di Giuliana Sgrena
Pace. Corpi civili di pace di interposizione tra Palestina e Israele. E un’azione esemplare, eclatante, simbolica di europarlamentari e parlamentari che renda visibile al mondo che non vogliamo essere responsabili degli orribili crimini a Gaza
«Siamo tutti palestinesi», l’abbiamo sentito ripetere nei giorni scorsi anche da politici, non dei maggiori partiti.
Lo sentiremo ancora ripetere, ma i palestinesi muoiono, a decine, a centinaia, e noi siamo qui, impotenti. Impotenti di fronte all’ipocrisia dei nostri governanti, alla miopia dell’occidente e al cinismo di Obama che si preoccupano solo di imporre sanzioni a Putin e ignorano i crimini di guerra commessi ogni giorno da Israele.
Netanyahu dice di aver avvisato con sms gli abitanti di Sajaya che avrebbe bombardato.
Ma dove devono andare i palestinesi che vivono nella striscia più popolata al mondo e senza nessuno sbocco, senza la possibilità di uscire se non lo vuole Israele che controlla finanche i telefoni delle sue vittime? Assistiamo agli esodi dall’Iraq, dalla Siria ma i palestinesi non possono nemmeno fuggire, intrappolati come sono dentro una prigione a cielo aperto!
Impotenti ci chiediamo che cosa fare e nell’impotenza non si fa nulla. Non siamo più abituati a scendere in piazza, in ogni caso a che cosa servirebbe? Renzi rivendica l’incarico della politica estera per l’Italia nell’Unione europea, ma che cosa farebbe di diverso Federica Mogherini dall’inutile Lady Ashton? E chi potrebbe garantirci una politica estera diversa per l’Europa?
Nella recente campagna elettorale per le elezioni europee, le liste che hanno sostenuto Tsipras, hanno rivendicato oltre che un ribaltamento della politica economica anche la costruzione di un’Europa politica, quindi con una propria politica estera. Ma non si può aspettare che questo progetto si realizzi, occorre agire subito, altrimenti la striscia di Gaza non esisterà più.
Cosa si può fare? Una proposta sostenuta a suo tempo da padre Dall’Oglio, di cui purtroppo non si conosce la sorte da lunghi mesi, e che avrebbe potuto, forse, salvare la Siria, potrebbe, forse, salvare i palestinesi.
L’invio di corpi civili di pace per fare da interposizione tra le parti in conflitto per impedire a Israele l’eliminazione fisica di tutti i palestinesi di Gaza e ad Hamas di continuare a lanciare inutili missili sempre intercettati. Ma siamo in ritardo sulla preparazione dei corpi civili di pace, anche se vi sono progetti in tal senso, occorre fare presto.
Abbiamo eletto, come liste Tsipras, 52 europarlamentari. Alexis Tsipras è uno dei politici che sostiene «Siamo tutti palestinesi»; allora perché non si forma una delegazione di europarlamentari che si rechi in Israele per fermare i crimini di guerra? Gli europarlamentari – più altri parlamentari italiani e di altri paesi europei – potranno ottenere l’attenzione del mondo che singoli individui non potrebbero avere, anche se Israele li rispedirebbe subito indietro.
Serve un’azione esemplare, eclatante, simbolica che renda visibile al mondo che non vogliamo essere responsabili di questi orribili crimini.
Il senso di colpa che l’Europa ancora vive nei confronti degli ebrei non può essere fatto pagare ai palestinesi. Non possiamo accettare questa nuova barbarie senza reagire, altrimenti non potremo più dire «siamo tutti palestinesi», diventeremo tutti responsabili dello «sterminio» dei palestinesi.
21.7.2014 Il Manifesto
da Alias “il Manifesto” domenica 20 luglio 2014
di Fausta Garavini
Un misterioso pittore francese del Seicento, nell’ultimo romanzo di Fausta Garavini. Coloriture d’epoca della lingua, stile lucido e aereo, senso di rovina… L’orizzonte letterario è quello dell’amica maestra Anna Banti ma il libro insegue altri rovelli creativi
A subirne il fascino sembra sia stato per primo tra i contemporanei André Breton, che affiancandolo a «geni» come Giorgio de Chirico e Gustave Moreau suggeriva in L’arte magica di interpretare le sue «ricerche formali» secondo «certe correzioni dell’angolo visivo subite dall’ottica moderna», piuttosto che attribuirle al semplice «capriccio o al desiderio di stranezza». Appassionato collezionista dei suoi quadri, con quelli di Bartolomeo Schedoni e Michiel Sweerts, sarà in epoca più prossima il Bruno Saraccini delle Mosche del capitale, in cui Paolo Volponi lo descrive «pittore bianco e allucinato di edifici e di piazze in rovina e di fiammeggianti martiri». Sfidando l’anatema lanciato da Roberto Longhi negli anni cinquanta, un «arruffone pre-surrealista» lo liquidò con perfidia, al misterioso, perturbante François de Nomé dedica ora il suo sesto romanzo Fausta Garavini. Chi sia questo «pittore di architetture fantastiche squassate da silenziosi cataclismi», quali i dati certi nella biografia del maestro seicentesco nativo di Metz e a lungo confuso sotto uno stesso nome con il conterraneo Didier Barra, l’autrice lo spiega nelle poche righe di avvertenza premesse in Le vite di Monsù Desiderio (Bompiani, pp. 317, euro 22,00) alla narrazione vera e propria: anzi, quasi a mettere sul tavolo le proprie carte, vi trascrive per intero il breve documento in cui sono contenute le sole notizie attendibili sulla sua vicenda. Si tratta di una scelta sintomatica, poiché rivelando subito al lettore gli unici elementi sicuri su cui ha potuto lavorare (l’età approssimativa in cui François lasciò Metz per Roma e quella in cui lasciò poi Roma per Napoli, la morte del padre antecedente la partenza per l’Italia, i nomi della madre e della moglie e del maestro romano di cui fu a bottega), Fausta Garavini certifica la realtà corporea del suo protagonista ma insieme rivendica per sé la necessità decisiva di inventare. E come inventare la storia di un pittore se non affidandosi ai suoi quadri? Questa la sfida temeraria cui allude anche l’insolito, enigmatico plurale adottato dal titolo. Racchiuso tra un prologo e un epilogo saldati in sequenza circolare, condotto in terza persona, il romanzo è provvisto di una struttura ferrea: quattro parti scandite dalla simmetria geografica dei due viaggi conosciuti di François e delle due città italiane in cui abitò. Con spavalda, incantevole maestria l’autrice affresca dietro il suo pittore paesaggi e strade e persone, ne affolla l’esistenza di incontri, tratteggia per lui una quotidianità ricca di colori e di affetti, gli regala insomma una vita vera. Dietro il tempo esteriore dei fatti fluisce però scompaginandolo una seconda e più clandestina e per Garavini senza dubbio più vera vita dell’artista. «Non sono in grado di spingermi oltre su questa traccia, di sciogliere il tessuto di rebus che sorregge queste scene invase d’irrealtà, questi sogni pietrificati», dichiarava la scrittrice in un saggio dedicato nel 2006 a François de Nomé su «Paragone», certa tuttavia che quella «pittura di singolarità stupefacente» esprima «qualcosa che non viene detto altrove da nessuna parte, né in un altro secolo né in un altro paese». È con esattezza chirurgica questo «qualcosa» che il romanzo insegue per inchiodarlo al suo significato. Protagonista malinconico e sensibile, Francesco diventa nel libro un pittore che pensa, non un uomo di mestiere ma un artista tormentato dagli arcani quesiti del proprio lavoro, dalla ricerca di un altrove che solo la pittura gli consente di raggiungere. Fausta Garavini esplora i suoi quadri interpretandone il vistoso simbolismo in chiave ermetica, riconduce il mistero in apparenza inspiegabile delle sue figurazioni alle correnti magiche da cui fu attraversato il secolo violento e fosco che ebbe in sorte di abitare. Addirittura decifra un’iscrizione abrasa nell’edificio pericolante rappresentato su una tela indicandovi un chiaro messaggio contro la tirannide. Incubi, visioni, sogni a occhi aperti: mobile e lussureggiante, la vita interiore di Monsù Desiderio palpita sulla pagina intrecciandosi alla sua più lineare vicenda quotidiana, ne rischiara l’opera acquistandone spessore e luce. I rovelli di Francesco, le sue fantasmagoriche ossessioni non appartengono però solo al suo tempo né alla sua pittura. «Cosa speri gettando lo scandaglio nel buio di queste anime? Da bambina, chiamavano me per ripescare col graffio la brocca caduta nel pozzo. Ci vuole una bugiarda, diceva Finaia, il colono. La verità, lo sai, è come un oggetto in un pozzo senza fondo che non si riesce mai a portare a galla. Il graffio della bugiarda farà emergere solo la chimera che c’illude: non ci è dato conoscere ciò che un’anima inquieta può racchiudere nel pozzo del suo segreto insondabile», ammoniva la narratrice di Diletta Costanza (1996) parlando con se stessa. È meravigliosamente compatto, gremito di echi il mondo poetico che Fausta Garavini ha costruito negli anni con i suoi romanzi: la nostalgia del passato insieme al disagio per un presente inospitale, il sentimento fatale di rovina, la convivenza di epoche diverse e il dialogo sotterraneo con i morti, lo scambio inesausto tra immaginazione e realtà sono i temi che sempre più esatti ne innervano le pagine fino a popolare le notti travagliate del pittore di Metz. Né ha senso distinguere tra narrazioni nella storia e racconti in veste contemporanea, se il personaggio più vicino al cuore di Francesco si direbbe nel suo febbricitante monologare il protagonista dell’onirico Diario delle solitudini (2011), il fotoreporter per cui «tutto è messinscena» e ogni immagine costituisce «un’analogia del mondo, non una rappresentazione». Parole che certo, oltre a Francesco, sarebbe pronta a sottoscrivere l’autrice. L’ha d’altra parte spiegato Anna Banti che «presente e passato sono un istante da catturare e stringere come una lucciola nella mano» e che «non ci riesce chi vuole». Appare dunque allusivo che Fausta Garavini rivolga un omaggio all’amica e maestra introducendo nell’ultima sequenza romana di Le vite di Monsù Desiderio un pittore «collerico e manesco» di nome Agostino, certo quel Tassi che giusto un anno dopo userà violenza alla giovane Artemisia Gentileschi. Nient’altro che un orizzonte letterario comune, una comune inclinazione figurativa avvicina però ad Artemisia il romanzo di François de Nomé: l’autrice vi insegue risposte diverse affrontando diversi problemi creativi, padroneggia un suo stile lucido e aereo, inventa una lingua in cui la coloritura seicentesca non è capriccio né calco ma indispensabile strumento narrativo. Afferra la sua lucciola e sa tenerla stretta nel palmo.
Pubblichiamo un’intervista con Judith Butler sul conflitto israelo-palestinese e sul suo ultimo lavoro Parting Ways: Jewishness and the Critique of Zionism (trad. it. Strade che divergono. Ebraicità e critica del sionismo, Raffaello Cortina 2013) apparsa su www.opendemocracy.net il 23 luglio 2013. La traduzione è a cura di Nicola Perugini e Federico Zappino.
Ormai Judith Butler si è abituata a ricevere le accuse più improbabili. Di recente è stata definita un’idiota utile alla causa dell’antisemitismo, una sostenitrice del terrorismo internazionale e – classico sempre attuale – un’ebrea che odia se stessa.
È tuttavia insolito che una filosofa post-strutturalista possa essere la destinataria di accuse di questo tipo. Lo è meno, però, se si considera la speciale reputazione che Butler, che insegna Letteratura e Teoria critica presso il Dipartimento di Letterature comparate dell’Università della California, a Berkeley, si è guadagnata negli anni. I suoi lavori sui conflitti, sul genere e sullo Stato-nazione hanno infatti radicalmente trasformato il modo in cui pensiamo la società.
A differenza di altri filosofi, inoltre, lei prende parola pubblicamente a partire dalla sua posizione di ebrea antisionista. Ogni gesto pubblico di Butler, pertanto, viene reso oggetto di controllo e, spesso, di censura. La conferenza che ha tenuto nel febbraio del 2013 al Brooklyn College sul BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzione), ad esempio, è stata accolta in modo piuttosto imprevisto. Lo stress che l’ha colpita in seguito all’avvenimento l’ha portata addirittura ad annullare tutte le altre conferenze in programma per il resto della stagione.
Il suo ultimo lavoro dal titolo Strade che divergono. Ebraicità e critica del sionismo costituisce dunque la replica a quanti vorrebbero collocare l’antisionismo al di fuori dei confini in cui il discorso pubblico ebraico è invece reso accettabile. A fronte del tentativo del Segretario di Stato americano John Kerry di rilanciare la soluzione dei due Stati in Israele/Palestina, Strade che divergono analizza criticamente tutte le soluzioni attualmente in discussione. Sfidando la povertà concettuale delle soluzioni più in voga, la proposta di Butler consiste in un sistema etico fondato su un modello di relazione con l’alterità che l’autrice considera alla base dell’essere ebrei.
Sostenitrice del binazionalismo, Butler suggerisce che il passaggio dalla “segregazione” alla “coabitazione” – passaggio pur tuttavia ambiguo o comunque problematico – costituisca una soluzione preferibile, da un punto di vista etico, rispetto a quella dei due Stati. Butler definisce questa proposta nei termini di una trasformazione radicale che dalle strutture sociali arriva al sé e viceversa: ogni coabitazione vera e propria, d’altronde, richiede una trasformazione sociale e individuale del modo di trattare chi occupa posizioni marginali.
Ma, si badi bene, non si tratta di una soluzione romantica. “Quanti si aspettano che dall’inimicizia possa all’improvviso nascere l’amore, probabilmente, si sbagliano”, dice Judith Butler, aggiungendo: “la coabitazione può essere infelice, miserabile, ambivalente. Può anche essere piena di antagonismo, ma può avere luogo nell’arena politica senza il ricorso all’espulsione o al genocidio. Questo è il nostro dovere”.
Quando ci incontriamo, Butler sembra affaticata. La posizione che sostiene, d’altronde, non è semplice, ed è suscettibile di intenzionali travisamenti. La professoressa, che si definisce “una intellettuale cosciente di sé, che se ne sta in disparte”, ha ora deciso di entrare a gamba tesa nel dibattito politico di uno dei conflitti più aspri del nostro tempo.
Open Democracy: Nell’Introduzione di Strade che divergono accenni alla tua storia personale e al lutto che ha colpito la tua famiglia sotto il regime nazista, e scrivi anche che potrebbe essere qualcosa di interessante da esplorare, ma che non sia quella la sede più appropriata. Perché no?
Judith Butler: Questo è un bel problema. Io non ho un cognome ebraico, ma ciò è da imputare principalmente a tutte le peripezie che possono accadere durante l’emigrazione. La famiglia di mia madre venne sterminata in Ungheria, nei primi anni Quaranta, e io sono cresciuta con questa consapevolezza, ma anche con un senso decisamente troppo pesante del trauma che ha colpito la mia famiglia.
Da un lato, di conseguenza, potrei dire che questa cosa mi conferisca credibilità: chiunque direbbe “oh, lei può parlare perché è un’ebrea, è stata allevata come un’ebrea, fa parte della seconda generazione di ebrei sopravvissuti all’Olocausto”. Ma avrei il diritto di rivendicare questa posizione? Mi conferirebbe davvero una maggiore legittimazione? Posizione nei riguardi della quale, peraltro, nutro ancora una forma di rabbia. Dunque perché dovrei farlo? Non mi va di vendermi in questo modo. Vorrei che le mie argomentazioni fossero buone argomentazioni sulla base di ciò che attualmente ho da dire.
Pertanto, la mia posizione è quella di un’ebrea che non vuole essere rappresentata dallo Stato di Israele, il quale invece sostiene di rappresentare tutti gli ebrei, né essere sua potenziale cittadina. D’altronde sono convinta che Israele non mi conferirebbe oggi alcuna forma di cittadinanza.
OD: Forse dietro conversione?
JB: Sì, forse dietro una buona narrazione della conversione… ma, ad ogni modo, non sfrutterò quella strada. Mi piacerebbe percorrerla, ma non sfruttarla. Anche se non la percorressi del tutto, d’altra parte, sarebbe un problema. Penso che i lettori vogliano sapere chi sono e da dove vengo.
Spesso, quando si incorre nella domanda “sei sionista?”, la risposta “no” è vista come un malcelato desiderio di distruzione dello Stato di Israele o come un tuo coinvolgimento diretto in potenziali o reali attacchi diretti a Israele. Alla stessa domanda, dunque, mi sento di rispondere: “non su queste basi”.
