di Sandra Morano
Per un po’ abbiamo pensato che la nostra coerenza potesse vincere tutto, e per sempre. Da tempo, però, l’applicazione della 194 si ritorce, come abbiamo visto, contro i pochi non obiettori rimasti. Storie simili a quelle di Rossana Cirillo sono la regola in molti ospedali, con la paura di ritorsioni, la penalizzazione della carriera e l’imbarazzo per episodi simili a quelli raccolti da Chiara Lalli («La verità vi prego sull’aborto»). La speranza, dice Ivan Cavicchi, è che stavolta altre voci si facciano sentire, che non cali la tensione passata la notizia.
Di questa legge si parla, a corrente alternata, da tempo, ma un miglioramento nell’applicabilità sembra limitato a soluzioni organizzative (mobilità, incentivi a vario titolo), e subito arenato di fronte al tabù dell’obiezione di coscienza. «Noi non c’eravamo, ma ce lo hanno raccontato. Nel 1978, per la prima volta in ambito medico, veniva richiesta agli operatori del Ssn una prestazione fino ad allora non prevista dal loro contratto. Da quel momento in avanti chi ha scelto di fare il ginecologo sapeva benissimo che avrebbe dovuto fare i conti con l’interruzione di gravidanza. La domanda che ci siamo poste, ancora studentesse di medicina, non era “Obietto o non obietto?”, bensì “Faccio la ginecologa o no?”, ben sapendo che scegliere di fare la ginecologa significa sapere stare al fianco delle donne in qualsiasi situazione, perché la ginecologa è il medico della donna, non dell’embrione, non del feto, non del bambino». Roberta, Francesca, Mariangela, specializzande degli ultimi anni, così giovani, salomonicamente, hanno scelto di accompagnare le donne proprio nell’accidentato percorso della competenza riproduttiva, così potente e ancora così misteriosa, che appare e scompare a dispetto di desiderio, contraccezione, prevenzione, come ben sa anche chi si occupa di infertilità.
Negli anni abbiamo visto obiettori assunti come non obiettori, obiettori di fatto di cui sappiamo perché lo dichiarano, non perché siano pubblici (o pubblicabili) i loro nomi. Negli anni abbiamo rispettato tutti i tipi di obiezione, ma è del diritto ad essere non obiettori con la stessa dignità di quello ad essere obiettori che occorre parlare, visto che oggi sembra più difficile applicare la 194 che vanificarla nei fatti. In attesa di una più ampia discussione del problema nelle sedi opportune, cui noi stessi non vorremmo sottrarci, ci piacerebbe, con Cavicchi, che a livello politico gestionale le Regioni fossero tenute, davanti ai propri elettori, a garantire tutti i diritti, dei curati e dei curanti, così come sono tenute ai piani di rientro. Si legge di proposte di creazione di unità ad hoc (qualcuna già esistente) dirette da ginecologi non obiettori. Ma il rispetto della legge 194 non è che una parte del nostro lavoro, e paradossalmente questo ci condurrebbe ad una ghettizzazione ancora più vistosa. Per questo ogni qualvolta una delle associazioni a difesa della 194 promuove l’ennesimo convegno, ecco la nausea: è d’obbligo parlare di cifre, di quante interruzioni facciamo noi che facciamo interruzioni. Non abbiamo bisogno, nell’impegno quotidiano, che, dal ministro a qualche assessore a qualche sindacalista “di sinistra”, ci si organizzi la lista operatoria o la mobilità (quale riconoscimento migliore alla nostra “ostinazione” nella applicazione di una legge dello stato?) come soluzione alla incapacità di inquadrare la 194 nell’ambito della più ampia governabilità del Sistema sanitario e della Sanità del paese. Amministratori e politici sostanzialmente assenti, improbabili fautori di quel percorso nascita a parole tanto sbandierato, incuranti della vertiginosa discesa dell’indice di fertilità in pochi decenni, parlano di “diritti”(la 194 non si tocca, potenziare la prevenzione, prevenire le “recidive” delle Ivg, ecc.), senza riflettere su quanto siano lontani dalla vita reale, su quanto sia complesso averci a che fare, con quelle competenze: concepire, partorire, allevare un bambino, rimandare, non avere paura della maternità. Di che cosa ci sia prima e dopo quella scelta – o non scelta – in termini di costi, di bisogni in gravidanza e dopo, di come si possa lavorare, e con chi, intorno a politiche globali, e culture, e impegni istituzionali, per facilitare quelle nascite, e quei parti che a parole vorremmo spontanei (l’endemia dei tagli cesarei in Italia si risolve periodicamente in commissioni ministeriali che registrano l’esistente dal punto di vista delle Società scientifiche, e in azioni lasciate al buon cuore di queste ultime, che garantiscono, a proclami incrociati, che i tagli cesarei si azzereranno quando saranno chiusi tutti i presidi al di sotto dei 500 parti, e risolti i timori medico legali).
Che fare? In un momento di mediocrità della politica, e di assenza di politiche, crediamo che proprio a proposito di temi come la maternità responsabile e l’aborto, una presenza “forte” della Fnomceo (la federazione degli ordini dei medici) può fare la differenza. L’epilogo della storia professionale della mia collega è una triste ferita anche per l’Istituto presieduto con passione da un medico che di diritti se ne intende e che è oggi impegnato nel difficile compito di portare anche in Parlamento gli imperativi di equità, universalità, deontologia della cura. Certo, il momento storico non è il più adatto a guerre di religione, e noi siamo i primi a non volerne: dopotutto siamo noi che impediamo giorno per giorno che nelle regioni in cui lavoriamo, le Asl non vadano a finire sui giornali (e lo dimostriamo nei Pronti soccorsi, negli ambulatori, in un momento in cui si parla degli ospedali solo come un peso).
Non si vuole toccare la 194, nessuno lo vuole, in teoria. E’ doveroso però scoprire il bluff degli annunci di prevenzione, sicurezza, accoglienza, e riconoscere ai medici non obiettori la dignità di guardare negli occhi le donne reali: quelle incontrate nelle sale parto, posteggiate nelle sale d’aspetto o arrivate nelle sale operatorie: non (solo) per evitare, ma anche per com-prendere, com-patire, esserci. Il nostro mestiere, d’altronde. Crediamo che a nessun organismo meglio dell’Ordine dei medici, per quanto composita sede di mediazioni, si possa chiedere, massimamente insieme alla sua componente femminile, di farsi interprete delle complesse ragioni della maternità da tradurre nella ragione della politica .
*Ginecologa ricercatrice Università degli studi di Genova
(il manifesto, 26 marzo 2014)
dal 24/3/2014 al 8/6/2014
Regina Jose’ Galindo
Padiglione d’Arte Contemporanea – PAC, Milano
Galindo trasforma il proprio corpo in strumento di rievocazione simbolica di eventi a cui e’ sottoposto il corpo collettivo. Le sue azioni, realizzate in un’ottica di coinvolgimento totale, sono radicali e drammatiche. La mostra “Estoy viva” e’ articolata in 5 sezioni interdipendenti: Politica, Donna, Violenza, Organico e Morte.
a cura di Diego Sileo ed Eugenio Viola
Il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano apre la stagione espositiva del 2014 tornando a parlare del corpo, con una grande mostra personale e una nuova performance di Regina José Galindo, Leone d’Oro alla 51. Biennale di Venezia come migliore giovane artista.
In occasione dell’opening, il 24 marzo, l’artista guatemalteca realizzerà Exalatión (Estoy viva), una performance inedita pensata per il PAC e per Milano. Un’azione intensa e poetica, un gesto di sospensione e di scambio simbolico tra artista e pubblico, metafora del legame, sempre presente nel lavoro di Galindo, tra arte, vita e morte.
Promossa dal Comune di Milano Cultura in occasione di MiArt 2014, prodotta da PAC e Civita e curata da Diego Sileo ed Eugenio Viola, Estoy Viva è la prima – e più completa – antologica dell’artista mai realizzata.
L’ultimo decennio del secolo scorso ha registrato una rinnovata attenzione per le poetiche legate al corpo e all’azione, solo in apparente continuità con le esperienze legate a questi fenomeni nella loro fase ormai storicizzata. La performance torna oggi ad “oltraggiare” con nuova forza i territori dell’arte, attraverso una contaminazione spregiudicata di diversi linguaggi, che ha permesso inedite forme d’espressione radicate nel presente e svincolate dalla tradizione e dalle convenzioni. Il lavoro di Regina José Galindo, sin dalle origini, si ricollega a queste forme di resistenza attiva, caratterizzate da una nuova centralità del corpo.
“L’arte, quella vera, ha poco a che vedere con il glamour, le mode, le esigenze del mercato. Non è chic, non compiace e non si compiace. L’arte, quella vera, assorbe gli umori e le verità della realtà che la circonda e le restituisce filtrate dalla sensibilità dell’interprete, e a volte l’effetto di ritorno è quello di uno schiaffo, o di un urlo – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno – Milano è quindi orgogliosa di ospitare la prima retrospettiva in Italia di Regina José Galindo, donna e artista sensibile e coraggiosa che ha già conquistato, grazie alla sua capacità di affrontare temi universali con un linguaggio altrettanto universale, pubblico e critica di molti diversi Paesi in tutto il mondo. Una programmazione che conferma il PAC quale sede naturale, e prestigiosa, per tutte le più significative esperienze di arte contemporanea internazionale”.
Regina José Galindo (Guatemala City, 1974) è tra le artiste più rappresentative del magmatico continente latinoamericano. La sua ricerca incarna la dimensione soppressa e rimossa della sofferenza, utilizzando il proprio corpo in chiave politica e polemica, alla stregua di uno strumento per riattivare i traumi del rimosso e non dimenticare le rovine della storia. Partendo dal microcosmo del suo paese, il Guatemala, attraversato da una situazione di perenne instabilità e violenza, l’artista restituisce opere scomode, spesso brutali, nelle quali il suo corpo minuto e all’apparenza fragile è esposto ad una serie di azioni pubbliche che usano lo spazio metaforico dell’arte per denunciare le implicazioni etiche legate alle ingiustizie sociali e culturali, le discriminazioni di razza e di sesso e più in generale tutti gli abusi derivanti dalle relazioni di potere che affliggono la società contemporanea.
Galindo esplora il proprio corpo, lo trasforma in strumento di rievocazione simbolica di eventi cui è sottoposto il corpo collettivo, il cosiddetto “corpo sociale”. Le sue azioni, realizzate in un’ottica di coinvolgimento totale, da un lato ribadiscono l’impegno dell’artista a materializzare attraverso la violenza e il dolore le criticità del presente, dall’altro esplicitano un senso di profonda impotenza, chiamando in causa simultaneamente i ruoli ancipiti di partecipante e spettatore.
Regina José Galindo indaga la paura, l’angoscia e le sue conseguenze, affrontandone in prima persona il rischio fisico e psicologico, spingendosi fino ai limiti dell’immaginabile. Le sue azioni radicali e drammatiche restituiscono situazioni sempre spiazzanti ed eticamente scomode, diventano strumento di denuncia teso a ridefinire, ancora una volta, i labili confini di arte e vita.
Estoy viva è articolata in cinque sezioni, intese non come monadi concettuali ma categorie permeabili ed interdipendenti tra loro: Politica, Donna, Violenza, Organico e Morte. Cinque macro emergenze tematiche, pensate per presentare un panorama aperto sull’esperienza artistico-esistenziale di Regina José Galindo ed evidenziarne i principali filoni di ricerca, assilli e motivi di continuità. Un percorso costruito attraverso cortocircuiti e slittamenti, dalle origini ad oggi, che affianca ad alcune delle sue azioni più emblematiche e conosciute, come ¿Quién puede borrar las huellas? (2003), Himenoplastia (2004), Mientras, ellos siguen libres (2007) e Caparazon (2010), opere più recenti e numerosi lavori inediti o mai esposti prima in Italia, come Marabunta e Joroba (2011), Descensión (2013) o la toccante La Verdad, (2013).
La ricerca dell’artista, incentrata su tematiche legate alla violenza, alla privazione dei diritti e alla libertà individuale, è talmente universale da interessare uomini e donne di tutto il mondo e incontrare storie di ogni continente e realtà. Per questo la mostra sosterrà attraverso una donazione l’attività di Amnesty International, l’Organizzazione non governativa indipendente e autofinanziata che dal 1961 difende i diritti umani ovunque siano violati. Tutti i visitatori del PAC potranno contribuire a sostenere le attività di Amnesty International in occasione della mostra: basterà scegliere il biglietto Donazione, disponibile nella formula intero (€ 9,00 anziché 8,00 con 1,00 di donazione), ridotto (€ 7,50 anziché 6,50) e ridotto speciale (€ 5,00 anziché 4,00).
