di Umberto Veronesi

La bellissima notizia dell’assegnazione del Premio Fields — equivalente del Nobel — a Maryam Mirzakhani, rappresenta la smentita definitiva della corrente di pensiero che per secoli ha sostenuta l’inferiorità della mente femminile nelle scienze esatte. Soltanto pochi anni fa il rettore di Harvard Laurence Summers fece la sconcertante dichiarazione che le donne non sono adatte alle scienze perché non hanno la capacità innata per il calcolo matematico. È vero che le donne matematiche nella storia sono poche, ma la ragione non è certo biologica. La realtà è che fino agli inizi del secolo scorso, le donne sostanzialmente non avevano accesso agli studi universitari. Per esempio Princeton, dove Maryam ha ottenuto una cattedra grazie alla sua tesi di dottorato, ha aperto al mondo femminile solo nel 1968.

Eppure, malgrado questa pesante discriminazione culturale, l’amore delle donne per la scienza ha fatto sì che alcune di loro rompessero la cortina di ferro del maschilismo per entrare nella storia della matematica. La prima di cui abbiamo notizia è Ipazia di Alessandria d’Egitto, che fu una grande astronoma e matematica nel IV secolo dopo Cristo. Per questo fu perseguitata dai cristiani. Ancora giovanissima, fu barbaramente uccisa e la maggior parte della sua opera andò perduta nell’incendio della biblioteca di Alessandria. L’episodio fu uno dei primi segnali di come la scienza non sia amata né dalla politica né dalle religioni perché è troppo indipendente. Se poi la portavoce della scienza è donna, l’odio e la paura si moltiplicano.

Nei secoli più recenti, molti sono stati i geni matematici femminili, per lo più sconosciuti e ignorati dai libri di storia. Nel ‘900 l’esempio più eclatante di genio femminile dimenticato, anzi oscurato, è Rosalind Franklin, la Dark Lady del Dna. Rosalind scoprì per prima alcune caratteristiche della doppia elica che valsero il Nobel ai suoi colleghi Watson, Crick e Wilson. Eppure, quando nel 1953 uscì la storica pubblicazione su Nature che descriveva la molecola del Dna, il suo nome non apparve. Quando poi il Nobel fu conferito, Rosalind era morta, nell’oblio.

Il cervello femminile è stato fino ad oggi sottovalutato anche se i segnali contrari sono evidenti: le donne sono più colte, più brave a scuola e più brillanti all’università. Io sostengo che la mente femminile potrebbe essere addirittura superiore a quella maschile, se opportunamente coltivata e sviluppata. Ciò che è certo è che la predominanza maschile ha impedito al mondo femminile di esprimersi al meglio. Per questo sono convinto che il futuro delle ragazze sarà roseo in ogni senso. Il domani è donna.

di Marta Equi

Qualche giorno fa un’amica ha portato alla mia attenzione un contenuto pubblicato su repubblica.it[1]: women against feminism, cioè donne contro il femminismo,  una serie di fotografie che mostrano donne che sorreggono un foglio con qualche riga che in maniera coincisa spiega perché loro non hanno bisogno del femminismo, o odiano il femminismo o lo vogliono proprio mandare a quel paese (fuck feminism! si legge su uno dei biglietti).

 

Questo non è un articolo. Non c’è contesto, spiegazione, nulla. Solo uno slideshow. E quindi? Cosa ci vuole dire la o il giornalista che ha pensato che il giornale sarebbe stato arricchito da tale contenuto? Che supporto conoscitivo dà ai lettori?

 

Ipotizzo che queste foto siano in riposta all’iniziativa americana Who Needs Feminism?, lanciata qualche anno fa da un gruppo di donne della Duke University. Il progetto consiste in una campagna di comunicazione che mostra fotografie di persone che affermano perché loro hanno bisogno del femminismo. L’idea, semplice e replicabile, si è espansa, per esempio in altri blog o in altre università, come Cambridge o Oxford.

 

Finita la premessa.

Leggendo le frasi delle donne di I don’t need feminism la prima cosa che ho provato è stata dispiacere e disagio. Che peccato che delle donne dicano che non hanno bisogno del femminismo- non sanno cosa si perdono- ho pensato.

Poi, con calma, ho riletto. Ecco alcune delle argomentazioni:

Non ho bisogno del femminismo perché:

… sono una casalinga  e non voglio essere discriminata per questo

… non odio gli uomini

… non ho bisogno di protezione / non sono una vittima

… non mi interessano i diritti di una categoria come le donne ma di tutti gli essere umani

… e poi uno che mi ha particolarmente colpita: I don’t want to be enslaved to a company, cioè non voglio essere schiava / schiavizzata da una azienda.

 

Cavolo mi sono detta, io non odio gli uomini, sono certamente un’umanista, non mi sento una vittima, e soprattutto non voglio essere schiavizzata da un’azienda!

Voglio essere libera, pensante e felice.

Allora, accidenti, forse anch’io odio il femminismo?

 

No, affatto. Il disprezzo che questi messaggi portano con sé è, infatti, indirizzato a un femminismo come arriva a molti, presente per esempio anche nei mass media attraverso luoghi comuni pericolosi perché lontani dalla noce viva e vera del femminismo e pericolosi perché, come visto, possono causare un allontanamento delle donne stesse dal mondo che questa parola porta con sé.

 

Ma di ben altro si tratta a mio avviso quando diciamo “femminismo”. Di qualcosa scoperto e praticato da donne negli anni ’60 alle quali sono profondamente grata.

Io questa parola la nomino come se fosse una formula magica, che ha elementi storici spiegabili, pensieri e pratiche vivi e visibili, e poi un angolino di mistero e gioia che non so spiegare, ma che esiste.
Ed ecco a cosa mi riferisco:
http://libreriadelledonnedimilano.tumblr.com/



[1] http://www.repubblica.it/esteri/2014/07/25/foto/womenagainstfeminism-92370582/#3

 

(www.libreriadelledonne.it – 5/8/2014)

di Valeria Viganò

 

La National Portrait Gallery dedica alla mostra «Virginia Woolf, Art, life and vision», poche stanze. Uno spazio ristretto, curato da Frances Spalding, tutto per lei. È la storia di una vita intensa e sensibile che si sfoglia tra molte fotografie, scritti autografi, dipinti, dando la sensazione, se mai vi fosse un dubbio, che la figura che ne esce è eccezionale. Chi è appassionato di Virginia Woolf conosce già molti dei materiali esposti ma vederli ricomposti in modo cronologico e coerente delinea un percorso chiaro e vivido tra gli elementi che hanno segnato la sua storia e la sua poetica.
Della scrittrice inglese abbiamo infinite biografie, lettere e diari ma in questa mostra ci pare di ritrovare l’essenza di una donna coerente e vibratile. È la chiave dicotomica che traspare, che interpreta i molti tratti di una bambina travolta dai lutti e dall’austerità, ma fornita di un bagaglio culturale insolito per quell’epoca, grazie alla figura paterna, Leslie Stephen, insigne letterato. I materiali dell’infanzia sono significativi. A casa Stephen si leggeva moltissimo, Virginia poteva incontrare Carlyle e Henry James, e inventarsi un giornalino, «L’Hyde Park Bulletin», indirizzo della casa dove viveva la numerosissima famiglia di fratelli e fratellastri, dove esprimere la sua necessità di raccontare. Una foto bellissima ritrae Virginia ragazzina che, a occhi spalancati e in disparte, osserva padre e madre seduti in poltrona, concentrati nella lettura. Virginia è ritratta mentre gioca a cricket con i fratelli, o composta e mai sorridente, nelle foto di gruppo di famiglia. È ritratta con George Duckworth, il fratellastro che sarà il primo a pubblicarla, ma che, nello scatto, lancia occhiate avide su una Virginia alquanto sparuta, orfana di madre vera, Julia Stephen, e di madre adottiva, Stella Duckworth.
I segni della sofferenza appaiono in tutte le immagini della mostra, in quelle scattate da Man Ray nel 1934 e da Gisèle Freund nel 1939. Vaghi abbozzi di sorriso appaiono solo nelle foto con Lytton Strachey e con Vita Sackville West. Eppure Woolf era ironica e divertente, come quando per comunicare il fidanzamento con Leonard, manda un foglio all’amico Lytton, esposto nella mostra, in cui sopra le firme dei due promessi sposi, scrive solo una risata: «Ha! Ha!».
Lettere agli amici, pagine manoscritte, copertine di romanzi e saggi si alternano alle foto, nonostante Virginia fosse restia e intimidita davanti alla macchina fotografica. Vi sono diversi quadri, per lo più dipinti dalla sorella Vanessa e da Duncan Grant, amante bisessuale di Vanessa, presenze insostituibili per Virginia e personalità disinibite ed eccentriche, come lo era l’intero gruppo di Bloomsbury. Curiosa è la differenza tra due dipinti che ritraggono la scrittrice nella medesima posizione, eseguiti uno da Vanessa e l’altro dall’amico Roger Fry. Il primo, più veritiero, coglie Virginia in un’espressione intensa ma altrove, mentre il secondo la dipinge più carnale e vitale.
Vi sono i manoscritti di Virginia, vergati con una calligrafia aguzza e senza fronzoli, righe tirate a cancellare piuttosto che aggiunte ulteriori al testo, la sottrazione, d’altra parte, era per lei un fondamento esistenziale. Si sottrae al sesso e ai figli attraverso la malattia, eppure, percorrendo la mostra, si sentono scorrere sentimenti profondi, riflessioni e progetti portati avanti con coerenza lucida e appassionata.
L’avventura della Hogarth Press, testimoniata da foglietti di resoconti e costi, il bisogno di ritrovare, nelle numerose case di campagna in mezzo alla natura e ai giardini, la perduta dimora estiva degli Stephen, Talland House. L’idea, espressa in tanti saggi, che le donne dovessero avere pari diritti. E i legami: se non la passione travolgente, certamente forme d’amore perduranti, fondate sulla stima, la vicinanza e la sintonia intellettuale. Sono presenti tutti in questa mostra, Vanessa e i suoi figli, Grant, Fry, Strachey, Leonard. E Vita Sackville West. Significative le foto che ritraggono Virginia in compagnia di Vita e dei figli Ben e Nigel Nicholson sotto la volta della torre di Sissinghrst, il castello di proprietà di Vita, e le celebri immagini delle due amiche e dei loro cani, sedute una accanto all’altra. Anche T.S. Eliot, di cui la Hogarth Press aveva pubblicato The waste land, compare accanto a Virginia, senza troppa intimità né con lei né con la triste moglie Vivienne.
Corrono gli anni del Novecento, e Virginia Woolf è lì, al centro di una rivoluzione culturale, modernismo, post-espressionismo, correnti di pensiero artistico dalle quali è attraversata, di cui, alla lunga, diventa protagonista. Lei che ama e prova invidia per Katherine Mansfield e non sopporta l’Ulisse di Joyce, inventa un romanzo straordinario, per scrittura e struttura, Le Onde, dove si spinge, con impavido coraggio e consapevolezza, nel territorio del conscio e dell’inconscio. Conosce Freud a Londra e lo pubblica, in cambio lui le offre un narciso.
La mostra svela anche la china discendente di Virginia. La tragica foto della sua casa in Tavistock Square sventrata dalle bombe tedesche è il segno di un crollo psicologico terribile e irreversibile. Virginia recupera disperatamente tra le macerie i suoi scritti, si rifugia a Monk’s house, nell’amata casa di campagna dove vivrà fino alla fine. C’è un reperto, tra i vari oggetti della mostra, che colpisce al cuore. È un semplice bastone da passeggio, quello che Virginia Woolf adoperava nelle sue instancabili camminate nel Sussex, ritrovato da Leonard sulla riva del fiume Ouse, l’unica traccia della presenza di Virginia. Il corpo della scrittrice era già stato inghiottito nelle acque vorticose. A casa lei ha lasciato tre lettere, una delle quali alla sorella Vanessa, che si può leggere come sigillo alla fine del viaggio nella sua arte, vita e visione: «I have fought against it, but i can’t any longer. Virginia», è l’epitaffio con cui si conclude la sua vita, e si chiudono per noi le sue stanze alla National Portrait Gallery.

