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Indice della Rivista
ORA PER ALLORA
primavera 2014
per amore del mondo (it., ingl, sp., ted.)
PER COMINCIARE
Antoinette Fouque
“IL NOSTRO MOVIMENTO È IRREVERSIBILE” (Antoinette Fouque)
Diana Sartori, Premessa
Tristana Dini e Barbara Verzini, Introduzione: dialogo tra Tristana e Barbara
Barbara Verzini, Femminismo
Stefania Ferrando, La pratica difficile della forza femminile
Laura Colombo e Sara Gandini, Prima di tutto, noi venute dopo
FEMMINISMO SEMPRE SCOMODO: CARLA LONZI
Chiara Zamboni, Introduzione
Daniela Pietta, Solo per un piatto di lenticchie?
Ludmila Bazzoni e Sara Bigardi, Con il libretto sul sesso tra le mani
Livia Alga, Una visione organica della pratica femminista
FEMMINISMO PER ME
Valeria Mercandino, Autocoscienza in teoria e, molto, in pratica
LOTTA FEMMINISTA
Alessandra Chiricosta, Uno strano connubio tra femminismo e vie marziali… ed è già politica
NEL CONTEMPO
Diana Sartori, Introduzione
Marìa-Milagros Rivera Garretas, Horarios incompatibles: de la experiencia de ser abuela
Marìa-Milagros Rivera Garretas, Orari incompatibili: sull’esperienza di essere nonna
Wanda Tommasi, Frammentazione dei tempi quotidiani e integrità dell’esistenza
Cecilia Munari, Check-Point
Paola Polettini, Tre o quattro considerazioni sul concetto di tempo
PAROLE SANTE
Femminista
MISTICO POLITICO
Antonietta Potente, Segrete trame della vita: il complesso tessuto misticopolitico
L’INCONTRO DELLA DEA
Núria Beitia Hernández, De la “Diosa Madre” a la “madre de Dios”
PENSIERO DELLA DIFFERENZA
Luisa Muraro, Sul rapporto tra le cose e le parole: la frequentazione
TAGLIO DEL PRESENTE: DI LA’ DAL MARE
Ivana Trevisani, Eppur ci sono
SCRITTURE
Paolo Ottoboni, Marguerite Duras, L’esigenza della scrittura al limite.
LINGUA MATERNA
Chiara Zamboni, Franca Grisoni, Medea
Μήδεια – Medea – Metamorfosi Spettacolo teatrale di Patricia Zanco e Daniela Mattiuzzi
Nicola Pasqualicchio, Una vicinissima lontananza: il teatro antico nel progetto Theáomai dell’Università di Verona: Μήδεια – Medea – Metamorfosi
IL TEMPO DI VITA
Vita Cosentino, Tam Tam, di Chiara Zamboni
Vita Cosentino, Tam Tam, di Giannina Longobardi
CON ANGELA
Mimma Marotta, Per ricordare l’attenzione amorosa di Angela Putino, filosofa 1946-2007
PER VOCE NON SOLA
Incandescente – Ardesia, Barbara Verzini
HO LETTO
ABC des guten Lebens, di Chiara Zamboni
Cinzia Bigliosi, Irène Némirovski, di Wanda Tommasii
Chiara Turozzi, Il femminile esorbitante, di Chiara Zamboni
FILOSOFE AL CINEMA
Alessandra Soleti Christine Cristina incontra Christine de Pizan: considerazioni al margine di una pellicola
TESI DI LAUREA
Marina Greppi, Il femminile nel pensiero di Lou von Salomé
di Sara Gandini
Sono poche le femministe scienziate. Forse perché le femministe non si fidano della scienza e in particolare della medicina e della ricerca scientifica.
Tra femminismo, un filone del femminismo dovrei dire, e la medicina tradizionale ci sono sempre stati incomprensioni e contrasti. E in effetti si tratta di discipline da sempre in mano a uomini che avevano la pretesa di parlare in modo oggettivo e universale, mentre di fatto si dimenticavano di metà della popolazione.
Ma sono poche o sembrano poche? Me lo chiedo perché le femministe scienziate secondo me non raccontano spesso del loro lavoro. Anche se le appassiona, penso ci sia reticenza. E in effetti anch’io non racconto molto, forse perché mi rendo conto che le mie amiche femministe in fondo non si fidano tanto nemmeno di me. E questa loro mancanza di fiducia nella medicina, nella tecnologia e nelle scoperte scientifiche mi preoccupa.
Sicuramente hanno ragione a mantenere alto il senso critico. Il corso che ha preso la medicina, specializzandosi sempre più e mirando troppo al rapporto costo-efficacia, l’ha portata a curare solo gli organi, perdendo di vista la persona nella sua complessità, e a dare un prezzo a ogni minuto trascorso con il paziente, trasformandolo in un cliente. Per non parlare degli scandali come quello della cosiddetta “clinica degli orrori”, la Santa Rita di Milano.
La medicina tradizionale ha perso quindi credibilità, portando molte e molti a cercare soluzioni nelle cosiddette medicine alternative, dalla fitoterapia per curare l’influenza all’omeopatia o l’argilla per curare i tumori. Ma anche qui è nato un business pazzesco. Boiron, ad esempio, è una potente multinazionale che è stata capace di portare in tribunale persino Piero Angela perché aveva osato mettere in discussione l’efficacia dell’omeopatia in TV. Lo racconto perché il business e gli scandali delle lobby farmaceutiche sono noti, ma pochi sanno che c’è un mercato crescente che si muove dietro le cosiddette medicine alternative.
Certamente il successo di queste ultime è legato al fatto che puntano molto di più sulla relazione, sull’ascolto e sulla presa in carico della persona nel suo complesso. E il movimento femminista per primo ha criticato fortemente quel sapere specialistico che prescinde dalla relazione. Ma la caduta del patriarcato ha procurato anche delle contraddizioni non facili. Una volta i medici erano figure paterne rassicuranti, cui ci si affidava certi che avrebbero risolto ogni problema. E questo aveva una sua efficacia. Con la fine dell’immaginario patriarcale, e l’arrivo di tante mediche, la medicina sta imparando a farsi carico della complessità, affrontando anche l’incapacità di dare risposte certe e soluzioni definitive, che invece pazienti spaventati da malattie terribili come il tumore ovviamente vorrebbero.
D’altra parte sono nate anche pratiche come la medicina narrativa e negli ospedali c’è una presenza sempre maggiore di counselor, donne che permettono di recuperare la forza dello scambio di parola e quella relazione con il medico/la medica che si stavano perdendo.
Io sono molto grata al femminismo per la pratica delle relazioni e per il senso critico che mi ha insegnato. Credo anche fortemente nell’utilità dell’epidemiologia. Il mio lavoro consiste nella valutazione statistica ed epidemiologica dei metodi, delle interpretazioni dei risultati e delle analisi statistiche di pubblicazioni scientifiche le cui conclusioni appaiono spesso molto diverse una dall’altra e che vanno quindi a loro volta studiate per capire cosa determina i diversi risultati. Sono conosciuta e spesso sono invitata all’estero per i lavori di revisione critica della letteratura scientifica.
Parlo però raramente del mio lavoro, anche perché raccontalo non è semplice. Il linguaggio che usiamo, molto legato a terminologie tecniche e inscindibile dall’inglese, non aiuta. Persino i medici, con cui noi dovremmo lavorare a stretto contatto, faticano a capire l’epidemiologia e la biostatistica e a giudicare il valore dei vari studi che vengono condotti.
Il problema è che vengono pubblicati moltissimi lavori di bassa qualità, che creano confusione e vengono usati in modo strumentale in funzione di interessi privati. In Italia abbiamo avuto il caso Di Bella e poi il caso Stamina, in cui le paure dei pazienti e lo scetticismo nei confronti della medicina sono stati strumentalizzati molto abilmente, per interessi economici o politici.
A me è capitato di scontrarmi con alcune aziende che fabbricano lettini solari, a causa di studi che ne dimostrano la nocività, condotti da me e pubblicati con l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (AIRC), che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Da questa esperienza ho imparato che è molto facile, per le aziende che hanno interessi economici in gioco, usare uno studio malfatto come argomentazione a sostegno dei loro prodotti, lavorando sulla stampa e puntando sulla scarsità di conoscenze scientifiche. Così i lettini solari vengono presentati come uno strumento per prevenire le scottature, nonostante siano nocivi. Tanto nocivi che, a seguito dei nostri studi, diversi paesi hanno addirittura adottato leggi per vietarne l’uso ai minorenni. Eppure, persino un fattore di rischio tumorale conosciuto e facilmente evitabile come quello della sovraesposizione ai raggi ultravioletti, può essere facilmente aggirato da una lobby potente e, complici la stampa e la moda dell’abbronzatura, i lettini solari sono sempre più usati dai giovani.
Orientarsi nel mare delle pubblicazioni scientifiche in effetti è difficile, per questo l’AIRC organizza gruppi di esperti indipendenti che discutono e cercano di arrivare a un punto comune, rivedendo tutta l’evidenza scientifica in senso critico. A me è capitato più volte di essere invitata e ho potuto verificare che il livello di competenza, serietà e precauzione dell’AIRC è altissimo.
Così è stato anche quando l’AIRC si è occupata dei rischi da uso dei cellulari. Hanno invitato trentuno fra i massimi esperti al mondo da quattordici paesi diversi per valutare il rischio di sviluppare tumori usando i telefoni cellulari, o per meglio dire, il rischio dovuto all’esposizione a campi elettromagnetici a radiofrequenza, quelli provocati dalle radiazioni non ionizzanti emesse dai telefoni senza fili, ma anche dai segnali radio-televisivi, dai radar e dai forni a microonde.
Questi esperti hanno prima di tutto dimostrato che l’incidenza dei tumori cerebrali non è aumentata negli ultimi anni: se le radiazioni elettromagnetiche a radiofrequenza fossero un potente cancerogeno, dopo circa venticinque anni dall’inizio della diffusione dei telefoni cellulari e con circa 5 miliardi di utenti, dovremmo aver già registrato un aumento sensibile. In più, l’AIRC ha coordinato Interphone, uno studio enorme durato dieci anni, che ha preso in esame 10.000 intervistati e circa 5.000 casi di tumori cerebrali in 13 paesi. Questo studio non ha mostrato nessuna evidenza che l’uso dei telefoni cellulari possa indurre lo sviluppo di tumori cerebrali. E sugli animali i risultati sono stati simili. Negli ultimi quindici anni, almeno sei studi indipendenti hanno analizzato gli effetti dell’esposizione cronica alle radiazioni non ionizzanti senza individuare un rischio aumentato per i tumori cerebrali. In generale, i ricercatori concordano sul fatto che non ci sono prove convincenti a favore di associazioni dirette (causali) tra tumori infantili ed esposizioni a campi elettromagnetici.
