dal 15/4 al 15/5/2014
Dipinti e incisioni. La ricerca pittorica di Mezzadra affonda nell’informale e procede verso l’astrazione lirica. In mostra olii di grandi dimensioni, incisioni, libri d’arte e video documenti.
a cura di Giorgio Prevosti
mostra promossa da Provincia di Milano/Assessorato alla Cultura
testi in mostra di Luca Nicoletti
La mostra presenta una selezione di dipinti e opere calcografiche dell’artista Elena Mezzadra, nata a Pavia nel 1926 ma vissuta da sempre a Milano.
Dopo un iniziale tirocinio in campo grafico Mezzadra inizia la propria carriera artistica alla fine degli Anni Sessanta, stringendo presto un lungo sodalizio con la Galleria delle Ore. Ha tenuto importanti mostre personali, fra cui al PAC (1992) e al Museo di Lissone (2004). Suoi dipinti sono conservati a Milano presso il Museo del Novecento, la Casa-Museo Boschi Di Stefano, il Museo della Permanente e presso la sede Circolo del Commercio. Altre opere sono al Museo Diotti di Casalmaggiore, al Museo civico Parisi Valle di Maccagno e alla Civica Galleria d’Arte di Lissone, mentre sue incisioni si conservano presso la Galleria Villa dei Cedri di Bellinzona, il Museo della grafica di Hannover e il gabinetto disegni e stampe Achille Bertarelli di Milano.
La ricerca di Elena Mezzadra affonda nell’informale, come messa in discussione dialettica della pittura di segno e materia, che lei dirige verso l’astrazione lirica, ricompattando quella gestualità mossa e aperta dentro strutture formali fatte di sovrapposizioni e stratificazioni di tono e di colore.
La produzione del primo periodo, ancora legata al paesaggio e alla figura, appartiene – a detta dell’autrice stessa – ad una “fase di formazione”, tesa soprattutto all’ acquisizione del “mestiere”. E’ con gli anni Settanta che, grazie all’ influsso esercitato su di lei dall’opera di artisti quali Afro e Scanavino, la Mezzadra matura completamente la sua scelta in favore dell’ astrattismo. Le grandi composizioni nascono da un gesto iniziale tracciato direttamente sulla tela, senza alcun disegno di preparazione: questo primo abbozzo, il cui tratto arancione resta visibile a volte in trasparenza, è poi velato e ricoperto da diversi strati di pittura fino ad ottenere il meditato equilibrio dell’opera finita. L’immagine conserva in questo modo, nonostante l’omogeneità delle tinte e l’accuratezza della pennellata, una particolare forza espressiva.
Mezzadra ha condotto un processo di purificazione formale, fra pittura e arte calcografica, in un progressivo approfondimento cromatico e strutturale. La sua non è una geometria “descrittiva”, esattamente misurabile, ma si accompagna a un’eco di natura. In questa selva di rette e di forme, di vibrazioni della trama pittorica per progressivi passaggi tonali, si assiste a repentine e taglienti accensioni cromatiche, a guizzi luminosi e dinamici che orientano il senso del racconto astratto. Le sue opere rappresentano uno stato transitorio, dinamico, non per la traccia di un segno lasciato d’impulso, ma proprio per un senso di movimento interno alla struttura compositiva, all’andamento delle linee rette e spezzate che si intrecciano sul piano: il “racconto” è dato dal movimento dell’occhio, che viene guidato sulla superficie della tela secondo direttrici ben precise. Un meccanismo “futurista” in senso lato, se si vuole, quanto a restituzione di un movimento per via di forme, con un temperamento deciso e poco incline a facili concessioni.
Le opere in mostra coprono un periodo di attività dal 1989 al 2013, sono quadri ad olio di grandi dimensioni, incisioni eseguite su lastre di zinco o rame a punta secca o passaggio all’acido, alcune in due o più lastre sovrapposte ed in particolare una di grande formato e “libri d’arte” con incisioni che dialogano con testi di Umberto Eco, Roberto Sanesi, Giuseppe Curonici, in mostra e sfogliati in un video.
In mostra viene presentato inoltre un video con un’intervista all’artista a cura di Angelo Ferranti e Gian Franco Poletto.
Uffici stampa:
Provincia di Milano/Cultura, tel.02 7740.6358/6359, p.merisio@provincia.milano.it, m.piccardi@provincia.milano.it
Addetto stampa Assessore, tel. 02/7740.6386 – f.provera@provincia.milano.it
Le donne delle serie web
di Stefania Ulivi
Chiara coltiva la sua inesausta fiducia in un domani un po’ meno complicato del sudoku quotidiano tra famiglia, lavoro, amiche e fantasie di fuga. Lauren è stata stuprata da tre commilitoni del suo reparto e si batte per ottenere giustizia. Racey ha un nuovo lavoro e non ha intenzione di perdere il senso dell’umorismo nonostante le colleghe continuino a dirle che non deve sentirsi a disagio solo perché è l’unica nera del gruppo. Blue è una madre single e farebbe qualunque cosa per suo figlio. A patto che lui non scopra mai che cosa fa lei veramente. Sono passati solo otto anni da quando i frequentatori di YouTube fantasticavano sui brandelli della vita di Bree, che la sedicenne affidava a video diventati presto virali. Si trattava, in realtà, di fiction, una delle prime serie pensate per il web, lonelygirl15 . Anni in cui il web è passato da territorio di libera sperimentazione a terreno di caccia di talenti e intelligenze. Il luogo dove i grandi network e le case di produzione vanno a cercare nuovi autori e nuovi divi. Lasciando a loro l’onere dell’invenzione, nella speranza di godere poi degli onori. È (anche) un paese per donne il web, almeno quello americano. Lì è nato il regno di Felicia Day, la regina della cultura geek . Era un’attrice apprezzata, conosciuta per il ruolo di Vi in Buffy l’ammazzavampiri, poi si è inventata, quasi per scherzo, The Guild una serie nata dalla sua mania per il videogioco World of Warcraft. L’aveva pensata come episodio pilota per la tv. Per sua fortuna nessuna rete si dimostrò interessata. Su consiglio dell’amica e coproduttrice Kim Evey la girarono, con la regia di Jane Selle Morgan, per il web, facendosi finanziare dal pubblico attraverso PayPal. Oggi la sua Codex è venerata come una pioniera, e il suo canale su YouTube detta legge. Ancora più stellare la parabola di Lena Dunham, coccolatissima autrice, protagonista e regista di Girls che, tra le medaglie vanta, anche la benedizione di Nora Ephron. Si ritagliò il suo spazio nel 2009 sul web, con Delusional Downtown Divas. In molte le hanno seguite, e la galassia si è andata via via strutturando. Guerriere, cantanti, poliziotte, avvocate, madri, figlie, bandite, scienziate, nerd, bambine, cattive ragazze. Ce n’è per tutti i gusti e tutti gli orientamenti. Autoprodotte o con budget ormai impegnativi. Oggi il canale Wings, lanciato su YouTube nel 2012, come logo un profilo femminile, si rivolge a un pubblico fino pochi anni fa appannaggio delle reti tv. Titoli come Blue, Lauren, Paloma interpretati da attrici note: Jennifer Beals, Anna Paquin, Julia Stiles, America Ferrera. La differenza, da noi, l’ha fatta una mamma di 39 anni. La Chiara Guerrieri di Lucia Mascino frutto della fantasia da Ivan Cotroneo. Un’eroina contemporanea Una mamma imperfetta che, come altre creature del web, ha creato qualcosa che prima non c’era. Un’inedita collaborazione tra Indigo, Raifiction e il Corriere della Sera , un successo popolare per le due stagioni e il film, l’imminente lancio di un canale dedicato, e una comunità di fan che, in buona parte, non frequentava il web. Anche quella italiana è una galassia in continua evoluzione con gruppi e autori corteggiati da reti tv, festival e produttori. Ma ancora molto dominata da uomini. Di questo parleremo domani alle 18 al Teatro Franco Parenti con Francesca Cima (Indigo), Lucia Mascino, Silvia Novelli regista delle BadHOLE, Ivan Silvestrini, regista e sceneggiatore di «Stuck». In programma anche una web-maratona dei titoli più significativi. Un nuovo appuntamento de «Il tempo delle Donne» organizzato da La27ora-Corriere della Sera , Io Donna , Valore D e WE-Women for Expo. Che a fine settembre darà vita a una tre giorni sui temi delle donne contemporanee
(Corriere della Sera,16 aprile 2014)
da Repubblica TV
di Cecilia D’Elia
Sopravvivere al proprio figlio è un dolore indicibile, sopravvivere al proprio figlio ammazzato toglie il fiato; sopravvivere al proprio figlio mentre il mondo costruisce un’immagine deformata di lui e fa il vuoto intorno a te è impresa impossibile. Ma accade. È successo a Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi, che oggi lo racconta in uno struggente libro, scritto con Francesca Avon : Una sola stella nel firmamento. Io e mio figlio Federico Aldrovandi (Il saggiatore, pp. 184, euro 14,50). «Io e mio figlio», perché questa è una pagina della storia italiana che narra di un paese dove capita di morire ammazzato da chi dovrebbe tutelarti e difenderti. Patrizia Moretti sente di dover riconsegnare a suo figlio la dignità di una memoria veritiera, perché anche di questo è fatta la giustizia. Sa di dover ricomporre l’immagine infangata del figlio, quella del balordo che se l’è cercata. Si sente come la mamma scoiattolo della favola, che uscita a cercare cibo al ritorno trova la casa distrutta dall’oceano e cerca disperatamente i suoi figli. Così anche lei lotta contro l’oceano infinito.
Tutto comincia la mattina del 25 settembre 2005 a Ferrara. Federico ha 18 anni, torna a casa da una serata con gli amici a Bologna, ha scelto di fare l’ultima parte di strada a piedi. Morirà in via Ippodromo. Il suo decesso viene constatato alle 6.16. Patrizia Moretti ci riconsegna i pezzi di un puzzle che faticosamente negli anni ha cominciato a comporsi, ma all’epoca lei dovette aspettare le 11 per apprendere che il figlio era morto. Eppure da tre ore lei e il marito stavano tempestando di telefonate Questura e ospedali per avere notizie del loro ragazzo. In quelle tre ore, il suo corpo era rimasto a terra in via Ippodromo. Per la polizia Federico è morto per overdose ma lo zio, infermiere all’obitorio, ha visto il corpo del nipote ricoperto di ferite e «tutto storto». Una famiglia sconvolta e stordita dal dolore si ritrova in quei giorni sola di fronte alle autorità di polizia e alla stampa locale che raccontano di Federico morto per un malore. Il questore convoca i genitori per spiegare che Federico è morto da solo e prova a scoraggiarli dal nominare un avvocato.
Soli, a parte qualche amico, mentre la città si convince della versione offerta dalla polizia, aspettano i risultati della perizia tossicologica. Ci metteranno tre mesi ad arrivare. Nel sangue troveranno quantità insignificanti di sostanze: nulla che possa avallare la versione di un ragazzo in preda a una crisi d’abuso. Forze di polizia e autorità inquirenti collaborano a costruire una narrazione che non le compromettano. Nessuna redazione locale in quei giorni pubblica la foto di Federico massacrato. Eccolo l’oceano da sfidare. Non è la forza della natura come nella favola del castoro ma la violenza e l’omertà degli uomini.
A Natale, il primo senza Federico, Patrizia decide di raccontare in rete chi era suo figlio. Il 2 gennaio 2006 nasce il blog dedicato a Federico Aldrovandi. Arrivano migliaia di commenti. Liberazione e il manifesto iniziano a parlarne. Poi Repubblica e il Corriere, e Chi l’ha visto. Titti De Simone, allora parlamentare di Rifondazione, interroga il ministro Giovanardi che ammette l’uso violento dei manganelli, rotti a furia di percuotere, ma parla, come continuerà a ripetere, di un ragazzo eroinomane.
Il libro ripercorre le tappe dell’impegno di Patrizia, del padre Lino, del fratello Stefano per avere giustizia e ristabilire la verità; i concerti organizzati con gli amici di Federico, le canzoni a lui dedicate. Gli alleati più vari, come i tifosi della Spal e poi altre tifoserie. Infine quattro agenti vengono iscritti nel registro degli indagati, il questore viene trasferito e una donna di origini camerunensi dice quello che aveva visto e sentito la mattina in cui Federico fu ucciso.
