di Federica Grandi
Una delibera della Regione Lazio elimina ogni ambiguità sui consultori, dove non si può obiettare allo svolgimento delle attività preliminari all’interruzione di gravidanza. E chiarisce che la contraccezione, compresa quella di emergenza, non può essere oggetto del rifiuto. Restano però da riorganizzare le strutture ospedaliere in modo da non compromettere l’applicazione della 194.
A volte può bastare un sussulto per aprire una breccia su questioni che sembrano ormai scontate negli esiti. Ciò può accadere quando un convincimento, che appare latente e/o silente, è invece ben presente nella società e chiede solo di essere incoraggiato o comunque evocato pubblicamente da qualcuno per diventare il punto di vista “altro” rispetto all’opinione che si crede consolidata.
Questo sta accadendo nella vicenda dell’applicazione della legge n. 194 del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza.
Fino a poco tempo fa, il dibattito pubblico sull’effettività del servizio – a parte qualche eccezione – era concentrato sulla rilevazione dei numeri eloquenti del ricorso all’obiezione di coscienza. La media nazionale di astensioni che sfiorava (e sfiora) circa il 70% dei medici ginecologi sembrava non suggerire altro contegno che una stoica rassegnazione ad una controfattualità vincente rispetto ad un “timido” diritto alla continuità del servizio (art. 9, quarto comma: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso a assicurare l’espletamento delle proceduree l’effettuazione degli interventi”), garantito da qualche ginecologo di buona (o cattiva, secondo altri punti di vista) volontà che decideva di accollarsi il costo morale, sociale e professionale della pratiche abortive (chirurgiche e mediche).
Da qualche tempo, invece, sembra che questo sistematico disegno di compressione dei diritti di tutti gli altri soggetti che subiscono la scelta dell’obiettore (ossia donne che vogliono interrompere la gravidanza e personale non obiettore) sia entrato in crisi o, comunque, non goda più di un favore istituzionale diffuso.
Nel 2010, infatti, il Consiglio d’Europa chiamato ad adottare una decisione contro “l’uso sregolato dell’obiezione di coscienza”, stravolgendo la proposta iniziale, approvò una Risoluzione (la n. 1763 del 7.10.2010) di senso completamente opposto che pretese di definire l’obiezione di coscienza come “diritto fondamentale di libertà”, quindi sempre esercitabile anche a prescindere da una legge che la autorizzi.
Il vento è però cambiato. Il Comitato Europeo dei Diritti Sociali ha appena sorpreso tutti con un’affermazione di forte e inequivocabile condanna prima verso l’Italia (ricorso n. 87/2012) – e poi, nondimeno, con specifico riferimento alla Regione Marche – per la mancata garanzia all’accesso all’interruzione di gravidanza, in aperta violazione dell’art. 11 (diritto alla salute) della Carta Sociale Europea.
Gli effetti si sono sentiti anche a livello interno.
In particolare, la Regione Lazio ha deciso di interrompere quell’atteggiamento di ambigua tolleranza rispetto alla generalizzata invocazione del motivo di coscienza a giustificazione del rifiuto di svolgere nei Consultori le attività preliminari all’interruzione della gravidanza. L’allegato 1 della delibera del Commissario ad acta per la Sanità della Regione Lazio (Nicola Zingaretti), “Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari NU00152 del 12/05/2014”, sembra voler mettere a tacere ogni dubbio interpretativo circa i soggetti titolari del diritto all’astensione dal servizio, specificando che l’obiezione di coscienza prevista all’art. 9 della legge n. 194 del 1978 è una facoltà esercitabile solo dagli “operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza, di seguito denominata IVG” e, poiché “il personale operante nel Consultorio Familiare non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e certificazione attestante la richiesta della donna di effettuare IVG , non può esercitare l’obiezione di coscienza rispetto a tale attività. Per lo stesso motivo, inoltre, “il personale operante nel Consultorio é tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all’applicazione di sistemi contraccettivi meccanici, vedi IUD (Intra Uterine Devices)”.
La presa di posizione della Regione Lazio non è affatto una novità a livello giuridico – per esempio lo stesso principio è stato affermato proprio in tema di organizzazione della rete consultoriale da una nota decisione della seconda sezione del TAR Puglia del 2010 (sent. n. 3477) – ma è comunque un fatto importante a livello istituzionale in un territorio dove la decisa prevalenza dei medici obiettori rispetto agli altri pregiudica, di fatto, l’effettività del diritto all’interruzione della gravidanza.
C’è da dire, poi, che le nuove “Linee guida” non sembrano solo voler risolvere il problema dell’individuazione dei soggetti che possono avvalersi della facoltà di obiezione di cui all’art. 9 della legge 194. Esse, difatti, tradiscono pure l’intento di voler “diradare le nebbie” attorno alla ricorrente assimilazione della contraccezione d’emergenza alle procedure chimiche di interruzione di gravidanza. Come noto, infatti, questa associazione – scientificamente ancora indimostrata – tra contraccezione di emergenza e aborto chimico – entrambi indotti attraverso l’assunzione di un farmaco (“Norlevo” e “Levonelle”, nel primo caso, e la pillola RU486, nel secondo) – ha spesso alimentato la pretesa a riconoscere anche per il primo farmaco l’applicazione della previsione di cui all’art. 9 della legge 194, così come avviene per l’assunzione della pillola abortiva RU486.
Qualcosa inizia a muoversi, quindi, nel complicato mondo dell’attuazione della legge n. 194, del diritto ad abortire e del diritto alla programmazione della procreazione. Molto rimane però ancora da fare, poiché la questione nodale resta irrisolta: sono, infatti, i grandi numeri dei legittimi obiettori italiani all’interno delle strutture ospedaliere che minacciano l’adeguatezza e la continuità del servizio IGV, non tanto e non solo le forme di obiezione contra legem di chi opera nei consultori.
Per intervenire al cuore della questione è, dunque, necessario rivedere l’organizzazione delle strutture ospedaliere affinché il servizio sia prestato effettivamente: ad esempio, con la creazione di ruoli specifici per i non obiettori nei concorsi; oppure – come mi pare più opportuno per garantire il diritto della donna che chiede di abortire come quello dell’obiettore – accompagnando questa clausola di riserva con adeguati interventi sul trattamento economico e sull’avanzamento di carriera per casi in cui i soggetti reclutati dalle strutture ospedaliere nei ruoli dei non obiettori decidano successivamente di diventare obiettori.
La paralisi del servizio difatti è alle porte per l’avvicinarsi del pensionamento della generazione dei medici non obiettori e per la scarsità di personale altrettanto qualificato in grado di sostituirla.
La speranza è quindi che anche questo recente tentativo della Regione Lazio partecipi a preparare le condizioni politiche e culturali per quel forte vento di cambiamento di cui il Paese ha bisogno se non vuole rinunciare all’attuazione della legge 194.
(www.ingenere.it, 8 luglio 2014)
Federica Grandi è autrice del libro Doveri costituzionali e obiezione di coscienza, ed. SC, Napoli 2014.
di Claudio Dionesalvi
Da 13 anni sono onorato di lavorare in uno dei quartieri a più alta incidenza ‘ndranghetista della Calabria. Tutte le mattine percorro, a spese mie, 140 chilometri per andare e tornare dalla sede di servizio. Insegno Lettere in una scuola media statale di un rione che presenta i livelli di dispersione scolastica tra i più alti in Europa. Insieme ad altri colleghi e colleghe, ogni giorno andiamo a prendere i ragazzi a casa, li seguiamo nella vita, dedichiamo tanto tempo ad ascoltare e condividere i drammi delle famiglie da cui provengono. Da sempre contrastiamo a voce alta la subcultura mafiosa.
So che in tutta Italia migliaia di altri insegnanti svolgono la medesima nostra opera, spesso senza beccare un centesimo dai fondi destinati ai progetti che a volte servono solo a lottizzare, dividere e mortificare i volenterosi. Nel quartiere in cui insegno, i genitori dei nostri alunni ci manifestano rispetto e stima. Non importa che si tratti di persone benestanti o mafiosi conclamati. Con occhi sinceri, tutti ci dicono: «grazie prof.». Forse perché sul pianeta Terra, pochissimi padri e madri augurano ai propri figli di diventare carne da macello quando saranno adulti. E tutti vogliono bene a chi vuole il bene dei loro figli.
Il mio borghesissimo e perbenista vicino di casa, nella città in cui vivo, quando purtroppo ci incrociamo nelle scale condominiali, mi dice spesso: «beati voi insegnanti che siete una casta, lavorate solo 18 ore a settimana, fate tutte quelle vacanze e date pure lezioni private senza pagare le tasse». Mi sono sempre chiesto se il mio vicino di casa voti per il Pd o per Forza Nuova. Un paio di volte gli ho risposto a muso duro: «ma tu ci sei mai stato in una scuola negli ultimi vent’anni?» E lui, sempre più spocchioso: «ti arrabbi? Non è che per caso hai la coda di paglia?»
Adesso che il signor Matteo Renzi ha deciso di raddoppiarci l’orario, il mio vicino di casa ha perso un argomento. I miei alunni, invece, rischiano di perdere punti di riferimento. Tutte le volte che si rivolgeranno a me per affrontare uno degli infiniti problemi, sia a loro che ai rispettivi genitori sarò costretto a rispondere: «scusate, ma devo correre a ri<CW-17>nchiudermi dietro la cattedra o a sostituire i colleghi assenti». Perché a fare due conti, c’è da mettersi le mani nei capelli: 36 ore di servizio settimanali più 10 di viaggio più 1 di ricevimento più 2 di organi collegiali più un numero imprecisato di ore per correggere compiti, riempire i registri e frequentare i corsi di aggiornamento. Tutto questo per 1500 euro al mese, con una famiglia a carico, senza altre entrate.
A parte il fatto che un essere umano, soprattutto quando svolge lavori delicati, cerebrali e rivolti ai minori, dovrebbe pure ricordarsi di vivere, cioè fare l’amore, distrarsi e “ricrearsi”, in realtà adesso sorge un altro problema: dove troverò il tempo di studiare? Perché forse questo in pochi lo sanno, ma un vero docente, prima di insegnare, deve soprattutto studiare.
Non ho mai nutrito stima per i miei colleghi che svolgono la doppia attività. Perché mi sono sempre chiesto dove trovino il tempo per studiare e preparare la lezione del giorno dopo.
In ogni caso, resteranno delusi gli insegnanti che hanno votato Matteo Renzi. Loro si aspettavano proposte di miglioramento della qualità didattica. Invece questo governo sinora ha elargito tanti soldi alle imprese di costruzione per l’edilizia scolastica e adesso si appresta a tagliare ancora i fondi per la scuola pubblica, raddoppiando l’orario di insegnamento. Rendendo la vita impossibile a migliaia di docenti che ancora operano in modo umano, finirà di disumanizzare la pubblica istruzione che è l’unico settore in cui gli erogatori di un servizio ricevono i propri utenti tutti insieme, simultaneamente, all’interno di un’aula.
Resterà deluso chi si aspettava un tetto massimo di 15 alunni in ogni classe, un possibile limite di età fissato a 60 anni per i docenti in servizio, criteri di continuità triennale degli insegnanti su una singola classe, assorbimento dei professori precari, nuovi sistemi di formazione e assunzione del personale.
Resteranno delusi tutti, tranne quelli che masticano odio sociale e serbano rancori postadolescenziali verso la classe docente. Violentato dai miti fallimentari della produttività neoliberista, il sistema scolastico peggiorerà ulteriormente. Le conseguenze più gravi ricadranno sui ragazzi che assorbiranno il malcontento e le frustrazioni di una classe docente sempre più frettolosa e robotica. Ma almeno adesso so con certezza per chi vota il mio vicino di casa.