La sintesi è stata quindi rassicurante, perché le ricerche epidemiologiche e anche gli studi sugli animali e sulle cellule in vitro non hanno provato un nesso di causa ed effetto fra l’uso dei telefoni cellulari e i tumori. Ma nella scienza, soprattutto in epidemiologia, non trovare prove non equivale a dire che il rischio è nullo: potrebbe anche dire che i metodi attualmente a disposizione non siano sufficienti a misurare un dato tipo di rischio. Per questo, anche se l’OMS ha concluso che non c’è nessuna evidenza convincente che l’esposizione a radiofrequenze abbrevi la durata della vita né che induca o favorisca il cancro, l’AIRC ha classificato i campi elettromagnetici a radiofrequenza come “possibilmente cancerogeni per gli esseri umani” (gruppo 2B). Sembra una contraddizione con quanto detto finora, ma non lo è: “possibili” (categoria 2B) non vuole dire né “certi” (categoria 1), né “probabili” (categoria 2A) e risponde solo a un principio di precauzione, visto che misurare precisamente l’esposizione a questo tipo di onde non è banale.
Per chiarire, nel gruppo 1 sono inclusi i fattori con evidenza chiara di cancerogenicità e tra questi ad esempio c’è l’esposizione ai raggi ultravioletti, sia il sole che lettini solari, su cui io ho pubblicato diverse meta-analisi che dimostravano l’aumentato rischio di tumore alla pelle. Tuttavia non mi verrebbe mai in mente di dire che non ci si deve esporre al sole, perché il sole può fare anche bene, all’umore oltre che alla salute fisica. La questione è quindi sempre come ci si espone.
La categoria 2B indica che il rischio è molto basso e include molte altre centinaia di sostanze, fra cui il caffè e i e sottaceti, per le quali la possibilità o meno di causare una specifica forma di tumore è assai dubbia. In pratica, sono in questa lista tutte le sostanze sulle quali sono state fatte sperimentazioni ad altissimi dosaggi in laboratorio, ma per le quali non c’è al momento alcuna prova di pericolosità per l’essere umano alle concentrazioni comunemente assunte o presenti nell’ambiente. Infatti le radiofrequenze dei telefonini non possono produrre radiazioni ionizzanti e non hanno la capacità di modificare direttamente il DNA, a differenza delle radiazioni ionizzanti (come i raggi X o ultravioletti, quindi i nostri citati lettini solari e le scottature). “La quantità di energia trasportata dalle onde radio di un telefonino e di altri dispositivi domestici (televisori, Wi-Fi, cordless etc…) è infinitesima rispetto a quella necessaria a provocare la ionizzazione.”
La ricerca scientifica in ogni caso ha continuato a lavorare, cercando di studiare queste esposizioni che si modificano nel tempo con le nuove tecnologie, e uno degli studi più importanti, condotto in Danimarca su 420 mila persone, arriva addirittura a dire che chi ha usato il cellulare per tanti anni si è ammalato di meno rispetto a chi non lo possedeva. E altri due studi recenti americani vanno nella stessa direzione. Però la stampa italiana non ha dedicato a questi studi nemmeno una riga, probabilmente perché un “nulla da segnalare” non fa notizia.
Ulteriori studi su esposizione a campi elettromagnetici e aumento del rischio di cancro sono ancora in corso, soprattutto per valutare eventuali effetti a lungo termine, perché avere certezze in questo ambito è molto difficile.
Ma l’unica strada possibile è quella di affidarsi alla forza di un nuovo tipo di autorità, meno paternalista ma più consapevole dei limiti, della complessità e delle potenzialità della scienza, della medicina e della tecnologia. Fortunatamente qualche buona notizia dall’epidemiologia ogni tanto arriva. Il Rapporto Istat/Cnel ha pubblicato recentemente i dati sulla vita media, mostrando che continua ad aumentare, e l’Italia è tra i paesi più longevi d’Europa. Negli ultimi dieci anni in Italia la vita media è aumentata di 2 anni e si è allungata grazie ad una riduzione della mortalità a tutte le età.
Se c’è una battaglia quindi che vale la pena combattere non è quella contro il cosiddetto inquinamento elettromagnetico, ma quella per l’amore per la scienza, proprio perché il suo fascino e la sua forza sta nell’essere “imperfetta”. La famosa “teoria del complotto” secondo cui esisterebbe una cura definitiva per il cancro, ma che per qualche ragione viene tenuta nascosta, nasce dall’inconscia e comprensibile difficoltà ad accettare che non vi possa essere un rimedio unico e definitivo contro una malattia estremamente eterogenea e spesso mortale. Non è facile accettare che la scienza e la medicina non abbiano sempre soluzioni certe e spiegazioni definitive, e non sempre nella medicina si riescono ad instaurare relazioni in cui ci si sente presi in carico, in cui passa fiducia. Ma sulle “relazioni d’autorità imperfette”, si gioca una partita molto importante, che non riguarda solo la salute, e non possiamo permetterci di perdere fiducia nella forza di queste relazioni.
Link utili:
http://archivioscienze.scuola.zanichelli.it
Intervento del gruppo “Difendiamo la salute” (Antonella Nappi, Gabriella Grasso, Franca Maffei, Giovanna Cifoletti, Maresa De Filippi, Silvia Bragonzi, Lea Melandri, Maria Carla Baroni, Tiziana Giacalone, Adalisa Innocenti, Vittoria Longoni ed altre…) al quinto incontro delle donne organizzato dalla presidente della Commissione consiliare Pari opportunitò Anita Sonego del Comune di Milano, «Sogni realizzati e sogni da realizzare», poi pubblicato in Arcipelagomilano con il titolo: «La salute e il cittadino cavia».
Vogliamo rendere la tutela primaria della salute una pratica non generica ma puntuale dell’amministrazione comunale e un progetto politico delle donne. Vogliamo rendere Milano più salubre e i cittadini più consapevoli di quanto corpo e salute siano il loro patrimonio di forza e di sicurezza a cui non rinunciare.
Il programma di Pisapia fa accenno ad «un’idea più femminile di salute da trasmettere e far vivere» […] «da affermare con campagne di prevenzione» e con «la realizzazione di informazione e cura sul territorio». Le donne infatti hanno più degli uomini esperienza di osservazione, crescita e cura dei corpi; questa cultura del costruire salute e benessere è rimasta arginata nel privato e oggi rischia di sparire anche di là, tanto prevale la cultura pubblica patriarcale che abusa dei corpi e della salute per raggiungere altri scopi: economici e di consenso. Noi vogliamo rivalutare l’ottica delle donne sulla salute e farne un progetto politico collettivo.
La salute dipende più dalla salubrità dell’ambiente che dalla medicina, lo scrivono epidemiologi, demografi e molti medici. Spesso non vogliamo pensare che l’ambiente in cui viviamo possa danneggiare gravemente la nostra salute: per non aver paura, per non arrabbiarci, per non sentirci impotenti! Ma è più conveniente dare voce al desiderio di difenderci e di essere difese, accettando una prospettiva di consapevolezza dei rischi che corriamo, diffondendo il sapere che ci viene dagli scienziati critici e indipendenti da interessi economici sugli inquinanti e chiedendo alla giunta e agli assessori del Comune di Milano di aiutarci in questo, di condividere con i cittadini le difficoltà di rendere la città più salubre e le rinunce che su altri fronti questo può comportare.
Il gruppo Difendiamo la salute ha realizzato due incontri di informazione sugli inquinanti urbani e sulle ricadute che hanno sulla salute dei bambini e degli adulti. Abbiamo ascoltato scienziate/i parlarci di inquinamento atmosferico da traffico, da combustione della legna, di quella dei rifiuti (inceneritori); dei pericoli delle comunicazioni senza fili: cellulari e Wi-Fi; del costo economico della malattia e anche di quello in sofferenza (Paolo Crosignani dell’Istituto dei Tumori; Laura Masiero dell’Associazione per la lotta all’elettromagnetismo (A.P.P.L.E.); Paola Marciani, insegnante al corso di laurea di Scienze della Sicurezza Chimica e Tossicologica Ambientale; Maria Letizia Rabbone di Pediatri per un mondo possibile ed Elena Sisti economista di Genitori Antismog).
Vogliamo farne altri in tutte le zone di Milano (e presso le associazioni femminili), abbiamo bisogno di un sostegno organizzativo più vasto e della partecipazione del Comune e degli assessori perché questi diventino dei momenti di impegno e di responsabilità. Vogliamo che l’amministrazione pubblica accolga le informazioni scientifiche critiche a proposito delle ricadute sulla salute di prodotti, infrastrutture e comportamenti e assuma un atteggiamento più problematico verso gli interessi commerciali e verso il consenso consumistico, fino a realizzare un principio di precauzione.
Gli interessi economici sospingono all’adozione e alla diffusione di prodotti e innovazioni chimiche e fisiche di cui non sanno, o tacciono, la nocività; alle consumatrici appaiono solo i benefici, e così è impossibile fare un confronto con i danni. Viviamo in un contesto sconosciuto e siamo obbligate/i a subire danni fisici (e mentali) nell’inconsapevolezza, e nella stessa inconsapevolezza è spesso chi ha le redini della comunità.
L’argomento più eclatante oggi è quello del diffondersi nell’ambiente di radiazioni elettromagnetiche, nel silenzio istituzionale sulla nocività che molte ricerche nel mondo hanno mostrato. Non è il caso di felicitarsi d’essere le cavie di sistemi di comunicazione senza fili che ci sottopongono a radiazioni elettromagnetiche e a microonde di cui non è dimostrata l’innocuità e di cui, al contrario, molte ricerche nel mondo segnalano i gravi rischi di danni biologici (non sono normati) che si producono nel tempo.
