di Alfonso Berardinelli  

 

Il singolare, famoso sorriso della Szymborska, che vediamo in tutte le sue foto, è un sorriso di divertimento e di sfida. Nella sua apparente leggerezza c’è un’instancabile e passionale tenacia. Sembra quasi che la sua poesia voglia avere una funzione. In realtà, ha solo quella, fondamentale, igienica, di disintossicare dalle idee generali che diventano idoli e miti quando le facciano vivere al di sopra delle circostanze. In un’intervista rilasciata a Francesco Groggia («la Repubblica», 7 aprile 2008), alla domanda su quale ruolo può avere la poesia contro i miti contemporanei, la risposta della Szymborska è: «Un ruolo molto piccolo, quasi nullo. Ma bisogna credere in ciò che si fa». La poesia è una sfida alle idee generali e al gran mondo della storia. Richiede una fede personale che non ha quasi fondamento pubblico.

È questa qualità intellettuale e dialettica, è il ritmo nella costruzione dei significati, che ha permesso alla Szymborska di resistere bene, meglio di altri autori, alla rischiosa avventura della traduzione. Si perde un po’ di musica, di allitterazioni, di omofonie eccitanti e comiche, ma il ritmo strutturale e il gioco concettuale rimangono illesi. Oltre alla musica verbale c’è una musica del pensiero.

C’è il ritmo dialettico della scoperta e dell’indagine mentale. Il mondo delle meraviglie è dunque qui, è il nostro. Si dilata e si contrae, dal cosmico al quotidiano, dalla preistoria all’attimo presente, purché si rovesci l’apparenza immediata e si sappia che c’è sempre altro da pensare, c’è sempre un «rovescio della medaglia». È uno «spasso» (così si intitola uno dei suoi libri) questo mondo singolare e plurale, maschio e femmina, presente e passato, realtà e possibilità, caldo e freddo, alto e basso. I modi e le forme della grammatica si mescolano con ciò che si legge nei libri di scienze, geografia, paleontologia e storia.
Divertimento, teatralità, acume dialettico, imprevedibili assurdità, devozione al dettaglio: tutte cose che auguravo alla poesia italiana. Nella stessa intervista che ho citato, la conclusione della Szymborska è questa: «La maggior parte delle persone non si dà la pena di pensare con la propria testa (o perché non può, o perché non vuole), e di conseguenza, è facilmente preda di suggestioni collettive. Qualcuno ha detto che le persone si istupidiscono all’ingrosso e rinsaviscono al dettaglio. Dunque amiamo e sosteniamo i casi al dettaglio».

 

(Il Sole 24 ore, 9 febbraio 2014)

di Franca Peroni

È la prima volta nella storia che due dirigenti nazionali della Cgil lasciano l’organizzazione per “andare a sinistra”, scegliendo il maggiore dei sindacati di base per proseguire una militanza che dura da una vita.

Ma questi sono tempi pieni di “prime volte”.

[…]

Le ragioni di una scelta certamente sofferta, complicata, meditata, non improvvisata, le abbiamo raccolte dalla voce si Franca Peroni, con una ragionamento che qui proviamo a sintetizzare.

[…]

L’altro elemento fondamentale, quello che mi ha fatto capire che non ce la potevo più fare in Cgil, l’ho toccato con mano quando sono tornata a lavorare, “in produzione”, facendo la micro-contrattazione sul territorio[…]

Non ho mai pensato che il sistema delle “quote” potesse rappresentare l’interesse delle donne. Può aiutare nelle fasi più nere, e oggi siamo in una fase nerissima, ma non consentono di risolvere questo problema dell’assenza della voce delle donne nel sindacato in Parlamento.

Il problema è che le donne, ad un certo punto, hanno deciso di “fare altro”. Perché quando ti scontri quotidianamente – anche dentro le organizzazioni di sinistra – con un “pensiero unico”, e non c’è una valorizzazione della differenza di genere, una decide che fa altro, costruisce delle relazioni in altra maniera. È importante il ruolo delle donne nel mondo del lavoro perché purtroppo si tratta di un mondo molto sessista. Viaggia ancora sugli stereotipi. A livello di dirigenza il “tetto di cristallo” viene sfondato da pochissime donne di grande capacità. A livello intermedio hai una pletora di donna in gamba, ma quando sali al livello della dirigenza trovi soltanto uomini. E non è mica perché si sono perse per strada…

Serve il punto di vista delle donne perché c’è un altro approccio al lavoro di cura, riproduttivo (ovviamente), ma anche produttivo. Stare dentro la discussione sindacale con questi punti di vista di genere è necessario per dare risposte migliori a livello complessivo. Non ho mai creduto neppure nei “coordinamenti donne”, perché non ci posssono essere compagne che elaborano a parte una serie di cose e poi le “trasmettono” all’organizzazione. Ci deve essere una discussione con i compagni e le compagne su alcune priorità che devono essere di tutta l’organizzazione. Altrimenti rimani “la bandierina” messa sul tema.

È accaduto anche in Cgil, e penso che molto dipenda anche dal linguaggio. Credo che il linguaggio sessuato sia il punto di partenza per una alfabetizzazione in un tempo in cui tutto va a ritroso. Le conquiste femministe degli anni ’70 e successivi sembrano quasi scomparse, si è tornati agli stereotipi. Il fatto che la segretaria generale della Cgil si faccia chiamare “segretario” è per me motivo di sofferenza e di insofferenza al tempo stesso. Significa che neghi te stessa, il tuo genere, la tua soggettività. E questo si vede anche nella contrattazione. Quando tu cominci a porre dei limiti alla tutela sugli orari e i turni, tu stai pesando sulla quotidianità delle donne molto più di quanto non avvenga per gli uomini. Quando introduci delle riduzioni in materia di malattia, cura, assistenza, maternità, stai intaccando quella sfera dei diritti che le donne si erano faticosamente conquistate. Non ci può essere l’idea che certi diritti esistono quando l’economia va bene e si restringe quando invece va male. Certi paletti devono rimanere anche in periodi di estrema crisi. E questo manca, ora.

Dirigente CGIL della funzione pubblica e della Fiom

[…]

Nella Cgil ci sono migliaia di compagni che lavorano onestamente e provano a fare una battaglia dentro l’organizzazione- Ma è ormai una battaglia impari, E anche un po’ inutile, perché non consente di andare davanti ai lavoratori esponendo le opzioni di fondo. Le assemblee si svolgono in un’ora, non è stato distribuito il materiale, non si conoscono davvero le diverse posizioni.

E c’è rassegnazione. Quando sono tornata a lavorare nel pubblico, che è ancora un settore un po’ “protetto”, mi sono trovata davanti a un atteggiamento disperante: “a noi sono cinque anni che non ci rinnovano il contratto, ma in fondo noi abbiamo un lavoro”. Questo significa che i padroni hanno vinto culturalmente, “nella testa” della gente. E allora non puoi continuare ad andare avanti così. Bisogna cambiare strada.

 

(contropiano.org – 8 febbraio 2014)

Sulla GU: “Non è un abortivo”. Pubblicata la nuova scheda tecnica  

 

Il nuovo “bugiardino” dell’Aifa fa definitavamente chiarezza sulla pillola a base di Levonogestrel: “Inibisce o ritarda l’ovulazione”. Arisi: (Smic): “Cade ogni appiglio per i medici obiettori che troppe volte hanno negato il farmaco alle donne nascondendosi dietro la sua presunta abortività”.

 

La Gazzatta.  7 FEB – È stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale del 4 febbraio la revisione da parte dell’AIFA della scheda tecnica della “Pillola del giorno dopo” a base di Levonogestrel (Norlevo) che cancella la vecchia dicitura “il farmaco potrebbe anche impedire l’impianto” sostituendola con “inibisce o ritarda l’ovulazione”. Una revisione che mette la parola fine a ogni dubbio sulle azioni del farmaco: la pillola del giorno dopo non è un abortivo, ma un semplice e puro contraccettivo. Un aspetto peraltro già riconosciuto dalla comunità scientifica per la Pillola dei cinque giorni dopo.

A dare l’annuncio la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) da sempre attiva nell’opera di dell’informazione scientifica nel campo della riproduzione. Per Ulipristal acetato (principio attivo di ellaOne) già dal 2011 gli stampati ufficiali dichiaravano che il meccanismo di azione del farmaco era mediato dalla inibizione dell’ovulazione. Ora anche il foglietto illustrativo del Levonorgestrel (principio attivo di Norlevo) si è adeguato.

“Cade definitivamente l’appiglio che consentiva ai medici obiettori di coscienza di negare la somministrazione della contraccezione di emergenza. Si colma così un gap noto da anni a tutta la comunità scientifica – ha detto Emilio Arisi, presidente della Smic – e si corregge una vecchia scheda tecnica che risale al 2000. Avevamo già commentato precedentemente gli aggiornamenti, anticipati dalla stampa, determinati dalla possibile non efficacia del Levonogestrel per le donne sopra gli 80 Kg di peso. Ma ora la vera novità per noi ginecologi e soprattutto per le donne è che, finalmente, in quella che potremmo chiamare la ‘carta d’identità’ del farmaco è stato corretto il suo ‘stato civile’: è un ‘contraccettivo’ e non un ‘abortivo’”.

“Troppe volte – ricorda la Smic – alle donne è stato negato il diritto ad accedere alla contraccezione d’emergenza nascondendosi dietro la sua presunta abortività. Un atteggiamento inaccettabile,anche perché chi fa ricorso alla contraccezione d’emergenza vuole evitare di dover incorrere in un aborto”.

“Siamo soddisfatti che anche il vecchio preparato si sia allineato a quanto già noto per la pillola dei cinque giorni dopo – ha aggiunto Arisi – sulla cui natura contraccettiva si era espresso anche il Consiglio Superiore di Sanità. Anche se le donne non devono dimenticare che il nuovo farmaco per la contraccezione d’emergenza a base di Ulipristal acetato risulta funzionare di più, anche nelle prime 24 ore (cioè da subito) e anche in periodi del ciclo più a rischio rispetto al vecchio preparato a base di Levonorgestrel”. 7 febbraio 2014

di Zina e Laura Modini.

L’Associazione Apriti Cielo! desidera aprire uno spazio di confronto sul tema del conflitto coinvolgendo singole artiste/i (pittrici/pittori, performer, filmmaker, poete /poeti, attrici/attori), gruppi e associazioni culturali.

La scelta del tema è legata agli accadimenti sociali con cui facciamo quotidianamente i conti, ma anche ad una lunga riflessione che alcune donne, non solo dell’Associazione, portano avanti individualmente.

Con questo progetto vogliamo dare corpo e spazio a: pensieri, riflessioni, considerazioni a partire dalle origini del conflitto, dalla percezione individuale e collettiva che ne hanno le persone coinvolte. Lo scopo è quello di arrivare al conflitto fondante: quello sessuale.

ll presupposto di base è quello indotto dalla società patriarcale orientata a generare lavoro di produzione (reddito) e lavoro di cura riproduttivo a partire dalla separazione dei sessi. Questa struttura genera conflitti sia in ambito famigliare che sociale ed è proprio questa che vogliamo far emergere.