*L’autore è insegnante di ruolo nella Scuola media
da il Manifesto
di Franca Fortunato
La vera e unica svolta in Calabria è donna, lo hanno dimostrato le tante donne che in questi ultimi dieci anni hanno amministrato tanti Comuni della nostra regione, mettendo in campo, più degli uomini, pratiche di buona politica. Ma i partiti sembrano non accorgersene, né a destra né a sinistra. Le donne, fuori da relazioni strumentali, loro non le vedono, non le pensano, non le concepiscono, non le riconoscono. A destra, in Forza Italia, c’è una donna che io stimo molto, anche se non l’ho mai votata, l’attuale Commissaria della Provincia di Catanzaro Wanda Ferro che, con il coraggio e la coerenza che la contraddistinguono, ha sfidato gli uomini della sua coalizione autocandidandosi alle primarie come presidente della Regione. Gli uomini di quella parte politica o fanno finta di essere d’accordo o apertamente la ignorano e lavorano per sé o per candidare altri uomini. Ciò che sorprende è che a guidare quel partito come coordinatrice regionale è una donna, Iole Santelli, che non mi risulta abbia mai fatto il nome di Wanda ai vari tavoli di discussione. Da lei sono venuti solo nomi di uomini. Perché?
Eppure Wanda è – come si dice – una candidatura forte. È una donna autorevole, gode di grande consenso, dentro e fuori il suo partito e la coalizione di centrodestra. È donna delle istituzioni e di partito, che non ha mai fatto della sua appartenenza un ostacolo o una barriera al confronto con altre donne e uomini. Ha una grande esperienza amministrativa, quindi ha competenza. Non ha mai accettato di essere nominata, con lei le quote rosa non hanno avuto grande fortuna. Ha sempre cercato il consenso elettorale, mettendosi in gioco personalmente. È partita dal fare la Consigliera di quartiere ed è arrivata alla presidenza della Provincia, passando per il Consiglio e la Giunta comunale di Catanzaro. È un’ottima amministratrice, competente, onesta e appassionata della politica. Cosa le manca, per la Santelli, per essere la donna giusta al posto giusto? Riconoscere da parte di una donna il valore di un’altra è il modo per dare valore a se stessa e fare circolare autorità femminile.
A sinistra la situazione è ancora peggio. Nessuna donna si è fatta avanti e dagli uomini sono venute solo candidature di altri maschi. Alla faccia del nuovo!! Che cosa aspettano le donne ad autocandidarsi, a far saltare i tavoli e i disegni dei maschi? Due donne, Elisabetta Tripodi, sindaca di Rosarno, e Annamaria Cardamone, sindaca di Decollatura, ritengo abbiano le carte in regola per fare le Presidenti della Regione. Due buone amministratrici, competenti, coraggiose, oneste, appassionate della politica e della Calabria. Donne affidabili, maestre di pratiche di buona politica. Elisabetta dal 2011 vive sotto scorta per aver preteso l’applicazione della legge contro una delle cosche mafiose più potenti di Rosarno, i Pesce. La stessa cosca che ha subito duri colpi per opera di un’altra donna, questa volta della famiglia, Giuseppina Pesce, divenuta collaboratrice di giustizia, che ha mandato in carcere anche la madre e la sorella. Elisabetta in questi anni ha tenuto testa a quanti, una volta eletta, hanno lavorato per farla dimettere perché nei loro piani doveva durare solo sei mesi. Lei e Anna Maria Cardamone hanno tutto quello che ci vuole per essere una buona presidente della Regione, capacità, competenza, passione, buona esperienza amministrativa, coraggio e forza. Donne intelligenti di cui gli uomini del Pd, forse per questo, fanno finta che non esistano, le ignorano, chiusi come sono nei loro giochi e giochini di potere.
A queste donne dico, fate un passo avanti d’autorità. Autocandidatevi e tante vi seguiranno, perché in questa regione le donne sono stufe del narcisismo e dell’autoreferenzialità di uomini, amanti più del potere e del denaro che della politica e della Calabria. Il resto lo costruiremo insieme, strada facendo.
(Il Quotidiano del Sud, 5 luglio 2014)
di Luisa Muraro
Criticando certe scelte di Internazionale, ho parlato di femminismo convenzionale che va forte in un mondo di politica finta. Mi hanno chiesto: che cosa chiami femminismo convenzionale?
Rispondo con un esempio preso dall’articolo Di donne, uomini e progetti apparso sul sito di Internazionale, e da noi ripubblicato nel nostro sito. Nell’articolo c’è una strana oscillazione. L’autrice, Annamaria Testa, commentando i risultati di una ricerca di Eurisko, scrive: è sorprendente che, come segnala l’Eurisko, le italiane – che non vivono certo in un ambiente favorevole – siano sopra la media rispetto alle donne europee su tutti gli indicatori che riguardano il perseguimento del benessere sociale e personale.
Io so poco niente di Eurisko e non mi fido tanto di certe statistiche. Ma, in base alla mia esperienza, penso anch’io che ci sia del vero nei risultati di quella ricerca.
Nasce una domanda inevitabile: se le donne italiane sono sopra la media in quelle statistiche che riguardano lo stare bene, che senso ha sostenere che l’ambiente italiano non è favorevole alle donne? Dovremmo piuttosto fermarci a pensare su che cosa sia o non sia un ambiente favorevole alle donne. Che è la domanda più importante, politicamente e conoscitivamente. Il femminismo sta cambiando l’Italia?
Annamaria Testa invece sorvola ed è qua che io riconosco gli effetti del femminismo convenzionale, per cui si fanno graduatorie e si ripetono giudizi intorno al grande luogo comune delle donne, invece di farne un punto interrogativo (ed esclamativo) sulla realtà. Cioè un cambiamento personale di punto di vista, altrimenti ha ragione quel tipo, Uncane si firma, che interviene polemicamente: “Che noia mortale” e protesta contro la “retorica dualista uomo-donna”.
Questo chiamo femminismo convenzionale, quello che occupa un sacco di spazio nelle teste e nei media, e lo toglie al pensare in prima persona. Il femminismo vero è prendere coscienza di sé e posizione verso quello che accade sapendo che non siamo uguali e accettando la differenza: c’è altro da me e mi domanda di cambiare. Troppo difficile? Sembra difficile, sì.
(Luisa Muraro, www.libreriadelledonne.it, 5 luglio 2014)
In questo bellissimo documentario si esplora il mondo delle soap-opera turche a partire dalla più famosa, appunto “Kismet”. Seguitissime in tutto il mondo arabo, stanno creando una specie di terremoto socio-culturale nei Paesi in cui sono trasmesse. Le eroine delle serie sono romantiche ma emancipate, tenere e determinate allo stesso tempo, che non accettano di veder calpestati i propri diritti e non esitano a divorziare se si accorgono di essere tradite o a denunciare il fidanzato se si rende colpevole di violenze domestiche. La consapevolezza delle protagoniste ha contagiato le telespettatrici dando vita ad una vitale e quotidiana ribellione delle donne che ha iniziato a incrinare i millenari privilegi degli increduli uomini del mondo arabo.
Nina Maria Paschalidou è una famosa e multipremiata documentarista, produttrice e giornalista greca. Tra i suoi lavori più famosi “Digital cementeries” sul riciclo della tecnologia legata ai computer in Cina e “Dying in abudance”, un film sulla crisi alimentare girato negli USA e in India.
Laura Fortini
Fare della propria vita la propria opera è cosa complessa e meravigliosa, tanto più quando ciò assume il carattere di un taglio imprevisto al punto di divenire politica: è quanto accadde negli anni Settanta con il movimento femminista che mise al centro della sfera pubblica altre modalità di fare politica, è quanto mise a fuoco con lucida autonalisi Carla Lonzi, insieme al gruppo di «Rivolta femminile»: a Carla Lonzi Maria Luisa Boccia dedica un libro che non vuole costituire un ritorno alle origini del pensiero e delle pratiche femministe, ma un colloquiare con lei a partire dal presente (Con Carla Lonzi. La mia vita è la mia opera, Ediesse, pp. 149, euro 12). Dalla critica d’arte militante, infatti, al nodo sessualità e politica, dall’ancora scandaloso «sputiamo su Hegel» alla donna clitoridea, al «taci anzi parla» del diario di una femminista, le questioni che Carla Lonzi affrontò nella sua scrittura sono tante e tali che ci si volge a lei oggi in cerca di elementi utili per trovare radicalità efficaci per questo presente in cerca di nominazione. Radicalità che sono anche radici di una crisi delle pratiche politiche: si potrebbe osservare che questo libro è rivolto al senso della fine di un’esperienza per ribadirne il continuo inizio. Maria Luisa Boccia volge infatti il proprio sguardo alla fine degli anni Settanta e con loro a Carla Lonzi per ribadire la radice prima della politica , che riguarda donne e uomini: lo aveva già fatto con il libro dedicato a Carla Lonzi nel 1990, L’io in rivolta (pubblicato da Tartaruga e riproposto dalla stessa casa editrice nel 2011 con una nuova prefazione), e il libro allora aveva il sapore tessuto e meditato di un ragionamento che anticipava questioni che sarebbero poi divenute nodali, come quello della critica alle forme dell’agire politico e quello dell’autocoscienza, su cui si torna in modo rinnovato come emerge dagli interventi dedicati a ciò dall’ultimo numero di Alfabeta, che la reinterroga attraverso la narrazione di Daniela Pellegrini. Più forte oggi la necessità di spezzare la complicità femminile con il potere, anche quando essa si palesa in termini di competenza e merito, parole molto usate nell’attuale dibattito pubblico senza che ciò faccia la differenza, anche quando si esprime sotto l’aspetto ingannevole dell’emancipazione.
Un disperante eterno presente Centrale la tensione alla libertà e al come farla propria in un esercizio di pensiero e di esperienza che riesca ad avere un carattere simbolico efficace per questo presente: cosa niente affatto facile, se non si ripercorre come fa Maria Luisa Boccia, passo passo e con mano lieve ma assai ferma e determinata, quanto allora venuto alla luce con Carla Lonzi. Ovvero la necessità di mutare «vita in radice», insieme ad una pratica di scrittura come agire comunicativo, interrogazione e osservazione di sé e delle altre aperta all’interlocuzione sempre in divenire, forma essa stessa del pensare. Il che significa qualcosa di diametralmente opposto all’astratto linguaggio pubblico, assertivo e predeterminato per come si presenta ancora attualmente in una sorta di eterno presente storico disperante, pure quando risulta vincente, tanto più quando apparentemente lo è. All’astrattezza del linguaggio politico si contrappone infatti, almeno superficialmente, una politica del fare che consegna nelle mani di uomini e donne dell’apparato politico istituzionale il fare della politica. Rispetto la soverchiante materialità delle vite di donne e uomini il fare diviene macchina di potere apparentemente neutra e oggettiva: che cosa contrapporre alla crisi, alla recessione, alla mancanza di lavoro? In realtà questi sono termini appartenenti a un ordine discorsivo intriso di quell’olocausto di sé di cui scrive Rosa Luxemburg in una lettera a Leo Jogiches, fatta propria poi efficacemente da Carla Lonzi nel corso della sua riflessione. Di fronte a un mercato capitalistico che in maniera sempre più selvaggia fa olocausto delle nostre vite, che cosa ci dicono Carla Lonzi e Maria Luisa Boccia che aiuti a trovare modi per vivere il presente utili per decostruirlo, cambiarlo, modificarlo in modo radicale? Se il criterio principe del potere è quello dell’efficacia dei fatti – e l’attuale governo, come per altro quelli precedenti, si ammanta in continuazione di ciò – cosa opporre ad un principio apparentemente oggettivo e universale? La differenza femminile è taglio che smaschera innanzitutto l’universalità presunta e oggettiva proprio a partire dalla finitezza della singolarità di ognuno. Il discorso pubblico che agita l’oggettività dei fatti fa sì che ogni differenza diviene marginalità da soccorrere e quindi da contenere collocandola nel ruolo di vittima, ruolo che conferma l’astrattezza universale ed oggettiva del discorso pubblico invece che rimetterla in discussione. Scomporre l’identità sessuale come fa Carla Lonzi, in altri termini scomporre il genere invece di farne categoria superficialmente utile a ogni evenienza, permette di scardinare e di far venire alla luce l’atto di cura femminile, e anche maschile perché ormai attraversa tutti i generi e le generazioni, che sta supplendo in modo innominato alla mancanza di cura pubblica.