La mostra «Virginia Woolf. Art, life and vision» è in corso fino al 26 ottobre alla National Portrait Gallery, St Martin’s Place, dalle 10 alle 18 (giovedì e venerdì fino alle 21) www.npg.org.uk
con-vivere festival
«Africa: il cuore del pianeta» è il titolo della IX edizione del festival Con-vivere, che si terrà a Carrara dal 5 al 7 settembre. La manifestazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara avrà ospiti quali Igiaba Scego, Francesco Cavalli Sforza, Efrem Tresoldi, Daniela Colombo, Walter Veltroni, Giobbe Covatta, Angelique Kidjo per parlare di un continente troppo spesso considerato «una realtà subalterna, condannata all’arretratezza e incline a conflitti endemici», come sottolinea il direttore scientifico del festival, Remo Bodei e che, in realtà, è un mosaico dinamico e «un continente per nulla “privo di storia”, dalla straordinaria vitalità e dal fascino di culture e tradizioni millenarie». Conferenze, spettacoli, cinema, mostre e laboratori per bambini sono ad ingresso gratuito. Programma integrale con gli oltre 70 eventi su www.con-vivere.it

 

Il Sole 24 Ore, 3 agosto 201

di  Diana Carminati

In rife­ri­mento al suo inter­vento su il Mani­fe­sto del 27 luglio 2014 le chiedo: Per­ché è così scon­cer­tato dalla let­tera di Clau­dio su Metro, che per lei sem­bra cadere “nella trap­pola dell’identità che mette tutta l’erba in un solo fascio?” per cui con­clude “ora toccherà anche difenderli da un sentimento crescente di odio che personaggi in cerca di argomenti vanno fomen­tando”? Nella trap­pola iden­ti­ta­ria (reli­giosa? raz­ziale?), ancora oggi, sono costretti a cadere tutti quanti gli occi­den­tali, non ebrei, per una pre­cisa volontà di iden­ti­fi­ca­zione da parte di molti ‘ebrei’, vedi ad es., i gruppi che pren­dono una posi­zione poli­tica, in que­sto caso sulla Pale­stina, come “Ebrei con­tro l’occupazione”, IJAN (Inter­na­tio­nal Jewish Anti­Zio­nism Net­work), Jwish Against Geno­cide ecc. ecc. ma non solo que­sti. Il Clau­dio in que­stione fa un appello ai “Fra­telli ebrei” per una presa di posi­zione con­tro la ‘guerra’ a Gaza: non mi sem­bra che ci sia ombra di “anti­se­mi­ti­smo”, anzi, c’è un senso di scon­forto, di grande dispe­ra­zione e smar­ri­mento nel vedere che cit­ta­dini ita­liani, ebrei, salvo pochis­simi dis­si­denti in gene­rale dalle poli­ti­che del governo di Israele (Stato del popolo ebraico del mondo), subi­scano una pro­pa­ganda mar­tel­lante e non pren­dano una posi­zione netta con­tro que­sta ultima aggres­sione, che sta mostrando, ancora una volta, i suoi pre­cisi piani geno­ci­dari, per espel­lere una popo­la­zione “in esu­bero” da una ter­ri­to­rio molto ambito per le sue risorse (di gas nelle acque davanti a Gaza) e non solo. Per­ché lei parla subito di odio (anti­se­mi­ti­smo)? Chi vera­mente “fomenta sen­ti­menti cre­scenti di odio”? Per­ché nella sua nar­ra­zione lei ripete che le pos­si­bi­lità di inte­gra­zione e con­vi­venza sono spa­rite “a par­tire dalla guerra del giu­gno 1967” e quindi dalla occu­pa­zione dei Ter­ri­tori pale­sti­nesi? Ci fu qual­che pos­si­bi­lità prima quando nel 1948 ini­ziò, come bene ana­lizza e descrive Ilan Pappé, la puli­zia etnica dei pale­sti­nesi, con mas­sa­cri ed espul­sioni e poi da allora con il regime mili­tare israe­liano che ha discri­mi­nato e discri­mina ancora i non ebrei? Con­cludo rile­vando la sua sot­tile presa di distanza dai pale­sti­nesi “dei vil­laggi”, con i loro mer­ca­tini e i loro caffè al car­da­momo, forse deten­tori di memo­ria e espe­rienza, rispetto alle gal­le­rie d’arte e ai grat­ta­cieli, ai bei negozi di Tel Aviv, al suo dina­mi­smo e alla voglia di futuro. Ma chi ha distrutto il dina­mi­smo e la voglia di futuro dei pale­sti­nesi ribut­tan­doli con­ti­nua­mente nell’età delle mace­rie e tra­sfor­man­doli in un popolo di men­di­canti? Credo che molti dei vari gruppi di soli­da­rietà per la Pale­stina si stiano ponendo le stesse domande.

* Pre­si­dente dell’Associazione Ism-Italia

Cara Clau­dia Car­mi­nati,
Sono d’accordo con lei che l’appello di Clau­dio ai “fra­telli ebrei” sul quo­ti­diano Metro è mosso da senso di smar­ri­mento e scon­forto e che non c’è ombra di anti­se­mi­ti­smo e non mi pare di avere scritto il con­tra­rio, non avrei scelto di inter­lo­quire con lui. Nella frase finale del mio arti­colo, non mi rife­ri­sco certo a Clau­dio ma a per­so­naggi pub­blici in cerca di visi­bi­lità che sfrut­tando l’ondata di giu­sta indi­gna­zione per l’operato di Israele, fomen­tano un sen­ti­mento di odio indi­scri­mi­nato, facendo appunto di tutta l’erba un fascio.

La Let­tera del let­tore di Metro mi ha col­pito per­ché davanti a quel che suc­cede a Gaza, lui rivolge una domanda dram­ma­tica («I vostri cuori sono tanto indu­riti da non avver­tire le carni dei mar­tiri bru­ciare, ecc…») a tutti gli ebrei, men­tre non tutti gli ebrei la pen­sano allo stesso modo, non tutti gli ebrei “non avver­tono le carni bru­ciare” io e miei com­pa­gni le avver­tiamo eccome! E penso di aver chia­rito che noi della Rete Eco dal 2001 scri­viamo arti­coli, appelli, fac­ciamo mani­fe­sta­zioni con­tro l’occupazione Israeliana.

Non sono d’accordo quando lei dice che oggi i non ebrei sono tutti costretti a cadere nella trap­pola iden­ti­ta­ria per­ché esi­stono gruppi che pren­dono posi­zione poli­tica in quanto ebrei, anzi mi sem­bra addi­rit­tura assurdo. Il senso della nostra presa di posi­zione in quanto ebrei, è pro­prio che si sap­pia che non tutti gli ebrei la pen­sano allo stesso modo, pro­prio per evi­tare che Israele parli a nome di tutti gli ebrei. Se lei non mi per­mette di pren­dere posi­zione in quanto ebreo, allora vuole far cadere la gente nell’equivoco che tutti gli ebrei la pen­sano allo stesso modo.

La trap­pola iden­ti­ta­ria è quella cosa per cui se sono ebreo devo difen­dere Israele, oppure se odio Israele allora odio tutti gli ebrei. È errato in entrambi i sensi, ma atten­zione: chi ci cade è respon­sa­bile della pro­pria caduta, non è cor­retto dire come fa lei che tutti gli occi­den­tali non ebrei sono costretti a caderci. Allora se vale que­sto, vale anche dire che, sic­come Clau­dio si rivolge a tutti gli ebrei, con­se­guen­te­mente io sono costretto a cadere nella trap­pola iden­ti­ta­ria e pen­sarla come Netaniahu.

Il motivo per cui ho citato il 1967 è per­ché da quel momento i Ter­ri­tori Pale­sti­nesi sono uffi­cial­mente occu­pati e Israele da allora ha dimo­strato davanti al mondo di non volerli resti­tuire. Cono­sco la sto­ria della Pale­stina, ho letto i libri di sto­ria, i piani di espul­sione, la sto­ria della comu­nità pale­sti­nese di Jaffo e degli altri vil­laggi eva­cuati, mi spiace che senta il biso­gno di spie­gar­melo. Per finire lei vede nel mio testo una presa di distanza dai vil­laggi pale­sti­nesi per esal­tare invece la voglia di futuro di Israele: que­sta sua inter­pre­ta­zione non fa i conti con quello che io ho scritto, che va pro­prio nel senso con­tra­rio.
Ste­fano Sar­fati Nahmad

da il manifesto

di Cristina Obber

Ospitiamo Cristina Obber, autrice di Non lo faccio più, La violenza di genere raccontata da chi la subisce e da chi la infligge. Il libro è uscito in autunno  e, nel frattempo, è diventato un sito, o meglio un luogo dove raccontare di violenza, di relazioni, di paure e d’amore. E un progetto con i ragazzi delle scuole superiori. Nato come «momento di ribellione all’impotenza» di Cristina, sta diventando un progetto di formazione al futuro.

Ho visto più di mille studenti negli ultimi mesi. I giovani non sono un’entità omogenea, come non lo siamo noi adulti, come non lo sono le famiglie da cui provengono. Il microfono gira, parlano loro.

La partecipazione è molto attiva ed escono domande e considerazioni che rivelano interesse e un modo di approcciarsi alla vita tutt’altro che passivo. Si percepisce che gli stereotipi di genere regolano molte delle loro relazioni, ma anche che fremono per liberarsene. Si sentono cose che odorano di muffa rifiorita, cose che per chi come me era ragazza negli anni ’80 sembrano uscite dai documentari che Pasolini girava sulle spiagge di un’Italia in bianco e nero.

 

Le ragazze si sentono addosso il dito puntato se hanno più relazioni brevi anziché un rapporto duraturo, soffrono del fatto  che al maschio invece la virilità venga riconosciuta proprio attraverso una libertà sessuale a loro negata.

 

Alcune dicono che nella coppia ci si adatta a fare quello che vuole lui, dalle piccole alle grandi cose. E prevale quella che Lea Melandri definisce la “missione salvifica delle donne”. Un gruppo di ragazze, sollecitate da un’ipotesi di violenza da parte del proprio ragazzo, mi hanno detto che non lo lascerebbero, che cercherebbero di capire perché l’ha fatto, che “L’amore non se ne va all’improvviso!”.

 

Fa male sentire giovani donne che sembrano rassegnate a soffrire, ad avere pazienza, a cercare di prendersi cura di un compagno come di un figlio, ma rincuora che nel contempo siano esse stesse ad essere critiche su questo ruolo che indossano come un abito, non vissuto ma subito. Hanno bisogno di credere che le cose possano cambiare.

 

Anche i maschi sembrano ingabbiati in ruoli da recitare, in ansia per avere una ragazza, anzi, per poter dire di averla, in difficoltà a gestire la rabbia, a misurare i confini dell’altro e del corpo dell’altro.

 

Alcuni sembrano pronti a rapporti costruttivi, ad assumersi e godere anche un ruolo di cura nella propria vita, ma in altri si percepiscono fragilità profonde e un’inconsapevolezza preoccupante su cosa sia la sessualità, vissuta  come azione dovuta, come “Una cosa che si fa”, anziché come occasione di scoperta di sé e dell’altro.

 

In un istituto tecnico Alessio Miceli (ass. Maschile Plurale) ha letto una pagina del libro in cui Marco racconta di come e perché ha fatto violenza su una ragazza di 15 anni. Ha chiesto ai ragazzi di cercare parti di sé in quella visione del corpo delle donne, un corpo senza testa e senza parola. Di dimenticare le cose buone da dire e di guardarsi dentro. Un ragazzo ha detto che nel gruppo è difficile tirarsi indietro, anche in una cosa orribile come lo stupro, che “Sai che è sbagliata, che fa schifo, ma in gruppo potresti fare qualsiasi cosa”. Perché  “Se non hai un carattere forte non riesci a tirarti indietro”.

Si apprezza la sincerità, ma spaventa questa accettazione della possibilità di agire una violenza così cruenta. È un “Può accadere” che va demolito con urgenza!

 

In un liceo due ragazzi mi hanno detto che se una ragazza accetta di essere accompagnata a casa e poi non ci sta, “È un inganno”. E se mi inganni “Non ti puoi lamentare se ti insulto”, perché te lo meriti, perché “È logico!”, perché è così che si fa. Perché si scopa per divertirsi, “Mica siamo sposati che c’è l’amore”, “Mica puoi farti sempre e solo le canne”!

 

Come se la ragazza che si sottrae al copione passaggio = scopare fosse il carnefice, che ti tenta e poi ti toglie il boccone di bocca. Fa inorridire, ma chi ha trasmesso loro questo copione?

 

C’è anche chi rovescia questa immagine disarmante:

In un istituto commerciale stavamo parlando del piacere sessuale che nella violenza di genere ha origine nell’esercizio del potere sulla vittima e che viene meno nello scambio denaro-sesso con una prostituta. “Non è vero!, ha esclamato un ragazzo cercando il microfono, e ha proseguito spiegando che l’80 per cento delle prostitute è vittima di stupro prima di essere inserita nel circuito dello sfruttamento e che dunque andare con una prostituta significa rendersi complici della violenza cui è sottoposta”.

Sarà un caso che in quella scuola alcune insegnanti si occupino da anni di violenza di genere? Forse no. Forse nella scuola si dovrebbero affrontare queste discussioni non su iniziativa di qualche singolo insegnante ma istituendo percorsi di studi che permettano ai ragazzi di acquisire conoscenza e consapevolezza di sé.

 

Ho letto che il padre di Francesco Tuccia ha dichiarato “Ancora mi chiedo perché tutto questo è accaduto a mio figlio”. Avrebbe dovuto dire “Ancora mi chiedo come mio figlio possa aver fatto accadere tutto questo”. Cercare di comprendere il sentire maschile non significa ribaltare le responsabilità né confonderle. Quegli anni che aspettano Francesco in carcere gli dovranno servire per ricominciare dal suo agito ad interrogarsi e ricostruirsi, non a chiedersi di chi è la colpa, perché la colpa di quella violenza è sua. Mi auguro che in questo percorso i suoi genitori sappiano accompagnarlo.