In origine Conflitto significava: “ricerca d’armonia”. Il verbo veniva impegnato per descrivere la massima forma di intimità possibile da cui non si usciva né vincitori né vinti, cogliendo così, l’innegabile ambivalenza che ogni relazione comporta.

Oggi il significato del verbo confliggere viene tradotto con: percuotere, scontrarsi, combattere anche se, continuando nella ricerca del suo significato troviamo:

Confrontarsi

Mescolare

Far incontrare

Contrastare

Fronteggiarsi

Urtare

Litigare

Battersi

Nostro interesse, è far emergere la percezione del conflitto per poterne mitigare la potenza distruttiva e tentare, dove è possibile, di porci in relazione con esso giungendo ad una accettabile tollerabilità; ben consce dell’impossibilità di eliminarlo e convinte della possibilità di conoscerlo, ed elaborarlo. Ci attiviamo per creare ambiti che consentano di comporlo e superarlo,attingendo alla forza di tutte quelle donne che con grande passione vogliono partecipare al cambiamento sociale ed umano.

Potete cogliere come il desiderio sia anche quello di approfondire e penetrare nell’ambivalenza del nome e del concetto, ne scaturiscono varie considerazioni.

Il conflitto si può considerare una forza positiva o negativa?

Caratterizza la vera natura della realtà delle relazioni?

Come si configura nel rapporto uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo?

E’ semplicemente un accidente da superare in vista dell’armonia?

E’ il motore della società o è un sintomo del suo disagio o del nostro disagio?

Modalità di partecipazione per le artiste/i

E’ possibile presentare opere pittoriche, video, poesie e poesie visive, performance anche teatrali.

Le opere proposte saranno visionate e accettate dal Direttivo dell’ Associazione Apriti Cielo!.

Si prevedono 3 momenti espositivi con scadenza entro il 30 maggio – 30 settembre e 30 ottobre 2014. La documentazione inerente alle opere deve pervenire almeno un mese prima.

Il criterio di selezione terrà o conto della capacità dell’opera di suscitare nuove domande o di uscire dagli stereotipi comuni riguardo al conflitto e alla violenza.

Modalità di partecipazione per o gruppi e associazioni culturali.

Gruppi teatri, Collettivi e associazioni culturali possono partecipare costruendo momenti di discussione, performance, discussioni volti all’approfondimento del tema.

L’associazione Apriti Cielo! Metterà a disposizione il proprio spazio per gli eventuali incontri finalizzati alla costruzione di un evento da presentare alla Manifestazione BookCity del 2014 a cui Apriti Cielo! ha sempre partecipato.

 

Tutte/i

Sono invitati a costruire una performance finale, che dia significato al percorso di indagine svolto, da rappresentare in un luogo pubblico (da scegliere insieme) fortemente considerato espressione di un conflitto.

 

Proponiamo un primo incontro per il 15 febbraio

nella nostra sede in via L.Spallanzani 16 Milano

dalle ore 11/13 aperto alle artiste ….

dalle ore 15/17 aperto alle associazioni, gruppi e singole persone

 

Per adesioni:

chiamare Marina Mariani 349 4336035 dal lunedì al venerdì dalle ore 15 alle 19

oppure scrivere a info@apriti-cielo.it

 

di Marina Terragni

Ricevo e pubblico una “lettera alle amiche del Pd” da Flavia Perina, ex-direttora del Secolo d’Italia ed ex-parlamentare di Fli

Carissime, fra qualche giorno discuterete, insieme agli altri, gli emendamenti alla legge elettorale che riguardano la parità di genere. Ci arriverete sull’onda di una domanda inespressa, ma ben presente all’opinione pubblica:

come è possibile sostenere ancora il legame tra rappresentanza femminile e rinnovamento politico dopo il caso Cancellieri, dopo il caso De Girolamo, dopo la Polverini, dopo la Lorenzetti, dopo la signora Mastrapasqua con i suoi Cda? E non avete il timore che le vostre rivendicazioni abbiano il suono della “solita lagna” dopo il caso Moretti, dopo il caso Boldrini, dopo che insomma le donne in politica si sono fatte trascinare di nuovo nel cliché delle povere vittime, bistrattate, insultate e bisognose di scudi maschili?

Lo scrivo qui perché ho preso parte un paio di anni fa, insieme a voi, al sussulto movimentista di “Se non ora quando”, che ben altre cose prometteva. Di certo, non i mancamenti per la battuta da caserma di un poveretto (o di mille poveretti, se è per questo). Mi piacerebbe che affrontaste il problema, voi che siete tante e politicamente attrezzate per farlo, invece che eluderlo consegnandovi alla sciatteria rappresentativa dei talk show. Per esempio, si potrebbe cominciare a dire che le signore che hanno scandalizzato l’Italia in questi mesi sono il prodotto di vent’anni di selezione ancillare delle donne in politica e che l’unico antidoto all’idea che parlamentari e ministre siano le badanti di interessi maschili è aumentarne il numero, spalancare i cancelli, offrire davvero pari opportunità e uscire dalla logica della minoranza tutelata che avvantaggia le più carine e le più supine. Nel resto d’Europa ha funzionato.

In second’ordine si dovrebbe iniziare a riflettere sul circolo vizioso vittima-carnefice che gli ultimi eventi rischiano di incardinare nell’immaginario politico nazionale quando si parla di donne. Non è argomento secondario. E trovo davvero strano che il mondo della sinistra, che ha fatto la storia dell’emancipazione, sia caduto nella trappola della vittimizzazione di sé, del «guardate-cosa-ci-dicono» allineandosi al cliché lamentoso delle ragazze di Berlusconi: quelle che «non trovano più un fidanzato perché le trattano da prostitute», quelle che «le insultano dai palchi».

I commentatori del centrodestra, giustamente, gioiscono: chi la fa l’aspetti, si dicono, e magari non hanno neppure torto. Ma non si potrebbe trovare un altro modo, che non suoni lamentoso, di rispondere all’incarognimento misogino di un pezzetto di Paese? Non vi accorgete che la denuncia in forma di lagnetta ci riporta indietro, a una visione di stereotipata debolezza delle donne nello spazio pubblico? E che non serve a niente, anzi provoca una escalation di aggressività intollerante e cialtrona?

Nella nostra vicenda nazionale non mancano i modelli, e persino le icone che potrebbero essere da guida in questo passaggio e suggerire modalità alternative. Senza scomodare la politica e la storia, basta immaginarsi l’Anna Magnani dell’Onorevole Angelina. Ispirarsi a lei più che alle signorine dei Telefoni Bianchi non sarebbe sbagliato e rimetterebbe al posto loro molti idioti.

 

 

 L’OSSESSIONE DELLO STUPRO

(Intervento pubblicato su Facebbok)
di Peter Freeman

Vorrei dire due cose su quest’ultima vicenda dei post sulla Boldrini pubblicati sul profilo fb di Grillo. A me non interessa quanto male si possa pensare di Boldrini, e neppure se lei sta svolgendo il suo ruolo in maniera decente o invece pessima. Mi interessa ancor meno il merito della vicenda ultima (il decreto Imu-Bankitalia). Di quello si può discutere quanto si vuole ma in altra sede e in altra maniera. Mi interessano invece il merito e la sostanza di quegli insulti e l’immaginario che li muove. E’ un immaginario maschile che, in quanto maschio, mi fa abbastanza schifo. Mi fa schifo che, quando un uomo deve insultare una donna, fosse anche una donna di potere, lo spettro degli insulti si collochi sempre e comunque dentro una cornice che ha nello stupro o nella prostituzione il suo “core business”. Che la cosa più “desiderabile” che si possa augurare a una donna nei cui confronti si nutre astio e rancore abbia a che fare con la violenza sessuale o con la sua riduzione a oggetto di piacere (e potere) sessuale il più possibile degradante. E’ di questo che dovremmo discutere, non delle colpe di Boldrini, perché questo viene prima, questo è politica e cultura e riguarda noi maschi, non le donne. Grillo non ha postato quel “quesito” per caso: non è scemo e conosce i media, e ancor più i social network e le pulsioni che spesso li percorrono. Lo ha fatto intenzionalmente perché cercava proprio quel tipo di risposte, voleva sottoporre Boldrini a uno stupro virtuale. E ha trovato tra i suo seguaci un buon numero di stupratori virtuali. Questa, e non altra, è la questione. Una questione maschile.”

 

(blog.iodonna.it – 4 febbraio 2014)

di Alberto Leiss

 

Il linguaggio della politica sembra aver perso quasi ogni senso, e rischia di essere sommerso dalla brutalità degli insulti, dalle volgarità sessiste. La spia linguistica segnala che la crisi della politica è soprattutto una “questione maschile”. E lo conferma, specularmente, l’ascolto di parole diverse, più significative, in contesti dove prevale la presenza e la politica delle donne.
Per esempio alla Libreria delle donne di Milano, sabato scorso, a proposito del libro di Letizia Paolozzi Prenditi cura (recensito su questo giornale da Alessandra Pigliaru).
Il libro racconta il dibattito seguito, in vari luoghi del paese, alla pubblicazione del testo delle “femministe del mercoledì” La cura del vivere. Un confronto che ha coinvolto anche un certo numero di uomini, al quale ho partecipato sempre osservando come la parola cura – adoperata rovesciandone il senso: da ruolo oblativo subito dalle donne a un di più necessario a tutte e tutti per comporre una buona vita – faccia scattare riflessioni profonde su di sé e sul mondo. Su quello che significa lavorare, desiderare, amare, confliggere. Vivere le relazioni con gli altri, e in definitiva andare alla radice di ciò che intendiamo per politica.
Lia Cigarini ha insistito proprio sul valore simbolico di questo di più significato dalla parola cura, da tenere strettamente unito a quello – per lei più fondamentale – di relazione.
Ma nelle relazioni di cura – è stato detto – è forte il contrasto tra il desiderio, il piacere, e la violenza e le logiche di potere che spesso vi sorgono. Parlare di cura non rischia di rendere opache queste dinamiche conflittuali? Di rimuovere l’esigenza di lotte per ottenere il riconoscimento del lavoro di cura, di un welfare adeguato? Di battaglie per cambiare la divisione dei ruoli di genere?
Io penso che la cura possa nominare e riconoscere non solo la forza e la direzione difficilmente misurabili dei sentimenti che ci muovono, ma anche il fatto che il nostro desiderio deve pur fare i conti con la responsabilità nei confronti degli altri e del mondo che ci circonda. Se, soprattutto per noi maschi, non vale più il ruolo regolativo della legge del padre, il prendersi cura può significare il guadagno di un nuovo modo di agire le relazioni, con altri uomini e altre donne, nella paternità e negli affetti, nel lavoro, nel rapporto con l’ambiente, nella politica, unendo libertà e responsabilità. La cura diventa allora un grimaldello linguistico, una leva per smascherare un’economia che non vede la parte essenziale delle nostre vite, e che produce incuria : vincono gli interessi peggiori, dominano la volgarità e l’urlo dei sentimenti più bassi.