Estoy Viva è realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’attività espositiva annuale del PAC, e con il supporto di Vulcano.
Per avvicinare il pubblico al complesso e articolato lavoro dell’artista il PAC raddoppia le visite guidate gratuite. Tutte le domeniche alle ore 17.30 e tutti i giovedì alle 19.00 previo acquisto del biglietto della mostra.
In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo edito da Skira Editore, con testi inediti dei due curatori e di Emanuela Borzacchiello, latino-americanista ed esperta in gender studies.
Conferenza stampa Lunedì 24 marzo 2014 ore 11.00
Inaugurazione (su invito) lunedì 24 marzo 2014 ore 19.00
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea
via Palestro, 14 Milano
Orari:
lun 14.30-19.30, mar-dom 9.30-19.30, gio fino alle 22.30 (ultimo ingresso un’ora prima della chiusura)
Ingresso:
8 intero, 6,50 ridotto, 4 ridotto speciale scuole
di Alberto Leiss
In una parola. Andare oltre la violenza. I desideri degli uomini, la politica, la vita. Sabato 5 aprile un incontro a Milano di Maschileplurale
Sul manifesto dell’11 marzo una lettera di Tiziana Agostini, assessora al Comune di Venezia, diceva a proposito dell’8 marzo che «il vero tema all’ordine del giorno doveva essere il maschile». Di una questione maschile si è riparlato a proposito delle polemiche sulla legge elettorale approvata alla camera, dopo la bocciatura delle quote per le candidature.
Penso anch’io che sia un buon momento per aprire un confronto pubblico, prima di tutto tra uomini, sul significato della questione maschile. Se ne parla da anni nelle sedi – che nel tempo si sono moltiplicate — in cui c’è stato e prosegue un incontro e un confronto, anche acceso, tra donne del femminismo italiano e i non moltissimi uomini che hanno desiderato uno scambio personale e politico sul terreno che il femminismo ha aperto: l’idea e la pratica di una politica che trova la propria radice nelle relazioni personali, e che cerca la libertà in conflitto permanente con le dinamiche di potere strumentale che sono sempre presenti.
Alcuni temi di questa ricerca cominciano a entrare nel senso comune. Avviene anche grazie alla maggiore sensibilità maschile sul tema della violenza contro le donne. E alla percezione che si allarga anche tra gli uomini della perdita di senso e di credibilità di una politica, nei partiti e nelle istituzioni, che resta così segnata dalle dinamiche maschili. Un potere sempre più impotente e sempre più povero di autorità. E che per riaffermarsi imbocca la scorciatoia pericolosa di nuovi populismi.
L’espressione questione maschile è stata usata da Pippo Civati nel confronto alle primarie del Pd. Renzi, nel discorso da neosegretario, su questo punto gli ha dato ragione, accennando anche all’esigenza di discuterne in modo più approfondito, magari compulsando i testi di Massimo Recalcati, come quello sul «complesso di Telemaco». Recentemente sull’Unità Claudio Sardo ha scritto che «dalla dignità delle donne dipende anche quella degli uomini», rispondendo agli interventi di Snoq. Anche Vendola parla spesso della differenza dei sessi. Ne seguirà qualcosa di più concreto?
C’è poi, con varie oscillazioni, una opinione pubblica maschile più consapevole della propria differenza che si esprime sui media forse per la prima volta: penso a intellettuali e giornalisti come Adriano Sofri, Gad Lerner, Francesco Piccolo, Christian Raimo, Luigi Zoja, Nuccio Demetrio, Alberto Maria Banti, Sergio Manghi. Solo per citarne alcuni. Naturalmente ci sono posizioni assai diverse, e mi sembrano sempre in agguato i rischi di un certo narcisismo proprio del nostro sesso, o del facile atteggiamento di chi cerca di distinguersi dalle peggiori manifestazioni sessiste senza aprire una vera riflessione su quanto ognuno di noi partecipa, più o meno consapevolmente, alla cultura patriarcale in declino. È certo comunque che queste nuove sensibilità stentano ad assumere il valore e il significato di un fatto politico e culturale forte.
Con altri amici della rete e dell’associazione Maschileplurale ci interroghiamo da tempo – anche autocriticamente — sul perché di questa esitazione e ambiguità maschile, e sulla consistenza reale dei nuovi desideri degli uomini di fronte alla rivoluzione femminile dell’ultimo mezzo secolo.
Stiamo organizzando una nuova occasione di confronto pubblico nella giornata di sabato 5 aprile, a Milano, nella sede di Macao. A partire da un testo che riassume questi interrogativi, e che scommette sull’occasione di un cambiamento: si può leggere e commentare nel sito www.maschileplurale.it («Andare oltre la violenza. I desideri degli uomini, la politica, la vita»)
(il manifesto, 24 marzo 2014)
di Vita Cosentino
Alla fine sono stati bocciati tutti gli emendamenti all’Italicum, la nuova legge elettorale, riguardanti le cosiddette quote rosa. Io sono di quelle che non le ritiene affatto necessarie. Ricordo che alle ultime elezioni, senza di esse, sono entrate in Parlamento moltissime donne, soprattutto tra le fila del PD e del movimento cinque stelle. Dovrei quindi esserne contenta, ma non è questo il punto che mi preme.
In questa vicenda parlamentare ci sono almeno due cose che meritano attenzione. La prima è che tutto il dibattito sull’Italicum si è concentrato su questa questione che riguarda l’esserci delle donne nella vita pubblica. Telegiornali, trasmissioni radio, stampa nazionale, tutti a intervistare donne. In Parlamento c’era sia una trasversalità “pro”, le 90 donne vestite di bianco, sia una trasversalità “contro”. Bisogna dire, però, con un dibattito parecchio inquinato da logiche e tatticismi di potere. Comunque la tematica è uscita dai circoli ristretti e si è messa a correre nella società, segno che c’è un cambiamento nella cultura del nostro paese: il mondo è di uomini e donne e ci si aspetta che le donne ci siano anche nella vita politica istituzionale. La cosa interessa e fa notizia.
L’altra cosa interessante è ciò che sta succedendo nel Pd. Le quote rosa, che qualcuno adotta per esorcizzare il conflitto tra i sessi, in questo caso invece ne hanno fatto emergere uno di grande rilevanza all’interno del Pd (e prossimamene, chissà, forse anche in altri partiti). Apprendo da Repubblica -sottotitolo: “Una direzione sul maschilismo”- che a seguito della vicenda parlamentare c’è molta irritazione tra le donne Pd e la stessa vicepresidente Sandra Zampa ritiene che ci sia “una questione maschile” nel partito e intende convocare su questo un incontro della Direzione nazionale, sollecitata a farlo da un gruppo di donne della direzione stessa. (12-03-14) Bene! È tempo di aprire conflitti di questo tipo, perché la società è cambiata, la famiglia è cambiata, i rapporti uomo/donna stanno cambiando dappertutto e anche strutture come i partiti possono cominciare a cambiare. Un partito è tutt’altra scena rispetto a un Parlamento e qui sì che un’azione impostata con consapevolezza può produrre trasformazioni. Vorrei dire alle amiche del Pd di battersi con coraggio nel conflitto che hanno aperto, ma non per rivendicare regole e situazioni protette, che non è più quel tempo, bensì per cominciare a parlarsi davvero tra uomini e donne e delineare un terreno di confronto e di modificazione di questo rapporto all’altezza di quanto oggi la società chiede, all’altezza del loro desiderio. Il momento è buono per farlo.
di Chiara Freschi
Ebook @ women, la casa editrice digitale femminista che fa capo all’Associazione Orlando di Bologna, prosegue nel lavoro di re-introduzione nel mercato editoriale online delle riviste e dei testi femministi ormai introvabili. Ora è la volta della rivista Sottosopra, che compare sulla scena del femminismo italiano nel 1973.
La rivista, posseduta in forma cartacea dalla Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna (5 numeri pubblicati dal 1973 al 1976) dalla Biblioteca Italiana delle Donne di Bologna, è nata su iniziativa di alcuni gruppi femministi milanesi con l’obiettivo di raccogliere e pubblicare le esperienze condotte e di costruire un movimento femminista vasto e complesso che possa raggiungere il maggior numero di donne e che possa assolvere, almeno in una prima fase, a quel bisogno prioritario di conoscenza, collegamento e scambio tra i molteplici gruppi esistenti in Italia… La lettura di Sottosopra ci consente di ricostruire le tappe più significative del primo femminismo e di ritrovare nelle pratiche di quegli anni alcune delle modalità che caratterizzano ancora oggi la politica della donne: il bisogno di partire da sé, il primato della parola parlata, l’importanza della scrittura per il passaggio dalla pratica alla teoria, la necessità di quel lavoro sulla lingua che è lo strumento attraverso cui costruiamo i nostri rapporti con le altre, gli altri e anche con noi stesse/i.
Sottosopra – Esperienze dei gruppi femministi in Italia
Milano / 1973 – 1976
Ebook disponibile nei formati epub, pdf e mob, 2,50 euro
(societadelleletterate.it, 22/03/2014)
Spinea, marzo 2014
Mostra dell’associazione Identità e differenza
Presentazione della mostra di Donatella Franchi:
http://www.identitaedifferenza.it/ArchivioDocSito/2014/PresentazioneFranchi.pdf
I pannelli della mostra di Identità e Differenza sono qui: www.identitaedifferenza.it/mostra.html
Resterà aperta dall’8 al 29 marzo 2014 con i seguenti orari:
giorni feriali: 16.00 – 19.00
Sabato e domenica: 10.00 – 12.00; 16.00 – 19.00
a cura di Barbara Mapelli
[…]
c’è un tema che mi sta molto a cuore, una forma che possiamo condividere, almeno come impostazione generale, tra donne e uomini: lavorare insieme, formare gruppi e occasioni di confronto tra i generi, mantenere però al contempo momenti di separatezza, per incontri e riflessioni solo all’interno di un genere. Penso che tu sia d’accordo e mi sembra che così stia procedendo anche il movimento degli uomini, credo che non si debba perdere l’equilibrio tra questi due impegni poiché mi sembra che l’uno nutra l’altro, mi piacerebbe sapere qualche tua riflessione a questo proposito.
Io credo che sia fondamentale che la questione della violenza maschile sulle donne non rimanga una questione “femminile”, che riguarda solo chi la violenza la subisce. Occorre una consapevolezza sociale maschile che faccia venir meno le forme di complicità, di tolleranza, di giustificazione. E allo stesso tempo è fondamentale che gli uomini che hanno a che fare con culture e forme di socializzazione intrise di violenza contribuiscano a ripensare e a superare queste mentalità. Quello che voglio dire è che l’assunzione di uno sguardo riflessivo e critico può permettere agli uomini di riscoprirsi una competenza in questo campo, che aiuti a contrastare la pervasività di questo fenomeno. Proprio perché la violenza fa parte dei percorsi di socializzazione e apprendimento maschile, perché struttura valori, rappresentazioni e aspettative, gli uomini possono riconoscerne, aspetti, sfumature, logiche e dinamiche.
Non bisogna poi dimenticare che la violenza si sviluppa nelle relazioni. Non è solo una somma di atti ma ha le sue dinamiche e processualità. Penso che da questo punto di vista solamente lavorando insieme e integrando il punto di vista e il vissuto degli uomini e delle donne, si possa conoscere più a fondo questo fenomeno. Tuttavia questa collaborazione, questo lavoro comune è possibile solamente se ciascuno fa la sua parte, se ciascuno mostra di saper interrogare se stesso, la propria cultura di genere, le forme di relazione tipiche del proprio genere. Solo uomini e donne consapevolmente autoriflessivi possono trovare la fiducia, la curiosità e l’interesse per lavorare assieme.
Dunque come dici tu è necessaria una dialettica tra il lavoro che si conduce nello spazio simbolico, psicologico e sociale del proprio genere e quello che si dispiega nel lavoro con l’altro sesso. Le due cose si richiamano perché non c’è consapevolezza di sé senza riconoscimento della relazione con l’altro. E viceversa.
Infine uno snodo obbligatorio, ma molto complesso, una specie di fantasma che si aggira tra noi e che conosciamo perché, almeno noi ‘vecchie femministe’, ne abbiamo a lungo dibattuto: il lavoro che stiamo facendo, che potremmo sbrigativamente definire di fondazione di una nuova civiltà tra donne e uomini, ha chiaramente una straordinaria valenza politica, ciò non toglie che ben difficilmente può conformarsi alle forme tradizionali della politica stessa, anzi vi si oppone. Allora come dare visibilità, incidere, muoversi nel pubblico senza rischiare di perdere la nostra identità, il senso complesso e profondamente trasformativo della nostra ricerca?