 

E con loro le istituzioni, che sulla rieducazione dei soggetti violenti devono intervenire, per non restituirci gli uomini dal carcere come da un freezer, semplicemente intatti o peggio, incattiviti, con le donne e col mondo che li ha rinchiusi. I progetti rieducativi ci sono, manca la volontà della politica di assumersi le proprie responsabilità.

 

Nelle scuole si respira la sfiducia nelle istituzioni. Nelle forze dell’ordine, nella giustizia, sono gli stessi ragazzi ad invocare pene più severe. Chiedono perché chi compie reati non venga punito. Una ragazza di 18 anni, parlando di femminicidio, mi ha detto: “Se hai un ragazzo violento devi cercare di sopportare e farlo staccare piano piano, perché lo stato non c’è, perché se denunci – con i tempi della giustizia – quello si incazza e fa in tempo a farti chissà che!”.

 

I ragazzi dicono “Lo Stato ci sta togliendo tutto, il lavoro, la scuola, la giustizia!”. Quando parliamo di informazione, media, quando sveliamo cifre e modalità della violenza, si sentono ingannati, e hanno ragione. Grazie ai media (che poco approfondiscono ma che invece con l’utilizzo di terminologie inappropriate cementificano gli stereotipi di genere anche nelle notizie di stupro e femminicidio) la loro percezione dello stupro è molto lontana dalla realtà. Per la maggior parte di loro i casi di stupro sono pochi e per lo più ad opera di stranieri.

I giovani hanno bisogno di onestà!

 

In una scuola una ragazza mi ha chiesto: “Ma ormai che possiamo fare?” Ho risposto che devono e dobbiamo abolire la parola ORMAI dal vocabolario. Che ORMAI rappresenta l’alibi/fregatura per rimanere immobili, per non riconoscere in se stessi il dovere/potere di fare la propria parte sia nel proprio privato che a scuola, in fabbrica, in ufficio. E da subito. Propongo sempre la parola NONOSTANTE, presa a prestito dal libro di Mario Calabresi Cosa tiene accese le stelle. E questa sostituzione attribuisce responsabilità e restituisce speranza.

 

I giovani sono pronti. Dobbiamo solo dare spazio al loro impulso di liberazione. Dare loro fiducia, non solo a parole. Ci sono ragazzi e ragazze che hanno preso consapevolezza della loro possibilità e della loro capacità di farsi soggetti attivi nel cambiamento. Dobbiamo affidarci a loro.

Come Beatrice Serini, 22 anni (dell’associazione Non è colpa di Pandora), che mi accompagna nelle scuole milanesi. In un liceo, dove le studentesse ci hanno invitato ad un’assemblea autogestita, mentre Beatrice leggeva la storia di Veronica, in quella palestra affollata, tutti seduta a terra, c’era un silenzio assoluto; e mentre Beatrice/Veronica spiegava perché non ha denunciato la violenza, perché si sentiva in colpa, perché vorrebbe oggi prendere per mano quella ragazza confusa e sola che era e farsi visitare, avevo i brividi anche io.

 

Negli incontri in Veneto ci saranno con me Alberto Irone, 21 anni, e Anna Azzalin, 20, della Rete Studenti medi del Veneto (che con l’UDI Padova, Venezia e Verona  hanno promosso la campagna “Femminicidio: mettici la faccia”). Sono giovani che parlano ai giovani, di relazioni, di lavoro e di futuro. La consapevolezza significa possibilità di scelta. Solo con la discussione i ragazzi possono dare non solo un nome alle cose che ascoltano dall’esterno, ma anche a ciò che incontrano nei propri pensieri, ai propri sentimenti e alle proprie emozioni.

 

Sentirli parlare di questo tra loro, maschi e femmine insieme, è bellissimo.

Pubblicato l’8 febbraio su http://27esimaora.corriere.it

di Andrea Avveduto

“Parent’s Circle”. Un’associazione di genitori palestinesi e israeliani che dopo la morte dei loro figli non hanno rinunciato a vivere insieme. Fino a fare «donazioni di sangue incrociate». Mentre riesplode il conflitto, il primo di tre racconti di pace

 

«Quando è morto anche David, il suo migliore amico, mio figlio Elad è stato colto dalla disperazione. Nel messaggio che ci ha lasciato prima di suicidarsi, diceva di non voler più vivere in un Paese i cui figli sembrano destinati a una morte senza scopo».

A raccontare è Roni Hirschenson, di Parent’s Circle. Ha perso due figli, Amir morto in un attentato terroristico e subito dopo Elad, che si è tolto la vita perché non riusciva più a sopportare il dolore. «Nulla al mondo riuscirà a restituirmi mio figlio», continua Roni: «Ma è importante che ci incontriamo. Dobbiamo rimanere insieme, palestinesi e israeliani, sulla strada che porta alla pace». Mohammed Najiv, arabo della striscia di Gaza, ha perso suo figlio Ashraf nel 1996, in uno scontro con soldati israeliani. Anche lui è tra i fondatori di questa associazione di “genitori in lutto”.

Sono tantissime le storie che si potrebbero raccontare di questo strano gruppo di persone che s’impegnano per vivere la pace fra israeliani e palestinesi. «Noi, che abbiamo perso i nostri figli nella guerra fra i due popoli, sosteniamo la pace. Noi, madri e padri, vogliamo arrivare a un accordo fra i due popoli, perché non accada più a nessuno quanto è successo ai nostri figli». Erano in dieci nei primi anni Novanta, quando è nata l’associazione. Oggi sono più di seicento. Tutti genitori che hanno perso i figli durante il conflitto israelo-palestinese, e che nonostante tutto hanno scelto di dedicarsi al dialogo.

«Abbiamo cominciato ad incontrarci vincendo le reciproche diffidenze e i pregiudizi, e abbiamo scoperto con sorpresa che avevamo molte cose in comune: un lutto e un grande dolore, innanzitutto. Io ho perso un figlio, una mia amica la figlia, chi il padre, chi la madre o la sorella… Stiamo soffrendo per lo stesso dolore, pur non parlando la stessa lingua».

Il dolore non ha razza né lingua, è identico per ciascuno. «Così come sono uguali», racconta Osama, «il nostro sangue e il nostro futuro: vogliamo vivere in pace, senza più guerre. Desideriamo vivere in pace insieme. Palestinesi e israeliani». Non con teorie, ma attraverso azioni concrete.

Per esempio, hanno attivato una linea telefonica gratuita, “Hello Peace!”, un progetto finanziato dall’Unione Europea che permette a israeliani e palestinesi di parlare di riconciliazione e pace con persone “dell’altra parte”. Basta chiamare da qualunque parte della West Bank il numero 6364 per parlare con un ragazzo israeliano, e viceversa. «Prima di chiamare non pensavo che ai Palestinesi importasse qualcosa della pace», racconta Arik, «ma ora so che hanno il mio stesso desiderio». Sammy, un ragazzo palestinese, è rimasto sbalordito quando ha sentito che «ci sono alcuni israeliani che odiano stare al check-point di guardia», e da allora ha iniziato «a guardare gli altri in modo diverso». Da quando è iniziato questo progetto, circa un anno e mezzo fa, le chiamate sono state 400mila. «Wow, ma è gente come me»: è la prima cosa che generalmente dicono dopo aver messo giù la cornetta del telefono.

Da diversi anni poi, sono attive le donazioni di sangue incrociate. Sangue palestinese per soccorrere i feriti israeliani, sangue israeliano per soccorrere i palestinesi. Chi fa parte di Parent’s Circle gira con l’ambulanza per tutto il Paese, anche se le restrizioni sugli spostamenti rendono più difficile il servizio. Eppure il messaggio resta: anziché spargere il sangue è tempo di donarlo. Ne sono convinti: «Prima o poi una soluzione a questo conflitto dovrà per forza esserci», conclude Roni: «Non siamo un partito politico, siamo solo gente che sta cercando di far arrivare ai nostri leader un messaggio: bisogna fare presto, perché altri non soffrano ancora quello che abbiamo sofferto noi».

Laila ha perso due dei tre figli durante la seconda Intifada. Uccisi mentre andavano a scuola. Incontrandola, ci ha raccontato di come ha imparato a perdonare. All’ultima figlia che le chiedeva perché non odiasse chi le aveva ucciso i fratelli, ha risposto: «Se mi mettessi a odiare anche gli assassini dei miei figli, penso che non riuscirei più a vivere. Amare è l’unico modo che ho di stare al mondo».

L’unico modo per tutti i genitori di Parent’s Circle.

1. continua

di Franca Fortunato

Le Città Vicine quest’anno, per la prima volta, saranno presenti alla terza edizione del Cletofestival, che si svolgerà a Cleto, paesino dell’entroterra cosentino, dal 18 al 20 agosto, per iniziativa dell’associazione “La Piazza”. Tema del festival “Il viaggio”, per parlare di abbandoni, partenze, restanze, ritorni e arrivi da parte di chi va in cerca di una vita migliore per sé e i suoi cari. Le Città Vicine, invitate da Franco Roppo Valente dell’associazione, porteranno al festival la mostra itinerante “Lampedusa Porta della vita”, realizzata in occasione del LampedusaFestival 2013, da Anna Di Salvo e Katia Ricci delle Città Vicine, e Rossella Sferlazzo dell’associazione lampedusana Color Revolutions. La mostra raccoglie opere di artisti e artiste di varie parti d’Italia, foto, dipinti, opere realizzate con materiali vari, tutti ispirati al mare e ai suoi colori, per esprimere la “drammaticità e la felicità di donne e uomini migranti quando in lontananza intravedono la Porta di Lampedusa quale salvezza e accesso a una nuova vita”. Quella Porta che tante/i non sono riuscite/i a varcare e i cui corpi giacciono sepolti nel fondo del mare. Caratteristica del Cletofestival, a cui parteciperanno Anna Di Salvo, Katia Ricci, Franca Fortunato, Lina Scalzo e Serena Procopio delle Città Vicine, i dibattiti, le iniziative di teatro, arti figurative, fotografia, mostra e letteratura si svolgono all’aperto, lungo le caratteristiche vie del centro storico. Le piccole piazzette, i vicoli e le stradine, in mancanza di grandi spazi, diventano parte stessa dell’evento, delle performance. Cleto, grazie alla presenza di alcune famiglie di immigranti rumeni e delle/i giovani dell’Associazione, che si ostinano a restare e lavorare per rivitalizzarlo, è uno dei pochi borghi medievali che si è salvato dall’abbandono e dal degrado. Come altri paesini della Calabria – Riace, Acquaformosa, Decollatura, Caulonia, Badolato – è un esempio di accoglienza e di buone pratiche di convivenza con gli immigrati. Venti famiglie di rumeni hanno ridato vita al borgo, abitando case abbandonate, lavorando nell’agricoltura e nell’edilizia, partecipando alla vita comunitaria (i ragazzi sono da sempre tra i volontari del festival agostano) e soprattutto garantendo la prosecuzione dell’attività scolastica nell’asilo, nelle elementari e nelle medie. Nel centro storico di Cleto, le ragazze e i ragazzi dell’associazione “La Piazza”, aiutati dalla gente del luogo, hanno aperto una biblioteca intitolata a Peppino Impastato e, da ogni dove, case editrici ed enti hanno mandato libri, a cui si aggiungeranno quelli delle Città Vicine, destinati a Lampedusa e la cui sindaca Giusy Nicolini non ha voluto, tanti ne erano arrivati, dopo il suo appello per una biblioteca nell’isola. Il Festival di Cleto ad agosto, come quello di Lampedusa che si svolgerà dal 25 al 30 settembre e che vedrà, per la terza volta, partecipare le Città Vicine e di cui ha scritto su questo sito Anna Di Salvo, sarà occasione di relazioni, confronto e scambio con donne e uomini del borgo, con i giovani dell’Associazione e così il piccolo paesino medievale allargherà la rete della Città Vicine.

(www.libreriadelledonne.it – 1/8/2014)

di Elena Stancanelli

Scrive Luisa Muraro nell’introduzione a Esistenzialisti e mistici che l’autrice, Iris Murdoch, appartiene a un ristretto gruppo di intellettuali che la seconda guerra mondiale portò a un ripensamento della nostra civiltà. Una generazione formatasi «nel cuore drammatico del secolo», composta in prevalenza di donne, Etty Hillesum, Simone Weil, Anna Maria Ortese, che raccontò, sfiorandola, la crisi della modernità.