(il manifesto, 4 febbraio 2014)

di Asún López Carretero

 

Le parole di Luisa Muraro mi sono arrivate come pioggia nel deserto. Un deserto di parole e una perdita del senso della vita in bocca a tanti uomini.

Noi donne sappiamo della vita. Sappiamo che il frutto della vita non è un impulso, né un momento. Che organismo e corpo sono due realtà. Perché una vita sia vivibile, cioè sia davvero una vita, occorre un’apertura e una disponibilità da parte di una donna che non può essere nominata con parole della biologia perché appartiene all’ordine simbolico. Accogliere e accompagnare una vita, fare della sua attesa una culla simbolica che l’accoglierà e l’accompagnerà durante tutto il suo tragitto, è frutto della libertà e del desiderio.

Quando le circostanze della vita di una donna soffocano questa libertà e questo desiderio, circostanze che sono molto diverse, alcune con molto dolore decidono di non proseguire. È una decisione difficile. Non conosco nessuna donna, nella mia cerchia di relazioni, che non sia arrivata a questa decisione senza dolore e preoccupazione. E neppure nessuna a cui questa decisione non abbia lasciato un segno. Ma ci sono circostanze che lo consigliano, ad ognuna.

Una donna sa se è disponibile a questo impegno, e usurpare il sapere femminile ha portato elementi mortiferi alla nostra cultura e alle nostre vite.

Quando compaiono queste crisi provocate da alcuni uomini al potere, il corpo della donna entra in questione. È un modo che certuni hanno di superare le loro differenze, stabilire alleanze, per distrarre l’attenzione e continuare a seminare l’orrore.

Grazie Luisa per le tue parole.

(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan)

 

 

Lluvia en el desierto

Las palabras de Luisa Muraro me han llegado como gotas de lluvia en el desierto. Un desierto de palabras y una pérdida del sentido de la vida en boca de tantos hombres.

Las mujeres sabemos de la vida. Sabemos que el fruto de la vida no es un impulso, ni un momento. Que organismo y cuerpo son dos realidades. Para que una vida sea viable, es decir sea en verdad una vida, se precisa de una apertura y una disponibilidad por parte de una mujer que no puede ser nombrada con palabras de la biología porque pertenece al orden simbólico. Acoger y acompañar una vida, hacer de su espera una cuna simbólica que la acogerá y acompañará durante todo su trayecto, es fruto de la libertad y el deseo.

Cuando las circunstancias de la vida de una mujer ahogan esa libertad y ese deseo, circunstancias que son muy diversas, con mucho dolor algunas deciden no continuar adelante. Es una decisión difícil. No conozco ninguna mujer en mi ámbito de relación que no haya llegado a esta decisión sin dolor y preocupación. Tampoco conozco ninguna a la cuál esa decisión no haya dejado huella. Pero hay circunstancias que así lo aconsejan a cada una.

Una mujer sabe si está disponible para esa tarea y usurpar el saber femenino ha traído elementos mortíferos a nuestra cultura y a nuestras vidas.

Cuando aparecen esas crisis que provocan algunos hombres en el poder, el cuerpo de la mujer entra en cuestión. Es un modo que tienen algunos de zanjar sus diferencias, de establecer alianzas, para distraer la atención y continuar sembrando el horror.

Gracias Luisa por tus palabras.

Asún López Carretero, 3 de febrero de 2014

Editoriale del direttore Matteo Cosenza

 

 

In questi tempi quanto valgono le parole? Me lo chiedevo l’altra sera nel corso di un incontro a Catanzaro, organizzato dall’associazione “Città Vicine” e dalla fondazione Imes, nel corso del quale se ne sono dette tante. Chiacchere? Direi di no. E ne sarà consapevole chi ha letto ieri il puntuale resoconto di Andreana Illiano. Molte donne chiamate da Franca Fortunato da altre regioni, e tanti amministratori, sindaci soprattutto che, fatta eccezione per quello di Lamezia e di Acquaformosa e per il vicesindaco di Catanzaro, sono di genere femminile. Ma qui non voglio fare il rituale discorso sul ruolo e sulla sensibilità delle donne quando sono chiamate ad una responsabilità pubblica e non solo. Intanto tutte, compresa Wanda Ferro, presidente della Provincia, e tutti gli altri sono stati eletti dai cittadini. Credo che, a parte le qualità delle persone, valga molto questo rilevante aspetto perché esso spiega sufficientemente la concretezza e la sincerità degli interventi. Hanno raccontato le loro scelte, le esperienze, le difficoltà, le soddisfazioni e anche la solitudine. Parole tante ma precise, tutte con significati comprensibili, ognuna riferita a un fatto, a un concetto, a una situazione reale. Più le ascoltavo e più pensavo al diluvio di parole senza senso che quotidianamente, ventiquattrore su ventiquattro, invadono la nostra vita dagli schermi e dalle sede della politica e delle istituzioni. Oggi è nero, domani è bianco, e dopodomani è di nuovo nero. Di quello che si dice oggi non c’è traccia domani. Spesso si ha la sensazione che sia una recita a soggetto. Frasi fatte, purché siano brevi, e vince – si fa per dire – chi la spara più grossa in pochi secondi. D’altro canto non c’è scampo perché il conduttore di turno ti toglie la parola promettendoti che ti farà chiamare più tardi, ma un marinaio a confronto arrossirebbe. E la parola perde valore.

Intendiamoci, non ho in mente il Verbo divino e non sono un novellino né un ingenuo e meno che mai un candido, nel senso di condividere il candore de “L’idiota” di Dostoevskij (immenso, eterno Fedor!). So bene che il gioco della politica contempla da sempre la furbizia, la mossa astuta, il dire e non dire per far passare al momento giusto la propria posizione, ma qui c’è ben altro, prevalentemente un piccolo cabotaggio che raramente prevede una conclusione logica, che sia poi utile alla collettività che si rappresenta, dai cui problemi reali e ora sempre più angosciosi si è sideralmente lontani. Ciò avviene mediante la ricorrente profanazione della parola, su cui su queste colonne ha detto cose importanti Raffaele Perrelli, che non a caso ha sottolineato il valore etico della parola. Aggiungo che ci sono modi di dire (basta la parola, sulla parola, dammi la parola) che dimostrano quanto degrado ci sia nella politica esibita ai nostri tempi.

Ora, se possono ancora avere un senso – essere più che apparire anch’esse – tre parole sono risuonate con accenti sinceri nella discussione di Catanzaro: normalità, verità, passione. Di normalità hanno parlato un po’ tutti, da Carmela Lanzetta a Elisabetta Triposi, da Teresa Procopio a Giovanni Manoccio. Insomma, non c’è bisogno di eroi o di eroine, occorrono persone normali che fanno semplicemente il loro dovere: sei sindaco e fai il sindaco, sei un funzionario e fai funzionare le cose che ti competono, sei un cittadino e fai il cittadino. Rispetto delle regole e degli altri, un piccolo o grande contributo da ognuno e si vivrebbe in una condizione di normalità. Sapendo tutti che le istituzioni non sono proprietà di qualcuno, al contrario di quello che accade – vedi la Regione Calabria – dove di norma (sic!) i nuovi arrivati fanno tabula rasa di quello che hanno trovato e ricominciano da capo, per ritrovarsi alla fine della legislatura quando, a volte, hanno finalmente capito qualcosa.

Anna Maria Cardamone ha confessato che, per quanto possa talvolta sentirsi sola, lei dice sempre e subito quello che succede, che va o che non va, in ogni sede, soprattutto in consiglio comunale. Meglio la verità o lo sforzo per raggiungerla piuttosto che impaludarsi nelle ambiguità, negli equivoci, perfino nelle maldicenze. Anche perché qualcosa va bene e qualcosa no. Per esempio, espropri un terreno attiguo al centro che accoglie i tossicodipendenti e glielo affidi per lavorarlo e coltivarlo. Va bene sebbene tra tante difficoltà. Ma devi mettere nel conto anche il dolore per qualcuno che non ce la fa e se ne va all’altro mondo: pensi che hai fallito, poi ricominci e ammetti con sincerità i successi e il fallimento. Attraverso la verità si avanza come su una montagna russa. Ma senza verità regnano la falsità e la menzogna.

Infine la passione. Wanda Ferro – un’area diversa, distante dalle idee politiche degli altri amministratori – l’ha rivendicata ed esaltata con orgoglio. Brava Wanda. Senza emozionarsi, indignarsi, arrabbiarsi, entusiasmarsi, che vita è? Il conflitto, la tensione, il confronto e anche la contrapposizione sono energia vitale per una società. E quando una generazione se ne sta da parte, prevalgono quasi sempre il grigiore, l’appiattimento, la perdita di fiducia e di speranza e le derive più negative. Servono razionalità, onestà e competenza, ma abbiamo una necessità insopprimibile di passione.

(Il Quotidiano della Calabria, 2 febbraio 2014.
Editoriale del direttore Matteo Cosenza)

di Giovanna Zapperi,

Femminismi. In due libri, un’analisi sulla creatività femminile degli anni Settanta, sfatando il luogo comune che una prospettiva di genere, nelle arti visive, non sia mai esistita in Italia