Arriva il processo e la sofferenza dei racconti. La sentenza. Colpevoli. «È giusto che ci sia una condanna non sono neppure riuscita a sentire di quanti anni ma non è così importante». Anche se un pezzo continua a mancare, quei tre quarti d’ora da quando Federico ha lasciato gli amici a quando Annamaria Tsagueu l’ha visto. E quei poliziotti sono ancora poliziotti, pur essendo colpevoli. E ci sono anche degli irriducibili, come i poliziotti del Coisp che hanno manifestato sotto le finestre del Comune di Ferrara, dove lavora Patrizia, o il senatore Giovanardi che ancora contesta che la macchia sotto la testa di Federico sia sangue.
Il libro è anche la storia di Patrizia, del suo dolore privato e della sua presa di parola pubblica. Per reagire ha dovuto imbrigliare il furore che si porta dentro. Ma di Federico ha saputo ricomporre la memoria e l’immagine che lei stessa ha scelto, la foto che tutti conosciamo, uno sguardo che è «un rimprovero muto» di quel ragazzo che, nato prematuro, un giorno strappò il tubicino che lo aiutava a respirare per il desiderio di cominciare a vivere. La stessa della copertina del libro, Federico bellissimo che ti guarda negli occhi.
(il manifesto, 12.4.2014)
di Maria Castiglioni
Pensiamo che l’amore per la politica sia animato dal desiderio di cambiare le cose e di instaurare relazioni significative tra chi la fa: questo amore può giocarsi fuori come dentro le istituzioni della rappresentanza.
Per chi lavora nelle istituzioni osserviamo(ed è opinione comune) che il desiderio di cambiamento spesso si infrange contro i dispositivi e le logiche del potere, a cui sembra si pieghino anche gli spiriti più radicali, con effetti di rapida delusione dei loro sostenitori/sostenitrici. Anche le donne non ne sono esenti: in questo senso interpreto la seduzione del 50/50 che comporta più svantaggi che guadagni, quali lo spegnersi del conflitto uomo-donna, come ha efficacemente sottolineato Ida Dominijanni.
Rilevo che manca una riflessione, libera e articolata, delle donne sulla loro passione per la politica istituzionale. Nei nostri incontri come Giardiniere quello che è apparso chiaro, incontrando Lucrezia Ricchiuti (allora vicesindaca di Desio)e Maria Ferrucci (attuale sindaca di Corsico), è la passione per la legalità, il ristabilimento delle regole a cui gli uomini che le hanno inventate, per primi, vengono a meno con molta spregiudicatezza ed enormi danni per la collettività.
Recentemente, incontrando la vicesindaca di Milano, Lucia De Cesaris, abbiamo notato in lei anche una passione per una ‘visione’ diversa della città, per una città più vivibile e salutare, a cui lei ritiene di adeguare la sua azione istituzionale.
La mia curiosità, verso chi fa la politica nelle istituzioni, si concentra essenzialmente su tre punti:
1) il vincolo di appartenenza, che comporta una condotta di lealtà verso l’istituzione (e verso i propri colleghi/e) e il conflitto che ne può nascere rispetto a se stesse nonchè alle istanze dei rappresentati;
2) la logica dell’emergenza: non si può cambiare perchè bisogna tamponare, si deve tamponare perchè l’assetto è fragile e ogni apertura rischia di modificare gli equilibri in atto con rischiosi effetti di scompenso del sistema a cui si appartiene;
3) la seduzione del potere, il suo rappresentare le 3S:soldi, sesso, successo. Rilevo però anche un’altra grande attrattiva rappresentata dal ‘mestiere della politica’: la possibilità di far coincidere una passione con un lavoro -ben- remunerato (il famoso ‘rivoluzionario di professione’).
Per quanto riguarda la politica delle Giardiniere e il modo in cui questa si intreccia e con quella istituzionale e la decodifica, parto da una esortazione/invito di Antje Schrupp: dobbiano pensare che queste donne esprimano–oltre alla volontà di accesso al potere –anche un forte desiderio di politica(VD 99/2011).
Che cosa significa questa affermazione calata nella nostra pratica politica, allorquando questa comporta l’interlocuzione con donne al potere?
Sicuramente una incertezza di codici interpretativi. Se mettiamo all’opera quelli usuali interpretiamo la relazione, e le ‘mosse’ fatte al suo interno dalle nostre interlocutrici al potere, nella logica strumentale, machiavellica, doppiogiochista, preoccupata del consenso elettorale etc.
Questa interpretazione non è facile da lasciare: un po’ perchè nella cultura di sinistra la lotta di classe è comunque una chiave di lettura importante, un po’ perchè l’abbandonarla ha significato spesso colludere con la controparte e svendere i propri obiettivi.
Quindi ‘vedere altro’, come ci invita a fare Schrupp, è impresa molto delicata che si muove tra questi due versanti. Ciò che sta in mezzo, cara Antje, è tutto, o quasi, da costruire.
Per quanto mi riguarda comincio dall’irritazione che mi provoca la decodifica secondo la pura logica strumentale e spiego il perchè. La sento innanzitutto riduttiva della competenza relazionale e della tenacia del desiderio messo in campo dalla politica prima. Ad esempio, nella interlocuzione con la De Cesaris ha contato di più la lettera d’appoggio al nostro progetto del CdZ7 o la forza del nostro desiderio? Ha contato di più la preoccupazione per i colpi che sta perdendo la giunta Pisapia nel consenso dei cittadini, o la nostra competenza, sia di contenuti che relazionale? Ha contato di più il suo desiderio, della De Cesaris, di una buona politica o la logica dell’operazione d’immagine?
Da questa pratica di interazione con queste donne io, all’oggi, ho imparato due cose:
1)stare al detto e allo scambiato, con rigore, senza aggiungere altro (sogni, fantasie), nè forzare la mano (con intepretazioni/attribuzioni) o avere la presunzione di stare dalla parte giusta (anche se è vero, ma non serve) o di insegnare cosa fare ( i gatti sanno arrampicarsi da soli…).
2) l’attenzione al linguaggio: le metafore guerresche non servono se non siamo in guerra (vittoria, strappare un risultato, sfida, ultimatum, parte avversa/controparte, tattica/strategia): occorre sforzarsi ogni volta di trovare parole esatte che restituiscano con fedeltà la realtà delle cose e della relazione in atto.
Da ultimo vorrei porre una questione: ho sentito alcune donne lamentarsi della vacuità delle aule(parlamentari, consigliari) in cui fanno politica, altre ammettere che comunque stare lì è anche interessante. Al di là dei vissuti personali mi chiedo se è possibile – e come- trasfondere, in quei luoghi, alcuni elementi della ‘politica del simbolico’ o ‘politica del significato’ (la definizione è di Bell Hooks), i cui cardini sono: il partire da sè, dalla forza del proprio desiderio e la pratica di relazioni, gratuita e non strumentale e come è possibile mantenere una relazione con chi questa pratica politica la fa.
di Alessandra Pigliaru
II 12 e 13 aprile a Verona si svolgerà l’incontro nazionale dal titolo Sono cambiate molte cose. Donne e uomini reinventano il presente educativo. A promuovere il convegno sono in tante e tanti che in questi anni hanno creato, a vario titolo, la pedagogia della differenza sessuale e il movimento di autoriforma. Si potranno dunque ascoltare gli interventi e le restituzioni di Anna Maria Piussi e Antonia De Vita (Università di Verona), Alessio Miceli (Maschile Plurale), Clara Bianchi e Maria Cristina Mecenero (Maestre in ricerca e in movimento), Vita Cosentino (rivista Via Dogana), Marina Santini (Autoriforma della scuola), Sara Gandini (Libreria delle donne di Milano), Salvatore Guida (Stripes), Maria Piacente (rivista Pedagogika), Antonietta Lelario (Le città vicine) e Gian Piero Bernard (La Merlettaia). Nella lettera d’invito, disponibile integralmente nel blog dedicato all’iniziativa (http://cesdef.wordpress.com), l’intento è piuttosto chiaro.
Si legge, infatti, che «L’esigenza è quella di comprendere che cosa è in gioco oggi, rifare il punto delle esperienze e dei risultati maturati da donne e uomini nelle scuole, nelle università, nei servizi – istituzioni a rischio di delegittimazione – nei territori, nelle «altre scuole», luoghi in cui si costruiscono saperi in altro modo: libere università, redazioni, libere aggregazioni, sperimentazioni economiche, artistiche e sociali». È un passaggio cruciale che posiziona il desiderio dell’incontro veronese come il rilancio di un percorso più lungo.
Il desiderio è quindi la domanda politica di lettura e di generazione della realtà, dopo quasi trent’anni dall’inizio della pedagogia della differenza insieme alle connessioni tra contesti diversi che non siano necessariamente istituzionali; si tratta piuttosto di dare conto di ricerche mosse da nuove forme di relazionalità politica.
Mutazioni in atto
Ma qual è il significato di aver pensato un convegno simile proprio ora? Non ha dubbi Anna Maria Piussi: «L’idea di questo convegno mi è venuta dopo aver partecipato all’Incontro femminista di Paestum 2012, per il senso di libertà e la ricchezza di scambi circolati lì, ma anche per le denunce lì avanzate circa l’assenza di pensiero e di pratiche femministe nella scuola e nell’Università e il silenzio delle insegnanti sulla differenza sessuale. Come se d’un solo colpo fossero azzerate scoperte, pratiche e parole, tutto un fermento creato a partire dalla metà degli anni Ottanta dalle donne con la pedagogia della differenza e il movimento di autoriforma, e si dovesse ricominciare daccapo. Quando nel frattempo si impongono dall’alto politiche di parità, iniziative di educazione al genere che rischiano di cancellare le soggettività e le relazioni, e si accendono dibattiti fuorvianti sul superamento della differenza donna/uomo e delle differenze soggettive in nome dell’uguaglianza di diritti. Da tempo sentivo, con altre, la necessità di un confronto di ampio respiro su scuola ed educazione in un mondo trasformato dalla libertà femminile, e questa volta anche con uomini. La scommessa dell’Incontro nazionale è quella di misurarsi con il presente – un presente disorientato ma anche promettente — perché scuola, educazione, formazione siano realmente al cuore di una nuova civiltà di rapporti, e con la radicalità che viene dall’agire con libertà e consapevolezza la differenza di essere donne e uomini».
Nuovi sguardi
Dall’università alla scuola elementare e ritorno, dunque, passando per i vari cicli didattici e per esperienze fuori dalle istituzioni formative tradizionalmente intese, il motivo di guadagno di un’impresa come questa ha radici ben salde e tenaci. Stando sul presente, e soprattutto intorno a ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni, non può essere negata l’esistenza fertile di quelle che Antonia De Vita chiama altre scuole, registrando così molte esperienze che pur mantenendo una spiccata implicazione educativa, decidono il proprio spazio di creatività ed espressione fuori dalle sedi tradizionalmente deputate a farlo. Ecco perché la domenica del 13 verrà dedicata a Contesti e pratiche che generano saperi e nuove visioni.
«Infatti — prosegue De Vita — nei contesti urbani sono nati gruppi e libere aggregazioni che attorno a gesti di consumo e produzione critica (G.a.s, Des, etc.), o alle occupazioni di spazi simbolici delle città (Teatro Valle, Roma; Macao, Milano), o alle creazione di nuovi legami sociali di prossimità e di convivenza nel proprio territorio (Città vicine, associazioni e gruppi di vicini), hanno inventato o riattualizzato pratiche e saperi della materialità, nuove forme del consumo e del lavoro, della convivenza e della convivialità. Abbiamo assistito poi, in contesti informali, associativi e sociali, alla diffusione di saperi e sapienze che rimettono al centro l’intelligenza del corpo nella sua connessione con la mente. Pratiche molto antiche, come quella della presenza mentale, o più recenti che segnalano il bisogno di scommettere su saperi per la vita e per l’educazione ispirati a epistemologie dell’integrazione tra dimensioni razionali e affettive ed emozionali. Questi luoghi di pratiche e di saperi ci sembrano significativi non solo per ridisegnare i nuovi spazi dell’educazione e della formazione, ma anche per mostrare le nuove visioni che le ispirano».
