dal 17 al 28 giugno 2014
Prima Mostra per Progetto Conflitto, all’Associazione Apriti Cielo!
http://www.apriti-cielo.it/prima-mostra-progetto-conflitto/
Le opere esposte esprimono diverse forme di conflitto rappresentate con immagini, poesie, fotografie. di
K.Bohr, M.Borgese, M.Cuman, O.Garbin, H.Gritsch, N.Magnabosco, M.Magni, C.Mori, R.Roli, L.Ruggieri, R.Veronesi
Sponsor Trust NEL NOME DELLA DONNA
Inagurazione della mostra accompagnata da un’esibizione Canora del duo “SCALA MINORE NAPOLETANA”
Scala Minore Napoletana nasce, agli inizi degli anni ’80, dal progetto, nonché dalla personale esigenza, di diffondere la cultura musicale partenopea, evitandone accuratamente la consueta riproposizione in chiave oleografica.
I componenti del gruppo (napoletani, residenti in provincia di Milano da oltre 30 anni) svolgono, da tempo, un’attenta ricerca storico-musicale finalizzata alla costruzione di un repertorio che risulti, al meglio, significativo dal punto di vista espressivo. L’interpretazione canora di Angela Villa, accompagnata dalle chitarre di Franco Ventimiglia, è basata sulla parola in musica, recitata attraverso un’articolazione accurata dei suoni: una parola quasi pronunciata sul suono come impegno per far vivere in modo forte le emozioni contenute in quei suoni.
Finissage con l’esibizione delle allieve e allievi del corso “Conoscere la Voce tenuto in Apriti Cielo! da Francesca Contini http://continifrancesca.blogspot.it/
ASSOCIAZIONE APRITI CIELO! Via Lazzaro Spallanzani 16 -Milano
La mostra si può visitare nei giorni mercoledì, giovedì, venerdi’ e sabato dalle ore 18 alle 20 , oppure su appuntamento telefonando al 3498682453
dal 23/5/2014 al 7/9/2014
Museion – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Bolzano
La mostra e’ costruita attorno a una grande installazione con 350 pendoli che calano dal soffitto seguendo traiettorie diverse. Tra le opere esposte il gruppo di sculture “I tempi doppi” – che da il nome alla mostra – e I cento titoli, un’opera che cambia titolo ogni anno per cent’anni.
Nelle installazioni di Tatiana Trouvé il visitatore è coinvolto fisicamente in situazioni cariche di fantasmi, che oscillano tra il reale, l’immaginario e l’illusorio. Nell’universo creato dall’artista lo spazio della materia e la forma fisica convergono con la dimensione temporale e con la memoria. Razionale e irrazionale sono connessi: come emerge dai complessi disegni scenografici – che testimoniano il suo particolare legame con l’architettura – il contesto concreto allude a dimensioni invisibili.
La mostra a Museion è costruita attorno alla grande installazione 350 Points towards Infinity (2009). 350 sottili pendoli calano dal soffitto e tracciano lo spazio fino al suolo, seguendo traiettorie diverse. La suggestione di un’esile pioggia metallica invade lo spazio, mentre al visitatore rimangono celate le forze invisibili che attirano i fili nelle diverse direzioni. L’opera modifica così l’assetto fisico del quarto piano, ne trasforma l’abituale percezione e apre all’immaginario e al fantastico.
In questa mostra concepita appositamente per Museion Bolzano, l’artista espone 12 opere – fra cui Refoldings, opere-frammento che rinviano agli imballaggi di opere d’arte, il gruppo di sculture I tempi doppi (2012) a cui è intitolata la mostra e I cento titoli, un’opera che cambia titolo ogni anno per cent’anni.
Data la spiccata predisposizione di Tatiana Trouvé a confrontarsi con situazioni spaziali specifiche, il riallestimento di opere preesistenti da collezioni pubbliche e private darà luogo anche alla creazione di nuovi lavori, nati dal dialogo con lo spazio espositivo.
La mostra è in collaborazione con il Kunstmuseum Bonn (30/01– 04/05/2014) e la Kunsthalle Nürnberg (13/11/2014 –8/02/2015).
di Stefania Ragusa
Il 25 maggio se n’è andato (in punta di pipa, come ha scritto qualcuno) Fabrizio Casavola, ideatore e principale animatore del blog Mahalla, che per quasi dieci anni ha raccolto, catalogato, diffuso informazioni e notizie relative al mondo rom. Ai giornali che “contano” la notizia non è arrivata, ma la sua morte rappresenta una perdita immensa per il mondo dell’informazione e per quello dell’attivismo. Per rendervene conto, se non conoscevate Fabrizio, potete leggere l’articolo che Sergio Bontempelli ha pubblicato su Corriere delle Migrazioni poche settimane fa, dando notizia dell’“allargamento” di Mahalla all’Europa, o anche altri, apparsi in rete in queste ore.
Io questa volta, per una volta, voglio utilizzare questo spazio in modo autoriferito e assolutamente personale, per ricordare cosa è stato ed è Fabrizio per me. Spero che la redazione e i lettori non me ne vogliano.
Grazie a lui, e assieme a lui, ho potuto cominciare a capire qualcosa del mondo rom. Con lui sono stata, a Milano, al campo di via Idro, al Triboniano, in quello di via Rubattino. A parlare con le persone, a conoscere la loro quotidianità, a passare il tempo. Non sono mai state visite allo zoo. In via Idro, specialmente. Che, può sembrare sorprendente per un campo, ma aveva una sua grazia bucolica. Pieno di verde, adagiato sulla Martesana. Andarci, in certe stagioni, era un po’ come fare una gita in campagna senza lasciare Milano. Avevo cominciato a farlo anche da sola. Su via Idro Fabrizio aveva scritto un libro . E io avevo avuto l’onore di leggerlo e correggerlo in bozza.
Fabrizio mi ha messo nella condizione di capire molte cose, e quando non ci arrivavo da sola interveniva lui. Per esempio, a proposito del rapporto tra i rom e gli animali, quel loro tenere papere, pavoni, agnellini come animali da compagnia, che sarebbe stato impossibile mangiare. Io non ne avevo idea e, mentre osservavo questa fauna variopinta, facevo considerazioni su come fosse certamente più sana e nutriente la carne di animali allevati in casa, rispetto a quella del supermercato. I bambini mi guardavano attoniti, pensando, probabilmente, che fossi un po’ cannibale. Che tutti i gagi (i non rom) lo fossero. Fabrizio mi ha spiegato la mia gaffe.
Volevo scrivere sui rom. Andando in giro con lui ho realizzato che prima avrei dovuto imparare e capire molte, molte più cose.
Fabrizio era intelligente, colto, riservato, implacabilmente puntuale, terribilmente arguto. Parlava solo quando aveva qualcosa da dire e mai per riempire il silenzio. Per questa ragione poteva mettere a disagio. Ma poi ci si faceva l’abitudine. Si dava molto da fare per i suoi amici rom. Aveva contatti in tutta l’Europa e anche altrove. Faceva divertire i bambini con estemporanee sculture di carta. Ha fatto divertire anche la mia.
Non sottolineava mai l’importanza delle cose che faceva, l’ampiezza di quelle che sapeva. Era un cane sciolto, indifferente a ogni forma di lusinga. E anche alla logica di compromesso che spesso regola le dinamiche dei partiti e delle associazioni. D’altra parte lui non era dentro ad alcuna organizzazione. Aveva scelto di non appartenere. Non gli interessava comandare. E, come osservava Rousseau, è assai difficile obbligare all’obbedienza chi non ama comandare.
Al suo funerale, aveva scritto, avrebbe voluto che venisse suonata la sigla italiana di Stanlio e Ollio.
Ma è successo tutto così in fretta che probabilmente non è stato possibile organizzare. Però è stata suonata Bella Ciao e poco prima Djiana Pavlovic ha intonato un canto rom. C’erano molte persone. C’era Paul Polansky che non se l’è sentita di parlare. C’erano rom e gagi, mescolati e indistinguibili. È stato un bel funerale. Lui lo avrebbe fotografato dall’inizio alla fine. E poi, a stretto giro, lo avrebbe caricato su FB e fatto i tag agli amici.
Non so quali fossero le sue convinzioni religiose. Ma conosco le mie, e ho la presunzione di ritenerle fondate. Per questo penso che ci rivedremo in un bel posto, in buona compagnia. Arrivederci Fabrizio.
Circa 8 anni fa, alcuni di noi hanno scritto un testo intitolato “La violenza contro le donne ci riguarda”. Muovevamo dalla consapevolezza di una problematica che nelle sue diverse forme, da quelle più esplicite e drammatiche a quelle più sottili e difficili da riconoscere, interrogava la nostra cultura, le nostre abitudini e le nostre stesse relazioni, senza possibilità di proiettare il problema su categorie altre (persone di culture diverse, o portatori di difficoltà psicologiche o sociali). Recentemente siamo stati portati a riflettere ancora più in profondità su questa intuizione da cui siamo partiti.
Un membro della nostra associazione, infatti, è stato accusato dalla sua ex compagna di essersi reso responsabile di violenze psicologiche durante la relazione, cioè di aver avuto atteggiamenti arroganti, prevaricanti, umilianti e di continua svalutazione, generando in lei una situazione di profonda sofferenza. Alcuni di noi, venuti a sapere della situazione, si sono attivati per incontrare e ascoltare separatamente i protagonisti della vicenda, per comprendere a fondo l’accaduto, cercando di contribuire a fare un po’ di chiarezza e a creare momenti di riflessione e di ripensamento, nonostante i punti di vista e i vissuti radicalmente differenti delle persone coinvolte. L’accusato infatti per parte sua considera ingiuste le accuse e interpreta l’accaduto alla luce di una conflittualità che si è esacerbata con la conclusione del loro rapporto.
Chi tra di noi si è più impegnato nell’ascolto delle persone coinvolte ed in particolare nel confronto continuato a più riprese con il nostro associato lo ha fatto in primo luogo sulla base di relazioni di amicizia e stima, ma anche in quanto parte di un’associazione che da anni conduce una riflessione sulle molteplici forme di violenza maschile – dalle più eclatanti alle più sottili, da quelle fisiche a quelle psicologiche – che attraversano le relazioni tra i sessi e che ci devono interrogare quotidianamente e personalmente.
In questi mesi di confronto diverse persone che collaborano con la nostra associazione o hanno rapporti con alcuni di noi, ci hanno chiesto di scrivere articoli o commenti, o di intervenire pubblicamente sulla vicenda per non dare adito a ipotesi di rimozione. Finora lo spirito in cui ci siamo mossi è stato piuttosto quello delle relazioni in presenza, sulla base del confronto diretto con le persone coinvolte; il che richiede cura, capacità di ascolto e sensibilità, la capacità di riconoscere le differenze che ci attraversano, le divergenze d’opinione, nonché il coraggio di praticare il conflitto anche tra di noi. Ma mentre il percorso delle persone coinvolte deve continuare con le modalità più opportune di condivisione, accompagnamento e confronto, senza trascendere o degenerare in colpi a distanza o in facili tribunali virtuali, la vita e il lavoro dell’associazione devono poter continuare liberamente al fine di apprendere e maturare sulla base anche di simili esperienze.