L’obbligo alla cura Se infatti prendersi cura delle vite è atto propriamente femminile, occorre «ripulire lo spazio» – sono parole di Carla Lonzi – dall’atto di sacrificio di sé richiesto in modo non poi tanto implicito a donne e uomini in Italia come in Europa: rispetto a ciò varrà riprendere e discutere quanto scritto al proposito dal «Gruppo del mercoledì di Roma su un’altra Europa» della cura, quando osserva che pensare alla «cura» è una pratica che riapre il conflitto tra capitale e vita e che occorre svelare la dicotomia patriarcale tra il buon padre che si prende cura di tutta la famiglia e facendo ciò esercita potere e le donne il cui lavoro di cura diventa mero dato biologico. E come articolare ciò in un momento storico in cui la dicotomia patriarcale si rappresenta come uomini e donne di governo che esercitano potere sulle vite di tutti in nome del buon padre di famiglia e donne e uomini che si prendono cura della vita individuale in vario modo, senza che ciò diventi privatizzazione delle vite materiali? Maria Luisa Boccia osserva come «pensare e nominare, quindi praticare e vivere, altrimenti la realtà – è il primo, imprescindibile gesto di libertà. Si tratta insomma di andare non solo oltre i limiti di una condizione imposta alle donne, ma anche oltre i limiti di una società, di una cultura, di una storia dominate da uomini»: questo lo sguardo lucido, il taglio di Carla Lonzi e si può dire con certezza che a questo sono stati dedicati il pensiero e le riflessioni del femminismo della differenza, certo non essenzialista se non nella misura in cui la donna – volutamente singolare nella scrittura di Maria Luisa Boccia così come in quella di Lonzi – diviene figura simbolica di un esercizio conflittuale radicale che di fatto si è congedato da quanto ci ha portato fino a qui, ovvero il patriarcato, le sue leggi astratte, il suo potere, il suo dover essere, apparentemente oggettivo e indiscutibile. Ancora intatto nella sua capacità di significare il presente quanto scritto a proposito del lavoro nel Manifesto di Rivolta femminile nel 1970: «Detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dell’egemonia dell’efficienza. Noi vogliamo mettere la nostra capacità lavorativa a disposizione di una società che ne sia immunizzata. La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un’altra cosa. Ci basta la parità salariale quando abbiamo già ore di lavoro domestico alle spalle? Riesaminiamo gli apporti creativi della donna alla comunità e sfatiamo il mito della sua laboriosità sussidiaria. Dare alto valore ai momenti “improduttivi” è un’estensione di vita proposta dalla donna». Sono termini che riescono con proprietà ancora oggi a ribaltare la forbice schiavistica del lavoro/non lavoro e che mettono al centro modi di pensare come stare al mondo e di pensarsi che scardinano i termini con cui si presenta la questione nell’opinione pubblica: cosa significa precarietà economica ed esistenziale per donne e uomini di tutte le età e come farne qualcosa di diverso dal ruolo della vittima o del marginale necessitante di pubblico soccorso, un’emergenza sociale si usa definirla?
L’ordine del potere Cosa significa, alla luce delle parole del Manifesto di Rivolta femminile, essere in cassaintegrazione, i contratti di solidarietà, l’abbandono della forma identitaria del lavoro per donne e uomini? Altre le modalità di fare politica nell’esperienza femminista individuate e perseguite da allora, indubitabilmente diverse da quelle dei partiti e della rappresentanza: quelle che approfittano della differenza per farne atto creativo, per «coniugare principio di piacere e principio di realtà», osserva Maria Luisa Boccia, notando come in assenza di autorità il «potere può fare male, molto male, ma non fa ordine»: questo si è potuto notare in molteplici occasioni in questi anni e sta a noi fare ordine, per ripartire da un principio discorsivo desiderante che nell’emergenza della miseria materiale delle vite pare essersi smarrito. Ma vi è una forza che ha origine dal piacere delle relazioni che hanno vita nelle occupazioni delle case abbandonate, nelle proteste in difesa del posto del lavoro condivise, nella messa a tema di scacchi anche ragionati ma non rimossi, grazie alla quale è possibile non smarrire il senso d’un fare politica che è tutto nelle nostre mani e che dalla differenza femminile può trarre solo che guadagno e sostanza.
(il manifesto, 28 giugno 2014)
di Anna Di Salvo
La vacanza politica delle Città Vicine che si è tenuta nell’agosto del 2011, “Lampedusa mon amour”, ha dato l’avvio a un intreccio di relazioni, incontri, mostre, concerti, video, voluti dalle donne e dagli uomini della rete delle Città Vicine e da quelle/i delle associazioni Askavusa e Colors revolutions. Teatro e luogo privilegiato per questi scambi, oltre alle rappresentazioni artistiche tenute da Giacomo Sferlazzo a Catania e al percorso itinerante della mostra “Lampedusa porta della vita” (cono 5 le tappe già effettuate), organizzata da Rossella Sferlazzo, Anna Di Salvo e Katia Ricci nel luglio del 2013, è il “LampedusaInFestival”, che ogni estate si tiene a Lampedusa e che ha accolto e dato risonanza alle forme e ai contenuti politici della rete delle Città Vicine presentando ad esempio il libro “Architetture del desiderio” (Liguori 2011), nel luglio del 2012.
La rete delle Città Vicine che nel dicembre 2013 è intervenuta alla discussione per la formulazione della Carta di Lampedusa, è stata invitata in seguito a presentarla in vari luoghi e ha seguito gli eventi degli sbarchi e dei salvataggi spesso drammatici, susseguitesi nell’isola e nelle coste siciliane, denunciando le violenze inflitte alle donne migranti e criticando le condizioni riservate agli uomini provenienti dai paesi d’Africa e d’Oriente. Alcune/i, ci siamo anche recate spesso al cara di Mineo e ai centri d’accoglienza improvvisati di Augusta, Pozzallo ecc. Sono stati organizzati incontri con le Mamme No Muos di Caltagirone e Niscemi e visitata la storica sughereta di Niscemi dove la NATO sta installando le dannose parabole del Muos, individuando nessi, responsabilità e similitudini tra le criticità che coinvolgono le donne migranti e quelle subite dalle donne del territorio del calatino, criticità imputabili entrambe alla violenza delle guerre e alle strategie maschili che incrementano la militarizzazione dei territori.
Quest’anno le Città Vicine, presenti nuovamente al LampedusaInFestival, grazie alle relazioni tessute nell’isola, vogliamo cogliere questa occasione per mettere a fuoco e significare le vite ricche, travagliate e complesse portate avanti giorno dopo giorno dalle donne a Lampedusa e nelle altre isole Pelagie. La loro competenza risiede nel mantenersi in equilibrio tra il desiderio di mettere in essere forme di vita qualitativamente accettabili per sé e i propri cari, mantenendosi comunque pronte a offrire aiuto e accoglienza a donne e uomini migranti arrivati dall’altra parte del mare.
Eppure la precarietà e la necessità di far fronte a difficoltà, frustrazioni e disagi sono quasi per tutte loro, costanti della vita. I disagi sono quelli che si presentano a donne che vivono in un’isola dalla precisa situazione geografica e politica dalla quale derivano situazioni di isolamento (pur sottolineando che Lampedusa, Linosa, Pantelleria sono isole meravigliose…). A Lampedusa e nel complesso intero delle Pelagie, le donne sono private dalla possibilità di accedere a scelte e percorsi lavorativi, se non a costo della decisione di lasciare l’isola e divenire a loro volta “migranti”. L’aspetto della comunicazione umana, culturale e politica con persone, luoghi, realtà e spazi esistenti oltre il proprio territorio, risulta dispendioso da ogni punto di vista in quanto gli spostamenti non godono di quelle agevolazioni economiche che sarebbero necessarie visto l’eccessivo isolamento e decentramento; inoltre i collegamenti con l’isola madre, la Sicilia, e il resto d’Italia, sono incerti, insicuri e sfibranti, risentendo delle alterne condizioni atmosferiche e delle convenienze delle varie compagnie di viaggi. È forse per questo che molte donne, soprattutto le più giovani, hanno affinato la loro bravura nell’uso della comunicazione virtuale online, affidando alla posta elettronica, a face-book, a skype, a twitter ecc., il compito di sostituire la relazione in presenza, il contatto e il calore umano.
Per godere dei minimi servizi sanitari, dalle ecografie agli esami più complessi (per non parlare di terapie, interventi chirurgici e per dare alla luce bambine e bambini), le donne e gli uomini di Lampedusa devono recarsi a loro spese in aereo, in nave, e quando va male in elicottero, in altre città per usufruire di servizi e strutture sanitarie adeguate. Anche le strutture scolastiche (a partire dalle scuole primarie alle scuole medie di primo grado), risultano fatiscenti, inadeguate, poco accoglienti e propositive ad ogni livello, da quello edilizio, a quello educativo, formativo e creativo.
Dura vita allora per le forti e coraggiose donne di Lampedusa, che non vogliono venire meno a quanto concerne e rende prezioso far fronte a quello che il contesto in cui vivono chiede loro. Una preziosità e una complessità femminile alla quale va data visibilità e risonanza ma anche supporto, idee, strategie e sostegno per azioni di lotta che riescano a rendere meno difficoltoso e più felice lo scorrere delle loro vite.
Vite di donne che nell’emergenza degli sbarchi dei naufragi dei/delle migranti, non hanno esitato a fare gesti forti d’umanità ed accoglienza aprendo e mettendo a disposizione le case, offrendo indumenti e tenendo accesi permanente i forni perché il pane non venisse mai a mancare!
Di questo, di donne migranti, di territori felici, le Città Vicine siamo state invitate a parlare in un incontro pubblico con Le Mamme di Lampedusa, No Muos e No Tav al sesto LampedusaInFestival che si terrà dal 25 al 30 settembre 2014.
Presenteremo inoltre il documentario “Orizzonti mediterranei” delle registe Pina Mandolfo e Maria Grazia Lo Cicero che mantenendo Lampedusa sullo sfondo offre testimonianze drammatiche e uno spaccato veritiero in merito alle difficoltà affrontate da donne e uomini migranti nei loro “viaggi della speranza” e alla tragedia delle donne vittime di tratta.
Infine, abbiamo in mente insieme a Colors revolutions di realizzare una performance artistica nel centro storico del paese avente per tema la tanto desiderata “Porta della vita.”
