di Elena Stancanelli
Escono, per la casa editrice Voland, i Taccuini di Marina Cvetaeva (1919-1921). Due dei dodici quaderni, il settimo e l’ottavo. Un lungo diario che la scrittrice tenne dalla nascita della prima figlia, Alja, fino al 1939, due anni prima della morte. Cvetaeva si uccise, impiccandosi, il 31 agosto 1941.
Fu poeta e narratrice, ma le cose più belle Cvetaeva le ha scritte così, in quel limbo che sta tra pubblico e privato: lettere, diari, appunti. Deserti Luoghi e Il paese dell’anima (Adelphi) sono due libri immensi. Non sono neanche due libri, sono viaggi che non finiscono mai, manuali per attraversare la vita. Contengono più o meno tutto quello che c’è da sapere sull’arte e l’esistenza.
L’indice di Parla con lei su RSera
Nei Taccuini Cvetaeva racconta, come sempre, amore e poesia. Parla di Alja, la figlia adorata, di uomini e donne sfiorati, amicizie, desiderio. Quasi mai di Efron, il marito adorato del quale non ha notizie. Che poi raggiungerà a Praga, col quale si trasferirà a Parigi. Dopo aver combattuto nell’Armata Bianca, Efron diventerà un agente sovietico e finirà fucilato nel 1941.
Cvetaeva ha il dono dei grandissimi artisti, di stare affondata nella vita e insieme di saperla guardare da una distanza siderale. Abbastanza da capire tutto, come una stella che oggi sapesse già quello che verrà nei secoli prossimi. Io li trascriverei tutti, parola per parola, ma di tutta quella meraviglia vi lascio alcune frasi. Se non vi verrà voglia di uscire immediatamente e comprarli, è probabile che abbiate un sanpietrino al posto del cuore.
Nei guerrieri mi disturba la guerra, nei marinai il mare, nei sacerdoti Dio, negli amanti l’amore.
Potrei scrivere dei versi bellissimi – eterni! se amassi anche l’eterno come l’effimero.
Quando non ho più a cosa giocare, gioco alla virtù.
In amore ha ragione chi è più colpevole.
Marina Cvetaeva (Mosca 1982- Elabuga 1941).
(www.repubblica.it, 24 febbraio 2014)
di Panza Pierluigi
«Ci interessa la forma del limone, non il limone». In questa dichiarazione d’intenti del Gruppo Forma 1 – fondato nel 1947 con Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Perilli, Turcato e il futuro marito Sanfilippo – sta gran parte della poetica di Carla Accardi, l’artista siciliana scomparsa ieri all’ospedale Santo Spirito di Roma. Avrebbe compiuto 90 anni a ottobre. Cosa significa ci interessa la forma e non l’oggetto? Vuol dire che l’arte doveva essere Purovisibilismo e concentrarsi sulle potenzialità del rapporto tra forma e percezione, senza rappresentare la realtà. Forme, linee e colori erano sufficienti per esprimere i sentimenti, come tematizzato nel 1908 da Wilhelm Worringer (Astrazione ed empatia) e sintetizzato da Wassily Kandinskij in un celebre aforisma: «Il contatto dell’angolo acuto di un triangolo con un cerchio non ha un effetto minore di quello del dito di Adamo in Michelangelo». Nata a Trapani nel 1924, figlia di un ingegnere e di una proprietaria di saline, la Accardi fu pioniera del femminismo insieme alla scrittrice Carla Lonzi (la teorica della «differenza sessuale») e divenne la signora dell’astrattismo. Compiuti gli studi a Palermo e a Firenze – dove «andavo a copiare Beato Angelico» ricorderà ironicamente – si trasferì a Roma, dove iniziò a frequentare l’Osteria dei pittori, fonte d’ispirazione anche per il Barone rampante di Calvino. Esordì con la prima personale nel 1950 alla Galleria Numero di Firenze, poi espose alla Libreria Salto di Milano (dove era nato il Movimento arte concreta) opere cubiste-astratte, specie bicromie. A Roma (dove poi prese studio in via del Babuino) frequentò Consagra, che nella seconda metà negli anni Cinquanta era ospite di Renato Guttuso, paladino del Realismo e oppositore dell’Astrattismo. «Quando si formò il gruppo Forma 1 Guttuso si arrabbiò – ricordò la Accardi – e disegnò uno scarabocchio. Lui era comunista, ma a quel tempo anch’io ero iscritta al Pci. Lui sosteneva il figurativo perché lo voleva il partito». Dalla sinistra gli artisti astratti furono osteggiati: nel 1952 era uscito su «Rinascita» un articolo che sconfessava l’astrattismo (l’arte doveva essere «rispecchiamento della realtà») e Antonello Trombadori li prendeva di mira. Intanto, fuori dal coro, la Accardi incominciò ad affrontare problematiche di riduzione cromatica documentate dalla personale del 1955 alla Galleria San Marco di Roma, anno in cui partecipò, invitata da Michel Tapié, alla rassegna «Individualità d’oggi»: fu il suo periodo dell’automatismo segnico. Nel 1961 reintrodusse il colore nelle composizioni, aderì al Gruppo continuità e incominciò ad allestire personali a New York e Londra. Dal 1964 fu presente alle Biennali e iniziò cicli di opere che investigavano i rapporti con l’ambiente (Tenda e Triplice tenda). Realizzò anche Rotoli, opere trasparenti e grandi lenzuoli (realizzerà a Milano anche una copertura per un cantiere di restauro) con schemi geometrici ripetuti quasi ossessivamente. Fece opere a 360 gradi e lavorò con Burri e Rotella al Municipio a Gibellina. Nel 1999 venne pubblicato il catalogo ragionato delle sue opere (Charta, con testi di Germano Celant), che evidenziò anche rapporti con l’Informale e l’Arte Povera. Nel 2004 una grande mostra al Macro di Roma, a cura di Danilo Eccher, fu dedicata ai suoi anni Settanta, alle opere in sicofoil (un materiale industriale). Nel 2007 tenne una mostra nel museo progettato da Frank Gehry a Herford, intitolata Carla Accardi incontra Lucio Fontana. Commentandola, Achille Bonito Oliva rinveniva alcuni tratti definitivi della poetica dell’Accardi: un’adesione «affrancata dai condizionamenti» all’astrattismo con aperture in varie direzioni, tenendo fermo nella pittura il dato bidimensionale dello spazio, «lo sbarramento di ogni profondità prospettica» e un uso non materico del colore.
(Corriere della Sera, 24 febbraio 2014)
Angela Villani e Franca Longo, Saffo & Merini. Quando le muse parlano, Asterios 2013.
Libreria delle donne – Circolo della rosa – Sabato 8 febbraio 2014
Trascrizione dell’incontro a cura di Laura Minguzzi
Introduzione di Laura Minguzzi
Perché ho letto il libro Saffo&Merini di Angela Villani e Franca Longo e dopo averlo letto, ho deciso di farvelo conoscere? Prima di tutto perché parla della potenza trasformativa dell’amore e anche della sua fragilità. Poi perché anche a Vittoria Longoni, grecista e mia maestra di greco antico è piaciuto e questo è stato determinante. Io in realtà conosco ben poco della Grecia antica. Ho ripreso lo studio del greco dopo l’incontro con Vittoria a scuola, e dopo avere partecipato a una gita scolastica a Lesbo, che lei ha organizzato e guidato. Dopo questo viaggio a Metilene e nella Triade, ho deciso di realizzare il mio sogno di proseguire lo studio del greco, che avevo interrotto nell’adolescenza a causa dell’improvvisa malattia di mia madre. Un dispiacere anche per lei che, sostenendomi nelle mie passioni in modo incondizionato, mi aveva comprato il dizionario di greco con i suoi risparmi, perché all’epoca era costosissimo.E qui s’incrocia l’altra figura, Alda Merini, che ha avuto un destino umano-femminile simile a quello di mia madre, sperimentando come lei i manicomi, luoghi terribili e crudeli, soprattutto per le donne, che per fortuna grazie al femminismo e con la legge Basaglia sono stati chiusi. Il mio amore per lo studio allora prese giocoforza un’altra direzione. Questo libro, corredato di immagini a colori di Lesbo, del museo Orsi di Siracusa ecc., di elegante e finissima fattura editoriale, crea un ponte genealogico fra due donne, poete, scrittrici, presenti e pensanti nel loro tempo, che scrivono liriche d’amore e non solo. Politicamente dà conto di una forza femminile che agisce attraverso i secoli, generativa di libertà e intelligenza d’amore, per citare Margherita Porete, di cui oggi sentiamo enormemente il bisogno.
Chi sono le autrici?
Angela Villani e Franca Longo due insegnanti di Liceo: Angela, dopo aver insegnato al Liceo “Grassi” di Lecco per diversi anni, adesso insegna Italiano e Latino al Liceo Scientifico/Classico di Vimercate in provincia di Monza, Franca, in pensione dal 2009, da quando è arrivata in Lombardia da Treviso nel lontano 1974, ha sempre insegnato Latino e Greco al Liceo Classico prima “Zucchi” in quanto sez. staccata di Monza, poi diventato “Banfi” di Vimercate. Angela e Franca si sono conosciute al “Banfi” nel 2008.
Franca Longo dice di sé: “Mi è sempre piaciuto interessarmi, nei miei studi, delle figure femminili nella letteratura antica, soprattutto nel teatro greco e della collocazione della donna nell’antichità greco-romana, ma non ho fatto pubblicazioni se non un piccolo saggio su Antigone”.
Le attrici Paola Salvi e Sonia Grandis leggeranno in duetto alcune liriche:
Paola Salvi si diploma presso la Civica Scuola di Arte Drammatica del Piccolo Teatro di Milano. Prende parte in qualità di attrice a numerosi spettacoli, ricoprendo ruoli da protagonista e coprotagonista. Ricopre ruoli classici e contemporanei, comici e drammatici. Dal 2003 al 2005 ha tenuto un corso di teatro per persone con disagi mentali organizzato dal Reparto Psichiatria Ospedale di Niguarda di Milano. Da anni collabora con A.S.P.R.U.) tenendo un corso di Danzaterapia per la formazione di futuri terapeuti. Spazio Zazie di Milano.
Sonia Grandis: diplomata all’Accademia Filodrammatici di Milano, laureata in Storia del Teatro presso l’Università Cattolica sempre di Milano, attrice e regista specializzata in teatro musicale, insegnante di recitazione al Conservatorio “Verdi”.
Vittoria Longoni
Vittoria, grecista (ha pubblicato traduzioni e commenti fra cui Plutarco, Sull’Amore, ed. Adelphi), ha insegnato il greco antico al ginnasio-liceo e ora lo insegna alle-agli adulti, ha partecipato al femminismo fin dagli anni settanta, inizialmente soprattutto nel campo del sociale, dell’aborto e della contraccezione, poi ha partecipato a molte esperienze diverse dei movimenti delle donne; è socia e docente della Libera Università delle donne in modo continuo dagli anni ottanta e in quell’ambito ha tenuto alcuni corsi sul mondo greco, ma soprattutto molti corsi interattivi sulle creazioni letterarie e filosofiche delle donne. Ora fa parte anche del direttivo dell’associazione “La casa delle artiste Alda Merini”. Da sempre interessata alla dimensione politica e – dagli anni settanta – alla sua ridefinizione sulla base dell’autonomia e della libertà femminile. Queste sono le sue passioni, che ha coltivato da tutta una vita.
Michele Franzini, musicista e compositore jazz. Da anni si occupa di improvvisazione totale e questa sera ci proporrà intermezzi e sottofondi di improvvisazione totale.
SAFFO E NOI di Vittoria Longoni
Saffo è, per tutte noi, madre e maestra. Alda Merini ha letto i suoi frammenti nella traduzione di Quasimodo e fra poco sentirete quanto abbiano fatto parte di lei e come abbiano alimentato la sua poesia. Ma c’è un più generale “effetto Saffo”, per Alda e per tutte le donne che hanno incontrato la cultura greca o comunque risentito dei suoi portati e quindi avvertito, anche senza conoscere la poetessa di Lesbo, un effetto straordinario di incoraggiamento, di potenziamento della scrittura e del ruolo culturale delle donne, della creatività autonoma femminile e della relazione personale tra le donne. Saffo è la prima poetessa di cui conosciamo il nome, una parte della storia e una parte della produzione poetica (solo una minima parte, purtroppo). Che nella tradizione culturale della grecità, così incentrata sul maschile, ci sia un riconoscimento unanime della grandezza di questa parola poetica femminile, è un fatto che ha aperto possibilità a tutte noi. A Lesbo, tra il 630 circa e i primi decenni del VI secolo, c’era spazio per una pratica culturale, affettiva, erotica e sacrale delle donne tra di loro, almeno per quanto riguarda un’élite (il “tìaso” di Saffo). Donne che imparano e praticano tra di loro la poesia, la musica, la danza; la loro voce è autorevole nella comunità dell’isola, la loro amicizia non viene meno neppure quando le ragazze lasciano il “tìaso “ per andare a nozze: tra di loro continua, anche nella lontananza, un profondo legame di memoria, di affetto e di comunicazione, e le poesie ce ne danno testimonianza.. A queste donne i “doni della Pieria”, cioè i doni delle Muse, concedono una forma di permanenza ben oltre la morte. Il tìaso ha dato loro grazia, armonia, cultura, piena femminilità, ha consentito loro di riconoscere il proprio corpo e il proprio piacere nella relazione reciproca e nel rapporto con la “maestra” Saffo. Certo non è stata l’unica esperienza di questo tipo nel mondo greco, ma è l’unica di cui abbiamo così piena testimonianza, in un luogo (l’antica isola di Lesbo, affacciata al vicinissimo mondo orientale) e in un momento storico (a cavallo tra VII e Vi secolo) che dato uno spazio alle donne (almeno a quelle dell’aristocrazia) in una forma che non verrà replicata nella pur interessante e successiva esperienza della democrazia greca. Per questo Saffo sta, nella sua autorevolezza, nella sua grazia, come una grande figura di riferimento che ci aiuta ad autorizzarci reciprocamente nelle sue stesse direzioni. Saffo non esprime disprezzo o conflitto col mondo maschile: ha un padre e una madre, un marito e una figlia, almeno due fratelli, di cui si occupa e si preoccupa (anche i recenti ritrovamenti papiracei ci testimoniano le sue relazioni col fratello Carasso, che per amore di un’etera sta perdendo la testa e dilapidando il patrimonio familiare, e con il più piccolo, Larichos, ancora un ragazzo). Ha una figlia, chiamata Cleide, come la nonna, che costituisce il suo tesoro più prezioso. Come in un momento di miracoloso equilibrio, in lei non c’è ostilità o competizione col maschile, ma una piena a calma padronanza di sé e della propria voce. A volte compare la competizione con altre donne dell’isola, ma per stimolare tutte a crescere nella poesia e nella grazia del portamento. Il tema dell’amore-passione tra donne ha una indubbia centralità nella sua lirica, ma coesiste con l’espressione anche di altri amori e di altre tematiche.