L’annuncio dell’incontro nazionale veronese era stato anticipato durante i lavori preparatori di Paestum 2013, quando cioè era stata esplicitata la scommessa politica relativa ad un laboratorio interamente dedicato al tema durante la due giorni femminista. Dopo quell’esperienza sono state rese disponibili alcune restituzioni ora presenti nel blog http://paestum2012.wordpress.com. Per quell’occasione, Antonia De Vita, Valentina Festo e Alessio Miceli (tra altre e altri partecipanti) avevano sintetizzato alcuni punti essenziali delle loro singole esperienze. De Vita riconosce come siano trascorsi molti anni dal movimento di insegnanti che attorno alla pedagogia della differenza sessuale prima e al movimento di autoriforma della scuola poi, aveva raccolto riflessioni e inventato pratiche corredando tanti testi e dando vita a numerosi convegni.
Alla luce del desiderio
Tra i volumi basti ricordare Educare nella differenza (1989) a cura di Anna Maria Piussi ma anche Sapere di sapere (1994), insieme a Buone notizie dalla scuola. Fatti e parole del movimento di autoriforma (1998), per le cure di Vita Cosentito, Antonietta Lelario e Guido Armellini. Ma Maria Cristina Mecenero, maestra elementare in una scuola della periferia milanese, e molto attiva nel sostenere il sapere autonomo e relazionale delle maestre, considera soprattutto un punto: «A Roma nel convegno Che genere di programmi (febbraio 2013) molte delle presenti sostenevano che nelle scuole non c’è più niente, niente iniziative autonome, niente lavorio per creare nuovi sguardi verso l’esserci femminile e maschile in questo mondo; anzi: le insegnanti non portano libertà, la ostacolano e c’è bisogno di esperte per assisterle nella programmazione e progettazione. Una postura pericolosa, che non tiene conto di ciò che avviene in molte relazioni comuni e reali, nei vari contesti formativi. Non si vede che si è il cambiamento. C’è un misto di arretramento voluto e di qualcos’altro. Possiamo stare all’intreccio tra realtà diverse? Siamo interessate a confrontarci con altre impostazioni? Le iniziative centrate sulla discriminazione femminile e sugli stereotipi rischiano di trattenerci nel passato e distoglierci dal riconoscere e agire il cambiamento, dal desiderare in grande. Ci sembra più urgente raccontare ciò che di nuovo sta già capitando. Abbiamo bisogno di portare alla luce ciò che già si fa nella direzione di scambi creativi, anche conflittuali, che consentono di cambiare in meglio le condizioni del vivere insieme».
Educare nella differenza attiene anzitutto al come e non al che cosa; non è la proposta di pari opportunità di genere, soprattutto se calata dall’alto, o di formazione a tematiche di genere a procurare il cambiamento, bensì il modo stesso di agire la propria libertà che traccia un orizzonte; altresì è ugualmente la modalità stessa che si intrattiene con le forme del sapere a costituire un cambio di prospettiva.
Alessio Miceli, forte anche della sua esperienza di insegnante negli istituti superiori, specifica che c’è bisogno di smontare «quei meccanismi con cui si comprimono i corpi, i tempi ed i pensieri svuotati di sentimenti, mancanti di contatto con il mondo. Ci sono interi programmi che restano lettera morta fin quando qualcosa non viene illuminato dalle domande di senso che ciascuno/a si pone. Coltivare, porre e ascoltare queste domande soggettive ci riporta alla radice viva dei saperi che abbiamo costruito. Poi la propria soggettività incontra le altre e si può cooperare anziché essere tenuti a competere, una forma di pensiero e di relazione salvavita nella giungla del mercato attuale (e della sua pedagogia)».
Il punto su cui insiste Miceli è soprattutto l’ipotesi di «scardinare l’istituzione che è dentro di noi». Ciò sottende sia una pratica di libertà (che è poi il vero cambiamento portato dal femminismo) che una soggettività capace di costruire relazionalità, oggi, tra donne e uomini. Del resto, come ricorda Sara Gandini, non è stato forse il movimento di autoriforma della scuola a chiedere «il minimo di potere e il massimo di autorità»? Se dunque la partita che si gioca all’interno della scuola dovesse concludersi in un’aggiunta di contenuti e saperi critici sull’identità di genere sarebbe davvero poca cosa.
La scuola-comunità
A questo proposito, Maria Cristina Mecenero, è da anni impegnata nella riflessione e nella pratica della differenza insieme a donne e uomini da nord a sud dell’Italia. Il suo è un posizionamento piuttosto preciso sul lavoro educativo; se si può partire dal carattere di osservazione dell’esistente, constatando per esempio una partecipazione genitoriale crescente, è pur vero che le relazioni familiari e culturali portate nelle classi da bambine e bambini mostrino meglio di qualunque altro esempio il guadagno delle narrazioni che sono già frutto di cambiamento. Ciò significa forse una scuola che si sente comunità, che dichiara cioè di poter dire, nel proprio tessuto anzitutto simbolico, di non rappresentare un pezzo della società ma di sperimentare una trasformazione già in atto.
Non si tratta quindi di affiancare alle e agli insegnanti nessuna figura esperta esterna e calata dall’alto. Si tratta piuttosto di fare agire la libertà delle relazioni di differenza, comprese quelle sviluppate tra le varie istituzioni scolastiche e quelle che istituzionali neanche desiderano diventarlo. Prestare attenzione al cambiamento già in atto alza la posta in gioco della scommessa educativa e insieme racconta di un presente declinato al futuro.
(il manifesto, 10 aprile 2014)
Introduzione di Silvia Motta
Benvenute e benvenuti.
Politica mon amour è il tema del nostro incontro e qui a questo tavolo, con me e Maria Castiglioni, ci sono due donne impegnate politicamente nelle istituzioni, due parlamentari: Lucrezia Ricchiuti senatrice del PD e Laura Puppato deputata del PD, che ringraziamo per averci dato la loro disponibilità.
Questo incontro ha una sua storia.
Come qualcuna ricorderà più di un anno fa, in corrispondenza di un risultato elettorale che aveva visto l’entrata massiccia di donne in Parlamento – soprattutto del PD, di SEL e di 5 Stelle – in una riunione qui in libreria, dove questo risultato era stato accolto con interesse e curiosità, avevamo espresso il desiderio di entrare in contatto con loro, di interloquire, di creare un terreno comune dove avviare lo scambio e il confronto.
Io stessa, avevo lanciato l’idea di scrivere una lettera, idea accolta positivamente da molte, tanto che ho ricevuto varie sollecitazioni a dare seguito a questa proposta.
Poi le vicende della politica (l’estenuante iter del governo che voleva fare Bersani e tutto il resto) hanno un po’ oscurato questo risultato elettorale e noi stesse ci chiedevamo: ma a chi scriviamo, chi interpelliamo, come?
Nonostante questo, la proposta non è caduta e abbiamo seguito un’altra strada, che ci è certamente più congeniale: quella di partire dalle relazioni… e qui interviene Maria, già impegnata nei tavoli del Comune di Milano e nel gruppo delle Giardiniere e in relazione con Lucrezia Ricchiuti… e tramite loro abbiamo sentito Laura Puppato e altre parlamentari.
Oggi sono qui loro due, ma abbiamo speranza di incontrare in seguito anche altre donne impegnate nelle istituzioni tradizionali della politica .
Il desiderio di interloquire non data però solo da quella riunione che ho citato.
Ricordo l’iniziativa dell’Agorà del lavoro… per chi non la conosce, un incontro mensile sul tema del lavoro a partire dalla divisione sessuale e a partire dal punto di vista delle donne… “una piazza pensante”, l’abbiamo definita… Questa iniziativa è al suo terzo anno, e nasce proprio con un grande desiderio di aprire il confronto con tutte/tutti – anche gli uomini: con gruppi e donne singole, sindacaliste, assessore del comune eccetera.
E poi, sempre sotto lo stesso segno di grande volontà di confronto serrato c’è stato nel 2012 il grande incontro del femminismo a Paestum, più di 800 donne… delle più varie provenienze e schieramenti, singole e appartenenti a gruppi… E questo incontro è stato replicato ancora con successo nel 2013.
Dunque, un desiderio rispetto a questo incontro che viene da lontano.
Qual è l’obiettivo dell’incontro di oggi?
Diciamo subito una cosa: siamo qui per ascoltare e per discutere insieme lasciando perdere appartenenze e schieramenti politici.
Siamo mosse dalla voglia di conoscere un’esperienza che a noi manca.
Siamo curiose di sapere le difficoltà che incontrate nel portare lì, nei luoghi del potere, la vostra soggettività, il vostro pensiero, le soluzioni in cui credete.
Vi poniamo dunque alcune domande, le stesse che si poneva Antje Schrupp (in un articolo apparso su Via Dogana nel dicembre 2011) guardando alle molte che in Germania, negli ultimi dieci anni, hanno occupato posizioni influenti in sedi istituzionali quali ministeri, tribunali, università, chiese, aziende…
Che esperienza vivete nel tentativo di portare la vostra politica nei luoghi del potere?
Quali sono gli ostacoli e i conflitti che si aprono quando si vuole portare avanti una politica non interessata al potere in quanto tale?
Si riesce?
Cosa riesce?
E aggiungo io: perché sono così rari i casi in cui le donne in Parlamento, indipendentemente dagli schieramenti, fanno sentire la loro voce… o portano argomenti che rivelano una sensibilità comune?
Il perché di queste domande credo sia evidente… ma lo preciso.
Penso che sarebbe davvero importante creare un flusso di scambio e di reciproco alimento tra voi che portate la vostra passione politica nelle istituzioni e che vi confrontate con un day by day che immagino molto pressante e tutta quella politica di confronto sull’esperienza delle singole donne che in questi quarant’anni ha prodotto un grande sapere in tutti i campi… quello del lavoro e dell’economia, della sessualità, della scienza, della letteratura, delle arti… la filosofia … davvero in tutti i campi.
Un sapere che, ad esempio, qui in libreria si sviluppa con una pratica politica di autocoscienza, basata sulle relazioni, e che produce un agire politico molto ampio… La rivista politica Via Dogana che esce ogni due mesi, gli incontri, i video, il sito… Non sto a elencarle tutte, tante iniziative.
E altre, impegnate in altri luoghi, possono fare molti altri esempi.
Ma a me sembra che, di tutto questo sapere e azione politica di cambiamento che il movimento delle donne produce fuori dai luoghi istituzionali, nelle istituzioni si perda traccia… non se ne vede il riflesso. La mia domanda è: perché?
Adesso do brevemente la paola a Maria Castigliani che ha un’esperienza che l’ha coinvolta in maniera più diretta nelle iniziative del Comune di Milano e che ha lavorato fianco a fianco con le donne elette.
di Bruno de Filippis
La legge 40, come molti ricordano, fu approvata in tutta fretta, omettendo di valutare oltre 300 emendamenti all’epoca presentati e fu “blindata” dalla maggioranza di allora, che mostrò compattezza, nel respingere ogni proposta di correzione o miglioramento, e volontà di pervenire, senza modifiche, all’approvazione del testo predisposto. Verosimilmente, se all’epoca fosse stata mostrata maggiore disponibilità al dialogo, la legge non avrebbe successivamente conseguito il non invidiabile primato di essere tra quelle più spesso e per maggior numero di aspetti sottoposta al giudizio della Corte Costituzionale, con eccezioni di contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione.
Subito dopo l’approvazione, la legge fu definitiva «la più punitiva d’Europa», in quanto si occupava delle norme relative alla procreazioni assistita con un’ottica penalistica, invece che promozionale e civile, nonché creava una nutrita serie di nuove fattispecie penali, vale a dire faceva contemporaneamente nascere ipotesi di reato che prima non esistevano, destinate a punire i cittadini, i medici, i ricercatori ed i responsabili dei centri che non si fossero attenuti alle sue disposizioni. Da quel momento molte coppie, private della possibilità di valersi dell’ausilio della scienza per realizzare il sogno di poter avere un figlio, si rivolsero ai tribunali e, sia in sede giudiziaria, che amministrativa (decisioni dei Tar) furono sollevate eccezioni di incostituzionalità, che determinarono rimessione dei procedimenti alla Corte Costituzionale.