Per informazioni visitare il blog delle Città Vicine o scrivere a lacittafelice@libero.it e a mirella_clausi@libero.it o tel. 3332083308
di Alessandra Pigliaru
Saggi. «Le utopie possibili» di Riccardo Verrocchi: le storie delle madri argentine di Plaza de Mayo in un libro di Sensibili alle foglie
«L’unica lotta persa è quella che si abbandona». Sono ormai trentasette anni che le Madres di Plaza de Mayo esplicitano in questo modo la grandezza creativa del loro agire politico. La vicenda delle donne argentine che dagli anni ‘70 a oggi raccontano al mondo la propria idea di lotta pacifica, è protagonista del libro Le utopie sono possibili (Sensibili alle foglie, pp. 223, euro 16). Scritto da Riccardo Verrocchi, ha un carattere storico-politico piuttosto interessante. Come ricorda infatti Letizia Bianchi nella puntuale prefazione al volume, a essere scandagliata è la collocazione di un’esperienza politica lungo tutto l’arco della Storia che le ha riguardate. È innegabile che la misura di queste donne sia di straordinario fascino; forse è per la richiesta costante di giustizia sociale per tutte e tutti, e anche perché hanno saputo lavorare e trasformare il senso della perdita partendo da se stesse. Tuttavia, nonostante il costante rilancio, in Italia non sono stati pubblicati così tanti libri sull’argomento; e neppure gli scritti delle stesse Madres hanno conosciuto sorte migliore nelle traduzioni fino ad ora pervenuteci. C’è stata però una salda attenzione, quella che si adopera quando il riconoscimento e la gratitudine si fanno spazio per illuminare pratiche preziose. Ricordo il recente contributo di Ludmila Bazzoni, La vida venciendo a la muerte (L’Iguana, recensito su questo giornale il 2/9/2013) ma anche Le pazze (Bompiani, 2005) di Daniela Padoan e il volume curato dall’associazione Kabawil – di cui anche Riccardo Verrocchi fa parte – Storia delle Madres de Plaza de Mayo (Buendia, 2013).
Suddiviso in tre parti principali, Le utopie sono possibili è corredato da documenti e interviste inedite ad alcune Madri. Nel primo capitolo viene analizzata la storia dell’Argentina da Videla ai coniugi Kirchner. Un quadro ben articolato degli accadimenti: il colpo di stato del 1976 e il processo di riorganizzazione nazionale; il percorso democratico avviato nel 1983, il crack finanziario del 2001 e infine l’elezione presidenziale prima di Nestor Kirchner nel 2003 — che segna la chiusura del decennio di Menem – e poi, nel 2007, quella di Cristina Fernández de Kirchner. Al dispositivo della repressione di Videla è invece dedicato il secondo capitolo. La complicità internazionale così come la cancellazione di un’intera generazione di giovani argentine e argentini, puntella di dolorosa urgenza l’avvio dell’opera delle Madres. Verrocchi consegna un utile saggio che risistema dunque la narrazione delle Madres alla luce della trasformazione, di se stesse e del tessuto sociale che attraversano. Interessante è anche il terzo capitolo, ovvero l’analisi di quella che l’autore chiama «memoria fertile» e che passa dal posizionamento delle Madri ai progetti culturali e sociali come l’Università popolare, la missione Sueños Compartidos e la formazione dell’Espacio cultural nuestros hijos. La coniugazione di lotta, resistenza e memoria è ciò che ne contraddistingue l’attività anche oggi. I laboratori, così come i libri e le marce della resistenza insieme a tutte le iniziative organizzate in questi anni, interrogano la qualità politico-creativa incessante di queste donne, che entrano nella storia e la mutano.
L’appendice raccoglie diverse testimonianze. Si può leggere una bella intervista a Eva Beba Aztarbe de Petrini, un’altra a Giuseppa Fiore, detta Giuseppina, di origini italiane, e la terza a Inés Vásquez, rectora dell’Universidad Popolar. Ma è nel discorso di Hebe de Bonafini, pronunciato in Plaza de Mayo il 30 aprile 2012 in occasione del 35° anniversario dell’associazione, che si sostanzia il senso di una resistenza politica generosa e libera: «Ci sono cose molto forti: il ferro, il bronzo, il marmo. Ma mi sembra che più forte del cuore delle Madres non ci sia niente (…) Noi non abbiamo fondato niente. Noi Madres abbiamo creato e abbiamo partorito. Abbiamo creato questa forma di lotta e di scontro senza volerlo e senza saperlo (…) Sentiamo la necessità di mettere il nostro corpo e di mettere quanto di meglio abbiamo perché un giorno, quando si parlerà di noi, si dica che noi Madres abbiamo partorito in continuazione, non soltanto figli meravigliosi, abbiamo partorito felicità, giustizia, amore, comprensione, solidarietà».
(il manifesto, 2 luglio 2014)
di Zuzanna Krasnopolska
Informazioni: Cassetto di Szymborska [Szuflada Szymborskiej] presso Kamienica Szłayskich in plac Szczepański 9 a Cracovia, curata da: Zofia Gołubiew, Olga Jaros, Sebastian Kudas, Sławomir Pankiewicz, Michał Rusinek, Teren Prywatny (Anna Maria Bojarowicz, Anna Grzywa, Marcin Przybyłko, aperta fino al dicembre 2014 (probabilmente, visto grande interesse, resterà aperta ai visitatori ancora per un po’).
Perché chiamare “Il cassetto” un’esposizione dedicata alla poetessa polacca insignita del premio Nobel? A parte l’amore incondizionato di Wisława per i cassetti (il mobile preferito, basta rileggere la sua poesia Possibilità), che considerava la più grande delle invenzioni dell’umanità, il primo appartamento dove abitò dopo aver lasciato la casa dei genitori era addirittura chiamato dagli amici “Cassetto” per i suoi spazi ridottissimi.
E perché è stata scelta la Kamienica Szołayskich, un edificio storico di proprietà del Museo Nazionale di Cracovia piuttosto che la casa della poetessa? Innanzitutto perché sarebbe difficile ricreare uno studio della poetessa, uno studio come si deve, visto che di solito scriveva… in camera da letto. Poi, in virtù del testamento, l’appartamento fu dato ad un’amica della Szymborska, ormai in età avanzata, che abitava in un palazzo senza ascensore al quarto piano.
Così finalmente, dopo aver radunato tutti gli oggetti appartenenti alla poetessa e dopo essersi resi conto dell’inimmaginabile quantità di materiali (4 palette, ognuna alta 15 metri), i membri della Fondazione Szymborska, creata in seguito al testamento, notarono che sarebbe stato particolarmente difficile gestire un patrimonio così vasto se sistemato in un magazzino qualsiasi, anche se temporaneamente. Le due salette offerte dal Museo Nazionale di Cracovia erano perfette: non vi entrano più di 8 persone alla volta e, come sosteneva sempre la poetessa, oltre questo numero sarebbe già una folla.
L’idea principale della mostra è mostrare la scrittrice tramite i suoi oggetti, oggetti spesso insoliti e originali, collezionati e radunati con furore e curiosità, forse un suo metodo di opporsi al grigiore della realtà, di creare da sola una sorta di rivincita contro le mancanze e la bruttezza della realtà circostante della Polonia degli anni sessanta e settanta sotto il regime sovietico. Come assicurano i curatori, non si tratta però di frugare nell’intimità della poetessa, l’unico richiamo alla vita privata consiste nel mostrare il suo albero genealogico e qualche foto con compagno di 23 anni, lo scrittore Kornel Filipowicz, ma di usare gli oggetti come una chiave per conoscere e capire meglio la sua immaginazione poetica.
La mostra espone numerose cartoline della ricchissima collezione della Szymborska, risalenti soprattutto al periodo fra le guerre mondiali, che costituiscono, tra l’altro, una fonte importante di sapere storico su quei tempi, maschere (una di Venezia, altre realizzate da un artista polacco), vari doni di amici e conoscenti (i più brutti venivano riciclati durante le lotterie che organizzava al termine delle feste), tra cui una figura di suora caricata a molla, un accendino a forma di sommergibile abbastanza grosso, un contenitore di sale e pepe con le forme dei busti di Goethe e Schiller, la riproduzione di Mosca per decorare il burro fresco e molti altri. Bisogna frugare, aprire i cassetti, ammirare un grande numero di oggetti anche se – lo dobbiamo ricordare – non tutti ancora sono in mostra. In una cantina del museo si trovano numerosi cartoni pieni di cartoline non catalogate!
Non mancano le foto della poetessa, anche se non le piaceva essere fotografata. Si lasciava andare all’obiettivo solo di fronte ai cartelli dei paesini visitati durante i suoi viaggi che la facevano ridere (da Neanderthal a Corleone e molti altri) o nelle situazioni buffe (come con i guanti da pugile – ricordiamoci il fascino che il pugilato suscitava nella poetessa e la poesia “Serata d’Autore”, con il suo incipit: “O Musa, essere un pugile o non essere affatto” nella traduzione di P. Marchesani).
Nell’ultima sala troviamo anche il divano della poetessa, dove concedeva la maggior parte delle interviste. L’odio verso le interviste era simile a quello che provava verso l’essere fotografata. Quando un giornalista arrivava a casa sua, per prima cosa lo faceva sedere accanto a sé sul divano, gli offriva un caffè e un cognac e dopo gli faceva un terzo grado su famiglia, moglie, figli, amanti ecc.. Solo quando vedeva la disperazione negli occhi del suo ospite, travolto dalla valanga di domande, si lasciava intervistare. Accanto al divano troviamo un telefono dove, dopo aver composto uno dei numeri scritti sul muro, si può ascoltare la voce di Szymborska che recita in polacco una delle sue poesie. Accanto, su un tavolino, la macchina da scrivere della poetessa e qualche suo manoscritto, e nei cassetti: accendini, diplomi (come quello di Nobel), decorazioni onorifiche, altre cartoline, i tagli dai giornali in diverse buste intitolate “animali”, “teste, mani, piedi e altro” ecc., un ventaglio trovato in un mercato di pulci in Italia.
Non mancano gli oggetti macabri e terrificanti (era noto l’amore di Szymborska per i gialli) come ad esempio il braccio finto regalatole da Michał Rusinek anni prima e che la poetessa addobbò con gli anelli e appese in sala da bagno, causando il terrore fra i suoi ospiti che si recavano alla toilette. Il rapporto fra il cosiddetto “primo segretario” e la prima poetessa era davvero speciale: li univa non solo un certo tipo di senso dell’umorismo (si incontrarono quando Rusinek era appena laureato, raccomandato dalla relatrice della tesi nonché amica della Szymborska, Teresa Walas, per il lavoro dell’assistente e con un gesto deciso e secco tagliò il filo del telefono che squillava ininterrottamente e in seguito registrò il messaggio automatico), la voglia di scherzare, ma anche il fatto che entrambi sembrano provenire da un’epoca passata -fino alla fine si diedero del “lei”, mai del “tu”.
I collage (le cosiddette wyklejanki) costituiscono una curiosità a parte. Wisława Szymborska, disperata dopo aver cercato inutilmente delle belle cartoline da mandare agli amici (bisogna dirlo: le cartolerie sovietiche lasciavano a desiderare dal punto di vista estetico), si rassegnò e si mise a produrle da sola. Si fece arrivare una colla speciale dalla Germania e si dedicò alla realizzazione delle cartoline-collage dove l’idea principale fu quella di contrapporre due elementi contrastanti e senza nesso logico tra loro: un titolo tagliato da un giornale, un catalogo, una vecchia cartolina, una rivista di moda fin de siècle, un menù con una foto… Si trattava di cartoline con auguri (la più grande fu fatta per Woody Allen) o semplici, da regalare senza un preciso motivo.
In esposizione possiamo studiarle bene: una Marilyn Monroe con le gambe di un uomo grosso e peloso, una foto di un deserto con la scritta “Vietato nuotare”, e teste di tre scimmie (animale preferito di Wisława, assieme al gatto) con un sottotitolo “12 scimmie finalmente a Cracovia”: a quest’ultima sono legati due aneddoti: secondo il primo la Szymborska fece il collage subito dopo esser tornata da Stoccolma con il Nobel (il viaggio denominato “la tragedia di Stoccolma” insieme a 11 membri del suo staff; l’altra riporta che la foto delle scimmie era presente su una pubblicazione sulla Szymborska con l’assurda didascalia: “da destra Wisława Szymborska, la poetessa Ewa Lipska ecc..
