dal 15/4 al 15/5/2014

Dipinti e incisioni. La ricerca pittorica di Mezzadra affonda nell’informale e procede verso l’astrazione lirica. In mostra olii di grandi dimensioni, incisioni, libri d’arte e video documenti.

a cura di Giorgio Prevosti

mostra promossa da Provincia di Milano/Assessorato alla Cultura
testi in mostra di Luca Nicoletti

La mostra presenta una selezione di dipinti e opere calcografiche dell’artista Elena Mezzadra, nata a Pavia nel 1926 ma vissuta da sempre a Milano.

Dopo un iniziale tirocinio in campo grafico Mezzadra inizia la propria carriera artistica alla fine degli Anni Sessanta, stringendo presto un lungo sodalizio con la Galleria delle Ore. Ha tenuto importanti mostre personali, fra cui al PAC (1992) e al Museo di Lissone (2004). Suoi dipinti sono conservati a Milano presso il Museo del Novecento, la Casa-Museo Boschi Di Stefano, il Museo della Permanente e presso la sede Circolo del Commercio. Altre opere sono al Museo Diotti di Casalmaggiore, al Museo civico Parisi Valle di Maccagno e alla Civica Galleria d’Arte di Lissone, mentre sue incisioni si conservano presso la Galleria Villa dei Cedri di Bellinzona, il Museo della grafica di Hannover e il gabinetto disegni e stampe Achille Bertarelli di Milano.

La ricerca di Elena Mezzadra affonda nell’informale, come messa in discussione dialettica della pittura di segno e materia, che lei dirige verso l’astrazione lirica, ricompattando quella gestualità mossa e aperta dentro strutture formali fatte di sovrapposizioni e stratificazioni di tono e di colore.

La produzione del primo periodo, ancora legata al paesaggio e alla figura, appartiene – a detta dell’autrice stessa – ad una “fase di formazione”, tesa soprattutto all’ acquisizione del “mestiere”. E’ con gli anni Settanta che, grazie all’ influsso esercitato su di lei dall’opera di artisti quali Afro e Scanavino, la Mezzadra matura completamente la sua scelta in favore dell’ astrattismo. Le grandi composizioni nascono da un gesto iniziale tracciato direttamente sulla tela, senza alcun disegno di preparazione: questo primo abbozzo, il cui tratto arancione resta visibile a volte in trasparenza, è poi velato e ricoperto da diversi strati di pittura fino ad ottenere il meditato equilibrio dell’opera finita. L’immagine conserva in questo modo, nonostante l’omogeneità delle tinte e l’accuratezza della pennellata, una particolare forza espressiva.

Mezzadra ha condotto un processo di purificazione formale, fra pittura e arte calcografica, in un progressivo approfondimento cromatico e strutturale. La sua non è una geometria “descrittiva”, esattamente misurabile, ma si accompagna a un’eco di natura. In questa selva di rette e di forme, di vibrazioni della trama pittorica per progressivi passaggi tonali, si assiste a repentine e taglienti accensioni cromatiche, a guizzi luminosi e dinamici che orientano il senso del racconto astratto. Le sue opere rappresentano uno stato transitorio, dinamico, non per la traccia di un segno lasciato d’impulso, ma proprio per un senso di movimento interno alla struttura compositiva, all’andamento delle linee rette e spezzate che si intrecciano sul piano: il “racconto” è dato dal movimento dell’occhio, che viene guidato sulla superficie della tela secondo direttrici ben precise. Un meccanismo “futurista” in senso lato, se si vuole, quanto a restituzione di un movimento per via di forme, con un temperamento deciso e poco incline a facili concessioni.

Le opere in mostra coprono un periodo di attività dal 1989 al 2013, sono quadri ad olio di grandi dimensioni, incisioni eseguite su lastre di zinco o rame a punta secca o passaggio all’acido, alcune in due o più lastre sovrapposte ed in particolare una di grande formato e “libri d’arte” con incisioni che dialogano con testi di Umberto Eco, Roberto Sanesi, Giuseppe Curonici, in mostra e sfogliati in un video.
In mostra viene presentato inoltre un video con un’intervista all’artista a cura di Angelo Ferranti e Gian Franco Poletto.

Uffici stampa:
Provincia di Milano/Cultura, tel.02 7740.6358/6359, p.merisio@provincia.milano.it, m.piccardi@provincia.milano.it
Addetto stampa Assessore, tel. 02/7740.6386 – f.provera@provincia.milano.it

 

 

Le donne delle serie web

di Stefania Ulivi

 

Chiara coltiva la sua inesausta fiducia in un domani un po’ meno complicato del sudoku quotidiano tra famiglia, lavoro, amiche e fantasie di fuga. Lauren è stata stuprata da tre commilitoni del suo reparto e si batte per ottenere giustizia. Racey ha un nuovo lavoro e non ha intenzione di perdere il senso dell’umorismo nonostante le colleghe continuino a dirle che non deve sentirsi a disagio solo perché è l’unica nera del gruppo. Blue è una madre single e farebbe qualunque cosa per suo figlio. A patto che lui non scopra mai che cosa fa lei veramente. Sono passati solo otto anni da quando i frequentatori di YouTube fantasticavano sui brandelli della vita di Bree, che la sedicenne affidava a video diventati presto virali. Si trattava, in realtà, di fiction, una delle prime serie pensate per il web, lonelygirl15 . Anni in cui il web è passato da territorio di libera sperimentazione a terreno di caccia di talenti e intelligenze. Il luogo dove i grandi network e le case di produzione vanno a cercare nuovi autori e nuovi divi. Lasciando a loro l’onere dell’invenzione, nella speranza di godere poi degli onori. È (anche) un paese per donne il web, almeno quello americano. Lì è nato il regno di Felicia Day, la regina della cultura geek . Era un’attrice apprezzata, conosciuta per il ruolo di Vi in Buffy l’ammazzavampiri, poi si è inventata, quasi per scherzo, The Guild una serie nata dalla sua mania per il videogioco World of Warcraft. L’aveva pensata come episodio pilota per la tv. Per sua fortuna nessuna rete si dimostrò interessata. Su consiglio dell’amica e coproduttrice Kim Evey la girarono, con la regia di Jane Selle Morgan, per il web, facendosi finanziare dal pubblico attraverso PayPal. Oggi la sua Codex è venerata come una pioniera, e il suo canale su YouTube detta legge. Ancora più stellare la parabola di Lena Dunham, coccolatissima autrice, protagonista e regista di Girls che, tra le medaglie vanta, anche la benedizione di Nora Ephron. Si ritagliò il suo spazio nel 2009 sul web, con Delusional Downtown Divas. In molte le hanno seguite, e la galassia si è andata via via strutturando. Guerriere, cantanti, poliziotte, avvocate, madri, figlie, bandite, scienziate, nerd, bambine, cattive ragazze. Ce n’è per tutti i gusti e tutti gli orientamenti. Autoprodotte o con budget ormai impegnativi. Oggi il canale Wings, lanciato su YouTube nel 2012, come logo un profilo femminile, si rivolge a un pubblico fino pochi anni fa appannaggio delle reti tv. Titoli come Blue, Lauren, Paloma interpretati da attrici note: Jennifer Beals, Anna Paquin, Julia Stiles, America Ferrera. La differenza, da noi, l’ha fatta una mamma di 39 anni. La Chiara Guerrieri di Lucia Mascino frutto della fantasia da Ivan Cotroneo. Un’eroina contemporanea Una mamma imperfetta che, come altre creature del web, ha creato qualcosa che prima non c’era. Un’inedita collaborazione tra Indigo, Raifiction e il Corriere della Sera , un successo popolare per le due stagioni e il film, l’imminente lancio di un canale dedicato, e una comunità di fan che, in buona parte, non frequentava il web. Anche quella italiana è una galassia in continua evoluzione con gruppi e autori corteggiati da reti tv, festival e produttori. Ma ancora molto dominata da uomini. Di questo parleremo domani alle 18 al Teatro Franco Parenti con Francesca Cima (Indigo), Lucia Mascino, Silvia Novelli regista delle BadHOLE, Ivan Silvestrini, regista e sceneggiatore di «Stuck». In programma anche una web-maratona dei titoli più significativi. Un nuovo appuntamento de «Il tempo delle Donne» organizzato da La27ora-Corriere della Sera , Io Donna , Valore D e WE-Women for Expo. Che a fine settembre darà vita a una tre giorni sui temi delle donne contemporanee
(Corriere della Sera,16 aprile 2014)



da Repubblica TV

di Cecilia D’Elia

Soprav­vi­vere al pro­prio figlio è un dolore indi­ci­bile, soprav­vi­vere al pro­prio figlio ammaz­zato toglie il fiato; soprav­vi­vere al pro­prio figlio men­tre il mondo costrui­sce un’immagine defor­mata di lui e fa il vuoto intorno a te è impresa impos­si­bile. Ma accade. È suc­cesso a Patri­zia Moretti, madre di Fede­rico Aldro­vandi, che oggi lo rac­conta in uno strug­gente libro, scritto con Fran­ce­sca Avon : Una sola stella nel fir­ma­mento. Io e mio figlio Fede­rico Aldro­vandi (Il sag­gia­tore, pp. 184, euro 14,50). «Io e mio figlio», per­ché que­sta è una pagina della sto­ria ita­liana che narra di un paese dove capita di morire ammaz­zato da chi dovrebbe tute­larti e difen­derti. Patri­zia Moretti sente di dover ricon­se­gnare a suo figlio la dignità di una memo­ria veri­tiera, per­ché anche di que­sto è fatta la giu­sti­zia. Sa di dover ricom­porre l’immagine infan­gata del figlio, quella del balordo che se l’è cer­cata. Si sente come la mamma sco­iat­tolo della favola, che uscita a cer­care cibo al ritorno trova la casa distrutta dall’oceano e cerca dispe­ra­ta­mente i suoi figli. Così anche lei lotta con­tro l’oceano infinito.

Tutto comin­cia la mat­tina del 25 set­tem­bre 2005 a Fer­rara. Fede­rico ha 18 anni, torna a casa da una serata con gli amici a Bolo­gna, ha scelto di fare l’ultima parte di strada a piedi. Morirà in via Ippo­dromo. Il suo decesso viene con­sta­tato alle 6.16. Patri­zia Moretti ci ricon­se­gna i pezzi di un puzzle che fati­co­sa­mente negli anni ha comin­ciato a com­porsi, ma all’epoca lei dovette aspet­tare le 11 per appren­dere che il figlio era morto. Eppure da tre ore lei e il marito sta­vano tem­pe­stando di tele­fo­nate Que­stura e ospe­dali per avere noti­zie del loro ragazzo. In quelle tre ore, il suo corpo era rima­sto a terra in via Ippo­dromo. Per la poli­zia Fede­rico è morto per over­dose ma lo zio, infer­miere all’obitorio, ha visto il corpo del nipote rico­perto di ferite e «tutto storto». Una fami­glia scon­volta e stor­dita dal dolore si ritrova in quei giorni sola di fronte alle auto­rità di poli­zia e alla stampa locale che rac­con­tano di Fede­rico morto per un malore. Il que­store con­voca i geni­tori per spie­gare che Fede­rico è morto da solo e prova a sco­rag­giarli dal nomi­nare un avvocato.

Soli, a parte qual­che amico, men­tre la città si con­vince della ver­sione offerta dalla poli­zia, aspet­tano i risul­tati della peri­zia tos­si­co­lo­gica. Ci met­te­ranno tre mesi ad arri­vare. Nel san­gue tro­ve­ranno quan­tità insi­gni­fi­canti di sostanze: nulla che possa aval­lare la ver­sione di un ragazzo in preda a una crisi d’abuso. Forze di poli­zia e auto­rità inqui­renti col­la­bo­rano a costruire una nar­ra­zione che non le com­pro­met­tano. Nes­suna reda­zione locale in quei giorni pub­blica la foto di Fede­rico mas­sa­crato. Eccolo l’oceano da sfi­dare. Non è la forza della natura come nella favola del castoro ma la vio­lenza e l’omertà degli uomini.

A Natale, il primo senza Fede­rico, Patri­zia decide di rac­con­tare in rete chi era suo figlio. Il 2 gen­naio 2006 nasce il blog dedi­cato a Fede­rico Aldro­vandi. Arri­vano migliaia di com­menti. Libe­ra­zione il mani­fe­sto ini­ziano a par­larne. Poi Repub­blica e il Cor­riere, e Chi l’ha visto. Titti De Simone, allora par­la­men­tare di Rifon­da­zione, inter­roga il mini­stro Gio­va­nardi che ammette l’uso vio­lento dei man­ga­nelli, rotti a furia di per­cuo­tere, ma parla, come con­ti­nuerà a ripe­tere, di un ragazzo eroinomane.

Il libro riper­corre le tappe dell’impegno di Patri­zia, del padre Lino, del fra­tello Ste­fano per avere giu­sti­zia e rista­bi­lire la verità; i con­certi orga­niz­zati con gli amici di Fede­rico, le can­zoni a lui dedi­cate. Gli alleati più vari, come i tifosi della Spal e poi altre tifo­se­rie. Infine quat­tro agenti ven­gono iscritti nel regi­stro degli inda­gati, il que­store viene tra­sfe­rito e una donna di ori­gini came­ru­nensi dice quello che aveva visto e sen­tito la mat­tina in cui Fede­rico fu ucciso.