Se le Guer­rilla Girls – col­let­tivo di arti­ste tra­ve­stite da gorilla – si aggi­ras­sero per le strade Roma in que­ste set­ti­mane avreb­bero sicu­ra­mente qual­cosa da ridire sulla mostra del Palazzo delle Espo­si­zioni sull’arte a Roma negli anni set­tanta, dove le arti­ste si con­tano sulle dita di una mano, e il ruolo del fem­mi­ni­smo è rele­gato a una nota a piè di pagina. Eppure Roma negli anni set­tanta è stato il cuore pul­sante di un movi­mento che ha avuto un impatto tal­mente pro­fondo e rami­fi­cato da coin­vol­gere gli aspetti più diversi della vita sociale e della cultura. L’arte non è di certo rima­sta illesa, come for­tu­na­ta­mente ci ricor­dano due pre­ziosi volumi pub­bli­cati recen­te­mente, tra i primi ten­ta­tivi di rileg­gere l’arte ita­liana degli anni set­tanta a par­tire da una pro­spet­tiva fem­mi­nile e fem­mi­ni­sta. La que­stione del genere appare sem­pre più chia­ra­mente come il grande rimosso della sto­ria dell’arte ita­liana del secondo dopo­guerra, dove le intense discus­sioni svi­lup­pa­tesi nel mondo anglo­sas­sone sul ses­si­smo della disci­plina hanno avuto scar­sis­sima eco. Tra mito e istituzione I libri di Raf­faella Perna (Arte fem­mi­ni­smo e foto­gra­fia in Ita­lia, Post­me­dia­books 2013, 112 pagine, 79 illu­stra­zioni, euro 16,90) e di Marta Sera­valli (Arte e fem­mi­ni­smo a Roma negli anni set­tanta, Biblink 2013, 250 pagine, 12 illu­stra­zioni, euro 26) affron­tano la com­ples­sità del nesso tra arte e fem­mi­ni­smo in Ita­lia por­tando alla luce una serie di sto­rie som­merse che chia­mano indi­ret­ta­mente in causa le nar­ra­zioni arti­sti­che «cano­ni­che» (leggi: maschi­li­ste) ancora for­te­mente in auge. Il primo dato che emerge con forza dalla let­tura di que­sti due libri è, infatti, la con­sta­ta­zione di un pro­cesso di rimo­zione attiva delle pre­senze fem­mi­nili nell’arte in Ita­lia. Sono almeno due i miti che risul­tano imme­dia­ta­mente sfa­tati da que­ste nuove ricer­che: quello della scarsa pre­senza fem­mi­nile e quello dell’incontro man­cato tra arte e fem­mi­ni­smo in Italia. Con­tra­ria­mente a quanto si può desu­mere dalla mag­gior parte delle espo­si­zioni e pub­bli­ca­zioni dedi­cate all’arte di que­gli anni, le autrici attive negli anni set­tanta erano nume­ro­sis­sime, e molte di loro erano anche diret­ta­mente coin­volte nel movi­mento fem­mi­ni­sta attra­verso col­let­tivi e ini­zia­tive che pone­vano con forza i temi del fal­lo­cen­tri­smo delle isti­tu­zioni arti­sti­che e della crea­ti­vità fem­mi­nile all’interno di una rifles­sione più ampia sui rap­porti tra i sessi. Emerge, in modo chiaro, come ogni ten­ta­tivo di costruire una nar­ra­zione omo­ge­nea del bino­mio «arte e fem­mi­ni­smo» sia desti­nato al fal­li­mento, vista la mol­te­pli­cità dei modi, diretti o indi­retti, in cui i temi fem­mi­ni­sti hanno agito nelle ela­bo­ra­zioni arti­sti­che di que­gli anni. Il secondo dato su cui vale la pena insi­stere — e che acco­muna i due volumi — è la con­sta­ta­zione della sor­pren­dente tem­pe­sti­vità delle espe­rienze ita­liane nel con­te­sto inter­na­zio­nale. Si tende troppo spesso a dimen­ti­care che l’emergere di una coscienza fem­mi­ni­sta nel mondo dell’arte è stata ovun­que un fatto mino­ri­ta­rio e mar­gi­na­liz­zato per­ché entrava in con­flitto con tutto quell’apparato mitico-istituzionale che met­teva al cen­tro la figura dell’artista maschile, la sua ori­gi­na­lità e viri­lità. Que­sto è vero per­sino per un paese come gli Stati Uniti, spesso evo­cato come ter­mine di para­gone, dove le espe­rienze arti­sti­che fem­mi­ni­ste acqui­sta­rono visi­bi­lità e rile­vanza ben mag­giori che in Europa. Nel breve volume dedi­cato all’uso fem­mi­ni­sta della foto­gra­fia, Raf­faella Perna riper­corre a grandi linee il lavoro di alcune arti­ste che si sono foca­liz­zate sui temi dello ste­reo­tipo, la costru­zione del fem­mi­nile tra imma­gine e lin­guag­gio, la rap­pre­sen­ta­zione del corpo e della ses­sua­lità della donna, la vio­lenza di genere. Come sot­to­li­nea l’autrice, la foto­gra­fia ha gio­cato un ruolo impor­tante nell’articolare que­sti temi sia per­ché sto­ri­ca­mente ha costi­tuito un’arena pri­vi­le­giata per la spe­ri­men­ta­zione iden­ti­ta­ria, sia per­ché l’uso di que­sto medium per­met­teva una più grande libertà rispetto ad altri sup­porti con una tra­di­zione più con­so­li­data alle spalle. Attra­verso la foto­gra­fia si dispiega quel tea­tro dell’identità che costi­tui­sce uno dei tratti distin­tivi delle spe­ri­men­ta­zioni di que­sti anni su scala inter­na­zio­nale: nei tableaux foto­gra­fici di Verita Mon­sel­les o nelle auto­rap­pre­sen­ta­zioni col­let­tive di Mar­cella Cam­pa­gnano si deli­nea una rifles­sione sui ruoli di genere che prende le mosse dall’analisi dei mec­ca­ni­smi della rei­fi­ca­zione dell’identità fem­mi­nile, messi in atto da pub­bli­cità e cul­tura di massa. Il rap­porto tra imma­gine e lin­guag­gio è, invece, uno dei temi che acco­mu­nano alcuni dei lavori di Cloti Ric­ciardi, Ketty La Rocca o Ste­pha­nie Our­sler. Come rileva Perna, la con­te­sta­zione del lin­guag­gio attra­verso il ricorso a gesti e imma­gini è un tema cen­trale per que­ste arti­ste che con­si­de­rano la parola scritta come uno stru­mento del domi­nio patriar­cale. È inte­res­sante que­sta cri­tica del lin­guag­gio soprat­tutto se letta in rife­ri­mento alla cen­tra­lità della parola scritta nella sto­ria del fem­mi­ni­smo ita­liano, spesso rac­con­tato come un movi­mento foca­liz­zato essen­zial­mente sulla parola, lasciando nell’ombra la sua dimen­sione visuale. La que­stione delle teo­riz­za­zioni fem­mi­ni­ste in ambito arti­stico è invece uno degli aspetti ana­liz­zati dal libro di Marta Sera­valli, che tenta una rico­stru­zione sto­rica dei rap­porti tra arte e fem­mi­ni­smo a Roma negli anni set­tanta, a par­tire da Carla Lonzi e dalla nascita di Rivolta fem­mi­nile nel 1970. Come è noto, la vicenda di Carla Lonzi, che abban­dona la cri­tica d’arte per il fem­mi­ni­smo, ci pone di fronte ad un’alternativa dra­stica: l’arte o il fem­mi­ni­smo. Il libro prende le mosse dalla con­sta­ta­zione che Rivolta fem­mi­nile nasce dall’iniziativa di una cri­tica d’arte e di un’artista, Carla Accardi, e prende in esame, attra­verso un’accurata docu­men­ta­zione, diverse moda­lità di iden­ti­fi­ca­zione fem­mi­ni­sta nel mondo dell’arte romano. Nei suoi primi anni di vita, furono nume­rose le autrici che tran­si­ta­rono per Rivolta (tra loro Suzanne San­toro, Ste­pha­nie Our­sler, Simona Wel­ler, Eli­sa­betta Gut, Elisa Mon­tes­sori…), fino all’esplodere di un con­flitto che cul­minò con la loro fuo­riu­scita e la nascita della coo­pe­ra­tiva del Beato Ange­lico nel 1976, una delle più signi­fi­ca­tive espe­rienze di col­let­tivi in ambito arti­stico. La «presenza/assenza» delle arti­ste nel fem­mi­ni­smo ita­liano si deli­nea come un aspetto dop­pia­mente rimosso, sia nella sto­ria dell’arte che in quella del fem­mi­ni­smo stesso. Quello che col­pi­sce in par­ti­co­lare nella let­tura del libro di Sera­valli è la resti­tu­zione di un arti­co­lato dibat­tito fem­mi­ni­sta sui temi dell’immagine e dell’arte, che si svi­luppa in par­ti­co­lare attra­verso le pagine di alcune rivi­ste fem­mi­ni­ste, e in misura minore, nei maga­zi­nes d’arte. Attra­verso la let­tura dei testi di arti­ste come Cloti Ric­ciardi e Simona Wel­ler, o di cri­ti­che come Lea Ver­gine e soprat­tutto Anne-Marie Suzeau Boetti, è pos­si­bile ritrac­ciare le pre­messe di una cri­tica fem­mi­ni­sta dell’arte che verrà poi accan­to­nata e dimen­ti­cata nel corso degli anni ottanta. In que­sto qua­dro, riman­gono però sullo sfondo gli scritti di Carla Lonzi che rap­pre­sen­tano forse la cri­tica più arti­co­lata al fal­lo­cen­tri­smo dell’arte, por­tata avanti in modo fram­men­ta­rio e discon­ti­nuo da una posi­zione esterna al mondo artistico. Con­flitti, non ghetti Que­sto aspetto pro­duce un forte impatto soprat­tutto alla luce del fatto che le tema­ti­che fem­mi­ni­ste, nella sto­ria dell’arte, sono con­si­de­rate in Ita­lia per­lo­più come merce d’importazione (anglo-sassone), come se non fosse mai esi­stita una rifles­sione «locale» su que­sti temi. Tut­ta­via – que­sto è forse uno dei limiti di entrambi i testi qui ana­liz­zati – le due autrici fati­cano ad arti­co­lare la vita­lità di quei primi ten­ta­tivi di cri­tica con l’attuale dibat­tito inter­na­zio­nale. Il risul­tato, o piut­to­sto il rischio in cui si imbat­tono, sia Sera­valli che Perna, è quello di rivol­gersi alle espe­rienze ana­liz­zate, senza met­tere dav­vero in discus­sione un qua­dro epi­ste­mo­lo­gico che quelle espe­rienze ave­vano con­te­stato in modo così radi­cale. Il fem­mi­ni­smo è, infatti, preso in esame come una fase sto­rica e molto meno come una chiave di let­tura del mondo e dei rap­porti sociali, e dun­que anche della sto­ria dell’arte e dei suoi metodi. Se è vero che negli anni set­tanta, per la prima volta nella sua sto­ria, il fem­mi­ni­smo ha incon­trato l’arte, que­sto non signi­fica che possa essere con­si­de­rato come un enne­simo «ismo» da aggiun­gere a una sto­ria già con­fe­zio­nata delle ten­denze arti­sti­che del Nove­cento. In que­sto senso, la neces­sità di ripor­tare alla luce il rimosso del nesso tra arte e fem­mi­ni­smo negli anni set­tanta — di cui si fanno carico que­sti volumi — rischia di tra­dursi in un dispo­si­tivo che rin­chiude il con­flitto tra i sessi in un momento sto­rico deli­mi­tato. Come ci inse­gnano le arti­ste e le cri­ti­che d’arte al cen­tro di que­sti libri, la pro­spet­tiva fem­mi­ni­sta ci obbliga a ricon­si­de­rare in una pro­spet­tiva di genere quell’insieme di pra­ti­che, isti­tu­zioni e sog­get­ti­vità che defi­ni­scono l’arte. Nelle nar­ra­zioni fem­mi­ni­ste dell’arte che si stanno affac­ciando nel dibat­tito ita­liano, il dif­fi­cile equi­li­bro tra sto­ri­ciz­za­zione e attua­liz­za­zione for­nirà senza dub­bio ulte­riore mate­ria di discussione.

di Katia Ricci

 

Charlotte Salomon 

“Charlotte Salomon (Berlino 1917 – Auschwitz 1943), giovane artista, ebrea, uccisa nelle camere a gas incinta di tre mesi, ebbe un’esistenza travagliata, ma emblematica per la resistenza che oppose alla barbarie dei tempi e al simbolico patriarcale. In esilio per sfuggire alla persecuzione razzista, riuscì a liberare la sua forza creatrice e a inventare un linguaggio artistico complesso. Il suo capolavoro, Vita? O Teatro? è un’autobiografia di circa 1320 immagini a guache, parole e commento musicale, in cui racconta la sua consapevolezza di donna: condanna il nazismo, senza lasciarsene intimamente schiacciare, individuandone la causa nell’autoritarismo, impersonato dalla figura del nonno, e confuta la concezione maschile dell’arte come dimensione elitaria per un’arte strettamente legata alla vita. Tenendo viva nel ricordo la relazione con la madre biologica, morta suicida, e, nella vita, con la seconda madre, con la sua opera lascia l’esempio di un percorso di libertà, per certi versi simile a quello di Etty Hillesum.”

di Liliana Rampello

 

Non è facile incontrare un libro così bello, necessario.