I pericoli per la salute additati da studi scientifici onesti e indipendenti da interessi economici non devono più essere censurati e negati come si è fatto per tanto tempo davanti ai prodotti mossi dagli interessi del mercato. Troppe volte sedicenti “esperti” hanno rassicurato sull’innocuità di sostanze, prima che una conoscenza reale fosse stata raggiunta: così è stato per il DDT, i raggi X, la radioattività, il fumo, l’amianto, la BSE, l’esposizione a metalli pesanti, l’uranio impoverito, eccetera. Dire che sono innocui i prodotti o le soglie degli inquinanti, fino alla dimostrazione schiacciante del contrario, è forse un crimine. Il silenzio che impedisce un confronto tra benefici e potenziali pericoli deve essere vinto.
Vogliamo sia costantemente monitorato il livello dei Tesla e delle onde radio, e i cittadini possano facilmente vedere la situazione del loro quartiere e della loro casa, possano dire la loro sulle presenze inquinanti, come fili dell’alta tensione (anche interrati), cabine di scambio di energia anche interrate, stazioni base per cellulari e per radio e televisione. Che possano conoscere le distanze che hanno segnalato dei pericoli in qualche parte del mondo. Anche i funzionari devono imparare a conoscere questi fatti e porli in discussione.
Scienza e futuro della ricerca sono al centro del dibattito pubblico in questi giorni per iniziativa del Comune, sono un rilevante “fattore di traino economico” dice l’assessora Tajani, ma in questo stanno anche gli aspetti critici della ricerca: gli interessi mercantili denunciati da molti scienziati indipendenti. Il dibattito pubblico deve vertere anche sul senso delle ricerche e sul loro finanziamento. Ai tavoli di Pisapia per la stesura del programma le donne presenti misero in evidenza che l’attività scientifica è anche quella umanistica, non riguarda solo la cura medica ma anche la prevenzione dalla malattia, la ricerca scientifica si può occupare di come rendere sano l’ambiente, “una ricerca di contrasto al cancro” può essere quella che permette di togliere dall’ambiente una buona parte di cancerogeni!
QUANDO LE DONNE LEGANO L’UNIVERSITÀ ALLA CITTÀ
Incontro pubblico mercoledì 28 maggio ore 11-13
Sala Farinati, Biblioteca Civica – Via Cappello 43, Verona
INTERVENGONO:
Chiara Zamboni, Luisa Muraro, Maria Luisa Perini, Gianluca Solla
Per la stampa saranno presenti:
Corinna Alboino (Verona In on line), Serena Betti (Radio Popolare), Elisabetta Gallina (Tele Arena), Angiola Petronio (Corriere Veneto), Anna Zegarelli (Radio Verona)
L’incontro prende spunto da questo documento a firma di alcune donne della comunità filosofica femminile Diotima:
Prendiamo l’iniziativa di questa assemblea pubblica per far conoscere alla città un avvenimento che la riguarda, affinché quel che è accaduto non rimanga nel chiuso dell’università.
Nelle abilitazioni nazionali, che si sono concluse negli ultimi mesi, a nostro giudizio è stato penalizzato quel filone di ricerca che mette al centro la differenza sessuale come parte dell’esperienza umana e fonte di sapere, e che attraversa criticamente il passato e il presente della nostra cultura. Questo corso di pensiero ha avuto inizio negli anni Settanta ed è proseguito ad opera di innumerevoli studiose e studiosi, in Italia, in Europa e negli Usa; ricordiamo soltanto un nome, quello di Luce Irigaray. Il rifiuto da parte delle commissioni di abilitazione in alcuni casi è stato esplicito.
Perché questo avvenimento riguarda la città di Verona e non solo l’università? Da molti anni questo pensiero ha trovato all’università di Verona e nella comunità filosofica di Diotima un luogo di elaborazione largamente riconosciuto. È importante sapere che il lavoro di Diotima è cresciuto assieme alla città attraverso uno scambio continuo sia con donne delle associazioni e del comune sia con altre molteplici realtà in movimento non solo di donne, ma anche di uomini. Hanno contribuito alla crescita comune anche i conflitti significativi che ci sono stati nell’interpretare in modo diverso il pensiero di matrice femminista. Si è trattato di conflitti radicalmente diversi dal vero e proprio rigetto che si è visto invece da parte delle commissioni universitarie.
Questo rigetto indebolisce la scommessa di vivificare le pratiche, i linguaggi, i saperi a partire dall’invenzione creativa di essere una donna, che chiama ad una scommessa simile gli uomini. Con questa iniziativa vogliamo sottolineare che di conseguenza questo indebolisce anche quel legame vivo con la città di Verona, che è venuto crescendo col tempo. Far conoscere questo è il nostro scopo.
Cos’è cambiato nell’università italiana, per cui è stato rifiutato tale pensiero? L’ultima legge di riordino dell’area – la legge Gelmini – ha dato criteri rigidi per essere riconosciuti afferenti nelle diverse discipline. Ora, se si vanno a leggere i giudizi delle commissioni per le abilitazioni delle aree umanistiche, non vengono più di tanto rigettati i contenuti specifici delle ricerche dove è in gioco una leva sessuata del sapere. Viene piuttosto giudicato inopportuno proprio lo stile innovativo che le ha prodotte, che per noi invece è in circolo con tali contenuti: l’attenzione alle relazioni come luogo di creazione di pensiero, la sperimentazione di una lingua attenta all’esperienza, l’arricchire il pensiero di narrazioni letterarie e biografiche, la pratica dello scrivere in due come simbolo di un legame. È proprio questo stile che ha portato al rigetto di tale produzione, in quanto non ben collocabile in una disciplina perché trasversale e non riconoscibile dai criteri fissati.
Questa non è una tendenza solo dell’università italiana, ma anche di altri paesi europei. È da chiedersi come mai, in questo momento di transizione, si vogliano chiudere in criteri disciplinari rigidi, non avvalendosi di contributi diversi e dell’apporto per cui una disciplina fa crescere l’altra.
Ma per noi qui in questa città tale torsione indebolisce proprio quella via sperimentale di pensiero avviato da studiose e liberamente coltivato da donne e uomini, pensiero che tanta parte ha avuto nel costruire con altre e altri un tessuto di esperienza viva, di scambio, di individuazione di un modo nuovo di associarsi e di pratiche di convivenza. È soprattutto questo che desideriamo segnalare con questa iniziativa. Vogliamo farlo sapere.
Chiara Zamboni, Luisa Muraro, Annamaria Piussi, Giannina Longobardi, Sara Bigardi e altre di Diotima
INFO: chiara.zamboni@univr.it
Ultima delle Tre lezioni di dottrina cristiana senza imprimatur.
Lo spirito santo, chi è, cos’è, cosa fa? (sulla storia, la politica e il femminismo).
di Chiara Cruciati
La famiglia Corrie non si arrende e continua a chiedere giustizia ad uno Stato che finora ha agito solo per garantirsi impunità. Il caso Rachel Corrie torna all’attenzione dell’opinione pubblica israeliana: oggi l’avvocato dei genitori Craig e Cindy, Hussein Abu Hussein, presenterà alla Corte Suprema l’appello contro la sentenza emessa dalla corte distrettuale di Haifa nell’agosto 2012. Una sentenza choc che definiva l’uccisione di Rachel da parte di un bulldozer militare israeliano a Rafah, Sud di Gaza, «uno spiacevole incidente». Nessuna responsabilità per l’esercito di Tel Aviv, ma negligenza dell’attivista statunitense che, secondo i giudici, fu la sola «colpevole» della sua stessa morte perché «qualsiasi persona di buon senso avrebbe lasciato l’area».
Rachel, 23 anni, fu uccisa il 16 marzo 2003 in piena Seconda Intifada — l’anno prima Israele aveva rioccupato Gaza e Cisgiordania, Operazione «Muraglia di Difesa». Morì schiacciata da un Caterpillar D9-R israeliano mentre faceva da scudo umano con attivisti dell’International Solidarity Movement, per evitare la demolizione di case palestinesi al confine con l’Egitto. Il processo per la sua morte si è aperto nel marzo 2010: 15 udienze conclusesi due anni dopo con l’auto-assoluzione dello Stato. Nessun colpevole, Rachel è morta «per sbaglio», stabilì il tribunale di Haifa.
«L’appello che presentiamo si fonda sulle gravi carenze nel verdetto della corte che ha ignorato o malinterpretato i fatti – spiega al manifesto Craig Corrie – Allo Stato sono stati concessi vantaggi procedurali, mentre le prove e le testimonianze portate dalla parte civile non sono state tenute in considerazione. Le dichiarazioni raccolte mostrano con chiarezza mancanze nella catena di comando e le bugie dei soldati. Rachel era visibile al bulldozer, così come gli altri attivisti, tutti con la pettorina arancione. Ma, nonostante la presenza di civili, gli ordini di demolizione non sono stati interrotti».
Quanto alle prove portate in tribunale, la parzialità di quelle fornite dall’esercito è palese: «Il contenuto del verdetto del 2012 è totalmente a favore dello Stato, nonostante le chiare discrepanze nelle testimonianze – continua Craig Corrie – Non esiste la prova che l’area fosse stata dichiarata «zona militare chiusa». Lo stesso capitano Rabia’a, responsabile dell’operazione, ha detto di non sapere se l’ordine fosse stato dato e che lui non era nella posizione di dichiarare l’area zona militare». «Altro elemento è il video girato dall’Idf durante l’operazione — aggiunge la madre di Rachel– dura otto minuti, la telecamera è fissa sul bulldozer e sugli attivisti.
Poi, poco prima dell’omicidio, cambia inquadratura e per 4–5 minuti riprende solo il traffico di Gaza. Nessuno ha mai chiesto all’operatore perché ha spostato la telecamera e cosa ha invece visto con i propri occhi. Inoltre, quel video è stato mostrato in bianco e nero, così da rendere meno visibile l’arancione delle pettorine. Ecco, gran parte del nostro appello si fonda proprio sull’utilizzo parziale delle prove e sulle violazioni delle misure previste dal diritto internazionale: che si tratti di zona militare o meno, di tempo di guerra o meno (la corte di Haifa basò l’assoluzione sul fatto che si trattava di zona e tempo di guerra, ndr) è vietato usare la forza contro civili inermi se non rappresentano alcuna minaccia.