Arriva il pro­cesso e la sof­fe­renza dei rac­conti. La sen­tenza. Col­pe­voli. «È giu­sto che ci sia una con­danna non sono nep­pure riu­scita a sen­tire di quanti anni ma non è così impor­tante». Anche se un pezzo con­ti­nua a man­care, quei tre quarti d’ora da quando Fede­rico ha lasciato gli amici a quando Anna­ma­ria Tsa­gueu l’ha visto. E quei poli­ziotti sono ancora poli­ziotti, pur essendo col­pe­voli. E ci sono anche degli irri­du­ci­bili, come i poli­ziotti del Coisp che hanno mani­fe­stato sotto le fine­stre del Comune di Fer­rara, dove lavora Patri­zia, o il sena­tore Gio­va­nardi che ancora con­te­sta che la mac­chia sotto la testa di Fede­rico sia sangue.

Il libro è anche la sto­ria di Patri­zia, del suo dolore pri­vato e della sua presa di parola pub­blica. Per rea­gire ha dovuto imbri­gliare il furore che si porta den­tro. Ma di Fede­rico ha saputo ricom­porre la memo­ria e l’immagine che lei stessa ha scelto, la foto che tutti cono­sciamo, uno sguardo che è «un rim­pro­vero muto» di quel ragazzo che, nato pre­ma­turo, un giorno strappò il tubi­cino che lo aiu­tava a respi­rare per il desi­de­rio di comin­ciare a vivere. La stessa della coper­tina del libro, Fede­rico bel­lis­simo che ti guarda negli occhi.

(il manifesto, 12.4.2014)

di Maria Castiglioni

 

Pensiamo che  l’amore per la  politica sia animato dal desiderio di cambiare le cose e di instaurare relazioni significative tra chi la fa: questo amore può giocarsi fuori come dentro le istituzioni della rappresentanza.

Per chi lavora nelle istituzioni osserviamo(ed è opinione comune) che  il desiderio di cambiamento spesso si infrange contro i dispositivi e le logiche  del potere, a cui sembra si pieghino anche gli spiriti più radicali, con effetti di rapida delusione dei loro sostenitori/sostenitrici. Anche le donne non ne sono esenti: in questo senso interpreto la seduzione del 50/50 che comporta più svantaggi che guadagni, quali lo spegnersi del conflitto uomo-donna, come ha efficacemente sottolineato Ida Dominijanni.

Rilevo che manca una riflessione, libera e articolata,  delle donne sulla loro passione per  la politica istituzionale. Nei nostri incontri come Giardiniere quello che è apparso chiaro, incontrando Lucrezia Ricchiuti  (allora vicesindaca di Desio)e Maria Ferrucci (attuale sindaca di Corsico), è la passione per la legalità, il ristabilimento delle regole a cui gli uomini che le hanno inventate, per primi, vengono a meno con molta spregiudicatezza ed enormi danni per la collettività.

Recentemente, incontrando la vicesindaca di Milano, Lucia De Cesaris, abbiamo notato in lei anche una passione per una  ‘visione’ diversa della città, per una città più vivibile e salutare, a cui  lei ritiene di adeguare  la sua azione istituzionale.

La mia curiosità, verso chi fa la politica nelle istituzioni, si concentra essenzialmente su tre punti:

1)                 il vincolo di  appartenenza, che comporta una condotta  di lealtà verso l’istituzione (e verso i propri colleghi/e)  e il conflitto che ne può nascere rispetto a se stesse nonchè alle istanze dei rappresentati;

2)                 la logica dell’emergenza: non si può cambiare perchè bisogna tamponare,  si deve tamponare  perchè l’assetto è fragile e ogni apertura rischia di modificare gli equilibri in atto con rischiosi effetti di scompenso del sistema a cui si appartiene;

3)                 la seduzione del potere, il suo rappresentare le 3S:soldi, sesso, successo. Rilevo però anche un’altra grande attrattiva rappresentata dal ‘mestiere della politica’: la possibilità di  far coincidere una passione con un lavoro -ben- remunerato (il famoso ‘rivoluzionario di professione’).

Per quanto riguarda la  politica delle Giardiniere e il modo in cui questa si intreccia e con  quella istituzionale e la decodifica, parto da una esortazione/invito di Antje Schrupp: dobbiano pensare che queste donne  esprimano–oltre alla volontà di accesso al potere –anche un forte desiderio di politica(VD 99/2011).

Che cosa significa questa affermazione calata nella nostra  pratica politica, allorquando  questa comporta l’interlocuzione con donne al potere?

Sicuramente una incertezza di codici interpretativi. Se mettiamo all’opera quelli usuali interpretiamo la relazione, e le ‘mosse’ fatte al suo interno  dalle nostre interlocutrici al potere, nella logica strumentale, machiavellica, doppiogiochista, preoccupata del consenso elettorale etc.

Questa interpretazione non è facile da lasciare: un po’ perchè nella cultura di sinistra la lotta di classe è comunque una chiave di lettura importante, un po’ perchè l’abbandonarla ha significato spesso  colludere con la controparte e svendere i propri obiettivi.

Quindi ‘vedere altro’, come ci invita a fare Schrupp, è impresa molto delicata che si muove tra questi due versanti. Ciò che sta in mezzo, cara Antje, è tutto, o quasi,  da costruire.

Per quanto mi riguarda comincio dall’irritazione che mi provoca la decodifica  secondo la pura logica strumentale e spiego il perchè. La sento innanzitutto riduttiva della competenza relazionale  e della tenacia del desiderio messo in campo dalla politica prima. Ad esempio, nella interlocuzione con la De Cesaris ha contato di più la lettera d’appoggio al nostro progetto del CdZ7 o la  forza del nostro desiderio? Ha contato di più la preoccupazione per i colpi che sta perdendo la giunta Pisapia nel consenso dei cittadini, o la nostra competenza, sia di contenuti che relazionale? Ha contato di più il suo desiderio, della De Cesaris,   di una buona politica o  la logica dell’operazione d’immagine?

Da questa pratica di interazione con queste donne io, all’oggi,  ho imparato due cose:

1)stare al detto e allo scambiato, con rigore, senza aggiungere altro (sogni, fantasie), nè forzare la mano (con intepretazioni/attribuzioni) o avere la presunzione di stare dalla parte giusta (anche se è vero, ma non serve) o di insegnare  cosa fare ( i gatti sanno arrampicarsi da soli…).

2) l’attenzione al linguaggio: le metafore guerresche non servono se non siamo in guerra (vittoria, strappare un risultato, sfida, ultimatum, parte avversa/controparte, tattica/strategia): occorre sforzarsi ogni volta di trovare parole esatte che restituiscano con  fedeltà la realtà delle cose e della relazione in atto.

Da ultimo vorrei porre una questione: ho sentito  alcune donne lamentarsi della vacuità delle aule(parlamentari, consigliari)  in cui fanno politica, altre ammettere che comunque stare lì è anche interessante. Al di là dei vissuti personali mi chiedo se è possibile – e come- trasfondere, in quei luoghi, alcuni elementi della ‘politica del  simbolico’ o ‘politica del significato’ (la definizione è di Bell Hooks), i cui cardini sono: il partire da sè, dalla forza del proprio desiderio e la pratica di relazioni, gratuita e non strumentale e come è possibile mantenere una relazione  con chi questa  pratica politica la fa.

 

 

 

 

di Alessandra Pigliaru

 

II 12 e 13 aprile a Verona si svol­gerà l’incontro nazio­nale dal titolo Sono cam­biate molte cose. Donne e uomini rein­ven­tano il pre­sente edu­ca­tivo. A pro­muo­vere il con­ve­gno sono in tante e tanti che in que­sti anni hanno creato, a vario titolo, la peda­go­gia della dif­fe­renza ses­suale e il movi­mento di auto­ri­forma. Si potranno dun­que ascol­tare gli inter­venti e le resti­tu­zioni di Anna Maria Piussi e Anto­nia De Vita (Uni­ver­sità di Verona), Ales­sio Miceli (Maschile Plu­rale), Clara Bian­chi e Maria Cri­stina Mece­nero (Mae­stre in ricerca e in movi­mento), Vita Cosen­tino (rivi­sta Via Dogana), Marina San­tini (Auto­ri­forma della scuola), Sara Gan­dini (Libre­ria delle donne di Milano), Sal­va­tore Guida (Stri­pes), Maria Pia­cente (rivi­sta Peda­go­gika), Anto­nietta Lela­rio (Le città vicine) e Gian Piero Ber­nard (La Mer­let­taia). Nella let­tera d’invito, dispo­ni­bile inte­gral­mente nel blog dedi­cato all’iniziativa (http://​cesdef​.word​press​.com), l’intento è piut­to­sto chiaro.

Si legge, infatti, che «L’esigenza è quella di com­pren­dere che cosa è in gioco oggi, rifare il punto delle espe­rienze e dei risul­tati matu­rati da donne e uomini nelle scuole, nelle uni­ver­sità, nei ser­vizi – isti­tu­zioni a rischio di dele­git­ti­ma­zione – nei ter­ri­tori, nelle «altre scuole», luo­ghi in cui si costrui­scono saperi in altro modo: libere uni­ver­sità, reda­zioni, libere aggre­ga­zioni, spe­ri­men­ta­zioni eco­no­mi­che, arti­sti­che e sociali». È un pas­sag­gio cru­ciale che posi­ziona il desi­de­rio dell’incontro vero­nese come il rilan­cio di un per­corso più lungo.

Il desi­de­rio è quindi la domanda poli­tica di let­tura e di gene­ra­zione della realtà, dopo quasi trent’anni dall’inizio della peda­go­gia della dif­fe­renza insieme alle con­nes­sioni tra con­te­sti diversi che non siano neces­sa­ria­mente isti­tu­zio­nali; si tratta piut­to­sto di dare conto di ricer­che mosse da nuove forme di rela­zio­na­lità politica.

Muta­zioni in atto

Ma qual è il signi­fi­cato di aver pen­sato un con­ve­gno simile pro­prio ora? Non ha dubbi Anna Maria Piussi: «L’idea di que­sto con­ve­gno mi è venuta dopo aver par­te­ci­pato all’Incontro fem­mi­ni­sta di Pae­stum 2012, per il senso di libertà e la ric­chezza di scambi cir­co­lati lì, ma anche per le denunce lì avan­zate circa l’assenza di pen­siero e di pra­ti­che fem­mi­ni­ste nella scuola e nell’Università e il silen­zio delle inse­gnanti sulla dif­fe­renza ses­suale. Come se d’un solo colpo fos­sero azze­rate sco­perte, pra­ti­che e parole, tutto un fer­mento creato a par­tire dalla metà degli anni Ottanta dalle donne con la peda­go­gia della dif­fe­renza e il movi­mento di auto­ri­forma, e si dovesse rico­min­ciare dac­capo. Quando nel frat­tempo si impon­gono dall’alto poli­ti­che di parità, ini­zia­tive di edu­ca­zione al genere che rischiano di can­cel­lare le sog­get­ti­vità e le rela­zioni, e si accen­dono dibat­titi fuor­vianti sul supe­ra­mento della dif­fe­renza donna/uomo e delle dif­fe­renze sog­get­tive in nome dell’uguaglianza di diritti. Da tempo sen­tivo, con altre, la neces­sità di un con­fronto di ampio respiro su scuola ed edu­ca­zione in un mondo tra­sfor­mato dalla libertà fem­mi­nile, e que­sta volta anche con uomini. La scom­messa dell’Incontro nazio­nale è quella di misu­rarsi con il pre­sente – un pre­sente diso­rien­tato ma anche pro­met­tente — per­ché scuola, edu­ca­zione, for­ma­zione siano real­mente al cuore di una nuova civiltà di rap­porti, e con la radi­ca­lità che viene dall’agire con libertà e con­sa­pe­vo­lezza la dif­fe­renza di essere donne e uomini».

Nuovi sguardi

Dall’università alla scuola ele­men­tare e ritorno, dun­que, pas­sando per i vari cicli didat­tici e per espe­rienze fuori dalle isti­tu­zioni for­ma­tive tra­di­zio­nal­mente intese, il motivo di gua­da­gno di un’impresa come que­sta ha radici ben salde e tenaci. Stando sul pre­sente, e soprat­tutto intorno a ciò che è acca­duto negli ultimi vent’anni, non può essere negata l’esistenza fer­tile di quelle che Anto­nia De Vita chiama altre scuole, regi­strando così molte espe­rienze che pur man­te­nendo una spic­cata impli­ca­zione edu­ca­tiva, deci­dono il pro­prio spa­zio di crea­ti­vità ed espres­sione fuori dalle sedi tra­di­zio­nal­mente depu­tate a farlo. Ecco per­ché la dome­nica del 13 verrà dedi­cata a Con­te­sti e pra­ti­che che gene­rano saperi e nuove visioni.

