di Alessandra Pigliaru
Marcella Campagnano è fotografa e femminista. Tuttavia, come ha recentemente ribadito a Paola Mattioli sulla rivista Via Dogana, la definizione di fotografa non si addice a ciò che effettivamente ha condotto in questi anni.
Cara Marcella, ciò che hai messo in scena è più la narrazione amorosa e radicale dell’esperienza femminista di quegli anni?
“Non sono una fotografa, non perché ho studiato pittura a Brera ma perché la macchina fotografica è solo lo strumento più diretto e immediato che, intorno alla metà degli anni Sessanta, cominciai a utilizzare come una scrittura, per fissare via via i frammenti e i luoghi dell’esperienza e perché stavo maturando l’urgenza di aprirmi e dialogare con le mie simili”.
So che hai fatto parte del collettivo milanese di Via Cherubini e che, insieme ad altre, hai partecipato ad un gruppo che di confrontava sulle immagini. Di cosa discutevate?
“Sì, il gruppo sull’immagine è nato nel 1974, in casa di Daniela Pellegrini quando, tornate dall’intensissima, esaltante esperienza del convegno internazionale femminista nell’isola danese di Femo, trascinate dall’entusiasmo ci trovavamo a prolungare il desiderio di restare vicine a condividere vita e ricerca. Daniela, Silvia Truppi ed io eravamo appena tornate; a noi si aggiunsero diverse altre amiche artiste o non, comunque interessate all’immagine, con l’intenzione di fotografarci vicendevolmente e di travestirci in varie pose e ruoli. I primi esperimenti nacquero proprio in quel contesto ma, data la mia formazione e gli interrogativi che da diversi anni mi ponevo sui modi e il linguaggio da usare per tentare di uscire dai consueti schemi fotografici di rappresentazione, maturai la necessità di un’immagine semplice e archetipica, il più possibile priva di intenzionalità”.
I tuoi due lavori fotografici principali fanno parte entrambi di L’invenzione del femminile: prima arriva Ruoli, 1974-1980 (pubblicato per la prima volta nel 1976), che definisci «un teatro dell’esperienza»; c’è poi Regalità, 1985-1989. Il primo lavoro è costituito da immagini di donne che interpretano, attraverso trucchi e travestimenti, i vari ruoli che il sociale impone di fatto, quasi a nostra insaputa. Nel tuo secondo lavoro avverti invece tutto il guadagno della regalità come differenza che sa di sé. Per entrambe le serie, i set che costruivi erano casalinghi. Ti occupavi insieme ad altre di trovare, cucire e modificare i vestiti. Alcuni, come nel caso delle tue Regine, erano addirittura di carta. Stabilivi le pose ma, durante la preparazione, tenevi conto della relazione con le donne che avevi davanti.
“Sia in Ruoli che nella serie sulla regalità ho tenuto presente lo scambio costante tra soggetto e oggetto, che poi è il tema di tutto il mio lavoro. Per quanto riguarda l’allestimento del set, credo di aver già raccontato come trasformavo una parete del soggiorno di casa, spostando un divanetto, appendendo al muro un pezzo di moquette, accendendo semplicemente due lampade, ponendo uno specchio in posizione tale perché ognuna di noi potesse controllare la sua immagine prima che io, con la macchina fissa sul cavalletto, scattassi la foto. Le immagini di questa serie sono soltanto la traccia rimasta di quella allegra fatica, nata da relazioni, incontri scambi però, come dice Susan Sontag , l’arte non è mai stata soltanto un veicolo di idee e sentimenti ma, anche un oggetto che modifica la nostra coscienza e la nostra sensibilità. Ho sempre intuito e accettato che il mio lavoro, costruito esattamente 40 anni fa, si trovasse circondato dal silenzio, forse perché si discostava dai modi in uso e di rito in quegli anni. Per la mia esperienza di donna e “artista”, presa di coscienza e trasformazione di modi di vita e linguaggi sono indissolubilmente legati. Parafrasando Teresa de Lauretis «dentro la città fortificata della cultura (…) solo un incessante lavoro di decostruzione e ricostruzione da parte delle donne potrà definire nuove fisionomie»; per le donne come per l’arte. Guardandole a distanza queste mie sequenze, sempre uguali, sempre diverse, sono più simili al lavoro di tessitura che non all’arco di Apollo che, come la macchina fotografica, colpisce dinamicamente da lontano. Forse mi ripeto ma con il mio lavoro, faccio della macchina fotografica un uso prevalentemente statico, il diaframma dell’apparecchio si apre e si chiude come lo sportello di un frigorifero. Ciclicità di ritmi e uso degli strumenti al femminile?”
Ti ho incontrata per la prima volta all’incontro di Paestum 2013 e ho visto dal vivo, insieme alle altre mie amiche di collettiva_femminista, i tuoi album. Mentre guardavo le tue fotografie e ascoltavo i racconti e le vicende dietro a ogni scatto, mi sono detta che anche il modo dell’immagine è efficace per trasmettere la memoria a chi come me è arrivata dopo. Mi ha rimandato i corpi e i volti che diversamente non avrei saputo immaginare. In questi anni, alcune giovani donne ti hanno chiesto un confronto relativamente al tuo lavoro?
” Le avanguardie femministe degli anni ’70, molte artiste di quegli anni, hanno fatto dell’auto-rappresentazione e della rappresentazione dell’immagine femminile, il tema della loro ricerca e il libro di Raffaella Perna, Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta, è la testimonianza della situazione italiana non molto conosciuta e studiata. Certamente una traccia è rimasta, soprattutto perquanto riguarda l’attenzione alla corporeità. Molto interessante è anche l’analisi che fanno Alessandra Gribaudo e Giovanna Zapperi nel loro volume Lo schermo del potere. Femminismo e regime della visibilità. Mi sembra che in questa attenzione competente ci sia la necessità di ridefinire e forse riparlare della relazione tra immagine, rappresentazione e costruzione delle soggettività. Farlo partendo dalla critica al sistema di giudizio, soprattutto morale”.
Questo Paper è stato redatto in occasione del First Supper Symposium, tenutosi a Oslo il 12 Maggio 2014, ed è stato preceduto da una conversazione tra Nadya Tolokonnikova e Masha Alyokhina, membre delle Pussy Riot, Rosi Braidotti e Judith Butler. I materiali dell’evento sono reperibili al link: www.thefirstsuppersymposium.org.
Traduzione in italiano a cura di Angela Balzano.
video presentazione a cura di Clara Jourdan (della Redazione di Via Dogana)
di Luisa Muraro
Mobilitazione internazionale contro le violenze sessuali nei conflitti. Un vertice mondiale ha riunito a Londra responsabili politici, esperti e militanti. Il vertice ha avuto luogo dal 10 al 13 giugno.
In poche parole questa è la notizia. Non dite che diamo la notizia “tardi”. Il vertice di Londra è solo l’inizio di una svolta che ha davanti a sé un lavoro di lunga durata, con risvolti culturali e politici ai quali possiamo contribuire in prima persona. C’è una civiltà da cambiare, si tratta di arrivare a sciogliere il nodo che stringe mortalmente insieme la sessualità maschile, la violenza e le guerre.
Un risultato è stato raggiunto, sotto forma di un po’ di verità. Si è riconosciuto a livello mondiale quello che le ricerche femministe e storiche avevano già denunciato, vale a dire che la violenza sessuale contro le donne non sono episodi nefandi isolati, come ha fatto credere la propaganda di guerra (pensiamo ai Serbi in Bosnia). Purtroppo si tratta di una nefandezza ricorrente in tutte le guerre. È insopportabile che questo dramma sia l’ultimo a essere preso in considerazione ai tavoli della pace, ha detto il capo della diplomazia britannica William Hague. Dobbiamo forzare il mondo a non distogliere lo sguardo da un simile crimine, ha detto John Kerry, segretario di stato Usa, con un’enfasi che, giusta in sé, non supplisce alla mancanza di autocritica.
Ma c’è di peggio ed è che gli autori e i responsabili della violenza sessuale vanno impuniti, mentre colpa e vergogna ricadono sulle vittime, respinte dalle famiglie e dalla società. Ecco l’ingiustizia assoluta, commenta amaramente l’inviata di Le monde Annick Cojean.
Far sì che colpa e vergogna passino dall’altra parte, è lo scopo a breve termine del vertice. In pratica si tratta di arrivare a un protocollo internazionale per indagare sui fatti e perseguire i colpevoli, da una parte. Dall’altra, di offrire alle donne che hanno patito violenza uno statuto pubblico di dignità e un soccorso umano e materiale, in quanto vittime e sopravissute alla guerra. Niente accordi di pace che prevedano l’impunità per gli stupratori, propone Kerry, e che le donne siano invitate al tavolo delle trattative.
Sono di Angelina Jolie, ambasciatrice delle Nazioni unite per i rifugiati, le parole più forti sentite a Londra: “Non si dica mai che la pace è più importante della giustizia”. Parole in contropelo a una certa comoda nonviolenza che si presenta come punto d’arrivo risolutivo, mentre dovrebbe essere il contrario!
(fonte: Annick Cojean, Mobilisation internationale, “Le monde” 15-16 juin 2014, p.4)
di redazione La27ora
Donne ai posti di comando per dare forza a una classe dirigente più moderna. Libera da vecchi codici e vecchi club, capace — nel suo insieme — di trasformare il Paese. In Italia si sta definendo la mappa di un nuovo potere femminile. La stanno disegnando quel 31 per cento di deputate e senatrici in Parlamento dal 2013, le otto ministre su 16 al governo, le capolista alle elezioni europee. E ancora: le manager nominate ai vertici delle società quotate in Borsa, le alte funzionarie di alcune aziende pubbliche strategiche, le 5 rettrici (su 78, pochissime) alla guida di università influenti. La svolta c’è. È in corso. Ma è a questo punto chevogliamo chiederci: lungo le direttrici di questa svolta ritroveremo anche le nostre strade comuni? Questa mappa è, o promette di essere presto, lo specchio di un cambiamento diffuso e coerente?
La realtà è che non ci sono ancora le condizioni per una vita quotidiana equa, con opportunità e responsabilità in equilibrio tra donne e uomini in tutti i campi, pubblici e privati. Anzi. Ci sono molti dati e statistiche e numeri che potrebbero essere qui considerati per raccontare come stiamo veramente. Prendiamone uno solo: la quota delle madri che ha lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio non è affatto diminuita. Al contrario, è balzata dal 18,4% nel 2005 al 22,3% nel 2012, percentuale molto superiore alla media europea. Questo vuol dire che resta moltissimo da fare e rivela quanto sarà fondamentale, in questa fase critica, il ruolo di chi è invece riuscita a rompere il soffitto di cristallo nazionale.