Per chi è interessato a vederli dal 14 giugno al 6 luglio 2014 nel Museo Comunale di Gavoi sarà allestita una mostra dei collage della Szymborska al Festival Isola delle Storie di Gavoi, una possibilità da non perdere!
in LetterateMagazine
17 Giugno 2014
di Claudio Vedovati
Si è aperta dentro e fuori Maschile Plurale una discussione importante, vera, anche difficile, che può portare in avanti la nostra esperienza. Prende le mosse dalle accuse di violenza rivolte ad un componente dell’associazione e riguarda il modo in cui MP ha reagito ed operato in questa situazione.
Mi piacerebbe che MP facesse propria fino in fondo questa discussione, senza provarne disagio, e che chiunque si sentisse legittimato a parteciparvi.
Vorrei che non la si vivesse e non la si rappresentasse come un attacco a MP, ma piuttosto la si cogliesse come un’occasione importante di crescita.
Vorrei che ciascuno parlasse partendo da sé, perché non è di un “lui” e di una “lei” che dobbiamo parlare, ma di noi. Di come ci siamo sentiti sollecitati, interrogati o eventualmente messi a disagio da questa vicenda.
Lo scenario di oggi non è più quello di quando prese il via il nostro corpo a corpo critico con la cultura maschile patriarcale. Il mondo è cambiato, sono cambiati gli uomini e le donne, la libertà femminile ci ha cambiato tutti. Ora MP può riconoscere a se stesso l’autorevolezza della propria esperienza, ma non può contare solo sul grande bagaglio di critica del maschile espresso in questi anni, che rischia ora di diventare un repertorio di parole che girano a vuoto.
Lo scenario di oggi è quello della relazione politica tra uomini e donne e questa stessa discussione ne è parte, con interlocutrici ed interlocutori nuovi. Ora la risorsa politica che è necessario saper giocare riguarda le relazioni. Cioè il saper dire con chiarezza dove si è, da dove si vedono le cose, cosa si desidera, cosa si mette in gioco.
Stare nelle relazioni
C’è stato un lungo silenzio di MP e dentro MP prima e anche dopo l’inizio di questa discussione pubblica, che è stata sollecitata da domande e aspettative deluse proveniente dall’esterno. In questo silenzio e mancanza di condivisione ho sentito l’esistenza di un disagio, la difficoltà a misurarsi da vicino con una vicenda di violenza.
Mi sembra sia emersa una difficoltà a vedere i nostri aspetti “dolorosi”, sia quelli più profondi e personali, che sempre ci sono quando ci si trova di fronte alla violenza, sia quelli più visibili e anche più direttamente politici, come il coinvolgimento di una persona legata a MP e il fastidio e la sensazione, provata da alcuni, di essere sotto attacco. Per affrontare queste difficoltà è necessario costruire spazi politici condivisi e poi affrontare pubblicamente i nodi politici della questione, il “cosa” ci riguarda, appunto parlare di “noi” e non di “loro”.
Ho visto invece, in risposta, una posizione di difesa, di chiusura e di controllo. In parte anche di rimozione. L’espressione “una vicenda troppo complicata e dolorosa”, usata fin dall’inizio in sostituzione di “un’accusa di violenza”, ne è a mio avviso uno dei segni più profondi.
La pratica politica di MP dovrebbe essere il partire da sé e qui invece le proprie difficoltà si sono risolte in una proiezione esterna: è la situazione, la “vicenda”, ad essere diventata “oggettivamente” complicata, difficile, dolorosa.
È emersa a mio avviso una forte confusione rispetto ai ruoli da assumere quando in cui è in gioco la violenza.
In una situazione come questa non spetta a noi fare chiarezza sui fatti, raccogliere elementi per valutarli, fare narrazioni, entrare nelle dinamiche relazionali, nel vissuto di “lui” o di “lei”, magari per modificarlo con la speranza di poter risolvere così questa vicenda. Anche gli intimi convincimenti personali sulle persone non sono la strada migliore per affrontare le questioni che riguardano la violenza, sono piuttosto un ostacolo. Qui più che la cura conta la “chiarezza su di sé”, soprattutto quando gli altri hanno già espresso con chiarezza se stessi, altrimenti i discorsi perdono di significato.
Silenzio, mancata condivisione, disagio non lavorato politicamente, chiusura difensiva, difficoltà a nominare la violenza, confusione relazionale. A mio avviso si è rimasti “coinvolti” nel più classico dei modi, come facilmente succede a chi è nelle prossimità di una situazione di violenza. Quando incontriamo la violenza in una qualsiasi forma non si tratta di ciò che stiamo osservando o pensando di lei, ma di ciò che stiamo sentendo e diventando.
La violenza trasforma, circola e ci danneggia tutti. Chi se ne occupa lo sa e opera secondo procedure. MP può operare attraverso il partire da sé, le relazioni e le pratiche politiche pubbliche.
Nominare la violenza
Penso non si sia riusciti a vedere la cosa più importante: che la violenza è già stata nominata, da lei, l’unica persona titolata a farlo.
Se “nominare la violenza richiede anche di distinguerla dal resto” (“conflitti, rancori, incomprensioni, scorrettezze, delusioni, tradimenti, ripicche, ottusità”, ecc.) dobbiamo aver chiaro che non siamo “noi” a dover distinguere, che non siamo in uno spazio pubblico dove ci si fa un libero giudizio informato e poi si dice la propria opinione. Lei ha già distinto e questo deve bastare. Se non basta, si apre di fatto il rischio della doppia vittimizzazione, come ha osservato anche TK Brambilla. Doppia vittimizzazione significa che viene esercitata di nuovo violenza.
Il fatto è che la violenza di genere non si misura su un terreno di verità che va oltre le relazioni, come accade nella verità giudiziaria. Se parliamo di violenza di genere stiamo parlando di come le relazioni sono vissute e percepite. A questo dobbiamo stare e di questa cosa dobbiamo capire la natura.
Non possiamo cercare di distinguere tra violenza come fatto tangibile e provabile e la violenza come percezione personale del vissuto di una persona. Non sono i lividi che ci consentono di distinguere la violenza da un conflitto o da una litigata, ma l’asimmetria nella relazione. I segni della violenza di genere sono nel vissuto di chi ne è vittima. Non ci sono molte altre prove da cercare.
È un nodo grosso, un grande spostamento rispetto ai modelli del sapere maschile, che hanno costruito intere discipline che vanno in cerca di prove e tracce dell’oggettività e della vera verità. E che non si fidano del partire da sé, non danno valore ai vissuti ed alla percezione, come fossero luoghi dell’arbitrio e dell’inganno.
È difficile accettare, in una scena in cui compare la violenza, che ci sono cose che non possiamo stabilire noi? È difficile accettare che basti la parola di una donna, un punto di vista che parta dal suo vissuto? Sì, nella mia esperienza, per noi uomini facilmente lo è.
Certo fa ostacolo quel che resta del patriarcato, il disvalore sistematico della soggettività e della parola delle donne. E fantasmi e lati oscuri del patriarcato sono sempre lì, dentro ciascuno di noi.
Ma fanno ostacolo anche altre cose, come lo spettro delle “accuse infamanti”, dei “giudizi sommari” e dei “roghi in piazza”, che possono turbare anche i maschi anti-patriarcali.
Ci sono cose che abbiamo scritto e detto all’infinito. La costruzione psicologica, patologica, clinica, sociologica, etnica, biologica ecc. della figura del maschio violento è un gesto apotropaico, di allontanamento e di rimozione delle radici maschili condivise della violenza tra i sessi. Oscura la natura strutturale della violenza e la sua normalità, consente la creazione di capri espiatori che servono a sdoganare la violenza e il mantenimento dell’asimmetria di genere in tutte le altre relazioni. Non esistono “uomini violenti” ma uomini normali che agiscono violenza, confermando asimmetrie nelle relazioni tra i sessi che sono sotto gli occhi di tutti.
Evocare lo spettro delle “accuse infamanti” significa invece richiamare uno scenario di analisi completamente diverso, che non è più quello della riflessione di MP sulla violenza di genere, ma quello opposto della “guerra tra i sessi”. In quest’altro scenario, basato sui risentimenti, la violenza diventa un possibile strumento individuale che anche le donne possono agire, rivolgendo contro un uomo gli stereotipi sulla violenza prodotti dalla stessa cultura maschile: lo accusano di violenza e lo additano come un “mostro”.
Non possiamo mettere sullo stesso piano la parola di chi si sente vittima di violenza e di chi ne viene invece accusato (nella violenza c’è sempre una asimmetria). E siccome veniamo da società patriarcali, non possiamo considerare uguali la parola di una donna che denuncia e quella dell’uomo a cui fa riferimento.
Fare queste distinzioni non significa avere opinioni preconcette a sfavore degli uomini. Può pensarlo chi confonde tra il nominare la violenza (dire di un accadere e del suo vissuto) e l’emettere un giudizio (esprimersi sui comportamenti di una persona), due cose profondamente diverse. Nel nostro caso, è politicamente importante nominare pubblicamente la violenza. È importante dire in che misura la violenza “ci riguarda”, anche quando ad essere accusato di violenza è un uomo di MP. Se ci interessa dare un giudizio, è sulla storia e sulla cultura maschile e non sulle persone.
«Sarebbe la fine di Maschile Plurale»
Non ricordo chi e dove ha scritto questa cosa, riferendosi a questa vicenda. Evidentemente intendendo “se le accuse fossero vere”. Ecco un altro punto interessante di questa discussione, l’idea che questa vicenda possa squalificare, delegittimare, danneggiare il lavoro fin qui svolto da MP. L’idea che si tratterebbe di uno scandalo.
Se si pensa questo è perché non si è lavorato politicamente a sufficienza, dentro e fuori MP, sulla natura del suo lavoro politico. Non è bastato scriverlo mille volte. Maschile Plurale non è composto da uomini puri che non si possono “macchiare” di violenza. Come ha scritto Claudio Magnabosco MP «non rilascia un certificato che attesti di essersi sottoposti ad un vaccino antiviolenza».
Siamo tutti capaci e portatori di violenza, la violenza circola facilmente nelle relazioni. La differenza è tra chi ne è consapevole e lavora su di sé e chi non lo fa, tra chi ascolta il primo segnale che ti dice “ti stai comportando violentemente” e si mette in discussione e chi no.
MP non finisce perché un suo membro, “uno di noi” come è stato scritto, è accusato di violenza dalla sua ex-compagna. MP inizia laddove siamo capaci di vedere, ogni volta nelle nostre vite, la violenza che ci riguarda, anche quella di cui noi stessi siamo portatori. Questo è il nostro lavoro politico
Sono contento che avremo nei prossimi giorni l’occasione di parlarne insieme.
(maschileplurale.it – 4 luglio 2014)
19 Giugno 2014
La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini
Maschile Plurale 2006
di TK Brambilla
Non conosco la donna coinvolta, non l’ho mai incontrata, non ho mai parlato con lei.
Leggo di questa vicenda e mi sono fatta bastare la tua versione, Stefano Ciccone.
Esiste una donna che sostiene di avere subito violenza psicologica e un uomo che sostiene di essere accusato ingiustamente. Non ci sono versioni “altre”. Non ci sono fatti che chi ti legge conosce e che portano a fare una valutazione altra, né sto esprimendo un giudizio su una vicenda che io non conosco e tu sì.
Per essere chiari: mi sto esprimendo su come Stefano Ciccone e MP hanno pubblicamente raccontato la loro gestione della vicenda.
Ti dico cosa vedo io che vi leggo.
Si viene a sapere, con post allusivi, che un membro di MP è stato accusato di violenza psicologica e vi si chiede se questo fatto è vero e come l’avete gestito.
