressi del tardo capitalismo, la speranza e la stessa ricerca della felicità sembrano condizionate dall’ossessione securitaria di unità nazionale, successo economico ed esclusione delle differenze. Nella propaganda populista delle destre, in particolare, la speranza fa parte della politica della colpevolezza e serve per sedare risentimento ed esasperazione. Vien da sé che per costruire una filosofia e una pratica della speranza, se ne dovranno indagare le implicazioni tenendo conto della contemporaneità in cui viviamo e delle manipolazioni che in suo nome vengono prodotte.
Tutto sulla speranza è uno di quei testi su cui vale la pena tornare più volte, talmente sono ricchi i riferimenti così come le analisi: globalizzazione, classi sociali, pratiche politiche e di esistenza, conflitto, intelligenza artificiale, ma anche gioia, generosità e gratitudine, solo per citarne alcuni. Nei dialoghi imbastiti si potranno leggere nomi come quello di Bloch, Marx, Bachtin, Benjamin. Mary Zournazi però rilancia. Propone contaminazioni inaspettate che si mescolano al tema principale per aprirsi a nuove ipotesi e geografie filosofiche molto convincenti. Sarà anche perché ha condotto le conversazioni coinvolgendo dodici tra le menti più lucide nel panorama mondiale, che spaziando e sconfinando sia dal tema che dalla cosiddetta disciplina di appartenenza.
Il libro si suddivide in tre parti: la prima si concentra sulle idee di speranza da un punto di vista personale, filosofico e politico. A discuterne sono Alphonso Lingis, Michael Taussig, Julia Kristeva e Nikos Papastergiadis. Se Lingis si interroga sul rapporto tra speranza, coraggio e «ridere in faccia alla morte», è Taussig che immagina la speranza come un altro dei nostri sensi, «una parte anatomica, non in senso fisico ma allegorico». Kristeva traccia invece l’interessante legame tra speranza e cura, per fronteggiare la distruzione psichica. In sottofondo c’è il discorso sulla scrittura e il linguaggio che viene messo a tema ripetutamente. Lo fa Papastergiadis, nel nodo speranza-esilio, ma anche Gayatri Chakravorty Spivak. Come tutti gli altri interlocutori, anche lei si sposta su numerosi aspetti dell’esistere. «Giungere alla crisi è un momento in cui è possibile agire» dove «qualcosa di ereditario si capovolge e si assetta nel suo contrario».
La paralisi dell’immaginario
È in questo passaggio che per la femminista si può parlare di «un salto di speranza». La qualità di questa che si potrebbe definire una pratica della speranza, è per Spivak assai articolata e corrisponde al suo radicamento e attivismo in più di una questione. Dall’istruzione e la formazione nei piccoli villaggi indiani alla rivisitazione delle strutture democratiche. Più orientata su una politica della speranza è infatti la seconda parte del libro. Dopo gli scambi con Cristos Tsiolkas, le risposte di Chantal Mouffe e Ernesto Laclau sembra precisino meglio il pericolo di una deriva fin troppo ottimistica legata alla speranza. Ciò non significa la paralisi dell’immaginario sociale. Come da tempo sostengono, le democrazie pluraliste radicali sono da intendersi come progetti per cui valga la pena lottare. Chiaramente non si tratta di una procedura conciliatoria del buon governo bensì dell’impossibilità di compimento totale della democrazia insieme alla costruzione di un soggetto dotato di «passioni» che da molto vicino riguardano anche la speranza. Altrettanto forti sono le riflessioni di Ghassan Hage, così come quelle di Michel Serres, Brian Massumi e Isabelle Stengers che compongono l’ultima parte del libro.
Nell’epoca che abitiamo, tracciare una linea sulla verità della speranza può contribuire alla costruzione di un senso critico e politico del futuro. La parola chiave è infatti proprio questa: futuro. Non per sollevarsi pigramente dalle rovine in cui gravitiamo ma, secondo Zournazi, per dare corpo ad un progetto politico che non sia slogan del capitalismo e che si configuri come ripensamento della giustizia economico-sociale in un’epoca post-marxista. Attraverso alcune considerazioni sul pensiero rivoluzionario, le conversazioni affrontate da Zournazi sono anche spunti efficaci per la sinistra. O forse sarebbe meglio dire di auspicio, prima di aver stabilito con precisione cosa si intenda per «sinistra» in ogni parte del mondo.
dal 17 gennaio al 9 febbraio 2014
“Dalla Russia… con colore”, personale di pittura di Olga Polichtchouk, pittrice originaria di San Pietroburgo e residente in Italia.
