(titolo di redazione)
di Redazione LC
Pubblichiamo un’intervista con Judith Butler sul conflitto israelo-palestinese e sul suo ultimo lavoro Parting Ways: Jewishness and the Critique of Zionism (trad. it. Strade che divergono. Ebraicità e critica del sionismo, Raffaello Cortina 2013) apparsa su www.opendemocracy.net il 23 luglio 2013. La traduzione è a cura di Nicola Perugini e Federico Zappino.
Ormai Judith Butler si è abituata a ricevere le accuse più improbabili. Di recente è stata definita un’idiota utile alla causa dell’antisemitismo, una sostenitrice del terrorismo internazionale e – classico sempre attuale – un’ebrea che odia se stessa.
È tuttavia insolito che una filosofa post-strutturalista possa essere la destinataria di accuse di questo tipo. Lo è meno, però, se si considera la speciale reputazione che Butler, che insegna Letteratura e Teoria critica presso il Dipartimento di Letterature comparate dell’Università della California, a Berkeley, si è guadagnata negli anni. I suoi lavori sui conflitti, sul genere e sullo Stato-nazione hanno infatti radicalmente trasformato il modo in cui pensiamo la società.
A differenza di altri filosofi, inoltre, lei prende parola pubblicamente a partire dalla sua posizione di ebrea antisionista. Ogni gesto pubblico di Butler, pertanto, viene reso oggetto di controllo e, spesso, di censura. La conferenza che ha tenuto nel febbraio del 2013 al Brooklyn College sul BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzione), ad esempio, è stata accolta in modo piuttosto imprevisto. Lo stress che l’ha colpita in seguito all’avvenimento l’ha portata addirittura ad annullare tutte le altre conferenze in programma per il resto della stagione.
Il suo ultimo lavoro dal titolo Strade che divergono. Ebraicità e critica del sionismo costituisce dunque la replica a quanti vorrebbero collocare l’antisionismo al di fuori dei confini in cui il discorso pubblico ebraico è invece reso accettabile. A fronte del tentativo del Segretario di Stato americano John Kerry di rilanciare la soluzione dei due Stati in Israele/Palestina, Strade che divergono analizza criticamente tutte le soluzioni attualmente in discussione. Sfidando la povertà concettuale delle soluzioni più in voga, la proposta di Butler consiste in un sistema etico fondato su un modello di relazione con l’alterità che l’autrice considera alla base dell’essere ebrei.
Sostenitrice del binazionalismo, Butler suggerisce che il passaggio dalla “segregazione” alla “coabitazione” – passaggio pur tuttavia ambiguo o comunque problematico – costituisca una soluzione preferibile, da un punto di vista etico, rispetto a quella dei due Stati. Butler definisce questa proposta nei termini di una trasformazione radicale che dalle strutture sociali arriva al sé e viceversa: ogni coabitazione vera e propria, d’altronde, richiede una trasformazione sociale e individuale del modo di trattare chi occupa posizioni marginali.
Ma, si badi bene, non si tratta di una soluzione romantica. «Quanti si aspettano che dall’inimicizia possa all’improvviso nascere l’amore, probabilmente, si sbagliano», dice Judith Butler, aggiungendo: «la coabitazione può essere infelice, miserabile, ambivalente. Può anche essere piena di antagonismo, ma può avere luogo nell’arena politica senza il ricorso all’espulsione o al genocidio. Questo è il nostro dovere».
Quando ci incontriamo, Butler sembra affaticata. La posizione che sostiene, d’altronde, non è semplice, ed è suscettibile di intenzionali travisamenti. La professoressa che si definisce “una intellettuale cosciente di sé, che se ne sta in disparte” ha ora deciso di entrare a gamba tesa nel dibattito politico di uno dei conflitti più aspri del nostro tempo.
Open Democracy: Nell’Introduzione di Strade che divergono accenni alla tua storia personale e al lutto che ha colpito la tua famiglia sotto il regime nazista, e scrivi anche che potrebbe essere qualcosa di interessante da esplorare, ma che non sia quella la sede più appropriata. Perché no?
Judith Butler: Questo è un bel problema. Io non ho un cognome ebraico, ma ciò è da imputare principalmente a tutte le peripezie che possono accadere durante l’emigrazione. La famiglia di mia madre venne sterminata in Ungheria, nei primi anni Quaranta, e io sono cresciuta con questa consapevolezza, ma anche con un senso decisamente troppo pesante del trauma che ha colpito la mia famiglia.
Da un lato, di conseguenza, potrei dire che questa cosa mi conferisca credibilità: chiunque direbbe «Oh, lei può parlare perché è un’ebrea, è stata allevata come un’ebrea, fa parte della seconda generazione di ebrei sopravvissuti all’Olocausto». Ma avrei il diritto di rivendicare questa posizione? Mi conferirebbe davvero una maggiore legittimazione? Posizione nei riguardi della quale, peraltro, nutro ancora una forma di rabbia. Dunque perché dovrei farlo? Non mi va di vendermi in questo modo. Vorrei che le mie argomentazioni fossero buone argomentazioni sulla base di ciò che attualmente ho da dire.
Pertanto, la mia posizione è quella di un’ebrea che non vuole essere rappresentata dallo Stato di Israele, il quale invece sostiene di rappresentare tutti gli ebrei, né essere sua potenziale cittadina. D’altronde sono convinta che Israele non mi conferirebbe oggi alcuna forma di cittadinanza.
OD: Forse dietro conversione?
JB: Sì, forse dietro una buona narrazione della conversione… ma, ad ogni modo, non sfrutterò quella strada. Mi piacerebbe percorrerla, ma non sfruttarla. Anche se non la percorressi del tutto, d’altra parte, sarebbe un problema. Penso che i lettori vogliano sapere chi sono e da dove vengo.
Spesso, quando si incorre nella domanda “sei sionista?”, la risposta “no” è vista come un malcelato desiderio di distruzione dello Stato di Israele o come un tuo coinvolgimento diretto in potenziali o reali attacchi diretti a Israele. Alla stessa domanda, dunque, mi sento di rispondere: “non su queste basi”.
Io nasco come sionista, ma solo perché non possiamo scegliere le nostre origini. Il sionismo era nell’aria, nella mia famiglia, ma per quanto mi riguarda ho rotto con esso non appena sono stata in grado di porre domande a riguardo. E ciò non significa che io desideri la distruzione di un popolo: significa, piuttosto, che desidero uno Stato le cui strutture incarnino in maniera decisamente più sostanziale i principi basilari della democrazia.
OD: Perché il tema della coabitazione è così importante nel libro?
JB: Alcuni politici israeliani hanno proposto di trasferire i palestinesi fuori dall’attuale Israele, o nei territori occupati [da Israele: Cisgiordania e Gaza, ndr], o in Giordania, o in altri paesi arabi. L’idea è che in questo modo non ci sarà alcun mescolamento tra palestinesi ed ebrei israeliani, o tra palestinesi e comunità ebraiche.
Ma trovo indegna l’idea di una segregazione. E allo stesso modo, se guardi a parte del linguaggio nei documenti fondativi di Hamas, c’è quel famoso appello a gettare gli israeliani nel mare. È anche vero che la maggior parte dei politici palestinesi dicono che ovviamente non è questo ciò che vogliono, e anche dentro lo stesso Hamas c’è un dibattito aperto a proposito di quell’appello, ma fino a che l’appello non verrà rimosso la sua nocività resterà.
Dunque sto cercando di pensare a cosa succederebbe se togliessimo di mezzo, per tutti, l’espulsione dalla discussione, e pensassimo invece ai diritti di chi è già stato espulso. Cosa succederebbe se pensassimo insieme, dentro lo stesso ragionamento, ai diritti dei rifugiati che sono venuti in Israele dopo la Seconda Guerra Mondiale, dei rifugiati provenienti da altri paesi, e dei rifugiati palestinesi che sono stati spossessati delle loro terre e case?
Abbiamo bisogno di una comprensione giuridica e politica dei diritti del rifugiato in cui la soluzione per un gruppo di rifugiati non produca una nuova classe di rifugiati; non si può risolvere un problema di rifugiati creando un problema nuovo, potenzialmente ancora più grande. Se questa norma, che a me sembra particolarmente logica e chiara, diventasse una norma di base, allora vi sarebbe un punto di partenza da cui iniziare a pensare la coabitazione.
È stato Edward Said a pensare che se vi è una speranza nel binazionalismo, questa consiste nel fatto che, nonostante la storia di privazioni ed esilio degli ebrei sia diversa dalla storia di privazioni ed esilio dei palestinesi, entrambe traducono esperienze scottanti e recenti che potrebbero consentire loro di giungere a una comprensione comune dei diritti del rifugiato e di ciò che potrebbe significare vivere insieme, a partire da storie così simili.
OD: Nel mezzo di questa discussione sulla coabitazione dici: «Certamente il binazionalismo non significa amore, ma in esso vi è, potremmo dire, un elemento necessario e impossibile che si prende gioco dell’identità, un’ambivalenza che emerge dal decentramento dell’ethos nazionalista e che pone le fondamenta per una rivendicazione etica permanente». Dunque esiste una questione etica: non scegliamo con chi coabitiamo, e anche se questo produce un’ambivalenza, dobbiamo semplicemente accettarla.
JB: Sì, esattamente. Le persone che si aspettano che l’inimicizia si converta improvvisamente in amore stanno adottando un modello di pensiero sbagliato. Penso a quello che Hannah Arendt intendeva quando disse che «non possiamo scegliere con chi coabitare il mondo», è che tutti coloro che abitano il mondo hanno un diritto ad essere qui in virtù del fatto stesso di essere qui. Essere qui significa avere un diritto a essere qui.
Ovviamente quello che intende dire Arendt è che il genocidio non è un’opzione legittima. Decidere che un’intera popolazione non ha diritto a vivere nel mondo non va bene. Non importa quanto la relazione con questa popolazione sia vicina o lontana, ma non esiste un diritto di cancellare una popolazione o di degradare la sua fondamentale umanità.
Dunque cosa significa vivere insieme agli altri? Questa esperienza può essere infelice, miserabile, ambivalente. Può anche essere piena di antagonismo, ma può avere luogo nell’arena politica senza il ricorso all’espulsione o al genocidio. Questo è il nostro dovere: restare nella sfera della politica qualsiasi rabbia omicida abbiamo, senza agire su di essa.
Penso che alcuni di loro lo facciano. In Israele ci sono spazi in cui le persone, più o meno, condividono i loro quartieri. Ad Haifa ci sono intere comunità che sono più o meno integrate. Ma queste condivisioni avvengono con palestinesi con passaporto israeliano che hanno, in gran parte, accettato certi modelli cooperativi e una cittadinanza di seconda classe.
Dobbiamo essere fortemente critici con quei modelli di cooperazione che rafforzano le disuguaglianze. Vogliamo modi di coabitazione e solidarietà – alcuni la chiamano coesistenza – che mirano a trasformare tutte le dimensioni, così da avere una uguaglianza politica ed economica reale, la fine dell’occupazione e una qualche forma di rispetto del diritto palestinese al ritorno.
OD: Quindi Strade che divergono è un invito alla trasformazione?
JB: Penso di sì. Ci sono tre appelli fondamentali che faccio sulla scia degli attivisti e degli studiosi palestinesi che hanno lavorato a lungo sulla questione. Il primo è un appello a creare una solida base costituzionale [dentro l’attuale Israele, ndr] per l’eguaglianza di tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro religione, etnia o razza.
Il secondo è un appello per fine dell’occupazione, che è illegale e costituisce l’estensione di un progetto coloniale. Secondo me la Cisgiordania e Gaza sono colonizzate, anche se Gaza non è occupata nello stesso modo in cui è occupata la Cisgiordania. Il governo e l’esercito israeliano controllano tutti i beni che entrano ed escono da Gaza, e hanno ristretto l’uso di materiali edili che potrebbero consentire ai palestinesi di ricostruire le case e le strutture distrutte dai bombardamenti israeliani [durante le operazioni “Piombo Fuso” (2008-2009) e “Pilastro di Difesa” (2012), ndr].
Il terzo appello è forse il più controverso. Ma ritengo che sia urgente pensare a come concettualizzare il diritto al ritorno, a come rispettarlo, sia attraverso un ritorno fisico dei rifugiati palestinesi ai loro luoghi di origine, sia attraverso una compensazione. Alcuni progetti prevedono un progetto nelle zone in cui i rifugiati vivevano, senza che questo voglia dire un ritorno nelle stesse case in cui abitavano [e da cui sono stati espulsi, ndr].
Ma le persone che sono state trasformate in senza-stato dall’occupazione hanno diritto ad essere rimpatriate, e la questione qui è: in quale stato, in quale area territoriale e in quale comunità politica? Chi è stato espropriato ha diritto a una qualche forma di compensazione. Queste sono norme internazionali fondamentali.
OD: Nel tuo ultimo capitolo citi la poesia in cui Mahmud Darwish dice «una vita possibile è una vita che aspira all’impossibile». E descrivi questa frase come un paradosso. Potresti spiegarlo?
JB: Ci sono persone che credono nella Realpolitik e dicono: «Non ci sarà mai uno stato, non ci sarà mai uguaglianza, non ci sarà mai pace… non ti illudere. Se vuoi essere politico, pensa concretamente e pensa a quali aggiustamenti puoi fare all’interno dell’attuale regime politico».
Allora mi viene da pensare: va bene, ma cosa significherebbe vivere in un mondo in cui nessuno accantonasse la possibilità di un’uguaglianza politica sostanziale, o di una fine completa delle pratiche coloniali? Cosa succederebbe se nessuno mettesse da parte queste aspirazioni con la scusa che sono impossibili? Le persone ti deridono quando dici diritto al ritorno. Ero a un incontro tra israeliani e palestinesi in cui le persone dicevano: «Non succederà mai». Così ho detto: «Sì, ma non verrà tolto dal tavolo delle discussioni».
A volte in politica la cosa che non potrebbe mai succedere inizia a succedere. E ci vogliono persone che resistono per questa cosa, persone che accettano di essere idealiste e di operare in contrasto con la Realpolitik. Se non ci fossero questi ideali la nostra sensibilità politica sarebbe completamente corrotta da questo processo.
Forse, uno dei doveri della teoria e della filosofia è di dare forza a principi che sembrano impossibili, o che hanno lo statuto dell’impossibile, senza abbandonarli e continuando a desiderarli, anche quando sembrano irrealizzabili.
Va bene. È un servizio. Ma cosa succederebbe se vivessimo in un mondo in cui non ci fossero persone che lo fanno? Sarebbe un mondo impoverito.
(www.lavoroculturale.org/, 12 marzo 2014)
di Alberto Castellano
Non ho scelto di fare questo mestiere, in qualche modo mi sono lasciata trasportare dagli eventi, dalle combinazioni della vita… E mi sono ritrovata a fare forse il più bel lavoro possibile, quello di immaginare mondi diversi, cercando di dar loro una forma e un senso». Così Antonietta De Lillo sintetizza come meglio non si potrebbe il suo percorso artistico, professionale, esistenziale e anche morale. Si, perché la regista, fotografa e produttrice napoletana è una figura anomala nel panorama cinematografico italiano proprio per la sua capacità/vocazione a rendere corpo unico forma e contenuto, sperimentazione e racconto, opzioni tecniche e sguardo sulla realtà. E da questo punto di vista il suo ultimo lavoro La pazza della porta accanto è esemplare, a cominciare dalla sua genesi, la scelta cioè di tornare su una grande intellettuale italiana come la poetessa Alda Merini.
A distanza di quasi vent’anni da «Ogni sedia ha il suo rumore», hai recuperato il prezioso materiale «rimasto nel cassetto» della lunga conversazione avuta con Alda Merini nella sua casa milanese nel giugno del 1995. E «La pazza della porta accanto» è un videoritratto che restituisce integralmente quell’incontro.
Ho sentito che era arrivato il momento di recuperare quel materiale dagli archivi della Megaris. Il passato lo accudisco mentre guardo avanti e, soprattutto, mentre vivo la difficoltà del presente. È stato come se ritrovassi un pezzo di memoria che ho già usato. Ho visto il primo documentario breve su Alda Merini del ’95 come un’introduzione, ho voluto riprendere un discorso interrotto, si trattava di riposizionare il cosiddetto «found footage». La morte di Merini non ha influito sul mio progetto che tra l’altro è nato quando era ancora viva, è stato più che altro un atto di fede, volevo catturare la poetessa con la forza del cinema che è un’arte collettiva che parla della realtà. Per me Merini, Fulci, Novi non muoiono mai, il nostro cinema rimane, la loro testimonianza resta, il loro stare al mondo fa il cinema della memoria, il loro insegnamento mi rimane, il cinema è memoria.
Napoletana ma «emigrata» tanti anni fa. Quale è il tuo rapporto con la città oggi?
Prendendo come esempio proprio la proiezione di La pazza della porta accanto a Napoli, mi ha fatto molto piacere trovare l’affetto e il calore di un pubblico di diverse generazioni. Il mio rapporto con Napoli è molto rispettoso, Napoli o la ami o la rinneghi. Io vivo a Roma da tanto ma ho conservato un legame forte con la mia città d’origine anche se non è facile: mi sento un po’ in colpa, ma riesco a guardarla dal di fuori. Due cose mi hanno sempre «ossessionata»: cosa vuol dire essere napoletana e essere regista donna. Li considero dei privilegi.
A proposito di registe tu sei una delle protagoniste del documentario «Registe» dedicato alle donne dietro la macchina da presa. Cosa significa per te essere donna e fare cinema?
Non mi sono mai riconosciuta negli anniversari obbligati come la festa della donna, o nei movimenti femministi; preferisco che il mio cinema sia considerato femminile non femminista, ho condiviso certe lotte ma a volte non mi piacevano i toni. Non sono d’accordo con tutto ciò che ci mette in una situazione di nicchia al ribasso, mi piace il percorso fatto per arrivare alla parità, c’è ancora troppa aggressività contro piuttosto che l’impegno per farsi riconoscere. In questi anni abbiamo assistito al ricomporsi della donna-oggetto, siamo tornati indietro, c’è stata una regressione culturale. La donna dovrebbe essere considerata come essere umano, un incontro tra forma e contenuto. Nel cinema ci sono molte storie al femminile, ma si fa ancora fatica a riconoscere la complessità professionale di questo lavoro.
Dopo i primi film, «La casa in bilico» (1986) e «Matilda» (1990 realizzati insieme a Giorgio Magliulo col quale hai fondato la società di produzione Megaris, hai proseguito da sola. Un percorso indipendente, difficile, poliedrico, tra documentario e finzione.
Ho fatto i film che sentivo di fare, ho raccontato le storie che volevo raccontare, ho perseguito obiettivi precisi proteggendo con tenacia e orgoglio la mia «invisibilità». È quella che però mi ha fruttato negli anni l’attenzione della critica e di una consistente fascia di spettatori.
E ora è arrivato anche il riconoscimento del Bergamo Film Meeting che ti ha dedicato una retrospettiva completa del tuo cinema …
La retrospettiva non può che farmi felice tanto più che riguarda anche altre registe europee, racchiude un percorso lungo e articolato. Ho fatto una carriera «nascosta», la mia «invisibilità» ha caratterizzato tutto il mio percorso. Mi sento più una cineasta «acrobata-funambola» col gusto del pericolo che una regista vera e propria. Un festival rigoroso e di qualità come quello di Bergamo ha il pregio da una parte di far conoscere un percorso e una memoria, dall’altra rende visibile ciò che è invisibile.
Ti sei specializzata anche nel videoritratto, e da qualche anno stai sperimentando il film partecipato.
In Italia sono stata un po’ la pioniera del videoritratto , perché già ai tempi della Megaris ho capito che col metodo del montaggio in Avid quando eri costretto a girare molte ore di materiali e li dovevi vedere tutti, si poteva fare di necessità virtù; scrivi la sceneggiatura durante il montaggio, costruisci il racconto con la tecnologia. In quanto al film partecipato ho sperimentato Il pranzo di Natale con la rete, il veicolo digitale. E ora è quasi pronto Oida (Oggi insieme domani anche) il cui tema è un’inchiesta sull’amore oggi. Si tratta di condividere il racconto di più sguardi attraverso la rete, tutti possono dare dei contributi su un tema, è un meccanismo di condivisione e scambio. E con questo spirito ho incoraggiato il percorso autonomo del corto animato di Maria Di Razza Forbici, uno dei frammenti del film, che in particolare denuncia la violenza sulle donne. Sta avendo molto successo in vari festival internazionali ed ha avuto una segnalazione nell’ambito dei Nastri d’Argento,
Di solito sei impegnata su vari progetti anche come produttrice.