Io nasco come sionista, ma solo perché non possiamo scegliere le nostre origini. Il sionismo era nell’aria, nella mia famiglia, ma per quanto mi riguarda ho rotto con esso non appena sono stata in grado di porre domande a riguardo. E ciò non significa che io desideri la distruzione di un popolo: significa, piuttosto, che desidero uno Stato le cui strutture incarnino in maniera decisamente più sostanziale i principi basilari della democrazia.
OD: Perché il tema della coabitazione è così importante nel libro?
JB: Alcuni politici israeliani hanno proposto di trasferire i palestinesi fuori dall’attuale Israele, o nei territori occupati [da Israele: Cisgiordania e Gaza, Ndr], o in Giordania, o in altri paesi arabi. L’idea è che in questo modo non ci sarà alcun mescolamento tra palestinesi ed ebrei israeliani, o tra palestinesi e comunità ebraiche.
Ma trovo indegna l’idea di una segregazione. E allo stesso modo, se guardi a parte del linguaggio nei documenti fondativi di Hamas, c’è quel famoso appello a gettare gli israeliani nel mare. È anche vero che la maggior parte dei politici palestinesi dicono che ovviamente non è questo ciò che vogliono, e anche dentro lo stesso Hamas c’è un dibattito aperto a proposito di quell’appello, ma fino a che l’appello non verrà rimosso la sua nocività resterà.
Dunque sto cercando di pensare a cosa succederebbe se togliessimo di mezzo, per tutti, l’espulsione dalla discussione, e pensassimo invece ai diritti di chi è già stato espulso. Cosa succederebbe se pensassimo insieme, dentro lo stesso ragionamento, ai diritti dei rifugiati che sono venuti in Israele dopo la Seconda Guerra Mondiale, dei rifugiati provenienti da altri paesi, e dei rifugiati palestinesi che sono stati spossessati delle loro terre e case?
Abbiamo bisogno di una comprensione giuridica e politica dei diritti del rifugiato in cui la soluzione per un gruppo di rifugiati non produca una nuova classe di rifugiati – non si può risolvere un problema di rifugiati creando un problema nuovo, potenzialmente ancora più grande. Se questa norma, che a me sembra particolarmente logica e chiara, diventasse una norma di base, allora vi sarebbe un punto di partenza da cui iniziare a pensare la coabitazione.
È stato Edward Said a pensare che se vi è una speranza nel binazionalismo, questa consiste nel fatto che, nonostante la storia di privazioni ed esilio degli ebrei sia diversa dalla storia di privazioni ed esilio dei palestinesi, entrambe traducono esperienze scottanti e recenti che potrebbero consentire loro di giungere a una comprensione comune dei diritti del rifugiato e di ciò che potrebbe significare vivere insieme, a partire da storie così simili.
OD: Nel mezzo di questa discussione sulla coabitazione dici: “Certamente il binazionalismo non significa amore, ma in esso vi è, potremmo dire, un elemento necessario e impossibile che si prende gioco dell’identità, un’ambivalenza che emerge dal decentramento dell’ethos nazionalista e che pone le fondamenta per una rivendicazione etica permanente”. Dunque esiste una questione etica: non scegliamo con chi coabitiamo, e anche se questo produce un’ambivalenza, dobbiamo semplicemente accettarla.
JB: Sì, esattamente. Le persone che si aspettano che l’inimicizia si converta improvvisamente in amore stanno adottando un modello di pensiero sbagliato. Penso a quello che Hannah Arendt intendeva quando disse che “non possiamo scegliere con chi coabitare il mondo”, è che tutti coloro che abitano il mondo hanno un diritto ad essere qui in virtù del fatto stesso di essere qui. Essere qui significa avere un diritto a essere qui.
Ovviamente quello che intende dire Arendt è che il genocidio non è un’opzione legittima. Decidere che un’intera popolazione non ha diritto a vivere nel mondo non va bene. Non importa quanto la relazione con questa popolazione sia vicina o lontana, ma non esiste un diritto di cancellare una popolazione o di degradare la sua fondamentale umanità.
Dunque cosa significa vivere insieme agli altri? Questa esperienza può essere infelice, miserabile, ambivalente. Può anche essere piena di antagonismo, ma può avere luogo nell’arena politica senza il ricorso all’espulsione o al genocidio. Questo è il nostro dovere: restare nella sfera della politica qualsiasi rabbia omicida abbiamo, senza agire su di essa.
OD: Provo ad astrarre. Se gli israeliani accettassero questa ambivalenza, questo costituirebbe per loro una forma trasformativa di pensiero?
JB: Penso che alcuni di loro lo facciano. In Israele ci sono spazi in cui le persone, più o meno, condividono i loro quartieri. Ad Haifa ci sono intere comunità che sono più o meno integrate. Ma queste condivisioni avvengono con palestinesi con passaporto israeliano che hanno, in gran parte, accettato certi modelli cooperativi e una cittadinanza di seconda classe.
Dobbiamo essere fortemente critici con quei modelli di cooperazione che rafforzano le disuguaglianze. Vogliamo modi di coabitazione e solidarietà – alcuni la chiamano coesistenza – che mirino a trasformare tutte le dimensioni, così da avere una uguaglianza politica ed economica reale, la fine dell’occupazione e una qualche forma di rispetto del diritto palestinese al ritorno.
OD: Quindi Strade che divergono è un invito alla trasformazione?
JB: Penso di sì. Ci sono tre appelli fondamentali che faccio sulla scia degli attivisti e degli studiosi palestinesi che hanno lavorato a lungo sulla questione. Il primo è un appello a creare una solida base costituzionale [dentro l’atturale Israele, Ndr] per l’eguaglianza di tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro religione, etnia o razza.
Il secondo è un appello per fine dell’occupazione, che è illegale e costituisce l’estensione di un progetto coloniale. Secondo me la Cisgiordania e Gaza sono colonizzate, anche se Gaza non è occupata nello stesso modo in cui è occupata la Cisgiordania. Il governo e l’esercito israeliano controllano tutti i beni che entrano ed escono da Gaza, e hanno ristretto l’uso di materiali edili che potrebbero consentire ai palestinesi di ricostruire le case e le strutture distrutte dai bombardamenti israeliani [durante le operazioni “Piombo Fuso” (2008-2009) e “Pilastro di Difesa” (2012), Ndr].
Il terzo appello è forse il più controverso. Ma ritengo che sia urgente pensare a come concettualizzare il diritto al ritorno, a come rispettarlo, sia attraverso un ritorno fisico dei rifugiati palestinesi ai loro luoghi di origine, sia attraverso una compensazione. Alcuni progetti prevedono un progetto nelle zone in cui i rifugiati vivevano, senza che questo voglia dire un ritorno nelle stesse case in cui abitavano [e da cui sono stati espulsi, Ndr].
Ma le persone che sono state trasformate in dei senza-stato dall’occupazione hanno diritto ad essere rimpatriate, e la questione qui è: in quale stato, in quale area territoriale e in quale comunità politica? Chi è stato espropriato ha diritto a una qualche forma di compensazione. Queste sono norme internazionali fondamentali.
OD: Nel tuo ultimo capitolo citi la poesia in cui Mahmud Darwish dice “una vita possibile è una vita che aspira all’impossibile”. E descrivi questa frase come un paradosso. Potresti spiegarlo?
JB: Ci sono persone che credono nella Realpolitik e dicono: “Non ci sarà mai uno stato, non ci sarà mai uguaglianza, non ci sarà mai pace… non ti illudere. Se vuoi essere politico, pensa concretamente e pensa a quali aggiustamenti puoi fare all’interno dell’attuale regime politico”.
Allora mi viene da pensare: va bene, ma cosa significherebbe vivere in un mondo in cui nessuno accantonasse la possibilità di un’uguaglianza politica sostanziale, o di una fine completa delle pratiche coloniali? Cosa succederebbe se nessuno mettesse da parte queste aspirazioni con la scusa che sono impossibili? Le persone ti deridono quando dici diritto al ritorno. Ero in un incontro tra israeliani e palestinesi in cui le persone dicevano: “Non succederà mai”. Così ho detto: “Sì, ma non verrà tolto dal tavolo delle discussioni”.
A volte in politica la cosa che non potrebbe mai succedere inizia a succedere. E ci vogliono persone che resistono per questa cosa, persone che accettano di essere idealisti e di operare in contrasto con la Realpolitik. Se non ci fossero questi ideali la nostra sensibilità politica sarebbe completamente corrotta da questo processo.
Forse, uno dei doveri della teoria e della filosofia è di dare forza a principi che sembrano impossibili, o che hanno lo statuto dell’impossibile, senza abbandonarli e continuando a desiderarli, anche quando sembrano irrealizzabili.
Va bene. È un servizio. Ma cosa succederebbe se vivessimo in un mondo in cui non ci fossero persone che lo fanno? Sarebbe un mondo impoverito.
(opendemocracy.net – 23 luglio 2013 ripubblicato da lavoroculturale.org)
Lettera aperta a una stimata giornalista
di Luisa Muraro
Cara Paola Rizzi, il giornale in cui lavori, in cui talvolta scrivo anch’io, il free press Metro del 15.7.14, ha dato risalto alla notizia che le anglicane ora possono diventare vescove. Bene. Tu le hai dedicato un commento. Bene. S’intuisce che per te sarebbe una buona notizia, purtroppo quello che risalta non è la gioia quanto la tua insicurezza linguistica. Alla fine lo dici: ho dei problemi a declinare al femminile certe parole come: vescovo, cappellano, reverendo… E ti nascondi dietro ai “nostri provinciali standard italiani”. Fatti coraggio, il femminile non morde, si scrive: vescova, cappellana, reverenda… Il cambiamento degli standard in fatto di lingua e di linguaggio è responsabilità primaria dei giornalisti e delle giornaliste. Devo ricordartelo io? Parli con ammirazione di Rose Hudson-Wilkin, cappellana della Regina e della Camera dei comuni, probabile futura vescova. Allora, segui l’esempio suo e delle sue compagne: quelle donne hanno aperto una strada vincendo il timore (che forse avevano, non so) di apparire strane o ridicole, per rispondere a un’esigenza personale e comunitaria. Si sono fatte coraggio, come dice bene la lingua italiana. A proposito: la nostra lingua va usata liberamente, studiata con amore e rispettata come una madre. Sulla copertina di Metro la notizia è data con una bella foto e queste parole: “Pari opportunità”. Parole peggio che sbagliate. Se veramente si pensa che sia una questione di pari opportunità, sai che ti dico? fanno bene la Chiesa Ortodossa e quella Cattolica a dire di no. Di uomini carrieristi sono già piene e lo sforzo da fare è liberarsene. Ti ho parlato con la stima che ho per te e il tuo giornale.
(Luisa Muraro, www.libreriadelledonne.it)
di Serena Fuart
Non è certo una novità che si possa fare politica anche attraverso l’arte. Si riesce in tal modo a trasmettere delle sensazioni e dei messaggi non facilmente esprimibili con dei classici discorsi, producendo un nuovo senso delle cose e delle modificazioni simboliche talvolta molto potenti.
E’ proprio questo che è successo sabato 12 luglio ad Apriti Cielo!, nell’ambito del “Progetto Conflitto” (http://www.apriti-cielo.it/progetto-con-fligere-conflitto/) quando, Donatella Massara e Laura Modini, di Donne di parola (http://donnediparola.eu/) con la regia di Ombretta De Biase, hanno rappresentato Maggie dei santi, short play di Djuna Barnes, (del 1917) della durata di 15′.
Una rappresentazione che, mettendo in scena un lungo dialogo tra madre e figlia, ha fatto emergere la complessità, la potenza, l’amore e il dolore che caratterizzano questo rapporto, un tipo di relazione che ancor oggi viene spesso tralasciata, negata, o interpretata secondo parametri maschili che la vedono quasi esclusivamente competitiva e basta.
Le due protagoniste sono una figlia di 60 anni e una madre di 90, attraversate da un profondo, tagliente, misterioso conflitto che le mette duramente a confronto. Maggie è custode di una Chiesa che pulisce e lustra tutti i giorni da anni, è una donna provata da una vita di duro lavoro. La madre, al contrario, ha goduto di un’esistenza diversa, libera e di benessere anche se non ricorda molte cose, e passa i suoi ultimi giorni immersa nella preghiera e nella lettura delle Scritture vivendo in un universo di fede fuori dalla realtà del mondo e delle cose.
La rappresentazione è molto forte, mi colpisce Maggie quando cerca l’amore e l’approvazione della madre mentre questa non l’ascolta, non ci riesce e non la capisce. E’ un dialogo sordo per entrambe ingabbiate nella loro visione delle cose. Percepisco l’amore di Maggie verso la madre, la sua devozione, il suo riconoscerle autorità nonostante non sia da questa compresa, e sento tutta la sua sofferenza per non riuscire a comunicare. La madre dal canto sua è frustrata perché la figlia non è quella che vorrebbe, ha qualcosa di indicibile che sfugge al suo controllo.
Emergono vive le contraddizioni e la complessità di una storia d’amore potente e dolorosa tra madre e figlia.
Ma la valenza politica della serata non si è fermata alle emozioni provocate dalla rappresentazione. E questo grazie al lavoro politico delle interpreti. Come il pensiero non può essere separato dal corpo così l’arte e la recitazione non sono indipendenti al nostro essere. Le due attrici Donatella e Laura, come anche la regista Ombretta, sono state sì eccellenti nel trasmettere l’intensa emotività che caratterizza il lavoro di Djuna Barnes, ma sono andate oltre: hanno prodotto uno spostamento di pensiero. E come sarebbe stato possibile se queste artiste non fossero di Donne di Parola, un progetto politico che ha il desiderio di far circolare l’autorità femminile e il sapere delle donne? Di fare politica attraverso l’arte?
La mia esperienza all’interno del progetto mi permette di dire che un testo prima di venire letto o recitato è analizzato e interpretato dalle lettrici/attrici che lo discutono non solo da un punto di vista culturale e letterario ma soprattutto da un punto di vista di politica delle donne e delle relazioni.
La rappresentazione ha suscitato in me infatti delle riflessioni politiche quindi, degli spunti per affrontare un lavoro sul mio rapporto con mia madre e i conflitti che lo attraversano.
Domande e riflessioni da parte di molte donne del pubblico hanno caratterizzato un’appassionata discussione, domande e riflessioni sull’autrice, sulla recitazione delle attrici, sul rapporto conflittuale rappresentato. Domande che non sempre trovavano risposte ma lasciavano aperta una strada da percorrere nel corso della nostra esistenza, facendo emergere un sentire, un vissuto spesso rimosso come vuole la cultura impregnata ancora di patriarcato.
(www.libreriadelledonne.it – 19/7/2014)
di Graziella Melania Geraci
I quadri dall’anima pop di Nadine Hammam raffigurano dei grandi corpi nudi, le donne-mucca di Shaimaa Sobhy sono legate da un filo rosso che le costringe e le stringe, mentre la mano che ne occlude la bocca rivela il divieto di parlare
Violato, nascosto, martoriato e desiderato, il corpo della donna musulmana e’ considerato troppo spesso solo un oggetto. Parlarne e mostrarlo e’ un tabu’ invalicabile soprattutto se a farlo sono proprio due donne, due artiste del Cairo: Nadine Hammam e Shaimaa Sobhy. A colpi di pennello le giovani dipingono la propria rivoluzione egiziana mettendo a “nudo” il problema femminile. La loro arte e’ una rivoluzione visiva che racconta quello che tutti sanno e non dicono sulla condizione femminile in Egitto. Entrambe partono dal corpo per raccontare di una società misogina ed aggressiva che educa la donna ad essere succube, a vivere incasellata negli schemi maschilisti mentre il corpo diventa semplice oggetto di desiderio.
Nadine ha 35 anni, e’ sorridente e schietta, ha vissuto all’estero e mostra gli usi e i costumi assimilati persino nell’arredamento della sua casa-studio. Nadine Hammam fuma sicura le sue sigarette ma si adombra quando parla delle reazioni del potere costituito per i suoi quadri. Ha esposto sotto Mubarak senza grandi complicazioni, bastava non toccare la religione. Diverso e’ stato con I Fratelli Musulmani. E adesso? Si vedra’! La situazione attuale è ancora troppo ingarbugliata.