Tu lo confermi e scrivi fiumi di parole, da cui però ti smarchi continuamente. Ma le scrivi. E io le leggo.
Il succo qual è? Dici che questa donna ha scelto di non fare una denuncia pubblica, né ad oggi si è mossa per vie legali. E dici che la sua scelta va rispettata.
D’accordissimo.
Ma questa donna, come tu stesso racconti, non ha fatto la scelta del silenzio: vi è venuta a cercare e si è rivolta a voi. E non vi ha posto un caso generico di violenza ma un caso in cui è coinvolto un vostro membro.
È venuta da voi, Stefano.
E tu, voi, che avete fatto? Ci racconti di confronti, ascolto, cura e sensibilità. Ma sostanzialmente non avete fatto nulla.
[…]
Semplicemente non volevate sapere.
Sostanzialmente di lei, che a voi ha fatto la sua denuncia, ve ne siete lavati le mani.
Ma purtroppo non ti sei limitato a questo.
L’hai ripetutamente esposta in maniera grossolana, a una rivittimizzazione, e MP te l’ha silenziosamente lasciato fare, scegliendo di comunicare e ribadire la tua personale opinione: né violenza, né calunnia. Solo un vissuto di sofferenza.
Di lei, naturalmente.
Quella che è venuta da voi e di cui dichiari di non sapere nulla del percorso che ha intrapreso.
[…]
In breve per smarcarvi dalla “rimozione”, avete sostenuto di esservi occupati della vicenda, di avere approfondito e verificato come voi da sempre fate e sapete fare (ascolto, cura e sensibilità) e che la violenza non è stata “rimossa”, non c’era. C’erano i vissuti.
Quando vi si è chiesto conto di questo giudizio o opinione, quando vi si è chiesto come ci siete giunti e come si metteva insieme al coinvolgimento di un centro antiviolenza, quando vi si è posto il problema che queste esternazioni correvano il rischio di essere rivittimizzanti, per smarcarvene avete sostenuto che si trattava di mera opinione personale, neanche suffragata da verifica di fatti, e sostanzialmente che non siete in grado di distinguere tra conflitto e violenza quando dalla teoria (dai libri e dalle conferenze) si passa alla concretezza della vita delle persone. Di più, avete sostenuto che questo è compito di polizia e magistratura.
Questa è rimozione.
[…]
Avete emesso una sentenza di cui però non vi assumete la responsabilità e la sdoganate (ma intanto la propinate!) poiché opinione personale per di più non supportata da verifica di fatti (che significa, che non eravate presenti al verificarsi della presunta violenza?!) ma basata solo sull’opera di ascolto che richiede cura e sensibilità.
Insomma solo esternazioni allusive, che ci raccontano di una violenza che non c’è stata e di una donna dal vissuto di sofferenza.
[…]
Io, voi e anche tu, come tu dici, non sappiamo se questa donna ha subito violenza oppure no. Tu quindi non puoi esporla, con la connivenza di MP, a una possibile rivittimizzazione.
Non lo puoi fare. Anche questa è una forma di violenza.
E visto che dici che spetta alle donne denunciare la violenza e a voi il percorso di liberazione, mentre voi chiacchierate per liberarvi, io che sono una donna, denuncio pubblicamente questa inaccettabile cosa.
[…]
Riferimenti:
Violenza di genere: lettera aperta a Maschile Plurale (Il Ricciocorno Schiattoso)
Risposta a Maschile Plurale: i centri antiviolenza rispettano la privacy (Il Ricciocorno Schiattoso)
Un’occasione per riflettere sulla violenza fuori e dentro di noi (Maschile Plurale)
Pubblica denuncia (Il Ricciocorno Schiattoso)
«Maschile Plurale» ambigua e confusa sulla violenza. Inaccettabili le opinioni rivittimizzanti
Repliche di Stefano Ciccone sulla bacheca di MP (16 giugno 2014)
Testo integrale su http://www.massimolizzi.it/2014/06/maschile-plurale-rimozione-rivittimizzazione.html#sthash.PzeGdfAz.dpuf
di Luisa Muraro
Alcune hanno protestato per le tesi sostenute dalle due autrici di La fiducia delle donne. Io protesto per le scelte dell’Internazionale che, dopo aver scelto il lungo quanto debole articolo delle due americane, gli oppone il testo di un’inglese che fa tacitamente appello al femminismo di Stato. Chiuso. Da una parte il fai-da-te, dall’altra il progresso sociale. Sembra che non ci sia mai stata una rivolta femminista, un movimento delle donne, un conflitto tra i sessi, una Carla Lonzi, una Antoinette Fouque, una Kate Millett, una Mary Daly, un pensiero della differenza… Un corso di fatti e idee che ha rotto gli argini dell’emancipazione fissati dalla borghesia occidentale. Un imprevisto di cui non sappiamo l’ampiezza e gli esiti, ma sicuramente riguarda la fiducia delle donne.
L’Internazionale più volte ha mostrato di preferire un femminismo convenzionale, il più rispondente al capitalismo che promuove parità in vista della competizione che fa profitto. E può durare finché vuole perché la parità è un miraggio. Non credo che la preferenza dell’Internazionale sia deliberata, credo piuttosto che sia inconsapevole obbedienza alle regole del fare notizia: c’è un reale che non fa notizia, sempre di più in un mondo di finta politica.
(Internazionale, 4 luglio 2014)
Un’outsider trovarobe
Il polo di via Maroncelli si arricchisce da maggio di una nuova galleria, la Maroncelli 12, che si propone di esplorare aree dell’arte estranee a circuiti e tendenze dominanti e alle regole del mercato, prima fra tutte l’Outsider art o Art brut, cioè l’arte praticata da figure prive di una formazione regolare e spesso sofferenti di disagio mentale, che in questi linguaggi trovano un canale di espressività privilegiato. Apprezzata da tempo fuori d’Italia, l’Art brut è invece quasi assente in Italia. Per l’esordio è stata scelta Marie-Claire Guyot, nata a Parigi nel 1937 ma presto trasferita nel nostro Paese con il marito italiano, pur soggiornando spesso nella grande casa di famiglia in Borgogna, grembo e matrice del suo lavoro d’artista. Intitolata «L’opera segreta», la mostra, aperta dall’8 maggio al 4 luglio, ne presenta i dipinti (nella foto un esemplare) abitati da personaggi grotteschi, da occhi, bocche, ventri, denti o da animali chimerici, con cui esplora il suo universo di sofferenza, e le sculture fatte di assemblaggi di vecchi oggetti maniacalmente cercati nelle soffitte della casa in Francia.
…
(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)
Considerazioni su alcune opere di Marie-Claire Guyot:
Vorrei cominciare da alcune operine leggere e sgranate di colori a pastello, come quelle di bambini impazienti che non ubbidiscono agli insegnanti di disegno.
Anche l’iconografia è quasi scolastica, con le tipiche stilizzazioni degli abitini a scacchi, dei capelli realizzati con segni brevi e frettolosi in tangenza sulle teste rotonde.
Ebbene queste operine sono in realtà trappole del pensiero, veri e propri trompe l’Oeil, dove inciampa la nostra prima sensazione di piacevolezza: infatti, a ben guardare, si tratta di una versione originalissima dell’antica figura della danza macabra.
Oltre al formato lungo e stretto, come le predelle d’altare o le tavole per i cassoni nuziali dove l’ abbiamo vista riprodotta in tante versioni, tutti ricordiamo come la danza macabra sia una composizione retorica che oscilla fra l’iconografia e la letteratura, dagli affreschi medioevali alle poesie di Baudelaire e Rilke.
Se le teorie di personaggi della Guyot a prima vista sembrano innocentemente ludiche – e questa è la trappola – qualcosa ci suggerisce da lontano che il ludico è costantemente abitato dall’idea della morte. L’infanzia, per la sua inclinazione ad accentuare l’istante; l’infanzia, per la sua parziale e incompleta acquisizione della parola; l’infanzia che vive il rischio e la sfrenatezza sul precipizio del futuro….l’infanzia sa e vede la morte nel presente.
Insomma, credo che in questo tipo di opere la Guyot proceda verso un tentativo di “presentazione” di qualcosa di indicibile (in-fans), utilizzando il ritmo, l’alternanza di tipologie e di pose.
Ma la danza macabra delle figurine della Guyot (bambine, macellaio, diavoli e madri crudeli) è costruita su una coreografia di battute e urla, spezzature e legami…..come in un lavoro di Pina Bausch. Alcune opere della Guyot sono così potenti da inabissarci fino al loro interno di tenebra: come quelle di Frida Kahlo, come quelle di Carol Rama…o come quelle di Nabila, un’artista che ha lavorato per molti anni nell’atelier di Silvana Crescini all’OPG di Castiglione delle Stiviere.
Anzi, voglio partire proprio dall’esperienza dell’egiziana Nabila che vedeva il mondo nei fondi di caffè, secondo una pratica divinatoria molto comune nei paesi medio-orientali.
Alcune opere della Guyot sono così potenti da inabissarci fino al loro interno di tenebra: come quelle di Frida Kahlo, come quelle di Carol Rama…o come quelle di Nabila, un’artista che ha lavorato per molti anni nell’atelier di Silvana Crescini all’OPG di Castiglione delle Stiviere.
Anzi, voglio partire proprio dall’esperienza dell’egiziana Nabila che vedeva il mondo nei fondi di caffè, secondo una pratica divinatoria molto comune nei paesi medio-orientali.
Dalle macchie di colore su un lenzuolo, il materiale povero che poteva fornirgli l’istituto, Nabila ha cominciato a
registrare una visionarietà in cui le forme si connettevano le une alle altre secondo incastri e relazioni su un fondo
fluido di vitalità trasfigurativa.
In queste opere della Guyot invece la fluidità è annullata dall’ossessione di un segno colorato fitto e asciutto, come
di matita o di gessetto; anche se la continuità è la stessa, viene però realizzata con forme a incastro, e sui contorni si
avverte la forzatura dei pezzi che vengono montati uno sull’altro o, quando la spinta della memoria è violenta, uno
nell’altro.
Duplicazioni e prolificazioni si generano dai buchi della coscienza; se consideriamo l’opera gialla e azzurra, notiamo che
dai buchi si accendono occhiate come proiettori dell’ insondabilità interiore, o piccoli esseri che si divincolano da una
immobilità coatta e subita: non si tratta di spazio ma di campo.
In questo campo di relazioni infatti le esperienze si affrontano come forze spesso conflittuali, in cui le bocche
diventano teste e le teste si dualizzano opponendosi (non è un caso che compaiano sulle due sezioni frontali
i segni + e -).
In modo enigmatico, ma ad alta densità di senso, le sopracciglia dichiarano nella dolcezza della loro curva: io sono
buona.
Lo psicodramma diventa invece totalmente oscuro nell’altra opera, piena di grumi di disaccordo, lacrime rosse , forme
duttili come materie plastiche che si attorcigliano fra dita grandi e senza mani.
Gli animali sono bellissimi e conturbanti: i due cani in basso piangono strazio dalla bocca e dallo sguardo che non vede;
un caprone occhieggia fra violenze strozzate; in alto, a siglare la qualità di colui che vede con chiarezza dolorosa il
mistero, una sottile lince gialla che fiammeggia sulla tesa del cappello.
La Guyot non conosce i toni sarcastici o le perversioni adescatrici del gusto: procede nel suo angoscioso e intrepido
scrutarsi dentro, immune da strategie di tendenza, di movimenti artistici o di mercato.
Conclusioni
Queste note sul lavoro della Guyot dovrebbero dimostrare con quanto interesse intendo procedere nello studio e
nella valorizzazione delle sue opere. Proprio per questo sono felice di poterne aver un discreto numero all’interno dei
depositi del MAImuseo.