Nata a Dublino nel 1919, Murdoch studiò prima a Oxford e poi a Cambridge, dove fu allieva di Wittgenstein. Divenne professore di filosofia, e pubblicò saggi e opere di narrativa. Il suo modello, nel coniugare le due competenze, fu l’esistenzialismo. Simone de Beauvoir, Sartre, i filosofi narratori. Ma Murdoch — si può dire? — scrive meglio, la sua scrittura è vivacissima, sorprendente, la sua lingua è leggera. Shakespeare, più Austen, più Proust e un po’ di Virginia Woolf, «the darling, dangerous woman», come la definiva la stessa Murdoch. Insieme alla raccolta di scritti filosofici, Il Saggiatore ripubblica un romanzo, L’incantatore . Ottima scelta, che ribadisce una doppia vocazione di pari intensità. Spiega ancora Muraro nell’introduzione che Murdoch usava una formula per definire il suo pensiero: c’è più di questo. «Più di quello che possiamo constatare, più di quello che le filosofie del nostro tempo ci fanno vedere, ma anche, sullo sfondo, più di quello che possiamo dirne », scrive Muraro. «C’è più di questo» è una dichiarazione di poetica, che apre alla metafisica, a Platone, l’amore per la mistica. Murdoch si invaghisce del concetto di santità (e come non pensare a Ortese…) e osa riconoscere il valore cognitivo dell’amore. «Bisogna essere buoni, senza secondi fini », scrive, «per ragioni immediate e ovvie, perché qualcuno ha fame, o perché qualcuno sta piangendo». Ma «c’è più di questo» è anche il sintomo di una smania esistenziale, che si tradurrà in una vita piena e larga.

Nella conversazione con Bryan Magee che apre la raccolta Esistenzialisti e mistici (che fu trasmessa per la prima volta alla televisione nel 1977) la scrittrice affronta la questione della narrativa, parla della diffidenza morale dei romanzieri novecenteschi impegnati a confrontarsi con un mondo franto, che non offre più la possibilità di uno scontro leale. Niente più eroi, quindi, e una nuova bruciante passione per i personaggi mediocri. Oggi il giudizio è sempre incerto, siamo quello che resta dopo la dissoluzione della religione e delle gerarchie sociali. Il grande scrittore deve diventare un giudice giusto e intelligente, che non si lascia offuscare da ossessioni personali, ma ascolta e lavora, fa muovere la storia. Ma attenzione alla fantasia, perché «la fantasia è un’astuta e potente nemica dell’immaginazione». Murdoch prova a ripensare la civiltà, come scrive Muraro, ma partendo dall’individuo, battendosi contro quella bastarda vocazione alla minuscolaggine che ha afflitto il nostro secondo Novecento. Quella tensione a non esistere, a sottrarsi, a cancellare la propria vita esauriti in una tensione nervosa, divenuta presto l’unico materiale letterario possibile.

Murdoch si sposò molto giovane con un altro scrittore, John Bayley, che le rimase accanto tutta la vita. Ed è l’autore della sua biografia, Elegia per Iris , divenuta un bel film con Kate Winslet e Judy Dench che si alternano nel ruolo della scrittrice. Scrisse decine di romanzi, visse una vita apparentemente poco avventurosa, si ammalò di Alzheimer, morì nel 1999, prima di compiere ottant’anni. Ma chi la conobbe racconta che fu una donna, oltre che una scrittrice, di impressionante potenza. David Morgan, che fu suo allievo e amante, la descrive nel libro che raccoglie il loro carteggio, With Love and Rage. Lo dicono i suoi amori, sovrapposti al matrimonio, da Elias Canetti a Raymond Queneau, oltre all’amica/amante Philippa Foot, filosofa a sua volta, che l’ha accompagnata per sessant’anni. Visse, amò, insegnò ma fu soprattutto una vera romanziera, come dimostra la lettura de L’incantatore , che ha una prefazione di Peter Cameron.

L’“incantatore” è Mischa Fox, quello di cui tutti si innamorano e che guida i destini incrociandoli, arruffandoli. Che colpisce e scompare, lasciando il laido Calvin Blick a ricomporre i cocci o gettarli definitivamente. Come tutti i seduttori, Mischa Fox appare per ultimo nella storia, preceduto dalla sua fama un po’ fascinosa e un po’ sinistra. Nessuno sa dire cose precise della sua vita: quanti anni ha, da dove viene, dove è nato, che sangue scorre nelle sue vene. Anzi, dicono che se soltanto qualcuno cerca di immaginarlo rimane paralizzato, come chi guardi negli occhi Medusa. Siamo a Londra, nel dopoguerra, in una comunità di eccentrici nullafacenti: Annette che colleziona pietre preziosissime salvo poi liberarsene gettandole nel Tamigi senza alcuna vera ragione; Nina la sarta; Peter che studia la scrittura di una civiltà sepolta sperando di riuscire a decifrarla prima che qualcuno trovi una stele bilingue rendendo i suoi sforzi inutili; John Rainborough, un fastidioso dirigente di qualcosa che compie azioni sconsiderate una dopo l’altra; Hunter, a capo di “Artemis”, una rivista femminista, e sua sorella Rose che è l’amante di due brutali fratelli polacchi. Viviamo in un mondo che sta diventando assurdo come quello di Kafka, scrive Murdoch, ma noi, a differenza degli eroi di Kafka, «non siamo rassegnati all’assurdità e soltanto nel non rassegnarci risiede la nostra possibilità di salvezza».

(la Repubblica – 30/7/2014)

Lettera a www.nuovavicenza.it

di Antonella Cunico (Femminile Plurale)

Gentile Direttore,

l’ultimo caso di stupro perpetrato da parà statunitensi ai danni di una donna incinta ha provocato indignazione in molte donne e uomini di Vicenza: si tratta dell’ennesimo episodio di una violenza che costituisce la forma più brutale e purtroppo diffusa della riduzione a oggetto delle donne, e ne sono responsabili militari appartenenti a un esercito che si autodefinisce difensore della democrazia nel mondo. In realtà sono documentati anche nella nostra città molti episodi che li vedono protagonisti di risse e atti di violenza. Uno dei militari in questione risulta indagato per un altro stupro commesso ai danni di una minorenne. Sono state messe in evidenza le condizioni traumatiche a cui sono esposti i parà inviati nelle zone di guerra, ma questo non può costituire una giustificazione, né un’attenuante dei loro comportamenti, semmai fa riflettere sui rischi ai quali vengono esposte le persone con cui convivono o che avvicinano, siano civili o altri militari. Per quanto riguarda la posizione dei civili, poi, sappiamo che l’appartenenza all’esercito statunitense comporta la facoltà che i militari possano essere giudicati in patria per i reati commessi ai danni del Paese che li ospita, quindi la popolazione italiana risulta giuridicamente meno tutelata in caso di controversie, come dimostra una lunga serie di episodi, di cui la strage del Cernis è la più nota.

 

Per questo esprimiamo soddisfazione per la fermezza con cui l’amministrazione ha chiesto che i due militari rispondano in Italia delle imputazioni che sono state fatte loro e ringraziamo il sindaco per aver interpretato e rappresentato la posizione di tanta parte della comunità vicentina. Le basi militari costituiscono un mondo a parte, del quale noi non conosciamo se non quanto possiamo rilevare all’esterno. Ma non appena cerchiamo di andare oltre le immagini fornite dalla propaganda troviamo degli elementi inquietanti: gli abusi all’interno delle forze armate americane sono un fenomeno non solo diffuso, ma in grande aumento. In un articolo del 21 febbraio 2013, intitolato “L’infinito scandalo degli stupri nell’esercito USA” Federica Sasso scrive che secondo il Dipartimento delle Difesa statunitense nel 2011 le denunce dei casi di donne militari che hanno subito violenza da parte dei loro commilitoni sono 3.192 e questo numero costituisce solo la punta di un iceberg immenso, perché, sempre secondo il Dipartimento, l’86% delle vittime sceglie il silenzio. Nel medesimo articolo si riportano i dati emersi da un sondaggio compiuto dal Pentagono: nel 2010 il numero delle aggressioni è stato 19.000: in proporzione la maggior parte delle vittime sono donne, ma in numeri assoluti i più colpiti sono uomini.

 

Il documentario “The invisible war” di Kirby Dick mostra una realtà di angherie e soprusi difficilmente immaginabili; ma non sono impressionanti soltanto i numeri e le caratteristiche odiose dell’ordinaria violenza: è la cultura dell’impunità a rappresentare il cuore del problema. Marina, Aviazione, Esercito statunitensi, ogni corpo ha avuto il suo scandalo, ma la tendenza è quella di isolare chi denuncia, scoraggiare a procedere e a insabbiare. Coloro che a Washington hanno cominciato a sollevare il problema, per esempio la senatrice Kirsten Gillibrand, hanno dichiarato che “ideale sarebbe istituire veri e propri uffici penali per sottrarre la gestione dei casi alla catena dei comandi militari”.

 

È probabile che la situazione denunciata dalla senatrice non sia molto diversa da quella in cui versano i reparti di militari americani stanza in Italia e nel mondo; tant’è che a Vicenza esiste il gruppo SHARP (sexual harassment/assault response & prevention); ma c’è da interrogarsi sulla sua efficacia, dal momento che uno dei due militari che hanno agito la violenza è ricaduto nello stesso reato nel giro di pochi mesi. Noi donne dell’associazione femminileplurale proponiamo di parlarne.

Rivolgiamo la proposta all’amministrazione di Vicenza, al Comando dell’US Army Africa/SETAF, alle donne e agli uomini che, all’interno della base e fuori, vogliono aprire un confronto su questo problema: riteniamo che vada affrontato e che riguardi, da posizioni differenti ma altrettanto importanti, loro e noi.

 

Grandi artiste, ipotesi di genealogie femministe

di Mariella Pasinati
in Artiste, Letterate Magazine, LM Home |

di Sara Gandini

Ho conosciuto di persona, 20 anni fa, la fatica che vivono i palestinesi nel vivere sulla loro terra, nei territori occupati, a Gaza, a Gerusalemme. Ero andata con Ragazzi Salaam dell’Olivo a sistemare una scuola e a conoscere quel popolo lontano. Non era ancora iniziata la seconda intifada, eppure già allora era durissima. Ricordo i problemi con il rifornimento dell’acqua, le case distrutte e l’arroganza dei ragazzini israeliani ai checkpoint, armati di mitra più grandi di loro. I palestinesi dovevano andare a lavorare, o in ospedale, o a studiare ma dovevano aspettare ore sotto il sole, senza alcun motivo, perché i ragazzini erano ancora in età di bullismo.
E’ stato il mio primo lungo viaggio che riuscivo a pagarmi con il mio stipendio e mi sono innamorata di quella terra piena di contraddizioni e di passioni intense. In questi mesi anch’io fatico ad ascoltare le notizie di quella terra ma non posso permettermi il silenzio. Loro ci chiedono di esserci, con le nostre parole.
E così anche medici e scienziati di fama internazionale hanno preso posizione su Lancet, uno dei cinque giornali scientifici più prestigiosi al mondo, su cui un giorno sogno di pubblicare anch’io: “Noi, come scienziati e medici non possiamo tacere mentre questo crimine contro l’umanità continua”, si legge nel testo pubblicato . “Invitiamo anche i lettori a non rimanere in silenzio. Gaza intrappolata sotto assedio viene uccisa da una delle più grandi e più sofisticate moderne macchine militari del mondo”.
Come si scrive sul fatto quotidiano, “tra i firmatari ci sono molti medici che in qualche modo con la guerra hanno sempre avuto a che fare. Tra gli altri c’è Paola Manduca, genetista dell’università di Genova, esperta degli effetti delle guerre sulle persone (si occupò per esempio dell’uranio impoverito per conto delle commissioni di inchiesta parlamentari). C’è Ang Swee Chai, ortopedica, famosa per essere stata presente nei campi libanesi di Sabra e Shatila nei giorni della mattanza contro i profughi palestinesi. C’è Derek Summerfield, psichiatra britannico noto per i suoi studi sugli effetti delle azioni militari israeliane sulla salute dei bimbi palestinesi.”

[…] “Siamo persone informate; insegniamo l’etica delle nostre professioni, insieme alla sua conoscenza e pratica. Tutti noi abbiamo lavorato a Gaza e da anni conosciamo la sua situazione”, spiegano i firmatari che lamentano l’impossibilità di raggiungere il teatro di guerra per portare aiuto alla popolazione civile: “Anche quelli di noi che vogliono andare e portare aiuto non sono in grado di raggiungere Gaza a causa del blocco”.

La lettera finisce con un duro attacco al mondo accademico e medico israeliano interrogandosi sul perché i colleghi accademici israeliani non scrivono e non prendono posizione nei confronti del loro governo per fermare l’operazione militare contro Gaza.

di Paola Rizzi

 

Cara Luisa Muraro,

partiamo dal fondo, e cioè dal fatto che Metro, giornale gratuito a larga diffusione, ha scelto di dare alla decisione della Chiesa Anglicana di consentire alle donne di diventare vescove tutta la prima pagina, con il titolo “Pari Opportunità”.  Una scelta opinabile ma di cui sono piuttosto fiera: tra le tante notizie di quel giorno la maggior parte dei quotidiani ha aperto sull’eterno dibattito delle riforme, ossia il solito rimpallo di dichiarazioni di questo o quello, nel caso uno scontro al testosterone tra Grillo e Renzi e non mi dispiace affatto che Metro invece abbia preferito dare rilievo ad una notizia che riguarda le donne e il dibattito vivo all’interno di una Chiesa, purtroppo non la nostra, sulle questioni di genere. Il titolo poi, pari opportunità, descrive un fatto, per alcuni persino una buona notizia, per me lo è, mentre per te non lo è. Ma in ogni caso una notizia che racconta un cambiamento in atto.