La questione è molto complessa e non è facile rispondere brevemente senza ridursi a dire banalità. Quello che mi sento di dire è che da una parte occorre un lavoro profondo di interrogazione dei fondamenti su cui si è costituita una politica non solo senza le donne, ma in buona misura contro le donne e contro ciò che rappresentano. Voglio dire che non è sufficiente denunciare i limiti della politica maschile se non si capisce a fondo che cosa del simbolico femminile fa problema fino all’angoscia nell’esperienza maschile e nell’idea maschile della politica. Al fondo io credo che ci sia nell’idea di politica maschile, la concezione di un individuo che può rappresentare lo stato o le istituzioni solo in quanto emancipato o disposto a trascendere i suoi legami e i suoi doveri famigliari. C’è la pretesa di lasciar fuori o non farsi condizionare da tutti quei vincoli che ci legano alla cura e alla manutenzione delle relazioni fondamentali e che disvelano la nostra inevitabile vulnerabilità e dipendenza dagli altri. Le sole relazioni che si riconoscono e che contano sono quelle che si costruiscono razionalmente e strategicamente nello spazio pubblico. Non quelle che ci legano al nostro mondo domestico, ovvero alla nostra nascita. L’esclusione del femminile e la conservazione di una certa antropologia politica sono profondamente connessi. L’esperienza femminile e l’autorità femminile per me richiamano un sapere delle relazioni e una consapevolezza dell’interdipendenza. Quello su cui mi interrogo dunque è la possibilità rendere pubblico assieme un senso di autorità non narcisistico ma nutrito di relazioni e con questo un senso diverso delle relazioni tra uomini e donne. Non si tratta secondo me di portare queste relazioni nello spazio politico delle istituzioni tradizionali, quanto piuttosto di fare in modo che queste relazioni diventino talmente significative da creare un nuovo senso dello spazio pubblico, con forme, prassi e valori differenti. Ovvero occorre avere fiducia che queste nuove relazioni possano diventare esse stesse istituenti, anche se questo potrebbe richiedere del tempo e dei rischi.
di Maria Grosso
Ucraina. Ritorno al passato di Svetlana Geier testimone del secolo passato nel documentario di Vadim Jendreyko. Come dirvi di Svetlana Geier? Per certi versi la sua vita è irraccontabile. Troppo vasta, innervata, complessa, crocevia della storia ucraina, russa e tedesca del ‘900 e insieme dei segreti abissali della grande letteratura … Come provare a restituire una tale stupefacente architettura di destino? Come coglierne le mille avventurose corrispondenze, i dissidi laceranti, le infinite tangenze e rifrazioni?Per fortuna c’è chi ha sentito il bisogno di mettere la propria arte e la propria cura al servizio di questa storia, per custodirne il valore e per diffonderla. Quando Vadim Jendreyko, regista svizzero-tedesco, la incontra per la prima volta nel 2005, Svetlana Geier è una donna che ha già vissuto tanto e che porta con sé il frutto di 50 anni di lavoro come traduttrice letteraria dal russo al tedesco. Puškin, Gogol’, Tolstoj, Solženicyn, Bulgakov, tra gli altri, sono stati “ospiti” della sua mente, del suo cuore e dei suoi sensi, fino a quando all’inizio degli anni ‘90 le è stato proposto di affrontare gran parte dell’opera di Dostoevskij. Basterebbe solo questo a renderla affascinantissima. Ma c’è molto altro.Nata Ivanova a Kiev nel 1923, figlia unica di genitori legati alla cultura russa, appena adolescente conosce sulla propria pelle gli esiti delle purghe staliniane: nel ‘38 il padre è arrestato, incarcerato e torturato e, sebbene venga rilasciato — caso raro — dopo un anno e mezzo, riporta tali ferite fisiche e morali da non sopravvivere che sei mesi. Un arco di tempo in cui, mentre la madre lavora per mantenerli facendo le pulizie, è lei a curarlo e a condividere con lui il peso di una memoria insostenibile.Dopo la morte del padre, Svetlana, che non ha mai smesso di tenere accesa la sua passione per lo studio, è spinta dalla madre a coltivare l’apprendimento delle lingue, francese e tedesco, intrapreso privatamente da bambina. Potrà essere questa la sua vera “dote” e forse un giorno la sua salvezza. Intanto la storia incalza.Il 22 giugno ‘41 è il giorno del suo diploma ma è anche quello in cui i nazisti invadono l’Ucraina, mentre parte della popolazione, provata dalla carestia del ‘32-‘33 (da 5 a 11 milioni di morti), e dalle azioni del regime sovietico che, volendo annientare le correnti nazionaliste, strangola gli snodi ferroviari, li accoglie come liberatori. Nel frattempo un’altra perdita enorme sta per scavare l’anima di Svetlana. Tra i 30000 ebrei deportati e trucidati dai nazisti nel campo di Babij Jar, c’è la sua amica più cara, Neta Tkatsch.Qualche tempo dopo, sua madre, prostrata dalla fame e dalle privazioni, affitta una stanza a un ufficiale tedesco di nome Kerssenbrock, mentre il suo compito è quello di mediare linguisticamente tra gli occupanti e le persone del luogo, cosa che finisce per procurarle anche un lavoro come traduttrice presso l’Istituto Geologico di Kiev e in seguito presso un ufficio a Dortmund.Dopo la sconfitta di Stalingrado, i nazisti si avviano a ritirarsi dalla città. Gran parte della popolazione è esiliata, chi rimane è soggetto alle purghe di Stalin. Svetlana e la madre sono internate in un campo di lavoro per deportati dell’Est a Dortmund. Qui la ragazza è interrogata diverse volte dalla Gestapo. In seguito, grazie agli interventi di Kerssenbrock e di un funzionario conosciuto all’Istituto Geologico è rilasciata e parte per Berlino dove, dopo aver affrontato un test, le viene conferita (cosa incredibile per una cittadina sovietica), una borsa di studio della Fondazione Humboldt, mentre un funzionario nazista, che pagherà il gesto con l’epurazione, le procura due passaporti per stranieri per recarsi a Friburgo con la madre. Lì cominciano una nuova vita. Svetlana si sposa acquisendo il nome Geier, diviene madre di due figli, quindi divorzia, nel frattempo ha imboccato un lunghissimopercorso di insegnamento universitario, nonché di fine traghettatrice linguistica della letteratura russa e delle sue infinite sottigliezze etiche e verbali …Ecco: da questa storia amplissima, dalla sensibilità registica di Vadim Jendreyko e da un apporto emozionante di materiali fotografici e filmici di repertorio, nel 2009 ha origine, dopo una intensa gestazione, il documentario Die Frau mit den 5 Elefanten (The woman with the 5 elephants), dove i pachidermi del titolo, nell’affettuosa denominazione coniata per loro dalla signora Geier, a sorpresa sono i 5 grandi romanzi di Dostoevskij, la cui traduzione porta a termine nell’arco di 20 anni.Si tratta di un film profondissimo, plurisensoriale, impalpabile e ruvido allo stesso tempo, attraversato, come le luci di un treno nella notte, da una struttura temporale raffinata e complessa, che pure scaturisce dal naturale evolversi degli eventi: a due mesi dall’inizio delle riprese, un incidente grave subito dal figlio di Svetlana (che smette di tradurre per occuparsi di lui), dischiude uno spiraglio nella memoria della donna, generando un flusso di emozioni legate al passato, al padre e all’amica tanto amata, fino a un incredibile viaggio che la riporta, insieme alla nipote, complice un invito per tenere delle lezioni, ancora una volta — dopo 64 anni — in Ucraina. Un tragitto che la camera segue passo passo, con tutto il suo precipitato emotivo gigantesco, mentre il paesaggio dal treno si fa sempre più bianco e rarefatto.Con una capacità meravigliosa di essere sempre vicinissimo a lei, ma mai invasivo, Jendreyko, in causa anche come narratore storico fuori campo, coglie dunque Svetlana Geier ora nell’intimità dei suoi riti domestici e conviviali (ha tante nipoti), ora intenta al tempio-scrivania dove fioriscono le sue traduzioni: tra i suoi collaboratori uno è un musicista-lettore, a testimonianza della dimensione profondamente auditiva e insieme sensuale della letteratura. E se nell’assoluta continuità tra creazione manuale (cucinare stirare ricamare) e intellettuale, per lei “traduzione” è desiderio, ricerca di qualcosa che emerge dal tutto e che alle successive riletture continua a stillare doni, che cosa è l’esistenza? Col suo corpo agile e curvo, lo sguardo liquido incredibilmente intelligente e arguto, la pelle sottilissima e istoriata, guardando in macchina, Svetlana risponde : “Caro amico, non senti che il rumore della vita altro non è se non un’eco di armonie trascendenti? Che niente esiste se non un cuore che parla a un altro cuore senza parole?”.
(Alias,22 marzo 2014)
di Giampiero Rossi
Inizia correggendo, con autoironia, la cortesia del presidente che l’ha presentata: «Non sono dottoressa, sono una ex prostituta… e sono ex per sopraggiunti limiti di età». Poi, con un lungo discorso, cerca di correggere il tiro della maggioranza in commissione. «I referendum popolari sono un atto democratico», premette, ma con questa proposta «non ci sarebbero nuovi strumenti per governare il fenomeno» e non è affatto scontato «che tutto il mercato si sposti al chiuso». Anzi, la convinzione è che «eliminarla dalla strada per legge significhi spingere la prostituzione di più nel sommerso e renderla più pericolosa».
a cura di Clara Jourdan
Bibliografia 1963-2013 degli scritti di Luisa Muraro a cura di Clara Jourdan
di Isabella Bossi Fedrigotti
Gentile Isabella, è l’anniversario delle Cinque Giornate e il mio ricordo, in questo barbaro periodo di violenza sulle donne, vuole essere esclusivamente per le milanesi che in quei gloriosi giorni combatterono per tutti noi. Non menzionerò Giuseppina Lazzaroni o Luigia Battistotti Sassi, ma donne delle quali si è quasi persa la memoria. Maria Candiani, fruttivendola di porta Tosa, aveva 19 anni quando il 18 Marzo del 1848 fu uccisa da un colpo di archibugio. Il 19 Marzo le donne del Verziere si unirono per liberare i loro mariti e i loro compagni arrestati per motivi politici. Assaltarono la pretura urbana e li liberarono tutti. Maria Geanza di anni 18, professione ortolana e residente a Porta Vercellina, fu ferita allo stomaco e ad un fianco. Il 22 Marzo, Francesca e Teresa Cugnoni (Cagnoni, secondo altre fonti), rispettivamente di 17 e 6 anni furono trucidate in casa loro dai soldati mentre il padre Ambrogio combatteva al Dazio di Porta Ticinese. La filatrice Orsola Romuzzi fu ferita alla gamba destra da due colpi di fucile e in seguito ne subì stoicamente l’amputazione. Maria Bertarelli aveva vissuto nell’agiatezza come possidente e come negoziante ma la sorte le voltò le spalle, costringendola a vivere della carità dei vicini. Durante le Cinque Giornate continuò a fare la staffetta sotto le fucilate per portare cibo ai combattenti, per consegnare messaggi al Comitato di Difesa. Giuditta Facchini fu ferita alla contrada San Vittore mentre dalla finestra, gettava sassi e tegole contro il nemico. Caterina Usmani, Giuditta Venegoni, Regina Verga, Teresa Viganò, Agnese Vigo: cucitrici, domestiche, operaie, levatrici, l’elenco sarebbe troppo lungo. Tutte loro persero la vita per Milano, per noi. Sono un milanese e voglio fermarmi un attimo per guardare alle mie spalle e immaginare i volti di quelle coraggiose e ringraziarle per aver reso meno incerto il mio percorso e più limpido il mio futuro. Anche se la parola onore è stata spogliata di ogni significato, per me è un onore poter camminare per le strade della mia città, rese libere da quelle donne. E per quanto mi riguarda, Milano non dimentica.
Riccardo Rossetti
(Corriere della sera, 18 marzo 2014)
di Rita di Leo
L’esito del referendum ripropone il puzzle ucraino nella sua complessità. E, mentre scriviamo, ecco le ombre di un confronto che rischia di essere armato, tra annunci di Kiev all’«uso della forza» per rispondere a gravi incidenti bellici alla frontiera.
