di Elvia Franco (Maestra elementare per 35 anni)


La spettacolarizzazione dei bambini di “Ti lascio una canzone” merita un appunto. Un appunto che riguarda la dabbenaggine degli adulti i quali assimilano, mi pare, gli occhi infantili, e gli occhi appena adolescenti, a delle fonti in cui riflettersi e compiacersi di sé, come Narciso. 
Non hanno ritegno questi adulti a riversarsi dentro quegli occhi con un desiderio di specchiarsi e godere, un desiderio esigente che domanda, e comanda da loro, originalità, bravura, freschezza. E i bambini cantano proprio così le loro canzoni che li fa piangere di piacevolissime lacrime. 
I bambini cantano le loro canzoni. Le bambine cantano le loro canzoni. Sono canzoni che hanno avuto grande successo. Ma quante lo hanno ottenuto spinte verso una forma da un movimento sincero del cuore, da quegli affetti vivi e ben sentiti che, se espressi, donano gioie immense, chiamano in vita nuove energie? E quante a tavolino sono state prodotte dalla ragione calcolante e astuta? Da quella ragione che sa che qualora siano toccate le corde dei sentimenti arrivano anche il successo e il denaro, perchè la gente è disposta a osannare, quando il suo mondo interiore assume una parvenza di canto e di rappresentazione, anche in assenza dello slancio del vero.
E i bambini cantano queste canzoni. Cantano queste finzioni. E sono felici. Tutti sono felici, le famiglie, il pubblico, la giuria. La presentatrice poi è sommamente felice. “Così si manda la canzone italiana nel mondo”, ha detto l’altra sera a proposito di alcuni ragazzi. Ma il Va pensiero non va e non commuove il mondo, senza che Verdi sia stato, mi sembra, a “Ti lascio una canzone”? 
I bambini sono felici. 
Non si vede proprio in che stato sono quando cantano, come si dimenano, come imitano, come cercano performance ineccepibili, con l’occhio già rivolto al successo mediatico, al culto dell’immagine, alla tensione verso il denaro tanto più vissuta, quanto più nascosta, perchè la dabbenaggine adulta chiede anche questo, chiede scaltrezza, occultamento degli obiettivi, maschera? E i bambini felici, i bambini cantanti, desertificano intanto il loro mondo interiore, prigionieri di un modello straniero, mentre tutto di loro vuole verità, creazione, salti di gioia, estro e curiosità del meglio per farsi anche loro costruttori del meglio. Togliere loro l’accesso al meglio è imperdonabile. Il meglio. Il meglio in quanto ad arte, pensiero, vita profonda, visione del mondo che diventa cultura in ogni cultura, lavoro di ogni lavoro.
La dabbenaggine, fattasi verbo, afferma che la cultura è pesante, il pensiero grave e greve, la profondità di parola macigno. Come se pensiero ed arte, verità e sogno, non fossero le espressioni più aeree della vita! Altroché pesantezza, altroché sbadiglio e noia! La dirigenza RAI, che promuove cose ottime, perchè è così poco perspicace quanto tratta di queste bambine e bambini? 
Perché non pensa alle canzoni dei popoli, canzoni dialettali, canzoni regionali, canzoni del nostro paese e delle genti che ora stanno fra noi e con noi, canzoni a cui donne e uomini hanno affidato il cuore, e con il cuore, gli eco misteriosi dell’interiorità che non si lascia seppellire, che vuole fiorire. E fiorisce nel canto. Perché non pensa alle canzoni delle madri? Alle universali canzoni delle madri che nelle ninne nanne si sono elevate a trovare vita e gioia, non accanto a fazzoletti bagnati esibiti, o portafogli gonfi, ma nella visione di volti di bimbi e di bimbe che si pacificano e che passano in un’onda di beatitudine, attraverso la notte, verso l’alba dell’indomani.

di Sara Gandini


Sabato 17 Maggio, al mattino, incontreremo a Rinascita Della Passarelli che verrà a raccontarci della casa editrice Sinnos, di cui è presidente e fondatrice dal 1990: una cooperativa nata da un’esperienza di volontariato in carcere. Si tratta di una casa editrice che ha nel suo progetto editoriale libri per bambini e ragazzi, ma libri che “lascino il segno” (“sinnos” significa appunto ‘segni’ in sardo). Dal suo blog sull’Huffington Post si legge che si interessa a “libri per crescere persone e cittadini consapevoli, responsabili e, perché no, anche più felici”. Perché secondo lei i lettori hanno qualcosa in più per essere più felici.

 

In particolare desidero segnalarvi “Cattive Ragazze”, di Assia Petricelli e Sergio Riccardi. Una graphic novel tutta al femminile per ragazzi e ragazze, che ci racconta, attraverso il fumetto, di quindici protagoniste della storia italiana. Le autrici mettono al centro il coraggio, l’anticonformismo e la determinazione  femminile, perché «la libertà delle donne riguarda anche gli uomini», cambia le loro vite, come ricorda Cecilia D’Elia che è stata Assessora alla Cultura alla Provincia di Roma e firma l’introduzione.

Ma parleremo anche di ‘Nina e i diritti’ scritto da Cecilia D’Elia: “Un libro che ho voluto fortemente, una ribellione contro un’immagine della donna che si sta diffondendo e che cancella tutta una storia di diritti e conquiste” dice Della Passarelli presentando il libro, durante la fiera Più libri Più liberi. Si tratta di un racconto familiare che intreccia le conquiste e le battaglie delle donne, con la vita quotidiana e figure familiari e credibili. L’autrice in un’intervista racconta il senso del libro: “Penso sia molto importante sapere di cosa e di chi siamo figli, così come è utile capire che la storia la facciamo anche noi, con i nostri piccoli gesti quotidiani, con le scelte che siamo chiamati a fare. Oggi può sembrare tutto più difficile, c’è la crisi, un modello di società che mostra il suo fallimento. Spero che le giovani ragazze sappiano pensare e costruire un nuovo modo di stare insieme, di lavorare, di abitare il pianeta senza distruggerlo, di convivere e dividersi il lavoro di cura con gli uomini, di vivere una sessualità felice, di scegliere se e quando essere madri. Spero che conoscere la storia delle donne le faccia sentire più forti e capaci di stare al mondo in libertà.” Nella stessa intervista Cecilia D’Elia spiega che parlare di femminismo ha ancora senso perché “significa stare al mondo con la consapevolezza di essere donna. Abitiamo il mondo con il nostro corpo e quindi essere donna o uomo fa differenza. L’importante che questo essere donne o uomini sia possibile viverlo liberamente, senza schemi predeterminati.”

La casa editrice Sinnos ha vinto inoltre il Premio alla didattica per i Bisogni Educativi Speciali – Premio Globo Tricolore 2013. Un premio dedicato a “una scuola per tutti”, un riconoscimento ai migliori progetti rivolti all’inclusione scolastica e all’autonomia degli studenti con disturbi evolutivi dell’apprendimento e del linguaggio. Infatti i libri della collana “Leggimi!” di Sinnos sono caratterizzati da una buona narrativa costruita con dei facilitatori – una font, specifiche di grafica e impaginazione, cura redazionale – che li rende accessibili anche a bambini con DSA. Il progetto si avvale della consulenza scientifica di terapisti ed esperti del linguaggio. La collana è a cura di Laura Russo. In particolare voglio segnalare le due sottocollane leggimi teens (dedicata alla fascia degli adolescenti) e leggimi graphic (le prime grapich novel italiane accessibili anche a chi ha difficoltà di lettura). Una selezione dei titoli della collana, insieme a una guida didattica per insegnanti, è inclusa nel “kit leggimi subito” del progetto Millelibri per la Scuola primaria di Giunti Scuola. Per i privati la Sinnos cede gratuitamente la font per uso non commerciale e per le scuole cede gratuitamente la font a fronte dell’acquisto dell’intera collana leggimi.

A Della piacerebbe tra l’altro fare qualche lavoro con i ragazzi di Rinascita su alcune proposte editoriali!

Finisco con l’invito alla Libreria delle donne: venite a trovarci alle ore 18.00 (via Pietro Calvi 29). In occasione dell’arrivo e dello scambio con Della Passarelli, abbiamo rinnovato anche il settore della libreria dedicato a bambine, bambini e adolescenti. Approfittatene anche voi!

 

Un po’ di link utili per approfondire:

http://libriemarmellata.wordpress.com/2013/04/12/cattive-ragazze-di-assia-petricelli-e-sergio-riccardi-sinnos/

http://www.filosofia.rai.it/articoli/cattive-ragazze-15-storie-di-donne-audaci-e-creative/20781/default.aspx

http://www.dirittidistorti.it/libri/870-nina-e-i-diritti-delle-donne-intervista-allautrice.html

http://www.sinnos.org/

http://www.libreriadelledonne.it/produrre-libri-che-lascino-il-segno-per-bambini-bambine-e-adolescenti/


(Da Liberamente n 41 – aprile 2014)

 


Un aspetto che nel nostro dibattito congressuale mi colpisce, purtroppo non positivamente, è che parliamo molto di giovani, ma lo facciamo evidenziando sempre la loro condizione di vittime: giovani come vittime della precarietà, della disoccupazione o peggio dell’inoccupazione, giovani senza un futuro.

La crisi è innegabile, i danni della precarietà selvaggia anche, ma il modo nel quale rappresentiamo i giovani non rende loro un buon servizio. I giovani e le giovani di questo Paese sono persone in carne e ossa e sono e restano il futuro, a prescindere da quanto possa essere critica la loro condizione. Le nostre parole pesano, stigmatizzano, ingabbiano.

Oltretutto noi questi giovani ce li rappresentiamo, ma non li ascoltiamo. Se li ascoltassimo forse avremmo delle sorprese; per esempio scopriremmo che molti giovani, seppur scontenti di una precarietà che non consente loro una reale progettualità, non aspirano affatto al posto di lavoro a tempo indeterminato, orario di lavoro 9-18, magari sempre nella stessa azienda fino alla pensione. Sono, cioè, ben lontani dall’ aspirare a quel modello di lavoro che noi abbiamo in mente e a cui noi vorremmo ricondurli.

Compagne e compagni, parliamone: possiamo lavorare, come già stiamo facendo, per re-includere una parte della platea dei lavoratori atipici nel lavoro a tempo indeterminato, ma non credo che riusciremo a invertire completamente la tendenza, ne’ ad arginare un cambiamento culturale che è già in atto da molti anni. Allora io credo che dobbiamo essere pragmatici: è davvero pensabile l’estensione della contrattazione a tutti coloro che nei contratti non sono inclusi? Quanto sarà inclusiva la completa, e auspicabile, ricomposizione della filiera produttiva? E non sarebbe più sensato appoggiare anche chi chiede una legge che stabilisca un salario minimo per i lavoratori che non appartengono ad alcuna categoria contrattuale e tariffe minime per i lavori a progetto che non fanno riferimento ad albi professionali? O il problema è che abbiamo paura del dumping salariale per i nostri CCNL?. Questi sono i provvedimenti che spesso vengono richiesti da chi questi lavori li fa (Articolo 36, Acta). Nonostante gli indubbi e talvolta egregi sforzi del NIDIL, noi ci siamo poco. Inevitabile? Non so, certamente difficile. Ma il tema di rappresentare tutti dovrebbe interessarci molto, ancora più dell’accordo sulla rappresentanza che tanto ci fa discutere in questi giorni, se non vogliamo diventare residuali.

E’ per questo che sul lavoro, quel “lavoro che decide il futuro”, come titola il nostro documento congressuale, io sento il bisogno di un passaggio lessicale e filosofico, prima ancora che pratico: cominciamo a parlare di lavori, invece che di lavoro. Il modo nel quale parliamo del lavoro continua a rimandare in modo molto preciso alla visione fordista del lavoro salariato, al quale, nel nostro Paese, sono stati lungamente collegati il patto di cittadinanza e lo stato sociale. Il dissolvimento di questa forma di lavoro in mille lavori discontinui e frammentati ha indubbi aspetti drammatici, ma non è, a mio avviso, un dramma tout court, potrebbe essere anche un’occasione per costruire maggiori libertà per tutti.

Il passaggio dal lavoro ai lavori potrebbe spingerci in una direzione che a molti non piace, che è l’idea di un welfare universalistico, meno strettamente collegato con il lavoro salariato e con la sua continuità. L’introduzione di un reddito minimo, che ora anche una parte della nostra organizzazione chiede come sostegno nelle fasi di inoccupazione, è un primo passo in questa direzione. Ma un’idea universalistica di welfare per quanto può continuare a convivere con gli ammortizzatori sociali così strettamente legati al lavoro “contrattualizzato” che ben conosciamo e che continuiamo a difendere? Ancora una volta: parliamone. Io credo che i tempi richiedano fantasia e coraggio, la nostra organizzazione rischia di morire se non accetta la sfida del cambiamento. Proviamo a ri-coniugare l’idea di lavoro, magari così riusciremo finalmente a includere a pieno titolo nella nostra visione il lavoro di cura, il grande rimosso, la colonna invisibile che ha sostenuto il lavoro fordista, in gran parte gratuito e in gran parte a carico delle donne. Passaggio tanto più necessario adesso che il lavoro di cura diventa sempre più spesso lavoro salariato, una delle categorie di lavoro salariato meno viste e meno tutelate, eppure fondamentali per la nostra società e al quale noi, il più grande sindacato italiano, prestiamo ben poca attenzione. Fermiamoci un attimo a pensare che tutte e tutti, senza alcuna eccezione, siamo stati bambine e bambini, inermi e bisognosi di cure e probabilmente diventeremo vecchie e vecchi, altrettanto fragili e bisognosi. Questo, forse, ci illuminerà su quanto è alta la posta in gioco quando parliamo di lavoro di cura.

Le nostre parole rinchiudiamo nella prigione delle loro presunte fragilità non solo i giovani, ma anche le donne. E’ quello che ho pensato leggendo l’Azione 9 del nostro documento congressuale: “Libertà delle donne. Contro il femminicidio e ogni tipo di violenza” . Intendiamoci: riconosco e apprezzo il grande sforzo che la nostra organizzazione sta facendo per far diventare parte del proprio DNA la lotta alla violenza di genere, il rispetto del corpo femminile. Riconosco e apprezzo il grande impegno che i nostri compagni maschi stanno mettendo in questa battaglia, nel riconoscere la violenza verso le donne come un problema degli uomini, nel proporre a se stessi e agli altri un modo nuovo di essere uomini.

Ma, nel nostro documento, delle donne si parla solo come vittime di violenza. Compagne, non rendiamo un buon servizio a noi stesse se ci autorappresentiamo solo come vittime o come escluse. Noi siamo ben altro, e lo sappiamo. Facciamo parlare la nostra forza, la nostra competenza; facciamo parlare la nostra capacità di tenere insieme tutti gli aspetti della vita: lavoro, amore, cura, studio, desiderio; quel cocktail formidabile che rende autorevole e particolare il nostro pensiero. Particolare, cioè di una parte; così come è particolare il pensiero degli uomini. Compagne, rivendichiamo la nostra particolarità e la nostra autorevolezza e confrontiamoci su un piano di autentica parità con i nostri compagni uomini.