«Infatti — pro­se­gue De Vita — nei con­te­sti urbani sono nati gruppi e libere aggre­ga­zioni che attorno a gesti di con­sumo e pro­du­zione cri­tica (G.a.s, Des, etc.), o alle occu­pa­zioni di spazi sim­bo­lici delle città (Tea­tro Valle, Roma; Macao, Milano), o alle crea­zione di nuovi legami sociali di pros­si­mità e di con­vi­venza nel pro­prio ter­ri­to­rio (Città vicine, asso­cia­zioni e gruppi di vicini), hanno inven­tato o riat­tua­liz­zato pra­ti­che e saperi della mate­ria­lità, nuove forme del con­sumo e del lavoro, della con­vi­venza e della con­vi­via­lità. Abbiamo assi­stito poi, in con­te­sti infor­mali, asso­cia­tivi e sociali, alla dif­fu­sione di saperi e sapienze che rimet­tono al cen­tro l’intelligenza del corpo nella sua con­nes­sione con la mente. Pra­ti­che molto anti­che, come quella della pre­senza men­tale, o più recenti che segna­lano il biso­gno di scom­met­tere su saperi per la vita e per l’educazione ispi­rati a epi­ste­mo­lo­gie dell’integrazione tra dimen­sioni razio­nali e affet­tive ed emo­zio­nali. Que­sti luo­ghi di pra­ti­che e di saperi ci sem­brano signi­fi­ca­tivi non solo per ridi­se­gnare i nuovi spazi dell’educazione e della for­ma­zione, ma anche per mostrare le nuove visioni che le ispirano».

L’annuncio dell’incontro nazio­nale vero­nese era stato anti­ci­pato durante i lavori pre­pa­ra­tori di Pae­stum 2013, quando cioè era stata espli­ci­tata la scom­messa poli­tica rela­tiva ad un labo­ra­to­rio inte­ra­mente dedi­cato al tema durante la due giorni fem­mi­ni­sta. Dopo quell’esperienza sono state rese dispo­ni­bili alcune resti­tu­zioni ora pre­senti nel blog http://​pae​stu​m2012​.word​press​.com. Per quell’occasione, Anto­nia De Vita, Valen­tina Festo e Ales­sio Miceli (tra altre e altri par­te­ci­panti) ave­vano sin­te­tiz­zato alcuni punti essen­ziali delle loro sin­gole espe­rienze. De Vita rico­no­sce come siano tra­scorsi molti anni dal movi­mento di inse­gnanti che attorno alla peda­go­gia della dif­fe­renza ses­suale prima e al movi­mento di auto­ri­forma della scuola poi, aveva rac­colto rifles­sioni e inven­tato pra­ti­che cor­re­dando tanti testi e dando vita a nume­rosi convegni.

Alla luce del desiderio

Tra i volumi basti ricor­dare Edu­care nella dif­fe­renza (1989) a cura di Anna Maria Piussi ma anche Sapere di sapere (1994), insieme a Buone noti­zie dalla scuola. Fatti e parole del movi­mento di auto­ri­forma (1998), per le cure di Vita Cosen­tito, Anto­nietta Lela­rio e Guido Armel­lini. Ma Maria Cri­stina Mece­nero, mae­stra ele­men­tare in una scuola della peri­fe­ria mila­nese, e molto attiva nel soste­nere il sapere auto­nomo e rela­zio­nale delle mae­stre, con­si­dera soprat­tutto un punto: «A Roma nel con­ve­gno Che genere di pro­grammi (feb­braio 2013) molte delle pre­senti soste­ne­vano che nelle scuole non c’è più niente, niente ini­zia­tive auto­nome, niente lavo­rio per creare nuovi sguardi verso l’esserci fem­mi­nile e maschile in que­sto mondo; anzi: le inse­gnanti non por­tano libertà, la osta­co­lano e c’è biso­gno di esperte per assi­sterle nella pro­gram­ma­zione e pro­get­ta­zione. Una postura peri­co­losa, che non tiene conto di ciò che avviene in molte rela­zioni comuni e reali, nei vari con­te­sti for­ma­tivi. Non si vede che si è il cam­bia­mento. C’è un misto di arre­tra­mento voluto e di qualcos’altro. Pos­siamo stare all’intreccio tra realtà diverse? Siamo inte­res­sate a con­fron­tarci con altre impo­sta­zioni? Le ini­zia­tive cen­trate sulla discri­mi­na­zione fem­mi­nile e sugli ste­reo­tipi rischiano di trat­te­nerci nel pas­sato e disto­glierci dal rico­no­scere e agire il cam­bia­mento, dal desi­de­rare in grande. Ci sem­bra più urgente rac­con­tare ciò che di nuovo sta già capi­tando. Abbiamo biso­gno di por­tare alla luce ciò che già si fa nella dire­zione di scambi crea­tivi, anche con­flit­tuali, che con­sen­tono di cam­biare in meglio le con­di­zioni del vivere insieme».

Edu­care nella dif­fe­renza attiene anzi­tutto al come e non al che cosa; non è la pro­po­sta di pari oppor­tu­nità di genere, soprat­tutto se calata dall’alto, o di for­ma­zione a tema­ti­che di genere a pro­cu­rare il cam­bia­mento, bensì il modo stesso di agire la pro­pria libertà che trac­cia un oriz­zonte; altresì è ugual­mente la moda­lità stessa che si intrat­tiene con le forme del sapere a costi­tuire un cam­bio di prospettiva.

Ales­sio Miceli, forte anche della sua espe­rienza di inse­gnante negli isti­tuti supe­riori, spe­ci­fica che c’è biso­gno di smon­tare «quei mec­ca­ni­smi con cui si com­pri­mono i corpi, i tempi ed i pen­sieri svuo­tati di sen­ti­menti, man­canti di con­tatto con il mondo. Ci sono interi pro­grammi che restano let­tera morta fin quando qual­cosa non viene illu­mi­nato dalle domande di senso che ciascuno/a si pone. Col­ti­vare, porre e ascol­tare que­ste domande sog­get­tive ci riporta alla radice viva dei saperi che abbiamo costruito. Poi la pro­pria sog­get­ti­vità incon­tra le altre e si può coo­pe­rare anzi­ché essere tenuti a com­pe­tere, una forma di pen­siero e di rela­zione sal­va­vita nella giun­gla del mer­cato attuale (e della sua pedagogia)».

Il punto su cui insi­ste Miceli è soprat­tutto l’ipotesi di «scar­di­nare l’istituzione che è den­tro di noi». Ciò sot­tende sia una pra­tica di libertà (che è poi il vero cam­bia­mento por­tato dal fem­mi­ni­smo) che una sog­get­ti­vità capace di costruire rela­zio­na­lità, oggi, tra donne e uomini. Del resto, come ricorda Sara Gan­dini, non è stato forse il movi­mento di auto­ri­forma della scuola a chie­dere «il minimo di potere e il mas­simo di auto­rità»? Se dun­que la par­tita che si gioca all’interno della scuola dovesse con­clu­dersi in un’aggiunta di con­te­nuti e saperi cri­tici sull’identità di genere sarebbe dav­vero poca cosa.

La scuola-comunità

A que­sto pro­po­sito, Maria Cri­stina Mece­nero, è da anni impe­gnata nella rifles­sione e nella pra­tica della dif­fe­renza insieme a donne e uomini da nord a sud dell’Italia. Il suo è un posi­zio­na­mento piut­to­sto pre­ciso sul lavoro edu­ca­tivo; se si può par­tire dal carat­tere di osser­va­zione dell’esistente, con­sta­tando per esem­pio una par­te­ci­pa­zione geni­to­riale cre­scente, è pur vero che le rela­zioni fami­liari e cul­tu­rali por­tate nelle classi da bam­bine e bam­bini mostrino meglio di qua­lun­que altro esem­pio il gua­da­gno delle nar­ra­zioni che sono già frutto di cam­bia­mento. Ciò signi­fica forse una scuola che si sente comu­nità, che dichiara cioè di poter dire, nel pro­prio tes­suto anzi­tutto sim­bo­lico, di non rap­pre­sen­tare un pezzo della società ma di spe­ri­men­tare una tra­sfor­ma­zione già in atto.

Non si tratta quindi di affian­care alle e agli inse­gnanti nes­suna figura esperta esterna e calata dall’alto. Si tratta piut­to­sto di fare agire la libertà delle rela­zioni di dif­fe­renza, com­prese quelle svi­lup­pate tra le varie isti­tu­zioni sco­la­sti­che e quelle che isti­tu­zio­nali nean­che desi­de­rano diven­tarlo. Pre­stare atten­zione al cam­bia­mento già in atto alza la posta in gioco della scom­messa edu­ca­tiva e insieme rac­conta di un pre­sente decli­nato al futuro.

(il manifesto, 10 aprile 2014)

Introduzione di Silvia Motta

 

Benvenute e benvenuti.

 

Politica mon amour è il tema del nostro incontro e qui a questo tavolo, con me e Maria Castiglioni, ci sono due donne impegnate politicamente nelle istituzioni, due parlamentari: Lucrezia Ricchiuti senatrice del PD e Laura Puppato deputata del PD, che ringraziamo per averci dato la loro disponibilità.

Questo incontro ha una sua storia.

Come qualcuna ricorderà più di un anno fa, in corrispondenza di un risultato elettorale che aveva visto l’entrata massiccia di donne in Parlamento – soprattutto del PD, di SEL e di 5 Stelle – in una riunione qui in libreria, dove questo risultato era stato accolto con interesse e curiosità, avevamo espresso il desiderio di entrare in contatto con  loro, di interloquire, di creare un terreno comune dove avviare lo scambio e il confronto.

Io stessa, avevo lanciato l’idea di scrivere una lettera, idea accolta positivamente da molte, tanto che ho ricevuto varie sollecitazioni a dare seguito a questa proposta.

Poi le vicende della politica (l’estenuante iter del governo che voleva fare Bersani e tutto il resto) hanno un po’ oscurato questo risultato elettorale e noi stesse ci chiedevamo: ma a chi scriviamo, chi interpelliamo, come?

Nonostante questo, la proposta non è caduta e abbiamo seguito un’altra strada, che ci è certamente più congeniale: quella di partire dalle relazioni… e qui interviene Maria, già impegnata nei tavoli del Comune di Milano e nel gruppo delle Giardiniere e in relazione con Lucrezia Ricchiuti… e tramite loro abbiamo sentito Laura Puppato e altre parlamentari.

Oggi sono qui loro due, ma abbiamo speranza di incontrare in seguito anche altre donne impegnate nelle istituzioni tradizionali della politica .

Il desiderio di interloquire non data però solo da quella riunione che ho citato.

Ricordo l’iniziativa dell’Agorà del lavoro… per chi non la conosce, un incontro mensile sul tema del lavoro a partire dalla divisione sessuale e a partire dal punto di vista delle donne… “una piazza pensante”, l’abbiamo definita… Questa iniziativa è al suo terzo anno, e nasce proprio con un grande desiderio di aprire il confronto con tutte/tutti – anche gli uomini: con gruppi e donne singole, sindacaliste, assessore del comune eccetera.

E poi, sempre sotto lo stesso segno di grande volontà di confronto serrato c’è stato nel 2012 il grande incontro del femminismo a Paestum, più di 800 donne… delle più varie provenienze e schieramenti, singole e appartenenti a gruppi… E questo incontro è stato replicato ancora con successo nel 2013.

Dunque, un desiderio rispetto a questo incontro che viene da lontano.

 

 

Qual è l’obiettivo dell’incontro di oggi?

 

Diciamo subito una cosa: siamo qui per ascoltare e per discutere insieme lasciando perdere appartenenze e schieramenti politici.

Siamo mosse dalla voglia di conoscere un’esperienza che a noi manca.

Siamo curiose di sapere le difficoltà che incontrate nel portare lì, nei luoghi del potere, la vostra soggettività, il vostro pensiero, le soluzioni in cui credete.

 

Vi poniamo dunque alcune domande, le stesse che si poneva Antje Schrupp (in un articolo apparso su Via Dogana nel dicembre 2011) guardando alle molte che in Germania, negli ultimi dieci anni, hanno occupato posizioni influenti in sedi istituzionali quali ministeri, tribunali, università, chiese, aziende…

 

Che esperienza vivete nel tentativo di portare la vostra politica nei luoghi del potere?

 

Quali sono gli ostacoli e i conflitti che si aprono quando si vuole portare avanti una politica non interessata al potere in quanto tale?

Si riesce?

Cosa riesce?

 

E aggiungo io: perché sono così rari i casi in cui le donne in Parlamento, indipendentemente dagli schieramenti, fanno sentire la loro voce… o portano argomenti che rivelano una sensibilità comune?

 

Il perché di queste domande credo sia evidente… ma lo preciso.

Penso che sarebbe davvero importante creare un flusso di scambio e di reciproco alimento tra voi che portate la vostra passione politica nelle istituzioni e che vi confrontate con un day by day che immagino molto pressante e tutta quella politica di confronto sull’esperienza delle singole donne che in questi quarant’anni ha prodotto un grande sapere in tutti i campi… quello del lavoro e dell’economia, della sessualità, della scienza, della letteratura, delle arti… la filosofia … davvero in tutti i campi.

Un sapere che, ad esempio, qui in libreria si sviluppa con una pratica politica di autocoscienza, basata sulle relazioni, e che produce un agire politico molto ampio… La rivista politica Via Dogana che esce ogni due mesi, gli incontri, i video, il sito… Non sto a elencarle tutte, tante iniziative.

E altre, impegnate in altri luoghi, possono fare molti altri esempi.

Ma a me sembra che, di tutto questo sapere e azione politica di cambiamento che il movimento delle donne produce fuori dai luoghi istituzionali, nelle istituzioni si perda traccia… non se ne vede il riflesso. La mia domanda è: perché?