È un puzzle con due piste, e ambedue portano al tempo che fu. La prima, tanto a cuore ai mass media occidentali, è il ritorno alla guerra fredda. La responsabilità è di Putin, il quale vuole ricostituire l’impero sovietico e annettersi popoli e terre, persi per colpa di Gorbachev e di Yeltsin. Usando il rubinetto del gas dapprima e poi chissà persino le armi. In Georgia lo ha fatto con successo. E altrettanto nel Caucaso. E perché no in Ucraina, cominciando dalla Crimea? È difficile capire sino a che punto credano a una tale lettura i politici che contano – Obama, Merkel, Xi –. Il vecchio Kissinger no: per lui Putin è uno statista politico con una strategia che ha il consenso del paese. Il leader russo vuole uno stato-nazione, riconosciuto come la nuova potente Russia. Per lui non deve più accadere come nel primo decennio dalla fine dell’Urss, quando l’America e l’Europa si presero con l’avversario sconfitto, mille soddisfazioni in politica interna e in politica estera.
Dopo 74 anni di paure si erano convinte che la Russia era un paese «finito», con la sua economia in macerie, con un governo e uno stato, irrimediabilmente corrotti. Un paese che dipendeva finanziariamente dalle organizzazioni internazionali e politicamente e culturalmente accettava lezioni da chi l’aveva vinto.
Putin ha rotto questo schema con politiche e comportamenti pubblici e privati, universalmente criticati all’estero. Che la Russia, l’ex impero zarista, l’ex Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, torni a contare sulla scena internazionale è un imprevisto calato sugli equilibri post 1989, per colpa di una ex spia sovietica che si crede un novello Metternich. Politici e grandi opinionisti Usa chiedono a Obama di punirlo (to punish), mentre al presente Merkel sta verificando le difficoltà di tener in piedi le due politiche parallele della Germania unificata. Da un lato l’intesa commerciale con Putin e dall’altro l’egemonia sulle economie dei paesi dell’ex Patto di Varsavia. E dunque a braccetto contemporaneamente con la Polonia e con la Russia. La sfida di Putin sulla Crimea è un sasso su tale status quo.
Innanzitutto sono più chiari i giochi che da tempo si fanno sulla pelle degli ucraini. Il loro paese in crisi non fa gola all’Unione Europea. Bruxelles e il Fondo Monetario tremano all’ipotesi di doversene fare carico e infatti sino a ieri si sono spesi in lusinghe solo verbali. Oggi il confronto politico li obbliga a promettere soldi, nella stessa quantità offerta da Putin, ma legati alle solite ristrutturazioni radicali.
Come è successo agli altri paesi est europei: messi in salvo dalla gestione sovietica e subito calati in quella neoliberista. L’effetto è lacrime e sangue per buona parte degli abitanti e grandi fortune per le élite finanziare transnazionali. Se il braccio di ferro con la Russia si risolverà con Putin nell’angolo, allora per l’Ucraina finirà il limbo. È un limbo che dura dal distacco da Mosca, da quando un paese di 46 milioni di abitanti, superindustrializzato, con una ricca agricoltura e soprattutto un retaggio culturale e religioso, non è riuscita a farsi stato.
È rimasto un territorio di conquista degli ex direttori dei grandi kombinat sovietici, gli oligarchi che lo governano. Il più noto è una donna, Yulia Abramovic Timoshenko, la zarina del gas, così brava che processata per un suo ambiguo business con Putin, in prigione si è dichiarata vittima della lotta per l’indipendenza dalla Russia. In tal senso è ormai un’icona universale, con la treccia bionda delle contadine ucraine anni trenta: un vero colpo di genio della comunicazione da parte sua che è un ingegnere di etnia ebraica, di cultura urbana, esperta di mille traffici politici ed economici. E che ha imparato l’ucraino giusto al tramonto dell’Urss.
L’altra pista del puzzle ucraino è capire appunto da dove vengono storie simili. Io ho imparato il russo da Valia, un’ucraina della Galizia che a casa parlava polacco, e non conosceva la lingua ucraina «tanto non serve impararla». Le vicende allora apprese non da libri ma nel modo più domestico, mi aiutano a capire quelle di oggi. Valia raccontava del collaborazionismo degli ucraini, che per essi era una vendetta nei riguardi dei bolscevichi ebrei del Cremlino, come Lazar Kaganovic, un ex ciabattino ebreo, massimo responsabile della guerra ai contadini e della carestia. Raccontava di quanto venerato fosse l’ultra nazionalista Stepan Bandera, che appoggiava i tedeschi, e di quello che era successo ai tatari, deportati nel dopo guerra perché erano per i turchi. E infine vi era la Crimea, più bella di Capri, piena di ebrei, i quali avevano addirittura sperato di farne la loro repubblica, «un focolare ebraico». Anche per questo Kruschev l’aveva regalata agli ucraini, antisemiti come lui che era un minatore ucraino e ucraino era anche Brezhnev, un operaio che aveva industrializzato la sua terra, strappandola al destino di granaio della Russia. Da trenta anni l’Urss era governata da dirigenti ucraini e Valia che parlava nell’ultimissimo periodo di Brezhev, non sapeva che un altro ucraino, Chernenko stava per diventare segretario del Pcus.
Valia raccontava della sua terra, di Kiev dove viveva, degli ucraini tenacemente anticomunisti e degli ebrei ucraini che vi vivevano da secoli, con una lucidità che sorprendeva in un intellettuale sovietica dell’epoca.
È la medesima lucidità delle analisi di Haaretz, il solo giornale (israeliano) che descrive il puzzle ucraino senza le ipocrisie degli altri. Certo lo fa perché preoccupato dalle aggressioni agli ebrei da parte di membri di partiti ultra nazionalisti, ora al governo e ricevuti alla Casa Bianca. L’avversione per la Russia di Putin è tale da sostenere i suoi avversari comunque siano. E invece la mossa utile per tutti i contendenti è quella di ridiscutere gli anni successivi alla fine dell’Unione sovietica e riconoscere gli errori commessi allora da tutti i contendenti.
(il manifesto, 18 marzo 2014)
di Luisa Muraro
L’attenzione che i mezzi di comunicazione prestano alle donne, più seriamente che in passato, è il segno di un cambiamento in corso.
Prendiamo il fatto finora più commentato, la battaglia trasversale che hanno ingaggiato (e perso) numerose deputate per realizzare la parità con la forza della legge. Le ho guardate con simpatia, perché hanno preso un’iniziativa che non era dettata dai capi dei rispettivi partiti; l’indipendenza femminile a me piace. Ma non ero d’accordo con il tipo di battaglia e quando sulle prime pagine è apparsa la notizia della loro sconfitta, ho commentato sia pure con rammarico: per me questa non è una brutta notizia. Sono persuasa che innumerevoli altre hanno provato un sentimento simile: noi donne comuni, che ci limitiamo a votare, non ci siamo sentite sconfitte. Le quote rosa imposte per legge nel parlamento non hanno il nostro favore.
Ma c’è una giusta obiezione: le donne, tutte e ciascuna, che vivono i problemi pressanti di oggi e che contribuiscono fattivamente a dargli una qualche soluzione, come far sì che siano rappresentate degnamente nella vita pubblica? Grande domanda. Secondo me, le quote rosa in parlamento sono una risposta che non va bene. Le deputate hanno sottovalutato il malumore generale verso la politica ufficiale e devono sapere che l’elettorato femminile non è disposto a fare eccezione per le loro simili che sono in politica.
Eppure una risposta alla domanda di rappresentanza femminile, esiste. Io mi considero rappresentata da quelle che si espongono nella vita pubblica per affermare cose vere e giuste, in primo luogo le cose che troppi uomini non prendono in considerazione. Mi sento rappresentata da donne amiche di altre donne, anche quando non la pensano uguale, come Tina Anselmi, democristiana, che dichiarò la sua stima verso la comunista Nilde Iotti. Mi ha rappresentato quella superiora generale delle suore americane che, ritta davanti a papa Wojtyla, lo richiamò al tema del sacerdozio femminile (di cui era proibito parlare!). Le mie studentesse si sono sentite rappresentate da quella loro compagna che si alzò per censurare un atto di autoritarismo: “prof, adesso lei esagera”. La prof in questione ero io, lo confesso.
Ho portato esempi diversi per dire che le donne come tali non sono un gruppo uniforme portatore di comuni interessi particolari, esse sono quell’umanità che domanda di esistere alla luce del sole e che sta trovando in sé la forza di riuscirci, in prima persona, senza deleghe. Un numero piccolo ma crescente di uomini si muove insieme a loro ed è per questa via, suppongo, che si può stabilire quell’equilibrio che sta a cuore alle nostre deputate in parlamento.
(“Metro”, 18 marzo 2014)
Pubblicato in Letterate Magazine, Lm Home, Ritratti
Segni che giocano nello spazio
di Mariella Pasinati
Voleva essere “contemporanea della propria epoca e scoprire cosa significa”: è quanto Carla Accardi (1924-2014) scomparsa il 23 febbraio a Roma, aveva raccontato ad Hans Ulrich Obrist in un’intervista mostrando, così, il presupposto di un’arte che sfugge a ogni facile, univoco inquadramento e il segreto della presa che i suoi lavori hanno sempre esercitato anche sulle nuove generazioni di artiste/i nel corso del suo lungo e fortunato percorso umano ed estetico. Coerenza creativa e inclinazione a sperimentare nuovi approcci e inediti percorsi di ricerca hanno, infatti, caratterizzato i suoi lavori che, sempre nuovi e freschi, hanno mantenuto inalterata durante più di sessant’anni la pienezza e l’originalità di un linguaggio straordinariamente individuale e riconoscibile.
La ricerca dell’artista siciliana ha origine, come è noto, nel contesto della cultura astratto-informale del secondo dopoguerra, a partire dall’esperienza del gruppo Forma Uno1 destinata a concludersi in soli due anni e in seguito alla quale, dopo un periodo di ricerca, Accardi avrebbe iniziato a declinare il suo particolare linguaggio espressivo fondato sul segno cromatico.
È il 1953-4 e il taglio avviene con i quadri bianchi e neri in cui la caratteristica contrapposizione positivo/negativo è finalizzata alla resa della luce2: “cerco di rispecchiare l’energia primordiale e i contrasti violenti della vita stessa …. L’impulso vitale che è nel mondo”3. Si tratta dell’articolazione libera di segni che danno origine, in un primo momento, a complessi intrecci lineari e dinamici, per poi assumere una forma più “strutturata”4 (Integrazione, 1957).
E’ già evidente, fin da questi primi lavori l’asimmetria che caratterizza l’operare di Accardi rispetto ai confini dell’astrazione e dell’Informale, l’art autre in cui la include Michel Tapié5, ma nel quale l’artista non si riconosce pienamente -“mi sembrava molto facile e ripetitivo perché era diventato di moda, purtroppo”6. Come non si riconosce nel gesto di Pollock, per quanto avverta anche lei la necessità di lavorare sulla tela distesa sul pavimento. La sua alterità, piuttosto, sembra orientata a porre l’arte nel vivo dello spazio e dell’esperienza, come dell’artista, così di chi guarda: “dirò subito che comincio con il porre lo spettatore davanti a una lettura instabile e precaria, egli … dovrà abbandonarsi senza reticenze ad una specie di stato ipnotico e sospeso …. in cui potrà sentire lo scorrere della vita stessa, in quel gioco visivo e ambiguo ed indefinito”7.
Alla fine degli anni ‘50 seguirà un ritorno al colore in una nuova definizione del rapporto segno-colore-luce capace di generare straordinari effetti ottico-percettivi ottenuti con l’accostamento di colori accesi e “abbaglianti” e con un’articolazione e ripetizione del segno quasi calligrafico che scorre lievemente sulla bidimensionalità della tela replicandosi e differenziandosi insieme, spesso a piccoli tratti che definiscono continue texture di superficie. Il ritorno al colore sarà sviluppato prima con l’uso sapiente di segni marcati in rosso e grigio, azzurro e viola, verde e arancio, accostati per timbri contrapposti e forte contrasto, al fine di accrescerne il grado di luminosità e ottenere l’effetto di luce; poi con il passaggio alla vernice fluorescente.
La ricerca sulla resa sempre maggiore della luce si radicalizza con il passaggio successivo che si compie a metà degli anni ’60 con l’esaltazione della trasparenza, la de-materializzazione, consentita dall’adozione di un nuovo supporto, il sicofoil, una plastica trasparente che sostituisce la tela. Analogamente al colore, anche il segno segue ora una trasformazione divenendo, come diceva la stessa Accardi, “anonimo”.
Liberata dall’opacità della tela, ecco allora che la pittura -il segno pittorico fluorescente- si svincola dal supporto per estendersi nella terza dimensione, prendendo possesso dell’ambiente e “conquistando” lo spazio. Nascono così i primi Rotoli, cilindri brillanti senza telaio disposti a pavimento cui seguiranno i telai e le sagome a parete, in cui il foglio trasparente è tracciato da segni ripetitivi che, negli anni ’70, arriveranno a scomparire del tutto lasciando solo la trasparenza naturale della plastica sul telaio in legno (Trasparente, 1977). È così che Accardi svela “i misteri che sono dietro l’arte”.