È il caso di Rachel: disarmata, in piedi di fronte a edifici distrutti, il suo corpo solo contro un bulldozer». Difficile che la Corte Suprema risponda a breve all’appello dei Corrie che però non intendono demordere, forti del sostegno di organizzazioni e individui in tutto il mondo: «Sarà difficile ottenere qualcosa — continua Cindy — ma sentiamo l’obbligo di sfidare Israele, non solo nel nome di Rachel, ma per tutte le vittime anonime di questa macchina repressiva. Israele tenta di disumanizzarle, è un messaggio al mondo: abbiamo il potere di uccidere chi vogliamo e nessuno può farci nulla, nessuno può considerarci responsabili».
«Cosa accadrebbe se vincessimo?». Craig sorride, poi guarda in basso. «Tante cose cambierebbero. Sarebbe una vittoria per gli attivisti, i palestinesi, i giornalisti, coloro che sono minacciati dall’impunità di cui gode Israele. La nostra vittoria sarebbe la vittoria di coloro che non hanno mai avuto giustizia. E un messaggio chiaro allo Stato israeliano, dai suoi vertici ai soldati sul campo: chi viola il diritto internazionale, pagherà».
(il manifesto, 20 maggio 2014)
21-22-23 maggio 2014
EMERGENZE CREATIVE 2014 / 7a edizione
Rassegna annuale d’arte contemporanea su tematiche ambientali
a cura di Silvia Cirelli
ARTE PUBBLICA nel centro di Ravenna: happening di Chiara Pergola
Happening artistico il 21-22-23 maggio (dalle 16 alle 19)
Piazza Garibaldi (ore 16 – 17) – Piazza XX Settembre (ore 17 – 18) – Piazza del Popolo (ore 18 – 19)
EMERGENZE CREATIVE 2014, la rassegna annuale d’arte contemporanea su tematiche
ambientali, torna nel centro storico di Ravenna e si riconferma come appuntamento fisso nella programmazione culturale della città.
Si rinnova l’interesse per il dialogo arte e ambiente, con una proposta di arte pubblica che nasce da un’attenta indagine del tessuto urbano ravennate e che invita i cittadini a partecipare attivamente all’intervento artistico, diventando da semplici fruitori a necessari protagonisti.
La rassegna è curata da Silvia Cirelli e si sviluppa come evento collaterale alla manifestazione Ravenna 2014. Fare i conti con l’ambiente, organizzata da Labelab.
Questa settima edizione è affidata all’artista bolognese Chiara Pergola, esponente di rilievo della scena contemporanea italiana. Da tempo attenta all’importanza della percezione comune e del valore condiviso dell’arte, Chiara Pergola concentra il suo lavoro sulle dinamiche del linguaggio e su quanto queste possano inserirsi in una lettura sociale e culturale di forte richiamo collettivo.
Il progetto presentato a Ravenna, dal titolo Quelchefarete, si pone in stretto dialogo con lo spazio in cui viene ospitato, trasformando alcuni luoghi del centro storico in tasselli testuali di un vero e proprio rebus, la cui misteriosa soluzione è una parola di 9 lettere, risultante dall’unione di due termini di 5 e 4 lettere. La risoluzione del gioco – un elemento di riflessione sul significato di “sviluppo ecologico” – sarà poi svelata tramite un QR code, presente sul materiale informativo, come anche nei siti di riferimento (il sito personale dell’artista, quello di Emergenze Creative e quello della manifestazione Ravenna 2014).
Lo spettatore, che avrà a disposizione una mappa con segnalati secondo un ordine preciso i tre punti del rebus (le Piazze centrali di Ravenna: Piazza Garibaldi, Piazza XX Settembre e infine
Piazza del Popolo), è dunque invitato a decifrare l’enigma recandosi nei luoghi del gioco. In
ciascuna Piazza dovrà cercare i due “complici” dell’artista (facilmente riconoscibili per un
abbigliamento a tema) i quali, senza parlare ma solo indicando gli indizi testuali, aiuteranno il partecipante a scoprire la soluzione dell’indovinello. La scelta dell’indicalità piuttosto che l’utilizzo della parola è in accordo con la tradizione linguistica enigmistica e soprattutto in linea con il significato delle arti visive.
Il titolo dell’intervento artistico, Quelchefarete, contiene una doppia chiave di lettura, da un lato può essere interpretato come “quel che fa rete” e cioè i comportamenti collettivi che creano equilibri di relazioni fra le persone ma anche con i luoghi; dall’altro può anche essere inteso come “quel che farete”, ovvero quello che i partecipanti dovranno fare durante l’happening, ma soprattutto ciò che è giusto fare in una prospettiva di cambiamento delle nostre condizioni ambientali.
Dall’impronta volutamente ludica, con questo intervento Emergenze Creative si riconferma come opportunità di confronto fra arte e ambiente, con un progetto di richiamo collettivo che ancora una volta evidenzia quanto l’arte contemporanea possa fungere da valido strumento di comunicazione e di sensibilizzazione.
In collaborazione con: Labelab.
Con il Patrocinio di: Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Regione Emilia-
Romagna, Provincia di Ravenna, Comune di Ravenna.
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di Maria Silvia Sacchi
Per Bruno Valentino, il sindaco di Siena grande elettore della Fondazione Montepaschi, «è il miglior presidente che si possa avere». Ma Antonella Mansi se ne va. Non accetterà, ha detto, una nuova e più lunga candidatura.
Per Mansi è stato un anno intensissimo, combattuto a difendere gli interessi della Fondazione, è riuscita a ripagare l’indebitamento e a trovare nuovi soci. Un anno vissuto sull’orlo di quello che Michelle Ryan, professoressa di Psicologia organizzativa e sociale, ha definito il «precipizio di cristallo».
Quando c’e’ crisi le donne riescono ad abbattere il «soffitto di cristallo» (la barriera invisibile che impedisce loro di arrivare a posizioni apicali) ma per andare incontro a una insidia maggiore: il precipizio. Situazioni precarie, complesse, ad alto rischio. Nelle quali, chiamando una donna, si fa, al tempo stesso, un’operazione di marketing/modernità, e uno scarico di responsabilità.
È per questo che, come ha ricordato recentemente L’Economist , la probabilità di perdere il posto è più alta per le donne Ceo che per gli uomini, i quali pure occupano la quasi totalità dei posti. Vedi l’uscita di scena dei giorni scorsi delle prime direttrici avute dall’americano New York Times (Jill Abramson) e dal francese Le Monde (Natalie Nougayrède).
Ma dal «precipizio di cristallo» si può risalire. Almeno in Italia. Uno studio della Banca d’Italia, di cui l’economista Silvia Del Prete ha anticipato i primi esiti la scorsa settimana a Udine, conferma che le donne entrano nel Cda delle banche che hanno avuto una rischiosità di portafoglio maggiore della media, ma poi si vedono i risultati positivi: il rischio rientra e la redditività cresce. Una fotografia che Cristiana Compagno, da pochi mesi presidente del Mediocredito Fvg, ha detto rappresenta «la situazione di tante donne ai vertici in questo momento. O vincono la sfida nell’interesse del sistema o non scendono a compromessi». E allora, più che essere mandate via, se ne vanno.
Esclusiva con Veronica Lario: «Vittima di agguati fotografici: mi attaccano perché non temo di invecchiare»
Maria Latella
Il Messaggero,18 Maggio-2014
«Quel giornale è usato come un’arma, per amici e nemici. Se non fai più parte del cerchio, sei un nemico. Ne avrei fatto volentieri a meno, ma adesso basta: dico quel che penso».
Ha deciso di rompere il silenzio per difendere «il diritto a invecchiare». Della vecchiaia Veronica Lario non ha paura, per questo ha deciso di reagire a quello che definisce «il dibattito» promosso da Chi e ripreso da tutti i quotidiani, da tutti i siti online, sul suo corpo di donna nata nel 1956.
CHIRURGHI ESTETICI
Il servizio fotografico del settimanale, corredato da didascalie e interviste a chirurghi estetici che le consigliano liposuzioni e «interventi al collo», risale a una settimana fa, ma Veronica Lario, ex Berlusconi, non reagisce mai a caldo. Prima di decidere, valuta. Non lascia che una ferita, per quanto bruciante, abbia la meglio sulla riflessione. Poi, una volta presa la decisione, non torna indietro, non si lascia influenzare dal parere di altri, fossero anche persone di cui ha la massima stima. Quando decide che la misura è colma, lo dice e accetta di pagare il prezzo. Un prezzo fatto anche di agguati fotografici, accuse a mezzo stampa, disinformacjia sull’entità milionaria di un divorzio del quale, di recente, si è anche scritta un’ultima cifra: 540 milioni di euro per mettere la parola fine al contenzioso tra lei e Silvio Berlusconi. Peccato che non sia vera.
FIGURA PUBBLICA
«Ci sono tre motivi per cui torno a parlare ad un giornale. Il primo è che considero il servizio del settimanale un attacco inaccettabile alle donne che, come me, vogliono invecchiare senza assoggettarsi allo stereotipo del “giovane a tutti i costi”. Ho quasi sessant’anni, probabilmente secondo gli attuali canoni ossessivi non sto invecchiando bene, non mi curo del mio giro vita o delle rughe sul collo. È un motivo sufficiente perché un giornale consideri invecchiare una colpa? È un motivo sufficiente per suggerirmi il ricorso al chirurgo estetico, suggerirlo a me e, deduco, a tutte le mie coetanee? Non sono una figura pubblica, non sono più sposata con un presidente del Consiglio, tra l’altro lui non è neppure più presidente del Consiglio. Che cosa vogliono? Aggiungo: quale esempio diamo alle sedicenni che oggi chiedono come regalo di compleanno la liposuzione? È una società sempre più ipocrita. Da un lato condanna l’anoressia e finge di promuovere le modelle curvy. Dall’altro, colpevolizza chi, dopo i 50 anni, col suo giro vita rotondo convive serenamente».
Non sono riflessioni nate oggi, sull’onda dell’indignazione per l’articolo. Veronica queste cose le pensava già dieci anni fa, quando nella biografia “Tendenza Veronica”, anno 2004, parlava del suo futuro nel capitolo “Prossima tappa; invecchiare bene”. «Come immagino la mia vecchiaia? La considero un approdo a cui arrivare dopo aver superato tutte le passioni, tutti i tormenti. Immagino la vecchiaia in tutta la sua bellezza».