Un libro scritto sull’orlo di un vulcano, di un cratere da cui salva uno sguardo, un gesto, una parola, una paura in meno.

La relazione fra Madre e Figlio, ritagliata nella potenza della sua sacralità quotidiana ed eterna; la madre e il figlio in una lingua di paese e arcaica, antica e eterna, tragica e biblica.

Tutto è avvolto nella cruda atmosfera della fiaba, l’Isola, il mare, la sabbia, i gradini il pianerottolo, pochi nomi e lui, Arturo, che tiene in sé ogni magia.

Quando il tema trova la sua forma senza nemmeno un interstizio per il nostro coltello che cerca dove sta una qualche mancanza, siamo davanti a scrittura pura, all’innalzarsi del sentimento nella sua terribile autenticità.

Il diritto guardato dal bisogno che lotta per non diventare questuanti.

La scuola nella sua bellezza povera di comunità vivente.

Padri madri di tutti i giorni, confusi e bravi, un pezzo di tutti noi.

L’umanità spiata ovunque viene negata.

 di Serena Fuart

 

Ho conosciuto la pratica della storia vivente grazie alla mia relazione con alcune donne della Comunità di storia vivente della Libreria delle donne di Milano.Ho letto il numero di DWF, curato dalla comunità stessa e dedicato a questa pratica e mi ha coinvolto tantissimo. Le donne che si raccontano, che si interrogano sui loro nodi, parlano anche di me, quello che dicono mi risuona dentro e mi spinge a pormi domande anche sui miei punti oscuri, oltre naturalmente a stimolare in me curiosità sui contesti storici in cui la loro esperienza si situa e si intreccia. Eppure ci sono delle obiezioni alle quali però rispondo: c’è tutto un mondo intorno.

Mi spiego meglio. Mi ha detto un’amica: «C’è un unico modo di fare storia e di conoscere gli avvenimenti: è la storia ufficiale, un sapere oggettivo».

No, le ho risposto, la storia ufficiale non è l’unico modo di fare storia e di conoscere gli avvenimenti.

Non seguo molto la politica istituzionale per varie ragioni, quindi non leggo le notizie che appaiono sulla stampa, che riguardano partiti, lotte di potere e scandali. Però sono sempre informata. Come faccio? In un modo diverso. Guardo gli show di Maurizio Crozza. Seguendo le sue trasmissione, le sue gag, le sue battute comiche che commentano, con una buona dose di critica, gli avvenimenti politici, mi tengo sempre aggiornata della situazione.

Non è un’analogia, la storia vivente non fa ridere però è un esempio che fa capire come vie diverse possono portare alla conoscenza del presente e del passato… Vie non ufficiali.

I nodi irrisolti della sua vita, da cui parte la narratrice-autrice della comunità, sono un modo diverso di entrare nella sua storia, inserita in un contesto storico preciso, che attraverso lei, il suo vissuto, il suo aver discusso i nodi con altre con cui è in relazione, vengo a conoscere o approfondire e che cambiano tutto il modo di leggere la Storia cosiddetta ufficiale. È una scrittura della storia che fa emergere ciò che è taciuto nella storia ufficiale.

La mia amica parla di storia ufficiale come un sapere oggettivo. Ma oggettivo rispetto a cosa? Forse non si rende conto che per oggettivo non si intende in questo caso qualcosa al di sopra delle parti ma un modo di fare che segue criteri maschili o peggio un falso neutro universale.

 

C’è tutto un mondo intorno… recitava una canzone dei Mattia Bazar, che portava lo stesso titolo, un incoraggiamento per chi rimane senza amore a guardarsi intorno, io dico che tutto un mondo intorno alla storia ufficiale, un mondo che può dare tantissimo, non fissiamoci sul metodo mainstream, c’è davvero un universo di altro.

 

(Revisione di Laura Minguzzi, Comunità di storia vivente.)

di Luisa Muraro

La Spagna di Rajoy torna a una legge restrittiva dell’aborto. Proteste di donne e di oppositori del governo. Al contrario, la Francia di Hollande cancella dalla legge le restrizioni e le giustificazioni tipo angoscia o disperazione per l’interruzione volontaria della gravidanza. Marcia di protesta di associazioni cattoliche e plausi al governo di Madrid.

Nonostante le apparenze, non siamo tornati ai contrasti frontali di qualche decennio fa, dove le buone ragioni si mescolavano con gli schieramenti ideologici.

Che l’aborto volontario sia un omicidio, è poco credibile. “L’embrione è una persona”, è stato detto di recente, ma il diritto dei popoli non l’ha mai detto e non c’è neanche nella passata tradizione cattolica. Ciò non toglie che interrompere una gravidanza sia sentito da molte donne e, diversamente, dagli uomini, come qualcosa di difficile da accettare, se non c’è una vera necessità.

Ma la soluzione non è il ritorno a una legislazione più restrittiva e credo anche che sia sempre meno realistico, in Europa. Un tale regime resiste ancora in Irlanda e in Polonia, ma per quanto? Lo Stato non ha confessionali, usa le prigioni, per cui in un paese civile, la legge penale che dovrebbe limitare o proibire l’interruzione volontaria della gravidanza si riduce a una tacita tolleranza di pratiche proibite, con l’unico risultato che le donne avranno anche il problema di trovare i soldi necessari. Dovremo ancora discutere su questo tema, dunque, e speriamo che sia in maniera più pacata che in passato senza però ridurci alla odierna banalità dei calcoli elettorali.

Dirò l’interesse che porto alla questione ed esporrò la mia posizione. Ho già detto il bene che sarebbe evitare schieramenti contrapposti: non favoriscono né la difesa delle proprie idee né il confronto tra posizioni diverse. Ho un interesse ulteriore ed è che, su questo tema e sui temi sessuali in generale, le Chiese cristiane, in primis quella cattolica, migliorino il modo di offrire pubblicamente la concezione religiosa della vita sessuale rinunciando a farla valere con il ricorso alle norme legali. Ci tengo cioè che la gente possa conoscere la concezione religiosa del mondo nella sua indipendenza dall’ordine di questo mondo.

Nel caso dell’aborto, all’espressione tradizionale della condanna ecclesiastica, il papa ha sostituito un atteggiamento di compassione misericordiosa. Bene. Ora resta da sostituire un’interpretazione solo maschile della legge divina proprio in una questione dove non si può saltare la competenza e l’autorità femminile. E questo per ragioni filosofiche e politiche di libertà umana  portate dal pensiero della differenza sessuale.

Espongo ora la mia posizione in tema di difesa della vita umana nascitura. Nessuna donna sia spinta, dalle persone o dalle circostanze, ad abortire, e nessuna donna che ha deciso d’interrompere la gravidanza, sia spinta dalla legge nell’illegalità. Che il diventare madre corrisponda a un desiderio personale della donna, è un ideale che si sta realizzando. Le donne l’hanno sempre perseguito, obbedendo a ragioni che trascendono il diritto e sono dettate dalla vita stessa: arrivare in questo mondo essendo desiderati è un dono insostituibile. Anche gli uomini oggi lo riconoscono. Perciò, non tocca allo Stato regolare l’aborto. Ed è ugualmente sbagliato dire che l’aborto sarebbe un diritto: l’aborto è solo il rovescio di quel “sì” che lei, se resta incinta, è chiamata personalmente e liberamente a dire.

Lasciamo dunque alla singola donna una decisione di cui è la sola a poter conoscere la giustezza, aiutata in caso da chi ha la sua fiducia.

Lei, quale che sia la sua decisione, ha invece diritto alla salute e perciò a essere assistita. (Diritto, detto per inciso, troppo scarsamente assicurato in Italia nel caso di una decisione negativa, a causa del dilagare pretestuoso dell’obiezione di coscienza dei medici.)

Gli organizzatori della marcia di Parigi hanno accusato il governo di “banalizzare” l’interruzione della gravidanza. L’accusa, in una certa misura, è giusta; il problema di una cultura resa terribilmente superficiale dai suoi stessi progressi, esiste. Ma il rimedio non si trova certo nella legge penale, sarebbe aberrante crederlo quando si tratta di prendere coscienza e di orientarsi moralmente.

A chi vuole ridurre il numero degli aborti volontari avrei un suggerimento da dare, mi basteranno poche parole. Spesso le donne restano incinte senza alcun desiderio di maternità. In quel punto alcune concepiscono anche il desiderio e diventano madri. Tanto meglio ma, in definitiva, sarebbe “più meglio” se i due concepimenti fossero collegati fra loro. Come si può fare? Imparando e insegnando agli uomini che la sessualità femminile non è destinata al loro uso e consumo. Pare incredibile ma, dopo due millenni di civiltà cristiana, tre millenni di civiltà mediterranea, quattro millenni di civiltà cinese, non lo sanno ancora.

Link alla traduzione in castigliano di María-Milagros Rivera Garretas:
El aborto. La iglesia tiene confesionarios, el estado tiene cárceles.,¿Las mujeres? Tienen la conciencia. LUISA MURARO

Il reddito di base incondizionato come progetto postpatriarcale, di Ina Praetorius

Intervento all’Agorà del lavoro di Milano, 27 gennaio 2014

Per quanto ne sappiamo, finora tutti gli esseri umani sono venuti al mondo come poppanti: dal corpo di un essere umano di sesso femminile della generazione precedente. I “nuovi arrivati” possono sopravvivere solo se qualcuno/a dà loro ciò di cui hanno bisogno. Di che cosa hanno bisogno? Di protezione, di cibo, vestiti, calore, amore, stimoli, sonno, tranquillità, regole, lingua, morale e di molte altre cose. Tutto questo i nuovi nati lo ricevono come dono, perché non sono in grado di pagarlo.

Se cominciamo a ripensare l’economia a partire da questo fondamento – difficilmente contestabile – della conditio humana, allora molte cose cambiano. Perché oggi, nel tempo del fine patriarcato, viviamo ancora con un ordine simbolico che mette al centro il maschio adulto oppure uno pseudo-neutro da lui derivato: il soggetto economico “libero”, colui che partecipa al mercato, il cittadino ecc. Nella stessa logica l’economia viene sì definita come azione collettiva, basata sulla divisione del lavoro per soddisfare i bisogni umani, ma di fatto si comincia a parlare di economia a partire dai soldi, dal mercato, dallo stato e dall’età adulta, tacendo così almeno la metà delle misure atte a soddisfare i bisogni: infatti il lavoro di cura indispensabile, finora in larga misura gratuito, è il settore maggiore dell’economia, come è stato dimostrato. In Svizzera è entrato da qualche anno nella statistica ufficiale; solo che i media e la ricerca mainstream finora non ne hanno davvero preso atto. Anche se una grande parte della società continua a rifiutarsi di guardare tutta l’economia, è giusto dire che solo chi ha una visione d’insieme – che comprende cura di base, lavoro volontario, mercato e forse altro ancora – e solo chi vede il nostro agire economico inserito nel cosmo vulnerabile che continua ad elargire doni, può affrontare le varie crisi del nostro tempo in modo adeguato e sviluppare delle soluzioni durevoli.