E’ a partire anche da questa riflessione che il Coordinamento Donne della FISAC CGIL di Milano e Lombardia, del quale faccio parte, ha elaborato questo Ordine del Giorno, già presentato e assunto nei congressi Milanese e Regionale della FISAC. L’ODG è partito da quello elaborato e messo a disposizione dalle Segretarie della Camera del Lavoro di Milano, che ringraziamo, ed è stato modificato e arricchito da una riflessione che era stata presentata alla Commissione contrattuale FISAC che sta per iniziare con ABI la discussione del nuovo CCNL; è perciò un ODG che si sforza di introdurre alcune linee guida relative alla contrattazione, non tanto a favore delle donne, quanto viste e pensate dalle donne per tutti, donne e uomini, perché parlano di equilibrio tra vita e lavoro, di qualità della vita e del lavoro. Naturalmente speriamo che l’ODG venga assunto anche qui, ma sinceramente la speranza più grande che abbiamo è che questo ODG faccia discutere.

Noi siamo consapevoli, infatti, che molte e molti non saranno d’accordo con alcune delle nostre proposte. Quello che ci interessa è in primo luogo il confronto. Vorremmo evitare di essere archiviate alla voce ODG di genere, qualcosa che è doveroso assumere, ma che si può tranquillamente non prendere sul serio: vogliamo essere prese sul serio.

Nel nostro ODG parliamo di orari di lavoro, che vorremmo più flessibili, ritagliati sui bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori, oltre che delle Aziende. L’estensione degli orari dei negozi e di altri servizi, come le Banche, è ormai una realtà di fatto. La questione è come questa estensione possa sposarsi con le esigenze di chi lavora. Per questo proponiamo ad esempio l’ orario di lavoro a menu, già sperimentato in alcune realtà del commercio. Ma per contrattare gli orari in questo modo è necessaria una contrattazione di secondo livello forte, che deve essere garantita da demandi chiari nei CCNL.

Parliamo di congedi per i padri, perché si vada nella direzione di una più equa condivisione del lavoro di cura. Facciamo notare, tra l’altro, che la possibilità di fruire dei congedi parentali ad ore, che la legge demanda alla contrattazione per un’opportuna regolamentazione, è ancora in alto mare nella maggior parte delle categorie.

Parliamo di Lavoro Agile (da non confondersi con il Telelavoro), al quale il comune di Milano ha dedicato una giornata sperimentale lo scorso 6 Febbraio. Il protocollo di intesa l’abbiamo firmato anche noi (Camera del Lavoro di Milano), ma il tema entra pochissimo nelle nostre riflessioni e ancor meno nelle nostre pratiche contrattuali. Attenzione! Il lavoro agile piace molto a chi lavora, non solo alle Aziende, e noi, come su molte partite di welfare aziendale, lasciamo che le Aziende lo utilizzino senza accordo sindacale o, peggio, lo ostacoliamo in nome di un “governo degli orari” che immaginiamo immutabile. Non ci sono solo aspetti positivi, certo, bisogna ragionare su salute e sicurezza, sulla contaminazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, ma se non ci mettiamo le mani, in questa materia, non potremo ne’ prevederne, ne’ tantomeno governarne le criticità. E certo è che gli aspetti positivi sono proprio tanti: lavoro agile significa meno inquinamento, quindi più salute, un dato che non possiamo non prendere in considerazione, soprattutto in questa regione; significa maggior autodeterminazione per le lavoratrici e per i lavoratori, quindi maggior libertà; significa più tempo libero. In una parola: migliore qualità della vita. Ed è la qualità della vita, in ultima istanza, quella per cui dovremmo batterci. Il lavoro, la dignità del lavoro, non è un fine, ma un mezzo: il fine è la dignità e la qualità della vita.

Parliamo di part-time, che vorremmo fosse visto come un modalità di organizzazione del lavoro con pari dignità del full-time, non come lavoro di serie B che pregiudica la crescita professionale e salariale soprattutto delle donne. Il part-time sta diventando strumento non traumatico di risoluzione delle tensioni occupazionali e questo, come Sindacato, ce lo fa vedere in una luce un po’ migliore; buttiamo il cuore oltre l’ostacolo e proviamo a pensare che lavorare meno significa avere più tempo per tutti gli altri aspetti della vita, è quindi bello e auspicabile per tutti. Certo, le rigidità contrattuali, che prevedono percentuali massime di part-time, andrebbero rimosse, e anche le rigidità di orario dei contratti part-time, pensate come forme di tutela, andrebbero ripensate.

Per dare maggiore concretezza alla nostra riflessione sul part-time abbiamo pensato di proporre alla CGIL di farsi promotrice di una legge di iniziativa popolare che preveda sgravi fiscali a favore delle Aziende per i contratti part-time, purché la paga oraria della lavoratrice e del lavoratore venga maggiorata. In questo modo raccogliamo, indirettamente, una raccomandazione della CES, che auspica interventi per innalzare i salari femminili, ancora drammaticamente più bassi rispetto a quelli maschili, ma forse rendiamo anche il part-time (che, ricordo, non è per forza di sole 4 ore!) più appetibile per gli uomini e chissà che questo non finisca per elevarne lo status… Può darsi che questa sia una proposta folle: parliamone; compagne e compagni con maggiore esperienza di quella che abbiamo noi potrebbero aiutarci ad approfondire l’argomento.

Sugli altri temi trattati nell’ODG vi rimando alla sua lettura: spero di avervi fatto venire voglia di saperne di più!

Ci sono altri argomenti che a mio avviso mancano nella nostra riflessione collettiva e congressuale: siamo poco, pochissimo attenti, sia nella teoria che nella pratica, alla sostenibilità ambientale. Questo è un tema cruciale per il futuro dell’umanità, un ottimo motivo, mi pare, per imparare a contrattare su temi come la mobilità sostenibile e il lavoro agile, ma anche per modificare alcuni nostri comportamenti all’interno dell’organizzazione, dallo spreco di carta all’assoluta tranquillità con cui utilizziamo quantità incredibili di plastica per i nostri pranzi!

Non facciamo i conti con una società in rapido mutamento e con un sacco di fenomeni aggregativi che non sono quelli che noi conosciamo e riconosciamo – lamentiamo il qualunquismo dei lavoratori e delle lavoratrici che rappresentiamo, ma non li vediamo nelle altre forme aggregative che si danno. Ad esempio i GAS, sono un fenomeno sociale ed economico di grande interesse, che tende all’eliminazione degli intermediari tra produttore e consumatore; ma, un modello economico così fatto, che ricadute avrebbe sul lavoro?

Più in generale, quando noi parliamo di sviluppo, a me sembra che in fondo non abbiamo in mente niente di sostanzialmente diverso dallo sviluppo che ha in mente da sempre il pensiero capitalista. Noi diciamo no alla “finanziarizzazione” selvaggia dell’economia, giustamente, ma poco e nulla ci interroghiamo sulla sua sostenibilità quando nelle nostre proposte chiediamo sviluppo. Io temo che anche noi abbiamo in mente un’idea di sviluppo lineare, che può continuare a crescere senza limiti.

Ma ormai sappiamo che i limiti il pianeta ce li impone, sull’idea di decrescita, più o meno felice, dovremo pur fare qualche riflessione.

Ho trovato illuminante quello che sostiene la teologa e filosofa femminista Ina Praetorius sullo sviluppo: in natura non esiste sviluppo senza limiti, tutto quello che cresce è prima o poi destinato a decadere. Questa esperienza ce la mette tutti i giorni sotto gli occhi la natura, con i nostri corpi stessi. Credo sia ora di includerla nella nostra riflessione, per cercare insieme qualche idea nuova per il futuro nostro e dei nostri figli. 

dal 30 aprile al 17 maggio 2014

“L’occhio della Grande Dea guarda, esamina, considera, attende ed infine VEDE”

Di Maria Mulas Silvia Pegoraro dice che” le sue immagini si abbattono come grandine sulla ragione, la alterano e ispessiscono il dubbio, il dubbio che verte sulla legittimità di ogni apparenza”. 

Delle fotografie di Maria Mulas si è detto e scritto moltissimo, mi limito a partecipare lo stupore rinnovato che sempre mi suscitano le sue immagini, siano i ritratti multiformi e accuratamente trasversali dove il dettaglio folgora per significato, immediatezza e profondità, siano architetture o particolari di esse, mosaici o panneggi, oppure citazioni di artisti e delle loro opere pittoriche: “L’Occhio di Iside” vuole essere omaggio a tale meravigliosa versatilità fotografica. Daniela Basadelli Delegà

Maria Mulas è una delle più illustri fotografe italiane. Attiva dalla metà degli anni Sessanta, ha esposto per la prima volta in una mostra personale alla Galleria Diaframma di Milano nel 1976. Nel 2009 ha vinto il Premio delle Arti – Premio della Cultura per la Fotografia con la motivazione seguente: “L’occhio fotografico di Maria Mulas ha trovato, nella dialettica del vissuto e nei ritratti assoluti, l’attimo di un racconto immortalato dove valore estetico e tecnica delle parti segnano il capitolo più alto della storia fotografica degli ultimi decenni”.Mib MIlano
Piazza Affari
Via Gaetano Negri, 10
20123 Milano
T. 02 89093854 – C. 340 2823830  info@mibmilano.it

La mostra è visibile dalle h:12 alle h:15 dalle h:18 alle h:24 dal  30 aprile  al 17 maggio

di Alessandra Pigliaru

Nell’ambito della mistica cristiana la presenza femminile è sempre stata rilevante. Basta ricordare i nomi di Angela da Foligno, Giuliana di Norwich, Hadewijch d’Anversa ma anche Matilde di Magdeburgo e Teresa D’Avila, per rendersi da subito conto che si tratta di

una scena generosa dotata di splendore. Queste donne hanno fatto della propria esperienza spirituale una ricerca inesausta e sorprendente con decisive ricadute sulle pratiche quotidiane e sulla relazione con il divino.

La nuova edizione del libro di Luisa Muraro, Le amiche di Dio. Margherita e le altre (Orthotes, pp. 262, euro 17), a cura di Clara Jourdan e ampliata in appendice da un saggio di Blanca Garí, è il rilancio di una scommessa iniziata ormai oltre vent’anni fa. Si colloca in un corollario di testi e interventi pubblici precisi, alcuni dei quali apparsi anche nelle pagine di questo giornale dalla fine degli anni Ottanta. Da libri  importanti come lo studio dedicato all’eresia femminista di Guglielma e Maifreda (1986), a Lingua materna scienza divina (1995) fino ad

arrivare a Il Dio delle donne (2003), il punto è sempre anche politico, trattandosi di un’esperienza di differenza e dunque di un simbolico femminile che la sostanzia. Le amiche di Dio attiene al grandioso affresco della mistica femminile europea vista come risorsa di libertà. Centrale nel volume di Muraro è Margherita Porete, beghina vissuta durante il regno di Filippo il Bello. Il suo percorso spirituale audace e fuori dal comune le costò l’accusa di eresia, procurandole infine la morte sul rogo il 1° giugno 1310 a Parigi, in place de Grève. Le parole

contenute nel suo capolavoro Lo specchio delle anime semplici hanno circolato in Europa, seppure anonimamente, per sette lunghi secoli fino a quando nel 1965, grazie a Romana Guarnieri, al testo viene restituita la sua legittima autrice. Un mondo intero e decisivo si muove già dentro quelle parole che vanno a creare una vera e propria teologia in lingua materna. Questa teologia nata nel XIII secolo, su cui si concentra Muraro, è storia di uno scambio, un continuum che esorbita dal tradizionale rapporto dell’uomo con Dio.

Conoscere e far conoscere la scrittura della mistica significa dare conto di una moltitudine di saperi, pratiche e desideri, e insieme della scoperta di un tesoro da un punto di vista letterario, poetico spirituale e politico. Le esperienze, le scritture e le storie riportate da Muraro bucano l’ordine sociale così come i codici linguistici della tradizione cristiana, in rapporto ai quali non stanno contro ma oltre. Per Margherita Porete l’autorizzarsi a una lettura libera delle Sacre Scritture (di cui tratta specialmente Blanca Garí) procede per un itinerario che le supera andando nella direzione di una mancanza che segna il rapporto con il divino. Una mancanza che è un non bastarsi originario e che viene a riscoprirsi come guadagno. Pensato e tradotto come un percorso di luci e cadute, Lo specchio delle anime semplici sta fuori dal discorso ascensionale della mistica cristiana per raccontare che il passaggio attraverso quella mancanza, quando accettata, crea e attiva per poi far fluire un potente varco d’amore. Diversamente da altre mistiche, per esempio Ildegarda di Bingen, Porete non è visitata da nessuna voce di autorità esterna. L’unica mediazione riconosciuta tra l’essere finito (questo mondo) e l’assoluto (Dio) è il passaggio abitato dalle cosiddette anime annientate, ovvero le dames che nello Specchio appaiono come le Signore che nessuno conosce tranne Dio. L’annientamento di ogni facoltà, circolante in tutta la scrittura mistica, si accompagna però in lei, e potremmo dire nel beghinaggio in generale, ad una pratica quotidiana e di impegno nei confronti del mondo, una condizione che non implica passività alcuna. Il mutamento radicale che viene agito passa per la relazione con Dio, ma in Porete così come in tutta la mistica femminile l’essere donna è dirimente perché quell’amore è la possibilità – del tutto contingente – che Dio capiti a questo mondo. Una differenza senza termini di confronto e imprendibile che non dice la libertà di Dioma delle mistiche. L’amicizia con Dio non fa infatti di queste donne delle serve né delle rappresentanti ma, appunto, delle amiche, sostanziandosi in una sporgenza del desiderio che oltrepassa la realtà visibile e già data, fino a concepire l’infinito.

La domanda che ci si può porre è: in che modo il discorso sulla mistica interloquisce con la riflessione politica delle donne? In che modo cioè può essere un guadagno per il presente? In questo senso va accolta l’inaugurazione esplicita della rubrica della rivista Via Dogana che dal dicembre scorso si occupa appunto di «Imparare politica dalla mistica». Ma non sarebbe sufficiente se non si desse conto di un tragitto più lungo che racconta di un guadagno indiscutibile nel fare la conoscenza di queste donne e delle loro parole. «Quella che le scrittrici mistiche

mettono in parole, per quanto ciò sia possibile, è la verità dell’esperienza, guadagnata dal vivo del loro vivere, lottando con le parole ». E con i propri corpi. Anche quando di queste vite sappiamo poco, come per Margherita Porete la cui biografia è rintracciabile solo nei documenti sul suo processo per eresia. Anche in questo caso un corpo vivente, sessuato, è stato al mondo raccontandoci la propria relazione con la libertà, restituendoci l’essenziale della propria esperienza. Per dire la contingenza di Dio, nel senso indicato sopra, e che il desiderio passa per ciò che si scrive ma anche per il rifiuto, netto e sicuro, opposto agli inquisitori che esigevano da lei un giuramento di sottomissione.

Dagli atti del processo, risulta sia andata a morire serena. Vogliamo immaginarla come un’amica esigente e innamorata, di Dio (lui o lei che sia) ma soprattutto di un originale quanto straordinario cammino di verità che ce la rende prossima.