Ma è soprattutto Tenda (1965-6) che mostrerà le grandi sollecitazioni percettive di questa estensione ambientale della pittura che l’artista presenta come puro atto estetico, esito di un percorso che Accardi ha definito come un “liberarsi del sovrappiù”, ossia come spiegava Carla Lonzi, un “portare a una fase ulteriore di liberazione ottica i segni”8. Esempio precoce delle installazioni che avrebbero di lì a poco segnato sempre più il panorama dell’arte, l’opera è un ambiente “abitabile” di cui fare esperienza fisica; è composta da pannelli di sicofoil in fogli doppi dipinti con segni fluorescenti -rosa intenso in uno, verdi nell’altro- che si intersecano visivamente. La sua configurazione rimanda idealmente alle strutture abitative nomadiche, alle tende da campo turche -a detta della stessa Accardi- provvisorie e leggere, resistenti e trasformabili. L’artista dà forma, così, ad un ambiente che propone in termini dialettici il rapporto interno/esterno, trasparenza/opacità, determinando una forma “architettonica” dal respiro più vasto e politico per i suoi confini mobili, per il suo contrapporsi alle strutture fisse e statiche dell’identico. Non a caso, La Tenda dialoga con le ricerche contemporanee e con i lavori di artiste che, sotto la spinta del femminismo, avrebbero segnato il decennio successivo. Da un lato, infatti, l’opera precede il primo Igloo (1968) di Mario Merz e le esperienze scultoree di altri artisti, in particolare dell’arte povera, che in quegli anni si confrontavano con l’idea di un’arte abitabile9. Dall’altro appare come il diretto antecedente di quei lavori centrati sul tema dell’esperienza nomadica, della domesticità, del rapporto spazio pubblico/spazio privato che avrebbero caratterizzato tanta parte della produzione delle artiste a partire dagli anni ’7010.
Negli anni successivi Carla Accardi avrebbe continuato a guardare allo spazio dell’esistenza quotidiana con Ambiente arancio (1968): una stanza invasa dal sole, uno spazio luminoso, fresco, allegro costruito intorno al Grande Ombrello del ’67, per poi riproporre il tema della tenda con Triplice Tenda (1969). Si tratta di tre strutture a base circolare una dentro l’altra, in cui i segni marcano gli strati di plastica e sembrano sovrapporsi e intrecciarsi nello spazio “abitabile” e percorribile dominato dal rosa. “L’avevo pensata rossa, pensa! Era allucinante e troppo sessuale. Ho dovuto ammettere che la volevo rosa ma avevo una sorta di pudore”11 rivelerà Accardi e, nel 1976, Anne Marie Boatti Sauzeau metterà a fuoco come l’artista avesse avuto, allora, “la visione dell’esperienza primordiale del desiderio femminile, il labirinto rosa e luminoso, la madre, l’amore anteriore alla castrazione e all’intervento rivale del padre, la realtà circolare anteriore alla metaforizzazione della donna.”
Temi che allora non era facile “accogliere”, non a caso Accardi noterà: “nel ‘69 alla mia mostra … mi hanno abbracciata ma non mi hanno registrata culturalmente”12 toccando il nucleo del rapporto arte-cultura patriarcale-femminismo, problema che l’artista sente ed ha già iniziato ad elaborare nel dialogo con Carla Lonzi cui la legava da anni una profonda amicizia e uno scambio intenso sui temi dell’arte e della critica (è Lonzi che scrive la presentazione del lavoro per la Biennale di Venezia del ’64), della fruizione estetica e del femminismo13.
E’ già iniziata, infatti, per Accardi la fase della pratica politica nel femminismo, ed è del 1970 il Manifesto di Rivolta femminile, scritto insieme a Carla Lonzi ed Elvira Banotti.
Il rapporto con Carla Lonzi si sarebbe, tuttavia, esaurito nel giro di alcuni anni per una diversa posizione nei confronti di quel mondo dell’arte e della cultura di cui entrambe riconoscevano il marchio maschile14 e che per Lonzi era divenuto inconciliabile con l’impegno femminista, tanto da portarla all’abbandono della sua attività di critica d’arte. Diversamente, Accardi non cedette all’idea di un segno ineliminabile impresso dal patriarcato sulla creatività femminile, nel convincimento che la posta in gioco non fosse tanto combattere contro attività che erano state esclusivo privilegio maschile, piuttosto imprimervi il segno dell’intelligenza femminile.
Gli anni dopo l’allontanamento, e siamo al 1975-76, sono segnati di nuovo dalla rinuncia del colore. Fra le opere meno note è Origine (1976) realizzata per la prima mostra della Cooperativa Beato Angelico, che Accardi contribuì a fondare quello stesso anno, a Roma, insieme ad altre artiste, poete e storiche dell’arte15 con l’intento di costruire un luogo dell’arte segnato dal femminile. In quella mostra, dedicata ad Artemisia Gentileschi, Accardi esponeva un lavoro in cui l’artista aveva attaccato fotografie della vita propria e della madre su lunghe strisce di sicofoil che pendevano morbide e libere dal muro dando, così, profondità spaziale alla parete. Un opera unica, che ricostruisce la propria genealogia materna, il luogo dell’origine, appunto.
Il ritorno al colore avviene qualche anno più tardi con l’opera-ambiente Dimenticare, mettersi in salvo (1978) in cui il colore ritorna ai bordi del quadro, sui telai degli otto grandi triangoli di sicofoil disposti a parete. E con gli anni ’80 ecco ancora una trasformazione linguistica con il ritorno alla tela grezza e di grande formato. Il segno si fa più largo, quasi vistoso, si espande a formare intrecci complessi su fondi contrastanti, si combina con equilibrio al colore steso per ampie campiture generando spazialità per sovrapposizione e trasparenza (Pieno giorno (Veduta),1987).
Da allora il suo lavoro vedrà progressivamente accrescere i riconoscimenti internazionali, arricchendosi ulteriormente in un percorso di ricerca che sempre si rinnova, continuamente riproponendo e differenziando segno, forma e materiale. Fino alle opere più recenti come i brillanti Coni in maiolica (2004) o l’ampia Superficie in ceramica del 2007, un’opera realizzata con Gianna Nannini in cui si combinano effetti sonori e visivi su una superficie di segni cromatici che questa volta lascia la parete per disporsi in orizzontale a formare un pavimento di piastrelle in gres dipinto su sfondo bianco con segni verde e blu cobalto, ultima versione, ancor più arricchita, della sintesi fra segno-colore-spazialità architettonica.Un lavoro, inoltre, che esplicita ulteriormente quell’invito ad entrare nell’opera, quell’invito alla relazione, che è obiettivo costante, oltre che grande insegnamento, di un’artista che ha dedicato la sua vita all’arte, nella fiducia che questa “non può cambiare il mondo ma può mutare la coscienza di uomini e donne che potrebbero cambiarlo”.
[1] Fondato nel 1947 insieme ad Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Perilli, Turcato e Sanfilippo (che sposerà nel ‘49), costituì la prima espressione della giovane arte italiana del dopoguerra consapevole della crisi della figurazione e intenzionata ad utilizzare “le forme della realtà oggettiva come mezzi per giungere a forme astratte oggettive”.
2 “Più che i colori io amo da sempre gli accostamenti e l’emanazione di luce che ne deriva. Anche il mio periodo bianco e nero era luce, contrasto, come nella salina di mia madre a Trapani, abbagliante” (dalla testimonianza di Carla Accardi contenuta in Anne Marie Boetti Sauzeau, “Lo specchio ardente”, in DATA n. 18, settembre-ottobre 1975, pag. 50)
3 Citato in Achille Bonito Oliva (a cura di), Accardi. Il campo del togliere, Milano, Mazzotta, 1986, p. 55
4 “.. lo strutturalismo era una scoperta attuale … Ho dato immagine alla visione strutturalista del mondo” (Vanni Bramanti, Carla Accardi, catalogo della mostra, Ravenna 12 Febbraio-27 Marzo 1983, Ravenna, Essegi, 1983, p. 84
5 teorico del tachisme, l’informale come pittura di segno, gesto, materia descritto in Un art autre, Tapié aveva scoperto nel 1952 il lavoro della Accardi ed iniziato con lei un rapporto che sarebbe stato essenziale per l’affermazione, anche internazione, dell’artista.
6 Hans Ulrich Obrist, “Andare a fondo”, in Flash Art, 245, 2004
7 Vanni Bramanti (a cura di), Carla Accardi, catalogo della mostra, Essegi, Ravenna, 1983, pp. 90-91
8 Carla Lonzi, Scritti sull’arte, Milano, et al/edizioni, 2012, p. 477
9 dal titolo di una mostra del ’69 della Galleria Sperone di Torino in cui artisti della neonata Arte Povera esponevano lavori connessi al tema dell’abitare (La Casa Ideale di Pier Paolo Calzolari; Camping di Emilio Prini, gli Habitat di Luciano Fabro, gli Oggetti in meno di Michelangelo Pistoletto).
10 In tempi più recenti torna alla mente la Multi-Story House (2007) di Mary Kelly: spazio domestico della presa di coscienza, questa casa-tipo si apre agli spettatori con le sue pareti trasparenti e illuminate su cui sono riportate, all’interno, riflessioni di donne che hanno vissuto l’esperienza del femminismo e, all’esterno, frasi di donne più giovani che quella esperienza non hanno fatto, non una evocazione nostalgica, piuttosto un’esplorazione sulla continuità nel presente di quelle pratiche politiche.
11 Anne Marie Boetti Sauzeau, “Lo specchio ardente”, in DATA n. 18, settembre-ottobre 1975, pag. 51
12 Anne Marie Boetti Sauzeau, “Carla Accardi”, in DATA n. 20, marzo-aprile 1976, pp. 72-74
13 ne resta documentazione in Autoritratto (1969), l’opera nella quale Lonzi demolisce i modi della critica d’arte tentando un nuovo discorso basato sulla soggettività e sullo scambio critica-artista.
14 “L’arte è sempre stata il reame dell’uomo. Noi, nello stesso momento in cui entriamo in questo campo .. il bisogno che abbiamo è di sfatare tutto il prestigio che lo circonda e lo ha reso inaccessibile … Perché la donna … dopo quel primo movimento che l’ha portata a comportarsi come gli uomini … si è fatta avanti dicendo: “eh, che ci avete raccontato per tanto tempo, ecco, noi ci entriamo, questa è una cosina semplice, guardatela anche voi che è così”(da Discorsi: Carla Lonzi e Carla Accardi, in marcatre nn. 23-25, 1966, ripubblicato in Carla Lonzi, Scritti sull’arte, Milano, et al/edizioni, 2012, p.477).
15 Nilde Carabba, Franca Chiabra, Regina Della Noce, Nedda Guidi, Eva Menzio, Teresa Montemaggiori, Stephanie Oursler, Suzanne Santoro e Silvia Truppi.
Maria Luisa Boccia, Ciao Carla ti darei un bacio
Inaugurazione sabatto 8 Marzo 2014
“FIGURIAMOCI, visioni oltre il mito” Museo archeologico nazionale di Paestum l’8 e il 9 marzo dalle 10,30 alle 19,00
con Morena Luciani Russo, Pina Nuzzo Cristina Lucchi Vuolo, Francesca Thiery.
https://www.facebook.com/pages/Progetto-Conflitto/525224780908540?ref=hl
Tra arte e femminismo
Katia Ricci
Il desiderio delle donne che fanno parte del gruppo Artemide di Paestum di organizzare una mostra dedicata ad Artemide, Hera, Afrodite e Atena, con quattro artiste, tante quante le dee, con l’esplicita consegna che fossero femministe, merita una riflessione su l’arte e la politica, o meglio su arte e femminismo. Le questioni sono naturalmente aperte: che cosa significa arte femminista? L’arte che esplora la differenza sessuale può essere definita femminista? E ancora dove si inscrive la differenza sessuale in arte? C’è una differenza femminile specifica in arte? Negli ultimi anni in realtà si sono moltiplicate ricerche e saggi su queste questioni anche in Italia, dove ricordiamo che nel 1970 dal sodalizio della critica d’arte femminista dello spessore di Carla Lonzi e di una grande artista come Carla Accardi è nata Rivolta femminile. Recenti pubblicazioni hanno sfatato l’idea che nel nostro paese ci sia stata una scarsa presenza femminile in arte e che sia mancato il rapporto tra arte e femminismo. Numerose, infatti, furono le artiste, molte delle quali militanti nel movimento femminista. L’arte contemporanea, poi, deve molto alle pratiche artistiche nate dal movimento femminista degli anni ’70, quando anche un uomo, storico dell’arte, Lawrence Alloway dichiarava nell’articolo Women’s Art in the 70s: “Il movimento femminista nell’arte può essere considerato un’avanguardia perché coloro che vi parteciparono erano uniti dal desiderio di cambiare le forme sociali esistenti nel mondo dell’arte”.