Si, nel 2014 ho in cantiere un documentario Let’s go su Luca Musella, fotografo e scrittore napoletano, un esodato, e sulla sua condizione economica e sentimentale, la sua crisi, lo sto girando tra Milano e Napoli con la collaborazione di Giovanni Piperno. E poi c’è Morta di soap dal libro di Adele Pandolfi un vecchio progetto che finalmente sta per vedere la luce. Ci sono ancora ostacoli, ma non mi arrendo, sento sempre di più la necessità di raccontare il reality per raccontare la realtà, noi stessi, il rapporto pericoloso con la televisione. Pandolfi parteciperà ma ci sarà un’attrice che interpreta lei protagonista nella vita e nel libro.
di Michele Giorgio
Costi quel che costi, non indosseremo la divisa. I soldati israeliani, protestano 50 “shministim”, «violano diritti umani e compiono azioni che il diritto internazionale considera crimini di guerra. Ci opponiamo all’occupazione dei Territori palestinesi…ad esecuzioni mirate, costruzioni di insediamenti colonici, arresti amministrativi, torture, punizioni collettive». E’ una scelta e allo stesso tempo un pesante atto di accusa che queste decine di ragazzi delle scuole medie superiori israeliane, hanno scritto in una lettera spedita al premier Benyamin Netanyahu. «Ci rifiutiamo di abbandonare i nostri principi come condizione per essere accettati nella società», affermano, rivolgendo agli israeliani l’invito «a riconsiderare la loro posizione in merito all’occupazione , l’esercito e il ruolo dei militari nella società civile». Sottolineano i mali che individuano nella società israeliana: «razzismo, violenza, discriminazioni etniche». Pochi hanno accolto con favore la scelta di questi adolescenti. I siti web israeliani che hanno riportato l’annuncio abbondano di rimproveri e insulti. Qualcuno invita questi ragazzi a lasciare Israele, a trasferirsi altrove. Loro, nonostante la giovanissima età, non demordono e avvertono che nuove firme si stanno aggiungendo i primi cinquanta nomi. Sono consapevoli di essere il gruppo più numeroso di “refusenik” ad uscire tutti insieme allo scoperto da quando, a cavallo tra il 2001 e il 2002, centinaia di riservisti israeliani, ufficiali e soldati, proclamarono il loro “rifiuto”. La loro protesta coincide con la manifestazione di massa tenuta qualche giorno fa a Gerusalemme da centinaia di migliaia di ebrei ortodossi contro la leva, che anche per loro, proprio in questi giorni, dovrebbe diventare obbligatoria con il via libera della Knesset alla legge voluta dal governo. Ieri a Tel Aviv abbiamo incontrato Dafna Rothstein Landman, 17enne portavoce dei giovanissini obiettori di coscienza.
Quando avete deciso di scrivere questa lettera, indirizzata a Netanyahu ma di fatto rivolta a tutti gli israeliani? E’ una idea che parte da lontano. La scorsa estate abbiamo cominciato a discutere del servizio militare che ci attende dopo la scuola. Qualcuno aveva già ricevuto il telegramma di convocazione da parte delle Forze Armate. Cosa facciamo? Ci chiedevamo sempre più di frequente. Questo interrogativo nei mesi successivi si è allargato a ragazzi di altre scuole e tanti hanno risposto, in modo esplicito, di non essere disposti a far parte di un esercito che compie crimini contro un popolo sotto occupazione (i palestinesi, ndr). Altri sono andati oltre affermando il rifiuto totale del servizio di leva e del suo ruolo nella costruzione della società israeliana.
Un dibattito importante per una società come quella israeliana che considera l’Esercito il suo pilastro. Senza dubbio e va ancora avanti, proprio perchè l’obiettivo è quello di coinvolgere un numero crescente di nostri coetanei. Nonostante le reazioni contrarie che affronteremo molto presto. La nostra lettera è troppo recente e sino ad oggi abbiamo registrato risposte solo sul web e non da parte delle istituzioni o dell’ufficio di Netanyahu. Sappiamo già che dal primo ministro non avremo commenti al nostro appello, preferirà ignorarci, mentre ci aspettiamo presto le reazioni di una parte consistente del mondo politico.
Reazioni che vi preoccupano? No perchè siamo determinati e convinti delle posizioni che abbiamo espresso in quel documento che ha due punti fondamentali. Il primo è il rifiuto dell’occupazione (dei Territori palestinesi) e di ciò che commette l’esercito contro i palestinesi. Il secondo, altrettanto centrale, è il rifiuto della pesante influenza delle Forze Armate nella società israeliana. Faccio un esempio. Un ragazzo israeliano a 16–17 anni, mentre si avvicina la fine della scuola, non discute con amici e compagni di classe di cosa vorrebbe studiare all’università o di come intende costruire la sua formazione verso il mondo del lavoro. Parla invece del servizio di leva, del mondo militare, pensa e agisce in modo completamente diverso da un ragazzo di un altro posto del mondo. La pressione dell’Esercito sui giovani israeliani è enorme, oltre a condizionare tutta la società.
Qualcuno di voi è mai stato nei Territori occupati? Sì, tanti tra quelli che hanno firmato il documento sono stati in Cisgiordania. Anche io, diverse volte.
Cosa ti ha colpito di più, quale situazione ha contribuito di più ad orientare la scelta che hai fatto di rifiutare il servizio di leva. Credo che per me sia stato molto importante partecipare alle manifestazioni (nei Territori occupati) a sostegno delle comunità palestinesi minacciate dalla costruzione del Muro. In quell’occasione ha potuto vedere di persona cosa ha significato per i palestinesi e la loro vita la realizzazione di questo gigantesco progetto dell’occupazione. E ho anche visto la risposta brutale e violenta dell’Esercito alle proteste dei palestinesi. Quando vai nei villaggi e conosci le persone, parli con loro, vedi cosa soffrono, allora capisci che non sono credibili le notizie che la sera ascolti dalla televisione e comprendi di aver avuto la possibilità di capire la realtà dell’occupazione, senza più filtri e omissioni. A quel punto chi vede, chi sa è chiamato a scegliere, deve decidere. E noi abbiamo deciso, abbiamo fatto la nostra scelta. Ed esortiamo i nostri coetanei, tutti gli israeliani, a riflettere, a ripensare a un modello di vita e di comportamento. Lo facciamo per mettere fine all’occupazione e all’oppressione dei palestinesi e per costruire una società israeliana completamente diversa da quella attuale.
(il manifesto, 10 marzo 2014)
di Giulietto Chiesa
Nel mare magnum delle menzogne, delle imbecillità e, soprattutto, delle omissioni, viste e non viste (per la contraddition che nol consente) lette e non lette (idem come sopra), spiccano alcuni silenzi del mainstream occidentale.
Victoria Nuland, assistente del Segretario di Stato Usa, per esempio, ne ha fatte e dette di cotte e di crude in questi mesi. Parlando con il suo ambasciatore a Kiev, ben prima del rovesciamento del legittimo (quanto inviso) presidente Yanukovic, la Nuland decideva già la composizione del nuovo governo rivoluzionario che si sarebbe insediato a Kiev, dando indicazioni su chi si sarebbe dovuto includere o escludere.
Tutti i media europei s’indignarono molto per il finale di quella conversazione, elegantemente chiusa con un “fuck EU”, all’indirizzo degli alleati europei, a giudizio della Nuland non sempre completamente sdraiati a leccare i piedi di Washington. Nel grande scandalo, tuttavia, tutti dimenticarono di riferire, appunto, il resto di quella conversazione, che mostrava tutta intera la tracotanza dell’Amministrazione americana contro un paese sovrano. La Nuland già aveva venduto la pelle dell’orso: sapeva in anticipo come sarebbe finita.
Ma la Nuland – repetita iuvant – assistente del segretario di Stato Usa, aveva fatto di meglio nel dicembre scorso, quando – parlando al Press Center di Washington – aveva informato il colto e l’inclita che gli Stati Uniti “hanno investito cinque miliardi di dollari per dare all’Ucraina il futuro che merita. Una frase davvero storica, non solo per la cifra, ma per l’eccezionale assunzione di responsabilità: il futuro dell’Ucraina non è nelle mani degli ucraini, ma nelle mani dell’America. […] Così, infatti, sono stati comprati centinaia, anzi migliaia, di docenti, ricercatori, funzionari pubblici, studenti dei paesi est-europei, di Ucraina, di Russia. Chi poteva resistere alla tentazione di moltiplicare per cento il proprio stipendio? Di visitare un ricco paese straniero? Di tornare in patria un po’ più benestante, magari con i soldi per un’auto occidentale? Certo, per poter tornare a godere di un tale privilegio si deve poi restituire qualche cosa. Questi programmi “culturali”, ben finanziati da decine di ricche fondazioni americane, hanno rappresentato il primo contingente di una grande offensiva politica. Così sono state create migliaia di “quinte colonne”, di propagandisti indefessi dell’“american way of life”.
Analoghi metodi di reclutamento sono stati effettuati con i giornalisti, che potremmo definire moltiplicatori di propaganda. Lo si è visto con Otpor, in Jugoslavia, che fu artefice principale del rovesciamento “pacifico” di Slobodan Milosevic. Lo si è visto nella “rivoluzione arancione” che portò al potere in Ucraina Viktor Yushenko e la Iulia Timoshenko. Lo stesso tentativo è stato fatto ripetutamente in Russia, prima e dopo il crollo dell’Urss.
Sono cose note – per lo meno dovrebbero esserlo, sebbene troppi giornalisti le ignorino – che hanno costellato la storia degli ultimi trent’anni. Ma quello che vorrei qui ricordare è un evento storico, molto simile a quanto il ministro degli Esteri estone, Urmas Paet, ha raccontato a Catherine Ashton, capo della diplomazia europea.
Paet avvertiva la Ashton che, secondo testimonianze che egli considerava attendibili, la mattanza del 20 febbraio in piazza Maidan sarebbe stata attuata non dalla polizia di Yanukovic, ma da cecchini piazzati sui tetti dall’“opposizione”. Leggendo le parole di quella telefonata assai riservata – rubata evidentemente da qualche servizio segreto che ha imparato le regole della Nsa – mi è venuta in mente la storia del dramma che avvenne a Vilnius, Lituania, il 15 gennaio 1991.
L’analogia è impressionante sotto ogni profilo. Sono andato a rivedere su Youtube come quel dramma viene descritto. Il titolo di un filmato dice così: Le truppe sovietiche contro cittadini lituani disarmati a Vilnius. Dunque alla storia è consegnata dal web, per sempre, la responsabilità sovietica per un massacro di civili.
Quell’episodio è diventato addirittura il momento fondante della Repubblica indipendente di Lituania, ora membro della Nato e uno dei 28 paesi dell’Unione Europea. Ma adesso sappiamo che tutta quella storia fu scritta da altre mani, ben diverse da quelle del “popolo lituano”.
Raccontai questa scoperta, il 18 febbraio 2012, nella recensione al libro di Gene Sharp Come abbattere un regime, sottotitolo Manuale di liberazione non violenta.
La scoperta mi fu squadernata dall’ex ministro della Difesa della Lituania, Audrius Butkevicius, l’organizzatore di una sparatoria che si trasformò in un massacro di civili. Situazione quasi identica a quella della piazza Maidan di Kiev del 20 febbraio 2014.
Qui cito il me stesso di quella recensione:
Ci fu una operazione da servizi segreti, predisposta, a sangue freddo, con l’obiettivo di sollevare la popolazione contro gli occupanti. Chiedo al lettore di sopportare la lunga citazione dell’intervista che venne pubblicata nel maggio-giugno 2000 dalla rivista Obzor e che è stata recentemente ripubblicata sul giornale lituano Pensioner. Sarà una fatica non inutile, perché coronata da una preziosa scoperta, che ci aiuterà a capire diverse cose del libro di cui stiamo parlando.
“Non posso giustificare il mio operato di fronte ai familiari delle vittime – dice Butkevicius, che allora aveva 31 anni – ma davanti alla storia io posso. Perché quei morti inflissero un doppio colpo violento contro due cruciali bastioni del potere sovietico, l’esercito e il KGB. Fu così che li screditammo. Lo dico chiaramente: sì, sono stato io a progettare tutto ciò che avvenne. Avevo lavorato a lungo all’Istituto Einstein, insieme al professor Gene Sharp, che allora si occupava di quella che veniva definita la difesa civile. In altri termini ci si occupava di guerra psicologica. Sì, io progettai il modo con cui porre in situazione difficile l’esercito russo, in una situazione così scomoda da costringere ogni ufficiale russo a vergognarsi. Fu guerra psicologica. In quel conflitto noi non avremmo potuto vincere con l’uso della forza. Questo lo avevamo molto chiaro. Per questo io feci in modo di trasferire la battaglia su un altro piano, quello del confronto psicologico. E vinsi.”
Spararono dai tetti vicini, con fucili da caccia, sulla folla inerme. Come hanno fatto in Libia, come hanno fatto in Egitto, come stanno facendo in Siria.
Adesso avete capito. Gene Sharp era là, in spirito. Fu lui che insegnò a Butkevicius come vincere, “trasferendo la lotta sul piano psicologico”. Peccato che, lungo la strada, morirono 22 persone innocenti. Ma, “di fronte alla storia”, cosa pretenderanno i nostri difensori dei diritti umani?
Il libro di Sharp va dunque letto sotto un’altra luce. Ed è, sotto questa luce, un’opera geniale. È stato scritto proprio per le giovani generazioni, che sono ormai totalmente prive di ogni memoria storica, già omologate dalle televisioni, ora intrappolate nei social network, che non hanno mai fatto politica, che sono digiune di ogni forma di organizzazione. Per questo è scritto con sconcertante semplicità, per essere compreso da un ragazzo o una ragazza della scuola media: per introdurli nella lotta politica e psicologica rese possibili dai tempi moderni, ma in modo tale che siano strumenti non in grado di capire ciò che fanno e per chi lavoreranno. È un manuale per organizzare la “sovversione dall’interno”, di tutti i paesi “altri” rispetto all’America e all’Europa; per armare, con la “non violenza” le quinte colonne che devono far cadere tutti i regimi che sono esterni al “consenso washingtoniano”.
Questi metodi sono stati dunque accuratamente preparati, e ripetutamente già sperimentati. Bisogna dire che, purtroppo, funzionano. E funzionano perché il grande pubblico non può neppure immaginare tanta astuzia e crudeltà. Funzionano perché i giornalisti sono troppo stupidi, o troppo corrotti per poter raccontare verità che non capiscono o che non vogliono capire e vedere.
La signora Ashton non reagisce alla rivelazione di Urmas Paet. Non dice nulla. Si presenterà ai giornalisti ripetendo che la responsabilità è tutta di Yanukovic. Il presidente Obama chiederà a Yanukovic di smetterla con la repressione. Fino a che Yanukovic cadrà. Come fece con Gheddafi, come si appresta a fare con Bashar Assad. Dove sta la differenza? Sta nel fatto che, fino al febbraio 2014, si erano abbattuti, con il manuale di Gene Sharp, i “dittatori violenti e sanguinari”, i regimi dei “paesi canaglia”. Adesso si fa di più e di meglio. Con gli stessi metodi si abbatte un governo e un presidente legittimamente eletti da un popolo. Quello ucraino temo sarà soltanto il primo di una serie. E milioni di cittadini dell’Occidente intero leggono – e credono – che l’aggressore è stato Vladimir Putin, il dittatore di turno da abbattere.
Sono i tempi in cui le rivoluzioni le fa il Potere.
(ilfattoquotidiano.it, 10 marzo 2014)
di Giancarlo Bocchi
Biografie eccentriche. L’ultima parte della sua vita è la più misteriosa. Alcuni documenti inediti sulla fotografa e agitatrice politica che attraversò Hollywood, il Messico, Mosca.
Delle molte vite di Tina Modotti, operaia nelle filande, attrice a Hollywood, musa di artisti e fotografi come Diego Rivera ed Edward Weston, fotografa di fama internazionale, scrittrice di pamphlet, agitatrice politica, si sa molto. Ma c’è un’ultima vita, per molti aspetti ancora sconosciuta e gravida di segreti, che è tuttora avvolta nelle nebbie della Storia.
Ebbe inizio nell’ottobre del 1930 in Unione Sovietica, quando la Modotti dopo l’espulsione per motivi politici dal Messico giunse a Mosca dopo un breve e infelice soggiorno a Berlino. Anche se Tina mascherava i suoi sentimenti citando spesso una frase di Nietzche — «Ciò che non mi uccide mi dà forza» — nell’animo era turbata e smarrita. L’anno prima il suo compagno, il rivoluzionario cubano Antonio Mella, era morto tra le sue braccia in una strada di Mexico City vittima di un agguato politico dai contorni rimasti oscuri. Giunta a Mosca, l’affascinante fotografa dai capelli corvini e dagli occhi di carbone, elegante, con le calze di seta e profumata con costose essenze francesi, scoprì che il suo amico e accompagnatore nel viaggio sul piroscafo Edam dal Messico in Europa, l’agente stalinista Vittorio Vidali, uomo dai mille volti, il 2 ottobre si era sposato usando il nome di copertura di Jorge Contreras con Paulina Hafkina, una giovanissima russa, che aspettava un figlio da lui.
A Mosca Tina era alla ricerca di una nuova vita e di nuovi interessi. Era conosciuta come un’artista della fotografia, ma non era d’accordo se «le parole arte e artistico vengono applicate al mio lavoro… Mi considero una fotografa e niente di più». Invece di fotografare la complessa realtà della prima nazione del comunismo, Tina iniziò a lavorare per il Mopr (Soccorso rosso internazionale). In un documento autografo del 23 novembre 1930 dichiarò che Jorge Contreras (alias Vittorio Vidali) gli aveva consegnato i documenti dei Dipartimenti latino-americano, italiano, portoghese e spagnolo in ordine e aggiornati. Insieme all’ambizioso e spietato, Tina scrisse anche diverse lettere e risolse alcuni problemi delle sezioni canadesi, statunitensi, irlandesi del Soccorso rosso.
A Mosca Tina però non riuscì a fotografare. Perché non fu più capace di ritrovare nelle immagini quella originale sintesi tra forma e ideologia per quale era famosa? La luce slavata e tetra di Mosca, le difficoltà nel trovare i materiali fotografici per la sua Granflex e nell’ottenere i permessi per gli scatti non sono motivi sufficienti a giustificare una crisi artistica così profonda. «Vivo una vita completamente nuova, tanto che mi sento diversa» scrisse a Edward Weston, il grande fotografo americano suo confidente che l’aveva avviata alla fotografia.
Fino a qualche mese prima Tina aveva pensato che le immagini potessero produrre un cambiamento del mondo. Da quando era partita dal Messico con Vidali questo convincimento era stato rimpiazzato dall’idea dell’azione diretta, dell’agire come una vera rivoluzionaria. L’Ufficio speciale della Ogpu (la polizia segreta sovietica antesignana dell’Nkvd) il 12 marzo 1931 ricevette una richiesta da Elena Stassova, presidente di Soccorso Rosso, dove si chiedeva di autorizzare Tina a prendere visione e occuparsi di documenti segreti. La Quinta sezione speciale dell’Ogpu rispose il 24 aprile 1931, autorizzando la Modotti a svolgere quel lavoro segreto.
Da tempo le sezioni segrete di Soccorso rosso e del Comintern (la sezione supersegreta denominata Oss) agivano all’estero in stretta collaborazione e in supporto con i Servizi segreti sovietici, l’Ogpu (che diventerà poi Nkvd) e il Gru dell’Armata Rossa. Anche se Tina era riuscita a vendere l’ingombrante Granflex e a sostituirla con una modernissima (e introvabile in Urss) Leica mod. 1932 con esposimetro incorporato; anche se poteva diventare la fotografa ufficiale di qualche importante istituzione dello Stato sovietico, rifiutò ripetutamente le offerte di scattare foto.