Con profonda sensibilità e spiccata ironia, Polichtchouk fa incontrare nelle sue tele il mondo degli adulti popolato di oggetti d’uso comune e quello di sogno dell’infanzia, trascorsa nella nativa Russia. L’artista trae ispirazione dalle tradizioni popolari e dalle fiabe della sua terra e le sovrappone a scene di vita quotidiana. Nei suoi quadri, le tradizionali “dacie” (le piccole case di legno per le vacanze usate dalla maggior parte delle famiglie russe) sono popolate da animali domestici, uccelli e pesci che “volano” sulla città, con una ricca varietà di stili e atmosfere ed un sapiente uso dei colori, ora caldi e avvolgenti, ora vivacissimi e contrastanti. In sovraimpressione inserisce scritte in russo che riportano filastrocche e storielle ironiche e poetiche inventate dall’artista.
“Una pittura leggera, piena di colore, divertente e divertita, sorretta da un gesto deciso ed efficace cui fa da contraltare una costruzione del quadro ricca e intricata, che non disdegna di trattare persino i luoghi più comuni (paesaggi e motivi floreali) sempre con spiccata originalità”. (Valentina Carrera).
Olga Polichtchouk nasce nel 1957 a San Pietroburgo, dove completa gli studi artistici e collabora già in giovane età con periodici e riviste come illustratrice. Dopo la laurea a pieni voti nel 1986 alla Facoltà di Arte Industriale, è ammessa come designer al programma spaziale sovietico. Nello steso periodo incomincia un’assidua attività espositiva: è di questi anni la partecipazione al Salone D’Autunno nel più importante spazio espositivo della città, “Il Manege”. Nel 1991 si stabilisce a Milano dove comincia ad esporre grazie all’aiuto di Lino Marzulli, uno dei protagonisti della stagione artistica a cavallo degli Anni Sessanta e Settanta e suo grande amico. Ha insegnato pittura all’Accademia del Tempo Libero presso l’Istituto Gonzaga di Milano, dedicandosi nel contempo alla decorazione di interni. Attualmente fa parte dalla Associazione Italiana Acquerellisti. Numerose le partecipazioni a mostre collettive e personali.
Inaugurazione: 16 gennaio, ore 18.30
La Casa delle culture del mondo
Via Giulio Natta 11, Milano
Orari: martedì-venerdì ore 10-18.30, sabato e domenica ore 14-20
dal 16 gennaio al 15 febbraio 2014
La galleria Riccardo Crespi presenta Le stanze di Mad, una mostra dell’artista Maddalena Sisto.
Giornalista, architetta, viaggiatrice, illustratrice, osservatrice appassionata del suo tempo, Maddalena Sisto ha raccontato, con i suoi disegni, trent’anni di moda, design, costume e più specificamente un mondo femminile che cambiava pur rimanendo lo stesso.
In mostra una serie di opere su carta, differenti per soggetto e tecnica (acquarello, matita, pennarello), ma tutte accomunate dallo sguardo acuto e ironico dell’autrice. L’indagine del femminile, la rappresentazione di stati d’animo universali, i vizi e le virtù contemporanee sono rappresentati in stanze tematiche all’interno degli spazi della galleria con la levità e l’ironia di Mad.
Maddalena Sisto (Alessandria, 1951- Milano, 2000)
Alcune mostre: 2010 Natura e Destino, Galleria Riccardo Crespi, Milano; Volevo le calze nuove, Galleria Riccardo Crespi, Milano, a cura di Francesca Pasini 2009 (Self)Portrait of a Lady, Galleria Riccardo Crespi, Milano 2008 Mad’s Land-Italian fashion. Design and lifestyle in Maddalena Sisto’s drawings, Triennale di Milano – Tokyo, Giappone; Maddalena Sisto, mobili acrobatici. Spazio Colla, Alessandria 2004 Il Mondo di Mad, Triennale, Milano 2002 Il mondo di Mad-Maddalena Sisto torna ad Alessandria, Galleria di Palazzo Guasco, Alessandria 2001 Maddalena Sisto-70 signorine di fine millennio-Addòwaii, Villa Pignatelli, Napoli 2000 Il Bloc Notes di Mad Mode colte al volo da Maddalena Sisto, Complesso di San Micheletto, Lucca 1999 Capricci Botanici, Galleria Nuages, Milano 1998 Maddalenas italianische Kunst, Galleria Grosse Bleichen, Amburgo 1995 Le signore a pezzi, Galleria Slobs, Milano 1987 Anomalie, Palazzo Cuttica, Alessandria 1986 Un tè alla moda, Galleria Lu Austoni, Milano 1985 120 Sorprendenti Signorine, Palazzo del Senato, Milano 1984139 Signorine, Studio Grazia Fava, Milano
da Artribune
dal 16 gennaio al 16 febbraio 2014
La MuGa Multimedia Gallery è lieta di presentare la prima personale italiana di Joana Corona (1982).