E dunque il valore della crescita femminile va difeso da alcune insidie, magari invisibili. Prima fra tutte il rischio di un’omologazione strisciante, o anche immediata, rispetto a chi ha avuto il controllo esclusivo del potere per secoli. Le donne, anche perché in forte minoranza e di conseguenza sotto osservazione speciale, finiscono a volte per assorbire i difetti dei vertici tradizionali: vengono cooptate nei nuovi ruoli e si uniformano alla classe dirigente preesistente. Non rompono gli schemi organizzativi, non cambiano il linguaggio, non innestano un’identità e un’energia proprie. Il paradosso è che, attraverso questa complicità più o meno consapevole, il potere maschile si «rigenera». Grazie al cambio di genere. Una seconda questione è in gioco tra le donne stesse. In questo caso, l’insidia arriva da quante «ce l’hanno fatta»: insieme vanno ad affollare una vetrina — molto esposta — che sembra comunicare alle altre donne, e agli uomini, una situazione di parità ormai raggiunta se non sorpassata. Chi non è in ascesa, chi non riesce a tenere insieme vita familiare e professionale, si sente a torto sbagliata e resta ai margini: teme — o viene accusata — di non essere abbastanza preparata e audace. Come se il successo di poche costituisse la prova che adesso tutto è possibile, se solo si hanno riflessi pronti e una giusta ambizione…
La riuscita di alcune donne sarà sì una leva sociale determinante, ma soltanto se aprirà a scelte libere — di fare o non fare carriera, di fare o non fare figli — e se saprà accelerare mutamenti positivi per tutte in mondi anche distanti. Siamo a un tornante risolutivo quanto pericoloso di una salita non breve: servono misure d’urto per scardinare le resistenze nel lavoro, nelle istituzioni, nel sistema dei talenti e dei meriti. Questa agenda per le donne, e per la società intera, deve aprirsi subito. Per non tradire chi comincia a immaginarsi in un futuro prossimo di possibilità, per chi quelle possibilità non riesce a intravedere.
L’innovazione del lavoro e nel lavoro è il primo punto. Orari ripensati, rotazione delle mansioni, valutazione dei progetti realizzati e non dei tempi lunghi in ufficio possono dare una prima spallata. Con il coinvolgimento di sindacati e associazioni delle imprese, la flessibilità è fondamentale perché scatti un cambio di organizzazione che liberi risorse e motivazioni personali. Ed è inutile ragionare di occupazione femminile finché il guadagno di una donna resterà in competizione con i costi di cura della casa, dei figli, dei genitori anziani. In questo passaggio, la leva fiscale è irrinunciabile. Sostituire la detrazione per il coniuge a carico — ormai si sa: è un disincentivo all’impiego femminile — con la deducibilità dei costi di cura sostenuti dalle famiglie renderebbe finalmente conveniente mantenere quel secondo stipendio.
Flessibilità, riforma del Fisco, educazione. Il divario tra studenti e studentesse è stato colmato, ma le bambine continuano a seguire percorsi scolastici influenzati da modelli culturali ancorati alle previsioni di genere. Le ragazze vanno invece incoraggiate a esplorare anche spazi ritenuti «maschili»: come quelli delle materie STEM (Science, Technology, Engineering, Math) che portano a professioni nella scienza, nella tecnologia, nell’ingegneria o nella matematica. Professioni che garantiranno maggiori chances di impiego, di crescita, di indipendenza economica a lungo nel tempo.
La rotta si sta invertendo ai vertici. Nuove politiche sociali e per il lavoro sosterranno la navigazione. Ma si avvicina un giro di boa coraggioso che tocca direttamente alle donne: nella ricerca di nuovi equilibri, pubblici e privati, ci sono stereotipi da smontare a favore degli uomini per rivoluzionare il loro ruolo nelle famiglie. Soprattutto come padri. È compito anche delle donne ripensare un’idea antica di virilità schiacciata su forza e protezione e infallibilità. Davvero la libertà è partecipazione: ma per tutti. Per le donne e per gli uomini, insieme, fuori e dentro casa.
(Corriere della sera – 22 giugno 2014)
Il gesto femminista
LA RIVOLTA DELLE DONNE: NEL CORPO, NEL LAVORO, NELL’ARTE
a cura di Ilaria Bussoni e Raffaella Perna (Deriveapprodi 2014)
Se la storia del femminismo si lega a una pluralità di prospettive, teorie e azioni fortemente
eterogenee, il «gesto della vagina» ha rappresentato un simbolo nel quale i movimenti
delle donne si sono riconosciuti, nato dal bisogno di dare visibilità alla rimozione del genere femminile. A partire dalle molte fotografie di questo gesto, che hanno contribuito a formare l’iconografia e l’immaginario estetico del femminismo, il libro di DeriveApprodi (pp. 168, euro 20) ripercorre in modo trasversale alcune esperienze di un movimento che si è
configurato come la sfida più radicale alla cultura patriarcale delle società capitaliste. Testi di: Paola Agosti, Silvia Bordini, Ilaria Bussoni, Collettiva XXX, Stefania Consigliere, Laura Corradi, Anna Curcio, Agnese De Donato, Francesca Gallo, Claire Fontaine, Federica Giardini, Vanessa Martini, Alina Marazzi, Cristina Morini, Lelia Pisani, Letizia Paolozzi, Raffaella Perna.
(Alias – 21 giugno 2014)
Sabato 28 giugno 2014, ore 18 o ore 21
Marzia Migliora Un milione di alberi sacri e nessun Dio performance con Francesco Gabrielli Dimora di Artemide / Cascina Vicomanino Via Pracavallo 3 – Fraz. Stupinigi, Nichelino – Torino www.liarumma.it Informazioni e prenotazione Ingresso gratuito. La durata della performance è di 40 minuti e sarà ripetuta due volte: alle ore 18 ed alle ore 20. Ad ogni rappresentazione possono partecipare un massimo di 50 spettatori. Prenotazione obbligatoria mediante invio di e-mail a stupinigifertile@gmail.com indicando per ogni partecipante nome, cognome, numero di telefono, data e turno della performance alla quale si intende partecipare. Nel caso di impedimenti improvvisi si prega gentilmente di mandare disdetta via e-mail a stupinigifertile@gmail.com o telefonicamente al 340/3020815. www. stupinigifertile.it www.ecoenarciso.it
di Luisa Muraro
Studiano, lavorano e fanno carriera. Parliamo delle donne: un numero crescente di donne. Ma guadagnano meno degli uomini e poche arrivano ai vertici. Pochissime, anzi, se teniamo conto delle competenze e qualità in gioco. Perché? Due giornaliste Usa, Katty Kay e Claire Shipman, basandosi su ricerche proprie e altrui, rispondono: perché sono più insicure.
Così il settimanale Internazionale n. 1055, presenta l’argomento “copertina” del numero, che proviene dal mensile The Atlantic. Illustrato in copertina con l’immagine di una donna piangente in abito da superman, e intitolato La fiducia delle donne, volendo dire: la sfiducia.
La tesi secondo cui le donne, nella vita pubblica, sono generalmente più insicure degli uomini, potrebbe sembrare la scoperta dell’acqua calda: ci sono di mezzo quattromila anni di vita pubblica fatta esclusivamente da uomini! Ma, dopo mezzo secolo di femminismo, la cosa fa pensare, tanto più che l’allarme arriva dal paese che gli ha dato il maggiore impulso e che ha messo tra le sue priorità la realizzazione della parità. Con grandi risultati, notano le due: la nostra competenza non è mai stata così evidente e riconosciuta, i sociologi sanno che il futuro del mondo è donna. Ciò nonostante, gli uomini continuano a primeggiare. Che cosa frena le donne, oltre ai vecchi fattori che sappiamo? Le donne mancano di fiducia in se stesse, è la loro risposta.
C’è in questa risposta uno spunto di verità. Non che sia esente da obiezioni, al contrario. Purtroppo, le obiezioni che, sullo stesso numero del settimanale, fa Jessica Valenti del Guardian, finiscono in un evidente circolo vizioso. Dice: se vogliamo che le donne abbiano più autostima per cambiare le cose, dovremmo creare una cultura che apprezza le donne sicure di sé. Ma chi mai potrebbe creare questa cultura, chiediamo, se non le donne stesse? E come faranno se difettano di autostima? Forse, nella prospettiva della giornalista britannica, c’è un deus ex machina chiamato a promuovere le donne incapaci di promuoversi, ed è il femminismo legale e burocratico, alias femminismo di Stato, che tanto piace all’Europa progressista.
La proposta finale delle due americane è poca cosa, sono d’accordo con la Valenti: le due, infatti, propongono il solito manualetto sull’autostima di cui sono le autrici. Ma, davanti al problema di una presenza femminile che resta debole nella vita pubblica, esse hanno il merito di porlo in termini per cui le donne stesse sono chiamate ad affrontarlo. Che è un punto inderogabile quando si tratta di esseri umani, se hai a cuore la libertà. Intendo: l’appellarsi alla loro iniziativa. Non solo, le due autrici del manualetto (The Confidence Code, s’intitola) non ci nascondono che la questione della perdurante sfiducia femminile si ripercuote sul mezzo secolo di femminismo e impone un suo ripensamento.
Ma bisogna vedere che cosa ripensare di questo che chiamiamo femminismo e come affrontare quello che è il problema della presenza debole.
Scartata la risposta americana del manualetto e quella europea del deus ex machina, l’ostacolo da affrontare è la rappresentazione corrente del femminismo. È una rappresentazione che ignora e nasconde l’essenziale della rivolta femminista. E questo nella testa degli uomini come di molte donne.
La rivolta femminista, sospinta da una storia d’ingiustizie e carica della bella energia degli anni Sessanta, è scoppiata con la presa di posizione, consapevole e straordinariamente contagiosa, di alcune donne che hanno smesso di dipendere da- o di specchiarsi in- l’uomo, per dar vita a rapporti donna con donna e per relazionarsi al mondo con mediazioni femminili. Fu un avvenimento che si ritrova nei testi e nei gesti del movimento femminista ovunque, in Italia come negli Usa, se risaliamo agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. La rivolta mise fine a quel processo di emancipazione femminile sostenuto dalla politica progressista che assimilava le donne a un gruppo sociale svantaggiato e oppresso. Nell’atto della rivolta le donne hanno scoperto in sé e nelle altre il volto dell’umanità intera insieme alla necessaria sicurezza per dire di sé e dei loro desideri, con parole trovate da loro stesse. Io sono una donna e dico che… Che è il ricominciamento della storia.