In quei mesi aveva anche chiarito il rapporto con Vidali. In passato non si era preoccupata di avere avventure multiple, ma giunta a Mosca pensava solo ai suoi doveri e alla sua integrità di rivoluzionaria. Per questo scrisse in una autobiografia per presentarsi al Comintern: «Il nome di mio marito è Vittorio Vidali (Jorge Contrera). È di origine italiana. È membro del Partito Comunista ed è da anni rivoluzionario professionista». La sua autobiografia è un documento interessante. Tralasciando il fatto che Vidali avesse sposato qualche tempo prima una giovane russa, nel documento compaio significative omissioni sul passato lavoro di attrice nel cinema di Hollywood o sulla sua storia d’amore con il rivoluzionario Antonio Mella, amico di Andreu Nin, e in odore di trotskismo. Ma questa inconsueta autobiografia dattiloscritta offre anche un interessante spaccato psicologico di Tina. «Quando avevo nove anni mio padre emigrò negli Stati Uniti in cerca di lavoro. Per lunghi intervalli di molti mesi non ricevemmo da lui nessuna notizia né spedì soldi a casa per mancanza di lavoro. Ciò significa che dovevamo vivere praticamente di carità. All’età di 13 anni cominciai a lavorare e da quel momento in poi mi sono sempre guadagnata da vivere lavorando».
Nell’autobiografia del 1932 Tina si sentiva ancora una fotografa. «Considero la fotografia la mia professione perché è quella in cui ho lavorato più tempo e conosco tutte le fasi di questo lavoro». C’è però una nota conclusiva che fa pensare ad altre aspirazioni: «Conosco le seguenti lingue: italiano, spagnolo, inglese, nelle quali so scrivere e leggere. Inoltre conosco il tedesco e il francese, ma non correttamente e senza saperle scrivere».
Vittorio Vidali pensava da tempo che Tina fosse la persona ideale per il «lavoro segreto». Con il suo viso dolce e pulito, la sua eleganza naturale, la sua bella presenza poteva superare ogni confine. E per un agente segreto la fotografia era sempre più un lusso. «Questa rivoluzionaria italiana, artista straordinaria con la sua macchina fotografica, andò in Urss per fotografare la gente e i monumenti. Ma venne rapita dal ritmo incontenibile del socialismo in pieno fer<CW-5>mento e gettò la macchina fotografica nel fiume di Mosca, promettendo di consacrare la propria vita al più umile lavoro del Partito comunista» scrisse nel 1974 Pablo Neruda, amico della Modotti. In realtà Tina, prima di entrare definitivamente nella nuova vita delle ombre, degli specchi, dei misteri e dei segreti non gettò «la macchina fotografica nel fiume di Mosca».
Il 13 giugno 1932 nella stanza che occupava nello squallido e polveroso Hotel Soyuznaya, dopo aver sistemato obiettivo ed esposizione della sua Leica, la porse ad Angelo Masutti un ragazzo sedicenne che aiutava Vidali a Soccorso Rosso dicendogli: «Prendila… e fammi una foto». Il giovane scattò con la Leica una prima foto in controluce e un’altra con Tina semigirata verso la finestra. E poi una terza di Tina con Vidali dall’aria stranamente protettiva. Angelo Masutti fece per restituirle la macchina fotografica, ma Tina lo fermò dicendogli: «Tienila». Era ormai convinta che «Il partito avesse sempre </CW>ragione». E come disse il regista Sergej Eisenstein, «aveva sacrificato l’arte per la politica».
Tina iniziò a svolgere missioni segrete in Spagna, Francia, Germania, portando soldi, documenti, ordini, direttive. L’affascinante ed elegante signora «bela y hermosa» arrivata dal Messico qualche anno prima piena di forza, era diventata una donna silenziosa, triste, spesso depressa. Allo scoppio della Guerra civile spagnola i fotografi Robert Capa, David Seymour e Gerda Taro la incitarono a tornare a fotografare. Ma Tina preferì il lavoro con le autoambulanze e negli ospedali con il nome di battaglia di «Vera Martini» e successivamente con lo pseudonimo di «Maria» tornò al lavoro segreto sempre più triste e spenta.
Non si sa se partecipò ai complotti, alle trappole che portarono alle uccisioni degli oppositori di Stalin, degli anarchici e dei comunisti antistalinisti di Andreu Nin del Poum, delle quali fu accusato più volte «il marito» Vittorio Vidali. Al momento della sconfitta delle forze repubblicane di Spagna era una donna esausta, sofferente, sconfitta. Era invecchiata precocemente. Tornò in Messico e visse ancora qualche anno sempre più stanca, sempre più triste, dilaniata dagli incubi del passato. Morì all’alba del 6 gennaio. Sola, su un taxi nelle vie di Mexico city, dopo una lite con Vidali. Era stata definitivamente fagocitata dalle persone per le quali aveva abbandonato la sua arte.
di Alessandra Pigliaru
E’ breve istante che è oggi / nel sogno mi turba una selvaggia speranza / ché ho sentito sussurrare / della vita su altre stelle. È il 1950 e una giovanissima Audre Lorde, allora sedicenne, si misura con i primi esperimenti poetici. Ancora quella ragazza non aveva coscienza che il suo nome sarebbe stato ricordato come una delle più importanti pensatrici e poete del Novecento. Dieci libri di poesie, e molti altri tra prosa, scritti critico-politici insieme a interviste preziose, ci consegnano — a quattordici anni dalla sua scomparsa — una figura dalla lingua severa e adamantina vocata ad un preciso senso politico principalmente rivolto alle donne, sorelle, spesso amanti e compagne di militanza.
Nata ad Harlem, ha vissuto a New York da dove poi si è spostata in Messico, Guatemala e Berlino per decidere di trascorrere i suoi ultimi anni nell’isola caraibica di Saint Croix. Nella sua vita di poeta nera femminista madre lesbica guerriera – come lei stessa amava presentarsi – il suo sguardo non ha mai abbandonato il carattere internazionalista. Ma la geografia percorsa da Lorde è stata anche la convinzione che il pensare potesse corrispondere con il sentire. E che quella consapevolezza fosse capace di sprigionare una differenza creativa e costitutiva che avrebbe potuto spostare le donne, in particolare nere, dall’oppressione. Alcuni dei suoi frammenti poetici come quello sopracitato sono stati riportati dalla stessa autrice nell’82 all’interno di Zami. A New Spelling of My Name, di cui la traduzione italiana di Grazia Dicanio verrà pubblicata a maggio a cura di Liana Borghi per le edizioni ETS di Pisa. Il libro si intitolerà appunto Zami. Così riscrivo il mio nome ed è una «biomitografia».
Si tratta infatti del tragitto di Lorde attraverso la propria infanzia e adolescenza, ma anche di una scrittura in cui la scansione cronologica degli eventi si identifica nel posizionamento rivoluzionario che si apre e si chiude nella scoperta della relazionalità tra donne. Zami è sia il nome Carriacou che Lorde sceglie per indicare donne che vivono insieme come amiche e spesso amanti, e anche il radicamento irrinunciabile nella cultura nera indoamericana nella quale lei per prima riconosce il primo antidoto contro la doppia arroganza patriarcale.
La storia qui si ferma alla fine degli anni Cinquanta, cogliendo i prodromi di ciò che ha significato per lei l’attraversamento di alcuni accadimenti fondanti. Dalla stessa Grande Depressione di cui la piccola Audre conosce solo i riverberi ad Harlem, fino alla seconda Guerra mondiale e il maccartismo, alcune esperienze che saranno dirimenti nella sua vita assumono già il valore di una conoscenza sia materiale che simbolica. La violenza e la discriminazione verso la cultura nera, le rivolte razziali del ’43, l’omofobia e il sessismo, ma anche e soprattutto la costruzione di un’identità mobile. Lorde studia, scrive di notte, affronta la povertà e si mantiene con lavori da infermiera, operaia e bibliotecaria. Impara così a nominare il mondo e le cose che lo compongono. E la sua lingua, che esplora da subito poeticamente insieme a gruppi scolastici e poi separatisti, è già politica.
Ma Zami è anche la scoperta del proprio corpo e le sue mescolanze sensoriali ed erotiche fino alla maturazione di una collocazione politica definita «casa della differenza». Qui un’anticipazione della traduzione tratta da Zami: «Mia madre era una donna davvero potente. E lo era in un periodo in cui la combinazione di parole donna e potente era quasi impronunciabile e inesprimibile nella lingua comune bianca americana, tranne o purché affiancata da qualche aberrante aggettivo esplicativo come cieca, gobba, o pazza, o nera. Perciò mentre crescevo, donna potente equivaleva a qualcosa di molto diverso da donna ordinaria, dal semplice ’donna’. D’altro canto di certo non equivaleva a ’uomo’. Allora cos’era? Qual era la terza definizione? Da bambina ho sempre saputo che mia madre era diversa dalle altre donne, nere o bianche. Credevo che fosse perché era mia madre. Ma diversa come? Non ne sono mai stata sicura. C’erano altre donne delle Indie occidentali in giro, molte nel nostro vicinato e in chiesa. C’erano anche tante donne nere con la pelle chiara come la sua, in particolare fra le donne della parte bassa dell’isola. Le chiamavano ossirossi mulatte (Redbone). Diversa come? Non l’ho mai saputo. Ma per questo credo ancora oggi che ci siano sempre state lesbiche nere – nel senso di donne potenti e orientate verso le donne – che sarebbero morte piuttosto di usare quel nome per definirsi. Mia madre inclusa».
In questo clima vivace va accolta con altrettanto interesse un’altra prima e imperdibile traduzione italiana, a cura di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida, che ugualmente verrà pubblicata a maggio. Si tratta di Sorella Outsider. I saggi politici di Audre Lorde, per le edizioni Il Dito e la Luna. Una miscellanea corposa e coerente che comprende le tre raccolte: The Cancer Journals (1980), Sister Outsider (1984) e A Burst of Light (1988). Sono compresi interventi a convegni, articoli e brani di diario, questi ultimi segnati soprattutto dalla sua vicenda con il cancro. E ci sono anche due interviste, una in particolare lunga e importante con Adrienne Rich. Il volume è autofinanziato ed è stato attivato un fund-raising al quale si può partecipare visitando lo spazio http://sorellaoutsider.blogspot.it. Il progetto editoriale, desiderato tra le altre dalle donne dell’Altra Martedì, Circolo lgbt Maurice di Torino, ha avuto già un buon riscontro nelle varie presentazioni a Cagliari, Brescia, Milano, Trento, Bologna, Ferrara, Reggio Emilia e Roma.
Entrambe le traduzioni si dispongono in uno sfondo di attenzione politica intorno ad Audre Lorde che in Italia è corroborata dal cerchio competente e amoroso di esperienze politiche disseminate anche su web. Per citarne alcune, si pensi al blog Marginalia di Vincenza Perilli, al collettivo Mfla per le frequenze di radio Onda Rossa, o al lavoro instancabile di Fuoricampo Lesbian Group. Proprio quest’ultimo, che dal 17 al 21 settembre di quest’anno dedicherà Some Prefer Cake, Bologna Lesbian Film Festival, alla figura di Lorde, ha organizzato nel 2006 a Bologna il primo convegno internazionale interamente dedicato all’opera e al pensiero della femminista caraibica in cui si sono potute confrontare studiose, amiche e compagne di attivismo di Lorde provenienti da tutto il mondo; tra le altre, presente anche la regista Dagmar Schultz alla quale dobbiamo il bel documentario del 2012 Audre Lorde — The Berlin Years 1984 to 1992.
Come ricorda Lorde in Sorella Outsider, oggi più che mai occorre «imparare a fare delle nostre differenze una forza. Perché gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone». Bisogna capire dunque che «la forza delle donne sta nel riconoscere che le differenze tra noi sono creative». E c’è anche da augurarsi che qualche editore intelligente possa prima o poi mostrare interesse per la traduzione italiana delle opere poetiche di Audre Lorde, così preziose che si stenta a credere non sia ancora accaduto. «La poesia» infatti «non è un lusso. È una necessità vitale della nostra esistenza. La poesia ci dà modo di nominare ciò che non ha nome, così da poterlo pensare. Fino ai più lontani orizzonti, le nostre speranze e paure sono lastricate di poesia, tagliata nella roccia delle nostre vite quotidiane». Perché «i padri bianchi ci hanno detto: penso, dunque sono. La madre nera dentro di noi – la poeta – ci sussurra in sogno: sento, dunque posso essere libera».
Una profonda pensatrice e poeta come Audre Lorde può raccontarci di quel sogno di grandezza, che passa dal ritmo della lingua alla coscienza creativa e politica della libertà.
(ilmanifesto.it, 8 marzo 2014)
di Sonia Grieco
Roma, 8 marzo 2014, Nena News – La 23enne di Gaza Malaka Mohanned è diventata una blogger nota per avere lanciato la campagna internazionale per la liberazione di Samer Issawi. Il detenuto accusato di “terrorismo” e rilasciato il 23 dicembre scorso dopo uno sciopero della fame durato 266 giorni, che ha fatto notizia in tutto il mondo.
Questa giovane donna palestinese, che adesso studia Diritto internazionale all’università di Sheffield, in Gran Bretagna, è uno dei tanti esempi di donne impegnate nella resistenza all’occupazione israeliana e all’embargo che dal 2006 ha chiuso la Striscia di Gaza al mondo. Sul suo blog ‘Freedom to Palestine’ Scrive della nostalgia per Jaffa, la città da cui proviene la sua famiglia ma che non ha mai potuto visitare. Delle arance di Jaffa che ha potuto assaggiare soltanto a Sheffield e della nonna che la esortava a “non mollare, a essere forte e a impegnarsi per rivendicare i suoi diritti”. E alla passione per la scrittura e per l’impegno politico, affianca quella per i suoi studi che vuole mettere a disposizione dei palestinesi di Gaza, dove ha intensione di tornare e lavorare.
Il suo motto è “domani non sarà uguale a oggi e oggi non è come ieri”, perché adesso c’è una generazione di giovani palestinesi che ha trovato nuove forme di resistenza: la musica, l’arte, la scrittura. E le nuove tecnologie consentono loro di lottare diffondendo le proprie idee e i propri messaggi in tutto il mondo. È per questo che ha iniziato il suo blog, per parlare al mondo di Gaza, di quello che ha visto durante le incursioni israeliane e degli abusi quotidiani che vivono gli abitanti della Striscia. Il suo impegno è quello di tante donne palestinesi. E’ stata a Roma, ospite di un incontro alla Casa internazionale delle donne organizzato dall’associazione Cultura è Libertà, in collaborazione con Un Ponte Per… .
“Le donne hanno un ruolo fondamentale, non soltanto in Palestina ma in tutto il mondo. Sono una parte rilevante della nostra società e meritano rispetto per la loro tenacia, la forza e l’impegno che mettono nella resistenza. Un esempio di questa capacità di lottare è la campagna internazionale per la liberazione di Samer Issawi che è nata da una donna e ha avuto successo. Senza il sostegno di tutte le donne che hanno partecipato alla campagna, Samer non sarebbe stato liberato. Ci sono molte donne palestinesi che danno il loro contributo alla nostra causa scrivendo libri, facendo vita politica attiva, facendo conoscere al mondo la nostra condizione. Senza di loro oggi non sarei così ottimista sul futuro”.
Qual è la differenza tra la tua generazione e quella di tua madre o di tua nonna?
“Oggi è molto diverso dal passato. La mia generazione usa strumenti tecnologici per contribuire alla resistenza che prima non c’erano e poi c’è l’esempio dell’istruzione. Il sistema d’istruzione è molto cambiato e penso che migliorerà ancora, questo ci dà molta speranza per il futuro”.
A proposito di futuro, quali sono i tuoi progetti, tornerai a Gaza?
“Studio Diritto e Relazioni internazionali, una materia di cui siamo carenti a Gaza. Voglio tornare a Gaza e lavorare per creare consapevolezza nei palestinesi rispetto al diritto internazionale e alla Convenzione di Ginevra, per esempio, in mondo da avere gli strumenti adatti per dialogare con la comunità internazionale e sostenere la nostra causa. La conoscenza del diritto internazionale è un altro tipo di resistenza di cui siamo carenti in Palestina”.
Adesso vivi e studi in Gran Bretagna. Ti senti diversa dalle donne europee?
“Penso che le donne di tutto il mondo debbano affrontare molte difficoltà legate alla cultura, al dominio maschile, alle tradizioni sociali. In Palestina e in Europa abbiamo problemi simili, ma sono molto fiduciosa per il futuro”. Nena News
di Giacomo Clemente e Arianna Sforzini
Olympe de Gouges colpisce per la sua modernità e al tempo stesso la sua ambivalenza. Nata nel 1748, figlia naturale di un aristocratico, cresce nell’ambiente semplice di sua madre, la moglie di un macellaio di Montauban, nel sud della Francia. Viene data in sposa contro la sua volontà a soli 17 anni a un modesto ristoratore del paese, dal quale avrà un figlio ma per il quale scriverà più tardi di non aver provato che ripugnanza e disprezzo. La sua “fortuna” consiste nel rimanere vedova solo un anno dopo le nozze. Decisa ad approfittare fino in fondo della libertà ritrovata, segue il suo ricco amante a Parigi e vi comincia una nuova vita da donna mondana a tutti gli effetti, fra teatri, balli, ricevimenti. Olympe è bella, molto bella. Piace agli uomini. Al punto di conquistarsi la fama di donna di facili costumi presso le malelingue. Nulla lascerebbe presagire un futuro impegno politico. Eppure, brucia in lei il fuoco della passione letteraria, che la spinge a dedicarsi sempre più alla scrittura, in particolare di pièce teatrali – alcune delle quali saranno rappresentate anche alla Comédie-Française. Completamente autodidatta, la de Gouges compensa la mancanza di istruzione e una certa rozzezza dello stile con un carattere estremamente sicuro di sé, che non teme, anzi, quasi cerca la polemica. Di sé diceva di essere una “musa barbara”, giocando strategicamente sulle accuse di ignoranza e addirittura di analfabetismo che le venivano rivolte (si diceva che dettasse i suoi scritti). Olympe si pone come la “buona selvaggia” della cultura parigina dell’epoca, capace di parlare ai suoi contemporanei nel modo più semplice e chiaro proprio perché non istruita, proprio perché donna. Matura la convinzione crescente di avere una missione da svolgere attraverso la propria scrittura, che comincia quindi (siamo d’altronde nel fermento degli anni che precedono la Rivoluzione francese) a farsi più direttamente politica. Una delle sue pièce più contestate, per esempio, solleva la questione dell’abolizione della schiavitù – un problema che si lega a doppio filo a quello dei diritti della donna. In entrambi i casi si tratta di sfidare il presunto universalismo borghese e illuministico dei diritti, che riguarda in realtà solo il maschio, bianco, di un certo ceto e livello sociale. Come molte altre, la de Gouges vede negli ideali rivoluzionari la possibilità di rivendicare nello spazio politico un ruolo diverso, più attivo, per le donne. In questo senso, l’articolo X della sua celebre Dichiarazione della donna e della cittadina (scritta nel 1791) compendia il cuore delle sue rivendicazioni – e ne profetizza tragicamente l’esito: «La donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere altresì quello di salire sulla tribuna».
L’incipit dello stesso articolo recita: «Nessuno deve essere perseguito per le sue opinioni, sia pure fondamentali». Il rapporto fra libertà individuale e libertà pubblica di pensiero e parola appare a noi forse scontato. Lo era molto meno per un uomo del Settecento, per cui la possibilità di maturare delle opinioni libere implicava un lavoro lungo e difficile di emancipazione da un potere assoluto, da realizzarsi in primis nell’incremento delle proprie facoltà di pensiero e azione. La trama di condizioni storiche che rendono possibile la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 (modello esplicito della de Gouges) è lunghissima, e passa per eventi e processi molto complessi, che vanno dall’umanesimo alla rivoluzione scientifica e industriale, dalle guerre di religione (con la nascita del protestantesimo) all’Illuminismo e alla Rivoluzione americana. Il gesto politicamente potente della de Gouges è quello di aggiungere radicalità alla radicalità di una Dichiarazione che sancisce di fatto la fine di un’epoca, l’Ancien Régime: rivendica la medesima libertà dei diritti anche per le donne, che venivano invece ancora quasi unanimemente destinate per natura al solo ambito domestico, in un ruolo complementare e necessario al buon governo degli uomini nella sfera pubblica. Il politico Pierre-Louis Roederer, per esempio, ancora nel 1793, per spiegare nel suo Corso d’organizzazione sociale perché le donne (come i bambini e i domestici) non potessero avere il diritto di voto, scrive: «Sarebbe […] una strana contraddizione gravare le donne delle infinite fatiche della società dopo avere istituito tale società per assicurare loro una maggiore tranquillità o, piuttosto, per incanalare le loro forze e il loro tempo nel lavoro fisico che è stato loro imposto dalla natura. Altrimenti, con lo stato di società avremmo fatto per loro meno di quanto farebbe il bruto e selvaggio stato di natura». In questo contesto storico-politico, si potrebbe quindi in un certo senso recuperare e rivalorizzare la stessa questione del presunto analfabetismo della De Gouges. Non è proprio il suo non appartenere alla grammatica ideologica della sua epoca che le permette di rivendicare per sé una posizione differente e altra? Non è il suo essere “fuori campo” che le consente di vederne i limiti e le contraddizioni? Non è un caso che sia lei stessa a fare della sua inesperienza uno dei perni attorno ai quali gravita tutta la sua opera politica, come testimonianza della sua verità e spontaneità. «Non c’è bisogno di grandi frasi – scrive –, quando il sentimento è puro».