Dieci anni dopo, rivendica il diritto a pensarla come allora: «Sono una donna che invecchia normalmente, senza pretendere di fermare il tempo».
DORIAN GRAY
Nel film “Last Vegas”, una commedia recente dove quattro maschi settantenni festeggiano a Las Vegas l’addio al celibato dell’amico che sta per sposare una trentenne, l’anziano Michael Douglas, ammette: «Il fatto è che il mio cervello non può adattarsi all’idea di essere racchiuso in un corpo così vecchio».
Veronica Lario, invece, con quest’idea convive serenamente: «Aggrapparsi alla giovinezza che passa può andar bene per altri, non per me. È storia vecchia, meglio di tutti l’ha raccontata Oscar Wilde in Dorian Gray. Nel tentativo esasperato di mantenere l’immagine dei tuoi vent’anni, ti allontani sempre più dalla realtà, perfino dagli affetti. Cambia tutto, tranne te. Io invece penso che invecchiare abbia effetti negativi, certo, ma porti anche la bellezza di una serenità nuova. Perché ridicolizzare chi si accetta? Ho una vita normale, faccio la nonna. Devo essere insultata per questo? O perché non mi chiamo più Berlusconi?».
Ecco la seconda ragione per cui Veronica Lario ha deciso di interrompere il suo silenzio: il fatto che a «indire il dibattito» sia stato un giornale di famiglia. «Mi ferisce che il settimanale al quale devo questo miserabile agguato appartenga al mio ex-marito. È vero, non sono più una Berlusconi e dunque non ho più diritto alle foto ritoccate, ai photoshop, addirittura al ritiro di certe immagini dal mercato, ma stavolta è venuto meno il rispetto dei fondamentali. Il rispetto per una donna che è comunque la madre dei figli di Silvio Berlusconi».
Da quando si è separata, racconta Veronica, i fotografi non le danno tregua. «Eppure – sorride – portano a casa solo foto di me a cavallo o al parco con i miei nipoti». L’ultimo servizio del settimanale, però, l’ha colpita anche per l’intrusione nella sua vita: «Continuano a segnalare miei indirizzi privati, fregandosene della privacy».
ESPERTI SPREGIUDICATI
Non è questa comunque la terza ragione per cui è tornata a parlare. Del servizio giornalistico la indigna, e molto, anche altro: la disponibilità data da due esperti che si sono prestati a giudicare il suo collo, il suo giro vita, le gambe. «Trovo deontologicamente riprovevole che un medico si permetta consigli non richiesti senza conoscere niente della persona di cui parla. E se io fossi ingrassata in seguito a problemi di salute? Che medico è quello che per una piccola autopromozione si presto a questo genere di visite a distanza»?
A Veronica Lario piace la vita appartata. Dopo il j’accuse del 2009, e la conseguente separazione, non ha mai reagito ai titoli dei giornali, alle punzecchiature più o meno fantasiose. Quest’estate, dopo la sentenza di condanna per il processo Mediaset, confidò al Messaggero di aver telefonato all’ex-marito per esprimergli affettuosa solidarietà. Da allora, nessuna intervista. Non le interessa neppure sentirsi dire «aveva ragione Veronica», anche se a dirlo, ora, in privato, sono gli stessi che all’epoca della separazione la trattarono da «velina ingrata».
LE FESTE A VILLA CERTOSA
Le cito la recente polemica ingaggiata dall’eurodeputata di Forza Italia Susy De Martini contro un’altra forzista, Licia Ronzulli: la De Martini accusa la Ronzulli di essere in lista per le europee «solo perché, come Nicole Minetti, organizzava feste a Villa Certosa». Le ricordo quanto, lei, Veronica, aveva dichiarato a proposito delle europee del 2009 e delle candidate di Forza Italia a Bruxelles. «Quel che emerge dai giornali – disse allora all’Ansa – è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere».
Che cosa pensa oggi quando vede che, a cinque anni di distanza, è un’eurodeputata di Forza Italia a sostenere analoghi concetti? «Penso che siamo un Paese rassegnato al peggio e che per questo, forse, lo scatto non riesce. Ogni giorno c’è qualcosa di peggio da giustificare. Ci si potrebbe indignare, e invece… La mattina in cui ho appreso degli arresti per Expo 2015 mi è tornata in mente una vecchia canzone di Enzo Jannacci. La conosce? “Maria me porten via, m’han ciapaa me on lader, ma ai fioeu ti dighel no”. Ecco, il pudore allora c’era. Perfino il ladro non voleva che i figli sapessero che l’avevano arrestato».
di Gian Guido Vecchi
«Caro Papa Francesco, siamo un gruppo di donne da tutte le parti d’Italia (e non solo) che ti scrive per rompere il muro di silenzio e indifferenza con cui ci scontriamo ogni giorno. Ognuna di noi sta vivendo, ha vissuto o vorrebbe vivere una relazione d’amore con un sacerdote, di cui è innamorata».
Inizia così una lettera inviata per raccomandata in Vaticano e firmata da 26 donne che sostengono di essere «un piccolo campione» a nome di tante che «vivono nel silenzio». Le donne chiedono a Bergoglio di rivedere la regola del celibato sacerdotale e di essere ricevute «per portare davanti a te umilmente le nostre storie e le nostre esperienze».
Nel testo, inviato in copia e diffuso ieri dal sito Vatican Insider del quotidiano La Stampa , le firmatarie scrivono che le alternative alla situazione che vivono «sono l’abbandono del sacerdozio o la persistenza a vita di una relazione segreta»: ma nel primo caso «anche noi donne desideriamo che la vocazione sacerdotale dei nostri compagni possa essere vissuta pienamente», nel secondo «si prospetta una vita nel continuo nascondimento, con la frustrazione di un amore non completo che non può sperare in un figlio». E concludono che il servizio «a Gesù e alla comunità» sarebbe svolto «con maggiore slancio» da un sacerdote «supportato da moglie e figli».[…]
(Corriere della Sera, 18 maggio 2014)
di Giovanna Zapperi
Il contorno del corpo nudo di un’anziana donna, gli occhi spalancati e lo sguardo atterrito, una pistola puntata alla tempia, un’altra verso di noi che la guardiamo: Tu o io. Questa tela del 2005 è tra le più emblematiche del lavoro di Maria Lassnig, dipinta quando l’artista era già ultraottantenne, a testimonianza di un lavoro che non ha mai cessato di esplorare le «sensazioni interne al corpo» attraverso la pittura.
Maria Lassnig si è spenta la settimana scorsa, a 94 anni, nella sua nativa Austria, proprio mentre il MomaPs1 di New York la celebra con una retrospettiva (visitabile fino al 25 maggio). Leone d’oro alla carriera all’ultima Biennale di Venezia insieme a Marisa Merz, Maria Lassnig è tra le figure più importanti della pittura contemporanea, la cui attività attraversa un arco di tempo di circa sette decadi. L’immagine del corpo femminile nelle diverse età della vita, l’autorappresentazione, l’ambivalenza tra il vedersi e l’essere viste sono i temi ricorrenti di questa straordinaria pittrice che ha pensato il corpo nelle sue iscrizioni socio-politiche e di genere.
Formatasi all’Accademia di arti applicate di Vienna durante la seconda guerra mondiale, Maria Lassnig si lascia presto alle spalle il realismo pittorico allora dominante in Austria e, grazie ad una borsa di studio, si trasferisce a Parigi nel 1951, dove frequenta André Breton, Paul Celan e Benjamin Peret avvicinandosi alle tendenze pittoriche del momento – tra tachisme, informel e surrealismo. Continuerà a transitare tra Vienna e Parigi fino al 1968, quando sceglie di stabilirsi a New York, «paese delle donne che hanno forza», dove rimarrà fino al 1980 e dove si apre al cinema d’animazione, continuando instancabilmente a dipingere.
È in questi anni che emerge tutta la dimensione dirompente della pittura di Maria Lassnig, che ha saputo reinventare una forma espressiva così impregnata da una tradizione millenaria a partire da un posizionamento come donna e pittrice. Il 1980, anno del suo rientro in Austria, è anche quello del riconoscimento, seppur tardivo, del suo lavoro: viene chiamata – a 61 anni – ad occupare la cattedra di pittura dell’Accademia di Arti Applicate di Vienna. È la prima volta che un’accademia di lingua tedesca affida l’insegnamento della pittura ad una donna. Nello stesso anno, Maria Lassnig rappresenta l’Austria alla Biennale di Venezia insieme a Valie Export, un accostamento che evidenzia il significato femminista della sua esplorazione del corpo e dell’identità femminile.
Lassnig considerava se stessa come il tema centrale del suo lavoro. La sua pittura è focalizzata sull’osservazione della presenza fisica del corpo attraverso la nozione di «consapevolezza corporea della pittura» (Körperbewusstseinsmalerei). Il suo stile diretto, non privo di ironia e di una certa teatralità, si esprime attraverso colori a contrasto che accentuano i contorni.
In una recente intervista, Lassnig spiegava come il suo modo di lavorare fosse fondato sull’esigenza di evacuare l’atto pittorico da ogni intenzionalità, in modo da mantenere il contatto con la propria esperienza corporea: «L’unica intenzione è quella di sentire il modo in cui mi pongo di fronte alle tela in quel preciso momento. E poi vado nei dettagli. E ovviamente devo dargli forma – perché le emozioni non hanno forma; è una disseminazione». Una pittura che lei stessa definisce «drastica», come qualcosa che arriva all’improvviso: l’incontro imprevisto tra un’immagine e un’emozione.
(il manifesto, 15 maggio 2014)
Seconda delle Tre lezioni di dottrina cristiana senza imprimatur.
Il posto vuoto di Dio (il cristianesimo tra religione e mistica), dedicata a Romana Guarnieri.
di Anna Di Salvo
«Se gli ultrà del Napoli continueranno a esibire magliette o striscioni con la scritta Speziale libero dovete impedire che quelle partite vengano giocate!»