“Il movimento delle donne si è espresso fin dagli inizi – scrive Donatella Franchi in Matrice Pensiero delle donne e pratiche artistiche (Quaderni di Via Dogana, 2004)- come una pratica creativa che attraversa e mette insieme vari tipi di linguaggi, dalla scrittura al linguaggio visivo, dall’uso del corpo alla invenzione di nuovi spazi, in una sperimentazione collettiva a tutto campo”.
Ma in che cosa si riconosce la differenza sessuale in arte? E soprattutto esiste? Se esiste, come penso, non è certo nei contenuti né nelle forme né nei colori o nei materiali e tecniche usate, ma è in un atteggiamento per cui le artiste tendono a evitare di riproporre i canoni della tradizione maschile, seguendo il proprio desiderio che le ha portate, per esempio, a dar valore a tutto ciò che non era stato considerato arte per rifiutare il mito dell’artista genio e per creare un proprio spazio allo scopo di significarsi e ripensare all’immagine di sé, dell’essere donna da un punto di vista sessuato, femminile.
In questa mostra il riferimento alle dee è dunque una dichiarazione che le donne, le artiste cercano una misura propria, alta, che va oltre l’immaginario maschile con un percorso che le porta all’origine del principio femminile che regolava il mondo. In questo senso il territorio campano del Cilento offre una traccia preziosa, perché qui, come in altre parti del mondo il culto originario era dedicato alla dea madre e alle dee che da essa derivarono, prima che l’ordine patriarcale sostituisse al culto delle dee quello per gli dei. Anche il tempio detto di Poseidon a Paestum in realtà era un secondo tempio dedicato ad Era.
Nel 2007 la mostra Wack! Art and feminist Revolution sugli inizi del movimento artistico femminista, era presentato come il movimento che aveva avuto maggiore influenza dal dopoguerra. Insomma, a detta di storici e storiche dell’arte, si trattò di una vera e propria avanguardia, l’Avanguardia femminista, definizione che rimarca la radicalità di quel movimento. In questo senso è esplicita la mostra Donna: Avanguardia Femminista degli anni ’70 dalla Sammlung Verbund di Vienna, che segna una tappa importante nella ricerca storica sull’avanguardia femminista. Da allora la ricerca delle artiste riguardava da una parte lo svelamento della pretesa universalità e naturalità del maschile, dall’altra la riflessione su una nuova identità femminile libera di significarsi nelle forme e modi più vari, sul corpo e la sessualità. Da allora molte cose sono cambiate e anche nel campo dell’arte è emersa e si è affermata numerosa la presenza femminile, come in tutti i campi. Nel 2005, per esempio per la prima volta dalla creazione della Biennale di Venezia due donne sono state commissarie generali, le spagnole Maria de Corral e Rosa Martinez, che presentarono un nutrito gruppo di artiste e all’ingresso dell’Arsenale, la cui esposizione curata dalla Martinez era intitolata “Sempre un po’ più lontano” le Guerrilla Girls, collettivo di artiste femministe nato nel 1985 a New York, realizzarono cinque grandi pannelli su cui in modo ironico esponevano il loro discorso femminista sull’arte. In quella stessa mostra Joana Vasconcelos presentò un gigantesco lampadario, La novia, fatto di tampax incellofanato, che evocava il sangue mestruale, il rapporto con il corpo, la sessualità, la verginità, la riflessione su ciò che è puro e su ciò che non lo è, portando alla luce letteralmente ciò che si nasconde, che è tabù. Alle artiste, e gli esempi sono tanti, si deve riconoscere una maggiore capacità di esprimere la propria soggettività senza veli ed eccessive mediazioni. Insomma una libertà di parlare di sé, del corpo e della sessualità, come avviene in tanti altri ambiti dei saperi.
A questa tendenza si riallaccia Cristina Vuolo, aggiungendoci note ironiche che l’ urgenza del desiderio e della necessità di dirsi allora forse limitavano. Cristina racconta il suo percorso di donna, fotografa e femminista, che coincide anche con fasi diverse della politica delle donne. Nella rappresentazione di Artemide sullo sfondo c’è una città al buio, segno di un passato che ha oscurato le donne come soggetto storico e politico, relegandolo alla dimensione domestica. In primo piano a destra emerge in piena luce un ritratto di donna con un cigarillo nella mano sinistra, simbolo di emancipazione, a destra nel cartellone pubblicitario una donna è fotografata con le braccia tese nell’atto di tendere un arco, cosa che la connota come Artemide, la dea cacciatrice. Sullo stesso cartellone appare alla sua sinistra la scritta Sputiamo su Hegel, riferimento al libro di Carla Lonzi. I simboli, l’atteggiamento e il riferimento al noto saggio delineano una figura di donna combattente, come negli anni Settanta. Artemide si è sempre sottratta al volere degli uomini, punendo severamente Atteone, facendolo sbranare dai cani perché aveva profanato la sua sacralità.
La fotografia sulla dea Atena ha la stessa impostazione e struttura della precedente, con la differenza che sul cartellone è scritto il titolo del famoso saggio Non credere di avere dei diritti. Atena la dea della sapienza e dell’intelletto qui rappresenta il pensiero della differenza sessuale, che rimanda storicamente agli inizi degli anni ’80. Nella terza fotografia Hera è di spalle luminosa con le ali, è Cristina stessa in una fase del suo percorso spirituale. La dea che nella mitologia è protettrice del matrimonio e dei parti, qui, simbolo della fedeltà a sé, sottratta all’immaginario maschile degli dei dell’Olimpo, diventa simbolo dell’agio del rapporto con il proprio corpo. Gender Trouble di Judith Butler segna questo “momento rivoluzionario nel pensarsi nel corpo, nella rappresentazione di sé ed ecco la scelta dell’angelo”, come motiva Cristina. Infine le due foto dedicate ad Afrodite rappresentano l’amore per le donne e tra donne, che ironicamente e con giocosità si scambiano la mela o giacciono su un letto di mele. Anche qui un libro di riferimento Post-porn di Annie Sprikle
“L’aspetto più forte che il tema delle dee mi portava a pensare per il mio percorso femminista – scrive Cristina Vuolo- era la relazione: la relazione con le donne, la relazione con sé, la relazione con un’altra donna. Negli anni ‘70 una relazione più viscerale, negli anni ‘80 una relazione più intellettuale, negli anni ‘90 più intimista e spirituale con me, e negli anni 2000 una relazione più ironica, aperta e sessuale col mondo delle donne”.
Nel suo percorso artistico Pina Nuzzo ha progressivamente abbandonato la pittura ad olio e la figurazione per sperimentare tecniche e materiali più comuni come la carta riciclata, plexiglass e plastica. Nell’interpretazione di Artemide, di cui è raffigurato il torso, come per le altre dee, usa colori notturni, l’abito è grigio argenteo, azzurro lo sfondo su cui si staglia una luna piena. Dalla scollatura della veste appaiono le curve del seno,come era abitudine della dea di cacciare a seno nudo per essere libera nei movimenti.
Per Atena Pina Nuzzo si ispira alla rappresentazione classica di Atena Nike con le braccia che si immaginano alzate e le ali che circondano le spalle. Sul petto gli occhi della civetta, animale sacro alla dea.
Per delineare la figura di Hera, usa fotocopie del disegno dell’anfora da lei stessa decorata, che è stata il “testimone” della staffetta portata e consegnata di volta in volta da due donne in segno di relazione e solidarietà , un evento dell’UDI di cui Pina è stata responsabile a livello nazionale, contro la violenza sulle donne, che ha iniziato il suo percorso il 25.11.2009 da Niscemi dove è stata uccisa Lorena Cultaro e terminata un anno dopo a Brescia dove è stata uccisa Hiina Saleem.
“Quando ho “fatto” Hera non ho pensato a tutto questo, ma quelle fotocopie si sono trasformate nel corpo della dea evocando il corpo dell’anfora e l’amore delle donne che l’ha accompagnata per un intero anno”. Afrodite la dea femminile per eccellenza, dea dell’amore, è rappresentata con colori chiari e luminosi, delineata da linee morbide, il triangolo del pube in evidenza, e circondata da fiori e simboli del femminismo. L’increspatura dei fogli di plastica leggera che ricopre il corpo ricorda l’onda del mare da cui la dea nacque e da cui probabilmente deriva il nome, afros, in greco spuma.
Morena Luciani, artista e antropologa, studiosa delle antiche culture matrifocali, dello sciamanesimo femminile e del rapporto tra sciamanesimo e creazione artistica, nel suo inconfondibile stile grafico offre un’interpretazione molto originale delle dee. Morena va all’origine dei simboli e del significato delle figure divine. Nell’area egea il culto di Atena risale ad epoche più arcaiche di quella greca, anzi, secondo Maria Gimbutas, deriva dalla dea uccello neolitica. Per questo, infatti, è rappresentata con la testa di uccello. Nel III libro dell’Odissea Omero così ne parla: “ Detto così, se ne andò Atena occhio azzurro, / simile ad un’aquila;”. Inoltre in greco occhio azzurro significa occhio di civetta. Afrodite è la più femminilizzata, come si vede dall’acconciatura, che riprende quella delle raffigurazioni della dea dell’età ellenistica.
Hera è una dea doppia dalle due teste e dai due seni. La spirale è un simbolo della dea madre da cui deriva il culto di Hera, che è una figura sopravvissuta di antichi culti minoici. E’ doppia perché, come scrive Morena Luciani, “ sono state ritrovate statuine delle “Due Hera”, che secondo Vicki Noble la rappresentavano nella sua veste di Regina Amazzone a capo del lignaggio femminile delle donne che reclamavano giustizia durante l’assalto al patriarcato.” La dea doppia rappresenta l’idea della sovranità femminile in epoche pre – patriarcali, caratterizzate da principi e pratiche femminili, che permeavano di sé la struttura stessa della società. Simboli della dea madre, la spirale e i teschi che ornano la collana alludono all’intero ciclo vitale, dalla nascita alla morte. Una delle due dee ha le corna di vacca, uno degli epiteti di Hera. L’epiteto con cui Omero si riferisce ad Hera è boopis, in greco occhio di bue, per la regalità dello sguardo.
Infine Artemide è rappresentata con un serpente che le cinge il ventre e il sangue mestruale che gocciola e feconda la terra. Nelle epoche arcaiche Infatti al sangue mestruale venivano attribuite qualità magiche. Uno degli attributi della dea è la luna, il cui mese ha la stessa durata del ciclo mestruale e comprende una fase crescente e una calante, infatti in molte opere dedicate ad Artemide appare la mezza luna o la luna piena; è legata al tempo ciclico della dea madre, che presiede i ritmi della natura e della fecondazione e, quindi del risveglio della natura dopo il sonno invernale. Nelle società contadine ancora oggi i lavori nei campi, semina, raccolto e conservazione sono scanditi dalle fasi lunari. L’invito di Morena non è quello di rimpiangere il passato ma di ritrovare dentro di sé il divino femminile e di porsi con sovranità nel mondo, recuperando e ridando valore alla parte emotiva e intuitiva, bollata dalla cultura patriarcale come irrazionale.
“Giocando col nero in un angolo della giornata” è il titolo che Francesca Thiery ha dato alla serie delle quattro dee. Illustratrice e grafica, Francesca ne dà una versione del tutto moderna, togliendo ad esse qualsiasi connotato divino e giocando con masse grafiche di nero. Non ci sono attributi e simboli che possano ricondurre ad una visione nota e tradizionale: sono volti di donne mascherate, deformate, tutte con il capo coperto, con i lineamenti a volte delineati da brevi tratti bianchi sul fondo nero.
Ha rivisitato i miti adattandoli al suo lavoro di grafica, all’uso del nero di cui spesso si serve, e calandoli in una qualsiasi giornata di una donna.
“Ci può essere anche fatica e dolore nella giornata di una donna, – dice Francesca -ma sempre vi colgo uno spirito vitale, un temperamento di combattente. Ho scelto di non vestire le dee di simbologie tradizionali (lance, serpenti, cervi ecc) ma di lasciarle libere di giocare all’interno della gabbia quadrata e di usare il tratto grafico e l’atteggiamento del corpo per definire i caratteri e raccontare una storia.