L’apice di tale attività di impugnazione si ebbe il primo aprile del 2009, allorché la Consulta dichiarò l’illegittimità costituzionale dell’art. 14, comma 2, demolendo alcuni dei principi fondamentali della legge 40. Da quel momento, il numero di embrioni da impiantare non fu più aprioristicamente deciso dalle norma, ma stabilito dal medico, sulla base della situazione clinica di ciascuna paziente e, quindi, tenendo conto della sua salute, nonché fu abolito l’obbligo di impianto, sempre e comunque, degli embrioni formati, a prescindere dalle condizioni fisiche e psicologiche della donna che doveva riceverlo. Divenuto così possibile che alcuni embrioni fossero formati e non utilizzati, si ammise la possibilità di una loro crioconservazione.
Nonostante questo importante risultato, che stravolgeva l’impianto iniziale della legge 40, la stessa continuò ad essere diversa dalle analoghe normative esistenti in molti altri Paesi europei. Le contestazioni, i ricorsi al giudice e le rimessioni alla Consulta proseguirono, poiché molti cittadini continuavano a percepire un fondamentale distacco tra le previsioni di legge e ciò che esse determinavano, da un alto, ed i diritti fondamentali della persona dell’altro. Poter avere dei figli, avere figli sani, essere in condizione di esercitare come tutti gli altri i propri diritti in una sfera personalissima e decisiva per la vita e la realizzazione personale non è cosa cui si possa facilmente rinunciare.
Dopo la battaglia giuridica per la diagnosi pre-impianto, necessaria per poter far nascere bambini sani, portata avanti dalle coppie portatrici di malattie geneticamente trasmissibili e dalle associazioni che le sostengono, battaglia che ha condotto all’importante risultato di rendere possibile questa indagine, prima vietata, la fecondazione eterologa è divenuta la questione più rilevante e maggiormente al centro del dibattito giuridico e sociale sulla legge 40 o si potrebbe dire, su quanto ancora di essa resta in piedi. Il Legislatore avrebbe infatti potuto intervenire ed anticipare ulteriori pronunce di incostituzionalità, ma non lo ha fatto, preferendo lasciare alla Corte funzioni che avrebbe potuto rivendicare per sé. Il divieto di fecondazione eterologa è, tra i numerosi divieti posti dalla legge 40, uno dei più incomprensibili. Prima della legge, molti ritenevano che pacificamente la coscienza sociale ritenesse legittimo il ricorso ad essa. La fecondazione eterologa, infatti, si attua allorché una coppia, per poter procreare, ha bisogno dell’intervento esterno di un donatore. Come nell’adozione i due genitori, con un atto d’amore, scelgono di considerare proprio figlio un bambino biologicamente generato da altri, così nell’eterologa uno solo dei due compie questa scelta ed il bambino che nascerà sarà figlio biologico solo dell’altro, ma figlio fortemente voluto ed accettato da entrambi.
Si è detto che la fecondazione eterologa deve essere vietata perché la generazione può avvenire solo all’interno del matrimonio, ma questa tesi difficilmente può essere sostenuta e non sembra che debbano essere spesi argomenti per la sua confutazione, poiché generare o meno un figlio all’interno di un rapporto matrimoniale o meno non può che essere una scelta personale, non coercibile. Si è detto, altresì, che, vietando l’eterologa, lo Stato avrebbe “protetto” i cittadini dalle ripercussioni psicologiche interne alla coppia, derivanti dal fatto che biologicamente il figlio appartiene ad uno solo dei suoi componenti, ma questa tesi attribuisce allo Stato un ruolo di “Grande Fratello” che fortunatamente non appartiene alla nostra cultura. Neppure può dirsi che la procreazione eterologa crei problemi giuridici per l’attribuzione della paternità o maternità, poiché gli stessi sono stati altrove agevolmente risolti. Il divieto resta quindi immotivato.
Secondo il Tribunale di Milano, che ha sollevato la questione di illegittimità davanti alla Consulta, il divieto violerebbe più di un articolo della Costituzione, in ordine all’eguaglianza dei cittadini ed alla tutela del loro diritto alla genitorialità ed alla salute fisica e psichica.
La Corte deciderà questa mattina nel merito. Si auspica che questo divieto cada e che l’Italia si avvicini un po’ di più all’Europa della civiltà e dei diritti. A quando il prossimo passo avanti per il definitivo smantellamento della legge 40?
(il manifesto – 8 aprile 2014)
Associazione Culturale Identità e Differenza, Spinea (VE)
CONVEGNO
Da molti anni gli incontri residenziali di Identità e Differenza esplorano le relazioni tra i sessi in politica, con il lavoro in presenza di donne e uomini che hanno a cuore la libertà femminile. Oggi siamo a un bivio: da un lato sappiamo che la prima consapevolezza per la politica, per “la cittadinanza interiore” (Peyrot), è quella della differenza sessuale, ovvero la capacità di ricostruire la relazione tra donne e uomini dopo il femminismo, dall’altro talvolta ci sentiamo in impasse, spia di nodi politici ancora da affrontare.
Vediamo che oggi molte espressioni della società civile e delle istituzioni pensano in termini di “collaborazione” tra uomini e donne. Anche a livello sociale, nelle famiglie e sul lavoro, il cambiamento è evidente. Nel mondo del lavoro (scuola e università, scienza e tecnologia, servizi e imprese), c’è una possibilità nuova di condivisione, collaborazione e riconoscimento tra i sessi.
Si può parlare in questo caso di una forza nei legami deboli? Cosa può significare per la pratica politica? Sicuramente occorre saper percepire e nominare quelle che Francois Julien chiamava le “trasformazioni silenziose” le cose che accadono quotidianamente, che si muovono e si modificano gradualmente, per arrivare a Cambiare l’immaginario del cambiamento, come ci racconta Rebecca Solnit.
Ma il presente è pieno di nuove sfide. Sappiamo che le donne, col femminismo, sono partite dal conflitto tra i sessi all’interno delle coppie in cui circolava amore, ma ora la partita è più grande, come dice anche Luisa Muraro in Non si può insegnare tutto, in dialogo con Riccardo Fanciullaci. Il tempo di lottare per la libertà femminile non è finito, ma questa lotta è oramai ingaggiata con i problemi di un mondo che, caduto l’ordine patriarcale, deve fare i conti con le sue macerie: vediamo la quotidiana violenza sessista, la furia ostinata e cieca dei movimenti “dal basso” (grillini, forconi), il vuoto dato dall’eclissi del desiderio e dall’affermarsi del comandamento del godimento, come dicono Massimo Recalcati e Christian Raimo. Si preferisce scappare dalla fatica delle relazioni, dai conflitti che portano verità, dall’impegno necessario a far spazio all’Altro da sé. I vincoli relazionali hanno sempre meno valore.
A nostro parere quello che manca in questa società è la fiducia e un affidarsi reciproco, e ci riferiamo alle relazioni politiche tra uomini e donne. Infatti, perché si possa agire con autorità senza i mezzi del potere e del dominio, abbiamo bisogno della libera fiducia nella relazione, che si rinegozia e si rinnova di volta in volta, in contesto, nella situazione che insieme si va ad affrontare. Ma “il simbolico femminile fa problema fino all’angoscia nell’esperienza maschile e nell’idea maschile della politica”, scrive Marco Deriu su Pedagogika.
Nella nostra esperienza, negli scambi più importanti tra uomini e donne, sono capitati momenti di condivisione forte, che partivano da curiosità e apertura, e a volte si nutrivano di eros e di attrazione, anche se in forme differenti da quelle note, legate all’immaginario sessuale o eterosessuale tradizionale. Sono relazioni rare e speciali, forse non generalizzabili, ma solo partendo da qui, dagli scacchi e dagli scambi profondi, pensiamo sia possibile interrogarci su come modificare i contesti, l’immaginario comune e il senso della nostra pratica politica.
Laura Colombo, Marco Deriu, Sara Gandini e Alessio Miceli
XXª Esperienza formativa-residenziale: 23-24-25 Maggio 2014 – Torreglia (PD)
Venerdi 23 Maggio 2014
Arrivi e sistemazione, cena, relazioni e scambi
Sabato 24 Maggio 2014
08.00 Colazione
09.00 Introduzione al Convegno e interventi
10.30 Intervallo con foto di gruppo
10.45 Risonanze e scambio in assemblea
12.30 Pranzo
15.00 Proseguono gli interventi e scambi
17.15 Intervallo e riflessione per scrivere sul foglio:
Pensieri relativi ai temi e valutazione personale dell’incontro
17.30 Interventi e mediazioni in contesto
19.30 Cena – Scambi e relazioni
21.30 Rinfresco e festa del ritrovarci insieme
Domenica 25 Maggio 2014 Giorno delle elezioni europee
Per consentire alle amiche e amici che abitano lontano di poter arrivare in tempo per votare si organizzano le partenze.
Per chi rimane è possibile continuare i lavori di comunicazione.
Costi per persona, al giorno: per una pensione completa (pranzo, cena, pernottamento e prima colazione), in camera singola o doppia con bagno: Euro 50.00.
Per mezza pensione Euro 38.00.
Contributo per l’organizzazione, la festa serale, la compilazione degli atti e uso degli ambienti per il convegno Euro 20.00.
Presso: Casa Sacro Cuore Suore S. Francesco di Sales o Salesie Via Rina, 2
35038 Torreglia (PD) Tel. 049/5211667 – 5212537
Si tratta del ventesimo convegno annuale sul tema delle relazioni tra uomo e donna. Si può scaricare il volantino dell’invito qui.
Per partecipare è necessario richiedere preventivamente l’iscrizione, entro l’11 maggio, compilando il modulo on line a questo indirizzo.
In caso di difficoltà a compilare il modulo on line potete richiedere il modulo su file scrivendo a adriarca1@gmail.com.
Per informazioni:
sara.gandini@rcm.inet.it
adriarca1@gmail.com
marco_sacco@live.it
di Liliana Rampello
Con Almanacco del giorno prima (Einaudi 2014) Chiara Valerio ha scritto un libro di straordinaria energia. E tachigrafico.
Non racconterò nulla della trama di un romanzo così originale, non lo faccio mai, tanto meno in un caso come questo, in cui non è interessante la trama, ma l’andare al cuore del desiderio e della fascinazione, del desiderio della fascinazione. Continua, per tutto quanto sta in cielo e sulla terra, e può essere contato, che sia palpabile o impalpabile, reale o virtuale.
Desiderio dunque, e quindi non c’è un amore da raccontare, anche se si tratta di amore, forse. Forse, perché non sappiamo se c’è, se è inventato, se è corrisposto, se è immaginato dal nostro ragazzo e uomo, Alessio Medrano, la cui infanzia tra i numeri di due genitori matematici ci fa sorridere dall’inizio alla fine, con le sue tabelline, elenchi del telefono, numeri sfenici, triangolari, a somma pari, numeri perfetti, con la complice inesistenza del buio come dello zero assoluto. E poi i meravigliosi numeri di Fibonacci: non crediate che io abbia capito, non ha nessuna importanza non sapere niente di matematica, il gioco è molto più raffinato perché è una griglia che cattura tutta la nostra attenzione mentre la storia non inventa solo la sua trama ma soprattutto la sua architettura.
Che mi sembra la novità più importante della scrittura di Chiara Valerio, il vero salto felice, perché racchiude e sostiene una meditazione autobiografica in terza persona lungo 5 stazioni – Zero, Infanzia, Presente, Imperfetto, Domani accadrà – che nel cuore del Presente ha conficcato un dialogo di divertita e divertente intelligenza, in grado di far bruciare della stessa fiamma realtà e invenzione, lasciandoci con i piedi per terra e insieme con la testa fra le nuvole. Ai miei occhi una forma nuova di narrazione del mondo, che non è poca cosa.