 

Il volume sarà presentato oggi a Sassari nell’ambito della rassegna Fioriture. L’incontro, che avverrà nella biblioteca comunale alle ore 17.30 e che è organizzato da collettiva_femminista, sarà introdotto da Monica Farnetti e vedrà la partecipazione Luisa Muraro e Clara

Jourdan. Domani, invece, il libro sarà presentato, sempre in presenza delle autrici, a Cagliari (Ghetto di Via Santa Croce, ore 18) con

una introduzione di Maria Giovanna Piano. L’incontro è promosso da Ifold_studi e ricerche.

di Patrizia Melluso

Questa è la cronaca di una scoperta che ho fatto recentemente. Non ho scoperto Stefania Tarantino e la sua musica-pensiero, d’ora in poi la chiamerò così, per il semplice motivo che Stefania è ben conosciuta, come filosofa più che come musicista (anche se non si può dire che il suo talento musicale sia sconosciuto, ma per lei, e non si stanca di ripeterlo, gli specialismi sono una iattura).
Una scoperta, dunque, che spiegherò descrivendo le sensazioni e i pensieri, così come sono emersi alla mia coscienza, nel corso della serata che nello spazio ZTL (Zurzolo Teatro Live) di Napoli ha ospitato il concerto “ARDESIA – di Donne incandescenti e trasversali”, in una sera di aprile.

In premessa, dirò che ZTL è nel centro storico di Napoli, vicino a Via Foria, ed è uno spazio culturale creato dal jazzista Marco Zurzolo nell’antica cappella gentilizia della famiglia Mauro, che oggi ospita eventi culturali, musica, mostre, ed una scuola di musica. E che Stefania Tarantino è una filosofa, musicista e femminista napoletana. Insieme a Maria Letizia Pelosi, chitarrista e co-autrice, nel 2009 ha fondato Ardesia, un gruppo musicale che ha già pubblicato un album, “Incandescente”. Nel concerto dell’11 aprile, hanno affiancato Stefania Tarantino, voce e tastiere, Ciro Riccardi alla tromba, e Claudia Scuro, chitarre/basso. La scaletta comprendeva molti pezzi di “Incandescente”, alcuni pezzi inediti e alcuni pezzi “classici”, rifatti in modo originale.

Chi conosce la ricerca di Stefania Tarantino sa che buona parte della sua produzione musicale comprende pezzi dei quali è autrice, parole e musica, e pezzi che mettono in musica i testi di filosofe, narratrici, poete che sono il patrimonio culturale e politico del femminismo ed in particolare del femminismo della differenza sessuale, da Hannah Arendt a Carla Lonzi, passando per Lina Mangiacapre, e approdando a Virginia Wolf. Questo mi abilita a parlarne, essendo quasi completamente a digiuno di musica. Ed è questa, anche, la chiave di volta della mia scoperta.

Il mio racconto comincia con il desiderio di Emily Dickinson: “I wish I were a Hay”, vorrei essere fieno. Nella poesia di Dickinson, il fieno odoroso ricorda il proprio essere stato erba, e grazie alla voce di Stefania, quel ricordo si mostra per quello che è: non è rimpianto, ma apprezzamento, fino in fondo vissuto, di una vita che è stata pura vita perché l’erba è “una sfera di semplice verde” che “ha così poco da fare” (“The grass so little”).

Sì, ma il racconto della pura vita dell’erba, che non si fa domande e semplicemente vive, e che quando ricorda non è più erba, ma fieno, è interrotto dal ritmo, che trascina, di “Incandescente”. Ispirata a “Le tre Ghinee” di Virginia Wolf, “Incandescente” esorta a “consumare ostacoli” perché “il limite ci fa capire”. La lezione di Virginia Wolf , lo stare “sempre sui margini” delle donne – quel “Questa non è la mia guerra” del refrain – è, in fondo, un prendere le distanze dal mondo fatto dagli uomini ma è anche, soprattutto, un prendere le distanze dalla pura vita. Occorre “espandersi oltre i confini” senza lasciarsi vivere come fa l’erba.

Ed ecco “La vita activa” di Hannah Arendt (alla Arendt è ispirata “Secret Love”, testo di Maria Letizia Pelosi, musica di Stefania Tarantino e Maria Letizia Pelosi) nella quale, a differenza che nella vita contemplativa, si esce dall’intimità con se stessi (una intimità che può essere solo, e illusoriamente, garantita dalla pura vita) e si va nel pubblico e, andandoci, si sconta una delle sofferenze più moderne della condizione umana, quella della sovrapposizione tra la sfera pubblica e la sfera privata: “Light of appearance kills the secret of love”, le luci della ribalta, si potrebbe dire parafrasando le parole del testo, uccidono il segreto dell’amore.

Questo racconto può, a questo punto, prendere due strade diverse, così come è stato il mio percorso di ascolto della musica-pensiero di Stefania Tarantino. La prima strada è: continuare a ragionare sull’amore, quello che deve restare segreto perché il fuoco non si spenga. E’ la poesia della zia Maria Albertina Lomello, che Stefania ha parzialmente tradotto in napoletano e musicato, “Nu’ segreto (l’ultima chiave)”: “Voglio restare una storia segreta ….. Posso sempre nascondere l’ultima chiave”. Oppure: interrogarsi sul segreto da custodire, e provare a chiedersi se quel privato da preservare sia una dimensione puramente individuale. La risposta è no, innanzitutto perché, come si dice ne “Le ombre”, è impossibile conoscere qualcuno stando “al già visto e al già detto” e bisogna, invece, conoscere “tutte le ombre che ci portiamo appresso”, “Le tante storie che porto in me”.

Quindi, quel segreto che è il nostro privato è già relazionale, ed è, questa, una verità che sta su un piano più profondo, ma non contraddittorio, rispetto al “privato è politico” degli Anni Settanta. E’ nel fondo della nostra identità, e non solo nella nostra proiezione pubblica, che non siamo uno.

Certo, dopo Irigaray, lo sappiamo che non siamo uno, sappiamo che al fondamento c’è il due della differenza sessuale. E mentre penso a questo, alla differenza che è a fondamento di ogni differenza, esplode con la voce di Stefania “Vai pure”, un grido liberatorio e, contemporaneamente, un’autorizzazione. E’ un’autorizzazione quella che Carla Lonzi dà a Pietro Consagra alla fine della loro storia, in quel dialogo ancora adesso strabiliante che mette al centro il conflitto, non tanto o non solo tra uomo e donna, ma, nella donna, tra il bisogno di amore e il desiderio di autonomia, un desiderio che non è nulla se non è messo in pratica: “Fai della tua vita il luogo dove i sogni si realizzano” (“Oscuramenti”).

E la musica-pensiero di Stefania Tarantino la imbocca questa strada accidentata, quella che da un lato invita a mantenere a tutti i costi la dimensione di inaddomesticato di noi stessi e del reale – “non la visione dominante del potere che non vede né me né te” (“Oscuramenti”) – e qui si sente la voce di Angela Putino che di Stefania è stata maestra, dall’altro trova nell’arte la forma dell’espressione guerriera, ed è lo stridere degli acciai di “Dove non potrò”, poesia di Lina Mangiacapre messa in musica da Stefania.

Il mio racconto della serata di musica-pensiero finisce qui, ma non vorrei dare l’impressione, a chi legge, di aver seguito un seminario di filosofia. Tutt’altro, innanzitutto perché ci sono stati momenti divertenti, come la versione in lingua franco-napoletana di “Dove sta Zazzà” con Zazzà che diventa, in francese, Zazà, con la zeta dolce (tipo ronzio delle zanzare), poi perché, a fine serata, una versione particolarissima di “Bella Ciao”, che mescola il canto delle mondine con l’inno della Resistenza, ha fatto commuovere più d’uno dei presenti.

Non ho ancora detto, però, qual è la scoperta che ho fatto seguendo il filo dei miei pensieri trasportati dalla musica-pensiero di Stefania Tarantino, e forse non è una scoperta originale, ma lo dico lo stesso: pura vita e limite, identità e differenza, autonomia e conflitto, desiderio e bisogno, amore e guerra, tutti i temi che negli anni sono stati i nodi intorno ai quali è ruotato il pensiero politico delle donne, quando vengono trasportati dalla musica – trans portati, cioè portati al di là – diventano comprensibili a tutti, universali in un senso affatto diverso dal falso universale del falso neutro maschile.

 

N.B. Per sapere di più della musica-pensiero di Stefania Tarantino e di Ardesia: http://ardesiaband.it/band.php (dove si può anche ascoltare qualche pezzo) e anche i profili su Facebook.

 

(womenews.net, 28 aprile 2014)

Doranna Lupi
Gruppo donne della Cdb di Pinerolo



In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». GV 4,27

“Perchè parli con lei?” è una domanda mancata che i discepoli non hanno saputo fare e che solo lo sguardo libero (sul mondo e sulla bibbia) delle donne ha saputo rimettere al centro di un dialogo tra uomini e donne. Impossibile non partire da qui, dalla meraviglia e dal silenzio dei discepoli alle prese con una difficoltà maschile mai sciolta e ancora presente sia nella sfera privata come in quella pubblica.
Partendo da questa domanda ed elaborando una traccia sul tema, la rete ecclesiale chiccodisenape di Torino, nel 2013 ha dato inizio ad un cammino di riflessione rivolto a tutte le persone e a tutti i gruppi ecclesiali, sulla questione delle donne nella chiesa. L’iniziativa si è svolta in collaborazione con il Coordinamento Teologhe Italiane che ha partecipato a vari momenti di dibattito pubblico nella città ed è sfociata in un convegno tenutosi il 29 Marzo 2014 intitolato “Vai dai miei fratelli. Di’ loro” gv. 20,17 Le voci delle donne nella chiesa. La qualità dell’evento, sia per le cose che sono state scritte e dette che per le relazioni messe in campo, ha mostrato l’efficacia di un dialogo tra uomini e donne che può sfociare in prossimità di quesiti fondamentali per il nostro tempo e riuscire in qualche modo ad illuminarli. 
L’attenzione posta sull’osservazione e l’analisi critica del linguaggio e degli immaginari che ci abitano , sedimentati nel tempo e la ricerca dei nessi esistenti tra la crisi di istituzioni patriarcali, come la chiesa, e la libertà femminile sono nodi cruciali da affrontare per arrivare a un cambiamento simbolico e fanno parte di quelle domande che vengono al mondo solo se si fa loro lo spazio necessario aprendo varchi di libertà tra dogmi, stereotipi e visioni della realtà che co-stringono in spazi e orizzonti ristretti. I versetti tratti dal vangelo di Giovanni contengono il fulcro di un’ intuizione che si fa avanti, nel nostro tempo, in più luoghi e in diversi contesti dove donne e uomini, a partire dalla loro differenza sessuale e specificità, tentano di dialogare per trovare modi nuovi di stare in relazione. 
Di sicuro, per molti uomini, persistono la fatica e il disagio di parlare con Lei e di appassionarsi agli argomenti di questo parlare, perchè quando Lei parla con autorità e libertà si sovvertono i cardini di un ordine simbolico che volutamente non l’aveva prevista e che è riluttante ad accoglierla e a lasciarsi modificare. Questo non toglie che Lei abbia parlato e parli comunque con autorità e che il suo nominare il mondo e dargli misura da un punto di vista differente, abbia portato e porti, in ogni caso, cambiamenti radicali che , però, senza la sua voce è impossibile comprendere. 
Non è quindi un parlare su di Lei o per Lei, bensì proprio con Lei, pena l’impossibilità di un cambiamento di civiltà irreversibilmente in atto che chiede di rendere visibile e dicibile il conflitto esistente tra i due sessi e trovare modi e parole per guadagnare una relazione tra uomini e donne generativa di umanità nuova.
Succede già come nella rete del Chiccodisenape, nelle nostre Comunità cristiane di base e con l’associazione culturale Identità e Differenza che organizza il convegno “Donne e uomini in relazione politica tra impasse e fiducia”, che si terrà a Torreglia (PD) giorni del 23, 24 e 25 maggio, ventesimo convegno annuale sul tema delle relazioni tra uomo e donna. 
Sicuramente in queste circostanze ci può soccorrere la mistica, come accenna Flippo Gentiloni. E qui ancor di più vale l’esortazione ad andare oltre la meraviglia (che già di per se è grazia), oltre il timore e il silenzio e parlare con Lei…che di mistica spesso è maestra. Ce lo insegna Luisa Muraro ed è proprio di recente pubblicazione la ristampa aggiornata di Amiche di Dio, libro scritto nel 2000, con l’intento di offrire qualcosa dei tesori della mistica europea, specialmente femminile, alla cultura di oggi. 
In un momento storico in cui religioni e istituzioni, incarnate in un tempo e in uno spazio dove non corrispondono piu alla vita concreta delle persone, si svuotano di senso mostrandosi sempre più come impalcature inconsistenti , la “libertà che si guadagna contrattando tra se e se, con gli altri, e con il cielo.[…] Con il lavoro tenace e leggero che[…]dall’intimità arriva alle questioni più generali” tipico delle mistiche di tutti i tempi, appare come merce preziosa. 
“Quella che le scrittrici mistiche mettono in parole, per quanto ciò sia possibile, è la verità dell’esperienza, guadagnata praticamente dal vivo del loro vivere, lottando per le parole. Nè più ne meno. Che ne è di Dio sottoposto a questa prova?[…]Diventa un Dio di passaggio: dal chiuso della teologia scientifica, delle discussioni scolastiche, delle cerimonie e delle gerarchie, dei canoni e dei trattati, si trasferisce nella relazione d’amore e da questa scorre per il mondo, liberamente e segretamente.” (Luisa Muraro, Le amiche di Dio, pag.200).

(cdbitalia.it, 28.4.2014)

di Giulia Clarkson

Dalla mistica medievale alla politica del tempo attuale. I secoli hanno scavato in profondità, ma di più ha fatto l’arroganza egemonica del potere maschile lavorando per appiattire le differenze o per congelare posizioni di subordinazione. Riportare al mondo narrazioni dimenticate, offuscate o distrutte è diventato, negli ultimi decenni, un progetto di libertà di gran parte del femminismo, in Italia e nel mondo. A tale ambito si rifà la rassegna “Fioriture. Soggettività impreviste”, organizzata a Sassari da Collettiva-femminista che ha dunque ricercato l’incontro con chi, più di altri, a un simile intendimento ha orientato il proprio lavoro.

Fine filosofa, femminista della differenza ed autrice prolifica, Luisa Muraro torna in Sardegna (a Sassari martedì 29 aprile, alle ore 17.30 nella Biblioteca Comunale di piazza Tola, con Monica Farnetti e Alessandra Pigliaru, e a Cagliari il 30 aprile al Ghetto di via Santa Croce 18, con Maria Giovanna Piano) per presentare il nuovo libro, “Le amiche di Dio. Margherita e le altre” (Orthotes Editrice, 2014), insieme con la curatrice Clara Jourdan, a cui la accomuna, tra l’altro, il lavoro attorno alla rivista femminista “Via Dogana”, della Libreria delle donne di Milano.

Indagare oggi il misticismo medievale non le sembra “fuori dal tempo”?

«“Le amiche di Dio”, ampliamento di una versione pubblicata nel 2001, ha lo scopo di immettere la vicenda della ricerca mistica femminile nella cultura contemporanea, mostrando alcuni punti di coincidenza con la politica delle donne».

Ovvero?

«Le donne non rinunciano a che ci sia amore nelle loro vite. Può sembrare un cosa banale, svilita, ma è proprio così: la non rinuncia all’amore, a questo porta la differenza femminile. Dal Medioevo sino ai nostri giorni c’è un filo sottile, ma vero e tenace, che lega questo sentire diffuso femminile – che appartiene anche agli uomini migliori – che è amore e ricerca dell’assoluto divino».

Ma chi sono le “amiche di Dio”?