A prima vista, sembra che tra Saffo e la Merini non ci sia nulla in comune. La poesia di Saffo porta, nella tradizione, il timbro di una grazia perfetta che sembra stridere col mondo angosciato e spesso degradato di Alda. Andando più a fondo, possiamo dire però che anche nelle liriche di Saffo c’è spazio per il dolore e il tormento nell’esperienza erotica, per i suoi tratti di follia. Ma l’eros resta comunque l’esperienza più vitale, la vera forza della natura che fa osare/sopportare tutto, la “belva dolceamara, indomabile” che va accolta nella sua potenza, invocando la dea Afrodite perché non sia distruttiva. Certo Saffo mette sempre in equilibrio i diversi aspetti della condizione umana, e femminile: se ci parla del suo degrado fisico di donna anziana, si consola però con la pratica della poesia e con l’invito a danzare rivolto alle ragazze, le cui ginocchia sono ancora agili come cerbiatti. La tradizione epica che assegna un destino tragico alla coppia di Andromaca e di Ettore non le impedisce di celebrare in uno dei suoi epitalami la gioia e lo splendore delle nozze tra i due mitici coniugi. I sentimenti di ostilità e di rivalità tra le donne vengono espressi senza che ciò sminuisca l’importanza centrale e creativa di queste relazioni. Nella poesia di Alda Merini, i riferimenti a Saffo sembrano costruire uno spazio di salvezza e di armonia: Alda cerca i fili d’erba nei cortili di Affori come l’antica poetessa greca va cercando fiori d’oro nei prati della sua isola.
Franca Longo
L’idea di tessere un dialogo atemporale che si servisse anche delle stesse parole delle due poetesse è nata in modo piuttosto casuale. Naturalmente, come insegnante di Greco, ho sempre amato e studiato la poesia di Saffo cercando di trasmetterne anche ai miei allievi e alle mie allieve tutta la sua profonda intensità; un giorno Angela mi parlò di come in quel periodo si stesse appassionando alla lettura di testi della Merini e di come l’avesse colpita il suo rifarsi a Saffo, vedendola guida e maestra della sua poesia. Non conoscendo a fondo la Merini, mi misi a leggerla anch’io e mi colpì proprio la poesia Saffo antica maestra e disperata/portatrice d’amore. Mi chiesi subito come la grandezza dei carmi saffici fosse arrivata ad Alda che non aveva studiato il greco (aveva frequentato, per volere dei genitori, l’Istituto Magistrale) e pensai che fosse avvenuto inizialmente attraverso il suo grandissimo e caro amico Salvatore Quasimodo, maggiore di lei di trent’anni. Anche la poesia di Erinna, poetessa greca del IV sec. a.C., alla quale nel libro è dedicata una breve sezione, le è senz’altro arrivata attraverso Quasimodo. Il poeta siculo-greco, come lui amava definirsi, affrontò gli studi classici tardi, quasi da autodidatta, raggiungendo però splendidi risultati nelle sue traduzioni. Personalmente ho sempre pensato che i lirici greci abbiano nella loro poesia qualcosa di antico e molto moderno assieme, forse è proprio l’essere arrivati a noi, come in gran parte anche Saffo, per tradizione soprattutto indiretta e quindi in modo così frammentario a renderne talora quasi “ermetica” la percezione, basti pensare appunto alla traduzione che ne fece Salvatore Quasimodo, sentendo i lirici molto vicini al suo poetare. Quando uscì nel 1940, non mancarono critiche da parte di alcuni filologi, ma questo è un altro argomento. Sappiamo che la traduzione poetica è un problema molto complesso, soprattutto quando è un poeta che traduce un altro poeta.
Alda è pienamente cosciente del fatto che non potrà mai raggiungere il suo modello, ma si sente a Saffo particolarmente vicina. A convincerci di questa vicinanza, oltre alle poesie dedicate alla sua “antica…grande e inutile maestra” furono soprattutto delle “riletture” che la poetessa milanese fece dei frammenti Saffici. Trovammo in una bibliografia notizie di un’opera in copie limitate della Casa d’Arte Colophon, L’uovo di Saffo. Si tratta di un’opera scultoria di Enrico Baj, composta di legno e uovo di struzzo, che contiene cinque frammenti di Saffo riletti da Alda Merini stampati su fogli di papiro originale egiziano. Il titolo e la forma della scultura derivano da due dei frammenti contenuti, il fr.167 L.P., riportato nel libro, e il fr.166 Voigt (non riportato) dove Saffo parla dell’uovo di Leda: Raccontano che un giorno Leda trovò un uovo colore del giacinto, chiuso… (si allude al mito della nascita di Elena), così riletto da Merini: …e nella terra sofisticata piena di humus di terrore/ Leda scoprì l’uovo l’amore e la piuma del suo incantesimo. L’editore bellunese Egidio Fiorin ce ne fornì gentilmente le copie fotografiche, dandoci il permesso di pubblicarne il testo. La Merini, comunque, rivisitando Saffo fa delle nuove poesie tutte sue, dove l’intensità dei sentimenti diviene fortissima. Ella, certo, sente Saffo in modo del tutto personale anche attraverso la mitizzazione che se n’è fatta nelle epoche successive.
A me è toccato dunque il compito di scegliere, tradurre e analizzare i frammenti di Saffo che si potessero collegare alle poesie di Alda che Angela andava via via scegliendo e analizzando. Avvicinare donne tanto lontane nel tempo potrebbe sembrare strano, ma, pur nella dolcezza e nella sicurezza del suo Tiaso, la poetessa di Lesbo ha intriso i suoi versi di quell’intenso, smisurato e tutto femminile bisogno di bellezza e d’amore che ha poi ispirato tantissimi poeti. Tradurre non è compito facile e soprattutto tradurre ciò che è già stato tradotto da moltissimi altri, e da grandissimi, nel corso dei secoli. Oltre a Quasimodo, sono rimasta particolarmente colpita dalla traduzione che di Saffo ha fatto il poeta greco Odysseas Elytis. Nel nostro libro ne ho riportato, rendendolo poi in italiano (quindi traduzione della traduzione!) solo un carme, quello famosissimo della passione amorosa, il fr.31. Quella di Elytis è una traduzione endoglossa, cioè nella stessa lingua, è un processo di mediazione che potremmo definire “intraculturale”, nell’ambito dello stesso codice espressivo; egli, sentendosi cugino della poetessa, perché originario della stessa terra d’Eolia, si permette di operare un gioco arbitrario di collage con i frammenti pervenutici e lo può fare perché, come dice lui, lavorano con gli stessi concetti, quasi con le stesse parole: con il cielo, il mare, il sole, la luna, le piante, le giovani ragazze, l’amore…Egli parla così di Saffo come una sua contemporanea e una sua conterranea, è creatore e ricreatore di poesia come lo è poi anche Alda.
Personalmente, ho cercato di tradurre Saffo in modo semplice e fedele, curando la scelta dei vocaboli e la loro posizione nel verso, ma senza aggiungere o togliere niente; ovviamente non potevo non tener conto delle diverse integrazioni che mi costringevano a operare delle scelte anche filologiche che potevano essere condizionate da studi e reminiscenze di altre traduzioni, però questo non vuole assolutamente essere un lavoro per grecisti, ma semplicemente per chi ama come noi la poesia. La poesia di Saffo così universale e capace di parlare ancora al cuore di noi uomini del XXI secolo può essere capita appieno solo se la si inserisce nell’ambiente in cui è nata, il Tiaso: ha infatti sì una dimensione soggettiva, ma anche una forte valenza sociale. Saffo non componeva per il pubblico panellenico dell’epos e nemmeno per un pubblico più o meno indiscriminato, ma per il suo tiaso, dove le sue odi venivano eseguite in occasione di celebrazioni comuni. Il tiaso era una comunità tutta femminile in cui la dimensione pedagogica, erotica e religiosa si fondevano insieme in un modo per noi molto difficile da comprendere. Ancora una volta mi ha colpito il termine greco usato da Elytis nella prefazione al suo libro ΣΑΠΦΩ : egli parla, per l’educazione delle fanciulle, di μετεκπαίδευση, cioè “perfezionamento” e, nella “casa” di Saffo, andavano le fanciulle più evolute dell’isola ed anche delle vicine isole o dell’Asia Minore per perfezionarsi nella danza, nel canto, nella poesia, nei comportamenti raffinati che le avrebbero immesse nel loro ruolo di donne e giovani spose nella società “bene” dell’epoca.
L’amore assume dunque in Saffo una sacralità profonda che lenisce, ma non annulla il tormento interiore, inoltre il paesaggio, il locus amoenus che fa da sfondo assume tutti i meravigliosi colori della sua isola.
All’inizio ho accennato a Erinna, poetessa del IV sec. a.C., alla quale nel libro è dedicata una breve sezione. Alda Merini, infatti, non so se cadendo nell’errore di chi la crede contemporanea di Saffo, le dedica una poesia dal cui testo, del resto piuttosto criptico, si evince come Alda parlando di Erinna pensi in realtà anche a se stessa, sia lei che Erinna, infatti, sono state soccorse da Saffo, sostenute, come ha scritto Angela, con un asse divino e baricentrico e le tre poetesse possono appunto divenire “anime dialoganti” in un lungo percorso genealogico.
Poche parole su Erinna: Si credette per un certo tempo nell’antichità che fosse di Lesbo e contemporanea di Saffo (v. in copertina il dipinto del preraffaellita Salomon), perché così riferiva il Lessico bizantino di Suida del X sec. d.C., in realtà quasi sicuramente proveniva dalla piccola isola di Telos (oggi Tilos) vicina a Rodi (ambiente dorico). Anche su Erinna le notizie sono in parte storiche e in parte leggendarie e, del resto, molto scarse. Morta a diciannove anni? Al v.37 del poemetto La conocchia, Erinna parlando di sé dice ἐννεακαιδέκατος (ἐνιαυτός), quindi avrebbe scritto l’epillio a diciannove anni; la notizia della morte sempre a diciannove anni secondo molti studiosi sarebbe però una “distorsione della verità” dovuta al fatto che non si avevano notizie di una sua attività poetica posteriore alla Conocchia. In tale opera, di cui rimangono solo una cinquantina di versi piuttosto lacunosi, la giovane poetessa parla dell’amica Baucide, compagna di giochi, morta lo stesso giorno delle nozze, bellissime sono le immagini legate all’infanzia, alle bambole, ai dolci preparati dalla mamma. Un epigramma anonimo del IX libro dell’ “Antologia Palatina” così la descrive:
E’ di Erinna questo lesbio favo:
una piccola cosa, ma completamente intrisa
del miele che viene dalle Muse.
I suoi trecento versi sono pari a quelli di Omero,
sebbene fosse una vergine di diciannove anni;
lei che, dedita al servizio delle Muse, per timore della madre,
attendeva alla conocchia e al telaio.
Se nella lirica Saffo è superiore ad Erinna,
così Erinna supera Saffo negli esametri.
A.P. IX, 190
Come sentiamo, qui la poesia della fanciulla è paragonata ad un favo, poesia dunque come lavoro dell’ape, l’ape nel mondo antico è simbolo di poesia, ma anche di laboriosità e di “sapere femminile” e il favo viene costruito, “tessuto”. Il termine “tessere” per i favi viene usato da autori antichi come ad es. Senofonte nell’Economico, opera che, come ben si sa, parla anche dell’educazione della giovane moglie da parte dell’uomo; la donna deve sovrintendere ai lavori dell’ οἶκος come l’ape sovrintende alla costruzione dei favi, e Senofonte usa il verbo ἐξυφαίνω, cioè tessere, intessere. Erinna dunque tesse versi così come tesse al telaio.
Angela Villani
Il topos dell’ape si ritrova anche nel mondo della Merini; Alda si definisce un’ape furibonda, vi è inoltre una poesia da lei scritta intitolata Ape regina:
Accarezzami musica
scorri su me come acqua d’argilla,
scorri sulla mia bianca pietà:
io sono innamorata di un aedo,
sono innamorata del cosmo tutto,
sono piena d’amore
sono l’ape regina
col ventre gonfio dei due golfi perfetti,
dolcissimo chiaro preludio
a una polluzione d’amore.
L’uomo scorre sulle mie bianche viscere non s’innamora mai
perché sono accademia di poesia.