Forti le parole che Marisa Grasso, vedova del commissario di pubblica sicurezza Filippo Raciti ucciso dall’ultrà Antonino Speziale nei disordini avvenuti allo stadio di Catania dopo la partita Palermo-Catania nel 2007, ha rivolto al Presidente del Consiglio Matteo Renzi in seguito agli inquietanti accordi presi da dirigenti sportivi e forze dell’ordine con la camorra napoletana, ai quali abbiamo assistito in diretta televisiva… È avvenuto lo scorso 3 maggio all’Olimpico di Roma, all’inizio della partita di Coppa Italia Napoli-Fiorentina, dove il capo degli ultrà napoletani, soprannominato “Genny ’a carogna”, ha dettato le sue volontà e le sue condizioni alle massime rappresentanze dello Stato presenti: Matteo Renzi e il Presidente del Senato Pietro Grasso, nonché al capitano della squadra del Napoli, al questore, ecc. indossando spavaldamente una maglietta che inneggiava alla libertà di Speziale. A quel punto Marisa Grasso, che La Città Felice a Catania segue e appoggia nelle sue lotte per scongiurare la violenza negli stadi, ha preso pubblicamente parola condannando l’accaduto nel suo insieme, perché non si verifichino ancora fatti del genere, invocando dignità e non corruzione e prepotenza nel mondo del calcio e pretendendo rispetto per la memoria del marito ucciso dalla barbarie maschile che troppo spesso si scatena negli stadi. Risultato: bandite intanto le magliette con la scritta incriminata, mentre per gli striscioni si vedrà… Intanto Marisa Grasso tiene gli occhi ben aperti e sa farsi sentire!
Catania 13 maggio 2014
di ANTONIO GNOLI
Luisa Muraro. POCHE donne incarnano e interpretano l’ideale del femminismo come Luisa Muraro. Non ci sono solo rigore e passione, rabbia e realismo nelle sue analisi. Si scorgono profondità e chiarezza. E quello che noto, durante il nostro incontro milanese, è un desiderio paziente di spiegare. Sono davanti alla sua distratta mise nell’intenzione di capire chi è questa donna, a volte brusca, con una lunga storia di militanza alle spalle. Penso alla sua formazione cattolica. Agli anni Sessanta, crogiuolo di fermenti e passioni: “Fummo una generazione fortunata. Se penso a quel periodo mi vedo determinata e rivendicativa all’Università Cattolica, dove ho studiato e insegnato. Guardi questa foto. Insieme a un’amica, avevamo da poco fondato il circolo Bernanos. Vede? Sono lì con i fogli in mano che leggo un testo. Cos’è? Mi pare riguardasse la teologia della liberazione. Era il 1967”.
Un anno prima della contestazione.
“Alla Cattolica iniziò in anticipo”.
C’era anche Mario Capanna.
“Certo, fu mio studente anche se eravamo quasi coetanei. Lavoravo alla cattedra di filosofia con Gustavo Bontadini”.
Il maestro di Emanuele Severino?
“Proprio lui. Ricordo arditi confronti tra loro. Ai seminari io ero un po’ defilata. Non sapevo ancora se la filosofia mi interessava davvero”.
Perché scelse la Cattolica?
“A 18 anni lasciai il mio Veneto, sono nata non distante da Vicenza, e cominciai a girare per le università europee. Passai a Parigi, poi a Bruxelles e a Francoforte. Senza mai trovare il clima giusto”.
Come si manteneva?
“Lavori vari, facevo soprattutto la baby sitter”.
Torna in Italia, va a Milano, si laurea alla Cattolica. Su cosa?
“In filosofia della scienza con Evandro Agazzi. A quel punto non sapevo bene che fare. La passione era disegnare fumetti. Fossi stata incoraggiata, avrei certamente intrapreso quella direzione. Ma allora era un genere poco praticato. Fu Bontadini a propormi di fargli da assistente”.
Perché?
“Frequentavo i suoi seminari teoretici. Un giorno mi dice: ma tu non intervieni mai? Non mi interessa, risposi. E perché sei qui? E io: se la filosofia non si misura con la metafisica diventa una banalità. La risposta gli parve soddisfacente per una vocazione che in quel momento non sentivo, anche se in alcuni punti trovavo congeniale il pensiero filosofico”.
Ma non restò a lungo all’università.
“No, a causa della contestazione persi la borsa di studio. Dovevo mantenermi. Perciò decisi di lasciare la Cattolica e di andare a insegnare in una scuola media”.
E come fu il passaggio?
“Coinvolgente. Il lavoro con gli studenti sviluppò in me una prospettiva antiautoritaria. Nell’idea di una nuova pedagogia partecipai alla nascita della rivista L’Erba Voglio, il primo numero uscì nel 1971. Vi collaboravano tra gli altri Lea Melandri e Giuseppe Sartori. Ma il vero ideatore fu Elvio Fachinelli, un uomo di grande intelligenza, psicoanalista per niente ortodosso, in grado come pochi di leggere i movimenti, allora nascenti, senza schemi preconcetti”.
Quanto durò il vostro sodalizio?
“Fino a quando non scoprii il femminismo. Lo piantai infliggendogli una sofferenza che nel tempo è diventata la mia”.
La sua perché?
“Non è facile da spiegare. Le nostre strade politiche e culturali si erano separate. Poi, era il 1989, ricevetti un suo libro. L’ultimo: La mente estatica. C’era una dedica per me: “Troppo lontano?”. Mi fece incazzare. Lontano da cosa? Certo non dal misticismo che lui affrontava nel libro e che io stessa da tempo studiavo”.
Ma non c’era niente di offensivo in quella frase.
“Lo so. Ma il mio femminismo era molto combattivo. Andava dritto contro la società degli uomini. Noi donne stavamo per conto nostro. Quello che non sapevo era che Elvio stava già molto male e quando morì, mi riferirono che fino all’ultimo aveva atteso una mia visita. Che non ci fu. Ho provato dispiacere. Mi sono arrabbiata con me stessa. Gli ho dedicato delle parole, successivamente. Ma resta il fatto che non c’ero quando avrei dovuto esserci”.
Lei resta una delle figure di spicco del femminismo, non solo italiano. È giusto aver abbracciato questa causa in maniera così totale da sacrificare il resto degli affetti e delle esperienze?
“Fino a 30 anni mi interessai profondamente all’umanità maschile, perché la cultura era quella degli uomini. Il pensiero politico e le cause in cui mi sono spesa erano concepite da uomini, sicuramente degni, ma uomini. Quando arrivò il movimento delle donne, ho visto il mondo in una prospettiva autenticamente mia”.
Cosa sono le donne per lei?
“Un coinvolgimento profondo. Un grande amore”.
È una professione di lesbismo?
“No, non mi definirei lesbica e spero che le mie amiche lesbiche non se la prendano. Nel XX secolo sono state soprattutto le lesbiche a combattere per la libertà femminile. Oggi vi partecipano le casalinghe e perfino le suore. Le donne sono per me il principio della vita. La loro felicità mi tocca due volte di più. La loro stupidità mi offende due volte di più”.
E questo è il femminismo?
“L’ho sempre inteso come una lotta per il senso libero della differenza sessuale”.
Liberazione da cosa?
“Liberazione è parola ambigua. Hannah Arendt disse egregiamente che non c’è liberazione se non c’è libertà. I movimenti che lottano senza pratiche di libertà finiscono male”.
Una lotta è pur sempre per il dominio e il prestigio.
“Ma il prestigio deve nascere dall’autorità non dalla forza”.
Come ci si oppone alla forza se non con la forza?
“Direi innanzitutto con la giustizia. Con maggior senso di giustizia”.
L’autorità è impalpabile, da dove nasce?
“Di solito la gente confonde autorità e potere, come fossero la stessa cosa. L’autorità è di ordine simbolico, non riguarda la forza fisica”.
Cos’è il simbolico?
“Per dirla alla buona è ciò che dà senso e giustifica la nostra presenza nel mondo. Faccio un esempio. Si obbedisce alla legge perché è la legge”.
Mi pare un formalismo giuridico.
“No. Si obbedisce alla legge non per timore della sanzione, ma perché nella parola stessa c’è l’appello alla forza simbolica, all’autorità immanente a questa parola. È un’interpretazione che parte da Montaigne e attraverso Pascal arriva a noi”.
C’è qualcosa di mistico.
“È l’impalpabile al quale si faceva riferimento. L’ordine simbolico si manifesta attraverso parole dette al momento giusto. E sono parole che non dicono all’altro cosa deve fare. Non prescrivono. Ma hanno il potere di dissipare il marasma emotivo e mentale di una persona. Più che un’esperienza individuale di cambiamento è una pratica di condivisione con gli altri”.
Perché dovrebbe riguardare più le donne che altri soggetti?
“Perché il paradigma politico della modernità ha escluso in larga parte le donne dal contratto sociale o ha ridotto quest’ultimo a contratto sessuale”.
Cosa le evoca il nome di Carla Lonzi?
“È stata uno dei tramiti fondamentali del mio femminismo. Ma non l’ho mai incontrata. Morì troppo presto. Di cancro. Sputiamo su Hegel, il suo pamphlet, uscì mi pare nel 1970 e fu una rivelazione. Ma la persona con cui mi sono più ritrovata è Lia Cigarini. Già nel 1966 aveva dato vita al primo gruppo femminista”.
Cos’era il femminismo dell’autocoscienza?
“Una pratica straordinariamente intensa, soprattutto nei primi anni. Poi le storie hanno cominciato a ripetersi. Ma c’era sempre qualche scintilla nei racconti delle donne, che destava la mia attenzione. Ci riunivamo spesso in case private, estromettendo gli eventuali mariti. Io, ad esempio, avevo un fidanzato che non mi mollava più. In tutti i modi tentò, senza riuscirvi, di strapparmi dalla mia decisione. Tra l’altro avevo alle spalle già un divorzio e un figlio”.
Era una situazione difficile?
“Non con mio marito che fu comprensivo e capì che non ero fatta per la vita coniugale. Era il 1966. Del figlio che avemmo, che ho molto amato e amo, all’inizio se ne occuparono i nonni”.
Allora un divorzio non era una cosa semplice e accettabile. Soprattutto nel Veneto. Come reagì la sua famiglia?
“Non troppo male. Avevo la fiducia dei miei genitori. Anche il divorzio, che poi fu un annullamento, lo accettarono. Compresi che non mi chiedevano molto e che volevano andare verso la loro vecchiaia, passo dopo passo, senza problemi”.