I suoi quadri dall’anima pop raffigurano dei grandi corpi nudi, silhouette di donne provocanti sulle quali appaiono talvolta delle scritte pungenti e ironiche con le conseguenti critiche alla cultura musulmana. Ma questo stile e’ il punto di arrivo di un lungo percorso ancora in itinere. Nadine e’ sempre stata alla ricerca di un linguaggio che comunicasse il disagio femminile nell’opprimente mondo islamico.
Inizialmente i suoi ritratti erano realistici, volti e corpi nudi di donne di differenti classi sociali che posavano per lei, sostenendola nella sua battaglia. Le nuove protagoniste, tra cui la stessa artista, dalle posture seducenti, con lo sguardo ammiccante e con il corpo decorato da piccoli swarovski, erano sfacciatamente in vetrina, erano pronte per essere comprate!
La possibilita’ di riconoscere le protagoniste dei quadri aveva suscitato scalpore ma forse aveva avuto maggiore impatto la volonta’ esplicita di abbattere le categorie sociali, di scavalcare le barriere servendosi proprio del tabu’ della rappresentazione del corpo. Nadine sente che e’ questo il vero problema, il corpo della donna! L’artista sviscera provocatoriamente le frasi, le posture e il gioco erotico tra uomo e donna in differenti serie pittoriche: la donna viene messa in vendita, viene definita come un semplice contenitore e ammonisce sui suoi sentimenti.
Questa scelta ha portato a Nadine non pochi equivoci e pericoli. Per la societa’ egiziana una donna che dipinge corpi nudi si dichiara esplicitamente disponibile e gli uomini si spingevano in avances oscene, persino il padre di una sua amica non ebbe scrupoli a proporsi. Oggi Nadine ha paura, e’ piu’ attenta e non fa entrare nessuno nell’atelier.
Dopo la rivoluzione le aggressioni alle donne sono aumentate, l’artista si sentiva sotto controllo dei Fratelli Musulmani e l’ombra dei salafiti era sempre dietro l’angolo. La sua arte ancora non si e’ confrontata con il potere dei militari ma la sua ultima mostra al Cairo ha avuto un tono diverso. L’analisi dei rapporti tra uomo e donna ora appaiono nei riflessi di uno specchio in frantumi. I suoi pezzi formano, come per un puzzle casuale, le frasi che scandiscono le relazioni amorose. Nadine continua a dipingere corpi nudi, ma al momento ha messo da parte le provocazioni in patria, proiettandosi verso il mercato estero nell’attesa di tempi migliori.
Fortunatamente Nadine non e’ sola nella sua battaglia artistica per le donne, Shaimaa Sobhy condive con lei l’argomento vietato anche se con modalita’ differenti.
Shaimaa e’ timida ma decisa. Ha occhi grandi e profondi, gli stessi occhi che hanno i suoi esseri Ibridi, meta’ donna meta’ animale, metafora della condizione sociale e delle costrizioni imposte alle egiziane sin da bambine. Ha studiato arte in Egitto e poi in Germania. In Europa si e’ confrontata con un altro stile di vita ma soprattutto un con un altro tipo di arte. La pittura egiziana ha dimistichezza con la figura umana ma non certo con la rappresentazione del corpo, Shaimaa se ne serve e lo usa per raccontare se stessa e le altre donne egiziane. Il suo lavoro si basa sul doppio, il lato sociale e il lato recondito. Cosi’ la parte animalesca dei suoi quadri mostra le pulsioni intime, i desideri e le paure, ma anche le oppressioni educative.
La donna egiziana deve sposarsi e fare figli, e’ come un animale in cui prevalgono solo le mammelle, perche’ questo e’ il suo compito, ed e’ cosi’ che la dipinge Shaimaa. Le sue sono donne-mucca legate da un filo rosso che le costringe e le stringe, mentre la mano che ne occlude la bocca rivela il divieto della parola. L’altalenarsi di posture e simboli rende i soggetti e gli episodi esplicativi dell’universo femminile costretto anche ad armarsi animalescamente con le corna del bufalo o le unghie del gatto contro le aggressioni sessuali. Questa evoluzione stilistica e’ stata una tappa obbligatoria, prima degli Ibridi i riferimenti di Shaimaa erano maggiormente espliciti, ma ora il messaggio e’ piu’ forte, rimane negli occhi come nella mente. Prossimamente sara’ per una collettiva al Palace of Arts del Cairo Opera House e successivamente, con una mostra personale, alla Misr Gallery per continuare la sua rivoluzione dipinta.
Alias 19.7.2014
di Massimo Lizzi
Siamo in una delle sedi storiche del femminismo italiano, nel caldo pomeriggio di venerdì 11 luglio, al tanto atteso incontro in presenza tra Maschile Plurale e le blogger che hanno contestato l’associazione per l’ambiguità con cui ha affrontato un caso di violenza che la riguardava molto, troppo da vicino. Presenti una cinquantina di persone, nella sala della Libreria della donne di Milano, vera organizzatrice e conduttrice dell’evento, anche se l’intestazione formale è donata a MP.
L’incontro è registrato in audio, la Libreria annuncia che tradurrà la sbobinatura in un report con tutti gli interventi. Qualcosa ha già raccontato il Ricciocorno, qualcosa racconteranno altri, per ora mi limito a mettere a fuoco il comportamento determinato delle donne intervenute.
Gli interventi di MP giustificano se stessi, provano a raccontare il proprio interessamento, dicono del loro travaglio interno ed interiore, ma non riescono a dar conto della propria inconcludenza. A tratti danno l’impressione di sottovalutare l’importanza della violenza psicologica, di considerare più grave la violenza sessuale, la violenza fisica, di ridurre la violenza psicologica a una inverificabile questione soggettiva fatta di vissuti.
Marisa Guarneri della Casa delle donne maltrattate, ricorda che la violenza psicologica è gravissima e può essere devastante, forse più grave della violenza fisica.
L’assemblea ripete in parte il dibattito on line, ma a differenza di quanto succede in rete, le donne presenti non prestano alcun soccorso agli uomini plurali in difficoltà, non regalano comprensione, invece incalzano. Solo alcuni uomini rimangono. A Marco Deriu tocca incassare fino alla fine. Invece Stefano Ciccone appena letto il suo intervento se ne va.
Luisa Muraro cita una conferenza di capi di stato a Londra, per riportare un principio importante: «Non si dica mai più che la pace è più importante della giustizia». La giustizia è più importante della pace. E dalle donne che hanno subito la violenza sessista, questo sale: una domanda di giustizia. Una domanda che Maschile Plurale non sa raccogliere. Del femminismo ha valorizzato il vissuto, ma solo per adattarlo al proprio comodo. Muraro rileva tutta la debolezza politica degli interventi degli uomini di Maschile Plurale, che non sanno ascoltare la domanda di giustizia, non sanno interloquire con essa, sanno soltanto pensare alla propria autodifesa, continuano a giustificarsi, continuano a pensare che la pace è più importante, la pace tra di loro, invece della giustizia. Forse la loro associazione non li fa evolvere, ma li ingabbia. Gli interventi degli uomini che non fanno parte dell’associazione sono stati più forti dei loro, più semplici, più netti. La vicenda in cui MP è rimasta coinvolta non è una vicenda personale, ma è una vicenda tutta politica, la vicenda di un uomo pubblico contro la violenza la cui ex-compagna è finita in un centro antiviolenza.
Una vicenda che mostra in modo evidente il contrasto tra le parole e i fatti. Per evitare di assumersi le sue responsabilità e correggere i fatti, MP aggiunge ancora parole, talvolta parole inquietanti, e promette tante riflessioni. Così l’intervento di Luisa Muraro arriva come uno schiaffo in piena faccia agli uomini di MP. Diretto, immediato, lineare. Perfetto. La domanda di giustizia contro il siamo tutti peccatori, più o meno inconsapevoli.
(massimolizzi.it – 14 luglio 2014)
http://www.massimolizzi.it/2014/07/luisa-muraro-raccogliere-la-domanda-di-giustizia.html?m=1
Gaza City, 10 luglio 2014
Cari amici,
da qualche giorno provo a scrivervi. Ma ogni volta mi sento come chi ha un handicap e non riesce nemmeno a prendere la penna per cominciare a scrivere.
Stavolta non voglio più parlare delle distruzioni, non voglio più dare cifre. Trovo che sia inumano dare il numero dei morti e dei feriti. Un essere umano è una persona, non un numero.
Ormai non voglio confrontare le nostre distruzioni con le loro, mai più.
Non voglio dire che gli israeliani hanno ucciso donne e bambini, per non parlare degli uomini, come se fosse legale uccidere degli uomini: la Palestina ha bisogno dei suoi uomini, delle sue donne, dei suoi bambini e dei suoi alberi.
Non voglio ripetere la narrazione sui salari, sulla mancanza di elettricità e di carburanti o di tutto quello di cui si ha bisogno per vivere una vita onorevole, perché noi abbiamo bisogno di vivere in dignità e sono anni ed anni che viviamo invece tra tutte le difficoltà.
Può sorprendervi forse il fatto che questa volta io vi dica che mi sento INDIFFERENTE: non ho più la paura nel mio cuore né lacrime agli occhi, nemmeno odio – io non odio nessuno.
Oggi vi voglio parlare della pace, del diritto all’esistenza e alla resistenza.
Durante la prima Intifada le pietre erano l’arma utilizzata contro i crimini dell’esercito israeliano, e infatti l’Intifada prese il nome di “guerra delle pietre”.
Ecco l’equazione: pietre nelle mani dei palestinesi contro le armi militari degli israeliani e sempre lo stesso risultato: terroristi palestinesi (o arabi).
Da anni le armi israeliane si sviluppano, ma non è lo stesso per le ‘armi’ della resistenza palestinese.
Nel 2006 tutto il mondo ha deciso di punire i palestinesi che avevano votato per questi ‘terroristi’.
Israele ha pensato che era giunto il momento per eliminare Hamas, ma dopo tutto quello a cui abbiamo assistito nel corso delle offensive israeliane, credo che sia successo proprio il contrario. Hamas ha costruito dei tunnel per rifornire il popolo di Gaza di tutto quello che non ha, è normale, perché “la necessità è la madre dell’invenzione”.
Qui comincia la storia: una pietra non può fermare un razzo o un missile. Razzi e missili devono essere affrontati con razzi. Non si può restare con le mani in mano e aspettare che gli israeliani ci dicano: «Vi restituiamo i vostri territori perché siete pacifisti».
Nella mia testimonianza allora ho deciso di parlarvi di mio cugino, ucciso dai missili israeliani.
Stavolta vi parlo di qualcuno che conosco bene. Mio cugino è un resistente, non ho paura di dirlo, anzi, ne sono fiera. Lui ha scelto la sua strada, la resistenza, si è reso conto che occorreva sacrificare cuore, vita, sangue per liberare la Palestina.
L’anno scorso in occasione del primo giorno della festa dell’Aid Aladha mi ha fatto visita, con suo padre.
Ha riso, ha giocato con i miei figli e mi ha promesso di tornare quest’anno per mangiare dei buoni dolci.
La festa sarà tra circa tre settimane e mio cugino non potrà venirmi a trovare.
Il mese scorso aveva postato una sua foto su facebook: era con degli amici in un ristorante, davanti ai piatti vuoti e intento a pensare. Molti hanno commentato che questi ragazzi vogliono ridere, divertirsi e vivere, vivere in pace. C’è stato uno che ha commentato: «So a cosa pensi: ‘chi ha mangiato quei panini?’», un altro rispondeva: «Ehi amico, vuoi forse un panino anche tu, vero?» e lui rispondeva con ironia: «Ma ragazzi, non capite? Penso alla mia futura fidanzata, sogno che sia con me qui al ristorante, i panini avranno un gusto più delizioso e l’ambiente sarà più gradevole». Il giorno prima del suo assassinio ha aggiunto una foto con amici e vicini di casa e diceva: «La coppa del mondo è qui, a Gaza».
Siamo stanchi di tutto questo. Noi amiamo la vita. Non siamo nati con l’odio e l’aggressività nel cuore.
Non ho più paura per i miei figli, non c’è niente di più caro alla Palestina. L’amore per la Palestina ci fa amare la morte per Lei.
Il mio bambino di due anni ogni volta che venivamo bombardati pensava che qualcuno stesse bussando alla porta di casa e ci chiedeva di aprire. Stamattina mi è sembrato che non credesse più a quello che pensava!
Ha ragione, il mio piccolo, nessuno bussa alla porta in modo così aggressivo.
Salma Ahmed Elamassie.
di Redazione
Un nuovo libro di Fiorella Cagnoni, Finalmente amori (Zefiro, Treviglio 2014, 12,00 euro), e una svolta drammatica nella sua carriera: finalmente amori e non più delitti. Ma il giallo resta: che cosa c’è dietro questo cambiamento, che non è solo di genere letterario ma anche di linguaggio e di sguardo?
(www.libreriadelledonne.it, 17/7/2014)
di Marta Equi
Qualche tempo fa sono andata a sentire Ariane Mnouchkine che parlava al Piccolo Teatro di Milano in occasione dei 50 anni del Théâtre du Soleil, da lei fondato. Recentemente è anche uscito un libro sull’avventura della compagnia intitolato Un teatro attraversato dal mondo, di Silvia Bottiroli e Roberta Gandolfi (Titivillus Edizioni).
Non sono un’esperta eppure ascoltare e guardare questa donna è stato bellissimo e anche un po’ curioso, tanto che appena sono uscita ho sentito il bisogno di scrivere, per capire perché mi sono sentita attratta e abbandonata al tempo stesso da lei. Solo ora trovo il coraggio di condividere quello che ho scritto allora. Non entrerò nel merito dei suoi discorsi sul teatro per rispetto di chi ne sa; eppur mi pare di poterlo fare… come se quello che ha detto appartenesse a tutte e tutti noi, non a una disciplina.
Una donna robusta siede con agio di fronte a molte persone.
Non è imperiosa, non è particolarmente carismatica. Non è timida, nemmeno ritrosa. Non incarna del tutto quello che ti immagineresti da una grande artista. La cifra della sua presenza di fronte di noi è, appunto, l’agio. È come se il suo stare in relazione a persone con becchi aperti come uccellini affamati fosse assolutamente normale per lei. È come se andasse incontro a quello che le spetta.
Sta comoda nella sua seduta eppure non si gusta il riposo. È interessata alle domande, eppure non ne è davvero scalfita.
Mi pare che Ariane stia seduta in sé, ma con un giusto, preciso, conquistato, grado di osmosi verso l’esterno. E che lo stare seduta in sé sia anche esso stesso un atto giusto, preciso, conquistato.
I suoi occhi, il loro contorno maturo, mi dicono poca gioia, molta passione.
Senso di riposo meritato. Nel suo pretendere muto il suo posto sul palco vedo una specie di vecchia montagna che si è molto amata per piantare con soddisfazione le sue pendici esattamente dove devono stare.
Rifarei tutto da capo ma sarebbe solo più duro oggi, risponde a una domanda. Nei classici c’è già la contemporaneità ribatte alle sciocche domande dei tecnici. Devi leggerlo Shakespeare, ma davvero, davvero farlo tuo, non scriverne trattati. Come a dire: devi viverlo…
Fugacemente un barlume di stanchezza, esposizione alla fragilità, ma come può una montagna essere fragile. Sparisce il guizzo.
Chissà come deve essere stata da giovane. Mi pare di intravedere. Penso al suo cuore quando era piccola. La radicalità, amore, precisione del dire, noncuranza eppure cura che ho visto da dove derivano? Vediamo il risultato, ma il percorso? La conquista del suo stare è stato un divenire… avrà sofferto? Era sola?
Parla di un gruppo, dice noi, non usa quasi mai la prima persona singolare e quando lo fa subito si corregge: noi, noi. Parla di persone che la hanno vista… che hanno gioito e ballato quando è nata[1]…
Eppure mi sembra davvero solo un fatto suo. Non dico egoismo, ma ricerca, credo.
Ora leggo il suo distacco come lo sguardo di chi ti aspetta, no, non è esatto, non ti aspetta, ti fissa e basta, al di qua della foresta. [2]
A un certo punto mi è parso di sentir dire credevo di essere troppo, invece ero io.
Ma forse qui è già non più lei che parla attraverso il mio francese insufficiente.
(wwww.libreriadelledonne.it, 17 luglio 2014)
[1] Si riferiva a Paolo Grassi, nel 1970 a Milano in occasione dello spettacolo “1789”.