Venendo al mio commento, inutile girarci intorno, un po’ mi fa male che a te, filosofa e maestra di pensiero, non sia piaciuto. Se tocca spiegare quello che si voleva dire, evidentemente non ci si è spiegati bene. Però il tema è importante e ci riprovo. Pensavo di aver scritto una piccolissima cosa che con una rappresentazione plastica, cioè la difficoltà che ancora abbiamo a coniugare parole e ruoli inediti per le donne (vescovo, vescova, cappellano, cappellana), raccontasse l’esperienza sideralmente diversa dalla nostra quotidianità di una donna immigrata che in Gran Bretagna forse diventerà vescova. E come questa difficoltà linguistica nasconda una resistenza oggettiva, non mia ma collettiva, a pensare in un modo “differente” e aggiornato i ruoli e il posto delle donne all’interno della società. Sbaglio?

Che non sia un problema solo mio, lo testimonia la pubblicazione di un manuale rivolto a chi si occupa di comunicazione come “Donne, grammatica e media” a cura dell’associazione di giornaliste Giulia, stilato dalla linguista Cecilia Robustelli che ho intervistato sempre per Metro, due giorni dopo (una pura coincidenza). Chi fa il duro sporco lavoro di cronista, lo sa: fuggire dagli stereotipi, dalle scorciatoie linguistiche più rapide e “orecchiabili” impone una disciplina e uno sforzo costante di vigilanza su se stessi e sugli altri, perché nella vita reale è un continuo e velocissimo andare avanti e indietro tra nuovi ruoli e vecchie parole, tra forzature linguistiche  e resistenze. Raccontare questa difficoltà onestamente in un articolo su un giornale popolare serve semplicemente a portare in primo piano un problema vero, concreto e francamente credo non così agilmente liquidabile come una mancanza di coraggio o peggio come un “mio nascondermi” dietro i provinciali standard italiani. Direi anzi il contrario.

Con immutata stima e ammirazione.

 

 

(Contromano, 27 luglio 2014)

 

di Stefano Sarfati Nahmad

Avrei voluto cele­brare la capa­cità d’integrazione e con­vi­venza di due cul­ture in uno Stato che sia da esem­pio in tutto il Medio Oriente, mi sarebbe pia­ciuto andare a Geru­sa­lemme, dalla Porta di Jaffo pren­dere un bus per Ramal­lah, girare per mer­ca­tini e poi, seduto al tavo­lino di un bar, sor­seg­giando un caffè al car­da­momo, scri­vere e rac­con­tare di un mondo di vil­laggi pale­sti­nesi e kib­butz che con­tri­bui­scono allo svi­luppo di una cul­tura e un’economia che sommi la memo­ria e l’esperienza del pas­sato con il dina­mi­smo e la voglia di futuro; avrei voluto poter andare con pia­cere a tro­vare i miei parenti a Tel Aviv, (i miei nonni scel­sero l’Europa, i loro scel­sero la Pale­stina), farmi stu­pire dalle gal­le­rie d’arte, dai grat­ta­cieli, dalle strade pedo­nali piene di bei negozi espres­sione dell’incontro di diverse cul­ture quella di ori­gine euro­pea e quella pale­sti­nese, così come Ber­lino agli inzi del ‘900 lo era per l’incontro della cul­tura ebraica e quella tedesca.

Pur­troppo dalla Guerra dei sei giorni del 1967, le cose sono andate diver­sa­mente: Israele stra­vinse e l’euforia si impa­dronì degli israe­liani sen­ten­dosi «a casa» a Geru­sa­lemme e nel resto dei ter­ri­tori pale­sti­nesi che da allora furono, e tut­tora sono, Ter­ri­tori Occu­pati. Tra poco saranno 50 anni di occu­pa­zione (l’Italia è stata occu­pata dai tede­schi un anno e mezzo e ancora oggi se si disputa la par­tita di cal­cio Ita­lia Ger­ma­nia sem­bra di sen­tirne l’eco), in que­sti decenni i pale­sti­nesi hanno pro­vato a ribel­larsi ma la schiac­ciante supe­rio­rità mili­tare israe­liana li ha sem­pre sof­fo­cati con la forza delle armi. Eppure, una delle armi più potenti che ha con­sen­tito lo Stato di Israele di por­tare avanti que­sta poli­tica, non è mili­tare bensì di natura sim­bo­lica: essendo nato all’indomani della Shoah, è sem­pre stato iden­ti­fi­cato come uno stato «vit­tima». Inol­tre l’antipatia del mondo occi­den­tale verso il mondo arabo, lo ha iden­ti­fi­cato come un popolo aggres­sivo a cui è stato asso­ciato il ter­mine «ter­ro­ri­sta» in par­ti­co­lare dopo l’undici set­tem­bre 2001. La sto­ria del con­flitto israelo-palestinese è pieno di que­sti slit­ta­menti seman­tici che hanno celato la verità dei fatti sul ter­reno. Quando noi Ebrei Con­tro l’Occupazione nel 2001 abbiamo ini­ziato a pren­dere posi­zione a favore dei pale­sti­nesi, abbiamo tro­vato forti resi­stenze alla nostra «nar­ra­zione» non solo nel mondo ebraico ita­liano, ma anche nella poli­tica ita­liana, com­presa una buona parte della sini­stra (il Mani­fe­sto è stato uno dei pochis­simi gior­nali ad averci dato spa­zio), e il motivo è pro­prio che essa nar­ra­zione non si adat­tava all’immagine del con­flitto nel senso comune.

La mia sen­sa­zione è che oggi qual­cosa sia cam­biato. Sarà che ormai l’immagine di Israele vit­tima è troppo logo­rata dalle foto e dai video di morte e distru­zione che quo­ti­dia­na­mente stanno arri­vando, ma l’aria che tira secondo me è diversa. Mi ha molto col­pito una let­tera di un let­tore del quo­ti­diano Metro del 21 luglio dal titolo: «Fra­telli ebrei cosa vi suc­cede?» che a un certo punto, rivol­gen­dosi appunto agli ebrei, scrive: «I vostri cuori sono tanto indu­riti da non avver­tire le carni dei mar­tiri bru­ciare, non sen­tire il sin­ghiozzo spa­ven­tato dei bam­bini, non vedere il ter­rore di un popolo ridotto alla fame e alla fuga su car­retti trai­nati da somari abban­do­nando alle spalle quat­tro stracci di ricordi e brani di corpi spez­zati dalle bombe a grap­polo?». Que­sta let­tera mi ha fatto sen­tire intrap­po­lato: caro Clau­dio, a chi ti stai rivol­gendo? A me che mi sono aper­ta­mente schie­rato e insieme ai miei com­pa­gni sono sfi­lato in una mani­fe­sta­zione con tanto di stri­scione «Ebrei con­tro l’occupazione» a fianco dei pale­sti­nesi? Ti stai rivol­gendo a que­gli ebrei che in Ita­lia e nel mondo hanno sem­pre e incon­di­zio­na­ta­mente preso le difese di Israele? Parli agli israe­liani, o escludi quelli che hanno fatto obie­zione di coscienza? Apprezzo che parli col cuore in mano e senza paura ma per favore non cadere anche tu nella trap­pola dell’identità che mette tutta l’erba in un solo fascio.

Sì, il mio cuore è sicu­ra­mente indu­rito, fac­cio fatica a fre­quen­tare amici ebrei per non dover toc­care «l’argomento», non vado in Israele, e ora toc­cherà anche difen­derli da un sen­ti­mento cre­scente di odio che per­so­naggi in cerca di argo­menti vanno fomentando.

C’erano una volta due magazzini in via Lanusei a Cagliari. In quei locali di una piccola e poco frequentata strada della città fu aperta, nel 1978, la Libreria delle donne, la prima in Sardegna e una delle poche in Italia. Erano i mitici anni ’70, segnati dalla contestazione, dal confronto politico onesto e soprattutto, per noi e per il mondo, dalla rivoluzione femminista.

 

La Libreria delle donne si trasforma nel 1986 nel Centro di documentazione e studi delle donne, biblioteca specializzata e luogo di relazioni politiche. Il Centro era ed è l’unico in Sardegna: nel 2008, il suo archivio è stato formalmente riconosciuto “di interesse storico particolarmente importante” dal MIBACT (Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo).

 

La biblioteca, insieme ai documenti d’archivio, ha costituito negli anni un punto di riferimento speciale per ricerche e indagini individuali e collettive, in collaborazione con l’Università di Cagliari, con insegnanti e studenti di scuole superiori, con altre associazioni che lavorano nel nostro territorio.

 

Gli Enti Locali hanno sostenuto l’attività del Centro con finanziamenti di progetti specifici. Questo sostegno è stato indispensabile per il funzionamento del Centro, che è nato ed è vissuto soprattutto nella forma dell’autofinanziamento, del lavoro volontario, e per merito di contributi individuali di socie e amiche.

 

E adesso? Gli assessorati si dispiacciono, le persone chiamate a selezionare le richieste rispondono con gentilezza e garbo, con il risultato che il Centro di documentazione è in procinto di chiudere. E’ tempo di “eventi” e di effetti speciali: Cagliari, candidata per diventare Capitale europea della cultura per il 2019, privilegia le attività spettacolari e di breve durata, rispetto a quelle continuative e di lungo respiro.

 

È forse preferibile che quei due locali di via Lanusei ridiventino magazzini o autorimesse? Quali criteri politici orientano il programma di riqualificazione degli edifici e delle strade, se una realtà inserita da 35 anni nel paesaggio urbano e nel tessuto culturale di Cagliari non riceve alcun riconoscimento economico perché quel luogo così importante nel destino delle donne cagliaritane e sarde in generale continui a svolgere la sua funzione?

O in alternativa allo spazio di via Lanusei è davvero possibile che all’interno della nostra città che registra una grande quantità di spazi pubblici, scuole e strutture di varia natura, non si trovino due stanze che accolgano e difendano il patrimonio che il Centro di documentazione rappresenta? È possibile che quel luogo che ha vista studiose, scrittrici, filosofe, politiche, creative tra le più importante della nostra nazione e della nostra regione venga spazzato via dalla superficialità e dalla distrazione?

 

Quanti pubblicano in www.sardegnasoprattutto.com, uomini e moltissime donne, chiediamo fermamente che le istituzioni, regionali e comunali, in cui le donne presenti hanno avuto voce grazie anche all’attività che in via Lanusei si è svolta nei decenni, non si voltino dall’altra parte praticando l’indifferenza verso un luogo dove il primato è la relazione tra donne senza altre intermediazioni. Impongano nei luoghi delle decisioni la loro autorevolezza ed autorità. L’esistenza del Centro di documentazione e studi delle donne è il loro vero banco di prova.

di Ilaria Bortot

Sarit Jacobsohn è una di quelle donne che a quarant’anni ne dimostra ancora venti, che ha un passato doloroso alle spalle ma che continua a dipingere quadri pieni di colori perché, come dice lei stessa, “viviamo nel posto più bello” ed è bello ricordarsene anche attraverso l’arte. La nostra chiacchierata Milano-Tennessee parte subito dal suo passato. Inizio con una domanda che mi sembra banale: “Da dove vieni?” e lei risponde: “Sono una cittadina del mondo”. Non poteva essere una risposta più azzeccata.

Sarit nasce a Hong Kong e i suoi primi anni di vita li passa a viaggiare in Asia con sua madre. A quattro anni si trasferiscono definitivamente a Tel Aviv. A 18 anni, come ogni cittadino israeliano, viene arruolata nell’IDF. A poco serve fare resistenza. Sa bene che ogni protesta la porterebbe a rimanere in prigione fino al suo “sì” coatto quindi accetta e a malincuore si arruola.

Non ho avuto paura di farle domande scomode perché è il suo stesso personaggio ad “esigerle”. Non ho mai avuto paura che mi mentisse perché la profondità dei suoi occhi era tale da non farmi dubitare. Così, ho abbassato le difese del “buon giornalista” e mi sono lasciata andare ad una di quelle chiacchierate che ognuno di noi spera di poter fare almeno un paio di volte nella vita.

Cosa ti ricordi di quel momento?
È stato orribile. Piangevo. Stavo male. Non ero l’unica ma c’era chi era più bravo di me a tenere la testa bassa. Mi davano il fucile in mano e io pensavo che mai avrei potuto usarlo. Così lo tenevo scarico. Se mi avessero beccato sarebbero stati guai ma… Almeno ero sicura che anche costretta non avrei potuto nuocere a quella gente.