Nelle prossime settimane e mesi organizzeremo dunque dei momenti di riflessione con tutti gli amici e le amiche sensibili e impegnate su questi temi su alcune questioni fondamentali per il lavoro che come associazione stiamo conducendo sulla violenza: per esempio quali segni o tratti ci permettono di comprendere quando nelle relazioni ci si trova davanti a divergenze di aspettative e conflitti di coppia e quando occorre riconoscere delle forme di violenza e di maltrattamenti psicologici? Che modalità ci si può dare tra uomini e donne per vivere il conflitto in maniera rispettosa? In che misura siamo capaci di tenere insieme nelle nostre vite la riflessione pubblica sulla maschilità e la violenza e la capacità di modificare in profondità noi stessi e le nostre relazioni? Che forme di intervento ulteriore si possono dare le associazioni di uomini della nostra rete per condurre una riflessione personale, associativa e politica su questi temi oltre quelle che già conosciamo e sperimentiamo abitualmente ovvero spazi di condivisione, gruppi di ascolto e di autoaiuto, pratiche di narrazione autobiografiche di sé, momenti di scrittura ed elaborazione collettiva, incontri pubblici ecc.
Un grazie a chi vorrà aiutarci e sostenerci in questo percorso di riflessione.
(Questo testo è nato dalla condivisione delle persone di Maschile Plurale che hanno seguito più da vicino questa vicenda)
Care amiche,
Desidero sentitamente ringraziarVi per la bellissima presentazione del libro curata da Carla de Petris di ieri sera.
Mi sono sentito veramente a casa mia ed ho potuto godere della vostra calda e simpatica ospitalità. Un ringraziamento particolare alle bravissime cuoche, alla prof.ssa Muraro per l’appassionata presentazione e a tutte quante per la perfetta organizzazione della serata.
Con la speranza di incontrarci nuovamente un cordialissimo saluto.
Salomone Belforte & C
Guido Guastalla
Con riferimento all’incontro Maria Edgeworth e il suo romanzo che si è svolto al Circolo della Rosa della Libreria delle donne di MIlano il 31 maggio 2014 per la presentazione del libro Harrington, pubblicato nel 2012 ed edito da Belforte Salomone
di Marta Equi
Mi ricordo benissimo il divano rosso e i miei piedini che arrivano appena al bordo, a guardare il cartone in cassetta de La Bella Addormentata nel Bosco. L’avrò vista decine e decine di volte, di seguito, da sola. Chiamavo mia mamma solo quando Ciaikovskij mi preannunciava che stava arrivando Malefica. Lei stava con me solo fino a che la musica se ne andava, poi con uno sguardo la liquidavo. Dovevo vedere da sola trattenendo il fiato quel cartone che mi appassionava. La cosa che più ho amato di questa storia è la frase di una delle fate: Malefica non sa niente dell’amore. Una verità preziosa che ancora oggi mi risuona dentro: il male è assenza dell’esperienza dell’amore.
Sono passati un po’ di anni ma la passione per i cartoni animati è rimasta, perché sono racconti che nascondono poesie, percorsi dell’anima, archetipi e sogni. Tutto sotto le spoglie di cose per bambini. Eppure certe cose scavano scavano, parlano… non importa quale sia il mezzo o la qualità del prodotto, certe cose vivono.
È questo quello che è successo in Maleficent, il recente film della Disney, che racconta la fiaba classica secondo il percorso di vita di quella che siamo stati abituati a vedere come la perfida cattiva. Posto che sono ben consapevole che non si può guardare Maleficent con occhi naif: è un film della Disney, grande produzione, alto budget e attori famosi, eppure, c’è qualcosa che risuona, anche qui dentro…
Che gioia all’uscita del cinema: Maleficent è un film sulle donne! È un film sulla vicinanza che le donne hanno con il cuore selvaggio del mondo, un film sul rapporto tra madre e figlia e sulla forza e felicità che può scaturire da questo rapporto.
Maleficent è una fata bambina innamorata delle cose, che vive in simbiosi con la natura e le stagioni. È bellissima ma vagamente inquietante, è più grossa delle altre fate, colorate e graziose, che infastidisce con le sue magnificenti ali nere di aquila forte. Ali che usa per volare accarezzando l’acqua, per raggiungere le nuvole e stagliarsi, con l’oceano dentro, con il petto offerto al cielo e alla luce.
Malefica si distacca leggermente dal suo lato vivo e animale per poter innamorarsi di Stefano, un ragazzo umano di umili origini molto affascinato da lei.
Malefica parla con gli alberi e difende con forza e amore la sua bellissima brughiera, oggetto di desideri di conquista da parte del re. La sua forza deriva dalla sua simbiosi con le creature dell’ombra e del bosco che la conoscono e che lei conosce, e in questo affidamento reciproco con la natura Malefica sconfigge il borioso e vecchio re e la sua armata.
Stefano cresce e brama il potere e per poter diventare re, dopo aver ingannato e drogato Malefica compie un atto terribile: le taglia le ali.
Malefica si veste di dolore e ghiaccia la brughiera, sottomette gli esseri magici che ora la temono come loro padrona, infittisce la foresta, nera ed impenetrabile, che separa il suo mondo da quello degli umani. E, ovviamente, lancia la maledizione che tutti conosciamo su Aurora, la figlia di re Stefano: quando aurora compirà 16 anni si pungerà con un fuso di un arcolaio e cadrà in un sonno simile alla morte che solo il vero amore risveglierà, tanto, pensa Malefica dolente, il vero amore non esiste.
Aurora viene nascosta nel bosco dal re, affidata alle tre fatine gioiose ma imbranate che dovrebbero proteggerla e nasconderla fino al giorno del suo sedicesimo compleanno, e che non si accorgono che in realtà Malefica è sempre presente. La gioia non è nulla se non accompagnata dalla conoscenza, se non è conquistata.
La bambina cresce seguendo un percorso simile a quello di Malefica, in relazione con la vita del bosco, che grazie a questa rinata attenzione inizia piano piano a risvegliarsi e disgelarsi, e così anche Malefica viene toccata e scaldata dalla presenza di questa bestiolina, che le si affida e le dice so che sei sempre stata con me anche quando non ti vedevo.
Malefica, aiutata dal suo daimon: un corvo ironico e fedele che lei trasforma in uomo lupo o drago a seconda del bisogno, è sempre lì per lei, la guarda, veglia giorno e notte sulla bambina. Attraverso le scoperte di questo esserino gioioso Malefica piano piano riacquista memoria del suo amore per la foresta, e speranza.
Il bacio che sveglia Aurora non è quello del principe, ma quello della madre che le chiede perdono per la maledizione che ha scagliato e la ringrazia, le dice non ti abbandonerò mai più… Aurora si sveglia ed è proprio lei a liberare le ali di Malefica e a ri-donarle la sua connessione con il mondo vivo.
Io sono cresciuta con la storia della principessa che vive con le tre fatine impacciate ma buone, dolce Aurora che è amica del bosco e che viene salvata da un principe che attraversa la selva e uccide il drago per lei. Oggi mi formo con la fiaba di Maleficent, donna che vive nella foresta, che è fertile o letale in armonia con il suo cuore, esclusa per la grandezza delle sue ali e la profondità del suo volo, che è libero e tocca il sole, che si lascia strappare le ali ma le ritrova riconnettendosi alla bambina, sua figlia, la propria stessa anima.
Malefica forse, sa qualcosa in più dell’amore, sa la vita.
di Franca Fortunato
Se nel 2007 in tanti comuni italiani, primo quello di Firenze, venivano emanate ordinanze per cacciare dalle strade i lavavetri in nome della “sicurezza” e del “decoro urbano”, assecondando così i sentimenti di paura, insicurezza e frustrazione che oggi come allora attraversano gran parte del corpo sociale, oggi assistiamo a Catanzaro all’emanazione di un’ordinanza contro l’“accattonaggio”, cioè contro i poveri che per sopravvive chiedono le elemosine. Anch’io, che vivo in questa città, ne ho incontrati tanti, in questi anni, giovani e meno giovani, donne, uomini, bambine e bambini. Non li ho mai guardati con fastidio, né li ho sentiti come tali, neanche quando la vita mi rendeva triste o arrabbiata. A volte, questo sì, ho provato imbarazzo di fronte a una povertà così grande da ricorrere all’elemosina. Mi sono sempre rivolta a loro con curiosità, per conoscere storie e vicende umane di donne e uomini, a cui è capitato di vivere in un mondo che prima li rende poveri, e poi vorrebbe cacciarli, respingerli, renderli invisibili per placare il proprio senso di colpa. A volte, negli occhi di tante e tanti ho visto rassegnazione, ma anche grande dignità – come nel Samuel di cui hanno parlato su questo giornale i giovani volontari del Centro Polivalente per i Giovani – nel mettere avanti il cappello e chiedermi qualche spicciolo. Qualcuna mi ha chiesto anche una pentola o un vestito. Capisco le motivazioni che spingono molti a essere d’accordo con l’ordinanza del sindaco. Anni di crisi hanno reso la gente sempre più fragile, perché si sente minata nelle proprie sicurezze per la precarietà del lavoro, per i problemi economici che quotidianamente si trova ad affrontare, per la prospettiva di un futuro che sente incerto, e così proietta la propria paura della povertà sui poveri. Credo però che compito di chi amministra, se ha veramente a cuore la civiltà dello stare insieme, non è quello di assecondare quei sentimenti, ma di interrogarli e lavorare per placare quelle paure, per insegnare a restituire dignità e umanità a chi è ridotto e ridotta alla condizione di supplice, per trovare parole sensate, dette per liberare, sciogliere conflitti, tagliare schemi. […] I poveri non si combattono, la povertà sì. È questa l’ordinanza che dovrebbe emanare ogni sindaco che ha cuore la civile convivenza – che è l’unica che rende onore a una comunità – con l’altro/a diverso/a da noi. Sindaco ritiri quell’ordinanza e si assuma la responsabilità di governare i sentimenti negativi della sua comunità. Si faccia aiutare dalle tante donne e uomini che in questa città sanno, per esperienza, della bellezza delle relazioni e delle buone pratiche di convivenza.
(Il Quotidiano della Calabria, 23 maggio 2014)
di Luigi Mariano Guzzo
RISPOSTA DI LUIGI MARIANO GUZZO A FRANCA FORTUNATO PUBBLICATA SU IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA IL 04.06.2014 ECCO DOVE SONO I CATTOLICI
È PUNGENTE la domanda con la quale Franca Fortunato dà l’incipit alla riflessione di ieri su Il Quotidiano della Calabria: “Dove stanno i cattolici in questa città”.
Un interrogativo più che legittimo. L’ordinanza del sindaco sul “divieto di esercitare attività dedita all’accattonaggio”, dello scorso 16 maggio, “grida” giustizia dinnanzi al Vangelo. A quel Vangelo che, per l’appunto, propone la salvezza a chi guarda al prossimo in difficoltà, affamato, in carcere, con gli occhi di chi si trova faccia a faccia con Dio; perché “qualunque cosa abbiate fatto al più piccolo di questi miei fratelli lo avrete fatto a me”, insegna il Rabbi di Nazareth. D’altronde lo stesso Gesù dai farisei del tempo era visto quasi come un questuante. E se oggi Egli abitasse i marciapiedi della nostra città, come duemila anni fa ha abitato i marciapiedi della Galilea e della Giudea, sarebbe stato certamente anch’egli colpito con i suoi discepoli dall’ordinanza del nostro primo cittadino. Il cristiano deve sempre ricordare a se stesso e agli altri che non i riti, non la morale, non i libri di teologia, ma i poveri, solo e soltanto loro, sono il cuore del messaggio evangelico: ce l’ha detto anche quest’anno il nostro arcivescovo monsignore Vincenzo Bertolone, con una lettera pastorale dedicata proprio alle opere di misericordia. Lo stesso Pastore ha pure provveduto alla promozione di un fondo sociale per l’aiuto alle persone indigenti denominato “Boccone del Povero”. Una storia che si ripete. È dagli inizi dell’esperienza unitaria che in Italia si tenta di frenare il fenomeno dell’accattonaggio a colpi di interventi autoritativi.