2400 anni di Self Made Man (l’uomo che si è fatto da sé)

Dal 21 aprile 2012 fino ai primi di marzo 2013 ero impegnata a raccogliere firme per l’“iniziativa popolare per un reddito di base incondizionato”. In quell’occasione, nelle strade e piazze svizzere, ho sentito dire tante volte: “La mia vita me la sono guadagnata da solo!”

Che cosa vogliono dire i numerosi ex poppanti con questa frase?

Loro pensano che, dopo aver ricevuto gratuitamente per anni da qualcun altro tutto il necessario, alla fine hanno fatto degli sforzi per guadagnare soldi: per esempio hanno fatto la scuola, si sono dati una formazione, hanno trovato un posto di lavoro oppure hanno “fatto carriera” . Queste fatiche pluriennali meritano, senza dubbio, un certo riconoscimento. Posso persino capire che alcune persone che sentono di “mantenere con le loro fatiche” se stessi e forse anche una famiglia, non se la sentano spontaneamente di dare una parte del loro denaro a coloro che si impegnano meno.

Questa affermazione “guadagnarsi la vita con le proprie forze” è abbastanza corrente e stranamente poco messa in dubbio. È il riflesso fedele della visione semplicistica dell’economia, con la quale conviviamo dalla fine del ‘700 circa. Il liberalismo economico moderno, a sua volta – così come molte parti della teoria socialista – si basa su una visione sdoppiata del mondo che troviamo già nel quarto sec. A. C., ad esempio nell’autorevole Politica di Aristotele: Il filosofo sostiene che l’uomo che secondo la sua natura non appartiene a se stesso ma ad un altro è per natura uno schiavo, e anche il rapporto tra maschile e femminile sarebbe per natura così: uno è meglio, l’altra inferiore, uno governa, l’altra viene governata. Sempre secondo il filosofo, la gestione della casa è una monarchia – perché ogni casa viene governata da un’unica persona – la politica al contrario consiste nel governare uomini liberi e uguali tra loro.

Esiste quindi una continuità strutturale tra la società schiavista dell’antichità, che molti ancora oggi chiamano affettuosamente “la culla della civiltà occidentale” – e la nostra vita collettiva di oggi. Ma si comincia a vedere che “la mano invisibile del mercato”, buona erede del “Dio padre” patriarcale, in realtà sono innumerevoli mani, soprattutto femminili, che lavorano. Ora quelle mani cominciano a diventare visibili, e ciò crea degli spostamenti, delle crisi – ed enormi spazi d’azione.

Si potrebbe ricominciare a riflettere …

Il dibattito sul reddito di base incondizionato sarebbe, ad esempio, una possibilità straordinaria per pensare noi stessi come esseri umani in modo del tutto nuovo – o forse antico: liberi nella dipendenza. Esseri umani che hanno ricevuto molti doni, in continuazione, all’inizio della vita e anche in età adulta, e che “si sono guadagnati da soli” solo una piccola parte della loro vita. La politologa Antje Schrupp spiega il necessario cambio di paradigma dicendo:

“La realizzazione dell’idea del reddito di base richiede un profondo ripensamento culturale, con due aspetti che non si possono guardare separatamente: da una parte l’idea che è normale ricevere qualcosa senza prestazione in cambio, dall’altra parte l’idea che le persone si sentono responsabili del loro ambiente e che fanno il necessario, anche senza essere costrette o remunerate.”

Se si affrontasse il dibattito alla luce dell’intera economia, invece di quella basata esclusivamente sul denaro, allora si vedrebbe che il reddito di base non è solo una questione di più libertà, come continuano a sottolineare molti dei protagonisti maschili di questo movimento, ma che si tratta piuttosto di organizzare le attività necessarie in modo nuovo. Finora si è parlato molto di libertà e poco di dipendenza e necessità – e solo raramente si dice che le donne già da molto tempo si stanno facendo carico della maggior parte della attività necessarie, senza quegli “incentivi economici”, da molti ritenuti indispensabili.

… e spesso si lascia perdere

A questo proposito vorrei citare l’esempio della polemica nata attorno alla trasmissione-dibattito “Arena” alla televisione svizzera del 27 aprile 2012, dedicata alla discussione sul reddito di base. In quella trasmissione si confrontavano quattro uomini, due favorevoli e due contrari. La trasmissione durava 75 minuti. Gli uomini presenti ne hanno occupato 72 per i loro interventi, le donne tre. Dopo 10 minuti viene inserito un grafico per illustrare il progetto reddito di base: una sagoma maschile, accompagnata dal commento

“Uno che guadagna 10.000 franchi, nel nuovo sistema riceve un reddito di base di 2.500 franchi e uno stipendio di 7.500.”

Poi appare una sagoma femminile, accompagnata dal testo:

“Chi non lavora riceve, senza fare niente, 2.500 franchi.”

L’affermazione ripetuta più volte dai contrari all’iniziativa, cioè “chi non guadagna denaro non rende, e quindi bisogna stimolare queste persone con incentivi monetari” non incontra quasi alcuna obiezione.

Fortunatamente la massima istanza per il controllo dei media ha accolto all’unanimità il ricorso di una telespettatrice, Martha Beéry-Artho, che aveva formalmente protestato per mancanza di informazione adeguata in questa trasmissione. Il giudizio che le dà ragione dice che il maggiore settore economico, non pagato o sottopagato, cioè la cura, non deve essere un “aspetto secondario” in una trasmissione dedicata al futuro della convivenza umana.

Ma la storia non finisce qui: nelle settimane successive al giudizio dell’autorità di ricorso, io in quanto membro del comitato d’iniziativa ho cercato di far capire alle e agli altri promotori e anche ai media che questo fatto era da mettere in grande rilievo.Ma giornalisti di grido, redattrici e attivisti per il reddito di base si sentivano infastiditi dalla mia richiesta e mi spiegavano che non spettava a loro “portare più donne in televisione”. Erano sordi alla mia obiezione che una rappresentazione adeguata della dipendenza dalla cura non si ottiene grazie a “più donne”, ma solo attraverso precise analisi economiche. Il comitato d’iniziativa ha deciso a maggioranza di non pubblicare un commento positivo sul giudizio dell’autorità di ricorso. Il giudizio è poi stato pubblicato in Internet e io ho smesso di raccogliere firme per l’iniziativa popolare, cosa piuttosto inusuale per una che l’ha promossa. In seguito la potente società televisiva ha trascinato il caso davanti alla corte suprema. Quest’ultima ha revocato il giudizio dell’autorità di ricorso l’11 ottobre 2013.

Ancora da capo

L’ “iniziativa popolare per un reddito di base incondizionato” ha consegnato a Berna il 4 ottobre 2013 più di 120.000 firme valide. Il dibattito continua, e ciò significa che avremo ancora molte occasioni per dare un’impronta postpatriarcale al reddito di base incondizionato, contro una resistenza massiccia, ma con molto divertimento e molto lavoro sulle relazioni e sul linguaggio.

Insomma, la questione fondamentale di questo dibattito è di capire chi siamo in realtà, noi esseri umani: riconosciamo il fatto di essere dipendenti dalla cura, e che riceviamo tanti doni, anche da adulti? Capiamo che per questo motivo ogni forma di attività nel mondo è un atto di restituzione per qualcosa ricevuto in precedenza? In futuro, tutti, non solo le casalinghe e le madri, saranno disposti a fare le cose sensate e necessarie, senza incentivi monetari?

La politica postpatriarcale è un’arte. È un processo di contrattazione che non finisce mai. Mi capita di disperarmi per l’ottusità di tante persone. Mi capita di essere talmente arrabbiata da voler prendere d’assalto il grattacielo della società televisiva, e anche il tribunale federale. Ma quasi sempre è una festa continuare il lavoro, imperterrita, insieme alle mie amiche politiche.

Traduzione dal tedesco: Traudel Sattler

 

di Pietro Citati

 

Villette  è il romanzo più bello di Charlotte Brontë: un libro drammatico, angoscioso, tenero, lirico, ma anche spiritosissimo, com?è spiritosa la protagonista, Lucy Snow. Vorrei parlarne a lungo. Mi limiterò a dire che il libro riposa su due intuizioni. Da un lato, la condizione di chi è abbandonato da Dio: o meglio, poiché una persona religiosa come Charlotte Brontë non pensava che si potesse essere abbandonati da Dio, perseguitata da quella forza oscura che la tradizione greca chiamava il Fato, e di cui la Brontë ignorava il rapporto con Dio. D?altro lato, la convinzione che solo le persone felici ? quelle che, per alcuni giorni o alcuni anni, anticipano in terra la felicità del paradiso ? sono benedette da Dio. «Sono perfettamente convinta ? dice Lucy ? che esistano alcuni esseri, nati e cresciuti in modo tale, dalla morbida culla fino alla tomba placida e tardiva, che nessuna sofferenza troppo grande si introduce nella loro sorte, e nessun fiume tempestoso incombe sul loro viaggio». Ma le persone felici non possono raccontare le storie delle persone felici: troppa luce accecherebbe. Il senso di Villette  nasce quando una persona infelice, o perseguitata dal Fato, racconta con radiosa ammirazione la storia di due, o alcune, persone felici: così Lucy quando parla di Graham e di Paulina. Allora la bellezza di Villette  è straordinaria: perché in questo, sopratutto, consiste la letteratura.

(Corriere della Sera, 28 gennaio 2014)

di Lea Melandri

 

Leggo l’odg approvato al congresso di Sel per “‘Europa ed Elezioni politiche: confronto con Tsipras per una lista comune”.
Scorro le indicazioni con cui Sel si dispone alla creazione di “un’altra Europa” e senza nessuna meraviglia constato che ancora una volta manca il più piccolo riferimento, non alle donne -di “questioni femminili” pensiamo di esserci liberate da mezzo secolo- ma al fatto che il modello di civiltà, di cui oggi si vedono chiaramente le spinte distruttive, non venga collegato a quella che è stata per secoli e in parte a tutt’oggi protagonista unica nel governo del mondo: la comunità storica degli uomini.
Passano il pacifismo, la difesa dei diritti umani, l’ambientalismo, la conversione ecologica dell’economia, il reddito minimo europeo. Dove si pensa di poter collocare il cambiamento del dominio più antico nella storia della specie, quello che ha permesso ( e tutt’ora permette) agli uomini di occuparsi della vita pubblica, perché la riproduzione e la conservazione della vita è affidata a qualchedun altro?
Pietro Ingrao, che aveva capito la portata rivoluzionaria della “sfida femminista”, quanto meno è riuscito a nominarla con grande lucidità. Intervistato da Rossana Rossanda, nel corso delle trasmissioni che tenne su Radiotre alla fine anni ’70, risponde:
“E’ che affrontare le questioni dell’emancipazione femminile comporta affrontare punti di fondo dell’organizzazione della società in generale. Ti faccio un esempio: se vuoi affrontare davvero il problema donna/lavoro, devi investire caratteri e dimensioni dello sviluppo, occupazione, qualità e organizzazione del lavoro, fino allo stesso senso del lavoro. Contemporaneamente -ecco dove la dimensione diventa diversa- vai a incidere sulle forme di riproduzione della società, sul modo di concepire la sessualità, i rapporti di coppia, i rapporti fra padri e figli, l’educazione, il rapporto tra presente e passato, forme e natura dell’assistenza, eccetera. Cioè una concezione storica, secolare del privato, tutta una concezione dello stato, tutto il rapporto tra stato e privato.”
La presa del ‘palazzo d’inverno’ era poca cosa. Come si è visto. E lo sarà anche, nella sua pervicace ‘neutralità’ , l’alternativa che Sel si prospetta per l’Europa.
Il femminismo non si accontenterà di essere confuso con le generiche “realtà sociali e di movimento”, che si vorrebbero “coinvolgere”. Tanto meno da un riconoscimento verbale a “Carla Lonzi e al femminismo”- come ha fatto Vendola-, perché, nel vuoto di interesse e scambi reali, suona come l’ennesimo ‘omaggio alle signore’.