E’ lei l’ape regina, la madre fertile che dispensa il dolce miele della poesia, una musica lieve e delicata che si tinge di sonorità cupe e disperate. Alda sembra incontrare Saffo nel percepire l’amore come “ un dolceamaro tormento”, dal momento che l’amore è simultaneamente attesa che culmina nell’acme e ineluttabile declino. L’amore è una leggera brezza e violenta bufera che travolge ogni cosa e la poetessa fu folle d’amore (è questa l’espressione che meglio la rappresenta) ma, come scrive Nietzsche, occorre avere un po’ di caos in sé per partorire una stella danzante. Sono rimasta affascinata dalla parola poetica di Alda ed anche dalla sua personalità; ebbe una vita costellata di tanti drammi ma rimase sempre presente in lei la ricerca d’amore, la necessità di ricercarlo sempre ed ovunque, un’ossessione che non l’abbandonò mai, neppure in vecchiaia e si manifestò anche in quei periodi bui della sua esistenza, nei lunghi internamenti in manicomio, dove conobbe l’inferno e la disperazione ma anche la solidarietà e la vicinanza con gli altri diversi e diseredati, in una comunità certo non paragonabile alla serenità del tiaso ma dove vi era una forte coesione dovuta alla paritaria sofferenza. Tutta la produzione meriniana scaturisce da ciò che la poetessa vive, dalla sua esperienza concreta, mentale e soprattutto dal suo specifico stato d’animo, che le fa da lente con cui osserva il mondo; e l’occasione è per lei la vita stessa, la sua sola fons autentica, la vita sofferta e vissuta. Alda si è sempre definita profondamente cristiana ma il suo considerare e vivere l’amore, la sua condizione di follia, il suo modo di operare non la fanno poetessa cristiana. “Che cristiana son io ma non ricordo dove e quando finì nel mio cuore tutto quel paganesimo che vivo”, si può quindi parlare di un misticismo amoroso’, una perfetta fusione tra istinto erotico e vocazione religiosa, tra Eros e Deus che si manifesta in una poetica osssimorica e tradisce un tentativo di colloquiare col divino senza però riuscire a trovare un’unità con esso. Nella sua produzione vi sono sprazzi di levità di fanciulla che ho voluto sottolineare ma anche rimandi ai drammi di “ un torturato e pesantissimo cuore.” Nascere il 21 marzo a primavera è stato forse un segno del destino: la primavera è pazza e scriteriata proprio come Alda. Il manicomio è stato una scuola di formazione: Alda sepolta viva rinasce per poi prendere la propria strada. Nel manicomio non si sente il tempo, non si aspetta nulla e chi ne è uscito, si sorprende nel ritrovarsi vivo. Come amava dire Alda, anche il demonio si è commosso facendola ritornare a vivere e permettendole di ritrovare nella vecchiaia una prospettiva privilegiata da cui contemplare ed accogliere la vita sempre come un dono la cui forza propulsiva non è solo l’amore ma soprattutto il dolore. Poetare è opporsi al male, al silenzio assordante che percepì in manicomio, luogo per antonomasia di esclusione, di contenzione e di afasia. E ”lì spirano venti che ti entrano dalla bocca e non ti fanno più cantare” La Merini, nell’ultima parte della sua vita, divenne un fenomeno mediatico, numerose le sue apparizioni in televisione a partire dal 92. Nelle interviste, Alda apporta i suoi slanci, l’entusiasmo tipico dei giovani e confessa se stessa non senza mitizzare alcuni episodi della sua vita. Ha un modo tutto suo di rispondere o meglio di non rispondere alle domande: si esprime in maniera sibillina, le sue parole e la capacità affabulatoria affascinano il vasto pubblico ma al tempo stesso dividono coloro che la amano e quelli che ritengono che i suoi versi siano ben poco poetici, ma il fascino della Merini consiste proprio in questo: le sue parole sia quelle pronunciate che quelle scritte suonano come responsi oracolari e rimandano a verità profonde, al trascendente, all’ineffabile. Il poeta è da Alda definito un parafulmine, che sente l’energia cosmica e la riversa nei versi. Occorre essere un po’ folli, impazzire per non capire più niente, provare una sorta di spaesamento per sapere ascoltare con animo puro, attraverso la poesia, gli altri. Fare poesia significa difendere l’umanità, significa amare chi non meriterebbe niente e Alda ha amato chi non la ricambiava e comprendeva. Il poeta è osservatore dei tempi, è operaio di pensiero come ripeteva lo stesso suo amico Quasimodo, è l’unico che reclami il tempo da dedicare al sogno. I poeti lavorano di notte, nel loro silenzio fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle. Le stesse collaborazioni artistiche con Milva e Giovanni Nuti confermano come poesia e musica siano vasi comunicanti. La poesia di Alda non può eludere il confronto con la musica (come anche la lirica antica) e Alda si impone non solo nella veste di Sibilla che elargisce la verità in maniera misteriosa ma di Sirena, colei che incanta con la voce. Al telefono detta ai suoi amici più cari i versi, che compongono un canto senza ripensamenti che si avvale degli strumenti della comunicazione. La caratteristica dell’oralità è la scrittura sull’acqua, sulla sabbia e la voce è l’inchiostro di quella scrittura ma l’oralità fu presente anche nel mondo dei classici. Gli stessi aedi erano i cantori che intonavano, accompagnandosi con la cetra, canti che glorificavano le gesta degli dei e degli eroi e la cui missione consisteva nel mantenere vivo nella memoria dei posteri il ricordo delle imprese passate. E come non ricordare la figura della ninfa Eco che si consumò d’amore per Narciso sino a ridursi a una voce senza corpo? E noi abbiamo immaginato Saffo e Alda ormai vecchie parlare di figlie, di ricordi, di attese, di nozze, di fiori, di stelle e di luna e ragionare d’amore. Il loro è un tessere e un ragionare tutto al femminile. Adesso diamo voce proprio alle due poetesse.
Segue lettura delle attrici Sonia Grandis (Saffo) e Paola Salvi (A. Merini) di brevi parti del dialogo accompagnate da alcune liriche, con accompagnamento musicale di Michele Franzini.
di Ombretta De Biase
Olympe De Gouges è tuttora pressoché ignorata dai libri di storia e ricordata negli ambienti del femminismo europeo soprattutto per la sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina scritta nel 1791, in realtà la sua vita di drammaturga e i suoi scritti, agiti in perfetta simbiosi, testimoniano che, in largo anticipo sui suoi tempi, espresse un complesso pensiero socio-politico, peraltro oggi acquisito da tutto il mondo occidentale.
Nata il 7 maggio a Montauban, un paese del sud della Francia, come Maria Gouze figlia di Anne Olympe Gouze e del marchese di Pompignan, da cui però non fu mai riconosciuta, poco meno che ventenne arriva a Parigi con un figlio e qui, ispirandosi al nome della madre, cambia il suo in Olympe De Gouges. Grazie alla sua vivace intelligenza e alla sua bellezza si fa strada come femme galante negli ambienti mondani ma poi opta per quelli intellettuali dove viene ammirata per le sue indubbie qualità di drammaturga ma anche velenosamente attaccata perché non ha una cultura adeguata. Intorno al 1780 scrive: la letteratura è per me una passione che sfiora il delirio, una passione che mi occupa costantemente e che ha le sue inquietudini, i suoi allarmi, i suoi tormenti, come l’amore. Nel 1788 la Rivoluzione è alle porte e lei vi aderisce totalmente fin dai suoi prodromi. Inizia così un’intensa attività politica che fa confluire anche in quella teatrale: io sono la mia opera, scrive. Con le commedie, diffonde pamphlets, Progetti utili e salutari, manifesti che a volte affigge personalmente agli angoli delle strade, lettere aperte alle donne, al popolo, al re, alla regina, a Marat e Robespierre… Eleva la sua voce in favore di tutte le componenti più deboli della società: le donne e i tanti derelitti di quei tempi. Propone alla Convenzione una sorta di welfare ante-litteram in cui delinea la struttura di leggi per la protezione della maternità e dell’infanzia, per introdurre il divorzio, per l’abolizione della schiavitù, per la tutela dei vecchi e dei malati, per l’abolizione della pena di morte… Scaglia i suoi strali anche contro le donne che si servono della bellezza e della seduzione per gli intrighi di potere: Svegliati, donna! Schiavitù e dissimulazione ci toccò in sorte! Riscopri i tuoi diritti! La campana della ragione sta suonando anche per te, e in merito aggiunge: se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente quello di salire alla tribuna. Nel 1791, in polemica con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, pubblica, dedicandola a Maria Antonietta, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina in cui vuole sottolineare il fatto che la prima non riconosce i diritti basilari, fra cui il voto, dell’altra metà dei cittadini.
Olympe non è il tipo della proto-suffragetta bensì una donna di teatro a tutto tondo nel senso che espone se stessa senza remore o falsa modestia: l’impronta del genio è in tutte le mie produzioni, senza moralismi e con equanimità, rifiutando cioè ogni deviazione ideologica. Infatti, benché frequenti i girondini, dichiara: Io non conosco alcun partito: il solo che mi interessa davvero è quello della mia patria, e continui sono i suoi appelli perché si accantonino gli spiriti di parte e si operi solo per il bene comune. Si dichiara una convinta repubblicana ma non esita a difendere la vita Luigi XVI che lei considera solo un pover’uomo, un inetto travolto da eventi più grandi di lui: per uccidere un re non basta far cadere la sua testa: un re è morto veramente solo quando non sopravvive alla sua caduta. La clemenza onora sempre i vincitori.
All’avvicinarsi della guerra predica la pace e difende la Costituzione che definisce una delle grandi meraviglie del mondo. Alla fine del 1792 attacca violentemente il miserabile Marat e definisce Robespierre l’abominio, l’esecrazione della Rivoluzione, responsabili entrambi di una criminale guerra al genere umano. A questo punto è chiaro che la sua morte, da lei prevista con largo anticipo, è ormai inevitabile. Il pretesto è un pamphlet in cui Olympe propone alla Francia di scegliere, con libere elezioni, fra tre forme di governo: repubblicano, federale e monarchico. Accusata di essere una “sovversiva” per aver proposto altre forme di governo oltre l’unica ammessa dalla Rivoluzione, cioè la repubblicana, viene arrestata il 6 agosto 1793 e condotta davanti al tribunale del popolo. Dopo un processo-farsa durante il quale le viene negato persino un avvocato con la frase sarcastica: avete abbastanza spirito per difendervi da sola, è ghigliottinata il 3 novembre 1793.
Olympe de Gouges è una figura potente ed emblematica del femminismo occidentale e va di diritto inserita nel vasto panorama storico delle grandi donne di ogni tempo. Come molte di loro, assunse su di sé la responsabilità delle proprie idee e per questo non esitò ad affrontare la morte pur di tenervi fede. Sta quindi a noi, donne del XXI secolo, valorizzare, raccogliere e perpetuare la sua eredità.
(Ombretta De Biase, www.libreriadelledonne.it, 22 febbraio 2014)
Care tutte mi ha risposto Katja Samutzevic, a cui avevo chiesto una sua lettura degli ultimi fatti e delle ultime dichiarazioni di Nadja e Mascia, apparse sulla stampa. Non sono buone notizie… Mi sono rattristata!!
Laura Minguzzi
Ecco la mail originale di Katja e la traduzione (17-2-2014):
Ciao Laura!
Sì, in effetti Nadja e Mascia si sono impegnate in politica in modo diretto, non si occupano più d’arte e hanno intenzione di occuparsi dei diritti dei prigionieri, non solo di quelli politici. Purtroppo hanno abbandonato l’arte e il gruppo. Adesso non sono in contatto né con me né con altre del gruppo. Abbiamo provato a metterci in comunicazione con loro dal momento in cui sono state liberate, ma non è stato possibile in nessun modo. Adesso per noi è diventato chiaro che non desiderano comunicare con noi. Io non me ne vado da nessuna parte, il gruppo è ancora molto numeroso, adesso noi stesse stiamo cercando di orientarci nella nuova situazione, dato che ogni giorno Nadja e Mascia parlano molto di noi, per esempio, che il gruppo non è mai stato separatista, femminista e di sinistra e a noi capita di rispondere a domande di giornalisti stupiti, cercando di spiegare che non è così. Nadja e Mascia adesso stanno semplicemente cominciando la loro carriera politica e cercano di utilizzare l’immagine del gruppo per i propri scopi, mettendo nei loro discorsi l’ideologia e la storia del gruppo al servizio dei loro nuovi impegni. Naturalmente fanno questo con le migliori intenzioni, io non ho nessun tipo di risentimento verso di loro, ma adesso noi non sappiamo come fermare la graduale sostituzione della storia del gruppo dovuta al comportamento e all’intervista di Nadja e Mascia. Ora la situazione è un po’ complicata. Spero che riusciremo a superare questa difficoltà.
Лаура,
привет!
Да, действительно, Надя и Маша занялись чистой политикой, ушли из искусства и собираются заниматься правами всех заключенных, не только политических. К сожалению, они покинули искусство и группу ПР. Они не общаются ни со мной ни с другими участницами. Мы пытались с ними связаться с момента их освобождения, но никакого результата не добились. Сейчас уже стало ясно, что они в принципе не хотят общаться с нами.
Я никуда не ухожу, в группе еще много участниц, сейчас мы сами пытаемся сориентироваться в ситуации, так как каждый день Надя и Маша говорят много о нас, например, что группа никогда не была сепаратистской, феминистской и левой, и нам приходится отвечать на вопросы удивленных журналистов, объясняя, что это не так, Надя и Маша сейчас просто начинают свою политическую карьеру и пытаются использовать образ группы в своих чисто карьерных целях, заменяя в своих речах идеологию и историю группы под их новые задачи.
Конечно, они это делают из лучших побуждений, у меня нет каких-то обид против них, но сейчас мы не знаем как остановить постепенное замещение истории группы поведением и интервью Нади и Маши. У нас сейчас сложилась непростая ситуация. Надеюсь, мы ее преодолеем.
Mail di Laura Minguzzi a Katja (17-2-2014):
Ciao Katja!
Come va? Come stai? Io e altre amiche desidereremmo molto conoscere la tua opinione sulle ultime novità che riguardano il gruppo delle Pussy Riot. Dopo la liberazione di Nadja e di Mascia nella stampa e in televisione scrivono e mostrano che loro due hanno lasciano il gruppo e in futuro si occuperanno dei prigionieri politici e inoltre avrebbero intenzione di partecipare alle prossime elezioni per entrare in parlamento!! Noi non riusciamo a comprendere il loro comportamento. Katja, aiutaci a decifrare i loro gesti. A proposito qual è la tua attuale situazione? Che cosa stai facendo in questo periodo? Tu sei ancora nel gruppo delle Pussy? Raccontaci tutto, a noi interessa molto. Ti mando un saluto da parte di tutte!
Ti abbraccio e aspetto la tua risposta.
Priviet Katja!
Kak dela? kak ty zhiviosch? My s drugimi podrugami ocegn’ chotieli by uznat’ schto ty dumaiesch o posliednich novostjach gruppy Pussy Riot. Poslie osvobozhdienja Nadij i Masci v pressie i po televisoru pischut i pokazyvajut schto ogni pokidali gruppu i budut zanimat’tza politiceskimi zakljucionnymi. K tomu zhe ogni namerieny ucjastvovat’ v vyborach i vojti v dumu!! My ne mozhem nikak pognjat’ ich povedienie. Pozhaljusta Katja pomogi nam razobrat’za vo vciom etom. Mezhdu procim kakaja u tibja ostanovka? Ciem ty sejcjas zanimaieshsja? Ty iscio v gruppie Pussy Riot?
Rasskazhy , nam ocegn’ interesno. Peredam ot vsiech bol’schoj priviet!
Obnimaju kriepko i zhdu tvoievo otvieta
CONTRIBUTI PER VIVERE IL TEMPO PRESENTE
Corso di formazione tenuto dalla teologa ANTONIETTA POTENTE
Rivisitare la politica, rivisitare l’economia e i suoi addentellati e insieme, il desiderio di rielaborazione degli humus esistenziali più segreti di ciascuno. Sembra essere questa l’esigenza di tante donne e uomini oggi. Ricerca di un contributo per portare avanti la vita scoprendo nuove coordinate, equilibri individuali e sociali differenti. In questa prospettiva, è importante rivisitare anche il senso più profondo di quei patrimoni spirituali che, volenti o nolenti, già esistono e hanno segnato per lunghi secoli il corso della storia dei popoli e delle loro costruzioni culturali ed esistenziali. Rivisitazione, riscatto e liberazione di quelle antiche esperienze, nate dallo spirito e dalla creatività umana, ma troppe volte coperte da paradigmi culturali di genere, strategie di potere e interessi economici.