I titoli raccontano il rapporto di queste donne ( o questa donna?) col nero: Era di Nero, Afrodite nel Nero, Artemide dal Nero, Atena sotto al Nero. Tutte in un angolo della giornata.
La storia che sto raccontando è quella di una donna che nei piccoli momenti di passaggio di una giornata si veste e si sveste di continuo di tutti gli archetipi e i caratteri che porta su di sé.”
La forma triangolare connota Atena, Afrodite è rappresentata in una forma ovale, a mandorla. Hera ha l’andamento più squadrato. Guarda dall’alto regale, come una madre giudicante. Atena porta una specie di elmo, la sua mano è nell’atto di afferrare la lancia, ma, in realtà gioca con i capelli, gli occhi ingranditi alludono al suo epiteto “occhi di civetta”.
(Introduzione al catalogo della mostra FIGURIAMOCI, visioni oltre il mito, inaugurata nella sala delle metope del Museo Archeologico Nazionale di Paestum sabato 8 marzo 2014, con Morena Luciani Russo, Pina Nuzzo Cristina Lucchi Vuolo, Francesca Thiery.)
di Ivan Cavicchi,
«In coscienza non posso», lo dice chi rifiuta ciò che reputa moralmente inaccettabile. L’obiezione di coscienza è prevista per gli operatori sanitari nell’art.9 della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. I ginecologi che oggi si avvalgono di tale facoltà sono circa i ¾ dei ginecologi italiani (69,3%). Il consiglio d’Europa ha valutato eccessivo questo dato e ci ha condannati per aver discriminato le donne e leso gravemente i loro diritti.
I medici che si sono dichiarati obiettori, a cinque anni dall’applicazione della 194, erano il 59,1%, un dato che dopo 30 anni più o meno persiste, e in qualche caso diminuisce, ma prevalentemente nelle Regioni con un sistema sanitario completo e sviluppato. Mentre nelle Regioni dove la sanità è male organizzata e deficitaria gli obiettori crescono in misura abnorme fino a toccare punte dell’88,4 %. E sono le stesse Regioni che non garantiscono i Lea (livelli essenziali di assistenza), per gran parte commissariate per problemi di bilancio, dove i malati registrano i più alti tassi di mobilità. In 30 anni i ginecologi obiettori sono cresciuti mediamente del 17.3 %, ma se analizziamo i dati ci accorgiamo che in alcune Regioni questo dato si raddoppia lasciando pensare che, a scala nazionale, il grosso degli obiettori si concentri proprio nelle Regioni più problematiche dal punto di vista sanitario. E’ plausibile che in moltissimi casi l’obiezione non riguardi la loro coscienza, ma probabilmente la salvaguardia del ruolo professionale in contesti sanitari ostili. Se ciò fosse vero, come pare, dovremmo includere tra i comportamenti difensivi degli operatori, coloro che obiettando contro l’ivg: si difendono da disfunzioni, quindi da assessori e da direttori che non garantiscono le giuste condizioni di lavoro.
Se ammettiamo l’obiezione opportunistica accanto a quella legata alle convinzioni personali, il discorso va allargato e le responsabilità da tecniche diventano politiche. Questo è il senso della testimonianza drammatica di Rossana Cirillo, una ginecologa dalla parte delle donne. Contro le sue idealità, dopo 25 anni di ivg, è stata costretta per sopravvivere professionalmente a dichiararsi obiettrice (la Repubblica, 15 marzo).
Personalmente rispetto e difendo il principio dell’obiezione di coscienza e non avrei nessuna difficoltà a ricorrervi se fossi chiamato a scegliere tra certi obblighi e le mie convinzioni morali. Più volte ho invitato pubblicamente gli operatori della sanità a fare obiezione di coscienza nei confronti di quelle politiche sanitarie palesemente lesive di deontologie, diritti, competenze, prerogative professionali. Nel caso dell’ivg, l’obiezione pone alla sanità pubblica, il problema di come difendere in ogni caso i diritti delle donne. L’art.9 della legge 194, prevede che il personale che intende obiettare dichiari formalmente la sua volontà, quindi considera l’obiezione come un diritto dell’operatore ad avere le proprie convinzioni e non già, come prima della modernità, un dovere imposto da un principio normativo superiore. Ma l’art.9 non rinuncia ad avvalersi del dovere dal momento che lo ricolloca a livello di coloro che hanno delle responsabilità gestionali, direttive o politiche. La legge è chiara: costoro devono assicurare l’ivg e «la Regione ne controlla e garantisce l’attuazione…». Per cui mentre la legge autorizza l’obiettore in base alla propria coscienza a non rispettare un principio di legalità nello stesso tempo salvaguarda tale principio, stabilendo dei doveri, quindi degli obblighi, posti in capo a delle figure responsabili.
Nel caso in cui sussistono forme di obiezione strumentali, si commette un reato. Se poi le obiezioni strumentali come nel nostro caso, sono talmente numerose da impedire il rispetto dei diritti , il reato diventa di massa perché per motivi di opportunismo, si danneggiano in modo grave centinaia di migliaia di persone. Ma se i motivi strumentali sono causati da coloro che non organizzano i servizi necessari , violando così i loro doveri istituzionali, in questo caso gli obiettori di fatto non sono i ginecologi ma gli assessori regionali e i direttori generali delle asl, senza che nessuna norma li autorizzi ad esserlo. Il problema da tecnico, limitato ai ginecologi, come ha fatto intendere la ministra della sanità e la commissione affari sociali della camera con la sua risoluzione, diventa politico e come tale andrebbe affrontato.
In che modo? Cinque proposte
Lui va nel dettaglio, e qui lo interrompiamo. Per applicare la 194 basterebbe privilegiare i non obiettori nelle nuove assunzioni negli ospedali. Una cosa molto semplice per la ministra della salute Beatrice Lorenzin. Qualcuno ci risponda!
La redazione del sito della Libreria delle donne di Milano
(il manifesto 17 marzo 2014)
Intervento introduttivo alla discussione, dopo la proiezione alla libreria delle donne di Milano del film di Alina Marazzi “Tutto parla di te”.
di Sara Gandini
“Ogni madre conosce quel sentimento in bilico tra l’amore e il rifiuto per il proprio bambino. Una tensione dolorosa da vivere e difficile da confessare, perché va contro il senso comune di quel legame primordiale. Ci si aspetta che si tratti di amore incondizionato”, ha detto Alina Marazzi in una intervista. Tutto parla di te racconta di come ci si possa sentire sole e inadeguate. E di quanto faccia male scoprire che la maternità non è solo idillio.
«Torni a casa con il neonato e la festa non c’è. Facciamo fatica a confessare queste zone d’ombra a noi stessi e di conseguenza alla comunità. La tua vita cambia radicalmente, le tue giornate sono regolate dal bambino, provi una felicità sconosciuta, ma senti anche le rinunce, il sacrificio della tua libertà. La maternità è amore e rifiuto, è magnifica, orribile, spaventosa, fantastica», dice Alina Marazzi.
Alina ci ha dato l’occasione di riflettere sulla maternità a partire dal tormento e dalla paura di vivere fino in fondo il lutto per l’immagine di sé senza figli, e a partire dalla fatica del primo anno di vita della bambina o del bambino, che comporta senso di isolamento ma anche pienezza di un rapporto totalizzante, che mette sullo sfondo tutte le altre relazioni. Riflettere sulla maternità in fedeltà al sentimento d’inadeguatezza che coesiste con la scoperta di sé, di un’altra parte di sé, quella che possiamo ritrovare in territori emotivi raramente esplorati, nel viaggio ai limiti dell’amore, dell’allattamento, della solitudine, della notte.
Come scrive Laura Colombo su Leggendaria nell’articolo intitolato: “Madri senza tempo? Dialogo tra generazioni”, ci sono esperienze che hanno un senso più grande della singola individualità, e la maternità è una di queste.
Per questo vogliamo ragionarci inserendolo in un quadro storico che è segnato dall’avvento della libertà femminile. Prima del femminismo le donne, per essere tali, dovevano diventare madri, e quelle che non lo desideravano si sentivano diverse e forse non normali. Oggi non è più così, la presenza delle donne in tutti gli ambiti della vita sociale è in crescita, e la maternità è una delle possibilità nella vita di una donna (e può non esserlo). Nello scenario rivoluzionato dal femminismo la maternità da obbligo si è fatta scelta. Le donne sempre di più scelgono di fare figli e allo stesso tempo di non rinunciare al lavoro, a professioni che diano soddisfazione, a fare politica, a stare nel mondo con senso di responsabilità.
Dall’altra parte però ora le donne si ritrovano con l’imperativo sociale dell’emancipazione, dell’indipendenza economica, dell’efficienza sul lavoro. Il senso d’impotenza diviene il contraltare dell’efficientismo della madre/professionista/moglie/amante perfetta che allatta fino all’anno di vita, come richiede l’OMS, mentre lavora al PC da casa perché dopo i tre mesi ci si aspetta che sia produttiva e puntale sul lavoro come sempre. Eppure Marazzi ci ricorda che l’infanticidio, la depressione post parto, il disagio delle madri c’è ora come esisteva ai tempi delle nostre nonne.
Il film di Alina Marazzi, come anche il film di un’altra regista, “Quando la notte” della Comencini, coraggiosamente rappresenta le contraddizioni che le donne vivono, la zona d’ombra che non riguarda però solamente la conciliazione tra la maternità e il lavoro o la mancanza di servizi – realtà peraltro che molte donne patiscono. È qualcosa di più profondo.
Ricordo quando mia figlia aveva un mese. Mi sentivo come un automa: da un lato c’era quello che realmente provavo e dall’altro quello che dovevo fare. Ricordo i pensieri di morte dei primi mesi. Sono comparsi quando mi sono resa conto della responsabilità che avevo nei confronti di un altro essere umano, che dipendeva da me per la sua vita, e che sarebbe stata mia figlia per tutta la vita. Avevo raccontato l’angoscia dei primi mesi dalla nascita di mia figlia anche sul sito della libreria e tantissime donne avevano scritto al sito raccontando esperienze simili. Si sentiva che c’era una grande esigenza da parte delle donne di mettere in parole quello che vivevano. Il discorso esterno, sociale, infatti non riesce a rappresentare queste contraddizioni e non c’è luogo collettivo dove affrontare, capire, pensare al senso di queste profonde ambivalenze.
Alina Marazzi con il suo film aiuta a far entrare nell’immaginario comune l’ambivalenza dei sentimenti verso un figlio, che per la società sono e devono rimanere indicibili, sono considerati anormalità, e di cui la società non vuole sentirsi responsabile. Si tratta di una condizione che in quest’epoca sfiora la politica, che la relega ad una questione organizzativa (più asili nido), che arriva alla medicina quando sfocia nella patologia (depressione post partum) o finisce in una questione di cronaca quando diventa infanticidio o suicidio.
Laura Colombo, nel suo intervento sul supplemento di Leggendaria, raccontava di una grande solitudine simbolica delle donne nell’esperienza della maternità. Solitudine non solo come isolamento, ma soprattutto come mancanza di condivisione del negativo e del positivo che si vive.
Per far fronte a questo ci vuole anche narrazione, per creare significati fedeli all’esperienza e pensieri condivisi. Il difetto simbolico di senso genera infatti un infinito bisogno di rassicurazione, anche nella forma di consigli pratici.
Ma per iniziare a parlare davvero di maternità, assumendo la questione collettivamente, non solo affrontando il disagio individualmente, sono necessarie pratiche adeguate, che possiamo ereditare dal femminismo radicale. Facciamo riferimento al femminismo che fa leva sulla presa di coscienza soggettiva, che nasce e si sviluppa nella dimensione della singolarità e della soggettività, non sul piano della rivendicazione dei diritti e della parità con l’uomo. Entrambi gli approcci hanno lo stesso intento: rendere più vivibile il mondo che viviamo, ma si muovono con diverse pratiche.
Pensiamo ad esempio alla legge sui congedi parentali del 2000, che prevede permessi per la cura dei figli anche per il padre. Gli uomini, per lo più, non colgono questa occasione, perché accade solo quando riescono a fare quella mossa interiore di libertà che permette quella consapevolezza che la legge non potrà mai dare.
Il problema sociale esiste, ma riguarda in grande misura la sfera interiore, il senso che ognuno può scegliere di dare al fatto di essere padre o madre, uomo o donna, e solo una messa in discussione profonda può permettere un cambio di rotta.