 

di Giulietto Chiesa.

 

Scrivo queste note di ritorno da Mosca, e la prima cosa che mi colpisce è l’enorme divario tra ciò che stanno vedendo gl’italiani (e gli europei insieme a tutto il resto del mondo occidentale) e quello che vedono i russi. Non è solo questione di quantità. È che qui (quasi) non si vedono le squadre armate dei dimostranti della piazza Maidan e dintorni. Non si vedono i poliziotti bruciare vivi. Non si vedono le armi delle squadre – palesemente bene organizzate – di assalitori. Non si vedono i lancia-fiamme e le bombe molotov degli assalitori. Non si vedono le grandi catapulte che lanciano sugli schieramenti delle forze speciali antisommossa bombe incendiarie in quantità e di qualità tale che non è possibile pensare improvvisate.

Qui, nella civile Italia democratica, dove tutto il mainstream freme di sdegno contro i Notav «violenti», si descrivono le squadracce fasciste che ormai dominano la protesta di Kiev come vittime, come coloro che «muoiono per l’Europa». Anche a Mosca ci sono quelli che li definiscono «liberali», «democratici». Sono i «figli del capitano Grant» (grant in inglese vuol dire prebenda). Io vado, come al solito, controcorrente. E dico: Dio ci salvi da questi “nuovi europei”. Presto ne avremo notizia anche dalle nostre parti, e saranno guai per tutti. Ma questo sarà il dopo.

Colpiscono la cecità e l’ignoranza – quasi peggio della menzogna – di gran parte dei commenti. Che pure vengono sparse a larghe mani. È il «popolo ucraino» quello della Maidan? Ecco, questa è la prima domanda da farsi. Invece tutti, qui, senza eccezione, hanno già deciso che il popolo ucraino è quello e non ce n’è altro. Povera Ucraina che ormai se ne va in pezzi! E poveri ucraini che saranno mandati allo sbaraglio, a massacrarsi tra di loro sul pianerottolo di casa nostra.

Allora viene subito un’altra domanda da porsi: chi ha eletto, a grande maggioranza, Viktor Janukovic presidente dell’Ucraina? Dove sono andati a finire i suoi elettori? Hanno tutti cambiato idea? Si sono accorti solo negli ultimi mesi che era un corrotto e un dittatore? Certo, un pasticcione indifendibile, che ora sarà cacciato tra gli applausi di Bruxelles e di Washington). Ma quanti di questi commentatori nostrani hanno ricordato che l’Ucraina non è solo la parte sud-occidentale, che è quella che in gran parte si chiamava Galizia, e che apparteneva al territorio polacco? Hanno dimenticato tutti che c’è un’altra Ucraina, quella dell’est e del nord, quella industriale delle grandi città di Kharkov, di Dnipropetrovsk, per esempio, quella che parla ancora adesso il russo e che ha una storia di milioni di famiglie intrecciate alla Russia.

Certo, si direbbe (se i commentatori di Repubblica, del Corsera , perfino del Fatto Quotidiano avessero letto i libri di storia) che fu «colpa» di Stalin, che promosse il Patto Molotov-Von Ribbentrop, se la Galizia venne incorporata nell’Ucraina Sovietica. Vero, verissimo. Come fu vero che le formazioni militari di Stepan Bandera combatterono al fianco dei nazisti. E in piazza Maidan sono proprio i «banderovzy» a guidare la danza.

Ma allora che cosa proponiamo all’Ucraina? Di tornare alle frontiere del 1943? Cedendo la Galizia alla Polonia? E quanti sarebbero gli ucraini d’accordo con questa idea? E poi che ne sarebbe della frontiera tra la Lituania e la Polonia? Perché sarà bene ricordare che, in questa eventualità, oltre un terzo dell’attuale Lituania, inclusa la capitale Vilnius, dovrebbe tornare in Polonia. Ma l’Europa di Altiero Spinelli non nacque proprio, anche, per avviare una fase pacifica di cooperazione che cancellasse tutte le frontiere? Certo – dicono i Ponzio Pilato che abbondano in questa Europa dell’austerità, che sta mettendo in ginocchio tutto il sud-Europa, a cominciare dalla Grecia – è il popolo ucraino che deve decidere da che parte stare: se con la Russia o con l’Europa.

Ma è solo questa l’alternativa? C’è anche – ma chissà perché nessuno ne parla – l’ipotesi di una Ucraina indipendente e sovrana, che sta in buoni rapporti con gli uni e con gli altri, che ne trae vantaggio per sé, contribuendo alla pace e alla sicurezza comune europea, senza farsi assorbire, per esempio, nella Nato.

Ecco, a me pare che stia qui la risposta – una delle risposte – a quello che sta accadendo in queste ore a Kiev e, ormai, in diverse altre province dell’ovest ucraino. L’Ue ha forzato la situazione in modi e forme inaccettabili per una politica di buon vicinato. E non è una ipotesi. Ben 34 leader europei si sono affaccendati in questi mesi sulle piazze ucraine, per premere su Yanukovic e per incitare (e foraggiare) le opposizioni. Si attende ora il commissario all’allargamento Fuele, poi la signora Ashton, poi una delegazione parlamentare europea. Cosa offrono? Un pesantissimo prestito del Fondo Monetario Internazionale che legherà l’Ucraina al carro dei mercati finanziari dell’Occidente. È aiuto? Io lo chiamerei ingerenza negli affari interni di un paese vicino.

Invece – due pesi e due misure – si condanna il cattivissimo Putin, che ha concesso 15 miliardi di dollari di prestito a tassi d’interesse ridicolmente più bassi di quelli dei mercati occidentali e, in più, regala due miliardi di dollari all’anno di sconti sul prezzo dell’energia. Anche questa è ingerenza? Probabilmente. Ma costa meno. E poi ci si dovrebbe chiedere: ma perché una tale accelerazione da parte europea? Non sanno che l’Ucraina è divisa? Perché forzare? Chi si vuole portare al potere a Kiev? Un altro gruppo di oligarchi (come fu fatto in Russia nel 1991) che chiederanno protezione alle banche svizzere e tedesche, offrendo in cambio l’Ucraina alla Nato? E chi è il pazzo, o l’irresponsabile, che pensa che la Russia di Putin accetterà, arrendendosi, a un gigantesco avvicinamento dell’alleanza militare ostile alla propria capitale?

Qualcuno punta a trasformare l’Ucraina in un mostruoso casus belli al centro dell’Europa: quello che si delinea è la rottura di tutti gli equilibri della sicurezza europea collettiva. È l’inizio di una rottura strategica tra Russia ed Europa. Agli ucraini non sarà dato di decidere pacificamente. Sarà un passaggio violento, e scorrerà il sangue. È stata l’Europa – promettendo sogni che non potrà soddisfare (e i primi a saperlo siamo proprio noi) – a volerlo.

 

(il manifesto, 28 gennaio 2014)

 di Carlo Petrini

 

Regina Tchelly De Araujo Freitas è una giovane donna intraprendente che sta lasciando il segno nella realtà gastronomica brasiliana e non solo, con un progetto il cui nome è già un programma: Favela Orgânica. Questa iniziativa vede la realizzazione di piccoli orti biologici all’interno di alcune favelas, tra cui quella di Santa Marta, di Babilônia e del Complexo do Alemão (più di 200.000 abitanti), “pacificate” nel corso di un’operazione voluta dal governo Lula per liberare questi luoghi dalla violenza e dal disagio profondo che le contraddistinguevano. Oltre alla produzione di cibo sano, locale e organico a vantaggio della comunità (chiamata a prendersene cura direttamente), Favela Orgânica ha l’ulteriore particolarità di praticare una cucina che utilizza i prodotti in tutte le loro parti, inclusi gli scarti, per provare a incidere sulle abitudini alimentari delle persone. Lavorando sulla pianificazione degli acquisti e dei consumi, il progetto promuove una riflessione sullo scandalo dello spreco alimentare anche nelle realtà più povere, che nell’immaginario collettivo ne sono immuni ma che purtroppo lo vivono ogni giorno. Lo stile cucinario di Regina, infatti, lungi dall’essere una trovata mediatica è piuttosto figlio della sua estrazione e della sua storia, della necessità di mettere insieme il pranzo con la cena. Quando il cibo è poco, la creatività è l’unica via, e il suo talento è proprio quello di saper creare piatti di una bontà stupefacente con pochissime risorse. In un periodo che mai nella storia della gastronomia vede un proliferare incontrollato e a tratti stucchevole di “eventi gastronomici” di ogni sorta, anche in Brasile, (programmi televisivi, talent show, concorsi di cucina, spettacolarizzazioni varie della figura dello chef), Regina sta interpretando questa ondata con un tratto del tutto personale e particolare, con risultati qualitativi che hanno attratto l’attenzione di buona parte della stampa carioca.

In tutto il mondo, e soprattutto nel continente sudamericano, parlare di gastronomia troppo spesso significa chiudersi in una prospettiva edonistica e ristretta, incapace di tenere conto della complessità del mondo e delle contraddizioni che il sistema alimentare attuale genera in ogni angolo del pianeta. Basti pensare che a fronte di 860 milioni di persone malnutrite, di cui 30 milioni ogni anno muoiono per fame, ci sono un miliardo e mezzo di obesi. Questa è la realtà, ed è una realtà vergognosa proprio perché mai come oggi la gastronomia vive la sua stagione d’oro. Trentadue anni, originaria del nord-est del paese, la zona più povera e arretrata del Brasile, all’età di diciassette Regina si è trasferita a Rio per fare quello che nel secolo scorso facevano molte contadine povere anche in Italia, ovvero andare a prestare servizio presso famiglie benestanti di città per occuparsi della cucina e della cura della casa. Per dodici anni rimane a lavorare nella buona borghesia carioca, e lì affina le sue conoscenze e le pratiche di cucina, mettendo a frutto il suo bagaglio di insegnamenti materni, primo fra tutti la cucina senza sprechi. Nel 2010 sposa la causa del biologico partendo con la realizzazione dei primi orti nella sua favela, Babilônia, e lavorando personalmente nei diversi mercati contadini nati a Rio de Janeiro negli ultimi anni. Inizia ad esibirsi in performance culinarie innovative, presentando ricette inedite a spreco zero. La voce in città inizia a girare e il suo nome diventa sempre più noto. A questo punto il primo salto: con il supporto di Slow Food Brasile incomincia, nella sua piccola casa, a tenere corsi di cucina in cui insegna ai ragazzi a utilizzare tutte le parti dei prodotti, inclusi quelli che normalmente vengono ritenuti scarti, come le bucce della verdura, i semi o l’acqua di cottura di alcuni prodotti. In questo modo l’effetto è duplice: da una parte è forte il messaggio simbolico di limitare al minimo o eliminare completamente lo spreco alimentare, e dall’altra queste pratiche sono una garanzia implicita della “pulizia” della materia prima, che deve essere completamente organica altrimenti non può essere utilizzata in questa maniera.