[2] D’altra parte, Non si può insegnare tutto, no?
da Porto Torres 24 online 14 luglio 2014
Per una delle figure femminili più importanti e affascinanti della storia dell´arte italiana della seconda metà del Novecento, si concretizza il progetto espositivo dei Musei Civici di Cagliari e del Museo Man di Nuoro. Le immagini della conferenza stampa di presentazione a Cagliari
CAGLIARI – “Ricucire il mondo” è il titolo della prima grande retrospettiva che racconta il percorso artistico e non solo di Maria Lai, una delle figure femminili più importanti e affascinanti della storia dell’arte italiana della seconda metà del Novecento, si concretizza finalmente nel progetto espositivo dei Musei Civici di Cagliari e del Museo Man di Nuoro.
Il percorso espositivo a cui ha percorso parte anche lo stilista Antonio Marras, si articola in senso cronologico e tematico ed è strutturato in tre diverse sedi: il Palazzo di Città di Cagliari, il Museo Man di Nuoro, e il paese di Ulassai dove è nata l’artista. Dal 10 luglio al 2 novembre 2014 il Palazzo di Città di Cagliari ospita la prima parte del progetto curato da Anna Maria Montaldo, direttrice dei Musei Civici. Nel capoluogo sardo il percorso avrà come protagonista la Maria Lai dagli anni Quaranta alla metà degli anni Ottanta. Disegni, realizzati a penna o a matita, con i primi ritratti dedicati ai familiari, alle tempere dedicate al lavoro al femminile, alla ricca produzione ispirata alla tessitura (lavagne, libri cuciti, geografie), fino ai Paesaggi, le Terrecotte, i Pani, i Presepi, e i Telai degli anni Settanta, tema centrale nella produzione dell’artista. Ci sarà anche il celebre video della performance collettiva “Legarsi alla montagna”, realizzata a Ulassai nel 1981, un lavoro chiave nello sviluppo dei linguaggi. Elemento quest’ultimo considerato come elemento unificante delle tre sedi del progetto.
A Nuoro, il Museo Man ospita dall’11 luglio al 12 ottobre 2014 la seconda parte della mostra curata dal direttore Lorenzo Giusti e Barbara Casavecchia: inaugurazione l’11 luglio alle 19,00. Qui si potrà vedere tutta la parte delle opere di Maria Lai successiva ai primi anni Ottanta. Un periodo fervido di ricerca in ambito performativo, teatrale, relazionale e pubblico; tra le suo opere, i materiali documentari, foto e video, saranno presentati anche alcuni dei suoi principali interventi ambientali, come “La disfatti dei varani” e “Essere è Tessere”, e ancora interviste e filmati di archivio.
A Ulassai, la terza sede del progetto, che sarà inaugurato il 12 luglio e si potrà vedere fino al 2 novembre 2014. “Una stazione per l’arte” è il titolo che vide già qualche anno fa, nel 2006, nella cittadina di origine di Maria Lai una mostra a lei dedicata. Qui il coordinamento è di Cristiana Giglio, direttore della Stazione dell’Arte. Due gli spazi di visita: l’antica stazione ferroviaria, oggi sede del museo dedicato a Maria Lai, dove le sale saranno riallestite, come nel progetto originale ideato dalla stessa Lai, con lo spazio dedicato alle carte geografiche, un altro dedicato ai maestri Salvatore Cambosu, Giuseppe Dessì, Arturo Martini, ed un altro con l’installazione Invito a tavola. Anche qui ci saranno gli interventi ambientali realizzati a partire dagli anni Ottanta.
di Tk Brambilla
Quando Maschile Plurale ha chiesto di spostare la discussione dal web, invitando a proseguire con incontri “in presenza”, ho proposto come luogo la Libreria delle donne, che subito grazie a Sara Gandini e Laura Colombo, ha raccolto il suggerimento. Sara e Laura si sono spese moltissimo per rendere possibile l’incontro il prima possibile. Di questo le ringrazio.
Per me era importante che questa assemblea accadesse alla libreria, perché l’argomento non è una vicenda privata ma è politica che ci riguarda. Ero certa che lì, dove il dibattito non sarebbe stato inquinato dalle dinamiche malate e dai protagonismi che infestano il web, le donne non avrebbero fatto fatica a mettere a fuoco i termini della questione, cogliendone la complessità ma mai a scapito della chiarezza, lì dove la confusione non è accettabile. Ringrazio tutte le donne della libreria intervenute, ringrazio Marisa Guarneri, Cristina Obber e ringrazio Luisa Muraro. Confesso, avevo delle aspettative e le avevo nei confronti delle donne. Non sono state disattese, anzi.
Per quanto riguarda Maschile Plurale voglio ringraziare Marco Deriu, rimasto fino alla fine ad ascoltare le critiche, nonostante la fatica e l’evidente disagio di portare avanti un confronto in cui sul piatto sono state messe argomentazioni impegnative a cui non è riuscito a dare risposte adeguate.
E ringrazio anche Claudio Vedovati che non ha potuto partecipare all’incontro ma che è stato l’unico che ha almeno chiamato le cose con il loro nome. L’unico.
Negli scambi su fb si è parlato di pregiudizio nei confronti di MP e del coinvolgimento maschile contro la violenza. Io non ho nessun pregiudizio né una avversione per MP. Ma è innegabile che quando ho visto la modalità scelta da MP per gestire questa vicenda e per trattarla pubblicamente, che fosse una associazione maschile ha assunto per me una particolare rilevanza.
Un’associazione di uomini che rivittimizza una donna vittima di violenza. Mi è improvvisamente parsa perfino pericolosa.
Gli uomini, in quanto uomini, mi pare siano storicamente già associati a sufficienza.
Ancora una volta gli uomini agiscono violenza e la normalizzano se non la negano. Ancora una volta il fantasma delle false accuse e della vendetta femminile viene agitato. Ancora una volta la soggettività di una donna viene negata, non prima però di averla usata come alibi per non intervenire.
Per fare questo, c’è bisogno che vi associate ulteriormente?!
E ancora una volta il gruppo ha avuto la meglio sulle individualità. C’è chi d’autorità o manipolando, magari facendo leva sui rapporti di amicizia, ha imposto la propria linea, in barba all’unanimità peraltro mai realmente raggiunta.
Le differenze non sono emerse.
L’impressione, confermata dall’intervento di Marco Deriu, è che in MP abbiano avuto la meglio, fino a questo momento, le dinamiche tipicamente maschili, per cui prevale chi si impone e lo si lascia imporre in nome di una malintesa lealtà, prima che a se stessi, al gruppo.
Come ha detto Marco è mancata la capacità e la volontà di confliggere. Un’incapacità mostrata anche durante l’incontro, proprio mentre ci veniva proposta come giustificazione per gli “errori” commessi.
Le stesse dinamiche che stanno prevalendo sul web, dove si sta cercando di ridurre una seria questione politica a gara tra maschietti. Non contano le impegnative questioni poste, non conta la doppia violenza di cui si parla, nulla di tutto questo conta. Conta solo che nessun maschio si senta migliore dei maschi di MP.
E quindi parte la critica all’antisessista che critica l’antisessista a cui per logica dovrebbe seguire la critica all’antisessista che critica l’antisessista che critica l’antisessista e sempre più giù, al ribasso.
Fino ad usare un articolo che ancora una volta rivittimizza ’sta donna, infamata e svenduta come donna vendicativa.
È banale competizione maschile o strategico fumo, funzionale alla confusione che permette di non affrontare gli importanti nodi politici emersi?
Non saprei, certo è che non è questione di mezzo ma proprio di interlocutori.
Credo occorra sceglierli con cura.
Si ciancia di complotto ai danni di MP, addirittura di desiderio di annientare l’interlocutore. La verità è che saranno i membri di MP a determinare i destini di MP. A minare la credibilità di MP non è l’episodio di violenza che vede coinvolto un loro membro, non è la donna che ha scelto di non farsi usare da MP, non sono le critiche rivolte a MP ma quello che gli uomini, i singoli uomini di MP, sapranno fare di tutto ciò.
Per parte mia spero di proseguire, su web e in presenza, il confronto con Marco e Claudio, ho fiducia nella loro volontà di stare nella relazione affrontando il conflitto senza trasformarlo in guerra. Ho fiducia nel fatto che abbiano ben compreso la portata della posta in gioco, che va ben oltre il buon nome di un’associazione.
(https://www.facebook.com/groups/35654328247 – 16 luglio 2014)
di Sthephanie Hanes
Nadine Gordimer, la scrittrice sudafricana vincitrice del premio Nobel la cui prosa intensa e intima ha aiutato a mostrare l’apartheid ai lettori di tutto il mondo, e che ha continuato a illuminare la bellezza e brutalità del suo paese ancora dopo la caduta del governo razzista, è morta il 13 luglio nella sua casa di Johannesburg. Aveva 90 anni. La sua famiglia ha annunciato la morte senza rivelarne le cause.
Gordimer, che era bianca, fu una precoce e attiva militante del partito dell’African National Congress, ma non partecipò alla scrittura dei suoi documenti politici. Il suo ruolo da autrice, diceva, era solo «scrivere a mio modo più onestamente che posso e profondamente quanto riesco della vita intorno a me».
I suoi personaggi dai nobili ideali avevamo spesso limiti personali; gli uomini d’affari razzisti e indifferenti avevano la stessa complessità e profondità dei combattenti per la libertà. Il conservatore, che vinse il Booker Prize nel 1994, racconta uno dei personaggi meglio definiti di Gordimer, un industriale bianco che ha acquistato una grande fattoria fuori Johannesburg, anche per usarlo come sede di appuntamenti con la sua amante sposata e politicamente radicale.
Un altro romanzo famoso, La figlia di Burger, pubblicato nel 1979, segue le fatiche personali e politiche di Rosa Burger, figlia di un medico carismatico e attivista anti-apartheid afrikaner che morì in carcere. In un paese definito dalla propria intensità politica, Rosa conclude che «il vero significato della parola solitudine» è «vivere senza responsabilità sociali».
Il romanzo del 1981 Luglio racconta la storia di una famiglia bianca liberal che scappa da un’immaginaria rivoluzione violenta contro l’apartheid e finisce nel villaggio del suo ex-servitore, Luglio.
Dal romanzo del 1958 Un mondo di stranieri, che descrive i futili tentativi di un giovane uomo d’affari inglese di conservare dei legami tra i bianchi e i neri in Sudafrica, a Ora o mai più del 2012, che segue una coppia interrazziale che cerca di affrontare la problematica società post-apartheid, Nadine Gordimer ha sempre scritto senza risparmiarsi di razza, identità e luoghi, e di come sistemi politici repressivi incidono sulle vite e sulle relazioni delle persone.
«Sa rendere visibili le condizioni di vita terribilmente disumane ed estremamente complicate in un sistema di segregazione razziale», disse il segretario dell’Accademia Svedese Sture Allen nel consegnare a Gordimer il premio Nobel per la letteratura nel 1991. «In questo modo, si fondono arte ed etica». Stephen Clingman, professore all’università del Massachusetts ed esperto del lavoro di Gordimer, spiega che per Gordimer “la politica è carattere psicologico”. «Sapeva che se vuoi capire qualunque personaggio, bianco o nero, devi saper comprendere il modo in cui la politica entra nell’individuo».
Il governo segregazionista, che imponeva censure molto capricciose, vietò quattro dei suoi romanzi con differenti accuse di sovversione. Nel suo discorso per il Nobel, Gordimer disse: «Questa nostra impresa estetica diventa sovversiva quando i vergognosi segreti del nostro tempo sono esplorati in profondità, con l’integrità ribelle dell’artista nei confronti della vita attorno a sé. E allora i temi e personaggi dell’autore sono inevitabilmente formati dalle pressioni e distorsioni della società, così come la vita del pescatore è determinata dalla potenza del mare».
Nadine Gordimer era stata la fondatrice del Congress of South African Writers, a maggioranza nera, e aveva tra i suoi più intimi amici intellettuali come Edward Said e Susan Sontag. Per quanto leale amica e maestra di coloro che riteneva meritevoli della sua attenzione, era anche nota per la sua impazienza con chi trovava noioso. Era insofferente delle prudenti sensibilità dei “bianchi liberal” e preferiva definirsi una “radicale”, mostrandosi infastidita dalle ansiose attenzioni alle fatiche dei bianchi nel Sudafrica post-apartheid. Si era rifiutata di trasferirsi in un quartiere protetto di Johannesburg, anche dopo essere stata derubata con la forza del suo anello di nozze e chiusa in un ripostiglio durante una rapina nella sua casa nel 2006. Dopo ciò riconobbe la gravità del problema della criminalità nella sua città, ma espresse anche comprensione per i rapinatori. «Penso che dobbiamo guardare le ragioni del crimine», disse al Guardian: «Ci sono giovani che vivono in miseria e senza prospettive. Hanno bisogno di istruzione, formazione e lavoro».
Gordimer era alta un metro e cinquantacinque ma aveva quella che qualcuno definì “la fierezza attentamente curata di chi è fragile”. Malgrado la sua piccola statura, sapeva infliggere uno sguardo pungente e intimidatorio a chi suggeriva che i suoi libri parlassero di persone o eventi reali, ripetendo che le sue storie erano pura finzione, e che secondo lei proprio questo rendeva la sua scrittura più “vera”. Le storie, spiegava, danno sguardi più chiari sulle politiche e le scelte, e sul loro duraturo impatto sulle vite delle persone: più delle biografie o dei saggi giornalistici. «Ci faceva vedere cose della politica che la politica non avrebbe saputo descrivere», dice Clingman.
Nadine Gordimer era nata il 20 novembre 1923 fuori Johannesburg, nella città mineraria di Springs, un posto di “praterie bruciate, discariche minerarie e colline di carbone”, nelle sue parole. «Non un luogo romantico», disse durante una presentazione a Cape Town nel 1977, intitolata Cosa è per me il Sudafrica. «Non un panorama che gli europei riconoscerebbero come Africa. Ma è Africa. Per quanto lo trovi duro e brutto, e per quanto l’Africa per me sia diventata molte altre cose, quello è il mio primo impatto con la vita; tutto quello che ho visto e conosciuto dopo è cresciuto da lì».
I suoi genitori erano immigrati ebrei – sua madre inglese, suo padre lituano – non praticanti e, diceva lei, terribilmente borghesi. Da bambina prese lezioni di danza, frequentò la scuola di un convento e fu avvisata di stare attenta alle baracche dove vivevano i minatori neri, quando attraversava la prateria per andare a scuola. A 11 anni le fu scoperto quello che più tardi risultò un problema al cuore non grave. Ma sua madre – che lei descrisse come una donna energica ma annoiata dalla sua vita – la tolse da scuola e dalle sue amate lezioni di danza, e assunse un tutore tenendola “a riposo” per anni. «Di questo misterioso male ora posso parlare», disse in un’intervista del 1976: «Dopo essere cresciuta capii che aveva a che fare con l’atteggiamento di mia madre nei miei confronti, che lei allevò quello che probabilmente era una cosa passeggera e ne fece una lunga malattia, per tenermi a casa, per tenermi con sé».
Fu in questo strano isolamento forzato – sempre con gli adulti e passando i pomeriggi a leggere con sua madre – che Gordimer cominciò a scrivere. Pubblicò racconti nella sezione per ragazzi di un giornale locale e a 15 anni scrisse il suo primo articolo per un pubblico adulto. Catturata dall’idea di diventare una scrittrice, Gordimer si trasferì a Johannesburg. Frequentò corsi all’università per circa un anno ma imparò di più frequentando la scena artistica del multirazziale quartiere di Sophiatown. Antony Sampson, direttore della rivista per neri Drum, diventò uno dei suoi più stretti e fidati amici. C’è una seconda nascita che poteva accadere ai sudafricani, disse una volta Gordimer parlando all’università di Cape Town: la presa di coscienza che l’apartheid non è un ordine del mondo di natura divina, fisso e immutabile. Spiegò diversi momenti attraverso i quali lei aveva iniziato ad aprire gli occhi sulla terribile natura dell’apartheid: i disumani raid nell’alloggio della sua tata nera, dietro casa dei suoi genitori, e di fronte ai quali loro rimanevano impassibili e silenti; la scoperta che i minatori neri che frequentavano negozi gestiti da persone come suo padre non erano autorizzati neanche a toccare la merce prima di averla comperata; la sua amicizia con diversi scrittori neri, che lei considerava più bravi ma che non avevano le sue stesse possibilità di intraprendere la carriera da scrittori.
Gordimer pubblicò la sua prima collezione di storie brevi, Faccia a faccia, nel 1949. Poco dopo cominciò a collaborare con la sezione di narrativa del New Yorker. Il suo primo romanzo, I giorni della menzogna, fu pubblicato nel 1953 e racconta di Helen Shaw, figlia di genitori bianchi e borghesi che vivono in una città di miniere d’oro, che comincia a realizzare le condizioni di vita dei neri intorno a lei.