Una struttura temporale per la geografia di uno spazio in cui far distendere l’esperienza. Quale esperienza se non c’è storia? Quella dello stare al presente (in presenza, al Presente), solo 1futuro possibile, in cui non accade niente perché non si racconta ciò che accade ma ciò che dicono le parole fra due persone che stanno una di fronte all’altra. Niente fatti o avvenimenti, parole che disegnano intelligenza di quella che è la realtà da raccontare dove ciò che non accade è il tutto che deve accadere. E accade.
E’ giovane la voce di Chiara Valerio, e per fortuna mai giovanilistica perché è con evidenza quella di una grande e appassionata lettrice, abituata a libere scorribande. E’ profonda la sua voce, ironica e triste; sa essere scanzonata per amore eterno.
O infinito come sa esserlo un numero?
di Elena Stancanelli
Élisabeth Gille, figlia della scrittrice, da bambina portò in salvo il testo di “Suite Francese”. Nel 1996 scrisse il sequel, che ora esce in Italia.
Devi scegliere: la tua bambola preferita, Bleuette, o quel quaderno pieno di parole scritte con una grafia minuscola, quasi illegibile. Non puoi portarli entrambi. Élisabeth, detta Babet, era una bambina speciale. Aveva solo cinque anni, il giorno in cui iniziò a scappare insieme alla sorella Denise. La prima notte le nascosero in un pensionato cattolico, nella provincia di Bordeaux.
Cachez votre nez! gridò la tata a Denise come ultimo avvertimento. Era l’autunno del 1942, e le due bambine si trascinavano dietro una valigia, contassegnata dalle iniziali I. N. Dentro c’era tutto quello che i genitori avrebbero voluto salvare. La tua bambola preferita o il quaderno? Babet prese la sua decisione: si congedò da Bleuette. Con questo enorme sacrificio salvò il manoscrittodi Suite Francese. Ma fu Denise, la sorella più grande, a scoprire nel 2004 tra le carte pigiate nella valigia il manoscritto. Fu lei a curarne l’edizione. Risvegliando l’amore dei lettori di tutto il mondo per questa scrittrice.
Irène Némirovsky aveva trentanove anni, quando, il 17 agosto 1942, morì ad Auschwitz. Era figlia di un ricco banchiere ucraino, una russa bianca. Quando si cominciò a capire cosa sarebbe accaduto, quando a lei e al marito Michel Epstein, nonostante si fossero convertiti, imposero di portare la croce gialla cucita sui vestiti, decise che non sarebbe scappata di nuovo. La Francia aveva fatto di lei una scrittrice famosa, e lei si fidava dei francesi, pensava che avrebbero fermato i tedeschi, che avrebbero protetto gli ebrei. La arrestarono. Il marito, incredulo, fece quanto era possibile: scrisse agli editori perché intercedessero. Cercò tra i romanzi di lei le pagine che potessero dimostrare l’odio per il regime bolscevico, la totale indifferenza per il giudaismo. Infine andò lui stesso a chiedere clemenza. Lo arrestarono. Deportato anche lui ad Auschwitz, morì pochi mesi dopo Irène.
Le bambine furono affidate a una tata, e negli anni che seguirono, poterono sempre contare su una rendita di tremila franchi al mese che l’editore della madre, Albin Michel, mise loro a disposizione. Con questo soldi, riuscirono a studiare. Finirono per occuparsi entrambe di libri. Babet prese il nome di Élisabeth Gille, e si appassionò di fantascienza, diresse una collana per la casa editrice Denoël, si occupò di letteratura straniera per Flammarion e dal 1989 fu direttore editoriale di Julliard. Tra gli scrittori, protesse e curò Françoise Sagan. Tradusse Ballard, Kate Millet e Patricia Highsmith; pubblicò, nel 1992, una biografia della madre: Mirador( Fazi editore). Fu Denise a ricopiare il manoscritto di Suite francese e consegnarlo agli editori, ma fu Babet a sacrificare la sua bambola. E quando nel 1996 scrisse il suo secondo romanzo che Marsilio traduce (lo fa Cinzia Bigliosi) inquestigiorni, Un paesag-gio di ceneri, Babetsenericordò.È così che nascono i libri, sbattendo l’uno contro l’altro ricordi, paure, desideri, sogni. Trasformati e deformati dalla memoria, piegati perché sorreggano scene, spingano avanti la trama.
Un paesaggio di ceneri inizia così, con la piccola Léa impegnata in una lotta a calci e strilli contro le suore che la vogliono spogliare, e mettere a letto. Tanto disperata che sembra quasi una scena di violenza. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi? Fin quando Bénédicte, che diventerà ovviamente la sua amica più cara, non riesce a distrarla facendo le ombre cinesi sul muro. Léa si calma. E anche noi: le suore sono buone, l’hanno accolta nonostante il pericolo. Ma per tenerla, dovranno cancellare il suo nome, il passato e ogni traccia, compresa la bambola che le sfilano dalle braccia appena si addormenta. «Quando ebbe alimentato a sufficienza il fuoco, vi gettò i vestiti e, senza esitazioni, la bambola, i cui capelli sfrigolarono e la testa, deformata dal calore, finì per fondere facendo delle smorfie. Gli occhi di vetro schizzarono uno dopo l’altro dalle orbite con un rumore di tappi che saltano e rimbalzarono contro le pareti. Li afferrò con le punte delle pinze e li seppellì in fondo alla spazzatura».
Di quanto dolore ha bisogno uno scrittore per scrivere una scena così? Il romanzo di Élisabeth Gille è discontinuo nello stile e un po’ impacciato nello svolgersi della trama. È un libro rabbioso, nascosto sotto uno strato sottile di buona educazione. Si muove, come l’esistenza di Léa, tra evidenza e segreti. L’evidenza del racconto – l’infanzia, l’adolescenza, la fine della guerra – e certe potentissimi immagini che vengono da una zona infera dell’essere. Rivelazioni, produzioni di un rimosso nerissimo. All’Hotel Lutetia, dove, finita la guerra, i revenantsvenivano accolti e i parenti li cercavano, Léa bambina apre una porta. Su un letto matrimoniale, di una stanza lussuosa, sono sdraiati un uomo e una donna. Sono morti. Léa apre altre porte: sono tutti morti. Che cosa sia successo davvero, cosa siano stati i campi e la shoah, Léa lo capisce piano piano. Nel disperato tentativo di sopravvivere in un mondo che, per sopravvivere a sua volta, ha dovuto forzare il confine tra colpevoli e innocenti. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi?
Un paesaggio di ceneri
di Élisabeth Gille ( Marsilio, pagg. 176, euro 16,50)
Vi sfilano immagini che hanno la precisa secchezza di parole, affrancate come sono dalla consueta aura romantica delle memorie private. Protagonisti sono gli oggetti del quotidiano, presentati uno per volta, con una concisione metafisica: gli attrezzi di cucina, gli utensili della tessitura e del cucito; e i capi di vestiario, le fascine della legna per il fuoco, la fisarmonica dello svago, le pillole medicinali, le lettere conservate, le fotografie incorniciate dei propri cari. A chiusura del percorso, il volto dell’autrice; quasi una firma, un traguardo di conquistata consapevolezza della propria genetica «pluralità».
L’originalità di questa esposizione non consiste solo nell’affrontare la tematica del «genere» col mezzo fotografico; ma è presente soprattutto nel modo in cui la semiologia del femminile vi viene proposta. Gli oggetti vi appaiono sempre campiti su un lembo di lenzuolo, o di altro bianco capo di biancheria con iniziali ricamate, che possa fungere da sfondo. Questo per cancellare ogni appartenenza degli oggetti a uno spazio fisico, elevandoli così a livello di simboli; al di fuori di ogni valenza di documento meramente antropologico. E la ripresa di queste tele occupa tutto il riquadro del supporto, come per suggerire la presenza ancestrale della tessilità nella memoria genetica della donna.
Notiamo inoltre che predominano in questa rassegna le forme ovali, rigonfie, per esempio quelle degli orci in terracotta; e ciò porta a ricordare che nelle scritture arcaiche la donna è sempre stata equiparata al «contenitore»; sappiamo per esempio che il geroglifico egizio a lei riferito, è, sì, lo stesso segno che equivale indistintamente a «essere umano», ma sormontato da una piccola immagine, quasi un accento, che rappresenta un vaso.
Non manca nella mostra una vasta installazione. Nella forma, essa sembra ricondurre alla struttura del dna, la spirale genetica; ma, contemporaneamente, anche all’avvolgimento del corpo dell’infante nelle fasce, sia pure in maximisura. Quasi a rivelare che il gesto rituale della donna esperimenta gli stessi interni segreti del suo corpo. E queste fasce di neonato, bianche ma ben riconoscibili, sono anch’esse racconto, ritagliate come qui appaiono, in rettangoli staccati che sembrano alludere a una pluralità di pagine.
Insomma i rispecchiamenti, le coincidenze dei segni, creano in questa rassegna in modo spontaneo e forse in parte inconscio, per virtù di introspezione, qualcosa di equiparabile al gioco delle «rime» di una poesia in versi.
02 Aprile 2014 ore 18:30
LEA VERGINE La vita, forse l’arte
Per presentare l’ultimo libro di Lea Vergine, la Signora dell’arte contemporanea e della Body Art, nessun luogo poteva essere più adatto della mostra di Regina José Galindo, l’artista guatemalteca che fa del suo corpo un mezzo politico, uno strumento per non dimenticare. Una raccolta di oltre venticinque articoli, dal 2000 al 2013, recensioni di altrettante mostre, personali e collettive, di libri su artisti e fotografi d’arte: Salvador Dalí, Jannis Kounellis, Lucio Del Pezzo, Vanessa Beecroft, Trisha Brown, Jenny Holzer, Alighiero Boetti, Lee Miller e altri ancora. D’obbligo per chi la conosce, imperdibile per chi non ha mai assistito ad una sua conferenza. Perché le sue riflessioni folgoranti e intransigenti sfuggono il peso della retorica e coltivano l’arte della leggerezza. Lea Vergine non risparmia frecce acuminate contro direttori di musei e curatori di esposizioni, ma con l’arguzia tagliente che ne fa esercizi di stile, tutti da godere. E le belle citazioni che chiama a sostegno delle sue contrarietà non soffrono di arroganza: rientrano nel gioco della cultura come passione di vita. Lea Vergine è autrice di numerose pubblicazioni e mostre sui problemi dell’arte contemporanea, tra cui Il corpo come linguaggio (La Body-art e storie simili) (Prearo 1974); Attraverso l’Arte. Pratica Politica (Arcana 1976); L’altra metà dell’avanguardia, Milano, Palazzo Reale; Roma, Palazzo delle Esposizioni; Stoccolma, Kulturhuset (1980-1981) i cui cataloghi sono stati rieditati in volume da Il Saggiatore (2005) e Un altro tempo. Tra Decadentismo e Modern style, Rovereto, MART (2012-2013). INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI
di Ursula Eichenberger
Una bimba di nove anni ha chiesto alla direttrice : «Rosie, mi presti le tue chiavi?». Con le sue amiche voleva andare a scuola anche nel fine settimana. Accade a Villa Monte, scuola privata che si ispira a Maria Montessori e Rebeca Wild nel Canton Svitto. “SE mi è permesso di fare solo il mio dovere, ma non posso mai farlo quando voglio, non mi va di farlo nemmeno quando devo. Se invece mi è permesso di farlo quando voglio, lo faccio volentieri anche quando devo. Perché per fare il proprio dovere bisogna poter aver voglia di farlo”. Citazione di anonimo accanto al telefono a Villa Monte, la scuola privata autorizzata e vigilata dal Canton Svitto, fondata nel 1983 dalla pedagogista Rosmarie Scheu e basata sul principio “ciascuno sa da sé”.
“Già le quattro? Che palle!” I due bambini sono seduti sul pavimento in un angolo della stanza, ciascuno con una clessidra poggiata sul palmo della mano. Guardano quanto tempo impiega la sabbia a cadere. Le clessidre sono di dimensioni diverse e i bimbi vogliono capire se la sabbia scorre più velocemente nell’una o nell’altra. Ma lo scuolabus ha già suonato due volte il clacson, il treno parte tra dieci minuti. E, per somma sventura, è anche venerdì. La settimana prima una bimba di nove anni ha chiesto alla direttrice : “Rosie, mi presti le tue chiavi?”. Con le sue amiche voleva andare a scuola anche nel fine settimana.