 

Com’erano gli anziani nei confronti di voi nuove leve?
Disgustosi. E cattivi. Non si contano gli stupri. Molti di loro abusano le giovani soldatesse, le provocano. E se provano a dire di no vengono schernite. Soprusi fisici sono all’ordine del giorno. Hanno tentato di violentare anche me… Era il mio comandante, era poco più grande di me. Ho preso la pistola e l’ho minacciato, gli ho detto che non avrei esitato a sparare. Mi ha lasciata in pace. Ma io avevo capito che dovevo andarmene assolutamente.

 

Come si fa a lasciare le file dell’IDF?
È molto difficile. Ho chiesto aiuto ai miei amici artisti che erano riusciti a venire riformati. Il loro consiglio è stato chiaro: non mentire. Non fingere di essere chi non sei, lo scoprirebbero. Ma io pensai comunque di fingere di essere pazza, insomma una stravagante… Avevo già dato prova di essere una piuttosto eccentrica quando invece di dipingere le pareti delle stanze bianche le dipinsi nere, quindi non pensavo fosse difficile. Ma una volta davanti allo psicologo invece di sentirmi dire “Ok, non fa per te” mi fu proposto un posto lontano dalla violenza ma comunque all’interno dell’IDF. Davanti a quelle parole scoppiai in lacrime e dissi semplicemente quello che avevo nel cuore, “Io amo i palestinesi!”. La risposta fu abbastanza cinica, “Beh… questo in effetti è un problema”. Fui riformata. Ero libera. E tremendamente triste.

 

I tuoi parenti come l’hanno presa?
Erano scioccati dalla leva obbligatoria quindi erano felici che fossi di nuovo a casa. Ma si erano accorti che la cosa mi aveva turbato. Da allora ho sempre fatto quanto possibile per aiutare chi si è trovato nella mia stessa situazione. Sono andata via da Israele appena ho potuto. La mia famiglia è venuta con me. All’improvviso la mia casa è diventata la mia prigione. Siamo venuti in America. Ma continuo a muovermi da qui, a parlare con la gente per far capire cosa sta succedendo nella mia terra. In Israele e in Palestina.

 

Sono passati vent’anni e non è cambiato niente. Come ti stai muovendo per sensibilizzare la gente riguardo le vere condizioni in cui vertono i giovani soldati costretti alla leva nell’IDF?
Non solo non è cambiato nulla ma le cose stanno peggiorando. Hanno costruito un muro, il sistema educativo si sta trasformando sempre di più in un sistema fascista degno di una vera e propria dittatura. Siamo sempre di più in un sistema di austerity. Ogni giorno viene occupato un pezzo in più di territorio palestinese mentre i media israeliani riportano notizie che parlano dei palestinesi come dei peggiori terroristi di sempre. Israele mi ricorda ogni giorno di più la Germania del 1939. C’è un altro grave fatto: dato che gli israeliani sono molto più poveri e spesso vessati economicamente; la gente è così disperata che ricorre all’automutilazione. Ho cercato di parlarne con più persone possibile, ma nessuno sembrava volesse ascoltarmi. Allora ho iniziato ad usare Facebook e magicamente… qualcuno ha iniziato a svegliarsi. Mantengo contatti con centinaia di attivisti israeliani e palestinesi che ogni giorno sono davanti alle armi e do loro il mio supporto morale. Ho provato anche a parlare con il governo di Israele ma… sto tristemente imparando che questo sarà il compito più arduo.

 

Sei mai tornata in Israele dopo che hai lasciato l’esercito?
Quando il governo di Israele mi ha rilasciato un documento dove ha scritto che sono “esentata” dal servizio militare sono stata libera di andare e venire ogni volta che volevo. Non sono più tornata dopo la costruzione del muro… mi ricorda i muri che separavano i prigionieri dei campi di concentramento. È più di quello che posso sopportare. Troppe persone della mia famiglia sono morte in quei campi e sono cresciuta chiedendomi come il mondo potesse averlo permesso. E ora mi chiedo lo stesso riguardo la Palestina o altri posti in cui accadono cose simili…

 

Ti definisci una “cittadina del mondo”, sei un’artista. Pensi che l’arte possa essere un buon mezzo di comunicazione per il tuo messaggio? Riesci con i tuoi quadri e le tue canzoni a rendere più chiaro il messaggio a chi ti sta intorno?
Ho scritto una canzone che si chiama “Shame on you Israel” o un’altra che parla dei criminali che ci sono in giro per il mondo, si chiama “Circus”. Le ho scritte insieme alla mia band, la “Poppy fields and the wooden air plane”. Per quanto riguarda i quadri… In realtà ne ho solo un paio davvero “politici”. Uno l’ho dipinto dopo il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizone l’altro rappresenta la Palestina… Spero di poter dipingerne altri, di essere davvero ispirata.

 

I tuoi quadri sono pieni di colori, pieni di vita, qualcosa che raramente si vede oggi. È questo il modo giusto per informare la gente?

Viviamo in un pianeta bellissimo, il più bello, ed è quello che cerco di trasmettere con la mia arte. E si, credo che la gente abbia bisogno di più arte “politica”.

 

Come è presa la tua posizione negli USA? Hai mai avuto problemi per come la pensi?
Sì. L’America è da biasimare in parte perché ha il potere di veto nelle decisioni delle Nazioni Unite e preferisce continuare ad usarlo per incanalare altri soldi alle industrie militari attraverso l’Aipac. L’ONU dovrebbe diventare un corpo democratico così nessuna nazione potrebbe avere il potere di veto. E dovrebbe rafforzare le leggi internazionali. Ad oggi se l’ONU condanna Israele l’America usa il suo potere di veto per fermarla. Così facendo non guarda gli interessi della gente ma di quelli che hanno più capitale e fino a quando non cambieremo questo non c’è speranza di rispettare i diritti umani, né qui né altrove. Martin Luter King aveva ragione quando diceva “a threat to justice anywhere is a threat to justice everywhere”.

 

Cosa speri che faccia il governo di Israele?
Spero che faccia un passo indietro perché sa benissimo di essere un sistema corrotto e di non aver mai fatto abbastanza per la gente del suo paese. Israeliani e palestinesi vivono un momento di tremenda crisi finanziaria perché, dopo tutto, la politica delle armi è costosa e a rimetterci è proprio il popolo. Ma se osserviamo bene è facile accorgersi che il governo di Israele è composto da una serie di marionette mosse dall’industria militare che è, ovviamente, terrorizzata dalla pace o dagli attivisti che la promuovono. Fin dal primo giorno il governo ha fallito nel rappresentare la gente perché, pur definendosi una democrazia, attualmente sta ignorando metà dei suoi cittadini, trattandoli come se non fossero reali, come se non esistessero. Le leggi che non permettono di comprare terreno se non si è ebrei sono solo una parte di tutto quello che viene “tolto” a chi non è parte della comunità ebraica. E questo è un orrore.

 

Se l’ONU e gli altri Paesi del mondo facessero notare queste ingiustizie qualcosa cambierebbe?
Io penso che una pressione costante da parte del resto del mondo possa essere il modo giusto ma allo stesso tempo sono preoccupata per i palestinesi, perché continuerebbero a subire violenze giorno dopo giorno. Il governo di Israele è orgoglioso della sua corruzione. Sono stati capaci di derubare perfino parte delle pensioni riservate alle vittime dell’olocausto. È impressionante come la bassezza umana si sia impossessata di quel paese. Loro non rispettano la legge ma si aspettano che tutti rispettino le loro regole. Hanno attaccato ogni paese vicino ai loro confine, ci hanno provato anche con l’Iran.

 

Qual è il tuo messaggio per chi vuole approfondire la questione palestinese?
Andate sempre oltre la superficie e chiedetevi sempre a chi conviene. Dobbiamo sempre andare a vedere da dove arrivano i soldi della nostra politica perché di solito la maggior parte del loro capitale è la radice di molte, troppe, ingiustizie.

da http://frontierenews.it
20 febbraio 2014

Di Angela Azzaro

Alla commissione Affari costituzionali della Camera giace, non ancora calendarizzata, una proposta di legge su bulimia e anoressia. Tra le prime firmatarie ci sono Michela Marzano, Mara Carfagna, Titti di Salvo, seguono numerose altre firme di deputati e deputate di tutti gli schieramenti. L’iniziativa è lodevole, perché tenta di sollevare un problema enorme, che in Italia viene spesso sottovalutato. La bulimia e l’anoressia – come c’è scritto nell’introduzione – «sono diventate nell’ultimo ventennio, una vera e propria emergenza, una piaga che attraversa tutti gli strati sociali». In Europa, sottolineano le firmatarie della proposta, gli studi sono ancora scarsi, ma secondo « l’American psychiatric association i disordini alimentari sarebbero la prima causa di morte nei Paesi occidentali». Sotto scacco ragazze tra i 15 e i 18 anni, ma ormai si parla anche di giovani sotto questa fascia d’età. La morte è l’atto finale di un malessere profondo: parte dalla non accettazione del proprio corpo e diventa il sintomo di problemi spesso molto più complessi legati all’inconscio, alla crescita, alla propria identità.

Per questo la proposta di legge non convince assolutamente quando all’articolo 1 – un articolo che rischia di esserne il simbolo – parla di reati e di una modifica del codice penale (articolo 580 bis). Secondo questa norma «chiunque, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, istiga esplicitamente a pratiche di restrizione alimentare prolungata, idonee a provocare l’anoressia, la bulimia o altri disturbi del comportamento alimentare, o ne agevola l’esecuzione, è punito con la reclusione fino ad un anno e con una sanzione pecuniaria da 10mila euro a 50mila euro». Se la persona colpita ha meno di 14 anni, la pena si raddoppia e si raddoppiano anche le sanzioni.

Poco importa, letto questo articolo della legge, che dopo si parli di un piano d’intervento con «azioni e iniziative volte a prevenire e diagnosticare precocemente», oggi forse il punto più debole di tutta la vicenda, essendo spesso i medici non abbastanza preparati a riconoscere e quindi ad affrontare con gli strumenti adeguati i disturbi alimentari. Anche questi punti che potrebbero essere positivi sono inficiati da quel primo articolo, dall’ossessione di tradurre in termini di codice penale tutto ciò che attiene al corpo e ai comportamenti più in generale.
In questi anni, in Italia, ma non solo, abbiamo visto la cultura punitiva entrare spesso in azione. Ma questa volta si tratta davvero di un fatto incomprensibile, non tanto e non solo dal punto di vista concettuale, ma soprattutto dal punto di vista di chi vuole risolvere il problema.

Secondo l’articolo 1 infatti si potrebbe e dovrebbe individuare, di volta in volta, un colpevole da spedire in galera e a cui far pagare la salata multa. Chi conosce la problematica, chi l’ha vissuta sulla sua pelle, sa che non è così. Se qualcuno istigasse atti lesivi dell’incolumità e della vita di un’altra persona, la legge già esiste. Ma non è questo il punto. La vera questione è capire che le motivazioni che spingono una ragazza, e oggi anche molti più ragazzi, a cadere in un drammatico rapporto con il cibo e con se stessi non sono riconducibili a una persona. I motivi sono almeno di due ordini.

Uno culturale. Riguarda i modelli di bellezza, l’immaginario che ci propongono tv, giornali, cinema e web. È l’annosa questione di una magrezza esibita come il massimo della felicità, di diete propagandate come panacea di tutti i mali, di taglie 40 come traguardi da raggiungere a tutti i costi. Pensare che punendo una persona, si possa affrontare tutto questo, non solo è da illusi, ma rischia di essere controproducente. La sfida da intraprendere è infatti quella culturale e dell’immaginario: liberare i modelli femminili, far capire alle ragazze e ai ragazzi che esistono vari tipi di bellezza e che la magrezza non può essere l’unico modello. Soprattutto se quella magrezza è malata, fonte di infelicità. Ma per fare questo non serve la modifica del codice penale, serve qualcosa di molto più alto, più importante: una sfida a tutto tondo per cambiare la testa delle persone.

L’altro motivo per cui non si può pensare che ci sia “un colpevole”, anzi “il colpevole”, è il fatto che anoressia e bulimia hanno una dimensione che non è solo sociale. Il disturbo alimentare è un sintomo, connotato socialmente e culturalmente, dentro cui si nascondono conflitti con le figure genitoriali, con se stessi, con il proprio Io. Dire c’è un responsabile che istiga e deve andare in galera è come sostenere che se il conflitto è con la madre, bisogna cacciare dietro le sbarre la genitrice. Ma soprattutto significa non dotarsi degli strumenti necessari per affrontare il problema. Fino a dieci anni fa nei consultori, ormai ridotti a presidi dei comitati pro life, c’erano fior fior di psicologici, psicoterapeuti e psicoanalisti. Pagando il ticket si potevano fare terapie serissime, che oggi invece si devono pagare a caro prezzo e che pochi si possono permettere. Perché non chiedere di rilanciare i consultori e con loro il ruolo di chi aiuta le donne e gli uomini a fare i conti con se stessi? Certo è una strada più complicata e di minor presa populista. Ma è sicuramente la strada più efficace rispetto invece all’individuazione di un colpevole, cioè di un capro espiatorio da denunciare come responsabile. Questa logica rischia di tamponare il problema, facendo sì che nell’ombra continui a crescere e a mietere vittime.

