di Alessandra Pigliaru
Intervista. A colloquio con Luisa Muraro, ospite al Festivaletterature di Mantova, per ripercorrere la figura della filosofa e scrittrice Iris Murdoch
È vero che di solito preferiamo l’illusione e la magia al duro compito di pensare – e che la mezza verità è il punto in cui ci fa comodo smettere di provarci». È il 1986 e Iris Murdoch ha già al suo attivo ventidue romanzi — ai quali se ne aggiungeranno negli anni successivi altri quattro — una silloge poetica, dei dialoghi e numerosi saggi filosofici. Figura di straordinario fascino, possiede il doppio passo della filosofa e della letterata. Due istanze mantenute e vissute attraverso il pensiero e la scrittura, con forza e desiderio. Nel 1997, due anni prima della sua morte, venne pubblicato a Londra Existentialists and Mystics. Writings on Philosophy and Literature, volume di saggi, lunghe recensioni e dialoghi scritti da Murdoch tra il 1950 e il 1986. Tradotto per la prima volta otto anni fa da Egle Costantino, Monica Fiorini e Fabrizio Elefante, è uscito per Il Saggiatore, a cura di Peter Conradi con la prefazione di George Steiner e l’importante introduzione di Luisa Muraro. Ormai fuori commercio, la seconda edizione di Esistenzialisti e mistici. Scritti di filosofia e letteratura (Il Saggiatore, pp. 514, euro 23), immutata nel suo contenuto e nella composizione editoriale, rende nuovamente disponibili i preziosi contributi teorici. Suddiviso in sette parti, affronta i rapporti complessi fra filosofia e letteratura, concentrandosi inoltre sulla politica, il linguaggio, l’etica e la metafisica, approfondendo anche l’incontro di Murdoch con Sartre, l’esistenzialismo, Wittgenstein e il misticismo pratico. A Luisa Muraro, ospite al Festivaletteratura di Mantova, abbiamo posto alcune domande riguardo il percorso della scrittrice.
La ripubblicazione del volume «Esistenzialisti e mistici» si inserisce nell’interesse intorno a Iris Murdoch. Traduzioni italiane inedite (come nel caso del suo romanzo «The Flight from the Enchanter», pubblicato di recente per Il Saggiatore con il titolo «L’incantatore») e riedizioni. Come mai adesso?
Iris Murdoch è arrivata in Italia prima con i romanzi (tradotti da Feltrinelli) e solo dopo con i saggi filosofici. In passato lei ha avuto molto più successo con i romanzi, eppure è stata una pensatrice originale e contro-corrente; andava contro i dogmi della filosofia analitica delle università che frequentava (Oxford e Cambridge) e non era seguace di filosofie europee continentali. E si terrà sempre a distanza dal post-strutturalismo. È stata una filosofa morale che teorizzava la sovranità del bene sopra gli altri concetti, cioè portava qualcosa che a suo tempo non aveva udienza nel suo ambiente intellettuale. Come filosofa è arrivata in Italia non prima di dieci anni fa. Per molti aspetti, quindi, lei torna che è nuova. A suo tempo, i suoi romanzi vennero interpretati seguendo la cultura della sinistra politica, come ispirati alla critica della società borghese, che è una lettura non errata ma fuorviante. I suoi romanzi infatti sono radicati nella realtà sociale ma la attraversano per assumere piuttosto il valore esistenziale e metafisico di una ricerca del vero e del giusto, affidata ai personaggi e, di solito, fallimentare. L’interesse recente per la filosofa credo che sia l’onda lunga di un interesse che parte dagli Stati Uniti. Ma vivo anche in Italia: dal 20 al 22 febbraio Roma Tre ha ospitato la prima conferenza internazionale su Iris Murdoch in Italia (dal titolo Iris Murdoch and Virtue Ethics: Philosophy and the Novel); ricordiamo poi l’ultimo numero della rivista on-line Etica e politica a lei dedicato.
Nella sua introduzione a «Esistenzialisti e mistici», viene segnalato lo stralcio tratto da una lettera che Murdoch indirizzò nel gennaio 1943 al suo amico Frank Thompson. Vi confessava che aveva bisogno di scrivere, perché quella è l’unica attività in cui si sente «essere». E Murdoch ha scritto moltissimo. Lei parla di scrittura in-finita, cosa intende?
Esplorava la vita interiore attraverso la scrittura, che non è stata solo dedicata ai romanzi e ai saggi, ma anche a lettere e diari – questi ultimi sono serviti a ricostruire la sua biografia. La sua scrittura è in-finita perché appunto è esplorazione della vita interiore (inner life), intesa come sconfinamento lontano dall’Io (l’Io sarebbe una specie di potente parassita dell’interiorità). Penso che in questo Murdoch sia proprio una pensatrice, che rende conto di esperienze che sono più note alle donne che agli uomini. Conosce il movimento verso l’interno che da dentro fa andare nel mondo e oltre. I suoi saggi fanno qua e là dei riferimenti alla mistica, e di mistica si tratta anche in alcuni romanzi, sobriamente. Secondo la grande mistica medievale, che Murdoch molto probabilmente non conosce (a parte l’inglese Giuliana di Norwich), dall’interno di noi si arriva a Dio e viceversa, cioè dall’interno di noi arriva e abita in noi Dio, l’assoluto, l’infinito. La lingua che noi parliamo è infinita. Perché con un numero finito di regole e di termini noi possiamo parlare di tutto. Questo prodigio simbolico è quello che fa l’infinito.
La vita interiore, il valore del racconto, l’incompiutezza delle cose umane sono alcuni dei temi principali della ricerca filosofica di Murdoch insieme ai tratti in comune con Simone Weil, per esempio l’attenzione e la contemplazione. Eppure l’importanza di Weil nel suo pensiero è stata notata poco: è così?
È esattamente così. Io l’ho notato e sottolineato ma non c’è stato un seguito. Solo nel recente numero di Etica e politica, curato da Riccardo Fanciullacci, al quale accennavo prima, Francesca Cattaneo ha ripreso questo tema. È nei suoi stessi testi che Murdoch dice di avere un debito con Simone Weil, così come il nome della filosofa francese ricorre diverse volte nei suoi diari. L’ispirazione che ha preso da Weil è di una profondità che diventa difficile renderne conto. Se posso parlare di me, io stessa non ho reso abbastanza conto ciò che ho preso da Luce Irigaray, perché l’ho interiorizzato, nel mio caso attraverso il lavoro di traduzione. Torniamo a Iris Murdoch. I temi elencati sono tutti cruciali; l’attenzione verso l’altro, il lavoro dell’attenzione e la sovranità del Bene. Tutti temi che sono importantissimi anche in Simone Weil. Come, per esempio, quello del rapporto tra questo mondo e il soprannaturale, che è un contatto reale invisibile, sentito nella domanda di giustizia e di amore. Sono temi di Weil che in Murdoch lavorano e la portano a elaborazioni e posizioni originali. Simone Weil non riscuote grande successo tra gli accademici. Lo dice Giancarlo Gaeta, lo penso anch’io. Weil non è appropriabile né dalla tradizione cattolica né dalla tradizione marxista. Non ha parentele né con una né con l’altra, eppure lei ha parentele più personali e potenti con Karl Marx e Gesù Cristo ma gli accademici queste parentele impegnative non sanno come trattarle.
Il volume di Murdoch si apre con una conversazione tra la filosofa e il giornalista Bryan Magee (trasmessa per la prima volta dalla televisione inglese il 28 ottobre 1977) intorno alla relazione fra filosofia e letteratura. A un certo punto dice: «Personalmente, provo un orrore viscerale davanti alla possibilità di inserire teorie, o idee filosofiche, nei miei romanzi». Ciò che invece risulta dalla sua produzione letteraria sembrerebbe un po’ confermare il contrario, perché i suoi romanzi non sarebbero stati gli stessi se lei non fosse stata filosofa…
Questo che lei pone è un grande problema. Io non sono riuscita a risolverlo. L’affermazione che fa nell’intervista va accettata: i suoi personaggi lavorano nella loro interiorità e nei loro rapporti per capire che cosa è giusto, che cosa è vero, se vivono nella realtà o nell’irrealtà… Dunque, si pongono questioni che lei affronta filosoficamente, ma non le portano a conclusione, come fa Murdoch con la riflessione filosofica. Sono sempre alla ricerca di sé in una maniera problematica e, a volte, quei personaggi possono essere molto frustranti. Secondo Murdoch, un vero autore con i suoi personaggi è come Dio con gli uomini, li crea liberi e li deve lasciare altrettanto liberi. Mentre il suo pensiero e i suoi saggi filosofici approdano a posizioni importanti e forti, per esempio che la bontà è realismo, i suoi personaggi il più delle volte non ci arrivano. Alcuni giungono nelle vicinanze, altri si perdono. Qualche volta riescono a volersi bene, che è la cosa sempre fondamentale per Iris Murdoch, privilegio che lei consegna di preferenza ai personaggi minori. Quindi non sembra che ci sia continuità tra i romanzi e la filosofia. Sono come i due versanti di un monte, ci sono acque che corrono di qua e acque che corrono di là. La materia prima, però, è la stessa, scavata con il lavoro della scrittura.
Forse i versanti sono entrambi necessari. Possono essere considerati come due facce dello stesso desiderio di orientamento che lei avvertiva?
In Murdoch si congiunge qualcosa che per gli esseri umani in questo mondo non può congiungersi. Lei stessa parla di una sintesi misteriosa che non è certo quella hegeliana ma la ricerca della congiunzione del vero, del bello, del giusto, ricerca che si sviluppa con il lavoro dell’immaginazione da una parte, e quello della prosa ragionante dall’altra.
Nella sua esperienza di lettrice quelli di Iris Murdoch sono romanzi realisti minacciati dall’irrealtà…
È un tema centrale: il rischio di vivere nell’irrealtà, la lotta per salvare il senso della realtà. Secondo lei, siamo influenzati da condizioni materiali, storiche, ideologiche che ci fanno pensare in una modalità o in un’altra, ma per Murdoch ciò che davvero ci condiziona sono essenzialmente le illusioni che nutriamo per stare al mondo. Lo pensava anche Giacomo Leopardi, che in nome di questo bisogno di illuderci, salvava l’arte ma anche la religione. Iris Murdoch distingue tra l’immaginazione, che genera bellezza e amore, dalla fantasia, che condanna come ingannatrice, per cui si cade nell’irrealtà. Percepisce acutamente una deriva che è la nostra, cioè finire in un mondo dove tutto tende a essere finto.
È per questo che Murdoch può dire qualcosa di importante anche sulla complessità del nostro presente?
È stata una anticipatrice. Intanto concentrandosi sull’attenzione all’altro congiunta con l’esplorazione della propria vita interiore. Questi sono i due poli del movimento per appropriarsi del senso della realtà che altrimenti noi rischiamo di perdere.
Nella sezione intitolata «Nostalgia del particolare (1951-1957)» c’è un intervento che Murdoch ha letto a Londra il 9 giugno 1952 per l’incontro della Società Aristotelica. Qui arriva a uno dei suoi punti centrali: l’esperienza. Cosa succede alla filosofia, non solo per Iris Murdoch ma anche per lei, quando crede di poter rinunciare all’esperienza?
Il richiamo alla forza dell’esperienza è qualcosa che nessuna scienza e nessuna filosofia può invalidare. Mi piace ricordare che il movimento femminista nelle sue stesse origini aveva – nei gruppi di autocoscienza – questo richiamo forte alla esperienza come mia esperienza. Qualcuna, dentro al femminismo statunitense, aveva suggerito di saltarla, ma ricorrere alla propria esperienza — anche senza strumenti critici o teorici — ha una qualità politica di prim’ordine. Iris Murdoch ha avuto il merito di mostrarlo fin da subito.
(il manifesto, 17 settembre 2014)
di Vito Mancuso
«La nostra piccola anima non si perderà mai se continua a essere anche una donna, vicina a queste due grandi donne che ci accompagnano nella vita, Maria e la Chiesa»: così ieri nell’omelia mattutina ha affermato papa Francesco. Sono parole sorprendenti. Il Papa sostiene forse che l’anima è una donna? Che la nostra anima cioè possiede un sesso e la sua identità è femminile? Oppure si tratta solo di un’immagine poetica, dettata dal fatto che il termine ‘anima’ in italiano e nelle principali lingue occidentali (spagnolo compreso, nonostante l’articolo maschile al singolare) è femminile?…
Quello che è sicuro è che nell’omelia di ieri il Papa ha affermato una delle più tradizionali dottrine cattoliche di sempre, cioè che Maria, madre biologica di Gesù, è anche la madre spirituale di ogni cristiano e che in questa prospettiva anche la Chiesa assume un volto femminile e materno. La Chiesa infatti, «quando fa la stessa strada di Gesù e di Maria», è madre, così che, ha continuato il Papa, «queste due donne, Maria e la Chiesa, generano Cristo in noi». A questo punto però, in analogia con le due donne maggiori, il Papa è giunto a parlare dell’anima umana come di una terza donna, che assomiglia alle prime due anche se è più piccola: «La nostra piccola anima non si perderà mai se continua a essere anche una donna».
Ritorna così la questione: si tratta solo di un’immagine poetica oppure realmente l’anima va pensata al femminile?
La dottrina ecclesiastica sull’anima si può compendiare in tre precise affermazioni che ne dichiarano l’identità, l’origine e il destino. Quanto all’identità, il cattolicesimo pensa l’anima come un’essenza spirituale strettamente unita con il corpo materiale cui conferisce forma, e per questo parla di essa in termini di forma corporis (con evidente eredità aristotelica). Quanto all’origine, la dottrina cattolica sostiene che l’anima viene creata direttamente da Dio senza nessun concorso dei genitori, e che ciò avviene nello stesso istante del concepimento biologico, quando lo spermatozoo maschile feconda l’ovulo femminile (non più quaranta giorni dopo, come affermava san Tommaso d’Aquino e altri insigni teologi del passato).Quanto al suo destino, il cattolicesimo afferma che l’anima è immortale (con evidente eredità platonica), sostenendo che essa non perisce al momento della sua separazione dal corpo; anzi, essa verrà di nuovo unita al corpo alla fine dei tempi quando i corpi di carne verranno richiamati in vita.
Al di là della plausibilità di queste dottrine da me indagate analiticamente nel libro L’anima e il suo destino, va notata l’assenza nella dottrina cattolica di ogni riferimento al sesso dell’anima. Anzi, essendo l’anima un’essenza spirituale, ed essendo lo Spirito al di là di ogni determinazione sessuale che consenta di parlarne in termini maschili o femminili (l’apposito termine è femminile in ebraico, maschile in latino, neutro in greco), sembrerebbe di dover concludere che l’affermazione di ieri di papa Francesco rientra nell’ambito delle immagini poetiche che i predicatori amano utilizzare nelle loro omelie senza nessuna diretta attinenza alla realtà ontologica dell’anima.
Io però ritengo che non sia così, e al contrario scorgo dietro l’intuizione papale un concetto molto importante che occorre sottolineare e su cui si dovrebbe riflettere attentamente. Per comprenderlo occorre rispondere a due domande, la prima delle quali è la seguente: quale fenomeno fisico portiamo al pensiero quando pronunciamo il termine anima?
Rispondere è decisivo, perché se non si è in grado di mostrare il fenomeno fisico per esprimere il quale è sorto il concetto di anima, tale concetto risulta nulla più che un mitico retaggio del passato. La mia risposta è la seguente: il fenomeno fisico che supporta il concetto di anima è la vita. Vita, ovvero quella particolare disposizione dell’energia che fa sì che un fenomeno fisico (un fiore, un orso) sia “animato”, a differenza di un altro fenomeno fisico (una pietra, una nuvola) che invece è “inanimato”. Il concetto di anima esprime la particolare condizione dell’energia in alcuni fenomeni fisici secondo cui il totale della loro energia non è del tutto condensato nella loro massa materiale, in essi rimane un’eccedenza di energia libera che consente al corpo di muoversi, di essere animato cioè vivente.
Ora la seconda domanda: qual è la logica fondamentale mediante cui si muove quel surplus di energia libera che ci fa esseri vivi e che chiamiamo anima, ma che potremmo anche chiamare vita? La mia risposta è la seguente: è la logica della relazione, dell’armonia relazionale, della cooperazione. La vita non è un fenomeno individuale, ma è da subito un fenomeno sociale, aggregativo: perché essa possa sorgere occorre l’aggregazione di quattro componenti biochimici quali proteine, zuccheri, grassi, acidi nucleici; perché essa possa evolversi occorre l’aggregazione di miliardi di cellule, e poi di tessuti, organi, sistemi di organi; perché essa possa esprimere sapienza occorre l’aggregazione di esperienze e conoscenze. Ne viene che il nome filosofico della vita in tutte le sue manifestazioni è relazione.