“Villa Monte è una scuola privata autorizzata che si ispira alla filosofia di Maria Montessori e Rebeca Wild, sotto il controllo del Canton Svitto. Il successo della scuola dimostra come sia possibile ottenere un valido titolo di studio anche con metodi non tradizionali”, si legge nel verbale di valutazione del Dipartimento per la formazione del Cantone.
Poco dopo le 8 si inizia. Dagli scuolabus gli alunni grandi e piccini scendono di corsa e sciamano verso l’edificio. Una volta arrivati, via le scarpe, su gli stivali. Bisogna strappare le erbacce, mettere a dimora le nuove piantine. “Questa è la mia palma”, spiega un bimbo al compagno più piccolo. Nella stanza delle bambole si prepara il tè. In un altro ambiente si lavora alacremente alle macchine da cucire. “La filosofia della scuola è una filosofia di vita: Imparare assieme e l’uno dall’altro. Imparare quando se ne ha voglia. Aver tempo per conoscere se stessi, gli altri e l’ambiente esterno. Senza stress. La perizia e il successo nella vita professionale testimoniano la validità della didattica di Villa Monte”, spiega ancora il Dipartimento cantonale. La scuola sorge isolata su una collina affacciata sulla Linthebene. Confina da un lato con il bosco, dall’altro ci sono il frutteto, il giardino
e l’orto dei bambini, il campo da calcio, il pergolato, una vecchia nave di legno per giocare ai pirati. Ogni stanza è un paradiso, attrezzata con angoli destinati al gioco e all’apprendimento, ogni oggetto è studiato a fini pedagogici. Inutile cercare banchi e lavagne, qui non si fa lezione frontale. Un gruppo di bambini per piano, seguiti da almeno un insegnante, pedagogista o tirocinante. Al piano terra i più piccini, a partire dai tre anni, al primo gli alunni della scuola primaria, all’ultimo quelli della secondaria. Nella casa accanto abitano i direttori, una coppia, che si dedica con grande impegno alla scuola. Gli adulti sono presenti solo per rispondere alle domande, riordinare, aiutare e intervenire quando i bambini non riescono a fare da soli. Quasi inesistenti gli elogi,
rari i rimproveri, nessuna punizione. Niente compiti, niente esami, niente voti.
Le regole sono solo tre: trattarsi con rispetto, essere ordinati, restare nello spazio stabilito attorno all’edificio. “Moltissimo” ribadisce il Cantone “viene scoperto ed elaborato attraverso le azioni, anche nell’ambito della matematica e della lingua, ed è quello che colpisce di più. Le competenze personali, sociali e specifiche sono poste sullo stesso piano”. Vige un ordine non organizzato, è tutto un via vai, un riempire gli zaini, improvvisare picnic. Niente urla, niente zuffe, si sta insieme in armonia. “Noi diamo fiducia ai nostri ragazzi”, spiega la fondatrice e direttrice della scuola, Rosemarie Scheu, 62 anni. “Siamo convinti che tutti troveranno la loro strada”. Gli alunni non vengono mai persi di vista, gli adulti sanno sempre dove sono e cosa fanno. “Tutti gli alunni, il corpo insegnante e i genitori dichiarano che in questa scuola la violenza non esiste. Forse dipende dal fatto che gli alunni non sono oggetto di alcuna costrizione e possono programmare e gestire liberamente la loro giornata scolastica”.
La gioia di imparare e la curiosità fanno si che al termine del periodo scolastico tutti sanno leggere, scrivere e far di conto. Imparano nella maniera a loro più congeniale. Ma soprattutto sanno cosa significano autonomia, felicità e gioia. Su una parete sono appese le foto degli ex alunni e le didascalie indicano la loro attuale attività: programmatore, musicista hip-hop, segretaria, ingegnere, estetista a Barcellona, falegname, istruttore di golf, tecnico d’impresa, ballerina ad Amsterdam, informatico, insegnante di tecnologie di stampa, fiorista, studentessa di psicologia, commessa in una libreria.
(La Repubblica, 31.03.14)
di Marina Terragni
Si è svolto domenica 30 a Roma – partecipatissimo – l’incontro Invito al passo avanti, d’autorità.
Qui un resoconto della giornata di lavori – parziale e in soggettiva: mi scuso per le non-citate e per chi sarà menzionata solo in sintesi – presso la splendida Casa Internazionale delle Donne (che invidia, amiche romane!).
Graziella Borsatti, ex-sindaca di Ostiglia: «La parola responsabilità è ciò che ci rende diverse dal potere. Si tratta di trovare le pratiche per la nostra politica. Nei luoghi dell’amministrare c’è quasi la vergogna di affermare il primato delle relazioni e il linguaggio della differenza. È necessario mostrare al mondo questo modo diverso di stare nella politica».
Loredana Aldegheri, Mag Servizi di Verona: «Noi pratichiamo un’economia che non si vuole disgiunta dalla vita. Ciò che abbiamo imparato a fare nei contesti piccoli oggi può servire nei contesti grandi, per una nuova civiltà che agisce e prospera. Si tratta di guadagnare con sobrietà per guadagnare tutti. Ma parlo anche di un guadagno non monetario, di un guadagno di relazioni e di fiducia. È necessario, come dice Luisa Muraro, togliere al denaro l’esclusività di renderci grandi. Autorità è esserci integralmente, con i desideri e la responsabilità».
Luana Zanella, ex-deputata, ex-assessora a Venezia: «Oggi faccio una politica più libera, fuori dalle istituzioni. Cercare di portare la differenza in politica è stata una traversata della città infinita. Eppure perfino l’Onu oggi riconosce le donne come leader di una nuova civiltà, presenza indispensabile dove ci sono rischi per il pianeta. Pensiamo a tante donne di paesi terzi, che hanno assunto responsabilità di governo in quanto “sanno come si fa”. Si tratta di fare incontrare questa domanda con l’offerta, e di esercitare questa autorità nei contesti. In Italia ci sono 930 sindache (più o meno il dieci per cento del totale) e moltissime assessore, consigliere, oltre alle dipendenti. Un’enorme massa di donne che si dovrebbe intercettare e mettere in rete».
Franca Fortunato, Rete delle Città Vicine: «In Calabria è accaduto qualcosa di inaudito, in pochi anni le donne sono riuscite e mettere in crisi la ’ndrangheta. Fino al 2010 non c’erano mai state collaboratrici di giustizia. Poi alcune hanno cominciato a trovare la forza di rompere, con un gesto da sovrane, in forza della relazione madre-figlia, come nel caso di Lea Garofalo e di sua figlia. Dall’altro lato, molte donne si candidano a lavorare nelle istituzioni, mostrando come “governare non è rappresentare”. Ormai sono in molte e in molti a pensare che il rinnovamento in Calabria lo faranno le donne».
Letizia Paolozzi, giornalista, autrice di Prenditi Cura: «Le donne hanno fatto ovunque il passo avanti d’autorità, ma nelle istituzioni non è ancora capitato. Quando entrano nelle istituzioni è come se si deformassero. Ma anche lì bisogna starci».
Daniela Dioguardi, Udi, ex-parlamentare: «Mi ha molto colpito Federica Mogherini che interrogata da Corrado Augias: “Vuole essere chiamata ministra o ministro?”, ha risposto seccamente: “Ministro!”. Ma si deve saper lavorare anche con le donne che la pensano diversamente da noi. Dobbiamo contrastare il dogma della parità, perché la misura di questa parità è maschile. I miei due anni in Parlamento li ho vissuti in modo molto negativo».
Gisella Modica, Udi di Palermo, Società Italiana delle Letterate: «Sono riuscita a riconoscere l’autorità anche attraverso un percorso che ha a che fare con il mio corpo. Ci sono state donne molto umili che mi hanno fatto capire che cos’è l’autorità. Sentendo i racconti della lotta per l’occupazione delle terre, ho saputo di una donna che prima di andare a occupare si metteva gli orecchini di brillanti. La chiamavano la baggianusa, la vanitosa, ma quello era il suo modo per darsi autorità. Ci sono tanti gesti di donne come questo, ma questi gesti hanno bisogno di essere nominati. Invece quando parliamo di politica anche noi usiamo il linguaggio degli uomini. Di questa sovranità femminile rimangono questi gesti e poi il dialetto, la lingua materna che mischia sempre il vero e l’immaginario, la vita reale e il sogno».
Stefano Ciccone, Maschile Plurale: «Anche nella politica degli uomini ci sono relazioni, emozioni e desideri. Ma oggi gli spazi di dialogo si sono impoveriti e isteriliti. Forse molte donne, una volta entrate nelle istituzioni, non credono abbastanza nella forza di quel pensiero che invece praticano fuori da quegli spazi. Io non sento l’importanza della parola “autorità”, sento invece molto quella delle relazioni portatrici di senso e di trasformazione. Noi uomini dobbiamo imparare a mettere in gioco il desiderio maschile contro un potere che ha mutilato le nostre vite».
Katia Ricci, Rete delle Città Vicine, Foggia: «Frida Kahlo, di cui è in corso una bellissima mostra a Roma, è stata sovrana nella sua capacità di fare del suo corpo opera d’arte, nonostante le sofferenze fisiche. A Stefano Ciccone dico che autorità è proprio questo: una relazione trasformatrice e portatrice di senso».
Laura Ricci, Associazione Il Filo di Eloisa, Orvieto: «Mi sento sovrana come Cristina di Svezia, anch’io come lei ho fatto la mia migliore politica quando sono uscita dalle istituzioni, con il mio quotidiano online. Ora mi hanno chiesto di diventare sindaca di Orvieto».
Bianca Bottero, Le Città Vicine: «Dobbiamo pensarci in un mondo più di città che di nazioni, come dice Saskia Sassen. E nelle città le donne contano».
Silvia Zanolla, Verona: «Bisogna accettare il fatto che non possiamo esserci tutte. Si deve avere fiducia in quella che ha il più di intelligenza necessario a muoversi».
Adriana Sbrogiò, Associazione Identità e Differenza, Spinea (Ve): «Mi sento sovrana in quanto sempre stata fedele a me stessa. Ci sono le tentazioni: il potere, il prestigio, il denaro. Ma per me il patrimonio più grande sono le relazioni».
Annarosa Buttarelli, filosofa, autrice di Sovrane (da cui il convegno ha preso le mosse): «Il passo avanti d’autorità è in corso, nell’orizzonte di una nuova genealogia dell’autorità, come indicata nel libro di Luisa Muraro. È qualcosa che ha a che fare con la generatività, che parteggia per le ragioni della vita e per il suo meglio, che fa fiorire le relazioni e si prende cura delle anime. Si deve intrecciare tutto questo con la terza ondata del femminismo, ma anche con il “prendersi cura” di cui parla Letizia Paolozzi, e con quello che dice Carol Gilligan in La virtù della resistenza. Resistere, rifiutare, non credere. Lei dice che l’etica della cura è l’unica prospettiva per la democrazia. Oggi, alla fine del patriarcato, le istituzioni sono allo sbando perché sono rimaste prive di un orientamento simbolico. Per esempio si parla molto di riforme, ma le riforme sono una cosa diversa dalla trasformazione: e questo sarebbe un momento di grandi trasformazioni, bloccate dalle riforme. Chi vuole andare a governare deve sapere che va in luoghi in cui gli strumenti sono da ripensare e ricollocare. Con la finanza internazionale al governo del mondo non esiste più il potere come l’abbiamo conosciuto. Zygmunt Bauman parla della separazione di potere e politica che nessuno sa risolvere. Noi donne sappiamo risolverla: questa è la responsabilità, che è anche gioiosa perché coincide con il nostro orientamento interiore. Essere sovrane è questo: il lavoro di trasformazione esteriore/interiore. Gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione sono spuntati, e ne servono altri: in Sovrane indico non soltanto nuove pratiche, ma anche fondamenti partendo dai quali si può rigenerare la rappresentanza. La cosa importante è non cedere in radicalità, nemmeno di un millimetro, o si perde tutto. La radicalità femminile è la sola garanzia».