Il deposito-donazione di opere al museo è stato favorito da Antonia Jacchia, che con questa mostra intende inaugurare
la nuova galleria Maroncelli 12.
Dopo la Biennale di Venezia, che ha avuto il merito di portare al centro dell’attenzione un argomento che mi sta a
cuore da molti anni, è quantomeno fisiologico che si assista ad una forsennata “corsa all’oro”: il mercato ha sempre
fame di novità e di concrete possibilità di investimento e mai come ora è necessaria prudenza e grande capacità di
selezione.
In questo senso il MAImuseo intende adottare criteri di rigore e di assoluta indipendenza dal sistema dell’arte con
cui pure mantiene un dialogo serrato: questi artisti hanno una qualità unica che non può essere contaminata, ma al
contrario esige difesa e rispetto.
La qualità di cui si parla è l’autenticità e la libertà da ogni suggerimento o emulazione da parte del gusto o delle
pratiche di moda: per questo motivo appoggio con entusiasmo il progetto di Antonia e la sua modalità di lavoro.
Ha trovato un’ artista, ha confrontato con me e con altri consulenti di fiducia i suoi criteri di scelta, ha proposto una
collaborazione fruttuosa e disinteressata fra istituzioni diverse.
E’ la premessa per un lavoro buono a cui auguro riuscita e soddisfazione.
Bianca Tosatti
Direttrice del MAImuseo, il Museo di Arte Irregolare di Sospiro (Cremona)
dal 1 al 12 luglio 2014
Seconda Mostra per Progetto Conflitto, all’Associazione Apriti Cielo!
http://www.apriti-cielo.it/seconda-mostra-progetto-conflitto/
Le opere esposte esprimono diverse forme di conflitto rappresentate con immagini, poesie, fotografie. di Giuliana Bellini, Maria Cristina Deleo, Gian Rustione, Isabella Spatafora, Nadia Magnabosco, Lucrezia Ruggieri Helene Gritsch, Clelia Mori, Rossella Roli, Mercedes Cuman.
Inagurazione della mostra accompagnata da Letture di testi scritti da Ada Celico e interpretati da Francesca Contini Accompagnamento musicale di Giovanni Cannata
Finissage mostra con Donne di Parola.
Donatella Massara e Laura Modini in Maggie dei santi, short play di Diuna Barnes, 1916 (20′) regia di Ombretta De Biase
La mostra si può visitare nei giorni mercoledì, giovedì, venerdi’ e sabato dalle ore 18 alle 20 , oppure su appuntamento telefonando al 3498682453
Associazione Apriti Cielo!
Via L. Spallanzani 16 -Milano – (Porta Venezia)
di Annamaria Testa
A fare questa affermazione è la GfK Eurisko, la maggior azienda italiana di ricerche di mercato, in apertura della newsletter di luglio.
Non è sorprendente che i ricercatori prestino attenzione all’evolversi dell’universo femminile: da una parte le scelte di consumo riflettono stili di vita e sistemi di valori e cambiano insieme a questi. Dall’altra, già nel 2012 la ricerca Cermes Bocconi conferma che le donne sono responsabili o influenzatrici del 94 per cento degli acquisti di alimentari, prodotti per la casa e cosmetici, e del 64 per cento degli acquisti di beni e servizi durevoli (banche, assicurazioni, utenze): dunque, conviene osservarne gli umori e le propensioni con un’attenzione speciale.
Non è nemmeno sorprendente il fatto che in una situazione di crisi, le donne si dimostrino più resilienti. Reagiscono meglio le imprenditrici anche se ottengono meno finanziamenti degli uomini, e reagiscono meglio le madri di famiglia.
È invece sorprendente che, come segnala l’Eurisko, le italiane – che non vivono certo in un ambiente favorevole – siano sopra la media rispetto alle donne europee su tutti gli indicatori che riguardano il perseguimento del benessere sociale e personale.
Dovrebbe risultare sorprendente (ma, purtroppo, non lo è per niente) il fatto che le imprese, i mass media, le amministrazioni territoriali fatichino così tanto a intercettare il nuovo protagonismo femminile (che, non dimentichiamolo, deriva anche dal recente, massiccio accesso delle donne all’istruzione) e a usarlo, in senso buono, come leva per lo sviluppo: stentano a offrire rappresentazioni, ruoli, servizi, prodotti, contesti adeguati alle donne di oggi.
Risultato per le donne (e sì, anche per gli uomini, costretti in una crisi d’identità per uscire dalla quale esistono pochi modelli consolidati): un di più di fatica, peso, frustrazione, solitudine e spaesamento.
La possibilità di operare un importante ribaltamento della situazione è lì, facile da intuire: sta in una nuova alleanza tra universo maschile e femminile (e tra donne e uomini nuovi) e nel reinventare ruoli e relazioni al di fuori degli schemi, degli stereotipi e dei luoghi comuni. Se i ragazzini delle scuole superiori, almeno i più avveduti, ci sono già arrivati e non stentano ad avere rapporti del tutto paritari e solidali, a molti adulti intrappolati nelle consuetudini farlo sembra più difficile.
I ragazzini cresceranno, e le cose cambieranno di sicuro. Ma sarebbe bello e sommamente appagante per tutti che cambiassero prima. […]
(Internazionale, 30 giugno 2014)
http://www.internazionale.it/opinioni/annamaria-testa/2014/06/30/di-donne-uomini-e-progetti/
di Nadia Tarantini
Una Newsletter particolare per annunciare un’iniziativa particolare. La prima Assemblea nazionale dell’associazione Donne TerreMutate per la Casa delle Donne a L’Aquila, che si terrà nel tendone di piazza Duomo il prossimo 5 luglio, a partire dalle 12, per rilanciare con forza le
richieste alle istituzioni:
– per una sede provvisoria per TerreMutate e la Biblioteca delle Donne Melusine con il Centro antiviolenza
– per la sede definitiva della Casa delle Donne
– per l’utilizzo dei 3 milioni della legge ex-Carfagna sbloccati con un emendamento alla legge di stabilità 2013.
All’assemblea possono partecipare tutte le socie iscritte e in regola con le quote annuali, inoltre vi potranno partecipare tutte coloro che si iscriveranno entro le 11 della stessa giornata del 5 luglio.
UN PRIMO RISULTATO
L’annuncio dell’iniziativa di TerreMutate ha raggiunto un primo risultato, con la decisione della giunta comunale di assegnare all’associazione un appartamento come sede provvisoria, a partire dal 15
settembre 2014, l’assegnazione sarà perfezionata entro il 30 giugno. La decisione è stata comunicata in un incontro che si è svolto a L’Aquila venerdì 20 giugno.
Sul sito www.laquiladonne.com trovate i documenti dell’assemblea e dell’incontro avvenuto in Comune.
di Margherita Dogliani
CIAO A TUTTE, VI ALLEGO PROGRAMMA DELLA RASSEGNA IN FABBRICA 10 ANNI!!! INIZIAMO IL 4 LUGLIO MA PER I 10 ANNI ABBIAMO PENSATO AD UNA SERATA
STRAORDINARIA – 28 GIUGNO ALLE ORE 21 CI SARÀ LA PRESENTAZIONE DEL FILMATLANTIS DI MASSIMO FERRARI
Un viaggio alla ricerca della nuova realtà del mondo del lavoro. Alla ricerca di esempi e di speranze. Rosa, operaia, dirige l’occupazione della fabbrica tessile Tacconi Sud. Margherita, imprenditrice di Carrara, con le dipendenti e i dipendenti realizza un modo di “stare” nel lavoro. “…Ora so il significato della parola resistenza”.
A presto Margherita Dogliani
Programma rassegna culturale “Donna anima e corpo”
X edizione
La responsabilità
Sede degli incontri
PRESSO BISCOTTIFICIO PIEMONTE
DEI F.LLI DOGLIANI
V.LE D. ZACCAGNA, 33
54033 AVENZA CARRARA (MS)
4 LUGLIO 2014
Responsabilità. Confini tra anima e coscienza
Ore 21,15
IAIA FORTE in
“Interno familiare” di Anna Maria Ortese.
Conversazioni con
LAURA BOELLA, filosofa
PIERO CODA, teologo
11 LUGLIO 2014
Responsabilità. Etica e morale della responsabilità
Ore 21,15
NATALIA MALEBATSI, SIMONE SERAFINI, in
“Vieni come sei”
Conversazioni con
SALVATORE VECA, filosofo
18 LUGLIO2014
Responsabilità. “Questa Terra è la vostra Terra…”
Ore 21,15
UGO DIGHERO in
“E se tornassimo al BARATTO?”
Conversazioni con
MAURIZIO PALLANTE, saggista, fondatore del Movimento per la Decrescita Felice
RICCARDO VALENTINI, ricercatore Premio Nobel 2007
25 LUGLIO2014
Responsabilità . Valore e credibilità della parola
Ore 21,15
LICIA MAGLIETTA in
“ Domande poste a me stessa “ da Wislawa Szymborska
Conversazioni con
RITANNA ARMENI, giornalista
HANS TUZI, scrittore
Maria Luisa Boccia, già autrice di un libro dedicato al “vissuto” e al “pensiero” di Carla Lonzi (L’io in rivolta, Edizioni La Tartaruga, Milano 1990), ha deciso di “riprendere” un dialogo mai interrotto con la donna che ha aperto la strada a una “imprevista” soggettività femminile e alla rivoluzione culturale e politica che ne sarebbe derivata. L’ha fatto ancora una volta avvolgendo il suo discorso alle parole dell’altra per ripercorrere insieme a lei, e aprire a nuove soluzioni, la “presa di coscienza” che ha visto le donne affrancarsi dalla sottomissione secolare alla visione maschile del mondo. Nel libro, Con Carla Lonzi. La mia opera è la mia vita (Ediesse, Roma 2014) alcune delle intuizioni più originali con cui si è imposto sulla scena pubblica il movimento delle donne negli anni ’70, tornano con forza a interrogare un presente diviso tra vecchi dilemmi – uguaglianza/differenza, emancipazione/liberazione, individuo/ genere, ecc. – e il richiamo alla radicalità degli inizi.
A fronte del femminismo che tende a privilegiare un discorso culturale, “oggettivo”, sulla relazione tra i sessi, anziché affidarsi come in passato all’esperienza dei singoli e delle singole, c’è la sorpresa del gruppo delle giovani studentesse dell’università di Verona, che riscoprono «la straordinaria fecondità emotiva e intellettuale del partire da sé» nell’era del web.
Al centro dell’interesse del Collettivo Benazir tornano il corpo e la sessualità, e il richiamo a Carla Lonzi è già nella scelta del nome. Benazir è «colei che non è mai stata vista così», la donna che nell’annuncio “profetico” di Lonzi avrebbe potuto essere finalmente se stessa, rompere con tutto ciò che era stata e che altri aveva voluto che fosse: appartenenze, identità assegnate, verità predefinite. Un’autenticità e una libertà che, oggi come allora, vanno conquistate «forzando il blocco a una a una». Che l’autocoscienza non fosse una pratica transitoria, ma lo spostamento necessario per “pensare differentemente” se stesse e il mondo, avrebbe dovuto essere chiaro già ai suoi inizi per la diffusione che ha avuto in luoghi impensabili, dalle fabbriche alle redazioni del giornali, oltre che per i conflitti che ha aperto nella concezione tradizionale della cultura e della politica. Ma non era difficile prevedere che avrebbe incontrato ostacoli nel momento in cui, da cambiamento della vita e delle relazioni personali – tra donne, ma anche tra uomo e donna -, avesse preteso di estendersi alla sfera pubblica, alle sue istituzioni, ai suoi linguaggi e ai suoi poteri.