Il corso si tiene a VERONA presso: Associazione Aspasia di Mileto
in vicolo S. Fermo in Cortalta 4
5 marzo 2014 – ore 20,30 Al principio era lo spirito: ricominciare dall’humus delle religioni
12 marzo “ Spirito e Storia: evoluzioni, rivoluzioni, rivelazioni (1a Parte)
19 marzo “ Spirito e Storia: evoluzioni, rivoluzioni, rivelazioni (2a Parte)
26 marzo “ Itinerari dello Spirito nelle Religioni (1a Parte)
2 aprile “ Itinerari dello Spirito nelle Religioni (2a Parte)
9 aprile “ Itinerari dello Spirito nella tradizione indoeuropea: il Cristianesimo
16 aprile “ Lettura, ascolto e interpretazioni di alcuni testi (1a parte)
23 aprile “ Lettura, ascolto e interpretazione di alcuni testi (2a parte)
INFORMAZIONI:
COSTO COMPLESSIVO DELL’ISCRIZIONE: 100,00 euri.
. Il corso non si attiverà se le iscrizioni saranno meno di 20.
. Massimo delle iscrizioni accettate: 35.
È possibile iscriversi all’inizio del corso, purché vi sia
disponibilità di posti.
. Si deve prenotare l’iscrizione telefonando a: 320 8672881 349 5205379
Il corso è promosso da: ASPASIA – Associazione per la consulenza filosofica di trasformazione
in collaborazione con il Circolo della Rosa di Verona
29 e 30 MARZO 2014 – ROMA
Casa internazionale delle donne – Via della Lungara, 19 – ROMA
CHI CONVOCA IL CONVEGNO:
– RETE DELLE CITTÀ VICINE
– ASSOCIAZIONE “AUTORITÀ FEMMINILE NELLA POLITICA”
– MAG SERVIZI VERONA
ORIENTAMENTO PROPOSTO PER LA DISCUSSIONE COMUNE:
SOVRANE. L’AUTORITÀ FEMMINILE AL GOVERNO di Annarosa Buttarelli (Il Saggiatore ed.)
In continuità con l’incontro molto partecipato Ci prendiamo la città dello scorso anno, convochiamo il convegno della rete delle Città Vicine insieme all’associazione “Autorità femminile nella politica” e MAG servizi Verona, per accogliere, discutendolo l’invito contenuto nel lavoro di Annarosa Buttarelli Sovrane. L’autorità femminile al governo. Attraverso la documentazione di esperienze storiche e contemporanee, l’autrice scommette sulla sovranità femminile come sull’unica possibilità esistente nel mondo contemporaneo per provare a rigovernare il mondo. Rigovernare è un verbo amato dalle donne ed è perfetto per indicare un possibile cambio di civiltà, in cui si smette di accontentarsi delle riforme che riconfermano e appesantiscono ulteriormente l’esistente. Nel libro viene ribadito con argomenti nuovi che l’assetto dato all’economia, alle convivenze, alle culture dominanti ecc. non è inesorabilmente l’unico possibile. Spostando lo sguardo verso un altrove già realizzato varie volte nella storia e qui intorno a noi, si vede con chiarezza che la sovranità femminile appoggia su fondamenti ben differenti da quelli utilizzati dall’età moderna nella tradizione istituzionale, sia monarchica che repubblicana.
Nel libro di Annarosa Buttarelli ci sono nuovi fondamenti per un ripensamento dell’azione politica del “rappresentare”, per il governare, per orientare nuove relazioni tra uomini e donne. C’è anche l’intuizione di un nuovo profilo della democrazia alla condizione che il “popolo” e le “donne” trovino il punto di intersezione per un destino che, nella storia, è stato loro comune. In Sovrane c’è anche l’invito – che noi raccogliamo – alle amministratrici locali di assumersi tutta l’autorità della loro sapienza differente di governo, in modo che possano fare un passo avanti, d’autorità, e si liberino dalle strette dei partiti e dalla corruzione in cui sta morendo la politica istituzionale e la gestione del potere.
Ci troviamo con la speranza che la discussione comune dia forza, idee e pratiche alle donne che hanno passione per la politica e agli uomini che non ne possono più di essere ricacciati ogni giorno indietro da altri uomini affamati di potere, di soldi, di corruzione.
Forse si è ripresentato il momento, il kairòs, che offre la possibilità di una ripresa del “movimento delle amministratrici” che ci sorprese negli anni ’90 e la cui storia è narrata in Sovrane. Vogliamo provare a vedere se ci sono le condizioni, i desideri e la forza necessari per riprendere il cammino con un inedito passo avanti.
Le pratiche politiche dei movimenti attuali, i fermenti, le creazioni sociali e politiche, i nuovi immaginari del cambiamento, i desideri costituenti, le indignazioni, le occupazioni, le imprese sociali… sono tutte buone pratiche che molte di noi, insieme a compagni di strada, stanno seguendo e realizzando, come si può vedere anche negli atti del convegno Ci prendiamo la città (Roma, 23 marzo 2013), pubblicati nel n. speciale di «AP autogestione e Politica Prima: periodico di Azione Mag», luglio-dicembre 2013. Desideriamo intrecciare tutte queste esperienze e orientarle saldamente nella politica delle donne, la radicale politica della differenza sessuale che propone l’autorità femminile come pratica di governo senza la necessità di avere potere, ma non respingendo il desiderio di donne di mostrarne un uso del tutto contingente e impersonale.
INFORMAZIONI PER PARTECIPARE
Il Convegno inizia sabato 29 marzo alle ore 19.30 incontrandoci e discutendo intorno all’aperitivo e alla cena (complessivi 10 euro), alla Casa internazionale delle donne. L’inizio dei lavori domenica 30 sarà alle ore 9.30. Il convegno si chiuderà alle 17.30.
Ci sarà la pausa per il pranzo che verrà proposto con la modalità self service nel ristorante della Casa internazionale delle donne.
La partecipazione al Convegno prevede un contributo di 5 euro pro capite per coprire le spese dell’affitto della sala.
Per altre informazioni rivolgersi a :
Anna Di Salvo lacittafelice@libero.it, 3332083308
Mirella Clausi mirellacla@gmail.com, 3284850943
Marta Alberti, Loredana Aldegheri, Pinuccia Barbieri, Gian Piero Bernard, Rita Borgioli, Graziella Borsatti, Bianca Bottero, Pia Brancadori, Annarosa Buttarelli, Alessandra Casarini, Luisa Cavaliere, Marco Cazzaniga, Stefano Ciccone, Mirella Clausi, Luisella Conti, Antonella Cunico, Carmina Daniele, Alessandra De Perini, Daniela Dioguardi, Anna Di Salvo, Gianni Ferronato, Franca Fortunato, Maria Teresa Giacomazzi, Maria Luisa Gizzio, Clara Jourdan, Antonietta Lelario, Giannina Longobardi, Franca Marcomin, Pia Mazziotti, Giusi Milazzo, Laura Minguzzi, Paola Morellato, Nadia Nappo, Oriella Savoldi, Mariella Pasinati, Paola Pattaro, Morena Piccoli, Anna Potito, Serena Procopio, Liliana Rampello, Katia Ricci, Mauretta Rigo, Ada Maria Rossano, Adriana Sbrogiò, Lina Scalzo, Nunzia Scandurra, Luciana Talozzi, Marina Terragni, Biagio Tinghino, Desiré Urizio, Luana Zanella, Silvia Zanolla
Udite! Udite!
È data notizia alle domine atque i messeri de lo reame tutto che est uscito sulla rete magica dagli alchimisti denominata internet, lo quarto numero dello foglio scritto et illustrato Aspirina. Opera ricca et somma, prodotta da una brancaleonesca armata, est pronta a curare a suon di risa (et qualche dolore) umori neri. La cerusica ne raccomanda l’assuntione di non meno una per ogni stagione!
In codesto numero vi sarà data creanza di trovare vignette atque illustrazioni sul laboro, laboro duro et malpagato quali serve della gleba, laboro di volontarie corvée, laboro solamente immaginato come visione dello paradiso. Dame somme si sono cimentate in codesto bel parlare et miniare il peana all’italico senso del laboro, che mai fu argomento tanto amaro et spinoso.
Et non la fine qui est! Dai reami maomettani alla via della seta, dalla Persia alle italiche terre a molte piacque disegnare luoghi d’oriente. Ecco per i vostri begli occhi scene da Costantinopoli, epici poemi colmi di acuminate frecce, domande pungolanti sull’arabo divieto di cavalcare i modelli cavalli a vapore.
Et molto si discusse atque disegnò su quello grande interrogativo che da secoli si pone: lo corpo della donna va nudo come Eva primigenia o coperto quale salame di coperte per rifuggirlo da occhi indiscreti? Dalle Indie di Colombo alla bella Lutetia giunsero mirabili miniature a rifuggire li dubbi nostri. Et poi di molto altro si scrisse e disegnò, como l’amore, terribile sentimento che costringe eremiti quale il mistico ormone o pensierose atque misantrope senza pace alcuna.
È fatto solenne divieto di ignorare tale editto! A qualunque donna atque uomo verrà colto in trasgressione verrà ingiunto di abbandonar le loro magioni per portar lo verbo di Aspirina ai quattro angoli della terra!
febbraio 2014
(editto a cura di Cyrilla Mango)
di Andrea Colombo
È possibile raccontare in un centinaio appena di pagine la parabola del Novecento, fissare l’istantanea grondante dolore della sua anima, ricapitolare la somma delle sue promesse e dei suoi tradimenti, le illusioni smaglianti e le delusioni cocenti, la speranza e la ferocia? Ed è possibile farlo guardando la storia dal basso, con gli occhi di chi la ha subìta e sofferta e ne ha pagato i prezzi più salati ma ha anche creduto di potersene rendere protagonista, con la pazienza tenace della fede nel progresso o con l’impazienza furiosa di chi cercava una rivoluzione che restituisse tutto e subito a chi non aveva avuto mai niente? Barbara Balzerani dimostra in questo libro breve e profondissimo che lo si può fare.
Però non basta scrivere molto bene: il requisito è necessario, non sufficiente. Bisogna anche sapere per istinto innato e sapienza acquisita che «dipingere è l’arte di svuotare un quadro», lezione che in Italia ha contato un solo maestro, Luigi Pintor. Occorre calibrare le parole e le emozioni una per una, mai a cuore leggero, mai inseguendo il vezzo dello stile, caricando ogni frase e ogni riflessione di una sofferenza affrontata a viso aperto e di una ricerca tanto ambiziosa quanto coraggiosa. Si deve considerare la scrittura non come mestiere ma come strumento atto a scandagliare sempre a più fondo la propria anima, per cogliervi i riflessi di un’intera epoca.
Lascia che il mare entri (DeriveApprodi, 2014, pp. 96, euro 12.00) è il risultato di questa indagine che parte da sé per arrivare a una realtà comune e generale: un dialogo sospeso nel tempo tra l’autrice, una bisnonna contadina mai conosciuta ma presente da sempre nel suo immaginario, una madre operaia passata dai campi alla fabbrica, dalla miseria dei braccianti al miraggio di affrancarsi da quelle catene antiche grazie alla modernità della catena di montaggio. Tra una vita e l’altra ci passano due guerre, una migrazione, un miracolo economico, una rivoluzione fallita.
Lungo questa parabola di donne forti, corre il filo di un sogno franato, rovinato su quelle (e quelli) che gli avevano affidato la missione di cambiare l’esistenza loro e quella dei loro figli, e ci avevano investito tutto. Faticando la vita in casa mentre gli uomini se la sudavano nei campi. Restando ad aspettare che tornassero (forse) i mariti, spediti in trincea come carne da macello. Migrando non solo da una regione d’Italia a un’altra, ma tra un mondo e uno tutto diverso. Lasciando le cucine per i padiglioni del lavoro salariato. Conquistando a prezzo carissimo brandelli di autonomia come persone e come donne. Alla fine tentando una rivoluzione che rovesciasse per intero lo stato delle cose.
Quel sogno perduto, quel giuramento disatteso, è anche, ma non solo, la rivoluzione. È molto di più. È il progresso. È la fede salvifica nella tecnica come elemento destinato in un modo o nell’altro, col passo lento della sopportazione o con quello accelerato della spallata rivoluzionaria, a redimere la vita di tutti gli anonimi sulla cui testa la storia era abituata a passare senza neppure consultarli.
Lascia che il mare entri è anche la storia di un conflitto, e della sua ricomposizione postuma: tra due donne, o forse tra due generazioni di donne, che hanno combattuto per gli stessi obiettivi, cercato il medesimo riscatto con strumenti diversi e per vie opposte, senza riuscire a riconoscersi se non per attimi fuggenti, e poi subìto lo stesso inganno, patito la stessa sconfitta. Arrivati al momento del bilancio, la chimera della rivoluzionaria armata e quella della operaia immigrata si somigliano molto più di quanto non apparisse. L’amarezza della disillusione è gemella.
In questo fantasmatico confronto tra tre generazioni di donne, quella che più si avvicina a aver compreso l’essenza della vita è la più anziana, la contadina che sapeva adeguarsi ai ritmi lenti della natura, senza tentare di violarli né illudersi di poterli dominare: la matriarca che si era chiusa per sempre nel mutismo quando l’angelo sterminatore del Novecento si era presentato alla sua porta per annunciare la guerra che inaugurava il secolo breve. Una di quelle che sapevano accettare tutto, «non per codardia ma per intelligenza della forze che regolavano il mondo».. Possedeva il segreto degli antichi costruttori delle case di Scilla, dove si conclude questo romanzo: costruite in mezzo al mare, con porte pensate non per chiudere fuori il mondo ma per fare entrare le onde e lasciar fluire all’ interno la marea.
Ci sono scrittori che si guardano intorno e creano universi. Ce ne sono altri che guardano al loro interno, lavorano sulla propria esperienza per sgrossarla e raffinarla sino a rintracciarne la valenza universale: la genealogia privata di un sentire comune. Di libro in libro, Barbara Balzerani racconta la realtà intima e universale di una sconfitta che va molto oltre i confini della nostra rivoluzione fallita o di un’opulenza bugiarda, rivelatasi poi intrisa di veleno. Quella sconfitta rappresenta il cuore dell’esperienza profonda della generazione e dei tempi da cui Barbara proviene. Riguarda tutti, anche chi può illudersi di esserne uscito vincente. Però nessuno, sinora, era riuscito a renderne compiutamente il senso, l’intima realtà e insieme, la necessità di redimerla attraverso l’unica possibile via di riscatto, che è la ricerca della verità.
Forse non si può pretendere che chi, nell’Italia di oggi, si guadagna da vivere scrivendo di chi scrive, e scopre un Proust o un Simenon dietro ogni chiacchiericcio, sappia mettere da parte la vicenda biografica di Barbara Balzerani per misurarsi senza schermi e pregiudizi con quello che scrive. Quando ne saranno capaci, e prima o poi succederà, scopriranno che è una delle poche scrittrici vere che ci siano oggi in questo Paese. Questo è il suo libro migliore. Per ora.