Si è aperta così all’umanità una nuova strada che stiamo percorrendo, al confronto della quale la lunga marcia di Mao Tse-tung è una gita fuori porta. Ci sono segni e segnali di ciò e sempre più ce ne saranno. Oppure no, e allora l’umanità tornerà indietro e sarà peggio per tutti.
Nelle cose umane il fatto in sé non basta. Quante volte bisogna ripeterlo? E continuare a polemizzare con il positivismo che è la filosofia comune ai borghesi e ai rivoluzionari, fino agli anni di piombo, la terribile filosofia del fatto compiuto. Siamo animali simbolici (i filosofi direbbero “pensanti”, che è troppo e troppo poco) e il fatto, nel senso di ciò che modifica lo stato delle cose, bisogna che in qualche modo lo riconosciamo e che abbiamo le parole per rappresentarlo. Quelle giuste, possibilmente. Che cosa si deve costatare invece? Che i segni di quel nuovo inizio che il movimento politico delle donne è per l’umanità, ci sono e sono sempre più numerosi, sì, ma stanno diventando sempre meno leggibili.
Un esempio per tutti, la parola che è al centro del discorso proposto sulle pagine dell’Internazionale, “fiducia”. Non si può bellamente confondere la fiducia con la sicurezza di sé e l’autostima, per cominciare; ma soprattutto, la sfiducia di sé non è una questione che si pone primariamente nel rapporto di una lei con un lui. Alla radice la fiducia si forma (o non si forma), si rafforza (o s’indebolisce) nel rapporto di una donna con l’altro che è donna. Questa è una delle intuizioni all’origine della pratica femminista del fare società femminile (gruppi separati), della proclamata sororità, e poi di altre pratiche e di altri discorsi, sia critici sia propositivi, in una successione che arriva fino a noi e ha dato vita a una rete di scambi alimentati da un pensiero politico in costante evoluzione. Parlo del grande tema delle genealogie, raccontate da una storiografia femminista di prim’ordine. Parlo dell’ordine simbolico della madre e del privilegio di nascere dello stesso sesso della madre, privilegio costoso, a volte costosissimo, ma non per questo meno fecondo. Parlo della disparità riconosciuta e affrontata (contro il “siamo tutte uguali” che appiattisce e neutralizza) con un ritrovato senso dell’autorità femminile. Parlo infine della pratica di affidarsi, che ha la stessa radice della fiducia.
Ma di tutto questo e altro ancora, quelli che confezionano l’Internazionale, che cosa sanno? Apparentemente e forse realmente, nulla. Bisogna subito aggiungere che in proposito non sono un’eccezione nel panorama dei mezzi d’informazione di massa. L’operazione di semplificare la lettura dei fatti, richiesta dalla strutturale esigenza della notizia veloce, diventa automatica quando si tratterebbe di prestare attenzione e ascolto a un reale che non fa notizia, cioè che non obbedisce al modo di produzione richiesto anche in questo campo. Non s’ignora l’esistenza di una certa realtà chiamata “femminismo” ma se ne parla con pochi segni convenzionali, che rimandano al femminismo ottocentesco dell’uguaglianza e dei diritti delle donne. E che sono, guarda caso, gli stessi segni con cui si esprime il femminismo di Stato.
C’è tuttavia qualcosa di speciale nell’informazione fornita dall’Internazionale. È la sua netta preferenza per il femminismo che più risente dello spirito e degli scopi del capitalismo nordico, quello puro e duro che promuove l’uguaglianza e spinge a primeggiare, stante che parità e autoaffermazione favoriscono la competizione. E quindi il profitto. Salva restando una cornice di diritti che l’individuo può rivendicare davanti alla legge, come ci insegna un’abbondante quanto illusoria cinematografia Usa. E salva restando pure una supercornice di diritti umani da mettere sulle bandiere che sventolano di qua e di là sul pianeta Terra, con quali benefici non vi sto a dire.
Eppure non si tratta di una pubblicazione di destra, anzi. L’Internazionale ha le caratteristiche di un giornale democratico e progressista. Ecco il punto di coincidenza. La democrazia progressista ha bisogno di cause giuste, come il cieco del suo bastone, come i buoni cristiani dei bisognosi. Le donne sono ingiustamente discriminate e tali devono restare: s’intende, nella rappresentazione. Niente di più facile, perché la parità è un miraggio. Ma favorisce lo spirito di competizione (che non è un miraggio).
Questa è metà della spiegazione. L’altra metà è quella che deve restare in ombra perché riguarda la stessa democrazia rappresentativa con quello che ha di finto e inconfessabile. Che è il reale stesso, che si fa perciò sempre più illeggibile. La convenzionalità della causa delle donne e delle donne stesse serve da cauzione a una politica finta e a una globalizzazione reale quanto umanamente insulsa. Da cui, detto per inciso, la fortuna del gender.
(Luisa Muraro, www.libreriadelledonne.it, 20 giugno 2014)
di Alessandra Pigliaru
Marcella Campagnano è fotografa e femminista. Tuttavia, come ha recentemente ribadito a Paola Mattioli sulla rivista Via Dogana, la definizione di fotografa non si addice a ciò che effettivamente ha condotto in questi anni.
Cara Marcella, ciò che hai messo in scena è più la narrazione amorosa e radicale dell’esperienza femminista di quegli anni?
«Non sono una fotografa, non perché ho studiato pittura a Brera ma perché la macchina fotografica è solo lo strumento più diretto e immediato che, intorno alla metà degli anni Sessanta, cominciai a utilizzare come una scrittura, per fissare via via i frammenti e i luoghi dell’esperienza e perché stavo maturando l’urgenza di aprirmi e dialogare con le mie simili».
So che hai fatto parte del collettivo milanese di Via Cherubini e che, insieme ad altre, hai partecipato ad un gruppo che di confrontava sulle immagini. Di cosa discutevate?
«Sì, il gruppo sull’immagine è nato nel 1974, in casa di Daniela Pellegrini quando, tornate dall’intensissima, esaltante esperienza del convegno internazionale femminista nell’isola danese di Femo, trascinate dall’entusiasmo ci trovavamo a prolungare il desiderio di restare vicine a condividere vita e ricerca. Daniela, Silvia Truppi e io eravamo appena tornate; a noi si aggiunsero diverse altre amiche artiste o non, comunque interessate all’immagine, con l’intenzione di fotografarci vicendevolmente e di travestirci in varie pose e ruoli. I primi esperimenti nacquero proprio in quel contesto ma, data la mia formazione e gli interrogativi che da diversi anni mi ponevo sui modi e il linguaggio da usare per tentare di uscire dai consueti schemi fotografici di rappresentazione, maturai la necessità di un’immagine semplice e archetipica, il più possibile priva di intenzionalità».
I tuoi due lavori fotografici principali fanno parte entrambi di L’invenzione del femminile: prima arriva Ruoli, 1974-1980 (pubblicato per la prima volta nel 1976), che definisci «un teatro dell’esperienza»; c’è poi Regalità, 1985-1989. Il primo lavoro è costituito da immagini di donne che interpretano, attraverso trucchi e travestimenti, i vari ruoli che il sociale impone di fatto, quasi a nostra insaputa. Nel tuo secondo lavoro avverti invece tutto il guadagno della regalità come differenza che sa di sé. Per entrambe le serie, i set che costruivi erano casalinghi. Ti occupavi insieme ad altre di trovare, cucire e modificare i vestiti. Alcuni, come nel caso delle tue Regine, erano addirittura di carta. Stabilivi le pose ma, durante la preparazione, tenevi conto della relazione con le donne che avevi davanti.
«Sia in Ruoli che nella serie sulla regalità ho tenuto presente lo scambio costante tra soggetto e oggetto, che poi è il tema di tutto il mio lavoro. Per quanto riguarda l’allestimento del set, credo di aver già raccontato come trasformavo una parete del soggiorno di casa, spostando un divanetto, appendendo al muro un pezzo di moquette, accendendo semplicemente due lampade, ponendo uno specchio in posizione tale perché ognuna di noi potesse controllare la sua immagine prima che io, con la macchina fissa sul cavalletto, scattassi la foto. Le immagini di questa serie sono soltanto la traccia rimasta di quella allegra fatica, nata da relazioni, incontri scambi però, come dice Susan Sontag , l’arte non è mai stata soltanto un veicolo di idee e sentimenti ma, anche un oggetto che modifica la nostra coscienza e la nostra sensibilità. Ho sempre intuito e accettato che il mio lavoro, costruito esattamente 40 anni fa, si trovasse circondato dal silenzio, forse perché si discostava dai modi in uso e di rito in quegli anni. Per la mia esperienza di donna e “artista”, presa di coscienza e trasformazione di modi di vita e linguaggi sono indissolubilmente legati. Parafrasando Teresa de Lauretis “dentro la città fortificata della cultura (…) solo un incessante lavoro di decostruzione e ricostruzione da parte delle donne potrà definire nuove fisionomie”; per le donne come per l’arte. Guardandole a distanza queste mie sequenze, sempre uguali, sempre diverse, sono più simili al lavoro di tessitura che non all’arco di Apollo che, come la macchina fotografica, colpisce dinamicamente da lontano. Forse mi ripeto ma con il mio lavoro, faccio della macchina fotografica un uso prevalentemente statico, il diaframma dell’apparecchio si apre e si chiude come lo sportello di un frigorifero. Ciclicità di ritmi e uso degli strumenti al femminile?»
Ti ho incontrata per la prima volta all’incontro di Paestum 2013 e ho visto dal vivo, insieme alle altre mie amiche di collettiva_femminista, i tuoi album. Mentre guardavo le tue fotografie e ascoltavo i racconti e le vicende dietro a ogni scatto, mi sono detta che anche il modo dell’immagine è efficace per trasmettere la memoria a chi come me è arrivata dopo. Mi ha rimandato i corpi e i volti che diversamente non avrei saputo immaginare. In questi anni, alcune giovani donne ti hanno chiesto un confronto relativamente al tuo lavoro?