 

Adesso do brevemente la paola a Maria Castigliani che ha un’esperienza che l’ha coinvolta in maniera più diretta nelle iniziative del Comune di Milano e che ha lavorato fianco a fianco con le donne elette.

di Bruno de Filippis

La legge 40, come molti ricor­dano, fu appro­vata in tutta fretta, omet­tendo di valu­tare oltre 300 emen­da­menti all’epoca pre­sen­tati e fu “blin­data” dalla mag­gio­ranza di allora, che mostrò com­pat­tezza, nel respin­gere ogni pro­po­sta di cor­re­zione o miglio­ra­mento, e volontà di per­ve­nire, senza modi­fi­che, all’approvazione del testo pre­di­spo­sto. Vero­si­mil­mente, se all’epoca fosse stata mostrata mag­giore dispo­ni­bi­lità al dia­logo, la legge non avrebbe suc­ces­si­va­mente con­se­guito il non invi­dia­bile pri­mato di essere tra quelle più spesso e per mag­gior numero di aspetti sot­to­po­sta al giu­di­zio della Corte Costi­tu­zio­nale, con ecce­zioni di con­tra­sto con i prin­cipi fon­da­men­tali della nostra Costituzione.

 

Subito dopo l’approvazione, la legge fu defi­ni­tiva «la più puni­tiva d’Europa», in quanto si occu­pava delle norme rela­tive alla pro­crea­zioni assi­stita con un’ottica pena­li­stica, invece che pro­mo­zio­nale e civile, non­ché creava una nutrita serie di nuove fat­ti­spe­cie penali, vale a dire faceva con­tem­po­ra­nea­mente nascere ipo­tesi di reato che prima non esi­ste­vano, desti­nate a punire i cit­ta­dini, i medici, i ricer­ca­tori ed i respon­sa­bili dei cen­tri che non si fos­sero atte­nuti alle sue dispo­si­zioni. Da quel momento molte cop­pie, pri­vate della pos­si­bi­lità di valersi dell’ausilio della scienza per rea­liz­zare il sogno di poter avere un figlio, si rivol­sero ai tri­bu­nali e, sia in sede giu­di­zia­ria, che ammi­ni­stra­tiva (deci­sioni dei Tar) furono sol­le­vate ecce­zioni di inco­sti­tu­zio­na­lità, che deter­mi­na­rono rimes­sione dei pro­ce­di­menti alla Corte Costituzionale.

 

L’apice di tale atti­vità di impu­gna­zione si ebbe il primo aprile del 2009, allor­ché la Con­sulta dichiarò l’illegittimità costi­tu­zio­nale dell’art. 14, comma 2, demo­lendo alcuni dei prin­cipi fon­da­men­tali della legge 40. Da quel momento, il numero di embrioni da impian­tare non fu più aprio­ri­sti­ca­mente deciso dalle norma, ma sta­bi­lito dal medico, sulla base della situa­zione cli­nica di cia­scuna paziente e, quindi, tenendo conto della sua salute, non­ché fu abo­lito l’obbligo di impianto, sem­pre e comun­que, degli embrioni for­mati, a pre­scin­dere dalle con­di­zioni fisi­che e psi­co­lo­gi­che della donna che doveva rice­verlo. Dive­nuto così pos­si­bile che alcuni embrioni fos­sero for­mati e non uti­liz­zati, si ammise la pos­si­bi­lità di una loro crioconservazione.

 

Nono­stante que­sto impor­tante risul­tato, che stra­vol­geva l’impianto ini­ziale della legge 40, la stessa con­ti­nuò ad essere diversa dalle ana­lo­ghe nor­ma­tive esi­stenti in molti altri Paesi euro­pei. Le con­te­sta­zioni, i ricorsi al giu­dice e le rimes­sioni alla Con­sulta pro­se­gui­rono, poi­ché molti cit­ta­dini con­ti­nua­vano a per­ce­pire un fon­da­men­tale distacco tra le pre­vi­sioni di legge e ciò che esse deter­mi­na­vano, da un alto, ed i diritti fon­da­men­tali della per­sona dell’altro. Poter avere dei figli, avere figli sani, essere in con­di­zione di eser­ci­tare come tutti gli altri i pro­pri diritti in una sfera per­so­na­lis­sima e deci­siva per la vita e la rea­liz­za­zione per­so­nale non è cosa cui si possa facil­mente rinunciare.

 

Dopo la bat­ta­glia giu­ri­dica per la dia­gnosi pre-impianto, neces­sa­ria per poter far nascere bam­bini sani, por­tata avanti dalle cop­pie por­ta­trici di malat­tie gene­ti­ca­mente tra­smis­si­bili e dalle asso­cia­zioni che le sosten­gono, bat­ta­glia che ha con­dotto all’importante risul­tato di ren­dere pos­si­bile que­sta inda­gine, prima vie­tata, la fecon­da­zione ete­ro­loga è dive­nuta la que­stione più rile­vante e mag­gior­mente al cen­tro del dibat­tito giu­ri­dico e sociale sulla legge 40 o si potrebbe dire, su quanto ancora di essa resta in piedi. Il Legi­sla­tore avrebbe infatti potuto inter­ve­nire ed anti­ci­pare ulte­riori pro­nunce di inco­sti­tu­zio­na­lità, ma non lo ha fatto, pre­fe­rendo lasciare alla Corte fun­zioni che avrebbe potuto riven­di­care per sé. Il divieto di fecon­da­zione ete­ro­loga è, tra i nume­rosi divieti posti dalla legge 40, uno dei più incom­pren­si­bili. Prima della legge, molti rite­ne­vano che paci­fi­ca­mente la coscienza sociale rite­nesse legit­timo il ricorso ad essa. La fecon­da­zione ete­ro­loga, infatti, si attua allor­ché una cop­pia, per poter pro­creare, ha biso­gno dell’intervento esterno di un dona­tore. Come nell’adozione i due geni­tori, con un atto d’amore, scel­gono di con­si­de­rare pro­prio figlio un bam­bino bio­lo­gi­ca­mente gene­rato da altri, così nell’eterologa uno solo dei due com­pie que­sta scelta ed il bam­bino che nascerà sarà figlio bio­lo­gico solo dell’altro, ma figlio for­te­mente voluto ed accet­tato da entrambi.

 

Si è detto che la fecon­da­zione ete­ro­loga deve essere vie­tata per­ché la gene­ra­zione può avve­nire solo all’interno del matri­mo­nio, ma que­sta tesi dif­fi­cil­mente può essere soste­nuta e non sem­bra che deb­bano essere spesi argo­menti per la sua con­fu­ta­zione, poi­ché gene­rare o meno un figlio all’interno di un rap­porto matri­mo­niale o meno non può che essere una scelta per­so­nale, non coer­ci­bile. Si è detto, altresì, che, vie­tando l’eterologa, lo Stato avrebbe “pro­tetto” i cit­ta­dini dalle riper­cus­sioni psi­co­lo­gi­che interne alla cop­pia, deri­vanti dal fatto che bio­lo­gi­ca­mente il figlio appar­tiene ad uno solo dei suoi com­po­nenti, ma que­sta tesi attri­bui­sce allo Stato un ruolo di “Grande Fra­tello” che for­tu­na­ta­mente non appar­tiene alla nostra cul­tura. Nep­pure può dirsi che la pro­crea­zione ete­ro­loga crei pro­blemi giu­ri­dici per l’attribuzione della pater­nità o mater­nità, poi­ché gli stessi sono stati altrove age­vol­mente risolti. Il divieto resta quindi immotivato.

 

Secondo il Tri­bu­nale di Milano, che ha sol­le­vato la que­stione di ille­git­ti­mità davanti alla Con­sulta, il divieto vio­le­rebbe più di un arti­colo della Costi­tu­zione, in ordine all’eguaglianza dei cit­ta­dini ed alla tutela del loro diritto alla geni­to­ria­lità ed alla salute fisica e psichica.

 

La Corte deci­derà que­sta mat­tina nel merito. Si auspica che que­sto divieto cada e che l’Italia si avvi­cini un po’ di più all’Europa della civiltà e dei diritti. A quando il pros­simo passo avanti per il defi­ni­tivo sman­tel­la­mento della legge 40?

(il manifesto – 8 aprile 2014)

Associazione Culturale Identità e Differenza, Spinea (VE)


CONVEGNO


Da molti anni gli incontri residenziali di Identità e Differenza esplorano le relazioni tra i sessi in politica, con il lavoro in presenza di donne e uomini che hanno a cuore la libertà femminile. Oggi siamo a un bivio: da un lato sappiamo che la prima consapevolezza per la politica, per “la cittadinanza interiore” (Peyrot), è quella della differenza sessuale, ovvero la capacità di ricostruire la relazione tra donne e uomini dopo il femminismo, dall’altro talvolta ci sentiamo in impasse, spia di nodi politici ancora da affrontare.

Vediamo che oggi molte espressioni della società civile e delle istituzioni pensano in termini di “collaborazione” tra uomini e donne. Anche a livello sociale, nelle famiglie e sul lavoro, il cambiamento è evidente. Nel mondo del lavoro (scuola e università, scienza e tecnologia, servizi e imprese), c’è una possibilità nuova di condivisione, collaborazione e riconoscimento tra i sessi.

Si può parlare in questo caso di una forza nei legami deboli? Cosa può significare per la pratica politica? Sicuramente occorre saper percepire e nominare quelle che Francois Julien chiamava le “trasformazioni silenziose”  le  cose che accadono quotidianamente, che si muovono e si modificano gradualmente, per arrivare a Cambiare l’immaginario del cambiamento, come ci racconta Rebecca Solnit.

Ma il presente è pieno di nuove sfide. Sappiamo che le donne, col femminismo, sono partite dal conflitto tra i sessi all’interno delle coppie in cui circolava amore, ma ora la partita è più grande, come dice anche Luisa Muraro in Non si può insegnare tutto, in dialogo con Riccardo Fanciullaci. Il tempo di lottare per la libertà femminile non è finito, ma questa lotta è oramai ingaggiata con i problemi di un mondo che, caduto l’ordine patriarcale, deve fare i conti con le sue macerie: vediamo la quotidiana violenza sessista, la furia ostinata e cieca dei movimenti “dal basso” (grillini, forconi), il vuoto dato dall’eclissi del desiderio e dall’affermarsi del comandamento del godimento, come dicono Massimo Recalcati e Christian Raimo. Si preferisce scappare dalla fatica delle relazioni, dai conflitti che portano verità, dall’impegno necessario a far spazio all’Altro da sé. I vincoli relazionali hanno sempre meno valore.

A nostro parere quello che manca in questa società è la fiducia e un affidarsi reciproco, e ci riferiamo alle relazioni politiche tra uomini e donne. Infatti, perché si possa agire con autorità senza i mezzi del potere e del dominio, abbiamo bisogno della libera fiducia nella relazione, che si rinegozia e si rinnova di volta in volta, in contesto, nella situazione che insieme si va ad affrontare. Ma “il simbolico femminile fa problema fino all’angoscia nell’esperienza maschile e nell’idea maschile della politica”, scrive Marco Deriu su Pedagogika.

Nella nostra esperienza, negli scambi più importanti tra uomini e donne, sono capitati momenti di condivisione forte, che partivano da curiosità e apertura, e a volte si nutrivano di eros e di attrazione, anche se in forme differenti da quelle note, legate all’immaginario sessuale o eterosessuale tradizionale. Sono relazioni rare e speciali, forse non generalizzabili, ma solo partendo da qui, dagli scacchi e dagli scambi profondi, pensiamo sia possibile interrogarci su come modificare i contesti, l’immaginario comune e il senso della nostra pratica politica.


Laura Colombo, Marco Deriu, Sara Gandini e Alessio Miceli


XXª  Esperienza formativa-residenziale: 23-24-25 Maggio 2014 – Torreglia (PD)


Venerdi 23 Maggio 2014
Arrivi e sistemazione, cena, relazioni e scambi


Sabato 24 Maggio 2014

08.00         Colazione
09.00         Introduzione al Convegno e interventi
10.30         Intervallo  con foto di gruppo
10.45         Risonanze e scambio in assemblea
12.30         Pranzo

15.00         Proseguono gli interventi e scambi
17.15         Intervallo e riflessione per scrivere sul foglio:
Pensieri relativi ai temi e valutazione personale dell’incontro

17.30         Interventi e mediazioni in contesto
19.30         Cena – Scambi e relazioni
21.30         Rinfresco e festa del ritrovarci insieme


Domenica 25 Maggio 2014 Giorno delle elezioni europee
Per consentire alle amiche e amici che abitano lontano di poter arrivare in tempo per votare si organizzano le partenze.

Per chi rimane è possibile continuare i lavori di comunicazione.


Costi per persona, al giorno: per una pensione completa (pranzo, cena, pernottamento e prima colazione), in camera singola o doppia con bagno: Euro 50.00.
Per mezza pensione Euro 38.00.
Contributo per l’organizzazione, la festa serale,  la compilazione degli atti e uso degli ambienti per il convegno Euro 20.00.


Presso:  Casa Sacro Cuore  Suore S. Francesco di Sales o Salesie Via  Rina, 2
35038 Torreglia (PD) Tel.  049/5211667 – 5212537

Si tratta del ventesimo convegno annuale sul tema delle relazioni tra uomo e donna.  Si può scaricare il volantino dell’invito qui.