Suo padre cosa faceva?
“Era direttore amministrativo di un ospedale locale. Nel paese ci consideravano una buona famiglia, ma di fatto povera, perché undici figli significavano troppe bocche da sfamare”.
Come ricorda la sua infanzia?
“È stata un’infanzia non infelice, ma senza felicità. Tranne che per il rapporto con i miei fratelli e sorelle”.
Quando dice senza felicità cosa intende?
“Era come se mi fossi staccata da tutto il contesto familiare e guardassi a quel mondo con freddezza. E quel mondo mi ritornava senza colori. Solo nelle baruffe e nei giochi a non finire, con i miei fratelli e sorelle, ritrovavo leggerezza e coinvolgimento”.
Quanto ha pesato la sua educazione cattolica?
“Non rinnego la religione di mia madre. Si tratta di una tradizione spirituale importante. Che in me si è acuita quando ho scoperto la ricchezza della mistica”.
Crede in Dio?
“È una domanda che farebbe un confessore”.
Perché no?
“Ho due punti di forza. Primo: se Dio c’è, si farà conoscere. I mezzi non gli mancano. Secondo: se immaginassimo Dio come un’entità che sta da qualche parte, lo perderemmo. Se invece lo collochiamo nei momenti di gioia e della generosità o, come il Dio cristiano, nei momenti del perdono e della riconciliazione, la sua presenza sarebbe assai più tangibile”.
La solidarietà è importante?
“Certo, ma non la tradurrei in volontariato. Sono egoista”.
Egoista?
“Cerchiamo tutti un modo per salvarci. Questo è l’egoismo”.
Non contraddice quell’ordine simbolico materno su cui spesso ha richiamato l’attenzione?
“No, la madre è animata da una potenza autoaffermativa che però non va mai a scapito dell’altro, della creatura piccola”.
Oltre a egoista come si definirebbe?
“Impulsiva, ma non avventata. Ho sempre fatto bene i miei conti, con molto realismo”.
Quel realismo cosa suggerisce?
“Che le donne hanno sempre pagato”.
Tutte?
“Ci sarà una quota di stronze, di invidiose, di meschine, di furbe. Ma sono la netta minoranza. Non rappresenta il sistema di vita femminile contraddistinto dalla logica dell’affetto”.
Ma non pensa che questo sistema sia stato compromesso da modelli che poco hanno a che vedere con le logiche dell’affetto e dell’autenticità?
“È un punto vero. Oggi mi interrogo sulle responsabilità di questo esito da parte di una generazione che è stata fortunata, perché non ha conosciuto il fascismo e non è stata bastonata dalla crisi”.
Che risposta si è data?
“Noi femministe abbiamo fatto un’esperienza di felicità, tenendola troppo stretta nelle nostre mani. Non l’abbiamo passata alle nuove generazioni di donne”.
È una dimostrazione di egoismo?
“Mi chiedo se non siamo rimaste troppo attaccate al nostro benessere. È una questione su cui sto riflettendo. In cosa abbiamo mancato? Le nuove trentenni – che dicono: noi non abbiamo ereditato nulla, siamo precarie – ci gettano in faccia la loro rabbia. Ma poi è anche vero che non sono riuscite a ereditare niente”.
C’è una mutazione radicale dei linguaggi e delle aspettative?
“C’è indiscutibilmente. E la cosa, per dirla in maniera sempliciotta, mi fa sentire come una persona che deve uscire di scena. Ma non voglio farlo da scema. Non intendo farlo come una che ha creduto in un sogno irrealizzato e irrealizzabile”.
È un’espressione curiosa “uscire di scena” detta da lei. Molto teatrale.
“È la cosa più importante nella vita. Perché si arriva a un certo punto che devi deciderti a quel passo. E devi trovare le parole, se non le ultime almeno le penultime, con cui lucidamente cerchi di capire cosa sta accadendo. Ma non lo so. Questo è il punto. E la postura cattolica non è abbastanza. So solo che c’è un mondo di uomini e donne che si disfa disordinatamente e di aver scritto tanto per cambiarlo in meglio. C’è il desiderio che qualcosa resti. Ma non so quale traccia lasceremo di noi”.
Non crede che spetterà agli altri deciderlo?
“Sì, ma a me toccano le ultime battute”.
La scrittrice, filosofa e militante delle battaglie per le donne nasce a Montecchio Maggiore (Vicenza) nel 1940. Si laurea in filosofia all’università Cattolica di Milano. Nel corso degli anni lavora nel dipartimento di discipline filosofiche sia nell’ateneo milanese che in quello di Verona. Vive a Milano.
(La Repubblica, 11 maggio 2014)
Un video di Macao
di Alessandra Pigliaru
Salone del libro. La ricostruzione dell’uccisione delle sorelle Porro a Andria nel 1946 da parte dei braccianti in lotta. Oggi il libro sarà presentato al Salone del libro
Il conflitto sociale tra braccianti e agrari che imperversò in Puglia negli anni Quaranta fu sanguinoso e devastante. In particolare, i fatti accaduti dal ’43 al ’48 assunsero i tratti di una vera e propria guerra civile che interessava variamente tutto il Sud. Grave povertà, disoccupazione irrimediabile e smarrimento politico, erano i tratti che hanno distinto le vite di chi, bracciante o reduce, abitava quelle terre arse dall’ignavia e dall’abbandono. Guardati dalla mia fame (Nottetempo, pp. 207, euro 15), il recente libro scritto a quattro mani da Luciana Castellina e Milena Agus, indaga la storia drammatica di quegli anni, concentrandosi su una vicenda misconosciuta: il linciaggio delle sorelle Porro da parte di un centinaio di persone, uomini e donne, riuniti nella piazza del Municipio di Andria il 7 marzo 1946.
Un’ordinaria quotidianità
Quel pomeriggio, dopo giornate convulse e di trattative sindacali difficili, si sarebbe dovuta festeggiare la tregua frutto di una mediazione tra braccianti e agrari. Per questo motivo Giuseppe Di Vittorio, bracciante di Cerignola diventato segretario della Cgil, avrebbe dovuto tenere un comizio proprio nella piazza cittadina. D’improvviso, uno sparo rivolto verso la piazza desta l’attenzione della folla. Apparentemente non sembrano esserci dubbi: proviene dal palazzo dei Porro, una ricca famiglia di agrari perquisiti dai braccianti proprio un paio di giorni prima alla ricerca di armi. Mentre Milena Agus racconta, tra realtà e immaginazione, la vicenda di Luisa, Vincenza, Stefania e Carolina Porro, Luciana Castellina inquadra il fatto nel contesto storico-politico a loro contemporaneo. Si dipana così un libro notevole, a due voci e con altrettanti registri: narrativo e saggistico. Si fa la conoscenza delle quattro sorelle attraverso le visite di un’amica inquieta che le osserva e le rende vive. Così come, alla fine della lettura, appariranno più vicine le altre esistenze, quelle dei senza nome di tante e tanti braccianti rastrellati, processati e poi condannati nonostante fosse arduo indicare un’unica responsabilità penale.
Quelli descritti nel libro sono dunque due punti di vista in cui le autrici, come sempre sapienti e precise, si misurano con una vicenda che di esatto non ha proprio niente tranne la fame. Una fame originaria di giustizia e di libertà che deborda nel suo contrario, percorrendo non solo i fatti di Andria ma i secoli e la storia che si tingono di sangue. Che sia quello degli oppressi e degli oppressori cambia la qualità dell’efferatezza? Forse no. Quelle sorelle così barbaramente trucidate, per esempio, avevano come unica colpa l’inconsapevolezza che le rendeva avulse da ciò che le circondava. C’è chi giura che lo sparo provenisse proprio dalla loro abitazione, seppure sia difficile crederlo visto che le perquisizioni dei giorni precedenti non avevano riscontrato nessun arsenale né tantomeno soggetti pericolosi.
Luisa e Carolina, le due che soccombono, così come Stefania e Vincenza, sopravvissute alla violenza, trascorrevano la loro quotidianità tra faccende domestiche e passatempi trascurabili dalla grande storia. Ricamavano, conversavano e si occupavano solo di una vita, la loro, facilitata dall’inerzia del proprio status di agrarie. Del resto poco si curavano, almeno così sembra. La folla inferocita le sceglie come vittime sacrificali di uno scontro al quale erano estranee. La loro indifferenza si mescola alla mancanza di coraggio ed è motivo di costanti confronti con l’amica che va a trovarle, anche quando «non sapeva dove andarsi a cacciare. In un altro mondo tutto diverso. Ecco dove voleva andare». Ma un mondo diverso non esisteva, era lì inchiodato tra la sazietà e la voracità degli uni così come degli altri. «È la fame che si fa violenza e chiede vendetta». La richiesta appare tuttavia più verticale di così. Il pasto negato è un occhio per occhio in cui ci si legittima a digerire la propria collera con il farmaco della vendetta; configurando una furia difficile da analizzare se non a conti fatti.
Innocenti o colpevoli?
L’operazione messa in essere da Castellina e Agus appare ancor più interessante, proprio perché non offre giudizi o perdoni bensì la possibilità di sezionare un conflitto sociale immedicabile chiedendoci di essere all’altezza, di poterne stare al cospetto. L’altro elemento che emerge è certamente l’opportunità di ascoltare per la prima volta le voci di chi è stato rimasticato dalla storia, sia nella piazza che nei palazzi, tanto più che gli stessi giornali di quei giorni non diedero alcun risalto all’accaduto. Un effetto collaterale come tanti altri nella carneficina di quei mesi? Allora non si troveranno retoriche sulla non-violenza né sull’annoso dualismo tra innocenti e colpevoli. Il conflitto resta aperto invece e con grande maestria sia Castellina che Agus ne sanno puntellare l’incandescenza in una doppia trama, necessaria quanto complessa.
Alla fine della lettura permangono molte domande. Una tra tutte riecheggia nella mente: «Nella catastrofe, se si vuole che il mondo stia in piedi, bisogna avere la forza di rivoltarlo come un guanto. Sì o no?» Certo, se però l’unico modo di darsi giustizia significa violenza e distruzione dell’altro da sé verrebbe da chiedersi con chi si intenda abitarlo il mondo. A questo punto è utile ritornare sulle parole del poeta palestinese Mahmoud Darwish: «Guardati…/ Guardati/ Dalla mia fame/ E dalla mia ira». Luciana Castellina e Milena Agus l’hanno affrontata con coraggio.