«Le avanguardie femministe degli anni ’70, molte artiste di quegli anni, hanno fatto dell’auto-rappresentazione e della rappresentazione dell’immagine femminile, il tema della loro ricerca e il libro di Raffaella Perna, Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta, è la testimonianza della situazione italiana non molto conosciuta e studiata. Certamente una traccia è rimasta, soprattutto per quanto riguarda l’attenzione alla corporeità. Molto interessante è anche l’analisi che fanno Alessandra Gribaudo e Giovanna Zapperi nel loro volume Lo schermo del potere. Femminismo e regime della visibilità. Mi sembra che in questa attenzione competente ci sia la necessità di ridefinire e forse riparlare della relazione tra immagine, rappresentazione e costruzione delle soggettività. Farlo partendo dalla critica al sistema di giudizio, soprattutto morale».
Marcella Campagnano, L’invenzione del femminile: Ruoli (1974-1980), Mozzi Editore, Milano 1976
Paola Mattioli, Le Regine di Marcella Campagnano, in Via Dogana, n° 108, marzo 2014, p. 28
Raffaella Perna Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta, postmedia books 2013, pp. 112, € 16,90.
Alessandra Gribaudo e Giovanna Zapperi Lo schermo del potere. Femminismo e regime della visibilità, ombre corte 2012, pp. 123, € 13,00
di Clara Jourdan
Il giro di vite contro la prostituzione sulle strade, in nome del decoro, è fallito. Le donne costrette a prostituirsi sono tornate negli stessi luoghi di prima e la tratta pare diventata più raffinata e potente. Le organizzazioni criminali che la gestiscono sono più ramificate, con forti collegamenti internazionali, capaci di gestire contemporaneamente più traffici illeciti: prostituzione, droga, immigrazione clandestina. Queste le caratteristiche del mercato del sesso a pagamento, secondo l’osservazione diretta sul campo condotta dagli operatori dell’unità di strada Avenida della cooperativa Farsi Prossimo di Caritas Ambrosiana, i cui risultati, insieme a quelli della ricerca Punto e a capo sulla tratta. 1° Rapporto sulla tratta e il grave sfruttamento realizzata da Caritas Italiana e Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza, sono stati discussi da Manuela De Marco al convegno “La tratta e la prostituzione. La legge Merlin ieri e oggi”, che si è svolto a Milano nella sede della Caritas Ambrosiana mercoledì 18 giugno 2014, alla presenza di molte donne e qualche uomo.
«Spiace constatare – ha osservato nell’introduzione don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana – che il dibattito pubblico sulla prostituzione è stato deviato da una campagna d’opinione contro la legge Merlin e a favore di una qualche forma di regolamentazione del mercato del sesso. Come purtroppo dimostrano anche altre esperienze europee, creare quartieri a luci rosse dove poter esercitare liberamente la prostituzione, non impedisce alle organizzazioni criminali di prosperare. D’altro canto, anche le multe contro i clienti e le prostitute, applicate in altri paesi e sperimentate anche in parte in Italia per iniziativa di qualche Comune nel recente passato, hanno dimostrato di non essere affatto un efficace deterrente. La sola strada è sciogliere il vincolo che lega le donne ai loro sfruttatori, aiutarle e favorire le denunce, incontrarle e far capire che non sono sole e che possono chiedere aiuto. Così si potranno anche aggredire le organizzazioni criminali e aiutare le ragazze che ne sono vittime». Oltre all’assistenza in strada Caritas Ambrosiana offre infatti alle donne che vogliono uscire dal racket accoglienze in strutture ad indirizzo protetto.
«Ma anche – ha aggiunto il direttore di Caritas Ambrosiana – occorre interrogarsi sulla domanda di sesso a pagamento.»
Una domanda maschile su cui si comincia a riflettere, ha sottolineato Giorgia Serighetti, ricercatrice all’Università di Milano Bicocca e autrice del libro Uomini che pagano le donne (Ediesse 2013): «Ed è quasi una rivoluzione, perché il cliente non è più rimosso. Non c’è ancora un lessico in Italia, a differenza di altri paesi (dove si usa la parola”prostitutore”): l’inesistenza linguistica è inesistenza culturale». Nella sua ricerca sui clienti la Serighetti ha notato che per le donne c’è un senso di «alterità radicale», cioè non sembra mai riguardare uomini a loro vicini, mentre in realtà in Italia un uomo su 8 ha pagato almeno una volta; si tratta di maschi di ogni età e condizione, e le motivazioni espresse sono molto varie, e non si possono interpretare solo come residui patriarcali e resistenze alla libertà femminile, ma ci sono anche motivazioni più “moderne”: la cultura del dare e avere, del consumo, dei legami fluidi… La studiosa ha poi brevemente presentato le legislazioni europee più recenti, criticando sia il modello nordico neoproibizionista sia il modello tedesco-olandese della regolamentazione come un mercato, perché, tra le le altre cose, entrambe difettano nel contrastare la tratta e vulnerabilizzano ulteriormente le vittime. Quanto alle recenti proposte italiane – in particolare la Spilabotte (vedi l’articolo di Lia Cigarini, “Sulla prostituzione apriamo il confronto”, Via Dogana n. 109, giugno 2014) – non le ritiene assolutamente adeguate, anche perché non c’è discussione pubblica sulla questione. Lei è d’accordo nel lasciare la Merlin così com’è. «L’intervento politico non va fatto sulle leggi ma sull’educazione. Come trasformare l’immaginario che dà origine a questo mercato?»
Dopo questa relazione attentamente ascoltata e lungamente applaudita, il convegno è continuato con un filmato su Lina Merlin e due relazioni, di Sandro Bellassai (Università di Bologna e Maschile Plurale) e Marco Quiroz (Università degli studi di Milano) dedicate alla storia e all’attualità della legge Merlin.
(Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 20 giugno 2014)
Via Dogana n. 109, giugno 2014
Ci sono scoperte che non finiscono mai
Indice
E IN RISPOSTA I DUE PUNTI di Vita C. / CI SONO SCOPERTE CHE NON FINISCONO MAI di Luisa Muraro / POVERA ORCHIDEA SELVAGGIA di Barbara Verzini / ANNAROSA BUTTARELLI E LE SUE SOVRANE di Riccardo Fanciullacci / UN DIVANO MESSO DI TRAVERSO (ALLE IDEOLOGIE) di Laura Minguzzi / CARA MARIA, SEI PIENA DI PREGIUDIZI… CARA RACHEL, HAI RAGIONE… di Sara Mori / RELAZIONI NON FACILI di Sandra Bonfiglioli / ILL.MA PRESIDENTE di collettiva_femminista Sassari / LETTERE E INTERVENTI di Montse Guntín Gurguí, Cristiana Fischer, M. Cristina Mecenero, Sandra Divina Laupper / PAUSA LAVORO: Vantaggi reciproci di M. Castiglioni, L. Cigarini, G. Masotto, S. Motta, L. Zanuso – Sulla prostituzione di Lia Cigarini – Smartworking di Anna Maria Ponzellini – Così prendiamo il centro della scena di Sandra Becattini / INSTANCABILE PIA. INTERVISTA A PIA MAZZIOTTI DELLE BIBLIOTECHE DI ROMA CAPITALE di Alessandra De Perini / AVVISO ALLE NAVIGANTI di Alessandra Pigliaru / LEGGERÒ di Francesca Graziani / PICCOLO GRANDE SCHERMO di Silvana Ferrari / IMPARARE POLITICA DALLA MISTICA: IVANA CERESA della Sororità di Mantova / JOSEFA TOLRÀ di Assumpta Bassas Vila
Ciò che si sottrae alle definizioni e alle rappresentazioni… che è la nostra stessa umanità di donne e uomini, questo qualcosa che siamo noi in prima persona, possiamo farne un luogo della politica – scrive Luisa Muraro in Ci sono scoperte che non finiscono mai. – Penso alle pratiche proprie del movimento delle donne, pratiche di presa di coscienza e di parola che ruotano intorno alla lingua che parliamo.
Anche per le relazioni tra donne, la rete mi è stata di grande aiuto – scrive in Avviso alle naviganti Alessandra Pigliaru, blogger e cultrice di materia in Storia della filosofia all’Università di Sassari. – Non c’è nessun ottimismo fuori luogo in ciò che racconto del web, piuttosto la consapevolezza di poterci stare in modo fruttuoso costruendo relazioni alle quali vorrei pensare con guadagno.
A proposito di Annarosa Buttarelli e delle sue Sovrane, Riccardo Fanciullacci, docente nel master dell’Università di Verona “Consulenza filosofica di trasformazione”, domanda: Le pratiche grazie a cui lei ha potuto distillare, nel caos delle belle pensate, alcune vere idee e su cui ora si appoggia per fare sì che diventino nuove possibilità reali per tutti, sono quelle pratiche politiche che hanno un’origine storica ben precisa e che si legano all’evento del movimento delle donne oppure sono quell’insieme di condotte e tipi di relazione che sarebbero “femminili” in un senso più generale?
L’azione rivoluzionaria per sottrarsi all’imperativo “scopa o taci” non può essere la castità – sostiene in Povera Orchidea selvaggia Barbara Verzini, che collabora con la comunità filosofica di Diotima e gestisce insieme a Diana Sartori la rivista online “Per amore del mondo”, – ma la riappropriazione del proprio desiderio, che parla di un corpo umano, che ha dei tempi umani, che ogni volta scopre qualcosa di nuovo di sé e si riconosce diverso, che non può essere rinchiudibile in alcuna legge né pratica perché eccedente per eccellenza.
_____________
Abbonatevi a VIA DOGANA o rinnovate l’abbonamento
Costa €25 in Italia, €35 negli altri paesi e non è proibito dare di più.
È annuale, per anno solare: la rivista esce a marzo, giugno, settembre, dicembre.
Per il 2014 sarà possibile ricevere Via Dogana in pdf, in alternativa all’invio postale. Oltre al vantaggio di ricevere il numero il giorno stesso dell’uscita, il costo è ridotto a 20 euro. Nel sottoscrivere l’abbonamento con questa opzione, ricordatevi di indicare l’indirizzo e-mail.
di Pinella Leocata
Catania. Solo la sensibilità di chi non si gira dall’altra parte, dei cittadini che capiscono che chi sfida il mare e la vita su un barcone lo fa per estrema necessità, ha evitato che un drammatico disguido si potesse trasformare in tragedia. Quella di una giovane madre etiope separata dai sui quattro bambini allo sbarco al porto di Catania nella notte tra venerdì e sabato.