Le ragioni addotte si susseguono, dall’ordine pubblico alla tutela della salute, fino all’arredo urbano. Senza pensare però che in tal modo si mette soltanto la polvere sotto il tappeto, laddove invece sarebbe meglio promuovere politiche economiche e sociali sul lavoro, sulla famiglia e sulla previdenza. Se la Costituzione italiana, nel suo articolo 2, parla di “doveri inderogabili di solidarietà sociale”, il principio solidarista funzionalizza l’intero ordinamento giuridico; e basta questo per fare apparire l’ordinanza “anti-accattonaggio” non soltanto contraria al Vangelo, ma, ancor di più per quello che interessa la società civile, contraria ai principi fondamentali della Costituzione italiana. Con la crisi economica in atto dal 2008, anche a Catanzaro è aumentata e aumenta la povertà. La gente perde il lavoro, va a finire in cassa integrazione, non ha i soldi per sostenere sé e la famiglia. Il divieto di chiedere l’elemosina pesa come un macigno su tanti che non sanno come tirare a campare; quando purtroppo la povertà di molti, anche nel Sud Italia, è il prezzo della ricchezza di pochi.
Dove sono i cattolici? Si domandava ieri Franca Fortunato. Alcuni sono tra le cucine delle mense dei poveri a preparare un pasto caldo a quanti bussano alle porte delle chiese, altri sono a distribuire viveri al banco alimentare, altri ancora a dare una mano nei centri di ristoro e di accoglienza. C’è pure chi – come Franco Cimino – su queste stesse colonne ha avuto il coraggio di urlare la sua indignazione. Ma è vero, molti altri cattolici mancano all’appello. È altrettanto fuori discussione che la Chiesa, che a me appartiene, deve stare ai margini delle strade tra i poveri, per condividere con loro ansietà, difficoltà e problemi, così come mostra tutti i giorni la sensibilità pastorale di papa Francesco. Perché è tra i poveri che noi cristiani troviamo il nostro Dio. Tra gli ultimi, senza vergogna, con il Vangelo in mano, ci dovremmo sentire davvero tutti accattoni. Intanto, ieri come avantieri, ho donato qualche euro a degli amici che mi hanno teso la mano su Corso Mazzini. Ho forse favorito una condotta illecita? Ditemi voi se questa è disobbedienza civile o giustizia sociale… io, da uomo e da cristiano, ho già la mia risposta.
(il Quotidiano della Calabria, 4 Giugno 2014)
Articolo di Franca Fortunato:
https://www.libreriadelledonne.it/i-poveri-non-si-combattono-la-poverta-si/
Gemma Beretta ha ricostruito la vita, le idee e la fine orribile di una
straordinaria «caposcuola» del pensiero neoplatonico nella tarda antichità
di Massimiliano Chiavarone
Una donna su un carro percorre le strade di Alessandria d’Egitto per fare ritorno a casa. Un gruppo di monaci cristiani la sorprende, la tira giù dal mezzo, la trascina fino a una chiesa, fa del suo corpo macelleria, uccidendola con bastoni e cocci e poi smembrandola. Infine quegli stessi uomini, sulla carta di fede, prendono i miseri resti sanguinolenti e li bruciano per cancellare ogni traccia. È la sorte toccata a Ipazia, la filosofa e scienziata vissuta tra il IV e il V secolo. Ipazia
Il suo caso costituisce uno dei più efferati femminicidi di matrice cristiana della storia. La vicenda è raccontata da Gemma Beretta in Ipazia d’Alessandria (Editori Riuniti/University Press, pp. 320, e 20). Questo bel libro è una scrupolosa ricostruzione storica della vita e delle idee della martire del paganesimo e della libertà di pensiero, supportata da un uso approfondito delle fonti antiche.
La lotta tra pagani e cristiani
Beretta sottolinea che l’omicidio maturò nell’ambito della lotta per la supremazia tra pagani e cristiani da un lato e del prevalere del potere cosiddetto «spirituale» su quello temporale dall’altro, inteso come «scontro senza mediazioni tra il potere ecclesiastico locale e il potere civile cittadino». Il fulcro del conflitto nel V secolo fu Alessandria, centro della cultura pagana e dunque «laica», cioè un barile di polvere da sparo in cui bisognava solo innescare la miccia. In corso epocali cambiamenti geopolitici che porteranno alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, alle invasioni barbariche che riguardavano anche l’Impero romano d’Oriente (come la sconfitta di Adrianopoli, nell’odierna Turchia, del 378) e alla supremazia del Cristianesimo. Il primo evento che ne sancì l’affermazione fu l’Editto di Milano del 313, dell’imperatore Costantino I: stabiliva la libertà di culto, interrompendo le persecuzioni contro i cristiani, ma di fatto privilegiava la loro religione a scapito delle altre. Poi il Concilio di Nicea del 325 formulò i fondamenti dell’ortodossia cristiana. L’Editto di Tessalonica del 380 dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale dello Stato nella forma definita «cattolica». Inoltre riconosceva il primato delle sedi episcopali di Roma e di Alessandria in materia di teologia.
La «soluzione finale»
E questo atto inaugurò una specie di «soluzione finale» per il paganesimo con i decreti teodosiani emessi tra il 391 e il 392 (il primo dei quali firmato da Teodosio a Milano) e ispirati da Ambrogio. Infatti, scrive la Beretta, «rientravano nella politica di scambio tra Chiesa e Impero» inaugurata proprio dai due. Cominciò la distruzione dei templi pagani insieme alle persecuzioni e prese slancio la filosofia cristiana con Agostino. Qui si inserisce la storia di Ipazia, nata ad Alessandria e figlia di Teone, uno dei più grandi matematici dell’antichità. Lei stessa, educata dal padre, divenne un punto di riferimento non solo nella filosofia, ma anche nell’astronomia, assurgendo a terza grande caposcuola del platonismo dopo Platone e Plotino. Ma il suo insegnamento rivolto a tutti, la sua cultura, il fatto che a lei chiedesse consiglio il prefetto romano Oreste, la fecero emblema di un ideale di vita e di politica antitetico alla visione degli episcopi, basato «piuttosto che sul potere che viene dall’essere anello di una scala gerarchica, sull’autorità che viene dall’intelligenza sul mondo e dal coraggio nell’esporsi». La prese di mira il vescovo Cirillo, che la riteneva responsabile della sua mancata riconciliazione con Oreste. E di fatto ispirò lo scempio che nel 415 di lei fecero i monaci, in realtà «corpo di polizia degli episcopi». Un delitto atroce, rimasto impunito, e di cui sarebbe il caso ora, anche se a secoli di distanza, di riconoscere le responsabilità morali.
2 giugno 2014
Corriere della Sera
di Della Passarelli
«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà».
Rubo la frase a Peppino Impastato perché mi sembra la migliore per scrivere questo post, sui “soliti” miei temi, l’ostinazione a pensare che è sempre più urgente ripartire dalla cultura e dalla formazione, soprattutto quella dei più piccoli – che cresceranno – per ripartire.
Insegnare la bellezza significa aprire biblioteche, nelle scuole e nelle strade. Significa sollecitare i governi a farlo (e mi chiedo perché ancora oggi le bblioteche della mia città, Roma, non abbiano ancora un consiglio di amministrazione, e giri un appello proprio in questi giorni), ma anche partecipare alla loro apertura, al loro consolidamento e alla loro diffusione.
Insegnare la bellezza partecipando impegnandoci, mettendoci insieme, per contribuire alla crescita del nostro paese, della nostra Repubblica che da poco ha festeggiato i suoi 68 anni. E che nella sua Costituzione ha ben messo in evidenza il concetto di partecipazione e quello dell’equilibrio tra diritti e doveri dei cittadini.
Insegnare la bellezza, attraverso libri, letture che sono, oggi più che mai, veicoli trasgressivi di pensiero, di pausa e di riflessione. Insegnare la bellezza perché la cultura della corruzione, della furbizia, venga spazzata via, opponendo conoscenza ad ignoranza, cura a superficialità. Per non tollerare più quegli “adulti irresponsabili” che – con sfrontatezza – hanno tralasciato di occuparsi della formazione delle nuove generazioni, della scuola, dei suoi edifici e del suo contenuto. Privilegiando l’“asfaltare campagne per la comodità degli elettori” (Maria Pia Valediano, la lezione che viene dal degrado, Repubblica 1/06), intascando soldi per i propri comodi o gestendo potere per accrescere il proprio e non il benessere sociale del paese.
Pensiero, conoscenza, cultura sono forse le uniche armi che abbiamo per risalire la china. Per non tollerare più quegli adulti sfrontati. Per farli andar via con sollievo, come fa Matilda con i suoi genitori (Roald Dahl).
Ma gli adulti responsabili invece sanno e possono mettersi insieme, per insegnare la bellezza, anche se apparentemente si occupano di cose diverse: di ambiente, di lotta alla mafia, di sostegno ai più deboli. Ne sono esempio due progetti concreti promossi da Ibby Italia.
La Biblioteca della Legalità è nata in collaborazione con Libera, AIB Associazione Italiana Biblioteche – sezione Marche, ANM Associazione Nazionale Magistrati – sezione di Pesaro, il Comune di Isola del Piano e l’Associazione Fattoria della Legalità, per diffondere nelle scuole e nelle biblioteche una serie di titoli (ora sono in rete i primi 101) che possano diffondere tra i più giovani “la cultura delle legalità e della giustizia”. È una “biblioteca” da promuovere, da far vivere nelle scuole, perché tutti i ragazzi possano accedervi. E possano sradicare quella cultura della corruzione, perché solo così possiamo cambiare rotta.
E poi la Biblioteca di Lampedusa (della quale ho raccontato agli inizi del progetto in alcuni post). La biblioteca che verrà, appunto.
Che spero tanto possa realizzarsi presto. Lampedusa è un simbolo di un’Italia che pur avendo giovani da formare non ha libreria, biblioteca, teatro, cinema (attenzione, non è l’unico luogo del nostro paese ad essere in queste condizioni!) A Lampedusa ci sono localini aperti in estate e sale giochi tutto l’anno. E ci sono oltre mille bambini e ragazzi. Italiani, per la cronaca.
Il progetto Ibby per Lampedusa non solo ha messo in moto tutte le altre sedi Ibby facendo arrivare a Lampedusa i migliori libri “senza parole” della produzione per ragazzi del mondo, ma ha messo insieme diverse associazioni tra cui Legambiente, Libera, Amnesty International Italia, AITR (Associazione Italiana Turismo Responsabile), Terre des hommes per progettare e pensare la Biblioteca. La sindaca di Lampedusa ha colto immediatamente l’importanza di avere una biblioteca ragazzi nell’isola e ha fornito la sede perché potesse essere insediata. Ha compreso bene quello che Antonella Agnoli scrive da tempo e ribadisce e rinnova nel suo ultimo libro: La biblioteca che vorrei. La biblioteca, “piazza del sapere”, investimento sul futuro, non sul passato. “Luogo terzo” aperto alla socialità informale, come un tempo lo erano i caffè, i bar, le osterie, non più immaginabile come luogo chiuso e polveroso che fornisce prestito, ma luogo aperto, in cui possono convivere diversi servizi, in cui le persone possono trovare silenzio e concentrazione, ma anche incontrarsi, trovare soluzioni, scambiarsi opinioni.