Scendiamo più nello specifico della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Come abbiamo già accennato, si tratta di uno scritto ricalcato sulla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, simbolo della Rivoluzione e inserita nella nuova costituzione francese del 1791. L’operazione della De Gouges è chiarissima: vuole estendere le conquiste in termini di diritti – uguaglianza, libertà, fratellanza – a quella metà della popolazione francese che ne rimaneva ancora esclusa, cioè le donne. La modernità di alcune delle proposte avanzate da Olympe è stupefacente: la Nazione non può che essere l’espressione della volontà comune di uomini edonne, tutti uguali di fronte alla legge; uguali devono essere anche i contributi all’amministrazione pubblica, e la «distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche, delle dignità e di ogni altra attività». È necessario a suo avviso introdurre il divorzio e trasformare il matrimonio in una sorta di patto civile (il testo che propone come modello di tale contratto anticipa gli attuali PACS francesi, che, per inciso, l’Italia sembra ancora ben lontana dall’adottare). Olympe propone addirittura forme di protezione sociale per le madri nubili, che obblighino i padri a riconoscere anche i figli avuti fuori dal matrimonio. È evidente che la storia ha dato e sta dando (o almeno, finge di dare) ragione alle sue proposte – all’epoca considerate assolutamente radicali e irrealizzabili.
La questione che vorremmo e dovremmo però porci oggi non è tanto e solo questa. Si tratta piuttosto di chiedersi se la lotta per la libertà femminile passi o meno per una rivendicazione di diritti su un piano di uguaglianza formale e astratta. È l’interrogativo che Carole Pateman formula a proposito di un’altra antesignana del femminismo, Mary Wollstonecraft: bisogna scegliere tra una richiesta di uguaglianza che non prende in conto la differenza femminile o un’affermazione della differenza che, in un dato campo simbolico che si vuole universale, sceglie di porsi in una posizione minoritaria e alternativa, a parte. Si tratta di un dilemma capitale per le donne ancora oggi, in un’epoca che sembra aver accolto le richieste di parità di diritti, senza però riuscire sempre a trasformare tale parità astratta in un’effettiva uguaglianza nelle possibilità di esistenza e realizzazione individuale e collettiva. Può davvero esistere un’uguaglianza reale che superi le differenze sessuali? La forma della proposta della De Gouges – colmare con una richiesta di parificazione una diseguaglianza di fatto (“Io voglio i tuoi stessi diritti”) – non è forse la via più feconda per affrontare la questione di genere. Rivendicare dei diritti è infatti per sua natura un gesto politicamente non radicale, che richiede un compromesso, che non permette cioè di uscire dal sistema discorsivo, culturale, rappresentativo in cui ci si muove e ci si situa. Non è condizione della sua trasformazione. L’affermazione – la rivendicazione – dei diritti delle donne in nome di una presunta uguaglianza con gli uomini è in realtà un’adeguazione alla stessa logica maschile.
È chiaro, tuttavia, che accusare oggi di scarsa radicalità la de Gouges (che, è bene ricordarlo, ha pagato con la ghigliottina le sue idee, e senza la quale la storia del femminismo sarebbe stata senz’altro diversa), non avrebbe senso. Sarebbe un errore teorico e politico guardare alle protagoniste della storia del femminismo senza considerarne l’appartenenza culturale. La de Gouges era una donna del suo tempo e del suo mondo, che ha provato a far giocare in favore delle donne i fermenti politici di un’epoca così straordinariamente complessa come la fine del xviii secolo in Francia. Ha ripensato attivamente il suo essere donna, giocando anche sugli stereotipi di cui la figura femminile era caricata nella sua (nostra?) cultura: frivolezza, emotività, minor livello di cultura, scarsa razionalità. Olympe ci ha mostrato che anche così, anche accettando di giocare con i medesimi elementi del discorso maschile, la donna può farsi protagonista della vita politica. A noi resta il compito di riattualizzare criticamente le sue lotte e il suo gesto teorico. Una via possibile è forse proprio quella di recuperare la sua figura di donna al di là dei testi – la “musa barbara” che sapeva scuotere le convenzioni e il perbenismo del suo tempo con l’affermazione decisa della sua irriducibile singolarità. Mescolando rara intelligenza e raffinatissima vanità, Olympe ha giocato sul bordo estremo del suo tempo una partita che la Dichiarazione dei diritti lascia intravedere solo in parte. Lei stessa, in fondo, della sua esistenza, ha fatto meno un problema di diritti e più una questione di affermazione della sfera femminile in tutta la sua forza di essere e fare la differenza.
di Lia Cigarini
da Via Dogana n. 82, settembre 2007
Interrogata dalla suocera, Claire Lalone, sul movimento delle donne, com’era, che cosa voleva, ecc., ad ogni domanda Grace Paley, grande scrittrice americana e femminista, rispose che sì, ci sarebbero state donne avvocate, che sì, le donne avrebbero lavorato con stipendi pari a quelli degli uomini e che si sarebbero finalmente liberate dagli uomini che le comandavano a bacchetta, che sì, la gente avrebbe amato le figlie femmine tanto quanto i figli maschi. Ma c’è dell’altro da dire, aggiunse, e cioè che “la maggior parte delle donne del movimento non voleva un pezzo della torta dell’uomo. Pensavano che quella era una torta piuttosto velenosa, tossica, piena di armi, gas velenosi e ogni tipo di ignobile porcheria, non ne volevano neanche una fetta di quella torta”. “È moltissimo”, commentò allora Claire Lalone.
Io dico che la richiesta dei 50/50 è una fetta anzi una fettina di torta avvelenata e vorrei spiegare il perché.
In tutte le proposte di parità e rappresentanza di sesso c’è un nucleo perverso che va disvelato, ed è che quelle politiche hanno come scopo l’occultamento della differenza femminile e soprattutto delle sue pratiche, pratiche che costituiscono un altrove e un altrimenti rispetto ai luoghi e alle forme della politica maschile. Si occulta regolarmente il fatto che le eventuali candidate dovranno, comunque, essere selezionate dai partiti e passare quindi attraverso le regole di carriera che essi impongono. E si sorvola, in questo caso, sul fatto che si tratta di mere candidature e non di una effettiva parità fra eletti.
A parte ciò, la prima cosa da chiarire è che la rappresentanza nel parlamento e in tutte le altre assemblee elettive non ha a che fare con il principio di uguaglianza tra i sessi già sancito dalla Costituzione, bensì strettamente con il potere. Si tratta di una richiesta di spartizione del potere tra i due sessi, potere che nella democrazia rappresentativa si esercita per lo più attraverso i partiti. E le carriere nei partiti, così in parlamento e nel governo, si giocano sul potere. Le candidate donne, per arrivare a sedersi sui seggi delle assemblee elettive e nei posti decisionali, debbono quindi accettare molte, potenti mediazioni: quelle del partito che le farà eleggere, quelle di un’inevitabile adesione e legittimazione del potere maschile che lì si esprime e tutte le mediazioni che richiede il fare leggi e regolamenti.
Un altro fatto incontestabile è che la gran maggioranza delle donne, finora, non si è mossa con forza, né dentro né fuori dai partiti, per l’obiettivo di una pari presenza femminile nei vari parlamenti nazionali, regionali, comunali, ecc. Cosa tutt’altro che trascurabile, perché, quando si tratta di spartizione del potere, si tratta di rapporti di forza, di pressione, di lotta, di determinazione per ottenerlo. In questi ultimi trent’anni, ripeto, quando si è riproposto da parte di alcune l’obiettivo della parità nella spartizione del potere, a me non sembra che ci sia stata una risposta di sentita adesione femminile. Ho visto invece l’impegno politico di donne per acquisire libertà nei rapporti con gli uomini, nel lavoro, ecc.; ho visto manifestazioni e continua vigilanza per difendere l’autodeterminazione delle donne nell’aborto. Ma non ho visto un’effettiva pressione per ottenere il riequilibrio della rappresentanza. Vent’anni fa, vigente il sistema proporzionale con ampia possibilità di preferenza, le donne comuniste avevano presentato molte candidate nelle loro liste: non si è notato un netto orientamento dell’elettorato femminile per dare la preferenza alle donne. Non solo dell’elettorato ma anche, mi riferisco al presente, delle elette. Quando, di recente, Rosy Bindi ha presentato la propria candidatura per le primarie che dovranno designare il segretario del Partito Democratico, la maggioranza delle dirigenti e parlamentari dei DS, tranne una, Franca Chiaromonte, si sono dichiarate per Veltroni, anzi, per il cosiddetto ticket Veltroni-Franceschini, cioè per due uomini. Eppure, tra di loro molte si erano già pronunciate in favore di una legge per la parità delle candidature. Un’insensatezza logica e politica. O forse, la finalmente sincera dichiarazione: il partito è la mia patria e le donne vadano pure a farsi benedire.
Perché mai, chiedo, la lotta delle donne insieme, dovrebbe mettersi al servizio dei partiti?
Dai fatti, indubbiamente, risulta un’ambiguità delle donne, che è da interrogare, non da censurare: votano, dunque non dicono di no alla cittadinanza, ma non dicono sì alla rappresentanza di sesso. Di ciò si lamentano alcune politiche e commentatrici, le quali interpretano questo comportamento come una sconfitta del femminismo. Neanche Chiara Saraceno ne viene a capo e crede di vedere come unico rimedio quello di non andare a votare, finendo però contraddittoriamente a parlare di quote (Corriere della Sera del 15.7.2007). Queste cancellano così in un solo colpo l’originalità (riconosciuta a livello internazionale) di una parte consistente del femminismo italiano, che è rimasta fedele alla pratica del partire da sé e delle relazioni, per la semplice, fondamentale ragione dei vantaggi ottenuti. L’esitazione delle donne a perseguire la parità, non viene interrogata così come non s’interroga né la crisi della democrazia rappresentativa né le proprie contraddizioni al riguardo.
In realtà le donne, come ogni elettore, sanno che le elezioni sono fatte per scegliere un partito o un altro, una coalizione o un’altra, ed è un puro corollario che all’interno di quella opzione, che è quella veramente significativa a livello di politica istituzionale, si vada poi a pescare una donna nella lista.
D’altra parte, sono molte le donne, e io mi metto tra loro, che non vogliono stare in tutte le istituzioni create a misura di uomini: parlamenti, eserciti, chiese, ecc. Alcune sì che lo vogliono, ma mentre quella che entra nell’esercito o nella chiesa vi entra chiaramente solo per se stessa, quella che entra nel parlamento, istituto della rappresentanza, e per giunta vi entra con l’idea di una possibile rappresentanza di sesso, copre la volontà di quelle che si tengono fuori, anzi, che vogliono sottolineare la loro assenza da lì.
Sia chiaro che non penso e non parlo contro quelle che al parlamento vanno apertamente per un proprio desiderio, con una competenza e un’ambizione da far valere. Io parlo contro la rappresentanza di sesso, ossia contro quelle che vorrebbero rappresentare anche i miei desideri e interessi.
Contro ogni discorso di rappresentanza di sesso c’è, infine, il pensiero sicuramente condiviso da molte, che il senso della differenza femminile esige che si ragioni con la forza della sua interna necessità e non con la forza della necessità del diritto e delle forme della politica maschile, nelle quali è da includersi la politica di parità. Quando parlo di necessità interna, mi riferisco sia al gesto iniziale del femminismo, quando alcune decisero di riunirsi in piccoli gruppi di autocoscienza di sole donne, sia al lavoro politico per farla essere, la differenza, senza pretendere di rappresentarla: una pratica politica che si può quindi definire, senza mezzi termini, antiparitaria.
La polis delle donne è un esteso movimento di luoghi, spazi e relazioni nazionali e internazionali, e ha una valenza politica secondo me maggiore del parlamento e di altre istituzioni consimili, se non altro perché non si basa sulla separazione tra pubblico e privato, politica e vita, ma, al contrario, è strettamente legata alle forme di vita. È in sostanza un insieme relazionale che vive nei rapporti effettivi che le persone hanno.
Questa concezione della polis non è circoscritta al solo movimento delle donne. Alain Touraine vede, nell’impegnarsi delle donne a tenere insieme privato e pubblico, una strada per uscire dalla crisi di civiltà che stiamo vivendo. Di recente sul manifesto del 28.6.2007, Marco Bascetta, parlando dei movimenti politici, afferma che essi “non sono domande, rivendicazioni, vertenze ma forze che tendono ad affermare degli stati di fatto”. E aggiunge “essi agiscono la democrazia contro la rappresentanza”. Io penso che si riferisca principalmente al movimento delle donne. Sergio Bologna, in un testo in corso di pubblicazione, afferma: “se il lavoro femminile oggi è il lavoro tout court, le azioni di autotutela, le strategie di libertà, i modi di convivere con la precarizzazione, insomma il modo per non restare schiacciati dall’organizzazione del mercato del lavoro è quello delle pratiche femminili, quello – e non altri- è il modo di coalizione con valenza generale, con cui gli uomini debbono confrontarsi”.
Perciò mi infurio quando vedo avanzare delle proposte di quote da assicurare alle donne nelle liste, perché così facendo, non si fa che restringerle politicamente ad una categoria, in un settore, mentre esse stanno guadagnando o possono guadagnare il centro della politica.
In una prospettiva più generale, notiamo che questa richiesta di spartizione paritaria del potere è posta in un momento storico nel quale la democrazia rappresentativa è morente, poiché la prima esigenza della globalizzazione capitalista è quella di poter decidere più rapidamente possibile, quindi, si tende a riconoscere più potere personale ai primi ministri, ai presidenti della repubblica, al governo, ecc. Domanda: questa deriva decisionista e liberistica va bene alle nostre sostenitrici delle pari presenze di donne e uomini in tutti i luoghi elettivi e decisionali? Sembra di sì. Esse arrivano a scrivere che l’obiettivo è quello della pari presenza, qualsiasi sia la legge elettorale. Esse, poi, plaudono indiscriminatamente ad Aznar come a Zapatero o Sarkozy i quali, con il potere personale che gli deriva dalle loro cariche e soprattutto dal liderismo imperante, hanno nominato governi a metà costituiti da donne. Dunque, si vuole una presenza numerica di donne nei parlamenti e nelle altre assemblee elettive, astraendo dal contesto politico istituzionale del paese. Non ci si pone neppure la domanda su che cosa hanno fatto per modificare l’ordine maschile di gestione del potere, le ministre di Aznar o di Zapatero
Inoltre, se si discute di democrazia paritaria, mi sembra, come minimo, che si dica quale idea di democrazia si ha in testa, quale legge elettorale sia tale da rafforzare la democrazia e quale no. Non sarei d’accordo, infatti, e come me molte altre, credo, con una riforma che, ad esempio, prevedesse sì un’ampia quota di presenza femminile nelle liste ma nel contempo assegnasse più potere decisionali al primo ministro o al presidente della repubblica.
La democrazia paritaria, per le sostenitrici del 50/50, sarebbe il completamento della democrazia così come pensata dagli uomini. E quella pensata dalle donne? Se ne parlerà poi, rispondono alcune. Questo è l’obiettivo, rispondono altre, la differenza è un arcaismo che ci tira indietro. Altre ancora pensano che quest’obbiettivo, così semplificato da essere quasi uno slogan, serva se non altro a smuovere le acque.
A me sembra, molte volte, di urtare contro un limite teorico e pratico senza scampo. Tuttavia ci sono già delle intuizioni felici. Trovo di primaria importanza dire che le soggettività eccedono le regole della rappresentanza e dei partiti. Alcune di noi lo hanno detto e scritto. Altre, penso a Marisa Forcina e a Bruna Peyrot (una torinese che vive in Brasile, ha scritto La democrazia al tempo di Lula e La cittadinanza interiore), hanno già iniziato a riflettere sulla democrazia a partire dal pensiero e dalla pratica della differenza. Il pensiero di Bruna Peyrot ruota attorno a un’idea centrale: non c’è cittadinanza democratica credibile senza quella che lei chiama cittadinanza interiore, ovvero non c’è diritto che venga dall’esterno senza una mobilitazione della soggettività, che viene dall’interno. Lei propone in sostanza un decalogo di consapevolezze: la prima consapevolezza, non a caso da lei proposta per la cittadinanza interiore, è quella della differenza sessuale, ovvero la capacità di ricostruire la relazione tra donne e uomini dopo il femminismo, perché questa relazione è stata messa in discussione alla radice e bisogna ripensarla; lei poi ne indica altre: il diritto all’autobiografia, e via dicendo. A me sembra che qualcosa si stia seriamente movendo nel senso da lei indicato e trovo che “cittadinanza interiore” sia un’espressione molto bella ed efficace. Marisa Forcina, a sua volta, dice esplicitamente che l’autocoscienza, cioè la forma politica delle donne, è una forma della cittadinanza, perché la cittadinanza è per prima cosa le relazioni che stabilisci.
So che la strada è lunga. Mi sembra, però, che qualche spunto felice per risignificare la democrazia tenendo ferma la barra della differenza, ora lo abbiamo.
Testi citati: GRACE PALEY, L’importanza di non capire tutto, Einaudi, Torino 2007; ALAIN TOURAINE, Le monde des femmes, Fayard, Paris 2006; SERGIO BOLOGNA, Ceti medi senza futuro? Scritti sul lavoro e altro, Derive Approdi, in corso di stampa; PRUNA PEYROT, La cittadinanza interiore, Città Aperta Edizioni, Troina 2006; MARISA FORCINA, Donne: lavoro e cittadinanza, in “Critica marxista” n. 6, nov.-dic. 2006.
(Altri articoli sulla questione del 50e50 Via Dogana n. 82, settembre 2007)
Lettera di Tatjana Isaieva, responsabile e ideatrice del Museo di Storia delle donne di Kharkov (Kharhiv in ucraino) del 4 marzo 2014, in risposta alla mia email di Laura Minguzzi del 3 marzo.
Лаура, добрый день!
Спасибо за Ваше письмо и заботу о нас.
Мы живы, здоровы, но правда еще три дня назад пережили очень сильное потрясение, когда узнали о заявлении Путина…
Было действительно очень страшно….
Трудно все это описывать и объяснять, понимаешь, что НЕВОЗМОЖНО
Наверное, потому что на самом деле, абсолютной правды не говорит никто….
По нашим оценкам, идет передел власти…
В Майдане на этот раз мы не принимали физического участия, хотя конечно же, болели всей душой и следили за событиями…
Все, что происходит, очень противоречиво, много перекосов, много нетерпимости, но есть множество людей, которые верят в красивую идею и больше не хотят быть рабами…
Хочется верить, что все наладится и будет хорошо и красиво, но здравый смысл говорит, что это еще не конец……..
Если уйти от глобального вопроса войны, то я разочарована тем, что в политикуме ничего не изменилось, во всяком случае по отношению к женщине. На Майдане было множество женщин, единственное отличие их от мужчин в том, что они не убивали, но отношение к женщине по прежнему патриархатное “Женщина убери, революционеру будет приятно”….
В новой власти женщин нет, на новых постах женщин нет
а я уверена, что если бы у нас были женщины на уровне принятия решений, то такого смертоубийства и крови не было бы…
Я очень хочу сделать новую экспозицию в музее о женской истории Майдана
Я так и безработная, стою на учете в центре занятости, волонтерю в музее и в основном с маленькой.
Маша пытается заработать дизайном (надо же на что то жить, оплачивать помещение музея, ведь ни при каких обстоятельствах мы не можем его бросить)
Будущее туманно…
НЕ хочется думать, что не хочется, чтобы Мария со Славой оставались в Украине, но невольно думаешь, а ЕСТЬ ЛИ У НИХ БУДУЩЕЕ В ЭТОЙ СТРАНЕ?