Per partecipare è necessario richiedere preventivamente l’iscrizione, entro l’11 maggio, compilando il modulo on line a questo indirizzo.
In caso di difficoltà a compilare il modulo on line potete richiedere il modulo su file scrivendo a adriarca1@gmail.com.

Per informazioni:
sara.gandini@rcm.inet.it

adriarca1@gmail.com

marco_sacco@live.it

www.identitaedifferenza.it

 

 

 

 

 

di Liliana Rampello

 

Con Almanacco del giorno prima (Einaudi 2014) Chiara Valerio ha scritto un libro di straordinaria energia. E tachigrafico.

Non racconterò nulla della trama di un romanzo così originale, non lo faccio mai, tanto meno in un caso come questo, in cui non è interessante la trama, ma l’andare al cuore del desiderio e della fascinazione, del desiderio della fascinazione. Continua, per tutto quanto sta in cielo e sulla terra, e può essere contato, che sia palpabile o impalpabile, reale o virtuale.

Desiderio dunque, e quindi non c’è un amore da raccontare, anche se si tratta di amore, forse. Forse, perché non sappiamo se c’è, se è inventato, se è corrisposto, se è immaginato dal nostro ragazzo e uomo, Alessio Medrano, la cui infanzia tra i numeri di due genitori matematici ci fa sorridere dall’inizio alla fine, con le sue tabelline, elenchi del telefono, numeri sfenici, triangolari, a somma pari, numeri perfetti, con la complice inesistenza del buio come dello zero assoluto. E poi i meravigliosi numeri di Fibonacci: non crediate che io abbia capito, non ha nessuna importanza non sapere niente di matematica, il gioco è molto più raffinato perché è una griglia che cattura tutta la nostra attenzione mentre la storia non inventa solo la sua trama ma soprattutto la sua architettura.

Che mi sembra la novità più importante della scrittura di Chiara Valerio, il vero salto felice, perché racchiude e sostiene una meditazione autobiografica in terza persona lungo 5 stazioni – Zero, Infanzia, Presente, Imperfetto, Domani accadrà – che nel cuore del Presente ha conficcato un dialogo di divertita e divertente intelligenza, in grado di far bruciare della stessa fiamma realtà e invenzione, lasciandoci con i piedi per terra e insieme con la testa fra le nuvole. Ai miei occhi una forma nuova di narrazione del mondo, che non è poca cosa.

Una struttura temporale per la geografia di uno spazio in cui far distendere l’esperienza. Quale esperienza se non c’è storia? Quella dello stare al presente (in presenza, al Presente), solo 1futuro possibile, in cui non accade niente perché non si racconta ciò che accade ma ciò che dicono le parole fra due persone che stanno una di fronte all’altra. Niente fatti o avvenimenti, parole che disegnano intelligenza di quella che è la realtà da raccontare dove ciò che non accade è il tutto che deve accadere. E accade.

E’ giovane la voce di Chiara Valerio, e per fortuna mai giovanilistica perché è con evidenza quella di una grande e appassionata lettrice, abituata a libere scorribande. E’ profonda la sua voce, ironica e triste; sa essere scanzonata per amore eterno.

O infinito come sa esserlo un numero?

di Elena Stancanelli

 

Élisabeth Gille, figlia della scrittrice, da bambina portò in salvo il testo di “Suite Francese”. Nel 1996 scrisse il sequel, che ora esce in Italia.

Devi scegliere: la tua bambola preferita, Bleuette, o quel quaderno pieno di parole scritte con una grafia minuscola, quasi illegibile. Non puoi portarli entrambi. Élisabeth, detta Babet, era una bambina speciale. Aveva solo cinque anni, il giorno in cui iniziò a scappare insieme alla sorella Denise. La prima notte le nascosero in un pensionato cattolico, nella provincia di Bordeaux.

Cachez votre nez! gridò la tata a Denise come ultimo avvertimento. Era l’autunno del 1942, e le due bambine si trascinavano dietro una valigia, contassegnata dalle iniziali I. N. Dentro c’era tutto quello che i genitori avrebbero voluto salvare. La tua bambola preferita o il quaderno? Babet prese la sua decisione: si congedò da Bleuette. Con questo enorme sacrificio salvò il manoscrittodi Suite Francese. Ma fu Denise, la sorella più grande, a scoprire nel 2004 tra le carte pigiate nella valigia il manoscritto. Fu lei a curarne l’edizione. Risvegliando l’amore dei lettori di tutto il mondo per questa scrittrice.

Irène Némirovsky aveva trentanove anni, quando, il 17 agosto 1942, morì ad Auschwitz. Era figlia di un ricco banchiere ucraino, una russa bianca. Quando si cominciò a capire cosa sarebbe accaduto, quando a lei e al marito Michel Epstein, nonostante si fossero convertiti, imposero di portare la croce gialla cucita sui vestiti, decise che non sarebbe scappata di nuovo. La Francia aveva fatto di lei una scrittrice famosa, e lei si fidava dei francesi, pensava che avrebbero fermato i tedeschi, che avrebbero protetto gli ebrei. La arrestarono. Il marito, incredulo, fece quanto era possibile: scrisse agli editori perché intercedessero. Cercò tra i romanzi di lei le pagine che potessero dimostrare l’odio per il regime bolscevico, la totale indifferenza per il giudaismo. Infine andò lui stesso a chiedere clemenza. Lo arrestarono. Deportato anche lui ad Auschwitz, morì pochi mesi dopo Irène.

Le bambine furono affidate a una tata, e negli anni che seguirono, poterono sempre contare su una rendita di tremila franchi al mese che l’editore della madre, Albin Michel, mise loro a disposizione. Con questo soldi, riuscirono a studiare. Finirono per occuparsi entrambe di libri. Babet prese il nome di Élisabeth Gille, e si appassionò di fantascienza, diresse una collana per la casa editrice Denoël, si occupò di letteratura straniera per Flammarion e dal 1989 fu direttore editoriale di Julliard. Tra gli scrittori, protesse e curò Françoise Sagan. Tradusse Ballard, Kate Millet e Patricia Highsmith; pubblicò, nel 1992, una biografia della madre: Mirador( Fazi editore). Fu Denise a ricopiare il manoscritto di Suite francese e consegnarlo agli editori, ma fu Babet a sacrificare la sua bambola. E quando nel 1996 scrisse il suo secondo romanzo che Marsilio traduce (lo fa Cinzia Bigliosi) inquestigiorni, Un paesag-gio di ceneri, Babetsenericordò.È così che nascono i libri, sbattendo l’uno contro l’altro ricordi, paure, desideri, sogni. Trasformati e deformati dalla memoria, piegati perché sorreggano scene, spingano avanti la trama.

Un paesaggio di ceneri inizia così, con la piccola Léa impegnata in una lotta a calci e strilli contro le suore che la vogliono spogliare, e mettere a letto. Tanto disperata che sembra quasi una scena di violenza. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi? Fin quando Bénédicte, che diventerà ovviamente la sua amica più cara, non riesce a distrarla facendo le ombre cinesi sul muro. Léa si calma. E anche noi: le suore sono buone, l’hanno accolta nonostante il pericolo. Ma per tenerla, dovranno cancellare il suo nome, il passato e ogni traccia, compresa la bambola che le sfilano dalle braccia appena si addormenta. «Quando ebbe alimentato a sufficienza il fuoco, vi gettò i vestiti e, senza esitazioni, la bambola, i cui capelli sfrigolarono e la testa, deformata dal calore, finì per fondere facendo delle smorfie. Gli occhi di vetro schizzarono uno dopo l’altro dalle orbite con un rumore di tappi che saltano e rimbalzarono contro le pareti. Li afferrò con le punte delle pinze e li seppellì in fondo alla spazzatura».

Di quanto dolore ha bisogno uno scrittore per scrivere una scena così? Il romanzo di Élisabeth Gille è discontinuo nello stile e un po’ impacciato nello svolgersi della trama. È un libro rabbioso, nascosto sotto uno strato sottile di buona educazione. Si muove, come l’esistenza di Léa, tra evidenza e segreti. L’evidenza del racconto – l’infanzia, l’adolescenza, la fine della guerra – e certe potentissimi immagini che vengono da una zona infera dell’essere. Rivelazioni, produzioni di un rimosso nerissimo. All’Hotel Lutetia, dove, finita la guerra, i revenantsvenivano accolti e i parenti li cercavano, Léa bambina apre una porta. Su un letto matrimoniale, di una stanza lussuosa, sono sdraiati un uomo e una donna. Sono morti. Léa apre altre porte: sono tutti morti. Che cosa sia successo davvero, cosa siano stati i campi e la shoah, Léa lo capisce piano piano. Nel disperato tentativo di sopravvivere in un mondo che, per sopravvivere a sua volta, ha dovuto forzare il confine tra colpevoli e innocenti. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi?

 

Un paesaggio di ceneri

di Élisabeth Gille ( Marsilio, pagg. 176, euro 16,50)

 

 

Fotografia. La mostra «Generazioni», al museo Trastevere di Roma, fino al primo giugno. Un affresco sul plurale femminile

di Mirella Bentivoglio

Fino al primo giu­gno, il museo di Roma in Tra­ste­vere ospita la mostra ]Gene­ra­zioni di Paola Binante. Come vuole il sot­to­ti­tolo, Plu­ra­lità del fem­mi­nile, que­sta espo­si­zione (curata da Sil­via Bon­fili ed Elena Palo­scia) offre una let­tura retroat­tiva di un nucleo fami­liare, mediante le imma­gini foto­gra­fi­che di una serie di oggetti appar­te­nuti alla nonna, alla madre, alle zie dell’autrice (docente di Foto­gra­fia presso l’Università Isia di Urbino). Dun­que, una saga dome­stica che esce total­mente dagli schemi della ripresa foto­gra­fica di marca con­cet­tuale, in genere fon­dati sugli inganni della per­ce­zione visiva; e si pro­pone invece di «rac­con­tare» la rituale vicenda del fem­mi­nile lungo un arco di tre generazioni.

Vi sfi­lano imma­gini che hanno la pre­cisa sec­chezza di parole, affran­cate come sono dalla con­sueta aura roman­tica delle memo­rie pri­vate. Pro­ta­go­ni­sti sono gli oggetti del quo­ti­diano, pre­sen­tati uno per volta, con una con­ci­sione meta­fi­sica: gli attrezzi di cucina, gli uten­sili della tes­si­tura e del cucito; e i capi di vestia­rio, le fascine della legna per il fuoco, la fisar­mo­nica dello svago, le pil­lole medi­ci­nali, le let­tere con­ser­vate, le foto­gra­fie incor­ni­ciate dei pro­pri cari. A chiu­sura del per­corso, il volto dell’autrice; quasi una firma, un tra­guardo di con­qui­stata con­sa­pe­vo­lezza della pro­pria gene­tica «pluralità».

L’originalità di que­sta espo­si­zione non con­si­ste solo nell’affrontare la tema­tica del «genere» col mezzo foto­gra­fico; ma è pre­sente soprat­tutto nel modo in cui la semio­lo­gia del fem­mi­nile vi viene pro­po­sta. Gli oggetti vi appa­iono sem­pre cam­piti su un lembo di len­zuolo, o di altro bianco capo di bian­che­ria con ini­ziali rica­mate, che possa fun­gere da sfondo. Que­sto per can­cel­lare ogni appar­te­nenza degli oggetti a uno spa­zio fisico, ele­van­doli così a livello di sim­boli; al di fuori di ogni valenza di docu­mento mera­mente antro­po­lo­gico. E la ripresa di que­ste tele occupa tutto il riqua­dro del sup­porto, come per sug­ge­rire la pre­senza ance­strale della tes­si­lità nella memo­ria gene­tica della donna.

Notiamo inol­tre che pre­do­mi­nano in que­sta ras­se­gna le forme ovali, rigon­fie, per esem­pio quelle degli orci in ter­ra­cotta; e ciò porta a ricor­dare che nelle scrit­ture arcai­che la donna è sem­pre stata equi­pa­rata al «con­te­ni­tore»; sap­piamo per esem­pio che il gero­gli­fico egi­zio a lei rife­rito, è, sì, lo stesso segno che equi­vale indi­stin­ta­mente a «essere umano», ma sor­mon­tato da una pic­cola imma­gine, quasi un accento, che rap­pre­senta un vaso.

Non manca nella mostra una vasta instal­la­zione. Nella forma, essa sem­bra ricon­durre alla strut­tura del dna, la spi­rale gene­tica; ma, con­tem­po­ra­nea­mente, anche all’avvolgimento del corpo dell’infante nelle fasce, sia pure in maxi­mi­sura. Quasi a rive­lare che il gesto rituale della donna espe­ri­menta gli stessi interni segreti del suo corpo. E que­ste fasce di neo­nato, bian­che ma ben rico­no­sci­bili, sono anch’esse rac­conto, rita­gliate come qui appa­iono, in ret­tan­goli stac­cati che sem­brano allu­dere a una plu­ra­lità di pagine.

Insomma i rispec­chia­menti, le coin­ci­denze dei segni, creano in que­sta ras­se­gna in modo spon­ta­neo e forse in parte incon­scio, per virtù di intro­spe­zione, qual­cosa di equi­pa­ra­bile al gioco delle «rime» di una poe­sia in versi.