Infine, quello che ho detto io: servono modelli di un percorso inverso, che non va come al solito, secondo una logica di carriera “ascendente”, dalle pratiche utili e contestuali del lavoro locale alla rappresentanza, dove spesso si diventa inutili. Ma che semmai utilizza il “prestigio” accumulato nei luoghi della rappresentanza per tornare a lavorare nei contesti locali, e con maggiore efficacia. Purtroppo oggi le cose sembrano andare almeno in parte in un altro verso, in direzione di un neocentralismo, addirittura nell’imbuto del leaderismo spinto e dell’uomo solo al comando. Il lavoro è invece spostare potere dal centro per farlo diventare autorità nei contesti, seguendo la lezione di Evelyn Ostrom sui beni comuni. Questo non avviene anche per ragioni di soldi. Le donne spesso lasciano il lavoro politico nei contesti per andare a perdersi nell’astrazione della rappresentanza centrale perché vengono meglio remunerate in queste posizioni. Così spesso si tagliano gli investimenti nel locale per demagogiche ragioni di “risparmio”. Insomma, i soldi sono la ragione di buona parte degli errori politici che si commettono. E si dovrebbe attentamente ragionare su questo. Cito anch’io e nuovamente Luisa Muraro: si tratta di togliere al denaro l’esclusività di renderci grandi.
INVITO AL PASSO AVANTI, D’AUTORITÀ
CONVEGNO DELLE CITTÀ VICINE
29 e 30 MARZO 2014 – ROMA
Casa internazionale delle donne – Via della Lungara, 19 – ROMA
CHI CONVOCA IL CONVEGNO: – RETE DELLE CITTÀ VICINE
– ASSOCIAZIONE “AUTORITÀ FEMMINILE NELLA
POLITICA”
– MAG SERVIZI VERONA
ORIENTAMENTO PROPOSTO PER LA DISCUSSIONE COMUNE: SOVRANE. L’AUTORITÀ FEMMINILE AL GOVERNO di Annarosa Buttarelli (Il Saggiatore ed.)
In continuità con l’incontro molto partecipato Ci prendiamo la città dello scorso anno, convochiamo il convegno della rete delle Città Vicine insieme all’associazione “Autorità femminile nella politica” e MAG servizi Verona per accogliere, discutendolo, l’invito contenuto nel lavoro di Annarosa Buttarelli Sovrane. L’autorità femminile al governo. Attraverso la documentazione di esperienze storiche e contemporanee, l’autrice scommette sulla sovranità femminile come sull’unica possibilità esistente nel mondo contemporaneo per provare a rigovernare il mondo. Rigovernare è un verbo amato dalle donne ed è perfetto per indicare un possibile cambio di civiltà, in cui si smette di accontentarsi delle riforme che riconfermano e appesantiscono ulteriormente l’esistente. Nel libro viene ribadito con argomenti nuovi che l’assetto dato all’economia, alle convivenze, alle culture dominanti ecc. non è inesorabilmente l’unico possibile. Spostando lo sguardo verso un altrove già realizzato varie volte nella storia e qui intorno a noi, si vede con chiarezza che la sovranità femminile appoggia su fondamenti ben differenti da quelli utilizzati dall’età moderna nella tradizione istituzionale, sia monarchica che repubblicana.
Nel libro di Annarosa Buttarelli ci sono nuovi fondamenti per un ripensamento dell’azione politica del “rappresentare”, per il governare, per orientare nuove relazioni tra uomini e donne. C’è anche l’intuizione di un nuovo profilo della democrazia alla condizione che il “popolo” e le “donne” trovino il punto di intersezione per un destino che, nella storia, è stato loro comune. In Sovrane c’è anche l’invito – che noi raccogliamo – alle amministratrici locali di assumersi tutta l’autorità della loro sapienza differente di governo, in modo che possano fare un passo avanti, d’autorità, e si liberino dalle strette dei partiti e dalla corruzione in cui sta morendo la politica istituzionale e la gestione del potere.
Ci troviamo con la speranza che la discussione comune dia forza, idee e pratiche alle donne che hanno passione per la politica e agli uomini che non ne possono più di essere ricacciati ogni giorno indietro da altri uomini affamati di potere, di soldi, di corruzione.
Forse si è ripresentato il momento, il kairos, che offre la possibilità di una ripresa del “movimento delle amministratrici” che ci sorprese negli anni ’90 e la cui storia è narrata in Sovrane. Vogliamo provare a vedere se ci sono le condizioni, i desideri e la forza necessari per riprendere il cammino con un inedito passo avanti.
Le pratiche politiche dei movimenti attuali, i fermenti, le creazioni sociali e politiche, i nuovi immaginari del cambiamento, i desideri costituenti, le indignazioni, le occupazioni, le imprese sociali… sono tutte buone pratiche che molte di noi, insieme a compagni di strada, stanno seguendo e realizzando, come si può vedere anche negli atti del convegno Ci prendiamo la città (Roma, 23 marzo 2013), pubblicati nel n. speciale di “AP autogestione e Politica Prima: periodico di Azione Mag”, luglio-dicembre 2013. Desideriamo intrecciare tutte queste esperienze e orientarle saldamente nella politica delle donne, la radicale politica della differenza sessuale che propone l’autorità femminile come pratica di governo senza la necessità di avere potere, ma non respingendo il desiderio di donne di mostrarne un uso del tutto contingente e impersonale.
INFORMAZIONI PER PARTECIPARE
Il Convegno inizia sabato 29 marzo alle ore 19.30 incontrandoci e discutendo durante l’aperitivo-cena (complessivi 10 euro), al ristorante della Casa internazionale delle donne. L’inizio dei lavori domenica 30 sarà alle ore 9.30 nella Sala Carla Lonzi. Il convegno si chiuderà alle 17.30.
Ci sarà la pausa per il pranzo che verrà proposto con la modalità self-service nel ristorante della Casa internazionale delle donne.
La partecipazione al Convegno prevede un contributo di 5 euro pro capite per coprire le spese dell’affitto della sala.
Per informazioni rivolgersi a :
Anna Di Salvo lacittafelice@libero.it, 3332083308
Mirella Clausi mirellacla@gmail.com, 3284850943
http://lecittavicine.wordpress.com/
Marta Alberti, Loredana Aldegheri, Pinuccia Barbieri, Nicoletta Bardi, Gian Piero Bernard, Francesca Bolazzi, Rita Borgioli, Graziella Borsatti, Bianca Bottero, Annarosa Buttarelli, Fiorella Cagnoni, Alessandra Casarini, Luisa Cavaliere, Marco Cazzaniga, Stefano Ciccone, Filomena Cioppi, Mirella Clausi, Luisella Conti, Antonella Cunico, Carmina Daniele, Loretta Del Papa, Alessandra De Perini, Daniela Dioguardi, Anna Di Salvo, Lina Faccia, Gianni Ferronato, Franca Fortunato, Donatella Franchi, Maria Teresa Giacomazzi, Simona Giannangeli, Maria Luisa Gizzio, Clara Jourdan, Antonietta Lelario, Giannina Longobardi, Franca Marcomin, Pia Mazziotti, Maria Teresa Menotto, Giusi Milazzo, Laura Minguzzi, Paola Morellato, Luna Mortini, Nadia Nappo, Maria Linda Odorisio, Annarita Oppo, Orietta Paciucci, Mariella Pasinati, Paola Pattaro, Morena Piccoli, Anna Potito, Serena Procopio, Liliana Rampello, Katia Ricci, Mauretta Rigo, Adamaria Rossano, Oriella Savoldi, Adriana Sbrogiò, Lina Scalzo, Nunzia Scandurra, Rossella Sferlazzo, Luciana Talozzi, Nadia Tarantini, Anna Tellini, Marina Terragni, Biagio Tinghino, Desiré Urizio, Valentina Valleriani, Luana Zanella, Silvia Zanolla.
CONVEGNO DELLE CITTÀ VICINE
29 e 30 MARZO 2014 — ROMA
di Giorgia Serughetti
Periodicamente si riaccende la discussione politica su come regolare il fenomeno della prostituzione: legalizzare il commercio sessuale? Proibirlo? Ogni soluzione fa insorgere agguerriti schieramenti di persone favorevoli e contrarie, tra le donne ma non solo. Il punto però è: cosa sappiamo della prostituzione? Siamo in grado di formarci un’opinione informata su un tema così controverso? La risposta, se dobbiamo guardare al panorama dell’informazione di massa, è: faticosamente. I pregiudizi tendono quasi sempre ad avere la meglio sulla conoscenza.
C’è un libretto, edito da poco da il Mulino, che offre un aiuto prezioso per orientarsi in questa materia spinosa e “farsi un’idea”, come promette il titolo della collana che lo propone: si tratta di Vendere e comprare sesso, di Giulia Garofalo Geymonat. L’autrice è una ricercatrice che da molti anni si occupa di studiare il mercato del sesso, e confessa fin dall’inizio che qui ci troviamo di fronte a “quanto di più sfuggente si possa immaginare, difficile da osservare, forse impossibile da capire fino in fondo – perfino se lo si frequenta”. Il volume però è di rara chiarezza, e vorrei raccontarlo in dieci punti: dieci cose che è utile sapere sulla prostituzione.
1) Che cos’è la prostituzione? Non basta a definirla il fatto che il sesso abbia una contropartita materiale o di altro genere, cosa che riguarda anche le figure della “protetta” o in alcuni casi dell’“amante”. È prostituzione, lavoro sessuale, quando una “donna (o uomo o persona trans) sollecita esplicitamente denaro o bene materiale definito, o viceversa il suo (o sua) partner (che diventa allora cliente) offre esplicitamente denaro o bene definito in cambio di un altrettanto chiaro servizio sessuale”. Chiarezza dello scambio, quindi. Ma c’è qualcos’altro che accomuna tutte le persone che lavorano nel mercato del sesso, ed è lo stigma della prostituzione, ovvero “quell’insieme di opinioni, comportamenti, leggi che isolano, discriminano e puniscono chiunque scambi il proprio lavoro sessuale in maniera esplicita in cambio di denaro”.
2) Chi vende e chi compra sesso? Un po’ di numeri. In Europa le/i sex worker sarebbero 1-2 milioni. In Italia le stime sulle persone che si prostituiscono si aggirano fra 50.000 e 100.000: circa la metà lavora al chiuso, l’altra metà in strada. Tra le/gli street worker, l’80% è costituito da donne, il 15% da persone trans e il 5% da uomini. Il 10% del totale si stima abbia meno di 18 anni. Dal lato della “domanda” troviamo invece stime che oscillano tra 2 milioni e mezzo e 9 milioni di clienti per l’Italia, 40 milioni per l’intera Europa.
3) Passiamo alla storia. Il “mestiere più antico del mondo” non è affatto sempre esistito nelle forme che conosciamo. Ed è stato molto diverso, nei secoli, anche il modo in cui i poteri pubblici hanno trattato il fenomeno: tollerandolo, proibendolo, confinandolo, controllandolo… L’attuale legge italiana, voluta da Lina Merlin che le ha dato il nome, è erede della stagione storica dell’abolizionismo che dalla seconda metà dell’Ottocento ha contestato e abbattuto in molti paesi il sistema delle “case chiuse”, che prevedeva l’obbligo di registrazione per le prostitute, i controlli sanitari, l’ospedalizzata forzata in caso di malattie.
4) Ma anche la normativa abolizionista ha mostrato nel tempo le sue contraddizioni. Dal 1982, il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute denuncia gli abusi che subisce chi lavora nel mercato del sesso e i paradossi prodotti dalla legge, come il fatto che “una sex worker è direttamente punibile se lavora con altre colleghe, se si fa pubblicità, se impiega una segretaria. È inoltre facilmente sfrattabile da casa propria (in particolare, ma non solo, se ci lavora), ricattabile se ha anche un altro lavoro e costretta a una doppia vita se vuole evitare che le siano tolti i figli, o che suo marito venga incriminato”.
5) L’Italia è poi quel paese in cui ad ogni legislatura viene depositato in Parlamento almeno un nuovo progetto di legge sulla prostituzione, e in cui nessun progetto arriva in discussione. Dal 1958 non è stata mai dibattuta né approvata nessuna riforma della legge Merlin.