Остается только Богу молиться… Может, он управит?
Обнимаю вас:) Дай Бог вам здоровья и мира! Это самое главное
Traduzione della email di Tatjana Isaieva a cura di Laura Minguzzi
Ciao Laura, grazie per la tua lettera e per le preoccupazioni al nostro riguardo. Noi siamo tutti sani e salvi, ma, in effetti, tre giorni fa siamo rimasti schioccati dalle dichiarazioni di Putin. E’difficile da descrivere e spiegare anche se capisci che è IMPOSSIBILE. Probabilmente perché, in effetti, nessuno dice completamente la verità.. Secondo il nostro giudizio è in corso un cambiamento del potere.. Questa volta non abbiamo partecipato in prima persona alle manifestazioni in piazza Majdan, sebbene seguissimo con tutta l’anima gli avvenimenti..
Tutto quello che sta accadendo è molto contradditorio, ci sono molte distorsioni, molta impazienza, ma ci sono molte persone che credono negli ideali e non vogliono essere schiavi..
Si vorrebbe credere che tutto si sistemerà per il meglio, ma il buon senso dice che non siamo ancora alla fine…
Se andiamo oltre al discorso della guerra, io sono delusa del fatto che nel policume non è cambiato nulla, almeno per quanto riguardo le donne… In piazza della Libertà (Majdan) c’erano molte donne, l’unica cosa che le differenziava dagli uomini è che loro non uccidevano, ma gli uomini si rapportavano a loro come al solito in modo patriarcale: “Donna pulisci, metti in ordine, il rivoluzionario starà meglio”.. Nel nuovo governo non ci sono donne e non hanno nessun ruolo importante.. ed io sono convinta che se ci fossero state donne nei posti chiave-decisionali non ci sarebbe stata nessuna carneficina e nessuno spargimento di sangue..
Io sto progettando di fare una nuova mostra al Museo di Storia delle donne, sulla storia della piazza Majdan dal punto di vista femminile.
Ora sono ancora disoccupata, prendo l’indennità di disoccupazione, faccio lavoro volontario al nostro Museo e mi occupo della nipotina, Slava. Mia figlia Mascia guadagna qualcosa col suo lavoro di deseiner (bisogna pur vivere e pagare l’affitto dello spazio del Museo, che io non voglio in nessun caso abbandonare). IL futuro appare molto incerto, nella nebbia..
Ci viene da pensare, anche se non vorremmo, che se Mascia e Slava rimangono a vivere in Ucraina, involontariamente ci chiediamo, MA CI SARA’ UN FUTURO PER LORO IN QUESTO PAESE?
Non ci rimane che pregare Dio.. Forse lui rimedierà?
Vi abbraccio!! Che Dio vi mandi salute e pace! Cose fondamentali.
Email di Laura Minguzzi
Zdravstvujte Tatjana!
Schto s vami tvoritza? My ocegn’ bespoiemsja, nikak ne mozhem pognjat’ kak slozhilsja takoj biesporjadok, koschmar takoj..v vascej strane. A u vas v Kharkovie kak stoit obstanovka? Kak vy siebja c’uvstvuiete i simja (mama, doc’, vnuc’ka)? Kakie politiciskie akzii vascha gruppa zhenskovo istoricesckovo Muzeja – gendermuseum prignimala? My kazhdyj degn’ o vas dumaiem, s neterpiegnem zhdiom vascevo otvieta i obgnimaiem krepko vas vsiech..
Laura i podrugi Zhenskovo kluba della Rosa i kgnizhnovo magazina dlja zhenscin Milana
Traduzione
Salve, Tatjana!
Che cosa sta succedendo da voi? Noi siamo molto preoccupate, non riusciamo a capire come sono potuti accadere un tale disordine, un tale incubo, nel vostro paese.. Da voi a Kharkov com’è la situazione? Come state in famiglia? Tu, la mamma, tua figlia, la nipotina? Quali azioni politiche sta progettando il vostro gruppo del Museo di Storia delle donne? Pensiamo molto a voi e aspettiamo con impazienza una tua mail.
Un abbraccio caloroso anche da parte delle amiche del Circolo della Rosa e della Libreria delle donne di Milano
Laura
a cura di Luisa Muraro
da Via Dogana n. 82, settembre 2007
Il 6 giugno 2000 la gazzetta ufficiale del Parlamento francese ha pubblicato una legge da poco approvata a larga maggioranza per la ripartizione a 50/50 tra donne e uomini, delle candidature nelle elezioni europee, nazionali e locali. Si concludeva così la lotta condotta in Francia negli anni novanta dal movimento per la parità, iniziato con un libro-manifesto intitolato Au pouvoir citoyennes! Liberté, égalité, parité! La legge del 6 giugno non rispondeva agli intenti delle “paritariste”, che volevano dalla legge la ripartizione rigorosamente paritaria degli eletti/elette, così da superare i problemi posti dalla differenza sessuale traducendola, con una deliberata astrazione, nella mera dualità anatomica. Nel 2005 Joan W. Scott, studiosa di spicco nel campo dei Gender studies, ha pubblicato un saggio, apparso negli Usa e in Francia, Parité. L’universel et la différence des sexes (tr. di Claude Rivière, ed. Albin Michel) che narra le idee e le vicende del movimento di cui sottolinea l’originalità, indaga la complessità e valuta i risultati, con intelligenza e precisione. Unica critica che mi sento di farle, è che nella sua ricostruzione ella sorvola sulla mancata distinzione fra assenza, da una parte,ed esclusione o discriminazione, dall’altra, mancanza riscontrabile in questo come negli altri movimenti per la parità, i quali tendono a interpretare ogni assenza di donne come l’effetto di una discriminazione, senza ulteriori indagini e quasi senza concepire l’idea che possa trattarsi invece una libera espressione di sé. I passi che riportiamo, tradotti dal francese, ringraziando l’autrice e l’editore, sono solo indicativi di un’investigazione che si estende per più di 250 pagine.
Il principio ispiratore (da pp. 92-97)
Contrariamente a quello che altre femministe avevano chiesto qualche anno prima, le “paritariste” non hanno domandato che si adotti una legge antidiscriminatoria (o antisessista), le leggi di questo tipo non essendo sufficienti ad assicurare l’uguaglianza e dando invece per scontato l’esistenza di categorie definite dalla biologia o dalla cultura. Seguendo in ciò un’argomentazione sviluppata da femministe della Comunità europea, le “paritariste” hanno ritenuto che le leggi antidiscriminatorie sono imperfette e che ristabiliscono le differenze che bisogna eliminare. Meglio proporre che il principio fondamentale del diritto all’uguaglianza venga enunciato e poi sia messo in pratica dalla legge. Lo scopo cercato non era l’uguaglianza tra donne e uomini, una formulazione che lascia che gli uomini siano il riferimento su cui misurare le donne. Bisogna che sia riconosciuta l’uguaglianza di donne e uomini, formula che consente di porre l’equivalenza degli essere umani a fondamento dell’organizzazione sociale. Lo scopo della parità era così di sopprimere le premesse misogine sulle quali si è costruito la Stato repubblicano. (…) Con il progetto paritario si poteva, finalmente, creare un posto per le donne nella sfera pubblica e democratizzare la politica senza fare riferimento a considerazioni extrapolitiche che per tanto tempo sono servite a giustificare la disuguaglianza. Insistendo sull’uguaglianza di donne e uomini, e riconoscendo che l’individuo è sessuato, le “paritariste” si sono applicate a “desessualizzare” l’aggregato d’individui che formano il corpo politico della nazione. Riconoscere la sessuazione degli individui astratti, allo scopo di sopprimere il sesso come criterio pertinente per esercitare la rappresentanza, solo in apparenza costituisce una contraddizione. È questa riconcettualizzazione che è servita da fondamento teorico alla rivendicazione avanzata dal movimento per la parità. “La nostra battaglia per la parità si situa in un’altra prospettiva, quella dell’uguaglianza dei sessi fondata non su una differenza glorificata, non su una differenza negata, ma su una differenza oltrepassata, riconosciuta per meglio essere estromessa là dove produce disuguaglianza” (Françoise Gaspard).
In questo ragionamento si richiede nulla meno dell’uguaglianza totale perché le donne accedano allo statuto d’individuo, e sfuggano ai limiti di un’identità categoriale. Rigettando le quote come insufficienti (in quanto non arrivano all’uguaglianza), fin dai primi scritti le “paritariste” hanno chiesto che si stabilisca, nella rappresentanza, una ripartizione di 50/50 dei posti da distribuire fra donne e uomini. Questo 50/50 non è una quota, ma rispecchia il fatto che, quali che siano per altri rispetti le loro qualità e attributi, gli individui appartengono sempre ad uno dei due sessi. (…)
L’uguaglianza dei sessi era il principio. Il mezzo per attuarlo doveva essere la legge perché essa soltanto poteva superare la resistenza degli uomini politici e dei partiti, così da ridefinire i termini operativi – simbolici e pratici – dello spazio politico. Ma prima che la legge facesse la sua opera, bisognava che fosse votata, il che voleva dire appellarsi agli eletti e all’opinione pubblica. L’appello lanciato in nome delle donne faceva di queste una categoria, allorché questo stesso appello mirava a spogliare il sesso delle sue caratteristiche sociali. Con la parità, le donne diventavano semplicemente degli individui di sesso femminile, e delle rappresentanti capaci d’incarnare la nazione in virtù della loro individualità. Le architette della parità non hanno pensato che le donne rappresentino soltanto le donne, così come non hanno fatto credere che le elette avrebbero agito tutte allo stesso modo. Anzi, hanno detto il contrario: che le donne erano capaci quanto gli uomini di rappresentare la nazione, e che, nell’espressione delle loro opinioni e giudizi, avrebbero offerto altrettanta varietà che gli uomini. “Non si tratta affatto di far rappresentare le donne dalle donne, ma che le donne abbiano tante possibilità di accesso al prendere in mano il destino comune, quante gli uomini; di permettere alle donne di pensare il divenire globale della società e non soltanto i problemi degli asili; di fare che la società si riconosca in esse come nei loro pari di sesso maschile” (Giselle Donnard).
Questa concezione della parità è un esempio di ciò che Étienne Balibar ha chiamato “l’universalità ideale” (…). Questo era esattamente quello che domandava il movimento per la parità: introdurre un vero universalismo nel sistema politico francese, non mettendosi d’accordo per ignorare le differenze sociali (come fa l’universalismo fittizio), ma facendo della dualità anatomica il primo principio dell’individualismo astratto.
La legge del 6 giugno, in pratica (da pp. 240-243)
Se lo scopo delle “paritariste” era di eliminare ogni considerazione di sesso nella scelta dei rappresentanti, la conseguenza prima della legge di parità fu invece di evidenziarne l’impronta. In tal senso, la legge agisce come qualsiasi legge antidiscriminatoria o provvedimento di azione positiva, e punta i riflettori sulla o sulle differenze che hanno precisamente condotto all’esclusione. Le campagne elettorali seguite all’approvazione della legge hanno mostrato tutta la difficoltà di rimediare alla discriminazione – non c’è assolutamente modo di sfuggire all’evocazione della differenza e di non riprodurre quindi i termini di ciò che si vorrebbe correggere. Le candidate sono donne o persone che si occupano di politica?
Le donne possono veramente essere politiche? Sono differenti o identiche agli uomini politici? Sono queste alcune domande che si sono poste implicitamente (e talvolta esplicitamente) nel corso delle campagne elettorali.
Le donne che si sono presentate come candidate sono state prese in un doppio circolo vizioso, descritto molto bene da Marion Paoletti, iscritta al Partito socialista e sconfitta nelle legislative del 2002. L’affermazione della sua identità di donna (e di madre) ha rappresentato un vantaggio per guadagnare voti nel quadro della legge di parità, ha detto, ma non per far riconoscere la serietà del suo impegno negli ambienti del partito. Diversamente dai suoi colleghi maschi, che non si sono sentiti minimamente obbligati ad affermare la propria maschilità, “le donne in campagna elettorale nel 2002, si vedono tacitamente e collettivamente ingiungere di essere donne”. Ma per lei quest’ingiunzione ha avuto effetti contradditori: “Se bisogna essere donna, c’è il rischio di non essere politica”. Il vecchio problema dell’impossibilità di fare astrazione dalla differenza dei sessi, continuava a porsi. Mentre faceva campagna, la sua femminilità era una carta da giocare. Le hanno molto consigliato di truccarsi e di curare un look femminile. “Il tuo corpo è un’arma” le ha detto una collega. Ma, all’interno del partito, lo stesso comportamento diventa un difetto. (…) L’accento messo sulla sua identità in quanto donna poteva condurre alla naturalizzazione di tale identità, lei ritiene, e confermare gli stereotipi sociali confinandola nella dipendenza da uomini più potenti. Nel migliore dei casi, sottolinea Marion Paletti, la figura della donna politica è “ambigua”. Ma proprio perciò – noto io per inciso – essa perturba, almeno potenzialmente, gli stereotipi da cui vorrebbe tenersi distante. (…)
Al livello in cui siamo nella valutazione degli effetti della legge di parità, è l’indebolirsi della connessione tra maschilità e politica che ci conviene guardare da vicino. Questa legge ha introdotto della confusione, e della costernazione, nel campo politico. Vediamo così manifestarsi, in un certo numero di uomini, delle reazioni difensive davanti all’arrivo senza precedenti di donne nel “loro” dominio, reazioni che vanno dal ripiegare negli stereotipi al ricorso agli insulti fino al dispiegamento della forza bruta del potere al fine d’indebolire la legge o di sabotarne l’applicazione. Sul versante opposto, si assiste a prese di posizione, da parte di alcuni eletti (sono rari, tuttavia esistono) che rispecchiano esattamente la desimbolizzazione voluta dalle “paritariste”. Il sindaco di Rennes, per esempio, ha sottolineato che donne e uomini condividono molto delle stesse difficoltà e degli stessi punti di vista. “Io, ci tengo molto a stare all’ascolto… La donna non deve avere un dominio riservato. È cittadina, deve interessarsi di tutto. Io sono contro la strumentalizzazione. Si fa politica in quanto cittadini, tutto qui”.
(Altri articoli sulla questione del 50e50 Via Dogana n. 82, settembre 2007)
di Luisa Muraro
La parità “perfetta”, quella del 50/50, non l’ha inventata Renzi né quelli che l’hanno preceduto. L’ha inventata una corrente del femminismo francese vent’anni fa circa (ed è stata poi ripresa dall’Udi in Italia).
L’idea, nella versione originale, non era banale. Ecco il ragionamento. Le politiche fin qui tentate per realizzare l’uguaglianza dei sessi (“vota donna”, provvedimenti antidiscriminatori, quote), non sono state efficaci e possono risultare controproducenti, perché danno esca ai pregiudizi sulla differenza femminile. Occorre dunque impedire che la differenza sessuale interferisca con la politica paritaria. Come? Con la parità “perfetta”, imposta dalla legge: con il 50/50 si riconosce che gli umani sono uomini/donne ma s’impedisce al sesso di avere parte in causa.
Più che femminista, quest’idea sembra essere il compimento di quell’ideale di Egalité scritto sulle bandiere della rivoluzione del 1789. In Francia, non a caso, c’è stato un seguito con la legge di parità approvata nel 2000, che però si applica solo alle candidature elettorali, mentre le “paritariste” avrebbero voluto che la ripartizione del 50/50 si applicasse alle elette/eletti.
Ma si tratta comunque di un’astrazione. Il fatto della differenza sessuale non si lascia mettere tra parentesi, come hanno scoperto subito le candidate nelle elezioni francesi del 2002 di cui riferisce Joan Scott in Parité! (2005). “Non c’è assolutamente modo di sfuggire all’evocazione della differenza”, è il suo commento. “Non c’è parità che tenga”, è il mio. Tant’è che il femminismo ha preso slancio negli anni Sessanta, in tante parti del mondo a cominciare dagli Usa, e dura ancora, aggirando il fatto della differenza, ma l’ha assunto come un punto di leva e l’ha celebrata sfidando i pregiudizi con pratiche e idee nuove.
Anche il governo androgino di Renzi, metà donne e metà uomini con a capo un uomo, ha qualcosa di astratto: somiglia molto poco a quello che conosciamo della convivenza mista. Nel lavoro, nella scuola, dall’università alla materna, per non parlare delle famiglie, ci sono contrasti e tensioni, non perché ci sia più potere in ballo, tutt’altro, ma perché c’è più realtà. Al confronto, il governo offre uno spettacolo spento e disincarnato. Non è facile prevedere come finirà perché non è facile interpretare la situazione che si è creata, tant’è che i commenti sono molti e diversi.
Renzi, indubbiamente, ha fatto una mossa rispondente a quello che è diventato senso comune, per cui vogliamo vedere anche donne nella vita pubblica. Basterebbe questo punto per rendersi conto che la sua mossa appartiene a una storia recente che non è quella della democrazia paritaria. Quest’ultima dobbiamo considerarla terminata, per quello che riguarda le donne. C’è stato un capovolgimento: abbiamo forse bisogno che ce lo dicano altri? Non sappiamo che ha avuto origine nel rivoluzionamento dell’autocoscienza femminile? Non mi dilungo.
Che significato ha dunque il 50/50 di Renzi nel mutato contesto? Da una parte risponde, come ho detto, a un mutato atteggiamento generale, delle donne in primo luogo, verso la presenza di donne nella vita pubblica, Dall’altra, però, la formula serve all’esercizio del potere in quanto serve a creare uno spazio esente dai conflitti tra i sessi. Qualcuna, Ida Dominijanni, ha sottolineato giustamente che la mossa di Renzi neutralizza il conflitto tra i sessi. Perché evitare il conflitto? Le “paritariste” temevano il contraccolpo del conflitto politico-sessuale sulla credibilità politica delle donne. Ma adesso, e forse da tempo, io non escludo che il timore sia di uomini nei confronti delle donne, per la propria credibilità e il proprio credito.
Se così è, come penso, rispondiamo da signore, con autorità e generosità. E facciamo il nostro possibile perché la politica smetta di essere una continua competizione, ora noiosa, ora ridicola, ora micidiale, di umani che vogliono comandare, vincere, prevalere.
Repubblica 07/03/2014
La redazione del sito segnala anche i seguenti articoli pubblicati sui Via Dogana n. 82 – 50e50 sesso e potere:
“Preferisco la sottrazione” di Sabina Baral
“Un segno del kairós?” di Annarosa Buttarelli
“40E60 versus 50E50” di Letizia Paolozzi
“Invidia o gratitudine?” di Giordana Masotto
“Ovunque si decida” di Arianna Censi
“50E50 che cos’è” di Clara Jourdan
di Lia Cigarini
Devo partire da lontano per introdurre l’interessante e sollecitante, al presente , libro di Antoinette Fouque.
Il mio primo incontro con lei e il suo pensiero è avvenuto, infatti, nell’ottobre 1972 a Vieux-Villez, un villaggio della Normandia, a un raduno di donne organizzato dal gruppo “Psychanalyse et Politique”, vivo fin dal 1968.
Ero a quell’incontro perché attirata dai temi posti in discussione: la relazione con la madre, l’omosessualità primaria, la critica all’ideologia freudiana ma, contemporaneamente, la definizione della psicanalisi come arma rivoluzionaria.
Ero in analisi da cinque anni e, quindi, avevo un interesse enorme per la dimensione dell’inconscio. Partecipavo, poi, a un gruppo di autocoscienza a Milano che, come altri, aveva al centro dell’indagine la sessualità femminile e il rapporto con la madre. Tuttavia non avevo mai pensato che lo strumento analitico di conoscenza fosse prezioso per la pratica politica del movimento delle donne. E invece lì, a Vieux-Villez, ho capito la necessità dello strumento analitico (pur usato in modo sovversivo) per riscoprire il corpo e farlo parlare attraverso l’analisi minuziosa dei blocchi, delle censure, delle paralisi, e per tenere conto della posizione chiave del fallo nella sessualità.
Vivendo assieme in tante, per più giorni, fu possibile vivere e vedere uno spostamento d’amore verso le donne. L’imprevista decisione, durante il ’68 e dopo, di riunirci tra sole donne, poteva sembrare unicamente una geniale mossa politica per rendere visibile l’esistenza delle donne a chi da secoli l’aveva ignorata. All’incontro francese si è capito che qualcosa a livello del profondo si era mosso irreversibilmente e aveva determinato la separazione. C’è da aggiungere che l’emozione provata lì fu tanto forte da toccare l’inconscio. Una di noi imparò il francese in tre mesi (a me, monoglotta, sembrò un miracolo), mentre le parole e i sogni della mia analisi divennero altri e, mi pare, cambiarono anche l’ascolto e le parole del mio analista.