E la relazione, eccoci al punto, è l’essenza della femminilità; di ciò che Goethe a conclusione del Faust denomina «das Ewig-Weibliche», l’Eterno Femminile, intendendo con ciò la logica al contempo naturale e divina mediante cui la vita si genera e si diffonde nel mondo, la medesima logica che salva Faust dal patto con Mefistofele donando alla sua anima «il perdono meritato». Anche il gesuita Teilhard de Chardin amava ricorrere al femminile per connotare la logica che muove la materia: «Il Femminino ossia l’Unitivo».
L’anima spirituale è quindi femminile, ha detto bene il Papa, lo è in quanto espressione della logica orizzontale della relazione, ben distinta dalla logica verticale dell’imposizione deduttiva che caratterizza l’archetipo del maschile. Tale consapevolezza del genere femminile della grammatica della vita spirituale si va sempre più diffondendo nel mondo, così che la Chiesa cattolica potrà uscire dalla sua crisi solo aprendosi al mondo femminile in tutte le sue strutture. Ovviamente gerarchia compresa. Il primo passo è il diaconato, e questo è possibile anche domani solo che il papa lo voglia davvero e non siano solo retorica omiletica le sue parole sulla femminilità della Chiesa. Non sarebbe ora di mettere fine al paradosso di una Chiesa che è donna, e la cui gerarchia è composta solo da maschi?
(la Repubblica, 16 settembre 2014)
di Giorgia Serughetti
Ha fatto parlare di sé per la sua ultima trovata: donare il prossimo romanzo a Future Library, un’antologia virtuale di libri che rimarranno inediti fino al 2114. Ma il pubblico italiano non dovrà attendere altrettanto per ritrovare Margaret Atwood nelle librerie. È appena uscito L’altro inizio (Ponte Alle Grazie), volume che conclude la trilogia post-apocalittica di Adamo Pazzo inaugurata nel 2003 con L’ultimo degli uomini, seguito poi da L’anno del diluvio (2009).
L’autrice sarà a Roma al Teatro Argentina il 17 settembre per il Festival delle Letterature e poi a Pordenone il 20 nell’ambito di Pordenone Legge. Con i suoi 75 anni d’età e un record di oltre 25 libri tra romanzi, racconti e poesie, Margaret Atwood, nata a Ottawa nel 1939, è un’autrice poliedrica, più volte candidata al Nobel per la letteratura, femminista e ambientalista, maestra di commistioni tra i generi e di variazioni di stile. Il suo primo libro, Double Persephone, è del 1961, mentre già dagli anni ’50 si conosce il suo impegno a favore della liberazione delle donne, in anticipo rispetto alla “seconda ondata” del femminismo.
In occasione di questo che è il suo primo (seppure tardivo) tour in Italia l’editore Ponte Alle Grazie ripubblica il capolavoro vincitore del Booker Prize 2000, L’assassino cieco: un romanzo costruito attraverso l’intersezione di diversi piani narrativi, in equilibrio tra saga familiare al femminile, thriller e racconto fantastico. Ma la novità più attesa è L’altro inizio, che conclude un brillante ciclo di fantascienza ambientato tra le macerie di una civiltà futura, dominata dallo strapotere delle aziende di biotecnologie.
Nel futuro immaginato da Atwood i poteri economici hanno esautorato la politica, la polizia è al loro servizio, i ricchi delle corporation vivono in “recinti” protetti e intorno si estendono le “plebopoli” dove si svolge ogni altro genere di attività criminale, dal traffico d’organi ai cambi di identità clandestini.
Un giovane cervellone, animato da fantasie palingenetiche (quel Crake che dà il titolo al primo volume della trilogia in inglese, Oryx and Crake), fa piazza pulita di questa degenerazione, mettendo al mondo al suo posto una specie umana transgenica (quella dei craker, naturalmente) di imbarazzante perfezione, a cui sono ignote violenza e fame, che si accoppia solo a scopi riproduttivi e vive in armonia cantando e brucando erbe selvatiche.
Non tutti gli umani del passato, però, sono scomparsi. Tra i sopravvissuti ci sono vari esponenti dei Giardinieri di Dio, ecologisti un po’ fanatici (e per questo bersaglio della caratteristica ironia dell’autrice) che si preparavano da tempo al “diluvio senz’acqua”. E ci sono i cattivissimi Painballer, criminali sopravvissuti all’ultima evoluzione dell’istituto carcerario, il Painball, un campo di battaglia in cui è consentita – anzi auspicata – l’eliminazione reciproca (ed è subito reality show di intrattenimento per i potenti).
Come spesso nei libri della Atwood sono le donne i personaggi che tessono la storia. Se il famoso Racconto dell’ancella del 1985 le vedeva vittime di un potere totalitario deciso ad annullare ogni loro libertà riducendole a contenitori riproduttivi (una distopia che ricorda fin troppo da vicino ciò che avviene realmente in molte parti del mondo, per esempio sotto le bandiere dello Stato islamico), nella trilogia le donne, pur subendo insensate violenze, diventano le pioniere della nuova era e le principali depositarie di ciò che resta della civiltà umana, in particolare la scrittura e la capacità di memoria.
Quando ha accettato di partecipare al progetto Future Library, la scrittrice canadese ha dichiarato: «Sono veramente onorata e felice di prendere parte a questa impresa. Almeno il progetto ha fiducia che tra cento anni ci saranno ancora esseri umani in circolazione!». Se così sarà, possiamo stare certi, sarà merito delle donne. Almeno, se vogliamo credere alle narrazioni visionarie di Margaret Atwood.
di Della Passarelli
Fin da ragazzina ho amato la politica. Non intesa come “carriera” – avrei voluto fare l’attrice di teatro – ma come partecipazione, come impegno per migliorare il mondo attorno a me. Nel ’76 il liceo, l’incontro con i grandi temi e l’impegno in D.P.: un’esperienza che ha segnato la mia vita. Anche perché proprio per D.P. nell’84 sono entrata a Rebibbia Penale per seguire un’associazione di detenuti italiani e stranieri che si occupava di far valere i diritti degli stranieri, sconosciuti fino a qualche tempo prima, nelle nostre carceri e in generale in Italia.
Ho sempre creduto, da non credente, che non si possa passare su questa terra senza testimoniare comportamenti e realizzare azioni di senso, che contribuiscano al miglioramento delle nostre condizioni. Anche se non straordinariamente visibili, anche se non apparentemente riconosciute.
A Rebibbia ho conosciuto Antonio Spinelli, uomo sensibile e intelligente, entrato in carcere giovanissimo. Impossibile raccontare in queste poche righe cosa accada nelle relazioni tra una persona libera e una reclusa. La sua idea di casa editrice per bambini, portatrice di senso e segni capaci di crescere individui con mente aperta e libera, crebbe dentro di me in maniera potente. Non ero sola. Oltre a noi c’erano altri detenuti e volontari. La storia di Sinnos è una storia corale, che dirigo da molti anni ormai, mettendomi spesso in discussione, orgogliosamente incapace di predominare, di essere “capo” nella maniera più deteriore del termine. Con il riconoscimento da parte degli altri di autorevolezza, che mi consente di assumere le mie responsabilità, ma anche di affidarmi. L’obiettivo, fin da subito, è stato di creare un’impresa che producesse buoni libri per bambini e ragazzi. Sostenendoci, soprattutto all’inizio, anche con il lavoro di service grafico ed editoriale che tutt’ora svolgiamo.
Il problema è che occuparsi di bambini e ragazzi in questo paese sembra sia un optional, a volte inutile. E credo sia molto miope chi oggi non sappia vedere le conseguenze di questo atteggiamento. Non sono pessimista perché la passione che mi muove è forte. Perché, quando incontro i bambini e i ragazzi, sento l’effetto che fa la relazione con loro. Come a Lampedusa, dove sono stata alcuni giorni per raccontare storie e libri a bambini che non ne avevano praticamente mai visti. Bambini italiani. Vi assicuro che la relazione che si costruisce con i ragazzi attraverso i libri è straordinaria. E non c’è ipad che tenga.
Un piccolo faro per me è stato il lavoro di Jella Lepman, giornalista ebrea tedesca che – tornata in Germania con un incarico dell’esercito americano – decise che i libri avrebbero potuto contribuire alla ricostruzione di un paese e della sua coscienza. Abbiamo raccontato il suo lavoro in «La strada di Jella. Prima fermata Monaco» (Sinnos, 2009).
Abbiamo iniziato a lavorare sull’interculturalità, un tema che si affacciava appena agli inizi del nostro percorso: era il 1990. Un maestro elementare appassionato ci annunciò l’arrivo di molti bambini stranieri nelle nostre scuole, che andavano accolti. E i nostri bambini italiani dovevano avere strumenti per conoscere i loro nuovi compagni di banco. Nasce la nostra prima collana, I Mappamondi. Un punto di riferimento per chi si occupava di Intercultura. Facendo (e imparando) il mestiere dell’editrice, vedevo farsi concreto il mio impegno politico. Mi allontanai dalla “militanza” in un momento in cui tante cose stavano cambiando (gli inizi degli anni ’90) e il mio fare politica è stato, da allora, soprattutto questo mestiere. Iniziato dando voce ai migranti, che avevano un nome e un cognome, una storia, una lingua madre.
Dai Mappamondi il nostro progetto si è sviluppato ed è in continuo cambiamento, perché intento a capire e seguire il mondo che cambia: una collana giuridica per bambini – Nomos – , albi illustrati, narrativa, alta leggibilità, graphic novel. Nel 2007 abbiamo vinto il premio Andersen per il progetto editoriale e in questo 2014 il premio per il miglior Albo a Fumetti con Cattive Ragazze.
Il timone del nostro progetto editoriale è da sempre quello di offrire ai bambini e ai ragazzi libri che aggiungano senso, senza messaggi “didascalici” e moralisti, ma – come diceva Calvino – storie con la vita dentro. Anche quando parliamo di diritto.
Antonio è morto per un malore improvviso nel 2005, libero da solo due anni. Aveva sposato Elisa, la nostra vicepresidente, e lasciava due bambini piccolissimi. E noi. Che in quel momento abbiamo creduto di aver perso “il sale” della nostra esistenza.
Evidentemente non lo abbiamo perso. La mattina dopo la sua morte ho avviato il progetto Le Biblioteche di Antonio: ogni anno compriamo e doniamo oltre 300 libri di editori diversi a una scuola che dimostri di non aver accesso a libri e lettura, ma che abbia un progetto di biblioteca. Ce ne sono molte in Italia, troppe. Da lì si è aperto un altro fronte in Sinnos, tutto volontario: la promozione di libri e lettura.
Molti ragazzi che hanno lavorato con noi hanno trovato altre strade e oggi in Sinnos siamo prevalentemente donne. L’editoria per ragazzi in Italia è stata costruita e anche oggi è fatta soprattutto da donne. Da Rosellina Archinto e Gabriella Armando, straordinarie pioniere, per arrivare a quelle che ci sono oggi. Mi chiedo spesso se questa coincidenza sia data dal fatto che non c’è potere in questo settore dell’editoria. I libri per ragazzi sono ignorati dai media e anche da quegli adulti intelligenti e responsabili che potrebbero occuparsene. Non sono nelle scuole, perché non ci sono biblioteche scolastiche. Grandi autori per ragazzi sono poco conosciuti e venduti in Italia. Chi di voi conosce il premio Hans Christian Andersen[1]? Chi di voi sa cos’è I.B.B.Y.[2]?
Insomma, questo è un lavoro di cura, lento, difficile. Le gratificazioni ci sono se si ha la capacità di coglierle: nel trovare e nel saper accogliere gli autori capaci, nell’emozionarsi leggendo una proposta, nel farla diventare concreta, nel portarla in giro, nell’incontro con chi la scopre e la rinnova per te. Di più: la soddisfazione di aver imparato a dire “no”, a ribellarmi alla faciloneria con cui a volte si scrive qui in Italia, soprattutto per bambini. Ancora: rifiutare le storie inutili, appassionarsi nella discussione su un titolo o su una copertina, condividere anche con le altre editrici passioni, dubbi e fatiche. Una per tutte: far comprendere che i libri vanno comprati, perché se nessuno li compera (non avete idea di quante richieste di libri gratis arrivino, perché scuole e biblioteche non hanno soldi) avremo libri sempre più uguali e moriremo di noia. E di ignoranza.
Il lavoro dell’editrice è un bellissimo lavoro. Perché per me ha a che fare con l’impegno a «cambiare in meglio», a «esistere per sé e per gli altri e le altre» perché mi «arricchisco nello scambio» e mi sento «partecipe di un’umanità prossima e lontana» (i bambini!). E questo mio «agire è libero e creativo». Non è facile. Ma è il mio «guadagno» più grande.
Le virgolette dell’ultimo paragrafo sono riprese da Muraro, http://www.libreriadelledonne.it/pubblicazioni/vd-86-vivere-in-un-mondo-che-sembra-alloscuro-della-nostra-liberta/
Potete trovare ulteriori riflessioni su libri, lettura e sul progetto editoriale di Sinnos su
http://www.huffingtonpost.it/della-passarelli/
http://www.giuntiscuola.it/sesamo/a-tu-per-tu-con-l-esperto/libri-come-ponti/ .
e naturalmente su www.sinnos.org
Il senso libero della differenza sessuale.
Il senso è libero, la differenza?
Inizia il seminario annuale di Diotima a partire da venerdì 10 ottobre 2014, ore 17,20–19,20, e proseguirà con questo calendario:
10 ottobre – Diana Sartori: Noi che non siamo indifferenti
17 ottobre – Alessandra Pigliaru: Sapere di sé. Corpi e materialità delle vite
24 ottobre – Wanda Tommasi: Interrogare il desiderio
7 novembre – Tutte le/i partecipanti: Discussione in gruppi
I primi tre incontri si terranno in aula T1 (Polo Zanotto, piano terra) della Facoltà di Lettere e Filosofia, via San Francesco 22, Università di Verona. Nel quarto incontro ci divideremo in gruppi di discussione. Le aule a disposizione sono la T1, 1.4 e 1.6 (queste due ultime sono al Polo Zanotto al primo piano). Il seminario vale come crediti F per il corso di laurea di Filosofia.
Il tema di questo seminario parte da un contesto, quello di una sperimentazione fluida di vite che stanno seguendo strade imprevedibili fino a qualche anno fa. Che si tratti di tecnologie riproduttive, di nuove famiglie, di forme di sessualità fuori schema, di esistenze non rappresentabili in modelli noti, di esseri ai margini, viviamo comunque un contesto nel quale viene superato il significato di umano così come è stato pensato dalla cultura moderna. Niente di male. Non abbiamo mai difeso la cultura moderna, di impronta maschile. Allo stesso tempo però questo ci pone numerose domande.
Diotima è nata a partire dal pensiero della differenza sessuale come interpretante della realtà delle nostre vite. Differenza sessuale non dunque come dato biologico, ma continua scommessa di senso nel leggere quel che avviene nel rapporto pragmatico dei sessi, nel quotidiano, nel lavoro, nella politica, in economia, nella materialità delle esistenze, nel rapporto tra generazioni.
Le pulsioni, che portano a esperienze fluide di vita, rimettono in gioco soggetto, desiderio, corpo, materialità economica, relazioni, toccando un nodo simbolico che ci è sempre stato a cuore, quello tra libertà e necessità. Sta a noi e a chi partecipa a questo seminario trovare il filo di senso nella lettura degli spostamenti che stiamo vivendo.
Abbiamo pensato di dividere il seminario in due parti distinte. La prima parte è composta di tre lezioni (i primi tre venerdì) con il dibattito, che è sempre stato un momento importante della lezione. La seconda parte si concentra nell’ultimo venerdì, cioè il 7 novembre, in cui ci si dividerà in tre gruppi. Ogni gruppo parlerà di tutto e sarà diretto da una delle tre oratrici. È un modo per chi ha partecipato come uditrice di rilanciare le idee ascoltate aggiungendone altre, portare esperienze, dubbi, cose capite per proprio conto.