Per tutta la giornata di ieri i volontari della «Rete antirazzista» si sono dati da fare prima per capire il perché del pianto disperato di una donna e dopo per cercare i sui figli perduti. Tutto nasce dall’umanità di una donna ricoverata nel reparto di Ortopedia del Garibaldi centro. Nella stanza in cui è ricoverata c’è una donna straniera, una migrante, ricoverata alle 2,40 di sabato 14. Ha una spalla lussata e una prognosi di 30 giorni. Avrà dolore di sicuro, ma il suo pianto irrefrenabile, la sua disperazione, il fatto che cerchi di dire qualcosa che nessuno si preoccupa di capire, la muove a pietà. Tanto strazio non può essere motivato dal dolore fisico. Lei non si gira dall’altra parte. Un figlio, forse un nipote, è amico di una volontaria che si occupa di migranti. Lo avverte e chiede che qualcuno vada in ospedale per capire che cosa chiede quella giovane donna disperata. Così, ieri mattina, un volontario della Rete antirazzista si reca all’ospedale Garibaldi per capire la nazionalità della migrante e trovare qualcuno che parli la sua lingua.
La migrante è etiope, ma parla l’eritreo. Alfonso Distefano, della Rete antirazzista, cerca un amico eritreo e ritorna in ospedale insieme a una volontaria. Scoprono così che la donna, 34 anni, è disperata perché non sa che fine hanno fatto i suoi quattro figli, piccoli, piccolissimi: una ragazzina di 12 anni, un maschietto di 6, e altre due bimbe di 4 e di 2 anni. Nessuno che le dica dove sono, come stanno, con chi sono, chi si occupa di loro. I volontari sono sbalorditi. Com’è possibile? Che cosa è accaduto?
Zafu, così si chiama la donna, racconta che allo sbarco, capendo che aveva un problema serio alla spalla, l’hanno portata in ospedale in ambulanza. Lei si è fatta convincere perché le avevano detto che il controllo sarebbe durato mezz’ora o poco più. Invece è stata ricoverata. E ha perso i contatti con i figli che sono rimasti soli perché hanno affrontato il mare solo con la loro mamma. Il padre è rimasto in Eritrea.
I volontari si fanno dare il nome e la data di nascita dei bambini e cominciano la ricerca. In tardo pomeriggio li trovano al PalaNitta dove sono stati portati i circa 260 migranti sbarcati al porto di Catania nella notte tra venerdì e sabato. Uno sbarco di cui i mass media non hanno parlato perché nulla hanno saputo. Gli arrivi sono così continui, ormai, da non fare più notizia. Routine, drammatica routine.
Dal PalaNitta, intanto, la maggior parte dei migranti si è allontanata. Le tacite direttive del Governo prevedono che non li si trattenga più, tanto meno con la forza, come si è fatto fino a pochi mesi fa. Troppi i migranti e troppo distante e assente l’Europa per potersene fare carico da soli. Che vadano a chiedere asilo dove reputano più opportuno. Così nella struttura sportiva di Librino ieri sera di migranti ne erano rimasti una settantina, tutti maschi. Evidentemente coloro che hanno deciso di chiedere asilo in Italia. Tutti maschi più i quattro bambini, sporchi, senza mutandine, terrorizzati. Per fortuna c’era anche una ragazza che non è potuta andare via come aveva previsto.
Una delle volontarie della Rete antirazzista, Stefania Diprima, attraverso un’avvocata, Nunzia Scandurra della «Città Felice», chiede ai poliziotti della volante che controlla il PalaNitta il permesso di portare i bambini dalla loro mamma, ma non è possibile. Tutto è rinviato a stamattina quando l’avvocata cercherà di trovare il modo di riunire la famiglia.
Anche questo significa migrare. Anche questo sono gli sbarchi sempre più convulsi, numerosi e continui. Per questo le associazioni antirazziste continuano a chiedere che si aprano corridoi umanitari per salvare vite umane, per evitare dolore aggiuntivo a chi fugge da guerre, violenze e fame.
(La Sicilia, 16 giugno 2014)
di Franco Venturini
Volete sapere quale Paese europeo ha il primato di denunce per violenza di genere contro le donne? Preparatevi a una sorpresa: la Danimarca. Lo ha scoperto l’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione Europea, assegnando alle donne danesi uno stupefacente 52 per cento a fronte di una media del 33 nell’insieme della UE. Il dato è grave, ma richiede una serie di spiegazioni.
La Danimarca ha una forte immigrazione, e una parte peraltro minoritaria delle denunce giunge dalle nuove venute. Chiunque si rivolga alle autorità riferendo di aver subìto violenza fisica o sessuale riceve immediata assistenza psicologica, un alloggio il più possibile lontano dalla residenza dell’aggressore, facilitazioni per i figli e un assegno mensile di 1.400 euro. Di lui si occupano la polizia e i tribunali, ammesso che ne venga confermata la responsabilità. Lei, invece, diventa una cittadina privilegiata da assistere e aiutare in ogni modo a spese della comunità. Non esistono limiti, se necessario si provvede anche al trasferimento in altro Stato attraverso i canali diplomatici (spesso viene scelta la Svezia, e si arriva al cambiamento legale di nome e cognome per ottenere la non tracciabilità).
Una brutta statistica, dunque, ma una straordinaria consapevolezza politica e sociale.
[…]
(da Io Donna, 14 giugno 2014)
di Raffaella Molena
Cara Sara,
ho letto con interesse il tuo contributo intitolato: “Scienza, femminismo e l’autorità imperfetta” del 23.5 apparso sul sito web della Libreria e vorrei arricchire quanto dici evidenziando alcune questioni:
– esiste un’“intelligenza del corpo” che va interrogata quando si parla di salute/malattia e medicina. Ogni giorno “a nostra insaputa” il corpo compie un lavoro complesso di riparazione, mantenimento di un certo equilibrio, della salute ecc.; solo quando non ci riesce allora interveniamo “dall’esterno” con medicine e medici (che a volte peggiorano le cose anziché risolverle)
– pazienti sempre meno “pazienti” e sempre più consapevoli di sé e della propria “competenza” rispetto al linguaggio che il corpo usa per esprimersi – assumendosi la responsabilità della propria salute – possono cambiare una certa pratica clinica.
– coltivare il “senso critico” non è sufficiente, non basta per trovare un’originalità come parola positiva. Consente di tenere alto il livello di attenzione nei confronti di un linguaggio che pretende d’essere universale (per due), ma il salto di qualità avviene spostando lo sguardo:
«Una delle prime domande che ci siamo poste in IPAZIA riguardava direttamente il nostro amore per la scienza, da un lato, e il paradigma scientifico che, invece, sottolineava come la presenza del soggetto femminile fosse insignificante, non dicesse niente, dall’altro lato. Allora, come potevamo tenere insieme l’amore per la scienza, che pretende d’essere oggettiva in una sola direzione, dire un solo universale, e la fedeltà a sé?
«Sciogliendo, senza tagliare, vincoli inutili, falsamente evidenti, ma non necessari (come neutralità e universalità del soggetto della conoscenza) e cercando nella relazione con altre donne, (e/o cercando nella genealogia femminile donne a cui simbolicamente affidarsi per riconosciuta autorità – penso ad es. a Laura Conti) la mediazione con il vero e il reale che dà senso alla nostra esperienza sessuata, consentendo un esercizio di libertà, anche in ambienti totalmente sfavorevoli (vedi E. Susi, A. Alioli, Sciogliere senza tagliare, VD n° 4, marzo ’92; E. Susi, Questa ricchezza non è perduta per noi, VD n° 3, dicembre ’91)».
– Gli studi epidemiologici sono importanti, ma i dati possono dire tante cose diverse, non sono mai neutrali. La loro onesta interpretazione comprende – tiene dentro – solo i sistemi che prende in considerazione per lo studio e comunque senza pervenire mai a conclusioni definitive, come anche tu dici – la scienza è processo dinamico e sempre in movimento.
Tuttavia se ne può fare anche un uso distorto: quando ad es. un medico, rinunciando così alla visione sistemica, usa i dati statistici come riparo, per non “rovinare” dentro la relazione – che ricordiamo dovrebbe avere la qualità di “terapeutica” – col paziente e che non è “formato” a gestire. Pertanto il paziente con i suoi sintomi particolari, che non trova posto fra i dati statistici, diventa allora, statisticamente parlando, solo “rumore di fondo”.
Si potrebbe dire «ci sono i protocolli» e seguendo quei binari la relazione è secondaria, contano i passi, i passaggi che conducono all’obiettivo prefissato, dopo, beninteso, aver firmato un “consenso informato” – che in realtà non informa affatto, ma salvaguarda forse il medico dai tribunali. Anche dai vari Tribunali del Malato, frutto di una concezione della salute da inserire fra i “diritti” da rivendicare come cittadini: meglio sarebbe pensarla come legata alla vita stessa, inalienabile e come valore assoluto, quindi non oggetto di contratto sociale.
Tuttavia anche i protocolli unici e generalisti possono essere declinati e piegati sulle differenze, non sul “genere”, in conseguenza di quanto si decide nella contrattazione fra medico/paziente. Si può anche arrivare a star fuori dai protocolli, a fasi alterne anche entrare e uscire, ecc., istituendo così un protocollo “sensibile” alla relazione medico/paziente e all’efficacia terapeutica, e non per questo meno scientifico, anzi. Nelle scienze del vivente, scientificità è dire il percorso, affinché diventi metodo, non pura biografia.
– Nelle scienze del vivente, abbiamo assunto il primato della soggettività e della pratica di relazione con tutto ciò che questo comporta, effetto placebo/nocebo compreso, uno dei primi e più importanti effetti di una relazione terapeutica.
Ricordo a questo proposito gli importanti studi e sperimentazioni che il prof. Fabrizio Benedetti (docente di Fisiologia all’Università di Torino e consultant al National Institute of Health a Bethesda e alla Mind Brain Behavior Initiative della Harvard University), conduce da anni sull’effetto placebo e sulle reazioni neurochimiche che portano alla liberazione di mediatori scatenate da stati emotivi – è noto che le emozioni agiscono sul corpo.
Anche la scienza tradizionale si è accorta da tempo che il pur evanescente ed etereo placebo ha effetti terapeutici molto importanti (sia in positivo che in negativo) e ben vengano gli studi che consentiranno sia un minor uso-abuso di farmaci, sia un miglioramento nella qualità della relazione medico/paziente.