Naturalmente, vivendo insieme e non facendo solo riunioni di parola (penso anche ai successivi incontri di Evreux, Arcachon, Varigotti, Pinarella ecc., che costituirono poi la modalità di scambio tra donne), risultò chiaro che era necessario verificare e vivere le contraddizioni tra di noi. Mi ricordo ancora la sensazione di libertà che mi diede l’affermazione di Antoinette Fouque sull’idealismo della posizione femminista di volere a tutti i costi l’unità fra le donne.
L’incontro con Antoinette Fouque e le altre del gruppo francese ci liberò da molti tabù: quello dell’unità a tutti i costi, quello di considerare le donne tutte uguali e tutte misere, quello che ci impediva di criticare il femminismo ideologico, ecc.. Di questo diede immediatamente conto il primo numero di Sottosopra (1973), la rivista dei gruppi femministi edita a Milano. Ed è ben sintetizzato dalle parole di Silvia Motta lì riportate: «…e questo concentrarsi sul contenuto fondamentale dell’abbattimento dei tabù tra donne si esprime poi nel modo più facile che quelle donne hanno di muoversi, di parlare, di comunicare e soprattutto di prospettare una vita diversa, cosa che qui da noi non si fa quasi mai. Sono donne che danno la sensazione di poter progettare il mondo».
Per me in particolare fu preziosa l’indicazione che era indispensabile un lavoro politico a livello simbolico.
Già allora, quasi trent’anni fa, Antoinette Fouque diceva: «Nel momento stesso in cui ho tutte le ragioni per essere convinta che ci sono due sessi, e che nessuna misura di uguaglianza assorbe le differenze imparo del tutto ufficialmente che c’è solo una libido, è che è fallica […]. Ci sono dunque un solo linguaggio e due corpi sessuati diversamente che sono tutti e due preda di questo linguaggio».
Il pensiero e la pratica di Antoinette Fouque e del suo gruppo fu accolta e discussa soprattutto a Milano. Forse perché alcune di noi erano, appunto, in analisi e nel movimento, e perché l’autocoscienza non era stata solo racconto del vissuto ma anche l’esperienza di rapporti tra donne. O, forse, perché uno psicanalista-pensatore come Elvio Fachinelli ci aveva già da anni parlato e fatto conoscere il pensiero di Lacan; e autori come Derrida e Deleuze erano tradotti e discussi in piccoli gruppi politici. C’era, cioè, un contesto del tutto favorevole.
Si può dire, dunque, che la pratica di relazione tra donne (o pratica della differenza sessuale) abbia tratto linfa vitale dal pensiero di Antoinette Fouque e del suo gruppo. Va detto che, poi, il nostro processo di pensiero è stato originale e differenziato negli esiti, in particolare e proprio sulla differenza sessuale. Intorno al nostro essere donne/uomini, noi, come Antoinette Fouque, abbiamo riflettuto a partire dalla pratica di relazione donne con donna e come lei siamo arrivate alla conclusione che il nodo fondamentale è la relazione materna.
Ma noi non pensiamo all’esperienza di diventare madri, bensì alla dimensione, esistenziale e relazionale, di venire al mondo da una donna. Infatti dopo alcuni anni lo scambio politico con “Psychanalyse et Politique” si allentò per finire del tutto.
Riprende oggi con la mediazione di Silvina Boissonnas che, una sera di giugno dell’anno scorso, si è presentata al Circolo della Rosa di Milano con questo libro in mando, e di Lilli Rampello che decise subito di proporlo per la pubblicazione.
Ma veniamo al libro che è ben più interessante delle ragioni della mia personale riconoscenza e gratitudine nei confronti di Antoinette Fouque.
Per prima cosa vorrei dire che è scritto benissimo, in forma quasi sempre dialogica e ricorrendo a diversi registri discorsivi, dal pensiero ragionante al racconto. Antoinette Fouque interloquisce e discute ora con le donne in generale, ora con alcune, ora con la persona che l’intervista e ancora con il ricordo di sua madre. E, infine, con l’attrice Isabelle Huppert, uno scambio bellissimo.
È riuscito in sostanza ad Antoinette di salvare nel testo scritto
quello che c’è di prezioso nella comunicazione orale tipica del movimento delle donne e della psicanalisi. Il secondo testo del libro, intitolato: «Donne in movimenti: ieri, oggi, domani», è un esempio perfetto di narrazioni di fatti e idee del ’68 e della nascita del movimento delle donne a Parigi a partire da sé.
Sottolineo il valore che ha la narrazione soggettiva anche nei campi delle idee e dei concetti perché per me la vita è racconto e niente altro. Penso che per molte (io per esempio) e molti la narrazione sia ormai l’unica forma letteraria che rende affascinante un testo.
Del libro, ricchissimo di temi e problemi, vorrei mettere in rilievo tre punti che, a mio parere, sono di un tale spessore filosofico da poter rilanciare la discussione un po’ illanguidita in questo momento.
Il primo riguarda l’elaborazione del concetto di differenza sessuale a partire dalla dissimmetria dei due sessi quanto al lavoro della procreazione e all’esperienza della gestazione. Pensa, in sostanza, Antoinette Fouque, a una rifondazione del simbolico che si apre e si articola intorno al campo semantico della gestazione. Ella così scrive: «… la gestazione, concepimento spirituale e carnale dell’altro, […] la gestazione, attenzione vivente ed esperienza eteronoma che sa far posto in sé, al non sé, […] infine paradigma del ‘pensare il prossimo’, paradigma dell’etica e della democrazia». Con queste parole, ella sta prefigurando, a partire dal principio di realtà, che i sessi sono due, «un nuovo contratto umano tra le donne e gli uomini ma anche tra gli uni e gli altri». Gli stessi uomini tra loro avrebbero interesse a respingere la dittatura del fallo a livello simbolico. Ma se la gestazione è il paradigma del pensare l’altro (e quindi per Antoinette Fouque finalmente l’avvento dell’etica), il nuovo contratto umano dovrà includere anche «quei soggetti transitori che sono i bambini. Perché la produzione del vivente è tripartita; il due non deve escludere il terzo e l’umano adulto è nello stesso tempo il frutto della sua doppia origine eterosessuata, della sua doppia discendenza, e del bambino che lui/lei è stato».
Questo è un pensiero di Antoinette Fouque che ho scoperto ora e sul quale voglio riflettere con lei e altre. Riconosco, però, la sua antica idea della matrice (utero) come significante della sessualità femminile, non come significante unico, perché la donna è anche fallica, ma senza matrice non c’è donna.
Vi è inoltre, nel libro, una severa critica al diritto esistente. Antoinette propone la messa in discussione dei princìpi che lo fondano per «analizzarne le contraddizioni, le incoerenze, i dinieghi e le denegazioni». Tra le quali la denegazione della differenza sessuale. Ella, in sostanza, propone di sessuare il diritto soprattutto per quanto riguarda i diritti costituzionali e politici, affinché le donne conquistino veramente «il diritto al diritto». In passato ero d’accordo con questa posizione e ne ho anche scritto. Ora mi chiedo se i codici del diritto e quelli della politica non siano tra loro indipendenti o addirittura incompatibili. In tal caso si tratterà di sottrarre alla colonizzazione (sempre più invadente) del diritto tutto ciò che concerne il mondo vitale, il vivente. Resta che, come Antoinette, io leggo la differenziazione portata dalla lotta delle donne come un processo di autonomia dalle maglie di un diritto composto da norme provenienti da autorità centrali e amministrato da burocrazie.
Da quanto ho detto finora può sembrare che il libro sia soprattutto teorico. In realtà Antoinette Fouque interviene acutamente nel discorso politico, alla ricerca di una mediazione alta tra differenza e uguaglianza. Partendo dall’assunto che la differenza senza l’uguaglianza non può produrre altro che regressione psichica, ma l’uguaglianza senza la differenza non produce che un’assimilazione sterilizzante, un’amputazione psicofisica, propone di andare al di là del paradigma dell’uguaglianza astratto e neutro. Il quale finisce con l’uniformare e assimilare all’Uno tutto ciò che è sessuato. Per questa via, sostiene Antoinette, «se oggi un cittadino su due è una cittadina, domani nelle nostre democrazie, une, indivisibili, universali, due cittadini su due saranno cittadini».
È necessario, quindi, lavorare politicamente per la differenza sessuale e a partire da qui Antoinette propone il concetto di “parità qualitativa”, parità che possa aprirsi alla logica del due, permettendo ai due sessi l’elaborazione di una politica eterosessuata. Ciò, evidentemente, non ha nulla a che fare con progetti femminili/femministi che tendono a inserire le donne nell’attuale sistema «dell’Uno neutro genderizzato (maschile e femminile)» attraverso una parità quantitativa (di quote).
Resta aperto il problema di inventare la pratica politica corrispondente alla mediazione alta fra il lavoro politico della differenza e la partecipazione alla politica istituzionale. A questo proposito mette in guardia giustamente Antoinette Fouque: «la vera posta in gioco della parità, oggi, è dunque sapere se la passione dell’Uno la pervertirà in Tutto-Uno, […] se sarà utilizzata come un’inclusione delle sorelle, accanto ai fratelli, nella Repubblica dei figli, senza cambiamento di struttura, o se essa va al di là degli ‘ismi’: socialismo, femminismo, universalismo e altro vecchiume… ».
La pubblicazione di questo libro in Italia è destinata ad attivare uno scambio e, forse, un conflitto positivo su terreni molto avanzati, come la filosofia della differenza, i rapporti tra diritto, etica e politica. E lo fa non con la pedanteria con cui molto spesso su questi temi, ma con la vivezza dialogica e la forza del linguaggio che ha caratterizzato la migliore ricerca femminile.
Lia Cigarini
Ci sembrava opportuno presentare la pratica della storia vivente a Savona, poiché siamo in relazione fin dagli inizi con Marirì Martinengo che ne è l’inventrice, e perché Giovanna che fa parte delle Eredi è anche componente della Comunità di Storia Vivente di Milano.
Non sapevamo cosa aspettarci da questo incontro, che poteva essere considerato troppo tecnico o specialistico; abbiamo investito molto nei contatti personali per la comunicazione dell’evento e scommesso che avrebbe suscitato interesse.
E così è stato, anzi la soddisfazione per l’incontro è andato oltre ogni nostra aspettativa, per merito senz’altro delle nostre ospiti che hanno saputo presentare il loro lavoro con passione e chiarezza tali che ciascuna donna presente – questa è stata l’impressione – si è sentita chiamata in prima persona a confrontarsi con l’idea che , per citare Marirì “c è’ una storia vivente annidata in ciascuna di noi”.
E’una affermazione che assume implicazioni molteplici, poiché il ritenere che ogni singola vita sia di per sè già un documento storico scardina il perno fondamentale della disciplina, che si preoccupa di distinguere nettamente il soggetto che svolge l’indagine dai dati oggettivi che vengono vagliati e messi in ordine.
Qualche insegnante intervenendo si è infatti chiesta che implicazioni nascano dal fare di sè documento e quale compatibilità ci sia con la storia tradizionale. Le storiche hanno chiarito che non considerano la storia vivente come alternativa e soprattuto esaustiva del fare storia, e loro stesse praticano altri generi, dalla storia personale a quella tradizionale; è piuttosto lo sguardo ad essersi modificato dopo aver ricercato sul proprio sè storico.
Ma fare storia vivente è anche e soprattutto portare alla luce un nodo irrisolto dentro di sè, sentire che qualcosa fa ostacolo nella propria storia e viene relegato nel non detto e non intepretato; a questa esperienza, invece di essere derubricata come problema personale, viene chiesto di venire alla luce e di essere espressa con parole alle altre donne .Questo gesto in qualche modo ripara qualcosa che era incrinato nell’ordine simbolico e propizia uno sguardo diverso nel fare storia ,che tenga conto dello spessore delle singole vite, non più viste come di ingombro all’interpretazione dei fatti ma come fontana vivente e inesauribile cornucopia di doni per la ricerca storica.
Questa riparazione del tessuto personale consente di vedere con occhi nuovi che quelle che Virginia Woolf chiamava le “vite infinitamente oscure” delle donne sono tali solo ad uno sguardo abituato a considerare storia solo guerre trattati e schieramenti politici.
Proprio il nominare l’inciampo nelle loro vite che le storiche hanno condiviso (Marirì l’occultamento della nonna, Laura l’esperienza dello sradicamento violento dalla civiltà contadina, la povertà munifica della madre di Luciana, la preferenza della maestra per Marina) ha dato – per così dire- la stura agli interventi della serata che si sono susseguiti senza soluzione nel nominare esperienze simili; in essi è tornato più volte il richiamo all’ostacolo creatosi per non avere ritenuto veritiera nell’infanzia la parola della madre (esperienza molto comune di disordine storico-personale che anche Luciana nel suo saggio sulla rivista ricorda); ma anche ostacoli di mentalità corrente, come considerare tutte le donne dell’antichità incolte per una donna che fa indagine storica sul medioevo savonese e si accorge leggendo le fonti che le donne leggevano e scrivevano, anche quelle di estrazione popolare; una donna ha nominato l’ostacolo di avere avuto genitori anziani figli a loro volta di genitori anziani, cosa che ha determinato come nella sua vita vigessero tempi storici distonici rispetto ai tempi correnti e che può essere visto come problema tipo del nostro tempo, in cui gli intervalli fra le generazioni si allargano via via di più.
Si è fatto tardi e ce ne siamo andate perché la libreria doveva chiudere, con la sensazione che avremmo potuto e voluto ancora continuare e speriamo di farlo con l’aiuto di tutte quelle che vorranno.
(eredibibliotecadonne.wordpress.com, 3/3/2014)
da “La Repubblica” del 2
Lea Vergine: “Io, signora dell’arte, mi sento una derelitta in questo mondo dominato dal mercato”
La critica e curatrice si racconta insieme ad amori, pittori e colleghi
di ANTONIO GNOLI
Sembra di attraversare una nuvola di bianca tristezza. E invece sono le sue parole. Quelle di Lea Vergine. Un nome d’artista, pensavo. In realtà critica d’arte che ha scritto saggi acuti e importanti sul linguaggio del corpo e la Body art. E di lei avevo apprezzato, giusto un paio di anni fa, la bellissima mostra, curata al Mart di Rovereto, sul gruppo di Bloomsbury. Ha una voce piena di spigoli. Lea. Che sembra dica: stai abusando della mia pazienza. In realtà sono soprattutto le Esportazioni che fuma a eccitare una certa asprezza. Una certa rabbia che l’età non più giovane contiene con rassegnata saggezza. Contro chi? Le chiedo. Mi guarda incuriosita: “Contro me stessa innanzitutto. Conosco come pochi l’arte dell’autolesionismo”.
E allora torna quella sensazione di tristezza iniziale. Quelle parole che scendono come pioggia invisibile. Lea è stata una donna bella. Non che non lo sia ancora. Ma è infastidita dal ricordo di un’immagine remota. Dalla tara che ogni memoria deve fare su di sé. Dall’avvilimento che non siamo più ciò che un tempo fummo. Mi guarda perplessa dalla teatralità morale dello studio milanese dove sediamo. I libri, i cataloghi, le schede raccontano “la vita, forse l’arte”, come recita il titolo del suo nuovo libro appena edito da Archinto.
Quando ha avuto questa sensazione?
“Quale sensazione?”.
Di essere cambiata. Di non essere più quella di una volta.
“C’è stato un momento in cui ho pensato che i miei piccoli anni eroici non andassero più visti nella compostezza dell’indifferenza, come qualcosa che semplicemente non c’era più. Ma nel vuoto che avevano scavato. In quel momento ho provato la sensazione che la malinconia non fosse più un sentimento sterile, ma dannoso”.
Collocabile in quale tempo?
“In questi anni, così prossimi da sentirne il respiro e il disagio, anni in cui tutto è maledettamente cambiato”.
In peggio?
“È una china invisibile. Si scende senza far troppo rumore. Cosa c’è di più deprimente?”.
Ma è una depressione che ha origine dalla memoria o dal fisico?
“Direi da entrambi. Se penso alla mia nascita mi vedo senza una madre e consegnata ai nonni all’età di tre mesi”.
Cosa accadde?
“Venni concepita, fuori dal matrimonio, da una fanciulla totalmente estranea al mondo di mio padre. Una ragazza povera, bella e sventata. Nel 1938 non si davano nozze riparatrici. Mio padre, famiglia borghese, si presentò a mia nonna, una Ruffo di Calabria, e disse: “Mammà, ho una figlia””.
Suo padre cosa faceva?
“Era laureato in legge. Ma i sogni si legavano alla musica. Il nonno lo mise davanti alla scelta: abbandoni la musica ed entri in uno studio legale e noi ci occuperemo della piccola”.
E si occuparono di lei?
“Pienamente. Sono stata con loro per lungo tempo. A Napoli. Crescevo con le attenzioni che si dedicano a una signorina. Ero bella e agiata. Ma anche stupida”.
Stupida?
“Non nel senso dell’oca giuliva. Ma per le opportunità che ho mancato nella vita. Ho sempre fatto il contrario di ciò che sarebbe stato meglio per me. Non sono mai stata capace di scegliere il male minore”.
È considerata tra le eccellenze della critica d’arte. Perché si denigra?
“Quello che ho realizzato nel mondo dell’arte avrei potuto farlo con mille altri mestieri. Dov’è l’unicità? Aver scritto di artisti che pensano che il loro mondo sia il mondo? E che tutto inizia e finisce varcata la soglia del loro studio?”.
In fondo sono loro le primedonne. Perché sorprendersi o restarne delusi?
“Perché dietro il “genio” scopri spesso l’ometto, la mezza calzaumana. Ricordo la volta che andai a Parigi a trovare Jean Fautrier. Mi aspettavo di incontrare un maestro. Vidi quest’uomo sdraiato nel suo atelier circondato da un clan di fanciulle che lo accarezzavano. Restai allibita. Dai suoi sorrisetti, dalle sue frasi ambigue di vecchio Ganimede”.
Però un grande artista.
“Non ne dubito, almeno nel suo caso. Ma ciò che le racconto non è per puro pettegolezzo, ma perché sono convinta che uno dei risultati della modernità è il divorzio tra ciò che sei e ciò che appari”.
Le dà così fastidio?
“Non mi dà fastidio. Constato la presenza di più stili di vita e di maschere. Semmai quello che ho notato più spesso negli artisti è ciò che gli psichiatri chiamerebbero disturbo della personalità. Sono spesso legati al proprio Io in maniera patologica”.
A chi pensa?
“Una persona, che pur nella mediocrità del proprio talento, ha saputo sfruttare le numerose potenzialità del proprio Io è stato Salvador Dalì”.
Un artista scandaloso che fiutò il proprio tempo come un cane da caccia la sua preda.
“È vero, aveva fiuto. Ma non si tradusse mai in una grande opera. Fu un surrealista di terz’ordine; un mitomane in grado di autopromuoversi come pochi. I suoi quadri “metafisici” non hanno nulla della grandezza allucinatoria di De Chirico, le sue opere scandalose viste oggi sono solo rancidamente sentimentali o oleografiche”.
Eppure, è considerato un grande del Novecento.
“Ci sono ragioni diverse da quelle smaccatamente commerciali? Tutto in lui è stato kitsch e pop”.
Buñuel, per fare un solo esempio, vide in quest’uomo contraddittorio l’artista totale.
“Buñuel gli fu amico in gioventù. Ma non smise mai di considerarlo un esibizionista e, per le sue idee politiche, un cinico che si mise a disposizione del franchismo. La protervia del suo Io si tradusse in qualcosa di grottesco. Corteggiò Freud senza esito. Volle ingraziarsi Lacan, che era stato surrealista, senza riuscirci. Si è dovuto accontentare dell’omaggio di Armando Verdiglione”.
È molto dura e sarcastica verso gli altri.
“Forse perché lo sono verso me stessa. Bisogna saper ritrovare negli altri le proprie patologie”.
Da quali è affetta?
“Il mio psichiatra mi assicura che non sono psicotica, come certi artisti, ma solo una banale nevrotica”.Sembra quasi delusa.