Bibliografia:
Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartarga, Milano 2003.
Judith Butler, La disfatta del genere, Meltemi, Roma 2006.
Ina Praetorius, Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, Milano 2011.
Rosi Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, DeriveApprodi, Roma 2014.
Françoise Collin, Marisa Forcina, La differenza dei sessi nella filosofia. Nodi teorici e problemi politici, Milella, Lecce 1997.
di Fernanda Cirenza
http://revistamarieclaire.globo.com/Revista/Common/0,,EMI102103-17737,00-A+VILA+DAS+MULHERES.html
pubblicato su Marie Claire edizione brasiliana del 10/11/2009
Prima delle sei della mattina, un po’ di movimento comincia a svegliare un’eccentrica casa colonica costruita al limitare del comune di Belo Vale, nello stato di MinasGerais. In silenzio, Juliana, ventisei anni, aggiunge legna al fuoco per preparare il caffè zuccherato. Ma la sua calma è presto interrotta da un gruppo di persone che invadono in un colpo solo la cucina di Noiva do Cordeiro, una comunità rurale formata da molte donne. Sono loro ad arare la terra, mungere le mucche, dar da mangiare ai maiali, tessere tappeti, cucire trapunte, disegnare biancheria intima, e inoltre si occupanodei bambini. Solo che dietro questa forza femminile esiste una storia orale, senza registri, di pregiudizi e diffamazione.
«Ci siamo unite per non morire di fame e di solitudine», dice RosaleeFernandes Pereira, 44 anni, una delle leader del posto. Gli uomini del villaggio hanno lasciato la casa tempo fa. Sono partiti per Belo Horizonte, a 100 chilometri da lì, in cerca di lavoro e di reddito. Perlopiù lavorano in fabbrica. Ma ogni fine settimana tornano per rivedere le famiglie. Con tutto questo andirivieni la casa, che già era chiacchierata, ha aumentato la sua reputazione di luogo di prostituzione. La maldicenza ha raggiunto la cittadina più vicina, la piccola Belo Vale, distante venti chilometri di strada sterrata. «Siamo state disprezzate perfino alle veglie funebri», dice Rosalee. Nessuno conferma, ma molta gente afferma di aver sentito dire che la cascina è una zona di emarginazione, di spaccio di droga, un covo di malviventi, la casa del demonio. Ma c’è anche chi ne parla bene. «La gente si inventa tutto solo perché sono belle ragazze», dice Carmem, receptionist d’albergo. È vero. Le donne di Noiva do Cordeiro (sono più di cento) sono carine e giovani, la maggior parte è tra i venti e i trentacinque anni.
I commenti malevoli sarebbero l’eredità di un passato marchiato da un adulterio commesso per amore e, più tardi, dalla rottura definitiva con i dogmi delle dottrine religiose.
«Crediamo in Dio. Ma pensiamo di non aver bisogno di andare in chiesa, sposarci di fronte al prete o battezzare i nostri figli», spiega Rosalee. La loro fede più forte è quella nella crescita della comunità per far sì che, un giorno, gli uomini non debbano più abbandonare la casa.
È venerdì
La stanzetta con letto matrimoniale sembra un salone di bellezza. Dodici donne si contendono il fon, le creme, i trucchi. Nelma trucca Sela con fondotinta, cipria, ombretto, kajal, rimmel, rossetto. «È venuta bellissima, guardi.» Iara spennella Elida e Eliany fa le unghie a Flávia. Persino Ângela, tre anni, vuole partecipare alle operazioni di maquillage. «No, questo no» dice Keyla, ventitré anni, sua madre, impedendole di prendere il ferro per capelli che si scalda nella presa. «È una vanitosa. Se non ci sto attenta, usa tutto quanto.»
Il clima è euforico. Da un momento all’altro, gli uomini arriveranno a casa. Simone, ventisei anni, madre di un bambino di sei, aspetta Rodrigo, impiegato di un colorificio. «Non si convive abbastanza. Manca lo stare insieme un giorno dopo l’altro, sa?» Keyla, ventitré, ribatte: «Ma anche avere il marito a casa è un problema». Sposata con Marcelo, Keyla è amareggiata dai sette mesi di disoccupazione del suo compagno. «Siamo alle strette con le spese. Se Ângela ha bisogno di medicine, devo elemosinare in giro, chiedere la collaborazione degli altri». Al momento, il problema di Keyla è che ha finito lo shampoo. «Lo prendo in prestito, le ragazze se ne fregano, ma preferisco avere il mio», dice.
La sorridente Danielle, di appena un anno, che richiama l’attenzione con dei gridolini ben piazzati, usa comepannolino unapezza avvolta in un sacchetto di plastica: gli ultimi cinque pannolini usa e getta li tengono da parte per le prossime notti. Separata dal padre di sua figlia, Eliany non ha chi l’aiuti a mantenere Danielle. «Lui ha riconosciuto la figlia, ma non paga gli alimenti e non la viene a trovare». Il padre della piccola, che abita a Belo Horizonte, aveva tentato di portarci la famiglia, ma Eliany ha avuto paura: «Non mi sono mai allontanata da qui».
Il maggior vantaggio di vivere nella grande cascina è il mutuo aiuto. Se a una manca qualcosa, qualcuno gliela presta, gliela dà, gliela fa. Ma c’è anche un grande svantaggio. «Dormire nella stessa stanza con Ângela è complicato. Per fare l’amore, o qualcuna me la tiene, o si deve aspettare che si addormenti». Non sempre Keyla sopporta la vivacità della figlia.
È difficile anche trovarsi l’innamorato. «Qui sono tutti mezzi cugini, Non c’è gusto», dice Nelma, una bruna dagli occhi verdi di ventitré anni che “da un pezzo” non ha compagnia maschile. Di fatto, la maggior parte delle donne sposate ha conosciuto il suo compagno nella comunità e ha qualche parentela con lui. Per ora, i progetti di Nelma sono di continuare a lavorare i campi e ad aiutare nei servizi di casa. Come buona parte delle donne di Noiva do Cordeiro, Nelma ha frequentato le scuole sono solo fino alla quinta elementare. «Mio padre non riteneva importante che si studiasse. Adesso non ho il coraggio di ricominciare».
Elida, ventiquattro anni, è una delle pochissime ad aver terminato le scuole superiori. Per questo, lavora su più fronti: oltre ai lavori agricoli, rivede testi, riceve eventuali visitatori, si prende cura delle anziane e manipola sostanze chimiche per fabbricare prodotti per la pulizia. Nata a Montes Claros, nel nord di MinasGerais, Elida vive nella comunità da sei anni. «Passavo le vacanze qui con le ragazze. Quando ho finito la scuola, ho deciso di aiutare la comunità a crescere», dice. Elida dorme nella stessa stanza di Nelma, Sonia e Flávia. «Non importa, però sogno un marito, una casetta e dei figli».
Flávia, venticinque anni, concorda. «Sono ore che voglio restare un po’ per conto mio, ma non c’è verso. Entra una, entra l’altra, non ho un attimo di calma.» Lei, che abitava con la famiglia in un altro villaggio lì vicino, è arrivata nella comunità dieci anni fa. Figlia di padre alcoolista, non ha molti bei ricordi del suo breve passato. «Mio padre era violento. Un giorno, la scuola l’avvisò che mio fratello aveva usato il quaderno al contrario. Lui, allora, mise il bambino a testa in giù e gli diede una ripassata da tirar le cuoia».
Nonostante la mancanza di privacy, Flávia è felice della vita che fa. Se fosse rimasta con suo padre, teme che sarebbe diventata come lui. «Ero una ribelle, addirittura una selvaggia. Se vedevo qualcuno che si ammazzava di fatica, non l’aiutavo, non me ne curavo nemmeno. Ero egoista, un mostro come mio padre.» La vita nella cascina le ha offerto una nuova prospettiva. «Qui ho trovato accoglienza. Oltre a questo, mi sento orgogliosa di esser contadina. A volte piango di commozione al momento del raccolto. È un lavoro che mi corrisponde, che ha a che fare con me».
Nelle tredici camere della cascina abitano 37 adulti, tra residenti fisse e quelli che vanno e vengono, e dieci bambine e bambini da zero a dieci anni. Ci sono stanze per le coppie, per le madri senza marito e per single – donne da una parte, uomini dall’altra. Gli unici due bagni, che stanno uno affianco all’altro, sono di tutti. Le altre e gli altri abitanti di Noiva de Cordeiro vivono in trentacinque altre case più piccole, costruite intorno al cascinale a formare la comunità. Benché non vi abitino, è nella casa grande che prendono il caffè della mattina, pranzano, fanno merenda e cenano. «La mia casa è là dabbasso, ma passo tutta la giornata qui», dice Cida. Lei e molte altre si riuniscono nell’enorme sala con TV a 46 pollici e schermo piatto, che è stata comprata dopo una colletta durata quasi un anno, fatta fra i trecento abitanti della comunità. Se non fosse per la TV, Noiva de Cordeiro sarebbe ancora più isolata dal mondo. Nei dintorni non ci sono edicole, non esistono connessioni a internet e i cellulari non prendono. Per comunicare, le abitanti usano l’unico telefono pubblico della comunità, installato alla porta della cascina quattro mesi fa.
La grande dimora
Delina Fernandes Pereira, sessantacinque anni, è la matriarca di Noiva de Cordeiro. In quanto tale, decide del funzionamento del villaggio. La sua filosofia è tutti per uno, uno per tutti. La comunità vi si attiene. Delina è la loro guru. Vedova, con quindici figlie e figli, è chiamata “madre” anche da chi non ha legami di sangue con lei. Padrona della terra che ha trasformato in campi coltivati e del casolare, ha ereditato il compito di raccontare la storia di emarginazione della sua famiglia che si protrae da oltre un secolo. Chiunque sa del retaggio del villaggio, ma solo lei, di fatto, è padrona della storia.
Con una sigaretta in mano, Delina racconta che tutto cominciò a causa di un idillio. «Fu quando mia nonna lasciò il marito per vivere con il nonno Chico.» Infelice nel matrimonio con Arthur Pierre, Maria Senhorinha de Lima fuggì con Francisco Fernandes al paesello di RoçasNovas alla fine del XIX secolo. La famiglia di Francisco, indignata per il loro comportamento, cercò di diffondere la notizia dell’adulterio nella zona, così quando i due amanti ci arrivarono, furono ostracizzati dal vicinato. La chiesa li scomunicò tutti e due, insieme a tutta la discendenza che avrebbero avuto fino alla quarta generazione. Malgrado la condanna, la coppia costruì la cascina e vi allevò dodici figli e figlie.
Quasi cinquant’anni dopo, quando il maleficio sembrava quasi dimenticato dalla popolazione di RoçasNovas, un nuovo matrimonio aggravò la situazione. Fu quello di Delina, che abitava nel cascinale, con il pastore evangelico Anísio Pereira. «Io avevo sedici anni, lui quarantatré. Non ci contestarono la differenza d’età perché Anísio era uomo di Dio. Il problema fu che lui fondò la chiesa Noiva do Cordeiro (“Sposa dell’Agnello”, N.d.T.) e si mise a convertire la gente.» Delina non sa dire se il nome della chiesa, all’origine di quello della comunità, fu un omaggio che Anísio fece a lei. Ma sospetta di sì. «Io sono stata la sposa dell’agnello, quello toglie i peccati dal mondo».
La dottrina evangelica disturbò i cattolici, e la cascina, in cui si svolgeva il culto, tornò ad essere causa di turbamento. Le regole del pastore includevano preghiere quotidiane, digiuni costanti e punizioni pubbliche. Erano proibiti gli alcolici, le droghe, la musica, il taglio dei capelli e i metodi contraccettivi. La rigorosa agenda degli obblighi condusse il villaggio a una povertà francescana. «La religione è come una malattia: contagia uno, contagia tutti. C’era tanto da pregare che non avevamo tempo per piantare le colture», dice la matriarca della comunità.
RosaleeFernandes Pereira, la maggiore delle figlie di Delina e Anísio, è cresciuta con questo modello. A dieci anni, digiunava già insieme agli adulti. A sedici era sposata e a ventuno era madre di tre figlie. Di nascosto dal padre e dal marito, Rosalee organizzò un gruppo di donne per andare a farsi legare le tube, un peccato imperdonabile secondo la dottrina di suo padre. «Tutto quello che si faceva era peccato. Nella mia testa, evitare un figlio erasolo unofra gli altri.» Questo fu il principio della fine della leadership del pastore. Vecchio e screditato, Anísio ormai non convinceva più tanto gli abitanti del villaggio. Con la sua morte, nel 1995, le persone della comunità abbandonarono definitivamente i dogmi religiosi, e i pettegolezzi dei villaggi vicini ricominciarono. La grande casa colonica, già covo di adulteri, ora poteva diventare la dimora del demonio.
Nova do Cordeiro era rovinata. A Belo Vale, gli abitanti di Cordeiro non erano i benvenuti. Belo Horizonte era ancora più pericoloso per loro. Anche se non c’erano più motivi religiosi, Delina continuò a riunire la gente nella cascina. «Anísio era troppo rigido, ma una cosa buona la insegnò, e cioè l’amore e l’unione fra tutti. È in questo che credo. Sono timorata di Dio, ma non ho bisogno di patire la fame e il freddo per essere figlia Sua.» Questa comunione sarebbe stata la leva per la creazione delle piantagioni. Non essendoci lavoro per tutti nei campi, donne e uomini si divisero per garantire la sopravvivenza del villaggio. Gli uni se ne andarono in cerca di reddito, e le altre si misero a coltivare tutte insieme.
La registrazione ufficiale della comunità è del 1999, anno in cui è stata inaugurata l’associazione degli abitanti. Ma la collettività ha cominciato a formarsi spontaneamente almeno una decina di anni prima. Costrette dalla necessità, le abitanti dapprima hanno creato una specie di kibbutz (in ebraico, “riunione”), una collettività che in Israele si caratterizza per l’assenza di un singolo padrone della terra. «Non so che cos’è. Qui la gente non si spreca in teorie», dice Delina. Ma i campi di Cordeiro alimentano gli abitanti con riso, fagioli, miglio, caffè e ortaggi. Nonostante siano le donne a coltivare la terra, anche gli uomini contribuiscono alla comunità: parte del loro denaro è investito nell’acquisto di sementi, bovini, suini e pollame.
Comunque sia, la società di Noiva do Cordeiro sta sviluppandosi. Oltre alla produzione agricola, le donne hanno messo in piedi un laboratorio sartoriale di intimo, trapunte patchwork e tappeti. All’inizio, tre di loro hanno tentato di vedere gli articoli nelle comunità rurali e a Belo Vale. Non avendo avuto successo, sono partite per Belo Horizonte e si sono messe a vendere porta a porta. Oggi, i loro prodotti sono venduti direttamente in fabbrica e in un negozio della capitale. Ma quando arriva il momento del raccolto, fermano le macchine e vanno tutte nei campi. Per ora, la fabbrica non garantisce reddito alla comunità. Ma i sogni delle donne di Cordeiro volano alto. Vogliono estendere le coltivazioni e fare dell’atelier tessile una fabbrica redditizia. Il cascinale va avanti e, se dipendesse solo dal sogno, un giorno diventerebbe un albergo pieno di storie.
(revistamarieclaire.globo.com, 10/11/2009)
I suoi contemporanei hanno ascoltato poco o niente le sue parole, ma oggi la sua idea di giustizia e il suo invito a costruire una civiltà politica rinnovata nel profondo e consapevole delle sue radici trovano una forte risonanza nel nuovo pensiero femminista: a Simone Weil (Parigi 1909-Ashford, 1943), grande filosofa, mistica e scrittrice francese, è dedicato il numero di settembre di Via Dogana. «L’Europa di Simone Weil» si intitola la storica rivista della Libreria delle donne di Milano che s’interroga sui nuovi scenari. Quale Europa si apre oggi? Quella dei profughi e delle profughe in arrivo sulle coste del Mare nostrum, dello scontro che potrebbe diventare un terribile schianto fra Russia e Ucraina, del fallimento della conciliazione fra lavoro (in drammatico calo) e cura o quella della rappresentanza che in nome della parità di genere ha nominato una donna, l’italiana Federica Mogherini, sua nuova Lady Pesc?