Come si fa già in alcune biblioteche, magari nate dal volontariato piuttosto che dal pubblico, come quella delle Balate di Palermo, anche questa coinvolta nel progetto di Lampedusa. Una biblioteca che contribuisce a quell’“apprendimento collettivo”, punto di partenza necessario per la buona salute democratica del nostro paese ma anche per la crescita economica e sociale del territorio. Far sì che la Biblioteca per Ragazzi effettivamente venga realizzata significa dare un segno forte di esempio per tutto il paese. Anche se occuparsi di libri e ragazzi sembra sia poco di moda, sono certa che gli adulti responsabili coinvolti nel progetto, faranno in modo che questo diventi concreto.
Partecipare è alla base di una campagna nazionale che si sta allargando sempre di più. Nata da un’idea condivisa tra un gruppo di editori indipendenti, librai, esperti di letteratura per ragazzi, è stata accolta dall’Associazione Italiana Editori con il nome di Amo chi legge. Il meccanismo è semplice, quasi la scoperta dell’acqua calda: librerie e scuole (e anche biblioteche pubbliche) si gemellano, elaborano insieme, in base alle proprie competenze una lista ideale dei libri che serviranno alla propria biblioteca e ci si dà da fare perché sempre più cittadini vadano in libreria ad acquistare libri per quella realtà. Si diventa azionisti di una biblioteca, azionisti di futuro. Sul sito si trovano suggerimenti di liste, e tutti i materiali scaricabili per diffondere i propri gemellaggi.
La partecipazione dei cittadini (dal genitore al fornaio, dalla farmacista al benzinaio) colma sì un vuoto delle istituzioni, ma nello stesso tempo le sollecita e può sentirsi orgogliosamente responsabile di contribuire alla crescita del proprio territorio e del proprio paese. L’augurio è che i gemellaggi continuino a crescere perché – in barba agli adulti irresponsabili che ignorano il valore di costruire futuro – si rafforzino e nascano tante biblioteche, più di quanto possiamo immaginare.
Perché, sono convinta, possiamo insegnarla la bellezza. Abituare alla riflessione, alla pausa, anche in un mondo dove tutto sembra andare troppo veloce. Offrire stabilità, in un momento in cui tutto è sempre più precario e fragile. Questo il nostro compito di adulti responsabili.
Consigli di lettura.
Naturalmente La Biblioteca che vorrei, sopracitata. Lettura che consiglio a molti dei nostri governanti e amministratori, anche allo staff del “mio” sindaco, Marino.
E poi
Erich Kastner, La conferenza degli animali
David Almond, Il grande gioco, Salani, 2013
Un paio di consigli adulti, di due scrittrici a me care: Patrizia Rinaldi, Rosso Caldo, in uscita nei prossimi giorni per E/O (della Rinaldi, per ragazzi, a proposito di scuole che crollano per incuria e corruzione, c’è Piano Forte, in ristampa per Sinnos in questi giorni) e Maria Beatrice Masella, Mare di Argilla, uscito ora per Edigrafema: libro che ho letto in bozza molto tempo fa e che finalmente ha trovato casa.
Buona lettura!
Da madre di una piccolina di quasi sei anni mi devo tenere aggiornata sulle tendenze di tendenza. e quindi il cinema è una palestra di saperi e culture che rivisito puntualmente.
Orbene, la fata/strega Malefica «Maleficent» non solo scopre il suo istinto alla cura e all’amore, e lo fa senza diventare necessariamente una causa di diabete per tutte noi, ma è l’unica che sa/riesce dare il bacio di vero amore che scioglie l’incantesimo, dai lei gettato, sulla principessa Aurora.
Un bell’endorsement per la famiglia non tradizionale, e una bella scossa per chi crede che l’amore abbia a che vedere con il sangue e il Dna.
Il principe c’è, è un tenero amore, ma alla fine non va e non funziona. Non salva, soprattutto.
Il re e padre è governato dalla legge dell’odio e del possesso. Insomma gli uomini non hanno il tradizionale ruolo salvifico.
C’è poi «Brave», dove la madre salva la figlia e la figlia salva la madre.
La madre riscopre la sua natura selvaggia e non domata ma anche più autentica. Per chi ha letto Donne che corrono con i lupi il nesso appare immediatamente.
E la figlia cresce salvando e imparando ad amare sua madre, come primo oggetto di amore e riconoscibilità di/per se stessa e dell’altro/alterità, e poi imparando a mediare e ad aver cura.
Gli uomini fan da simpatico corollario, anche qui non sono protagonisti, sono un po’ caciaroni e simpatici, e di fondo leali; ma sono uomini non ancora “pronti” e in ciò ricordano a tutti che il tempo dell’amore arriva al momento giusto, quando ci si è salvate, quando si è intere.
E poi s arriva a «Frozen». Dove ancora una volta l’amore protagonista e che salva è quello… tra le due sorelle; non salvano gli uomini, non lo riesce a fare il principe (che è pure traditore), e nemmeno il simpatico tagliatore di ghiaccio.
L’amore c’è, ma è quello tra le sorelle; che rappresenta un altro livello di rapporto affettivo capace di salvare; e con questo sbaragliamo anche la tradizionale leggenda dell’invidia tra sorellastre di Biancaneve, e ci riappropriamo della lealtà fraterna di Hansel e Gretel o Pollicino .
Non manca l’amore tra uomo e donna, non preoccupiamoci, ma resta nello sfondo, non è salvifico. Resta una potenzialità che si realizzerà, certamente, è ovvio, quasi ancora scontato, ma non immediato.
Insomma l’amore e il lieto fine sono cambiati, non è il principe che porta via dai nani una stordita Biancaneve, insomma prima della coppia arriva qualcosa di altro, serve altro.
Arriva il salvarsi, il ritrovare l’amore che c’è, in un femminile complice e non nemico, non competitivo, e che risponde alla legge dell’amore, della cura, dell’imparare a proteggere, superando odi e vendette, affrontando paure, fasi di crescita, anche usando proprio dono di “fare male” in modo positivo, (il dono del ghiaccio in Frozen), o gestendo con cura il proprio “potere”.
E gli uomini?
Ci sono e, io credo, possano grazie a questo femminile che ci viene riconsegnato de-banalizzato e autentico, cimentarsi nella stessa prova straordinaria.
Le donne si salvano da sole, imparano ad amare, aspettandosi la reciprocità.
Mi immagino come un processo bello, per gli uomini, questo mirato a cercare o ritrovare la propria interezza, i propri codici di amore e cura, insomma la propria strada che incontri quella delle donne, che decideranno di amare.
Da Ora per allora, Per amore del mondo n.13, 2014
Presentazione di Tam tam di Vita Cosentino
presso il Circolo della Rosa
Verona 23 aprile 2013
L’ispirazione da cui questo piccolo libro nasce è la gratitudine. L’autrice lo dichiara in chiusura, nell’ultima pagina. Lo indirizza in senso proprio, anche se usa l’anonimato, a tutte le persone che le sono state vicine durante la malattia, a partire dalle prime ore, da quella mattina veronese in cui invece di poter raggiungere l’aula dell’Università di Verona dove era attesa una sua relazione su lingua bene comune, si è trovata paralizzata al Neurologico di Borgo Trento. Da quelle prime ore ad oggi una piccola folla di persone l’ha circondata e le è rimasta vicina, sostenendola e cercando con lei nuovi modi di stare insieme, di creare occasioni di ritrovarsi, per far sì che ciò che di terribile era
accaduto all’amica, non dovesse significare anche la fine della relazione, della sperimentata fecondità dello stare insieme.
Nel libro si parla, si racconta della malattia, ma in primo piano appaiono le altre: le amiche e gli amici di una vita, ma anche i nuovi incontri nei nuovi contesti che la malattia costringe a frequentare. Leggendolo conosciamo il dolore, ma anche la sorpresa, la gioia, la conferma di ritrovarsi all’interno di una corrente vitale d’amore.
È un libro dunque scritto, all’insegna della gratitudine. E qui farò un passo a lato, autorizzato dal nostro, di Vita e mio, continuare a pensare insieme – che va avanti direi dal ’94, quando abbiamo cominciato a ridiscutere insieme la nostra esperienza di insegnanti e a farne materia di quella pratica politica che ha preso il nome di autoriforma gentile della scuola.
Alcuni giorni fa leggevamo il libro di Françoise Dolto, I Vangeli alla luce della Psicanalisi La liberazione del desiderio1, Vita era mia ospite, come qualche volta accade, e come sempre era un’occasione di confronto.
Mi aveva colpito la lettura che Françoise Dolto propone della parabola del buon Samaritano.
Gesù viene interrogato da un uomo di legge che gli chiede Chi è il tuo prossimo? – ricordate che il comandamento dice: ama il prossimo tuo come te stesso – e Gesù risponde con una parabola: c’è un uomo ferito, quasi morente, sul ciglio della strada, i briganti l’hanno derubato e bastonato. Passano due uomini religiosi – un sacerdote e un levita, lo vedono ma non si fermano, passa un Samaritano, uno straniero, ne ha compassione e lo soccorre con le sue mani e con il suo denaro. Chi è stato il
suo prossimo? chiede Gesù, all’uomo di legge che l’ha provocato. Il suo prossimo è stato il Samaritano, riconosce l’uomo di legge, e Gesù conclude: Va e fa altrettanto. Di qui
l’interpretazione corrente: Gesù comanda la caritas, l’amore e l’aiuto verso il prossimo sofferente, anche se questi è uno sconosciuto, anche se non appartiene alla tua tribù, alla tua religione o alla tua gente. Gesù ci insegna l’amore universale.
Dolto accusa questa lettura di moralismo e rovescia la posizione del soggetto. Il prossimo che la parabola ci insegna a riconoscere non è il ferito, è invece il Samaritano che si è fatto prossimo: letteralmente si approssimato, si è avvicinato al ferito. E la parabola non insegna a compiere opere caritatevoli e occuparci personalmente di tutti i bisognosi che incontriamo, insegna invece la gratitudine, ad essere grati anche agli sconosciuti, che per qualche loro ragione, quando stavamo per venir meno, ci hanno aiutato a rientrare nella vita. Dolto ribadisce: Gesù non condanna quelli che, per qualche motivo loro, non si sono fermati a soccorrere il ferito, né dà particolari meriti al Samaritano che ha agito con spontaneità, con naturalezza, perché si è identificato con l’uomo
sofferente, Gesù insegna invece la gratitudine nei confronti di chi ci è stato prossimo.
A me ancora stupita davanti a questa interpretazione, Vita diceva sì, è proprio così, ciò che è vitale è la riconoscenza. A rileggerlo in questa luce, questo libretto mostra che la gratitudine, il riconoscimento dell’amore che si è ricevuto e che si continua a ricevere, mantiene chi sta soffrendo, in una corrente di scambio affettivo vivificante che gli permette di evitare, come ad altri invece accade in circostanze simili, di chiudersi in se stesso, di essere soffocato dal rancore, o roso dalla rabbia, dal sentimento di avere subito un’ingiustizia.