Secondo Alina Marazzi, serve un nuovo patto tra donne e uomini, un atto di generosità per rifondare la società, dice in un’intervista. Nel suo film c’è solo una figura maschile più approfondita, Valerio, che non è il padre del bambino. E Alina dice che si tratta di una figura importante perché lei desiderava ci fosse almeno una voce maschile positiva, anche se il film nasceva per mostrare prima di tutto l’importanza che hanno le relazioni tra donna e donna, nei momenti di estrema fragilità legati alla maternità.
Però, dice Alina: “sono convinta che quel mondo fatto di attenzione e solidarietà non sia appannaggio solo delle donne. Ci sono anche uomini attenti, che guardano, osservano, ascoltano e sono vicini alla donna in quei momenti. Ma volevo che fosse chiaro che per me questo ruolo non deve per forza appartenere al padre del bambino o a un amante.”
Alina quindi accenna alla necessità di una ridefinizione del ruolo maschile all’interno della società contemporanea. Per questo mi è parso interessante che per la realizzazione del film abbia lavorato collaborando col padre di suo figlio e con il bambino a fianco. “Nella sceneggiatura c’è lo sguardo fondamentale del papà”, dice Alina.
Ma prima di tutto nel film Alina nomina l’importanza di relazioni femminili su cui poter contare, la relazione tra Emma e la sua amica più grande, Pauline sono al centro del film. Si tratta di una relazione importante non solo per il sostegno concreto, ma perché aiuta ad orientarsi, a trovare un senso a ciò che sta capitando, a mettere in parole, a creare simbolico e a fare entrare mondo nelle relazione madre-figlio.
È il desiderio di questa relazione che spinge molte donne a creare luoghi propri, come quelli di cui si parla nel film, commenta Sara Filippelli nella sua bella recensione a «Tutto parla di te», pubblicata sul sito della società delle letterate. Non è un caso, scrive Sara, che la sua collaboratrice principale per questo film sia l’amica di sempre Ilaria Fraioli, con la quale ha condiviso anche il montaggio doloroso e liberatorio di Un’ora sola ti vorrei.
Alina ci racconta della maternità come presa in cura dell’altro anche al di fuori della dinamica della coppia, della famiglia. In Italia il concetto di famiglia è ancora molto forte ma bisognerebbe cercare di aprire le famiglie, dice Alina in un’intervista, fare entrare nella famiglia anche altre figure.
Va detto che ci sono alcune invenzioni che rispondono a questo bisogno e a volte danno possibilità di uno scambio profondo. Prima tra tutte la rete, con le comunità online, i forum, i blog, i social network, luoghi che le donne creano e in cui sono particolarmente attive. Come dice anche Alina “l’attività molto forte di mommy-blogging è una forma che si rifà all’utilizzo del diario e infatti una primissima fase del lavoro al film era nata proprio con un blog per raccogliere storie dal web. Da qui nasce anche il sito www.tuttoparladivoi.com che raccoglie le testimonianze in forma scritta, fotografica o anche di twitter sull’esperienza della genitorialità”.
Sono contesti di condivisione che si sviluppano prevalentemente su Internet ma che poi hanno bisogno di scambi anche in presenza. Per far fronte a queste difficoltà, per creare significati fedeli all’esperienza e pensieri condivisi ci vuole narrazione, come dicevamo. Perchè lo straniamento dell’esperienza della maternità, il suo fascino e il suo orrore, è dato da qualcosa che si intuisce appena: un senso di trascendenza che però è radicato nel corpo femminile, come scriveva Laura su Leggendaria. «All’inizio della vita non si esiste separati dal corpo della madre. Dopo, quel corpo è un segno dell’indistinto, del confusivo, della minaccia per la propria identità che sta nel profondo di ciascuna. Contemporaneamente il corpo della madre è una zona limite, fluida e di passaggio, che porta alla differenziazione. Ma il legame totalizzante dei primi mesi è potente, rinforzato dall’accudimento totale, solo poco a poco e faticosamente può sciogliersi, perché c’è in gioco anche un aspetto raramente affrontato, la dimensione erotica tra madre e figlia/o, il piacere dato dal contatto fisico, dall’intimità che si crea durante l’allattamento, una situazione di piacere che crea un legame forte e appagante, con tutti i rischi che l’intensità della simbiosi comporta.»
Emma nel film ad un certo punto dice: “Ho capito che posso essere me stessa anche con lui al mio fianco”. Ecco il punto in cui la dipendenza diventa relazione.
Ad esempio io ho vissuto la maternità come un’occasione rara di consapevolezza. Proprio grazie ad un incontro così potente come quello con mia figlia, che rappresenta l’Altro da me, che inizialmente stava in me, ho dovuto fare i conti con aspetti che sottovalutavo, da cui scappavo. Mi ha costretto a riflettere sul senso delle mie relazioni, sulla dipendenza, sul vincolo, sulle relazioni per la vita… Per questo dico spesso che mia figlia mi ha messo al mondo.
Vorrei chiudere questo intervento chiedendo ad Alina come è stato accolto il suo film, se è soddisfatta. Leggendo alcune recensioni ho la sensazione che non deve essere stato facile trovare il coraggio di affrontare queste tematiche che spesso gli uomini trovano imbarazzanti, poco significative o pre-politiche. Le donne lo hanno accolto diversamente rispetto agli uomini?
di Luisa Muraro
La Spagna di Rajoy torna a una legge restrittiva dell’aborto. Al contrario, la Francia di Hollande va verso una legge più permissiva. Speriamo di non finire nei sordi contrasti del passato. Ci sono due posizioni che non offrono ascolto a chi la pensa diversamente. Una dice: l’aborto è un omicidio; l’altra dice: l’aborto è un diritto. Proviamo a farne senza.
Che l’aborto volontario sia un omicidio, è poco credibile, tant’è che le donne che interrompono la gravidanza non sono mai state viste come delle omicide. Ciò non toglie che interrompere una gravidanza sia sentito come qualcosa di difficile da accettare, se non c’è una vera necessità. L’embrione è l’inizio di una vita incorporata in un’altra vita, di una persona chiamata a portare avanti l’opera. Che, nella visione religiosa, è opera divina. Trattandosi però di una persona libera, può non acconsentire. È il punto grande e difficile di tutta la faccenda.
Ricorrere alla legge dello Stato per costringerla, è sbagliato. Occorre spiegarlo? Lo Stato non ha confessionali ma tribunali e prigioni: proibire o restringere gravemente l’interruzione volontaria della gravidanza equivale a creare un mercato nero. E poi, si può obbligare per legge una donna a diventare madre? No, risponde ogni persona di buon senso. Religiosamente parlando, Dio domanda una collaborazione libera.
Non tocca allo Stato proibire o autorizzare ciò che richiede una decisione personale e libera. Perciò, è sbagliato anche sostenere che l’aborto sarebbe un diritto: l’aborto è solo il rovescio di quel “sì” che la donna che resta incinta, è chiamata a dire. Sia però chiaro che lei, quale che sia la sua decisione, ha invece diritto alla salute e perciò a essere assistita. Ed è un diritto superiore alle tante comode obiezioni di coscienza che andrebbero sottoposte alla prova del tornaconto personale.
A chi vuole ridurre il numero degli aborti volontari avrei un suggerimento da dare. Spesso le donne restano incinte senza alcun desiderio di maternità. In quel punto alcune concepiscono anche il desiderio. Meno male, ma, in definitiva, meglio sarebbe se i due concepimenti, del desiderio e della nuova vita, fossero in accordo fra loro. Come si può fare? Imparando e insegnando agli uomini che la sessualità femminile non è destinata al loro uso e consumo. Pare incredibile ma, dopo due millenni di civiltà cristiana, tre millenni di civiltà mediterranea, quattro millenni di civiltà cinese, non lo sanno ancora.
(Luisa Muraro, Metro, 5 febbraio 2014)
Campagna di sensibilizzazione contro la violenza maschile sulle donne, ideata e curata dalle associazioni Maschile Plurale e Officina.
Alessio Miceli (di Maschile Plural e Officina) ne parla a Radio Popolare di Milano il 14-3-2014 durante la trasmissione “Localmente mosso”.
di Vera Schiavazzi
Architetto, docente, artista, collezionista, Corrado Levi, torinese con radici anche a Milano e a New York, è stato tra i primi a avvicinarsi al Fuori!, a sua volta il primo tra i movimenti di liberazione omosessuale nati in Italia. “Quel movimento, quelle riunioni, quella presa di coscienza sono stati l’evento più importante della mia vita, il punto di svolta. Per questo oggi, a distanza di più di quarant’anni, non mi sento solo: dentro di noi è rimasta quella libertà”.
Per un antico vezzo, Levi preferisce non dire la sua età, che, comunque, è alquanto superiore ai 60 indicati dal progetto del gruppo torinese come la soglia oltre alla quale la popolazione glbt potrebbe avere bisogno di aiuto. La ragione è semplice: quella di Levi e dei suoi coetanei è la prima generazione di omosessuali ad aver tradotto in impegno politico la propria vita privata, abbandonando mogli e mariti (quando c’erano) e famiglie “di copertura” fino a quel momento consuete nell’Italia del dopoguerra. Una generazione che, come racconta proprio Levi, perlopiù ha scelto di non vivere in coppia, o, quando l’ha fatto, non ha potuto ufficializzare un legame che ancora oggi non viene riconosciuto.
Essere gay, o lesbica, o transessuale, porta con sé una vecchiaia infelice? O anche soltanto solitaria?
“Non posso rispondere in generale. Ma terrei distinti i due problemi. Personalmente non mi sento solo anche se la penso come Paolo Poli. Dormire tutte le notti con la stessa persona mi è sempre sembrato di una noia mortale. Così, ho fatto coppia fissa soltanto due volte nella mia vita, e non è mai durata molto più di un anno. E anche ora che non ho più tanta voglia di incontri amorosi, non mi sento solo affatto: quelle antiche amicizie nate negli anni del Fuori! sono rimaste, ma soprattutto è rimasta la libertà, la coscienza di avere combattuto una battaglia decisiva, per noi e per gli altri”.
Com’era la vita “prima” del Fuori!?
“Una buona vita, almeno per me, che quando il movimento è nato ero già a metà del cammino, avevo moglie e due figli e insegnavo architettura. Ma anche una vita non del tutto libera, dove il timore e l’ipocrisia erano sempre in agguato. Non potrò mai dimenticare quella prima riunione nell’ingresso di casa di Fernanda Pivano: sentii parlare Mario Mieli, e per me fu la rivoluzione. Personale e politica. Un’emozione grandissima, la presa di coscienza che non eravamo soli e che raccontare le nostre vite, così come in quegli anni facevano le femministe, avrebbe potuto cambiare quelle degli altri”.
E dopo?
“Anche in questo caso sono stato fortunato. Dopo il mio coming out, i miei figli, ancora bambini, mi hanno espresso solidarietà, così come nel tempo ha fatto anche la loro madre. Dichiararmi omosessuale ha cambiato, in meglio, il mio modo di insegnare, e i colleghi docenti mi hanno incoraggiato a non avere paura di dichiararlo anche agli studenti”.
Lei è uno dei protagonisti del film documentario appena realizzato da Gianni Amelio, “Felice chi è diverso”. Un altro momento di liberazione?
“Non per me, che mi ero già dichiarato molti anni fa. Ma, comunque, un film importante, che ci ha permesso di misurare quali e quante siano le diversità anche all’interno della comunità omosessuale. Si ascoltano posizioni vicine a quelle pasoliniane, come Ciro Cascina, che rimpiange la vita omosessuale prima della globalizzazione, o altre come la mia, che d’accordo con Filippo de Pisis ritengo che il corpo parli un linguaggio suo proprio, diverso da quello della mente. Ho avuto un giovane innamorato che era fascista, e se quasi se ne scusava con me, ho conosciuto un prete gay che voleva ‘guarire’ e che invece ho invitato a lavorare su di sé. Non è detto che tutti debbano rimpiangere la coppia, la famiglia, i figli…”.
Non è detto. Ma è un fatto che dopo gli anni ruggenti del Fuori! molti si sono ritirati a vita privata e hanno cercato di farsela, una famiglia. E oggi sono vecchi, e a rischio solitudine…
“Me ne rendo conto. Io non ho mai voluto farlo, ma considero scandaloso che non sia possibile per i gay sposarsi, è un segno di quanto spessa sia la crosta cattolica e perbenista che ancora ricopre l’Italia. Io sento di non subire alcuna forma di discriminazione, viaggio, dipingo, qualche volta mi impegno ancora in politica. Ma quando leggo che un ragazzo di non ancora vent’anni si uccide perché omosessuale ne resto sconvolto. E capisco, e che non è giusto, per esempio, non poter lasciare i propri beni al compagno di una vita. E allora ben venga il progetto di Lambda”.
(www.repubblica.it, 13 marzo 2014)