Per trovare ispirazione il pensiero femminista si rivolge agli ultimi scritti di Simone Weil animati da una potente passione politica di fronte alle tragedie del suo tempo. In verità più che scrivere avrebbe voluto fortemente combattere nella resistenza francese ma France Libre, l’organizzazione in esilio capeggiata da De Gaulle, la colloca in un ufficio londinese a spulciare documenti, dove nel 1942 farà la sua «Resistenza in una stanza».
Racconta Vita Cosentino nell’editoriale:
«Chiusa nel suo ufficio fino a tarda notte scrive pagine intensissime su tutte le questioni importanti del momento: la sovranità nazionale, i partiti politici, la giustizia, la logica dei diritti… Soprattutto matura l’idea che vivere in un’epoca in cui si è “perduto tutto” può essere l’occasione perché l’Europa faccia una sorta di autocoscienza e comprenda che la guerra non era stata la causa ma la conseguenza di una malattia più antica: la perdita di contatto con le radici della propria civiltà. E da qui ripartire. Pensa e scrive febbrilmente fino alla morte, che la coglie per tubercolosi la sera del 22 agosto del ’43. Accanto al suo letto d’ospedale, su un foglietto è stato trovato un frammento: “La sola cosa che possiamo costruire è una civiltà. Nuova, rispetto al caos spaventoso finito in un incubo. Viva. Se possiamo…».
La ripubblicazione, recente, del libro di Simone Weil Una costituente per l’Europa (Castelvecchi, 2013), è dunque la traccia da seguire. Scrive Lia Cigarini, dichiarando il suo desiderio che con l’Europa si formi un’entità (una democrazia?) transnazionale che non assuma carattere statale e che abbia nella negoziazione il suo principale strumento politico. «A me interessa qui che Simone Weil senta indispensabile il simbolico (soprannaturale) per pensare e formalizzare le sue idee per una Costituzione Europea. Infatti scrive: “al di sopra delle istituzioni, destinate a tutelare il diritto, le persone, le libertà democratiche, bisogna inventarne altre, destinate a discernere ed eliminare tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto il peso dell’ingiustizia, della menzogna e della bassezza. Bisogna inventarle, perché sono sconosciute…. Ed è impossibile dubitare che siano indispensabili”…. Simone Weil è drastica: i partiti non pensano, gli esseri umani sì. Perciò il popolo deve nominare esseri umani non perché lo rappresentino ma perché si occupino delle sue aspirazioni più profonde e vere».
Sorprende l’attualità del pensiero della filosofa francese. La sua esortazione a «non credere di avere dei diritti», già in passato raccolta dal femminismo della differenza, è un esplicito invito a non puntare su una politica di rivendicazioni, ma a tenere aperto, oltre al diritto, il riferimento alla giustizia. Scriveva Simone Weil:
Se si dice a qualcuno in grado di capire «ciò che mi stai facendo non è giusto» è possibile risvegliare lo spirito di attenzione e di amore. Ma non si ottiene lo stesso scopo con parole come «Io ho il diritto di…», «Tu non hai il diritto di…», che racchiudono in sé una guerra latente e suscitano uno spirito bellicoso. Quando se ne fa un uso quasi esclusivo diventa impossibile fissare lo sguardo sul vero problema.
Maria Concetta Sala osserva che per chiunque desideri orientarsi nell’odierna babele sociale l’opera di Simone Weil può essere una bussola preziosa, ma perché ciò accada occorre predisporsi a una nuova lingua capace di «cogliere pensieri inesprimibili» e di ripensare in modo radicale la questione sociale e la condizione umana a partire da sé. Sosteneva Simone Weil nel 1943: «La giustizia non è di questo mondo ma qui e ora a ogni essere umano è data la libertà di non aderire all’apparenza di giustizia, la giustizia menzognera, e di trattare l’essere diverso da sé con giustizia, vale a dire anzitutto non fargli del male, battersi perché si ponga cura e rimedio a tutte le ferite, privazioni e offese…».
Soprattutto trattare un essere umano con giustizia significa sapersi tenere alla giusta distanza, non tentare di assimilarlo né di addomesticarlo bensì rispettarne il libero consenso, essenziale affinché l’obbedienza non si trasformi in oppressione.
Era indignata Simone Weil – come lo sono molte e molti di noi oggi – di fronte al degrado della politica istituzionale, al punto da proporre l’abolizione dei partiti per favorire l’attenzione di ogni parlamentare alla giustizia piuttosto che alla disciplina di partito. Spiega Wanda Tommasi che l’idea di Europa proposta dalla Weil si fonda sul ritrovamento delle proprie radici culturali. Era consapevole del fatto che chi subisce un dominio deve lottare nella cultura e nel linguaggio per la dicibilità della propria esperienza. «Se è vero, come Weil afferma instancabilmente, che il potere è composto per più di tre quarti di prestigio, un prestigio contagioso fino al punto di comunicarsi a coloro che lo subiscono, la prima mossa di chi patisce un dominio è quella di sottrarsi al fascino del potere e dando voce alla propria esperienza». E Tommasi racconta come la filosofa, che concepiva la politica come qualcosa di molto distante dalla logica spartitoria dei partiti, ne offrì un esempio nel suo progetto per un corpo di infermiere di prima linea, destinate a contrapporsi al culto virile e guerresco della forza. Come antidoto al fanatismo nazista immaginò questo gruppo di infermiere capaci di rischiare la vita per prestare i primi soccorsi ai soldati feriti. L’autrice nota come Weil, solitamente insofferente nei confronti della subalternità femminile, usi in questo caso l’espressione tenerezza materna, valorizzando la differenza femminile, capace di un coraggio usato non per uccidere ma per curare.
Pensiero mistico, utopico? In quest’Europa guidata dai falchi della Commissione Europea (Die Kommission?) sarebbe bello che qualcuno ascoltasse le parole di una donna che non restava impigliata nella lingua degli uomini.
La rivista viene presentata oggi (sabato 13 settembre) alle ore 18, alla Libreria delle donne di via Pietro Calvi 29.
Ai seguenti link si possono scaricare le lezioni della XII° Edizione della Scuola Estiva della differenza, svoltasi a Lecce tra l’8 e il 12 settembre 2014 (organizzata in collaborazione con la Comunità delle Benedettine): Un punto fermo per andare avanti:saperi, relazioni, lavoro e politica.
Fina Birulés, “Approssimazione all’opera filosofica delle donne. Problemi e sfide metodologiche” [PDF]
Marisa Forcina, “Le donne eccellenti del Salento. Lezione peripatetica per le vie di Lecce” [PDF]
Sara Gandini, “Il punto fermo della differenza” [PDF]
Helena González, “Il potere del triangolo. Festa da palabra silenciada” [PDF]
Elena Laurenzi, “‘In direzione sconosciuta’. Studiare e trasmettere le opere delle donne” [PDF]
Rosa Rius Gatell, “Rinascimento: eccellenti nel proprio tempo” [PDF]
Nadia Setti, “Scrittura lettura come pratica delle relazioni: genere, femminismo, letteratura” [PDF]
Irene Strazzeri, “Riprendiamoci la forza” [PDF]
Alcuni sono testi di lezioni alla Scuola Estiva, altre sono lezioni dell Programma Intensivo “I Saperi delle Donne”. Concomitante con la Scuola e rivolto a studenti francesi e spagnole/i – ha unito Il Gruppo di ricerca “Creaciò i pensament de les dones” e il Seminario “Filosofia i gènere” della Universitat de Barcelona (UB) – Il Centre d’Études Féminines et d’Études de Genre della Université Paris 8 Vincennes – Saint-Denis, – e una rete di studiose che fanno riferimento alla Scuola della Differenza dell’Università del Salento.
di Elisabetta Ambrosi
Ho trentanove anni, sono una giornalista, ho un figlio di quattro e sono una guerriera. Ogni giorno – e pure di notte – provo a tenere insieme un lavoro da inventare e difendere, un bambino da lavare-nutrire-vestire-educare- amare, la mia libertà e le mie passioni. Il tutto mentre la crisi morde e il welfare si sgretola.
Per anni ho pensato di essere scarsamente capace di lottare per il lavoro che desideravo senza dover rinunciare al resto. E ancor di più, dopo l’arrivo di un figlio-che-ti-cambia-la-vita, mi sono sentita a lungo in conflitto tra l’occupazione vigile e permanente sul fronte lavorativo – fare la giornalista in tempi di editoria in crisi e stravolgimenti tecnologici – e l’occupazione altrettanto vigile e permanente sul fronte bambino, con tutto il suo carico di bisogni: fisici (provate voi a tagliare le unghie a un piccolo maschio scatenato), emotivi (provate voi a cercare un ritmo il più possibile armonico tra la vostra presenza e assenza con lui sgusciando fuori casa al momento giusto e precipitandovi per tornare all’ora promessa), infine sociali (provate voi a scegliere la scuola giusta per un bambino, tra edifici cadenti e didattica prebellica).
Non ho mai rinunciato alla convinzione di poter fare un lavoro impegnativo con precisione, determinazione e persino allegria, e nel frattempo spupazzarmi uno o più bambini senza accettare compromessi al ribasso, nella felicità mia e altrui. Continuo a credere che tutto questo sia possibile, ma a prezzo – qui, nell’Italia di oggi – di una fatica doppia e di un logoramento direttamente proporzionale, oltre che al paese, anche alla città in cui si abita («Dimmi in che regione vivi e ti dirò che madre sarai»).
Ma è un’altra rivoluzione che questo libro vorrebbe raccontare: a un certo punto ho preso atto che tutta la fatica,il malessere e pure la frustrazione che io, e insieme a me un mucchio di donne là fuori, spesso proviamo, poco c’entrano con un fantomatico nostro problema interno, caratteriale, psicologico e tanti altri impalpabili aggettivi. Né c’entrano col fatto che siamo fatte male, sbagliate o tanto meno incapaci.
Così, per esempio, dovremmo capire che quando stiamo male dentro, o non sappiamo quali pesci prendere, non sempre serve chiamare lo psichiatra che prescriva un ansiolitico o un antidepressivo: basterebbe non perdere il lavoro nel momento in cui entriamo in ospedale a partorire o trovare un asilo colorato in cui viene proposta una didattica intelligente che accolga tuo figlio. O anche (incredibile quanto conti, si scopre solo dopo che un figlio è arrivato) avere un parco curato sotto casa, magari con gli alberi sani, i cui rami non ti cadano in testa. E quindi è là fuori – e non solo tra le pareti domestiche – che si combatte la nostra battaglia. Far sentire la propria voce, insomma, per farla sentire soprattutto a se stesse.
«Quanto guadagni? Come vorresti cambiare il tuo lavoro? Hai avuto i figli che desideravi o ne vorresti altri? Com’è la loro scuola? Sei libera? Sei felice?»: queste le domande che ho rivolto ad amiche e conoscenti, mamme e donne di ogni parte d’Italia. Dopo aver letto le loro risposte, ancor più mi sono convinta che noi – giovani madri della generazione co.co.co-partite Iva e del debito che si mangia quei servizi che dovrebbero aiutarci – siamo delle guerriere, delle combattenti, lottatrici in difesa dei nostri desideri di fecondità e di vita contro i molti ostacoli disseminati lungo il percorso. Per questo inciampiamo spesso, e a volte ci facciamo pure male, per poi rialzarci, magari con l’aiuto di una mano amica.
«Se molli fai vincere loro, non esiste» mi ripete sempre la mia amica Silvia, che ha tre figli ed è una sorta di Virgilio al femminile che mi accompagna nel libro con un compito specialissimo: evitare di cadere nel vittimismo o nello scoraggiamento. «Mollare? Mai» le rispondo. «Ma siccome crescere figli è un fatto politico, altro che privato, almeno mettiamola in piazza la nostra trincea quotidiana». «Non vorrei, Elisabetta, che poi ci considerassero eroine, e si lavassero ulteriormente le mani». «No, non siamo eroine né vogliamo medaglie, che quelle le danno ai morti e noi siamo vive e creative, ma almeno che il mondo sappia». «Che il mondo sappia. Ma la rabbia non serve, anzi paralizza. Meglio l’ironia». «Ma anche calme, sai, di quella calma saggia e solenne». «Potremmo dire un po’ ieratiche?» . «Cosa ne dici di ironico-ieratiche? Mamme ironico-ieratiche». «Potremmo farci una canzone rap». «Ma io so scrivere solo libri». «Va bene lo stesso» . «Allora eccomi qua. Cominciamo?».
(Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2014)
di Arianna Di Genova,
Da bambina, Maria Lai aveva imparato a camminare sospesa nel vuoto insieme a un gruppo di zingari acrobati che si erano fermati nel paese dove viveva per lunghi periodi con gli zii. Solitaria, non frequentava le elementari, passava i pomeriggi a disegnare col carbone. Fino al giorno in cui arrivarono i gitani. Le piaceva molto volteggiare guardando il cielo terso della sua terra, tanto che quando i giocolieri decisero di partire, lei si unì a loro, accucciandosi dentro il carrozzone che andava via.
Fu quella solo la prima delle sue fughe: nel corso della vita ne seguirono molte altre perché, diceva, bisogna sempre mantenere la giusta distanza dagli altri per rimanere se stessi («niente mi avrebbe distolto dal mio pozzo»). È una disciplina quella della distanza da esercitare quotidianamente, senza distrazioni, soprattutto se si è donna, nata nei primi decenni del secolo scorso (1919), con il dèmone della curiosità che ti brucia dentro, in un paese aspro come la Sardegna, terra atavica di pastori e tessitrici, luogo un po’ magico dove le janas, le fate delle grotte, aiutano a costruire le trame delle cuciture di tappeti e di stoffe con il loro ordito che mescola rigore geometrico e libera immaginazione. Un luogo dove le caprette pascolavano inerpicandosi per sentieri rocciosi e adesso – grazie a Maria Lai – camminano composte in fila indiana, «cucite» con il ferro lungo le mura di cemento che contengono il terreno franoso.
Nel paese delle janas
«Aveva ragione mio padre a dire che ero una capretta ansiosa di precipizi», raccontava divertita nelle interviste. Eppure quell’immagine di estrema semplicità non la disturbò mai; anzi, la fece sua, ne estrasse il nettare simbolico («è la fantasia»), la riprodusse con alcuni segni essenziali – un rettangolo e un triangolo – in cui la lezione di un maestro ruvido e per nulla incoraggiante come Arturo Martini, seguito per tre anni a Venezia, non venne mai meno. Poi, la portò ovunque ce ne fosse bisogno e ne regalò il copyright alle donne tessitrici così che la potessero far rivivere ogni giorno nei loro ricami. L’ha disegnata anche sul dorso della montagna, ma quella capretta bianca ha una personalità particolare, viene da storie lontane, è rotolata nelle parole dello scrittore amico Giuseppe Dessì e poi si è rimodellata fra le sue mani.
A Ulassai, lì dove un tempo c’era la stazione del treno e oggi c’è un piccolo museo per l’arte, tira un gran vento che scompiglia le fronde degli alberi e fa ondeggiare la scultura dedicata a Antonio Gramsci. Maria Lai volle lasciare un suo contributo dedicato allo scrittore fiabesco che dal carcere mandava lettere a Giulia perché leggesse la storia della montagna e del topolino al figlio Delio, costretto a crescere con il padre lontano: una grande struttura in ferro, filiforme e nodosa, come filiforme e nodoso era il corpo dell’artista, al cui vertice troviamo arrampicati due bambini. Dovranno piantare un albero per far placare la natura ed evitare frane rovinose. E proprio lì, nel suo luogo natìo, in quel borgo abbarbicato in mezzo a una gola, dove il dio del vento non smetteva mai di soffiare e dove la comunità viveva sempre sotto la minaccia di temporali catastrofici, Lai ha agito come una jana, una fata: ha regalato quella visionaria performance collettiva, Legarsi alla montagna (1981), donando una nuova ripartenza a tutti, ad anziani e bambini, scacciando i fantasmi del passato.
La leggenda racconta di una bambina che, come Cappuccetto Rosso, era stata mandata a portare il pane ai pastori. Di fronte all’avvicinarsi di un brutto temporale, questi si erano rifugiati nelle grotte con il gregge. A un certo punto, la piccola vide un nastro celeste attraversare il cielo e presa da stupore, lo seguì correndo. I pastori non ne vollero sapere di abbandonare il loro rifugio e quando la parete della montagna venne giù, rimasero sepolti fra i sassi. Il nastro, con la sua bellezza effimera, proprio come l’arte, aveva indicato una direzione di salvezza.