Nella notte di capodanno Regina ha organizzato una cena per i senzatetto di Copacabana. Mentre imperversavano i festeggiamenti in tutta la città, la condivisione di dolci e musica è stato un ulteriore segnale della gioia e della passione con cui conduce il suo lavoro, e dà la cifra della persona solare che è. Una persona che non agisce se non spinta dal piacere e dalla gioia prima di tutto personale, e che ha il dono di trasmettere un po’ di questa gioia a chi le sta intorno. Il suo lavoro acquisisce un’importanza sempre maggiore per l’impatto che ha sulle comunità urbane povere e nel prossimo mese di giugno verrà aperta una nuova sede per la sua scuola, di fronte alla cappella di Santa Marta, nell’omonima favela che si affaccia su Botafogo e guarda da vicino le spiagge di Leme e Copacabana. Dall’inizio di questa grande avventura, Favela Orgânica è cresciuta sia per efficacia che per diffusione, e oggi è presente anche fuori dallo Stato di Rio De Janeiro, in Pernambuco, Paraíba, Minas Gerais, Ceará e San Paolo, e la stampa brasiliana non ha mancato di celebrarla più volte.

Se l’utilizzo completo della materia prima è da sempre uno dei patrimoni della sapienza culinaria femminile, la novità qui è che, in questo momento di esplosione della gastronomia dell’eccesso, Regina sta seguendo un percorso alternativo importantissimo per riportare il discorso su un giusto piano. Nonostante una classe borghese in ascesa, infatti, il Brasile vede ancora la presenza di un ampio numero di cittadini i quali, anche se affrancati dalla fame, sono tuttavia a rischio malnutrizione e di certo non hanno sempre accesso a un’alimentazione adeguata e di qualità. Il suo modo di intendere il lavoro di cuoca e di gastronoma coniuga il piacere alimentare con l’impegno civile e il coinvolgimento nel benessere della propria comunità, e rientra in un più ampio movimento che si sta sviluppando in tutto il Brasile, con persone e associazioni come Gastromotiva, che forma giovani chef e sostiene progetti di gastronomia sociale in tutto il paese. Nata nel 2006 a San Paolo e recentemente approdata anche a Rio, anche questa associazione ha fatto propria la visione della gastronomia come strumento di inclusione sociale e di integrazione nelle aree urbane più difficili.

L’America Latina sta vivendo un grande rinascimento gastronomico e non solo, e il Brasile è certamente in prima fila in questo processo. La presenza di Regina, di Gastromotiva, della rete di Terra Madre Brasile, sono la migliore speranza che la grande attenzione che verrà riversata qui nei prossimi anni, con due eventi di portata mondiale come i campionati mondiali di calcio nell’estate e le Olimpiadi nel 2016, possa davvero essere un’opportunità anche per coloro che normalmente non possono godere dei benefici di questi grandi appuntamenti. Regina è una grande scoperta, penso che sentiremo ancora molto parlare di lei!

 

(la Repubblica, 28 gennaio 2014)

di Lia Scalici

 

Questa mattina mentre consultavo il sito de Il fatto quotidiano mi sono resa conto che sulla fascia laterale, composta da considerazioni politico-economico-social-cultural-di genere ecc., raccolte da blog individuali, di queste ne erano riportate 33, ma solo 4 afferivano a delle donne con le seguenti considerazioni: una relativa ai rapporti sentimentali del presidente francese, una sul cinema, una su migranti e una su imprese no profit.

di Giovanna Pezzuoli

 

Disfare l’economia, come faceva lei

È una “rompiscatole”  piena di ironia: Ina Praetorius, teologa protestante svizzera, al Forum economico mondiale di Davos ha avuto una visione: ha immaginato Penelope che tesseva e disfaceva la sua tela sotto gli occhi di “banchieri spocchiosi e militanti del movimento antiglobale in stato d’ansia”. Perché è urgente e indispensabile ripensare l’economia in un modo nuovo. In particolare in un mercato in cui lo scambio è ormai solo fra denaro e denaro senza alcuna relazione con i bisogni reali. Se nell’attuale economia di mercato globale circa 25mila persone muoiono ogni giorno di fame, è evidente che il mercato come priorità assoluta dell’economia è destinato a fallire. Certo, si può rimuovere il problema quando si vive nelle roccaforti del potere lontano dagli slums. Ma uragani, ondate di caldo, inondazioni e nubi tossiche arrivano, alle volte, anche nelle ville dei più ricchi…

Così Ina Praetorius, autrice di saggi, docente di etica a Friburgo, casalinga e madre di una figlia, in Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, cerca di rimettere le cose al loro posto concependo il mondo come ambiente domestico. A partire proprio dalla radice greca di economia, oikos, ovvero la casa con i suoi abitanti, 7 miliardi di esseri umani, tutti ugualmente bisognosi e interdipendenti.

Ina Praetorius non è solo una teorica: ha guidato un movimento per salvare l’insegnamento dell’economia domestica nelle scuole svizzere, in nome di quella competenza dell’esserci che sembra mancare drammaticamente a chi governa il pianeta terra; nel 2013 ha fatto la campagna, sempre in Svizzera, per un reddito di base incondizionato, partecipando al Comitato nazionale che ha raccolto 120mila firme, sufficienti a indire il referendum. Da vera “rompiscatole”, è poi entrata in polemica con gli organizzatori perché durante un dibattito la tivù svizzera aveva concesso 72 minuti di intervento agli uomini e 3 alle donne.

Lunedì 27 gennaio Ina Praetorius, che nel 2012 ha pubblicato un prezioso libriccino intitolato Abc della buona vita, sarà a Milano, ospite dell’Agorà del lavoro, “piazza pensante” per incontrarsi, ribellarsi e progettare (viale D’Annunzio 15, ore 18,30/21). Un’occasione per discutere insieme sulla possibilità di un’azione politica che scaturendo dai desideri delle donne incida sull’economia e sul lavoro. Per capire come il pensiero radicale di Ina Praetorius possa modificare la realtà di tutti i giorni senza restare soltanto un’utopia, le abbiamo fatto qualche domanda.

Ci stiamo inabissando tutte/i in una crisi infinita. Come pensa lei che si possa rivoluzionare l’economia ripensando il mondo come ambiente domestico?
«Le crisi non sono una cosa piacevole. Ma sono inevitabili se ci si rifiuta di pensare a tutta l’economia. L’economia infatti, è azione collettiva, basata sulla divisione del lavoro, per soddisfare i bisogni umani. Quindi non comprende solo il mercato e lo Stato, ma anche il lavoro di cura non retribuito. Quest’ultimo, come è stato dimostrato, è addirittura il settore maggiore dell’economia.

Oggi finalmente si comincia a vedere che non esiste una “mano invisibile del mercato” – quasi divina – che regola tutto al meglio. Sono invece innumerevoli mani, soprattutto femminili, ad aver permesso per molto tempo il funzionamento del mercato presunto “libero”

Queste mani numerose ora diventano visibili, e ciò comporta degli spostamenti. In primis diventa evidente ciò che già Aristotele sapeva: quando il denaro si separa dal compito principale dell’economia, cioè dalla soddisfazione dei bisogni, diventa incontrollabile e distruttivo. Per questo motivo non dovremmo fidarci troppo dei soldi, ma piuttosto delle relazioni affidabili. E dovremmo fermarci e ripensare tutto da capo: di che cosa abbiamo veramente bisogno? Quali cose e attività sono sensate, di quali possiamo fare a meno? Qual è il senso di tutto?»

Perché la chiama economia della natalità?
«È partendo dai “nuovi arrivati” che si capisce meglio che il mercato non può essere il centro dell’agire economico. Che cosa se ne dovrebbe fare, un neonato, del denaro e del mercato? Chi di noi sarebbe sopravvissuto, da poppante, senza il lavoro non pagato, forse impagabile, di un essere umano quasi sicuramente di sesso femminile? Che cosa sarebbe il mercato senza persone sempre nuove, e sempre di nuovo bisognose?

Noi adulti, infatti, siamo tutti ex neonati, cioè dipendenti dalla cura fino all’ultimo respiro. Nello stesso tempo, siamo liberi di nutrire ciò che ci nutre. L’economia della natalità vede tutti gli esseri umani liberi nella dipendenza. Secondo questa idea, produrre beni, offrire servizi ecc. significa: restituire il dono che abbiamo ricevuto all’inizio della vita e che continuiamo a ricevere

Certo, esiste anche il livello strumentale: per esempio, un’imprenditrice deve fare profitto, i soldi fino ad un certo punto sono molto comodi. Ma questo è un fatto secondario. Il problema di questo ordine in via di estinzione è che mette al centro le cose secondarie, rendendo invisibili le cose principali: lo stato di bisogno di tutti, il senso della vita, la vulnerabilità del cosmo. L’economia della natalità rimette ordine nelle priorità a partire dall’inizio: l’essere nati».

Come si fa a tradurre nella vita quotidiana questa visione del mondo? Quali forme di impegno ritiene possibili oggi?
«Ci sono tante possibilità di agire. Io personalmente mi concentro sul lavoro teorico, cioè trovare/inventare parole nuove, nominare la realtà diversamente rispetto a quanto abbiamo imparato. E poi usare queste parole e visioni diverse pubblicamente e tenacemente. Se molte persone fanno così siamo già sulla buona strada. È molto importante, ad esempio, parlare pubblicamente e in modo esplicito della “dipendenza di tutti dal lavoro di cura”, invece dei vuoti dibattiti sul “forte” e sul “debole”. Poi ci sono azioni creative ormai praticate da tempo: Urban Gardening (orti in città), cooperative di vendita diretta di prodotti agricoli; nuove forme di convivenza, sperimentazioni con valuta alternativa, reddito di base, ecc. Chi frequenta i social media e si guarda intorno, capisce subito dove ci sono delle iniziative, dove si può partecipare…». (traduzione dal tedesco di Traudel Sattler)

E voi che cosa ne pensate? Credete che anche piccole azioni quotidiane possano contribuire a cambiare le cose? E che il concetto di “ambiente domestico” possa diventare un modello per la convivenza in tutto il mondo?