02 Aprile 2014 ore 18:30

LEA VERGINE La vita, forse l’arte

Per presentare l’ultimo libro di Lea Vergine, la Signora dell’arte contemporanea e della Body Art, nessun luogo poteva essere più adatto della mostra di Regina José Galindo, l’artista guatemalteca che fa del suo corpo un mezzo politico, uno strumento per non dimenticare. Una raccolta di oltre venticinque articoli, dal 2000 al 2013, recensioni di altrettante mostre, personali e collettive, di libri su artisti e fotografi d’arte: Salvador Dalí, Jannis Kounellis, Lucio Del Pezzo, Vanessa Beecroft, Trisha Brown, Jenny Holzer, Alighiero Boetti, Lee Miller e altri ancora. D’obbligo per chi la conosce, imperdibile per chi non ha mai assistito ad una sua conferenza. Perché le sue riflessioni folgoranti e intransigenti sfuggono il peso della retorica e coltivano l’arte della leggerezza. Lea Vergine non risparmia frecce acuminate contro direttori di musei e curatori di esposizioni, ma con l’arguzia tagliente che ne fa esercizi di stile, tutti da godere. E le belle citazioni che chiama a sostegno delle sue contrarietà non soffrono di arroganza: rientrano nel gioco della cultura come passione di vita. Lea Vergine è autrice di numerose pubblicazioni e mostre sui problemi dell’arte contemporanea, tra cui Il corpo come linguaggio (La Body-art e storie simili) (Prearo 1974); Attraverso l’Arte. Pratica Politica (Arcana 1976); L’altra metà dell’avanguardia, Milano, Palazzo Reale; Roma, Palazzo delle Esposizioni; Stoccolma, Kulturhuset (1980-1981) i cui cataloghi sono stati rieditati in volume da Il Saggiatore (2005) e Un altro tempo. Tra Decadentismo e Modern style, Rovereto, MART (2012-2013). INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO POSTI

di Ursula Eichenberger

 

Una bimba di nove anni ha chiesto alla direttrice : «Rosie, mi presti le tue chiavi?». Con le sue amiche voleva andare a scuola anche nel fine settimana. Accade a Villa Monte, scuola privata che si ispira a Maria Montessori e Rebeca Wild nel Canton Svitto. “SE mi è permesso di fare solo il mio dovere, ma non posso mai farlo quando voglio, non mi va di farlo nemmeno quando devo. Se invece mi è permesso di farlo quando voglio, lo faccio volentieri anche quando devo. Perché per fare il proprio dovere bisogna poter aver voglia di farlo”. Citazione di anonimo accanto al telefono a Villa Monte, la scuola privata autorizzata e vigilata dal Canton Svitto, fondata nel 1983 dalla pedagogista Rosmarie Scheu e basata sul principio “ciascuno sa da sé”.
“Già le quattro? Che palle!” I due bambini sono seduti sul pavimento in un angolo della stanza, ciascuno con una clessidra poggiata sul palmo della mano. Guardano quanto tempo impiega la sabbia a cadere. Le clessidre sono di dimensioni diverse e i bimbi vogliono capire se la sabbia scorre più velocemente nell’una o nell’altra. Ma lo scuolabus ha già suonato due volte il clacson, il treno parte tra dieci minuti. E, per somma sventura, è anche venerdì. La settimana prima una bimba di nove anni ha chiesto alla direttrice : “Rosie, mi presti le tue chiavi?”. Con le sue amiche voleva andare a scuola anche nel fine settimana.
“Villa Monte è una scuola privata autorizzata che si ispira alla filosofia di Maria Montessori e Rebeca Wild, sotto il controllo del Canton Svitto. Il successo della scuola dimostra come sia possibile ottenere un valido titolo di studio anche con metodi non tradizionali”, si legge nel verbale di valutazione del Dipartimento per la formazione del Cantone.
Poco dopo le 8 si inizia. Dagli scuolabus gli alunni grandi e piccini scendono di corsa e sciamano verso l’edificio. Una volta arrivati, via le scarpe, su gli stivali. Bisogna strappare le erbacce, mettere a dimora le nuove piantine. “Questa è la mia palma”, spiega un bimbo al compagno più piccolo. Nella stanza delle bambole si prepara il tè. In un altro ambiente si lavora alacremente alle macchine da cucire. “La filosofia della scuola è una filosofia di vita: Imparare assieme e l’uno dall’altro. Imparare quando se ne ha voglia. Aver tempo per conoscere se stessi, gli altri e l’ambiente esterno. Senza stress. La perizia e il successo nella vita professionale testimoniano la validità della didattica di Villa Monte”, spiega ancora il Dipartimento cantonale. La scuola sorge isolata su una collina affacciata sulla Linthebene. Confina da un lato con il bosco, dall’altro ci sono il frutteto, il giardino
e l’orto dei bambini, il campo da calcio, il pergolato, una vecchia nave di legno per giocare ai pirati. Ogni stanza è un paradiso, attrezzata con angoli destinati al gioco e all’apprendimento, ogni oggetto è studiato a fini pedagogici. Inutile cercare banchi e lavagne, qui non si fa lezione frontale. Un gruppo di bambini per piano, seguiti da almeno un insegnante, pedagogista o tirocinante. Al piano terra i più piccini, a partire dai tre anni, al primo gli alunni della scuola primaria, all’ultimo quelli della secondaria. Nella casa accanto abitano i direttori, una coppia, che si dedica con grande impegno alla scuola. Gli adulti sono presenti solo per rispondere alle domande, riordinare, aiutare e intervenire quando i bambini non riescono a fare da soli. Quasi inesistenti gli elogi,
rari i rimproveri, nessuna punizione. Niente compiti, niente esami, niente voti.
Le regole sono solo tre: trattarsi con rispetto, essere ordinati, restare nello spazio stabilito attorno all’edificio. “Moltissimo” ribadisce il Cantone “viene scoperto ed elaborato attraverso le azioni, anche nell’ambito della matematica e della lingua, ed è quello che colpisce di più. Le competenze personali, sociali e specifiche sono poste sullo stesso piano”. Vige un ordine non organizzato, è tutto un via vai, un riempire gli zaini, improvvisare picnic. Niente urla, niente zuffe, si sta insieme in armonia. “Noi diamo fiducia ai nostri ragazzi”, spiega la fondatrice e direttrice della scuola, Rosemarie Scheu, 62 anni. “Siamo convinti che tutti troveranno la loro strada”. Gli alunni non vengono mai persi di vista, gli adulti sanno sempre dove sono e cosa fanno. “Tutti gli alunni, il corpo insegnante e i genitori dichiarano che in questa scuola la violenza non esiste. Forse dipende dal fatto che gli alunni non sono oggetto di alcuna costrizione e possono programmare e gestire liberamente la loro giornata scolastica”.
La gioia di imparare e la curiosità fanno si che al termine del periodo scolastico tutti sanno leggere, scrivere e far di conto. Imparano nella maniera a loro più congeniale. Ma soprattutto sanno cosa significano autonomia, felicità e gioia. Su una parete sono appese le foto degli ex alunni e le didascalie indicano la loro attuale attività: programmatore, musicista hip-hop, segretaria, ingegnere, estetista a Barcellona, falegname, istruttore di golf, tecnico d’impresa, ballerina ad Amsterdam, informatico, insegnante di tecnologie di stampa, fiorista, studentessa di psicologia, commessa in una libreria.

(La Repubblica,  31.03.14)

di Marina Terragni

 

Si è svolto domenica 30 a Roma – partecipatissimo – l’incontro Invito al passo avanti, d’autorità.

Qui un resoconto della giornata di lavori – parziale e in soggettiva: mi scuso per le non-citate e per chi sarà menzionata solo in sintesi – presso la splendida Casa Internazionale delle Donne (che invidia, amiche romane!).

Graziella Borsatti, ex-sindaca di Ostiglia: «La parola responsabilità è ciò che ci rende diverse dal potere. Si tratta di trovare le pratiche per la nostra politica. Nei luoghi dell’amministrare c’è quasi la vergogna di affermare il primato delle relazioni e il linguaggio della differenza. È necessario mostrare al mondo questo modo diverso di stare nella politica».

Loredana Aldegheri, Mag Servizi di Verona: «Noi pratichiamo un’economia che non si vuole disgiunta dalla vita. Ciò che abbiamo imparato a fare nei contesti piccoli oggi può servire nei contesti grandi, per una nuova civiltà che agisce e prospera. Si tratta di guadagnare con sobrietà per guadagnare tutti. Ma parlo anche di un guadagno non monetario, di un guadagno di relazioni e di fiducia. È necessario, come dice Luisa Muraro, togliere al denaro l’esclusività di renderci grandi. Autorità è esserci integralmente, con i desideri e la responsabilità».

Luana Zanella, ex-deputata, ex-assessora a Venezia: «Oggi faccio una politica più libera, fuori dalle istituzioni. Cercare di portare la differenza in politica è stata una traversata della città infinita. Eppure perfino lOnu oggi riconosce le donne come leader di una nuova civiltà, presenza indispensabile dove ci sono rischi per il pianeta. Pensiamo a tante donne di paesi terzi, che hanno assunto responsabilità di governo in quanto sanno come si fa”. Si tratta di fare incontrare questa domanda con l’offerta, e di esercitare questa autorità nei contesti. In Italia ci sono 930 sindache (più o meno il dieci per cento del totale) e moltissime assessore, consigliere, oltre alle dipendenti. Un’enorme massa di donne che si dovrebbe intercettare e mettere in rete».

Franca Fortunato, Rete delle Città Vicine: «In Calabria è accaduto qualcosa di inaudito, in pochi anni le donne sono riuscite e mettere in crisi la ’ndrangheta. Fino al 2010 non c’erano mai state collaboratrici di giustizia. Poi alcune hanno cominciato a trovare la forza di rompere, con un gesto da sovrane, in forza della relazione madre-figlia, come nel caso di Lea Garofalo e di sua figlia. Dall’altro lato, molte donne si candidano a lavorare nelle istituzioni, mostrando come governare non è rappresentare”. Ormai sono in molte e in molti a pensare che il rinnovamento in Calabria lo faranno le donne».

Letizia Paolozzi, giornalista, autrice di Prenditi Cura: «Le donne hanno fatto ovunque il passo avanti d’autorità, ma nelle istituzioni non è ancora capitato. Quando entrano nelle istituzioni è come se si deformassero. Ma anche lì bisogna starci».

Daniela Dioguardi, Udi, ex-parlamentare: «Mi ha molto colpito Federica Mogherini che interrogata da Corrado Augias: “Vuole essere chiamata ministra o ministro?”, ha risposto seccamente: “Ministro!”. Ma si deve saper lavorare anche con le donne che la pensano diversamente da noi. Dobbiamo contrastare il dogma della parità, perché la misura di questa parità è maschile. I miei due anni in Parlamento li ho vissuti in modo molto negativo».

Gisella Modica, Udi di Palermo, Società Italiana delle Letterate: «Sono riuscita a riconoscere l’autorità anche attraverso un percorso che ha a che fare con il mio corpo. Ci sono state donne molto umili che mi hanno fatto capire che cos’è l’autorità. Sentendo i racconti della lotta per l’occupazione delle terre, ho saputo di una donna che prima di andare a occupare si metteva gli orecchini di brillanti. La chiamavano la baggianusa, la vanitosa, ma quello era il suo modo per darsi autorità. Ci sono tanti gesti di donne come questo, ma questi gesti hanno bisogno di essere nominati. Invece quando parliamo di politica anche noi usiamo il linguaggio degli uomini. Di questa sovranità femminile rimangono questi gesti e poi il dialetto, la lingua materna che mischia sempre il vero e l’immaginario, la vita reale e il sogno».

Stefano Ciccone, Maschile Plurale: «Anche nella politica degli uomini ci sono relazioni, emozioni e desideri. Ma oggi gli spazi di dialogo si sono impoveriti e isteriliti. Forse molte donne, una volta entrate nelle istituzioni, non credono abbastanza nella forza di quel pensiero che invece praticano fuori da quegli spazi. Io non sento l’importanza della parola “autorità”, sento invece molto quella delle relazioni portatrici di senso e di trasformazione. Noi uomini dobbiamo imparare a mettere in gioco il desiderio maschile contro un potere che ha mutilato le nostre vite».

Katia Ricci, Rete delle Città Vicine, Foggia: «Frida Kahlo, di cui è in corso una bellissima mostra a Roma, è stata sovrana nella sua capacità di fare del suo corpo opera d’arte, nonostante le sofferenze fisiche. A Stefano Ciccone dico che autorità è proprio questo: una relazione trasformatrice e portatrice di senso».

Laura Ricci, Associazione Il Filo di Eloisa, Orvieto: «Mi sento sovrana come Cristina di Svezia, anch’io come lei ho fatto la mia migliore politica quando sono uscita dalle istituzioni, con il mio quotidiano online. Ora mi hanno chiesto di diventare sindaca di Orvieto».

Bianca Bottero, Le Città Vicine: «Dobbiamo pensarci in un mondo più di città che di nazioni, come dice Saskia Sassen. E nelle città le donne contano».

Silvia Zanolla, Verona: «Bisogna accettare il fatto che non possiamo esserci tutte. Si deve avere fiducia in quella che ha il più di intelligenza necessario a muoversi».