«Parliamo ad esempio di donne come Margherita Porete, che ha scritto “Lo specchio delle anime semplici” in volgare francese e di cui racconta anche la studiosa spagnola Blanca Garì nel breve saggio in appendice al volume. Donne che non solo approfondivano e spiegavano la Bibbia in pieno Medioevo, ma che possedevano anche una notevole personalità e una vasta cultura, acquisita all’interno dei loro movimenti religiosi. Non avevano accesso agli studi come gli uomini, ma avevano le loro comunità. Si pensi al grande movimento di ricerca teologica delle beghine, diffuso in tutta Europa».

Cosa aggiunge il pensiero delle mistiche medievali?

«I mistici, uomini e donne, sentivano quella maschile come una condizione di minorità nell’esperienza di Dio; gli stessi uomini desideravano essere donna per avere un rapporto di più grande prossimità con Dio, ovvero desideravano liberarsi da arroganza e antropocentrismo per attingere la centralità e l’assoluto di Dio. Sentirsi decentrati, uscire dal centro del mondo, perdere la presunta pienezza di umanità è fondamentale per mettersi in rapporto con l’assoluto».

È il sentimento di mancanza di cui parla Margherita Porete?

«Sì. Lo stesso di cui parla anche Jacques Lacan quando dice di provare, come le grandi mistiche, una mancanza senza compensazioni falliche, ovvero senza le compensazioni che gli uomini investono nel potere. La tradizione mistica è stata sepolta, cancellata dalla modernità europea. Oggi, grazie al femminismo, è tempo di ritrovare quella grandezza».

Ritiene che ci sia un bisogno diffuso di spiritualità, oggi?

«Diffido di tutto quello che è new age e della spiritualità mercificata di cui Dan Brown è esempio con il suo romanzo “Inferno”, al top delle vendite. Molto spesso il bisogno di spiritualità si accontenta di merce scadente. Non bisogna pretendere di avere dietro le masse. Ciò che bisogna fare è far sentire a una minoranza non esigua che esiste una storia, un modo di vedere, un sentire non mercificati».

In che relazione vede la religione e la ricerca mistica?

«Il cristianesimo è diventato anche una religione, ma la sua qualità dipende dalla ricerca di Dio. Una religione che non ha una mistica è destinata al tramonto. I mistici sono liberi battitori, spiriti liberi: mettono alle corde i preti, che sono burocrati di Dio. I momenti di conflitto ci sono, ma non in senso assoluto. Margherita Porete, che è stata mandata al rogo dall’Inquisizione, nasce nel movimento del libero spirito. Nel Medioevo, fino al XIII secolo, ci sono donne che si affacciano alla scrittura, elaborano un loro pensiero e interpretazioni della Chiesa e della teologia. È un evento importantissimo, che rompe con l’organizzazione maschile della Chiesa e della cultura che poi sfocerà nell’organizzazione dello Stato».

Oggi nel movimento delle donne troviamo ancora questa capacità di rottura?

«Nelle sue forme più alte sì,sebbene in termini diversi. Le donne ci sono e non sono complementari nel portare il loro contributo di civiltà. Da questo punto di vista un’altra figura molto interessante è quella di Guglielma. A Milano era venerata come incarnazione femminile dello Spirito Santo. Anche i monaci di Chiaravalle credevano in lei, ed erano bene attrezzati dal punto di vista teologico. La sua congregazione è stata eliminata fisicamente e culturalmente dall’Inquisizione. Ciò che ne sappiamo deriva dagli atti del processo. Guglielma è stata condannata post mortem come eretica ed è stata fatta oggetto di una predicazione diffamatoria. Di sicuro era una pensatrice libera, una cristiana di grande audacia. Colpisce la critica che fece del significato magico attribuito ai sacramenti. Diceva che ciò che conta è l’interiorità personale. Come nell’insegnamento di Margherita: Dio alloggia nella profondità dell’anima».

(La Nuova Sardegna, 27 Aprile 2014)


da via Dogana n. 61, giugno 2002, Libertà senza emancipazione

A COSTO DI NON CAPIRE

Riflessioni di un’occidentale in Africa

di Serena Sartori

 

Giusti dieci anni quest’anno. Era l’agosto del ’93 e sono andata in Burkina, anzi in Africa per la prima volta, grazie all’invito pressante di un grande amico africano: “Vedrai, la mia terra ha bisogno di te, di voi, del vostro lavoro, un bisogno al quale non puoi restare indifferente…” Malgrado la grande fiducia in lui, avevo preso quel viaggio come un’occasione di conoscenza, non diversamente dagli altri innumerevoli viaggi fatti nella mia vita di teatrante nomade, di ricercatrice. Il teatro che faccio, che insegno da tanti anni, che metto in scena, è un teatro d’incontro, tra persone, tra artisti, tra culture, tra differenze. Come potevo resistere alla proposta di Sotigui, che mi aveva preparato un piano di viaggio, le tappe, gli incontri, gli scambi, un viaggio attraverso i Kouyaté, la grande famiglia dei griot di tradizione? Certo, non avevo minimamente previsto che quel viaggio avrebbe cambiato radicalmente la mia vita di persona, di donna, d’artista.

L’impatto fu durissimo. Da una parte, la grande povertà, che però non mi era nuova dopo i viaggi in India, in Indonesia e nel Nord Africa. Dall’altra, una cultura dell’accoglienza mai incontrata prima, un’accoglienza che ti fa sentire “a casa”, che ti solleva da tutte le difficoltà di differenze, di lingua, di abitudini, di diplomazie, di strategie e tattiche d’incontro. Di colpo, da che sei sbarcata dall’aereo, chiunque incontri e ovunque lo incontri, è qualcuno che ignora la privacy, anzi ti fa pensare che la disprezzi, qualcuno con il quale (la quale) puoi condividere chiacchiere, riflessioni cosmiche e politiche, racconti, pranzi dal piatto comune, lunghi tè pomeridiani nelle corti, una festa di matrimonio, un battesimo, dove sei trascinata a danzare per condividere la gioia dell’avvenimento, che non si comunica con formule verbali. Di colpo fai parte della “famiglia”, basta che tu lo voglia o, meglio, basta che superi la paura della promiscuità e della perdita di te.

Il primo viaggio mi provocò una crisi profondissima, una spaccatura dove ho vissuto tutta la difficoltà di abbattere le mie barriere, le mie angosce di donna occidentale e la mia stessa sistemazione del mondo, per sbattere con gli occhi e il cuore in una realtà le cui urgenze e le cui richieste sono enormi, tanto quanto l’accoglienza, appunto.

Mi colpirono fin da allora le grandi differenze tra uomini e donne, differenze totali, da subito appariscenti. Le donne è difficile incontrarle fuori dalle corti, a parte le poche intellettuali o artiste. Le donne “sono” la casa, sono maman dall’età della pubertà. Sono il mercato, sono il cibo, accucciate a terra a soffiare sul fuoco con enormi pentoloni a ribollire, sono il lavoro immane del giorno dopo giorno, sono la spina dorsale di quel corpo per il resto macilento e malato che è diventato l’Africa. Le donne sono corpi forti e presenti, sensuali, con aggrappati grappoli di bambini, sul dorso, alle gonne, al seno. È vero che, fuori dal suo regno tutto femminile, le donne sono considerate un soggetto scarsamente decisionale nella società africana, è vero che l’uomo africano, mediamente, delega alla donna ogni responsabilità fuorché quella del comando, ed è vero che spesso lui si crede signore e padrone di lei. Ma è anche vero che la donna africana non vede nell’uomo un modello da imitare, anzi potrei quasi dire che ne ha una specie di sopportazione superiore, andando incontro ad ogni sua necessità affettiva con un senso fortissimo di maternità e sorellanza.

Il risultato è assai difficile da interpretare alla luce del nostro schema occidentale. Quell’incredibile forza terrena, quell’assenza di vittimismo, quell’ironia sfrontata che fa rilucere di energia vitale gli occhi delle donne africane, non s’incontrano nella nostra dimensione di donne emancipate e moderne. E poco hanno a che fare con la rappresentazione corrente che ci facciamo di loro come vittime di un’oppressione. Penso a donne come Agnès, la mamma di un ragazzo morto a 27 anni, che era la luce dei suoi occhi (e in parte mio figlio adottivo, una luce anche per il mio cuore), sempre forte e ironica, anche quando le venivano le lacrime agli occhi. O come Christine, HIV sieropositiva a 25 anni per un matrimonio forzato con un vecchio, una donna splendente di carica vitale, che ha fondato l’associazione di sieropositivi a Bobo Dioulasso, ha adottato un bimbo abbandonato e travolge tutti nel suo ottimismo. O come Odile che ha deciso di non sposarsi e di non fare figli, per dedicarsi all’associazione Talents de femmes e alla presa di coscienza femminile mediante la scrittura e il teatro… Eccezioni? Parlo di donne che mi hanno colpito più di altre, certamente, e che ho conosciuto meglio, ma le maman giovani e vecchie che incontro negli ormai frequentissimi soggiorni in Africa, mi stupiscono sempre nella loro dimensione trainante di forza. Mi ricordano una mia nonna, analfabeta e poverissima, che sapeva governare ogni decisione nella famiglia con ironia quasi crudele: sarebbe stato ben difficile inquadrarla nella dimensione dell’oppressa.

Sì, per noi è veramente difficile comprendere, la nostra è un’altra storia. Ma, proprio per questo, chi vuole entrare in relazione, deve rinunciare al ragionamento consequenziale cui siamo abituate, a costo di capire meno ancora.

La differenza lì è la loro forza e la loro debolezza.

Tanto è forte il cosmo femminile che spesso le donne preferiscono stare in quella loro autosufficienza, in quella loro complicità esclusiva, lasciando agli uomini un’illusione di comando.

La loro debolezza è non avere ancora la necessità collettiva di agire la differenza nel pubblico, nel sociale, non contribuendo, di conseguenza, a trasformare le ragioni di uno status che si va facendo sempre più estremo e sbilanciato…

Non invidio la donna africana, non vorrei e non potrei accettare le cose che lei accetta, ma non mi permetto di considerarla secondo i miei parametri: non potrei proprio. Sono sempre più convinta che noi non possiamo esserle da modello, così come penso che, coltivando lo scambio e l’apertura reciproca dei nostri differenti percorsi d’esperienza, le une alle altre possiamo essere fertili per una visione di donna viva e vitale. Una visione non schematica.

Della condizione delle donne si parla molto in Africa. Un numero enorme di ONG mondiali fanno progetti per la loro emancipazione, progetti contro i matrimoni forzati, contro l’escissione, contro il sopruso e l’esclusione dalla politica, per la creazione di lavoro femminile… Progetti dai quali spesso mi trovo a prendere le distanze per la loro visione manichea e in fondo arrogante e poco curiosa e indiscutibilmente eurocentrica. Una visione che finisce col fissare i ruoli e impoverire lo scambio.

Dove me lo hanno richiesto, collaboro a progetti che tendono a mostrare il valore delle donne per l’intera società africana: progetti teatrali, letterari, artistici. Ma quando ritorno qui e ne parlo, mi coglie come una sorta d’insofferente reticenza. Timore delle visioni troppo facili o proiettive verso una carica gioiosa ed erotica da noi in via d’estinzione, o di un altrettanto facile pietismo per la loro condizione di oppresse. Di fondo, mi ritrovo spesso davanti ad una fretta di far rientrare in questo o quello schema una realtà che, dopo dieci anni di frequentazione, continua a provocarmi riflessioni e domande. Cosciente di quanto il movimento delle donne mi abbia aiutato ad uscire dagli schemi fortissimi della società della mia adolescenza, mi chiedo spesso che cosa abbiamo perso, oltre a quello che abbiamo conquistato, e perché. Discutendo con le mie giovani allieve, mi chiedo che cosa abbia provocato, da noi, la crescente paura della maternità, il dichiarato rifiuto a prendersi cura d’altri, quasi una paura di perdere sé, e come sia nata questa fragilità che diventa patologia crescente che divora corpo e mente. Che cosa, se non l’interiorizzazione, malgrado tutto, di un modello faticosissimo e impossibile di “uguaglianza”.

E continuo ad elaborare il diverso impatto – che a me, che vivo nel teatro, arriva più attraverso il corpo e il comportamento, che non attraverso le dichiarazioni d’intenti – che provocano i nostri corpi sempre più fragili ed efebici, malgrado le grandi e irrinunciabili conquiste, rispetto a quei corpi forti, ridenti, danzanti e ironici di maman che attraversano difficoltà per noi oggi inaccettabili, e che continuano ad essere il cuore pulsante della società.

 
Via Dogana n. 76, marzo 2006, Il mondo è un campo di battaglia


Autunno 69, autunno 2005

di Serena Sartori

 

È il 69. Porto Marghera, anzi Mestre in una stanzetta a lato della saletta incontri del Movimento, Silvana, Sonia e io, ci chiamavano le tre S, tutte e tre formose ed esuberanti, capelli lunghi e chiari vere compagne militanti… militanti? Stiamo dipingendo gli striscioni per la manifestazione del giorno dopo, vernice rossa e vernice nera da arrotondare con cura nei limiti degli slogan scritti a matita da uno di loro sulla tela bianca delle lenzuola portate da noi, …loro che nella stanza accanto stanno discutendo con grande foga le strategie e le tattiche i motivi e le ragioni, le ideologie e le verità che Lui aveva ancora una volta esposto con grande maestria. Siamo lì dal mattino dopo il volantinaggio delle 4 davanti al Petrolchimico. Stiamo giusto comunicando l’un l’altra la quantità dei palpeggiamenti subiti al volo dai compagni operai che più che il nostro ingenuo impegno apprezzano le nostre fresche forme rotonde.

Avremmo voluto partecipare, capire, essere in qualche modo parte di questo subbuglio confuso che ci aveva scaraventato in un fiume impetuoso di attività, impegni, riunioni, assemblee, manifestazioni, collettivi, occupazioni di cui continuavamo ad aver private e silenziose perplessità…

Ma oggi sembra essere un appuntamento particolarmente importante.

Di là è arrivato il maestro, la sua voce inconfondibile, sta chiarendo la linea da seguire per le manifestazioni di domani, una voce perentoria, decisa e sicura, una voce di docente, sta spiegando con cura… qualcosa che riguarda la questione Internazionale. Ascoltarlo è ogni volta una suggestione ma ogni volta non posso fare a meno di notare le enormi contraddizioni tra i motivi teorici che ci vedono da più di un anno fare politica assieme e il comportamento relazionale che mi provoca il disagio di sempre, vivo una differenza a cui ancora non so dare nome.

Ci hanno detto che dovevamo dipingere gli striscioni, che il nostro impegno era molto apprezzato ma che il momento era delicato e che comunque il nostro ruolo era fondamentale anche in quell’attività apparentemente banale come dipingere striscioni (o trascrivere ta-ze-bao, o pulire la sede o tenere i verbali o fare il caffè e i panini…).

Ma quello è un giorno speciale, c’è il sole caldo in un autunno appena iniziato. Io nel mezzo Sonia alla mia destra e Silvana alla mia sinistra, parliamo fitto, ci raccontiamo i pettegolezzi dell’ultima ora, l’intrico di relazioni private e nascoste che attraversano i compagni e le compagne, malgrado la seriosità dei comportamenti ufficiali.