Infatti l’effetto placebo/nocebo ha le qualità proprie della relazione in atto e una sua farmacocinetica, con effetti collaterali compresi. È una strada promettente anche per superare gradualmente gli studi in “doppio cieco” – vero paradosso scientifico – e che provano che l’effetto placebo esiste e agisce – e la sperimentazione sugli animali, i cui risultati, a parte una questione etica, non si possono linearmente traslare sugli umani.
Questi sono solo punti fin troppo sintetici e che non possono dar conto di tutto il lavoro di pratica e di riflessione, seminari, convegni ecc., che io, con molte altre donne, abbiamo svolto e continuiamo a svolgere, prima con la comunità scientifica Ipazia, che in Libreria si è riunita per molti anni, e poi con il gruppo Metis, Medicina e Memoria.
Per questo inserisco per maggiori approfondimenti i testi prodotti e ti allego un mio file .pdf: Uscire dall’angolo con il fiato corto, in cui delineo il percorso compiuto da Ipazia a Metis.
- Ipazia, a cura di, Autorità scientifica, autorità femminile, Editori Riuniti, 1992
- C. Fisher, G. Lazzerini, a cura di, La misura del vivente, Atti Convegno di Bologna del 21/5/94, Milano, ’94 (nell’ambito delle attività di Ipazia)
- Ipazia, a cura di, Due per sapere, due per guarire, Quaderni di VD, Milano, 1997
- A. Alioli, Lei non si scusa, VD n° 1, giugno ’91
- E. Susi, A. Alioli, Sciogliere senza tagliare, VD n° 4, marzo ‘92
- E. Susi, Questa ricchezza non è perduta per noi, VD n° 3, dicembre ’91
- A. Alioli, Dispari uguale potenza, VD n° 2, settembre ’91
- M. Raimondi, M. Pasquali, Essere due, VD n° 5, giugno ’92
- A. Alioli, Questioni di ottimo, VD n° 5, giugno ’92
- A. Alioli, Il senso della sottrazione spiegato da una matematica, VD n° 63, dicembre 2002
- A. Alioli, Laura Conti. L’amore del vivente, VD n° 12, sett.-ott. ’93
- A. Alioli, Lettere a Via Dogana. Lei sa come si fa, VD n° 21-22, maggio-sett. ’95
- Ipazia (M. Antonelli, M. Pasquali, E. Susi), Lettere a Via Dogana. A proposito di “La differenza dei sessi in biologia”. Superiorità biologica? VD n° 17-18, luglio-ott. ’94
- E. Susi, Superiorità biologica versus ordine simbolico, VD n° 20, febbraio-marzo ’95
- Metis, a cura di, Corpi Soggetto: pratiche e saperi di donne per la salute, ed. F. Angeli, Milano, 2000 (Atti del convegno)
- Metis, a cura di, Le donne e il cancro al seno, Quaderni Metis, Milano, 2004
- Metis, a cura di, Ma c’è la vita, Quaderni Metis, Milano, 2007
- G. Martino e H. Godard, Il dis-agio in senologia oncologica, Quaderni Metis, Milano, 2013
Raffaella Molena
P.S. Se avessi voglia di leggere l’ultimo libro di Gemma Martino, del 2013, in vista di una possibile presentazione in Libreria, di cui potresti essere – questa è una proposta – una delle relatrici, fammelo sapere che te lo faccio avere.
A presto
L’idea è una pubblicazione che raccolga racconti di personaggi lontani da stereotipi e ruoli prestabiliti, l’uscita avverrà il 25 novembre 2014, giornata contro la violenza sulle donne, perché riteniamo che anche l’imposizione di modelli o gli ostacoli
all’autodeterminazione siano una forma di violenza.
link al bando http://www.ananke-edizioni.com/ananke/concorsi/il-colore-delle-donne/regolamento/
ANANKElab
info@anankelab.com
Abbiamo conosciuto Romilda Saggini, storica savonese specializzata in Paleografia, con numerose pubblicazioni sulla storia locale di cui molte legate alle donne, alla presentazione de “La pratica politica della Storia vivente” presso la Libreria Ubik nel febbraio scorso.
www.eredibibliotecadonne.wordpress.com/tag/romilda-saggini/
di Cinzia Sciuto
Da tempo volevo occuparmi in questo blog della costruzione
dell’immaginario dei bambini in riferimento agli stereotipi di genere.
Come, cioè, i bambini passano dalla constatazione esperienziale dei
due generi al loro ‘ingabbiamento’ in ruoli, compiti, aspettative che
con la differenza di genere hanno ben poco a che fare. Il passaggio
non è affatto naturale, anzi è proprio in quello snodo essenziale che
si colloca il fondamentale ruolo ‘culturale’ di tutte le agenzie
educative che hanno a che fare con i bambini, famiglia e scuola
innanzitutto. Me ne sono già occupata in parte qui.
Oggi l’occasione mi viene da questo post di Liberelettere, un
bellissimo blog dedicato ai libri per bambini, in cui Caterina Lazzari
fa una distinzione che mi fa riflettere: “Ci sono libri per bambini
privi di stereotipi e libri invece attivi contro gli stereotipi. (…)
Titoli attivi nei confronti degli stereotipi sono quelli che si
prefiggono di smontarli, sovvertirli, proporre modelli plurali ed
alternativi, e promuovere la bellezza di essere se stessi”. Ecco, mi
chiedo: non è che i libri “attivi” contro gli stereotipi rischiano di
produrre effetti paradossalmente contrari agli intenti?
Continua su animabella
Continua su micromega.net
di COMITATO INQUILINI MOLISE-CALVAIRATE
Milano, giugno 2014
Care sorelle, cari fratelli Rom,vi chiediamo di ascoltarci.
Vogliamo dirvi perché abbiamo chiesto lo sgombero di tutte le recenti occupazioni nei nostri quartieri. Ciò significa che abbiamo chiesto principalmente lo sgombero delle vostre famiglie. Abbiamo chiesto che la condizione di ogni famiglia sia esaminata e che sia data una risposta sociale quando sussistano condizioni di bisogno e di diritto alla casa. Ma la soluzione delle vostre difficoltà non può trovarsi con l’occupazione di alloggi vuoti nei nostri quartieri. Vogliamo dirvi che cosa è successo nella zona e nella città a seguito delle vostre occupazioni. Vogliamo chiedervi perdono per le offese, gli insulti, per la minaccia che ancora una volta, nella vostra e nella nostra storia, è pesata su di voi e sui vostri figli.
Vi chiediamo perdono e vi facciamo una domanda. Scriviamo a voi, scriviamo a tutti…
Siete venuti in grande numero ad occupare alloggi vuoti nei nostri quartieri.
Famiglie di Rom sono partite dalla Romania e il giorno dopo avevano occupato un alloggio nei nostri quartieri. Avete ricevuto indicazioni di partire e di venire ad occupare qui alloggi vuoti? Da chi?
Nel quartiere Calvairate in Piazza Insubria 1, Via Tommei 1, 2, 3, 4, piazzale Martini 15, molti alloggi erano vuoti in esecuzione del Contratto di Quartiere Calvairate-Molise. E’ un intervento straordinario che ha lo scopo della riqualificazione edilizia, sociale, economica, urbana dei quartieri Calvairate e Molise. Ha avuto inizio nel 2004. Gli alloggi lasciati vuoti dagli assegnatari, trasferiti altrove, devono essere ristrutturati. L’assegnatario ha il diritto di rientrare. Altri alloggi, già ristrutturati, sono rimasti vuoti perché ALER non li ha assegnati. In particolare, alloggi occupati nel corso degli anni passati erano vuoti perché abbiamo ottenuto che i vecchi occupanti non fossero messi per strada, che a loro fossero assegnati alloggi altrove: non ristrutturati, non adeguati alle necessità delle famiglie occupanti, però, infine, alloggi da abitare con regolare contratto. Nel quartiere Molise con il Contratto di quartiere sono stati ristrutturati alloggi destinati ad anziani, è stata costruita una struttura destinata all’incontro degli anziani. Tutto è stato lasciato vuoto, inutilizzato, da anni.
Avete occupato alloggi nei quartieri Calvairate, Molise e alcuni alloggi nel quartiere Ponti.
Che cosa dicono gli abitanti, assegnatari e vecchi occupanti
Dicono che fra di voi c’è chi ha una macchina di lusso. Dicono che il racket ha estorto alle vostre famiglie per l’occupazione da 600 a 1.500 euro. Dicono che i componenti del racket sono fra gli stessi abitanti, occupanti e assegnatari. Alcuni dicono che le condizioni di abitazione, già così ingiuste, per causa vostra sono diventate ancora più ingiuste: sporcizia nelle scale, negli ascensori, montagne di rifiuti nelle edicole per la raccolta dei rifiuti, casi di danni agli impianti dell’alloggio occupato e conseguenti danni per l’alloggio sottostante, con situazioni di grave sofferenza anche per persone molto anziane. Dicono che questa è inciviltà. Dicono che si sono verificati furti, di un automobile, in alloggi, persino di biancheria stesa. Dicono che avete invaso i giardini di Via Ciceri Visconti e che i loro bambini non sono più sicuri. Dicono che un rom ha minacciato una madre italiana: porto il tuo bambino in Romania e crescerà con i miei figli… Dicono che hanno paura di voi, che hanno paura di allontanarsi dalla loro casa per il pericolo che voi compiate altri furti o la occupiate. Altri abitanti dicono che vi comportate bene, voi, i vostri figli, che a loro dispiace persino che dobbiate essere sgomberati.
A chi spetta accertare? Far sapere la verità? Dire parole di giustizia? Metterle in pratica?
Difficoltà vere
Le vostre numerose occupazioni hanno causato un eccesso di difficoltà per questa popolazione già così provata dalle condizioni di degrado, di esclusione, di abbandono che durano da così tanti anni. Il Contratto di quartiere è stato condotto in modo fallimentare dalle Amministrazioni Albertini, Moratti, da ALER, dalla Regione Lombardia presieduta da Roberto Formigoni. Questo fallimento continua con l’Amministrazione Pisapia, con l’attuale dirigenza ALER, con la Regione Lombardia presieduta da Roberto Maroni. Da mesi i lavori di ristrutturazione sono fermi perché ALER non paga l’impresa appaltatrice dei lavori. Da mesi una gru è ferma nel cantiere, con il suo costo quotidiano. In dieci anni sono stati ristrutturati circa 40 alloggi, sui 685 destinati alla ristrutturazione. Sprechi, consulenze (anche per i dirigenti sindacali, persino per un caro parente, un parente sindacale) denunce alla Magistratura per tangenti sugli appalti: le casse di ALER sono vuote.