Col suo paese nei problemi del post-apartheid del nuovo millennio, le fu chiesto se la democrazia avrebbe tolto ispirazione alla letteratura sudafricana. «Al contrario», rispose: «siamo pieni di problemi». A chi le criticava un’esistenza privilegiata, accusandola di avere usato come musa le sofferenze del suo paese guardandole dal suo comodo quartiere bianco senza patirne le conseguenze, rispose dicendo che non capivano il suo lavoro: «La tensione tra assistere ed essere completamente coinvolti, è ciò che fa uno scrittore».
(il post – 15/7/2014)
di Giulia Mazzetto
Ieri è stata una giornata storica per la Chiesa d’Inghilterra che è riuscita a mettere fine a mezzo secolo di contrasti approvando l’ordinazione delle vescove. Nel corso del Sinodo generale della Chiesa anglicana tenutosi a York, la proposta ha infatti raggiunto, in tutte e tre le assemblee componenti il Sinodo, la maggioranza dei due terzi necessaria per l’approvazione: la Camera dei Vescovi si è espressa con 37 voti a favore, 2 contrari e un solo astenuto; quella del Clero con 162 voti a favore, 25 contrari e 4 astenuti; mentre la più ostica Camera dei Laici, che solo due anni fa aveva bloccato la stessa riforma, ha concluso con 152 voti favorevoli, 45 contrari e 5 astenuti.
La decisione ha quindi capovolto il precedente tentativo del novembre 2012, che venne bloccato per soli 6 voti, mancati appunto nella Camera dei Laici. Il contributo determinante per cambiare la situazione è sicuramente da attribuirsi al nuovo Arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, successore di Rowan Williams, che ha potuto contare anche sul pieno appoggio del suo vice, l’Arcivescovo di York , John Sentamu. Dalla bocciatura del 2012, Welby e i suoi collaboratori hanno fatto di tutto per accelerare i tempi di un sistema che richiede tradizionalmente passaggi molto dilatati, e sono arrivati addirittura ad approvare una procedura rapida, che ha permesso di ridurre da sei a tre mesi il periodo delle consultazioni sull’argomento delle 44 diocesi inglesi. Queste consultazioni accelerate si sono rivelate un vero e proprio successo, tant’è che ben 43 diocesi hanno dato il loro via libera alla riforma e soltanto una non è riuscita a dare il proprio parere in tempo utile.
La comunità anglicana d’Inghilterra arriva comunque con un po’ di ritardo: le vescove, infatti, sono prassi già consolidata in molte realtà anglicane, prime fra tutte quelle di Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda. Invece, l’unica possibilità data alle donne inglesi che volessero intraprendere la carriera sacerdotale era, sino ad ora, quella dell’ordinazione a prete: la prima prete donna in Inghilterra è stata infatti ordinata già nel 1994, mentre ora la categoria rappresenta un terzo della totalità del clero inglese.
Anche in Italia esistono donne prete: ne è un esempio Maria Vittoria Longhitano, la prima donna ad essere ordinata presbitero nella Chiesa vetero cattolica in Italia, attualmente parroco a Milano, che, rispetto alla notizia della riforma anglicana, afferma: ‹‹Non si tratta di una novità assoluta, la Chiesa episcopale ha cominciato questo percorso negli anni Settanta, prima con l’ammissione delle donne al diaconato, poi al sacerdozio e infine all’episcopato. Ma per la Chiesa anglicana è comunque un passo decisivo, e l’esito del voto contribuirà anche a riportare in primo piano il dibattito all’interno della Chiesa cattolica.››
L’iniziativa anglicana gode del pieno sostegno del Premier britannico David Cameron, il quale riferendo in Parlamento si è più volte dichiarato ‹‹fermamente a favore delle donne vescovo, che riaffermano la posizione della Chiesa d’Inghilterra come una Chiesa moderna e in sintonia con la nostra società›› e ha salutato con soddisfazione la votazione di ieri, sottolineando la grande leadership di Welby e definendo il risultato ‹‹Un grande giorno per la Chiesa e l’uguaglianza››. Contrariamente al grande entusiasmo dimostrato nell’ambito anglicano, l’ufficialità dell’approvazione della riforma ha provocato reazioni molto diverse all’interno della Chiesa cattolica, che lo ha reputato un pesante strappo rispetto alla tradizione apostolica, che avrà inevitabili ripercussioni sul dialogo ecumenico.
Non c’è ancora nulla di effettivo ma l’iter che la riforma si trova dinnanzi è considerato quasi meramente formale: l’esito del voto dovrà infatti essere dibattuto in Parlamento, poiché ogni deliberazione del Sinodo deve essere poi ratificata da Westminster, e avrà infine bisogno dell’approvazione conclusiva della regina Elisabetta II, quale capo formale della Chiesa anglicana, che dovrà dare il suo assenso alla riforma. Se tutto andrà come si augurano a Canterbury, entro la fine del prossimo anno la nuova legislazione tornerà all’esame del Sinodo generale per la definitiva entrata in vigore e nel 2015 la Chiesa d’Inghilterra potrebbe vedere ordinata la sua prima vescova che potrebbe aprire la strada ad un vero e proprio “assalto rosa”, visti i rinnovi molto prossimi dei vertici di diverse diocesi importanti, come quelle di Nottingham, Newcastle e Oxford.
(Il Referendum, 15 luglio 2014)
di Fulvio Scaglione e Alberto Chiara
È la madre di Naftali, uno dei tre studenti israeliani rapiti e uccisi nei pressi di Hebron. Nonostante il terribile momento che lei e la sua famiglia stanno vivendo, Rachel Fraenkel ha accettato di rispondere alle nostre domande, dopo aver parlato cuore a cuore con un’altramamma ebrea, Angelica Edna Calò Livné, che da anni tesse reti di dialogo interreligioso e interculturale nel Nord d’Israele.
«Abbiamo 7 figli», dice la signora Fraenkel: «Naftali è il secondo. Suo fratello maggiore ha studiato nello stesso liceo, Makor Haim, a Kfar Etzion, e ora studia Torah nella Yeshiva, una scuola rabbinica. Quella che abbiamo scelto per i figli è una scuola speciale: la religiosità, profonda e impegnata, si fonde con l’apertura verso il mondo e il consolidamento della cultura e dello spirito degli allievi. Dopo di loro ci sono 4 bambine, dai 6 ai 14 anni, e un fratellino di 4 anni. Abitiamo proprio nel centro di Israele, sulla strada tra Tel Aviv e Gerusalemme. Il mio compagno è avvocato e lavora nella polizia. Io insegno Torah in un corso per donne, espressione del rinnovamento ortodosso-femminista che ha aperto i confini dello studio del Talmud e della Torah, ai livelli più alti, anche alle donne».
– Come hanno vissuto la tragedia gli altri figli?
«Ogni figlio ha la sua età, quindi un suo mondo interiore e una sua capacità di elaborare. Con loro noi genitori parliamo dell’eternità dell’anima e ripetiamo che Naftali può restare con noi sempre, poiché non è limitato da un corpo. Questo aiuta, ma non risolve il problema della sua assenza e della nostalgia profonda che sentiamo per lui. Io cerco di conservare un equilibrio tra la volontà di continuare ad avere una casa felice e normale e il desiderio di dare legittimità al dolore, alla sofferenza, al fatto che è accaduto qualcosa di terribile e spaventoso. È importantissimo per me che i miei figli non crescano nel sentimento dell’odio e della rabbia, che riescano a vivere la spensieratezza della loro età e una crescita serena».
– Avevate mai avuto, prima, la sensazione di essere in pericolo?
«Mai, assolutamente. Viviamo in una zona tranquilla, in campagna. La situazione politica è complicata ma, prima, non aveva influito sulla nostra vita».
– In queste settimane avete mai pensato di andare a vivere altrove?
«Non abbiamo mai pensato di lasciare Israele e oggi, come sempre, sono grata ai miei genitori che negli anni Cinquanta hanno fatto un passo difficile e coraggioso e sono venuti dall’America a costruire la loro vita qui».
– Come le è venuta l’idea di manifestare solidarietà alla famiglia di Muhammad, il ragazzo palestinese sequestrato e ucciso a Gerusalemme?
«Chiamare la famiglia di Muhammad è stata la cosa più naturale. Sono rimasta sconvolta da questo assassinio e ho sentito con tutta me stessa la sofferenza dei genitori. Sono orgogliosa della magistratura israeliana che si è affrettata a indagare e catturare i colpevoli. Era molto importante per noi trasmettere il messaggio che nessun innocente deve essere colpito e solo la legge ha il mandato per occuparsi di questi casi. Sono sicura che la famiglia di Muhammad sta soffrendo terribilmente ed è sotto la pressione della sua comunità».
– Quando ha parlato all’Onu, ha sentito intorno a sé la giusta solidarietà?
«Quando ho parlato all’Onu ho sentito grande solidarietà da parte di tantissima gente di tutto il mondo. Le persone davanti alle quali ho pronunciato il mio discorso non sono fonte di empatia o dialogo. Ma l’intervento è stato importante per coinvolgere e sollevare il dibattito internazionale».
– Quanto conta la fede per lei e la sua famiglia?
«Molte persone ci hanno chiesto se sopportare questo dolore ci è più facile perché siamo credenti. Ho risposto che prima di tutto siamo genitori e la preoccupazione per i nostri figli rapiti non è stata minore per merito della fede. Penso che in questa nuova realtà, in cui dobbiamo affrontare la loro morte terribile, c’è da un lato la sofferenza per la loro mancanza e l’incredulità che tutto ciò possa essere realmente accaduto, cioè sentimenti che sarebbero avvertiti in qualunque famiglia, religiosa o no. D’altro canto la fede e la religione ti offrono un contesto di pensiero quotidiano che ti dà la forza di andare avanti. I precetti, le usanze che regolano i primi sette giorni del lutto, l’unione della famiglia, la capacità profonda di pregare e persino la regolarità e la consuetudine delle preghiere, obbligano la persona a essere attiva e a non sprofondare nel suo dolore. E anche la fede nell’eternità dell’anima, naturalmente, e il nostro contesto storico: questi ragazzi si sono uniti alla lunga lista di altri che, come loro, sono stati uccisi perché ebrei».
– Che cosa possono fare le religioni per affrontare e risolvere i conflitti in quella che noi cristiani chiamiamo Terra Santa?
«Non ho una risposta per questa domanda. Nei giorni della ricerca disperata dei nostri figli abbiamo incontrato molti esponenti di religioni diverse, arabi musulmani o cristiani che erano scossi da questo crimine e desideravano aiutarci. Ma in confronto a loro le cellule di Hamas che hanno perpetrato il delitto sono formate da estremisti che non si lasciano affatto influenzare da chi ha pensieri più moderati».
– Cosa ha provato durante e dopo la visita del Papa in Israele e Palestina?
«Per Israele è stato un grande evento. Il Papa aveva anche consentito a incontrare noi genitori dei ragazzi rapiti. Il nostro viaggio a Roma era già programmato. Poi, è arrivata la terribile notizia del ritrovamento dei corpi. Ma ringraziamo moltissimo papa Francesco per il suo invito».
(Famiglia cristiana – 14/7/2014)
Ciò che mi lascia in parte perplesso è il concetto di “storia vivente”.Capisco che la storia possa partire dal vissuto personale per poi costruire relazioni tematiche e sociali ma ciò che mi sfugge da questa ricostruzione intimistica è come riesco a cogliere i processi di lunga durata. […]
Danilo Bruno
La tua obiezione Danilo è molto importante e noi la prendiamo in considerazione obiettando a nostra volta che la storia di lunga durata, quella degli Annales che tu citi, è andata a ramengo. Dopo i campi di concentramento e due guerre mondiali si è sbriciolata. Noi della Pratica della Storia vivente, vivendo in questa epoca post-moderna, salviamo il salvabile, dando il massimo valore alla soggettività.
Dal più piccolo al più grande. I mosaici di Maria Grazia Brunetti
di Gianna Candolo
in Letterate Magazine, LM Home, Parole/Visioni
per le foto
Il piccolo libretto narra le vicende di un tragitto di un’artista, Maria Grazia Brunetti,( sito dedicato a Maria Grazia Brunetti) descritto dall’amica che ha condiviso con lei il percorso della vita di donna e di artista. È contemporaneamente un veloce attraversamento degli anni Settanta attraverso la narrazione delle vite di donne che si stavano mettendo in movimento, rivoluzionando le loro vite personali nell’incontro con le altre, e, attraverso un percorso comune, trasformavano le relazioni con gli uomini, con il lavoro e con loro stesse.
Questo libretto è sia un omaggio a un’artista misconosciuta sia un ricordo degli anni aurorali del femminismo quando iniziavano i gruppi di autocoscienza, le convivenze in un’allegra, almeno agli inizi, mescolanza di vita, progetti, amori che nascevano e rompevano; insieme a queste esperienze di vita vissuta cominciavano i tagli con l’ordine simbolico e sociale in cui erano state fino ad allora collocate le donne.
Il libro è la storia condensata e preziosa dell’amicizia tra due donne profondamente diverse, nel carattere, scelte di vita, rapporto con la realtà sociale e familiare, ma unite dell’amore per sé, per l’altra e per l’arte.rapporto con la realtà sociale e familiare, ma unite dell’amore per sé, per l’altra e per l’arte.
Attraverso la vita della scultrice, Maria Grazia Brunetti, l’autrice Anna Zoli ci porta nella sua stanza segreta di poeta che solo dopo molto tempo e molta vita ri-scopre ciò che era sempre stato lì: l’amore per la parola, in particolare quella poetica. Dall’incontro con la scultrice un’altra artista trova la forza per riprendere e portare alla luce anche la sua creatività. Nella biografia di una si scorgono sottotraccia le biografie di molte. L’attenzione alla narrazione porta l’Autrice a mescolare in modo sapiente e preciso le traiettorie artistiche di entrambe con le rotture, le pause e la ri-costruzione che caratterizzano ogni vita e ogni arte.
L’Autrice comincia a pensare di scrivere qualcosa sulla vita e il percorso artistico dell’amica scultrice di mosaico durante un viaggio di ritorno dall’altra parte del mondo, dove si era recata in visita alla figlia che ha scelto di vivere in Australia. Durante la sua permanenza viene raggiunta dalla notizia della morte dell’amica. Proprio in aereo, in quello spazio di passaggio tra un continente e l’altro, di sospensione dalla terra, concepisce l’idea del libro.
Una perdita, anzi due perdite, l’amica morta e la figlia lontana, sono l’origine del testo e della volontà di Anna Zoli di lasciare traccia della storia delle loro due vite intrecciate, le opere dell’una e dell’altra parlano da sé. È importante la narrazione del percorso che ha reso possibile la protezione e la crescita della scrittura e della scultura per le due donne che si sono incontrate da giovanissime in una piccola città di provincia, Faenza, e non si sono più perse di vista.
L’Autrice riconosce all’amica la forza di riprendere il cammino quando si presenta l’occasione propizia ma rende omaggio anche alla perseveranza che permetterà a lei, più tardi, di dare valore alla sua produzione poetica, togliendo dal cassetto le sue poesie
Questo libretto è anche un pezzo della mia storia: ho incontrato Graziella, così era per noi tutte, in quel luogo che lei scherzosamente chiamava “Il 101 delle nostre amiche femministe”. Una strada della vecchia Bologna, un grande appartamento sempre popolato di persone che andavano e venivano, un grande terrazzo sui tetti. E lì ho incontrato Annazoli, come la chiamo per individuarla tra le Anne che hanno attraversato la mia vita. La casa era quella di Donatella Franchi, artista, in quel tempo travestita da insegnante di inglese.sgargianti, massa di capelli biondo-rossi arruffati, zatteroni e pantaloni a zampa di elefante; io giovane studentessa guardavo con curiosità e attrazione quella signora svagata che mostrava anche il lato “forza della natura”. La sua voce squillante, “non cresciuta”, la chiama Annazoli, ricordava come in altri suoi atteggiamenti un che di bambinesco, non di infantile, lo sguardo dei bambini che guardano il mondo per la prima volta.
Ricordo suoi racconti di disorientamento, sul perdere l’uscita dall’autostrada, e si trovava poi in un’altra città. Un disorientamento che era anche ricerca di un nuovo percorso, come è stata la sua vita, molti sentieri tortuosi o interrotti e ripresi, e la sua arte, una continua ricerca di contaminazione di forme. La sua mancanza di orientamento, una certa svagatezza nella vita quotidiana, la si può avvicinare per contrasto alla precisione con cui seguiva le sue attività che portavano dal caos alla forma, attraverso uno stile che poteva sembrare disordinato e invece rispondeva a un ordine interiore decisamente scandito.