“No, affatto. Ma l’arte, quella vera, si nutre di follie insondabili e di sofferenze e dolori profondissimi. Da dove crede sia nata la serie Otages, gli “Ostaggi”, che Fautrier dipinse tra il 1942 e il ’45, se non dallo sconvolgimento per le atrocità commesse dai nazisti?”.
L’arte ha solo l’aspetto tragico?
“È il lato che più di ogni altro mi ha coinvolto. L’arte di oggi, invece, è sempre meno una faccenda di persone per bene”.
In che senso?
“È un luogo dove non ci sono quasi più valori tragici, ma solo prezzi di mercato”.
Può immaginare un’arte senza il mercato?
“Sarebbe impensabile. In passato accadeva però che una nuova tendenza – pensi all’Impressionismo, alla Body art o all’Arte Povera – nascesse in contrasto con il mercato e solo in un secondo momento ne veniva riassorbita. Oggi il “mercato” è il feticcio per eccellenza. Ma la verità è che siamo in uno stagno dove sguazzano piccoli squali travestiti da papere”.
Chi decide?
“Non è più il mercante o il gallerista a determinare le cose. Sono i collezionisti a stabilire le quotazioni di un artista o chi deve dirigereil tal museo o il talaltro. In fondo non è neanche così insolito. Nel Cinquecento era la committenza di principi e cardinali a decidere il destino dell’arte. Allora non andò così male”.
E i critici?
“Annaspiamo. Ricorda qualcosa di memorabile, al di là delle contese da cortile? Siamo come quei battitori di tamburi disposti lungo una battuta di caccia per spaventare la tigre. Una volta, a Procida, incontrai Cesare Brandi, grande storico dell’arte, cultura poliedrica con tendenze omo. Fece una mossetta e poi con quel suo accento senese mi disse: “Fiorellino, mi spiace dirtelo, ma non hai più il fulgore di una volta”. Ecco, non abbiamo più il fulgore. Ci siamo spenti”.
Ha conosciuto anche Argan?
“Molto bene. Un giorno mi raccontò che aveva passato parte dell’adolescenza nel manicomio di Torino, dove sembra che il padre ricoprisse qualche incarico. Mi disse che spesso faceva giocare la piccola Carol Rama, che credo avesse ricoverata la vecchia madre. Pensi che allegria!”.
Cos’è per lei la felicità?
“Non saprei. Mi sono quasi sempre sentita alla stregua di un cane. C’è un dipinto di Botticelli nel quale si vede una ragazza con la testa china, le mani che nascondono la faccia, si intitolaLa derelitta. Ecco, mi sento così”.
Cosa pensa di dover espiare?
“Dicono che sono un po’ cattivella. La verità è che sono cresciuta nella paura di sbagliare e di non essere accettata”.
Che rapporto è stato quello con suo padre?
“Per me è stato come un fidanzato che vedevo poco. Credo che mi amasse molto e quando è morto, all’età di 46 anni, sono stata malissimo. Mi ha inferocito quella morte. Come se mi avessero rubato la cosa più preziosa. Per vent’anni non sono riuscita a parlarne. E per mettere tutto a tacere, poco dopo, mi sposai. Un matrimonio compensatorio durato nove anni. Non mi sarei aspettata che alla fine di quella lunga e noiosa stagione avrei ritrovato il grande amore”.
Nella persona di chi?
“Di Enzo Mari. Mi sarei volentieri trasferita a Roma, volevo vivere nella bellezza meteca e sguaiata di quella città. Per Enzo decisi di andare a Milano. Era il 1966. Stiamo insieme da 48 anni. E nei suoi riguardi ho sviluppato un’ossessione amorosa”.
Che tradurrebbe come?
“Una situazione in cui sai che non puoi fare a meno dell’altro, anche se tutto consiglierebbe che dovresti allontanartene. È questo che intendo. Una malattia, come tutte le ossessioni”.
Lei ha scritto ne La vita, forse l’arte:”È un pezzo che Milano è diventata un luogo a forte rischio di ridicolo”. Di cosa l’accusa?
“Quando vi arrivai mi parve una città bruttina ma gradevole. Piena di voglia di fare. Adesso è giuliva come un cimitero. Una città sciagurata “.
Una città in ogni caso importante per l’arte.
“Per la musica continua a esserlo. Ma per il resto? E poi quando mai è stata rilevante per l’arte? Importanti furono Torino e Roma. Non certo Milano, la cui riconoscibilità finì con Lucio Fontana. Che fu un uomo stupendo e generoso. Assolutamente raro in un mondo afflitto da egolatria”.
Che visione si è fatta del mondo in cui vive?
“La visione vorrebbe essere disincantata”.
Crede in Dio?
“Non credo dall’età di 14 anni. Però certe notti, mentre mi rivolto nel letto, metto la testa sotto il cuscino e dico: chiunque tu sia fammi morire nel sonno. Almeno questo concedimelo”.
In cambio di cosa?
“Del dolore, dello smarrimento, dell’ansia, del panico. Sono conciata malissimo. Chiedo solo un piccolo risarcimento. Del resto questi ultimi anni sono stati un vortice di sorprese e non tutte gradevoli”.
Cosa è accaduto?
“Con Enzo ci siamo fortemente impoveriti. Siamo un esempio antropologico di quella classe media, un tempo orgogliosa e florida, oggi messa a durissima prova. Inoltre sono stata operata al cuore. Un organo ricostruito, come dico io, con dei pezzi presi da una mucca. Ogni volta che passo davanti a una macelleria penso al sacrificio di quei poveri animali”.
È sempre così paradossale?
“Paradossale? Diciamo lievemente patetica”.
E un po’ snob. Non trova?
“Lo snobismo è morto da tempo. Va di moda il grottesco. Lo snobismo fu un’arte difficile, severa, sempre sul punto di cadere nell’affettazione. Una snob straordinaria fu Virginia Woolf”.
Come del resto lo fu tutto il circolo di Bloomsbury.
“Me ne sono occupata. E sono giunta alla conclusione che solo Virginia poteva aspirare a quella forma di “santità”. Gli altri – come Lytton Strachey, Vanessa Bell, Duncan Grant e lo stesso grande economista Keynes – furono piuttosto personaggi intelligentissimi, curiosi e forniti di quella promiscua libertà che li portava, tra loro, ad andare a letto con tutti. Si opponevano al regime vittoriano e furono uno degli ultimi esempi di una società letteraria autoreferenziale”.
E lei?
“Io cosa?”.
Si sente dentro un mondo chiuso o autoreferenziale?
“Molte immagini esterne mi rimandano
i miei stati d’animo. Ma cosa posso farci? Più invecchi e più ti isoli. I vecchi non credono più all’anagrafe. Ma c’è un momento della giornata in cui tornano giovani, quando avevano i loro sogni nelle tasche. Poi basta passare davanti a uno specchio o uscire da una doccia perché l’incantesimo si rompa”.
È il corpo che non mente?
“Ci parla. E non è arte. Non sono discorsi. È solo nuda vita”.
di Franca Fortunato
Antonia Pozzi, intellettuale milanese degli anni Trenta, morta suicida all’età di 26 anni, fu sottovalutata nell’ambiente culturale milanese che lei frequentò. Fu apprezzata, poi, in modo generico negli anni Trenta, dopo la pubblicazione da parte del padre di alcune sue liriche, nella raccolta “Parole”. Riscoperta nel 1945 da Montale, che la ricondusse nell’ambito complessivo della letteratura italiana del Novecento, è solo negli ultimi decenni che è studiata nella specificità della sua poesia, che esprime un sofferto e tuttavia ricco e originale universo femminile. Oggi conosce una nuova fortuna: le tesi di laurea, gli articoli, i saggi su di lei, le traduzioni delle sue poesie e i film sulla sua vita, si moltiplicano. Nel libro Per troppa vita che ho nel sangue, Graziella Bernabò ripercorre il dramma esistenziale da cui scaturì la sua poesia.
Antonia Pozzi nasce a Milano il 12 febbraio 1912. Chi la conobbe e frequentò la ricorda come una giovane donna insieme timida e ardente, insicura e passionale, molto intelligente e creativa. Cercò nella sua vita, tra mille difficoltà e incomprensioni, una vera libertà per sé, a partire «dal di dentro» (per usare un’espressione a lei cara). Aspirava ad andare oltre la semplice emancipazione esteriore che le venne concessa, in modo contraddittorio, da chi l’amava, come il padre e gli uomini che incontrò. Il padre Roberto, avvocato, fu un esponente di primo piano, ma non fanatico, del fascismo. Ricoprì la carica di podestà. La madre Lina Cavagna Sanguiliani proveniva da una famiglia aristocratica. Una donna colta, intelligente ma succube del marito, uomo generoso ma autoritario. Non riuscì, perciò, ad essere per la figlia una figura forte a cui riferirsi in certi momenti della sua vita. Dopo la sua morte, la madre e il padre vissero nel culto e nel ricordo della figlia. Il padre capì la grandezza della sua poesia e vi dedicò la vita per farla conoscere e diffondere. La madre si ritirò nella solitudine della sua casa. Negli anni giunse a considerarla non come vittima, ma come una donna che aveva deciso con estrema dignità la propria fine, una persona non da compatire ma da rispettare.
Antonia condivideva con la famiglia la sola frequentazione alla Scala. Amava la musica. Non amava i salotti della Milano “bene”, li trovava superficiali e artificiali e visse sempre con disagio e quasi con un senso di colpa la sua appartenenza sociale. Alla Milano “bene” preferiva l’ambiente culturale universitario e le persone semplici di Pasturo. Alla vita mondana milanese preferiva il contatto con la natura della pianura lombarda e delle montagne della Valsassina, che le restituivano un senso di radicamento e di pace. Le montagne, la natura, la “salvarono” in tanti momenti della sua vita. L’amore per la pianura lombarda parte in lei dalla passione per Pasturo, un minuscolo paesino della Valsassina dove giunse per la prima volta, bambina, nel giugno 1918 con la madre e la zia Ida (il padre era ufficiale di artiglieria sul fronte del Piave), qui trascorse molti periodi della sua vita. In quella casa ci tornava per riflettere, fare chiarezza su se stessa, ritrovare se stessa, e pensava di andare a vivere se un giorno fosse rimasta sola. Qui scrisse molte sue poesie.
Viaggiò molto, ma appena poteva tornava a Pasturo, tra la gente semplice e la natura. La sua casa c’è ancora. È di proprietà delle Suore del Preziosissimo Sangue. Due stanze restano adibite all’Archivio Pozzi, curato da Suor Onorina Dino, che custodisce con scrupolosa fedeltà le memorie di Antonia. Il suo studio è come lei lo ha lasciato. Ci sono tutte le sue cose: la scrivania con un tappeto un po’ consumato; le penne, i pennini, la carta assorbente rimasta intrisa di inchiostro, un album, con alcuni disegni, le bambole, un orsacchiotto di stoffa, gli zaini, le picozze per la montagna, gli sci; la racchetta da tennis, il frustino per l’equitazione, le librerie con molti testi accuratamente postillati. La parete è piena di fotografie di luoghi e di opere d’arte, di Antonia stessa, sola o con i familiari. Poco lontano da casa Pozzi c’è un piccolo cimitero. Qui Antonia riposa dal dicembre 1938, ai piedi delle amate montagne, com’era nei suoi desideri. Sulla pietra è inciso un passo della sua poesia Giorno dei morti del 2 dicembre 1932, ma in una variante: E vedono/ l’oro tuo/ Signore/ il mare eterno/ della Tua verità.
Da bambina, Antonia era dolce, molto vivace, assai sensibile e incline alla malinconia. Nel suo Diario lei stessa parla della sua infanzia tranquilla attraversata da alcune inquietudini. Forse si riferiva ai suicidi del nonno e della zia paterni. Forse c’era una predisposizione familiare alla depressione, ma questo non spiega del tutto il suo suicidio. La sua strutturale malinconia fu esacerbata da dolorose esperienze personali e da sfavorevoli circostanze storiche e culturali.
Gli anni della sua adolescenza, dal 1926 al 1929, sono anni molto inquieti. Nell’anno scolastico 1927-1928, incontra quello che sarà il suo grande amore, Antonio Maria Cervi. È il suo professore di latino e greco al Liceo classico “Manzoni”. Lei ha 15 anni, lui 33. Il professore è un uomo di grande cultura e umanità, un bravo insegnante. Lei ne resta affascinata. Il rapporto di Cervi con Antonia rimase sempre da padre e fratello maggiore forse per la grande differenza di età. La prima a innamorarsi fu Antonia. Lui all’inizio era restio a una trasformazione del loro rapporto di amicizia. Solo nel gennaio 1930 acconsentì a un legame più tenero: i due cominciarono a darsi del tu e a scambiarsi lettere più affettuose. Probabilmente poi entrò in scena il padre di Antonia che le proibì di intrattenere quel rapporto d’amore. Nel 1931 Cervi fece il passo di presentarsi a lui per chiederla in sposa. Ricevette un’accoglienza così fredda che rimase muto. L’ostilità del padre era dovuta alla differenza d’età? A pregiudizi, perché Cervi era meridionale? Al timore che la figlia lo lasciasse per andarsene a Roma, dove il professore si era trasferito per stare vicino alla madre, e abbandonasse l’università? Antonia adorava Antonello – come lei lo chiamava –, fu l’unico vero amore della sua vita, ma erano molto diversi su molti piani. Per esempio, lei era impegnata in una ricerca spirituale del tutto personale, lui era dentro un cristianesimo rigoroso e avrebbe voluto tirarvi dentro anche Antonia. Quando il 10 febbraio 1932, le rivela l’intenzione di chiudere ogni rapporto, Antonia pensa che uno dei motivi sia il fatto che non aveva accettato il suo Dio e il 1° marzo di quell’anno gli scrive : Perché se è questo che tu mi rimproveri, Antonello, di non credere nel tuo Dio, o se quel che tu dici, camminare vuol dire entrare nella tua chiesa, tu capisci, vero, che sarebbe disonesto verso la mia coscienza il fingermi un dovere che non comprendo e non sento. Antonello non capiva la sua ricerca spirituale personale, così come non accettava la sua impulsività che la rendeva sincera e spontanea. Desiderava spingerla a un cambiamento. Antonia sente l’impulso di telefonargli.
Se il padre di Antonia si oppose, il professore però non fece niente per salvare il legame: per orgoglio? Per dignità? Per la differenza di età? Per il carattere di Antonia? È vero che avrebbe desiderato essere sposo e padre, ma è probabile che Antonia, tanto giovane, esuberante e assoluta, lo avesse in qualche modo sgomentato e che questo, sommato alle circostanze sfavorevoli, lo avesse indotto a ritirarsi dal legame amoroso. Antonia lotta per mantenere il legame.
Una donna, rispetto a un uomo, ha una maggiore difficoltà a chiudere definitivamente un rapporto importante e rivolgersi con soddisfazione al solo lavoro. Lei vive questa difficoltà. A due anni di distanza, nel febbraio 1934, scrive una lettera a Cervi, da cui risulta che in precedenza gli aveva telefonato, ma che egli aveva reagito bruscamente, come subito dopo l’interruzione del loro rapporto. Lui si sentiva tormentato da lei. Doveva aver infierito verbalmente nei suoi confronti, arrivando ad accusarla di non averlo mai amato e di aver condotto una vita falsa. Antonia reagisce con fierezza e difende la sincerità del suo amore: Tu sei in me ancora. L’unica luce, ferma come un altare, che si fa più bianca, quando più nere sono le macchie che cadono qui intorno. Non dirmi ch’io t’ho mentito. Se ti ho dato più dolore che gioia, se ho ceduto davanti al dolore degli altri e ti ho chiesto di rinunciare, non al nostro amore, ma alla realizzazione del nostro amore, se non ho saputo darti nulla di ciò che ti aspettavi da me – credi – io ti ho dato tutto quello che ho potuto. Alla fine non le resta che rassegnarsi alla chiusura della loro storia. Cervi non si sposò mai. Tenne fino alla morte la fotografia di Antonia giovinetta accanto ai ritratti dei genitori e del fratello, morto in guerra.
Testimoni del suo amore per il professore furono le sue amiche di una vita Lucia Bozzi e Elvira Gandini. Si erano incontrate al Liceo, anche loro allieve di Cervi. Erano più grandi di Antonia e dopo la laurea le scelte di vita le allontanarono, anche se rimasero sempre in contatto. Lucia si fece suora, Elvira si sposò e si diede all’insegnamento, lontana da Milano. È ad Elvira che Cervi, l’anno precedente alla sua morte, sentendosi ormai al tramonto della vita, piangendo consegnò, in una busta sulla quale c’era scritta la poesia Silenziosamente, le fotografie di Antonia bambina, che gli erano state regalate da lei molti anni prima. Fino alla fine si recò sulla sua tomba per portarvi un mazzo di garofani. L’ultima volta vi lasciò anche un biglietto: «All’adorata Antonia/ il suo Antonello». Tutte le sue lettere ad Antonia sono state distrutte dal padre di lei, forse per salvaguardare il ricordo della figlia. Le lettere che Antonia scrisse a lui ci sono giunte, con molti tagli, dalla nipote del professore, dopo che questi morì. Antonio Maria Cervi morì all’età di 72 anni il 13 aprile 1966. Nell’anno 1934/1935 Antonia entra all’università milanese “La Statale”. Qui, tra il 1934 e il 1938, frequentò il gruppo che faceva riferimento ad Antonio Banfi e divenne amica dei suoi più brillanti allievi. Tra cui Remo Cantoni e Dino Formaggio, con cui Antonia pensò potesse ricostruire un rapporto di amore. Il suo desiderio di maternità e di sposarsi fu, però, frustrato, ancora una volta. Un desiderio in parte suo, ma in gran parte indotto dalla propaganda ossessiva del regime sulla donna madre e sposa come unico destino femminile. Il dramma di Antonia non fu solo personale ma investì anche la cultura e la sua poesia, che per lei divenne la principale ragione di vita. Solo attraverso la poesia e nel riconoscimento in questo ambito, avrebbe potuto trovare l’affermazione di sé in quanto donna, e “salvarsi”. Ma questo non si verificò. Nel gruppo banfiano fu sottovalutata, non già come studiosa, ma piuttosto rispetto alle sue capacità poetiche e, quel che è peggio, alla sua stessa personalità. La sua natura estremamente sensibile e vibrante e il legame, costante in lei, tra istanza intellettuale e desiderio affettivo, lo stesso suo alto concetto della relazione, amicale o amorosa che fosse, sconcertavano e spaventavano i giovani del gruppo,senza escludere una simpatia per lei. Enzo Paci le disse «Scrivi il meno possibile» e Banfi, nel riconsegnarle le poesie: «Signorina, si calmi» e le suggerì di passare al romanzo storico. Lei progettò di scriverlo quel romanzo, pensando alla sua genealogia: la bisnonna (Elisa), la nonna (Maria), la madre (Lina) e lei. Nel luglio 1938, pochi mesi prima di morire, scrisse di questo suo progetto all’adorata nonna materna (la Nina) a cui si sentiva molto legata. Ma del romanzo non scrisse nemmeno una riga. La sua vocazione era per la lirica. Il mondo dei banfiani era un mondo altamente razionalistico che guardava con sospetto l’emozionalità femminile, vista come disordine. In questo erano condizionati sia da un pensiero filosofico esclusivamente maschile e sia dal pregiudizio nei confronti del femminile che, in qualche modo, avevano assorbito dall’ambiente circostante. Antonia non cercò nemmeno di diffondere i suoi scritti oltre la cerchia degli amici più intimi.
Già ferita da una vita poco appagante sul piano affettivo, l’assoluta sottovalutazione della sua poesia fu un colpo molto duro inferta alla sua natura sensibilissima. Avrebbe avuto bisogno di un confronto e di una misura che le derivasse anche da un mondo femminile forte, in cui potersi riconoscere. A causa dei giudizi negativi sulle sue liriche, ricevuti da Paci e Banfi, viveva la sua vocazione poetica con una sorta di senso di colpa e si sentiva quasi delegittimata nel coltivarla, anche se, per fortuna, non riusciva a rinunciarvi. Con Dino Formaggio si apre alla realtà storica e sociale del suo tempo. Entra con lui nei sobborghi popolari, dove si lascia coinvolgere dalla miseria e dalla sofferenza altrui. Percepisce le discriminazioni sociali di un’epoca che pretendeva di essere trionfalistica, fornendo della società italiana un’immagine edulcorata, funzionale alla propaganda di regime, ma che nascondeva terribili aspetti di miseria e di degrado. In seguito alle leggi razziali molti suoi amici, come i fratelli ebrei e socialisti Paolo e Pietro Treves e la loro madre Olga, sono costretti a lasciare l’Italia, si sente in colpa per un padre potestà fascista. Remo Cantoni era ebreo e Dino Formaggio antifascista. Nell’ultimo anno della sua vita, Antonia fu molto sola. Le sue amiche erano lontane, con i genitori non aveva alcuna intimità. Ormai era tardi. Nella campagna di Chiaravalle scelse di morire su uno di quei prati verso i quali amava dirigersi in bicicletta, da sola o con gli amici. Un luogo particolarmente amato anche da Dino Formaggio che vi andava a studiare. Nella lettera che lasciò all’amico gli scrisse che andava a morire in un luogo cui la legava un piacevole ricordo comune.