Quasi tutti gli occupanti non pagano, anche quando potrebbero versare almeno una parte dell’affitto. A causa della crisi molti assegnatari non sono più in grado di pagare.
La Regione Lombardia non eroga finanziamenti e così la dirigenza ALER impone aumenti assurdi agli assegnatari. Il nostro appello a manifestare è stato raccolto da pochi, persino quando sono arrivati aumenti insostenibili e così tanti inquilini se ne lamentavano.
Questioni della casa e dei quartieri di case popolari, carne e sangue dei poveri
Le segreterie sindacali non ne hanno assunto la rappresentanza come è loro compito.
Per la casa hanno organizzato una grande manifestazione, nel novembre scorso “Giunta Pisapia, per la casa è tutto da rifare”. Per i quartieri di case popolari, no.
Da un quarto di secolo noi lavoriamo ogni giorno per il cambiamento delle politiche che riguardano i quartieri di case popolari. Sul nostro lavoro si fonda il “Rapporto sulla questione dei quartieri di case popolari a Milano”, firmato da comitati, parrocchie, associazioni, segreterie sindacali. Porta la data del maggio 2011, vigilia delle elezioni comunali. In questi tre anni noi non siamo mai stati invitati al Tavolo che abbiamo chiesto, con la partecipazione degli Assessori e dei Presidenti dei Consigli di Zona, per uscire dallo scaricabarile e coordinare le responsabilità, nella giusta relazione con gli abitanti dei quartieri, con i soggetti di rappresentanza.
Consideriamo la “questione casa”: da una parte chi è senza casa, dall’altra 8.000 case popolari vuote, 80.000 case di edilizia privata vuote, palazzi vuoti nella città da decenni, stabilimenti dismessi vuoti, caserme dismesse vuote. A chi spetta chiamare i grandi proprietari immobiliari, tutti, a rendere disponibili case vuote, a condizioni giuste, mentre i poveri e anche parte del ceto medio sono senza casa?
Consideriamo la questione EXPO 2015. Ne sono stati esclusi i quartieri di case popolari del degrado, dell’esclusione. Qui abitano persone e famiglie che non contano.
Razzismo vero
Su questa situazione di offesa alla dignità delle persone, che è stata patita per tanti anni con troppa pazienza, nel venir meno della volontà e della capacità di conoscere le cause e i responsabili, le nuove difficoltà causate dalle vostre occupazioni, da episodi di furti, di comportamenti sbagliati, offensivi, pericolosi, nella percezione di molti, è esplosa una manifestazione di diffuso razzismo. Condizioni di povertà, di emarginazione, di arretratezza, in vari casi, richiedono mani tese per superarle. Non può discenderne che gli “Zingari” siano definiti una marmaglia di ladri, di incivili. Voi sapete di che cosa si tratta.
L’hanno saputo, con gli ebrei, con i comunisti, con gli omosessuali, con gli oppositori liberali, con i sofferenti psichici, gli “zingari” eliminati ad Auschwitz e negli altri campi nazisti di sterminio.
Noi, invece, che non siamo arretrati, noi siamo campioni della macelleria sociale nel mondo. Noi, così evoluti, abbiamo persino inventato le guerre umanitarie.
Una petizione razzista
Proprietari di case private, qui attorno, si sono allarmati, hanno temuto anche per la perdita di valore economico della loro proprietà. L’avv. Elisabetta Carattoni, dello Studio Legale Carattoni-Scordo, ha firmato una petizione razzista, per la quale custodi ALER hanno raccolto firme fra gli inquilini, con un comportamento che è urgente prendere in esame nel suo senso e nelle sue conseguenze. Hanno così dato il via alla raccolta di firme anche da parte di inquilini. Fra gli abitanti dei nostri quartieri molti hanno firmato senza avere a disposizione la petizione, senza leggerla, non in grado di comprendere il suo vero senso: volevano chiedere lo sgombero degli zingari, vivere senza paura, in tranquillità.
Va considerato che il personale del servizio di custodia subisce condizioni di lavoro molto ingiuste, esposto alla relazione con malviventi, spacciatori, prepotenti, che impongono i loro abusi e minacciano, nel contesto del degrado edilizio e del cumulo di situazioni di difficoltà, di sofferenza degli abitanti. Non ricevono sostegno da ALER, né possono contare su una adeguata, seria tutela sindacale. Firme sono state raccolte nell’area dei privati.
Che cosa è successo il 19 maggio 2014 in Via Ciceri Visconti
A pochi giorni dalle elezioni per il Parlamento Europeo è stato dato il via ad una messinscena, il cui promotore si è dichiarato fascista. Grida di “w il duce”, applausi, saluti romani. Inquilini dicono che fra gli organizzatori di questa messinscena c’erano i componenti del racket che hanno organizzato le occupazioni. Dicono che fra di loro c’erano persone note a Polizia e Carabinieri, perché vivono di microcriminalità.
Per tutto il pomeriggio fino a sera abbiamo atteso che dall’Amministrazione, da ALER, dalla Regione Lombardia si presentasse qualcuno. A sera inoltrata si è presentato l’Assessore Granelli: alla Sicurezza e Coesione Sociale, Polizia Locale, Protezione Civile, Volontariato. Quando ha dichiarato che soltanto entro un mese si sarebbero avuti i primi interventi di sgombero, la messinscena della trattativa è cessata e i suoi organizzatori hanno urlato: se non lo fanno subito loro, lo facciamo noi. Si sono schierati di fronte alle facciate di Via Tommei 3 e 4 per lanciarsi all’interno e fare subito lo sgombero delle vostre famiglie. Si sono interposti gli agenti. C’è stata dunque anche questa manifestazione di violenza, con il rischio che sfuggisse ad ogni controllo. Di lì a poco la messinscena ha avuto termine. Nei giorni successivi, la raccolta firme sulla petizione razzista è proseguita con un banchetto in via Ciceri Visconti. Il nostro Comitato, io stessa, siamo stati oggetto di calunnie, di accuse, di offese, siamo diventati un bersaglio.
La stampa, le radio-TV, di nuovo assenti.
Microcriminalità nei nostri quartieri
Ci sono inquilini che dicono: gli zingari ladri, nuovi arrivati, sono entrati in concorrenza con i ladri già installati. Per i giovani segnati da un destino di devianza, noi con il Contratto di quartiere abbiamo chiesto di fare qualcosa per cambiare quel destino. Abbiamo presentato, fra l’altro, la richiesta di organizzare una cooperativa di lavoro per l’inclusione di giovani abitanti dei nostri quartieri, disoccupati, ai margini, fuori dei margini, con l’incarico di uno o più servizi da svolgersi nei nostri quartieri. Né ALER né il Comune hanno mai risposto, per quanto fra gli scopi del Contratto di quartiere siano previsti interventi per la riqualificazione sociale, economica.
C’è un articolo della Costituzione che ne tratta? E’ l’art. 3?
Le occupazioni – Che cosa pensiamo, che cosa abbiamo fatto
Abbiamo allertato in tempo. Dopo la raffica di occupazioni che ha colpito il quartiere Ponti nel 2013, abbiamo posto la “questione delle occupazioni” perché infine fosse affrontata nelle diverse sedi responsabili. Abbiamo chiesto interventi. Abbiamo continuato a chiedere interventi di fronte alle recenti occupazioni. Noi non abbiamo mai favorito l’occupazione come parziale soluzione alla tragedia della mancanza di case che colpisce i più poveri. Abbiamo chiesto di assegnare le case vuote, di dare una risposta sociale adeguata al bisogno della casa dei più poveri. Quando si è presentata alla nostra sede una famiglia di occupanti con bambini, con vecchi, con malati, una madre occupante in stato di gravidanza, abbiamo scritto ad ALER, al Comune, abbiamo chiesto attenzione. A queste persone ci siamo rivolte trattandole da persone, non da scarti della società. Abbiamo dato una mano, quando e come abbiamo potuto farlo: una coperta, ad esempio, e anche un libro o un giocattolo per i bambini. Abbiamo fatto pulizia nella casa occupata da una donna che stava per partorire, perché la casa era ridotta a una discarica. Questa donna ha partorito nella notte.
Proviamo a fare una domanda: che cosa farei, in stato di gravidanza, con bambini, con vecchi malati, se non avessi una casa? Chi si pone questa domanda nella città?
Il Presidente della Repubblica dovrebbe ricevere una delegazione di madri occupanti, chiedere scusa, consegnare medaglie.
L’immigrazione – la guerra contro i poveri
Se non ci sono politiche di accoglienza che distribuiscano sull’intera società e principalmente su chi sta meglio il costo dell’immigrazione, casa, lavoro, scuola, sanità, cultura, pagano i poveri. Così si verificano contrapposizioni anche disperate a cui, con approccio interessato o ignorante, si dà il nome di “guerra fra poveri”. Noi non usiamo questa espressione. La guerra è contro i poveri, italiani, stranieri. Per rispondere a questa guerra, per ottenere politiche di giustizia è necessaria la difficile unità fra italiani e stranieri poveri, la vera coesione sociale non imbrogliona.
A quali porte abbiamo bussato in questi giorni
Alla porta di papa Francesco, nella trasmissione I visionari, puntata su Martin Luther King, trasmessa il 12 maggio 2014. Sappiamo che ha tanto da fare, il suo lavoro riguarda il mondo intero. Alla porta del Sindaco, del Presidente della Regione Lombardia, del Presidente ALER, del Prefetto, del Questore, della Presidente del Consiglio di Zona 4. Alla porta di responsabili e rappresentanti istituzionali. Alla porta delle segreterie sindacali. Alla porta della Chiesa cattolica milanese, Cardinale Angelo Scola, Parroci delle nostre Parrocchie.
Vogliamo ricostruire l’onestà delle relazioni, vogliamo la città per l’uomo
Per le offese, per le minacce, per la paura vostra e dei vostri bambini, vi abbiamo chiesto perdono. Forse qualcuno fra di voi chiederà perdono per i comportamenti che hanno offeso? Hanno provocato una comprensibile protesta che poi ha assunto un colore nero, di violento razzismo. Ora bisogna guarire da questo veleno, ricostruire fiducia, umanità. Noi, da soli? Con i responsabili, con i rappresentanti istituzionali? Con la Città?