Condividiamo per la prima volta le nostre forti sensazioni, i desideri, le differenze, le grandi differenze da cui malgrado tutto e tutti, sentivamo provenire la forza… come un lampo di consapevolezza senza ritorno… che ci facciamo qui??? Le dita sporche di vernice nella stanza accanto come mia madre nella cucina con il sugo mentre dall’altra parte si discuteva del futuro dell’Arte nel dopoguerra… che ci facciamo qui?? Come ci riguarda tutto questo, dove siamo noi in tutto questo? Le poche volte che nelle assemblee ho provato timidamente a esprimere le mie idee sono stata zittita con perentorietà, lui poi non sopporta posizioni personalistiche né dubbi, c’è la rivoluzione da fare e poi operaiestudentiunitinellalotta è lo slogan che impedisce di uscire dalle categorie. E poi c’è Laura che invece c’è dall’altra parte, Laura che ci sbalordiva tutte con il suo linguaggio smodato, le sue bestemmie ogni tre parole, la sua gestualità mascolina ma soprattutto la sua bellicosa competitività col Maestro. E in qualche modo proprio Laura ci faceva sentire ancora più diverse.

E finalmente ci raccontiamo tutto questo, lo condividiamo senza la paura di sentirci poco opportune, ricordo la risata all’idea che poco a poco ci contaminava di piantare lì tutto, e seguire quella strada che poco a poco si stava delineando come la strada anche per noi, il nostro luogo nella generazione di ribelli che eravamo. E l’abbiamo fatto, d’impulso, abbiamo depositato pennelli e grembiuli a metà lavoro, siamo andate ridendo come matte a Venezia a fare una passeggiata continuando a condividere finalmente tutto quello che ci aveva allontanato, tutto quello che avremmo desiderato mettere in discussione e che non avevamo fatto sicure della loro risata beffarda o della loro indifferenza. O peggio sicure dell’accusa di essere “reazionarie”.

Qualche tempo dopo io a Milano, Silvana a Trieste e Sonia in Sicilia ci siamo perse.

Ma a loro debbo la gioia di quel momento che ha dato inizio a quella fase che dapprima ha avuto voce negli incontri di autocoscienza e riflettendomi negli scritti di Simone de Beauvoir dapprima e poi Luce Irigaray e poi Luisa Muraro e molte altre e poi riscontrandosi soprattutto nelle relazioni e nella pratica quotidiana con altre donne. Una dimensione che ha trovato poi finalmente espressione nel mio teatro con altre donne: Maria, Carlina , Angela, Iva, Renata… processi e modalità creative profondamente diverse, che sono diventati via via metodologie di approccio alla creazione. Nel Teatro ho sempre lavorato accanto anche a uomini, ma uomini che avevano scoperto la propria necessità di affrontare e confrontarsi con questa differenza. Non sarebbe stato possibile condividere cammini altrimenti.

E oggi dopo anni di pratica e di ricerca di un teatro che prenda la forza dal femminile ma non solo per donne, ci sono accanto a me anche giovani uomini di teatro che non hanno remore a riconoscere nella mia esperienza una fonte da cui attingere, che mi scrivono chiedendomi consigli, che considerano questa diversa modalità una ricchezza anche per loro. Per una forma espressiva che diventi per tutti.

Ho sentito il desiderio di raccontare dopo 37 anni questo mio particolare inizio dopo aver letto l’opuscolo di Toni Negri che parla della Differenza italiana (Nottetempo, Roma 2005).

Scettica sulla sua scoperta della filosofia della differenza mi chiedo da quale pratica, da quale esperienza provenga questo suo riconoscimento, sì perché a me pare che la caratteristica diversa di questa filosofia, da tutte le altre filosofie storiche a cui lui si riferisce, è che proviene innanzitutto dalla pratica, che riflette sulla pratica, cosa che non era richiesta a nessun filosofo precedentemente e che la si può veramente condividere solo praticandola.

Sento nel suo linguaggio una trappola pericolosa.

Se la filosofia della differenza è “pratica trasformatrice”, come lui stesso la definisce, la trasformazione che questa pratica mette in moto si riflette su ogni cosa e quindi anche sul linguaggio. Riecheggia nel suo opuscolo l’abilità del maestro di allora, di definire linee e ambiti in cui il teorico si nasconde dietro alla sua capacità di inquadrare, analizzare e sistematizzare.

Quasi a cavalcare l’opportunità che in un momento di grande crisi politica questa filosofia offre.

Forse questo scetticismo mi viene da quegli inizi, o forse per credere a questa conversione avrei voluto saper leggere dove si colloca l’uomo che scrive, dove è cominciato l’esodo.

Il suo esodo in questo autunno di 37 anni dopo.

 


Ci scrive Rossella Manzo:

“Con riferimento a questo articolo cosa ne pensate?

http://www.corriere.it/esteri/14_aprile_25/uomini-chiudete-gambe-battaglia-femministe-turche-d5c99aac-cc62-11e3-bd55-1293c86c2534.shtml

A me capita spesso di sedermi vicino a ragazzi, di solito giovani, che siedono in questo modo, non ho mai pensato né a quello che dicono le femministe né a quello che scrive la psicologa.
Quello che penso è certo che alcune persone nemmeno ci arrivano che stando comodi loro rendono scomodi gli altri, e l’unica cosa che faccio, è cercare di rioccupare il mio spazio solo con piccoli movimenti che evidenziano la scomodità. Di solito si spostano e si rimettono come dovrebbe. Per me non ci pensano nemmeno a tutto quello che dicono le femministe dell’articolo. Se questo che ho letto dà fastidio e molto a me, come risponderanno gli uomini presi di mira.
Non è forse una esagerazione, se non fissa mentale?
Scrivo sperando di avere un punto di vista libero da parte di una associazione femminile, solo per capire meglio cose che per me sembrano veramente assurde solo  a pensarle.

Rossella”

di Franca Fortunato

La vicenda del commissariamento dell’Affruntata a San Onofrio e Stefanaconi, due paesini del Vibonese, decisa dal comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza per infiltrazioni mafiose, ripropone l’antico, e molte volte discusso, rapporto della chiesa con gli uomini della ‘ndrangheta, e non solo. Un rapporto indagato nella sua radicalità da Isaia Sales nel suo libro I preti e i mafiosi, dove viene messo bene in evidenza come «non si conoscono mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti atei o anticlericali. Sono cattolici osservanti. Credono in Dio, nella Chiesa di Roma, vanno a messa, si comunicano, fanno battezzare i loro figli, fanno fare loro la comunione, si sposano con rito religioso (anche quando sono latitanti), fanno da padrini di cresima ai tanti che glielo chiedono, ricevono l’estrema unzione se muoiono nel loro letto e pretendono il funerale religioso, sono i massimi benefattori di molte parrocchie, organizzano le feste dedicate ai santi patroni e li si vede in prima fila nelle processioni… Sono ferventi devoti, a volte ferventi cattolici… Spesso hanno studiato dai preti o dalle suore, hanno servito messa, sono stati al catechismo. Qualcuno voleva farsi prete, altri hanno vissuto nella stessa casa con zii o fratelli sacerdoti».

Come è (stato) possibile tutto questo? Come è (stato) possibile che una religione antiviolenta venisse usata come suggello e giustificazione da parte di spietati assassini? Questioni non ancora indagate dalla chiesa, forse perché porterebbero a un ripensamento radicale della propria storia, della propria dottrina e teologia. Il problema, infatti, non è tanto e solo la condanna dei mafiosi nelle omelie, il prenderne le distanze e combatterli sul piano della “legalità”, cosa che molti preti già fanno e che hanno fatto, pagando a volte con la propria vita, ma il problema è ancora più radicale, si tratta di togliere ai mafiosi l’humus culturale religioso, in cui hanno trovato legittimazione e sostegno comportamenti, usanze, idee che loro hanno piegato al crimine. Mi riferisco in primo luogo agli insegnamenti religiosi sulla famiglia e la morale sessuale, a cui i mafiosi hanno fatto sempre riferimento e che hanno “onorato” a modo loro, uccidendo la donna che non obbedisce a quegli insegnamenti. La cultura mafiosa e quella religiosa della chiesa hanno molto in comune, in quanto entrambe sono nate e cresciute dentro il patriarcato, un sistema simbolico e sociale androcentrico, fondato sul dominio dell’uomo sulla donna. Nessuno come i mafiosi ha fatto degli insegnamenti della chiesa sulla moralità sessuale il punto di riferimento delle proprie relazioni con le donne della famiglia.

È la storia di tante donne dentro le mafie. È la storia di Giuseppina Pesce, Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola e tante altre che hanno osato abbandonare quegli insegnamenti in nome di qualcosa di superiore, la libertà di vivere a partire dal proprio desiderio. Questo non vuol dire che la chiesa ha creato i mafiosi, ma che la storia delle mafie nel Mezzogiorno è intrecciata a quella religiosa della chiesa più di quanto si possa pensare. Come può la chiesa in Calabria pensare di diventare la “Chiesa missionaria” di papa Francesco, senza avere alle spalle un ripensamento radicale della propria storia e della propria dottrina? Come può non ripensare uno dei cardini di quella dottrina qual è il pentimento? «La violazione di alcuni comandamenti (non ammazzare, non rubare) – scrive Isaia nel suo libro – non rende necessario riparare l’ingiustizia commessa e il dolore procurato intervenendo con atti concreti in modo da attenuare o annullare gli effetti negativi dei propri misfatti. L’ingiustizia compiuta e il danno arrecato non implicano obblighi nei confronti delle vittime. È solo l’autorità religiosa che ha il potere di liberarci dal peso degli errori commessi. Lo strumento è la confessione e il prete ne è il tramite. La colpa, dunque, non è mai colpa verso gli altri, verso la società, la collettività, lo Stato e le sue leggi, ma innanzitutto è colpa verso Dio… Alla chiesa è sufficiente il pentimento interiore… il principio è che bisogna riparare nei confronti della chiesa ma non nei confronti della vittima… La chiesa ha lasciato intendere con il suo messaggio che c’è un Dio con il quale si può negoziare in via privata la salvezza della propria anima senza dover passare attraverso un recupero del danno, arrecato socialmente e collettivamente sopportato. È a questo Dio che sono votati i mafiosi e hanno trovato nei preti e nella chiesa un avallo a questa loro idea». Non è forse lo stesso messaggio contenuto nell’omelia di domenica di Pasqua a Sant’Onofrio del vescovo di Mileto Luigi Renzo, quando ha affermato: «La legge deve tutelare l’ordine pubblico del vivere civile, la Chiesa ha il vangelo e la sua legge è la misericordia ed il perdono come ci ha insegnato Gesù, al fine di recuperare le coscienze e salvare l’anima»? «Vi perdono ma inginocchiatevi», inginocchiatevi davanti a Dio e alle vostre vittime, è il messaggio, invece, lanciato in chiesa da Rosaria Schifani, vedova di uno degli agenti morti nella strage di Capaci, il giorno dei funerali nella Cattedrale di Palermo. La chiesa, anche nel rapporto con le mafie, impari ad ascoltare veramente le donne e si faccia aiutare da loro.


(Il Quotidiano della Calabria, 25.04.2014)

Ambeba e Yonas aspettano il loro primo figlio. Lei è al quinto mese e dice che vuole far nascere il bambino in Norvegia. La meta di Saia, 17 anni, è la Germania, dove la sorella è bigliettaia sui bus. Saia è sola. In Libia la sua bellezza l’ha pagata cara: i criminali che gestiscono il traffico umano- un enorme business, capitolo della tratta degli schiavi- non si sono accontentati dei soldi.  Siamo saliti a bordo della «Espero», la nave della Marina militare italiana insieme con la Fondazione Francesca Rava per seguire in prima linea le operazioni di soccorso nei confronti di decine di migliaia di disperati che tentano di arrivare in Italia e poi raggiungere il resto dell’Europa per ricongiungersi con i familiari. L’operazione «Mare Nostrum» pattuglia una vasta area del Mar Mediterraneo di circa 71 mila chilometri quadrati. Daniele mastica un po’ di italiano e traduce con pudore la testimonianza della «sorella». In Libia «tutti ladri», dice, vogliono soldi, picchiano, stuprano. Anche per lui un viaggio di 8 mesi e le terribili ultime settimane nei campi libici. Usano le scosse elettriche se esiti a salire sui barconi, nel mare nero e gonfio della notte. Ma la paura da cui stai fuggendo è ben più grande di quella di affrontare il mare aperto. Se ce l’hanno fatta ad arrivare fino a qui dall’Eritrea, via Khartoum, la traversata biblica del deserto e poi gli schiavisti libici, se ora sono a Pozzallo (Ragusa) e baciano la terra uno a uno, rito che rallenta le operazioni di sbarco, l’ultima tratta del viaggio non sarà poi così dura. Troveranno sempre qualcuno che gli darà un paio di scarpe, una caciotta, un frutto. Qui in Sicilia, che è ormai un’enorme Lampedusa, la gente è spaventata. Si mettono le mani nei capelli: «Come faremo?». Ma poi quando c’è da fare fanno. Se c’è da andare in mare a tirare su la gente, vanno. Anche bambini morti, come è capitato su «Espero», una delle navi della missione «Mare Nostrum» che in sei mesi ha salvato 28 mila naufraghi: solo grazie a questo il Mediterraneo non è una fossa comune. Il comandante di «Espero» dice che sono stati loro i primi a ripescare i morti dopo la tragedia di ottobre a Lampedusa. Anche piccoli di un anno. Non erano ancora attrezzati e neanche il loro cuore lo era. A bordo giusto qualche mascherina sanitaria. Le salme le hanno distese sul ponte della nave. Su questo stesso ponte la mattina di Pasqua 433 migranti cantano le lodi del Signore. Quasi tutti eritrei e cristiani: 75 donne, quattro incinte, 3 bambini, decine di minori soli, ripescati nel corridoio umanitario garantito dalla missione «Mare Nostrum» in un’area di 71 mila chilometri quadrati dove si muovono 5 navi con 779 militari, elicotteri, gommoni, un drone e altri mezzi, in collaborazione con forze dell’ordine e magistratura (78 scafisti arrestati). Unità mediche coadiuvate dal personale sanitario volontario della Fondazione Francesca Rava. Una straordinaria macchina di sorveglianza e di accoglienza che solo tra il 7 e il 9 aprile ha salvato 6.769 migranti. E a Pasqua e Pasquetta — breve finestra di mare calmo — altre 1.200 persone accolte da «Espero», «Cassiopea», «San Giorgio» e dal mercantile «Red Sea». Un prodotto Dop tutto italiano, questa missione, che dovrebbe costituire un modello da esportare e che invece non gode di attenzione, né di sostegno da parte del resto d’Europa: 9 milioni al mese, fondi stornati dalle ordinarie attività della Marina Militare e che ormai non bastano più. Appena il mare si calmerà i barconi arriveranno a centinaia: 600 mila persone attendono di salpare, secondo il ministro dell’Interno Angelino Alfano. «Noi siamo soltanto l’aspirina — dice l’ammiraglio Filippo Maria Foffi, comandante in capo della Squadra Navale — e non la cura della malattia. Il problema dei flussi va affrontato dalle Nazioni unite, con Unione europea e Unione africana, con programmi di sviluppo e repressione di chi lucra sulle vite umane». Quando la chiatta affollata di migranti si stacca da «Espero» per raggiungere il porto di Pozzallo, il popolo dei salvati fa esplodere un applauso di ringraziamento, a Dio e agli uomini, al tè caldo e ai 60 chili di pasta all’olio. Il problema sarà il pane di domani.