(il manifesto, 10 maggio 2014)
di Mira Furlani
Firenze, 5 maggio 2014 – Donna uccisa e trovata come se fosse crocefissa a una sbarra, in via del Cimitero di Ugnano, una strada alla periferia di Firenze. Secondo gli investigatori il modo in cui la donna è stata legata, la crocefissione, è casuale e chi l’ha fatto non aveva in mente alcun fine “simbolico”.
So poco delle indagini su questo ennesimo “femminicidio” perché mi trovo segregata in casa per motivi di salute. In generale di queste notizie la gente s’interessa per sapere i particolari scandalistici a sfondo sessuale e, siccome siamo a Firenze, interessa la scoperta dell’ennesimo “maniaco”. A dire il vero non volevo scriverne, ma abito vicino al luogo dell’accaduto, è un luogo che conosco bene, spesso ci passo vicino in auto quando vado a Scandicci (FI) a trovare mio fratello. Si dice che il luogo fa parte di una zona degradata della città. Non è proprio così: si trova sul confine Firenze/Scandicci, luogo dove ancora si coltiva la terra. Stanotte ho sognato il posto e stamattina ho pensato che dovevo scrivere soprattutto per parlare della morte per crocifissione di una donna, una donna come me.
Per prima cosa voglio far sapere il nome della donna brutalmente seviziata e uccisa. Sì, perché dall’autopsia è risultato che la morte sia stata causata da sevizia sessuale inflittale dal cosiddetto maniaco. La vittima si chiama Andrea Cristina Zamfir, è una romena di 26 anni, che non avrebbe segnalazioni di prostituzione, ed è morta per le lesioni interne e l’emorragia che le avrebbero provocato la sevizia sessuale con crocefissione. L’uomo in bicicletta che ha scoperto il cadavere ha detto subito che sembrava “Cristo in croce”, completamente nuda, con indosso solo calzini e scarpe da ginnastica. Poteva essere in quel luogo per mille motivi diversi. È stata crocifissa e subito in tanti hanno detto e scritto che la crocifissione è stata casuale, senza alcun fine “simbolico”. Perché? perché si tratta di una donna? Una donna non fa “simbolico” neppure crocifissa come un Cristo innocente?
di Giovanna Pezzuoli
«Sulla religione cristiana c’è un’autentica ignoranza, si sentono tante corbellerie… proprio dall’esigenza di rispondere alle domande che mi vengono rivolte è nata l’idea di fare “tre lezioni di dottrina cristiana senza imprimatur”». Luisa Muraro, filosofa, scrittrice e teorica del “femminismo della differenza” ha alle spalle quasi trent’anni di cultura religiosa con libri importanti, da Guglielma e Maifreda (1986) a Lingua materna scienza divina (1995), da Il dio delle donne (2003) a Le amiche di Dio. Margherita e le altre, appena uscito in una nuova edizione. Un’opera che si riferisce al grandioso affresco della mistica europea: la beghina Margherita Porete e Angela da Foligno, di recente canonizzata da papa Francesco; la beata Giuliana di Norwich e Matilde di Magdeburgo, venerata come santa dalla Chiesa Anglicana; la poetessa Hadewijch d’Anversa e Santa Teresa D’Avila.
Luisa Muraro, filosofa, scrittrice e teorica del “femminismo della differenza” ha alle spalle quasi trent’anni di cultura religiosa con libri importanti, da Guglielma e Maifreda (1986) a Lingua materna scienza divina (1995), da Il dio delle donne (2003) a Le amiche di Dio. Margherita e le altre, appena uscito in una nuova edizione. Un’opera che si riferisce al grandioso affresco della mistica europea: la beghina Margherita Porete e Angela da Foligno, di recente canonizzata da papa Francesco; la beata Giuliana di Norwich e Matilde di Magdeburgo, venerata come santa dalla Chiesa Anglicana; la poetessa Hadewijch d’Anversa e Santa Teresa D’Avila.
Luisa Muraro trasmette la sua idea della libertà religiosa, “quella positiva che rinforza le altre libertà e non calpesta niente e nessuno” facendola interagire con il femminismo e il desiderio di cambiare il mondo. Come già si delineava nella rubrica “Imparare politica dalla mistica”, da dicembre sulla rivista Via Dogana.
Tre incontri, con mezz’ora di lezione e un’ora di domande, che fanno parte dell’appuntamento annuale “Cibo dell’anima cibo del corpo” e hanno titoli suggestivi e anche spiazzanti: “Il soprannaturale è naturale”, “Il posto vuoto di Dio”, “Lo spirito santo, chi è, cos’è, cosa fa”.
Spiega Luisa che la frase “il soprannaturale è naturale” appartiene a uno scrittore inglese di fine ’800 di recente ripubblicato, Gilbert Keith Chesterton, di famiglia colta, liberale e agnostica, si convertì al cattolicesimo e creò il personaggio di padre Brown. Significa che l’essere umano sfora i confini del conoscibile e del dimostrabile per capacità (e non solo per bisogno, come sosteneva Marx) di infinito.
«Siamo come recipienti bucati che perdiamo acqua, privi di completezza. Abbiamo bisogno di strappare l’involucro della nostra finitezza. Una capacità comune soprattutto alle donne che non possono fare a meno dell’amore. Combiniamo guai, ma non rinunciamo all’amore, non siamo mai del tutto addomesticate dagli uomini. Questo lo dico non per escludere gli uomini che sono capaci di “farsi donna”, come dice anche Lacan, e perdere quella terribile preoccupazione per la loro virilità».
Sottotitolo dell’incontro: “la religione è l’oppio dei popoli… sì, e allora?” perché l’oppio è sì il principio di tante droghe mortifere ma è anche il principio di tutta la medicina palliativa, quindi è bene che ci sia per chi ha sofferenze fisiche. «Occorre uscire dal positivismo e dall’eccesso di razionalità che imprigiona il pensiero. Dopo le grandi sventure del Ventesimo secolo, dopo Auschwitz, abbiamo capito cose che Marx non poteva nemmeno immaginare».
Ma qual è il “posto vuoto di Dio”? Per rispondere la filosofa racconta un breve aneddoto. Una ragazza che era stata lasciata dal suo fidanzato si butta anima e corpo in una comunità di tossici, spende tutte le sue energie nell’aiutare gli ultimi. Ma il fidanzato torna, si riaccende l’amore e i tossici scompaiono.
«Lei si crucciava per questo… io le ho detto non mettere mai un uomo nel posto di Dio. Se non credi, lascia perdere. Anche le religioni mettono un dio fittizio nel posto di Dio, sia il cristianesimo, sia l’ebraismo e l’islamismo. Ma si salvano dall’idolatria comprendendo anche la ricerca mistica, la tensione a incontrare Dio faccia a faccia su questa terra».
Quel Dio, l’Assoluto, l’Immanente è l’indicibile delle mistiche nella teologia fondata proprio su una relazione unica, libera e personale. Quel Dio che anche Simone Weil o Etty Hillesum o Cristina Campo conoscevano con l’esperienza diretta dell’incontro.
Così si narra che una beghina anonima del Medioevo apostrofasse i professori della Sorbona “Voi cercate Dio, noi lo troviamo”. Le beghine partono da quello che c’è (“manca tutto ma l’essenziale c’è”), proprio come una donna innamorata. Per questo, secondo la Muraro, esiste una “preferenza divina per le donne”. Questa idea c’è nei mistici, ma anche in Winnicott e in Lacan. Il senso di mancanza che si accetta e non cerca più di completamenti fallici di sé fa posto a Dio.
«I papi che ci hanno fatto sentire veramente la vicinanza a Dio sono papa Luciani con la sua berretta un po’ storta o questo papa Francesco, non papa Wojtyla. Sono quelli che non riempiono la scena, né della storia, né dello schermo. Le donne, per disgrazia storica o per maggiore finezza, sono più esigenti in amore. L’aveva detto anche Freud seppure con espressioni maschiliste. Le donne reggono la mancanza e lasciano posto all’Altro. Come Maria lascia che Dio possa venire al mondo. Quell’essere cave è iscritto nella nostra fisiologia».
Ma come interagisce la libertà religiosa con il femminismo? «Dà il senso dell’autorità e della grandezza femminili – risponde Luisa Muraro – non per piatire parità e diritti ma per guadagnare l’uguaglianza (sacrosanta) e la libertà (ancora più sacrosanta), assumendo la propria differenza e quel di più, il dono celeste fatto alle donne».
Ci sono grandi donne che incutevano rispetto come Ildegarda di Bingen, ma anche senza andare tanto indietro nel tempo, nel prossimo numero di Via Dogana Luisa Muraro parlerà di Ivana Ceresa, una donna laica di Mantova, scomparsa nel 2009, che ha creato l’Ordine della Sororità, aperto a donne provenienti da qualsiasi area culturale e religiosa, comprese le atee, per mettere al mondo il mondo, la Chiesa, il presente e il futuro anche al femminile.
«A lei interessava soprattutto cambiare la chiesa, una baracca burocratica e super-gerarchizzata che si dimentica delle prerogative femminili. A me interessa il femminismo, così ho preso l’iniziativa di queste lezioni, un esempio di assunzione di autorità».
Oggi ci sarà il primo incontro, alle ore 18; gli altri due si svolgeranno martedì 13 maggio e martedì 20 maggio, sempre alle ore 18, alla Libreria delle donne di Milano, via Pietro Calvi 29.
Prima delle tre lezioni di dottrina cristiana senza imprimatur.
Il soprannaturale è naturale (in che senso è giusto dire che la religione è l’oppio dei popoli), dedicata a Marx e a Simone Weil.
dal 4 maggio al 1 giugno 2014
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Chiara Pergola, a cura di Renato Barilli.
domenica 4 maggio ore 16:00 – Inaugurazione dell’opera nel Parco di Sculture, P.zza Matteotti, Santa Sofia.
dal 4 maggio al 1 giugno 2014 – Mostra: Galleria Vero Stoppioni (viale Roma 5).