Maria Lai, chiamata per disegnare un monumento ai caduti, rifiutò la commissione pubblica e propose invece la sua azione: un nastro (26 chilometri di stoffa di jeans) avrebbe legato le case e i loro abitanti uno a uno fino ad arrivare alla montagna. Per realizzare l’impresa, bisognava parlare con le persone e convincerle a superare antichissimi rancori, inimicizie radicate negli anni. Lei ci riuscì, inventando un linguaggio del nastro: sarebbe passato dritto dove le famiglie non si parlavano, annodato dove vi fosse condivisione di affetti, con un pane da festa appeso se vi fosse amore. Nessuno, affacciandosi fra quelle rocce sarde, lassù, dimenticò più quella giornata speciale che finì con balli e canti a notte fonda, venne filmata da Tonino Casula e rimase impressa nella pellicola di Piero Berengo Gardin.
Dalle trame alle mappe
Ricucire il mondo – le tre rassegne in omaggio all’artista che impegnano la sede del Palazzo di Città a Cagliari, il Museo Man di Nuoro e Ulassai – rappresentano un percorso espositivo che rispetta, concettualmente, quel «legarsi» l’uno all’altro voluto fortemente da Maria Lai. Sono tappe di una retrospettiva (visitabili fino al 2 novembre prossimo) che costringono a uno spostamento reale, a un pellegrinaggio laico, chiamando lo spettatore a un’attiva partecipazione. Lo immergono in una molteplicità di universi – letterari, poetici, infantili, fiabeschi, teatrali, geografici, cosmici – e non è così scontato che alla fine ne esca fuori, «a riveder le stelle». Potrebbe rimanere impigliato nei telai che disseminano trame, nelle mappe che fanno svanire i confini degli stati, nelle lavagne con le scritte lavate dall’acqua del mare, fra le pagine di leggende d’amore e morte, fino a perdersi in nostalgie lancinanti in quel «cimitero di bambini», distesa di ex voto realizzati con il pane, rito consolatorio in onore di chi non c’è più e insieme il riattivarsi di una tradizione arcaica. Una ragnatela è anche quella che avvolge le sedi stesse e alcune opere, un’installazione ideata dall’artista Claudia Losi con lo stilista Antonio Marras.
Con più di trecento opere – reperite fra collezioni pubbliche e private – e un numero assai maggiore in corso di catalogazione, si va a comporre un mosaico creativo che precedentemente lamentava molti pezzi mancanti. Oggi, come ha spiegato Barbara Casavecchia, curatrice insieme al direttore del Man Lorenzo Giusti della mostra di Nuoro, l’attività teatrale e didattica dell’artista ha ritrovato alcuni «fili» dispersi e completato la sua narrazione (pure con un breve video di animazione che Lai aveva realizzato con i piccoli studenti).
Così se a Cagliari, sotto la cura di Anna Maria Montaldo (direttrice dei Musei Civici), va in scena la prima parte di una produzione ricchissima – dagli anni Quaranta agli anni Ottanta, compreso un corpus di disegni sorprendente per la modernità di un segno che non concede nulla al décor e che nel suo minimalismo costruttivista molto ricorda quello delle avanguardie russe – a Nuoro invece ci si lascia cullare dall’affabulazione magica dei libri «scuciti», dai variopinti varani pronti a proiettare ombre caleidoscopiche sulle finestre, dalle scritture per iniziati, dal gioco dell’oca e da quello delle carte, da oggetti banali rivisitati attraverso la manualità ludica dell’artista (che spesso lavorava con la sorella e la nipote Maria Sofia Pisu, «mentre cucivamo, dovevamo pensare che stavamo scrivendo a qualcuno»).
Il ritmo della poesia
Qui e lì, a Cagliari e a Nuoro, ma anche nel lavatoio di Ulassai, sfilano i grandi telai, seguiti dalle meravigliose geografie, mondi da esplorare liberamente, che intrecciano terra e cielo, astri e sassi. Ovunque, in tutte le sedi espositive, aleggiano le sue figure di riferimento, affettive e intellettuali, quelle a cui rimase legata per l’intera esistenza: Salvatore Cambosu, ritratto più volte, maestro e poeta che le insegnò a leggere le parole attraverso il ritmo («il mio sogno è che all’ingresso di ogni museo e scuola possa esserci la scritta ‘non importa se non capisci, segui il ritmo’», dirà Lai anni dopo), la spinse a ripartire dalla Sardegna, dopo la guerra, quando ormai i viaggi di istruzione erano alle sue spalle e tutto le sembrava perduto; e il vicino di casa e sodale, lo scrittore Giuseppe Dessì, che la rimproverava perché «faceva scarabocchi», mentre in realtà la appoggiò incondizionatamente e collaborò con lei, con allegria e erudizione.
L’oralità e la scrittura sono le due stelle polari che hanno guidato l’arte di Maria Lai («da piccola, guardavo mia nonna che rammendava lenzuola, a me sembravano scritture e quando lei mi chiedeva scherzosamente di leggerle, io inventavo storie»). Il punto di saldatura è nel gioco e quando avviene il miracolo, scendono in campo temi ancestrali, reminiscenze junghiane e letture profonde. Perché, a distanza di un anno dalla sua scomparsa (Maria Lai se n’è andata a 93 anni nell’aprile del 2013), si può tranquillamente scavare nel suo alfabeto originale e scoprire, una volta per tutte, che in lei non c’era nulla di naïf. L’ossatura intellettuale di Maria Lai era robustissima, nutrita anno dopo anno con frequentazioni di letterati, architetti, artisti e, perché no, bambini.
Anche la «preistoricità» delle figure prese in prestito dalla sua terra, era un lascito «avvertito», un’eredità fortunata. Bastava saperla cogliere per il verso giusto.
(il manifesto, 16 luglio 2014)
COMUNICATO STAMPA
Libreria delle donne
Via P. Calvi 29 Milano tel. 02 70006265
info@aspirinalarivista.it | www.aspirinalarivista.it
La Libreria delle donne entra nel mondo dell’editoria digitale con Aspirina C, una collana e-book attenta al rapporto tra immagini e scrittura, umorismo e attivismo, arte e politica. La collana è un progetto di Aspirina, rivista acetilsatirica disegnata e scritta, nata su carta nel 1987 e ripresa online nel 2013.Negli e-book Aspirina C, la redazione e le autrici sperimentano grafica, animazioni e interazioni con il formato ePub3. La collana nasce dal piacere di lavorare insieme, dalla collaborazione fra chi programma e impagina, chi disegna e scrive, chi fa animazione, chi canta e suona.I primi titoli pubblicati saranno Annunci a luci rosse di Pat Carra, Pensieri di una misantropa di Margherita Giacobino e Teresa Sdralevich, Wonderrina di Annaurla.
Mercoledì 24 settembre 2014 alle ore 19.30, presso la Libreria delle donne, Milano
ASPIRINA FESTEGGIA CON LE PINNE
Le Pinne in concerto inaugurano la collana Aspirina C
Le Pinne, duo pop marino formato da Irene Maggi e Simona Severini, propongono canzoni originali che fanno ridere anche quando sono tristi. Hanno inciso un primo disco, Le cose gialle, e stanno preparando il secondo, dedicato al tema degli alieni. Hanno partecipato a festival e rassegne cantando al Magnolia e al Carroponte (Milano), al Fienile Fluo (Bologna), all’Arci (Mantova), a Radio popolare e Radio rock’nroll.
Accorrete per lanciarvi nel mare digitale con Le Pinne e senza occhiali, pagaieremo festanti per l’intera serata e in caso di raffreddore ci saranno Aspirine vecchie e nuove a profusione.
La serata aderisce al progetto IL TEMPO DELLE DONNE della Fondazione del Corriere della sera.
Ingresso libero per tutte e tutti
di Maria Concetta Sala
L’odierna babele sociale, i drammi e le tragedie nei nostri mari e nelle nostre case, i reboanti bollettini di cronaca e di politica interna, europea e internazionale squassano cuore e mente con il risultato di acuire le lacerazioni del vivere e offuscare la percezione del presente, sicché allo smarrimento interiore e al disordine esterno si reagisce ora con la lamentela ora con la concitazione volta a sanare tutti i mali del mondo ora con un torpore al limite del cinismo o con un’apatia devastante. (…) In simili frangenti, mi pare di comprendere il «sentimento di collera e di vergogna» che assalì nel 1931 Simone Weil nei confronti del suo Paese durante la visita dell’Esposizione coloniale di Parigi e di cui riferisce non solo negli scritti sulla questione coloniale ma anche nelle riflessioni di Londra volte a ridefinire la riorganizzazione politico-istituzionale della Francia nell’Europa postbellica e a pensare una civiltà che metta al centro l’umano.
Per chiunque desideri orientarsi nel subbuglio odierno la sua opera può essere una guida e una bussola ma solo se ci si predispone all’apprendimento di una nuova lingua «capace di cogliere pensieri inesprimibili» e all’addestramento a un’arte della politica produttrice di cambiamenti non fittizi nel modo di abitare e condividere il mondo.
La frequentazione e l’interrogazione dei suoi scritti impongono un ripensamento radicale della condizione umana e della questione sociale a partire da sé, e questo ripensamento nella vicenda di vita e di pensiero di molte donne e uomini, compresa la mia, interseca da più decenni la pratica politica delle relazioni legata all’avvento della libertà femminile. Non per caso richiamo dunque il titolo del volume del 1987 della Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, che riprende un’annotazione di Weil del 1941: «Non credere di avere dei diritti. Cioè, non offuscare o deformare la giustizia, ma non credere che ci si possa legittimamente aspettare che le cose avvengano in maniera conforme alla giustizia; tanto più che noi stessi siamo ben lungi dall’essere giusti. (…) Bisogna sempre aspettarsi che le cose avvengano conformemente alla gravità, salvo intervento del soprannaturale. Bisogna essere riconoscenti se si viene trattati con giustizia. Inversamente, non bisogna mai cercare di fare al prossimo altro bene che trattarlo con giustizia».
Queste parole ribaltano il modo comune di pensare e di operare fondato sulla assolutizzazione della persona e dei diritti che sfocia inevitabilmente nel contagio della vertigine individuale e collettiva – questione messa a fuoco nello scritto La persona e il sacro (1943); esse sottraggono terreno alla presunzione di quanti si arrogano il vanto di poter appagare l’anelito di giustizia di chicchessia facendo appello a rivendicazioni che hanno il difetto di essere illimitabili. Anche se il mondo umano è governato da quella stessa forza bruta indifferente al bene che governa l’ordine naturale, esso è l’unico strumento del bene a nostra disposizione (…).
Questa aspirazione è un atto d’amore perché comporta la rinuncia a occupare il centro del mondo e a esercitare il potere di cui si dispone; è un atto libero al quale si aderisce con la facoltà del libero consenso, ma è un atto che si compie solo in fedeltà alla propria «vocazione soprannaturale» perché implica lo smascheramento di ogni illusione legata alla persona e al prestigio sociale e l’uscita dalla prigione dell’io (…).
Quanto alla conoscenza del sociale, la società è per Weil un grosso animale potente, e i nostri gusti e avversioni riflettono ciò che alla bestia piace o non piace: giudichiamo belle e giuste le cose necessarie perché non sappiamo vedere né mostrare a noi stessi e agli altri la netta separazione tra essenza del necessario e essenza del bene, dato che dipendiamo dal prestigio sociale che è pura illusione. Soltanto l’esperienza della costrizione brutale e quotidiana, come quella da lei vissuta in fabbrica, o l’esperienza della guerra, nel suo caso in Spagna, o l’esperienza dello sradicamento estremo dovuto all’ingiustizia e alla degradazione sociale ci induce a riconoscere che tutto ciò che si ha nell’anima – pensieri, sentimenti, il senso della propria dignità – è al pari di un’onda nel mare in balìa delle circostanze. D’altra parte, un ordine sociale, benché «essenzialmente cattivo» in quanto dominio della forza, è necessario; ebbene, in questo mondo l’imperio della forza non è illimitato, essa trova il suo limite invisibile nella giustizia, che è «la promessa visibile e palpabile su questa terra, il fondamento certo della speranza», «la sovranità della sovranità» (La prima radice, 1943). Essa si invera ogni volta che «un forte e un debole ammettono con tutta l’anima che è meglio non comandare ovunque se ne abbia il potere» (Forme dell’amore implicito di Dio).
La giustizia non è di questo mondo ma qui e ora a ogni essere umano è data la libertà di non aderire all’apparenza di giustizia, la giustizia menzognera, e di trattare l’essere diverso da sé con giustizia, vale a dire anzitutto non fargli del male, battersi perché si ponga cura e rimedio a tutte le ferite, privazioni e offese suscettibili di distruggerne o mutilarne la vita terrestre e si provveda al soddisfacimento dei bisogni terrestri del suo corpo e della sua anima (Studio per una dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano, 1943). Inoltre, e non secondariamente, trattarlo con giustizia equivale a sapersi tenere alla giusta distanza, non assimilarlo né addomesticarlo, rispettarne il libero consenso – essenziale all’amore perché non si trasformi in stupro, e essenziale all’obbedienza perché non si trasformi in oppressione (Lottiamo per la giustizia?, 1943).
Questa autentica apertura alla differenza permette di udire il grido muto emesso dalla parte impersonale di ogni creatura terrestre «Perché mi viene fatto del male?» cui abbiamo l’obbligo incondizionato di rispondere con il calore, la comprensione, l’accoglienza in un ambiente vitale, con una politica fondata sull’amore per la vita nella sua fragilità e nella sua vulnerabilità. Essa è un’energia trascendente che si converte in azione e in un mutamento reale che si irradia nel mondo. I suoi frutti, attesi ma non desiderati, sono analoghi ai doni che riceviamo in uno sprazzo di compassione o di gratitudine, nella contemplazione dell’aurora, in un lampo di genio, nella recitazione di una preghiera o di una poesia amata, in ogni sosta dalla distrazione e dalla dissipazione.
da il Manifesto 9.09.2014
di Franca Fortunato
PUBBLICATA IL 27.08.2014
Gentile direttore, scrivo a lei per parlare anche alle giornaliste, ai giornalisti, ai commentatori e commentatrici di questo che considero anche il mio giornale, dell’urgenza e della necessità di essere tutti e tutte protagonisti e protagoniste di quel cambio di civiltà che stiamo attraversando e che le donne – come ci raccontano le cronache dei tanti omicidi di donne da parte dei “loro” uomini – stanno pagando a caro prezzo.
Mi riferisco al passaggio di civiltà nei rapporti uomo-donna, che è alla base dell’odio maschile verso le donne, che viene fuori quando, per una ragione qualsiasi, queste non stanno più dentro il quadro in cui lui le ha messe e pretende che rimangano: quadro disegnato da un misto di oscure aspettative e di ovvie comodità. In passato, le nostre madri e antenate – come scrive Luisa Muraro – hanno speso tesori di pazienza e d’intelligenza per corrispondere alle esigenze maschili senza diventare sceme o pazze. Non tutte ci sono riuscite. Oggi molte, la grande maggioranza, non ci stanno più. Si sentono libere e intendono comportarsi di conseguenza. Risultato: un crescendo di violenza maschile e di uccisioni di donne. Nello stesso giorno in cui veniva uccisa a Monasterace Mary Cirillo, a Roma un’altra donna veniva decapitata da un uomo; nel giorno del suo funerale, un’altra veniva ferita dal marito a Lamezia Terme. In questo momento storico, l’ostacolo maggiore a questo cambio di civiltà sono gli uomini, la loro arretratezza mentale e culturale nell’ostinarsi ad ignorare e vedere la novità storica della libertà femminile, per farne occasione di discorso pubblico, a partire da sé, di un ripensamento radicale – come stanno facendo alcuni uomini, pochi – di quella cultura della “virilità” e “mascolinità” in cui si radica la violenza maschile contro le donne. Finché gli uomini non vedranno la libertà femminile come un’occasione di libertà anche per sé e non una minaccia, le violenze contro le donne e le uccisioni non si fermeranno. Il cambiamento delle donne è irreversibile e, grazie a loro, anche il mondo è cambiato. La violenza maschile sulle donne non è più accettata, crea indignazione e proteste l’uccisione di mogli, amanti, figlie, fidanzate. Basta pensare che solo nel 1981 è stato cancellato dal codice penale il “delitto d’onore”, in base a cui negli anni cinquanta un uomo di un piccolo paese del Vibonese, tornato dalla guerra, ha decapitato la moglie perché aveva avuto una relazione con un altro, e nessun tribunale l’ha giudicato colpevole. La popolazione, anzi, lo ha scelto per trent’anni come proprio sindaco.