Terragni Marina

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(22 aprile 2014) – Corriere della Sera


Grazie a quegli amici che hanno mostrato i loro corpi, visi, parole e sentimenti per dare un esempio di maschilità pacifica verso le donne, non per finta ma da loro sentita e praticata:


http://www.liberarsidallaviolenza.it/


La redazione del sito della Libreria delle donne

dal 12/4/2014 al 11/5/2014

La mostra personale di Oki Izumi è inserita nel progetto interculturale di MUSEUMfestival e accostata al percorso espositivo di opere della collezione orientale dei Musei Civici “Suggestioni d’Oriente”.

“Sappiamo di essere una goccia di un grande fiume ma nella storia aggiungiamo un dettaglio trasparente, gioioso e brillante”
Oki Izumi

Per comprendere appieno la poetica di Oki Izumi va conosciuto il processo rituale che si compie nella realizzazione dell’opera. Nella sua gestualità, nel suo fare c’è il ritmo stesso della storia, della vita, lo scandire di un tempo quotidiano che si stratifica. È un lavoro lento, faticoso, che richiede precisione, concentrazione, iterazione di movimenti e pause. Azione e defaticamento.

L’Artista si confronta da anni con il medesimo materiale, il vetro, precisamente il vetro industriale. Lo misura, lo taglia, lo pesa, in una ricerca che si fa numeri, calcolo: i millimetri dello spessore, i centimetri delle dimensioni, i chili del peso, il numero delle lastre, dei pezzi. “La passione”- per Oki Izumi- “è un’ossessione che può nascere solo da una visione megalomane”, ma non si tratta di una megalomania fine a se stessa, quanto dell’espressione dell’unicità del sé e della potenza delle piccole cose. La bellezza infatti è per lei nel dettaglio, nell’essenziale. Oki ricerca invero un’armonia compositiva, l’euritmia. La genesi della sua opera è una lastra, piccola o grande che sia, ad essa se ne aggiungono altre, spesso molte altre, in un’architettura di spazi concettuali. Le sue sculture non plasmano forme, ma creano luoghi, che nella loro apparente fissitudine, non sono immoti; sono memori dell’acqua quieta che ha in sé la fluidità.
Il vetro è un materiale difficile, indomabile, costituito da aspetti duali: è rigido, duro ma anche fragile, è leggero e pesante, freddo e caldo, vuoto e pieno, trasparente e riflettente, si fa attraversare dalla luce e la respinge, la filtra e la rimanda.
Il riverbero è un fenomeno luminoso quanto sonoro, l’iter creativo produce infatti segni, tagli, spostamenti che generano rumori, tanto che ogni creazione è costituita dal suono di un percorso tracciato.
Le sue sculture portano con sé un concetto lineare di tempo, la scia del passato, il presente e la tensione verso al futuro. Sono architetture memori di antiche costruzioni: stele, templi, archi, …quanto allusive a moderne ingegnerie protese al divenire.
La sua opera apre pertanto un fervido dialogo con il Museo di Santa Giulia, unico per quel filo che attraversa luoghi ed epoche, sede di memorie storiche stratificate nel corso dei secoli (edificato su un’area già occupata in età romana da importanti Domus, comprende la basilica longobarda di San Salvatore e la sua cripta, l’oratorio romanico di Santa Maria in Solario, il Coro delle Monache, la cinquecentesca chiesa di Santa Giulia e i chiostri). Passato, presente e futuro non è solo il titolo di una scultura di Oki Izumi, ma è un concetto che ci appartiene, è l’esistenza medesima nella quale il tempo è il flusso del nostro essere.
Nata a Tokyo, Oki Izumi si è laureata in letteratura giapponese antica all’Università Waseda di Tokyo, ha studiato pittura e scultura con Aiko Miyawaki, Taku Iwasaki e Yoshishige Saito. Ottenuta nel 1977 una borsa di studio per la scultura dal Governo Italiano si diploma nel 1981 all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel corso di scultura.
Ha partecipato con sue opere e installazioni alla Biennale di Venezia nel 1985 (Progetto Venezia, Terza mostra internazionale di architettura) e nel 1986 (Arte e Biologia, XLII Biennale Internazionale di Arti Visive); alla Triennale di Milano nel 1983; al Museum of Modern Art of Hokkaido a Sapporo (Giappone) nel 1991; nel 1992 alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, nel 1998 con Paola Levi Montalcini e nel 2010 con Iko Itsuki Damiani all’Istituto Giapponese di Cultura a Roma.
Nel 2007 una mostra antologica al Museo civico di Lubiana (Slovenia).
Le sue opere si trovano anche nel Magazzino privato del Vaticano.

Inaugurazione 12 aprile ore 11

Museo di Santa Giulia
via dei Musei, 81/b – Brescia
Orario: 9.30-17.30, chiuso lunedi
Ingresso con il biglietto del Museo di Santa Giulia

di Donatella Massara

È Marianne Franziska la protagonista di Green Spell, testo drammaturgico di Christian Del Monte, su soggetto di Francesca Contini, regista e attrice dello spettacolo con Massimiliano Toffalori. Ho assistito lunedì 24 marzo a una prima rappresentazione non pubblica ma su inviti negli spazi dell’Associazione Apriti cielo! a Milano.

La protagonista, nata nel 1934 e morta per un collasso cardiaco nel 1982, di sé ha lasciato poco, una poesia, Green Spell, molte lettere e lettere felici di un tour in America di sette mesi, e gli appunti quasi illeggibili del suo ultimo anno di vita quando le fu diagnosticata la schizofrenia, con cui forse aveva convissuto tutto la vita.

Marianne Franziska Lask è la figlia di Dora Diamant e di un padre, il signor Lask, mai conosciuto da lei se non negli ultimi anni della sua vita. Chi invece conobbe, perché ingombrò per sempre la sua esistenza, anche se era morto dieci anni prima che lei nascesse, fu Franz Kafka, primo compagno di sua madre, mai dimenticato e morto dopo meno di un anno dal loro effettivamente straordinario incontro d’amore. Stranamente dicono che Marianne a Kafka somigli, e con lui condivide la vita, fino dall’infanzia, insieme alla madre. Due donne sole che insieme abitavano in una  “notte al confronto della quale la vera notte può essere chiamata giorno” che era la loro casa a Londra. Così la descrisse Martin Walser andando a visitare Dora nel 1952 per parlare di Kafka.

Il testo teatrale tuttavia non racconta niente di questa vicenda. Marianne si esibisce attraverso il delirio con le sue tante voci, interferenze, sonorità, passando per la sofferenza di un disordine che la sconvolge ma di cui si serve per farci vedere che cosa può essere una persona, quando si è perso tutto ciò che è riferibile. E della sua comunicazione solo le impressioni sono riferibili, i contenuti sfumano, le parole hanno pochi punti fermi, detti quando sono sicure che ci arriveranno dritto nel cuore. È una storia poco chiara ma che obbliga la nostra mente a capire che cosa può essere capitato a tutti questi personaggi che parlano attraverso il monologo sconnesso di Marianne. Occorre accettare questo confronto scomodo con quello che lei, la protagonista, ci dice, a noi contemporanei, certo distanti da lei, ma evidentemente, non così tanto da non essere chiamati a chiederci come avremmo potuto essere al suo posto.

Certo distante è anche Francesca Contini ma un’attrazione l’ha tenuta calamitata verso Marianne, un personaggio minore che ci porta a guardare in faccia direttamente a chi siamo, per trovare delle coordinate che ci permettano di capire. E così questo spettacolo, che taglia via la possibilità di confonderci con un testo storico, magari riabilitante una donna di cui si è persa memoria, impone invece di entrare in scena con quello che c’è nel presente.  Il pubblico partecipa con i suoi sentimenti e pensieri, le sue fantasie e emozioni, accompagnando lei, la regista e attrice, Francesca Contini e alla fine si rasserena con Massimiliano Toffalori, che ritorna in scena, rompendo il muro di solitudine della protagonista che ha avvolto anche noi che abbiamo assistito allo spettacolo.

 

Green Spell regia di Francesca Contini con Francesca Contini e Massimiliano Toffalori produzione di Francesca Contini in Coproduzione con Fuorischermo Cinema & Dintorni.

 

La prima dello spettacolo è l’ 8 Maggio al Teatro Rondinella di Sesto San Giovanni, all’interno della rassegna Teatro Necessario.

Tutte le informazioni a: http://www.cinemarondinella.it/teatronecessario.html

 

di Alessandra Pigliaru

Negli scorsi giorni la filosofa Rosi Braidotti, che ad Utrecht dirige il Centre for the Humanities, è stata in Italia (Bologna, Napoli e Roma) per la presentazione del suo ultimo volume, Il Postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la spe­cie, oltre la morte (recensito qui il 18 febbraio 2014). Il postumano è un tema con cui Braidotti si misura fin dai tempi di Soggetti nomadi (1994) dove viene nominato come progetto utopico e politico con cui fare i conti. In questi anni, all’interno di un dibattito internazionale vivacissimo che l’ha vista al centro di numerosi confronti, ha proseguito la sua riflessione sulla soggettività chiarendo ora come il posizionamento postumano, bussola e strumento genealogico, preveda anzitutto un nomadismo acquisito sia sotto il profilo della teoria materialista del divenire che sotto il profilo etico-politico. Su questo punto, le categorie che intervengono sono in effetti quelle che negli anni le hanno consentito di tracciare una mappatura all’altezza dei tempi presenti. Sono, questi ultimi, anche tempi pensanti e di particolare potenza, in cui le pratiche politiche e di resistenza giocano il proprio corpo a corpo con una molteplicità di risorse e conflitti. Anche qui la partita giocata da Braidotti muove da una collocazione esatta: femminista, postcoloniale e radicalmente responsabile. Attraverso la lezione di Foucault, Irigaray, Deleuze e Guattari dirimente è la forza propulsiva del monismo spinoziano e l’apertura alla critica femminista contemporanea. In questo crocicchio, le tessere del presente si spostano e si intersecano verso la ridefinizione di umano e disumano. Fino al salto definitivo. Alcuni temi ritornano in maniera decisiva facendo della architettura filosofica in divenire di Braidotti una cartografia trasformativa delle idee. Tale trasformazione, che avviene conseguentemente alla crisi dell’umano, mostra le trappole ma pure le risorse di una contemporaneità tutta ancora da agire.

Uno dei paradossi più evidenti della nostra era è, secondo te, lo scontro tra la necessità stringente di affidarsi a nuove azioni etico-politiche e l’inerzia di chi vorrebbe curare esclusivamente i propri interessi e profitti. A cagione di questa ultima posizione si propone infatti un generico appello al nuovo che risuona come puro esercizio retorico in relazione alle logiche di mantenimento del potere e individualismo neoliberale. In questo senso intercetti quella che chiami forza tecnologica liberatrice e trasgressiva, prestando attenzione all’appropriazione da parte di chi vorrebbe inserirle in un discorso tradizionale e conservatore del soggetto (perlopiù autocentrato, bianco, maschio, eterosessuale e benestante). Mi dici qualcosa a riguardo? 

La retorica del nuovo fa parte del programma di consumismo sfrenato e maniacale del capitalismo avanzato. C’è una tensione tra il potenziale gigantesco delle nuove tecnologie che hanno come meta il controllo del vivente e di tutte le sue forme, e l’uso monodirezionale che ne viene fatto dal capitalismo – per cui il capitale è la vita stessa. E soprattutto il fatto che hanno riallacciato questa molteplicità complessa alla nozione più restrittiva possibile di individualismo, associandoci una morale molto stanca, la classica morale neokantiana umanistica, che sta andando alla grande. Viviamo in un’epoca moralizzatrice, cruenta e contraddittoria. Quindi io non voglio cadere nel discorso antiquato della tecnofobia che prevede la tecnologia come strumento di dominio perché non ci credo; sono stata allieva di Foucault e il potere non è mai a senso unico. Queste tecnologie sono al tempo stesso liberatorie e strumenti di morte e di distruzione. Abbiamo droni, telefonini, fecondazione assistita e poi i morti al largo di Lampedusa; sono versanti della stessa medaglia e noi dobbiamo pensare alla contemporaneità e agli effetti del potere, molteplici e contraddittori. La forza liberatrice della tecnologia è, e dev’essere, fonte di esperimenti. Sperimentare alcune di queste tecnologie, nei limiti del possibile, sarebbe per me una specie di ridefinizione di ciò che la filosofia dovrebbe fare. Ci occorrono laboratori fondamentali con i quali ricostituire comunità di sapere ma anche di saper fare a partire da queste tecnologie. Inoltre non sono contraria a priori alle modificazioni genetiche. Penso per esempio alla biologia sintetica che è riuscita a fare le prime porzioni di carne artificiale. Si metterebbe in discussione l’obiezione morale di vegani e vegetariani, visto infatti che non è carne da macello di organismi viventi. C’è poi un laboratorio molto forte e bello riguardo i disabilities studies che stanno andando in direzioni molto più interessanti rispetto ad esempio agli studi sulla sessualità in generale, proprio perché i corpi sono già modificati.

Tra le trappole dell’appropriazione neoliberale della tecnologia, c’è una piega che concerne ciò che in Trasposizioni (2006) chiami «tecno-utopismo» dell’ambiente accademico. Cosa intendi con questa forma di mistificazione?

Negli anni Novanta, alla fine dell’ondata dei cultural studies e più o meno all’inizio della svolta queer, c’è stato un momento di grande euforia verso le tecnologie. Le tecno-utopie sono state da una parte importanti perché ci hanno permesso di combattere quel disfattismo tecnofobico che per me fa sempre parte di una certa cultura di sinistra seguendo il ragionamento tecnologia=potere=proprietà di qualcuno=lotta di classe; equivalenze che fanno parte della mia giovinezza; sono una donna di sinistra, vengo dal femminismo e so, insieme a Foucault, che il potere è sempre più complicato di questo. Ci sono altre modalità di pensiero per le quali fondamentale è il manifesto del 1985 di Donna Haraway. Il manifesto cyborg che nella versione originale è sottotitolato come manifesto socialista e femminista, completamente svanito nella nuova edizione. Trovo invece che sia molto importante ripensarlo perché era un socialismo come possibilità di comunità a venire. Ci è voluto qualche annetto per capire la mutazione del capitalismo in un sistema di ri-formazione e ri-creazione del vivente.  Nel politico siamo nella confusione più totale; da una parte il capitalismo si è dato una pratica post-antropocentrica, ha equiparato tutte le specie, tutte le forme viventi, alla logica del profitto. Se tu guardi la robotica per esempio, non stiamo clonando solo il sistema neuronale e sensoriale dell’umano ma anche il fiuto dei cani, il radar e il sonar di delfini e pipistrelli. Cioè il nostro corpo è un apparato piuttosto antiquato rispetto ad altre specie animali. Quindi c’è un postumano di fatto, però nel discorso pubblico siamo ancora ad una forma di conservatorismo neoumanista, con una moralizzazione terrificante e forme di reazione assolutamente inquietanti. Invece di tecno-utopie ci sono da fare delle mappature, delle cartografie critiche di queste contraddizioni. Per evitare anche di ripetere una morale stanca che da Nietzsche in poi abbiamo criticato in filosofia. Anche con la faccia sorridente di papa Francesco e quella – meno piacevole – di Renzi, non si può tornare a pratiche di una vita definita sotto l’egemonia dell’umanesimo in un’epoca in cui il capitalismo ci ha dato un post-antropocentrismo perverso; non è giusto, questa è una beffa molto crudele che rischiamo di pagare caro. Quindi dobbiamo riferirci ad un’etica postumana, questa è la mia linea. Non possiamo pensare ai droni, ai computer che fanno i calcoli in borsa nella cornice della morale kantiana, dobbiamo cominciare a inserire nel loro programma domande di natura etica in grado di farli perdere in velocità ed efficacia, di non farli funzionare più. Quando i droni israeliani sparano nei territori occupati non stanno ad aspettare o a interrogarsi. Quando Google-earth deve cancellare dalle sue foto satellitari le corse dei droni, che sono centinaia, i test morali risultano inutili. Quindi piantiamola con questa faccenda; bisogna rallentare tutto e cambiare il verso di queste tecnologie, sperimentare un’altra etica. Ma questa combinazione di post-antropocentrismo capitalista e neoumanesimo sociale è una catastrofe. Ci risucchia energie e funziona: questa morale la capiscono tutti; tipo quella della cura; dunque “abbi cura”, poi però quelle che devono aver cura sono sempre le donne.