Adriana Sbrogiò, Associazione Identità e Differenza, Spinea (Ve): «Mi sento sovrana in quanto sempre stata fedele a me stessa. Ci sono le tentazioni: il potere, il prestigio, il denaro. Ma per me il patrimonio più grande sono le relazioni».

Annarosa Buttarelli, filosofa, autrice di Sovrane (da cui il convegno ha preso le mosse): «Il passo avanti d’autorità è in corso, nell’orizzonte di una nuova genealogia dell’autorità, come indicata nel libro di Luisa Muraro. È qualcosa che ha a che fare con la generatività, che parteggia per le ragioni della vita e per il suo meglio, che fa fiorire le relazioni e si prende cura delle anime. Si deve intrecciare tutto questo con la terza ondata del femminismo, ma anche con il “prendersi cura” di cui parla Letizia Paolozzi, e con quello che dice Carol Gilligan in La virtù della resistenza. Resistere, rifiutare, non credere. Lei dice che l’etica della cura è l’unica prospettiva per la democrazia. Oggi, alla fine del patriarcato, le istituzioni sono allo sbando perché sono rimaste prive di un orientamento simbolico. Per esempio si parla molto di riforme, ma le riforme sono una cosa diversa dalla trasformazione: e questo sarebbe un momento di grandi trasformazioni, bloccate dalle riforme. Chi vuole andare a governare deve sapere che va in luoghi in cui gli strumenti sono da ripensare e ricollocare. Con la finanza internazionale al governo del mondo non esiste più il potere come l’abbiamo conosciuto. Zygmunt Bauman parla della separazione di potere e politica che nessuno sa risolvere. Noi donne sappiamo risolverla: questa è la responsabilità, che è anche gioiosa perché coincide con il nostro orientamento interiore. Essere sovrane è questo: il lavoro di trasformazione esteriore/interiore. Gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione sono spuntati, e ne servono altri: in Sovrane indico non soltanto nuove pratiche, ma anche fondamenti partendo dai quali si può rigenerare la rappresentanza. La cosa importante è non cedere in radicalità, nemmeno di un millimetro, o si perde tutto. La radicalità femminile è la sola garanzia».

Infine, quello che ho detto io: servono modelli di un percorso inverso, che non va come al solito, secondo una logica di carriera “ascendente”, dalle pratiche utili e contestuali del lavoro locale alla rappresentanza, dove spesso si diventa inutili. Ma che semmai utilizza il “prestigio” accumulato nei luoghi della rappresentanza per tornare a lavorare nei contesti locali, e con maggiore efficacia. Purtroppo oggi le cose sembrano andare almeno in parte in un altro verso, in direzione di un neocentralismo, addirittura nell’imbuto del leaderismo spinto e dell’uomo solo al comando. Il lavoro è invece spostare potere dal centro per farlo diventare autorità nei contesti, seguendo la lezione di Evelyn Ostrom sui beni comuni. Questo non avviene anche per ragioni di soldi. Le donne spesso lasciano il lavoro politico nei contesti per andare a perdersi nell’astrazione della rappresentanza centrale perché vengono meglio remunerate in queste posizioni. Così spesso si tagliano gli investimenti nel locale per demagogiche ragioni di “risparmio”. Insomma, i soldi sono la ragione di buona parte degli errori politici che si commettono. E si dovrebbe attentamente ragionare su questo. Cito anch’io e nuovamente Luisa Muraro: si tratta di togliere al denaro l’esclusività di renderci grandi.

 

INVITO AL PASSO AVANTI, D’AUTORITÀ

 CONVEGNO DELLE CITTÀ VICINE

29 e 30 MARZO 2014 – ROMA

Casa internazionale delle donne – Via della Lungara, 19 – ROMA

CHI CONVOCA IL CONVEGNO:  – RETE DELLE CITTÀ VICINE

– ASSOCIAZIONE “AUTORITÀ FEMMINILE NELLA

POLITICA”

– MAG SERVIZI VERONA

ORIENTAMENTO PROPOSTO PER LA DISCUSSIONE COMUNE: SOVRANE. L’AUTORITÀ FEMMINILE AL GOVERNO di Annarosa Buttarelli (Il Saggiatore ed.)

 

 

In continuità con l’incontro molto partecipato Ci prendiamo la città dello scorso anno, convochiamo il convegno della rete delle Città Vicine insieme all’associazione “Autorità femminile nella politica” e MAG servizi Verona per accogliere, discutendolo, l’invito contenuto nel lavoro di Annarosa Buttarelli Sovrane. L’autorità femminile al governo. Attraverso la documentazione di esperienze storiche e contemporanee, l’autrice scommette sulla sovranità femminile come sull’unica possibilità esistente nel mondo contemporaneo per provare a rigovernare il mondo. Rigovernare è un verbo amato dalle donne ed è perfetto per indicare un possibile cambio di civiltà, in cui si smette di accontentarsi delle riforme che riconfermano e appesantiscono ulteriormente l’esistente. Nel libro viene ribadito con argomenti nuovi che l’assetto dato all’economia, alle convivenze, alle culture dominanti ecc. non è inesorabilmente l’unico possibile. Spostando lo sguardo verso un altrove già realizzato varie volte nella storia e qui intorno a noi, si vede con chiarezza che la sovranità femminile appoggia su fondamenti ben differenti da quelli utilizzati dall’età moderna nella tradizione istituzionale, sia monarchica che repubblicana.

Nel libro di Annarosa Buttarelli ci sono nuovi fondamenti per un ripensamento dell’azione politica del “rappresentare”, per il governare, per orientare nuove relazioni tra uomini e donne. C’è anche l’intuizione di un nuovo profilo della democrazia alla condizione che il “popolo” e le “donne” trovino il punto di intersezione per un destino che, nella storia, è stato loro comune. In Sovrane c’è anche l’invito – che noi raccogliamo – alle amministratrici locali di assumersi tutta l’autorità della loro sapienza differente di governo, in modo che possano fare un passo avanti, d’autorità, e si liberino dalle strette dei partiti e dalla corruzione in cui sta morendo la politica istituzionale e la gestione del potere.

Ci troviamo con la speranza che la discussione comune dia forza, idee e pratiche alle donne che hanno passione per la politica e agli uomini che non ne possono più di essere ricacciati ogni giorno indietro da altri uomini affamati di potere, di soldi, di corruzione.

Forse si è ripresentato il momento, il kairos, che offre la possibilità di una ripresa del “movimento delle amministratrici” che ci sorprese negli anni ’90 e la cui storia è narrata in Sovrane. Vogliamo provare a vedere se ci sono le condizioni, i desideri e la forza necessari per riprendere il cammino con un inedito passo avanti.

Le pratiche politiche dei movimenti attuali, i fermenti, le creazioni sociali e politiche, i nuovi immaginari del cambiamento, i desideri costituenti, le indignazioni, le occupazioni, le imprese sociali… sono tutte buone pratiche che molte di noi, insieme a compagni di strada, stanno seguendo e realizzando, come si può vedere anche negli atti del convegno Ci prendiamo la città (Roma, 23 marzo 2013), pubblicati nel n. speciale di “AP autogestione e Politica Prima: periodico di Azione Mag”, luglio-dicembre 2013. Desideriamo intrecciare tutte queste esperienze e orientarle saldamente nella politica delle donne, la radicale politica della differenza sessuale che propone l’autorità femminile come pratica di governo senza la necessità di avere potere, ma non respingendo il desiderio di donne di mostrarne un uso del tutto contingente e impersonale.

INFORMAZIONI PER PARTECIPARE

 

Il Convegno inizia sabato 29 marzo alle ore 19.30 incontrandoci e discutendo durante l’aperitivo-cena (complessivi 10 euro), al ristorante della Casa internazionale delle donne. L’inizio dei lavori domenica 30 sarà alle ore 9.30 nella Sala Carla Lonzi. Il convegno si chiuderà alle 17.30.

Ci sarà la pausa per il pranzo che verrà proposto con la modalità self-service nel ristorante della Casa internazionale delle donne.

La partecipazione al Convegno prevede un contributo di 5 euro pro capite per coprire le spese dell’affitto della sala.

 

Per informazioni rivolgersi a :

Anna Di Salvo lacittafelice@libero.it, 3332083308

Mirella Clausi mirellacla@gmail.com, 3284850943

 

http://lecittavicine.wordpress.com/

 

Marta Alberti, Loredana Aldegheri, Pinuccia Barbieri, Nicoletta Bardi, Gian Piero Bernard, Francesca Bolazzi, Rita Borgioli, Graziella  Borsatti, Bianca Bottero, Annarosa Buttarelli, Fiorella Cagnoni, Alessandra Casarini, Luisa Cavaliere, Marco Cazzaniga, Stefano Ciccone, Filomena Cioppi, Mirella Clausi, Luisella Conti, Antonella Cunico, Carmina Daniele, Loretta Del Papa, Alessandra De Perini, Daniela Dioguardi, Anna Di Salvo, Lina Faccia, Gianni Ferronato, Franca Fortunato, Donatella Franchi, Maria Teresa Giacomazzi, Simona Giannangeli, Maria Luisa Gizzio, Clara Jourdan, Antonietta Lelario, Giannina Longobardi, Franca Marcomin, Pia Mazziotti, Maria Teresa Menotto, Giusi Milazzo, Laura Minguzzi, Paola Morellato, Luna Mortini, Nadia Nappo, Maria Linda Odorisio, Annarita Oppo, Orietta Paciucci, Mariella Pasinati, Paola Pattaro, Morena Piccoli, Anna Potito, Serena Procopio, Liliana Rampello, Katia Ricci, Mauretta Rigo, Adamaria Rossano, Oriella Savoldi, Adriana Sbrogiò, Lina Scalzo, Nunzia Scandurra, Rossella Sferlazzo, Luciana Talozzi, Nadia Tarantini, Anna Tellini, Marina Terragni, Biagio Tinghino, Desiré Urizio, Valentina Valleriani, Luana Zanella, Silvia Zanolla.

 

CONVEGNO DELLE CITTÀ VICINE

29 e 30 MARZO 2014 — ROMA

di Giorgia Serughetti

 

Periodicamente si riaccende la discussione politica su come regolare il fenomeno della prostituzione: legalizzare il commercio sessuale? Proibirlo? Ogni soluzione fa insorgere agguerriti schieramenti di persone favorevoli e contrarie, tra le donne ma non solo. Il punto però è: cosa sappiamo della prostituzione? Siamo in grado di formarci un’opinione informata su un tema così controverso? La risposta, se dobbiamo guardare al panorama dell’informazione di massa, è: faticosamente. I pregiudizi tendono quasi sempre ad avere la meglio sulla conoscenza.

C’è un libretto, edito da poco da il Mulino, che offre un aiuto prezioso per orientarsi in questa materia spinosa e “farsi un’idea”, come promette il titolo della collana che lo propone: si tratta di Vendere e comprare sesso, di Giulia Garofalo Geymonat. L’autrice è una ricercatrice che da molti anni si occupa di studiare il mercato del sesso, e confessa fin dall’inizio che qui ci troviamo di fronte a “quanto di più sfuggente si possa immaginare, difficile da osservare, forse impossibile da capire fino in fondo – perfino se lo si frequenta”. Il volume però è di rara chiarezza, e vorrei raccontarlo in dieci punti: dieci cose che è utile sapere sulla prostituzione.

1) Che cos’è la prostituzione? Non basta a definirla il fatto che il sesso abbia una contropartita materiale o di altro genere, cosa che riguarda anche le figure della “protetta” o in alcuni casi dell’“amante”. È prostituzione, lavoro sessuale, quando una “donna (o uomo o persona trans) sollecita esplicitamente denaro o bene materiale definito, o viceversa il suo (o sua) partner (che diventa allora cliente) offre esplicitamente denaro o bene definito in cambio di un altrettanto chiaro servizio sessuale”. Chiarezza dello scambio, quindi. Ma c’è qualcos’altro che accomuna tutte le persone che lavorano nel mercato del sesso, ed è lo stigma della prostituzione, ovvero “quell’insieme di opinioni, comportamenti, leggi che isolano, discriminano e puniscono chiunque scambi il proprio lavoro sessuale in maniera esplicita in cambio di denaro”.

2) Chi vende e chi compra sesso? Un po’ di numeri. In Europa le/i sex worker sarebbero 1-2 milioni. In Italia le stime sulle persone che si prostituiscono si aggirano fra 50.000 e 100.000: circa la metà lavora al chiuso, l’altra metà in strada. Tra le/gli street worker, l’80% è costituito da donne, il 15% da persone trans e il 5% da uomini. Il 10% del totale si stima abbia meno di 18 anni. Dal lato della “domanda” troviamo invece stime che oscillano tra 2 milioni e mezzo e 9 milioni di clienti per l’Italia, 40 milioni per l’intera Europa.

3) Passiamo alla storia. Il “mestiere più antico del mondo” non è affatto sempre esistito nelle forme che conosciamo. Ed è stato molto diverso, nei secoli, anche il modo in cui i poteri pubblici hanno trattato il fenomeno: tollerandolo, proibendolo, confinandolo, controllandolo… L’attuale legge italiana, voluta da Lina Merlin che le ha dato il nome, è erede della stagione storica dell’abolizionismo che dalla seconda metà dell’Ottocento ha contestato e abbattuto in molti paesi il sistema delle “case chiuse”, che prevedeva l’obbligo di registrazione per le prostitute, i controlli sanitari, l’ospedalizzata forzata in caso di malattie.