Come giustamente sottolinea Boccia, il primo atto di libertà dell’ Io femminile “in rivolta” consiste nella scelta di «muoversi su un altro piano»: fare “tabula rasa” delle idee ricevute, logorare dentro di sé i legami inconsci col mondo maschile, imparare a riconoscere il proprio piacere sessuale, smettere di vivere attraverso l’uomo e in funzione dell’uomo. Mettere in discussione la “femminilità”, così come è stata definita dalla cultura maschile – cura, famiglia, identificazione col corpo, ecc. -, significava togliere all’uomo il sostegno materiale e psicologico che gli ha permesso di sentirsi libero e creativo nella vita pubblica, ma, al medesimo tempo, comportava il rifiuto di integrarsi in un ordine sociale che si è costruito in assenza della donna. La critica all’emancipazione, come adeguamento alla falsa neutralità maschile o come spartizione e partecipazione al potere, accomuna la donna che ha interrotto la sua attività di critica d’arte per «fare del femminismo la sua vita», e quella che al contrario, come Boccia, ha fatto del lavoro e del suo impegno sociale «una dimensione costitutiva della sua esistenza». Prendere coscienza che si può «essere emancipate e non libere» diventa il passaggio necessario per riportare il pensiero all’esperienza, cominciando dal luogo che porta segni più violenti e duraturi della colonizzazione maschile: il corpo e la sessualità.
«Aver imposto la coincidenza di piacere e fecondazione, nel coito, – scrive Boccia, riprendendo il discorso di Carla Lonzi.-, è il primo gesto di violenza maschile nei confronti della donna. Non solo le ha imposto il proprio piacere, ma le ha inibito la pratica della sua sessualità, del suo piacere. Con questa rinuncia l’uomo ottiene la sottomissione della donna. Questo è il tratto dominante della femminilità. La rinuncia al piacere sessuale è la rinuncia alla propria autonomia». La contrapposizione tra due figure femminili -la “donna vaginale” e la “donna clitoridea” -, di per sé poco convincente, come riconosce anche Boccia, va presa per l’effetto provocatorio che avrebbe potuto avere sulla dipendenza affettiva delle donne e sulla resa al dogma dell’eterosessualità. Forse non era possibile portare alla coscienza la sessualità cancellata della donna senza svincolarla dalla maternità e dall’amore, per i quali la donna ha rinunciato spesso a un piacere proprio. Quando Carla Lonzi definisce “colonizzata” la donna che accetta il coito, spesso contro la propria volontà, colpisce nel segno di una secolare sottomissione al piacere maschile, ottenuta spesso con la violenza. Ma è costretta a mettere in ombra il fatto che accogliere dentro di sé l’uomo va incontro a fantasie, desideri legati all’esperienza primordiale dell’amore: l’irripetibile unità a due della madre e del figlio, prima della nascita e nei primi mesi di vita.
Del resto, quando i temi della “differenza” e dell’“autenticità” femminile sono calati dentro la vicenda autobiografica -la relazione con Pietro Consagra – il conflitto tra bisogno di autonomia e bisogno d’amore si fa evidente. Se è il secondo a prevalere, «la donna sparisce, diventa un’ombra accanto all’uomo». «Terribile non è il giogo dell’oppressione sociale, economica, giuridica, politica. Ma quello dell’amare, del dedicare all’altro la propria forza, senza la quale lui non può realizzare l’opera». (Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1980). La tessitura che Boccia va facendo con le parole della sua interlocutrice è tale da rendere quasi impercettibile il confine che le separa. Ma come per tutte le riprese di esperienze e parole che ci hanno appassionato, l’interpretazione lavora comunque, più o meno sotterraneamente, per salvare ciò che più ci sta a cuore. «È luogo comune considerare il femminismo di Lonzi viziato di soggettivismo, una ricerca introspettiva che resta sulla soglia del mondo, senza misurarsi con la realtà». Il separatismo dei gruppi di autocoscienza, l’importanza data alla relazione tra donne, il rifiuto delle “verità oggettive” dei sistematici del pensiero, non hanno impedito a Carla Lonzi – precisa Boccia – di mantenere aperta la sfida, il “corpo a corpo” con l’altro.
Il dialogo con Consagra ne è una lucida e drammatica testimonianza. «Consagra recrimina, richiede complicità con il suo lavoro di artista. Fa appello alla fragilità, sua e degli uomini, che non possono fare a meno della cura e attenzione femminile». Determinata, ma aperta alla possibilità del cambiamento è la risposta di Lonzi: «Non salterà il mondo se l’uomo non avrà più l’equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione». «La donna come soggetto non rifiuta l’uomo come soggetto, ma lo rifiuta come ruolo assoluto. Nella vita sociale lo rifiuta come ruolo autoritario». Spezzare la complicità con il desiderio maschile, togliere conferme, nel privato e nel pubblico, al privilegio secolare dell’altro sesso, è condizione imprescindibile perché la donna possa prendere parola, da donna, sul mondo, e, di conseguenza, perché la storia possa ricominciare il cammino per percorrerlo con lei “come soggetto”.
di Franca Fortunato
VALERIA Nicoletta, la madre di Taverna a cui il Tribunale dei minori nel lontano 2008 ha tolto le quattro sue creature, due bambine e due bambini, perché ritenuta “non matura”, l’altro giorno è tornata a parlare della sua storia su questo giornale. Lo aveva già fatto nel 2009. Allora scrissi per dire la mia indignazione verso quel Tribunale, dove ogni madre che, come Valeria, ha avuto a che fare con esso, sa che è difficilissimo se non impossibile fare valere il proprio affetto per le/i figlie/i. La legge autorizza il disprezzo verso la madre, separandola dalle proprie figlie e figli, e permette di osare là dove “perfino gli angeli esitano”, nella relazione materna, luogo sacro per ogni creatura piccola che viene al mondo nella dipendenza dalla madre. La madre, in quei Tribunali, diventa vittima da sacrificare all’“idolo” del minore, pensato come soggetto autonomo da ogni relazione con lei. È quello che accade quando a una madre – come Valeria – , che ha desiderato le sue figlie e figli e vuole tenerle/i con sé e crescerle/i nell’amore, vengono tolte/i in nome di quell’immaginario, più che reale, interesse del minore.
Un anno fa – come ha raccontato su questo giornale – sembrava che Valeria e suo marito potessero riavere le proprie creature. La Corte d’appello, infatti, dopo cinque anni aveva consegnato ai due coniugi il diploma di “idoneità”, per cui le bambine e i bambini dovevano essere restituiti loro, anche se “gradualmente”. Prima la/i più grande/i e poi la piccola, che avrebbe dovuto restare nell’istituto che la ospita, separandola, così, naturalmente in nome del suo interesse, anche dalla sorellina e dai fratellini. Da non credere! Dovevano, perché così non è stato. Altri giudici, oggi, chiedono un supplemento di esame di maturità. Da non credere! C’è davvero da avere paura quando la legge si occupa dell’interesse dei minori. Ma Valeria non ne ha. Conosco questa donna coraggiosa, solo per telefono, in quanto mi ha cercata, dopo quel mio primo articolo, per ringraziarmi. Oggi sono io che la ringrazio per quello che sta facendo per le/i sue/i figlie/i e per tutte noi. Cara Valeria, nelle parole che hai consegnato alla brava giornalista Rosanna Bergamo, c’è tutta la sapienza che a una donna viene dall’intelligenza dell’amore: «Non sono avvocato, ma è trascorso un anno da quando la Corte d’appello ci ha detto di occuparci nuovamente dei nostri figli e da allora la nostra condizione non è mutata, non siamo diventati due cattivi genitori, semplicemente perché non lo siamo mai stati. Non abbiamo studiato granché, non navighiamo nella ricchezza ma abbiamo la cosa più importante da donare alle creature che abbiamo fortemente voluto, l’amore». Sei maestra d’amore materno, come lo era mia madre. È questa la tua grandezza. Con le tue parole di verità, hai dato corpo alle parole scritte da un’altra donna, Luisa Muraro: «C’è qualcosa che sta sopra la legge, alcuni dicono Dio, amore, io dico la relazione materna, ma forse sono la stessa cosa. Ciò che sta sopra la legge ha il diritto di essere rispettato. L’amore di chi ci ha messi al mondo è un sentimento per tutti, forse insormontabile». Insormontabile, è questa la verità di cui la legge dovrebbe parlare, altrimenti sarebbe meglio che tacesse. Cara Valeria, so che la tua lotta finirà solo quando avrai giustizia per te e le tue creature, che ti saranno grate per sempre per non averle mai abbandonate. So bene che nessuno/a potrà risarcirti del dolore inflitto a te e a loro o restituirti i giorni, gli anni, persi a vederle crescere, ma voglio che tu sappia che tu, come tante altre donne, rendi questa terra di Calabria bella ed accogliente. Ogni donna e uomo di buon senso dovrebbe essertene grata. Io te ne sono.
(Il Quotidiano della Calabria – 25.06.2014)
dal 23/6/2014 al 31/8/2014
Dal 24 giugno al 31 agosto 2014, il Museo Diocesano di Milano (corso di Porta Ticinese, 95) presenta la mostra “Transiti e incontri”, una retrospettiva sull’artista lombarda Gabriella Benedini dal 1984 al 2014. La mostra, a cura di Paolo Biscottini, è un percorso in nove sale che conduce il visitatore in un viaggio alla scoperta della ricerca artistica di Gabriella Benedini, che da cinquant’anni lavora a Milano sotto il segno della riservatezza.
“Transiti e incontri” è un percorso cronologico che conduce il visitatore in un vero e proprio viaggio attraverso i diversi momenti della ricerca dell’artista lombarda, segnato da 8 grandi installazioni che simboleggiano i temi conduttori del lavoro di Gabriella Benedini.
L’esposizione ha inizio con un grande lavoro che fa parte del ciclo I Teatri della Melanconia, indagine che all’inizio degli anni ottanta ha portato l’artista a interessarsi del significato profondo e mistico dell’alchimia. A questo segue l’interesse per il mondo del mito, concretizzato nell’evocazione della storia di Psiche, un modo per continuare il tema precedente: congiungere cioè il mondo terreno a quello divino, con la conseguente ascesa nel mondo degli dei. Ecco dunque la Porta del cielo, le Vele di Psiche e le Nozze di Psiche. A favorire ulteriori spostamenti e metamorfosi il tema del Viaggio, che è sintetizzato dalle Vele o Memorie del vento: tre grandi sculture verticali dalla forma concava che possono accogliere il vento o memorie di viaggi lontani. Ad esse si affiancano una grande opera rotonda, che allude a un mappamondo, intitolata L’Eco del mondo, e dodici piccole mappe fatte con antiche scritture.
Allo spazio si sostituisce la profondità del tempo, scandita da sette Metronomi, affiancati da un altro strumento di misurazione, l’Astrolabio, scultura di ferro e legno. L’apertura al mondo impalpabile della musica prende forma nella sala delle Arpe, sculture polimateriche di grandi dimensioni, cui si affiancano piccoli strumenti fantastici, ottenuti attraverso l’assemblaggio di materiali di recupero: la possibilità combinatoria è infinita e ogni risultato è una formula, sfuggita da un enorme ingranaggio. Tempo, musica, scrittura, tutto si mescola e confluisce nel dialogo di una Meridiana con le sculture pensili: Rimescolare il Tempo, L’ Arpa del Pittore e con i Libri, posati su leggii come fossero spartiti.
Completa la rassegna la proiezione di due film di artista, Diutop (Il giorno di utopia) e Il deserto, realizzati in super 8 negli anni Settanta.
Il catalogo, corredato da un ricco e suggestivo apparato iconografico, propone testi critici di Paolo Biscottini e di Paolo Bolpagni.
La mostra è realizzata con la collaborazione dell’Archivio Gabriella Benedini.
di Paolo Biscottini
Inaugurazione lunedì 23 giugno ore 19