Il mondo è cambiato, la Calabria è cambiata, le donne sono cambiate, ma gli uomini non ancora, non tutti, non abbastanza. Ne è prova la lingua, il linguaggio, anche quello dei giornali. Un linguaggio vecchio, nato dentro il patriarcato che escludeva le donne dalla vita pubblica e perciò nei suoi vocabolari non ha il femminile di nomi quali sindaco, ministro, prefetto, questore, direttore, rettore, avvocato, architetto, vescovo, ecc. e nella sua grammatica conserva regole di concordanza che assegnano al maschile la predominanza sul femminile. Quale immagine di uomo trasmettiamo ai giovani maschi quando usiamo termini maschili per parlare di donne che hanno fatto carriera? O quando nelle concordanze seguiamo la regola stabilita nel 1676 da Dominique Bouhours secondo cui «quando due generi si incontrano, prevale il più nobile»? È facile capire qual è il genere “più nobile”. Quale immagine di uomo e di donna trasmettiamo ai giovani maschi quando noi donne, per dirci, facciamo degli uomini la nostra misura?
Il linguaggio non è mai innocente. Il simbolico è un’arma politica potente, perché arriva alle coscienze e costruisce quell’immaginario dei rapporti tra i sessi che si radica in quelle convinzioni e comportamenti maschili, duri da sradicare e da cui deriva la violenza assassina. Cancellare l’essere donna dalla lingua, dal linguaggio, fare prevalere il maschile non è perciò un puro esercizio linguistico, ma ne va della nostra vita di donne e uomini, del nostro stare insieme nel riconoscimento o meno della differenza dell’altra/o. Gentile direttore, cambiare la lingua, il linguaggio, è responsabilità primaria dei giornalisti e delle giornaliste, è uno dei modi per contribuire a sradicare la violenza maschile sulle donne e porre fine alle loro uccisioni.
(Quotidiano del Sud- 27 agosto 2014)
di Rachele Bertelli
Grazie al successo dei suoi romanzi potè emergere nell’Inghilterra maschilista. Di recente è stata riscoperta in Italia con la pubblicazione de “L’Incantatore”
«Fare filosofia significa esplorare il proprio temperamento andando nello stesso tempo alla ricerca della verità». È questa folgorante formulazione della scrittrice e filosofa inglese Iris Murdoch a fare da protagonista nella lezione tenuta ieri nella basilica di Santa Barbara dalla filosofa Luisa Muraro. Di recente riscoperta, anche con la pubblicazione de “L’incantatore” – che però in inglese aveva un titolo più forte: Fuga dall’incantatore -, la Murdoch non cessa di essere una pensatrice fortemente attuale: nata nel 1919 e morta nel 1999, la ricorrenza del numero 9 nella sua biografia rimanda all’avvicinarsi costante, durante tutta la sua vita, alla perfezione dello zero. “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”, ha citato la Muraro dal Vangelo di Matteo, per descrivere come la tensione verso la perfezione e verso il Bene (assoluto, con la B maiuscola, l’altro nome di Dio), sia stato un tema fondamentale per la Murdoch, che ha identificato nella ricerca del perfetto un compito senza fine, come “ben sanno gli artisti e i Santi”.
Nonostante i vari rimandi alla sfera religiosa, ella si è sempre definita come una figura intrinsecamente laica, non aderendo al credo cristiano ma mantenendo verso di esso un’affezione culturale. Ardua l’impresa di farsi spazio in una società che poco contemplava il talento delle donne, costellata esclusivamente da élite maschili chiuse e autoritarie quasi ispirate al mondo greco. Iris fu aiutata nell’affermarsi del suo pensiero dal grande successo dei suoi romanzi, che nella sostanza somigliano a una grande autocoscienza corale e spingono chi li legge a partecipare alle riflessioni e ad interrogarsi sui molteplici significati dell’esistenza.
Una Murdoch che parla un linguaggio contemporaneo anticipando di fatto l’odierno narcisismo di massa, quando osserva nei maschi una totale noncuranza nei confronti della vita interiore a vantaggio dell’Io, posto al centro della riflessione filosofica (si pensi ad esempio a Wittgenstein o a Sartre, che le diede l’ispirazione per un pensiero meno teorico e più impegnato concretamente).
«Fu una donna ferocemente fedele all’esperienza – ha ricordato la Muraro – e non rinunciò mai all’attenzione nell’esplorare la vita interiore, sia come scrittrice che come filosofa».
Un personaggio distribuito nella dualità che lei stessa portò avanti tutta la vita con i romanzi da un lato e dall’altro la filosofia che «lei ha concepito e proposto come esperienza di vita morale e politica». La sua filosofia porta non certo all’altruismo, ma al bene, in quanto ci conviene. E cita un esempio: la donna che parla tra sé e sé della nuora, e non ne nasconde i difetti ma ne riconosce anche le virtù e in questo esercizio di attenzione e lucidità trova un linguaggio che cambia in meglio il rapporto con la giovane, ma cambia anche lei stessa.
(Gazzetta di Mantova, 7 settembre 2014)
di Luisa Muraro
Che difficile parlare della differenza femminile, c’è sempre il rischio di cadere negli stereotipi e di supportare culture ostili alle donne.
Nonostante tutto, se ne parla ed è bene, perché gli uomini fanno fatica ad ammettere la differenza maschile e insistono a presentarsi come modello unico di umanità, anche nella trasformazione dell’esistente. Succede di conseguenza che le donne siano misurate e si misurino loro stesse con un metro non fedele a loro e per giunta difettoso di suo. Oggi questo rischio è diventato più grande del primo, tanto che alcune si sono dette (semplifico): siamo inadeguate? meglio essere inadeguate che brutte copie degli uomini.
Nel giugno scorso Internazionale ha pubblicato un lungo articolo di provenienza Usa (The Atlantic) sulla scarsa fiducia che le donne hanno in sé stesse per cui, pur essendo tanto brave, restano indietro nelle carriere. L’articolo era “americano” nel senso peggiore, tanto nell’analisi del problema quanto nelle ricette, e ci sono state proteste di lettrici, in Italia come altrove, America compresa. Nessuna però ha negato che un problema esista e la discussione è continuata. E ha ritrovato spontaneamente i suoi termini femministi originari: siamo combattute tra voglia di vincere e paura di fallire. Trovo questa ripresa sorprendente e positiva, spiegherò il perché.
“La paura di fallire che blocca molti talenti femminili su posizioni di retroguardia va affrontata a viso aperto”, ha affermato recentemente Jessica Bacal. Viene citata in un articolo firmato da Maria Luisa Agnese e Daniela Monti (Corriere della sera, 26.8.2014) che già nel lungo titolo è tutto un programma: Il coraggio di rispondere “non so”. L’insicurezza (buona) delle donne. Siamo portate a dubitare, anche di noi stesse. E se fosse una possibile risorsa? Tutto sul filo del rasoio.
Voglia di vincere, paura di fallire, diceva il Sottosopra verde intitolato Più donne che uomini, che risale al 1983, un testo di grande risonanza anche all’estero, soprattutto in Germania. Non finisce qui. Anche la risposta che dava il Sottosopra risuona, con parole diverse, nella risposta di oggi.
Nell’articolo del Corriere Maria Luisa e Daniela presentano il caso esemplare di Teresa B., laureata della Bocconi che, nel suo primo stage di lavoro a Londra, ritrova una nuova fiducia in sé facendo riferimento a donne che si sono affermate grazie alle loro qualità. E così lo commentano: “Ridurre tutto all’individuo, alle insicurezze che ciascuna si porta dentro, è dunque un errore di prospettiva. Perché, come dimostra il racconto di Teresa, l’autostima personale può di più se poggia su un’autostima di genere, come un nano sulle spalle di un gigante”.
Il Sottosopra fu scritto che la ventiseienne Teresa B. non era ancora nata e le autrici dell’articolo probabilmente erano bambine, ma nel Sottosopra la loro scoperta si trova esattamente anticipata e poi articolata nella proposta di un nuovo tipo di relazione tra donne, quella di fare affidamento, presentata come una pratica per uscire dalla stretta fra voglia di vincere e paura di fallire, e andare nel mondo senza fare torto alle proprie qualità.
La coincidenza è evidente così com’è evidente che le parole usate sono molto diverse tra loro. Da dove venga tanta diversità, può sembrare una questione secondaria ma attenzione che è collegata a una questione più grande, quella della frequente cancellazione (o meglio: obliterazione, che vuol dire: rendere illeggibile) delle idee giuste nel corso della storia, un fenomeno che colpisce specialmente la storia politica delle donne. (Non sono la prima a interrogarmi in proposito, lo ha fatto ben prima di me Simone Weil per la civiltà occitanica.)
Le formule, “pratica di relazione e di affidamento”, da una parte, “autostima di genere” dall’altra, rispecchiano una difformità di percorsi mentali e politici che il cambio generazionale non basta da solo a spiegare. Tanto più che si tratta di idee che si formano in circostanze e contesti simili, concepite da persone che parlano la stessa lingua. Tra il linguaggio del 1983 e quello del 2014 non c’è un rapporto di sviluppo del tipo che può accompagnarsi al passaggio di un’eredità, pacifico o conflittuale che sia. A me pare una discontinuità allo stato puro, che risalta tanto più che le parole tendono a coincidere nella sostanza di quello che vogliono dire.
Nascono delle domande. Che cosa è capitato tra oggi e i primi anni Ottanta del secolo scorso che spieghi la discontinuità?
Rispondo con un’ipotesi dettata dalla storia più nota e risaputa: è capitata la caduta del muro di Berlino (1989) con tutto quello che ha voluto dire, in primis il trionfo dell’economia capitalistica di mercato e l’egemonia mondiale degli Usa, che diventano l’orizzonte ideologico globale, l’unico presente alle nuove generazioni. Tramonta così il comunismo portandosi dietro la sua vasta e varia costellazione di entità politiche, economiche e ideali che ne avevano fatto la storia per cento e passa anni.
Il femminismo che conosciamo oggi come femminismo radicale, nasce negli anni Sessanta insieme ad altri movimenti giovanili rivoluzionari. Nasce, come noto, in posizione di rottura rispetto a questi, senza collocarsi né a destra né a sinistra, né sopra né sotto. Altrove. Per capirlo, basta leggere Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi. Che fa capire anche un’altra cosa e cioè che il paesaggio politico allora era molto diverso da ora. Voglio dire che il tramonto del comunismo ha privato il femminismo radicale di un tratto non dico unificante ma collegante con il suo più grande intorno storico e culturale. Un altrove non è un’alterità assoluta, ha dei termini di confronto. Con il tramonto della costellazione comunista alcuni di questi termini sono spariti. L’espressione stessa di “pratica politica”, che una come me continua a usare parlando di relazioni e di fiducia nei rapporti donna con donna, questa espressione proviene da allora e aveva una pregnanza semantica che prendeva anche da un contesto che non c’è più. Il femminismo ha attraversato non dico indenne ma vivo il 1989 perché non era solidale dei progetti rivoluzionari o riformatori, tutti d’impronta maschile. Li ha infatti criticati dalla prima ora, come sa chi ha letto Il maschile come valore dominante, del gruppo Demau, apparso nel 1969, documento inaugurale e al tempo stesso maturo del femminismo italiano. Il femminismo radicale ha attraversato anche altri tentativi di obliterazione (la parola è rara, mi scuso, ma non ce n’è una migliore), per arrivare fino a noi.
Ora, secondo la mia ipotesi, il passaggio non poteva farsi senza un giro di boa, in altre parole, senza portarsi fino alla cultura egemone per aggirarla. Che non vuol dire negarla, al contrario, ma farci i conti. La formula dell’autostima di genere coniata per leggere l’esperienza di Teresa B., ci parla di questo movimento, di questo che potrebbe essere, dal punto di vista delle circostanze storiche e dello stato dei rapporti di forza, un necessario giro di boa. Ci parla anche di un prezzo pagato, perché il concetto di genere, nato in una fase d’inserimento del pensiero femminista nella cultura accademica, si è diffuso oltre misura come un surrogato della differenza sessuale, e come tale si presta alla obliterazione del pensiero politico femminista.
Tuttavia, la formula si è presentata in un contesto che ne fa riconoscere il significato più profondo e la rende accettabile anche da una come me che discende direttamente dal femminismo radicale degli inizi. È come la principessa malvestita di cui raccontano le fiabe, che, salva grazie al travestimento, resta tuttavia riconoscibile.
Per me è molto positivo costatare come il potente dispositivo dell’obliterazione venga talvolta sconfitto. Dunque, si può sconfiggerlo. A questo risultato ha contribuito, bisogna dirlo, che, nel paesaggio mutato dal terremoto del 1989, in Italia ma non soltanto, anche in altri paesi europei e sicuramente anche negli Usa (sebbene gli elementi probanti siano frammentari in quest’ultimo caso), il femminismo radicale delle origini non è mai venuto meno. C’è di mezzo una continuità. Non mi riferisco soltanto alla memoria: non è venuto meno nelle esistenze di persone in carne e ossa, alcune sempre più vecchie e man mano altre, più giovani, e nelle loro usanze (le pratiche!), discorsi, scritti, luoghi, iniziative e progetti.
Per concludere e restare al nostro esempio: tra la riflessione delle due giornaliste del Corriere e il testo del 1983, “Più donne che uomini”, c’è un rapporto asimmetrico ma reciproco: l’autostima di genere traduce e conferma il Sottosopra, mentre questo dà a quella uno sfondo illuminante.
(Luisa Muraro, www.libreriadelledonne.it, 7 settembre 2014)
http://www.libreriadelledonne.it/pubblicazioni/sottosopra-verde-piu-donne-che-uomini-gennaio-1983/
di Alessandra Pigliaru,
Sei romanzi perfetti. Saggio su Jane Austen, verrà discusso in presenza della sua autrice Liliana Rampello al Festivaletteratura di Mantova oggi, alle 17.15, presso il cortile dell’Archivio di Stato, all’interno di una serata intitolata «Riscrivere la vita di una scrittrice famosa». Parteciperanno Sandra Petrignani, che racconterà di Marguerite Duras, e Anita Raja, traduttrice italiana di Christa Wolf. L’introduzione sarà a cura di Annarosa Buttarelli.
In che senso lei sostiene che Jane Austen tiene tra le sue mani il desiderio di felicità di una donna?
La felicità mi è sembrato il tema centrale di tutte le narrazioni di Austen perché lei ha in mente di raccontare le forme che può prendere la libertà femminile in un contesto di necessità. La sua scrittura ha la forza che nasce dal racconto della materialità delle vite senza che mai questa sia un condizionamento definitivo. E lo fa a partire da sé. È una scrittrice non della emancipazione ma della libertà: scrive sapendo che a fare la differenza non è la «condizione patita», ma la posizione che come autrice sceglie. E la libertà che regala a se stessa è la medesima che regala alle sue protagoniste e a noi che leggiamo, dandoci la possibilità di interrogare anche il nostro presente.
Mi ha sempre appassionato la sua straordinaria modernità, la capacità di aver capito il suo tempo, quel mercato matrimoniale che nasconde una verità profonda: ovvero come alla base del contratto sociale ci sia il contratto sessuale. In questa intuizione è chiaro come lei abbia capito i meccanismi generali del mercato in sé, ovvero che si contratta da ciò che si ha e da ciò che si è; ed è solo imparando a conoscere questo meccanismo che le sue ragazze riescono a diventare protagoniste del proprio destino. Benché sia stata spesso considerata come una scrittrice indifferente alla grande Storia, in realtà ha colto l’essenza di una società divisa in classi e dominata dal patriarcato. Ma aggiungerei anche che la libertà di una donna, la sua ricerca di felicità, il riconoscimento del desiderio come movimento verso l’altro e verso il mondo, la capacità di scelta, il buonsenso come esercizio dell’intelligenza, la possibilità dell’errore, sono tutti segni della sua grandezza ancora oggi.