La corrente vitale d’amore, di cui questo libro dà testimonianza, ha la sua sorgente nella lei che è la protagonista della vicenda: colpita, ed entrata in una situazione di dipendenza materiale, di bisogno, rimane al centro della sua vicenda ponendosi non come oggetto di cura o di assistenza, ma come soggetto desiderante, capace di mantenere in vita le relazioni intessute in anni di lavoro politico e di annodarne di nuove nei nuovi luoghi che la malattia e la riabilitazione la costringono frequentare.
Questa capacità di partire dal bisogno per alimentare il desiderio e nutrire la circolazione di
relazioni affettive è quello che più mi colpisce del racconto e dell’esempio che Vita ci offre.
Mi pare anche di ritrovare, nella pratica che le permette di gestire con libertà bisogno e dipendenza, una conferma, alta e difficile da emulare, di quello che abbiamo pensato, capito, in questi anni. Insieme abbiamo lavorato con Mag di Verona su La vita all’origine dell’economia 2 e abbiamo ragionato sugli scambi che costituiscono la trama della nostra esistenza di creature dipendenti. Come ci ricorda Ina Praetorius 3 tutti noi esseri umani, uomini e donne, adulti, vecchi, bambini siamo dipendenti gli uni dagli altri e dalla terra, dall’ambiente che ci circonda. E non potremmo vivere, ci ricorda, neppure pochi minuti senza aria e senza amore.
Nella società moderna abbiamo imparato a dimenticare, a nascondere ai nostri stessi occhi, la nostra costitutiva, essenziale, creaturale, dipendenza mediando le relazioni con gli altri attraverso il denaro.
Il denaro è la forma in cui si oggettiva, in modo astratto, la cooperazione sociale dalla quale dipende la nostra sopravvivenza, e il fatto di pagare permette all’individuo che partecipa al mercato di non implicarsi personalmente nelle relazioni di scambio. Abbiamo dunque l’impressione che il mercato ci renda libere.
Il denaro appare essere la salvaguardia della nostra indipendenza: pagare un servizio ci libera da ogni debito di riconoscenza, ci libera dalla fatica di chiedere aiuto, dal peso di domandare un favore, ci dà l’idea di non dovere niente a nessuno. Ci consegna però alla solitudine, a una presunzione di autosufficienza, liberandoci dal sentimento della dipendenza, ci priva però anche della ricchezza della relazione e dello scambio personale. Non essendo autonoma nei suoi spostamenti Vita potrebbe prendere un taxi, non volendo restare sola a casa la notte quando il marito non c’è, potrebbe pagare qualcuna che dormisse lì. Certo il tutto, ogni giorno sarebbe costoso, Vita si sente ricca di molte relazioni, non di molti soldi (come ha detto nel suo intervento al Grande Seminario di Diotima Sono una donna ricca, nell’autunno 2012) 4. Ma il suo rifiuto a entrare in circuito di assistenza mercenaria, ha un’altra fonte, lei teme che questa modalità di sopperire al bisogno, che separa la cura dall’amore, e dal desiderio, finirebbe per tagliarla fuori da quella circolazione amicale ed affettiva che fa sì che la sua esistenza marcata dalla malattia, sia in ogni modo vitale e ricca per lei e per le persone che le stanno vicine.
Ci dà l’esempio di una coerenza degna di ammirazione, che non so quanto saremmo capaci di emulare, perché mentre cercavamo di sottrarci all’obbligo della cura, da sempre richiesta alle donne, si produceva in noi una certa confusione tra libertà e autonomia e si radicava il sentimento che sia meglio non dovere niente a nessuno ed evitare di dovere chiedere. Per Vita dunque il senso della vita sta nella ricchezza delle relazioni, lo era prima e lo è anche adesso: le occasioni che permettono questo sono molteplici come questo racconto dimostra. Il marito che si assenta, un passaggio in macchina per andare a una riunione in Libreria, l’essere accompagnata a fisioterapia o al supermercato, a una mostra, una vacanza al mare, con tutte le difficoltà logistiche che comporta, sono tutte occasioni di compagnia, di allegria, di conversazione, di scambio.
Un’altra annotazione riguarda il suo modo personale di usufruire dell’assistenza pubblica (oltre alle relazioni amicali l’altra ricchezza, che Vita riconosce di avere scoperto di avere, sempre in Sono una donna ricca, è il buon funzionamento delle strutture sanitarie e dell’assistenza medica, infermieristica, di riabilitazione, l’appoggio della psicologa che le viene offerto): anche all’interno della struttura sanitaria la paziente mostra il suo stile particolare: è in grado di contrattare con le infermiere e con le altre pazienti, di inventare stanze da pranzo in reparti dove nessuno ha pensato di crearle. Soprattutto colpisce come il suo porsi come soggetto in una comunicazione autentica e diretta divenga coinvolgente per chi la incontra. La relazione professionale, spesso neutra,
impersonale nel lavoro istituzionale, si trasforma in relazione personale, in amicizia, diviene occasione di scambio. Cambia l’atmosfera per chi lavora e per chi usufruisce della prestazione.
Era quello su cui puntavamo quando ragionavamo sul piacere del nostro mestiere di insegnanti e sull’efficacia del nostro lavoro: anche nell’istituzione, ci dicevamo, bisogna giocarsi la propria soggettività: quando funziona, in barba alle programmazioni standardizzate, è perché si riesce ad instaurare una relazione personale con gli allievi. Quando si è l’insegnante è più semplice però, perché si ha l’iniziativa, si può condizionare il clima della classe, scegliere la modalità della comunicazione. Vita ci mostra che è possibile farlo anche da paziente, che anche quando si è oggetto di cura è possibile giocare la propria soggettività, chiamare l’altra/o ad esserci personalmente.
La protagonista, come molte e molti oggi, vive lontano dal luogo in cui è nata, e prima della malattia si sentiva estranea al luogo in cui abitava, sola con il marito, aveva invece intessuto molte relazioni in altri luoghi, essendo molto attiva e promotrice di molte iniziative nel movimento delle donne, nell’autoriforma della scuola, creatrice di una Libera Università dell’incontro. Pensava, prima di essere così duramente colpita, a queste relazioni come a relazioni di lavoro politico, coinvolgenti sul piano della collaborazione pratica e intellettuale. Che cosa ne sarebbe rimasto si chiedeva, dubitando, di queste relazioni ora che spostarsi era diventato difficile? Il libretto testimonia come le relazioni tengano alla prova della sventura: le relazioni nate da uno scambio autentico rivelano un lato affettivo che rimaneva sottaciuto e indicano che nuove forme di radicamento sono possibili. Ci consegna un insegnamento e una speranza.
1 Françoise Dolto I vangeli alla luce della psicanalisi. La liberazione del desiderio. Dialoghi con Gérard Séverin, trad.it Rossella Prezzo, et al./edizioni, Milano 2012. Giannina Longobardi, Presentazione di Tam tam di Vita Cosentino
2 Vedi La vita alla radice dell’economia, ed. Mag Verona 2007 a cura di Vita Cosentino e Giannina Longobardi.
3 Ina Praetorius Penelope a Davos Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Milano 2011.
4 L’intervento è online su questo sito. Ora per allora, Per amore del mondo n.13, 2014 www.diotimafilosofe.it
Ora per allora, Per amore del mondo n.13, 2014
di Chiara Zamboni
Iniziando a parlare di questo libro vorrei presentare almeno un poco Vita Cosentino per far capire come lei arrivi alla scrittura di un libro così drammatico non solo per il desiderio di raccontare, ma da un amore vero per la lingua. Sappiamo che un libro è scrittura, dunque qualcosa di scritto che prima non esisteva. Ha un suo ritmo, un modo proprio di disporsi nel tessuto linguistico. Si potrebbe dire che crea un nido nella lingua: un luogo-nido, una culla di parole, che prima non aveva spazio, non aveva essere.
Dicevo che si tratta di un libro drammatico, perché Vita parla della paraplegia, che ha
radicalmente cambiato la sua vita due anni fa. Allo stesso tempo il testo mostra tutta la passione per la lingua che Vita porta con sé da anni e anni, ben prima della malattia.
Introdurrò dunque il libro parlando di Vita Cosentino e del suo lavoro di pensiero che, da quando la conosco, si è orientato a capire la lingua, a seguirla. Farle la corte. Questo ha a che fare, come vedremo, con Tam tam.
Vita ha avuto da sempre, o almeno da quando la conosco, una grande attenzione alla lingua materna, sorgente di conoscenza e di scambio e di piacere. Lingua che apre alla lingua di tutti, condivisa, che lei con altri ha indicato come il vero bene comune che ci è offerto dalla vita, il più radicale, nel senso che è alla radice della nostra esistenza. Scrive di questa sua passione in Un’altra possibilità alla vita: «Ho un rapporto difficile con la scrittura, eppure è la mia grande passione fin dall’adolescenza. Di lei mi attira in modo irresistibile la possibilità che può darmi di stare al mondo con una parola mia. Per questo sono disposta a stare ore e ore a smozzicare parole per arrivare vicino – mai pienamente – a quello che vorrei dire. Nel mondo così come va oggi questa può sembrare una futilità, uno sfizio. L’importante sembra tutt’altro: il denaro? Il successo? Esercitare i propri diritti? Averci sicurezza? Invece io sostengo che proprio in questo nostro mondo occidentale
(…) esserci nella lingua per sé e per gli altri è un bisogno che sta diventando primario, per ritornare ad abitarlo, liberamente e assieme»1
. Ora è vero che la lingua è a disposizione, sempre e in ogni momento. Nessuno la può comperare, vendere, farne proprietà privata togliendola agli altri. Occorre tuttavia un esercizio rinnovato di azione politica, perché la cosa non è automatica, dati i rapporti di forza sempre in mutamento delle nostre società. In un libro di Diotima Vita ha scritto La lingua come strada di libertà, dando un deciso taglio politico a questa questione, ricordando come la lingua ci doni sì libertà se però noi possiamo e sappiamo esercitare questa libertà nella lingua 2
. Vita Cosentino questo lo sa bene perché è stata insegnante di italiano. L’idea dell’esercizio della lingua come potenziale di libertà l’ha guidata nel suo lavoro a scuola. Esercitare libertà nella lingua significa guadagnarsela in una pratica costante che è politica a partire dal fatto che il simbolico dominante suggerisce solo una lingua conforme e convenzionale.
Ora Tam tam è un libro che nasce esattamente come esercizio di libertà nella lingua e attraverso di essa. È questa la sua forza, diversa da una semplice descrizione di quel che è avvenuto. Perché la composizione della scrittura, con dei tratti formali molto precisi e inusuali, ci obbliga ad affrontare la malattia di Vita con un ascolto linguistico sempre attento, che ci disloca e provoca in noi che leggiamo quella trasformazione, a cui la malattia pur vissuta da altri può portare.
La malattia crea un taglio. Molto banalmente: c’era un prima, in cui la paraplegia non c’era. C’è un dopo dove invece c’è e tutto diventa difficile.