Come dicevamo all’inizio, la legge è ferma in commissione Affari costituzionali e non è stata ancora calendarizzata. Per questo abbiamo deciso di scriverne ora. Nella speranza che quell’articolo possa essere cancellato, facendo risaltare il senso importante dell’iniziativa. La filosofa e oggi deputata Michela Marzano ha avuto il coraggio anche di raccontare se stessa, la sua anoressia nel libro “Volevo essere una farfalla” (Mondadori, pp. 210, euro 17,50). Non tutte hanno avuto la stessa forza, non tutte hanno saputo dare voce a un’esperienza così drammatica. Lei lo ha fatto. Per questo siamo convinte che capirà queste ragioni e proverà ad ascoltarle.

da http://ilgarantista.it/

di Alessandra Pigliaru

Saggi. «Le virtù della resistenza» della studiosa statunitense Carol Gilligan per Moretti&Vitali. Un testo che tesse una fitta trama multidisciplinare per svelare la genesi femminista di una teoria radicale della resistenza al potere

 

È il 2009 quando Carol Gil­li­gan, psi­co­loga e ricer­ca­trice sta­tu­ni­tense nota gra­zie al suo for­tu­nato libro del 1982, In a dif­fe­rent voice (Con voce di donna), decide di ripren­dere alcuni temi ricor­renti della sua ricerca: anzi­tutto pro­se­guire il lavoro comin­ciato più di vent’anni fa intorno all’etica fem­mi­ni­sta della cura. A riguardo, l’arcipelago di idee è piut­to­sto com­plesso: la voce, l’ascolto e il rico­no­scersi già e sem­pre in rela­zione, non l’hanno mai abban­do­nata e vanno a com­porre il libro pub­bli­cato nel 2011, Joi­ning the resi­stance (Polity Press) appena tra­dotto in Ita­lia da Marta Alberti e Sil­via Zanolla con il titolo La virtù della resi­stenza (Moretti&Vitali, pp. 167, euro 16) e un’introduzione di Fede­rica Giar­dini alla quale è alle­gata anche un’utile biblio­gra­fia ragio­nata.
Al cen­tro della rifles­sione di Carol Gil­li­gan ritorna dun­que la voce, per signi­fi­care al con­tempo un pen­siero già incar­nato e un con­se­guente rifiuto dell’astrattezza del sé – tanto caro alla psi­co­lo­gia. Il dato è diri­mente giac­ché la voce di cui parla l’autrice non attiene solo al feno­meno fisico dell’emissione vocale, bensì alla para­bola stessa della libertà e della auten­ti­cità delle rela­zioni.
C’è dun­que una posta poli­tica che passa per la voce e che diviene la tes­si­tura del nostro stesso agire. La virtù della resi­stenza viene sot­to­ti­to­lato con tre punti nodali che cor­ri­spon­dono ad altret­tante idee per­corse da Gil­li­gan. Resi­stere, pren­dersi cura, non cedere sono infatti la rap­pre­sen­ta­zione di dove la voce si sia depo­si­tata. Di dove si agiti il lin­guag­gio e il suo corpo desi­de­rante. Di dove si sia nasco­sta e da dove non intenda scom­pa­rire. Rispetto al tema della resi­stenza, Gil­li­gan mostra l’ampiezza seman­tica del ter­mine che risponde ad una plu­rale decli­na­zione poli­tica – quando quella voce dice la verità in fac­cia al potere -, e psi­coa­na­li­tica – quando resi­stere signi­fica rilut­tanza ad acco­gliere nella coscienza con­te­nuti rima­sti fuori di essa. È oppor­tuno segna­lare come la resi­stenza poli­tica per Gil­li­gan ha a che fare con la resi­stenza al disa­gio. In que­sto pas­sag­gio le espe­rienze ripor­tate sono nume­rose: penso alle sue inter­vi­ste alle ado­le­scenti e alla sco­perta di una reci­pro­cità della rela­zione tra le inse­gnanti e le stu­denti che apre all’ipotesi di un’interrogazione pro­fonda delle pra­ti­che, anche poli­ti­che.
L’implicazione tra voce e resi­stenza comin­cia dall’emersione di alcune domande: «chi parla e a chi? In quale corpo? Rac­con­tando quali rela­zioni? All’interno di quali strut­ture sociali e cul­tu­rali?». In un oriz­zonte che non si lascia scle­ro­tiz­zare dalla neu­tra­lità della psi­co­lo­gia clas­si­ca­mente intesa, si fa spa­zio la domanda sulla resi­stenza: resi­stere a che cosa e a chi, infine? Per com­pren­dere le dire­zioni rac­chiuse in una que­stione simile, Gil­li­gan stu­dia la dis­so­cia­zione, punto di rot­tura che risente della sepa­ra­zione tra pen­siero ed emo­zione. Si col­loca così in una soglia già con­ta­mi­nata da un sapere trans­di­sci­pli­nare e, senza alcuna esi­ta­zione, crea inter­se­zioni tra psi­co­lo­gia, psi­coa­na­lisi, filo­so­fia, let­te­ra­tura, poe­sia, tea­tro insieme alle stesse vite di chi le si mostra dinanzi, com­presa la pro­pria. Sem­bra infatti che il punto più inte­res­sante stia pro­prio qui: quel che non si lascia cate­go­riz­zare né con­trol­lare appar­tiene all’ascolto, allo scam­bio empa­tico in pre­senza. Ciò accade nella rela­zione poli­tica, tera­peu­tica, di orien­ta­mento didat­tico, di son­dag­gio cono­sci­tivo o sem­pli­ce­mente tra donne e uomini; il pro­getto che spinge in avanti è l’ipotesi di non abdi­care alla pro­pria parte auten­tica in nome di una sepa­ra­zione gerar­chica che fa il gioco patriar­cale.
Nelle ado­le­scenti, ricorda Gil­li­gan, l’iniziazione al patriar­cato è accolta come l’imporsi della rot­tura di rela­zioni signi­fi­ca­tive in nome dell’onore, della norma sacri­fi­cante e dell’affermazione sociale. È pro­prio in que­sto rilievo che le ragazze custo­di­scono la voce più pro­fonda di se stesse, spesso «sepolta ma non per­duta»; resi­stono un momento prima di diven­tare donne – lad­dove donne ha la dop­pia acce­zione di gua­da­gno tra­sfor­ma­tivo e di peri­colo verso un’adesione alle regole impo­ste. Non si tratta tut­ta­via della man­cata com­pren­sione dell’ordine sociale che detta la cre­scita, bensì di un per­corso che Gil­li­gan intra­prende per met­tere in scena rela­zioni che con­tano, di qua­lità, e che hanno la forza di sot­trarsi alla logica sca­dente del patriar­cato — o forse dovremmo dire di ciò che di esso soprav­vive. Come viene notato fine­mente da Alberti e Zanolla, la cate­go­ria del «genere» è trat­tata da Gil­li­gan sia come dispo­si­tivo rin­for­zante i canoni iden­ti­tari sia come qual­cosa che cor­ri­sponde più alla dif­fe­renza ses­suale e incar­nata di uomini e donne.
«In una cor­nice patriar­cale la cura è un’etica fem­mi­nile. In una cor­nice demo­cra­tica la cura è un’etica dell’umano (…) Pren­dersi cura esige atten­zione, empa­tia, ascolto, rispetto (…). È un’etica rela­zio­nale basata su una pre­messa di inter­di­pen­denza. Non è altrui­smo». L’etica fem­mi­ni­sta della cura occorre per libe­rare la demo­cra­zia dalla morsa del patriar­cato, lad­dove quest’ultimo ha una stretta cor­re­la­zione con la fram­men­ta­zione della psi­che e quindi con il trauma.
L’analisi degli albori della psi­coa­na­lisi serve a rav­vi­sarne i cor­to­cir­cuiti: per esem­pio quando Freud inter­rompe una certa forma di inti­mità psi­chica e di rela­zione con le sue pazienti per alli­nearsi alla cul­tura patriar­cale come fatto natu­rale; quando cioè accetta l’equivalenza tra la voce del padre e l’autorità morale. In fondo, e non solo secondo Gil­li­gan, Freud dopo essersi acce­cato da sé come Edipo, pre­tende che le sue figlie lo accom­pa­gnino nella sua cecità. Sof­fe­renza e nevrosi sono ovvia­mente com­prese nel prezzo da pagare. Tut­ta­via è pur vero che que­sta non è l’unica sto­ria di cui pos­siamo avvan­tag­giarci oggi. Su que­sto punto, per esem­pio, come ricorda Fede­rica Giar­dini nella sua intro­du­zione «Il con­ti­nente nero di cui la psi­coa­na­lisi – in modo ana­logo ai saperi basati sull’individuazione e la con­trap­po­si­zione tra il sé e gli altri – non riu­sciva a dare conto è la rela­zione costi­tu­tiva tra madre e figlia. Una rela­zione che non può venire meno, pena la sof­fe­renza psi­chica e fisica, e che non rie­sce a svi­lup­parsi secondo le regole dell’identificazione maschile, il pas­sag­gio ciò dall’attaccamento fusio­nale alla madre alla sepa­ra­zione che avviene attra­verso l’intervento del padre». La deco­stru­zione svolta durante gli anni Set­tanta, soprat­tutto gra­zie al fem­mi­ni­smo, ha mostrato che nono­stante il nodo edi­pico esi­ste dun­que qual­cosa d’altro e che la fram­men­ta­zione della psi­che come spec­chio domi­nante non ha impe­dito di signi­fi­care un’altra nar­ra­zione e pra­tica rela­zio­nale. Esi­ste appunto una scena dif­fe­rente illu­mi­nata da alcune autrici, da Luce Iri­ga­ray a Luisa Muraro, che sim­bo­li­ca­mente è stata assunta anche nel lavoro di Carol Gil­li­gan. Forse per­ché lei non ha ceduto? La domanda è: siamo dispo­ste e dispo­sti anche noi a non cedere?

il manifesto 16/07/2014

di Laura Colombo

Non perdiamo il punto politico emerso nell’incontro dell’11 luglio 2014 alla Libreria delle donne La violenza, fuori e dentro di noi. Lì era in questione se Maschile Plurale ha l’autorità di parlare contro la violenza maschile, uno dei membri avendo ricevuto l’accusa di violenza psicologica da parte della ex compagna. Agli uomini di Maschile Plurale presenti è stato chiesto di prendere posizione con più forza, energia e determinazione.

Il punto politico che mi preme sottolineare è quello sollevato da Massimo Lizzi, quando ha detto che nella nostra cultura gli uomini continuano a essere in vantaggio per il semplice fatto di essere uomini e che il fatto della violenza sessista non li danneggia, anzi! Lo sappiamo, la nostra è una civiltà cresciuta sulla violenza contro le donne e sul vantaggio maschile. Pensiamo per esempio al matrimonio, storicamente inteso come istituzione patriarcale che permetteva alle donne di mantenersi in cambio di prestazioni sessuali (Carole Pateman ha parlato di “contratto sessuale”). Oggi la maggioranza degli uomini non è responsabile di violenza ma di indifferenza, perché la violenza di pochi, dice Lizzi, porta vantaggi all’intero genere maschile: controllo e potere sulla donna, facile soddisfazione dei propri desideri a discapito di quelli di lei, appagamento dei propri bisogni affettivi e via discorrendo. La violenza è quindi strutturale, connaturata al rapporto di potere tra i sessi, non tanto al maschio. I vantaggi sono anche personali, in termini di carriera e soldi per i progetti, di riconoscimento, stima e approvazione da parte delle donne. Di più, se un uomo parla contro la violenza sessista “brilla” e subito la cosa diventa politicamente significativa, più che se parlassero cento donne. Tuttavia i proclami non bastano e troppo spesso le belle parole di comunicati e convegni sono lontane da una pratica concreta di impegno nelle relazioni. Sanno di questi vantaggi anche gli amici di Maschile Plurale, che da molto tempo riflettono e scrivono mettendo in discussione il patriarcato. Con alcuni di loro sono in relazione politica da anni e ho fiducia che possiamo continuare un percorso insieme. Mettere in discussione una civiltà chiede radicalità. Riflettere a partire dal vantaggio strutturale che un uomo ha dalla violenza sessista è, a mio avviso, un’occasione per andare a vedere come, oggi, noi stessi, anche le donne, combattiamo la violenza maschile tentando di prendere il problema alla radice, per esempio demistificando la cultura che la produce, ancora viva nelle istituzioni, nella tradizione, nelle usanze, negli stereotipi e troppo spesso nella mente degli uomini.