Graziella rompe con l’ordine di una famiglia borghese che non la voleva artista e lotta per conquistare il suo spazio in un mondo in cui le donne erano previste solo come aiutanti e non dotate di una propria creatività. Sceglie il mosaico. Scelta simbolica non casuale. Si tratta di assemblare i più piccoli frammenti della materia per costruire forme, anche di grandi dimensioni; nella sua ricerca non si limiterà a un solo tipo di materiale per costruire le sue opere ma aggiungerà elementi fino a quel momento eterogenei, come stoffe, lane, materiali di recupero con una libertà che riflette il desiderio che in quegli anni ha animato molte donne, la nostra generazione, alla ricerca di altre forme di vita libera.
La Graziella conosciuta nel “covo dell’autocoscienza” si affianca all’artista e amica di una vita di Annazoli, un’artista assertiva, concentrata, competitiva che si impone a studenti e committenti tenendo ferma la barra del suo timone artistico.
Nel 1976 Graziella espone, con grande scandalo, alla biennale internazionale del mosaico a Ravenna l’opera che risente della scoperta della forza delle donne negli anni Settanta, un frammento è la copertina del libro. L’opera ha come titolo “arborea donna libera aurea” noto anche come “la sfinge di Ravenna”. E’ un ritratto mosaicato di donna con grandi occhi obliqui, una vagina e ai lati spirali di mosaico: il tutto con mosaico dorato che rispende alla luce creando un effetto di sensualità, di splendore e di forza dirompente. Un inno alla donna, ai suoi antichi occhi sapienti che interrogano e penetrano, al suo sesso cavo, alla spirali del tempo che si avvolge su se stesso in una mescolanza di infinitamente nuovo e ripetuto. L’ esposizione del sesso da parte di un’artista donna fa scandalo: il fatto stesso di mostrare il sesso femminile è rivoluzionario soprattutto da parte di un artista donna che ne mostra forza e splendore dorato. Gli occhi della Sfinge rimandano alla sapienza penetrante della Donna-sfinge, che interroga e sa, la sua vulva è il grido delle donne che in quel periodo si stavano riappropriando di un corpo e di una sessualità differente che si stacca dall’immaginario maschile, mostravano la forza del loro sesso, non più “secondo”.
Graziella, oltre all’attività di scultrice, opere per edifici pubblici in Italia e all’estero e per collezioni private, svolge anche un’intensa attività di insegnamento e riporta l’arte dimenticata del mosaico a nuova vita attraverso la cattedra di mosaico a Firenze. Insegna ai suoi studenti a non aver paura di nessun materiale che può essere mescolato, trasformato per creare nuovi modi. Anche questa modalità creativa evoca la necessità ma anche la gioia delle donne che hanno plasmato, ricreato le loro vite partendo da situazioni ingessate e congelate della vita programmata da altri. La libertà di mescolare materiali ed esperienze eterogenee per creare nuovi percorsi di vite e creatività è un lavoro all’ origine delle trasformazioni più autentiche.
L’amicizia delle due donne segue le vicissitudine della vita e dei percorsi creativi disseminate di passività, paure, stanchezze, rotture mescolate all’esplosione di forza creativa. Narrando la vita di Graziella l’autrice si sofferma a meditare sul significato dell’ispirazione “un pezzetto in più di conoscenza, un frammento di realtà che sfugge alla concretezza della ragione”, e ancora “il significato del proprio lavoro infatti può rimanere oscuro per molto tempo, avviluppato nei veli dell’apparenza e svelarsi a volte all’improvviso in risvolti e angolature insospettate”.
In queste pagine la scrittura rimanda alla propria origine riscoperta nel pensare alla creatività dell’altra.
Il mosaico, che Graziella sceglie come forma della sua vena artistica, è mettere insieme il più piccolo per trasformarlo in grande: evoca la meditazione di Clarice Lispector su come l’infinitamente piccolo rischi di diventare invisibile proprio quando è lì sotto i nostri occhi e il compito dell’artista è rivelare l’invisibile. Con il piccolo bisogna saper togliere per mostrarlo nella sua grandezza. Questo paradosso dà il titolo al libro.
Graziella legge un libro di fisica delle particelle: “Il Tao della fisica” in cui è mostrato come l’infinitamente piccolo delle particelle atomiche si coniuga con l’infinitamente grande del cosmo. Per Annazoli la comprensione profonda, l’illuminazione di questo concetto non avviene nella lettura di un libro ma attraverso l’esperienza di una visione dell’opera di Graziella: il pavimento a mosaico del Palazzo della Ragione a Milano. Annazoli descrive la sua esperienza di visione “una pioggia cosmica di linee che si intersecano, di macchie di sprazzi, di vortici, di traiettorie, in cui sembra che materiali e colori gravitano, scoppino, si disgreghino per poi ricomporsi in aggregazioni, diverse cangianti a seconda di chi li guarda”. Un’opera in cui prevale “la rappresentazioni cosmica dell’infinitamente grande e allo stesso tempo dell’infinitamente piccolo”
Anna Zoli attraverso la descrizione della sua visione dell’opera ci trasporta, con le parole, in quello spazio in cui l’illuminazione della spettatrice/lettrice rompe le barriere tra attività dell’artista/passività del fruitore e la sua visione diventa la nostra partecipazione all’esperienza, emozione, conoscenza che sono le ragioni dell’esistenza dell’arte, per accrescere la nostra esistenza che si muove alla ricerca della bellezza e della verità.
Anna Zoli, Il Tao del mosaico. Vite intrecciate, ed. Pendragon, Bologna 2013, euro 14
per le immagini http://www.societadelleletterate.it/2014/07/dal-piu-piccolo-al-piu-grande-i-mosaici-di-maria-grazia-brunetti/
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da “Il Manifesto” del 12 luglio 2014
— Manuela De Leonardis, NEW YORK, 10.7.2014
Arte. «Middle East Revealed», una mostra di fotografe dal Medioriente a New York, presso la galleria Howard Greenberg
Da una parte ci sono gli uomini, proprio come nei matrimoni arabi tradizionali, dall’altra le donne. Truppe coloniali inglesi, legione straniera, beduini e anche senegalesi della guarnigione francese sono ritratti dalla prima corrispondente di guerra della storia, l’americana Margaret Bourke-White (1904–1971) che è stata anche la prima donna fotografa di Life (sua anche la prima copertina del settimanale del 23 novembre 1936). Datate 1940, queste foto sono state scattate in uno scenario che è prevalentemente quello del deserto siriano. Sette mesi dopo, gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra contro la Germania nazista e i suoi alleati. Esporre questo nucleo di vintage, proveniente dall’archivio di Life, nell’ambito della mostra The Middle East Revealed: A Female Perspective alla Howard Greenberg Gallery di New York (fino al 30 agosto) è il punto di partenza per intercettare altre possibili riflessioni. Attraversati questi ultimi settant’anni di storia, a parlare — stavolta — sono le donne. Non solo in quanto soggetto, ma anche come attente osservatrici di una società quanto mai complessa come quella mediorientale. Ma la yemenita Boushra Almutawakel, l’iraniana Shadi Ghadirian, la libanese Rania Matar e la saudita Reem Al Faisal ci mostrano anche aspetti meno prevedibili. Lo fanno attraverso lo strumento della fotografia che, come il video, è un’arte «nuova», con minori condizionamenti e restrizioni espressive. Ci si può lasciar andare alla trasposizione lirica, come Reem Al Faisal (vive tra Jedda e Parigi) con le sue grandi foto in bianco e nero della Mecca. Il pellegrinaggio (la serie Hajj) non è solo un dovere per ogni buon musulmano, può raccontare anche un momento di aggregazione. Seguendo la sua innata indole alla traduzione metaforica, qui il bianco e nero dà voce alla coralità pulsante. Una collettività fatta di individui — uomini e donne — come è ben consapevole la fotografa-principessa (il suo bisnonno era Re Abdul Aziz). Alle prese con gli opposti — modernità/tradizione, pubblico/privato, sono le figure femminili ritratte da Shadi Ghadirian (Teheran, 1974) nelle note immagini seppiate della serie Qajar (1998). Umorismo e ironia alleggeriscono la pesantezza di un dato di fatto: essere donna in Iran vuol dire combattere per affermare i propri diritti. Ma la vita va avanti, come afferma anche Boushra Almutawakel (Sana’a 1969) con la sua notissima serie fotografica Mother, Daughter, Doll (2010) che focalizza l’involuzione culturale in corso nel suo paese. Spetta a Rania Matar (Beirut 1964, vive e lavora tra Boston e Beirut) il compito di sottolineare, invece, come non ci siano confini quando si parla di adolescenza. A Girl and Her Room (2010–2013) introduce a situazioni oggettivamente diverse, negli Stati Uniti e in Medio Oriente, di cui sono protagoniste delle teenager che, indipendentemente dalla geografia e politica, hanno gli stessi sogni e vulnerabilità.
di Giovanna Pezzuoli
«La presidenza va al marito dell’assessore», oppure «Il sindaco di Cosenza: aspetto un figlio! Il segretario Ds: Il padre sono io». E ancora «Marianna Madia, il ministro è incinta». Suscitano ilarità e sconcerto questi accostamenti linguistici nei media che non tengono conto del genere. Salvo trasformarsi repentinamente in scelte grammaticali ineccepibili quando la connotazione è ironica: ecco che spunta la giudice licenziata in tronco perché si era tolta i vestiti nel suo ufficio per prendere il sole. Oppure c’è la aspirante sindaca nel pezzo che deride Nathalie Kosciusko-Morizet fotografata mentre fuma insieme ad alcuni clochard. Sono esempi significativi tratti dal manuale “Donne, grammatica e media”, fortemente voluto dall’associazione di giornaliste GiULiA, che viene presentato venerdì 11 luglio, alle ore 10,30, nella sala Aldo Moro della Camera dei Deputati. Così sappiamo che è corretto dire ingegnera e chirurga, architetta e ministra, senatrice e prefetta.
E avvocata è preferibile ad avvocatessa, mentre professoressa resta in auge come studentessa e dottoressa, ormai entrate nell’uso comune. A delineare il nuovo dizionario italiano declinato secondo il genere è Cecilia Robustelli, docente di linguistica italiana all’Università di Modena. Che con voce autorevole fa una serie di proposte operative per superare ogni perplessità – eliminando anche l’alibi del suono strano o anti-estetico – circa l’adozione del genere femminile per nomi professionali e istituzionali “alti”, suggerendo soluzioni di facile applicazione, come nota Nicoletta Maraschio presidente onoraria dell’Accademia della Crusca.
Ha dato un forte segnale in questo senso Laura Boldrini, che sul sito del Parlamento si definisce la presidente:
«Se io attribuissi ad un uomo una connotazione femminile quell’uomo si ribellerebbe. Allora il rispetto passa anche attraverso la restituzione del genere»
Ci aveva provato quasi trent’anni fa Alma Sabatini con le sue “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”.
«Alcune erano proposte lessicali e sintattiche difficili da accettare, andavano fin troppo contro la tradizione e la grammatica – nota Cecilia Robustelli – per esempio in presenza di nomi maschili e femminili, si concordava al femminile se nella frase le femmine erano più dei maschi».
«Era una riflessione molto complessa per i tempi, anche l’assoluta condanna verso la desinenza in “essa” vista come dispregiativa oggi appare superata. Probabilmente risuonavano all’orecchio di Alma Sabatini le definizioni piene di scherno di inizio ‘900, le “pettorute deputatesse” di Alfredo Panzini»
Così la stampa si scaglia contro il suo lavoro, ridicolizzandolo. “Ah, ah, dovremmo scrivere professora!”. E per quasi trent’anni le riflessioni sul linguaggio sessista restano in soffitta. L’incertezza e le continue oscillazioni sono coltivate dalle stesse istituzioni. «Se arriva un comunicato da Palazzo Chigi che parla del ministro Roberta Pinotti, è facile che la “o” resti tale. Anche in passato a voler essere chiamata senatrice è stata soltanto Franca Falcucci nel 1974, una mosca bianca!» prosegue Cecilia Robustelli.
«Mi fa sorridere la ministra Maria Elena Boschi, che interrogata da Daria Bignardi risponde “preferisco essere chiamata ministro”. Ma non esistono due opzioni, il genere è un parametro fisso come lo è un numero, è un meccanismo regolatore della nostra lingua»
Le proposte sono ispirate a gradualità e buon senso. Per esempio viene ammessa “un’abitudine innocua” come quella di definire il nome proprio femminile con l’articolo, come la Merkel, la Mogherini, in quanto sottintenderebbe un “la famosa” e peraltro appartiene alla tradizione linguistica fiorentina. E se la parola “recensora” appare troppo audace, si può sempre usare la perifrasi colei che fa la recensione.
Ma com’è nata l’idea di questa guida? Risponde Maria Teresa Manuelli, che ha progettato e curato il volume: «Venivamo spesso interpellate dai colleghi “ma qual è il femminile di fabbro?”, “si può dire rettrice?”… Così, confrontandoci durante l’assemblea nazionale di GiULia è emersa l’esigenza di chiamare le cose con il loro nome. Anche perché gli errori e i dubbi spesso non nascevano da un atteggiamento sessista o da cattiva volontà, bensì da semplice ignoranza. Ma è solo l’inizio, non siamo entrate nel merito di dissimmetrie semantiche fondate su stereotipi, la donna svenevole, fragile o isterica, la mogliettina, la stellina, il dottor Rossi e signora e via di questo passo».
Punta il dito contro una visione androcentrica e una forse inconsapevole pigrizia mentale Sergio Lepri, storico direttore dell’Ansa, che racconta: «Se l’Ansa scriveva “la presidente Jotti” e non “il presidente Jotti” come l’interessata in un primo tempo voleva, i giornali scrivevano “la presidente Jotti”; e alla fine anche Nilde Jotti accettò di essere chiamata “la presidente”». Diversamente dalla senatrice Susanna Agnelli che voleva a tutti i costi essere chiamata senatore e si risentì molto per la definizione al femminile. Ma, fa notare Lepri, solo da noi le forme femminili non sono accettate. In Francia si dice regolarmente “la ministre”, “la présidente”, “la juge”, “la conseillère”; in Germania Angela Merkel è “kanzlerin”, la ministra è “ministerin”. Quanto alla Spagna, hanno addirittura “la presidenta”, “la profesora”, con l’autorità che viene dalla Real Academia Española…
Eppure, la strada da percorre è ancora lunga: secondo il recente Linguaggio e stereotipi di genere, diffuso in rete da Se non ora quando Genova, è forte la resistenza al cambiamento sia da parte degli uomini, sia delle donne. Alla domanda “quando ti riferisci a una donna e al suo mestiere, usi la lingua italiana declinata al femminile?”, il 22,87% per cento del campione ha risposto “mai”; il 33,58% “qualche volta”; il 27,49% “spesso” e il 16,06% “sempre”. Tra le motivazioni di chi rifiuta il cambiamento, una donna ha addotto “il lavoro è un lavoro, non un genere”, mentre un uomo ha definito una “violenza femminista” declinare i nomi al femminile, e poi chiamare una donna chirurga o architetta sarebbe riduttivo per la donna stessa!
(27esimaora.corriere.it – 11 luglio 2014)
A proposito dell’esperienza recente di Maschile Plurale
di Marco Deriu
In questo intervento vorrei provare a raccontare un percorso di impegno personale e associativo a partire da una vicenda di maltrattamenti psicologici che ha coinvolto una persona di Maschile Plurale. Questo scritto è diviso in due parti. La prima ricostruisce l’intero percorso dal mio punto di vista raccontando un impegno e un confronto dentro Maschile Plurale che è continuato per tutti questi mesi e che ha avuto un nuovo importante passaggio con l’incontro che si è tenuto nel week end del 28/29 giugno scorso. Non è solo un resoconto ma il diario di una riflessione in itinere, di un pensare in situazione. Intervengo con molta cautela perché la mia percezione dei fatti è inevitabilmente mediata dalle confidenze che i diversi protagonisti mi hanno fatto e dunque mentre provo a raccontare il mio vissuto mi sforzerò di rimanere sull’essenziale e di non dire nulla che tradisca lo spirito confidenziale di certe comunicazioni.