(il manifesto, 21 febbraio 2014)
di Pinella Leocata
«Sovrane» sono le donne con la loro autorità, con la loro conoscenza sapienziale fondata sull’esperienza e con la loro capacità di tessere relazioni con altri, inclusi gli animali, le piante, la terra, il mondo. E sono le donne, secondo la filosofa Annarosa Buttarelli, le sole in grado di affrontare l’attuale perdita di orientamento della politica e delle istituzioni, le sole capaci di superare gli specialismi sterili e settoriali per ritessere una necessaria connessione tra visione cosmologica e conoscenza, forti della «potenza liberatrice dell’autorità… finalmente intesa come ritrovamento della priorità politica ed esistenziale delle relazioni».
Di questo parla Sovrane. L’autorità femminile al governo (Il Saggiatore, 2013), un libro che affronta la crisi contemporanea a partire da un convincimento profondo: il tramonto del patriarcato. «Questa struttura simbolica, sociale, politica, istituzionale e religiosa – sostiene Annarosa Buttarelli – non ha più la forza necessaria per ordinare i legami e i suoi aspetti sociali. Non è più in grado di sorreggere neppure la vita istituzionale, ormai diventata una sorta di farsa». Ad essere entrato in crisi è il concetto di sovranità, principio cardine dell’epoca moderna. Non a caso nel discorso politico contemporaneo uno degli choc più forti è stato il dover constatare la perdita di sovranità degli stati nazionali, la loro incapacità di governare i territori.
Questo fa dire alla Buttarelli che «i fondamenti della vita occidentale non ci sono più» e che bisogna ripensare la sovranità, l’autorità, «a patto che mantenga la sua radice femminile», e che si riscopra lo stretto legame tra la vicenda delle donne e quella del popolo. Dunque va ripensato il concetto di democrazia, anch’esso profondamente in crisi. E se un governo del popolo non è mai esistito, e la democrazia è un orizzonte da raggiungere, è comunque evidente che questa non può esistere se non c’è una qualche centralità del popolo. E poiché le donne non hanno partecipato alla lotta per il potere sono loro a riaffacciarsi all’orizzonte politico, con il popolo, per reclamare le proprie ragioni. «Sono loro, strettamente connesse alla vita, a proporre i nuovi fondamenti per una vita associata, istituzioni incluse, attingendo al loro deposito di sapienza e di pratiche».
E il riferimento è al pensiero delle antiche filosofe, da Ildegarda di Bingen che voleva eliminare le armi, alla sapienza cosmologica di scrittrici come Anna Maria Ortese, all’esperienza delle sindache che in Calabria lottano la ‘ndrangheta, e al movimento delle amministratrici di cui è parte la sindaca di Ostiglia Graziella Borsatti, esempi possibili della «fuga dall’ideologia della rappresentanza, dal prevalere della quantità sulla qualità, dal dominio della funzione manageriale e dell’organizzazione tecnocratica del lavoro».
«Governare – sottolinea Annarosa Buttarelli – non significa prendere il potere, ma equivale alla capacità di riorientare la vita, anche quella associata. La proposta femminile è coerente nei secoli e dice che la vita non è governabile con dispositivi di potere, dice che bisogna trovare altre strade che superino la razionalità occidentale». E questo significa mettere in discussione l’assunto cartesiano della separatezza tra pensiero e realtà, il pensiero maschile astratto dal reale, per riconoscere che «il sapere è innanzitutto sapere dell’esperienza» basato sulle relazioni. Ed è da qui, dalle relazioni tra le persone e tra le persone e il mondo, che bisogna partire. Perché «sono le relazioni a mantenerci vivi e desideranti».
Per questo Annarosa Buttarelli chiede alle donne appassionate della politica «che non sia il computo numerico delle quote femminili a prevalere, ma il merito, l’intelligenza, la libertà e la capacità delle proprie simili a potere riordinare e governare i molteplici livelli delle relazioni in cui siamo immersi. L’essenziale – scrive – non sono i posti di potere, ma semmai i motivi per cui vi si giunge e il mondo simbolico cui si fa riferimento per gestirli». Per questo ritiene che sia finito il momento storico delle mediazioni con gli uomini. «Non ha funzionato – dice – dal momento che non c’è una diffusa volontà maschile di riconoscere l’alto livello di pensiero che viene dalla genealogia politica delle donne. Dunque non c’è possibilità di contrattazione. Il patriarcato non c’è più, non c’è via d’uscita se non in un cambiamento di forma mentis. Non resta che la fermezza dell’autorità femminile. La vita è presidiata dalle donne e va avanti perché ci sono loro».
Ma perché l’autorità femminile dia un nuovo ordine alla vita, e la governi, «è necessario che le donne smettano di essere ancora troppo esitanti, è necessario che smettano di fare come Ismene che si chiude in casa per evitare il conflitto».
(La Sicilia, 20 febbraio 2014)
Un video di INVICTAPALESTINA
di Lea Melandri
In una breve Introduzione a quella che avrebbe dovuto essere un capitolo dedicato alla rivista “L’Erba voglio“, nel libro L’orda d’oro, scritto da Nanni Balestrini e da Primo Moroni e pubblicato dal Saggiatore nel 1987, Elvio Fachinelli così riassumeva lo svolgimento storico della rivista:
«Primo tempo. Nel giugno e settembre 1970 si svolgono a Milano due convegni dedicati a Esperienze non autoritarie nella scuola (attenzione: non autoritarie!), ai quali intervengono i promotori di un asilo autogestito di Porta Ticinese e numerosissimi insegnanti di scuole elementari e medie. Relazioni e contributi di questi convegni sono raccolti in un volume, L’erba voglio. Pratica non autoritaria nella scuola, che esce al principio del ’71 da Einaudi. Le discussioni che sorgono un po’ dappertutto dopo la pubblicazione del libro coinvolgono anche molte persone estranee alla scuola e spiegano la sua altissima diffusione (cinque edizioni in pochi mesi).
Secondo tempo. Nel libro era inserita una cartolina: chi fosse stato interessato alle tematiche presentate nel libro era pregato di rinviarla ai curatori. In pochissimo tempo ne arrivano circa tremila. Per rispondere a questa così netta richiesta di collaborazione e per approfondire lo stile di lavoro delineato nel libro, nasce L’erba voglio, rivista bimestrale che esce ininterrottamente dal 1971 al 1977 (30 numeri).
Terzo tempo. Alla rivista si affianca, a partire dal 1976, una collana di libri che – in vari modi – ampliano i temi della rivista o funzionano da antenne del nuovo. Alcuni titoli: Collettivo A/traverso, Alice è il diavolo, il testo di Radio Alice a Bologna e dei “giovani del ’77”; Lea Melandri, L’infamia originaria, un “classico” del femminismo italiano; Enrico Palandri, Boccalone, romanzo risultato inaspettatamente best-seller del “popolo alto dei camminatori”; Elvio Fachinelli, La freccia ferma. Tre tentativi di annullare il tempo.
Questo in breve lo svolgimento storico de “L’erba voglio”, che si conclude nel momento in cui lo spazio di ricerca intellettuale e politica si riduce gravemente per l’intervento sciagurato del fenomeno terroristico. In ciò che segue, vogliamo dare parola agli scritti della rivista, dai quali risulterà evidente, nella diversità dei modi e delle lingue, l’originalità del lavoro fatto rispetto al contesto di quegli anni».
Alla “premessa” seguiva una raccolta di scritti, divisa in cinque parti, ognuna delle quali preceduta da un titolo e da una didascalia. L’antologia de “L’erba voglio”, che curammo allora insieme io e Elvio, non entrò nel libro L’orda d’oro, ma è stata poi da me ripresa, ampliata e pubblicata presso l’editore Baldini & Castoldi nel 1998, a nove anni dalla morte di Fachinelli – avvenuta nel dicembre 1989 – e in occasione del convegno a lui dedicato, tenutosi a Milano l’11-12 dicembre 1998. Sia il convegno che il libro portano il titolo di uno dei più interessanti scritti di Elvio sul ’68: L’erba voglio (1971-1977). Il desiderio dissidente.
(Zeroviolenzadonne, 18 febbraio 2014)
di Alessandra Pigliaru
Filosofia. L’ultimo libro di Rosi Braidotti, «Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte», arriva in Italia tradotto da Derive e Approdi. Una riflessione profonda sul presente che muta, cancellando ogni rigurgito di umanesimo
«Una teoria della soggettività che sia al contempo materialista e relazionale, natural-culturale e capace di autorganizzazione è cruciale al fine di elaborare strumenti critici adatti alla complessità e alle contraddizioni del nostro tempo». Dichiarazione filosofica e politica che va presa seriamente, se a farla è una pensatrice tra le più originali e brillanti della contemporaneità: Rosi Braidotti. Non fosse altro che quell’esigenza intorno alla soggettività significa ribadire la cifra che da anni accompagna tutti i suoi scritti. Con le riflessioni intorno al nomadismo, Braidotti ci ha infatti suggerito più volte l’articolazione di un soggetto capace di tenere testa al consistente e multiforme scenario che ci circonda. Ha saputo così restituire la scommessa di un divenire con cui dover fare i conti, insieme a una serie di interconnessioni da illuminare, spesso frante da forze che eccedono in numerose direzioni.
Nel suo nuovo volume, The Posthuman (Polity Press, 2013), prosegue il suo progetto di interrogazione sfrondando alcuni malintesi attorno appunto alla condizione postumana. Ci è dunque preziosa la recentissima traduzione italiana a cura di Angela Balzano, perché Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte (Derive Approdi, pp. 220, euro 17,00) risulta un contributo forte per confrontarsi con il presente. Ci si chiarirà meglio cosa si intende per postumano e si capirà che non si tratta di qualcosa meramente relegato alla lunga sequela di post, bensì a quell’oltre che riecheggia già nel sottotitolo.
Il postumano di cui intende occuparsi Braidotti non può che essere critico, lontano dal disfattismo relativista e nichilista ma anche dalla fede perniciosa verso l’individualismo. Nella costellazione genealogica della filosofa, continuano ad avere un posto prediletto la politica femminista della collocazione, il dibattito sull’Europa e dunque sulla cittadinanza flessibile, le posizioni postcoloniali e ovviamente i riferimenti a Foucault, Irigaray e Deleuze. Ciò detto, nelle cartografie proposte, l’assunto da cui si parte è una materia dotata di intelligenza, tradotta in un monismo che sistemi la differenza al di là dell’opposizione dialettica.
La riflessione è chiarita dalle prime pagine: la condizione postumana, carica spesso di posizioni difficili da conciliare, deve anzitutto tener conto del tramonto dell’umanesimo classicamente inteso al fine di discutere di una soggettività edificata sul materialismo vitalista, di chiara eredità spinozista, anche conosciuto come immanenza radicale o, come verrà precisato in seguito, realismo della materia. Si capisce bene come il taglio del postumano indichi anche un altro congedo: quello dall’antropocentrismo.
Tutto ciò attiene in qualche modo al tratto nomadico? Certo che sì. Il soggetto postumano di cui parla Braidotti non può che essere già nomade. E non unitario, relazionale, determinato nella e dalla molteplicità, responsabile e radicato. A questa altezza, la filosofa si confronta con alcuni aspetti specifici di un presente che muta repentinamente: dalla biogenetica alla necropolitica finanziaria e a una certa tanatologia dell’avanzamento capitalistico, fino alla mediazione tecnologica e informatica a volte sfrenate. Sono molte le eccedenze che il postumano fa emergere e che vanno dapprima scoperte e poi indagate. Colme di orizzonti da esplorare, non raccontano però solo dello sfascio che ci distingue ma della possibilità di situarci affermativamente attraverso una teoria critica e creativa, al tempo stesso capace di smarcarsi da approcci parziali; da quello reattivo che concerne la filosofia morale (Nussbaum) al più analitico che arriva dai science and technologies studies (Franklin, Lury e Stacey, ma anche Rose e Verbeek).
Braidotti sta invece dalla parte di una teoria che declini l’alfabeto della radicalità antiumanista, e che non patisca per la fine dell’Uomo come canone vitruviano di perfezione, o costrutto sociale universalista, violento e nello specifico eurocentrico. Perché è proprio in quel sollievo che alberga la speranza di non abbandonarsi alla deriva di qualche cosa che sì, dovrebbe proprio atterrirci: il disumano e le sue aberrazioni. Gli esempi offerti dalla filosofa sono molti ma citiamo per esempio la replicazione e appropriazione della morte, le torture manipolatorie e i cannibalismi inferti ai viventi – umani e non. Tanto per tracciare una prima mappa di orientazione. «Il sapere postumano – e i soggetti che ne sono portatori» sottolinea «sono caratterizzati da una aspirazione di fondo verso i principi che tengono unita la comunità, e tentano pertanto di evitare le trappole della nostalgia conservatrice e dell’euforia neoliberale».
In questo senso, la condizione postumana è intravista come un’occasione per trovare nuovi schemi di sapere e risorse di autorappresentazione diversi da quelli correnti. Fino al ripensamento delle stesse scienze umane, prossime all’estinzione se non saranno capaci di seguire un processo sostanziale di trasformazione che il presente chiede con il salto in una più efficace multiversità. Nel complesso processo di metamorfosi, Braidotti invita così ad attrezzarci di strumenti adeguati, dopo aver appreso che l’approssimarsi del soggetto alla zoe non può che essere postantropocentrico. Dunque incarnare un corpo di donna corrisponde ancora ad avvertirsi «generatrice del futuro»? In questo solco, lei stessa conferma: «Il divenire postumano si rivolge alla mia coscienza femminista, perché il mio sesso, storicamente parlando, non ha mai del tutto preso parte all’umanità, ecco perché la mia fedeltà a tale categoria resta negoziabile e mai data per scontata».
Certo, la disponibilità e la scelta di questo scenario andrebbero interrogate ancora. O forse si potrebbe concludere che in fondo, essendo «il risultato dei nostri sforzi congiunti e dell’immaginario collettivo, è semplicemente il migliore dei mondi postumani possibili».
(il manifesto, 18.2.2014)
di Christine de Pizan
Sicuramente una tale giustificazione non vale nulla, salvo il rispetto dovuto alla vostra persona e alle donne che parlano in questo modo: folle colui che appicca il fuoco in casa propria per incendiare quella del vicino. Al contrario, se colei che ha un tale marito lo sopporta con pazienza, senza avvilirsi, codesta accresce per questo motivo il merito della propria anima e la rinomanza del proprio onore. Per quanto riguarda il piacere, senza dubbio una nobildonna, così come tutte le donne, se lo desidera, può trovare innumerevoli piaceri consentiti e onesti per passare il proprio tempo fugando la malinconia, senza bisogno di darsi a tali amori.
Quelle che hanno dei fanciulli, quale piacere più dolce e più delizioso potrebbero desiderare di quello di approfittare della loro compagnia? Badare che siano ben educati e istruiti, come si conviene al loro rango e condizione, educare le proprie figlie in modo che, a partire dall’infanzia, esse si abituino a condurre una vita onesta e saggia? Aimè, se la loro madre non è davvero saggia, che esempio darà alle proprie figlie?