Questo tema della cura mi interessa, perché come altre credo che il femminismo ne abbia scalzato il carattere oblativo. Ne Il Postumano, quando poni la relazione tra l’eccedenza di zoe e la consapevolezza femminista, dici infatti «io sono la madre terra, generatrice di futuro». Chiaro come ciò inerisca al carattere della temporalità ma anche dell’aver cura.

Il posizionamento femminista nel libro ha molti piani perché ha vari obiettivi. Uno di questi è costruire delle cartografie ragionate attraverso cui comprendere come siamo arrivati a questo scavalcamento dell’umano. Un altro obiettivo è quello di portare la questione della differenza nel postumano. Il terzo è quello spinozista-monista di sperimentare nuove etiche, nuove comunità, nuove cosmologie; cioè pensare, essendo stata allieva di Deleuze, nuove forme per leggere il presente. Il punto di partenza è la critica al soggetto unitario. La teoria del prendersi cura di Gilligan, Tronto e di molti altri resta all’interno di un pensiero liberale nella stragrande maggioranza dei casi. Le temporalità che ci abitano come soggetti sono diffusissime; dalla temporalità cronologica a quella circolare da Nietzsche in poi a quella transpecie fino ad arrivare a temporalità di memorie protesiche. Non possiamo tornare all’uno. Il mio problema con la cura è stato questo. Il pezzo che tu citi io lo chiamo momento di opera rock. Sono momenti abbastanza diffusi nel libro in cui metto in scena il mio pensiero nomade dicendo essenzialmente che io uomo non lo sono mai stata e non ho mai voluto esserlo. Non uno, non lui, non quello, non così. Mai. Io sono della generazione della differenza che è stata una spaccatura dall’umanismo, da quell’uno, uomo, bianco, maschio, eterosessuale da cui hai cominciato giustamente l’intervista. Questo è stato il mio orizzonte. Noi siamo sempre state le lupe che correvano nella notte, ululando giustizia ma anche rabbia, amore, felicità insieme a tutto il resto. Quindi c’è questa parte di me che credo sia non solo generazionale ma proprio concettuale e teorica che non si è mai immedesimata con quell’uno. Ciò non significa che non abbiamo cura dell’altro. Il contenimento dell’altro in un’ottica spinoziana e deleuziana (c’è anche Irigaray ma è un caso più complicato) consiste in una specificazione reciproca. Autogestiamo la nostra specificazione, definiamoci in quanto postumani, collettivamente e uno in rapporto all’altro, una in rapporto alle altre, su momenti di pratica molto precisi. C’è un postumano nella teoria, c’è un postumano nella pratica, c’è un postumano nell’etica, ci sono momenti e praxis concrete e immanenti che ci permettono di autodefinirci.

Molta della tua riflessione si è concentrata verso le scienze umane e una idea specifica di università o, come la chiami, multiversità. Penso al quarto capitolo di  Il Postumano. In considerazione degli alti livelli di mediazione tecnologica da un lato e delle strutture del mondo globalizzato dall’altro, auspichi una metamorfosi epistemologica delle scienze umane. Intanto partendo da un assunto che è quello che muove la tua intera riflessione filosofica, e cioè il realismo di una materia capace di affetti, autogestione e autopoiesi. Intercetti dunque la teoria femminista come cruciale punto di riferimento metodologico e teoretico. Anche nelle scienze umane postumane, è ancora una volta il femminismo a fare la differenza?

Assolutamente. Non mi preoccupo del femminismo come movimento politico che sta procedendo molto bene soprattutto grazie alle giovani femministe sparse nel mondo. A livello di pensiero però le metodologie femministe, nonostante l’esistenza di women’s studies e gender studies, non sono passate all’interno delle università. Secondo me la metodologia fondamentale è quel partire da sé, che però io coniugo con la dissoluzione del Sé. Quindi partire da un Sé che non è mai uno ma già una relazione. Un sapere situato è rendere conto del proprio posizionamento e non parlare in maniera universalistica e generale, per non aspirare neppure a quelle mega-teorie del tutto di cui una buona fetta della sinistra è ancora molto innamorata. La teoria della rivoluzione per esempio, del “o cambiamo tutto o non vale la pena di cambiare niente” produce un assolutismo che mi preoccupa molto. Il femminismo è sempre stato molto più pratico e molto più efficace: si cambia il vivente a partire da sé, il personale è politico e le relazioni sono al cuore di tutto. Trovo che il monismo spinoziano si coniughi perfettamente con questa politica situata. C’è in questo momento, a livello di pensiero, una strana cancellazione del femminismo soprattutto da parte dell’università, la quale tuttavia cancella un po’ tutto il Ventesimo secolo ma anche di quello che resta della sinistra. Diciamo dal 1989 in poi, se si guardano autori che i miei studenti (soprattutto maschi) amano, per esempio Žižek, Badiou ma lo stesso Negri, si può notare come questi ultimi abbiano cancellato il femminismo. Non lo citano mai come esempio di un movimento che ha reinventato il politico. Žižek ci va giù pesante, siamo al meglio un piccolo movimento culturale che non ha capito niente; Badiou ancora peggio; un paio di note di Negri in un libro (La differenza italiana, Nottetempo 2005) in cui scrive di Muraro, certo, ma si arrabattano e non riconoscono il femminismo come un laboratorio di pratiche. E questo è un dramma perché lì c’è un dialogo e contaminazioni reciproche che sono saltate. Per finire, c’è anche da dire che la sinistra, in particolare la scuola italiana di studi critici sul capitalismo (per esempio Virno, Lazzarato, Mezzadra), potrebbero osare, sperimentare di più con scienza e corpi. In questo perfino Foucault non è riuscito, il suo maestro Canguilhem era più attento di lui. Noi avremmo molto da dire a riguardo, abbiamo avuto una serie di geni, tra cui spicca Haraway, ma anche la scuola italiana di Gagliasso, che la scienza l’hanno capita benissimo. Insieme a queste ci sono pure molte economiste femministe che sostengono che il capitale è oggi la vita, nient’altro che i codici informativi del vivente; un’affermazione che cambia tutti i giochi. Quindi ci sono come degli anelli mancanti. Mi sembra che in Italia sia un momento in cui si deve riflettere su cosa conta come gesto politico. Il fatto per esempio che il femminismo sia stato rimosso da un movimento politico che poi lamenta che non abbiamo modelli di politica mi rende davvero furiosa. Soprattutto quando si devono ricevere accuse come “voi non avete fatto niente”, in un momento in cui io vedo risorgere una violenza che mi preoccupa molto. Dalla prima pallottola la vostra rivoluzione non ci interessa più. Giravano slogan come questi negli anni ‘70 e qui stiamo tornando a una rabbia nichilista che minimizza sbrigativamente ciò che il femminismo ha prodotto come modello alternativo di politica. Su questo credo che l’Italia abbia qualcosa su cui riflettere. O ci ascoltate o non contate su di noi per fare una rivoluzione antiquata che farà soltanto il gioco delle leggi speciali della repressione e non servirà a niente. Sulla questione del postumano dunque mi sembra che stiamo assistendo, in questo momento di sgomento e rabbia dovuti alla crisi, alla riproposizione dell’antropocentrismo e narcisismo della sinistra. Rimuovere il femminismo apre la porta alla violenza, soprattutto contro le donne, insieme al ritorno di una violenza rivoluzionaria che ha già fallito e che non mi pare il caso di riproporre.

La rabbia che proviamo quando subiamo o assistiamo a un’ingiustizia è una passione che deve permetterci di sostenere il presente, di modificarlo a seconda dei nostri desideri, invece di disperderla in inefficaci atti nichilisti, noi possiamo trasformarla in affetto positivo. Investiamo nella ricerca di alleanze trasversali, di sinergie inedite, elaboriamo saperi comuni lontani dalle logiche del profitto, contaminiamoci e diffondiamo micro-politiche alternative ai modelli dominanti, stili di vita ecosostenibili, antisessesisti e antirazzisti.

Non voglio più eroi morti.

(il manifesto, 11 aprile 2014 http://ilmanifesto.it/oltre-la-gabbia-del-soggetto/)


Che accade se l’Europa si prende cura?

Gruppo femminista del Mercoledì

 

Una crisi si aggira per l’Europa. Allargando la forbice tra chi ha e chi non ha, produce non solo disoccupazione e precarietà, ma disorientamento, infelicità senza desideri. L’economia di mercato, nella sua piegatura neoliberista paralizza, anzi costringe (e convince) a adeguarsi all’esistente quando non genera un senso di colpa violento: sì, siamo noi greci, italiani, spagnoli, le sciagurate cicale che hanno gonfiato il debito pubblico.

Così il vocabolario al quale attingere come abitanti di questa Europa, scivola nel rancore; è dettato dalla paura. Invece di azzardare una pratica, invece di difendere determinati interessi contro altri interessi, invece di puntare su questa politica e non su quella, ci barrichiamo dietro un discorso generico che non va oltre lo spread, oltre i sondaggi, oltre le cifre snocciolate dall’Istat. Si tratta di un discorso scoraggiante che non sa (che non vuole?) nominare la singolarità delle vite e dei problemi. Ma in questo modo, con questa lingua, come facciamo ad esercitare la responsabilità che pure dovremmo nutrire verso l’altro; come esprimere sollecitudine per le sorti comuni?

Il fatto è che le tante manifestazioni di disagio e di rabbia sono riconducibili a una stessa matrice: sussunzione delle vite al capitale. Di qui la macrocontraddizione tra forma globale del capitalismo e le nostre individualità di donne e singoli uomini.

Veramente, un dilemma brutale. Che attanaglia l’Europa, che spazza via qualsiasi orientamento simbolico, il discorso per valorizzare l’individuo che interagisca con gli individui in quanto comunità. Invece si allargano i conflitti insensati o violenti e, per la difficoltà di affrontarli, preferiamo chiuderci nel nostro guscio. E se, al contrario, partissimo da noi, dalle pratiche che sperimentiamo, dalla trama di relazioni che ci garantisce legame sociale?

Consideriamo indispensabile una trasformazione radicale nelle relazioni tra uomini e donne, con la natura, con la vita vivente. Perché oggi le relazioni sono disordinate; o meglio, hanno radici in un ordine simbolico al quale non è sconosciuta la frequentazione del potere, dello sfruttamento, dell’ingiustizia. Nella realtà c’è tutto questo. E ci deve essere la rivolta anche a questo. Perciò non basta immaginare (state tranquilli! Non abbiamo timore dell’immaginazione) relazioni che garantiscano una buona vita. Occorre guardare, interrogare le molte, tante, diverse esperienze messe in campo (dai Gas al Commercio equo e solidale, al microcredito, agli sportelli di aiuto, al co-housing), volte a creare legami tra le persone, a costruire spazi di libertà e non di pura sopravvivenza. Sempre che siano pratiche trasformative e non solo reazioni alla crisi.

Sono numerose, infatti, in Italia e in Europa le esperienze orientate dal desiderio di attribuire un senso al come si vive, al cosa si produce, alle azioni che la politica mette (o non mette) in campo per rispondere ai problemi, al malessere, alle aspettative. Un agire in prima persona e assieme ad altri di cui fare tesoro per la convivenza, sempre che siamo in grado di alleggerirci delle appartenenze e delle identità precostituite.

“La cura”, abbiamo pensato in questi anni del nostro lavoro politico, può diventare “garante della qualità dei rapporti e dei legami”. Per questo vogliamo che sia il nuovo paradigma della convivenza.

Tuttavia, l’Europa nella globalizzazione soffre di un progressivo deficit “di cura”. A donne e uomini migranti, del cui lavoro ha bisogno – proprio nell’ambito della assistenza del corpo, del sostegno quando è in gioco la fragilità, la debolezza – non mostra il volto dell’accoglienza, non offre ospitalità. Piuttosto, alza il muro dei divieti, dei respingimenti, del razzismo. Anche verso gli abitanti di questa unione di paesi, l’Europa ha assunto un volto ostile; prescrive rigore ed austerità, chiede sacrifici. E diviene responsabile del peggioramento delle condizioni di esistenza per milioni di europei.

E’ stata distrutta l’immagine calda, carica di promesse e di futuro, costruita sulla realtà del welfare e dei diritti. Sul compromesso tra capitale e lavoro che ha contrassegnato il nostro continente nella seconda metà del Novecento. L’Europa della cittadinanza sociale, della redistribuzione della ricchezza, della partecipazione attiva. In forme diverse, attraverso conflitti e negoziazioni, la politica aveva incorporato “la cura”, rendendola però funzionale agli assetti del potere, nei rapporti tra i sessi e nei rapporti sociali. Se adesso leggete il giornale, guardate la televisione, camminate per le strade, infiniti sono gli esempi di incuria che saltano agli occhi.

Non possiamo adeguarci all’incuria ma su questo terreno vanno aperti i conflitti: per dire che le cose non stanno, non devono stare così. Vogliamo che le cose cambino. Ecco, se “la cura” è il paradigma della convivenza, secondo noi rappresenta uno strumento per contrastare l’attuale ordine economico e politico.

Certo, è difficile persino menzionare la cura. Fa ostacolo il senso comune che la riconduce alla dimensione opposta: della conciliazione che funzioni da supplenza e rimedio all’egoismo sociale, al venir meno della politica. Tra uomini e donne dunque finisce spesso in un tira e molla per una migliore spartizione dei posti, del potere, con la negazione-neutralizzazione della differenza. A scapito del desiderio femminile e maschile. L’aspetto più insidioso della torsione della parola “cura” sta nel riproporre l’immagine femminile di dedizione. In una sorta di valorizzazione delle “qualità” di un sesso, quasi fossero innate e obbligato ne fosse l’esercizio. Un esercizio tanto più respingente per noi, in un contesto come l’attuale, dominato da una rappresentazione dei rapporti tra uomini e donne, in cui si combinano, a volte in contrasto, altre volte convergendo, una inimicizia che può raggiungere il suo apice nella violenza maschile sul corpo e la mente femminile oppure nella offerta di pace attraverso l’inclusione del nostro sesso nel sistema dato.