C’è un’altra questione che vorrei sollevare. Durante l’incontro in Libreria è stato evidente che gli uomini di Maschile Plurale non avevano ancora elaborato nulla sul fatto che tra di loro potevano esserci uomini accusati di violenza. Forse per una confusione dell’impegno politico con l’indulgenza amicale, della vicenda privata con quella resa pubblica e politica? Confusione o incapacità di cogliere il passaggio in cui il personale diventa politico? Questo passaggio non è certo semplice ed è ancora più complicato nella recente vicenda di Maschile Plurale. La formula femminista “il personale è politico” indica la singolarità dell’esperienza che assume valore politico, ovvero quell’esperienza che non si esaurisce nella singolarità. Insomma, partire da sé non vuol dire fermarsi presso di sé. Si tratta di una pratica che individua precisamente il conflitto rispetto alla realtà data e produce altri significati, altre misure, altri saperi. Il femminismo radicale ha saputo compiere questo passaggio, confliggendo anche duramente con l’esistente. Esempi noti sono la proposta di depenalizzazione dell’aborto, il lavoro sulla sessualità e sul corpo, la riflessione sul rapporto educativo e la scommessa – ancora aperta – su una politica delle relazioni con uomini in grado di mettere in discussione forza e potere. Siamo tutti e tutte d’accordo, mi pare, nel dare alla nostra rete di rapporti personali un valore pubblico e anche un compito politico. Questo valore e questo compito devono riflettersi nella qualità dei rapporti e nel linguaggio che usiamo.

In conclusione, una nota sul dibattito (che al momento prosegue in rete). Giocando il conflitto fino in fondo, non possiamo chiedere la resa dell’avversario o pretendere che sia esattamente come vogliamo noi. Possiamo invece portare avanti la nostra differenza, riconoscendo all’altro gli spostamenti che fa ed evitando le ripetizioni senza senso.

(www.libreriadelledonne.it – 24/7/2014)

di Sara Gandini

 

La cosa che più mi stupisce di alcuni uomini intelligenti, con cui ho fatto politica per anni, è che non arrivino al punto politico. Si perdono. “Come possiamo giudicare se non sappiamo cosa sia vero?” si chiedono, “non siamo noi a dover fare un processo”.

Non capiscono che l’unico fatto su cui si può, anzi bisogna esprimersi, posizionarsi e dire una parola decisa è che una donna ha affermato di avere subito violenza da un componente di Maschile Plurale. Bisogna fare i conti con la sua parola, con la sua sofferenza, che è lì, pubblica, e questo è un fatto politicamente significativo, che bisogna prendere seriamente, soprattutto per il tipo di lavoro che Maschile Plurale (MP) da anni porta avanti nelle scuole, negli incontri con gli uomini maltrattanti, in innumerevoli incontri pubblici… Non si può tentennare con dichiarazioni imbarazzanti che negano la verità di lei, finendo per rivittimizzarla, come scriveva TK Brambilla.

 

Fortunatamente Marco Deriu, Claudio Vedovati e Claudio Magnabosco hanno scritto su http://maschileplurale.it e sono riusciti a creare dei varchi di verità, nella cortina di fumo, illuminando con coraggio cosa stava accadendo. Ma le posizioni difensive di alcuni di loro, che non hanno fatto spazio alle critiche arrivate da dentro e da fuori MP, e il silenzio di altri, hanno reso lo scambio sul web ma anche alla Libreria delle donne problematico. Certo, è stato uno scontro duro anche quello alla Libreria perché la passione della discussione si mischiava all’aggressività, ma questo non può essere un alibi.

Sinceramente speravo che in presenza le relazioni tra gli uomini di MP fossero sufficientemente forti da reggere la durezza dello scambio. Speravo che avessero affinato non solo solidarietà tra loro, ma anche quella fiducia che permette di aprire conflitti veri e profondi senza mettere in discussione le relazioni, quella capacità di dire verità dure senza timore di ferire, quel coraggio di andare al nodo delle questioni senza finire in competizioni falliche. Lo speravo, perché so che ci sono intelligenza, sensibilità e grandi competenze in questo gruppo di uomini. Negli scambi con alcuni di loro, ho vissuto di persona il desiderio di verità, la correttezza personale e politica, il desiderio di andare fino in fondo, di mettersi in gioco.

E io, come femminista, ho bisogno di sperare che ci siano uomini in grado di fare politica puntando sulla pratica di relazione e non sulle gerarchie, sull’autorità relazionale e non sul potere, sul conflitto e non sulla competizione.

TK si chiede perché gli uomini dovrebbero associarsi tra loro, e rimanere in un’omosessualità difensiva: «Gli uomini, in quanto uomini, mi pare siano storicamente già associati a sufficienza», scrive su Facebook. Non ha tutti i torti.

MP simbolicamente mette sulla scena pubblica le relazioni tra maschi e questo può spaventare, in quanto rimanda a quell’immaginario patriarcale oramai insopportabile. La libertà femminile e l’indipendenza simbolica guadagnata con il “tra donne” ha sparigliato le carte tanto che le donne non hanno più bisogno dei maschi per dare significato alle loro scelte. Questo nuovo scenario ha fatto sì che alcuni uomini sentissero l’esigenza di ripensare la mascolinità, perché dalla differenza nasce l’eros, la curiosità, ciò che ci porta fuori da noi, anche se a volte risulta incomprensibile o fa arrabbiare.

Maschile Plurale nella mia esperienza è un gruppo di uomini che, facendo riferimento al femminismo, ha lavorato seriamente per una mascolinità differente. Un lavoro che possono fare solo tra loro, ma che importa anche a me. Infatti MP ha rappresentato l’occasione di incontrare sulla mia strada uomini che imparavano dalle pratiche e dalle relazioni con le femministe, ma che allo stesso tempo, grazie alle loro relazioni, non si appiattivano sulle conquiste fatte e cercavano di confliggere anche con l’autorità femminile, per la loro verità. Una verità parziale, non più universale, su cui aprire conflitti.

Ma per configgere, rinunciando a posizioni di difesa, gli uomini devono essere in grado di creare relazioni tra maschi differenti, di fiducia, fuori da lotte patriarcali, fratricide e gare per il potere. Relazioni che permettano di nominare la loro verità anche di fronte a donne forti e autorevoli, che stiano in conflitto, tenendo la relazione.

Non è quello che abbiamo visto sulla scena pubblica in questi mesi. In questa vicenda MP ha mostrato relazioni fragili, in cui è mancata la fiducia necessaria per confliggere e mostrare le differenze vitali che peraltro esistono.

Non ce l’hanno fatta, ma alcuni di loro ci hanno provato, e io sono stata con loro, per mesi, a discutere, con partecipazione affettiva e con determinazione, in relazione con coloro a cui riconosco fiducia e stima. E con alcuni uomini di MP ho visto che un altro mondo, maschile, è possibile. Se la forza del desiderio nasce dalla mancanza, fortunatamente regala anche esistenza simbolica, «perché il reale non è indifferente al desiderio», come scrive Muraro in Al mercato della felicità.

A questo punto le cose importanti sono state dette, in rete e in presenza, e a continuare la polemica, come sta accadendo in rete, si finisce nella ripetizione della ripetizione. Ora si tratta di prendere coscienza che ci sono alcune cose su cui siamo d’accordo e una (forse) è che gli uomini fanno fatica a entrare in conflitto tra loro, soprattutto pubblicamente, e anche quando ci provano non producono spostamenti. Ma si capisce la ragione: storicamente per loro i conflitti possono diventare guerre. Un’altra, emersa in Libreria, è che l’impegno maschile in questo campo è importante ma anche più difficile di quello che loro stessi credono.

Per finire, molte e alcuni chiedono che si faccia giustizia. Vorrebbero un risarcimento simbolico, e lo capisco. Ma fino a che punto ha senso chiedere giustizia a MP? L’associazione non ha e non vuole darsi strumenti per fare giustizia in casi singoli, la sua giustizia è l’impegno a lottare politicamente contro la violenza sessista.
Però, per esempio, a un vertice mondiale a Londra di responsabili politici, esperti e militanti è stato chiesto di smettere di ignorare le violenze contro le donne nel corso dei conflitti e di riconoscere che le violenze contro le donne non sono episodi isolati. Per me è questo il punto. Significa per gli uomini di MP chiamare la violenza con il suo nome, anche quando coinvolge loro stessi, e prendere posizione senza tentennamenti o giri di parole. Partendo da relazioni di differenza significative, tra loro e con le donne, ma facendosi carico della responsabilità che hanno, grazie all’autorità che viene loro riconosciuta.
Perché non c’è giustizia se non a partire dai soggetti: «La giustizia si può solo fare, e solo nel senso di fare giustamente, per quello che ci riguarda», come scriveva Alessandra Bocchetti (Via Dogana, 1991).

(www.libreriadelledonne.it – 24/7/2014)

di Vanna Vannuccini

A una delle tante piccole manifestazioni alle quali partecipano per le strade di Tel Aviv o di Haifa qualche centinaio di persone per protestare contro la guerra a Gaza — sono artisti, arabi-israeliani e pacifisti — lui non manca mai, spesso con la figlia di appena un anno sulle spalle. È l’ex pilota Yonathan Shapira. La sua vita cambiò radicalmente dodici anni fa, quando era un pilota delle Air Force, e sganciò una bomba “mirata” su un terrorista di Hamas. Insieme al terrorista morirono quindici persone, tra cui nove bambini.

Poco tempo dopo, lui e i suoi compagni di missione scrissero una lettera per dire che rinunciavano al servizio militare. Furono immediatamente sospesi dall’esercito e diventarono dei paria. Nella società israeliana le Forze Armate sono sacre. Non criticare l’esercito è l’undicesimo comandamento. In tempo di guerra è visto dalla maggior parte della popolazione come un tradimento. Ma oggi la voce di Yonathan Shapira e dei suoi pochi compagni di protesta ha trovato un’eco. Cinquanta riservisti hanno fatto sapere di aver rifiutato di servire nella riserva. Il servizio nella riserva è obbligatorio in Israele fino grosso modo ai 50 anni per gli uomini, fino ai 35 per le donne, e fa parte dell’ethos nazionale. Poco prima dell’operazione “Protective Edge” il governo ha deciso la mobilitazione di quasi 70 mila riservisti. In una lettera pubblicata dal Washington Post, che pubblica le cinquanta firme, i riservisti, dei quali una maggioranza donne, scrivono di aver servito finora in ruoli burocratici e logistici, non in ruoli di combattimento, ma di aver capito che anche in quei ruoli si rendevano strumenti «di oppressione »: perché «le Forze Armate contribuiscono all’oppressione ». «Le truppe che operano nei territori occupati non sono le sole che controllano le vite dei palestinesi. Tutte le Forze Armate sono coinvolte in questa oppressione. Per questo rifiutiamo di servire nella riserva e sosteniamo tutti coloro che faranno altrettanto». «Il ruolo centrale dell’esercito», scrivono ancora, «è la ragione dell’assenza di argomenti reali a favore di soluzioni non militari al conflitto. L’operazione militare a Gaza e il modo in cui la militarizzazione influenza la società israeliana sono inseparabili». E ancora: «Israele non è più capace di pensare ad una soluzione politica del conflitto se non in termini di potenza fisica: non stupisce dunque che il paese sia sottoposto a cicli infiniti di violenza mortale. E quando i cannoni sparano, nessuna critica deve essere sentita». Infine: «Deploriamo la militarizzazione di Israele». Un’altra trentina di riservisti, secondo il Jerusalem Post, si sono rifiutati ieri sera di entrare a Gaza a bordo di un vecchio blindato del tipo che gli americani usavano in Vietnam, uguale a quello in cui persero la vita sabato sette soldati quando il blindato dovette fermarsi per un’avaria e fu colpito da un missile anticarro.

La lettera dei 50 riservisti ha fatto scalpore quanto le parole amare scritte da Gideon Levy su Haaretz prima ancora che cominciasse l’operazione di terra: «Sono i nostri giovani più brillanti che diventano piloti, i migliori piloti che ora perpetrano i delitti più crudeli, più ignobili. Mentre scrivo hanno già ammazzato 200 civili e feriti più di mille. Sono quelli che non si sporcano le mani come i poliziotti di frontiera che picchiano i bambini, i soldati della Brigata Kfir che stanno ai checkpoint o quelli della Brigata Golani che perquisiscono le case. Non insultano, non umiliano. Sono i piloti dell’esercito più morale del mondo ». Così scriveva Levy qualche giorno fa. Nel frattempo, i numeri da lui citati sono almeno triplicati.

«Non si può chiudere un milione e ottocentomila persone e pensare che non reagiscano», dice Yonathan Shapira applaudito dai manifestanti. La guerra contro Gaza è sbagliata: «Ogni popolo ha il diritto di difendersi e gli istraeliani dovrebbero essere i primi a saperlo». Shapira non è nemmeno per la soluzione dei due Stati: dovrebbe esserci «un solo Stato per tutti in cui ognuno abbia gli stessi diritti e possa vivere liberamente». «Ci vorrebbero dei leader politici coraggiosi e non ci sono», dice a sua volta lo scrittore Meir Shalev. «Se questa guerra non finirà con un negoziato vero, tra due anni saremmo daccapo, e anche questo nuovo massacro sarà stato inutile».

 

(la Repubblica, 24 luglio 2014)