Nel suo libro lei spiega il passaggio da un’apparente «economia domestica» a una più ampia economia delle relazioni…
Nel momento in cui ho pensato che Jane Austen stesse scrivendo un romanzo di formazione femminile mi sono resa conto che questo avveniva perché solo attraverso una vera e propria presa di coscienza, e accompagnata da un’altra donna, la sua protagonista può acquisire la capacità di giudizio sufficiente a scegliere liberamente un buon marito ed evitare la «sventura». Questo passaggio, se da un lato contrasta fortemente ogni sentimentalismo e fantasticheria femminile, dall’altro indica con altrettanta chiarezza la capacità di Austen di mettere al centro del mondo le relazioni che legano le donne fra loro e le donne con gli uomini. Qui ci sono il piacere, il desiderio, la sensualità, l’erotismo e la sessualità: insomma le passioni, una straordinaria comprensione di tutti i sentimenti che legano i due sessi in amore e in conflitto.
Allora è proprio leggendo i suoi romanzi che possiamo conoscere Jane Austen?
La sua vita è stata molto comune, nessun elemento di eccezionalità, nessun eroismo. Non c’è nulla di nuovo dal punto di vista della sua biografia; c’è piuttosto da far vedere quanto tutti i suoi temi siano una vera e propria autobiografia. È lì che noi troviamo la sua lingua (di donna molto ironica), il suo sguardo (di donna acuta e spietata osservatrice), la sua intelligenza (di donna di buonsenso e allegra), la sua capacità di giudizio (inflessibile, sicuro, spregiudicato nel disegno preciso di una società senza dubbio patriarcale e divisa in classi).
Lei si è occupata lungamente di Virginia Woolf. La continuità simbolica tra Woolf e Austen la possiamo riconoscere per via della genealogia femminile e di una tradizione di scrittrici precedenti, sia per lo stesso interesse che muove Woolf verso Austen in più di un’occasione…
Credo ci siano delle comunanze tra le due: la più importante è che entrambe non sono scrittrici dell’emancipazione ma della libertà femminile. Pensiamo solo a come la passeggiata solitaria che non manca mai per ogni protagonista dei romanzi austeniani, e nasce subito con Marianne in Ragione e sentimento, sia di fatto un antecedente di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, perché è utile a far pensare con la propria testa quando si è confuse, quando si ha bisogno di solitudine, quando si ha bisogno di consistere in sé. Passeggiata e stanza sono vere e proprie invenzioni simboliche.
La centralità della conversazione permea tutte le narrazioni austeniane. Cosa prende forma attraverso questi magnifici dialoghi?
Innanzitutto, attraverso la conversazione lei si presenta a noi come una vera e propria erede di Shakespeare, nell’uso magistrale dei dialoghi, nel tempo delle battute e nel ritmo della lingua. Ma ancora più importanti mi sembrano altre questioni. Nei suoi romanzi non esiste conversazione se non in presenza di una donna. La conversazione fa progredire la trama come fosse un’azione vera e propria, per la formazione di una donna non c’è qualcosa da «fare» chissà quando e chissà dove nel mondo, ma qualcosa da «dire», che va detto, esattamente in quel tempo, che sono i giorni, e in quel luogo, salotto, giardino o stradina di campagna che sia. Questo uso della lingua mostra una maestria politica impareggiabile, in scena ci sono due soggetti differenti, entrambi attivi nello scambio, entrambi parlanti, e così muore ogni pretesa monologante e fonologica del maschile universale.
In che senso si riconosce a Jane Austen «la stessa condizione nella quale scriveva Shakespeare», ovvero «senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza far prediche»?
Questa constatazione è stata fatta da Virginia Woolf in La stanza tutta per sé, dopo aver affermato che, in Jane Austen, genio e condizioni di vita «si accordavano completamente», esattamente come in Shakespeare. È un’affermazione condivisibile se pensiamo che anche Jane Austen trascende la propria condizione materiale nello slancio di una mente «androgina» che vuole guardare l’infinito della sua libertà, ovvero non dimentica di essere una donna, ma trascende il suo sesso facendone la leva di una libera interpretazione del mondo.
Come viene accolto un volume di critica letteraria in Italia oggi?
Non mi sembra ci sia una grande attenzione. Sicuramente, ha a che vedere anche con la trasformazione dei programmi scolastici e universitari e delle stesse discipline. Questo incide sullo studio della letteratura che, a mio avviso, è uno dei più importanti ambiti in cui si possono conoscere e studiare le relazioni umane. L’indifferenza verso lo sviluppo di uno strumento come quello della critica letteraria riduce la possibilità di capire la straordinaria ricchezza dei linguaggi della narrazione, con la loro capacità di interpretare la realtà che ci circonda. In realtà sarebbe un momento necessario di ogni percorso di conoscenza.
(il manifesto, 6 settembre 2014)
di Daniele Biella
Ci sono momenti di catarsi collettiva che rimangono nella storia. Nel pomeriggio di ieri, 4 settembre 2014, alla 71ma edizione del Festival del Cinema di Venezia, è avvenuto uno di questi momenti: il docu-film Io sto con la sposa ha fermato, per almeno due ore, il tempo. Ha sospeso gli affanni quotidiani, l’andirivieni delle stagioni, per fissare nella mente dei mille presenti (Sala grande esaurita), di quella parte di mondo che poi vede i servizi in televisione, legge gli articoli sui giornali, che esiste un dramma verso il quale l’indifferenza è assassina: le migliaia di persone che fuggono dalla guerra e, anziché trovare una mano amica che aiuta, incontrano la morte sui barconi del Mar Mediterraneo e, se sopravvissuti, frontiere invalicabili se non infrangendo le leggi in vigore.
I tre coraggiosi e geniali registi di Io sto con la sposa, Antonio Augugliaro, Gabriele del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry, hanno deciso di raccontare morte e disperazione attraverso l’opposto: vita e gioia. Vita, quella dei cinque protagonisti del film-verità, siriani e palestinesi che sono arrivati a Milano, lontano dalle bombe e dalle stragi nel mare che hanno portato via loro famigliari e amici, ma vogliono raggiungere la Svezia, terra di asilo politico immediato. Gioia, per un viaggio incredibile che li porterà alla meta vestiti da matrimonio, affiancati da un corteo nuziale solidale nel far loro superare le frontiere, nell’ascoltare il loro grido di dolore pieno di voglia di ricominciare. A Venezia è andato in scena uno spettacolo indimenticabile, ieri. Eccolo.
L’attesa
La proiezione era alle 14.30, ma già un paio d’ore prima davanti al tappeto rosso del Festival sciamavano, attirano tutti gli sguardi dei passanti, donne vestite da sposa che avevano raccolto l’invito dei registi a trasformare la scena in un white carpet ‘complice’ degli sposi migranti. Mezz’ora prima della proiezione erano quasi un centinaio: un colpo d’occhio magnifico, al quale i fotografi di tutto il mondo non hanno saputo resistere. Nella foto di gruppo, prima di entrare in sala, era in prima fila anche il direttore della mostra, Alberto Barbera, a testimonianza di un endorsement convinto. Con lui, i registi, i protagonisti, le famiglie, una delegazione tanto folta da lasciare sbigottiti gli stessi operatori di sala: “non ho mai visto una cosa del genere”, un commento raccolto al volo.
La proiezione
All’ingresso, la prima standing ovation. L’emozione è palpabile, gli spettatori si girano verso la galleria, dove prende posto il cast, per tributare loro un applauso che ha un solo significato: che alla fine ci piaccia o meno il film, siamo con voi. Come lo sono i 2.617 produttori dal basso di 38 paesi diversi che, con la loro quota, hanno raccolto in due mesi i 100mila euro (il crowdfunding più riuscito d’Italia e non solo) che hanno permesso di coprire le spese del viaggio, della produzione e di realizzare il sogno di Venezia: essere tra i 55 film selezionati, a fronte di 3.377 candidature. Quando si spengono le luci, l’attesa finisce e la sensazione è quella di mille persone pronte a trattenere il fiato per i 98 minuti di durata. Le immagini scorrono, la musica incalza, poco alla volta, in modo quantomeno azzeccato, le storie dei singoli emergono, struggenti: la sposa che balla sotto le bombe per scongiurarle, padre e figlio che raggiungono di corsa una barca che li porta a un passo dalla tragedia prima di ridare loro la speranza, lo sposo salvato in mezzo a decine di cadaveri nel mare che ricorda i nomi di chi non ce l’ha fatta scrivendoli su un muro più che significativo. Storie che colpiscono direttamente al cuore, e si riveleranno la quintessenza del film. Il viaggio si sa come andrà a finire, ma riviverlo con gli occhi dei ‘fuggitivi’, che in quel momento rischiavano l’arresto, la fine del sogno, rende del tutto l’idea: su quelle macchine lanciate verso la Svezia c’era tutto il pubblico di Venezia. Non mancano i momenti divertenti, le performance artistiche (il giovane Mc Manar è un rapper che farà strada, la sua denuncia sociale da ‘doppio profugo’ siro-palestinese colpisce nel segno e si merita gli applausi già durante la proiezione), i colpi di scena: pensare che sia stato tutto girato in presa diretta rende clamoroso il risultato. Che è da vedere, per questo ci si ferma qui con il racconto.
Il ‘dopo’, l’omaggio nel mare
Quando scorrono i titoli di coda (con la promessa compiuta di inserire tutti i nomi dei produttori) è apoteosi. Il magone che ha preso molti dei presenti durante il film sfocia in almeno un quarto d’ora di applausi convinti, incitamenti, sorrisi. Le luci sono puntate sui protagonisti, viene ricordata la Siria martoriata, spunta una bandiera palestinese, l’impressione è quella che non si voglia venir via fino a quando qualcuno, in qualche modo, metta la parola fine all’orrore delle bombe, del dramma dei profughi, del mare killer. Lo stesso mare che poi viene raggiunto dal corteo delle spose e da buona parte dei presenti, quando sulla spiaggia dell’Hotel Excelsior, il luogo per eccellenza che fa da contorno alle proiezioni, centinaia di bigliettini vengono inseriti in bottiglie di vetro e lanciati nel mare: un segno simbolico di speranza, un’espiazione collettiva per dire che, nell’impossibilità di fermare le stragi, perlomeno nessuno, lì, si arrende. Il cast di Io sto con la sposa ha fatto e continuerà a fare (già arrivati inviti a Mostre del cinema in Europa e Nord America, mentre nelle sale nostrane uscirà l’8 ottobre) la sua parte: ha squarciato il velo dell’indifferenza, scuotendo i letti del sonno della ragione dei potenti, dei membri dei governi europei, mondiali. Gli unici, oggi, che possono fermare le bombe, i trafficanti di morte, le leggi inique. Un giorno, diranno grazie ai protagonisti di questo docu-film. Per ora, lo diciamo noi: grazie.
Da “il Manifesto” del 31 agosto 2014
I fili scuciti del mondo
di Arianna Di Genova
Mostre. Una retrospettiva dedicata a Maria Lai, al Palazzo della Città di Cagliari, al museo Man di Nuoro e alla Stazione dell’arte di Ulassai. Un viaggio fra antiche leggende, fate, scritture ancestrali e geografie mobili.
Da bambina, Maria Lai aveva imparato a camminare sospesa nel vuoto insieme a un gruppo di zingari acrobati che si erano fermati nel paese dove viveva per lunghi periodi con gli zii. Solitaria, non frequentava le elementari, passava i pomeriggi a disegnare col carbone. Fino al giorno in cui arrivarono i gitani. Le piaceva molto volteggiare guardando il cielo terso della sua terra, tanto che quando i giocolieri decisero di partire, lei si unì a loro, accucciandosi dentro il carrozzone che andava via.
Fu quella solo la prima delle sue fughe: nel corso della vita ne seguirono molte altre perché, diceva, bisogna sempre mantenere la giusta distanza dagli altri per rimanere se stessi («niente mi avrebbe distolto dal mio pozzo»). È una disciplina quella della distanza da esercitare quotidianamente, senza distrazioni, soprattutto se si è donna, nata nei primi decenni del secolo scorso (1919), con il dèmone della curiosità che ti brucia dentro, in un paese aspro come la Sardegna, terra atavica di pastori e tessitrici, luogo un po’ magico dove le janas, le fate delle grotte, aiutano a costruire le trame delle cuciture di tappeti e di stoffe con il loro ordito che mescola rigore geometrico e libera immaginazione. Un luogo dove le caprette pascolavano inerpicandosi per sentieri rocciosi e adesso — grazie a Maria Lai — camminano composte in fila indiana, «cucite» con il ferro lungo le mura di cemento che contengono il terreno franoso.
Nel paese delle janas
«Aveva ragione mio padre a dire che ero una capretta ansiosa di precipizi», raccontava divertita nelle interviste. Eppure quell’immagine di estrema semplicità non la disturbò mai; anzi, la fece sua, ne estrasse il nettare simbolico («è la fantasia»), la riprodusse con alcuni segni essenziali — un rettangolo e un triangolo — in cui la lezione di un maestro ruvido e per nulla incoraggiante come Arturo Martini, seguito per tre anni a Venezia, non venne mai meno. Poi, la portò ovunque ce ne fosse bisogno e ne regalò il copyright alle donne tessitrici così che la potessero far rivivere ogni giorno nei loro ricami. L’ha disegnata anche sul dorso della montagna, ma quella capretta bianca ha una personalità particolare, viene da storie lontane, è rotolata nelle parole dello scrittore amico Giuseppe Dessì e poi si è rimodellata fra le sue mani.
A Ulassai, lì dove un tempo c’era la stazione del treno e oggi c’è un piccolo museo per l’arte, tira un gran vento che scompiglia le fronde degli alberi e fa ondeggiare la scultura dedicata a Antonio Gramsci. Maria Lai volle lasciare un suo contributo dedicato allo scrittore fiabesco che dal carcere mandava lettere a Giulia perché leggesse la storia della montagna e del topolino al figlio Delio, costretto a crescere con il padre lontano: una grande struttura in ferro, filiforme e nodosa, come filiforme e nodoso era il corpo dell’artista, al cui vertice troviamo arrampicati due bambini. Dovranno piantare un albero per far placare la natura ed evitare frane rovinose. E proprio lì, nel suo luogo natìo, in quel borgo abbarbicato in mezzo a una gola, dove il dio del vento non smetteva mai di soffiare e dove la comunità viveva sempre sotto la minaccia di temporali catastrofici, Lai ha agito come una jana, una fata: ha regalato quella visionaria performance collettiva, Legarsi alla montagna (1981), donando una nuova ripartenza a tutti, ad anziani e bambini, scacciando i fantasmi del passato.
La leggenda racconta di una bambina che, come Cappuccetto Rosso, era stata mandata a portare il pane ai pastori. Di fronte all’avvicinarsi di un brutto temporale, questi si erano rifugiati nelle grotte con il gregge. A un certo punto, la piccola vide un nastro celeste attraversare il cielo e presa da stupore, lo seguì correndo. I pastori non ne vollero sapere di abbandonare il loro rifugio e quando la parete della montagna venne giù, rimasero sepolti fra i sassi. Il nastro, con la sua bellezza effimera, proprio come l’arte, aveva indicato una direzione di salvezza.
Maria Lai, chiamata per disegnare un monumento ai caduti, rifiutò la commissione pubblica e propose invece la sua azione: un nastro (26 chilometri di stoffa di jeans) avrebbe legato le case e i loro abitanti uno a uno fino ad arrivare alla montagna. Per realizzare l’impresa, bisognava parlare con le persone e convincerle a superare antichissimi rancori, inimicizie radicate negli anni. Lei ci riuscì, inventando un linguaggio del nastro: sarebbe passato dritto dove le famiglie non si parlavano, annodato dove vi fosse condivisione di affetti, con un pane da festa appeso se vi fosse amore. Nessuno, affacciandosi fra quelle rocce sarde, lassù, dimenticò più quella giornata speciale che finì con balli e canti a notte fonda, venne filmata da Tonino Casula e rimase impressa nella pellicola di Piero Berengo Gardin.
Dalle trame alle mappe
Ricucire il mondo — le tre rassegne in omaggio all’artista che impegnano la sede del Palazzo di Città a Cagliari, il Museo Man di Nuoro e Ulassai — rappresentano un percorso espositivo che rispetta, concettualmente, quel «legarsi» l’uno all’altro voluto fortemente da Maria Lai. Sono tappe di una retrospettiva (visitabili fino al 2 novembre prossimo) che costringono a uno spostamento reale, a un pellegrinaggio laico, chiamando lo spettatore a una attiva partecipazione. Lo immergono in una molteplicità di universi — letterari, poetici, infantili, fiabeschi, teatrali, geografici, cosmici — e non è così scontato che alla fine ne esca fuori, «a riveder le stelle». Potrebbe rimanere impigliato nei telai che disseminano trame, nelle mappe che fanno svanire i confini degli stati, nelle lavagne con le scritte lavate dall’acqua del mare, fra le pagine di leggende d’amore e morte, fino a perdersi in nostalgie lancinanti in quel «cimitero di bambini», distesa di ex voto realizzati con il pane, rito consolatorio in onore di chi non c’è più e insieme il riattivarsi di una tradizione arcaica. Una ragnatela è anche quella che avvolge le sedi stesse e alcune opere, un’installazione ideata dall’artista Claudia Losi con lo stilista Antonio Marras.