L’Europa aveva confezionato un compromesso che generalmente comportava doppia presenza, doppio lavoro, doppia identità. Promozione sì della emancipazione e parità, con l’inserimento nel mercato del lavoro e nella sfera pubblica, ma perpetuando il ruolo femminile nel privato, con il lavoro invisibile, e i nuovi compiti di mediazione tra famiglia e servizi sociali. Eppure “la cura” – non ci stancheremo di ripeterlo – non va misurata con il metro economicista, schiacciandola sul piano del lavoro domestico che pure è mal retribuito (oppure per nulla retribuito), tralasciato e svalorizzato. C’è una qualità non presa in considerazione dai servizi, dalle istituzioni, dal lavoro retribuito. L’abbiamo definita “resto” e quel “resto” fuoriesce dai protocolli di cura, dallo scambio monetizzabile.

“La cura” tocca la sfera di riproduzione della vita: è il lavoro del vivere. Sarebbe però un errore separarla di netto dalla sfera produttiva. Il come e il cosa si produce sono interrogativi che ci riguardano. Intanto, il compromesso europeo ha diffuso un modello che, nelle sue molteplici contraddizioni, continua ad agire. Oggi c’è uno schieramento che vorrebbe appropriarsi del “di più” della cura femminile senza riconoscerla, depotenziandone la carica di trasformazione simbolica e sociale. E puntando sulla disponibilità delle donne a farsene carico. D’altronde, a quel modello si era ribellato il femminismo degli anni Settanta. L’Europa, con le politiche “di parità” e “di conciliazione” ha integrato molte delle rivendicazioni nello schema di privatizzazione del welfare.

Oggi, le “qualità femminili” sono sempre più apprezzate e richieste dal mercato, in una società a sviluppo prevalente delle attività “ di servizio”, con organizzazione del lavoro flessibile nei tempi e competenze cognitive. Ma ancora una volta si tratta di una inclusione subalterna.

La sfera della assistenza alle persone si è ampliata ed è strutturata su dimensioni internazionali. Creando nuove gerarchie e costi emotivi, psicologici e sociali tra donne e tra uomini (basta pensare ai rapporti tra badanti e anziani); tra migranti e native; tra differenti identità, a seconda dei paesi di provenienza. Con il paradosso che, mentre le nostre società non riescono a privarsi dell’aiuto dei e delle migranti, poi sfogano contro di loro, veri capri espiatori, il risentimento sociale prodotto dalla crisi, strumentalizzato dalle destre populiste.

Per tutto questo, di fronte alla crisi e al disorientamento dell’Europa, la modificazione dei rapporti tra uomini e donne non può misurarsi con il numero – tot uomini e tot donne – e la spartizione delle posizioni apicali. Sappiamo che il cambiamento richiede la capacità di combinare forza simbolica e pratiche (le perle della “cura”) radicate nei contesti ma bisogna anche avere la baldanza di ribaltare il patrimonio di idee e di pratiche accumulato e che oggi, per quanto noi femministe gli siamo affezionate, per quanto siamo gelose della nostra memoria e storia e della strada percorsa, rischia di trasformarsi in un imprigionamento ideologico, in un pregiudizio che blocca e impedisce di cercare ancora. Perciò, la frase “ce lo chiede l’Europa” va rovesciata. Siamo noi che chiediamo all’Europa di diventare più vivibile.

Non ci interessa un astratto modello di società ma dal momento che il deficit di relazioni pesa quanto il deficit di beni, oggi si tratta di pensare alla “cura” come alla pratica che riapre il conflitto tra capitale e vita. Pensarla nel suo essere base costituente delle attività umane, di uomini e donne, che senza quella attitudine e capacità non avrebbero modo di stare al mondo. Cura del regno e cura della famiglia. Cura del potere e cura della vita. Cura del generale e cura del quotidiano. E’ questa dicotomia patriarcale che va svelata e rovesciata, giacché rende inintelligibile e opaca la realtà. Non solo. Va svelata perché rende funzionale l’attitudine maschile alla cura come esercizio del potere e traduce in mero dato biologico la cura delle donne.

E quando il potere chiede altro, come nelle politiche della globalizzazione finanziaria, le cose appaiono chiare e la cura per il Welfare si rivela nell’ossessione del fiscal compact. Liberarla dalle pastoie delle costruzioni sociali e simboliche che ne hanno depotenziato il significato e ostacolato la forza di cambiamento, è il positivo conflitto politico che le donne possono aprire, a partire dal modo in cui hanno ereditato il significato della cura.

 

Il gruppo delle femministe del mercoledì (Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini) invita a discuterne Sabato 10 maggio alle 10,30   Alla Città dell’Altra Economia-Largo Dino Frisullo (Testaccio)- Roma

Saranno in dialogo con noi Andrea Bagni, Alisa Dal re, Ida Dominijanni.

di Fiorella Cagnoni
da Alice’s Journal – 8 aprile 2014

Chi passava in ospedale in quei giorni di settembre e ottobre del 2004 sperava di «trovare conforto venendomi a trovare», scrive Franca Chiaromonte ne Il Parlamento non è un Pranzo di Gala (Rubbettino 2014).

È stata lei infatti a rasserenare anche me, quando ci siamo riviste dopo il suo “incidente”. Ho capito subito che la sua «innata tendenza alla felicità» come scrive la sua coautora Antonia Tomassini, il suo carattere «secondo molti, abbastanza allegro» come scrive lei o tendenzialmente allegro come direbbe Claro, avevano vinto: il ricordo preciso d’ogni nota delle canzoni amate, d’ogni remota battuta o complicità, l’acchiappo al volo d’ogni sottinteso ogni nondetto ogni sfumatura, il tono ridente riflessivo nei suoi occhi benché certo cosciente della maggiore fragilità fisica, la persistenza del suo modo d’amare, le sue insofferenze e i suoi divertimenti, era tutto là. Strappato all’embolia, alla trombosi dell’arteria cerebrale, al coma. Restituito intatto ai suoi sorrisi, ai lampi dello sguardo, ai ricci partenopei, alle mani antiche.

Poi certo come lei stessa, annunciando in feisbuc l’uscita del libro, scrive con la grazia e l’eleganza sue: ha «una difficoltà a parlare. È una realtà. Pazienza!!!»

Certo, pazienza: per di più lei e io ci siamo sempre capite molto anche via sguardi abbracci naso.

Ma non poter parlare come vorresti non trovare più le parole giuste non perché non le conosci perché si sono perdute chissà dove come i ritagli del tempo quando navighi quelli di cui Vita scriveva a Virginia sapere che le tue parole se devono uscire da te non ce la fanno non ci sono più – dev’esser terribile. Tanto più se il tuo lavoro di senatora si fonda, sulle parole. E non puoi desiderare che chi ti ama rinunci al proprio, di lavoro – per assisterti a parlare, e farsi da tramite al parlare tuo.

Poi anche scrivere si fa complicato. Ancora più terribile.

E lì Franca e sua sorella Silvia propongono la «strana collaborazione» all’amica che ho chiamata coautora: definizione corretta perché Antonia Tomassini ha scritto insieme a Franca Il Parlamento non è un Pranzo di Gala, ma carente. Antonia Tomassini è stata la sua assistente al Senato dopo l’incidente e fino alla fine della legislatura, è diventata la sua voce, è la sua trascrittora. Franca «donna comunista e di destra» e Antonia «giovane donna di sinistra» prendono insieme una strada impensata, senza modelli senza campionature, da inventare giorno dopo giorno.

Il loro racconto è intenso ritmato quasi una conversazione a tratti. Bellissimo. Persino quando si addentra nei dettagli del lavoro parlamentare, dal preliminare ottenimento che Antonia presenzi e intervenga ai lavori della Commissione Sanità al fallito tentativo d’ottenere uguale autorizzazione per l’aula, dalla battaglia sul testamento biologico allo scontro sull’immunità, – persino in quelle pagine meno affascinanti per una come me che si sa da quella politica là è poco attratta, il racconto è bellissimo.

Proprio anche perché sono due, racconti. Non sempre all’unisono, – anzi insieme al legame all’affetto all’ironia all’allegrezza perfino ci sono pure conflitti, e nella scrittura salta fuori, qualche battibecco fra… destra e sinistra? giovane e comunista? donna e donna? Franca e Antonia? due punti chiusa parentesi, – non sempre all’unisono ma sempre intonati.

Antonia racconta d’aver incontrato subito di Franca anche «il vasto esercito delle amiche, [..] una famiglia allargata femminile unita e collaborativa, nonostante gli screzi e le difficoltà caratteriali.»

Secondo me avrà ancora delle sorprese, sulla vastità dell’esercito. Non sugli screzi.

 

 

Note:

–          Il titolo è l’unico lessico privato tra Franca me e pochissime altre, – ma almeno un sottinteso me lo concederete?

–          Claro è uno dei “Quattro Gatti” un mio manualetto filosofico meditativo (Zelig, 1995). Di prossima pubblicazione come ibuc. Consiglio alle gattoliche.

–          La lettera è del 29 gennaio 1926. “We kept dropping half-hours at sea. What becomes of those poor waifs of one’s existence over which one has skipped? Mine are flotsam and jetsam now sometimes somewhere on the Adriatic.” [Continuavamo a perdere delle mezz’ore, in mare. Cosa succede a questi poveri relitti delle nostre esistenze? I miei stanno galleggiando, ora, da qualche parte sull’Adriatico].

di Clara Jourdan

 

Alcune di noi da anni versano il 5×1000 alla Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (CADMI), da oltre 25 anni luogo di ascolto, di relazione e di aiuto per le donne in difficoltà a causa di violenza, e riferimento per istituzioni e chiunque voglia affrontare il problema: «Uscire dalla violenza si può, con la pratica di relazione tra donne». Codice fiscale da indicare sulla dichiarazione dei redditi: 97086840150.

Siamo consapevoli che arrivano altre richieste importanti e suggeriamo di regolarsi secondo il proprio sentimento ma comunque di scegliere.

Io quest’anno lo destinerò alla Fondazione Elvira Badaracco, per sostenere un lavoro per me prezioso e specialmente necessario, data l’intermittenza storica dei movimenti di libertà delle donne e il rischio di perderne i guadagni e perfino la memoria. La Fondazione Elvira Badaracco (www.fondazionebadaracco.it), nata nel 1994, ha lo scopo di promuovere la cultura e l’esperienza politica e sociale delle donne, con una specifica attenzione alla storia dell’associazionismo femminile e del femminismo. Per fare ciò, sostiene la ricerca, lo studio, la conservazione e la memoria della cultura e dei saperi delle donne, ospitando studiosi e studiose, accogliendo archivi, materiali e documenti a partire dai quali definire e ridefinire il pensiero politico, storiografico, culturale del passato e del presente. Tra i suoi importanti fondi, c’è l’Archivio politico della Libreria delle donne di Milano.

Per destinare il 5×1000 alla Fondazione Badaracco inserire il codice fiscale n. 11398560158 (sezione sostegno al volontariato, organizzazioni non lucrative e fondazioni riconosciute).

Clara

sino al 3 maggio 2014

Black Kisses – Transience. Roscic con le sue sculture, installazioni, disegni e collages interroga le strategie di formazione dell’identita’ sia singola che collettiva. La pittura di Toma, esposta nella Project Room e’ caratterizzata da un’energia senza tempo.
Tanja Roscic appartiene ad una nuova generazione di artisti che, con uno scalpello guidato dall’intuizione, decostruiscono l’iconografia del presente, per analizzarla e al contempo creare un nuovo mondo di immagini. Con le sue sculture, installazioni, disegni e collages interroga le strategie di formazione dell’identità sia singola che collettiva. I suoi collages spesso mostrano maschere ricavate ritagliando volti e figure da riviste, che vengono poi stratificate, rielaborate, trasformate in nuove presenze auratiche e misteriose.

In questo contesto, le opere di Roscic mostrano un forte e ironico confronto fra il “soggetto” e lo spettatore. I suoi lavori evocano mondi mistici e surreali, che ruotano intorno ai temi del divenire, della metamorfosi e della transitorietà.

L’artista si rifà ad un’estetica carica di glamour, occultismo e cultura di protesta; al tempo stesso però le sue opere mantengono tutto il loro carattere enigmatico ed astratto.

L’interesse di Tanja Roscic è rivolto in special modo al simbolismo della figura umana, che si esprime nella rappresentazione di giovani donne, i cui ritratti vengono trasformati da sovrapposizioni, omissioni e frammentazioni. Queste immagini presenti nelle opere su carta, che possono essere composte da modelli ripresi dai media ed elementi astratti di colore, rivelano la loro qualità non solo nella loro tattilità, ma anche attraverso una introversa emozionalità. Lo stesso accade nelle sculture, che proseguono il gioco con maschere e figure simili a bambole ed interpretano il tema della rappresentazione attraverso la forma astratta del cappello come espansione della sfera fisica e mentale.

Le sue opere, che trasmettono forza ed al tempo stesso una sensibilità ed un’emotività introversa, spesso si rifanno a simboli alchemici, basandosi sul concetto di trasformazione da una materia in un’altra.

Nonostante il simbolismo, e la riflessione sui media consapevole ed ironica, le opere di Tanja Roscic rimangono riservate e delicate. Tanja Roscic rientra così in una generazione di giovani artisti capaci di riflettere su stati mentali e fisici con sottigliezza e attualità tanto nel gesto artistico quanto nell’uso dei materiali.

Negli ultimi anni l’artista ha avuto mostre personali presso il Neuer Kunstverein di Vienna, il Kunstraum München in Germania ed il Modern Institute di Zurigo; ha inoltre partecipato a numerose mostre collettive in Svizzera e in Germania. Nel 2009 ha vinto un residency a New York.

Project Room: SERGIU TOMA
Transience

Siamo felici di annunciare la prima mostra personale in Italia del giovane pittore rumeno Sergiu Toma di Cluj.

La pittura di Toma è caratterizzata da un’energia senza tempo proveniente dalla grande intensità e precisione dalle immagini che crea. Le scene apparentemente “casuali”, sembrano provenire da ricordi di sogni, nelle quali il punto di vista dello spettatore diventa parte integrante della pittura. L’artista raffigura degli interni in cui oggetti familiari trasmettono significati simbolici difficilmente afferrabili. Le stanze sono luoghi ombrosi e precari dove l’eredità delle tradizioni si decompone creando un set contemporaneo rarefatto.

ll punto di partenza di questa mostra è il dipinto “The light at the edge of realm”

che è stato realizzato due anni fa e raffigura una scena in una stanza ricreata in modo minuzioso. La scena rappresenta un ricordo della sua infanzia, ma inevitabilmente la memoria è imprecisa e piena di lacune. Data l’ossessione di Toma per i dettagli, la sua pittura diventa una ricostruzione, un racconto quotidiano legato più al presente che al passato. Questo lo ha portato a riflettere ed affrontare il tema della transitorietà.

Il piccolo quadro “Transience” è una copia di dimensione più piccola di “The light at the edge of realm”. Questa volta tutto appare sospeso e inafferrabile, alcune forme sono sfuocate; le figure potrebbero girarsi ed andare via, l’attimo passare. La scena sembra disperdersi come una memoria che sta svanendo.

Sergiu Toma è nato nel 1987 e vive a Cluj in Romania. Recentemente ha partecipato alla mostra “Romanina Scenes”, che ha avuto luogo alla Fondation Luis Vuitton pour la Création a Parigi nel 2013. Nel 2010 – 2012 ha vinto una residenza nell’Accademia Rumena a Roma.

Monica De Cardenas

Inaugurazione 28 marzo ore 19

Galleria Monica De Cardenas
via Francesco Vigano’ 4, Milano
Da martedì a sabato ore 15 – 19
Ingresso libero