Quella mattina si recò a scuola, era supplente. Il preside preoccupato per il suo stato di profondo malessere, le consigliò di tornare a casa in anticipo. Si diresse invece verso l’abbazia di Chiaravalle e, dopo aver ingoiato molte pasticche di barbiturico, si sdraiò su un parto vicino all’abbazia e aspettò la morte. Fu trovata nel pomeriggio da un contadino.
Non sembrava sul momento troppo grave, tanto che egli la «esortò a tornare a casa», invece la situazione si aggravò. L’uomo chiamò allora un’ambulanza, che la trasportò al Policlinico. Morente fu portata a casa tra le braccia della madre. Il padre nell’allontanare i parenti disse: «Lasciategliela! È sua». Morì alle 19.20 di quel 2 dicembre 1938. Il suo ultimo pensiero fu per i suoi genitori e per la nonna materna a cui lasciò una lettera, anche questa rimaneggiata dal padre: Papà e mamma, carissimi, non mai tanto cari oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho sofferto… Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse la mia vita… Anche i bambini, che l’anno scorso bastavano, ora non bastano più. I loro occhi mi guardano mi fanno piangere… Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite… Direte alla Nena che è stato un male improvviso, e che l’aspetto. Desidero di essere sepolta a Pasturo sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho amato. E non piangete perché ora io sono in pace. La vostra Antonia.
Nessuna vigliaccheria in Antonia. Lottò quanto poté, tentò di ricostruirsi e solo quando le si opposero tutte le circostanze esterne, compresa la “crudele oppressione” dell’epoca in cui si era trovata a vivere, decise di andarsene. Fare dipendere la sua decisione finale semplicemente da una delusione amorosa significherebbe non capire la complessità e la profondità del suo dramma.
(“Ciminiera”, rivista online, gennaio 2014)
di Alberto Leiss
Sul web, e sui giornali, cresce il dibattito sul senso da attribuire alla parità perfetta tra i sessi introdotta dal nuovo governo: otto donne e otto uomini. Renzi, che pure ha raccolto un notevolissimo consenso, non piace – con altrettanta passione – a molti e molte. Hanno poi deluso e scandalizzato i suoi modi spicci nel detronizzare Enrico Letta. Da qui, mi pare, molte opinioni che svalutano anche la presenza femminile nel suo esecutivo, presentata invece come uno dei maggiori pregi: ma perché ci sono state messe? Che cosa sanno fare? Sono solo un ornamento rosa?
Sul manifesto Cristina Biasini, Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti sono andate anche più in là: il rispetto del 50/50 non basta più di fronte alla “distruttiva e fratricida lotta per il potere” messa in atto dai maschi della politica, che aggravano la già “verticale crisi della rappresentanza”. Servono parole femminili diverse, dicono (già, ma quali?).
D’altra parte Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera, si è chiesta il perché del sollevarsi di tanti “giudizi sprezzanti” sulle scarse o poco note competenze delle ministre: come mai altrettanto rigore meritocratico non viene riservato ai ministri maschi?
Anche a me colpisce il tono spesso volgare e misogino con cui ci si esercita contro le neoministre (cito per tutti un intervento di Piergiorigio Odifreddi nel suo blog su Repubblica). Il punto è che sono in gioco aspetti simbolicamente rilevanti. Tanti anni fa – era il ’68, mi pare – uno dei primi gruppi femministi italiani (Demau) produsse un testo sul “maschile come valore dominante” che questo valore, allora pressoché indiscusso, decostruiva radicalmente. Direi che la realtà oggi è quasi capovolta. Renzi scommette su un senso comune per il quale è il femminile a avere maggiore valore. Questo è il frutto delle battaglie femminili e femministe lungo mezzo secolo, e anche – direi – della pessima prova offerta sin qui dai maschi al potere (comprendendo nella definizione di potere anche quello che pretendiamo di esercitare in famiglia, e in molti altri luoghi).
Naturalmente l’idea che le donne siano migliori, quasi per natura, o perché storicamente meno coinvolte nell’esercizio del potere, produce aspettative maggiori, che possono essere rapidamente deluse e capovolte.
Che cosa cambia per me se il parlamento e il governo sono molto più femminili? In fondo è una domanda legittima di fronte all’opinione giustamente gridata che era uno scandalo l’assenza o la ridottissima presenza delle donne.
Qui emerge però – a mio parere – l’equivoco della “democrazia paritaria”. Si dice che sia una rivendicazione femminista, ma non tutti i femminismi sono d’accordo. Io concordo con la tesi femminista secondo la quale ciò che conta non è la quantità, la parità numerica nel rapporto tra donne e uomini, ma la qualità delle relazioni tra donne, e – sottolineo io – la qualità delle relazioni tra donne e uomini (e tra gli stessi uomini, ovviamente).
E’ da questa qualità relazionale, consapevole della differenza, che può nascere una nuova forma di politica, di autorità nel senso di autorevolezza.
La discussione è – o dovrebbe essere – aperta. Una filosofa femminista – Annarosa Buttarelli – sostiene (nel suo libro Sovrane) che dal pensiero e dalla pratica dell’autorità femminile possa venire una capacità di governo che supera la delega propria della democrazia rappresentativa, che evita la violenza del potere e sviluppa una politica basata sulla qualità delle relazioni. Personalmente ho qualche dubbio sulla possibilità di buttar via senza spiacevoli inconvenienti quel poco che resta della democrazia rappresentativa. Ma la sua crisi è così acuta e evidente che certamente bisogna cercare nuove strade. Sicuramente non basterà la regola della parità.
(il manifesto, 25 febbraio 2014)
di Arianna Di Genova
A undici anni faceva i ritratti dei compagni di classe a china. Poi passo a guardare se stessa. Una volta cresciuta, scelse il giardino botanico di Palermo come set da riprodurre su fogli e tele. Sempre, negli occhi, conservava l’abbaglio di luci brulicanti delle saline della madre, a Trapani. Carla Accardi, l’artista siciliana che ha scritto la storia dell’astrattismo italiano, se n’è andata a 89 anni. Ricoverata per un ictus al santo Spirito domenica mattina, non si è più ripresa. Eppure, a dispetto della sua età, era ancora in piena attività. A fine gennaio, il suo collaboratore storico e artista Francesco Impellizzeri aveva terminato un lavoro certosino di inventario, in vista di un progetto di Fondazione dedicato all’intera sua opera. E per il prossimo ottobre, a celebrazione dei novant’anni, il museo Riso di Palermo le aveva offerto la sede per ospitare una grande mostra.
Dolci contrasti
Decana della pittura italiana, nata nel 1924 a Trapani, Accardi passò giovanissima dalla «mimesi» dell’autoritratto all’esplosione geometrica delle forme in libertà. Fu per lei un passaggio naturale, umanistico e insieme politico: il quadro vissuto come l’interprete di un campo di battaglia, un luogo di contrasti dolci, in cui si palesava l’ambiguità percettiva, l’impossibilità di una verità unica, l’idea che l’armonia si assaggia solo sperimentando e non a tavolino, con tesi pregiudiziali. Sarà questa stessa apertura filosofica a condurre l’artista sulla strada internazionale dell’astrattismo, una volta trasferitasi a Roma. Dopo numerose sortite all’Osteria Fratelli Menghi di via Flaminia, luogo di ritrovo di registi e pittori, il 15 marzo 1947 Carla Accardi prese la sua posizione nell’ambito della controversia che infiammava l’Italia intellettuale del dopoguerra: fra astrattismo e realismo scelse il primo, aderendo al manifesto del gruppo «Forma 1» (nella foto in pagina), convinta che, come venne sigillato anche per iscritto, «i termini formalismo e marxismo non siano inconciliabili». Con lei c’erano Antonio Sanfilippo (suo marito nel ’49 e padre della figlia Antonella, da cui si separerà nel 1964), Giulio Turcato, Ugo Attardi (che poi tornerà al figurativo), Mino Guerrini, Piero Dorazio, Achille Perilli e Pietro Consagra. Dall’altra parte della barricata,si stagliava Renato Guttuso e, schierato con lui, il segretario generale del Pci, Palmiro Togliatti. Nonostante Carla fosse profondamente legata al partito, non indietreggiò. L’arte doveva avere il suo linguaggio, senza rispondere a nessuna ideologia.
Coerentemente, dovrà troncare la relazione stretta con il Pci: ci vorrà del tempo, ma lo farà nel 1956, non rinnovando la tessera e non solo per gli avvenimenti in Ungheria. Il divorzio fra arte e politica era stato graduale, la relazione si era progressivamente deteriorata, congelata in posizioni dissonanti, aveva assunto su di sé i termini di una scomunica interiore. «Nel nostro lavoro adoperiamo le forme della realtà oggettiva come mezzi per giungere a forme astratte oggettive, ci interessa la forma del limone, e non il limone», affermavano i paladini di «Forma 1». Nella foto che ritrae insieme i componenti del gruppo, Carla occupa il centro: nonostante sfoggi un delicato vestito a fiorellini, ha una postura statuaria e frontale che lascia intuire un carattere fuori dal comune e una forza che si rivelerà vincente e la porterà ad assumere una posizione di rilievo in un mondo culturale dove le donne, quando previste, erano costrette a ritagliarsi piccoli spazi. La sua «stanza tutta per sé» invece, divenne una fucina internazionale.
I segni fluidi di Accardi, quelle matrici arabeggianti di universi astratti che trascendevano il supporto della tela e trasmigravano nello spazio, non passarono inosservati e catturarono l’attenzione di Michel Tapiè, il francese che sguinzagliò l’Informale, fornendogli le coordinate critiche per orientarsi nel mondo. Fu lui a invitarla nel 1955 alla rassegna internazionale Individualità d’oggi che si tenne in due sedi: presso la Galleria Spazio a Roma nella collettiva insieme a Burri, Capogrossi, Fontana, Klein e alla Galerie Rive Droite di Parigi, dove espose con Poliakoff, Mathieu, Riopelle, Sam Francis. Accardi però si dichiarò sempre lontana dallo spontaneismo informale. «Anche se in me c’era un certo automatismo quando mi mettevo per terra a disegnare o dipingere bianco su nero, mantenevo il controllo su quello che facevo». Il segno dell’artista, infatti, pur se all’inizio immaginato libero, era sempre strutturato. Somigliava a un alfabeto visivo che conteneva in germe un principio programmatico e poetico. Per Carla Accardi, era necessario che un segno perdesse la sua arbitrarietà e la sua «solitudine». Doveva farsi gioco imprevedibile sì, ma con delle regole. «Il mio scopo è di rappresentare l’impulso vitale che è nel mondo», diceva. E lo fece, oscillando fra due poli, quello costruttivo e quello organico, dando vita ad amebe in grado di creare architetture.
Intanto, si guardava in giro. Frequentava Lucio Fontana di cui ammirava la composizione (razionale) di buchi e tagli. Sarà proprio quest’ultimo, in giuria, a fare il suo nome per la Biennale del 1964, dove conquistò una intera sala. È l’anno degli americani Pop, che Accardi osservava da lontano con simpatia, non dimenticando però il fascino che aveva esercitato su di lei Jackson Pollock, soprattutto per il suo modo di lavorare totalizzante, abbracciando tutto lo spazio.
Anche il suo segno cominciò a fuoriuscire dal supporto. Tra le possibili forme scelte per applicare e suggellare la potenza di quella calligrafia ripetuta ossessivamente, l’artista negli anni Sessanta si concentrò su una tenda. Nella trasparenza e smaterializzazione delle pareti di quel rifugio — la tenda come luogo nomadico per eccellenza, ricreata sulle suggestioni di abitazioni turche — aveva trasposto tutta la sua filosofia artistica. Per lei, rappresentava un azzeramento della civilizzazione, un simbolo magnetico.
A presentare il lavoro, in catalogo, c’era un testo di Carla Lonzi (una foto in pagina le ritrae). Gli anni Sessanta furono un decennio importante anche per l’amicizia intensa e culturalmente assai fertile con lei. Fu allora che si conobbero la critica d’arte femminista e l’artista che amava l’astrattismo; nel 1970 quel loro sodalizio sfociò in Rivolta Femminile, uno dei primi collettivi femministi in Italia, con annessa una piccola casa editrice con la quale verranno pubblicati importanti saggi teorici. Carla Accardi fu una co-autrice del manifesto (venne redatto nel suo studio di via del Babuino) che attestava la necessità non di una neutra uguaglianza fra sessi, ma il riconoscimento di una orgogliosa differenza. Studiò le artiste del passato insieme a Carla Lonzi — Artemisia Gentileschi, Angelika Kauffmann — e nel 1971 pagò la sua militanza con l’interdizione dall’insegnamento (aveva distribuito alle alunne l’opuscolo di Rivolta femminile). Nel tempo, però, non riuscì a reggere l’«estremismo» provocatorio delle posizioni dell’amica. La rottura fu traumatica, ma inesorabile. Per Accardi, l’arte era una ragione irrinunciabile di vita, mentre l’altra andava allontanandosi da lei, perseguendo solo la strada della politica. «Mi sono trovata all’opposto della tesi radicale per la quale la cultura è maschile e la donna standovi dentro opera un tradimento», confesserà in seguito.
La barriera del Sicofoil
Negli anni, Accardi aveva imparato a non demordere mai. Anche da anziana, tormentata dai dolori alla schiena, aveva continuato a lavorare tutti i pomeriggi, con la consueta metodicità di sempre, esclusa la domenica. La mano ferma, dipingeva pure su tele di grandi dimensioni, seduta di fronte al suo tavolo inclinato per architetti. Schizzi, disegni e fotocopie la aiutavano ad orientarsi nel groviglio della nuova opera. Negli anni Quaranta era partita con una sinfonia di segni in bianco e nero, per poi passare ai colori, aveva sperimentato le vernici fluorescenti, era più volte tornata sui suoi passi per fare salti in avanti. Attenta ai materiali nuovi e curiosa di ciò che accadeva in altre parti del mondo, presto si concentrò sulle potenzialità della plastica: la sua trasparenza prometteva una possibile deflagrazione del dentro/fuori, interno/esterno. La plastica era perfetta per incarnare quella sua vecchia idea di relativismo, abbatteva i confini dati.
Il sicofoil visto come barriera mobile contro la rigidità opaca della tela. «Uso la plastica come cosa di luce, mescolanza, fluidità con l’ambiente intorno: forse, anche per togliere al quadro il suo valore di totem». Rotoli e Lenzuoli moltiplicheranno quelle trasparenze trasformandole in paesaggi veri e propri. Della plastica, l’artista amava anche la fragilità, una caratteristica che andava in controtendenza rispetto al valore durevole dell’arte. In fondo, è un’allusione ironica a un gioco intrapreso per procurare piacere a sé e agli altri. Che Carla Accardi si sia sempre divertita nel suo lavoro lo dimostra un’opera eccentrica nel suo percorso: quel pavimento percorribile, «taggato» con la sua particolare calligrafia e reso sonoro dalla cantautrice Gianna Nannini. Esposto nel 2011 a Catania, presso la Fondazione Puglisi Cosentino, con la sua ceramica dipinta in blu faceva risuonare le note che la musicista aveva raccolto sulla piazza Rossa di Mosca.
(il manifesto, 25 febbraio 2014)
di Ida Dominjianni
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Giovani adulti e donne pari
La rottamazione, l’ho già scritto e lo ripeto, resta a mio avviso il tratto più autentico e più significativo del renzismo. Purché però non la si analizzi in chiave edipica – nella chiave cioè di un conflitto con i padri che porta alla loro uccisione simbolica e all’acquisizione della loro eredità -, perché nella rottamazione di edipico c’è ben poco: non ci sono padri riconosciuti ma solo fratelli maggiori giudicati incapaci, non c’è un’eredità da assumere ma solo un passato di cui liberarsi, non c’è conflitto con chi è venuto prima ma solo, appunto, rottamazione, non c’è un’esigenza di rivoluzione dell’ordine costituito ma solo l’urgenza di entrarci e di prenderne il comando. Non lo dico con rimpianto o nostalgia: se questo è il quadro, c’è solo da prenderne atto. Ma senza però attribuire a questo sommovimento generazionale una vocazione o una portata trasformatrice che non ha,perché non vuole averla: il desiderio che lo anima non è un desiderio di cambiamento, bensì un desiderio di governo dell’esistente. Un brano di Karl Kosìk (da Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia, segnalatomi da Natalina Lodato che ringrazio), aiuta a vedere la differenza fra quelli che qui indico schematicamente come conflitto edipico e rottamazione postedipica:
La gioventù si rivolta contro i padri, o perché nauseata dalle relazioni “patriarcali”, che le appaiono ossificate, non dignitose, limitate e vuole cambiarle, oppure fa provocatoriamente intendere essere giunto ormai il tempo in cui i “vecchi” si facciano da parte e lascino i loro importanti posti alla generazione che avanza. In ciò consiste la differenza tra i giovani adulti e la gioventù: questa apporta il cambiamento, i giovani adulti non conoscono gioventù, si limitano a maturare negli uffici, nelle funzioni, nella somiglianza ai propri padri che sono riusciti, ma hanno superato i limiti di età. I giovani adulti si augurano di maturare il più rapidamente possibile in situazioni già pronte e di stabilirsi in esse come nel proprio regno. Non affacciano alcuna nuova idea, non abbondano in immaginazione, ma sono ambiziosi e impazienti. Da qui i loro ripetuti appelli agli adulti; affidate alle nostre mani le vostre già avviate imprese. Non conoscono il tormento della ricerca e del dubitare giovanili, non hanno incontrato la felicità della rivolta giovanile, la differenziazione, il disincanto. Dalla tenera età soffrono di saccenteria, gli piace ammaestrare, dinanzi a loro la realtà si dispiega come cosa data e utilizzabile. Ma con loro la sorte non è stata benigna: non ancora carichi di anni, sono vecchi anzitempo.
Il cruciale tassello che bisogna aggiungere è che in questo quadro post-edipico e post-patriarcale cambia completamente anche la posizione femminile: l’esclusione delle donne non c’è più perché non serve più. Se l’Edipo è svaporato, se il patriarcato è finito, finisce anche il patto fra i fratelli parricidi basato sull’esclusione femminile: le donne sono ammesse al gioco della spartizione del potere, diventano perfino un fiore all’occhiello e una risorsa del potere: a patto che a loro volta dismettano il conflitto con i loro «pari».
Se non si capisce questo cruciale passaggio di spoliticizzazione del conflitto fra i sessi, non si capisce il senso di questa improvviso salto nella pace perpetua del 50 e 50 graziosamente concesso dal giovane premier. L’ha colto bene Francesco Merlo nella sua cronaca su Repubblica del pomeriggio di Renzi al Quirinale, descrivendo le otto ministre come «donne normali di un paese normale, pronte a perdersi nella politica (e magari, aggiungo io, anche a prendersi cura della politica) e al tempo stesso rassicuranti e pacificanti custodi dell’irruenza del capo»: non per caso in un’intervista di qualche giorno fa una renziana convinta rivendicava fieramente la sua funzione di «vestale» (sic) del leader.
Stupisce invece che di questo passaggio non si accorgano alcuni commenti femminili attardati a difendere una presunta «conquista» di quantità in un governo che peraltro considerano indifendibile per qualità. Mai come in questo caso la parità di genere getta la maschera e si rivela per quello che è, un principio di neutralizzazione del conflitto fra i sessi. La cui politicizzazione del resto cominciò giustappunto quando alcune donne si rifiutarono di fare le vestali del ciclostile: attorno al ’68, l’epoca che Matteo Renzi non hai nascosto di voler definitivamente rottamare.
(http://idadominijanni.com/2014/02/24/governo-renzi-due-punti-a-latere/, 24 febbraio 2014)