Resta ancora da discutere, mia carissima dama, dei pericoli e degli scogli che risiedono in questi amori, e sono innumerevoli! Il primo e più terribile, è che si offende Dio. In secondo luogo, se il marito o la famiglia arrivano ad accorgersi di qualcosa, la donna è perduta o cade nella vergogna, e mai più vi si risolleva. Supponiamo che questo non accada, ammettiamo anche in favore degli amanti che siano tutti fedeli, discreti, sinceri (ciò che non è proprio il caso: ciascuno sa che sono d’abitudine ipocriti e che per ingannare le dame fanno promesse menzognere che non hanno assolutamente in animo di mantenere); è gioco forza constatare che l’ardore di questi amori non dura a lungo, nemmeno per i più fedeli, e questo è innegabile.
Ah, Signora, che cosa credete che succeda quando questo amore si affievolisce e la dama, che si è lasciata accecare sotto l’influenza di un piacere sfrenato, si pente amaramente, ritornando in sé, al pensiero delle follie e dei pericoli di tutti i tipi nei quali si è precipitata mille volte? Come desidererebbe, a qualunque prezzo, che tutto questo non sia mai accaduto, e di non essersi mai macchiata di una tale colpa! Senza dubbio non sapreste concepire il profondo pentimento e il penoso tormento che le pesano sul cuore. Inoltre, voi, così come le altre dame, potete constatare la follia insita nel gettare il proprio onore e la propria persona in pasto ai maldicenti, e nel riporli nelle mani di cavalier serventi, poiché è così che questi si designano! Ma il risultato di questo servizio, nonostante vi abbiano promesso e giurato di mantenere il segreto, è che generalmente le loro lingue si sciolgono e, alla fine di questo amore, molto spesso il biasimo e le calunnie si riversano sulle dame. È così che esse cadono in schiavitù.
Ecco il risultato di questo bel servizio d’amore! In più, i domestici che condividono i vostri segreti e nei quali avete riposto la vostra fiducia, credete davvero che tengano a freno la lingua a dispetto dei giuramenti che voi avrete fatto loro prestare? Dio! Che schiavitù per una dama, e per qualsiasi donna di ogni condizione, il giorno in cui ella non oserà redarguire o biasimare il proprio servitore o la propria fantesca, supponendo che li sorprenda nell’atto di causarle un grave torto, poiché sa di essere in loro potere, e il giorno in cui li vedrà così arroganti che non oserà proferire una sola parola, ridotta a subire da costoro ciò che non tollererebbe da nessuno.
Signora umilmente riverita, che dire ancora? Come non si potrebbe sondare un abisso, tenetelo bene a mente, così non si saprebbero enumerare tutti i pericoli minacciosi che cospargono il cammino della vita amorosa, siatene persuasa. Per queste ragioni, carissima signora, evitate di proseguire in un siffatto pericolo, e se un pensiero simile vi ha sfiorato, per l’amore di Dio, evitate di cedervi prima che mali molto più gravi vi opprimano: è meglio presto che tardi, e meglio tardi che mai. Potete già ora immaginarvi quali voci nascerebbero se persistete nella vostra condotta, che è già stata notata e fa sparlare in ogni dove.
Che dire di più, se non supplicarvi umilmente, per quanto mi è possibile, di non volermene per questi intenti, ma di considerare seriamente le buone intenzioni che me li dettano? Per provarvi la mia buona fede, vi confesso che desidero molto di più fare il mio dovere avvertendovi lealmente, con il rischio di attirarmi il vostro scontento, piuttosto che guadagnare la vostra compiacenza consigliandovi la vostra distruzione, o tacendovela.
Prego Dio che vi regali una vita lunga e felice e vi accordi il paradiso.
La vostra devotissima serva
Sibylle de Monthaut, dame de la Tour.
(traduzione di Chiara Pasetti)
(Il Sole 24ore, 16 febbraio 2014)
Report: la discussione con Ina Praetorius
Agorà del Lavoro di Milano, 27 gennaio 2014
a cura di Giordana Masotto
Questa è la discussione che è seguita all’introduzione di Silvia Motta e all’intervento di Ina Praetorius, a cui è già stata data circolazione. Nel testo che segue in carattere corsivo sono riportate le domande/osservazioni, in tondo tutte le risposte di Ina. Una osservazione preliminare: parlando in tedesco Ina usa il termine inglese care. Questa scelta inizialmente sfugge alle presenti ma diventa significativa e spiegata nel corso della discussione.
La parola cura è da riferire esclusivamente alla realtà femminile, alla nascita e all’essere umano nei primi anni di vita, oppure è un filtro attraverso cui giudicare qualsiasi tipo di realtà terrestre, nel bene e nel male?
Il concetto di cura si è sviluppato sempre di più in questi ultimi anni. Prima si parlava di etica della cura e da vent’anni anche di economia della cura. È ovvio che quello dei bambini piccoli è il paradigma del concetto di cura perché chi lo riceve è veramente dipendente. Ci sono due idee di cura. Uno è il nocciolo, quella indispensabile che non si basa sulla reciprocità, per esempio verso bambini, vecchi, malati con demenza senile. Poi c’è la cura che ha dentro la reciprocità, essere responsabile nei confronti di adulti, genitori, conviventi, ma sempre c’è un bisogno di cura. Un concetto ancora più ampio di cura è una postura nei confronti del mondo, il senso di responsabilità, e qui entriamo nell’ecologia, responsabilità nei confronti del mondo e dell’ambiente.
La tua idea di cura legata alla nascita implica una restituzione dovuta al fatto che si è cresciuti, quindi una cura che fa crescere. Anche nell’economia si parla di crescita, sempre con la paura che non ci sia. Tu hai un’idea diversa di crescita, perché se è restituzione di ciò che si è ricevuto non dovrebbe essere pagata. Ne deriva una impostazione diversa anche della politica. (Laura Minguzzi)
È giusto, ci sono due concetti di crescita. La crescita economica non è la stessa cosa della crescita umana e anche della natura, piante e animali. La crescita economica deve andare sempre in salita mentre nella crescita umana e in natura prima si cresce poi ci si ferma e non si cresce più. È chiaro che non sono la stessa cosa. Potremmo dire che la crescita economica, come è concepita oggi, è una crescita tumorale, non è naturale. Potrei dire tante altre cose su questa punto.
Mi affascina l’idea di una battaglia politica che possa portare il femminismo postpatriarcale nella battaglia del reddito di base. L’impostazione che ne dai mi convince molto. Ma c’è un punto che mi sta veramente sullo stomaco: negli ultimi anni il divario tra ricchi è poveri è cresciuto a dismisura, come mai nel passato. Questa battaglia può incidere su questa punto? Il concetto di “incondizionato” che conseguenze ha? (Vita Cosentino)
Per quanto riguarda il divario tra ricchi e poveri, a Davos è venuta fuori una cosa terribile: 85 individui possiedono la stessa cifra della metà più povera della popolazione mondiale. La questione della redistribuzione è motivo di conflitto anche nello stesso comitato svizzero per il reddito di base (che è formato da 8 persone, 5 uomini e tre donne). Ci sono due posizioni: alcuni dicono che la redistribuzione è proprio lo scopo del reddito di cittadinanza; invece altri, i neoliberisti, dicono che dovrebbe servire a distribuire più soldi tra i più poveri, ma quello che fanno i ricchi non li interessa. Per me anche questo è stato un motivo per lasciare il comitato.
Nel 2013 c’è stata in Svizzera un’altra iniziativa che voleva mettere un limite al divario tra stipendio dei manager e salari più bassi. Che cosa ne pensa?
Non è passata purtroppo. L’obiettivo era: all’interno della stessa azienda il salario di base non può essere inferiore a 1/12 di quello che guadagna un top manager. Oggi ci sono aziende in cui quel rapporto è 1/180. In Svizzera, dove abbiamo la democrazia diretta, ci sono molte iniziative, alcune populiste, altre radicali. Recentemente ne è passata una che non è male: gli azionisti possono determinare lo stipendio dei manager. Tutte queste iniziative sono molto interessanti, adesso per esempio ce ne sarà un’altra per il salario minimo. Ma il mio impegno personale per un reddito di base incondizionato è determinato dal fatto che a me interessa ridefinire il lavoro, che venga preso in considerazione quel 50% di lavoro non pagato.
A me piace la definizione di cura come postura/paradigma di responsabilità nei confronti del mondo. Aggiungerei solo, “responsabilità collettiva di donne e di uomini” anche perché le donne sono sempre state considerate una risorsa di salvezza per il mondo. Mi piace meno il paradigma domestico, la figura di Penelope e il legare la cura alla nascita, non perché non sia indicativo del bisogno degli umani ma perché evoca immediatamente la figura del materno. La cura porta il peso di una storia che l’ha considerata attitudine naturale delle donne, destino, ruolo. Io penso che non si possa spostare la cura dal privato al pubblico senza metterla in discussione profondamente. Il rischio altrimenti è di portare nella sfera pubblica una logica del materno, un tratto femminile che non va a mettere in discussione radicalmente l’organizzazione del lavoro. Importante mettere in discussione entrambi i paradigmi quello femminile e quello maschile. Altrimenti sembra che si possa semplicemete dare un segno diverso alle doti femminili tradizionali. Anche Penelope, per quanto ripensata, resta una figura molto pesante nella storia delle donne: figura dell’attesa, della fedeltà, della ripetizione del domestico. (Lea Melandri)
Quello che mi sta a cuore è il paradigma del nutrimento: il lavoro deve nutrire ciò che nutre. Abbiamo ricevuto tante cose in dono: dunque per me il criterio per un buon lavoro è che ogni lavoro deve essere un lavoro di cura. Non importa se produco una macchina o se coltivo un giardino o curo un bambino, tutto deve essere un lavoro di cura. Voglio aggiungere una cosa. Adesso abbiamo questo papa nuovo, papa Francesco che si esprime in modo sempre molto critico verso il capitalismo per cui è molto applaudito da molti uomini e anche da molte donne. Ma se guardiamo come lui vede le donne c’è da stare attente. Se leggiamo bene quello che dice il papa vediamo che esiste sempre questo sdoppiamento: una sfera alta dove ci sono gli uomini e i cattivi capitalisti e una sfera inferiore in cui ci sono le donne che stanno in casa e si occupano di cura. Però in Germania, non in Svizzera, nella chiesa protestante, l’anno scorso in luglio è stata pubblicata una enciclica che riprende le idee che avevo formulato io: che ogni lavoro deve essere un lavoro di cura. Il comitato che ha scritto l’enciclica è composto prevalentemente da donne. A proposito di questa argomento è nata una controversia. In un recente convegno femminista a cui ho partecipato, una intervenuta diceva: è imbarazzante, ma le cose più buone oggi su questi argomenti vengono dette nella chiesa protestante tedesca. Attualmente c’è una specie di scissione nella chiesa protestante tedesca a causa dello scritto che ho appena citato. I conservatori dicono che questo non è più un testo cristiano. Ciò è significativo: è da interpretare come fine del patriarcato.
Vorrei che chiarissi meglio il concetto di cura, dal momento che lo applichi non solo all’oikos ma anche alla produzione delle macchine. Lavoro di cura o lavoro accurato?
È una domanda importante, una questione aperta, di cui mi piacerebbe discutere. A me piacerebbe che il concetto di cura si potesse applicare a qualsiasi settore della produzione, un grattacielo, una macchina… vorrei discutere su che tipo di produzione ci sarebbe se si potesse applicare il concetto di cura. Non “in modo accurato” ma secondo il concetto di care, che è una postura nei confronti del mondo.
L’aspetto più radicale del tuo concetto di cura credo sia l’atteggiamento responsabile verso l’ambiente e verso il mondo. Se è questa il fuoco, è abbastanza facile cogliere la portata rivoluzionaria di questa concetto e come lo si possa portare fuori dall’ambiente domestico. Noi in un circolo femminista avevamo detto che noi donne abbiamo imparato una razionalità molteplice crescendo i figli. (Sandra Bonfiglioli)
Voglio tornare all’inizio del mio discorso. Abbiamo ricevuto tanti doni da piccoli e poi in continuazione: infatti tutto, anche un cellulare, viene prodotto con materie prime che sono doni, anche se tutto oggi viene commercializzato. La base di tutto sono le materie prime che la terra ci dona. Io sono nutrita e sono grata per tutto quello che ricevo. La domanda è: cosa comporta questa idea di gratitudine se la rapportiamo anche alla produzione industriale?
Questi discorsi circolano anche nei movimenti di economia alternativa/solidale che dicono: è necessaria una riconversione ecologica della produzione. Quello che a me fa problema è riuscire a valorizzare le donne come soggetto politico. Come le donne ri-significano le battaglie politiche, i contesti in cui si trovano ad agire. Quello che mi piace e mi interessa della posizione di Ina è che lei si è messa nel comitato per il reddito di base per ribaltarne il senso politico. Questa è la priorità: quale senso dai al tuo agire là dove ti trovi a muoverti. Non basta avere una perfetta costruzione teorica. Le donne spesso vengono cancellate come soggetti. Per esempio è il caso delle donne che in Italia lottano per il reddito di base: vogliono connotare quel discorso, ma si trovano cancellate, riassorbite nel discorso che dice il reddito è necessario e giusto perché tutta la nostra vita è mercificata, (la famosa sussunzione). Ina ribalta quella battaglia e le dà un altro senso, mettendo al centro le donne.
Ma da questa punto di vista bisogna riuscire a dare la stessa visibilità a donne che si trovano a fare le loro battaglie sul posto di lavoro. Lotte per il tempo, per il senso, più libertà, esperienze della cura dentro il lavoro. Bisogna dare visibilità alle donne là dove sono e significare diversamente molte battaglie, non solo quella del reddito. (Giordana Masotto)
Per me è stato in questi ultimi due anni di attività che ho potuto far agire la teoria accumulata negli ultimi 30 anni: anche grazie alle cose capite qui in Italia, ho scoperto che la teoria è abbastanza solida da poter essere portata dappertutto, nei sindacati, nella chiesa, dappertutto. Quando porto questa politica, anche nel comitato, ci sono sempre delle reazioni sorprendenti: quando ho detto siamo tutti dipendenti dalla cura, gli uomini del comitato sono rimasti lì abbastanza esterefatti. Trovo molto interessante vedere le reazioni degli uomini e delle donne a questa impostazione politica.
C’è qualcosa che non mi torna nella cura come dono incondizionato legato alla nascita. Non ho figli ma sono figlia e so bene che la cura non è incondizionata, per natura, ma molto condizionata da una presenza che è di desiderio attivo, una relazione che mi nutre e mi dà senso della vita. Dono incondizionato mi pare che sia un po’ cancellare la presenza forte delle donne e del loro desiderio. Si perde il soggetto politico. (Loretta Borrelli)
C’è un aspetto di incondizionato perché il bambino se non riceve la cura muore. Così come tutti abbiamo bisogno dell’ossigeno per vivere.