Artista brasiliana che spazia dalla fotografia al video, dall’installazione alla scrittura, Joana Corona fa della complessità e polisemia dei giochi linguistici un tratto caratteristico della sua ricerca che spesso va ad indagare il rapporto tra parola e immagine, tra letteratura, filosofia e arte visuale.
I lavori inediti proposti per MuGa aprono nuovi interrogativi nella sua ricerca e allo stesso tempo si inseriscono in un campo di investigazione che è già stato esplorato dall’autrice.
Per il letto del fiume è un progetto sviluppatosi in seguito ad un lungo soggiorno in Italia e in particolare a Roma, dove sono state realizzate le fotografie e i video. A fare da scenario a questa ricerca sono le acque del Tevere, “letto” simbolico nel quale si svolge un esperimento poetico, – un’azione performativa – che verte sul concetto di lettura come perdita, come mancanza, come impossibilità insita nella lettura stessa data dai limiti del linguaggio, in un gioco tra l’attesa e l’oblio, e tra la tensione inesauribile che lega il detto e il non detto. A fare da guida in questa indagine concettuale, il romanzo teoretico del filosofo e scrittore francese Maurice Blanchot: “L’attente, L’oubli”. Fotografie e videoinstallazioni agiscono su due dimensioni temporali differenti: quella sospesa degli scatti e quella fuggevole dei video, la dimensione lenta dell’attesa e quella violenta della scomparsa.
Una messa in questione del dato – il libro come oggetto – per far emergere nel naufragio il possibile: << I problemi apparsi da questi lavori inediti indicano nuove questioni e al tempo stesso fanno parte di un campo di investigazione che è già stato esplorato dall’artista nel suo percorso, il quale si fa nella tensione tra parola e immagine, e tra l’immaginario letterario e filosofico. In questo caso usa il libro come materia/corpo/oggetto. La poetica, fluida così come un fiume, è di un quasi abbandono e di una certa impossibilità di lettura. >> (Valentina Piccinni)
di Ida Dominijanni
Fu durante un convegno sul quarantennale del Sessantotto, più di cinque anni fa, che Margarethe Von Trotta mi anticipò che stava lavorando a un film sulla vita di Hannah Arendt. Ardua scommessa, pensai e le risposi provando a immaginare come si potesse restituire la complessità della vita, del pensiero e della persona di Arendt in un film di due ore. Ma Margarethe le scommesse, se non sono ardue, non le prende nemmeno in considerazione; e fino a quel momento le aveva vinte tutte: con Anni di piombo (Leone d’oro a Venezia 1981), con Rosa Luxemburg (1986), con Rosenstrasse (2013).
Ha vinto anche questa. Presentato al festival di Toronto del 2012, Hannah Arendt (coproduzione Germania-Lussemburgo-Francia-Israele) è uscito nel frattempo con acclamazione di critica e di pubblico negli Stati uniti (uno dei dieci film migliori del 2013 secondo il New York Times) e in tutta Europa salvo che in Italia, dove pare che le sale non ritengano commestibile la storia di una ignota filosofa: un bel sintomo dello stato dell’arte nel nostro paese. La distribuzione (Ripley’s film e Nexo Digital) approfitta dunque della Giornata della memoria per mandarlo in 70 sale e 19 città il 27 e 28 febbraio prossimi, e della ripubblicazione per Feltrinelli de La banalità del male per diffonderlo in formato digitale. Il resto lo faranno scuole, università e circuiti culturali interessati.