Luisa Muraro, nell’introduzione, scrive: «Lei lotta per rifarsi una vita salvando quella di prima, vale dire per creare una continuità nella tremenda discontinuità del taglio patito»3. Io vorrei capire meglio questo rifarsi una vita salvando quella di prima e rifiutando la rassegnazione, appoggiandomi a quello che so di Vita, a quello che ha scritto prima della malattia. A come l’ho conosciuta. Allora risulta per me importante un altro testo – scritto questa volta a due mani da lei e da Federica Marchesini. Si tratta di un saggio nel quale Vita dichiara una fedeltà all’infanzia, alla lingua delle favole, vicina alla lingua materna. Perché nella favole si parla di un mondo vero, quello della fiaba, che protegge l’invisibile4
Se ne nutre e lo rilancia. Ora non accettare il tempo della rassegnazione e dell’adattamento, cercare di creare una continuità nella tremenda discontinuità, tutto questo io credo abbia a che fare con la fedeltà all’infanzia, al mondo della fiaba.
Sia chiaro che non intendo l’infanzia come ritorno regressivo e nostalgico ai giorni perfetti di un tempo mai esistito. Né l’infanzia come storia, che è frutto di rimozioni che ne cancellano le svolte ambigue e pericolose. Intendo piuttosto la disponibilità a lasciarsi incantare, attrarre dal movimento della vita. A vivere la vita con grandezza comunque essa sia. L’infanzia come rifiuto pervicace, profondo ad adattarsi alla realtà così com’è, in questo caso la malattia invalidante.
Certo la paraplegia è un fatto inaggirabile. Ma adattarsi a questo fatto come unico progetto di vita, accontentarsi di una vita a metà, smettere di giocare il gioco della vita, ridurre il proprio spazio di desiderio al perimetro della malattia, significherebbe essere più che realisti. Porterebbe a leggere il fatto avvenuto, irreversibile, come la fine del desiderio.
La risorsa dell’infanzia è saper giocare il gioco dell’esistenza anche nella situazione
particolarmente difficile, complicata oltre che dolorosa della paraplegia.
Mi sembra che Vita Cosentino sia così e che il libro ne sia una testimonianza. C’è tutta la forza di una fedeltà allo slancio dell’infanzia. La continuità, che ha cercato e cerca tra un prima della malattia e un dopo, è nella posta che ha messo sul tavolo verde, rilanciando. Rilanciando nonostante quel taglio tremendo. Rilanciando a causa di quel taglio tremendo.
Mi riferirò ora a un sogno che mi è capitato di sognare mentre stavo leggendo Tam tam e scrivevo questo testo. È un sogno che mi ha aiutato a capire il libro. Lo racconto. Un’amica litigava con il suo compagno. Lei diceva che bisogna accogliere il dolore della malattia. Bisogna adattarsi. Lui rispondeva che sì, la malattia è innegabile, ma è illuminata da momenti di felicità. Io dicevo nel sogno: la malattia cambia la percezione della realtà con un filo di felicità. Tutti i protagonisti del sogno erano d’accordo nel sostenere che questo non aveva a che fare con la psicoanalisi.
Proviamo a prendere il sogno sul serio e a vedere quel che ci dice. Parto da questo ultimo punto:
Tam tam non si appoggia su una interpretazione psicoanalitica dei vissuti e delle esperienze.
Sarebbe stato possibile, ma non è stato fatto.
Lo scontro tra l’amica che fa della vita dopo il trauma solo un vissuto di dolore cui adattarsi e l’amico che aggira il negativo, dicendo che momenti felici sono sempre comunque possibili, mostra due posizioni molto statiche, che non corrispondono a Tam tam.
Tam tam, come dico nel sogno, mostra una trasformazione radicale della percezione. Vita
racconta una modificazione della vita quotidiana nel rapporto percettivo con la realtà molto
semplice, il letto, la stanza, la città, la piscina. È il corpo a essere immobilizzato. Non solo c’è il dolore, l’insensibilità di una sua parte, la semi immobilità, la fatica, ma tutto questo crea lentezza dilatando gli spazi, rendendoli improvvisamente diversi. I tempi rallentano, sono scanditi in un altro modo. La vita nel suo vissuto quotidiano si deforma. La vita può essere sì reinventata, ma prendendo atto dello scardinamento del tempo e dello spazio.
Dov’è allora il filo di felicità che con tanta sicurezza dichiaro nel sogno? Ho pensato a lungo a questo e credo che in Tam tam sia procurato dall’amicizia, le amicizie. Il libro ha una gran parte dedicata alla lista delle amicizie. Ogni amicizia è una storia a sé. L’amica più cara come una sorella, l’amica di cinema, l’amica lontana che viene da Bellinzona, l’amica così e anche l’altra amica, e ancora amiche, ognuna con una qualità singolare che la contraddistingue tra tutte, che la fa riconoscibile e unica.
Sono amiche che diventano una ricchezza nel bisogno. Il bisogno del corpo, dei tempi lenti e degli spazi difficili. Amiche dunque preziose nella necessità della dipendenza. Ma amiche altrettanto preziose nelle conversazioni vitali, nella passione del discorso. Le chiamerei amiche scintille.
Mi vorrei fermare su questo a partire da una riflessione di Hannah Arendt sull’amicizia. In
L’umanità in tempi bui Arendt descrive la solidarietà, che è propria dei momenti difficili, in cui ci si aiuta gli uni con gli altri e si crea una sorta di calore umano intimo, privato. È un appoggiarsi nel bisogno.
L’amicizia politica è qualcosa in più. Arendt osserva che siamo talmente abituati a pensare
l’amicizia come un fatto privato, che abbiamo perduto il senso che nell’antichità si aveva di
amicizia politica. Possiamo interpretare l’amicizia politica come il saper fare discorso con gli altri di ciò che ci è capitato a caso e perciò è inumano – in questo caso l’evento traumatico. Portandolo a discorso con gli altri, non solo lo si condivide, ma viene significato e risignificato. Non è più muto, inerte, ma diviene evento del mondo che abitiamo con gli altri.
In Tam tam l’amicizia unisce i due aspetti. È legata al bisogno, all’aiuto di cui si ha bisogno per il corpo in difficoltà e per la fatica e gli ostacoli del quotidiano, ma tra amiche se ne parla e si parla di tutto. E se ne parla, quando si è con Vita, con un non so che di politico, perché qualsiasi questione, qualsiasi problema ha per lei a che fare con la passione per il mondo.
Ricordo quando l’andavamo a trovare a Negrar e parlavamo sotto i sempreverdi dell’ospedale dove era ricoverata per la rieducazione. Le amiche allora erano lì per aiutare, per portare qualcosa di necessario, per fare compagnia, ma erano lì con il piacere di parlare di tutto, degli ospedali, dei medici, degli infermieri, delle città, Verona e poi Milano, degli spazi difficili nelle città, dei film, del rapporto con le istituzioni pubbliche. Tutti argomenti difficili alcuni, facili altri, in una conversazione intelligente che non evitava i nodi dolorosi.
Tutto ciò che è inerte, che capita a caso, che è senza significato, diventava umano allora e ora nel discorso tra amiche. Si parla, si giudica, si discute di tutto e tutto il mondo entra nel discorso. Non il mondo astratto, ma quello concreto degli ospedali, delle panchine, delle piscine, del personale medico e paramedico. Dei loro comportamenti.
La dipendenza e il discorso umanizzante stanno nel cerchio dell’amicizia politica. È questo che Tam tam esprime.
Torno circolarmente all’inizio di questa riflessione su Tam tam. Alla qualità della scrittura.
Diciamo che la verità del testo sta nella sua scrittura. Non semplicemente nel raccontare i due o tre anni di malattia. Non si tratta di un diario, ma di una sperimentazione espressiva.
La sua scommessa non è di raccontarci quel che è stato nel passato prossimo, ma di farci vivere in presa diretta – noi che leggiamo – qualcosa che accade momento per momento come in un film.
Prima scena, seconda scena e poi un’altra e un’altra ancora. Il distacco dello sguardo è dato dall’uso della terza persona singolare. Niente nomi di persone. Le frasi sono brevi, una dopo l’altra. Una grammatica volutamente semplice. Un registro povero. Il ritmo delle frasi sempre al presente. Tutto al presente.
Il libro diventa un unicum. Reso tale dal ritmo di situazioni che capitano addosso. L’incalzare delle frasi una dopo l’altra, delle scene una dopo l’altra. La pratica di scrittura ci porta al loro Chiara Zamboni, Vita Cosentino, Tam tam interno. Siamo avvolti da questo presente, dove in ogni momento non sappiamo che cosa ci capiterà dopo. La verità di scrittura ci cattura dentro un’esperienza.
Vorrei concludere con una frase di Guido, marito di Vita. Non c’è nel libro. È un ricordo
personale. Eravamo a cena a casa mia dopo essere stati da Vita all’ospedale di Negrar. Parlavamo.
Io dicevo che Vita nella malattia era una donna coraggiosa. Lui si è arrabbiato. Il coraggio non è una qualità, che si ha o non si ha. Non è un progetto, ha detto. È giorno per giorno fare delle scelte piuttosto di altre. Si tratta di atti concreti, piccoli e molto precisi. È esercizio umile e quotidiano.
Niente di eroico o grandioso.
1 Vita Cosentino, Un’altra possibilità alla vita, in Aa. Vv., Lingua bene comune, a cura di Vita Cosentino, Guido Armellini et alii, Città Aperta Troina (En)2006, pag. 19
2 Vita Cosentino, Basta che parli. Lettera a una professoressa riletta da una professoressa, in Aa. Vv., Approfittare dell’assenza. Punti di avvistamento sulla tradizione, Liguori, Napoli 2002, pp. 107 – 128. Chiara Zamboni, Vita Cosentino, Tam tam
3 Luisa Muraro, Introduzione, in V. Cosentino, Tam tam, Nottetempo, Roma 2013, pag. 11.
4 Cfr. Federica Marchesini e Vita Cosentino, C’era e non c’era, in Chiara Zamboni (a cura di), Il cuore sacro della lingua, Il Poligrafo, Padova 2006, pp. 13 – 30. Ora per allora, Per amore del mondo n.13, 2014 www.diotimafilosofe.it
di Emanuela Zuccalà
Il grande albero protettore delle sue notti di paura sta ancora lì, a presidiare i sentieri della sua infanzia. Nice l’osserva con antica gratitudine, forse pensando che sia l’unico personaggio rimasto inerte in questa savana ventosa nel sud del Kenya, sorvegliata dal Kilimanjaro che appare e scompare dietro la corsa delle nuvole. Per spiegarci la rivoluzione che dal villaggio Masai di Nomayianat sta investendo l’intera area, Nice torna indietro di 15 anni, quando lei era una piccola orfana che sgattaiolava fuori da casa dello zio per scomparire sotto l’acacia, in attesa che l’aurora facesse dimenticare la sua assenza nel conteggio delle bimbe da “tagliare”.
Per due volte s’è sottratta così all’emuatare, il sanguinoso rito di passaggio all’età adulta per le femmine. “Sapevo che avrei pianto, condannando la mia famiglia alla vergogna. Durante la circoncisione, le bambine Masai devono stare zitte e ferme sulla pietra, senza muovere neppure gli occhi, altrimenti nessuno le sposerà. Per non fuggire all’infinito, affrontai mio nonno, il capofamiglia: “Ho solo 8 anni” gli dissi, “devo finire la scuola”. Lui, sbalordito, cedette”. Oggi Nice Nailantei Leng’ete è una 23enne alta e sinuosa, prossima alla laurea in Management sanitario e convinta che bastino un sogno e una testa dura per ribaltare il mondo. Lei c’è riuscita qui, nella società patriarcale dei pastori Masai che colorano il paesaggio attorno alla città di Loitokitok.