Io non sono per niente sicura che il nutrito provi gratitudine, anzi al contrario. Anche nei bambini porta a dare queste cose per scontate e comunque non li porta a rifarle a loro volta. Comunque quello che mi interessa capire è che cosa muove il piacere di curare, di essere responsabili. Io credo che la strada sia un’altra: sono l’esercizio di rispetto dell’uguaglianza, le pratiche di reciprocità e di condivisione che aiutano a riconoscere il bello, gli altri, quello che si riceve. (Antonella Nappi)
Sono d’accordo con te che l’atteggiamento di gratitudine non viene spontaneo dopo duemila anni che il patriarcato ci ha così indottrinati. Tanto è vero che Antje Schrupp dice che dobbiamo imparare a percepire noi stessi come un dono. Non mi sono fatta da sola, ho ricevuto un dono.
Da tutte le cose dette mi pare che venga fuori un’idea di debito: abbiamo ricevuto quindi siamo in debito, dobbiamo restituire. Mentre nelle lotte che si fanno classicamente pensiamo di avere un credito: nel lavoro, ma anche nell’essere nati perché abbiamo ricevuto un dono ma non l’abbiamo chiesto. È l’idea di credito che c’è nelle lotte sul lavoro. Nella richiesta di reddito incondizionato io non sento misura. Qual è la misura del debito? Ci deve essere una misura. (Rosaria Guacci)
Sono d’accordo con Ina sulla critica al mercato e a questa economia monetaria, ma ci vuole comunque una misura femminile. Questo dono incondizionato e questa incondizionata restituzione non sono comunque una misura. C’è una visione, ma manca una misura a cui dobbiamo arrivare. Al posto dei soldi che cosa ci si mette in questa economia così ribaltata? Credo che nella relazione, come diceva Loretta, nello scambio tra le persone si possa trovare una misura. (Lia Cigarini)
C’è da dire che il reddito di base incondizionato non abolisce lo stipendio. Vivendo in una economia monetaria, nessuno può vivere senza soldi. Il reddito di base incondizionato dice che tutti devono avere una certa quantità minima di soldi (1000 euro, 2500 franchi). Oltre a questa, continua a esserci lo stipendio. Non stiamo parlando di un salto qualitativo enorme come passare a un’economia non monetaria. In Svizzera abbiamo già il salario minimo garantito, un sussidio statale per tutti coloro che non hanno mezzi. Questo sussidio è condizionato perché tu devi provare in continuazione che sei bisognoso. E vieni controllato. Il passaggio quindi sarebbe dal condizionato all’incondizionato. Quindi la misura, in una società basata sui soldi, è la sopravvivenza. Tutto quello che va oltre, entra nel mercato dello stipendio.
Ringrazio Ina, sono contenta che sia qui e sono d’accordo al 99% con le sue idee Ma, come dicevano anche Giordana e Lea, come portare dentro le aziende questa idea della cura e della compatibilità della cura? Mi chiedevo se non bisognerebbe trovare una iniziativa legislativa anche sulla riduzione di orario. (Maria Benvenuti)
La riduzione dell’orario di lavoro è un modello interessante ma non implica un cambiamento culturale profondo che è quello che io vorrei. Perché con la riduzione dell’orario, il lavoro di cura può restare alle donne, non c’è nessuna garanzia che cambi qualcosa. Noi abbiamo bisogno di un cambio culturale profondo. E sottolineo che non si tratta di una questione morale. Se parlo di gratitudine, potrebbe sembrare una questione morale. È questione ontologica: chi sono io come essere umano, come essere relazionale? Questo mi interessa.
Se non ci fossero i soldi, quello che bisognerebbe garantire sono i servizi, le attività che garantiscono la sopravvivenza. Il presupposto è che esiste una comunità umana di cui facciamo parte e che è obbligo/dovere/responsabilità di questa comunità garantire la vita di tutti. Questo diritto alla vita è riconosciuto in tutte le Costituzioni. Tutta la comunità deve essere orientata a questo diritto. Ma questo obiettivo dovrebbe essere garantito anche da un’economia di mercato, che si basa sui soldi. (Alfonso)
È un fatto che l’umanità ha funzionato per tanto tempo senza soldi, ma non ha mai funzionato senza aria e senza acqua. Questo è un fatto. Ma il capitalismo e il patriarcato hanno fatto sì che i soldi, che all’inizio erano un mezzo di base per garantire la sopravvivenza, oggi non la garantiscano più, lo vediamo dalle cifre che indicano la distribuzione della ricchezza. La sinistra propone la ridistribuzione della ricchezza attraverso la piena occupazione: tutti devono lavorare per avere i soldi. Poi c’è la posizione di chi dice che anche il lavoro di cura va pagato, cioè propone la professionalizzazione del lavoro di cura. Io sono assolutamente contraria perché il lavoro di cura per un neonato che altrimenti morirebbe non è traducibile in un lavoro pagato. Chi fa il lavoro di cura è molto più ricattabile di chi fa il lavoro industriale: quest’ultimo può smettere di lavorare, fare sciopero, ma se interrompi il lavoro di cura l’altro muore. Le donne fanno questo lavoro da migliaia di anni senza incentivi economici: questo ci dice che, se il lavoro ha senso, non ci vuole un incentivo economico per farlo. (applausi)
Io vorrei spostare l’attenzione su un punto che mi ha particolarmente interessato: la possibilità di avere una scelta. Il mercato ci dice: non c’è scelta. Invece (con un reddito di base) io posso scegliere, ho i mezzi di sopravvivenza e quindi posso avere un diverso orientamento rispetto a quello che per esempio mi imporrebbe un lavoro non necessario o un lavoro nocivo. Mi è tornato in mette un lavoro che ho fatto con la camera del lavoro di Brescia. Lì ci sono molte fabbriche di armi. Quando si discuteva con i delegati sindacali del problema di immettere forza lavoro in fabbriche che producono strumenti di distruzione, l’obiezione era che tuttavia quel lavoro era necessario alla sopravvivenza. Io penso che il reddito incondizionato possa spostare dalla necessità alla scelta. Possa metterci nella posizione di mettere in scacco un capitalismo che ci dice: non c’è alternativa. Mettere cura nel lavoro vuol dire questo: fare un lavoro che ha senso per noi e per la collettività perché non implica distruzione e coercizione. (Maria Grazia Campari)
Sulla questione della scelta, nel comitato siamo tutti d’accordo. Il reddito di base incondizionato ci mette nella posizione di non avere più nessuna scusa per appoggiare il capitalismo, per produrre cose insensate, ma possiamo fare solo lavori che ci sembrano sensati. Questa è una posizione rivoluzionaria.
Io mi riconosco molto nella posizione enunciata da Ina, infatti insieme ad altre avevamo fatto un testo che iniziava: Primum vivere anche nella crisi. Mi riconosco in questo sguardo, postura. Sono anche d’accordo che le donne hanno maggiormente questa capacità di passare dalla necessità alla libertà, cioè di non puntare a una libertà slegata dalla necessità, perché sanno che si nasce e si muore dipendenti. Il punto che a me fa problema è il nome cura, lavoro di cura, dato a pratiche di relazione che le donne hanno inventato. Nominerei tutto questo relazione, proprio perché la relazione, anche quella della pratica politica, dà una misura: è in gioco nutrimento, restituzione, ma tutto ciò viene misurato nella relazione. Il nome cura, ha ragione Lea, ha una storia pesante. Mentre la relazione le donne l’hanno trasportata nella pratica politica. Se ci deve essere un apporto simbolico, un cambiamento culturale, diciamo relazione. (Lia Cigarini)
Anche la parola tedesca cura ha questo peso che voi sentite per la parola italiana. Infatti noi usiamo il termine inglese care, un anglicismo che è privo di connotazioni. Sono interessata a un dibattito sulle parole, ma il termine relazione non copre tutto quello che io voglio dire. Nel libretto che abbiamo scritto ABC des gutes Lebens, ABC della buona vita, abbiamo usato due diverse parole dipendenza e relazione, abbiamo voluto usarle entrambe. È importante parlare di libertà nella dipendenza, senza separare.
A me è sembrato molto interessante il rapporto tra lavoro di cura o di relazione o di dipendenza e il reddito di base. Perché possiamo significare politicamente con una misura economica il peso storico del femminile. Mi sembra interessante l’effetto trascinante che può avere sugli uomini. È interessante questa forzatura o questa mediazione da portare all’interno di un istituto maschile economicamente connotato, all’interno della sinistra. Gli uomini possono più facilmente portare la cura nel loro lavoro. (Lola Santos)
In effetti è molto importante: questa cosa può trascinare gli uomini. Nei dibattiti, nelle discussioni durante la raccolta di firme, erano molto sorpresi, alcuni esprimevano forti resistenze. Io dicevo: “ma tu saresti sopravvissuto se tua madre non ti avesse dato da mangiare?” “ma tu sai quanti doni hai ricevuto?” “sai quante mani invisibili reggono l’economia?”. C’è molto sconcerto e resistenze. Ma poi ci pensano su e credo che ci sarà un processo di cambiamento.
Volevo ripartire da un concetto che diceva Ina: quando il lavoro ha un senso l’incentivo monetario non serve. Nel mio lavoro che cosa fa ordine quando non è la misura del denaro che ti muove? Ho verificato più volte (racconta alcuni esempi della sua situazione di lavoro) che è il riconoscimento che fa mettere energia e passione nel lavoro. (Sara Gandini)
Questo risulta anche da ricerche: non è vero che la motivazione economica è sempre quella prevalente. Le persone prendono anche meno soldi se il loro lavoro ha senso.
Voglio tornare sulla questione delle parole: perché usare la parola inglese care, quindi non una parola della propria lingua madre? Qui mi pare che ci sia un nodo irrisolto. (Vera Spirolazzi)
Sono molto interessata alla questione di trovare una dimensione di cura nell’ambito del proprio lavoro. Il poter scegliere a cui faceva riferimento Maria Grazia potrebbe in effetti dare un senso al reddito incondizionato. Quanto all’uso delle parole, nell’ambito in cui lavoravo io, si diceva “attenzione” per esprimere questa qualità nel lavoro con le persone. (Elena Medi)
Noi siamo in una società capitalistica in cui il tempo di lavoro è stato ridotto a orario, l’orario è misurabile e quella misura può essere una ragione di scambio. Questo è il lavoro in cui viviamo ancora, benché in declino. La tua teoria si basa su un criterio universale che noi donne riconosciamo subito: il dono. Ci riconosco molto del mio percorso. Ma rimane aperta la questione della misura. Senza misura siamo in mano a rapporti di forza che non riusciremo a controllare. Forse è quello che cercava anche Maria parlando di riduzione di orario di lavoro. Dobbiamo osservare le pratiche e approfondire a partire dalla tua teoria. (Sandra Bonfiglioli)
La questione della misura: io penso che la misura stia nella contrattazione. Che mette insieme due soggetti che hanno bisogno l’uno dell’altro, ma irriducibili l’uno all’altro. C’è contrattazione nei luoghi di lavoro, nelle relazioni personali, politiche. (Giordana Masotto)
La contrattazione è un aspetto fondamentale e il reddito di base ci mette in condizione di contrattare. La misura la troviamo man mano che cominciamo a contrattare e contrattando troviamo che cos’è un lavoro utile, sensato, importante. Ma vi ringrazio molto di aver posto questa questione della misura e la porterò a casa.
(Dalla registrazione dell’incontro con la traduzione simultanea di Traudel Sattler)
la Redazione
DWF, rivista storica del femminismo romano, da oggi ha un nuovo sito web: più giovane, più dinamico, più fruibile. On line tutti i numeri dal 2009, con copertina, indice ed editoriale, insieme all’archivio storico che mette a disposizione tutte le edizioni a partire dal 1975.
Rivista autofinanziata e voce d’eccellenza del femminismo italiano e internazionale, DWF è oggi un luogo politico che sperimenta linguaggi e pratiche del presente, con la forza che le viene da una storia segnata da grandi donne e autrici fondamentali.
Invitiamo tutte e tutti – chi ci conosce da sempre e chi impara a conoscerci oggi – a cercare, leggere e diffondere DFW, a partecipare alle presentazioni e agli incontri che organizziamo, a sostenere la rivista con un contributo annuale o una donazione, a segnalarci testi e opere, a scriverci.
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Un grazie speciale all’amica e compagna Claudia Bruno per il suo lavoro.
di Carolina Topini
L’intervento di Stefania Tarantino, ricco di richiami ai testi delle donne che hanno tracciato il grande percorso del femminismo italiano, è riuscito perfettamente a rendere tutta l’originalità, la ricchezza, la pluralità, lo straordinario dinamismo e la forza politica del femminismo italiano oggi. Il suo collocarsi altrimenti ma vincente rispetto alla politica dei luoghi istituzionali, rispetto ai manifesti programmatici ideologici, il suo essere guidato dal desiderio, la sua idea di libertà come interdipendenza e relazione.
All’interno della difficile congiuntura politica ed economica di crisi in cui la contemporaneità ci colloca e ci chiede di districarci, il femminismo italiano, e più simbolicamente i due incontri Paestum del 2012 e 2013, hanno dimostrato che c’è una forza politica genuina e senza lacci di cui conviene appropriarsi. Nella necessità imperativa di rispondere ai colpi del presente, di resistere ad un regime economico che piega e di cambiare il tessuto sociale (“è la terra stessa che ce lo chiede”, afferma Stefania Tarantino), non si può prescindere dal fare delle donne.
Le donne italiane con il desiderio di una differente politica hanno deciso di rincontrarsi (dopo l’ultima data storica del 1976) per parlare e discutere di circuiti economici, di lavoro, di precarietà, di corpo e sessualità, di violenza, di guerra e di pace, di immigrazione, di cura, di relazioni, di educazione, di beni comuni, della presenza degli uomini nei luoghi femministi, in uno spazio comune di riflessione dove le differenze generazionali erano un comune sguardo sfaccettato sul contemporaneo (“Siamo tutte femministe storiche” è una delle frasi più ricordate dell’esperienza del 2012). Donne che, nella crisi, si sono chieste quale fosse il senso profondo della loro libertà – quella stessa che vedevano vacillare nelle più scomode urgenze materiali – come difenderla, come farla salva. All’interno di questi incontri, la più grande lezione di democrazia che si possa apprendere: ogni donna aveva il suo spazio di intervento, che essa cercava di condensare in cinque minuti, lasciando uguale spazio alle altre, senza prevaricazioni.