La seconda parte rappresenta invece il tentativo di trarne alcuni apprendimenti di carattere più generale che vorrebbero suggerire una possibilità di riflettere e discutere con una prospettiva più complessa e riflessiva. Per me, le due parti sono strettamente e intimamente collegate, ma chi non è interessato a entrare nello specifico di una vicenda e preferisce arrivare subito ad alcune questioni culturali e politiche, può saltare direttamente alla seconda parte.
Parte I.
Riflessioni in itinere
Nel dicembre scorso ho ricevuto da un’amica femminista una mail con la quale mi diceva che col consenso dell’interessata mi inoltrava una mail personale che lei aveva ricevuto. In questa comunicazione l’autrice raccontava di aver lasciato il suo ex compagno perché lo considerava un uomo violento in quanto aveva tentato con modalità continuative e crescenti – nella mail raccontava di “ritualità”, “manie”, “comportamenti prevaricatori” e “piccole angherie” – di controllarla e umiliarla. L’uomo nominato nella lettera era un amico e un membro di Maschile Plurale. Certo ero sorpreso di questi racconti, ma per la mia esperienza questo tipo di comportamenti non sono certo una rarità tra gli uomini.
L’amica femminista mi metteva a parte di quanto aveva saputo anche per il fatto che aveva suggerito alla protagonista di questo racconto di parlare con me e con un’altra persona di MP.
Nei giorni successivi ho parlato al telefono con la mia amica, dicendole che avrei certamente parlato con l’amico di MP, ma che ero disponibile a sentire e a incontrare anche la donna coinvolta per ascoltare il suo racconto. Poco dopo ho ricevuto una mail direttamente da questa persona nella quale mi diceva tra le altre cose di essersi rivolta alla Casa delle donne della sua città (l’informazione è stata già resa pubblica). Mi comunicava inoltre la speranza che qualcuno dell’Associazione avesse a cuore la situazione e potesse parlare direttamente con il suo ex compagno. Da ultimo mi confermava che, nel caso fossi stato disponibile, non avrebbe avuto problemi a confrontarsi con me.
Le rispondo il giorno stesso e le dico che sono intristito dal racconto e dalla sofferenza che ha vissuto e che avrei cercato di parlare con il diretto interessato, ma che prima avrei preferito incontrarla faccia a faccia per ascoltare un suo racconto più ampio e approfondito. Con un rapido scambio di mail riusciamo dunque ad accordarci per vederci qualche giorno dopo nella città dove risiede.
Nell’incontro durato oltre due ore ho ascoltato con attenzione il suo racconto e il vissuto di sofferenza. I maltrattamenti raccontati avevano a che fare con un atteggiamento continuativo di negazione riguardante molteplici aspetti della sua personalità, del suo carattere, delle sue passioni, delle sue abitudini e inclinazioni. L’aspetto che in me è risuonato come più significativo e angosciante, più che singoli episodi, era la sensazione di un sfondo cupo di piccoli colpi al senso di sé, ricevuti in maniera martellante.
Nell’ascolto ho cercato di sentire la storia senza discutere o giudicare, accogliendo la sofferenza così come si dava e come insegna la pratica dei Centri Antiviolenza. Personalmente non ho avuto incertezze nel riconoscere una sofferenza profonda e nel recepire il suo vissuto di maltrattamenti o di violenze psicologiche. In altre parole ho dato credito al suo racconto e al suo vissuto.
Nel salutarci le ho detto che sia io che altri di Maschile Plurale avremmo certamente parlato con l’interessato e cercato di aprire un confronto e uno scambio con lui a partire dal suo (di lei) racconto.
Un paio di settimane dopo, in gennaio, mi sono effettivamente confrontato con lui sulla base di quello che avevo sentito. Il suo racconto era radicalmente diverso, a partire dal disaccordo su chi aveva lasciato chi. Non solo rigettava l’attribuzione di aver avuto comportamenti violenti o forme di maltrattamento nei suoi confronti, ma affermava che queste accuse erano frutto del risentimento dovuto alla conclusione della relazione e di un’operazione sistematica di discredito nei suoi confronti.
Fin da questo primo incontro il mio sforzo non è stato di stabilire le effettive circostanze di fatti e comportamenti, o di voler inquadrare gli avvenimenti in maniera definitiva, ma di richiamare il fatto che c’era un indiscutibile vissuto di sofferenza e un racconto di maltrattamenti e violenza e di sottolineare che da questo bisogna partire per rileggere il proprio modo di stare in relazione e i comportamenti che avevano causato un profondo malessere.
Il fatto che ci sia una narrazione e un vissuto radicalmente diverso, per la mia esperienza non è affatto sorprendente. È il “normale” punto di partenza con cui bisogna fare i conti nelle relazioni tra uomini e donne, tanto più quando si parla di situazioni di maltrattamenti o violenze. È il momento in cui un uomo decide di misurare il proprio sentire con l’esperienza dell’altra e della sua radicale differenza, e con l’immagine di noi che l’altra ci rimanda, oppure no.
Un errore tira l’altro: il dibattito sui social network
Per una lunga fase i diretti interessati non hanno preso parola pubblicamente. Tuttavia lo hanno fatto persone vicino a loro aprendo un intenso e insistito dibattito su facebook che ha visto numerosi interventi. Nel contempo tutta una serie di persone che conosciamo e che sono in relazione con noi sono state contattate per informarle dei comportamenti di un membro di Maschile Plurale. Siamo stati interpellati quindi sia tramite il web, sia attraverso rapporti indiretti e invitati a prendere parola pubblicamente.
Il dibattito su facebook è stato aperto nella seconda metà di gennaio da alcune persone che hanno duramente contestato l’interessato e lo hanno invitato a riflettere sul proprio comportamento nelle relazioni con le donne, affermando che una sua ex era finita in terapia alla casa delle donne, ed evocando ipotetiche denunce e forme di complicità o omertà.
In quel frangente un gruppo di persone dell’Associazione sono state stimolate a riflettere su alcuni aspetti. Da una parte una specifica vicenda di maltrattamenti psicologici veniva richiamata sul web sotto forma di accuse generiche e non circostanziate. Dall’altra alcuni commenti immaginavano un’ipotetica denuncia e forme di complicità o omertà da parte di qualcuno.
Come prima reazione alcuni di noi avevano preparato un testo che richiamava per sommi capi la vicenda, compresa l’esplicita nominazione della violenza psicologica e che affermava che eravamo informati dei fatti, impegnati nell’ascolto e confronto con i protagonisti, e che ritenevamo tuttavia che il social network non fossero il luogo adeguato per affrontare questa vicenda. Questa bozza di testo a mio parere era equilibrata perché nominava la questione, diceva cosa stavamo facendo e contemporaneamente prendeva posizione contro questo tipo di discussioni sul web. Tuttavia attorno a questo c’è stato un teso e faticosissimo dibattito tra di noi che è continuato a più riprese fino ad aprile senza riuscire a trovare un accordo. Il risultato di questa discussione senza chiare vie d’uscita condivise, è stato una mediazione al ribasso: un testo anodino pubblicato in aprile che scontentava diversi di noi e che personalmente ritenevo sbagliato. Il testo non chiariva nulla e, come era facilmente prevedibile, anziché chiudere le polemiche le ha rilanciate. Diverse persone hanno infatti accusato esplicitamente l’Associazione di esprimersi in maniera vaga e di non voler parlare di violenza per coprire in qualche modo i comportamenti di un proprio associato.
In verità il punto della discussione era stato piuttosto se e come raccontare per sommi capi la vicenda (sul web). Ma nella sostanza l’errore è nato dal fatto che in quel momento nel gruppo di persone coinvolte si è voluto a tutti i costi applicare la solita prassi consensuale, in un frangente in cui era sbagliato farlo e in cui ci dovevamo invece assumere la responsabilità di pubblicarlo nella sua forma originale anche senza il consenso di tutti. Detto in altri termini, secondo me in quel momento ciò che ha fatto difetto è stata la nostra capacità di praticare il conflitto dentro l’associazione. La capacità di assumersi responsabilità e di confliggere c’è stata da subito e non è mai venuta meno livello di relazioni duali, mentre la capacità di gestire il conflitto a livello più allargato dentro l’associazione, a mio modo di vedere, è maturata più lentamente e faticosamente. Questo è il punto politico su cui mi sono personalmente e dolorosamente interrogato e su cui secondo me l’associazione dovrebbe riflettere e imparare qualcosa.
Cercando di essere onesto con me stesso, riconosco che in quel momento, dopo mesi di discussioni emotivamente e interiormente logoranti e dolorose, mi è mancata la forza e l’autorevolezza per tenere una posizione più forte. Credo che ammettere e riflettere su questo tipo di debolezze, in un contesto come quello della violenza maschile sulle donne, sia importante, perché altrimenti si rischia di credere che nelle relazioni ci sono quelli/e forti e quelli/e deboli, quelli/e che si impongono e si fanno rispettare e quelli/e che subiscono o non riescono ad affermare la propria differenza. Non è così. Nella quotidianità delle relazioni e soprattutto nei conflitti prolungati, siamo tutti – anche coloro che si occupano di contrasto alla violenza – esposti a vulnerabilità e debolezze e non possiamo davvero comprendere l’esperienza altrui se non riconoscendo le nostre stesse difficoltà e la natura di questa esposizione al logoramento.
Di seguito a questo errore, alla pubblicazione di quella breve dichiarazione/non dichiarazione, ne è seguita una lunga discussione su Facebook in cui a mio modo di vedere sono state fatte critiche a volte legittime e pertinenti a volte no. Nella discussione alcuni di noi sono intervenuti a titolo personale, mentre altri hanno preferito – a torto o a ragione – tenersene fuori.
Imparare dagli errori: come (non) discutere della violenza
Personalmente ho scelto di non intervenire su facebook o blog per vari motivi. In primo luogo ero e resto convinto che se una persona ci racconta di aver subito forme di maltrattamenti o violenze è bene rispettare uno spazio di anonimato, riservatezza e non giudizio. E se nella lunga esperienza dei Centri antiviolenza c’è questa pratica di non esposizione, e nessuno si è mai sognato di dire qualcosa su un social network o su un sito, è per ragioni reali e profonde che andrebbero meditate più a fondo.
In secondo luogo ho una certa esperienza di confronto con persone che hanno commesso qualche forma di violenza o maltrattamento. Dalle più gravi e ripetute alle più sottili e occasionali. L’aspetto comune è la resistenza a riconoscere le proprie responsabilità a partire dalla difficoltà di riconoscere e integrare anche un’immagine problematica e negativa di sé. Le mie remore a dibattere di simili vicende sul web non riguardano dunque solamente il desiderio di evitare processi virtuali o schieramenti mediatici, ma di considerare che per un uomo sarà più facile parlare, confrontarsi e avviare un processo di problematizzazione di specifici comportamenti o atteggiamenti violenti se non è sotto i riflettori e se non viene fatto oggetto ripetutamente di accuse generiche che evochino scenari nei quali non si riconosce e che può vivere come tentativi di discredito.
In terzo luogo devo dire che non sento consono al mio modo di confrontarmi le discussioni virtuali, on line (social network, blog, forum). Non è solo che in rete chiunque può leggere, intervenire, interpretare, lanciare commenti pro o contro, dare giudizi, emettere sentenze, insultare ecc. nella totale assenza di un incontro e di una misura. L’aspetto che trovo problematico è che nelle discussioni virtuali non siamo mai posti di fronte al volto dell’altro/a, non siamo esposti al suo corpo, alle sue espressioni non verbali, alla possibilità di percepire le sue emozioni o quei segnali che aiutano a capire come si deve percepire quello che si sta dicendo. Talvolta in rete non si sa nemmeno con chi si sta parlando, non confrontiamo così né volti né storie. Credo che proprio la mancanza della presenza viva e corporea dell’altro ci spinga a concentrarci sulle singole frasi o parole in maniera troppo rigida brandendole come bandiere o come clave. Ma il fatto è che proprio quando pensiamo di inchiodare le persone alle parole ci sfugge l’essenziale, ovvero la dimensione dinamica e relazionale del linguaggio, ovvero la possibilità di venirsi incontro, anziché scavare trincee.
In questi contesti di discussione, mentre non siamo esposti al volto dell’altro, ci sentiamo invece sotto gli occhi di tutti: questo ci spinge a dire cose e a posizionarci anche in ragione del gruppo e della paura di essere a nostra volta messi in discussione. Per questo emergono facilmente schieramenti, capri espiatori, duelli all’ultima parola. Dovremmo riflettere anche sui potenziali di violenza insiti in questo tipo di contesti e dinamiche.
Per tutti questi motivi ho scelto consapevolmente di non partecipare a una forma di discussione nella quale non mi riconosco e di seguire tempi e modi di parlare e agire che ritengo appropriati al mio sentire. Sentivo fra l’altro una forzatura esprimermi pubblicamente prima di aver compiuto alcuni passaggi a livello interpersonale e dentro l’associazione. Ho preferito anteporre (fino all’incontro di MP di fine giugno) una pratica di ascolto e confronto diretta e in presenza, alle pur legittime e comprensibili aspettative di espressione e posizionamento pubblico.
Aggiungo per completezza che mi sono sentito di comunicare anche a lei il motivo per cui ritenevo del tutto sbagliato intervenire in questo modo su facebook e che quella polemica avrebbe nei fatti finito con l’esporla sempre di più rendendole più faticoso il suo percorso e avrebbe reso sempre difficile il lavoro con lui che si sarebbe chiuso a riccio. Ho spiegato contestualmente che questa mia distanza non significava non farsi carico di una discussione. Al contrario ho spiegato come a mio modo di vedere Maschile Plurale doveva affrontare una situazione che metteva in gioco le nostre relazioni e le nostre amicizie, ma anche la nostra umanità; che ci sfidava nella nostra capacità di aprire confronti schietti e profondi senza far sconti a nessuno, tantomeno alle persone a cui vogliamo bene. E che soprattutto metteva in gioco la capacità di aprire un confronto anche in noi stessi e con noi stessi. Dunque ho detto che nessuno delle persone con cui mi ero confrontato in Maschile Plurale intendeva rinunciare o saltare questo confronto.
Il dibattito in rete è stato fin dall’inizio inquinato da accuse, pregiudizi e sospetti generalizzati, dall’impossibilità di esprimersi chiaramente su informazioni e racconti confidenziali, dall’errore di confondere piani diversi della discussione (la vicenda specifica e i vissuti delle persone coinvolte da una parte, le impressioni e le aspettative personali, il ruolo e la credibilità di un’associazione di uomini). E ritengo che gli errori di comunicazione di Maschile Plurale abbiano contribuito ad alimentare questa confusione.
Nonostante questi limiti strutturali, la discussione, ha offerto anche degli spunti importanti. Personalmente ho trovato interessanti e stimolanti alcuni dei contributi e delle critiche che sono state rivolte all’associazione (e quindi indirettamente anche a me). Più nello specifico alcune sollecitazioni e interrogazioni critiche ci hanno aiutato a mettere a fuoco meglio la necessità di distinguere il piano della vicenda personale dal piano dell’assunzione di responsabilità politica dell’associazione.
Personalmente ero convinto fin dall’inizio della necessità di distinguere tra le due cose, ma non mi era chiaro come si sarebbe potuto farlo.
A livello associativo abbiamo provato a un certo punto a fare un passo avanti, scrivendo un testo e assumendocene la responsabilità (come gruppo che aveva seguito la vicenda) senza cercare il consenso di tutti. In quel momento il piccolo gruppo di persone che a vario titolo aveva seguito questa prima fase della vicenda (una decina di persone circa) ha scelto di rivolgersi all’intera rete associativa. Abbiamo dunque scritto alle persone che fanno parte della nostra rete (una quarantina di persone di diverse città d’Italia), per informare e coinvolgerli nella riflessione, dopo di che il testo è stato messo sul sito i primi giorni di giugno. Il testo riprendeva anche l’idea, suggerita da amiche e amici interni ed esterni all’associazione, di organizzare degli incontri in presenza per parlare liberamente del nostro vissuto e del ruolo dell’associazione, distinguendo così una nostra riflessione personale e politica dal percorso dei protagonisti di questa vicenda. E credo che il primo incontro organizzato per l’11 luglio presso la Libreria delle donne Milano costituirà un’occasione preziosa.
Tra cura e conflitto: un confronto non banale
La rete ha uno spazio sempre più importante nelle nostre vite. Ma a volte rischiamo di incorrere nell’errore di pensare che se qualcosa non avviene o non viene “registrato” in rete allora non è reale. Per fortuna non è così. Mentre continuava, sempre più animata, la polemica sul web, personalmente ho proseguito il mio percorso di confronto interpersonale e associativo.