In coppia con la cosceneggiatrice americana Pam Katz (ma sono donne anche la produttrice Bettina Brokemper, la direttrice della fotografia Caroline Champetier, la montatrice Bettina Böler), Von Trotta sceglie gli anni fra il 1960 e il 1964 per condensare vita e pensiero di una delle protagoniste assolute del Novecento. Reincarnata in una strepitosa Barbara Sukowa, Hannah vive a New York dal 1941, dopo la fuga in Francia dalla Germania di Hitler nel ’33, l’internamento nel campo di detenzione di Gurs e l’esodo oltreoceano con la madre e il secondo marito, Heinrich Blücher, il comunista tedesco autodidatta incontrato a Parigi e sposato nel ’40.
Sfondando – giustamente – il confine fra privato e pubblico che Arendt mantenne come un punto fermo della sua filosofia, il film restituisce assieme la dimensione personale e politica di Hannah, le amicizie e l’insegnamento, gli amori e il pensiero, incastonati fra la decisione di andare a Gerusalemme per seguire il processo a Eichmann e il discorso tagliente tenuto alla New School per rispondere agli attacchi suscitati dal suo reportage del processo sul New Yorker, con le tesi esplosive sulla “banalità del male” perpetrato da Eichmann nonché sulla “cooperazione” dei vertici della comunità ebraica tedesca con le deportazioni.
Esplosive allora e dopo (Von Trotta: «io stessa ho potuto recepirle appieno solo dopo la caduta del Muro di Berlino»), perché insopportabili tanto per la cultura antinazista, rassicurata dall’idea della mostruosità eccezionale di quel male di cui Arendt svelava invece la banale normalità, tanto per la comunità ebraica, rassicurata dalla certezza dell’innocenza assoluta delle vittime. Non solo la comunità intellettuale newyorkese ma tutto il mondo affettivo di Hannah ne resta terremotato: i colleghi che la invitano a dimettersi dall’insegnamento, gli amici ebrei che le voltano le spalle, Hans Jonas, il più antico fra loro, che l’accusa di far prevalere in lei l’arroganza dell’intelligenza tedesca sulle radici ebraiche.
È il nocciolo anti-identitario e “non allineato” del pensiero di Arendt che ci convoca e ci parla tutt’ora, ogni giorno e in ogni circostanza in cui la certezza dell’appartenenza va a discapito della comprensione dei fatti. Così come tutt’ora ci parla la battaglia di Hannah per non rinunciare alla pubblicazione del suo reportage sul New Yorker: allora come oggi, c’è sempre un caporedattore o una caporedattrice zelante (per inciso, uno dei personaggi più vivi del film) che ti dice che pensi troppo liberamente per vendere, o che sei troppo filosofa per fare del buon giornalismo.
C’è nel film questo nocciolo, che si forma nella testa di Hannah durante il processo al criminale nazista che «siede nella gabbia di vetro come un fantasma e non è per niente terribile»; ma non c’è solo questo. C’è l’amicizia di Hannah con Mary Mc Carthy (Janet McTeer) e Lotte Köhler (fonte diretta della sceneggiatura), quell’amicizia femminile che fu un filo d’acciaio della «non femminista» Arendt ed è un filo d’acciaio della filmografia di Von Trotta, da Sorelle a Anni di piombo a Rosenstrasse. C’è il controverso rapporto d’amore fra Hannah e il suo maestro Martin Heidegger, una sorta di passato che non passa e che non cessa di tornare, fra la gratitudine e l’incubo, nei ricordi e nel sonno, irrinunciabile malgrado e contro l’adesione di Heidegger al nazismo.
C’è, ancor più irrinunciabile, il rapporto con la lingua materna, che s’impone negli esuli contro l’inglese ogni volta che c’è da discutere di qualcosa in cui ne va di se stessi (il film alterna infatti le due lingue, e per fortuna non sarà doppiato in italiano). C’è infine e soprattutto, come ha notato il NYT, non solo il pensiero ma il pensare di Arendt, quella sua peculiare capacità di fare la spola fra i fatti e la teoria, fra l’evento e il concetto, che ne ha fatto la grandezza e che Barbara Sukowa lascia srotolare fra una sigaretta e l’altra, fra una nottata alla macchina da scrivere e un riposino diurno sul divano, vita activa senza soste e missione senza tempo.
Erano i favolosi anni Sessanta, quando a New York si poteva ancora fumare perfino in un’aula della New School, e chissà se pure per questo il pensiero volava più libero.