6) Nel frattempo, in Europa e nel mondo, si sono andate delineando due grandi alternative. Uno è il modello “neo-proibizionista” adottato dalla Svezia, e poi da Norvegia e Islanda, verso cui pende oggi anche il favore del Parlamento Europeo. È un sistema contestato dai movimenti delle/i sex worker perché, mentre dichiara di voler proteggere chi si prostituisce punendo chi compra i suoi servizi (il cliente), in realtà “provoca non la contrazione dell’industria, ma piuttosto un aumento della vulnerabilità delle sex worker”. Gli effetti sono quelli, conosciuti, della criminalizzazione tout court: “aumento della violenza e degli abusi verso le sex worker, aumento dell’incidenza di Hiv/Aids e malattie sessualmente trasmissibili fra sex worker e in tutta la popolazione sessualmente attiva, aumento della prostituzione forzata e minorile, e generale peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle sex worker”.
7) L’altro modello è il “neo-regolamentarismo” di Olanda, Germania e Svizzera, che legalizza i bordelli stabilendo regole e garantendo diritti per chi lavora nel mercato del sesso. Anche questo presenta però dei limiti, secondo l’autrice, il più grande dei quali è il fatto che in molti casi “le sex worker che non hanno la cittadinanza europea sono obbligate a lavorare nel sommerso”, perché non hanno permesso di soggiorno.
8) C’è poi, fuori dall’Europa, un modello che convince molti di coloro che, “pur critici dei modelli di legalizzazione sperimentati da Olanda e Germania, sono attenti ai diritti delle e dei sex worker”: quello neozelandese. Secondo Giulia Garofalo Geymonat, la Nuova Zelanda è stato l’unico paese a seguire il principio “banale eppure rivoluzionario” secondo cui è impossibile difendere le persone che si prostituiscono senza una loro diretta partecipazione alle decisioni. Qui le cooperative e le piccole imprese autonome di lavoro sessuale non necessitano di licenze e permessi formali, che invece sono obbligatori per i grandi business. In questo modo, si manifesta “la volontà di favorire le imprese indipendenti e cooperative, dove le sex worker hanno un maggiore controllo del proprio lavoro”. La prostituzione non è vietata in nessun luogo, secondo l’idea di fondo che qualunque forma di criminalizzazione (della prostituzione adulta e consenziente) rende le prostitute più vulnerabili. “Le risorse pubbliche sono invece investite nel sostegno attivo delle iniziative – il più possibile delegate ad associazioni specializzate – di mediazione del conflitto, prevenzione e cura sanitaria, lotta allo sfruttamento, alla violenza e alla prostituzione forzata e minorile”.
9) Nessuna discussione pubblica sulla prostituzione può infatti prescindere dal problema di come contrastare i fenomeni di tratta e sfruttamento che colpiscono in particolare le persone migranti. E qui bisogna fare attenzione, perché il rischio è che i sistemi antitratta finiscano in realtà per danneggiare proprio le persone che intendono proteggere. Ad esempio in Inghilterra, Svezia, Germania, una volta che una persona è stata identificata come vittima di tratta, viene sì accolta e protetta durante il processo contro i propri trafficanti, ma alla conclusione del procedimento viene rimpatriata, “riaccompagnata cioè a casa, nel paese da cui proviene, dal quale voleva però andarsene, e dove la aspettano tutti i problemi che ha lasciato, ma anche, probabilmente vendetta, violenza e stigmatizzazione legata al precedente fallito progetto migratorio e al lavoro sessuale”.
10) La normativa italiana sulla tratta, invece, ricorda l’autrice è “discussa come buona pratica in tutto il mondo”. Il modello italiano fa i conti con la realtà dei progetti migratori delle vittime di tratta, che vorrebbero restare: la sua originalità sta nel fatto che le vittime, anche senza denunciare gli sfruttatori, possono ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale convertibile in permesso di lavoro,o di studio, sono sostenute nella ricerca del lavoro e inserite in un percorso di migrazione legale. Abbiamo dunque almeno una certezza: non toccare l’articolo 18 del Testo Unico sull’immigrazione che ha reso possibile tutto questo. Piuttosto, puntiamo a rendere il più possibile efficaci gli interventi, con finanziamenti adeguati.
C’è però una questione che solleva Giulia Garofalo Geymonat in questo agile ma esaustivo lavoro di informazione, ed è una domanda che merita l’attenzione di ciascuna e ciascuno, qualunque sia la posizione in merito alla prostituzione: “È giusto continuare a cercare di cambiare le cose alienando le persone stesse, le sex worker, dalla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento che avvengono su di loro”?.
di Alessandra Vitali
“Perché mi diverte provare a raccontare come nasce il desiderio e come si scatena”. “Perché ho l’assurda ambizione di realizzare un prodotto che sia allo stesso tempo pop, godibile e consapevolmente politico”. “Perché la vita sessuale delle donne italiane non è espressa, noi in questo senso non esistiamo”. Ma anche “perché a me i porno piacciono, e potrebbero essere molto più potenti se fossero liberatori e creativi”. Sono alcuni dei “perché” dieci donne hanno deciso di girare altrettanti corti porno. Un collettivo femminile per una raccolta che libera un desiderio, risponde a un’esigenza, prova a colmare una lacuna. Si chiama Le ragazze del porno – My Sex “e nasce da una mancanza politica, culturale e di immaginario” la sfida del gruppo “Le ragazze del porno“, sigla sotto la quale si sono raccolte le registe che nel 2012 hanno deciso di relizzare un film fatto di dieci cortometraggi pornoerotici. Le riprese inizieranno a luglio, ogni artista sarà libera di scegliere un’estetica, un punto di vista, di lavorare su fiction, gonzo, documentario, videoarte, senza censure. Verranno realizzati in più tappe – si inizia con i primi tre – e finanziati grazie al crowdfunding che parte alla fine di questo mese sulla piattaforma Indiegogo e da Art for Porn, una vendita di opere di artisti date in donazione. Sono le stesse registe a spiegare il progetto, e a invitare a sostenerlo, in un video che Repubblica.it vi propone in anteprima e nel quale, letteralmente, si mettono a nudo:
“Più che alla pornografia pensiamo a un nuovo genere cinematografico, una sorta di realismo sessuale” spiegano, perché i protagonisti dei loro lavori “non sono pupazzi presi solo nell’atto sessuale, hanno un passato, un futuro”. “È una pornografia diversa, molto diversa, personale”. Le autrici hanno fra i 25 e i 70 anni, lavorano nel cinema e nella tv, nel teatro e nella videoarte. Così nascono Alicia in the supermarket scritto e diretto da Roberta Torre, Mano di velluto scritto e diretto da Regina Orioli, Educazione sentimentale di Hot Rabbit scritto e diretto da Mara Chiaretti, Seratina scritto e siretto da Anna Negri, I sogni muoiono all’alba scritto e diretto da Titta Cosetta Raccagni, Harem scritto da Melissa Panarello e diretto da Lidia Ravviso, Il sesso degli angeli scritto e diretto da Emanuela Rossi, Gang Banging scritto e diretto da Slavina, Queen Kong scritto e diretto da Monica Stambrini.
“L’erotismo è buono e ne abbiamo bisogno”, dicono “Le ragazze” citando Mia Engberg, ideatrice del manifesto per una pornografia al femminile al quale hanno aderito. In Italia non esiste ancora una scena analoga. È della Engberg, svedese, l’antologia di cortometraggi Dirty Diaries (“finanziata dallo Stato”, sottolineano), poi ci sono la spagnola Erika Lust, le registe francesi coinvolte nelle antologie di corti X-Femmes prodotte da Canal+, c’è Anna Sprinkle negli Usa con il suo porno post-modernista, c’è la casa di produzione Zentropa fondata in Danimarca nel 1992 da Lars Von Trier e pioniera nel produrre porno girati da donne per un pubblico femminile (Constance di Knud Vesterkiv, Pink Prison di Lisbeth Lynghoft, All about Anna di Jessica Nilsson), insomma nel resto del mondo c’è un’attiva scena post-pornografica che manca in Italia.
Quello che da noi non manca sono i problemi di censura, economici, di distribuzione. Per questo “Le ragazze” hanno pensato al crowdfunding. Con il budget ottenuto verranno realizzati i primi tre film del lungometraggio. C’è già una piccola troupe (quella che ha girato il video) ma ogni regista sarà libera di lavorare con chi preferisce. “La nostra maggiore difficoltà sarà trovare attori disposti a girare scene di sesso esplicite… Ma sarà anche divertente scoprire che forse non è così difficile come sembra. Anzi, se siete interessati, fatevi avanti”.
(La Repubblica, 27 marzo 2014)
di Alessandra Pigliaru
Il 29 e 30 marzo alla Casa internazionale delle donne di Roma, si svolgerà il convegno delle Città Vicine dal titolo Invito al passo avanti, d’autorità. A convocare la due giorni sono la rete delle Città Vicine, l’associazione «Autorità femminile nella politica» e Mag Servizi Verona.
Lo spunto della discussione partirà dal bellissimo libro di Annarosa Buttarelli, Sovrane. L’autorità femminile al governo (Il Saggiatore), già recensito sulle pagine di questo giornale. Si scommette ancora sull’autorità femminile, con forza e con la precisa convinzione che sia «l’unica possibilità esistente nel mondo contemporaneo per provare a rigovernare il mondo». Il ragionamento, che si radica su altri fondamenti rispetto a quelli proposti in età moderna, è ben lontano dalla rappresentanza istituzionalmente intesa. Mostra piuttosto quanto le buone pratiche realizzate in questi anni dalla politica delle donne siano efficaci e proiettate al governo attraverso l’autorità, in una relazione che tenga conto di donne e uomini e che si configuri nell’orizzonte dirimente e radicale della differenza sessuale. Tuttavia, l’intento è anche quello di rivolgersi a quante desiderino proseguire e rilanciare il discorso cominciato negli anni Novanta con il movimento delle amministratrici, illuminando le buone prassi tese a erodere la mera logica del profitto. Perché insomma tutte e tutti «si liberino dalle strette dei partiti e dalla corruzione in cui sta morendo la politica istituzionale e la gestione del potere».
Il convegno romano sarà un’occasione propizia di condivisione esperienziale e ipotesi di cambiamento che il presente richiede. La posta in gioco, rimessa con fiducia al confronto in presenza, fa circolare certamente l’annoso problema della quantità numerica delle donne dentro le istituzioni che non sposta niente nello scenario attuale senza la permeabilità con le pratiche fuori. Ma non è solo questo, cioè in luogo dell’autorità femminile non ci si scaglia contro chi persegue l’inefficace logica spartitoria e della rappresentanza. Siamo, infatti, nel post-decostruzione e il pericolo è già stato mostrato, con le nefaste conseguenze sotto gli occhi di chiunque.
Piuttosto l’autorità femminile, che non ha mai rivendicato, si posiziona e sa di sé, avvertendo di una trasformazione già praticata con successo, come si racconta in Sovrane, che è possibile e auspicabile replicare. Importante ripetere infatti, e il libro di Buttarelli lo ribadisce con convinzione, quanto la questione si giochi sulla postura e non sugli spazi di potere.
Le Città Vicine non sono nuove alla riflessione congiunta di saperi femminili e buone pratiche che riescano a innescare cambiamenti di immaginario e desideri condivisi. Lo fanno da tempo e instancabilmente insieme a una rete sparsa nel territorio nazionale, come si evince dai risultati dello scorso incontro svoltosi sempre a Roma il 23 marzo 2013 e dal titolo eloquente Ci riprendiamo la città.
Del confronto sopraggiunto dopo lo scambio è stato dato conto nel numero speciale di AP autogestione e Politica Prima: periodico di Azione Mag (luglio-dicembre 2013). Sarà dunque interessante e proficuo rivedersi, per fare il punto su una strada che è quella più lunga delle pratiche politiche e femministe sul tema dell’autorità femminile, uno dei pochi antidoti al vuoto che ci circonda. Passi avanti ne sono già stati fatti e parecchi, si tratta ora di riannodarne i fili.
(il manifesto, 27 marzo 2014)