Con più di trecento opere — reperite fra collezioni pubbliche e private — e un numero assai maggiore in corso di catalogazione, si va a comporre un mosaico creativo che precedentemente lamentava molti pezzi mancanti. Oggi, come ha spiegato Barbara Casavecchia, curatrice insieme al direttore del Man Lorenzo Giusti della mostra di Nuoro, l’attività teatrale e didattica dell’artista ha ritrovato alcuni «fili» dispersi e completato la sua narrazione (pure con un breve video di animazione che Lai aveva realizzato con i piccoli studenti).
Così se a Cagliari, sotto la cura di Anna Maria Montaldo (direttrice dei Musei Civici), va in scena la prima parte di una produzione ricchissima — dagli anni Quaranta agli anni Ottanta, compreso un corpus di disegni sorprendente per la modernità di un segno che non concede nulla al décor e che nel suo minimalismo costruttivista molto ricorda quello delle avanguardie russe — a Nuoro invece ci si lascia cullare dall’affabulazione magica dei libri «scuciti», dai variopinti varani pronti a proiettare ombre caleidoscopiche sulle finestre, dalle scritture per iniziati, dal gioco dell’oca e da quello delle carte, da oggetti banali rivisitati attraverso la manualità ludica dell’artista (che spesso lavorava con la sorella e la nipote Maria Sofia Pisu, «mentre cucivamo, dovevamo pensare che stavamo scrivendo a qualcuno»).
Ti senti a tuo agio a dire «non so»?
Katty Kay: «Sì, ho imparato a sentirmi a mio agio».
Claire Shipman: «All’inizio no. Quando ho cominciato a seguire come giornalista la Casa Bianca, sentivo di dover sapere tutto. Politica estera, bilancio. Sono una perfezionista. Poi, con il tempo, ho imparato che è ok anche dire: su questo tema ci sto ancora lavorando».
Ci vuole coraggio a rispondere «non so». E infatti non tutti lo fanno. Lo fanno le donne, molto più degli uomini. Ma pochissime di loro sarebbero disposte a chiamare «coraggio» questo ammettere di non sapere, soprattutto durante una importante riunione di lavoro o nel corso di una discussione in cui sarebbe utile — per la carriera, ma anche semplicemente per l’amor proprio — fare bella figura. Più che di «coraggio» viene spontaneo parlare di «suicidio», professionalmente parlando.
Chi dice «non so» si mette all’angolo da solo. È come un terreno arido, gli altri distolgono lo sguardo. Del resto «il deserto è un luogo privo di aspettative», scriveva Nadine Gordimer.
A Katty Kay e Claire Shipman, le giornaliste protagoniste dello scambio di battute (tratto da un’intervista al New York Times) che apre questo articolo, il merito di aver rilanciato il dibattito sulla cronica mancanza di fiducia in se stesse delle donne. Il «non so» è una delle espressioni più cristalline di questa mancanza. È un dubitare non solo di ciò che si sa, ma anche di ciò che si è. «Proponetevi per le promozioni! — esorta Laszlo Bock, manager di Google —. Se una donna dice di sentirsi pronta, lo è già da un anno». Ma come mai le donne raramente si sentono pronte? Perché hanno sempre mille dubbi: «Non so se sono abbastanza preparata per quell’incarico»?
Anche gli uomini hanno qualche dubbio, ma non per questo si fanno fermare nella loro corsa.
Anzi tirano a indovinare, quando non sanno, e magari vanno a segno. Perché il punto è che non sempre si tratta di spacconate, ma, appunto, di fiducia in se stessi. E il fattore «sicurezza» – rivela un cospicuo numero di studi — è più importante della competenza nel favorire la carriera. Chi è convinto delle proprie capacità è più convincente.
«Avere talento non è sufficiente — avverte Cameron Anderson, psicologo dell’Università di Berkeley —. La fiducia in sé, reale, non costruita, è parte del talento. E bisogna averla per eccellere».
Il saggio delle due giornaliste, Confidence Code, ormai citatissimo, parte dalla constatazione che anche le donne di grande successo hanno una irreversibile e insospettabile tendenza a sottovalutarsi, a sedersi all’angolo del tavolo. Alcune addirittura si sentono un po’ impostore, se non delle usurpatrici, quando occupano posti di comando. Capita a donne che hanno scalato tutte le posizioni come Arianna Huffington e Sheryl Sandberg — due fra i nomi più celebrati — e capita a tutte noi, infinitamente più in basso nella scala evolutiva del potere al femminile (guardate la video-inchiesta Le Donne e il Potere).
Le donne si interrogano, dubitano e, a un certo punto, si fermano. Come convincerle a proseguire?
Le possibili vie d’uscita sono due: o smettiamo di dire «non so», imparando la lezione maschile, o cominciamo a considerare quel modo di porci non come una mancanza, ma come un passaggio a Nord Ovest, un valore da consegnare alle generazione future.
«Qualche anno fa, sulla scia della crisi finanziaria, si è riconosciuto come l’eccessiva sicurezza in se stessi di molti uomini fosse un pericolo per loro stessi e per il loro Paese. E adesso viene chiesto alle donne di scimmiottare il comportamento dello sbruffone di successo?», s’interroga Amanda Hess su Slate. No, non può essere questa la strada.
«In generale, prendo positivamente il “non so” delle donne di fronte a una domanda di cui non conoscono la risposta come una dimostrazione concreta di una evoluta coscienza del limite», riflette Anna Rosa Buttarelli, docente di Ermeneutica e Filosofia della storia all’Università di Verona, impegnata da anni nel pensiero e nella politica della differenza. Per Buttarelli quella femminile non è una vocazione speculativa al dubbio, piuttosto una vocazione alla auto consapevolezza e a coltivare una particolare coscienza critica che non scivola mai nel dubbio a oltranza. «Non commettiamo l’errore di inserire le donne nella tradizione cartesiana in cui si assimila l’essere al pensare dubbioso — avverte —. Niente di più lontano. “Non so” significa riconoscere che il sapere e la capacità di conoscere sono limitati».
È un cambiamento di prospettiva: il «non so» da paradigma di sfiducia in se stesse a dubbio fecondo, che porta dei frutti. «La forma mentis generale delle donne che coraggiosamente sopportano il “non sapere” (ne faccio proprio una questione di coraggio) può essere una grande risorsa rivoluzionaria per la condizione umana storica — riprende Buttarelli —. Unire pensiero e azione, pensare e parlare in pubblico, nelle donne segue un processo e delle difficoltà che non vanno d’accordo con le prassi pubbliche attuali. Ci sono donne che, sentendosi così differenti rispetto ai comportamenti imposti generali, perdono fiducia nella loro capacità di agire e di pensare. Questo è un problema. Ma è un problema anche che in area anglosassone le femministe insistano a leggere i comportamenti femminili non allineati ai paradigmi maschili come difetti delle donne, come inadeguatezze colpevoli. Lamentarsi continuamente indebolisce e immiserisce, ed è un errore di pensiero».
La paure di fallire, che blocca molti talenti femminili su posizioni di retroguardia, più semplici da presidiare, va affrontata a viso aperto. Jessica Bacal nel suo Mistakes I Made at Works, errori che ho fatto sul posto di lavoro, racconta i fallimenti che sembravano catastrofici di 25 donne di successo, le quali hanno saputo trarre da quegli episodi insegnamenti per rialzarsi. Il messaggio è: così come ci sono molti modi per avere successo, ci sono molti modi di vacillare. E comunque andare avanti.
Teresa Budetta, 26 anni, laurea in Bocconi, racconta il trauma dell’ingresso nel mondo del lavoro. «Il mio primo stage è stato in una banca d’investimento a Londra. L’autostima che avevo coltivato con gli ottimi voti è crollata. Avevo molte idee, ma ogni volta che dovevo proporle al mio capo mi assaliva una sensazione di nausea. Stanca di restare dietro le quinte ne ho parlato con un’ex compagna di università e ho capito che è un problema condiviso, solo che nessuna lo ammette ad alta voce». Teresa continua il suo racconto spiegando come il mentoring abbia dato una svolta alla sua carriera: «Confrontarmi con donne di successo, talento e di straordinaria ispirazione mi ha dato la forza per credere che anch’io posso farcela e di trovare dentro di me il coraggio per superare queste paure».
Ridurre tutto all’individuo, alle insicurezze che ciascuna si porta dentro, è dunque un errore di prospettiva. Perché, come dimostra il racconto di Teresa, l’autostima personale può di più se poggia su un’autostima di genere, come un nano sulle spalle di un gigante. E qui nasce spontanea la domanda: la mancanza di fiducia non sarà dunque il riflesso di una cultura che non dà alle donne alcuna ragione per sentirsi sicure di sé?
Buttarelli ha provato a rispondere con il libro Sovrane. L’autorità femminile al governo, uscito per il Saggiatore, dove mostra il sesso femminile come esempio eccellente di autorevolezza amorosa e di sapienza imprevista e differente. «Bisogna dare sempre più spazio e voce a donne sapienti — spiega —. Poi bisogna far studiare l’immenso patrimonio di cultura scritta che ormai abbiamo prodotto. Bisogna farlo studiare nelle scuole e nelle università (che seguono bibliografie arretratissime e tutte maschili). Bisogna farlo studiare ai formatori e alle formatrici. Oramai ci sono tutte le condizioni per affermare l’autorità, la libertà, il pensiero delle donne. La misoginia maschile è ben radicata e fa ancora ostacolo, ma la realtà e la sua complessa trasformazione sono completamente favorevoli alla nostra differenza».
Carol Gilligan, prima accademica ad affermare il valore della differenza di genere nell’etica, spiega con un esempio quale sia il potenziale di trasformazione che nasce dall’incontro di due culture di leadership diverse, quella maschile e quella femminile, senza che l’una debba appiattirsi sull’altra: «Un bambino e una bambina stanno negoziando il loro gioco, la bambina vorrebbe giocare a “vicini di casa”, il bambino ai pirati. Una giusta soluzione sarebbe quella di giocare ai pirati e poi ai vicini di casa per lo stesso lasso di tempo. Ma la bambina ha un’altra soluzione e suggerisce di fare il gioco in cui un vicino di casa è un pirata».
«Sono una fanatica del dubbio, mi esercito tutti i giorni, appena alzata dubito sempre almeno una buona mezz’ora», dice la Bambina filosofica di Vanna Vinci. La piccola peste dei fumetti, con la sua ironia da rompiscatole, ci viene in soccorso. Il «non so» è una cifra femminile, tanto vale farci i conti fino in fondo.
Di Monica Giachino
Cifra e pregio di questo esile e solido volumetto, racconto autobiografico di una malattia
che colpisce all’improvviso e invalida e spezza lo scorrere dell’esistenza, è la brevitas che nella forma e nella sostanza nulla concede all’ornato.
Nelle poche righe del Prologo, quasi citazione posta in esergo, una donna cerca compulsivamente la sequenza di un film che continua a tornarle alla mente, perché sa che in qualche modo la riguarda. Quello che le interessa sono due battute del dialogo tra un adulto e un ragazzo che ha tentato di morire. Le trova e le trascrive, per non dimenticarle. Dice l’adulto: «Io credo che ci sia una specie di velo tra le persone e la morte. A volte succede che questo velo si tolga all’improvviso… e così vediamo la morte. Per un attimo la vediamo chiaramente. Poi questo velo si rimette in posizione e torna tutto a posto. Riprendiamo a vivere». Risponde il ragazzo: «Tu credi?».
Intorno alla domanda «Tu credi?», e soprattutto intorno alla difficile risposta, si organizza
per venti capitoletti la storia di due anni: la malattia che colpisce in un giorno qualunque,
fitto di impegni come di consueto («lei stramazzata nel pieno della sua vita attiva»); il ricovero e la diagnosi; i mesi di degenza ospedaliera e la difficile riabilitazione; il rientro
a casa e il ritorno ad una vita normale che normale non riesce ad essere perché è necessario imparare nuovi gesti, convivere con i limiti di un corpo che imprigiona, reinventare un’esistenza possibile.
Tam tam è insieme biografia di sé e di tanti, scrittura come terapia, certo, ma soprattutto
come testimonianza. In tale direzione vanno la scelta efficace di raccontare l’“io” in terza persona e la rinuncia alla valenza identitaria dei nomi propri. C’è una “Lei”, c’è un “Lui”, un ma rito che resta accanto. C’è una folla di persone, appartenenti al prima o al dopo, tutte ritratte per cenni, per segmenti minimi e incisivi che si compongono in uno stilizzato mosaico di figure e di storie: i compagni d’ospedale, quelli incontrati durante la lunga riabilitazione, le infermiere, i terapisti. Ci sono soprattutto le amiche, inaspettatamente tante: «l’amica che per lei è come una sorella», «la compagna di cinema», quella che è «la donna più buona che c’è», l’«amica dei tempi della militanza», quella con «la macchina vintage e un fiocco rosso sull’antenna». Amiche capaci di far risuonare lo strumento
antico di comunicazione e di chiamata a raccolta che dà il titolo al libro, il tam tam appunto, e di confermare una rete salvifica di solidali affetti.
Vita Cosentino racconta una vicenda di dolore fisico e intellettuale («il corpo è così ingombrante che le toglie anche le energie mentali […]. I progetti non hanno gambe per camminare e non ne vede più il senso») ma anche una storia di coraggio nell’affrontarli e nell’opporsi con «un’ansia di vivere prepotente, quasi provocatoria» al «tempo scandito dai rituali della malattia, tempo di azioni ripetute sempre uguali, tempo schiacciato sul presente, tempo vuoto», tempo che è necessario ritrovare, ricalibrato.
In un saggio sulla comunicazione linguistica nell’età presente Vita Cosentino aveva parlato
della «rinuncia a dire tutto, per dire “qualcosa”, che faccia corpo vivo con la propria vita, con la propria esperienza, con il proprio sentire emozionale» (Lettera a una professoressa riletta da una professoressa). Questa regola presiede alla scrittura di Tam tam. Il racconto procede per sottrazioni: non c’è un “io” invadente, non ci sono nomi, l’aggettivazione è selezionata con rigore. La prosa privilegia la paratassi ed è tesa a nulla concedere al patetico o all’effusione sentimentale. Gli squarci lirici sono sorvegliati con attenzione e prontamente chiusi da una nota ironica o da una cruda sferzata. Un esempio, l’inattesa fioritura di papaveri che accoglie la protagonista nel giorno del primo anniversario della malattia: «Abita in quella casa da ventisette anni, è passata vicino a quel campo migliaia di volte e non aveva mai visto un papavero. Quel 16 maggio invece è tutto un occhieggiare di bottoni rossi, ora aggrumati, ora più radi. Lei non ne aveva mai visti tanti tutti insieme, neanche da bambina. […] Adesso ha voglia di ridere e di abbracciare l’amica che l’ha portata fuori di casa». Immagine immediatamente smorzata dal commento che segue e sigilla il capitolo: «Il 16 maggio puntualmente torna dopo dodici mesi, ma di papaveri in quel campo neanche l’ombra».
Alla vita andata in frantumi e alla fatica di rimettere insieme pezzo su pezzo fa riscontro la
sapiente e simbolica circolarità della struttura narrativa. Sul risveglio la mattina del primo anniversario della malattia si apre il libro. Su un risveglio notturno, un altro anno è passato, il libro si chiude. La notte ha portato in sogno la figura della madre da giovane. La sequenza riprende simmetrica quella del campo di papaveri delle prime pagine, con un affine cambio di registro in clausola: la madre ha accanto a sé «un cespuglio di piante umili: ogni stelo sulla sommità si divide e ripiega in tre cimette fiorite. […] le indica e dice: “Ci sono ancora piccoli fiori bianchi che devono sbocciare”. / Fine del sogno. / Si alza con la sua stampella e va in bagno».
Pubblicato sulla rivista l’immaginazione” n. 282 – Luglio-agosto 2014 (Manni editore)