Impegnata fin da adolescente con l’organizzazione sanitaria Amref, ha trovato la chiave dello sviluppo esorcizzando il suo spauracchio di bambina: il “taglio”. “Se sei circoncisa, anche se hai solo 8 anni, sei una donna: devi sposarti e fare figli. Abbandonerai la scuola e non saprai fare nulla, perpetrando l’inerzia della comunità”. La ragazza istruita, al contrario, “porta più mucche”, è lo slogan semplice che ha fatto capitolare gli anziani Masai. il kenya è uno dei 28 paesi africani in cui la mutilazione genitale femminile permane. Riguarda il 27 per cento delle donne, una percentuale che arriva al 73 per cento tra i Masai: se all’uomo concedono la poligamia, l’escissione del clitoride e delle piccole labbra è garanzia di monogamia per la donna. Il governo kenyano l’ha vietata nel 2001 inasprendo le pene nel 2011, ma entro i confini dei boma, gli accampamenti rivolti al Kilimanjaro, l’unica legge è sancita dagli anziani nel solco della tradizione.
Proprio a loro Nice ha illustrato che l’escissione porta paralisi collettiva, indigenza, maternità a rischio, ed è stata presa per matta. “Una ragazza che criticava una pratica antica come il mondo!” ricorda. Ma lei non ha avuto fretta e, dopo un anno di riunioni e sorrisi, ha persuaso sia i vecchi sia i giovani guerrieri Moran. “L’abbiamo ascoltata perché è una di noi” dice Lemura Nkolepo, anziano di Nomayianat appoggiato all’esiere, il bastone del potere maschile, “e confidiamo che la novità porti prosperità”.
In un’etnia semi-nomade da sempre impermeabile al moderno per non dissipare la propria identità, avanzano pensieri inaspettati. “Da quando le donne partecipano all’economia, tutto funziona meglio” spiega Douglas Meritei, giovane Moran. “Siamo la prima generazione con mogli non circoncise: ci piace essere protagonisti di una rivoluzione”. L’eco internazionale non è tardata: Nice ha tenuto una Ted Conference ad Amsterdam e un discorso alla Clinton Global Initiative di New York, e dal 5 maggio sarà in Italia come testimonial di Amref per la salute femminile in Africa (vedi riquadro a fianco). Intanto, nei suoi fascianti abiti tradizionali, cammina per la savana salutata da principessa capace di bizzarre alchimie, come sottrarre all’escissione 621 ragazze grazie a un “rito di passaggio” alternativo che rispetta gli usi Masai mondandoli dal sangue.
“Siamo diventate donne senza dolore” racconta Anita, 15 anni, nella scuola di Inkariak Ronkena. “La cerimonia è identica a quella tradizionale, con danze e sacrifici di capre, ma non c’è il taglio. Gli anziani benedicono i nostri libri per incoraggiarci a studiare e, prima della festa, seguiamo un corso di educazione sessuale e diritti delle donne”. Per Anita non è stato facile: sua nonna insisteva per sottoporla alla lametta che aveva marchiato tante coetanee. Invece ora è qui, nel prato assolato della scuola, a confidare che farà il giudice “per punire chi ferisce le ragazze” e, con le amiche Eunice e Sylvia, indossa la divisa verde con l’orgoglio della conquista. “L’istruzione è la nuova circoncisione, il vero passaggio all’età adulta” recita un altro slogan di Nice. “Solo studiando, una bimba diventerà la donna dei propri sogni”.
Nel distretto di Rombo, in cima a un interminabile sterrato, incontriamo un gruppo di donne adorne di perline che affiancano Nice nel sostegno alle ragazze. “Siamo tutte circoncise” esordisce Anastasia Mashidana, 38 anni e 6 figli, oltre a 5 bimbe che ha salvato dalla mutilazione. “Tutte abbiamo avuto complicazioni al parto, e c’è un’altra cosa che le ragazze devono sapere: l’escissione elimina il piacere sessuale”. Le altre scoppiano in risatine d’imbarazzo, ma Anastasia persevera nel chiarire il concetto. “Il clitoride è come lo starter di una moto: se non c’è, la moto non parte. Vogliamo per le nostre figlie, oltre alla salute, una sessualità consapevole e amore per il proprio corpo”. Il congedo è una danza sulla terra rossa tra canti acuti in onore di Nice, ambasciatrice di un’Africa finalmente libera dal cliché dell’immobilismo.
(Io Donna – magazine Corsera, 30/04/2014)
XII° Edizione Scuola Estiva della differenza Lecce 8 -12 settembre 2014 organizzata in collaborazione con la Comunità delle Benedettine di Lecce
Un punto fermo per andare avanti: saperi, lavoro, relazioni, politica. La scuola di quest’anno nasce dal desiderio di fare il punto in una società in crisi sempre pronta a rimescolare obiettivi e strategie e sempre pronta a trovare una o più parole che rispondano a un’intenzione di “rifondazione”. Invece, come nella scuola primaria, la scuola estiva della differenza vuole ripartire da una grammatica che consenta di andare avanti e chiarire ciò che ci è essenziale.
A cominciare dal riconoscimento dalla differenza sessuale che è un sapere che produce guadagno ed è essenziale per sfuggire all’uniformità, alla massificazione, alle letture quantitative su cui si fonda un’economia sempre più allineata a un processo di fabbricazione che produce i propri fenomeni. Pensiamo che il punto fermo sia l’amore per la libertà, senza che ne sia prescritta la forma e pensiamo che questo amore, come ogni amore, sia un sapere, che si può insegnare e conservare, anche se non si può insegnare tutto, come dice Muraro.
Il punto fermo è nella stessa storia delle donne e del femminismo che non si ferma ai diritti e alle statistiche che leggono il mondo per confermarlo, ma che mostrano gesti rari capaci di orientare, che mostrano relazioni che sostengono nella ricerca di verità, relazioni che cominciano con la relazione con sé e continuano nella relazione con il mondo, che piano piano può essere cambiato senza esserne distrutto. Perché il mondo si distrugge quando le persone diventano superflue, o quando sono ridotte a numeri intercambiabili, quando sono ridotte a consumatori il cui reddito serve solo a conservare un’esistenza non libera, quando sono private della fonte primaria del proprio radicamento, ossia un lavoro che è testimonianza della propria presenza nel mondo.
Vorremmo poter guardare il mondo da questa prospettiva inedita, nella certezza che facendo ciò, lo stiamo modificando, nella certezza che l’orizzonte si apre e si allunga in un ordine più grande quando si fa ordine nel disordine dei rapporti, nello scompiglio delle economie di moneta di mercato e di affetti, nella confusione tra desiderio e godimento, nella confusione tra precariato e nuove servitù. Il punto fermo è dato dalla certezza che possiamo orientarci se guardiamo dentro di noi e se con tutta la forza possibile costruiamo e manteniamo relazioni e parole di verità.
Ne scopriremo la traccia nelle giornate della Scuola Estiva leccese, e anche se non provocheremo cambiamenti epocali il desiderio di politica che ci nutre ci aiuterà certamente nell’attraversare il nostro tempo lasciando il nostro segno.
info partecipazione:
http://laboratoriodonnae.files.wordpress.com/2014/05/info-partecipazione-scuola-della-differenza-lecce-2014.pdf
di Fiorenzo De Molli
«La mia fortuna più grande è stata aver trovato una donna forte che mi ha chiesto: “Ma tu che fai?”. Non c’era spazio per sconti o scorciatoie: ero chiamato a scegliere»
Care donne,
ho esercitato il ministero sacerdotale per 17 anni, dai 24 ai 41 anni dal 1982 al 1999. Ho chiesto al mio vescovo, il cardinal Martini, un anno di sospensione dal ministero. Al termine di questo anno, nel 2000 ho deciso di chiudere la mia esperienza di ministero. Nel 2001 ho chiesto la dispensa che mi è arrivata nel giro di pochi mesi. Nel gennaio del 2002 ho celebrato il sacramento del matrimonio “sine pompa” così come chiede la dispensa, rigorosamente in latino. Sono marito, e padre di due splendidi figli di 12 e 8 anni e ho la fortuna di avere ricevuto sei sacramenti, per il settimo c’è tempo…
Mi è sempre piaciuto fare il prete e l’ho sentito come il senso più profondo della mia vita: ho cercato di vivere con radicalità la sequela di Gesù da prete e ancor oggi affermo che fare il prete è bello. Ero ben cosciente al momento dell’ordinazione di quanto la Chiesa mi chiedeva ed ero contento di accettare tutto quanto mi veniva proposto. Non ho fatto il voto di povertà, castità e obbedienza perché non sono un religioso, ma ho promesso nelle mani del mio vescovo di essere obbediente a lui e ai suoi successori (ma non ho fatto in tempo…) di essere povero e di essere celibe. Al momento della richiesta della dispensa mi è stato chiesto se la vocazione era mia o dei miei genitori e se sapevo intendere e volere quando ho compiuto il grande passo: ebbene la vocazione “era/è” solo mia e sapevo bene sia intendere che volere a 24 anni (non vi era alcun vizio né di forma né di sostanza).
La vita sacerdotale mi ha decisamente appassionato e ho cercato di viverla tutta dedicata al servizio della gente e in particolare dei poveri e degli ultimi. Era proprio bello, ma… c’era un ma. La mia vita affettiva non era in sintonia con il resto della mia vita, bella ed appassionante. Probabilmente nel mio cammino di crescita umana e cristiana durante gli anni di seminario non sono riuscito (e forse non sono stato aiutato) a far crescere con realismo la mia affettività. Era ovvio e scontato che avrei vissuto da celibe per cui non ho mai fatto né l’adolescente, né il giovanotto; ho vissuto da seminarista (le donne sono il totalmente altro) e ci riuscivo anche bene. Il problema è che poi la vita ti presenta il conto e non puoi mai dare nulla di scontato per cui il “problema affettivo” mi è scoppiato fra le mani. Ho subito cercato il confronto con il mio vescovo, con il confessore, con il padre spirituale …. ma i nodi irrisolti rimangono tali. Solo quando ho trovato una donna che mi ha detto o meglio mi ha scritto “io mi sono innamorata di te; tu che fai?”, ho preso fra le mani la mia affettività e mi sono chiesto “tu (cioè, io) che fai?”. Sono stato non male, ma malissimo. Ho sofferto come un cane, ho avuto momenti terribili di depressione. Per fortuna ho avuto al mio fianco un vescovo di nome Martini e il suo vicario per i preti di nome don Franco e quindi dopo un periodo terribile ho chiesto di fermarmi per cercare di capire.
Così adesso sono un marito felice (anche se devo proprio dire che il matrimonio è decisamente impegnativo e per fortuna ci sono arrivato dopo i 40 anni perché prima non era maturo per una scelta così impegnativa e per fortuna ho fatto il prete e questo mi ha aiutato a crescere molto); sono un papà felice. La mia fortuna più grande è stata aver trovato una donna forte e determinata che mi ha detto quel che provava per me e che mi ha chiesto: “ma tu che fai”. Non c’era spazio per sconti, per sotterfugi, per scorciatoie, per doppie vite o strade: ero chiamato a scegliere. È stata una scelta dura, durissima, pagata a caro prezzo, ma ne valeva la pena.