La differenza era per tutte, sebbene con molteplici e significative sfumature, il motore del cambiamento del presente, la leva dell’agire politico; ed è questa idea di politica e questa sua straordinaria messa in atto, questa cultura femminile dei corpi in relazione di lunga tradizione per il femminismo italiano, che più spiazza chi da fuori guarda e non sempre comprende.
All’interno di questi incontri si è mossa una potente circolarità, dove ciascuna ha potuto portare qualcosa di se stessa di utile e prezioso per le altre, dove si sono aperti inevitabili conflitti ma mai guerre sororicide, dove il dialogo è rimasto sempre costante, dove donne intente ad analizzare la loro realtà politica cercavano nello stesso tempo di districarne il groviglio. Coniugare la forza dei desideri, sfuggire all’impersonale della politica (Angela Putino) e all’immobilismo egoistico, dare a questo agire e pensare un valore universale valido non solo per le donne (Lia Cigarini), è la posta in gioco del femminismo italiano oggi, che avanza nel presente rimettendo in gioco le istanze più radicali del suo passato.
Dai due Paestum è nata per molte donne l’esigenza di continuare gli incontri a livello regionale, per non interrompere quel prezioso dialogo e quelle azioni concrete di cambiamento sul territorio che si rendono necessarie, soprattutto nella realtà sociale dell’Italia meridionale. La novità del secondo Paestum è stata la creazione di un fondo per sostenere la partecipazione delle donne che avrebbero richiesto un piccolo contributo economico; l’iniziativa è stata non solo apprezzata per il suo buon esito, ma ha anche sollecitato la proposta di alcune di stanziare un fondo/una cassa permanente a livello nazionale, come modo alternativo per sostenere la libertà delle donne.
Particolarmente significativo mi è sembrato il dibattito scaturito dall’intervento di Stefania, dove si è posta la questione del perché una conferenza sulla politica del femminismo italiano a Parigi, nel cuore di un seminario dove si riflette sulla cultura e sull’azione femminile in una prospettiva storica e transnazionale.
Per l’organizzatrice, Christiane Veauvy, mantenere vivo da anni un dialogo e uno scambio con il femminismo italiano ha una grande importanza e un preciso valore, nella misura in cui quest’ultimo è, ancora oggi, portatore di istanze politiche radicali e creative improntate alla differenza che in Francia si sono, a partire dagli anni Ottanta, sempre più diluite e neutralizzate: si parla, infatti, oggi soprattutto di “femminismo di Stato” per la Francia, dove la parola “differenza” (che sottintende una precisa politica tra donne di relazioni incarnate) lascia piuttosto spazio a quella più “confortante” e “concreta” di “parità/uguaglianza” ritagliata all’interno di un quadro istituzionale di poteri, dove spesso si perde la carnalità della relazione e si lavora per creare un’élite femminile all’interno della classe dirigente.
La forza del femminismo italiano – le cui pratiche ed espressioni politiche, afferma Christiane Veauvy, sono in Francia spesso incomprese e giudicate utopiche e poco concrete dalle donne politicamente impegnate – è questa sua energia trasformativa che parte dal corpo individuale e dal sé, che passa attraverso le relazioni e le reti genealogiche femminili rendendosi concretamente e materialmente visibile solo attraverso di esse, e da lì si catalizza ed esplode, propagandosi nel tessuto sociale attraverso le azioni delle donne nella loro quotidianità, e i nuovi saperi e consapevolezze che esse portano in questa stessa.
Donatella Della Ratta
Un palco con delle sedie vuote. Così si apre la quarta edizione dell’Arab Bloggers meeting tenutosi ad Amman dal 20-23 gennaio. Sedie sulle quali ci sono post-it con i nomi di quei blogger che non sono mai arrivati: Alaa Abdel Fattah, fra i fondatori dell’incontro nel 2008 a Beirut, e Bassel Khartabil Safadi, attivista di spicco del movimento non-violento in Siria, nominato dalla rivista Foreign Policy fra i Top Global Thinkers del 2012. Alaa e Bassel non partecipano perché sono entrambi detenuti, rispettivamente nelle carceri egiziane e siriane, per la loro militanza nel movimento civile e le battaglie a difesa di diritti umani e della libertà di espressione. Non sono gli unici assenti. Ad altri attivisti invitati all’incontro, provenienti da Iraq e Siria, è stato negato il visto di ingresso in Giordania.
Ad Amman si prova a fare autocritica. Come ha scritto Leila Nachawati, blogger siro-spagnola, dalle pagine de El Diario: “Dobbiamo smettere di pensare che la tecnologia ci risolva la vita.”
Proprio il ruolo della tecnologia viene oggi ripensato dagli Arab Bloggers. Quella tecnologia che anni fa aveva aiutato un gruppo variegato di esperti di informatica, creatori di contenuti, attivisti per i diritti umani a costruire una piattaforma regionale per fare fronte comune su battaglie contro la censura ed altri mali dei regimi autoritari. Molte le voci critiche che si alzano dal meeting. Tra queste quella di Abeer Kopty, palestinese, che denuncia la trasformazione di molti blogger arabi in “celebrità mediatiche”. “Se questo, da una parte, aiuta a far arrivare le nostre battaglie ai media, dall’altra frammenta il movimento, indebolisce le lotte comuni a favore dell’individualismo e del culto delle personalità”.
La primavera araba ha creato dei miti: i citizen journalist che arrivano dove i giornalisti di stampo più tradizionale non vanno più; le rivoluzioni dei social network che basta ritwittare e condividere su Facebook; la leggenda che l’attivismo digitale possa rovesciare regimi e politiche autoritari. E ha generato dei mostri: le icone-blogger che i media internazionali inseguono, ignorando i movimenti sul territorio e le proteste non mediatizzate i cui protagonisti non parlano inglese, non viaggiano, e non sono “connessi”.
Il culto dell’attivismo digitale è anche perpetrato dalle miriadi di organizzazioni non governative di attori della società civile che investono in Medio Oriente in programmi di training sulla sicurezza on line, sugli strumenti anti-censura e pro-anonimato.
“Ma non sempre questo è quello di cui abbiamo bisogno” dice il ricercatore Walid al-Saqaf, fondatore dello Yemen portal. “Dalla mia ricerca viene fuori che questi training sono forse una priorità per le organizzazioni internazionali, ma non per gli attivisti della regione.” E Marcell, giovane blogger di Aleppo arrivata ad Amman dopo un lungo viaggio via Turchia, sottolinea: “Il nostro problema è che non abbiamo elettricità! E poi abbiamo bisogno di più educazione, più cultura.”
Marcell racconta del progetto di volontariato che, insieme ad altri giovani attivisti non violenti di Aleppo, sta implementando in alcune scuole della città siriana, ormai divisa fra il controllo dell’esercito di regime e quello delle milizie dell’Isil (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, meglio conosciuto con l’acronimo inglese Isis, ndr.). “Abbiamo ricostruito alcune scuole, però oltre a rimettere in piedi i mattoni dobbiamo rimettere in sesto l’identità siriana su basi non settarie, ma di condivisione e convivenza”.
“Le organizzazioni internazionali non finanziano questo tipo di progetti sul territorio. Vogliono che andiamo a fare i training sulla sicurezza on line o sulla giustizia di transizione. Vogliono che andiamo a Istanbul, a Beirut, soprattutto se sei qualcuno come me: donna, giovane, cristiana… una miscela perfetta sia dal punto di vista di genere che da quello religioso”. Marcell però, non se ne va dalla sua Aleppo e chiede ai partecipanti dell’Arab Bloggers meeting di considerare la ricchezza dell’attivismo civile e pacifico in Siria – Syria Untold, di cui la Nachawati fa parte, documenta ampiamente il fenomeno.
Anche da paesi meno “problematici” arrivano riflessioni critiche sull’uso dei social media nei movimenti di attivismo della regione. Lina Ejeilat, giordana, del collettivo di citizen journalist 7iber.com, sottolinea: “C’è una stanchezza oggi rispetto alla creazione e condivisione di contenuti digitali senza tregua. Rischiamo di produrre rumore, non messaggi”.
Un argomento molto dibattuto all’interno del panel “Mind the gap” che ha provato ad ospitare un dialogo aperto fra accademici che si occupano di tecnologia e movimenti sociali e attivisti della regione araba. Come ha sottolineato Jodi Dean, autrice di importanti saggi sulla seduzione del “capitalismo comunicativo”, il rischio è di cadere in un meccanismo di produzione fine a se stesso, dove si cercano soltanto likes e share e l’attenzione dei media mainstream; mentre i contributi dei singoli vengono svuotati di senso, diventando un semplice “fattore aggiuntivo” nel flusso dei dati digitali.
La riflessione critica ha investito anche il tema della lingua e del linguaggio utilizzati nei meeting. Mentre i primi incontri degli Arab Bloggers avevano provato, con successo, a generare una sorta di “panarabismo dal basso” anche linguistico, oggi molti partecipanti, soprattutto nordafricani, si lamentano dell’egemonia dell’inglese nei workshop. Se da una parte questo aiuta il contatto con soggetti internazionali dediti alla mobilitazione civile – come il Tactical Technology Collective di Berlino – dall’altro indebolisce i legami regionali, rischiando anche di far passare, attraverso la lingua inglese, una serie di espressioni mutuate dal linguaggio delle Ong internazionali.
Espressioni come self-sustainability, multistakeholder, skills marketplace rischiano di ricalcare un linguaggio di tipo neoliberale, spostando l’attenzione su dinamiche che coinvolgono individui con anime diverse fra loro, piuttosto che considerare gli obiettivi comuni e a lungo termine del cambiamento sociale e politico.
Su questi temi si chiude Amman 2014, e chissà che non si apra una nuova stagione di riflessione critica per questa gioventù di attivisti della regione araba.
Alaa Abdel Fattah, Bassel Khartabil Safadi, blogger
(http://arabmediareport.it/arab-bloggers-meeting-2014/ – 11 febbraio 2014)
di Giovanni Montanaro
Giovanni Montanaro legge in anteprima “Le nuvole di Picasso” di Alberta Basaglia (Feltrinelli 2014), in libreria a partire dal 12 febbraio.
“E io, con i miei buchi nel fondo degli occhi, se fossi nata da un’altra parte, in un altro tempo, a cosa sarei stata condannata?”
È il 1978. Alberta Basaglia, giovane studentessa di psicologia all’Università di Padova, è a Venezia, a san Clemente, il manicomio chiuso da pochi mesi per la legge 180, che porta il nome di suo padre Franco e, in fondo, anche di sua madre Franca. La sua tesi riguarderà una doppia emarginazione: i bambini nel manicomio dei grandi. L’ha deciso tempo addietro, a Gorizia, dove suo padre era stato mandato in “esilio” dalla clinica di Padova e dove cominciò la sua lotta per la liberazione dei malati di mente. Alberta Basaglia si trova alla prima festa del manicomio, con i matti liberi dalle catene, festeggiati, per la prima volta con la permanente, con la cravatta. È bambina, e si rifugia negli archivi, anche turbata da quei corpi invadenti, che si accorgono di esistere all’improvviso; è lì che scova la storia di Romana, nata a cavallo del secolo, censita a pochi mesi, finita chissà dove. A San Clemente, invece, legge di Gabriella C., epilettica dopo una mastoidite sinistra, a sei anni, sprofondata nella malattia, divenuta da “tranquilla e mite” a “manesca, indocile, esigente”, con un casco di gommapiuma in testa per non ferirsi. I danni che possono fare i medici, l’ignoranza, la mancanza d’amore. Alberta Basaglia non racconta una storia d’altri; si implica nel rischio di essere allontanati, lei e la sua “orbaggine” mai svelata prima, un Calaboma che la costringe a trovare un proprio modo di vedere le cose, le impedisce il Conservatorio, perché bisogna leggere troppo velocemente gli spartiti, e la Facoltà di Medicina, perché il microscopio inquadra troppo piccolo. E così, in quella domanda, “a cosa sarei stata condannata?” si nasconde forse il motivo di scrivere questo quaderno privato, frammentario, per immagini e colori, nitido, timido, condito da saporite parole di veneziano. Le nuvole di Picasso (scritto con Giulietta Raccanelli, Feltrinelli Editore) esce il 12 febbraio e avvicina l’epopea della riforma Basaglia, ma soprattutto la semplicità con cui all’interno di una famiglia si canta in macchina a squarciagola “Nessuno mi può giudicare” e, al tempo stesso, si cerca di cambiare il mondo senza retorica, per affetto.
È un libro che non dimentica il dolore (e la puzza) di Pierina, la donna liberata dal manicomio che non sa più dove andare, e si lamenta col “professor”. Ma è un libro che rivendica una scelta, la necessità di non dimenticare mai che «tutti, proprio tutti – maschi, femmine, matti, malati, bambini, bambini malati – dovevano avere una possibilità per poter vivere la loro vita». E allora la famiglia non è agiografia, ma tenerezza, normalità, scontri celati. Una famiglia come altre, in cui i figli aiutavano a fare i gomitoli, la mamma sa fare un maglione intero senza cuciture sulle spalle, e il papà viene sorpreso in interminabili contrattazioni tra robivecchi e sacrestie, o annoiato dopo pochi minuti al mare, sempre con le scarpe sulla sabbia. E, ancora, lo zio Alberto Ongaro, grande scrittore veneziano, custode anche delle prime parole di Alberta Basaglia. Per non parlare della nonna Cecilia, che si presenta alla Fenice in sottoveste e fa arrestare il figlio mentre scappa sui tetti nel 1944 perché è preoccupata che si faccia male cadendo. O di Enrico, il fratello grande quasi quanto Nembo Kid. C’è, soprattutto, Alberta Basaglia, il suo grembiule arancione tra gli altri bianchi, le sue battaglie con la madre per uno chemisier mezze maniche o per vedere la televisione, la sua stravagante amicizia con una capra. Una famiglia come le altre, diversa forse soltanto per considerare tutti uguali, dal signor Toni con cui bere un caffè al famoso Picasso a cui sarebbe ovvio mandare un disegno con le belle nuvole dipinte da Alberta, se non fosse per il cognome troppo lungo sulla busta: Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Picasso. Qui, in questo affetto per la dignità di tutti i destini, c’è la radice di questi Basaglia; niente è impossibile, ma soprattutto non si capisce perché bisognerebbe pensarlo. E allora Alberta Basaglia racconta di avere cercato anche lei di non dimenticare nessuno, prima mettendosi dalla parte dei bambini, poi dalla parte delle donne che subiscono violenza. E se c’erano davvero, i manicomi, e nessuno pensava possibile chiuderli, perché un giorno non dovrebbero chiudere anche le carceri, i CPT o le case di riposo? In fondo, quel che resta di questa storia è una questione culturale; in ogni momento della vita chiunque può scegliere se liberare o rinchiudere, dare affetto o allontanare. Non perché sia semplice, ma perché è possibile.
(http://www.lavoroculturale.org/picasso-basaglia/, 10 febbraio 2014)