Con “lei”, dopo esserci incontrati a dicembre ci siamo scambiati numerose mail tra gennaio e marzo. Pur senza entrare nel merito dei contenuti di scambi confidenziali, ho tenuto a dirle che avevo incontrato più volte il mio amico e mi ero confrontato molto schiettamente con lui e che il confronto era stato intenso e conflittuale. Eravamo rimasti in una situazione di disaccordo e divergenza di vedute, anche se la discussione era stata rispettosa.
Nello scambio di mail con lei ho chiarito e ribadito in diverse occasioni che mi assumevo l’impegno di creare, insieme ad altri di MP, occasioni di confronto e di riflessione sinceri sulla vicenda anche con il nostro amico. Per una certa fase l’ho anche informata senza entrare nei contenuti di confronti e comunicazioni private – come personalmente stavo e vivevo in questi scambi.
Dopo questa fase non ho continuato questa condivisione perché sentivo il rischio di divenire involontariamente un terreno di collegamento tra le due persone protagoniste di questa vicenda più che un aiuto in un percorso di distanziamento e superamento.
Sull’altro fronte, il confronto con il nostro amico è continuato per tutto questo tempo in diversi modi e occasioni. Lui stesso si è reso disponibile ad un nuovo incontro a fine marzo, in cui abbiamo ridiscusso a fondo tutta la vicenda, alla presenza di un’altra persona dell’associazione.
Ci sono stati inoltre un gran numero di scambi via mail e di discussioni a piccoli gruppi tra le persone dell’associazione. Infine, siamo riusciti il week end del 28-29 giugno scorso, a organizzare un’occasione di discussione nella quale gran parte dei membri dell’associazione (che vengono da molte città diverse) erano presenti, compreso l’interessato che ha avuto modo di offrire il suo racconto e il suo punto di vista per esteso. Ci siamo confrontati a fondo e in maniera molto franca e diretta per quasi otto ore.
Non credo di aver mai partecipato a uno scambio così coinvolto, così denso e così vitale. Tutta la nostra storia era lì. Erano lì le nostre difficoltà, le nostre contraddizioni, i nostri pregiudizi, le nostre aspettative, ma anche la nostra intelligenza, le nostre passioni, la nostra sensibilità, la capacità di confrontarci e confliggere. Ci siamo parlati, ci siamo confrontati, sono emerse tante differenze e allo stesso tempo abbiamo cercato di vedere e nominare in modi diversi la trama e il senso della nostra discussione. C’era una complessità che emergeva non solo dalla compresenza di vissuti, emozioni e riflessioni, ma anche dal fatto che si intrecciavano dimensioni personali e interiori, dimensioni interpersonali, dimensioni gruppali e dimensioni politiche. Lo sforzo è stato di vedere assieme e al tempo stesso di distinguere queste diverse dimensioni pur in presenza di punti di vista molto diversi.
Per fare un esempio della diversa percezione delle cose dentro e fuori l’associazione il nostro amico ci ha descritto lo scenario di una “guerra a distanza” e ci ha rimproverato più volte di essersi sentito solo perché avremmo preso in considerazione soprattutto la sofferenza di lei e non la sofferenza di lui che si sentiva oggetto di una campagna denigratoria. Sosteneva che l’accusa era sproporzionata ai fatti, mentre a suo dire le critiche e di contrasti si erano sempre mantenuti entro quello che lui considerava un livello di conflittualità “fisiologico” in una coppia. Ci ha accusato inoltre di non voler vedere gli atteggiamenti persecutori o violenti quando sono commessi dalle donne.
Alcuni di noi hanno replicato che non si potevano mettere i due racconti sullo stesso piano, che nelle vicende di maltrattamento c’è sempre un vissuto differente e che quello che è “fisiologico” per uno può non esserlo per l’altra, e che il punto è proprio questo: occorre misurarsi con questa asimmetria. In diversi hanno contestato una resistenza a fare realmente i conti con il racconto di lei, che significa abbassare le difese e mettersi davvero in discussione, riconoscere le proprie ombre e le possibili rimozioni, e confrontarsi senza tentare di delegittimare l’altra persona. Altri hanno richiamato e indicato la pratica della condivisione in piccoli gruppi di autocoscienza come passaggio fondamentale per fare i conti con la propria esperienza.
Nel gruppo la discussione attorno a questa vicenda che ci ha coinvolto da vicino, ha lasciato emergere pregiudizi e stereotipi, difficoltà con donne e con uomini, e anche semplificazioni o ingenuità rispetto alle dinamiche che si instaurano nelle relazioni di maltrattamento tra uomini e donne. Ma questo è stato a mio parere un arricchimento perché ha permesso, forse per la prima volta, di affrontare a fondo, dentro l’Associazione, tutte queste cose e di imparare qualcosa in profondità.
Credo che per l’Associazione sia stato un passaggio e un momento di apprendimento cruciale dal quale possono nascere molti rilanci. Per me ha significato la chiusura di un ciclo e la possibilità di intervenire pubblicamente in maniera più libera perché abbiamo avuto la possibilità di parlarci e di dirci quello che pensavamo fino in fondo.
Dunque dal mio punto di vista questo periodo non è stato affatto un lungo silenzio, come può essere apparso ad altri, specialmente al di fuori dall’associazione. Certamente dentro e fuori a Maschile Plurale abbiamo vissuto questa storia in modi, ruoli, tempi e consapevolezze differenti. Ma per me è stato un lungo e profondo coinvolgimento emotivo, riflessivo, relazionale e intellettuale, che mi ha dato occasione di mettere in discussione me stesso, le mie relazioni e la mia pratica politica fino in fondo.
Io ho cercato di dedicare molte energie e di mettere in campo (come abbiamo scritto nel testo pubblicato nel nostro sito) “cura, capacità di ascolto e sensibilità”. Penso tuttavia che la parola “cura” sia associata a immagini che andrebbero chiarite e discusse perché altrimenti ingenerano confusione. Le dimensioni psicologiche e terapeutiche sono un aspetto importante, che chiamano in gioco legami interpersonali o competenze specifiche, ma non possono esaurire il senso di questa parola, soprattutto nel contesto della violenza di genere. C’è, come dicono alcune amiche femministe, una “cura del vivere” che è cosa più ampia dell’assistenza alle persone.
Cosa fare quando si viene a sapere di comportamenti e di vissuti di violenza nel proprio ambiente di relazioni? Come ci si può mettere in gioco e prendersi cura di una ferita che ha riguardato alcune persone e un contesto di relazioni?
Per me (parlo in prima persona, ma naturalmente ho vissuto tutto insieme e a fianco di altre persone dell’associazione) ha avuto a che fare con il riconoscimento di una situazione segnata da comportamenti e vissuti di violenza che ha avuto sviluppi altrettanto problematici che si sono estesi a tutto un ambiente di relazioni. Ha significato l’assunzione di una responsabilità personale, l’impegno di ascolto verso diverse persone, e di confronto in particolare con la persona con cui condivido una relazione di amicizia e una relazione politica attraverso MP. Ha significato anche un enorme lavoro diretto di parola, scrittura, di organizzazione di incontri, scambi, discussioni in una ampia trama di relazioni; ha significato esporsi, condividere, confliggere, versare lacrime, ricevere accuse e rimproveri, rielaborare in più momenti la rabbia e la frustrazione. Un lavoro impegnativo, silenzioso, faticoso e doloroso e, ovviamente, non riconosciuto.
Una cosa che ho imparato in questa esperienza è che ci può essere conflitto anche nella cura. Voglio dire che le persone possono esprimere delle richieste non chiare, oppure esprimere delle richieste alle quali non si può o non si intende corrispondere. Attraversare il conflitto può essere anche un modo per prendersi cura dell’altro e della relazione perché è un modo per introdurre una differenza in un pensiero e in una narrazione che rischia altrimenti di rimanere intrappolato nelle proprie rappresentazioni. E questo è un rischio che davvero corriamo tutti/e, senza esclusioni.
E così, man mano che divenivo capace di ascoltare e riconoscere delle differenze, ma anche di affermare delle differenze, senza per questo ricadere in uno spazio di accuse e di polemiche, mi sono sentito più capace di cura.
PARTE II.
La violenza e noi. Provando ad ampliare le domande
Lungo questo percorso mi sono portato dentro una serie di domande. Ho imparato qualcosa non su qualcuno ma sugli esseri umani, qualcosa con cui ho interrogato anche me stesso.
Per esempio, che tipo di vuoto si crea in chi è oggetto di negazioni ripetute o di maltrattamento psicologico? Che tipo di rabbia si prova quando ci si sente sottrarre continuamente il terreno da sotto i propri piedi? Che tipo di risarcimento si potrà mai ricercare? Le più intime aspettative di giustizia potranno mai trovare soddisfazione?
Come uomini, che ruolo possiamo avere quando incontriamo situazioni di questo genere nei nostri ambienti di vita? E che tipo di rappresentazioni e aspettative ci sono nelle persone e nella società verso un’associazione di uomini come Maschile Plurale? Quali sono sensate e quali invece rappresentano delle trappole che dobbiamo rifiutare?
Mi sono anche chiesto su quale base mi sono lasciato coinvolgere. Non credo solo perché facevo parte di MP o perché ero amico del protagonista maschile. È chiaro che ho messo in gioco qualcosa di me e che (a torto o a ragione) mi è sembrato di capire qualcosa del vissuto di lei e del vissuto di lui. E su questa base ho cercato di ascoltare e interloquire. Ma devo dire che sono stato attraversato da moltissimi dubbi e interrogativi.
Mi ha fatto molto pensare anche notare il modo in cui le persone dimenticano, selezionano, rileggono la realtà, le cose dette o fatte, per renderle coerenti con la propria idea e la propria immagine. Un’immagine trasparente e priva di ombre,in cui tutto il negativo viene proiettato fuori di sé. Non c’è posto per parole o fatti che riguardano gli altri se non collimano con il mondo esterno e la nostra rappresentazione. Ci piace pensare che questa forma di diniego, di rimozione riguardi solo alcuni, in particolare coloro che chiamiamo maltrattanti. Nemmeno questo è vero. Questa cosa riguarda tutti. La mettiamo in atto tutti, vittime comprese.
Mi sono chiesto d’altra parte, in più momenti di questa vicenda, se le persone che intervenivano, scrivevano, si schieravano, prendevano parte fossero consapevoli di quale parte di sé le stava muovendo.
Prendiamo per esempio il numero estremamente elevato di persone che sono state coinvolte e che si sono attivate attorno a questa vicenda. Per certi versi potrebbe essere ritenuto un segnale di reattività, ma per altri versi non sono sicuro che sia stato del tutto positivo.
Anche nella discussione on line, è successo che l’urgenza di accusare o difendersi, di schierarsi o incantonare qualcuno, di associare le parole alle persone e le persone a un giudizio univoco piuttosto che far spazio al pezzo di verità che l’altro portava per provare a metterlo assieme al nostro, ha attraversato tutti e tutte. Nessuno escluso/a.
Da tanti anni sono impegnato sul tema della violenza, in particolare sulla questione della violenza maschile sulle donne. Per alcune persone, il fatto che degli uomini lavorino su questo è perfino terreno di sospetto. Si sospettano gli uomini di possibile collusività o giustificazionismo. È stato questo sospetto – che lo si voglia riconoscere o meno – il sottotesto di tutta questa discussione pubblica, e anche di molti commenti privati talvolta più espliciti. Rispetto al pericolo di collusività o giustificazionismo (ovvero di identificazione proiettiva col maltrattante), mi sento di dire che naturalmente questo rischio c’è. Ma in verità non è il rischio più forte. Quello più diffuso – e più difficile da riconoscere – è quello della proiezione (ovvero dell’identificazione proiettiva con la “vittima” da una parte o con il possibile “salvatore” dall’altra).
«Quanto più una persona pensa di essere virtuosa e non vive la propria Ombra – ha scritto Marie-Louise von Franz -, tanto più la proietta e vede gli altri come malfattori. La persona convinta di essere virtuosa vive in un costante stato di indignazione e dà la caccia alla propria Ombra nella persona di un altro».
E questo rischio, potremmo dire questa tentazione, come ho scritto altrove, deve essere sempre tenuta presente da chi ha la pretesa di lavorare nel campo della violenza maschile sulle donne, per evitare di agire un ruolo e una dinamica inconsapevole.
Del resto tutti gli uomini autori di violenze che ho incontrato o intervistato avevano giudizi netti e assoluti di condanna della violenza maschile sulle donne e di condanna degli uomini violenti. Il giudizio era netto perché proiettava il problema fuori di sé. E paradossalmente più la condanna era assoluta, più era assoluta l’indisponibilità a vederla come tratto del proprio mondo personale e relazionale. L’insegnamento che ne dovremmo trarre è che la condanna della violenza, pur necessaria, non coincide automaticamente con la sua eliminazione. Occorre qualcos’altro.
A questo proposito penso che la mia esperienza personale e quella dell’associazione di cui faccio parte mi abbia offerto degli spunti. Da tanto tempo mi esercito a frequentare l’ombra, a riflettermi in specchi oscuri. In particolare, mi sono confrontato con l’immagine e il mondo interiore degli uomini che hanno agito violenza e non solo con quello delle vittime. Quello che credo di avere imparato è che la violenza non è solo più diffusa di quanto pensiamo, ma è anche più vicina e familiare di quanto siamo disposti ad ammettere. Può presentarsi nella nostra quotidianità, nei nostri atteggiamenti e nelle nostre relazioni e spesso non ne ce ne accorgiamo nemmeno. Quello che fa la differenza è come reagiamo alla prima occasione in cui l’altra ci dice la sofferenza e l’ingiustizia che sente di aver patito proprio dalla persona con cui aveva condiviso la sua intimità. È la disponibilità a tornare sulle cose e a ripensarle con una disposizione diversa. A tornare nei luoghi della sofferenza nudi, avendo deposto le nostre armature. Se c’è questa disposizione facilmente scopriremo che quelli sono luoghi contemporaneamente della nostra sofferenza e della sofferenza che abbiamo causato agli altri e alle altre. In effetti si nasconde la propria sofferenza proiettandola e creandola in un’altra persona. Ascoltare quella voce rappresenterebbe un ‘opportunità di riaprire qualcosa anche in noi stessi. Ma la paura del cambiamento per alcuni è più forte addirittura della sofferenza che finisce dunque con l’investire le proprie relazioni e la propria vita.
La conclusione, apparentemente paradossale è che occorre rinunciare a credersi totalmente trasparenti a noi stessi, o a ritenersi unicamente buoni, immuni dalla violenza, per poter sviluppare delle risorse interiori e relazionali che ci aiutino a prevenire o a superare i possibili atteggiamenti violenti.
Recentemente mi è capitato di rileggere un libro di Luigi Zoja sulla Paranoia. Ad un certo punto l’autore cita una storia che mi ha colpito profondamente:
«Una fiaba cherokee parla di due lupi. Un anziano dice a un bambino:
-“Dentro di te due lupi combattono una lotta mortale. Uno è buono, generoso, sereno, umile e sincero. L’altro è pieno di rancori, di aggressività, di orgoglio, di sensi di superiorità e di egoismo”.
-“Chi vincerà?”, chiede il bimbo spaventato.
“Quello che tu nutri”, risponde l’adulto.
Se prendiamo la fiaba come schema della nostra distinzione, lo psicopatico è colui che nutre il lupo malvagio. Il paranoico, invece, è incapace di sentire il conflitto interiore tra i due: per lui esistono solo lupi esterni».
C’è un possibile apprendimento qui che non è solo personale o psicologico, ma anche culturale e politico. È vero che negli ultimi anni si parla sempre di più di violenza maschile sulle donne, ma spesso il modo in cui se ne parla e la reazione più istintiva delle persone mi desta degli interrogativi. Sento sempre di più che siamo immersi in un modo di trattare la violenza che si fonda soprattutto sulle dimensioni interrelate di proiezione e vittimizzazione che non aiuta affatto a fare un reale passo avanti. Il moralismo, e un uso quasi religioso di alcune parole chiave, si sostituiscono alla reale comprensione delle dinamiche e mentre cresce l’indignazione s’indebolisce la capacità di intervenire nei processi ed accompagnare reali trasformazioni.
Dobbiamo dunque imparare a parlare di queste cose in un modo più riflessivo e coinvolto e al tempo stesso più laico e meno schematico. Questo non significa non affermare delle differenze o non aprire dei conflitti, al contrario significa imparare a farlo contemporaneamente fuori e dentro di sé.
(maschileplurale.it – 11 luglio 2014)