4) Ma anche la normativa abolizionista ha mostrato nel tempo le sue contraddizioni. Dal 1982, il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute denuncia gli abusi che subisce chi lavora nel mercato del sesso e i paradossi prodotti dalla legge, come il fatto che “una sex worker è direttamente punibile se lavora con altre colleghe, se si fa pubblicità, se impiega una segretaria. È inoltre facilmente sfrattabile da casa propria (in particolare, ma non solo, se ci lavora), ricattabile se ha anche un altro lavoro e costretta a una doppia vita se vuole evitare che le siano tolti i figli, o che suo marito venga incriminato”.

5) L’Italia è poi quel paese in cui ad ogni legislatura viene depositato in Parlamento almeno un nuovo progetto di legge sulla prostituzione, e in cui nessun progetto arriva in discussione. Dal 1958 non è stata mai dibattuta né approvata nessuna riforma della legge Merlin.

6) Nel frattempo, in Europa e nel mondo, si sono andate delineando due grandi alternative. Uno è il modello “neo-proibizionista” adottato dalla Svezia, e poi da Norvegia e Islanda, verso cui pende oggi anche il favore del Parlamento Europeo. È un sistema contestato dai movimenti delle/i sex worker perché, mentre dichiara di voler proteggere chi si prostituisce punendo chi compra i suoi servizi (il cliente), in realtà “provoca non la contrazione dell’industria, ma piuttosto un aumento della vulnerabilità delle sex worker”. Gli effetti sono quelli, conosciuti, della criminalizzazione tout court: “aumento della violenza e degli abusi verso le sex worker, aumento dell’incidenza di Hiv/Aids e malattie sessualmente trasmissibili fra sex worker e in tutta la popolazione sessualmente attiva, aumento della prostituzione forzata e minorile, e generale peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita delle sex worker”.

7) L’altro modello è il “neo-regolamentarismo” di Olanda, Germania e Svizzera, che legalizza i bordelli stabilendo regole e garantendo diritti per chi lavora nel mercato del sesso. Anche questo presenta però dei limiti, secondo l’autrice, il più grande dei quali è il fatto che in molti casi “le sex worker che non hanno la cittadinanza europea sono obbligate a lavorare nel sommerso”, perché non hanno permesso di soggiorno.

8) C’è poi, fuori dall’Europa, un modello che convince molti di coloro che, “pur critici dei modelli di legalizzazione sperimentati da Olanda e Germania, sono attenti ai diritti delle e dei sex worker”: quello neozelandese. Secondo Giulia Garofalo Geymonat, la Nuova Zelanda è stato l’unico paese a seguire il principio “banale eppure rivoluzionario” secondo cui è impossibile difendere le persone che si prostituiscono senza una loro diretta partecipazione alle decisioni. Qui le cooperative e le piccole imprese autonome di lavoro sessuale non necessitano di licenze e permessi formali, che invece sono obbligatori per i grandi business. In questo modo, si manifesta “la volontà di favorire le imprese indipendenti e cooperative, dove le sex worker hanno un maggiore controllo del proprio lavoro”. La prostituzione non è vietata in nessun luogo, secondo l’idea di fondo che qualunque forma di criminalizzazione (della prostituzione adulta e consenziente) rende le prostitute più vulnerabili. “Le risorse pubbliche sono invece investite nel sostegno attivo delle iniziative – il più possibile delegate ad associazioni specializzate – di mediazione del conflitto, prevenzione e cura sanitaria, lotta allo sfruttamento, alla violenza e alla prostituzione forzata e minorile”.

9) Nessuna discussione pubblica sulla prostituzione può infatti prescindere dal problema di come contrastare i fenomeni di tratta e sfruttamento che colpiscono in particolare le persone migranti. E qui bisogna fare attenzione, perché il rischio è che i sistemi antitratta finiscano in realtà per danneggiare proprio le persone che intendono proteggere. Ad esempio in Inghilterra, Svezia, Germania, una volta che una persona è stata identificata come vittima di tratta, viene sì accolta e protetta durante il processo contro i propri trafficanti, ma alla conclusione del procedimento viene rimpatriata, “riaccompagnata cioè a casa, nel paese da cui proviene, dal quale voleva però andarsene, e dove la aspettano tutti i problemi che ha lasciato, ma anche, probabilmente vendetta, violenza e stigmatizzazione legata al precedente fallito progetto migratorio e al lavoro sessuale”.

10) La normativa italiana sulla tratta, invece, ricorda l’autrice è “discussa come buona pratica in tutto il mondo”. Il modello italiano fa i conti con la realtà dei progetti migratori delle vittime di tratta, che vorrebbero restare: la sua originalità sta nel fatto che le vittime, anche senza denunciare gli sfruttatori, possono ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale convertibile in permesso di lavoro,o di studio, sono sostenute nella ricerca del lavoro e inserite in un percorso di migrazione legale. Abbiamo dunque almeno una certezza: non toccare l’articolo 18 del Testo Unico sull’immigrazione che ha reso possibile tutto questo. Piuttosto, puntiamo a rendere il più possibile efficaci gli interventi, con finanziamenti adeguati.

C’è però una questione che solleva Giulia Garofalo Geymonat in questo agile ma esaustivo lavoro di informazione, ed è una domanda che merita l’attenzione di ciascuna e ciascuno, qualunque sia la posizione in merito alla prostituzione: “È giusto continuare a cercare di cambiare le cose alienando le persone stesse, le sex worker, dalla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento che avvengono su di loro”?.

di Alessandra Vitali

 

“Perché mi diverte provare a raccontare come nasce il desiderio e come si scatena”. “Perché ho l’assurda ambizione di realizzare un prodotto che sia allo stesso tempo pop, godibile e consapevolmente politico”. “Perché la vita sessuale delle donne italiane non è espressa, noi in questo senso non esistiamo”. Ma anche “perché a me i porno piacciono, e potrebbero essere molto più potenti se fossero liberatori e creativi”. Sono alcuni dei “perché” dieci donne hanno deciso di girare altrettanti corti porno. Un collettivo femminile per una raccolta che libera un desiderio, risponde a un’esigenza, prova a colmare una lacuna. Si chiama Le ragazze del porno – My Sex “e nasce da una mancanza politica, culturale e di immaginario” la sfida del gruppo “Le ragazze del porno“, sigla sotto la quale si sono raccolte le registe che nel 2012 hanno deciso di relizzare un film fatto di dieci cortometraggi pornoerotici. Le riprese inizieranno a luglio, ogni artista sarà libera di scegliere un’estetica, un punto di vista, di lavorare su fiction, gonzo, documentario, videoarte, senza censure. Verranno realizzati in più tappe – si inizia con i primi tre – e finanziati grazie al crowdfunding che parte alla fine di questo mese sulla piattaforma Indiegogo e da Art for Porn, una vendita di opere di artisti date in donazione. Sono le stesse registe a spiegare il progetto, e a invitare a sostenerlo, in un video che Repubblica.it vi propone in anteprima e nel quale, letteralmente, si mettono a nudo:

 

http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2014/03/27/news/le_ragazze_del_porno-82040158/?ref=HRERO-1

 

“Più che alla pornografia pensiamo a un nuovo genere cinematografico, una sorta di realismo sessuale” spiegano, perché i protagonisti dei loro lavori “non sono pupazzi presi solo nell’atto sessuale, hanno un passato, un futuro”. “È una pornografia diversa, molto diversa, personale”. Le autrici hanno fra i 25 e i 70 anni, lavorano nel cinema e nella tv, nel teatro e nella videoarte. Così nascono Alicia in the supermarket scritto e diretto da Roberta Torre, Mano di velluto scritto e diretto da Regina Orioli, Educazione sentimentale di Hot Rabbit scritto e diretto da Mara Chiaretti, Seratina scritto e siretto da Anna Negri, I sogni muoiono all’alba scritto e diretto da Titta Cosetta Raccagni, Harem scritto da Melissa Panarello e diretto da Lidia Ravviso, Il sesso degli angeli scritto e diretto da Emanuela Rossi, Gang Banging scritto e diretto da Slavina, Queen Kong scritto e diretto da Monica Stambrini.

“L’erotismo è buono e ne abbiamo bisogno”, dicono “Le ragazze” citando Mia Engberg, ideatrice del manifesto per una pornografia al femminile al quale hanno aderito. In Italia non esiste ancora una scena analoga. È della Engberg, svedese, l’antologia di cortometraggi Dirty Diaries (“finanziata dallo Stato”, sottolineano), poi ci sono la spagnola Erika Lust, le registe francesi coinvolte nelle antologie di corti X-Femmes prodotte da Canal+, c’è Anna Sprinkle negli Usa con il suo porno post-modernista, c’è la casa di produzione Zentropa fondata in Danimarca nel 1992 da Lars Von Trier e pioniera nel produrre porno girati da donne per un pubblico femminile (Constance di Knud Vesterkiv, Pink Prison di Lisbeth Lynghoft, All about Anna di Jessica Nilsson), insomma nel resto del mondo c’è un’attiva scena post-pornografica che manca in Italia.

Quello che da noi non manca sono i problemi di censura, economici, di distribuzione. Per questo “Le ragazze” hanno pensato al crowdfunding. Con il budget ottenuto verranno realizzati i primi tre film del lungometraggio. C’è già una piccola troupe (quella che ha girato il video) ma ogni regista sarà libera di lavorare con chi preferisce. “La nostra maggiore difficoltà sarà trovare attori disposti a girare scene di sesso esplicite… Ma sarà anche divertente scoprire che forse non è così difficile come sembra. Anzi, se siete interessati, fatevi avanti”.

(La Repubblica, 27 marzo 2014)

di Alessandra Pigliaru

 

Il 29 e 30 marzo alla Casa internazionale delle donne di Roma, si svolgerà il convegno delle Città Vicine dal titolo Invito al passo avanti, d’autorità. A convocare la due giorni sono la rete delle Città Vicine, l’associazione «Autorità femminile nella politica» e Mag Servizi Verona.

Lo spunto della discussione partirà dal bellissimo libro di Annarosa Buttarelli, Sovrane. L’autorità femminile al governo (Il Saggiatore), già recensito sulle pagine di questo giornale. Si scommette ancora sull’autorità femminile, con forza e con la precisa convinzione che sia «l’unica possibilità esistente nel mondo contemporaneo per provare a rigovernare il mondo». Il ragionamento, che si radica su altri fondamenti rispetto a quelli proposti in età moderna, è ben lontano dalla rappresentanza istituzionalmente intesa. Mostra piuttosto quanto le buone pratiche realizzate in questi anni dalla politica delle donne siano efficaci e proiettate al governo attraverso l’autorità, in una relazione che tenga conto di donne e uomini e che si configuri nell’orizzonte dirimente e radicale della differenza sessuale. Tuttavia, l’intento è anche quello di rivolgersi a quante desiderino proseguire e rilanciare il discorso cominciato negli anni Novanta con il movimento delle amministratrici, illuminando le buone prassi tese a erodere la mera logica del profitto. Perché insomma tutte e tutti «si liberino dalle strette dei partiti e dalla corruzione in cui sta morendo la politica istituzionale e la gestione del potere».

Il convegno romano sarà un’occasione propizia di condivisione esperienziale e ipotesi di cambiamento che il presente richiede. La posta in gioco, rimessa con fiducia al confronto in presenza, fa circolare certamente l’annoso problema della quantità numerica delle donne dentro le istituzioni che non sposta niente nello scenario attuale senza la permeabilità con le pratiche fuori. Ma non è solo questo, cioè in luogo dell’autorità femminile non ci si scaglia contro chi persegue l’inefficace logica spartitoria e della rappresentanza. Siamo, infatti, nel post-decostruzione e il pericolo è già stato mostrato, con le nefaste conseguenze sotto gli occhi di chiunque.

Piuttosto l’autorità femminile, che non ha mai rivendicato, si posiziona e sa di sé, avvertendo di una trasformazione già praticata con successo, come si racconta in Sovrane, che è possibile e auspicabile replicare. Importante ripetere infatti, e il libro di Buttarelli lo ribadisce con convinzione, quanto la questione si giochi sulla postura e non sugli spazi di potere.

Le Città Vicine non sono nuove alla riflessione congiunta di saperi femminili e buone pratiche che riescano a innescare cambiamenti di immaginario e desideri condivisi. Lo fanno da tempo e instancabilmente insieme a una rete sparsa nel territorio nazionale, come si evince dai risultati dello scorso incontro svoltosi sempre a Roma il 23 marzo 2013 e dal titolo eloquente Ci riprendiamo la città.

Del confronto sopraggiunto dopo lo scambio è stato dato conto nel numero speciale di AP autogestione e Politica Prima: periodico di Azione Mag (luglio-dicembre 2013). Sarà dunque interessante e proficuo rivedersi, per fare il punto su una strada che è quella più lunga delle pratiche politiche e femministe sul tema dell’autorità femminile, uno dei pochi antidoti al vuoto che ci circonda. Passi avanti ne sono già stati fatti e parecchi, si tratta ora di riannodarne i fili.

 

(il manifesto, 27 marzo 2014)