Allora care donne, chiedete ai vostri uomini “ma tu che fai?”. Dategli lo spazio e tutto il tempo necessario perché possa scegliere ciò che è “più bene” per lui; che si prenda gli strumenti che servono, che si prenda i tempi che vuole (tanto lui è pagato anche se non lavora), ma chiedetegli di arrivare a una scelta e poi rispettate la sua scelta. Che sia la più chiara e la più limpida possibile. Siamo chiamati a vivere alla luce del sole proprio tutti: è un diritto dei preti, ma soprattutto è un diritto vostro! Sarete sicuramente più felici di quello che siete adesso. Le grandi scelte devono essere pagate e pagate a caro prezzo.
Risolvete il vostro problema personale. Solo quando si è tranquilli e sereni, potremo, se lo vorranno, i nostri confratelli ancora in attività, ragionare sul celibato ma soprattutto ragionare sulla maturità umana e sulla responsabilità richiesta alle persone adulte.
Vi auguro di avere degli uomini che vi amino talmente tanto da rispettarvi e da dare dignità al vostro amore e dei vescovi che siano illuminati così come lo era il mio. Che il cardinal Martini, dal cielo, illumini tutti e in particolar modo i fratelli vescovi.
Fiorenzo, prete, felicemente sposato … in congedo
P.S: Mia moglie ha letto il testo ed è d’accordo.
Eletta la «supereroina antirazzista»
Con il 5,3% dei voti «Iniziativa femminista» conquista un seggio a Bruxelles. La leader Soraya Post, di etnia rom: «Femminismo sia parte integrante delle politiche europee»
di Federica Seneghini
Elezioni Europee Soraya Post, 57 anni, leader del partito femminista svedese eletta a Bruxelles (Reuters/Suslin) shadow
«Le femministe al posto dei razzisti». Con questo slogan, il partito svedese «Iniziativa Femminista» ha combattuto la sua campagna elettorale per le Elezioni europee. Riuscendo a raggiungere domenica un risultato storico per la Svezia e per tutta l’Europa. Per la prima volta infatti una femminista entra nel Parlamento di Bruxelles, dopo avere raccolto la cifra record del 5,3% dei voti. «Dimostreremo a tutti che un nuovo modo di fare politica è possibile», ha scritto su Twitter Soraya Post, 57 anni, leader del gruppo, attivista per i diritti umani e «supereroina antirazzista», come lei stessa si definisce. Di fronte ai suoi supporter, dopo i risultati, non ha trattenuto l’emozione: «Oggi abbiamo fatto la storia, lo sapete vero? Ci siamo riuscite grazie alla forza dell’amore». Un successo ancora più clamoroso visto che il gruppo non ha ricevuto fondi pubblici. Candidate, attiviste e attivisti hanno raccolto i loro voti casa per casa, in mezzo alla gente. «Se riuscite a mettere insieme almeno 15 persone interessate a quello che diciamo e a quello che vogliamo fare a Bruxelles, verremo noi da noi». Così le donne e gli uomini di Feministiskt initiativ si sono fatti largo tra i big. Raggranellando voto su voto e volando verso la vittoria.
Aborto, parità di retribuzione a prescindere da genere, età e etnia sono stati i punti su cui il partito più si è speso in questa campagna elettorale. E poi: un maggiore impegno per l’uguaglianza di genere e i diritti degli omosessuali e contro le discriminazioni. «Il Parlamento europeo deve fare uno sforzo», aveva detto qualche giorno fa Soraya Post in un’intervista al New York Magazine. Una battaglia anche personale, considerata la sua storia personale. Nata in una famiglia rom, «per molti anni ho vissuto come cittadina di serie B». Quando il partito femminista (che esiste dal 2005), le ha chiesto di candidarsi e ha accettato con entusiasmo. «Il femminismo deve diventare parte integrante di tutte le politiche europee, a cominciare dal budget per esempio. Voglio combattere per migliorare la situazione dei rom e per far questo bisogna essere dove si decide, nei palazzi del potere. Non appena sarò eletta mi metterò al lavoro».
di Giuliana Giulietti
Esattamente duecento anni fa il 9 maggio 1814 Jane Austen pubblicava Mansfield Park, un romanzo bellissimo forse il più profondo uscito dalla sua penna, certamente – secondo il giudizio di Tony Tanner l’acuto e compianto critico inglese – uno dei più profondi del diciannovesimo secolo.
Tra la primavera e l’inverno di quello stesso anno Jane Austen raccolse in un quaderno intitolato Opinions Of Mansfiled Park, i commenti che la lettura del nuovo romanzo suscitava tra i parenti e gli amici, i quali – pur considerandolo non del tutto all’altezza o così intelligente o brillante o piacevole come Orgoglio e Pregiudizio– espressero per lo più un giudizio favorevole. La trama era ottima i personaggi ben caratterizzati e chi ne preferiva uno chi un altro. In quanto a Fanny Price, l’eroina di Mansfield Park,le opinioni erano discordanti. La madre di Jane Austen la trovava insipida, sua nipote Anna non la sopportava, il fratello George la detestava, al contrario i fratelli Edward e Francis e la sorella Cassandra, l’adoravano.
Jane Austen sorvegliava con interesse la ricezione dei suoi libri e per Mansfield Park che sapeva diverso dai due precedenti (Ragione e Sentimento, Sense and Sensibility, 1811 e Orgoglio e pregiudizio, Pride and Prejudice, 1813) aveva un occhio particolare. Lo dimostrano la lista di opinioni da lei scrupolosamente compilata e una lettera del 1 aprile 1816 al suo editore John Murray che era anche proprietario della “ Quarterly Review” su cui Walter Scott aveva recensito in forma anonima Emma:
Caro signore,
vi restituisco con molti ringraziamenti , la “Quarterly Review”. Credo che l’autrice di Emma non abbia di che lamentarsi per come vi è stata trattata, se non per la totale omissione di Mansfield Park: non può non dispiacermi che un uomo intelligente come il recensore di Emma lo consideri indegno di nota.
Mettendo in luce la miopia dell’illustre recensore, Jane Austen dice del suo romanzo una cosa importante: bisogna essere lettori attenti e intelligenti per coglierne la bellezza e la complessità. Nel corso dell’Ottocento nonostante la disattenzione di Walter Scott, Mansfield Park fu ampiamente lodato e nel 1878 in un articolo pubblicato sulla “Revues Des Deux Mondes” Léon Bucher lo presenta come il capolavoro di Jane Austen.
[…]
Ti ho scoperta che avevo 25 anni.
Mi chiamate la muta: è così.
È che leggere te e le altre
– Sapere che ci siete –
Anche solo stare lì alla libreria seduta con voi che parlate
Mi pare che tutte le cose che ho sentito sconnesse in me,
Tutte le lotte che ho combattuto da sola,
Tutte le stradine percorse col senso di ricerca
Tutta quella fatica lì – sì, devo farcela da sola ma possibile che nessuno mi aspetti da qualche parte –
Ecco sapendo che c’è qualcuno
tutti questi rovi mi sento che mi gemmano dentro
Fioriscono cose in me e le mie lacrime non mi fanno vergona più ma fecondano la terra e sento che piano arriverò al punto
O capirò che basta vivere per vivere.
Io credo alle storie antiche.
Alle fate e agli animali soccorrevoli
Perché sono una bambina di paese che vive a Milano.
Varcare la soglia della libreria senza conoscerla senza mai averla frequentata: ecco che entro nel luogo che è giusto. E mi sembra quindi di avervi proprio trovato sul mio cammino.
Voi siete per me amiche, madri, magiche. Ma non ci conosci nemmeno è vero ma conosco la gioia di trovare approdo in cui ci si può fermare, quelle cose consonanti in cui ti ritrovi.
Questo dono che mi avete fatto, voglio ricambiarlo.
Cosa posso fare per voi?
Cosa posso fare per la libreria?
Marta
Da il paese delle donne on line
Appello internazionale
Ucraina: donne che prendono posizione e dicono no
Vogliamo sottolineare il fatto che installando un focolaio di guerra in Ucraina si tenta di fomentare una guerra civile nel centro dell’Europa, una vera e propria minaccia per tutta l’Europa, alimentando artificialmente un odio fra l’Unione Europea e la Russia e all’interno della stessa Ucraina fra cittadine/i di origine russa e non.
La Storia ci ha insegnato, a più riprese, che le crisi persistenti e non risolte producono guerra, come se quest’ultima fosse il solo modo di risolvere i conflitti generati dai cambiamenti di rapporti di forza finalizzati a disegnare un nuovo ordine mondiale. Noi ci opponiamo alla volontà degli Stati Uniti, e a rimorchio dell’Unione Europea, di esportare la crisi, non potendola risolvere al loro interno, in tutto il pianeta imponendo la loro egemonia e provocando guerre che distruggono paesi interi. Dopo l’Afghanistan, il Pakistan, l’Irak, la Libia, la Siria questa è la volta dell’Ucraina.
Un conflitto funzionale alle lobby delle armi ed al controllo degli approvvigionamenti di gas e petrolio che ha come obiettivo quello di creare un nuovo equilibrio politico a tutto vantaggio delle forze di destra e fasciste, tanto da favorire l’inserimento di nazisti nel governo provvisorio dell’Ucraina. Va detto che la politica ultraliberista dell’Unione Europa ha preparato il terreno ad una situazione del genere.
Accusiamo i media di sostenere e suscitare, senza alcuna vergogna, sentimenti bellicisti, di disinformare sistematicamente l’opinione pubblica sulle vere responsabilità di quanto sta
avvenendo e sul processo reale che ha generato la destabilizzazione in Ucraina.
La Russia non è affatto l’istigatrice ma quella che si vuole far passare per tale. Il ruolo dei media è diventato determinante per addomesticare le coscienze e condizionare il libero pensiero delle e dei cittadini per questo ci interroghiamo sul silenzio assordante di larga parte della sinistra.
Si ha paura di essere definite/i come la vecchia guardia dello stalinismo? Di disturbare la
campagna elettorale?
Oppure, ancor peggio, ci si sta preparando alla supina accettazione e messa in opera del Trattato Transatlantico (TTIP) fra USA E Unione Europea?
In ogni un caso un simile silenzio si spiega solo con la subalternità all’ideologia dominante. Una subalternità che crea complicità. Denunciamo inoltre l’arruolamento dei governi sotto la bandiera degli USA e della NATO.
La nostra presa di posizione non vuole affatto dire che noi approviamo la politica della Russia né quanto sta avvenendo in quel Paese per ciò che riguarda il non rispetto dei diritti umani, la mancanza di diritti civili e gli abusi di potere che sostengono lo sviluppo del modello capitalista.
Ma la nostra critica non ci fa chiudere gli occhi sulla partita che si sta giocando in Ucraina.
Auspichiamo che donne e uomini vogliano informarsi in prima persona utilizzando tutte le fonti possibili e prendano posizione contro la guerra, contro l’egemonia omicida degli Stati Uniti e la politica suicida dell’Unione Europea.
Invitiamo le donne, e gli uomini, ad affermare il diritto dei popoli a decidere del proprio destino senza sentirsi minacciati o condizionati e a sostenere il dialogo fra i popoli e fra le cittadine e i cittadini di uno stesso paese.
Ucraina: donne che prendono posizione e dicono no – il paese … http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article12982
1 di 3 19-05-2014 12:22
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