Comitato Inquilini Molise-Calvairate-Ponti – Presidente – Franca Caffa
dal 30 Maggio al 30 Agosto 2014
Galleria Continua di San Gimignano,
Kiki Smith torna in Italia; dal 31 maggio al 30 agosto, la Galleria Continua di San Gimignano ospiterà infatti, l’attesissima mostra dell’artista statunitense dal titolo “Path”, allestita in contemporanea con “Update!’ dell’artista camerunese Pascale Marthine Tayou. L’artista americana tra le più affascinanti e originali interpreti della scena contemporanea, è arrivata in Valdelsa in questi giorni, anche per omaggiare i Comuni di Poggibonsi, San Gimignano e Colle di Val d’Elsa, con tre delle sue straordinarie opere d’arte che ha deciso di donare ai Comuni e che vanno ad unirsi alle istallazioni della collezione di arte contemporanea che ha trasformato la Valdelsa in un museo a cielo aperto. In quest’occasione Kiki Smith parteciperà al progetto Fenice Contemporanea 2014 incontrando venerdì 30 maggio gli studenti che hanno preso parte ai laboratori didattici. Per i ragazzi, conoscerla e apprezzarne più da vicino il lavoro, sarà un’esperienza unica ed entusiasmante. Figlia d’arte (suo padre Tony Smith era un scultore minimalista), Kiki Smith è una delle artiste più apprezzate dalla critica. La sua produzione artistica spazia dalla scultura al disegno – principalmente su carta – e affronta tematiche forti come l’identità, gli stereotipi sessuali e il corpo, in particolare quello femminile. In tempi più recenti, la sua riflessione e ricerca si è concentrata maggiormente sul rapporto tra l’uomo e la natura, tra il corpo e il mondo. Ma il suo interesse si è rivolto anche altrove: al mito, alla favola e alla letteratura di cui ci offre una lettura molto originale. L’appuntamento con Kiki Smith è l’ultimo degli incontri d’arte previsti dal progetto Fenice Contemporanea 2014 che ha già ospitato i workshop degli artisti Massimo Ricciardo e Maria Pecchioli e la residenza artistica del Collettivo di illustratori e fumettisti Delebile. Fenice tornerà ad ottobre con tante novità prima fra tutte la mostra dei lavori prodotti durante il progetto e la presentazione della “Contemporary Art Map” della Valdelsa, la prima mappa delle installazioni d’arte contemporanea presenti sul territorio rilette in chiave illustrativa e fumettistica. Nato da un’idea di Comincon, Associazione Arte Continua e CultureAttive che hanno messo a frutto le precedenti esperienze di Fenice Nine Arts International Festival e Interferenze – promossa dai Comuni di Poggibonsi (capofila), San Gimignano e Colle di Val d’Elsa, Fondazione Monte dei Paschi Di Siena, Vernice Progetti Culturali e Fondazione Elsa nell’ambito delle iniziative culturali di Siena 2019 Capitale Europea della Cultura-città candidata, realizzato con il contributo della Regione Toscana nell’ambito di ToscaninContemporanea2013 – Fenice Contemporanea è una proposta culturale e formativa innovativa, che ha dato la possibilità ad un gruppo di giovanissimi individuati tra gli oltre 100 studenti che hanno partecipato agli incontri preliminari, di incontrare artisti di fama internazionale e diventare così protagonisti di un percorso di conoscenza e sperimentazione dei linguaggi del contemporaneo incentrato sulla scoperta e rilettura delle installazioni presenti nel territorio: dalle opere di Mimmo Paladino a quelle di Antony Gormley, fino alle tante testimonianze artistiche ormai impresse nella geografia della Valdelsa. Le mostre “Path“ di Kiki Smith e “Update!’ di Pascale Marthine Tayou, inaugureranno presso la Galleria Continua di San Gimignano, sabato 31 maggio alle ore 18 e resteranno aperte fino al 30 agosto. ccTel.: +39.0577.943134 www.galleriacontinua.com info@galleriacontinua.com aperto lunedí-sabato ore 10-13 e ore 14-19 o su appuntamento. Chiuso i giorni festivi.
di Benedetto Vecchi
Ippolita è uno dei gruppi di mediattivisti più interessanti apparso sulla «scena italiana». Per prima cosa, è un gruppo anche teorico transdisciplinare. Vede al suo interno la presenza di antropologi, filosofi, programmatori di computer, che non condividono la loro conoscenza, con la consapevolezza di mettere a fuoco e superare i limiti della propria disciplina e competenza «professionale». Tutti provengono da esperienze di movimento, in particolar modo da quella variagata area che è solito qualificare come libertaria.
Infine, Ippolita esercita sempre uno sguardo critico sulla vita dentro e fuori lo schermo, cercando di passare in rassegna corpus teorici sia mainstream che variamente critici verso le relazioni sociali dentro Internet. È espressione cioè di quell’attitudine hacker che vuole aprire la «scatola nera» della tecnologia: punta alla condivisione della conoscenza come momento fondante di «comunità» di liberi ed eguali che assegnano tuttavia alla diversità un valore fondante di pratiche sociali e di stili di vita orgogliosamente oppositive allo status quo.
Fa dunque piacere vedere pubblicato il loro ultimo lavoro che punta a destrutturare il luogo comune sulla Rete come regno della libertà e della democrazia. Il libro, edito da Laterza, è programmatico sin dal titolo (La Rete è libera e democratica. Falso). Pubblicato rigorosamente con una licenza Creative Commons (ma se si leggono le norme della licenza ci si accorge che è copyleft, cioè ostile a qualsiasi logica proprietaria), prende in esame tutti i luoghi comuni che in questi anni hanno accompagnato lo sviluppo di Internet e riesce a mettere in evidenza come dentro la Rete siano all’opera precise strategie di controllo sociale. E come la comunicazione on line sia sempre più un settore economico dove lo scambio di informazioni, le manifestazioni di uno stile di vita, la comunicazione sans phrase siano diventati il contesto in cui precise strategie imprenditoriali tendono all’espropriazione e alla trasformazione in attività produttiva di quella cooperazione sociale presente dentro e fuori il web.
La prima parte del volume presenta, in forma sintetica, i risultati di una produzione teorica critica precedentemente svolta e articolata nei volumi Open non è free, Luci e ombre di Google e Nell’acquario di Facebook (per acquistarli il modo migliore è andare nel sito di Ippolita: www.ippolita.net).
Anche questi libri programmatici sono tesi a svelare aspetti che la cultura mainstream tende ad occultare. Il primo è, infatti, una critica del mondo open source, nel quale la produzione di software non vincolata rigidamente alla proprietà intellettuale è una scelta che ha favorito la torsione capitalistica di Internet; il secondo volume ha come oggetto polemico il motore di ricerca di Google — che lungi dall’essere uno strumento «oggettivo» nelle ricerche sulla Rete — risponde a criteri anch’essi economici: Google, infatti, ha il suo business nella vendita di spazi pubblicitari e i risultati delle ricerche mettono in evidenza soprattutto i siti degli inserzionisti pubblicitari.
Ippolita avverte anche che i risultati sono sempre rispettosi dello status quo, e che tra un sito di un’impresa alimentare e un sito di un rigoroso movimento sociale che denuncia il complesso agricolo-alimentare viene privilegiato sempre quello dell’impresa. Nell’acquario di Facebook la critica, invece, ha due obiettivi distinti ma interdipendenti. Da una parte, l’idea del social network come neutro strumento della comunicazione che abbatte le barriere e i pregiudizi. Ippolita sostiene, a ragione, che Facebook promuova la comunicazione tra simili, favorendo la formazione di comunità identitarie che non tollerano la diversità al proprio interno. Inoltre, il social network di Mark Zuckeberg assembla, elabora i profili individuali per poi venderli come aggregati di dati. In altri termini, Facebook è il prototipo di un Big Data, dove l’espropriazione e la privatizzazione di ciò che è comune (la comunicazione) ha raggiunto la sua «maturità». Il tutto all’insegna di una retorica sulla libertà individuale che si è soliti chiamare come «anarco-capitalismo».
In questo La rete è libera e democratica. Falso vengono analizzati altri aspetti della nuova forma di capitalismo. Il controllo sociale, la tendenza a una balcanizzazione della Rete, dove lo Stato nazionale tende ad esercitare un potere di controllo e governo, come testimoniano i casi di spionaggio da parte della Nsa o la censura sistematica esercitata da alcuni governi nazionali (Cina, Iran, Russia, solo per citarne alcuni). C’è da dire però che questa tensione ad istituire una società del controllo – Gilles Deleuze, Michel Foucault, David Graeber e l’ultimo Nicos Poulantzas sono riferimenti teorici ricorrenti – riguarda anche paesi democratici.
Gli Stati Uniti, come la Germania e, ad esempio l’Italia, come documentano le rivelazioni delle attività di spionaggio di Vodaphone, non sono secondi a nessuno nel monitoraggio della Rete in nome della sicurezza nazionale. Allo stesso tempo, Ippolita concentra l’attenzione su quella sorta di «pornografia delle emozioni» (i like apposti sui social network, così come l’incentivo a uno sguardo voyeuristico sui «post» inviati su Facebook, Instagram, Ask) che tende a ridurre ulteriormente a merce proprio le emozioni. Tutto ciò, non fa che annullare ogni velleità di considerare la Rete come fosse un medium democratico. Internet induce sempre a una partecipazione passiva, a una spettacolarizzazione della comunicazione e del conflitto sociale.
Da questo punto di vista, l’evocazione della Rete come strumento democratico avanzata da gruppi populistici come, ad esempio, il Movimento 5 stelle di Grillo e Casaleggio rivela invece una tendenza autoritaria, centralistica e gerarchica delle relazioni sociali e politica. Dunque un libro importante, che non chiude la riflessione, ma la apre, idealmente, a quanti in Rete ci stanno.
C’è un limite da registrare, dovuto più a culture politiche differenti. Poca rilevanza è data ai rapporti sociali di produzione. Ippolita però non è un cenacolo di studiosi. Chi ne fa parte è anche un mediattivista, un militante che sa che questo è un nodo che in qualche modo bisognerà pur sciogliere. E quando ciò verrà fatto, dal loro punto di vista, la critica dell’economia politica dell’anarco-capitalismo ne avrà giovamento.
(il manifesto, 12 giugno 2014)